Barf
Barf
Tesi di Laurea
Alimentazione BARF:
atteggiamento dei proprietari di cani e risultati preliminari sulla
qualità microbiologica di prodotti acquistati online
Relatore
Dott. Rebecca Ricci
Dip. Medicina Animale, Produzioni e Salute
Correlatore Laureando
Prof. Paolo Catellani Sofia Bastianello
Dip. Medicina Animale, Produzioni e Salute n° matr.1081015
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INDICE
1. INTRODUZIONE ................................................................................................................ 5
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3.2.4 ANALISI QUALITATIVE......................................................................................... 32
[Link] RICERCA DI LISTERIA MONOCYTOGENES............................................ 33
[Link] RICERCA DI SALMONELLA SPP................................................................ 33
[Link] RICERCA DI YERSINIA ENTEROCOLITICA ............................................ 34
3.2.5 DETERMINAZIONE DEL pH ................................................................................. 36
3.3 ELABORAZIONE STATISTICA.................................................................................. 37
6. BIBLIOGRAFIA ................................................................................................................ 69
7. REGOLAMENTI ............................................................................................................... 72
8. SITOGRAFIA..................................................................................................................... 72
RINGRAZIAMENTI ............................................................................................................. 85
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1. INTRODUZIONE
1.1 IL CRUDISMO
Nell’ultimo decennio il mondo del pet food ha sviluppato, oltre al comune cibo commerciale
umido e secco, una serie di molteplici filosofie alimentari diverse fra loro. Una fra queste è il
Crudismo o Raw meat-based diets (RMBDs) ovvero diete a base di ingredienti rigorosamente
crudi che possono provenire da diverse specie sia di animali domestici (come pollo, manzo,
tacchino, ecc) che di selvaggina (cinghiale, faraona, anatra, ecc). Di questi animali possono
essere utilizzate carcasse intere, muscolo, interiora o anche ossa. Anche derivati di origine
animale vengono spesso impiegati come formaggi, kefir oppure uova.
Come chiaramente descritto da Freeman et al. (2013), l’idea del crudismo crea le sue
fondamenta sul presupposto che cani e gatti siano animali carnivori e che, normalmente in
natura, tenderebbero a cacciare procurandosi quindi cibo che risulterebbe essere crudo. In
aggiunta a questo c’è anche l’idea, da parte dei proprietari a favore di questa dieta, che
l’alimentazione a crudo sia nettamente superiore in termini di disponibilità di nutrienti e di
salubrità delle materie prime, rispetto alla comune dieta secca commerciale. Ad esempio,
vengono spesso citati diversi richiami di cibo commerciale non idoneo alla vendita a causa di
contaminazioni batteriche, micotossine o quantità tossiche di vitamina D. In particolare fa
riferimento ad un richiamo avvenuto nel 2007 a causa di una contaminazione da melammina
in materie prime importate dalla Cina per produrre cibo commerciale sia per animali
domestici che per animali da reddito e ittici.(Freeman et al.,2013)
Seguire una RMBD risulterebbe quindi, per molti proprietari, essere la naturale scelta da
intraprendere per avere al proprio fianco un cane sano, che segue i propri istinti, esplica al
meglio il proprio comportamento etologico e sfrutta al massimo la propria capacità digestiva.
Il proprietario nota, in seguito alla somministrazione della dieta a crudo, effetti benefici come
il miglioramento del pelo (più lucido e meno grasso nonché odoroso), una maggiore pulizia
dentale (compresa una diminuzione dell’alitosi), maggiore vivacità e serenità dell’animale.
Inoltre, egli si sente più in sintonia con il proprio animale domestico in quanto si può
occupare personalmente della sua dieta. In generale, non esistono ricerche scientifiche
approfondite su questo tipo alimentazione soprattutto sui suoi effetti nel lungo periodo o sulla
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sua effettiva validità. Come è stato già accennato in precedenza, la maggior parte delle
informazioni che si possono trovare sulle RMBDs derivano per lo più da articoli su siti
internet e libri non necessariamente scritti da persone qualificate e che talvolta contengono
informazioni fuorvianti se non assolutamente errate (Handl 2014). È importante, quindi, nel
valutare queste diete, saper discernere quali, tra le nozioni fornite, siano quelle effettivamente
accreditate.
Sempre nell’articolo di Freeman et al. (2013) descritte due differenti tipologie di RMBDs, una
sviluppata in maniera commerciale mentre l’altra elaborata in ambiente domestico.
La dieta di tipo commerciale risulta essere una dieta bilanciata e completa reperibile sul
mercato (soprattutto statunitense e canadese) oppure online. Essa è a base di prodotti freschi,
congelati o talvolta essiccati. Esattamente come qualsiasi altro prodotto commerciale per
animali, queste diete sono elaborate in maniera tale da soddisfare, in ogni fase di vita
dell’animale, le differenti esigenze nutrizionali (cucciolo, gravidanza, anziano, ecc) e hanno
una formulazione diversa a seconda della casa mangimistica. Genericamente, i fabbisogni
nutrizionali dichiarati si basano sulle raccomandazioni pubblicate da enti ufficiali di
riferimento come ad esempio FEDIAF per l’Europa o dell’AAFCO per gli Stati Uniti. Inoltre,
sono diete che vengono prodotte su larga scala e vendute nella grande distribuzione, insieme
ad una serie di altri snack per animali genericamente essiccati quali orecchie, grugni, code e
altri parti anatomiche appartenenti generalmente a bovini, suini.
L’industria del Crudismo prevede anche una piccola parte di produzione riguardante le
miscele di carboidrati (ad esempio l’uso di premiscele di cereali) oppure la creazione di
integratori vitaminici e minerali sia di sintesi che naturali.
Nel caso delle diete crude casalinghe, invece, esistono diverse linee di pensiero possibili: la
più famosa e diffusa è la dieta BARF ma esistono anche la “Prey Model Diet”, l’“Ultimate
Diet” e infine la “Volhard Diet”, nate tutte tra il 1990 e il 2000. Le caratteristiche della dieta
BARF, oggetto di questo lavoro, saranno descritte più dettagliatamente nel capitolo
successivo.
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utilizzate sono il pollo, il tacchino e il coniglio essendo anche le più reperibili in commercio.
Si possono utilizzare anche carcasse di agnello, pecora o selvaggina. Raramente quelle di
animali di grossa taglia. In ogni caso la carne rappresenta l’80% della dieta, il 10% è
costituito da ossa e un 10% di frattaglie di cui il 5% fegato. Questo tipo di dieta prevede
quindi l’utilizzo di sole proteine di origine animale, partendo dal presupposto che cani e gatti
sono esclusivamente carnivori. Alcuni proprietari a sostegno di questa dieta, tuttavia,
preferiscono aggiungere una piccola parte di verdure, simulando l’assunzione di fibra che
anche in natura il carnivoro assume attraverso il contenuto dello stomaco delle sue prede che
sono erbivore o granivore. Molto di rado vengono aggiunti integratori (al massimo vengono
utilizzati oli vegetali o di pesce oppure aggiunti omega-3 in vendita in commercio sottoforma
di capsule). Questo scarso utilizzo di integrazioni è una delle grandi differenze con la dieta
BARF ed è dovuta principalmente al fatto che viene sostenuta la teoria per cui l’animale è in
grado di assorbire dalla carne tutto ciò di cui necessita.
Questa dieta prende il nome dalla sua ideatrice Wendy Volhard, una giornalista del Wall
Street Journal, che ha abbandonato la sua carriera per seguire la sua passione per i cani. La
Volhard diet (o Dieta Naturale) che nasce nel 1995, è forse, quella che fra tutte le filosofie del
crudismo, si discosta di più dalla percezione del cane e del gatto come assoluti carnivori.
Infatti in questa tipologia di alimentazione sono previsti due pasti al giorno: il primo
(colazione) a base di cereali che corrisponde al 25% dell’intera dieta; il secondo a base di
carne cruda che corrisponde al 75% della dieta. E’ inoltre previsto il digiuno una o due volte
alla settimana. La divisione dei pasti, sostiene Volhard, permette al sistema digerente
dell’animale di utilizzare i propri enzimi in maniera più efficiente mentre rispettare il digiuno
simulerebbe la condizione naturale in cui il carnivoro predatore non sempre riesce a
procacciarsi il cibo tutti i giorni. Ad oggi non ci sono però studi a sostegno del beneficio del
digiuno nel cane.
In Tabella 1 è riportato un esempio di Volhard Diet ritenuta adeguata per un cane di 23 kg (“a
50-pound dog”):
Colazione (giorno 1–6) Cena (giorno 1–6)
3 oz di mix di cereali (850g) 12 oz di carne (giorno 1–5) (540g)
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2 cucchiaini di melassa 2 1⁄2 oz di fegato(giorno 1–5) (70g)
2 cucchiaini di olio di cartamo 14 oz di ricotta (giorno 6) (390g)
200 IU di vitamina E Mezzo cucchiaino di alghe
200 mg di vitamina C 1 cucchiaio di aceto di mele
50 mg di complesso di vitamina B 1 cucchiaino di lievito di birra
1 uovo piccolo più un quarto (non più di 4 200 mg di vitamina C
alla settimana) 1 cucchiaino di fegato di merluzzo
Mezza tazza di yogurt o kefir 1 cucchiaino di aglio (in capsule)
2 1⁄2 di farina d’ossa
2 cucchiai di germi di grano
3 cucchiai di crusca
2 cucchiaini di erbe aromatiche
2 cucchiai di frutta (a giorni alterni)
Colazione (giorno 7) Cena (giorno 7)
2 1⁄3 oz di mix di cereali (75g) Digiuno
200 mg di vitamina C
50 mg di vitamina B
Una tazza di yogurt o kefir
4 cucchiaini di miele
Raccomandazioni: una o due volte la settimana, date al vostro cane un osso come premio
speciale
Tabella 1 Tratta da “Wendy Volhard’s Homemade Dog Food Recipe”,
Infine, troviamo “the ultimate diet” proposta dalla [Link] Schultze ne “Natural nutrition for
dogs and cats: the ultimate diet” pubblicato nel 1998, la quale sostiene che la maggior parte
dei problemi di salute degli animali domestici deriva dalla loro alimentazione. Occorre
pertanto, che l’animale intraprenda un percorso di depurazione, non solo associando alla
propria dieta alimenti crudi sia a base di carne che di verdure, ma che le materie prime
utilizzate siano certificate e, possibilmente, di origine biologica. Solo se il proprietario ha la
certezza che gli alimenti che fornisce al proprio animale siano realmente “naturali”, può
sentirsi sicuro che da questa alimentazione il proprio animale domestico potrà ricavare solo
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effetti. Tra le diete casalinghe crudiste, “the ultimate diet” risulta probabilmente quella più
vicina ad una teoria Olistica umana basata sull’utilizzo di medicina alternativa e, appunto, un’
alimentazione adeguata allo stato di salute dell’animale. Tra i consigli della [Link] Shultze
vi è l’uso di integratori come il ginger (in caso di stati infiammatori) e raccomanda anche che
tutti gli alimenti con le stesse proprietà del ginger debbano essere forniti rigorosamente crudi
proprio per permettere che le loro funzioni rimangano integre.
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1.2 LA DIETA BARF
La dieta BARF (Biologically Appropriate Raw Food (o per alcuni Bones And Raw Food), è
nata a partire dai primi anni Novanta da un’idea del Dr. Billinghurst, medico veterinario di
origine australiana e resa ufficiale con la pubblicazione del suo libro “Give your dog a bone”,
avvenuta nel 1993.
Nel suo articolo “The “BARF” trend – advantages, drawbacks and risks” (2014) Handl
spiega in cosa consiste una dieta BARF: all’animale viene fornito un pasto a base
essenzialmente di carne cruda, compresa di organi e un’elevata percentuale di ossa cosiddette
“polpose”, ovvero ossa (generalmente appartenenti ad animali di piccola taglia come pollo,
coniglio, quaglia) con una notevole presenza di carne ancora attaccata; queste possono essere
somministrate tal quali oppure previa macinazione.
L’articolo spiega che vengono somministrati verdura, frutta, oltre a noci, oli, erbe aromatiche,
uova e latticini anche se in quantità molto inferiori rispetto alle percentuali attribuite alla
carne. La presenza di cereali non è raccomandata, tuttavia vengono spesso forniti all’animale
patate o legumi (entrambi previa cottura). Questa caratteristica rappresenta una delle
differenze che distanzia la dieta BARF dal modello predatore-preda. Un’altra differenza è
rappresentata dall’uso di integratori, esistono già sul mercato in una vasta selezione,
appositamente studiati per integrare le razioni di questa dieta (Handl 2014). In aggiunta a ciò,
un altro autore pro BARF, Tom Lonsdale nel suo libro “Work Wonders” ammette anche “a
bowl in which to feed table scraps” ovvero la possibilità di permettere al nostro animale di
mangiare gli avanzi dei nostri pasti (come croste di formaggio, pezzetti di carne o verdure,
ecc) se pur in piccole dosi per evitare che nocciano alla salute dell’animale. È importante però
tenere presente le differenze di cultura gastronomica tra i Paesi. Lonsdale, ad esempio, è
australiano e sulla sua tavola raramente troveremo avanzi di pasta o di altri alimenti a base di
carboidrati.
