Syntropy&Systems IT
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1. Entropia termodinamica
La termodinamica è un ramo della fisica tutt’altro che semplice. Non è mai stato
facile, per molti, prendere familiarità col concetto di entropia. Si tratta di un concetto
formulato da Rudolf Clausius (1822-1888), che si è sviluppato con la termodinamica del
19° secolo.
Nel secolo 20°, lo stesso concetto è stato trasferito, con buoni motivi, anche ad altre
discipline tecniche, soprattutto dopo che Ludwig Boltzmann (1844-1906) lo riformulò in
termini probabilistici, chiarendone ulteriormente l’intrinseco significato di “misura di
disordine”. In termodinamica, uno stato di disordine, inteso come caotica uniformità, è
considerato l’ineluttabile e terminale stato di equilibrio di qualsiasi sistema fisico isolato
dal resto dell’universo.
Ritengo utile chiarire prima quest’accezione del concetto di “entropia”, e dare poi una
definizione di “sistema”, per arrivare a formulare con maggiore chiarezza anche il
successivo concetto di “sintropia”.
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Luigi Fantappiè, Principi di una teoria unitaria del mondo fisico e biologico, Humanitas Nova Editrice,
Roma 1944. Nello stesso anno, il fisico austriaco Erwin Schrödinger (1887-1961), pubblicava nel Regno
Unito un saggio (What is Life? The Physical Aspect of the Living Cell, Cambridge University Press) nel quale
(al paragrafo 7 del sesto capitolo) introduceva l’espressione “entropia negativa”, poi in vario modo ripresa e
sostituita con “neghentropia” da altri studiosi. Il saggio apparve tradotto in italiano nel 1947, e pubblicato da
Sansoni, che lo ripubblicò più tardi sotto il titolo di Scienza e umanesimo. Che cos’è la vita? (Firenze 1970).
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Non ha rilevanza concettuale che l’unità di materia sia la singola molecola oppure un insieme di molecole
formanti un’unità convenzionale qualsiasi. A proposito di “temperatura”, c’è da osservare che – dal punto di
vista concettuale – il termine non ha mai avuto una precisa e univoca definizione. La definizione scientifica
del termine è sostanzialmente operativa, nel senso che la temperatura è una grandezza che si misura, in
diversi contesti tecnici specifici, con termometri diversi, la costruzione dei quali è oggetto di varia tecnologia.
In termini di dimensioni fisiche (vedasi successiva nota 4 a pie’ di pagina 3), la temperatura è in alcuni casi
quantificata in unità d’energia.
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La natura fisica delle grandezze che definiscono il rapporto VE suggerisce – fra altre possibili – la seguente
interpretazione: poiché non esiste energia senza il supporto di una massa, l’aumento di entropia in un sistema
soggetto a trasformazione spontanea dà una misura della crescente quantità di materia del sistema che cessa
gradualmente di prender parte al processo di trasformazione, divenendo sede di energia inerte nel sistema.
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Un’utile nota per chi ha perso familiarità con la terminologia della fisica. Talvolta i linguaggi
specialistici sono fuorvianti, perché adottano termini che, in un corretto italiano, potrebbero essere
efficacemente sostituiti da altri più appropriati. E’ il caso dell’espressione “dimensione fisica”, che potrebbe –
stando al suo significato specialistico – essere opportunamente sostituita da “qualità fisica”, oppure da
“natura fisica”, oppure da “carattere fisico”. In fisica, quasi tutte le quantità trattate possono essere
qualificate mediante potenze numeriche di tre sole dimensioni fisiche (o “qualità” fisiche) principali, che
sono “massa”, simbolizzata con [M], “lunghezza”, simbolizzata con [L], e “tempo”, simbolizzato con [T]. Per
esempio, ogni quantità esprimente un “volume” ha le dimensioni fisiche (le qualità fisiche) di una “lunghezza
al cubo”, e pertanto rappresentate con [L3]; una “velocità”, che è sempre una “lunghezza” divisa per un
“tempo”, ha dimensioni fisiche simbolizzate da [L:T]; una “forza”, che è sempre una “massa” moltiplicata per
una “accelerazione”, ha dimensioni fisiche simbolizzate da [ML:T2]; le dimensioni fisiche di una “energia”
sono quelle di una “forza” moltiplicata per uno “spostamento” (o “lunghezza”), e simbolizzate da [ML2:T2],
eccetera. Ci sono poi quozienti di grandezze aventi dimensioni fisiche omogenee: per esempio il quoziente di
due masse, oppure di due velocità, e così via. Quozienti di tal genere esprimono grandezze “prive di
dimensioni fisiche”, dette anche “numeri puri”, e sono dimensionalmente (cioè qualitativamente)
rappresentate dal numero “uno” fra parentesi quadre, cioè da “[1]”. Nelle formule “dimensionali”, del tipo di
quelle fra parentesi quadre sopra indicate come esempi, i rapporti fra grandezze di natura omogenea, cioè i
“numeri puri”, essendo rappresentati da “[1]”, non si scrivono, omissione d’altronde consueta in qualsiasi
formula algebrica moltiplicata per il valore “1”.
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A me sembra, tuttavia, che parte della complessità del tema sia artificiosa e che possa
essere utilmente aggirata. Prigogine insiste sull’esistenza di un tempo unico e
unidirezionale, che è proprio, secondo lui, di ogni fenomeno, non importa se descritto o con
i criteri della meccanica classica e quantistica, oppure con criteri pertinenti ad eventi
biologici.5
Secondo me, come già prima accennato, c’è un iniziale autoinganno, che consiste nel
voler usare uno stesso termine per definire due concetti diversi.
L’uso dell’orologio serve soltanto ad avere un moto di riferimento assunto come
regolare, il quale – espresso in lunghezze, o in gradi di arco percorsi dalle lancette –
viene confrontato con la lunghezza percorsa da qualsiasi altro oggetto in moto. Invece di
riferirsi al percorso delle lancette d’un orologio, espresso in angoli, e seguendo invece il
suggerimento dato dalla Relatività Generale, la quarta coordinata di riferimento del moto
di un corpo, cioè la misura della durata di un moto, può essere data dalla lunghezza –
espressa in metri – percorsa da un raggio di luce mentre l’oggetto studiato svolge il suo
moto. 6
Inoltre il tempo, a differenza dell’età, può confrontare distanze percorse da un oggetto
in moto anche con volumi di sabbia o d’acqua trasferitisi dalla parte superiore a quella
inferiore di una clessidra, ed essere pertanto misurato in litri; e ciò meglio chiarisce il
concetto di tempo come confronto fra moti oggetto di analisi e moti di riferimento usati
come coordinate.
Tutt’altro atteggiamento investigativo è guardare un orologio come processo, per
valutarne, per esempio, l’invecchiamento. Ma l’età dell’orologio non ha alcuna relazione
con la sua funzione di strumento di misura del tempo. L’innato condizionamento
linguistico, che da sempre c’induce a misurare l’età della vita in cicli astronomici o in
numero di giri delle sfere7 d’un orologio, sembra prepotentemente convincerci che età e
tempo sono sostanzialmente una stessa cosa. Purtroppo, se sostiamo davanti ad uno
specchio con un orologio posto a fianco del nostro viso, vedremmo le lancette dell’orologio
riflesse dallo specchio invertire disinvoltamente il loro senso di marcia, ma non potremmo
mai vedere il nostro viso riflesso ringiovanire, per quanti giri inversi possano intanto
compiere le lancette dell’orologio riflesso. Il tempo è simmetrico rispetto a qualsiasi
riferimento spaziale, l’età del nostro viso no.
5
Molte sono le pubblicazioni nelle quali Prigogine tratta dell’argomento. In sostanza, egli sostiene che
nessun evento può considerarsi reversibile. Ogni evento è intrinsecamente un processo, che – in quanto tale –
rientra nel novero degli eventi soggetti a fluttuazioni di stato, trattabili appropriatamente solo mediante un
approccio probabilistico e, quindi, ricadenti nell’àmbito di una meccanica statistica, essendo questa sempre
inerente a stati in evoluzione irreversibile. Donde l’intrinseca unidirezionalità del tempo. A tal proposito, si
veda anche il successivo paragrafo 2.
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La quarta dimensione relativistica è espressa dal prodotto ct , con c velocità costante della luce, e t una
qualsiasi misura del tempo. Le dimensioni fisiche di “ ct ” sono quelle di una lunghezza (o distanza). In
simboli: [ct] = [L]. Questo significa che la quarta dimensione relativistica non è un tempo, ma – proprio
come le altre tre familiari dimensioni spaziali, note come larghezza, profondità e quota – ha la qualità fisica
di una lunghezza, espressa in metri, misurati con l’orologio (operazione che ci è familiare quando viaggiamo
su autostrada a velocità costante). Così, tutte le coordinate di un punto in movimento sono di natura
omogenea, mentre prima, nella cinematica classica, il tempo era un parametro eterogeneo, un “intruso”, che
non permetteva una descrizione puramente geometrica (cioè in termini di sole lunghezze coordinate) degli
eventi osservati. Ritengo ciò uno degli importanti chiarimenti apportati dalla Relatività.
