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Miracolo L'anello Che Non Tiene Miracolo

L'opera di Montale è caratterizzata da un pessimismo radicale e una dolorosa estraneità esistenziale, riflettendo la condizione umana in un mondo privo di certezze. La poesia, per Montale, non è un mezzo di celebrazione o di trasmissione di messaggi rassicuranti, ma una ricerca della verità che si esprime attraverso una 'poetica degli oggetti'. Nonostante il pessimismo, Montale mantiene una tensione verso la speranza di un 'miracolo' che possa rivelare un significato più profondo della vita.
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Miracolo L'anello Che Non Tiene Miracolo

L'opera di Montale è caratterizzata da un pessimismo radicale e una dolorosa estraneità esistenziale, riflettendo la condizione umana in un mondo privo di certezze. La poesia, per Montale, non è un mezzo di celebrazione o di trasmissione di messaggi rassicuranti, ma una ricerca della verità che si esprime attraverso una 'poetica degli oggetti'. Nonostante il pessimismo, Montale mantiene una tensione verso la speranza di un 'miracolo' che possa rivelare un significato più profondo della vita.
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MONTALE

Il tratto distintivo dell’opera di Montale è un atteggiamento radicalmente


pessimistico: in sintonia con la cultura del Novecento, il poeta sembra negare la
possibilità di una visione organica e coerente dell’io, della storia e del mondo.
Percepisce nei confronti delle cose e del mondo che lo circondano una distanza,
una dolorosa estraneità esistenziale.
Questa riflessione si estende dalla dimensione personale alla condizione
dell’uomo in generale, che Montale considera travolto dai processi di una vita
naturale di cui non si conoscono le finalità: mancano punti di riferimento, dalla
ragione alla religione, per comprenderne il significato e l’uomo è costretto a
vivere circondato dall’estraneità e dall’assurdo.
A questo amaro scetticismo conoscitivo non si accompagna, però, un
atteggiamento rinunciatario, bensì la costante volontà di raggiungere una
interpretazione della realtà.
Resta la fiducia in un possibile “miracolo” che liberi l’uomo dalla rete dentro cui è
costretto (“L’anello che non tiene” nella maglia della rete) che apra una via di
fuga e salvezza. Se la vita è come camminare lungo un sentiero chiuso da un
muro, il “miracolo” sarà un varco che all’improvviso si apre nel muro svelando un
altro mondo, un’altra verità, e con essa la felicità. In questa speranza, in questa
attesa del miracolo, rimane in lui una tensione conoscitiva: cercare di scoprire
il punto debole del meccanismo che regge il mondo.
Il varco è uno di questi simboli che rappresenta la speranza esistenziale, un
passaggio che renda raggiungibile il traguardo, quel passaggio oltre i limiti, la
ricerca dell’infinito leopardiano. Una meta impossibile, però, da raggiungere.
Impossibile come la memoria, che nell'aridità dell'esistenza dell'uomo non può
trattenere emozioni e ricordi che, invece, tendono a essere "coperti dalla nebbia".

IL RUOLO DELLA POESIA: a fronte di questa visione, perché fare poesia?


La poesia non ha funzioni estetiche o celebrative, non è uno strumento di
descrizione e rappresentazione della realtà. La poesia appare a Montale
come “un fatto che non era necessario” e che il poeta tende quasi a minimizzare,
come dimostra l’abitudine di scrivere i suoi versi su pezzi di carta qualsiasi,
persino su biglietti del tram.
Montale ridimensiona il ruolo della poesia. Non ha la pretesa di attribuirle un
valore assoluto. E’ impossibile affidare alla poesia il compito di
trasmettere messaggi rassicuranti sul destino dell’uomo, come accadeva
in poeti quali Manzoni, che trovava e indicava risposte nella poesia: il poeta non
è più depositario di alcun mandato sociale, non ha soluzioni
precostituite, non può offrire certezze e sicuri valori in cui credere.
Come risulta evidente dalla poesie manifesto I limoni e Non chiederci la parola,
Montale prende le distanze dalle imponenti figure che dominavano la
scena letteraria italiana fra Otto e Novecento, e a cui allude la sua
definizione ironica “poeti laureati” (cioè incoronati dall’alloro, simbolo di gloria
poetica): Pascoli, D’Annunzio.
Montale rifiuta il ruolo del poeta vate e prende le distanze dalle esperienza
liriche coeve.