Nei gruppi di discussione presenti sui social network o in internet spesso vengono pubblicati
articoli dove vengono spiegate in parole semplici come deve essere sviluppata una dieta
BARF. Nella Tabella 2 sono riportate le categorie di ingredienti che devono costituire una
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dieta BARF per cani, secondo le indicazioni trovate su una nota scritta da una barfista con
diversi anni di esperienza, che ha deciso di condividere le sue conoscenze su “Barf&Co.”,
uno dei gruppi di discussione presenti su Facebook®. L’autrice di questa nota spiega
innanzitutto che se il cane o il gatto non sono abituati alla dieta BARF è assolutamente
necessario un periodo di lenta introduzione, per permettere loro di abituarsi ad un regime
alimentare “più impegnativo” dal punto di vista digestivo. L’animale a seguito di un cambio
di dieta, potrà manifestare episodi di feci molli ,raramente, al contrario, si hanno problemi di
costipazione, che potrebbero essere dovute alla somministrazione di ossa polpose. Queste
dovrebbero infatti essere somministrate tritate nel primo periodo. Inoltre, l’autrice consiglia di
associare inizialmente le ossa polpose, principale causa di costipazione, agli organi, principale
causa invece, di feci molli.
In generale, l’autrice divide la dieta BARF secondo le proporzioni di ingredienti indicate in
Tabella 2.
Ossa polpose 40-50% Possono essere di prede piccole
(questa percentuale è piuttosto perché più tenere e la scelta della
variabile: ad esempio Lonsdale, nel specie varia in base a taglia ed
suo libro, arriva a consigliare fino età del cane o gatto: quaglia,
al 70% ovvero il 100% di carne pollo, faraona, coniglio, ecc. Del
suddivisa tra ossa polpose e organi)
tacchino sono ammesse ossa del
solo collo perché meno
pericolose. Le ossa
rigorosamente mai cotte.
Carne senza osso 20-30% Di qualsiasi specie (pesce
compreso) tranne, si consiglia, di
maiale o cinghiale. Inizialmente,
si consiglia l’uso di una sola
proteina, per ossa polpose e
carne senza osso.
Organi 10-15% Principalmente cuore e fegato
che si ritengono essenziali (il
fegato non deve superare il 5%).
Oltre a questi si possono fornire
milza, reni, timo, durelli di pollo,
ecc.
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Trippa verde 10-20% Fondamentalmente ha una
funzione probiotica e viene
somministrata per agevolare,
sembra, la digestione. Si
potrebbe comunque sostituire
con probiotici di altra origine
Verdure 10-15% Si somministra frullata ad
eccezione di cipolla, porro,
pomodori crudi, melanzane e
peperoni.
Altro 5% massimo Frutta, uova (sconsigliato
l’albume ma a favore di guscio e
tuorlo), olii, erbe, spezi, aglio o
frutta secca. Integratori. Gli snack
possono essere a base di frutta
fresca. Si fa uso di parti
cartilaginee (come trachee o
code) ritenute utili a favorire la
masticazione e la pulizia dei
denti.
Tabella 2: percentuali relative alla composizione della dieta BARF, indicate nei gruppi di discussione su Facebook®.
Sui social network alcuni consigliano anche un digiuno una o due volte la settimana, quando
possibile. La quantità totale della razione, continua questo articolo, dovrebbe essere calcolata
su un 2-4% del peso corporeo dell’animale (anche Lonsdale fa spesso riferimento a questa
percentuale). La differenza di percentuale, viene aggiunto, si basa sulle attività del cane, sulla
sua età o sulla sua fase vitale (ad esempio per un cucciolo le percentuali saranno molto
superiori fino addirittura ad un 6-8% del suo peso per diminuire via via con l’accrescimento).
Ad esempio, un cane di 15 kg, in pesoforma, che fa moto medio, dovrebbe assumere una
quantità di cibo totale pari al 3% circa, ovvero 450g che corrispondo a:
45% ossa polpose = 200g
25% carne senza osso = 90g
10% organi = 45g
10% trippa = 45g
10% verdura = 45g
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1.3 DIETA BARF CONTRO DIETE COMMERCIALI COTTE
Come accennato prima, attraverso i gruppi di discussione è facile intuire che i proprietari a
favore di una dieta a crudo, anche chiamati “Barfisti”, apprezzano in essa l’inalterata presenza
di principi nutritivi, che vengono spesso denaturati per effetto del calore utilizzato nella
cottura. In effetti, spiegano diversi autori (Handl, 2014; Freeman et al., 2013), molti nutrienti
sono termolabili come le vitamine del gruppo B e la vitamina A. Sottolineano anche che
alcuni nutrienti risultano essere maggiormente biodisponibili in seguito alla cottura, come
avviene ad esempio per alcune proteine di origine vegetale. Tuttavia, coloro che sono a favore
della cottura dell’alimento, sostengono che ci sono metodi che possono mantenere intatte le
proprietà nutritive degli alimenti o che, semplicemente, è necessario aggiungere una quantità
di alimento sufficiente a compensare il trattamento termico. Per quanto riguarda l’alimento
commerciale, invece, le proteine sono sottoposte a notevoli cambiamenti dovuti alle
lavorazioni a cui l’alimento è sottoposto (come estrusione, calore, alta pressione o aggiunta di
acqua), che possono portare ad un’alterazione della loro digeribilità e biodisponibilità.
Un altro problema imputato alla cottura del cibo è la minore digeribilità. Molti barfisti
dichiarano di notare una riduzione della quantità di feci prodotte dai cani che ne fanno uso,
segno di una maggiore digeribilità della dieta cruda. Come detto sopra, in effetti, la cottura
può causare, se fatta in maniera scorretta, l’alterazione della biodisponibilità di alcuni
elementi: una fra le reazione che causano maggiori danni è quella di Maillard (Friedman,
1996). D’altra parte però uno studio di Vester et al. (2010) sui felini esotici ha rivelato che in
queste diete risultano essere più digeribili le proteine crude ma meno i grassi e l’efficienza di
conversione energetica, rispetto ad una dieta commerciale secca. In ogni caso, la mancanza di
aminoacidi essenziali non dovrebbe essere un problema per cani e gatti se viene loro fornita
una dieta di qualità, sia essa commerciale o casalinga, con la presenza di un alto contenuto di
proteine animali ad alto valore biologico. Ad esempio in uno studio di Kerr et al. (2012), sono
state comparate tre diverse diete, commerciale secca, cruda e casalinga cotta su gatti
domestici e ne è stata valutata la digeribilità: nella dieta cruda è stata rilevata una maggiore
digeribilità per macronutrienti ed energia rispetto alla dieta commerciale secca, ma nessuna
differenza significativa tra la dieta cruda e quella cotta.
Infine, scrive la Handl (Handl, 2014), secondo chi pratica la BARF, un grosso limite della
cottura è quello di eliminare gli enzimi essenziali presenti naturalmente nella carne che
permettono al cane una digestione più rapida (li ritengono utili a compensare la mancanza di
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enzimi nella saliva del carnivoro). In realtà, spiegano Freeman e colleghi (2013), cani e gatti
non necessitano di enzimi esogeni per aumentare la digeribilità dell’alimento.
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1.4 VANTAGGI DELLA DIETA BARF
In questo capitolo sono riportati e discussi i vantaggi che la dieta BARF garantirebbe secondo
i barfisti. E’ importante sottolineare che, poiché ad oggi non esistono studi scientifici che
dimostrino i vantaggi delle dieta BARF rispetto alla dieta commerciale, quelle di seguito
descritte sono solo le opinioni e le impressioni percepite dai barfisti.
Per un barfista è molto importante che la dieta si avvicini quanto più possibile al fabbisogno
del suo animale e la dieta BARF sembra dare loro questa sicurezza. La principale
preoccupazione che BARF sembra risolvere a chi la segue, è quella di dare proteine di bassa
qualità o di derivazione dubbia al proprio animale. Indubbiamente la dieta BARF permette di
evitare con maggiore facilità cibi impopolari o poco tollerati, perché sotto il diretto e totale
controllo del proprietario. Per molti, non solo tra i proprietari ma anche tra veterinari pro
BARF, questa dieta è considerata come un percorso di depurazione dalle diete commerciali
ritenute ricche di prodotti di origine sintetica. Questo concetto è rafforzato dal fatto che in
passato si è assistito a diversi casi di ritiri di cibo commerciale dovuti alla presenza di alimenti
contaminati o pericolosi per la salute degli animali a cui erano destinati. Da questo punto di
vista è innegabile che una dieta casalinga (cruda o cotta) risulti essere più sicura rispetto ad
una dieta commerciale secca o umida dove non è sempre possibile conoscere tutte le materie
prime che la compongono e tanto meno la loro qualità e la loro provenienza.
Il termine “additivo” non gode di una buona reputazione e spesso la gente è fortemente
prevenuta nei confronti dell’inclusione di queste sostanze nei mangimi. Pochi sono a
conoscenza che tale parola può includere semplicemente l’uso di integratori come le vitamine
o i minerali. La gente è portata a credere che additivi sintetici come conservanti o aromi siano
aggiunti ai mangimi per scopi “ingannevoli”, tali cioè da indurre l’animale a mangiare cibo di
bassa qualità o a creare dipendenza verso l’alimento (Handl, 2014). La dieta BARF si
presenta come alternativa più “naturale” e salutare rispetto ad un mangime commerciale, ma
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quello che la maggior parte dei proprietari ignora, è che tutti gli additivi devono passare
attraverso rigorosi controlli e percorsi di certificazione e approvazione e che sono strettamente
regolamentati sia nella composizione che nel dosaggio (come descritto nel Regolamento (CE)
429/2008 e nel Regolamento (UE) 892/2010).
Il potenziale danno proveniente dall’uso di cereali e glutine nei cani e nei gatti è molto
discusso. La dieta BARF, soprattutto quella spiegata nei social networks, si prefigge di
evitarli rigorosamente, compreso l’utilizzo di snacks o “premietti” a base di cereali o
carboidrati perché ritenuti dannosi. Un interessante e recente studio genetico condotto da
Axelsson et al. (2013), ha valutato le differenze genomiche tra cane e lupo, mostrando che
esistono ben 36 regioni del corredo genetico che sono responsabili dell’evoluzione da lupo a
cane. Dieci fra queste regioni, sono fondamentali per permettere una corretta digestione
dell’amido. Questo dimostra che nella forte pressione evolutiva, i progenitori del cane hanno
adattato, almeno in parte, il proprio sistema digerente ad un regime alimentare che prevedeva
anche l’uso di cereali.
Oltre ai miglioramenti citati nel capitolo 1.1 in termini di lucidità e odore del pelo, serenità e
energia, un vantaggio che viene rivendicato spesso da autori come Billinghurst e Lonsdale è
quello della pulizia dentale: la presenza di ossa nella dieta e la necessità di masticare e
rosicchiare, spiegano tali autori, aumentano la resistenza del periodonto e permettono una
costante pulizia della superficie dentale.
Uno studio di Steenkamp et al. (1999) condotto sulle condizioni periodontali dei canidi
africani, fece emergere come questi animali soffrissero di forti periodontiti, di lesioni e di
scheggiature dentali. Steenkamp concluse che “predatori con un elevato contenuto di ossa
nella loro dieta, ha un’elevata prevalenza di fratture dentali”. Ciò significa che utilizzare una
dieta che segue gli istinti naturali di cane e gatto non necessariamente li protegge dai disturbi
orali.
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Un sondaggio svolto da Johnston nel 2012 tra veterinari e infermieri veterinari in Inghilterra,
e pubblicato sulla rivista “Veterinary Times”, mostra che il 14% dei veterinari consiglia una
dieta con un’alta percentuale di ossa polpose, ritenuta positiva per l’igiene dentale
dell’animale, mentre il 5% ritiene che la dieta BARF risulti di beneficio sulla salute del
periodonto. Dallo stesso sondaggio è risultato, d’altra parte, che assistenti e infermieri
preferiscono evitare di consigliare una dieta cruda con elevate percentuali di ossa per
migliorare l’igiene orale del cane perché ritenute pericolose sia per la possibilità di eventuali
contaminazioni batteriche sia per la pericolosità derivante dall’ingestione delle stesse.
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1.5 GLI SVANTAGGI DELLA DIETA BARF
Esistono tuttavia una serie di svantaggi legati all’uso della dieta BARF, che sono chiaramente
evidenziati in alcune recenti reviews (Handl, 2014; Freeman et al., 2013). In questo capitolo
vengono riportati i principali punti critici individuati in questi due articoli.
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casalinghe crude fornite dai proprietari ai loro cani, ben il 60% risultava essere gravemente
squilibrata.
Le principali cause di squilibrio nutrizionale che possono dipendere da (Handl, 2014):
- Da un contenuto proteico molto elevato: normalmente non è un problema per un cane
sano, risulta invece più problematico per un soggetto anziano o che soffre di patologie
epatiche o renali;
- Da un contenuto proteico basso: è sicuramente più raro e dovuto principalmente all’uso di
carni molto grasse;
- Contenuto elevato in grassi: si definiscono in eccesso nel caso in cui superino il 30%SS, il
cui risultato è un più alto rischio di pancreatite;
- Integrazione eccessiva o deficientaria di calcio o alterazione del rapporto calcio-
fosforo: già verificate in diversi studi e particolarmente pericolosa in soggetti in
accrescimento e anziani;
- Carenza di vitamina A, E e D;
- Carenza di oligoelementi come zinco, rame o iodio
- Uso spropositato, inutile e dannoso di alcuni integratori.