7
Le lancette dei grandi orologi presero inizialmente nome, e somiglianza, di sfere proprio per l’analogia con
le sfere celesti, Sole o Luna, il cui ciclico moto regolare dava modo nei primordi di contare il tempo.
6
(Ancora una breve ma opportuna digressione terminologica. In matematica, sia pura sia
applicata, il termine “funzione” - preso da solo - sintetizza efficacemente un’espressione di almeno
sette parole, e significa “quantità determinata da altre quantità generalmente variabili”.
Dire, per esempio, che una qualsiasi quantità z è una funzione delle quantità x ed y, serve a
dire che il valore di z dipende dai valori che di volta in volta possono assumere x e y. I modi nei
quali una generica quantità può dipendere da altre sono pressoché infiniti, ma la matematica li
precisa con specifiche formule, secondo l’argomento trattato).
Ora, come si sa, il logaritmo di un numero positivo compreso fra zero ed 1 dà come
risultato un numero negativo, per esempio: Ln(0.6) = ─ 0.5108256. 8
Il segno “ ─ “ , che precede la costante k nella formula di E, serve a convertire il
valore negativo del logaritmo in valore positivo.
La precedente formula si può scrivere in modo diverso, avvalendosi delle proprietà
dei logaritmi 9 e attraverso un solo banale passaggio:
E = ─ k Ln(1:W) = ─ k (Ln1 – LnW ) ,
da dove, essendo come noto Ln1 = 0 , si ottiene immediatamente
E = k LnW.
Il collegamento operato da Boltzmann fra concetti della fisica classica,
strutturalmente deterministica 10, e concetti formalizzati di natura probabilistica ha finito
col porre in evidenza il ruolo non trascurabile svolto dell’osservatore intento a descrivere in
modo obiettivo il comportamento della natura.
La meccanica statistica propiziata da Boltzmann ha fatto da innesco alla maggiore
rivoluzione scientifica e filosofica del 20° secolo, avutasi per opera della meccanica
quantistica. La versione probabilistica del concetto di entropia, infatti, indica la valutazione
fatta dall’osservatore circa lo stato del sistema, non lo stato in sé nel quale il sistema si
trova. I molti miliardi di microstati individuali, riguardanti i miliardi di molecole costituenti
qualsiasi sistema materiale, non sono di per sé casuali, né fra loro intrinsecamente
equivalenti, perché sono stati oggettivamente determinati da una meccanica che segue,
molecola per molecola, una dinamica deterministica di sostanziale stampo classico, ma in
linea di fatto non rappresentabile.
Il problema statistico non è posto dalle molecole individualmente considerate, ma
dalla sistematica incapacità dell’osservatore di seguirne e di descriverne in dettaglio il
comportamento.
Si pensi anche soltanto a consuete operazioni macroscopiche, come la misurazione
della temperatura di un certo volume di fluido in stato di equilibrio termico. Ogni
operazione di misurazione, pur se eseguita con la maggiore accuratezza consentita dalla
8
Da ricordare: i logaritmi di numeri negativi sono sempre numeri immaginari, non utilizzabili in casi che
trattano di probabilità.
9
Si ricordi che il logaritmo del rapporto fra due numeri a e b è uguale alla differenza fra il logaritmo di a e
il logaritmo di b ; cioè Ln(a : b) = Lna – Lnb . E’ inoltre da ricordare che Ln 0 = – ∞ , e che Ln 1 = 0.
Per quanto verrà discusso più avanti, è pure opportuno ricordare la proprietà dei logaritmi di potenze, cioè:
Ln(a c ) = c Lna, che naturalmente vale anche per Ln(a - c ) = - c Lna.
10
Tutta la fisica d’impostazione classica, nella quale anche la Relatività dev’essere inclusa (checché ne
pensi il filosofo Karl Popper), è espressione di una concezione meccanicistica della natura, nel senso che le
interazioni fra elementi di materia sono da ritenersi come determinate da una catena di cause e di effetti ben
identificabili e, almeno in linea di principio, calcolabili, se sono note le condizioni iniziali o finali dei processi
(le cosiddette condizioni al contorno). L’annosa polemica fra Einstein e la scuola “indeterministica” di Bohr,
Heisenberg e seguaci (nota come “la scuola di Copenaghen”) verte proprio sull’affermazione, da parte di
Einstein, che l‘indeterminazione nel comportamento delle particelle sub-atomiche è una condizione
meramente strumentale, dovuta ad un’inadeguatezza dei mezzi d’indagine, dovendosi pertanto presupporre
anche per i livelli sub-atomici il verificarsi di processi deterministici caratterizzati da catene di cause-effetti
analoghe a quelle dei macroprocessi. Al contrario, da parte di Bohr e della sua scuola, l’indeterminazione
degli eventi a livello sub-atomico è da prendersi come realtà intrinseca di quei processi, che si sottraggono
definitivamente sia ad una concezione sia ad una rappresentazione meccanicistica di tipo classico.
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tecnologia odierna, darebbe ogni volta risultati diversi, benché fra loro solo “leggeris-
simamente” diversi. E’ l’osservatore a stabilire a quale cifra decimale approssimare il
valore “significativo” delle misure eseguite, e a decidere di conseguenza che la temperatura
di quel volume di fluido “è uniforme ovunque ”.
La svolta gnoseologica è cruciale, perché ci si trova per la prima volta a dover
ammettere che una cosa è la realtà oggettiva, disgiunta dall’osservatore, tutt’altra cosa è
quanto della realtà è alla portata dei mezzi tecnici d’osservazione e degli strumenti
linguistici dei quali l’osservatore dispone per analizzare e rappresentare ciò che osserva.
L’uso del concetto di “probabilità” nell’analisi scientifica significa proprio questo: vi
sono limiti di conoscibilità del mondo che sono inerenti al soggetto conoscente, e tali limiti
introducono un’inevitabile dose d’incertezza soggettiva anche in descrizioni “oggettive”
della realtà. Diviene così consapevolezza comune il fatto che qualsiasi teoria scientifica del
mondo è una descrizione dello stesso tarata dall’incertezza insita in una misura di
soggettività, che è tanto immancabile quanto consensualmente condivisa. Pertanto, altro è il
riconoscimento dell’oggettività di una teoria, altro è ritenere che una teoria descriva la
realtà oggettiva del mondo.
In seguito, la meccanica quantistica introdurrà addirittura la questione
dell’ineliminabile interferenza dell’osservatore nel comportamento di quanto egli osserva,
e porterà Werner Heisenberg (1901-1976) a formulare nel 1927 il “principio
d’indeterminazione”, sul quale si regge tutta la fisica delle particelle sub-atomiche, e che ha
comportato implicazioni gnoseologiche “sovversive” a qualsiasi scala d’investigazione
scientifica.
Alle scale della fisica sub-atomica, chiarisce Heisenberg, il “sistema” oggetto di
studio include tanto le particelle studiate quanto il laboratorio e l’osservatore, in un tutt’uno
di elementi inevitabilmente interagenti. In quest’àmbito, osservazioni e analisi possono
svolgersi soltanto su base statistica, mentre deduzioni, calcoli e previsioni non possono
essere che di natura probabilistica.
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E’ da ricordare che l’operazione “logaritmo” può avere una base qualsiasi. I logaritmi naturali sono basati
sul numero di Eulero e = 2.7182818…Nell’ingegneria sono più spesso usati i logaritmi in base 10, nella
teoria dell’informazione i logaritmi in base 2.
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Si noti che la somma delle probabilità della nuova distribuzione resta comunque uguale ad 1.
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Non sembra difficile intuire come la corrispondenza fra le due diverse situazioni
descritte, riguardanti - rispettivamente - lo stato termodinamico e il lancio del dado, non sia
solamente formale, ma anche concettuale. Al punto che i matematici della teoria delle
probabilità si sono indotti ad introdurre il termine di “entropia” come sinonimo di
“incertezza statistica”. Così che, nella pratica propria di discipline tecniche diverse, una
misura diretta di entropia può essere effettuata in tutti i casi nei quali il ”comportamento”
di un qualsiasi sistema può in tutto o in parte descriversi attraverso un’analisi di
distribuzioni di probabilità.
L’unica sostanziale differenza fra l’entropia termodinamica e quella statistica sta nel
fatto che la prima ha le dimensioni fisiche di un’energia divisa per una temperatura, mentre
la seconda è un numero puro, ossia una grandezza priva di dimensioni fisiche. Questo fatto,
tuttavia, dà subito un’indicazione dell’assai più ampio campo di applicabilità del concetto
definito come entropia statistica, rispetto a quello strettamente pertinente all’entropia
termodinamica. In quanto “numero puro”, infatti, l’entropia statistica si evidenzia come
misura prettamente qualitativa dello stato di un sistema, indipendente dalla natura fisica
del sistema considerato.
