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Catone

Catone il censore, un importante statista romano, scrisse le 'Origines', la prima opera storica in latino, per promuovere i suoi principi politici e criticare la corruzione dei costumi. La sua opera si distingue per l'attenzione alla storia collettiva piuttosto che alle gesta individuali, e riflette un forte conservatorismo etico. Catone scrisse anche il 'De agri cultura', un trattato agricolo che enfatizza l'importanza dell'agricoltura e i valori del mos maiorum.

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Catone il censore, un importante statista romano, scrisse le 'Origines', la prima opera storica in latino, per promuovere i suoi principi politici e criticare la corruzione dei costumi. La sua opera si distingue per l'attenzione alla storia collettiva piuttosto che alle gesta individuali, e riflette un forte conservatorismo etico. Catone scrisse anche il 'De agri cultura', un trattato agricolo che enfatizza l'importanza dell'agricoltura e i valori del mos maiorum.

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Catone

La prima grande opera storica romana in prosa è scritta da un protagonista


importante della repubblica, Catone il censore, che si distinse per il rigido
conservatorismo etico e la fiera opposizione alla politica degli Scipioni. Dopo i primi
tentativi dalla storiografia filo senatoria in lingua greca, le Origines di Catone
ritornano al latino degli annales pontificium, le registrazioni ufficiali affidate alla
casta religiosa e dedicate ai fatti memorabili per la collettività romana.