E’ importante sottolineare che uno squilibrio nutrizionale non è sempre evidenziabile
attraverso i controlli annuali come le analisi del sangue: questo significa, in sostanza, che
anche se all’esame del sangue i valori sono all’interno dei range fisiologici non è escluso che
l’animale sia alimentato con una dieta squilibrata.
La carne può contenere virus, batteri e parassiti. Un esempio molto conosciuto è il virus che
provoca la Pseudorabbia, che può presentarsi nelle carni di suino di dubbia provenienza e
risulta essere, fra le altre cose, una pericolosa zoonosi (trasmissibile dall’animale all’uomo).
Oltre a questo, i principali batteri contaminanti sono: Eschericchia coli, Salmonella spp.,
Campylobacter jejuni e Yersinia enterocolitica, Toxoplasma gondii oltre a una serie di
endoparassiti come l’Echinococcus. Questi contaminanti sono molto spesso sottovalutati dalla
maggioranza degli utenti presenti sui social network: un esempio è rappresentato da foto che
mostrano i cani alle prese con corna e zampe di bovini con ancora attaccati peli e residui
stallatici. La toxoplasmosi invece, è una malattia che ha gravi ripercussioni sugli
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immunodepressi e sulle donne in gravidanza (danni permanenti al feto come ritardi mentali,
epilessia, ecc.). Secondo uno studio (Dubey et al., 2005), raramente, la carne risulta
contaminata con questo parassita, ma anche piccole quantità sono potenzialmente sufficienti
ad infettare il tratto intestinale dei gatti alimentati a crudo e presentarsi sotto forma di oociti
nelle loro feci. La contaminazione batterica delle carni può avvenire se non vengono rispettate
le principali e più basiche regole di igiene. A questo proposito esiste uno studio (Lejeune et
al.,2001) che spiega che tale principio vale a partire dalla produzione, fino alla manipolazione
dei tagli da parte del consumatore: la contaminazione infatti può avvenire durante la
lavorazione dei quarti in un macello attraverso il contatto con i batteri presenti nelle pelli o
nelle interiora, durante il packaging, la vendita al banco del macellaio o del supermercato e
infine durante la manipolazione nella propria cucina domestica.
I sostenitori della dieta BARF affermano che ci sia minore probabilità di incorrere in problemi
dovute all’ingestione con ossa crude, rispetto alle ossa cotte. In realtà, a livello scientifico, la
veridicità di questa affermazione non è mai stata valutata. In generale, i rischi in cui l’animale
domestico può incorrere mangiando ossa sono: frattura dei denti e danni gastrointestinali
come occlusioni o perforazioni. È pur vero che chi pratica la dieta BARF presta particolare
attenzione alle tipologie di ossa che vengono fornita al proprio animale e alla loro modalità di
somministrazione. Ciò nonostante, è riportato di frequente nei gruppi di discussione che un
eccessivo apporto di ossa polpose nella dieta, porti a casi di stipsi o feci dure.
Sebbene molti proprietari dimostrino di conoscere bene quali alimenti siano dannosi o nocivi
per i propri animali, molto spesso questi vengono pubblicizzati, consigliati o venduti come
prodotti idonei ma che in realtà, a livello scientifico, sono ancora molto discussi. Un esempio
è l’aglio: nella dieta BARF è spesso utilizzato perché ritenuto avere diversi effetti positivi tra
cui la purificazione del sangue e la capacità di agire come repellente per gli ectoparassiti. In
realtà non esistono prove scientifiche reali a favore di questa teoria. Al contrario esistono
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studi in letteratura, che dimostrano che l’assunzione di aglio provoca danni agli eritrociti (Lee
et al., 2000).
Altri prodotti che sui forum BARF si sconsigliano di consumare crudi sono le patate e i
legumi. Esistono poi esempi di alimenti che genericamente nella dieta BARF vengono
consumati crudi come l’uovo che, al di là della potenziale presenza di salmonella, contiene
avidina nell’albume, che cattura la biotina e non la rende biodisponibile per l’organismo.
Un altro prodotto messo in discussione è il pesce: alcune specie (es. sgombridi) contengono
tiaminasi, un enzima che rende la tiamina indisponibile. Oltre alla tiaminasi, il pesce contiene
anche la trimetilammina, una sostanza che si forma con l’avanzamento dello stato di
decomposizione e che, se ingerita, entra nel sistema circolatorio legandosi al ferro. Se assunta
per lunghi periodi può portare ad anemia.
Un recente studio (Kohler et al., 2012), ha descritto 12 cani con una elevata concentrazione di
tiroxina nel sangue (alcuni dei quali con evidenti segni di ipertiroidismo) dovuti
all’assunzione di una dieta cruda. Tutti i soggetti sono rientrati nel range di valori normali
dopo un cambio di dieta. Questo problema, è dovuto al frequente uso nella dieta BARF, di
parti anatomiche come carni della testa e del collo, nonché l’uso di trachee e laringi. Questi
tagli possono contenere ghiandole tiroidi o loro parti e veicolare quindi ormoni tiroidei. Tali
ormoni risultano essere termostabili, quindi anche le diete casalinghe cotte sono
potenzialmente a rischio qualora includano quei tagli. Fino ad ora non ci sono studi scientifici
che abbiano valutato la dose entro la quale questi prodotti non creino danni agli animali e
pertanto dovrebbero essere considerati non idonei al consumo.
21
2. OBIETTIVI DELLO STUDIO
22
3. MATERIALI E METODI
23
3.2 ANALISI DI LABORATORIO
Le analisi descritte in seguito sono state svolte presso il laboratorio di Microbiologia degli
Alimenti del Dipartimento di Medicina Animale, Produzioni e Salute (MAPS) tra Maggio e
Novembre 2015.
Sono stati acquistati 13 campioni da un noto sito e-commerce specializzato in vendita di carne
cruda preconfezionata destinata all’alimentazione BARF per cani.
Su questo sito internet vengono riportate le principali caratteristiche che contraddistinguono i
prodotti in vendita e che di seguito sono riassunte:
- la carne proviene da animali allevati in Germania (zona di Schleswig Holstein e adiacente
ai Paesi Bassi). I fornitori sono selezionati tra le piccole aziende private dove gli animali
sono allevati con metodi non intensivi;
- la lavorazione della carne è rapida e avviene rispettando la catena del freddo che si
conclude con il congelamento a -18°C. La carne può essere macinata o trasformata e non
sono aggiunti additivi o conservanti;
- il confezionamento è affidato ad un servizio qualificato e conforme all’ ISO 9001:2000.
Inoltre, tutta la merce viene consegnata al corriere congelata e l’arrivo a destinazione
dovrebbe avvenire entro 1 o 2 giorni lavorativi. Se alla consegna le confezioni dovessero
risultare totalmente o parzialmente scongelate, questo non rappresenta una perdita di
qualità del prodotto e non dà diritto ad alcun risarcimento;
- i prodotti sono sottoposti a controllo volontario da autorità nazionali competenti. I
controlli garantiscono la freschezza e la qualità dei prodotti. Gli standard di controllo sono
in riferimento alle caratteristiche della carne destinata al consumo alimentare umano.
I 13 campioni di carne acquistati sono elencati in Tabella 3, insieme alla descrizione del
prodotto, così come riportata sul sito.
24
Salmone Macinato grosso
Macinato con carne,
Manzo trippa, frattaglie e
cartilagine/ossa
Trippa verde mista a
Mix di trippa
carne della gola e della
verde
testa (bovino)
Muscolo con una parte
Cavallo di cartilagine. Contiene
pochi tendini e fasce
Di bovino, macinato
Fegato
grosso
Di bovino, macinato
Reni
grosso
Carne, ossa e frattaglie
Anatra “come si trova in
natura”
Muscolo del petto e
Tacchino
della coscia
Mix di carne della
bocca (bovino), faringe
ricca di carne, trippa
Power mix
verde e il 15% di sego
(privo di tessuto
tiroideo)
Mix di cuori e stomaci
Ragù pollame
di polli e tacchini
Colli di pollo
-
tritati
Di bovino, macinato
Carne della testa
grosso
Tabella 3: campioni acquistati e relativa descrizione del prodotto presente nel sito.
I campioni acquistati sono arrivati in laboratorio circa 48 ore dopo l’ordine in confezioni da
500g o da 1kg. Al momento della consegna i campioni risultavano congelati e le confezioni
25
erano integre. Sono stati immediatamente messi in congelatore a -18°C. Le confezioni
presentavano in etichetta: il nome del prodotto, la composizione analitica e per i prodotti
composti da più ingredienti era presente la percentuale di inclusione di ciascun componente.
3.2.2 CAMPIONAMENTO
26
Analisi Quantitative Analisi Qualitative
Pseudomonas spp.
Listeria spp.
Clostridium difficile
Tabella 4: batteri ricercati nelle indagini di questo studio
27
TERRENO RICERCA TIPOLOGIA
batteri
28
TERRENO RICERCA TIPOLOGIA
XLT4 Agar base Salmonella spp. Terreno utilizzato per l'isolamento e l'identificazione di
Salmonelle
Yersinia Selective Yersinia Terreno selettivo e differenziale per l'identificazione di
Agar Base (CIN) enterocolitica [Link] se utilizzato con l'aggiunta di Yersinia
selective supplement SR0109
Agar Listeria Listeria Terreno selettivo per l'identificazione di Listerie e
according to monocytogenes differenziazione di [Link]
Ottaviani and
Agosti (ALOA)
Klinger’s Iron Agar identificazione Terreno impiegato per la differenziazione delle
(KIA) [Link] Enterobatteriacee in base alla capacità specie-specifica di
utilizzare gli zuccheri (glucosio o lattosio) o di produrre
idrogeno solforato. A seconda della fermentazione si
otterrano risultati diversi:ad esempio viraggio di colore (a
rosso o giallo o nero) che può avvenire sul fondo o sullo
slant.
Simmon’s Citrate identificazione Terreno che differenzia i batteri gran-negativi in base
Agar [Link] all'utilizzo del citrato. Quando il citrato viene utilizzato
avviene un viraggio del colore da verde a blu intenso
SIM Medium Agar Test motilità e Terreno differenziale utilizzato per verificare la mobilità
Indolo dei batteri. Viene impiegato anche per verificare la
produzione di indolo da parte dei batteri con l'addizione di
Kovac's reagent al momento del test.
Tabella 5: terreni impiegati nelle indagini.
I campioni, sono stati mantenuti in asepsi e miscelati in sacchetto sterile con 180g di
soluzione fisiologica sterile (composta da peptone 0,15% e NaCl 0,85% in 1000ml di acqua
deionizzata) per poter ottenere una diluizione 1:10 (campione ÷ diluente). Sono stati lasciati
riposare per circa 5 minuti e successivamente messi in Stomacher 400 per circa 1 minuto in
modo tale da distribuire omogeneamente, nella soluzione fisiologica, i microrganismi presenti
29
nella matrice. Infine, il contenuto dei sacchetti è stato filtrato e versato in contenitori sterili,
andando a costituire la diluizione madre (1:10).
In seguito sono state allestite una serie di diluizioni seriali a partire dalla diluizione madre
(1:10), in modo tale da ottenere diluizioni in successione 1:100, 1:1000, 1:10000 e così via.
Alla fine quindi, ogni soluzione rappresentava una concentrazione dieci volte minore rispetto
alla precedente. Le diluizioni venivano fatte in provette contenenti 9 ml di soluzione
fisiologica sterile e venivano costituite prelevando 1ml. Prima del prelievo, ogni provetta
veniva preventivamente agitata tramite Vortex.
In questa fase si procede alla semina su piastre sterili preventivamente contrassegnate dal
numero identificativo associato al campione. L’operazione avviene sempre in condizioni di
sterilità. La semina è stata fatta:
-per spatolamento: attraverso l’inoculo di 0,1ml di campione ad una determinata diluizione
tramite pipetta con punta sterile su una piastra già contenente il terreno. La semina deve
avvenire previo agitazione tramite Vortex, per poter prelevare 0,1ml quanto più
rappresentativi possibili;
-per inclusione: si preleva 1ml del campione ad una determinata diluizione tramite pipetta
con punta sterile e si inocula nella piastra sterile vuota. A questa si aggiunge un sottile strato
di terreno, mantenuto liquido e si omogeneizza con leggeri movimenti a circolari a formare un
ipotetico “8”. Si lascia solidificare il terreno e successivamente si procede col formare un
secondo strato dello stesso terreno.
In seguito alla semina, ogni piastra è stata messa ad incubare a temperature (in genere con
l’aiuto di termostati a temperatura controllata) e tempi specifici per permettere ai
microrganismi di crescere nelle loro condizioni ottimali. Tutte le piastre sono state lasciate
incubare capovolte per evitare la formazione di condensa.
In Tabella 6 sono riportati i terreni impiegati e le modalità di semina e incubazione:
Plate Count Agar (o PCA) La semina è stata fatta per inclusione e poi posto
in incubatore a 31°C per 48 ore. Una prima lettura
viene comunque fatta anche a 24 ore.