Giunti a questo punto, è opportuno un piccolo passo indietro per meglio capire, alla
luce del chiarimento concettuale fornito dalla definizione di “entropia statistica”, le ragioni
che inducono ad affermare che l’entropia termodinamica cresce col crescere della
temperatura della materia e, invece, che l’entropia è nulla quando la materia raggiunge la
temperatura dello zero assoluto (indicata da –273.15° C).
Appare valida la considerazione circa lo stato oggettivo della realtà osservata, posto
in relazione con i mezzi soggettivi di osservazione e di descrizione di ciò che si osserva.
Torna utile in proposito il ricorso ad esempi schematici, ma non inappropriati.
ogni istante di registrare l’abbinamento delle posizioni delle due molecole ai tempi nei
quali le posizioni sono rilevate. Si dispone inoltre dell’armamentario concettuale della
meccanica classica, che è deterministica, e degli strumenti matematici relativi, per calcolare
con soddisfacente precisione posizioni e tempi delle molecole in moto all’interno della
sferetta, tenuto conto delle caratteristiche fisiche (massa, elasticità, forma, ecc.) sia delle
due molecole sia del contenitore entro il quale si muovono.
Se nella sferula s’immettono in successione, in numero crescente e a velocità
crescenti, altre molecole di gas sempre diversi, le cose cominciano a complicarsi per via
dell’intricarsi delle traiettorie e degli inevitabili urti fra le stesse molecole durante i
rispettivi moti. Non solo si complica enormemente la rilevazione della posizione e
dell’energia cinetica di ogni molecola, ma sempre più problematica se ne fa
l’identificazione.
A mano a mano che aumenta l’ingresso di molecole diverse e sempre più veloci nella
sferula, la ridistribuzione delle quantità di moto fra le molecole del miscuglio raggiunge tali
livelli di complicazione da renderne impossibile tanto la determinazione dello stato fisico
individuale, quanto l’identificazione.
Al crescere dell’agitazione delle molecole di gas (che altro non è se non l’aumento
della temperatura del miscuglio all’interno del piccolo contenitore), l’informazione
utilizzabile dall’osservatore, quale che sia il mezzo d’osservazione, si fa confusa al punto
da costringere l’osservatore ad ammettere, se per esempio richiesto di farlo, che il
passaggio per il centro geometrico della sferetta da parte di una particolare molecola di gas
in un dato istante può avvenire con probabilità uguale per qualsiasi molecola, non importa
a quale gas la molecola appartenga.
L’osservatore, dunque, perviene ad una condizione di massima incertezza conoscitiva
circa lo stato fisico di ciascuna molecola del gas osservato. Alla condizione soggettiva,
riguardante l’osservatore, non è lecito però far corrispondere uno stato oggettivo di
scomparsa delle leggi deterministiche della meccanica all’interno della sferula contenente
il miscuglio di molecole di gas.
L’entropia massima “del gas”, denunciata dall’osservatore, è in realtà l’entropia
riguardante lo stato d’informazione nel quale è l’osservatore a trovarsi suo malgrado.
A riprova di ciò, vediamo che cosa invece accadrebbe per l’osservatore se si portasse
il miscuglio di molte decine di molecole di gas all’interno del piccolo contenitore a
temperature sempre più basse, cioè a moti d’agitazione molecolare sempre più lenti, fino al
limite estremo della temperatura dello zero assoluto.
Lo stato fisico del miscuglio di gas, se fosse portato a quella temperatura estrema, si
caratterizzerebbe per l’assoluta immobilità di ogni molecola. Ogni molecola verrebbe
pertanto a trovarsi in una posizione ben precisa all’interno del piccolo contenitore sferico,
permettendo all’osservatore non soltanto una rilevazione esatta della posizione di ciascuna
molecola, ma anche una perfetta identificazione del gas d’appartenenza d’ogni molecola
osservata. L’incertezza dell’osservatore si annullerebbe e, in corrispondenza dell’azzera-
mento della sua entropia statistica, si annullerebbe anche l’entropia termodinamica del
sistema materiale osservato, a conferma del Terzo Principio della termodinamica: questo
principio, prima che Boltzmann ne potesse dare formale dimostrazione, fu postulato nel
1906 da Walther Nernst (1864-1941).
A questo proposito, è opportuno riconsiderare la formula statistica dell’entropia data
da Boltzmann: allo zero assoluto il microstato di ciascuna molecola del sistema materiale
considerato non è più, per l’osservatore, in uno stato probabile, ma in uno stato certo, e in
termini di probabilità la certezza di uno stato o di un evento qualsiasi è misurata dal
numero “1”. Cosicché, allo zero assoluto, l’espressione “ LnW ” diviene “ Ln 1 = 0 ”
perché lo stato possibile è unico per tutte le molecole, e l’entropia del sistema di annulla.
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Ecco dunque tratteggiati alcuni degli argomenti che hanno indotto ad assumere il
grado di disordine come significato sostanziale del concetto di maggiore o minore entropia
di un sistema
E’ a questo punto lecito domandarsi se ai diversi gradi di disordine, che possono
attribuirsi ad un qualsiasi sistema, non possano farsi corrispondere diversi gradi di ordine
attribuibili al sistema stesso.
Prima di delineare una risposta al quesito, è opportuno soffermarsi sul significato del
termine “sistema”.
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Secondo la meccanica quantistica, una qualsiasi sostanza materiale manterrebbe anche alla temperatura
dello zero assoluto un’intrinseca energia cinetica detta “energia del punto zero”. A questo proposito, è da
considerare che per la meccanica quantistica ogni particella “elementare” è costituita anche da un’onda.
14
E’ una delle tesi del suo saggio “What is Life? The Physical Aspect of the Living Cell”, citato
15
5. Sistema
Qualsiasi oggetto di studio al quale si volge l’intelletto umano è definito di volta in
volta da particolari modi di concentrazione e di distribuzione dell’attenzione.
L’attenzione prima “isola” e poi “configura” in parti costituenti l’oggetto di studio.
Nell’eseguire queste operazioni mentali, l’osservatore fa ampio uso di quegli strumenti di
riconoscimento e di identificazione che gli sono forniti tanto dal corrente linguaggio della
lingua madre quanto da termini linguistici e da strumenti che sono specifici di varie
tecniche d’analisi della realtà percepita.
Con altre parole, percepire un qualsiasi oggetto, o qualsiasi insieme di oggetti,
presuppone sia un contatto fisico fra questo e l’osservatore (come avviene attraverso i
sensi) sia un linguaggio di rappresentazione del percepito, precisando che è proprio questo
“linguaggio” (a cominciare dai “segnali” di diversa natura trasmessi dalle sensazioni) a
determinare, per poi esprimere, il modo di concentrazione e di distribuzione
dell’attenzione.
Le istituzioni “linguistiche”, largamente pre-esistenti alla nascita tanto degli individui
quanto delle generazioni ai quali gli individui appartengono, determinano non soltanto un
mezzo condiviso di comunicazione fra osservatori diversi, ma anche modi di percezione del
mondo fisico in massima parte condivisi. E’ un fatto fisiologico, che trascende gli
atteggiamenti mentali individuali, e che induce naturalmente molti a ritenere che termini e
concetti, propri dei linguaggi usati, siano l’oggettiva corrispondenza di cose che esistono di
per sé, proprio come di per sé pre-esistono i familiari termini linguistici, che frammentano
la realtà in “cose” diverse e diversamente le rappresentano.
La premessa fatta intende introdurre l’assunto per il quale l’individuazione, la
definizione e la descrizione di un “sistema” è essenzialmente un’operazione linguistica di
natura soggettiva.
La distinzione “ovvia” fra un sistema definito come “frigorifero” ed uno definito
come “pompa di carburante” diventa problematica, se non impossibile, per i membri di
alcune tribù di cultura neolitica scoperte non molti anni fa in recessi della Nuova Guinea.
Ma, al di là di quest’esempio estremo, qualsiasi membro culturalmente evoluto della nostra
civiltà potrebbe trovare problematica o impossibile l’identificazione di “oggetti diversi”, o
di “sistemi diversi di oggetti”, se si venisse a trovare all’improvviso in un ambiente del
tutto sconosciuto e mai immaginato.
Torniamo all’esempio prima accennato della “pompa di carburante”. L’immagine
fornita da questa identificazione, fatta con queste tre semplici parole, varia di pochissimo
presso la maggior parte delle persone che sono solite vedere pompe di carburante o
servirsene per rifornire autoveicoli. L’immagine mentale isola un tipo di oggetto da ogni
contesto fisico possibile, e rappresentarla graficamente da parte di un qualsiasi campione
statistico di persone darebbe luogo a figure assai poco diverse - e comunque tutte
riconoscibili - da quella che potrebbe disegnare un bambino di dieci anni.