Uno statista conservatore


Marco Porcio Catone nacque nel 234 a.C. a Tusculum, da una famiglia benestante di
proprietari terrieri. Sulla sua vita siamo bene informati, perché Catone ebbe
nell’antichità vari biografi; anche Cicerone, nell’operetta Cato Maior de senectute,
fornisce molte informazioni.
Da giovane combatté nella guerra contro Annibale, rivestendo diversi gradi della
gerarchia militare. Dopo aver percorso tutte le tappe del cursus honorum, egli
intraprese la carriera politica fino a essere eletto console nel 195. Durante l’esercizio
della carica egli si oppose alla revoca della lex Oppia, che limitava gli eccessi del
lusso tra le classi ricche.
A partire dal 190 Catone fu impegnato come accusatore in una serie di processi
contro gli esponenti della fazione aristocratica ellenizzante degli Scipioni.
Censore nel 184, esercitò le sue prerogative sentendosi come il campione delle
antiche virtù romane, contro la degenerazione dei costumi e il dilagare di
atteggiamenti individualistici, incoraggiati al pensiero greco. Egli intendeva invece
promuovere la ricchezza e la potenza dello stato e attuò un vasto programma di
edilizia pubblica.
Il suo atteggiamento gli procurò comunque molte inimicizie, portandolo a ritrovarsi
al centro di molti processi, come accusatore e come difensore. Cicerone conosceva
oltre centocinquanta sue orazioni, mentre oggi conosciamo i titoli e le occasioni di
circa ottanta di esse.
Quando nel 155 Atene inviò a Roma un’ambasceria di tre filosofi, Catone ne pretese
e ottenne l’espulsione, temendo che i loro insegnamenti potessero insinuare nella
mentalità dei Romani dubbi sulla validità dei modelli etici del mos maiorum.
L’ultima sua grande battaglia fu per la distruzione di Cartagine. Morì nel 149 a.C.,
Cartagine fu distrutta nel 146 a.C.
Le Origines: la storiografia in latino
Durante la vecchiaia, Catone si dedicò alla composizione di un’opera storica, le
Origines, che doveva essere intesa anche a diffondere i principi della sua azione
politica. Le Origines erano la prima opera storica in latino, in cui Catone vi ostentava
derisione e disprezzo per l’annalistica romana in lingua greca. La sua ironia era
sintomatica di una nuova epoca: ormai vincitrice e incontrastata, divenuta prima
potenza del Mediterraneo, Roma poteva orgogliosamente reclamare l’uso della
propria lingua anche di fronte a nazioni straniere.
Il caso di Catone era quello di un personaggio politico tra i più eminenti che decideva
di dedicarsi anche alla composizione di opere storiche. Con Catone, quindi, alla
nascente storiografia latina viene conferito soprattutto un vigoroso impegno
politico: nelle Origines avevano largo spazio le preoccupazioni di Catone per la
dilagante corruzione dei costumi e la rievocazione delle battaglie che lui stesso
aveva condotto in nome della salvezza dello stato contro l’emergere
dell’individualismo e del culto delle personalità.
Catone non si limitava a lasciar filtrare nell’opera echi delle proprie polemiche, ma vi
riportava addirittura alcune delle sue orazioni politiche tenute in senato. Inoltre,
egli privilegiava la storia contemporanea, alla quale dedicherà 3 libri su 7, una
quota notevole di un’opera che pretendeva di risalire molto indietro, alle stesse
origini di Roma. Com’è naturale, la trattazione si faceva sempre più dettagliata man
mano che ci si avvicinava all’epoca dell’autore.
Anche per opporsi al nascente culto carismatico delle grandi personalità emergenti
sulla scena politica, Catone elaborò una concezione originale della storia di Roma,
che insisteva soprattutto sulla lenta formazione dello stato e delle sue istituzioni
attraverso i secoli, con la creazione della res publica vista come l’opera collettiva del
populus Romanus.
Mentre la storiografia aristocratica doveva contenere spunti celebrativi, nominando
le gesta dei singoli generali di famiglie importanti, Catone non faceva i nomi dei
condottieri, né romani né stranieri. Anche Annibale era chiamato solo “dictator
Carthaginensium”. Al contrario, Catone sceglieva di portare alla luce le azioni, e
forse anche i nomi, di personaggi oscuri: soldati semplici o ufficiali minori, che
rappresentavano la vera virtù collettiva dello stato.
Le Origines mostrarono una notevole apertura di orizzonti. Catone si interessava
vivamente alla storia delle popolazioni italiche, altrimenti trascurata dalla
storiografia romana, e metteva in rilievo il suo contributo alla grandezza del dominio
romano e alla costruzione di un modello di vita basato sul rigore e l’austerità dei
costumi. Catone dimostrava inoltre interesse per i popoli stranieri e per le loro
usanze. Per certi costumi delle popolazioni africane e spagnole i particolari che
forniva dovevano risalire a osservazione diretta, perché Catone era stato a contatto
con questi popoli durante la carriera militare.
Lo stile della prosa storica di Catone è ben diverso dal fluido latino di Cicerone e
degli storici successivi. La specificità della prosa catoniana si misura non solo nella
presenza di arcaismi lessicali e morfologici, ma soprattutto a livello sintattico, nella
netta prevalenza della paratassi, cioè nell’utilizzo prevalente di proposizioni
coordinate, laddove la prosa ciceroniana preferirà la struttura ipotattica del periodo
(che rende espliciti i rapporti logici come prima-dopo, causa-effetto, premessa-
conseguenza). Risultano evidenti inoltre certi tratti di apparente trascuratezza
stilistica, come anacoluti e asimmetrie nella costruzione del periodo, la ripetizione
di parole e la frequenza dei pronomi is e ille.
Il De agri cultura
A Catone risale anche il testo di prosa latina più antico che ci sia giunto per intero, il
trattato “De agri cultura”. L’opera consiste in gran parte in una serie di precetti
esposti in forma schematica, che non lascia spazio a ornamenti letterari e riflessioni
filosofiche sulla vita e il destino degli agricoltori, diffuse in tanta parte della
successiva trattatistica agricola latina.
Nel De agri cultura Catone vuole dare una precettistica generale da applicarsi al
comportamento del proprietario terriero. Questi, rappresentato secondo la
tradizione nelle vesti del pater familias, deve dedicarsi all’agricoltura come
all’attività più sicura e onesta, la più adatta a formare i buoni cittadini e i buoni
soldati.
Il tipo di proprietà che Catone descrive non è più il piccolo appezzamento di terra, la
piccola tenuta a conduzione familiare che era la più diffusa forma di insediamento
sul suolo nelle epoche precedenti. L’attività agricola è ormai divenuta un’impresa su
vasta scala: raccomanda Catone, il proprietario dovrà avere grandi magazzini in cui
tenere depositata la merca in attesa del rialzo dei prezzi, dovrà comprare il meno
possibile e vendere quanto più riesce. Inoltre, in alcuni passi dell’opera traspare la
brutalità dello sfruttamento degli schiavi: Catone raccomanda di vendere come un
ferrovecchio lo schiavo anziano o malato e perciò inabile al lavoro.
Si colgono qui i tratti salienti dell’etica catoniana, che sono poi gli stessi che la
riflessione tardorepubblicana identificherà come costitutivi del mos maiorum. Virtù
come parsimonia, duritia, industria, il disprezzo per il lusso e la resistenza alla
seduzione dei piaceri mostrano come il rigore catoniano non sia la saggezza pratica
del contadino corrotto e ingenuo, ma rappresenti il risvolto ideologico di
un’esigenza genuinamente pragmatica: trarre dall’agricoltura vantaggi econgomici,
anzi accrescere la produttività del lavoro schiavistico ad essa applicato. Lo stile
dell’opera è scarno, ma colorito da diverse formulazioni proverbiali costituite da
espressioni di saggezza popolare e campagnola.
Un rapporto complesso con la cultura greca
Molto diverso dallo stile dei trattati, elevato e arcaizzante, doveva essere lo stile
oratorio di Catone, vivace e ricco di movimento, a quanto ci è dato di cogliere dai
frammenti superstiti delle orazioni. Catone rifiutava di educarsi ai precetti retorici
dei diversi manuali greci, allora circolanti tra gli oratori. Una famosa citazione,
tramandata come facente parte dei Praecepta ad filium, sembrerebbe sintetizzare le
idee di Catone in fatto di retorica:
rem tene, verba sequentur, “abbi ben chiaro il contenuto, le parole verranno da
sole”.
Questo rifiuto di ogni elaborazione stilistica va interpretato alla luce della costante
polemica contro la raffinata cultura retorica greca.