Violet Red Bile Glucose Agar (o VRBG) Anche in questo caso la semina è stata fatta per
inclusione. L’incubazione è stata fatta a 37°C per
24 ore.
30
Mac-Conkey Agar (o MACC) La semina è avvenuta per spatolamento. La
piastra seminata è stata messa ad incubare a 42°C
per 24 ore.
Sorbitol Mac-Conkey Agar (o SMAC) In questo caso è stato seminato per spatolamento
e posto a incubare a 37°C per 24 ore.
Glutamate Starch Phenol Agar (o GSP) Come i precedenti è stata utilizzata la tecnica
dello spatolamento. L’ incubazione è avvenuta a
temperatura di 20/22°C per 48/72 ore.
Listeria Palcam Agar Base (o PALCAM ) In questo caso, prima della semina, il campione
ha subito una fase di pre-arricchimento in BPW
della durata di un’ora. La semina è stata fatta per
spatolamento a partire dalla diluizione madre per
tutti i campioni, mentre l’incubazione è avvenuta
a 37°C per 48 ore.
Clostridium Difficile Agar (o CD) La semina è avvenuta per spatolamento solo in
seguito a pastorizzazione del campione. Per la
pastorizzazione sono stati prelevati 6 ml dalla
diluizione madre e sono stati trasferiti in provette
sterili. Sono state poi leggermente forate sul tappo
(con punteruolo sterile) e messe in becher con
acqua che è stata portata fino a leggera
ebollizione in microonde. L’incubazione è stata
fatta in anaerobiosi (tramite l’impiego di una
giara ermetica e con l’ausilio di una certa quantità
di Anaerocult, un dispositivo chimico, è possibile
generare un ambiente anaerobico all’interno del
contenitore) a 37°C per 48/72 ore. In questo caso
il terreno era stato acquistato in piastra.
Tabella 6: terreni, tempi e modalità di semina e crescita microbica tramite incubazione in termostato
Una volta concluso il periodo di incubazione, le colonie presenti su ciascuna piastra venivano
contate. Il conteggio avviene tramite la formula:
݊/
ܰ=
ܸ∗݀
N: numero di colonie su grammo o millilitro
n: numero di colonie nelle piastre considerate
p: numero di piastre considerate
V: volume dell’inoculo in millilitri
d: diluizione considerata
31
Per essere contabili, le piastre devono contenere un numero statisticamente significativo di
colonie, compreso quindi fra 30 e 300. In realtà, se il terreno è selettivo si possono prendere
come reali, valori anche intorno al 15. Numeri superiori a 300 sono invece difficili da contare,
perché spesso le colonie non sono più isolate.
I risultati così ottenuti vengono espressi in Unità Formanti Colonie per grammo (o UFC/g) e
vengono riportati sul registro.
In Tabella 7 sono riportate le caratteristiche che le colonie dovevano presentare per essere
contabili, su ciascun terreno:
Le colonie possono essere bianche, gialle o rosa e
PCA
di piccole dimensioni.
Le colonie considerate erano quelle di diametro
VRBG maggiore di 0.5 mm di colore rosso-viola con o
senza alone rosso-viola.
Le colonie lattosio-positive appaiono rosse e
circondate da un alone. Le colonie lattosio-
MACC
negative sono incolori; venivano considerate solo
le prime.
Venivano contate le colonie rosse anche con
SMAC
eventuale presenza di alone.
Le colonie di Pseudomonas spp. appaiono di
GSP
colore violetto.
Le colonie si presentano di colore grigio verdastro
PALCAM con centro nero infossato, circondate da un alone
nero, con la tipica forma a “pedina di dama”
Clostridium Difficile Agar (o CD) Le colonie si presentano di 4 - 6 mm di diametro ,
irregolari , in rilievo, opache, e di color grigio-
bianco
Tabella 7: caratteristiche di crescita delle colonie per ciascun terreno.
32
Ognuna di questa fasi avviene a 24 ore di distanza l’una dall’altra e sempre in condizioni di
sterilità.
33
Arricchimento: è stato inoculato 1 ml di coltura in 9 ml di Rappaport Vassiliadis broth (RV)
(di colore azzurro-blu intenso) precedentemente distribuito in provette sterili. Le provette
ottenute sono state incubate a 37° C per 24 ore.
Semina: se il brodo colturale vira da colore blu verso azzurro o addirittura bianco con relativa
torbidità, è possibile ci sia presenza di Salmonella spp. e pertanto si procede con la semina. Le
colture risultate positive, sono state seminate con un’ansa sterile su XLT4 Agar con semina
per strisciamento a quadranti. Le piastre sono state poi poste a incubare a 37° C per 24/48 ore.
Lettura: Le colonie di Salmonella si presentano con un centro nero (produzione di idrogeno
solforato) ed alone leggermente rossiccio. In caso di risultato negativo, sulla piastra potrebbe
non crescere nulla oppure potrebbero formarsi colonie bianche corrispondenti a Coliformi.
Nel caso di sospetto Salmonella spp. dovrebbe avvenire l’isolamento delle colonie sospette e
il conseguente riconoscimento tramite terreno KIA e successivamente a eventuale
identificazione tramite test biochimico. Durante questa sperimentazione non è mai stato
necessario superare la fase di lettura su XLT4.
Pre-arricchimento: corrisponde a quella per Salmonella spp., pertanto si parte dai medesimi
25g addizionati a 225ml di BPW, messi ad incubare per 24 ore a 37°C
Arricchimento: è stato prelevato 1ml da BPW e inoculato in provette sterili contenenti 9ml
di Selenite F-broth (BBL). Le provette sono state messe ad incubare per 24 ora a 37°C.
Semina: se avviene un viraggio di colore del brodo, è possibile che via sia presenza di
[Link] e pertanto si procede con la semina. La semina viene fatta su piastra per
strisciamento a quadranti tramite l’utilizzo di un’ansa sterile. Il terreno impiegato è Yersinia
Selective Agar base (o CIN), precedentemente preparato e distribuito in piastre Petri.
Successivamente alla semina, le piastre sono state lasciate a temperatura ambiente per 24/48
ore.
Lettura: Le colonie di [Link] si presentano con la tipica forma ad “occhio di bue”,
rosso scuro al centro circondato da un bordo trasparente. Le colonie sono state isolate su
provette contenenti KIA a becco di clarino e sono state lasciate a temperatura ambiente per
24/48 ore.
Accertamenti successivi e conservazione: Per risultare positivo a [Link], il KIA
deve presentare fondo giallo e becco rosso. Tutti i campioni sono stati sottoposti al test
34
dell’ossidasi (per essere considerata sospetta [Link] deve risultare negativo),
isolando una colonia del batterio su piastre PCA e lasciandola crescere per 24 ore in maniera
tale da risultare incolore e procedendo quindi con il test dell’ossidasi. Contemporaneamente
venivano prelevate alcune colonie isolate dalla piastra di CIN e venivano trasferite su piastre
di Simmon’s Citrate Agar. Esso si presenta di colore verde brillante e risulta virare al blu
scuro nel caso in cui la colonia utilizzi il sodio citrato presente nel terreno. Per risultare
positivo a [Link], non deve avvenire alcun viraggio. Solo nel caso in cui il test del
citrato risultasse negativo, si è proceduto con l’isolamento della colonia per infissione tramite
ago in due diverse provette, entrambe contenenti SIM medium agar, per procedere al test della
motilità e dell’indolo. SIM Medium Agar è un terreno differenziale utilizzato per evidenziare
la motilità dei microrganismi, la produzione dell’indolo e di idrogeno solforato. La motilità si
evidenzia per intorbidamento del terreno a partire dal punto di inoculo. Per evidenziare la
produzione di Indolo si procede versando una goccia di reagente Kovac’s: nel caso della
[Link] dovrebbe risultare positiva alla motilità a 25°C dopo 24 ore e positiva anche
alla produzione di indolo entro 5 minuti dal contatto col reagente; non dovrebbe invece
verificarsi produzione di idrogeno solforato.
35
3.2.5 DETERMINAZIONE DEL pH
La determinazione del pH è stata fatta in un momento successivo agli accertamenti
microbiologici. In seguito al campionamento, il pH da verificare per le analisi a T0 veniva
immediatamente riposto in congelatore in seguito a opportuna identificazione, mentre le
misurazioni valide per T2 e T3 (rispettivamente a 2°C e 7°C e a 2°C) venivano riposte insieme
ai campioni nel frigorifero per la shelf-life e congelati solo una volta raggiunto il giorno
corrispondente, ovvero a T2 o a T3. Per la determinazione, i campioni, ancora parzialmente
congelati, venivano omogeneizzati in acqua deionizzata e successivamente filtrati tramite
l’utilizzo di un foglio di carta da filtro appoggiato ad un imbuto. Il liquido filtrato percolava
all’interno di una provetta sterile e successivamente il pH veniva determinato tramite pH-
metro Toledo-Mettler S220 SevenCompact™ pH/Ion. Queste operazioni non prevedevano le
condizioni di sterilità.
36
3.3 ELABORAZIONE STATISTICA
Sia i dati raccolti tramite il questionario sia quelli ottenuti attraverso analisi microbiologiche
sono stati riportati su due diversi fogli Microsoft® Excel e sottoposti ad analisi di statistica
descrittiva.
In particolare nelle analisi microbiologiche, sono stati inseriti i dati relativi a: numero di
registro del campione, breve descrizione della matrice, cariche microbiche (espresse in log
UFC/g) ottenute per ciascun criterio microbiologico indagato, temperatura di conservazione
dei campioni (2° o 7°C) e tempi in cui sono state effettuate le analisi (T0, T2 e T3). I dati sono
stati sottoposti ad analisi della varianza (ANOVA) mediante procedura GLM di SAS allo
scopo di valutare l’effetto del tempo (T0 vs T2 vs T3) sulle cariche microbiche dei campioni
conservati a 2°C. I confronti delle medie dei tempi di analisi sono state effettuate mediante
test di Bonferroni. Un’ulteriore ANOVA (procedura GLM, SAS) è stata effettuata per
confrontare l’effetto della temperatura (2°C vs 7°C) sulla carica microbica dei campioni
analizzati 2 giorni dopo lo scongelamento (T2). Il test di Bonferroni è stato applicato anche in
questo caso per il confronto tra le medie. Infine è stato calcolato il numero di campioni non
conformi ai criteri microbiologici previsti dal Regolamento (CE) 1441/2007 per le carni crude
macinate. E’ quindi stato effettuato un test non parametrico di confronto tra k proporzioni al
fine di valutare, per ciascun criterio microbiologico, le differenze tra le percentuali di
campioni non conformi ai limiti di tollerabilità tra T0, T2 e T3 per i campioni conservati a
2°C e tra 2° e 7°C per i campioni analizzati a T2.
37
[Link] E DISCUSSIONE
7.1-12
<1 innaturale e innecessaria.
14%
12% La maggior parte dei proprietari (85%)
ritengono, , che il proprio cane sia di
38
Un altro dato interessante è quello ricavato dalle abitudini del cane: il 77% vive sempre in
casa con la famiglia, il 17% entra solo in certi momenti (ad esempio nelle ore più calde o per
dormire) mentre solo il 6% è sempre lasciato fuori in giardino. Questo significa che la
maggior parte dei cani nella popolazione indagata vive a stretto contatto con la famiglia,
condividendo gli spazi comuni.
Il 55% dei cani BARF viene portato del veterinario solo in caso di problemi sanitari e per le
profilassi vaccinali annuali. Interessante è la valutazione delle risposte racchiuse nel 6% di
“altro”: la maggior parte ha desiderato specificare, infatti, che le vaccinazioni sono state fatte
solo una volta da cuccioli e poi non c’è stato alcun motivo di portare il proprio cane dal
veterinario. Altri, invece, effettuano le titolazioni anticorpali (non viene mai precisato
l’intervallo di tempo fra un test e quello successivo) per verificare l’efficacia dei vaccini ed
eventualmente, ripeterli. Nella dieta BARF la funzione ed efficacia dei vaccini è molto
discussa e ci sono opinioni molto contrastanti non solo fra i proprietari ma anche fra i
veterinari a favore delle diete a crudo. Molti proprietari BARF non ritengono opportuno
effettuare le vaccinazioni annuali ai propri cani perché ritengono che “ogni vaccino fatto in
ogni momento della vita di un cane può potenzialmente ucciderlo o creargli seri problemi”,
come viene spiegato in un articolo pubblicato sul Dogs Naturally Magazine e disponibile
online ([Link]). Sempre in questo articolo, viene fatto riferimento
alla scarsa attenzione che il veterinario porrebbe verso la pratica dell’immunizzazione
naturale che permette all’organismo di sviluppare un sistema immunitario altamente
funzionale, senza la necessità di somministrare vaccinazioni. E’ dichiarato inoltre nella stessa
fonte che i cuccioli “sono vaccinati troppo presto, troppo spesso e con troppi vaccini per
volta”. Questo implica una soppressione del sistema immunitario con conseguenze di vario
genere. Viene consigliato pertanto di non vaccinare.
solo per i
vaccini
Altro 6%
6%
solo in caso di
problemi
24%
per vaccini e se
ci sono
problemi
55% raramente o
mai
9%
Figura 2: Frequenza delle visite veterinarie
39
4.1.2 SECONDA PARTE – DATI DEL PROPRIETARIO
Al fine di esemplificare l’analisi dei dati, le regioni e le relative province sono state così
suddivise:
− Nord: Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Trentino Alto-Adige, Lombardia, Piemonte,
Valle d’Aosta, Liguria e Emilia Romagna;
− Centro: Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo e Molise;
− Sud e isole: Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna;
− Estero.