L’IDEA MONTALIANA DELLA POESIA


Nella lirica Non chiederci la parola (da Ossi di seppia) Montale, infatti, esprime il
proprio distacco dal poeta-vate tardo ottocentesco, che possiede delle
certezze e se ne fa portavoce presso i lettori. Il poeta non ha più la possibilità di
trasmettere messaggi forti, ma anche di fornire chiavi interpretative della realtà
(“la formula che mondi possa aprirti”).
L’animo del poeta moderno, quindi dell’uomo moderno, è informe, privo cioè
di una identità, privo di certezze.
Il poeta moderno è preda di inquietudini profonde: da qui la contrapposizione con
“l’uomo che se ne va sicuro” che non conosce l’angoscia esistenziale
(simboleggiata dall’ombra, proiettata sopra uno scalcinato muro).
Attraverso la reiterata forma negativa, che evidenzia ciò che la sua poesia non
è e non può essere, Montale delinea l’idea di poesia che gli corrisponde: a
differenza di Ungaretti e dei Simbolisti, per i quali la poesia è il solo strumento per
conoscere la realtà, per Montale essa non può offrire aiuto alcuno all’uomo, la
poesia può essere solo ricerca e mai raggiungimento della verità, può
rappresentare il dolore e il «male di vivere» ma non fornire risposte sui “perché”
della vita. Più in particolare, la poesia per Montale può dare solo una “ storta
sillaba e secca come un ramo, essere cioè scabra ed essenziale, dire solo ciò che
non siamo e ciò che non vogliamo” (Non chiederci la parola).
Ungaretti è fiducioso nella traducibilità di uno stato d’animo interiore in parola,
Montale, invece, non crede nella virtù della parola pura, capace di attingere
all’essenza del reale. Con la sua poesia arida, vuole far prendere coscienza al
lettore della dolorosa condizione esistenziale, invitandolo a guardarsi dai facili
ottimismi e a non aver paura della verità.

OSSI DI SEPPIA - 1925


Il suggestivo titolo fa riferimento alla conchiglia interna, piatta e porosa, delle
seppie che il mare deposita sulla riva. Ha un carattere simbolico: l’osso, per il suo
carattere di elemento privo di vita, è un’allusione all’aridità interiore, alla
perdita di energia vitale che affliggeva il poeta e gli uomini del suo secolo.
Questa condizione interiore ed esistenziale è la registrazione della durezza
della condizione umana.
Coerentemente con la condizione umana da esprimere la poesia di Montale non
può usare uno stile sontuoso come quello di D’Annunzio, ma sarà fatta di
“qualche storta sillaba e secca come un ramo” (Non chiederci la parola).
L’allusione alla vita impoverita, arida e prosciugata dell’uomo è espressa anche
attraverso il riferimento continuo al paesaggio ligure, tanto familiare a Montale.
Un paesaggio arido, disseccato dall’aria salmastra e da un sole implacabile che
non è simbolo di pienezza vitale panica, come nella poesia d’annunziana.
Rappresenta una forza crudele che prosciuga e inaridisce ogni forma di vita.
Questa condizione esistenziale inaridita e impoverita si proietta anche in un altro
oggetto, il muro, impossibile da valicare. L’uomo non è capace di passare al di là
di esso per attingere a una pienezza vitale, a una verità ultima.
Rappresenta i limiti dell’esistenza umana. L’uomo si illude di andare in
qualche direzione, ma in realtà il suo e un “immoto andare”.