Ma di lettere greche Catone non era affatto ignaro come vorrebbe la leggenda sulla
sua vita, secondo la quale solo in tarda età si sarebbe accostato allo studio di quella
lingua. Nel De agri cultura Catone si avvale largamente delle acquisizioni della
scienza agricola greca; sulle Origines si faceva forse sentire l’influenza dello storico
greco Timeo di Tauromenio, autore di una storia dell’Occidente greco fino all’inizio
della prima guerra punica, in cui trattava anche le origini e lo sviluppo della potenza
romana; anche nelle orazioni la tecnica retorica di matrice greca, più che assente,
era sapientemente dissimulata in modo da dare a chi ascoltava l’impressione
dell’immediatezza vivace e non dell’elaborazione “a tavolino”.
Personalmente nutrito di cultura greca, Catone non combatteva tanto quella cultura
in sé, quanto certi suoi aspetti “illuministici”, di critica dei valori e dei rapporti
sociali tradizionali. Questi elementi della cultura greca potevano esercitare, agli
occhi di Catone, un’azione corrosiva sulle basi etico-politiche della res publica e del
regime aristocratico. D’altro lato, c’era anche il pericolo che l’imitazione di certi
costumi ellenizzanti potesse mettere a rischio l’unità e la coesione interna
dell’aristocrazia, portando all’affermazione di personalità di prestigio eccezionale.
In quest’ottica si comprende la battaglia di Catone a favore delle leggi suntuarie, le
quali, limitando i consumi dei ricchi aristocratici, contenevano anche le
manifestazioni di sfarzo e di ostentazione da parte di singoli gruppi familiari.
Cercando di impedire che tali patrimoni venissero dissipati in tali manifestazioni di
prestigio, le leggi suntuarie si preoccupavano anche di evitare il sorgere di eccessive
diseguaglianze economiche all’interno della classe dirigente e quindi di minarne la
stabilità.

