LEOPARDI
In Leopardi è meglio parlare di nichilismo attivo in quanto la sua concezione negativa relativa
all’esistenza umana non si limita ad una passiva visione e alla rassegnazione, anzi, egli forma
una nuova classe di intellettuali destinati a costruire una coscienza collettiva e un’alleanza di
uomini contro la natura stessa. La consapevolezza della vanità dell’esistenza non comporta una
paralisi dell’individuo, ma lo spinge ad una riflessione e ad una lotta esistenziale e alla ricerca di
una dignità dell’esistenza.
- LETTERE
Le lettere pervenute sino a noi di Leopardi sono 931, scritte tra il 1810 e il 1837. Molteplici
sono i destinatari. Il padre in cui identifica la possibilità di cercare compassione e al contempo
la radice della sue rivendicazioni esistenziali. I fratelli, dove emerge la complicità che li legava,
in particolare la sorella Paolina, quasi suo alter ego. Intellettuali del tempo, tra cui Pietro
Giordani, punto di riferimento e confidente, al quale rivelò lo spessore esistenziale del suo
rapporto con la letteratura e dal quale ricevette numerosi consigli.
Le sue lettere, a differenza di quelle manzoniane, non celano una volontà di
autorappresentarsi: anzi, esse non erano destinate alla pubblicazione, rappresentano una
dimensione privata e proprio per questo mostrano la via più intima per accedere alla mente
leopardiana.
- PENSIERO FILOSOFICO
Il suo sistema filosofico può essere scisso in tre fasi.
Una prima (pessimismo storico), che si rivela nei suoi abbozzi giovanili, in cui affronta il problema
dell’infelicità umana e ne ricerca la radice nella condizione umana. La natura è un ente benefico
che produce illusioni, volte a nascondere all’uomo il suo destino di miseria e infelicità e a rendere
la sua vita sopportabile. La causa della sua sofferenza risiede nel progresso, nella civiltà, nella
ragione che ha portato i moderni a distruggere le illusioni, rivelando la miseria della condizione
umana. L’unico rimedio è tornare a quel rapporto primitivo e immaginativo che gli antichi
detenevano con la natura tramite la poesia.
Una seconda fase (pessimismo cosmico), determinata dalla sua conversione filosofica, l’adesione
a un punto di vista materialistico, in cui scrive la teoria del piacere: l’infelicità è indicata dal
rapporto tra ricerca umana della felicità e incapacità di realizzarla; il piacere conseguito è sempre
minore di quello desiderato. La causa dell’infelicità è la natura matrigna, che ha costretto gli
uomini a vivere in un mondo in cui non potranno mai realizzare i loro desideri. Gli uomini sono
portati a rifugiarsi nelle illusioni, tra cui vi è l’amore. In questa prospettiva viene rivalutata la
civiltà/ragione, poiché, nonostante abbia rivelato agli uomini il loro destino di miseria, rendendoli
egoisti, ha concesso loro di riappropriarsi della dignità della coscienza. E’ qui che rifiuta la poesia a
favore della prosa delle Operette morali, in cui esporre con rigore le sue riflessioni sull’infelicità.
Nell’ultima fase (impegno sociale), rivaluta e valorizza l’impegno civile e la necessità di fondare
una nuova morale, basata sui sentimenti della filantropia e della fraternità: tutti gli uomini devono
allearsi e soccorrersi a vicenda e la civiltà ha il compito di diffondere la coscienza del vero, cioè il
riconoscimento del male nella condizione umana, che può essere superato solo tramite uno sforzo
titanico da parte dell’uomo che lotta contro i limiti della natura. La poesia assume una nuova
funzione, quella di fondare la nuova coscienza collettiva umana e diffondere il vero, con l’operato
degli intellettuali, non organici e appartenenti ad una casta ma simboli della società e di una
condizione universale.
- POETICA
La poetica leopardiana è riassunto nel “Discorso di un italiano sulla poesia romantica” del 1818.
Qui si condensa il suo pensiero sui romantici: questi vogliono scindere il rapporto tra poesia e
natura, sua ragion d’essere, per portare la poesia su un piano metafisico; la poesia deve essere
investita da quel progresso che permea tutte le branche della società, rendendola strumento di
propaganda al servizio del cambiamento. Per Leopardi la poesia deve servirsi dei sensi per
scatenare nel lettore un effetto forte; essa ha un compito sociale e antropologico: prima quello di
ristabilire il rapporto con la natura degli antichi dissolto dalla modernità, fortemente condannata,
poi di stabilire il vero e fondare una nuova morale e una nuova coscienza collettiva. Il classicismo
di Leopardi, quindi, non è un classicismo letterario ma concreto, che rifiuta il progresso e lo
storicismo.
