CANTO I
Il canto segna l’inizio della seconda cantica della Divina Commedia e si svolge all’alba di domenica 10 aprile (o
27 marzo) del 1300, sulla spiaggia dell’Antipurgatorio, dove Dante e Virgilio emergono dopo il viaggio attraverso
l’Inferno. In questo canto si trovano il proemio della cantica, la descrizione del cielo del Purgatorio, l’incontro con
Catone Uticense, il dialogo tra Virgilio e Catone e infine il rito di purificazione di Dante con il giunco.
Proemio della Cantica (vv. 1-12)
Dante introduce il Purgatorio con un proemio che riprende la metafora della navigazione poetica: la sua “nave”
dell’ingegno sta per lasciare il mare tempestoso dell’Inferno per affrontare acque più calme, raccontando la
seconda tappa del viaggio ultraterreno. In questo regno le anime si purificano dai peccati e diventano degne del
Paradiso. Il poeta invoca le Muse, e in particolare Calliope, la musa della poesia epica, affinché lo assistano con
il loro canto. Dante cita il mito delle figlie di Pierio, le quali sfidarono le Muse nel canto e, sconfitte, furono
trasformate in gazze: l’autore si augura che la sua poesia risorga, come la vittoria delle Muse su quelle fanciulle.
Dante osserva le quattro stelle e l’apparizione di Catone (vv. 13-39)
Dante e Virgilio, usciti dal buio dell’Inferno, si trovano su una spiaggia immersa in un’aria pura e limpida, che
restituisce al poeta la gioia della vista dopo le tenebre infernali. Il cielo è di un intenso colore di zaffiro orientale, e
la stella Venere, simbolo di amore e bellezza, illumina tutto l’oriente, tanto da offuscare la costellazione dei Pesci.
Dante si volta a destra e osserva il cielo australe, vedendo quattro stelle luminose che nessun uomo ha mai visto
dopo Adamo ed Eva. Queste stelle rappresentano le quattro virtù cardinali (Prudenza, Giustizia, Fortezza e
Temperanza), fondamentali per il percorso di purificazione. Il poeta afferma che l’emisfero settentrionale, da cui
esse non sono visibili, dovrebbe dolersi della loro assenza. Distogliendo lo sguardo dal cielo, Dante si accorge
della presenza di un vecchio dalla figura austera e venerabile: è Catone Uticense, il custode del Purgatorio. Ha
una lunga barba e capelli brizzolati intrecciati in due trecce che gli ricadono sul petto, ed è illuminato dalla luce
delle quattro stelle, che gli conferiscono un aspetto solenne e quasi divino.
Rimprovero di Catone e risposta di Virgilio (vv. 40-84)
Catone si rivolge bruscamente ai due poeti, chiedendo chi siano e perché si trovino lì. Li scambia per anime
dannate fuggite dall’Inferno, risalite lungo il corso del fiume sotterraneo che attraversa il regno infernale. Si
chiede chi abbia concesso loro il passaggio, se le leggi dell’Inferno siano state violate o se il cielo abbia deciso di
modificare le regole dell’aldilà. Virgilio, per mostrare rispetto, prende Dante per mano e lo induce a inginocchiarsi
davanti a Catone, abbassando lo sguardo in segno di umiltà. Quindi risponde con deferenza, spiegando che non
è venuto di sua volontà, ma è stato inviato da una beata (Beatrice), la quale gli ha affidato il compito di salvare
Dante e guidarlo fino alla salvezza. Virgilio continua spiegando che Dante è ancora vivo e non un’anima dannata:
per i suoi peccati rischiava la dannazione, ma è stato soccorso per volontà divina. Dopo aver attraversato
l’Inferno, ora devono visitare il Purgatorio, dove le anime si purificano sotto la custodia di Catone. Virgilio fa leva
sul concetto di libertà, ricordando che Dante sta compiendo questo viaggio per cercarla, e chi meglio di Catone
può comprendere il valore di essa? Infatti, il custode del Purgatorio è celebre per essersi tolto la vita a Utica pur
di non sottomettersi alla tirannia di Cesare. Virgilio conclude dicendo che non sono state infrante le leggi divine, e
cerca di convincerlo appellandosi anche all’amore che la sua defunta moglie Marzia, rimasta nel Limbo, ancora
nutre per lui. Virgilio promette persino di parlarle di lui una volta tornato nel mondo dei morti, se Catone li lascerà
passare.