È risultato quindi, che il 59% dei proprietari proveniva da province del Nord Italia (per lo più
del Veneto e della Lombardia), il 23% dal Centro (principalmente Lazio e Toscana), il 15%
dal Sud o dalle Isole e infine il 3% dall’estero (Svizzera, Belgio e Tanzania).
L’82% dei proprietari che hanno partecipato all’indagine sono donne. Inoltre, il 65% dei
rispondenti appartiene alla fascia di età tra i 21 e i 40 anni, il 32% tra i 40 e i 60 anni, solo il
2,5% è di età inferiore ai 20 anni e lo 0,5% sopra i 60. È stata anche valutata la correlazione
tra sesso dei proprietari e dati relativi alla composizione del nucleo famigliare (Tabella 8):
Nella maggior parte dei casi, sia la donna che l’uomo vivono in coppia mentre nel caso di
famiglia con figli, sono per lo più donne che si occupano dell’alimentazione del cane. Anche
tra i proprietari single è possibile osservare che nella maggior parte dei casi è la donna a
scegliere la dieta a crudo per il proprio cane. Anche una indagine effettuata da ANMVI sul
profilo del proprietario del cane in Italia aveva dimostrato che nel 75,3% (di cui il 52,2%
maggiorenne) dei casi è la donna ad preoccuparsi dell’alimentazione e delle cure veterinarie
in generale del cane ([Link]).
40
È stato ritenuto interessante valutare la distribuzione delle taglie di cani per tipologia di
nucleo famigliare (Figura 3): la taglia grande prevale in tutte le categorie considerate, seguita
da quella media,
60
indipendentemente dalla
50 presenza di figli. In generale
40 la distribuzione delle taglie è
gigante
30 simile in ciascuna categoria di
grande
media nucleo famigliare, con una
20
piccola eccezione per la taglia
10
piccola, poco presente tra i
0 single.
coppia famiglia con figli single
Figura 3: taglia dei cani e la composizione del nucleo famigliare
È stato poi chiesto, se all’interno del nucleo famigliare, fossero presenti elementi dello Young-
Old-Pregnant-Immunodeficient (YOPI) group. ed è risultato che:
− Tra le 11 famiglie con bambini sotto i 3 anni, 5 avevano anche un figlio tra 3-10 anni e
in questi ultimi 4 nuclei familiari è presente pure 1 anziano o 1 donna in gravidanza;
− Tra le 29 famiglie con bambini tra i 3 e 10 anni, 6 avevano anche un anziano (di cui 1
contemporaneamente malato cronico), 1 aveva una donna in gravidanza e 3 avevano
casi di persone affette da malattia cronica;
− In questa indagine sono state evidenziate 4 donne in gravidanza: due con bambini
(esempi riportati poco sopra) e 2 primipare; in nessuno di questi 4 casi era presente un
anziano o una persona malata.
Questo aspetto è stato indagato perché in letteratura è stato chiaramente dimostrato che cani
che assumono diete crude sono a rischio di contaminazione con batteri di interesse zoonotico
(e.g. Salmonella spp., Clostridium spp., Campylobacter spp., Listeria spp. E Toxoplasma
gondii) che possono eliminati attraverso le feci e diffusi nell’ambiente domestico (Finley et
al., 2007). Questo rappresenta quindi un rischio potenziale di infezione per le persone che
vivono a stretto contatto con il cane e ne condividono gli spazi. Il rischio di infezioni aumenta
nel caso in cui all’interno del nucleo siano presenti persone malate, anziani, bambini o donne
in gravidanza. E’ noto che gli animali impiegati nella pet therapy non possano essere nutriti
con diete a base di carni crude (Lefebvre et al., 2008). Risulta quindi evidente che, anche
nella popolazione da noi indagata, ci sono 62 famiglie (28.5%) sottoposte a tale rischio.
41
Riguardo le abitudini di vita del cane, è risultato che il 71% dei proprietari abita in una casa
con giardino, il 17% non ha spazi aperti e/o vive in appartamento mentre il 12% lascia a
disposizione del cane in terrazzo.
In ogni caso, l’84% dei proprietari porta a passeggio il proprio cane almeno una volta al
giorno. Il 11% dei cani invece resta in giardino o in terrazza mentre solo l’1% rimane sempre
chiuso in recinto. Il restante 4% è riferito ad altre attività.
La Tabella 9 riporta il numero di cani che effettuano attività fisica giornaliera di vario genere,
suddivisa per tipologia di stabulazione.
Attività quotidiana Dove vive
con ampia con senza spazio
terrazza giardino esterno
sta in giardino/terrazza 1 23 0
sta in recinto 0 1 0
viene portato in passeggiata 25 124 35
altro 1 7 1
Totale complessivo 27 155 36
Tabella 9: N di cani impiegati in attività fisica quotidiana di vario genere e tipologia di stabulazione casalinga.
Come si poteva presumere, i proprietari che non hanno spazi esterni, portano il proprio cane a
passeggio una o più volte al giorno e tra coloro che dispongono di spazi esterni, sono
proporzionatamente superiori i proprietari che dispongono di terrazzo rispetto a quelli con
giardino i quali, spesso preferiscono lasciare che il cane gestisca autonomamente le proprie
attività.
Indagando come i rispondenti
consigliata
26 siano giunti a conoscenza della
dall'allevatore
leggendo riviste, libri e
dieta BARF (Figura 4), è emerso
42
articoli che la ricerca attraverso internet
consigliata dal è la più frequente, seguita dalla
19
Veterinario
lettura di articoli, riviste o libri.
facendo ricerche in
130
internet La minoranza invece è stata
Altro 8
consigliata dall’allevatore o dal
veterinario. Questo risultato è
0 50 100 150
Figura 4: Risposte relative al recapito di informazioni circa la dieta BARF interessante poiché, come è noto,
42
internet può fornire moltissime informazioni, non sempre veritiere: questo significa che è
importante avere delle conoscenza di base sulla nutrizione degli animali domestici nonché di
aspetti di sicurezza alimentare, che generalmente il medico veterinario dovrebbe fornire ai
propri clienti.
43
4.1.3 TERZA PARTE – DIETA BARF
[Link] Motivazioni
Quando è stato chiesto ai rispondenti quali fossero i principali motivi che li hanno spinti a
scegliere la dieta BARF sono emerse risposte riguardanti la questione di principio e l’aspetto
legato alla salute dell’animale (Figura
( 5).
Con “principio” si intende un’alimentazione
un’alimentazione che rispetta la natura carnivora dell’animale
(poiché il cane deriva dal lupo) e semplicemente per questo motivo questa dieta viene
nonhofiducianell'alimentocommerciale
4% ilmiocanehaavutoproblemidisalute
19% mangiandocrocchette
24%
ilmiocanerifiutale crocchette
21% perunaquestionediprincipio:è
un'alimentazionecherispettalanatura
carnivoradell'animale(ilcanederivadal
lupo)
26% perunaquestionesanitaria:hosentitoche
6% conquestaalimentazioneicanihanno
menoproblemidisalute
Altro
Figura 5:: Distribuzione delle motivazioni che spingono i proprietari a scegliere la dieta BARF
considerata la migliore scelta alimentare. Per quanto riguarda invecee l’aspetto sanitario
dell’animale, ci si riferisce sia al fatto che i barfisti sostengono che questa dieta migliori la
condizione di salute dell’animale (24% delle risposte), sia al fatto che l’uso delle crocchette
abbia provocato in passato problemi sanitari
san (21% delle risposte).
Nel questionario diffuso è emerso inoltre che molti proprietari hanno notato dei miglioramenti
nella salute dell’animale e più specificamente: pelo e cute più puliti, meno odorosi e più
brillanti, un aumento della massa e muscolatura
muscolatura e denti più sani, miglioramento dell’alitosi.
Inoltre, alcuni hanno precisato che problemi di salute come struviti, cistiti, continui
raffreddori o allergie sono risultati essere molto più gestibili se non addirittura risolti (Figura
6).
44
Per quanto riguarda il comportamento, la maggioranza dei rispondenti (47%) non ha mai
notato anomalie comportamentali nei
Altro 19 propri cani alimentati a BARF, mentre il
prestazioni… 2
resto, trova il proprio animale più sereno,
prestazioni fisiche… 31
orecchie pulite 34 tranquillo e vivace. Nessuno ha notato
miglioramento alitosi 41
irrequietezza o aggressività.
vivacità e umore 69
denti più sani 91 Tra le motivazioni che spingono i
massa e muscolatura 115 proprietari ad usare BARF, va fatto notare
pelo e cute più belli 173
che il 19% dei rispondenti ha
0 100 200
esplicitamente dichiarato una profonda
Figura 6: miglioramenti notati dai proprietari.
sfiducia verso l’alimento commerciale,
anche se questo non ha mai causato danni al proprio animale.
Nel questionario è stato inoltre indagato se il proprietario ritenesse la dieta BARF sicura da un
punto di vista sanitario. Il 94% dei rispondenti ha dichiarato di ritenere la dieta BARF sicura,
il 5% non si è mai posto il problema e solamente l’1% considera la possibilità che questa dieta
possa portare disturbi di qualsivoglia genere. La letteratura recente ha evidenziato come
campioni di carni crude vendute sul mercato americano e canadese per uso BARF siano
contaminate con batteri, tra cui Salmonella spp. (Strohmeyer et al., 2006; Finley et al., 2002).
Come già detto, alcuni studi hanno dimostrato che i cani che assumono Salmonella spp.
attraverso l’alimento sono in grado di diffondere il batterio nell’ambiente attraverso le feci per
alcune settimane e senza dimostrare sintomi rappresentando un potenziale rischio per le
persone che vivono a stretto contatto con l’animale (Finley et al., 2007; Joffe e Schlesinger,
2008).
Per approfondire lo stato della conoscenza del proprietario riguardo il rischio sanitario per
cani e persone, è stato chiesto se l’affermazione “mangiando carne cruda il cane può
contrarre malattie” fosse da considerarsi vera o falsa, e i risultati sono stati confrontati con le
risposte relative alla sicurezza alimentare (Tabella 10).
45
Barf è una dieta sicura? Il cane può contrarre malattie mangiando BARF?
ne ho sentito parlare ma la cosa non ne ho mai
no si
non mi preoccupa sentito parlare
No 0 0 1 0
Non mi sono mai posto il
3 4 1 3
problema
Si 35 137 8 26
Come intuibile, molti di coloro che ritengono sicura la dieta cruda ritengono anche che
l’affermazione di cui sopra sia falsa, mentre una piccola parte dichiara di averne sentito
parlare ma di ritenere irrilevante il problema. Altri, invece, tendono a contraddirsi, ritenendo
sicura la dieta BARF ma ammettendo contemporaneamente vera l’affermazione. Si può
asserire, quindi, che esiste in più casi confusione e talvolta mancanza di informazione circa la
sicurezza alimentare della dieta BARF. Esiste già uno studio (Lenz et al., 2008) che,
attraverso la compilazione di un questionario rivolto a 42 proprietari di cani alimentati con
diete a base di carni crude e 49 proprietari di cani alimentati con diete a base di alimenti non
crudi, dimostra che i proprietari o non sono a conoscenza del rischio derivante dall’uso di
diete a base di carni crude o lo ignorano completamente. Questa circostanza risulta molto
pericolosa perché questi proprietari potrebbero trascurare di prevenire importanti zoonosi
attraverso l’impiego di adeguate strategie di intervento che sono rappresentate da semplici
principi igienico-sanitari.
Il questionario ha infine approfondito l’aspetto sanitario con domande che raccoglievano
l’esperienza dei proprietari intervistati sugli effetti negativi dati dalla dieta BARF sulla salute
dell’animale. Il 55% dei proprietari ha dichiarato di non aver mai notato alcun tipo di
problema, mentre le risposte del restante 45% di intervistati sono riportate in Figura 7.
Diarrea, stitichezza o costipazione, insieme a episodi di vomito sono i problemi
principalmente lamentati. In uno studio recente è stato dimostrato che cani alimentati con
46
nessun problema notato 119
diarrea 53
stitichezza o costipazione 33
vomito 21
scheggiatura/rottura denti 6
allergie 5
lesioni orali 3
perdita di pelo 3
dolori addominali 2
schegge di ossa in esofago 1
Altro 0
0 20 40 60 80 100 120 140
Figura 7: peggiorament notati dai proprietari
dieta cruda, presentavano valori elevati di tiroxina (alcuni con segni clinici di ipertiroidismo,
altri, invece asintomatici) che sono poi tornati nella norma in seguito alla modificazione della
dieta (Köhler et al., 2012). L’ipotesi degli autori era che all’interno di queste carni ci fossero
residui di ghiandole tiroidi contenenti tiroxina. Uno studio non più recente (Steenkamp et al.,
1999) ha analizzato 29 teschi di licaoni selvatici (Lycaon pictus) reperiti in musei. E’
interessante notare che questi animali presentavano evidenti lesioni dentali e forti periodontiti:
secondo gli autori questo farebbe ipotizzare che una dieta simile a quella di un parente
selvatico non protegge il cane da possibili disturbi del periodonzio.