- ZIBALDONE
Dal 1817 cominciò a depositare le sue riflessioni in un quaderno, composto da più di 4500 pagine,
dal nome Zibaldone, titolo che allude alla varietà disordinata dei temi affrontati e alla
frammentarietà della raccolta. Il materiale fu pubblicato postumo da Ranieri e costituisce una via
d’accesso alla mente dell’autore, in quanto immenso diario intellettuale, in cui Leopardi aveva
raccolto ogni suo pensiero o riflessione. E’ il campo privilegiato per indagare l’autore e
l’evoluzione del suo pensiero. Nonostante la disorganicità dei temi, a cui corrisponde una
variazione dei registri stilistici, vi sono alcune tematiche ricorrenti, come il rapporto tra civiltà-
natura o la questione dell’infelicità espressa nella teoria del piacere.
- PRIMA FASE: CANZONI CIVILI E IDILLI
La tradizione lirica si era sempre fondata sul modello petrarchesco, che imponeva la centralità del
soggetto come costruzione letteraria; con Leopardi l’io diviene concreto e si afferma la lirica
moderna.
La prima fase della sua produzione letteraria corrisponde ai Canti, 41 testi composti tra il 1816 e il
1837, di cui furono pubblicate tre edizioni. A precederle però vi erano delle stampe parziali,
Canzoni e Versi, che mostravano i due filoni principali seguiti dall’autore, le tematiche civili ed
esistenziali.
Rispetto alla lirica tradizionale, il paesaggio non è più estensione dello stato d’animo del soggetto,
che prova invece un senso di estraneità. Nel paesaggio risiede un elemento di distruzione che
minaccia il rapporto tra uomo e natura.
In questa fase vengono prodotte le canzoni civili come “All’Italia” e “Sopra il monumento di Dante”
e gli idilli. Con idillio si intende non un genere ben definito come nell’antichità, ma una forma
sfumata e libera che dia spazio ed espressione ai sentimenti, “alle affezioni, avventure storiche
dell’animo”.
SERA DEL DI’ DI FESTA
Del 1820, la poesia si apre con la descrizione di un paesaggio notturno idillico quasi
petrarchesco. Mentre il villaggio si calma e gli abitanti tornano alle loro case dopo i
festeggiamenti, il poeta rimane solo. In questa solitudine, rievoca la figura di una donna
amata, ora perduta, il cui ricordo suscita una profonda malinconia: l’angoscia del poeta è
connessa al finire della festa e al pensiero dell’inesorabile passare del tempo.
Alla serenità di una notte tranquilla si contrappongono l’inquietudine e il dolore quasi
esasperato dell’io narrante. Il testo ruota attorno a tre tematiche: l’indifferenza della
donna amata, simbolo di desiderio inappagato, che inconsapevole di aver ferito il poeta e
che ricorda l’indifferenza della natura; il canto dell’artigiano che mostra come tutto sia
destinato a svanire nel tempo; il ricordo d’infanzia dell’attesa gioiosa del giorno di festa,
seguito da ansia e inquietudine. La sera diventa simbolo del passaggio dal piacere alla
solitudine e all'amarezza del vivere. Ritorna il tema della solitudine, provata dall’autore
dinanzi al mondo esterno sia naturale sia umano. Il termine delle festività induce il poeta
ad una riflessione esistenziale sulla vanità di ogni cosa e sul tema della perdita.
INFINITO
Composto nel 1819, rappresenta una cerniera tra canzoni e idilli. Il dato materiale di
partenza è la siepe, un limite fisico, al di la del quale l’autore tenta di osservare.
L’osservazione e la presenza della siepe, queste percezioni sensoriali, mettono in moto un
processo immaginativo inarrestabile. Sguardo e udito mettono quindi in relazione la realtà
esterna oggettiva e l’interiorità dell’autore: la contemplazione di un limite fisico ed
oggettivo quale la siepe accende, per contrasto, il bisogno di immaginare l’infinito. Altro
importante tema è quello della solitudine, non vista in maniera negativa ma come un
momento di profonda connessione tra l’individuo e l’infinito, l’universo. La siepe e il colle
rappresentano il limite alla percezione umana ma anche il punto di partenza per il
superamento dell’orizzonte, che separa noto e ignoto, e il raggiungimento dell’infinito. Il
paesaggio noto è occasione per dar voce alle riflessioni esistenziali ed è espressione del
soggetto lirico leopardiano. Importante è il tema dell’illusorietà concessa dalla natura
all’uomo e vista ancora in una prospettiva positiva, in quanto capace di rendere più
sopportabile la vita degli uomini.