La “pompa di carburante”, percepita e rappresentata in tal modo, è una drastica
semplificazione della realtà. Non solo l’oggetto “pompa di carburante” è qualcosa
d’intrinsecamente diverso, nella sua consistenza meccanica, dal modo di rappresentarlo dei
più, ma, come “sistema” avente una specifica funzione, non è sostanzialmente isolabile dal
serbatoio interrato e invisibile dal quale la pompa preleva il carburante, dal terreno
geologico del luogo che accoglie e protegge il serbatoio, dall’ubicazione topografica del
sito, dalla strada che vi passa vicino, dalla rete di produzione e di distribuzione dell’energia
elettrica che alimenta il motore della pompa, dall’insieme della popolazione che se ne serve
e dei veicoli che usano carburante, da chi produce veicoli e carburante, dall’atmosfera e dal
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sole che consentono l’esistenza di tutto quanto fin qui elencato, e così via. Ciò nondimeno,
non c’è motivo di turbamento se, per ragioni diverse, ci si limitasse a riferirsi a “pompa di
carburante” nel modo usuale di rappresentarla, condivisa anche dai bambini. Tutto dipende
dall’uso che s’intende fare del concetto rappresentato.
aumentare rapidamente la quantità di entropia del “sistema”, fino ad una condizione finale
di equilibrio disordinato.
Il processo di sviluppo può invece proseguire anche oltre l’utilizzazione dei materiali
e delle energie di riserva del seme soltanto assicurando, prima di tutto, la fotosintesi, per la
quale sia garantita alla pianta una continua fornitura di energia elettromagnetica (luce)
dall’esterno del ”sistema”, e poi anche attraverso progressive forniture al “sistema” di
acqua, di ossigeno, di anidride carbonica e di materiali disorganizzati (terra) da utilizzare
nel processo di sviluppo della pianta. Ma allora il “sistema” non è più isolato; anzi, si
capisce subito che il sistema non è costituito soltanto da quanto inizialmente racchiuso
nella sfera di vetro: quello è solamente il “sistema” sul quale abbiamo inizialmente
focalizzato la nostra attenzione, credendo, in tal modo, che si potesse davvero isolare
qualcosa dal resto dell’universo.
Se, invece, il “resto dell’universo” è costantemente tenuto in conto, allora esso è
sempre e comunque parte integrante di qualsiasi “sistema” (inteso quest’ultimo come
“sistema principale” nel modo prima definito), sul quale abbia a focalizzarsi la nostra
attenzione di osservatori. Infatti, la maggior parte sia dell’energia elettromagnetica (luce)
sia dei materiali che partecipano allo sviluppo del seme, e poi della pianta, si trasforma in
calore dissipato attraverso l’ambiente circostante, ciò che corrisponde ad una cospicua
produzione di entropia. Così la diminuzione di entropia, prodottasi nel sotto-sistema
biologico in formazione (“sistema principale”), è ampiamente controbilanciata
dall’aumento dell’entropia complessiva del sistema reale, del quale fa parte anche “il resto
dell’universo”.
In conclusione, e calcoli di questo tipo sono stati ripetutamente eseguiti, il bilancio
entropico dell’insieme verifica largamente, ed in ogni istante, la validità del Secondo
Principio della termodinamica. E quale che sia il “sistema” identificato, esso non può
essere altro che uno degli innumerevoli diversi “sistemi principali” di sistemi reali diversi,
tutti includenti un “resto dell’universo” come elemento integrante.15
6. Sintropia
Da qui in poi conviene adottare la definizione statistica di entropia come data dalla
formula di Shannon, introdotta nel precedente paragrafo 4, e usare il simbolo E per indicare
qualsiasi tipo di entropia, dimenticando il simbolo U (preso dalla lettera iniziale della
parola inglese uncertainty, “incertezza”) precedentemente usato per distinguere l’entropia
statistica da quella termodinamica.
La formula di Shannon può essere scritta in un modo più semplice ed assai più
pratico, quando si tratta di ampie distribuzioni di probabilità, mediante il simbolo
matematico “ ∑ “ (la lettera greca “sigma” in maiuscolo) che, nell’usuale notazione
matematica, significa “somma”. Per esempio, la somma di 3 grandezze diverse
15
E’ probabile che venga spontaneo domandarsi se nemmeno il Sole, o una qualsiasi stella, possa
considerarsi come “sistema isolato”. Ebbene no, non si può. La formazione delle stelle dipende dall’esistenza
delle galassie (anzi, dal cuore delle galassie), così come la formazione di pianeti e di materia in genere
dipende in gran parte dall’esistenza delle stelle, ed i nuclei delle galassie stesse (al pari di qualsiasi evento
fisico) non sono che stati del cosiddetto “spazio vuoto”, il quale, come fisica e cosmologia si sono ormai
indotte ad ammettere, è tutto tranne che vuoto. Anzi, esso è da considerarsi l’illimitato serbatoio di
quell’essenza di base, la si chiami “energia” o altro, dalla quale ogni evento cosmico trae origine ed alimento,
ed alla quale, al termine del proprio ciclo, “ogni cosa ritornerà, secondo necessità”, come già andava
insegnando nel VI secolo a.C. il filosofo Anassimandro nel definire la sua idea di άπειρον (l’indeterminato).
18
3
simbolizzate con a1 , a2 , a3 , può indicarsi con ∑a
i =1
i , che si legge: “somma delle ai , col
pedice i che varia da 1 a 3 “, e che equivale a scrivere la stessa somma nella comune
forma a1+ a2+ a3.
Ciò chiarito, l’entropia statistica di Shannon si scrive anche nel modo seguente:
N
E = ─ h ∑ ( p i Ln pi ) = ─ h (p1 Lnp1 + p2 Lnp2 + ... + pN LnpN) ,
i =1
dove N rappresenta il numero (di solito molto grande) degli eventi possibili relativi alla
considerata distribuzione di probabilità.
Se il numero, non importa quale, degli eventi possibili è dato per noto e fisso, la
stessa formula può ulteriormente semplificarsi e, se per semplicità si assume pure h = 1,
ridursi a
E = ─ ∑(pi Ln pi).
∑ pi = 1 .
La formula che esprime l’entropia E, appena sopra mostrata, è applicabile a qualsiasi
sistema, per valori qualsiasi delle probabilità pi nella distribuzione oggetto di analisi,
nonché per qualsiasi numero N di eventi possibili.
Abbiamo anche visto, nel paragrafo 4, che si attribuisce entropia massima Emax ad un
sistema quando la distribuzione interna delle interazioni è rappresentabile tramite valori di
probabilità tutti uguali fra loro, cioè aventi tutti un’identica probabilità di accadimento
espressa da p = 1:N , se N sono gli eventi possibili riguardati dalla distribuzione. In questo
caso, pertanto, l’entropia massima resta espressa da
Emax = ─ N (p Lnp) = LnN .
Si è anche visto che a qualsiasi distribuzione di probabilità non uniforme, ossia
caratterizzata da valori di probabilità non tutti uguali fra loro (basterebbe anche una sola
probabilità diversa da tutte le altre), corrisponde un’entropia del sistema osservato minore
dell’entropia massima Emax= LnN .
Quale che sia il valore E dell’entropia, può allora associarsi al sistema una grandezza
data dalla differenza, sempre maggiore di zero (o - al limite - uguale a zero), espressa da
S = Emax ─ E = LnN ─ E .
sintropiae è un valore costante, che è proprio del sistema stesso, e che dipende dal numero
N di eventi che lo caratterizzano. Ciò si può esprimere meglio portando semplicemente
l’entropia E dal secondo al primo membro nella precedente equazione, e scrivendo
S + E = LnN , costante.
L’evidente significato di questa relazione è che ad ogni aumento di disordine E nel
sistema corrisponde un’uguale diminuzione di ordine S, e viceversa, perché la somma delle
due diverse misure non può che restare costante.
Questa grandezza costante, strettamente dipendente dal numero N di eventi possibili,
è detta “potenziale di trasformazione” ovvero “potenziale entropico” del sistema, e
viene indicata con la sola lettera “ H ”, quando non è necessario specificare il numero di
eventi possibili. E’ importante osservare che il “potenziale entropico” non rappresenta
soltanto il valore massimo d’entropia di un sistema, ma anche il massimo possibile di
sintropia che può essere conseguito dallo stesso sistema: ciò è subito verificabile se, nella
relazione data sopra per definire il “potenziale entropico”, si pone l’entropia E = 0 .16
16
Si dimostra che il massimo di entropia, come pure l’equivalente massimo di sintropia, stanno ad indicare
soltanto valori-limite teorici, irraggiungibili per qualsiasi sistema.