LA STRUTTURA
La raccolta è articolata in quattro sezioni (Movimenti; Ossi di Seppia;
Mediterraneo; Meriggi e ombre) e si conclude con la composizione Riviere.
I testi non sono disposti in ordine cronologico: la disposizione risponde a un suo
disegno ideale che vuole comunicare un messaggio, ricostruire un itinerario. La
lirica che, con evidenza quasi didattica, esprime la sua concezione della realtà, è
la celebre Spesso il male di vivere ho incontrato.
L’esistenza, la vita tanto enfaticamente celebrata da D’Annunzio, si rivela un
itinerario insensato. Ogni uomo, a conclusione del proprio itinerario esistenziale,
incontra un angoscioso fallimento. E’ il male di vivere.
Il male di vivere non va inteso solo come sofferenza individuale legata alla vita
del poeta, ma è leopardianamente, piena consapevolezza della solitudine
dell’uomo in un mondo ostile e disarmonico, in cui non solo è preclusa la
felicità, la pienezza di vita, ma che è impossibile penetrare nella sua essenza.
Il male di vivere è un male oggettivo, radicato ed evidente già
dall'osservazione della natura quotidiana; ed è così che il mondo diventa nudo e
desolato come un osso di seppia.
E’ evidente la vicinanza al pessimismo cosmico di Leopardi, espresso nello
Zibaldone del 1826.
“Non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sarà sempre infelice di
necessità. Non il genere umano solamente ma tutti gli uomini. Non gli animali
soltanto ma tutti gli altri essere al loro mondo. Non gl’individui, ma la specie, i
generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi”
Nonostante questa visione pessimistica, non manca in Montale la ricerca di un
superamento di questa condizione esistenziale. La tendenza a evidenziare
gli aspetti negativi della realtà oscilla dialetticamente tra la constatazione del
«male di vivere» e la speranza vana, ma sempre risorgente, del suo
superamento, tra l’essere vicini a intuire il segreto del mondo e l’impossibilità di
afferrarlo.
Di qui la ricerca di un «varco» che permetta di intravedere, anche illusoriamente,
la verità, che infranga la regola e apra alla possibilità di un’improvvisa rivelazione
del significato della vita.
Ma questa possibilità si configura come un evento miracoloso, imprevedibile
e improbabile: il varco si offre comunque agli altri più che al poeta, che è per
eccellenza l’escluso.
La ricerca del «varco» collega Montale al titanismo leopardiano, come coraggio di
non distogliere gli occhi dalla reale condizione umana, ovvero come capacità di
«stare nella disperazione» (La ginestra), ma anche alla filosofia irrazionalista e
pessimista di Arthur Schopenhauer (1788-1860; Il mondo come volontà e
rappresentazione, 1819).
Il «varco» permette di intravedere il trascendente, dei punti in cui il mondo dei
fenomeni mostri un cedimento e sveli l’ultimo segreto delle cose, lo sbaglio della
natura, l’anello che non tiene, il filo da sbrogliare, l’orizzonte in fuga, dove
s’accende/ rara la luce della petroliera (La casa dei doganieri).
È l’attesa del miracolo (anche se il poeta è consapevole che altri e non lui
riusciranno a coglierlo), di quei momenti rari e particolari che, nell’immagine
poetica dei Limoni, “diventano i silenzi in cui si vede / in ogni ombra umana che si
allontana / qualche disturbata Divinità”.