- OPERETTE MORALI
- SECONDA FASE: CANTI PISANO RECANATESI
Nel 1828 riprende a scrivere testi poetici, i grandi canti pisano recanatesi, non “idilli”, poiché non
in continuità con i testi precedenti. Tra questi c’è A Silvia, prima canzone libera. Tutte affrontano il
tema della giovinezza come età delle illusioni e del rivelarsi tragico della verità.
A SILVIA
Del 1828 rappresenta l’inizio di una nuova stagione poetica. Il canto è dedicato a una
fanciulla che probabilmente il poeta ha conosciuto realmente. Molti critici
identificano Silvia (nome tributo all’Aminta di Tasso) con Teresa Fattorini, figlia del
cocchiere di casa Leopardi, morta di tisi nel 1818. Altri critici, invece, ritengono che Silvia
sia una costruzione psicologica del poeta. Ipotesi dovuta al fatto che i richiami alla fisicità
della ragazza sono quasi inesistenti. Sottolineando questi aspetti, alcuni critici sostengono
che Leopardi ha ripreso lo stile dantesco e che Silvia, come la Beatrice di Dante, è evocata
nella sua spiritualità. Nasce questo colloquio con Silvia, la cui morte prematura diventa il
simbolo delle speranze stesse del poeta, diminuite all’apparire della terribile verità della
condizione umana. Solo la giovinezza permette di avere delle illusioni, mentre l'età matura
porta con sé solo un carico di delusioni e dolori. I destini di Silvia e Giacomo sono posti in
un parallelo uguale per entrambi: rappresentano la caduta delle speranze. Se Silvia, morta
precocemente, non è potuta arrivare al limitare della gioventù, anche Giacomo, che ha
invece potuto varcarlo, non ha avuto sorte migliore poiché la vita è una delusione senza
senso e non esiste altra felicità finale se non la fredda morte e una tomba ignuda. Di
fronte alla tristezza del presente e all'amarezza del futuro il ricordo dell'età giovanile si
pone come l'unico momento in cui l'esistenza si rivela affascinante e densa di aspettative.
- Ossimori: “lieta e pensosa” (v. 5)
- Metafore: “il fiore degli anni tuoi” (v. 43), “cara compagna dell’età mia nova” (v. 54)
- Metonimie “sudate carte” (v. 16); “faticosa tela” (v. 22); “lingua mortal” (v. 27)
- Climax: ai vv. 28/29
- Zeugma: ai vv. 20-21
CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE
Il testo prende spunto dalla recensione al resoconto, nel quale era descritta la
consuetudine dei pastori nomadi Kirghisi di passare la notte seduti su una pietra a
guardare la luna e a improvvisare canti, di un viaggio in Oriente apparsa su una rivista
francese. Il poeta rifletteva sulla saggezza ‘pura’ dei primitivi in antitesi a quella, corrotta,
dei moderni.
Nella prima stanza il pastore si rivolge direttamente alla luna e la interroga sul senso del
suo moto perpetuo constatando l’analogia fra la monotonia del corso lunare e quella della
vita quotidiana del conduttore di greggi. La luna è qui l’emblema della Natura: Mentre il
pastore è tormentato dalle sue domande, la luna continua il suo percorso senza offrire
risposte.
Nella seconda strofa la vita umana è equiparata al cammino faticoso di un vecchio
infermo, perseguitato dalle avversità del clima e diretto all’ultimo precipizio.
Nella terza i tormenti dell’esistenza sono estesi al neonato, che ha bisogno di essere
consolato già dalla nascita, con la conclusione che sarebbe forse meglio non nascere.
Nella quarta, non potendo avere la conoscenza della luna, si interroga sul significato di
vita e morte.
Nella quinta strofa un nuovo paragone: mentre il gregge riesce infatti a riposarsi perché
non ha memoria del dolore e non prova la noia, l’uomo è sempre afflitto da un’accidia
esistenziale.