17
Si ricordi che il valore dei numeri negativi decresce al crescere del loro valore assoluto. Per esempio, –5 è
minore di –4 ; –100 è minore di –7 , eccetera, e lo “zero” è maggiore di tutti i numeri negativi, cioè “0” è
maggiore di –1, di –4, di –100, e così via.
20
assetto uniforme di eventi tutti fra loro equiprobabili. Secondo una tale definizione di
“neghentropia”, si avrebbe dunque uno stato di ordine inesistente espresso dal numero
“zero” (quando la neghentropia – come “misura di ordine” – si annulla proprio al suo
valore massimo), mentre, nel verso opposto, il numero “–2LnN ” dà il livello di ordine
minimo. Contrasto logico di significati, che fa di “neghentropia” un’idea nebulosa.
Anche nel linguaggio ordinario, i concetti di ordine e di disordine rimandano a
“relazioni fra cose”, che si presentano come potenziali configurazioni reciprocamente
alternative e complementari per contrapposizione, nel senso che le stesse cose possono
convertire l’assetto delle mutue relazioni da configurazioni meno ordinate (o più
disordinate) in altre più ordinate (e viceversa), senza intervento di alcuna reciproca
negazione. In sostanza, è una questione di gradi: un insieme disordinato di oggetti è
usualmente visto come in uno stato di ordine inferiore, cioè meno o molto meno ordinato
rispetto a possibili stati alternativi nei quali un osservatore possa cogliere, nelle relazioni
fra gli oggetti, strutture significative portatrici di maggiori quantità d’informazione.
Qualunque processo di trasformazione della materia può essere visto o come
processo di sintesi e differenziamento di “cose” uguali – o molto simili – in cose fra loro
diverse, oppure – all’opposto – di demolizione e omogeneizzazione di “cose” diverse in
cose fra loro uguali o simili.18
Su queste premesse si sviluppa una teoria dell’evoluzione di sistemi costituiti da
elementi interagenti e, dunque, interdipendenti.
Nell’analizzare l’evoluzione d’un qualsiasi sistema, la teoria mostra come si pervenga
a descriverne trasformazioni progressive e regressive, in termini – rispettivamente – di
crescente organizzazione o, al contrario, di crescente disorganizzazione interna.
18
Un’analogia esemplificativa non guasta: costruire case, fabbriche, chiese, teatri, scuole, ospedali,
recinzioni, ecc. di una città significa usare mattoni fra loro uguali per sintetizzare “cose” differenziate per
aspetto e per funzione. Demolire e omogeneizzare queste “cose” significa ridurle in mattoni tutti uguali fra
loro, privi di funzioni specifiche che li rendano distinguibili gli uni dagli altri.
21
coerenza logica, il resto dell’universo o ambiente esterno indirizza a sua volta parte degli
effetti della sua attività anche su se stesso, come conseguenza dell’influenza esercitata
dall’organismo sull’ambiente esterno.
E’ qui da aggiungere un’importante considerazione circa il ruolo dell’ambiente
esterno come elemento del sistema. L’ambiente esterno coinvolto nell’attività del sistema è
solamente quella parte del resto dell’universo che risente dell’esistenza del “sistema
principale” individuato.
Esiste lo strumento teorico per definire e per calcolare la misura del coinvolgimento
dell’ambiente esterno nell’attività del sistema, onde si chiarisce che solo una minima
frazione del resto dell’universo entra significativamente a far parte del sistema stesso. In
particolare, l’energia inutilizzata e dissipata dai processi svolti dal sistema viene perlopiù
dispersa nell’ambiente esterno, ma resta in parte catturata sia entro quella porzione di
ambiente esterno che costituisce elemento integrante del sistema, sia all’interno del
“sistema principale”.
L’assunto per il quale le interazioni tra elementi del sistema sono tutte identificabili e
misurabili permette una descrizione semplificata del comportamento del sistema.
Nell’analizzare un qualsiasi sistema, l’osservatore concentra di solito la sua
attenzione soltanto su quelle interazioni riguardanti i processi che lo interessano.
Si suppone allora che, nel descrivere per certi fini un particolare comportamento del
sistema, i flussi d’interazione osservati durante un’unità convenzionale di tempo siano
metodicamente misurati facendo uso di un sistema di misura che rende le interazioni
omogenee, ossia fra loro comparabili (per esempio, flussi di massa, o di energia, o di forza,
o di informazione, di danaro, eccetera). Come risultato, si viene così a conoscere anche
l’ammontare complessivo dell’interazione (azione totale) rilevata.
Misure di questo genere possono essere ovviamente ripetute a piacimento,
ottenendone risultati stabili o variabili.
Con il tradurre poi tutte le interazioni del sistema in probabilità d’interazione, si
consegue un primo interessante obiettivo, che è quello di disporre di una distribuzione di
probabilità, e di avvalersi perciò delle relative proprietà matematiche. Al di là dei possibili
significati da attribuire ad una siffatta distribuzione di probabilità, è questo un
accorgimento metodologico molto utile, se in particolare si desidera associare al sistema
una misura di entropia, cioè di disordine comportamentale.
Dal punto di vista della trattazione linguistica, il significato di ogni probabilità così
definita può benissimo limitarsi a quello di percentuale d’interazione sull’interazione totale
attivata dal sistema. Non ne derivano controindicazioni logiche né semantiche.
1 1 1 1 1 1 → 6 a
1 1 1 1 1 1 → 6 b
1 1 1 1 1 1 → 6 c
1 1 1 1 1 1 → 6 d
1 1 1 1 1 1 → 6 e
1 1 1 1 1 1 → 6 f
↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓ ↓
6 6 6 6 6 6 → 36 Tot.
a b c d e f Tot.
L’entropia del sistema, dunque, coincide in questo caso con la massima entropia
possibile per il sistema stesso, ossia con il suo potenziale entropico H6 .
Se, invece, disponessi di qualche informazione per me significativa, che mi
consentisse di raggruppare gli stessi 6 elementi in 3 altri elementi A, B, C, ritenuti fra loro
distinti per qualche ragione, la distribuzione delle interazioni si modificherebbe, come nella
successiva tabella qui sotto mostrata.
1 1 1 1 1 1
1 1 1 1 1 1 → 18 A
1 1 1 1 1 1
1 1 1 1 1 1
→ 12 B
1 1 1 1 1 1
1 1 1 1 1 1 → 6 C
↓ ↓ ↓ ↓
18 12 6 → 36 Tot.
A B C Tot.
●○ ○ ● ● ● ○○ ● ○
● ● ○● ○● ○ ●○ ○ ● ●
● ○○ ● ○ ● ○ ● ○ ○●
○ ● ○ ○● ● ● ○● ○●
Se invece i recipienti sono tenuti a temperatura diversa, scaldando uno dei due, allora
si vedranno le molecole dei due gas separarsi, e collocarsi la quasi totalità dell’idrogeno in
uno dei due recipienti e l’azoto nell’altro, come schematizzato qui sotto.
●● ● ● ○● ○ ○○ ○ ○
● ● ● ●○ ○ ●○ ○ ○ ○
●● ● ● ● ● ○○ ● ○ ○
● ● ● ○● ● ○ ○○ ○
posizioni delle molecole nei due contenitori secondo il tipo di gas di appartenenza. Il
fenomeno è detto dell’antidiffusione.19
Nelle discipline sociali ed economiche, in particolare, nel fare analisi e descrizioni del
comportamento di un sistema, l’importanza dei vincoli nel necessario determinarsi di livelli
di ordine (o di sintropia) viene messa in evidenza anche dalla possibilità di risolvere alcuni
problemi; i quali sarebbero insolubili, se s’ignorassero i vincoli ai quali sia l’entropia sia la
sintropia devono per qualche verso sottostare sempre.
19
L’esempio fu proposto più volte da Prigogine durante le sue conferenze. Si vedano quelle raccolte in La
nascita del tempo, Tascabili Bompiani, Milano 1994.
27
20
Si dice che un insieme di equazioni forma “sistema” quando le incognite di una qualunque equazione
dell’insieme sono incognite anche di altre equazioni dello stesso insieme. In parole più semplici: le incognite
sono le grandezze che, nel formulare un problema, s’intende determinare. Ogni equazione, che contenga una
o più delle incognite riguardate, costituisce una condizione, un vincolo, che i valori incogniti cercati devono
rispettare.
21
Nel caso delle relazioni interindustriali, la risoluzione di sistemi di moltissime equazioni può presentare
problemi di significatività dei risultati. In pratica, non esiste ancora un teorema matematico che individui le
condizioni per le quali un sistema di equazioni nelle stesse incognite dia soluzioni non negative, che siano –
cioè – soltanto soluzioni o positive o nulle. Le incognite cercate mediante l’input-output analysis esprimono
valori di produzione, che dal punto di vista economico possono essere soltanto positivi o, alla peggio, nulli.