LA POETICA DEGLI OGGETTI


Il compito di riflettere sui problemi esistenziali è affidato a una “poetica degli
oggetti” che tende a lasciar parlare le cose, escludendo riflessioni e sentimenti
(essenziale, invece, in Pascoli e nei Crepuscolari) e il raffinato gioco musicale
delle parole (elemento saliente della lirica pura degli Ermetici).
Il procedimento di Montale è vicino a quello del cosiddetto «correlativo
oggettivo» dell’inglese Thomas Stearns Eliot. Oggetti e paesaggi sono
guardati dal poeta nella loro dimensione fisica e metafisica insieme, vale a dire
nel loro essere “cosa” e contemporaneamente “emblema” della condizione
umana di sofferenza: in Meriggiare pallido e assorto l’immagine del «vivere»
viene descritta come un «seguitare una muraglia» con «in cima cocci aguzzi di
bottiglia», ed esprime la drammaticità della vita e la fatica esistenziale dell’uomo.
Thomas Stearns Eliot è ritenuto tra i maggiori poeti anglo-americani del
Novecento per l’acutezza con cui ha saputo esprimere il disagio esistenziale del
nostro tempo (nel 1948 gli è stato conferito il Nobel per la letteratura).
Eliot, intende comunicare, mediante una serie di «correlativi oggettivi», il
senso assurdo della vita. Al riguardo scrive nel 1919: «L’unico modo per
esprimere un’emozione in forma d’arte consiste nel trovare un correlativo
oggettivo; in altre parole, una serie di oggetti, una situazione, una catena di
eventi che costituiranno la formula di quella particolare emozione, cosicché,
quando siano dati i fatti esterni, che devono concludersi in un’esperienza
sensibile, l’emozione ne risulti immediatamente evocata».
Il «correlativo oggettivo» è una tecnica simbolica ma, diversamente dal
simbolismo, che mette in primo piano l’“io lirico”, qui in primo piano è posta
l’emozione del poeta, espressa mediante una serie di oggetti.

LE OCCASIONI - 1939
La maggior parte delle poesie sono state composte in un periodo difficile: le
dittature avevano avviato una politica aggressiva e oppressiva delle libertà; il
conflitto mondiale è vicino. Un clima angoscioso che influenza Montale.
Il titolo allude a momenti rivelatori, fulminee illuminazioni che possono far
balenare il senso della realtà, consentendo di sfuggire alle angustie del
contingente.
La raccolta è dedicata a Irma Brandeis, americana di origine ebraica, studiosa di
Dante, che Montale conosce nel 1933 e con cui ha una relazione fino al 1939,
quando la donna scappa dall’Italia. A Irma, celata dietro il nome-schermo di
Clizia, sono ispirate molte poesie.
La possibilità di salvezza, in queste liriche, piuttosto che a un “indefinito varco”, è
affidata alla figura femminile, cioè al sentimento d’amore, che assume i contorni
delle diverse donne che si affiancano a Montale e che ne ispirano le poesie.
Il carattere delle poesie è di difficile lettura. E’ il frutto di una precisa scelta del
poeta: Montale imbocca la strada di una “poesia degli oggetti” già anticipata in
Ossi di Seppia, annullando ogni elemento commentativo-esplicativo che sta dietro
l’oggetto – emblema e che ne costituisce l’antefatto.
In questa scelta si avverte ancora di più la consonanza con la poesia di Eliot e
l’allegorismo dantesco.
Se in Ossi di seppia la tematica del «male di vivere» trova il corrispettivo in una
realtà arida e in un linguaggio scabro e petroso, qui traduce il dramma
dell’intellettuale che vive con sgomento le vicende politiche del proprio paese (il
totalitarismo del regime fascista) e si chiude nella “torre d’avorio” della
letteratura.
Nelle Occasioni è centrale la dimensione del tempo e della memoria.
Rilevante è l’influenza di Bergson e di Proust nella divaricazione fra tempo
interiore, tempo della memoria e tempo spazializzato, che scandisce
momenti sempre uguali in un ritmo monotono.
Il tempo interiore, attraverso folgorazioni improvvise ed inaspettate, è
capace di far rivivere momenti chiave del passato.
Per chi, come Montale, laicamente dubita dell’esistenza di una vita ultraterrena,
l’unica forma di sopravvivenza è la memoria : il perdersi dei ricordi condanna
l’uomo al nulla.
Ma il ricordo è per natura labile e il trascorrere distruttivo del tempo può insidiare
la memoria personale, allontanando per esempio due persone che nel passato si
sono incontrate o rischia di cancellare il ricordo del volto di una donna amata.
Nelle Occasioni si incontrano, spesso, figure femminili: si tratta di figure
indeterminate, come Arletta, Liuba, Dora Markus, donne fuggitive, immagini
evanescenti.
La figura dominante resta Clizia (Irma Brandeis), in riferimento al mito di
Ovidio della ninfa innamorata di Apollo-Sole, che fu trasformata in
girasole, il fiore che si volge costantemente a cercare la luce del sole.
Clizia è lontana, è assente (come le figure della poesia trobadorica) e il poeta ne
ricerca ansiosamente la presenza, che a volte si annuncia o si manifesta nella
mente del poeta, nella memoria di oggetti e luoghi che la evocano.
Clizia, come Beatrice, è una sorta di donna-angelo. E’ l’angelo visitatore (lui la
definì visiting angel): il poeta attende il suo soccorso salvifico.