La figura del pastore diventa il simbolo dell'umanità intera, che si interroga inutilmente sul
significato della vita. La natura, impersonata dalla luna, è indifferente alle sofferenze
umane, ribadendo il tema centrale del pessimismo cosmico. Non vi è alcuna consolazione
né risposta alle domande esistenziali.
- allitterazioni: in particolare della lettera v (es.
"vale"-"vita"-"vostra"-"vita"-"voi"-"vagar") e della lettera s (es. "stanco si riposa in su la
sera").
- apostrofe: es. "che fai tu luna in ciel" (v. 1)
- anafore: es. "ancor" (vv. 5 e 7), "dimmi" (vv. 16, 18) "perché" (vv. 52, 53 e 56)...
- antitesi: es. "al pastor la sua vita la vostra vita a voi" (vv. 17-18), "questo vagar mio
breve il tuo corso immortale" (vv. 19-20)...
- chiasmi: es. "al pastor la sua vita la vostra vita a voi" (vv. 17-18), "uso alcuno, alcun
frutto" (v. 97).
- metafore: es. "questo vagar mio breve" (v. 19), "dare al sole" (v. 52), "supremo
scolorar del sembiante" (v. 70)...
- anadiplosi: tra i vv. 9-10, 17-18, 65-65.
- iperbole: "abisso orrido, immenso ov’ei precipitando il tutto obblia" (vv. 35-36).
- personificazioni: es. "solinga, eterna peregrina, che si pensosa sei" (vv. 61-62).
- anastrofi: es. "d’ogni celeste, ogni terrena cosa [...] uso alcuno, alcun frutto£ (vv. 94-
98), "d’affanno quasi libera vai" (vv. 108-109)...
- allegoria: il viaggio del "vecchierel" che occupa tutta la seconda strofa.
- adynaton: "se tu parlar sapessi, io chiederei" (v. 128), "forse s’avess’io l’ale [...] più
felice sarei" (vv. 133-138).
LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA
La poesia si apre con la rappresentazione idilliaca della vita del borgo di Recanati dopo la
tempesta: gli animali della campagna tornano alle loro occupazioni così come gli abitanti
recanatesi riprendono i loro doveri quotidiani. Il cielo si schiarisce e il sole torna a
risplendere permettendo ad ogni uomo di affrontare un nuovo giorno con rinnovata
felicità. La seconda strofa si apre su un verso “Si rallegra ogni core”, ha da subito un ritmo
più lento, che si adatta alla pausa interrogativa e corrisponde al passaggio tra osservazione
e riflessione. Le domande retoriche culminano in una massima filosofica “Piacer figlio
d’affanno”. La terza strofa chiude in chiave cupa e sarcastica: la Natura non è affatto
“cortese” confronti dell’uomo. La gioia, infatti, non è mai autentica, ma esiste solo come
momentanea cessazione del dolore. La vita secondo il poeta è bella proprio dopo che è
passata la tempesta ed ogni uomo si rallegra perché, come la natura vuole, al dolore
segue il piacere che è tanto raro ed effimero che si riduce a niente. L’ “umana prole” si
dimostra felice se le è concesso un solo attimo di riposo dai mali incessanti della vita.
- Anafore: "ecco" (vv. 4, 19), "ogni" (vv. 8, 25), "apre" (vv. 20-21), "quando" (vv. 27-28,
31), "onde" (vv. 34, 37), "questi" (vv. 43-44).
- Iperbati: "passata è la tempesta" (v. 1), "e chiaro nella valle il fiume appare" (v. 7), "il
carro stride / del passegger" (vv. 23-24), "de’ mali suoi men si ricorda" (v. 31), "fredde,
tacite, smorte / sudar le genti e palpitar" (vv. 38-39), "te d’ogni dolor morte risana" (v. 54).
- Metafore: "il sereno / rompe" (vv. 4-5), "il Sol sorride" (v. 19), "piacer figlio d’affanno"
(v. 32).
- Antifrasi: "natura cortese" (v. 42), "diletti" v. 44), "umana / prole cara agli eterni" (vv.
50-51).
- Apostrofe: "o natura cortese" (v. 42).
- Sineddoche: "ogni cor" (v. 8).