28
costanza nel tempo dei coefficienti tecnici di proporzionalità. Tanto più che la misurazione
dei flussi di input e di output deve essere fatta mediante un sistema omogeneo di misura,
solitamente espresso in valori monetari. Questi ultimi, d’altronde, rispecchiano
l’andamento dei prezzi, che – anche a parità di flussi misurati nelle rispettive unità naturali
(tonnellate, metri, ettolitri, e così via) – è notevolmente variabile. Notoriamente, un conto è
il valore di un fattore di produzione rispetto al prodotto, un altro conto è il prezzo del
fattore di produzione come determinato quotidianamente dal mercato. D’altronde, o si
hanno coefficienti tecnici costanti o le equazioni, nello schema di Leontief, non hanno
alcun senso, né logico né matematico.
Infine, l’analisi input-output è “statica”: introdotta un’alterazione in uno o più valori
di produzione, la “risposta” del sistema economico appare come immediata. In altri
termini, l’input-output analysis alla Leontief non contempla la descrizione di possibili
evoluzioni del sistema economico descritto, come pur sarebbero attese per via delle
sequenze di effetti indotti e di retroazioni, ma indica solo immediate e definitive alterazioni
dei rapporti fra attività economiche.
Ovviamente, come non pochi hanno fatto o proposto, un tale schema analitico può
complicarsi a piacimento, mediante l’introduzione di ipotesi supplementari e con l’ausilio
di varie tecniche di elaborazione matematica. In questo modo, tuttavia, lungi dal rendere il
metodo più efficiente, si finisce con l’impantanarsi in un groviglio di procedure
matematiche tutt’altro che maneggevoli, e sostanzialmente insensate.
L’essenza dell’idea di Leontief diviene invece straordinariamente fertile se all’analisi
di un sistema economico ci si avvicina attraverso l’uso dei concetti di entropia e di
sintropia. Questi concetti sono del tutto pertinenti alla descrizione di un sistema economico,
che è l’aspetto vistoso dei processi di aggregazione, di organizzazione e di sviluppo di
comunità umane, ossia di società biologiche.
Faccio un esempio molto schematico, per mostrare come il metodo alternativo
menzionato può affrontare l’analisi e la descrizione di un sistema economico.
Si supponga di definire un sistema economico nazionale come costituito da cinque
settori diversi, ciascuno raggruppante tipi “affini” di attività, e comunque ben distinti l’uno
dall’altro. Una scomposizione “classica” di sistema economico in “settori” è proprio quella
che riguarda i seguenti cinque settori:
1. Settore Primario, che raggruppa tutte le attività minerarie, agricole
(allevamenti inclusi) e ittiche;
2. Settore Secondario, che raggruppa tutte le attività manifatturiere (compresa
la produzione di energia), artigianato incluso;
3. Settore Terziario, che raggruppa tutti i tipi di servizio alla comunità, dalla
pubblica amministrazione, ai servizi finanziari, ai trasporti e telecomu-
nicazioni, ai servizi turistici, all’istruzione, al servizio militare, eccetera.
4. Settore Famiglie, o anche Manodopera: vi sono inclusi tutti gli individui
della società nazionale, sia come fornitori di lavoro sia come consumatori di
prodotti.
5. Settore Estero, a rappresentare tutto il “resto del mondo”.
→
Acquisti del Sett.4
ETOT
Si supponga, dunque, che null’altro si conosca, oltre ai dati indicati nella tabella ed ai
prezzi medi menzionati al punto (v) del precedente elenco.
Nel caso di un sistema economico, è lecito ammettere l’esistenza, per ogni elemento
del sistema, di una pulsione a produrre in vista di un beneficio atteso, che potremmo
chiamare “movente” oppure “intento”, e che il beneficio medio atteso - per ogni unità di
prodotto distribuita fra i settori - sia rappresentabile come una grandezza funzione del
prezzo unitario medio del prodotto stesso, onde le interazioni fra i diversi settori si
distribuiscono in un certo modo piuttosto che in qualunque altro. Possiamo cioè supporre,
alla luce dei dati oggettivi noti, che i flussi di transazioni (le interazioni) fra i 5 settori
definiti non siano casuali; perché altrimenti quegli stessi dati, elencati sopra in (i), (ii), (iii),
(iv), non avrebbero motivo di modificarsi nel tempo e, in termini di probabilità di flusso,
rispecchierebbero sicuramente una distribuzione di interazioni sostanzialmente uniforme.
Naturalmente, sappiamo tutti benissimo che produrre qualsiasi cosa, da un frutto della
terra ad un’ora di lavoro, ha uno scopo economico ben chiaro, qui riassunto nel concetto di
ricerca di un beneficio necessario o anche semplicemente atteso.
L’aspetto interessante del nuovo approccio, come la teoria rigorosamente dimostra, è
il seguente: una volta assegnata e simbolizzata matematicamente la quantità media di
“movente” (in generale diverso da flusso a flusso), o di “intento”, che è lecito associare ad
ogni unità di flusso emessa e distribuita da ciascun settore, si perviene alla determinazione
(a) di tutti i più probabili flussi d’interazione (incogniti) fra i diversi settori, compresi
i flussi interni a ciascun settore e, in particolare, compreso il flusso interno al
settore Estero, calcolato come probabile effetto indotto in questo dall’attività del
sistema economico individuato;
(b) alla conseguente quantificazione dell’intera produzione del sistema, che include il
totale della produzione del settore Estero, nella misura riguardata dall’esistenza
del “sistema economico” individuato;
(c) alla definizione di una procedura logica atta a descrivere tutti i più probabili
processi evolutivi ai quali il sistema economico potrebbe trovarsi sottoposto.
Tutto questo è possibile come stima di probabilità, cioè nella forma di un calcolo
probabilistico, che si effettua vincolando la ripartizione dei flussi fra i diversi settori al
rispetto dei dati che ci sono obiettivamente noti, e ammettendo che, per causa di quanto
non ci è noto, la distribuzione delle probabilità di flusso è sì affetta da una relativa
incertezza (entropia relativa), ma trattasi di un’incertezza soggetta ai vincoli posti
dall’informazione certa riguardante il sistema.22 Si può anche esprimere ciò asserendo che
i dati noti impongono una quantità certa di ordine (o di sintropia) nell’attività del sistema,
in quanto la ripartizione delle interazioni deve sottostare a vincoli ineludibili.
L’importanza pratica di quanto appena affermato - circa l’analisi di un sistema
economico - si può forse meglio cogliere mediante un confronto sommario fra l’approccio
deterministico di Leontief e l’approccio probabilistico, che ricorre all’uso dei concetti di
“entropia” e di “sintropia”.
22
Ciò corrisponde alla formulazione di un classico problema di analisi matematica, noto come ricerca del
massimo di una “funzione” di più variabili, vincolato al rispetto di un certo numero di equazioni coinvolgenti
le variabili proprie della “funzione” considerata. In questo caso la “funzione” è l’entropia e le sue variabili
sono le probabilità di flusso fra i settori del sistema.
31
24
Per un’esposizione della teoria, con esempi di applicazioni possibili, vedasi Mario Ludovico, L’evoluzione
sintropica dei sistemi urbani, Bulzoni, Roma 1988-1991.
33
Detto in modo semplice, le vere trasformazioni del sistema sono quelle che
riguardano la sua struttura, cioè quell’insieme di attese (gli intenti) che costituisce il
motore di tutte le attività. Trasformazioni della struttura sono necessarie per la
sopravvivenza stessa del sistema.
Lo sviluppo di questo metodo d’analisi mostra come l’evoluzione di un sistema sia
caratterizzata da un altalenante andamento del suo contenuto di entropia. Si osserva come
un ciclo evolutivo raggiunga il suo acme con un collasso o del livello di entropia o del
livello di sintropia, al quale il sistema deve rispondere: (a) o con una trasformazione della
sua struttura, che ad esso consenta di ristabilizzarsi – sia pure momentaneamente – ad un
diverso livello di organizzazione interna (cioè di diversa sintropia), (b) o con la sua
scomparsa.
Se non s’interrompe per catastrofe, il processo evolutivo di un sistema consiste nel
suo passaggio da ogni fase stazionaria, che è di equilibrio più o meno labile stabilitosi ad
un certo livello di sintropia, a successive fasi stazionarie, ognuna caratterizzata da un
livello di sintropia diverso da quello della fase stazionaria precedente.
Tali passaggi avvengono attraverso una sequenza di fasi di transizione, nelle quali si
operano cambiamenti nella distribuzione (configurazione) delle interazioni fra gli elementi
del sistema, senza però immediati cambiamenti nella sua struttura; fino al raggiungimento
di una fase critica, nella quale anche la struttura deve trasformarsi per adattarsi alla
sopravvenuta riconfigurazione delle interazioni. Questa è la fase che conclude ogni ciclo,
dei molti cicli possibili nell’evoluzione del sistema, ed è critica perché o si accompagna ad
una modifica della struttura, ossia ad una trasformazione dell’insieme di attese associate ai
flussi d’interazione, o è seguita dal disfacimento del sistema. 25
E’ la trasformazione della struttura del sistema a ricomporre un equilibrio stazionario,
ma sempre labile; fino a quando nuove alterazioni irreversibili nella distribuzione delle
interazioni non avviano un nuovo ciclo di trasformazione.