LA BUFERA 1956-1957
Il titolo emblema fa riferimento, innanzitutto, all’orrore della guerra. Ma la
“bufera” è da intendersi in un senso più ampio: la guerra, nella sua tangibile
tragedia, è la manifestazione di un Male più generale che affligge l’uomo: il non
senso della realtà, la sua indecifrabilità.
Ma, osserva Montale in “Interviste con se stessi” del 1951, il suo malessere
esistenziale non scaturisce propriamente da quegli eventi storici, quanto dalla
coscienza della perenne negatività dell’esistenza.
«Argomento della mia poesia (e credo di ogni possibile poesia) è la condizione
umana in sé considerata; non questo o quello avvenimento storico. Ciò non
significa estraniarsi da quanto avviene nel mondo; significa solo coscienza, e
volontà, di non scambiare l’essenziale col transitorio. Non sono stato indifferente
a quanto è accaduto negli ultimi trent’anni; ma non posso dire che se i fatti
fossero stati diversi anche la mia poesia avrebbe avuto un volto totalmente
diverso. Io non sono stato fascista e non ho cantato il fascismo; ma neppure ho
scritto poesie in cui quella pseudo rivoluzione apparisse osteggiata. Certo,
sarebbe stato impossibile pubblicare poesie ostili al regime d’allora; ma il fatto è
che non mi sarei provato neppure se il rischio fosse stato minimo o nullo. Avendo
sentito fin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circondava, la
materia della mia ispirazione non poteva essere che quella disarmonia. Non nego
che il fascismo dapprima, la guerra più tardi, e la guerra civile più tardi ancora mi
abbiano reso infelice; tuttavia esistevano in me ragioni di infelicità che andavano
molto al di là e al di fuori di questi fenomeni. Ritengo si tratta di un
inadattamento, di un maladjustement psicologico e morale che è proprio a tutte
le nature a sfondo introspettivo, cioè a tutte le nature poetiche».
Anche se, indubbiamente, in questa raccolta i riferimenti storico-politici sono più
manifesti. Basti pensare a Primavera hitleriana, in cui il poeta prende le distanze
dagli schieramenti ideologici del dopoguerra.
In questa liriche viene meno ogni speranza di salvezza non solo
individuale, ma collettiva: il presente non permette più aperture, speranze,
fughe. Al poeta, e all’uomo in generale, resta solo la possibilità di
affrontare la consapevolezza di questa realtà degradata, e di cogliere
frammenti di verità e di felicità.

LE SCELTE IDEOLOGICHE E POLITICHE DI MONTALE


Il profilo intellettuale di Montale è contraddistinto da quel senso di “decenza
quotidiana” (rigore etico, senso della misura) che lo allontana dalle avanguardie e
dalla retorica patriottica del fascismo. La stessa famiglia borghese dello scrittore,
improntata ad una severa etica di lavoro, contribuì a formarlo in tal senso.
La posizione assunta da Montale in campo politico sono riconducibili al liberismo
e alla difesa della dignità individuale: da qui la decisione di sottoscrivere il
Manifesto degli intellettuali antifascisti (1925) e la posiziona fortemente
antifascista che mantenne per tutto il ventennio. Dallo stesso atteggiamento
etico-politico deriva la sua adesione alla Resistenza.
Negli anni roventi del dopoguerra, caratterizzati da decisi schieramenti ideologici
e dal richiamo all’”impegno”, Montale non rinuncia al culto dell’autonomia etica e
intellettuale prende le distanze da qualsiasi forma di asservimento
ideologico (suscitando le critiche della sinistra). Questa visione aristocratica
della cultura spiegano anche il giudizio duro e sarcastico di Montale sulla cultura
di massa e della società neocapitalistica degli anni Sessanta e Settanta.
E’ il libro più complesso di Montale, scritto in anni in cui si succedono eventi
epocali: la guerra, la Resistenza, le delusioni del dopoguerra. A cui si aggiungono
avvenimenti personali come la morte della madre, la lontananza definitiva di
Irma Brandeis, il rapporto matrimoniale con Drusilla Tanzi (detta Mosca) e un
nuovo legame intellettuale con la poetessa Maria Luisa Spaziani (denominata
Volpe).