Nella sua opera letteraria, Catone probabilmente si propose il compito di elaborare


una cultura che, mantenendo radici ben salde nella tradizione romana, sapesse
accogliere gli apporti greci, senza tuttavia farne propaganda.
Sappiamo che Catone, che aveva combattuto Scipione l’Africano, fu in buoni
rapporti con l’Emiliano. Attraverso gli intellettuali della cerchia dell’Emiliano, la
cultura greca dilagherà in Roma dentro gli argini voluti dall’aristocrazia romana:
lascerà filtrare un po’ di razionalismo, ma comunque mantenendosi entro i limiti
della conservazione politico-sociale.
Il risultato di questo compromesso sarà una nuova sintesi di mos maiorum e
attenuate spinte “illuministiche”, che costituirà a sua volta la base della riflessione
etico-politica di Cicerone.

Le opere morali
Il tono precettistico e sentenzioso doveva essere particolarmente caro a Catone,
che aveva disposto nella medesima forma del De Agri cultura un’opera come i
Praecepta ad filium. Sembra che si trattasse della prima enciclopedia dei saperi
latina, cioè di medicina, retorica, arte militare ecc., come ne comporranno più tardi
Varrone e Plinio il Vecchio. Ne sono rimasti alcuni frammenti, notevoli per l’energia
e la concisione con cui vengono formulati gli ideali del mos maiorum. Significative
sono le due citazioni che definiscono in breve due figure fondamentali della società
romana: l’agricola e l’orator.
“Vir bonus, Marce fili, colendus peritus, cuius ferramenta splendent”
“Orator est, Marce fili, vir bonus dicendi peritus”

Molto forte doveva essere il tono sentenzioso anche nel Carmen de moribus, scritto
in una prosa che si suppone scandita e ritmata, a giudicare dal titolo Carmen: esso
conteneva una raccolta di pensiero di argomento morale, anche in questo caso
legati all’etica del mos maiorum.
La storiografia romana prima di Catone
Le prime opere annalistiche di carattere storico a Roma erano state gli annales, i libri
in cui i pontefici registravano anno per anno guerre, paci, catastrofi, eclissi, prodigi:
erano dunque documenti ufficiali, conservati negli archivi pubblici. Nonostante lo
stile solenne e impersonale in cui erano composti, gli annales pontificium non erano
tuttavia oggettivi e di posizione super partes. Gli stessi pontefici erano scelti tra i
membri dei grandi casati aristocratici, e la selezione dei fatti registrati doveva
rispecchiare una versione filonobiliare della storia e della politica romana.
Più tardi, quando Roma cominciò a diventare una potenza mediterranea, al tempo
delle guerre contro Cartagine, quelli che possiamo considerare i primi veri storici
romani scelgono di usare il greco: Roma ha bisogno di difendere la propria politica
estera, di farsi propaganda in un mondo, quello ellenistico, che sarà inizialmente
favorevole ai Cartaginesi.
Il primo a scrivere opere storiche in greco fu Fabio Pittore, un aristocratico che ebbe
ruoli importanti durante la seconda guerra punica (a lui sono anche attribuiti degli
Annales in latino, di cui ci resta qualche frammento). Nella sua opera pare fossero
prevalenti gli interessi antiquari, come l’attenzione per riti, tradizioni religiose,
istituzioni giuridiche o sociali. Ma Fabio Pittore si occupò diffusamente anche del
più importante problema politico contemporaneo, la guerra fra Roma e Cartagine,
assumendo una posizione marcatamente filo-romana (cosa che gli attirerà le critiche
di Polibio, lo storico greco giunto a Roma dopo la vittoria a Pidna nel 168 a.C.
Come Fabio Pittore, anche autori successivi continueranno a scrivere opere storiche
in greco e di tipo annalistico: si possono fare i nomi di Lucio Cincio Alimento, Gaio
Acilio e Aulo Postumio Albino, vissuti tra il III e il II secolo a.C.

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