Il 57% dei rispondenti ha risposto che preferisce la dieta BARF perché è sotto il suo diretto
controllo e sa esattamente cosa c’è dentro; il 23% dichiara che la dieta BARF è vantaggiosa
perché contiene come ingrediente principale proteine di origine animali; l’11%, infine,
sostiene che questa dieta permette al cane di soffermarsi sul pasto più a lungo e quindi
ricavare maggiore soddisfazione dal suo consumo. Pochi hanno considerato come principale
vantaggio la mancanza di carboidrati (1%), il fatto che la carne non venisse cotta (1%) oppure
che risulti molto più appetibile delle crocchette (3%).
Per gli svantaggi, invece, è necessario aprire una parentesi sulle risposte relativa ad “altro”,
che corrispondono al 16% del totale: innanzitutto, è emerso il problema di garantire
l’alimentazione BARF quando il proprietario necessita di affidare il cane a terzi (pensioni o
dog sitting) o quando va in ferie (per la difficoltà nel reperire gli ingredienti altrove,
mantenerli refrigerati e preparare il pasto). A questo si aggiunge la necessità di spazi, anche
47
considerevoli, in congelatore, dove poter riporre ingredienti o porzioni: alcuni lamentano di
essere stati costretti a comprare un freezer dedicato o di non poter addirittura congelare i
propri alimenti per mancanza di spazio. Tra il 16% di coloro che hanno preferito specificare la
propria opinione su “altro”, risulta che il 47% non trova alcuno svantaggio nella dieta BARF
(opzione mancante tra le scelte). Tuttavia, la maggior parte dei barfisti rispondenti ha
dichiarato che lo svantaggio principale è il reperimento di alcuni ingredienti (38%), che è
necessario dedicare molto tempo per la preparazione della dieta (22%), che è una dieta
costosa (13%). Inoltre, alcuni hanno identificato come svantaggio principale il rischio di
ingestione di ossa (5%) di vomito o diarrea (2%). Altri ritengono uno svantaggio il fatto che
alcuni ingredienti non sempre piacciono al cane (4%).
Quando ai proprietari è stato chiesto cosa non li convince dell’alimento commerciale (Figura
8), sono due le principali motivazioni emerse: la presenza di additivi e l’impossibilità di
capire la provenienza e la qualità delle materie prime. A questo si aggiunge la mancanza di
chiarezza degli ingredienti elencati in etichetta, la preferenza di occuparsi personalmente della
dieta del proprio cane e l’alto contenuto di carboidrati. Una nota di riguardo, anche in questo
caso, va rivolta a chi ha risposto “altro”: ad esempio, l’alimento commerciale è stato definito
inadatto al cane perché lavorato, molto lontano dal reale fabbisogno dell’animale, poco
appetibile o composto da materie prime di scarsa qualità.
Altro 21
contiene carboidrati 38
0 50 100 150
Figura 8: risposte in merito alla sfiducia dell’alimento commerciale
48
[Link] Organizzazione della dieta
Innanzitutto è stato chiesto da quanto tempo il cane segue la dieta BARF: il 49% la fa da 1 a 5
anni, il 39% da meno di un anno (in questa fascia sono da considerare anche i cuccioli
svezzati a BARF di età inferiore all’anno al momento del test), il 3% la segue da più di 10
anni (tra cui presenza di cani anziani) e il 9% da i 5 ai 10 anni.
Il 94% dei proprietari ha dichiarato di aver fatto precedente esperienza con il cibo
commerciale secco.
Dalla Figura 9 emerge
in qualsiasi di questi posti 63 che i barfisti
acquistano le materie
macelli 38
prime principalmente
in macelleria o al
tramite internet e negozi online 62
supermercato. Meno
macelleria 102 frequentemente
Grafico 1: risposte relative alla domanda: “da quanto fanno uso della dieta BARF”
acquistano online
supermercato 78 o direttamente nei
macelli (quest’ultima
0 50 100 150
pratica è oltretutto
Figura 9: luoghi principali dove vengono reperite le materie prime
vietata dalla legge).
In seguito il questionario ha indagato quali fossero i principali alimenti utilizzati nella dieta
BARF.
Per quanto riguarda la
carne (Figura 10), manzo,
altro 8
maiale 11 pollo e tacchino sono i più
cavallo 24 utilizzati, probabilmente
selvaggina 27
agnello 37
per il loro basso costo e la
coniglio 58 loro facile reperibilità.
tacchino 91
Anche il coniglio viene
pollo 158
manzo 184 impiegato di frequente,
0 50 100 150 200 meno invece, l’agnello e
Figura 10: carni utilizzate la selvaggina. Quasi per
nulla presente, invece, l’utilizzo di carne di cavallo o, ancor meno, quella di maiale.
49
Le frattaglie sono ingredienti fondamentali nelle diete BARF e dalla presente indagine risulta
evidente che fegato e cuore
sono utilizzati più di frequente
fegato 187
(Figura 11). A seguire polmoni,
cuore 178
durelli di pollo e reni. Alcuni,
polm… 65
durelli 64
in “altro” dichiarano di non
50
intera dell’animale (generalmente pollo, quaglia, coniglio, ecc.), detta “preda”, più tipiche di
una RMBD basata sul “Prey-Model”, viene impiegata con una certa frequenza. E’ stata
inclusa tra le opzioni a questa domanda anche la “carne macinata” di cui i barfisti fanno
ampio uso, senza ovviamente sapere da quale parte anatomica questa provenga.
Per quanto riguarda il pesce (Figura 13), vengono principalmente utilizzati il salmone, le
sardine e il merluzzo. Seguono alici, sgombro, aringhe e acciughe. Sono stati poi spesso
indicati trote, tonno e latterini. Dieci rispondenti su 218 (4% circa) non utilizzano pesce nella
dieta del loro cane.
Ricordando che l’uso di ossa polpose dovrebbe rappresentare una percentuale preponderante
in questo tipo di alimentazione (40-50%), è risultato che il 41% dei rispondenti le fornisce
quotidianamente al proprio cane, un altro 41% le somministra non più di 1 o 2 volte la
settimana, il 10% le include raramente mentre l’8% le rifiuta poiché le ritiene pericolose.
Nella dieta BARF c’è una netta distinzione fra ossa polpose, che rientrano, appunto,
nell’alimentazione quotidiana come ingrediente principale, e “ossa ricreative”, la cui funzione
è riconducibile al normale uso degli snack. Di queste ultime sarebbe interessante capirne la
gestione e la somministrazione: nei forum vengono spesso consigliate parti cartilaginee
piuttosto che vere e proprie ossa, perché considerate pericolose e difficili da gestire in quanto
è necessario un continuo e attento controllo del cane da parte del proprietario. Vengono poi
sconsigliate ossa di tacchino, bovino e cavallo.
È stato sondato, inoltre, l’utilizzo di frutta e verdura nella dieta BARF. L’obiettivo era quello
di individuare la frequenza con cui alcuni tipi di verdure e di frutta venivano somministrate al
cane. Spesso, in seguito alla condivisione del questionario su Facebook®, è stato più volte
fatto notare dagli utenti che la rosa di opzioni selezionate era molto limitata. Sarebbe stato
sicuramente interessante, prima delle frequenze, individuare quali fossero i prodotti
ortofrutticoli più utilizzati. In ogni caso, tra i risultati riportati in Tabella 11, è intuibile che
non vi è un impiego importante di verdure in questa dieta: gli unici ortaggi utilizzati con
frequenza abbastanza omogenea sono le carote, le zucchine e le verdure a foglia larga. Non
sono quasi per niente considerate le melanzane, i peperoni e i piselli.
FREQUENZA (%)
0 1 2 3 4
Zucchine 13 19 26 29 13
Fagiolini 64 20 11 5 0
Zucca 42 35 13 7 3
51
FREQUENZA (%)
0 1 2 3 4
Carote 9 16 28 30 17
Legumi 83 13 2 1 1
Verdura a
foglia 25 30 20 16 9
larga
Cavoli e
60 26 10 2 2
broccoli
Sedano 43 25 18 9 5
Carciofi 88 10 1 1 0
Melanzane 92 6 1 1 0
Peperoni 87 9 3 1 0
Piselli 69 19 8 3 1
Tabella 11: frequenza di utilizzo delle verdure nella dieta BARF
La frutta, invece, viene considerata come uno snack, che apporta fibre e vitamine naturali.
Come si può notare dalla Tabella 12, la mela è il frutto che viene dato con maggior frequenza.
Meno la pera, la banana e l’anguria (che resta comunque un frutto strettamente stagionale).
Poco considerati gli agrumi, l’ananas, fichi e pesche.
FREQUENZA (%)
0 1 2 3 4
Mela 11 24 28 26 11
Pera 43 25 18 12 2
Agrumi 67 25 5 3 0
Banana 35 37 17 8 3
Anguria 52 32 10 5 1
Pesca 56 27 12 5 0
Albicocca 61 28 7 3 1
Ananas 76 18 4 2 0
Fragole 78 17 2 2 1
Fichi 83 11 4 2 0
Melone 59 25 10 4 2
52
Per quanto riguarda l’impiego di carboidrati, la maggior parte ha risposto di non farne uso
(Figura 14). La dieta BARF, infatti, si
mix di cereali (orzo,… 15
riso 33 propone di ovviare al problema del
orzo 5
massiccio utilizzo di carboidrati presenti
pasta 12
pane 39 nelle diete commerciali o nelle classiche
patate 51
diete casalinghe o Volhard diet (che utilizza
riso soffiato 27
non ne faccio uso 113 il mix di cereali). Tuttavia, tra le fonti di
Altro 19
carboidrati impiegate dalla minoranza dei
0 20 40 60 80 100 120
Figura 14: impiego di fonti di carboidrati barfisti inclusi in questa indagine, è risultata
preponderante la patata, somministrata rigorosamente cotta, il pane e il riso. Anche il quesito
sugli integratori (Figura 15) è risultato essere alquanto limitante nella scelta delle risposte per
i barfisti intervistati: 35 rispondenti, infatti hanno deciso di specificare nella casella “altro”
integratori come: olio di pesce (nel questionario erano stati inclusi solo olio di salmone e olio
di fegato di merluzzo, fonti note di omega-3), farina di cocco, erbe aromatiche come basilico,
rosmarino o origano, zenzero e garofano. È stata spesso indicata anche la curcuma, per i suoi
molteplici benefici dimostrati anche in altre specie animali. È ampio anche l’impiego di oli:
dal comune olio extravergine di oliva o quello di girasole, a quello di sesamo o canapa. Infine
integratori naturali come rosa canina, polvere di guscio d’uovo e polvere di mollusco verde,
fino a quelli di tipo industriali come omega 3 in perle, l’uso di integratori specifici per
patologie o i probiotici. Anche l’aglio è frequente, insieme all’olio di lino e a quello di
salmone.
olio di Salmone 77
aglio 73
olio di semi di lino 69
brodo di ossa 51
frutta secca (noci, mandorle, pinoli, ecc.) 49
olio di cocco 48
alghe 34
lievito di birra 29
olio di fegato di merluzzo 28
vitamine e minerali in polvere 21
polvere di ossa 15
non ne faccio uso 45
Altro 35
0 20 40 60 80 100
Figura 15: uso di integratori
53
Si è deciso di indagare, inoltre, quanto utilizzo si fa, in questa dieta, di derivati di origine
animale (Figura 16). Principalmente, vengono impiegati uova, yogurt e formaggi così come
anche Kefir, fermenti e latticello. Inoltre, 83 proprietari su 218 (38%) hanno specificato quali
sono i formaggi che utilizzano principalmente (Figura 17): impiegano sia ricotta (46%),
formaggi freschi o morbidi come ad esempio mozzarella 6%, fiocchi di latte 6%, Philadelphia
6%), sia formaggi a lunga stagionatura in particolare Grana Padano (14%) e Parmigiano
Reggiano (10%).
uova 185
yogurt 128
formaggi 74
latte 24
Altro 20
no, non li uso 20
strutto 11
burro 7
sego bovino 4
mascarpone 1
0 50 100 150 200
Figura 16: preferenze circa l'utilizzo di derivati di origine animale
PHILADELPHIA
FIOCCHI LATTE 6%
6%
PARMIGGIANO
10%
RICOTTA
46%
GRANA
14%
KEFIR
MOZZARELLA 7%
6%
CAPRA
5%
Figura 17: tipologie di formaggi impiegati
54
È stato poi chiesto quali criteri vengono utilizzati per bilanciare la dieta BARF: il 33% ha
risposto di seguire i consigli presenti sui forum online, il 30% utilizza tabelle nutrizionali
presenti su internet o sui libri, il 19% ritiene di essere esperto e di poter quindi “andare a
occhio”, l’8% chiede aiuto al veterinario mentre il 6% ad un nutrizionista esperto che li segue
personalmente oppure online. L’1%, infine, si affida alle diete già complete comprate su siti
online specializzati o il 2% trova le ricette in internet.