SATURA- 1971 E ULTIME RACCOLTE


Dopo quindi anni di silenzio Montale pubblica una nuova raccolta: sembra
legittimo parlare di una nuova poetica montaliana.
Il mutamento ha indubbiamente a che fare con la presa di coscienza di quella che
Pasolini definì “mutazione antropologica”, ossia l’insieme della trasformazioni dei
valori e dei comportamenti indotte dall’avvento della società tecnologica e
neocapitalistica.
Il giudizio di Montale sul proprio tempo è negativo e investe il facile ottimismo
frutto del mito del progresso diffuso dai media, il dilagante conformismo destinato
a spegnere l’autonomia intellettuale del singolo individuo.
Tutto ciò induce Montale a cercare nuove strade espressive, adeguate a
rappresentare un tempo “impoetico”: da qui la scelta di un abbassamento
comico-realistico dei temi e del registro stilistico e di un andamento prosastico.
Il titolo della raccolta allude all’atteggiamento di aristocratico distacco del poeta
rispetto alla cultura di massa. Il termine rinvia all’espressione latina satura lanx
(piatto colmo di diversi cibi) e probabile etimo del genere latino della satira. Il
titolo perciò da un lato richiama la varietà eterogenee dei temi affrontati (e di
registri espressivi), dall’altro evidenzia il prevalente intento critico-satirico che
anima l’opera.
I temi trattati sono quelli del quotidiano, a colte tratti dalla cronaca,
rinunciando a grandi motivi simbolici.
Il pessimismo dello scrittore si è radicalizzato: la speranza di un miracolo è
venuta meno, l’attesa del manifestarsi del Divino nel mondo è negata (il regista è
occupato, è malato, imbucato, chissà dove…).
La sezione Xenia, la più nota, è interamente dedicata alla moglie Drusilia Tanzi,
scomparsa nel 1963, e fino ad allora quasi del tutto assente dalla poesia di
Montale, soprannominata Mosca per la sua forte miopia.
Il termine (doni ospitali, omaggi) usato dal poeta latino Marziale (I d.C.) per una
raccolta di epigrammi, qui è impiegato da Montale per una sorta di omaggio alla
cara campagna della vita.
Il ruolo di privilegiata interlocutrice, un tempo attribuite alle varie donne, ora
viene assunto dalla moglie, rievocata con affetto. La figura di Drusilla-Mosca
non ha un ruolo salvifico: non è la donna delle grandi passioni e dell’eccezionalità
esistenziale, non rappresenta l’ideale di fuga o salvezza, ma ha avuto la solidità
e la consistenza del sentimento stabile, della consapevole quotidianità, al
punto da diventare per il poeta una vera “maestra di vita”.

Raccomando ai miei posteri


(se ne saranno) in sede letteraria,
Il che resta improbabile, di fare
Un bel falò di tutto che riguardi
la mia vita, i miei fatti, i miei nonfatti.
Non sono un Leopardi, lascio poco da ardere
Ed è già troppo vivere in percentuale (realizzare nella vita anche solo una parte
delle possibilità).
Vissi al cinque per cento, non aumentate
La dose (non trasformate in positivo le vicende della mia vita).
Troppo spesso invece piove sul bagnato.
E. Montale, Per finire, in: Diario del ’71,Milano, Mondadori, 1973

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