L’evoluzione è un processo di sviluppo, se cresce il livello di sintropia allo stabilirsi
di ogni nuova fase stazionaria. L’evoluzione è invece un processo di decadenza, se i nuovi
livelli di sintropia si abbassano.
C’è infine la possibilità che l’evoluzione si svolga secondo processi di sviluppo
alternati a processi di decadenza, con l’alternarsi di incrementi e di decrementi nei livelli di
sintropia nelle fasi stazionarie di equilibrio labile.
L’analisi mostra anche come ad ogni livello di maggior sintropia corrisponda anche
una maggiore stabilità del sistema, intesa questa come minore probabilità di perdita del
grado d’organizzazione conseguito.26 Si tratta di un risultato importante, perché tutto
induce a ritenere che nella crescente stabilità di un sistema consista il fine della sua
complessità.
Come già considerato in precedenza, infatti, maggior sintropia significa maggiore
complessità del sistema, la quale si manifesta in una più ampia gamma di attività diverse,
differenziate per funzione, e perciò interconnesse e vincolate da una maggiore
interdipendenza. Un aspetto significativo della complessità d’un sistema è che più alti
livelli di complessità permettono un maggior grado di autonomia del sistema rispetto al
25
La struttura che “salva” il sistema è sempre calcolabile, o in funzione della configurazione dei flussi
d’interazione della fase critica, o in funzione della configurazione di una fase di transizione precedente. La
possibilità di scegliere l’opportuna fase per una trasformazione nella struttura del sistema è molto importante
nelle attività di pianificazione, perché la simulazione analitica può in tal modo individuare quelle componenti
del sistema la cui attività va incentivata per assicurare il conseguimento dei massimi livelli di sintropia.
26
A proposito di “stabilità” di un sistema complesso, si veda il successivo paragrafo 8.1 .
34
27
Grandi organismi finanziari internazionali, istituiti per promuovere o sostenere lo sviluppo di paesi
arretrati, sono stati e sono tuttora corresponsabili di tal genere di politiche, che, da essi spesso incoraggiate,
vengono “giustificate” da un complesso di dottrine economiche e di modelli di sviluppo fondati su postulati
logicamente incoerenti, oltre che arbitrariamente adottati.
35
Per un sistema, il grado di dipendenza dall’esterno è anche una misura della sua
vulnerabilità e della fragilità della sua esistenza.
Fra le conclusioni interessanti offerte dalla teoria dei sistemi sintropici c’è quella
relativa al significato concreto della quantità che definisce, appunto, la sintropia di un
sistema. Se si indica con F la somma di tutti gli effetti attesi in associazione con la somma
T di tutte le interazioni fra gli elementi del sistema, la sintropia S del sistema è anche
esprimibile con S = F:T .
E’ ancora opportuno chiarire con un esempio il significato di questa semplicissima
formula; se si tratta di un sistema economico, allora S (la sintropia) esprime il beneficio
medio atteso per unità d’interazione attivata dagli elementi del sistema stesso.
A fianco di entropia e di sintropia, è il caso di menzionare l’esistenza di altri
indicatori, atti a caratterizzare le condizioni nelle quali si trova un sistema in ognuna delle
varie fasi della sua evoluzione. Si tratta dei cosiddetti parametri di fase, utili – soprattutto
nelle pratiche applicazioni della teoria – per una valutazione dell’efficienza di
un’evoluzione progressiva, o della dannosità di un’evoluzione regressiva subita dal
sistema. Infatti, tanto un progresso quanto un regresso nell’organizzazione del sistema può
comportare costi diversi, che rendono il progresso più o meno efficiente o il regresso più o
meno dannoso. Uno di tali parametri, denominato “grado di logoramento”, dà – per
esempio – una misura della dissipazione delle risorse utilizzate nel processo evolutivo, in
termini di quantità complessiva di entropia prodotta durante le varie fasi del ciclo.
Parametri di fase sono anche lo stress, il fervore, ed altri, ognuno con una sua specifica
utilizzabilità.
∑ Di = ∑ Ai = T
i =1 i =1
dove T indica appunto il totale delle interazioni che animano il sistema, e N è il numero
complessivo degli elementi (o settori) del sistema, incluso ovviamente “il resto
36
dell’universo”. Possiamo ora dividere per T i tre membri delle due uguaglianze appena
scritte, ad ottenere
N N
Di Ai
∑
i =1 T
= ∑
i =1 T
= 1.
Immaginiamo un sistema di 6 elementi diversi (cioè con N=6), per il quale i 6 output
ed i 6 input rispettivi hanno una distribuzione come quella mostrata dalla tavola qui sotto:
Output e Input
2.5
(D)e degli input rispettivi
Valori totali degli output
1.5 D1 D2
(A)
D3 D4
1
D5 D6
A1 A2
A3 A4
0.5 A5 A6
0
D1 D2 D3 D4 D5 D6 A1 A2 A3 A4 A5 A6
Output e Input
Stesso schema di distribuzione con totali diversamente ri-assegnati
3 D3 D1
VALORI TOTALI DEGLI OUTPUT E
D4 D5
DEGLI INPUT RISPETTIVI
2.5 D2 D6
A3 A1
2 A4 A5
A2 A6
1.5
0.5
0
D3 D1 D4 D5 D2 D6 A3 A1 A4 A5 A2 A6
SETTORI (O ELEMENTI) ATTIVI DELSISTEMA
In questo secondo schema di distribuzione, gli output e gli input totali del settore 1
(D1 e A1, rispettivamente) sono attributi al settore 3, quelli del settore 2 sono attribuiti al
settore 1, e via dicendo. Quel che rimane immutato è il modo nel quale le quantità, pur se
tutte aumentate – in quest’esempio – nella stessa misura del 10%, mantengono lo schema
di ripartizione percentuale dell’attività totale T del sistema. Ciò è quanto è necessario e
38
N
N N N
Eout = Ein = – ∑ ( 2
Ln 2 ) = – N 2 (Ln 1 – LnN ) = LnN,
i =1 N N N
differenziano i rispettivi ruoli. Quale che sia la natura e lo stato di un sistema, i suoi
elementi, se in qualche modo attivi, tendono a mostrare affinità e differenze di condizione o
di attività, che finiscono per determinarne aggregazioni o separazioni, con conseguenti
alterazioni nell’intensità e nella distribuzione delle interazioni rispettive. Queste
alterazioni, a loro volta, stabiliscono vincoli di comportamento per tutti gli elementi e per
tutte le attività del sistema, dando così avvìo ad una crescente complessità delle relazioni.
Sono considerazioni che lasciano anche intuire come labile debba sempre
considerarsi un qualunque stato di apparente equilibrio. Lo stesso concetto di stabilità
viene perciò ad assumere un significato più preciso, definitivamente diverso dal concetto di
staticità solitamente associato all’idea di “equilibrio”.
A questo proposito devo ricordare le obiezioni del fisico Josef Loschmidt (1821-
1895) e del matematico Ernst Zermelo (1871-1953) al teorema di Boltzmann sull’entropia.
Pur convinto della necessità di un’interpretazione molecolare dell’entropia,
Loschmitdt basò la sua obiezione sull’invarianza delle leggi della meccanica rispetto
all’inversione del tempo, onde al processo che conduce un sistema ad uno stato di
equilibrio e di massima entropia deve corrispondere la possibilità di un processo inverso,
con sequenze di stati ad entropia decrescente.
L’obiezione di Zermelo si basava invece su un teorema provato da Jules-Henri
Poincaré (1852-1912): questo teorema dimostra che ogni configurazione di particelle
interagenti tramite forze dipendenti dalle posizioni si ripresenta quasi uguale a se stessa,
con un’evoluzione quasi periodica. Il teorema esclude così la possibilità di dimostrare
l’irreversibilità sulla base delle leggi della meccanica classica, perché ogni stato tende
necessariamente a ripresentarsi uguale a se stesso, alternativamente, dopo determinati
periodi di tempo.
Boltzmann rispose a Zermelo osservando che il tempo necessario ad un sistema
macroscopico per compiere un intero ciclo e tornare allo stato iniziale è più lungo dell’età
dell’universo: così da rendere irrilevante l’importanza pratica dell’obiezione.
Le obiezioni alla teoria dell’entropia sempre crescente hanno lasciato tuttavia fondati
dubbi sull’irreversibiltà dei processi fisici, fino a riproporre tutta la questione sotto
l’approccio analitico della teoria del caos.