Inoltre, è stato chiesto se, nel caso di presenza di più cani, fosse esclusa la dieta per alcune
categorie (Figura 18): ad eccezione dei 28 proprietari che possiedono un solo cane, il 75% del
totale, ha risposto che la usa per tutti indifferentemente. Pochi la escludono per alcuni
individui. Dalla Figura 18 è emerso che viene esclusa per cani anziani con problemi di salute
che trovano difficoltà nella digestione e per cani che trovano un’alimentazione a base di carne
cruda poco appetibile. Alcuni, invece, hanno risposto che forniscono percentuali di alimenti
diversi a seconda delle diverse esigenze dell’individuo.
55
4.2 ANALISI DI LABORATORIO
Negli accertamenti qualitativi, nessun campione è mai risultato positivo per Salmonella spp.:
anche se nella maggior parte dei casi il viraggio in RV, da blu a bianco opalescente, era
sempre piuttosto evidente, sulla semina in XLT4 è sempre risultata la sola presenza di
Coliformi di colore bianco.
Salmonella spp. è stato uno dei microrganismi maggiormente ricercato e in molti casi
identificato negli studi che hanno valutato la contaminazione microbiologica di diete crude
per animali domestici. Ad esempio, a seguito di un’epidemia di Salmonellosi diffusasi in
allevamenti di Levrieri che venivano alimentati con dieta cruda, Morley et al. (2006) hanno
isolato Salmonella spp. da 133 campioni di feci, cibo e ambiente circostante. Nel 93% dei casi
si trattava di S. enterica e alcuni dei ceppi isolati dai campioni fecali (n=61) sono risultati
antibiotico-resistenti. Questa epidemia si è conclusa con il 37% di mortalità fra i cuccioli che
avevano contratto la malattia. Anche Finley et al. (2008) hanno riportato risultati provenienti
da studi sulla qualità microbiologica di cibi commerciali crudi per cani. In particolare, gli
autori hanno analizzato 166 campioni congelati acquistati in negozi di 3 diverse città canadesi
per un periodo di circa 8 mesi: il 21% dei campioni analizzati è risultato positivo a Salmonella
spp.: il 66% di questi campioni conteneva o era a base di pollo. Nel medesimo studio (Finley
et al., 2008) sono stati individuati 8 sierotipi diversi, testati su 16 dei più comuni antibiotici in
commercio: tali sierotipi, risultarono resistenti a 12 antibiotici su 16. Già nel 2001, Clark e
colleghi, in seguito ad un’epidemia di S. infantis nell’uomo, hanno ricercato la presenza di
Salmonella spp. in snack per cani commercializzati da 12 diverse aziende produttrici: 48 su
94 orecchie suine acquistate sono risultate positive al batterio. Gli autori furono in grado
associare 5 case produttrici ai focolai di [Link]. Nello stesso studio, Clark e colleghi (2001)
hanno identificato inoltre i sierotipi di Salmonella spp. e i più frequenti sono risultati S.
Infantis, S. typhi e S. derby.
Per quanto riguarda Y. enterocolitica, nel nostro studio non sono risultati casi sospetti
nemmeno dopo i diversi passaggi di accertamento; solo in un caso, quello del ragù di pollame,
si è proceduto con test della motilità e test dell’indolo su SIM (le colonie isolate da CIN
risultavano essere ossidasi negative, positive su KIA e senza alcun viraggio su Simmon’s
56
Citrate): il risultato è stata una forte motilità a 25°C, la formazione di idrogeno solforato
(formazione di sostanza nera attorno all’inoculo) e una negatività al test dell’indolo. Secondo
letteratura (Edwards et al., 1972), questa reazione potrebbe essere collegata alla possibile
presenza di S. tiphymurium, ipoteticamente non identificata durante i passaggi per la
determinazione di Salmonella spp.
In una review (Lejune et al., 2001), la presenza di Y. enterocolitica è stata riportata in carne
cruda e più spesso in quella di maiale, in realtà molto poco usata dai barfisti. Inoltre, la
presenza di Y. enterocolitica può essere indicatrice delle condizioni igieniche messe in atto
durante macellazione, confezionamento e stoccaggio. Infine, Lejune et al. (2001) riportano
studi che rivelano come oltre la metà delle diete commerciali crude rischia una
contaminazione da Y. enterocolitica e che esistono ben 8 sierotipi diversi responsabili di
zoonosi.
Listeria spp. invece è risultata sospetta in 16 campioni corrispondenti a 8 matrici diverse: in
questo studio il microrganismo è stato considerato sospetto anche nel caso in cui non vi fosse
presenza di alone su ALOA. Sulla presenza di Listeria negli animali domestici, esiste uno
studio (Weber et al., 1995) che individuò la presenza di L. monocytogenes nell’1,3% e di L.
innocua nel 4%. delle feci dei cani testati (n=300). Non fu mai verificato se la causa della
contaminazione potesse derivare dal consumo di carni crude nell’alimentazione. Tuttavia, in
uno studio recente (Nemser et al., 2014) è stata ricercata la presenza di alcuni microrganismi
in diete commerciali di diverso tipo (crude o convenzionali secche e umide) per animali
domestici, tra cui Listeria spp. Sono stati analizzati 1056 campioni nell’arco di 2 anni: 480
provenienti da cibi secchi o umidi e 576 provenienti da diete crude e snack essiccati. Dei 576,
66 sono risultati positivi alla presenza di Listeria spp., e 32 erano rappresentati da L.
monocytogenes. Infine, sempre Lejeune et al. (2001) cita un caso di aborto di una cagna
alimentata con dieta cruda a causa di un’infezione da L. monocytogenes.
Uno degli obiettivi che sarà realizzato nel prossimo futuro presso l’Istituto Zooprofilattico
Sperimentale delle Venezie è la tipizzazione dei ceppi di Listeria spp. isolati dai campioni .
57
4.2.2 CONSIDERAZIONI SUL pH
58
4.2.3 ANALISI QUANTITATIVE
La Tabella 13 indica che per la maggior parte dei campioni conservati a 2°C la carica
microbica aumenta significativamente all’aumentare dei giorni di conservazione. Le cariche
microbiche di Coliformi fecali e Listeria spp. sono invece risultate inalterate nei vari tempi di
analisi.
T0 T2 T3 SE P
CMT 6.72b 7.98a 8.57a 0,34 0,002
Coliformi
4.33b 5.33ab 6.16a 0,40 0,014
totali
Coliformi
3,60 4,22 4,62 0,33 0,112
fecali
E. coli 4.16b 5.12ab 6.49a 0,38 0,001
Pseudomonas
6.12b 7.06ab 8.41a 0,37 0,001
spp.
C. difficile 1.83b 2.12ab 2.61a 0,19 0,043
Listeria spp. 2,43 2,16 2,60 0,27 0,545
Tabella 13: Medie stimate, errore standard (SE) e significatività (P) delle cariche microbiche dei campioni conservati a 2°C e
analizzati a T0, T2 e T3. Lettere diverse indicano medie stimate statisticamente diverse.
Per la maggior parte dei criteri microbiologici indagati non sono state evidenziate differenze
statisticamente significative nel confronto tra le temperature di conservazione considerate (2°
vs 7°C) (Tabella 14). Tuttavia, i campioni analizzati mostrano una carica microbica di
Coliformi totali, E. coli e Pseudomonas spp. significativamente più alta a 7° C rispetto a
quando conservati a 2°C.
2°C 7°C SE P
CMT 7,98 8,60 0,28 0,128
Coliformi totali 5,33 6,22 0,29 0,041
Coliformi fecali 4,22 4,91 0,28 0,095
E. coli 5,12 6,24 0,29 0,011
Pseudomonas spp. 7,06 8,31 0,28 0,005
59
2°C 7°C SE P
C. difficile 2,12 2,12 0,20 0,996
Listeria spp. 2,16 2,23 0,24 0,845
Tabella 14: Medie stimate, errore standard (SE) e significatività (P) delle cariche microbiche dei campioni analizzati a T2
e conservati a 2° e 7°C.
Partendo dalle dichiarazioni presenti sul sito e-commerce, secondo le quali tutti i prodotti
sono sottoposti a controllo volontario in base alle norme vigenti per gli alimenti di Categoria
1 e che il sistema di confezionamento e lavorazione della carne è certificato, sono stati presi
come riferimento i criteri microbiologici espressi dal Reg. CE 1441/2007 (che modifica il
regolamento (CE) 2073/2005) per la carne macinata cruda che sono riportati in Tabella 15.
Microrganismo Limite (UFC/g)
Carica microbica <5,0 x 106
Coliformi Totali <5,0 x 103
Coliformi Fecali <5,0 x 102
E. coli <5,0 x 102
Listeria spp. <1,0 x 102
C. Difficile <1,0 x 104
Salmonella spp. Assente in 25g
Listeria monocytogenes Assente in 25g
Y. enterocolitica Assente in 25g
Tabella 15: Limiti di tollerabilità per i criteri microbiologici ricercati in riferimento alla carne macinata cruda
(Reg. (CE) 1441/2007)
Per quanto riguarda Pseudomonas spp., invece, il limite microbiologico è stato fissato per
cariche inferiori a 1,0 x 106. Tale valore è stato dedotto dalla letteratura: la carica di questo
microorganismo infatti non è presente in alcun regolamento europeo perché non è considerato
un patogeno alimentare. Come riportato in un recente articolo (Civera et al., 2011),
Pseudomonas spp., risulta un importante microrganismo alterante della matrice alimentare,
soprattutto per i prodotti di origine animale come carne, pesce o formaggi. Viene, infatti,
riportato uno studio (Gennari et al., 1992), dove notarono forti alterazioni della carne a
cariche corrispondenti a 108 -1011 UFC/g, nello specifico di P. fragii. In conclusione, nel
lavoro di Civera et al. (2011) viene individuata come limite di accettabilità per carni fresche e
lavorate, una carica di Pseudomonas spp. inferiori a 106-107 UFC/g e considera la sua
60
presenza un indice di sensibilità al deperimento. Questi autori dimostrano, attraverso la
letteratura, che cariche superiori a quella citata portano a marcate modificazioni delle
caratteristiche organolettiche della matrice.
Invece, per Clostridium difficile è stato fatto riferimento ai dati disponibili per C. perfringens
presente sul Reg(CE) 1441/2007, in quanto in letteratura non è stato ancora individuato con
certezza il limite sanitario per questo batterio. In generale, in questo studio, il C. difficile è
stato raramente isolato e non ha mai superato le cariche riportate in Tabella 15.
La Tabella 16 illustra il numero di campioni con cariche microbiche al di sopra dei limiti
riportati in Tabella 15, per ciascuno dei criteri microbici indagati a T0, T2 e T3 conservati a
2°C e 7°C.
E’ interessante notare che già al momento dello scongelamento (T0) sono presenti numerose
non conformità (Tabella 16). La non conformità per E. Coli e Coliformi fecali di tutti i
campioni analizzati a T0 lascia ipotizzare una scarsa igiene durante le varie fasi di
produzione, dalla macellazione al confezionamento.
In uno studio di Weese et al. (2005) sono state analizzate 24 diete commerciali crude per cani.
I Coliformi fecali erano presenti in tutte e 24 le diete con un intervallo pari a 3,5-7,0 log
CFU/g e una media di 5,9 log CFU/g. E. coli era presente in 15 diete ma mai nella forma
O157:H7. Nel nostro studio la contaminazione da Coliformi fecali a T0 era inferiore ai valori
riportati da Weese et al. (2005), ma 36 campioni su 45 rientravano nell’intervallo individuato
dagli autori. In un altro studio (Nemser et al., 2014), sui 1056 campioni analizzati tra diete
commerciali crude, estruse e umide, 10 campioni sono risultati positivi a E. coli
verocitotossici (un ceppo di interesse zoonotico), tutti isolati dalle diete crude testate.
61
In generale, dal presente studio si è evidenziato che già a T0 il numero dei prodotti non
conformi è piuttosto elevato e che, anche se conservati rigorosamente a 2°C, già dopo 48 ore
quasi la totalità dei campioni risulta in evidente stato di alterazione. È possibile quindi
ipotizzare che il prodotto possa rappresentare un rischio per coloro che lo manipolano ed
eventualmente per chi lo consuma crudo. L’unico criterio microbiologico risultante sempre
nella norma è il C. difficile. Quando i campioni scongelati sono stati conservati a 7°C, dopo
48 ore il superamento del limite di tollerabilità è avvenuto per la totalità dei campioni (n=13)
in 5 dei criteri microbiologici indagati (Tabella 16).
Dall’analisi statistica (Tabella 17) risulta che non ci sono differenze statisticamente
significative tra la percentuale di campioni non conformi conservati a 2°C e analizzati nei
diversi tempi per tutti i criteri microbiologici indagati ad eccezione dei coliformi totali.
Nessuna differenza è stata rilevata nel confronto tra le temperature: non è necessario quindi
portare l’alimento in condizioni di abuso termico per ottenere cariche non conformi agli
standard previsti per il consumo umano (Reg. (CE) 1441/2007).
Tempo di conservazione
Temperature (T2)
(temperatura di 2°C) P P
T0 T2 T3 2°C 7°C
CMT 53,8 84,6 83,3 0,172 84,6 100 0,124
Coliformi
69,2 100 100 0,035 100 100 -
totali
Coliformi
100 92,3 100 0,470 92,3 100 0,298
fecali
E. coli 100 100 100 - 100 100 -
Pseudomonas
61,5 84,6 100 0,129 84,6 100 0,124
spp.