IL SABATO DEL VILLAGGIO
Viene descritta una scena di vita quotidiana in un paese, nell'atmosfera serale di un sabato
primaverile, quando gli abitanti si preparano con ansia al giorno di festa. La descrizione si
concentra su alcune figure esemplari come la donzelletta, i fanciulli, la vecchierella, lo
zappatore, il falegname. Il piacere, che ognuno degli abitanti si aspetta, non giungerà mai,
ma permarranno la noia e la tristezza dell’esistenza umana. Si afferma inizialmente la
superiorità del sabato sulla domenica, della gioiosa attesa sulla verifica e sulla disillusione.
Al sabato è paragonata la giovinezza, l’età delle speranze che si pensa si realizzeranno in
età adulta, mentre alla domenica la vita adulta, in cui ogni speranza e attesa diviene vana e
si scopre il dolore. Nell’ultima strofa il poeta si rivolge ad un fanciullo ignaro della
condizione umana, invitato a godere dei piaceri della sua giovinezza, concentrata su attesa
e speranze, non affermando ma lasciando intendere che l’età adulta non sarà altrettanto
gioiosa ma gli riserverà una serie di sofferenze.
- iperbato: "tornare ella si appresta / dimani, al dì di festa, il petto e il crine"; "ed al
travaglio usato / ciascuno in suo pensier farà ritorno"; "ma la tua festa / ch’anco tardi a
venir non ti sia grave"
- metafore: "età più bella", "età fiorita", "stagion lieta" (impiegate per indicare la
giovinezza); "festa" (l’età matura)
- similitudine: "cotesta età fiorita è come un giorno d’allegrezza pieno"
- metonimia: "sereno" (v. 17, per indicare il cielo)
- anastrofe: "novellando vien" (v. 11), "d’allegrezza pieno" (v. 45)
- apostrofe: "garzoncello scherzoso" (v. 43)
- anadiplosi: "un giorno d’allegrezza pieno / giorno chiaro, sereno" (vv. 45-46)
- reticenza: "altro dirti non vo" (v. 50)
-
- TERZA FASE: IMPEGNO SOCIALE E LA GINESTRA
Nell’ultimo periodo napoletano Leopardi compose la Ginestra, considerato il suo testamento
ideale, in cui si condensa tutto il suo pensiero filosofico. Rappresenta una proposta rivolta a tutti
gli uomini basata su un modello equo e solidale di società e la verità, consapevolezza dell’infelicità
della condizione umana, ha valore in quanto capace di creare una coscienza umana universale.
Deve compiersi un’alleanza tra tutti gli uomini che con uno sforzo titanico dovranno sfidare le leggi
della natura.
Il paesaggio desolato del Vesuvio è il simbolo della condizione umana sulla terra: dopo una
catastrofe naturale improvvisa, il paesaggio rigoglioso si è trasformato in un deserto dove solo la
ginestra cresce e ingentilisce con il suo odore le lande desolate, ed è testimone dei mutamenti
storici. Come incipit del testo vi è un versetto del vangelo di Giovanni che denuncia la tendenza
degli uomini a illudersi piuttosto che affrontare la verità: è una denuncia alla scelta degli uomini
ottocenteschi di aderire alle filosofie idealiste e alle religioni piuttosto che ai “lumi della ragione”
dell’illuminismo.
Nella seconda strofa si esortano i contemporanei a osservare il paesaggio e vedere come gli
uomini siano indifesi contro la natura e non vi siano progressi del corso della storia, rifiutando lo
storicismo e condannando il presente. Qui condanna gli intellettuali italiani per aver rifiutato
l’illuminismo, che rivelato il vero, a favore di filosofie spiritualiste e dell’umanesimo
antropocentrista cattolico.
Nella terza strofa, con la metafora del povero malato, si esortano gli uomini a guardare in faccia la
loro condizione e non rifugiarsi nelle illusioni, tentando invece di costruire un’alleanza basata su
ideali di filantropia e fratellanza e non attaccandosi a vicenda.
La quarta strofa pone l’accento sulla piccolezza dell’uomo verso la natura parlando della posizione
marginale che la Terra ricopre nell’universo.
Il tema è ripreso anche nella quinta strofa tramite il paragone tra un frutto che si abbatte su un
formicaio e la potenza distruttiva del Vesuvio, concentrandosi sull’indifferenza della natura verso
tutti gli esseri viventi.
La sesta e la settima strofa sono fortemente visive e mostrano all’uomo, tramite l’immagine del
Vesuvio che erutta, la sua piccolezza e impotenza verso la natura. L’uomo deve essere come la
ginestra che, seppur impotente, non si sottrae al suo destino di distruzione dinanzi al vulcano e
cresce rigogliosa e fiera.