Replica di Catone a Virgilio (vv. 85-111)
Catone risponde con fermezza. Ammette di aver amato molto Marzia in vita, tanto che ella ottenne sempre ciò
che desiderava, ma ora che si trova al di là del fiume Acheronte non può più influenzarlo. Con questa
affermazione, Catone stabilisce una netta separazione tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Tuttavia, dal
momento che Virgilio è stato inviato da una beata del Paradiso, non è necessario convincerlo con le lusinghe: il
volere divino è sufficiente. Catone permette dunque ai due poeti di proseguire nel loro viaggio, ma impone un rito
di purificazione prima che Dante inizi la salita al monte del Purgatorio. Ordina a Virgilio di lavare il viso di Dante
per cancellare i segni del viaggio infernale e di cingerlo con un giunco, simbolo di umiltà e adattabilità. L’isola del
Purgatorio è circondata da un mare poco profondo, sulle cui sponde crescono solo giunchi: questa pianta, dal
fusto flessibile, è l’unica che può resistere all’acqua e rappresenta la necessità di piegarsi con umiltà per
affrontare il cammino di redenzione. Dopo aver dato queste istruzioni, Catone scompare improvvisamente.
Virgilio lava il viso di Dante e lo cinge con un giunco (vv. 112-136)
Dante, senza parlare, si rialza e segue Virgilio, che lo conduce lungo il pendio della spiaggia fino alla riva. Il cielo
si illumina sempre di più e Dante può osservare il mare tremolare alla luce dell’alba. I due camminano lungo la
spiaggia deserta, come viandanti che finalmente ritrovano la strada dopo essersi smarriti. Arrivati in un punto
ancora in ombra, dove la rugiada non è ancora evaporata, Virgilio raccoglie l’acqua con le mani e la passa sul
viso di Dante, lavandolo dalle tracce del viaggio infernale e restituendogli il colorito naturale. Dopodiché si
avvicinano al bagnasciuga, dove Virgilio strappa un giunco e lo cinge attorno ai fianchi di Dante, seguendo le
istruzioni di Catone. Con stupore, Dante vede che subito dopo il giunco strappato ne spunta uno nuovo, simbolo
della continua rinascita spirituale e dell’umiltà necessaria per affrontare la purificazione.
CANTO II
Il Canto II del Purgatorio di Dante Alighieri si svolge all’alba di domenica 10 aprile (o 27 marzo) del 1300, sulla
spiaggia dell’Antipurgatorio, dove Dante e Virgilio si trovano dopo essere stati accolti da Catone nel Canto
precedente. Il canto si divide in quattro momenti principali: la descrizione dell’alba e l’apparizione dell’angelo
nocchiero, l’incontro con le anime dei penitenti appena giunte, l’incontro con Casella e il suo canto, e infine il
rimprovero di Catone che pone fine alla scena.
Descrizione dell’alba e apparizione dell’angelo nocchiero (vv. 1-36)
Dante inizia il canto con una descrizione astronomica dell’alba, confrontando il moto del sole con il cielo visto da
Gerusalemme e la notte che si diffonde a Oriente, presso il Gange. L’aurora assume un colore arancione, segno
del nuovo giorno. Il poeta e Virgilio sono ancora sulla riva, intenti a riflettere sulla strada da percorrere, quando
Dante nota una luce in lontananza sul mare, simile al pianeta Marte velato dalla nebbia. La luce si muove con
estrema velocità verso di loro. Dante si volta un attimo per parlarne con Virgilio e, quando ritorna a guardare,
vede la luce più grande e splendente. Ben presto appaiono due bianche ali e un’altra chiazza bianca sotto di
esse. Virgilio, comprendendo di cosa si tratti, ordina a Dante di inginocchiarsi e pregare, perché sta giungendo
un angelo del Paradiso. L’angelo, senza remi né vele, guida la barca solo con le sue ali eterne, che fendono l’aria
senza mai consumarsi.
Incontro con le anime dei penitenti (vv. 37-75)
Man mano che l’angelo si avvicina, Dante non riesce a sostenerne lo splendore e abbassa lo sguardo. L’angelo
giunge a riva conducendo una barchetta così leggera che non affonda nell’acqua. Alla poppa sta lui, mentre
all’interno ci sono più di cento anime che cantano il Salmo In exitu Israel de Aegypto, il quale rievoca l’esodo del
popolo ebraico dall’Egitto e simboleggia il viaggio di purificazione dell’anima nel Purgatorio. Dopo aver fatto loro il
segno della croce, l’angelo riparte velocemente come era arrivato. Le anime, smarrite, osservano l’ambiente
circostante come se fossero in un luogo sconosciuto. Intanto il sole si è alzato e la costellazione del Capricorno
sta già declinando. Le anime appena giunte chiedono ai due poeti quale sia la strada per il monte, ma Virgilio
risponde che anche loro sono appena arrivati, provenendo però da un cammino molto più difficile dell’ascesa al
Purgatorio. Quando i penitenti si rendono conto che Dante è vivo (poiché respira), impallidiscono per lo stupore e
lo circondano con curiosità, quasi dimenticando il loro scopo principale: iniziare la purificazione salendo il monte.