Listeria spp. 61,5 30,7 66,6 0,194 30,7 30,7 -
C. difficile 0 0 0 - 0 0 -
Tabella 17: Percentuale di campioni non conformi e valore di significatività (P) nel confronto tra campioni conservati a 2°C e
analizzati a T0, T2 e T3 e tra campioni analizzati a T2 e conservati a 2° e 7°C.
Infine è stato creato un prospetto (Tabella 18) che mostra quali sono state le matrici che, a
2°C, si sono rivelate non conformi per i diversi criteri microbiologici.
62
2° Coliformi Coliformi Pseudomona Listeria
CMT [Link]
C totali Fecali s spp. spp.
Trippa
T0 Trippa verde Trippa verde Trippa verde Trippa verde Trippa verde
verde
Salmone Salmone Salmone Salmone Salmone Salmone
Manzo Manzo Manzo Manzo Manzo Manzo
Trippa mix Trippa mix Trippa mix Trippa mix Trippa mix Trippa mix
Anatra Reni Cavallo Cavallo Cavallo Cavallo
Tacchino Tacchino Fegato Fegato Anatra Tacchino
Power mix Power mix Reni Reni Power mix Power mix
Colli di pollo Anatra Anatra Colli di pollo Carne testa
Tacchino Tacchino
Carne testa Power mix Power mix
Ragù Ragù
pollame pollame
Colli di pollo Colli di pollo
Carne testa Carne testa Sospetta
Trippa mix
Manzo
Carne testa
Trippa
T2 Trippa mix Trippa verde Trippa verde Trippa verde Trippa mix
verde
Reni Salmone Salmone Salmone Reni Manzo
Anatra Manzo Manzo Manzo Anatra Tacchino
Tacchino Trippa mix Trippa mix Trippa mix Tacchino Power mix
Power mix Cavallo Cavallo Cavallo Power mix Sospetta
Ragù Trippa
Fegato Reni Fegato Ragù pollame
pollame verde
Colli di pollo Reni Anatra Reni Colli di pollo Salmone
Carne testa Anatra Tacchino Anatra Carne testa Manzo
Salmone Tacchino Power mix Tacchino Salmone Reni
63
2° Coliformi Coliformi Pseudomona Listeria
CMT [Link]
C totali Fecali s spp. spp.
Ragù
Trippa verde Power mix Power mix Trippa verde Tacchino
pollame
Ragù Ragù
Manzo Colli di pollo Manzo
pollame pollame
Colli di pollo Carne testa Colli di pollo
Carne testa Carne testa
T3 Power mix Anatra Anatra Anatra Anatra Anatra
Ragù
Tacchino Tacchino Tacchino Tacchino Tacchino
pollame
Colli di pollo Power mix Power mix Power mix Power mix Power mix
Ragù Ragù Ragù
tritati Ragù pollame Carne testa
pollame pollame pollame
Carne testa Colli di pollo Colli di pollo Colli di pollo Colli di pollo
Carne testa Carne testa Carne testa Carne testa
Sospetta
Tacchino
Tabella 18: matrici conservate a 2°C e risultate non conformi a T0, T2 e T3 per i criteri microbiologici considerati.
La Tabella 19 mostra invece, per ciascuno dei 13 prodotti acquistati, in quanti criteri
microbiologici sono risultati non conformi a T0, T2 e T3 (conservazione a 2°C). Ad esempio,
la trippa verde, un alimento particolarmente presente nella dieta BARF, è risultata non
conforme per 6 criteri microbiologici su 7 già a T0. Come già accennato sopra, alcuni
campioni non sono stati analizzati a T3 in quanto presentavano cariche troppo elevate già a T2
ed è questo il motivo per cui alcuni dati non sono presenti in colonna.
2°C T0 T2 T3
-
Trippa verde 6 7
Salmone 6 6 -
Manzo 7 7 -
64
2°C T0 T2 T3
Trippa mix 7 5 -
Cavallo 4 3 -
Fegato 2 2 -
Reni 3 6 -
Anatra 4 5 5
Tacchino 5 7 6
Power mix 6 6 6
Ragù pollame 2 5 5
Colli di pollo 4 5 4
Carne testa 5 5 6
Tabella 19: numero di criteri microbiologici risultati non conformi a T0, T2 e T3 (conservazione a 2°C).
In generale, senza considerare i dati relativi a T3, i prodotti che sono risultati maggiormente
contaminati e quindi con un maggior numero di non conformità, sono:
-A T0: Manzo e trippa mix
-A T2: Trippa verde, manzo e tacchino.
65
5. CONSIDERAZIONI E CONCLUSIONI
Questo studio ha avuto due importanti obiettivi: il primo è stato quello di valutare il profilo
del cane alimentato con dieta BARF e di quello del suo proprietario, indagando attraverso un
questionario online le motivazioni principali che hanno spinto queste persone a tale scelta e
come questa alimentazione sia gestita in famiglia. Il secondo obiettivo è stato quello di
valutare la qualità microbiologica mediante prova di shelf-life di 13 alimenti BARF reperiti su
un noto sito e-commerce dedicato ai barfisti.
I risultati del presente studio hanno raccolto informazioni da 218 proprietari di cani alimentati
con diete BARF evidenziando che questi soggetti appartengono a varie razze, rappresentati in
maggior parte da cani di taglia medio grande. I cani hanno un’età per lo più compresa fra i 2 e
i 7 anni, ma sono presenti soggetti di tutte le fasce di età, anche quelle più a rischio come
cuccioli e anziani. I cani alimentati con dieta BARF sono ripartiti equamente per il sesso,
anche se la maggior parte di questi soggetti non è sterilizzata. Un aspetto importante è
rappresentato dalla convivenza con l’uomo: i cani oggetto di studio vivono in maggioranza in
casa, a stretto contatto con i componenti della famiglia.
Il profilo del proprietario BARF italiano è rappresentato da donne che provengono per lo più
dal Nord Italia, hanno in media dai 21 ai 40 anni e vivono in coppia o in famiglia con figli.
Nei nuclei famigliari oggetto di studio sono state identificate persone a rischio come bambini
al di sotto i 3 anni, anziani, donne in gravidanza e persone affette da malattie croniche e
quindi immunodeficitarie; alcuni di questi individui erano presenti contemporaneamente nel
medesimo nucleo famigliare.
La motivazione principale che spinge il proprietario a scegliere per il proprio cane una dieta
BARF è la questione etica, ovvero la possibilità di avvicinare il proprio animale domestico ad
un’alimentazione carnivora simile a quella del suo predecessore, il lupo. Un'altra motivazione
su cui è necessario spendere due parole è quella legata all’aspetto sanitario dell’alimento,
poiché secondo i barfisti l’alimentazione cruda è più salutare di quella commerciale, secca o
umida, visto che questa in passato ha creato vari problemi di salute ai cani. Tuttavia da questa
indagine è apparso evidente come nella maggior parte dei casi, i proprietari risultassero
confusi circa la sicurezza alimentare di questa dieta oppure non si fossero nemmeno mai posti
questo problema.
66
Dai risultati delle analisi microbiologiche condotte in questo studio, si può comprendere come
la maggior parte dei prodotti crudi acquistati online siano altamente contaminati già al
momento dello scongelamento. Essendo consci che non esistono indicazioni relative alla
qualità microbiologica dei prodotti crudi in commercio per cani o gatti, sono state applicate le
indicazioni presenti sul Reg. (CE) 1441/2007 per carni crude macinate adatte al consumo
alimentare umano: non è noto se queste indicazioni siano troppo restrittive quando applicate
all’uso di alimenti crudi negli animali domestici. Va detto che, visto l’ampio utilizzo dei siti
e-commerce da parte dei consumatori, notevole attenzione dovrebbe essere posta sulla qualità
dei prodotti che, come questi, sono venduti online. Innanzitutto, dovrebbero esserci maggiori
garanzie riguardo la provenienza e la qualità delle materie prime di questi prodotti alimentari
crudi per i pet, nonché sui metodi di lavorazione impiegati per trasformarli. Dai prodotti
reperiti non è stato nemmeno possibile sapere se gli stabilimenti di trasformazione fossero a
norma. Inoltre, la modalità di trasporto di questi prodotti rappresenta un altro punto di
discussione poiché non è possibile sapere se la catena del freddo è garantita per tutto il
percorso e se ed eventualmente come avviene la disinfezione del mezzo di trasporto. Se la
catena del freddo non venisse rispettata, la qualità chimica e microbiologica dei prodotti
potrebbe essere altamente compromessa. I risultati ottenuti nella prova di shelf-life hanno
dimostrato che, dopo 48 ore di conservazione a 2°C, la maggior parte dei prodotti considerati
nello studio non rientrava più nei criteri di conformità stabiliti e, anzi, arrivava a superarli
anche di 6 unità logaritmiche, come è accaduto per Pseudomonas spp. Sarebbe importante
quindi regolamentare il commercio di questi ingredienti, visto il sempre più elevato impiego
da parte dei proprietari, stabilendo delle linee guida sulla qualità della produzione,
conservazione e trasporto del materiale. Inoltre sarebbe utile stabilire dei requisiti
microbiologici adatti a questi prodotti.
Questa regolamentazione è quanto mai necessaria, vista l’implicazione che la contaminazione
delle carni consumate dai cani di proprietà ha sulla salute pubblica.
A questo si aggiunge anche il fatto che la maggior parte delle matrici analizzate e non
conformi corrispondono alle materie prime principalmente impiegate dai barfisti, come
emerso dall’indagine: manzo, pollo, tacchino e trippa verde. L’unico alimento che, tra i
campioni analizzati, è da considerarsi microbiologicamente più sicuro è il fegato, anch’esso
sempre presente nella dieta BARF e risultato tra tutti, quello con il minor numero di non
conformità. Va detto però che in questo studio è stato analizzato un numero di campioni che
67
andrebbe decisamente aumentato per avere un quadro più completo e delle conclusioni più
solide sulla qualità microbiologica di questi alimenti.
D’altra parte, come è emerso dall’indagine condotta, la maggior parte dei proprietari acquista
le materie prime in supermercati e macellerie, dove in teoria, lo standard d’igiene è elevato e
vengono garantiti i controlli necessari a stabilire la conformità per il consumo alimentare
umano.
Infine, è importante sottolineare il ruolo del veterinario e/o del nutrizionista nella diffusione
delle informazioni a tutti coloro che utilizzano una dieta BARF per il proprio cane: è
necessario informare circa la possibilità che batteri di interesse zoonotico si diffondano
attraverso le feci del proprio cane in ambiente domestico nonché sulle importanti norme
igieniche da rispettare per ridurre i rischi di contaminazione dell’alimento e per prevenire
possibili rischi di infezione delle persone che vivono a contatto con l’animale. In alcuni casi
(se in casa è presente un soggetto a rischio) l’impiego i queste diete dovrebbe essere
fortemente scoraggiato.
68
6. BIBLIOGRAFIA
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71
7. REGOLAMENTI
• Regolamento (CE) 1441/2007 della Commissione del 5 dicembre 2007 “che modifica
il regolamento (CE) n. 2073/2005 sui criteri microbiologici applicabili ai prodotti
alimentari” Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea 7.12.2007, L322,12
• Regolamento(CE) n. 2008 della Commissione del 25 Aprile 2008 DELLA
COMMISSIONE del 25 aprile 2008 “Modalità di applicazione del regolamento (CE)
n. 1831/2003 del Parlamento europeo e del Consiglio per quanto riguarda la
preparazione e la presentazione delle domande e la valutazione e l'autorizzazione di
additivi per mangimi” Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea 22.5.2008, L133,1.
• Regolamento(UE) n. 892/2010 della Commissione dell’8 ottobre 2010 “lo status di
alcuni prodotti in relazione agli additivi per mangimi cui si applica il regolamento
(CE) n. 1831/2003 del Parlamento europeo e del Consiglio” Gazzetta Ufficiale
dell’Unione Europea 9.10.2010, L 266, 6
8. SITOGRAFIA
• Gruppi Facebook®: BARF & Co., Barf dieta, [Link], DIARIO BARF, Dieta BARF
([Link]), Dieta Barf: opinioni libere senza censura. - Silvestri V., BARF in
pratica, gruppo BARF & Co., Facebook®, 2014
• [Link]
• [Link] – la magia della trippa verde questa sconosciuta
• [Link]
• [Link] – recalls and withdrawals
• [Link]
• [Link] – Microbiologia di prodotti alimentari: Carne. Prodotti
carnei fermentati., 2007
• [Link]
• [Link]
72
9. ALLEGATO 1 – QUESTIONARIO DIETA BARF
73
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RINGRAZIAMENTI
Ringrazio i miei genitori che mi hanno spronata a dare sempre il meglio che potevo e mi
A Claudia, l`amica migliore che si possa desiderare, dico solo “Grazie” perché tu sai già quale
A Sarah, il pilastro universitario di questi miei due anni di studio, la mia motivatrice
personale.
Un grazie anche a tutti coloro che mi hanno seguito, insegnato e fatto crescere in questa
esperienza. A Riccardo e tutti i collaboratori del laboratorio ispezione: grazie per aver
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