Alla luce di quanto precede appare dunque appropriato rimuovere l’idea che uno stato
di equilibrio entropico costituisca lo stato finale di un processo fisico. Anzi, le potenzialità
di cambiamento crescono rapidamente con l’approssimarsi di un sistema ad una condizione
di massimo disordine, perché questo è anche uno stato di massima instabilità, dal quale
necessariamente si avviano processi evolutivi sintropici, cioè ad entropia decrescente,
verso una crescente stabilità, come questa è consentita dalla complessità alla quale tende la
configurazione del sistema. Ciò va considerato, tuttavia, al di là dei tempi pratici implicati,
tenuto conto della sensatezza della risposta di Boltzmann alle obiezioni mossegli.
In un processo evolutivo, la stabilità di un sistema consiste nella conservazione delle
funzioni e delle connessioni fra i ruoli svolti dagli elementi attivi, piuttosto che nel
mantenimento di ogni elemento in uno stesso ruolo. In un sistema complesso tendono a
conservarsi soprattutto le funzioni e le connessioni, mentre ogni elemento attivo, che si
ritrova a svolgere un particolare ruolo, può essere rimpiazzato nel sistema da un altro
elemento di natura anche diversa, purché capace d’inserirsi nel ruolo che assicura il
mantenimento della funzione. Ciò chiarisce pure in qual senso debbano intendersi fra loro
“differenziati” gli elementi attivi di un sistema.
40
9. Conclusioni
Ogni forma di conoscenza è legata all’uso di linguaggi. Sono questi che ci
permettono rappresentazioni mentali e materiali della realtà fisica del mondo col quale,
tramite i sensi, siamo in contatto: nel quale, anzi, siamo pienamente immersi.
La nostra innata tendenza a ravvisare regolarità, o norme, nell’andamento di ogni
evento percepito o osservato appartiene alle tendenze intrinseche del cosmo, che è ciò che
percepiamo come tale (κόσµος , “ordine universale”) in contrapposizione a quanto ci è
ancora incomprensibile o non percepibile come “ordine” o come “regolarità”.
Osserviamo di continuo il formarsi di sistemi fisici complessi accompagnati, e poi
sopraffatti, dal loro disfacimento, donde il bisogno di capire il perché di questi processi
naturali e del successivo tramutarsi degli stessi nel loro opposto.
Siamo ancora agli albori dell’umanità raziocinante, sconvolta da epidemie di
immaginazione difettosa, dovuta ad un’ignoranza razionalizzata su base metafisica, che –
invece di farci rimediare ai pericoli ed alle calamità che ci minacciano – c’induce ancora
troppo spesso ad avviare processi assai più calamitosi di quelli che paventiamo.
E’ da appena qualche secolo che il metodo scientifico d’analisi di alcuni fenomeni
osservati ce ne consente il controllo; ed un tratto saliente del metodo scientifico è il
calcolo, che permette una previsione ed una riproducibilità spesso soddisfacente dei
fenomeni che ci interessa controllare.
Il calcolo è un sistema di procedure logiche basato sullo sfruttamento delle analogie e
delle tautologie, e ci dà uno strumento, non sempre adeguato, per limitare i danni e le
tragedie causate dalle ideologie.
Luigi Fantappiè, matematico di riconosciuta creatività, avvertì - con pochi altri del
suo tempo e di tempi anteriori - il prepotente impulso a spingere il potere della logica e del
calcolo oltre quel poco che fisica, chimica e biologia ci hanno finora messo in grado di
capire e di tenere sotto controllo.
La stupefacente complessità, l’irresistibile sviluppo, l’inspiegabile origine dei grandi
cicli biologici è ciò che soprattutto sfida la nostra capacità di comprensione, di
rappresentazione e di controllo. Se la termodinamica ci convince circa la necessità del
disfacimento, più o meno precoce, d’ogni sistema che si forma ed evolve, nulla riesce
tuttora a convincerci circa la necessità del formarsi di sistemi apparentemente non soggetti
alle norme probabilistiche, le quali sembrano inesorabilmente governare tanto la
termodinamica quanto il resto dei fenomeni trattati dalla fisica e dalla chimica.
Fantappiè morì poco più che cinquantenne, così che non potè disporre del tempo
necessario a trasferire la sua idea di “sintropia” dalla preliminare formulazione filosofica
ad una formulazione passibile di elaborazione matematica e di calcolo. Nel raccoglierne il
“testimone”, come anche altri hanno inteso fare, ho tentato di riprendere e di svolgere il
tema in una direzione potenzialmente utile, e nel modo che qui ho sin troppo
sommariamente tratteggiato, nonostante il sin troppo spazio occupato.
La premessa è semplice, forse banale: a qualsiasi stato di un sistema la nostra
conoscenza presente sa utilmente associare un livello di entropia, calcolabile mediante una
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precisa formula matematica. Se tale livello non è il massimo teoricamente possibile, allora
significa che allo stesso stato del sistema è associabile anche un “saldo” di non-entropia,
vale a dire di “organizzazione interna” del sistema, che rimane “automaticamente” definita
come quantità complementare dell’entropia, e che perciò può essere descritta e
rappresentata in maniera altrettanto utile e maneggevole.
Il linguaggio matematico è, con pochi dubbi, fra quelli più efficienti per fini di
descrizione, ed è quasi insostituibile per fini di calcolo, specialmente se i calcoli non sono
facili. Ho dunque presentato e formulato il concetto di “sintropia” come grandezza
complementare, come l’altra faccia dell’entropia, traendone implicazioni logiche che mi
paiono utilizzabili in pratica.
Fra le implicazioni logiche salienti di quest’approccio, mi sembrano importanti quelle
che permettono descrizioni di probabili evoluzioni di sistemi sociali ed economici osservati
nei primissimi stadi, o in brevissimi intervalli di equilibrio del loro divenire; fatta salva la
consapevolezza che gli stati di equilibrio sono solo “momentanee” e convenzionali
condizioni, inerenti assai più ai nostri meccanismi linguistici che alla realtà in sé.
Approcci di questo tipo al tema devono ritenersi soprattutto proposte di metodo.
Nessun metodo può avere validità di scienza, fino a quando non si dimostra che esso è
efficace in reiterate applicazioni alla realtà concreta.
Per quanto riguarda la mia esperienza personale, il metodo ha risposto bene a mie
incombenti necessità tecniche professionali, superando il confronto con altri metodi e con
altre tecniche di volta in volta disponibili per l’analisi e per la risoluzione “a tavolino” di
problemi complicati. Ma i risultati ottenuti sono sempre e soltanto consistiti in insiemi di
opzioni alternative indicate come possibili ad altri decisori, molto più importanti e molto
più potenti di me. Questo significa che non dispongo ancora di alcuna verifica oggettiva e
concreta dell’utilità del metodo.
Alcune importanti scuole di pensiero e di ricerca, in particolare quella facente capo
all’attività di Ilya Prigogine e dei suoi collaboratori, hanno predisposto altri metodi per
inquadrare e per approfondire il tema dei fenomeni complessi, da Prigogine denominati
“strutture dissipative”. Ne è sorta una nuova disciplina di studi che ha preso il nome di
Sinergetica. Si tratta di metodi d’analisi molto ambiziosi, che non mi pare abbiano finora
trovato alcuna pratica applicazione alle scale dei macrosistemi, anche perché inizialmente
focalizzatisi sull’esame dei comportamenti della materia alle scale molecolari e atomiche,
dove le difficoltà – di tutti i generi e forse inaspettatamente – hanno dimensioni
inversamente proporzionali a quelle delle scale trattate.
In aggiunta ai lavori citati prima nel corpo del testo, dò pochi altri riferimenti
bibliografici, di carattere non strettamente specialistico e di agevole lettura, che ritengo utili
per una critica proficua di quei concetti fondamentali che sono inevitabilmente coinvolti
dalla discussione di temi come questo.
Bibliographia essenziale
- W. Heisenberg, Fisica e filosofia, Il Saggiatore, Milano 1961
- F. Bonsack, Information, thermodinamique, vie et pensée, Gathier-Villars, Paris 1961
- I. Prigogine, Le leggi del caos, Laterza, Bari 1993
- J.P. Crutchfiel, J.D. Farmer et al., Il caos, rivista “ Le Scienze”, n° 222, febbraio 1987
- J.S. Walker, C.A. Vause, Ricomparsa di fasi, rivista “Le Scienze”, n° 227, luglio 1987.
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(Ci sono non pochi e ponderosi testi di I. Prigogine e G. Nicolis, di non facile lettura e, a
mio modesto avviso, spesso ripetitivi, nonché - a tratti - farraginosi. Alcuni capitoli di tali
opere costituiscono nondimeno un ragguardevole contributo alla conoscenza. Cito, fra tutti,
solo i due libri seguenti:
- Le strutture dissipative, Sansoni, Firenze 1987
- La complessità, Giulio Einaudi, Torino 1991).