Incontro con Casella (vv. 76-111)
Tra le anime, una si fa avanti per abbracciare Dante, che a sua volta tenta di stringerla, ma invano: il corpo
dell’anima è incorporeo e sfugge alle sue braccia. Dante resta sorpreso, ma l’anima sorride e lo invita ad
allontanarsi un momento dalla folla. Dante lo segue e, osservandolo meglio, riconosce il suo amico Casella, un
musicista fiorentino. Felice di rivederlo, il poeta lo prega di fermarsi un poco per parlare. Casella risponde
affettuosamente, spiegando che la sua anima non è giunta prima in Purgatorio perché l’angelo nocchiero,
seguendo la volontà divina, lo aveva sempre respinto. Tuttavia, da tre mesi a quella parte l’angelo ha iniziato a
prendere tutte le anime che desiderano imbarcarsi per il Purgatorio, e così Casella ha potuto finalmente
raggiungere la spiaggia, dopo essere stato raccolto alla foce del Tevere, il punto in cui si radunano le anime non
destinate all’Inferno. Dante, affaticato dal viaggio, chiede a Casella di confortarlo con il suo canto, come faceva in
vita.
Il canto di Casella e il rimprovero di Catone (vv. 112-133)
Casella accoglie la richiesta e intona la canzone Amor che ne la mente mi ragiona, un componimento dello
stesso Dante. Il canto è così dolce che incanta tutti i presenti: Dante, Virgilio e le anime dei penitenti si fermano
ad ascoltarlo, dimenticandosi per un attimo della loro missione. All’improvviso, però, appare di nuovo Catone,
che rimprovera le anime con severità, accusandole di essere negligenti e di perdere tempo invece di avviarsi alla
purificazione. L’ordine di Catone scuote le anime, che fuggono verso il monte come colombe spaventate. Anche
Dante e Virgilio, sorpresi dal rimprovero, si affrettano a riprendere il loro cammino.
CANTO III
Il canto si svolge sulla spiaggia dell’Antipurgatorio nella mattina di domenica 10 aprile (o 27 marzo) del 1300,
intorno alle sette. Dopo il rimprovero di Catone nel canto precedente, Dante e Virgilio riprendono il cammino.
Virgilio spiega a Dante la giustizia divina, incontrano un gruppo di anime dette contumaci (coloro che, pur pentiti,
morirono scomunicati) e hanno un colloquio con Manfredi di Svevia, il quale chiede a Dante di riferire alla figlia
Costanza la verità sul suo stato ultraterreno affinché possa aiutarlo con le sue preghiere.
Ripresa del cammino (vv. 1-18)
Dante e Virgilio riprendono il viaggio dopo il severo ammonimento di Catone Uticense. Le anime che si erano
disperse alla vista del custode del Purgatorio sono fuggite verso la montagna. Dante si stringe a Virgilio,
consapevole che senza la sua guida non potrebbe procedere nel viaggio. Virgilio sembra turbato, quasi punto
dalla coscienza: il suo animo è talmente puro che anche un piccolo errore lo induce a un profondo rimorso.
Tuttavia, dopo aver ripreso a camminare con un passo più dignitoso e meno affrettato, Dante si guarda intorno e
ammira la montagna del Purgatorio, che si erge altissima verso il cielo, molto più di qualsiasi altra montagna
conosciuta. Il sole splende dietro di lui e proietta la sua ombra in avanti, un particolare che presto lo metterà in
agitazione.
Paura di Dante e rimprovero di Virgilio (vv. 19-45)
Dante nota con sorpresa che la sua ombra si proietta chiaramente davanti a lui, mentre Virgilio non ne ha alcuna.
Spaventato dall’idea di essere stato abbandonato, si gira di scatto per verificare se il maestro sia ancora con lui.
Virgilio lo rimprovera con fermezza, dicendogli che è ora di smettere di dubitare della sua guida. Gli spiega che il
corpo che una volta proiettava ombra riposa ormai a Napoli, dove fu traslato dopo la morte avvenuta a Brindisi. In
quel momento, nel mondo terreno, lì è già [Link] coglie l’occasione per riflettere sulla giustizia divina, che
permette alle anime incorporee di soffrire pene fisiche, un mistero che la ragione umana non può comprendere.
Gli uomini devono accontentarsi di ciò che è stato rivelato, perché se l’intelletto umano fosse stato sufficiente per
comprendere tutti i misteri della fede, non sarebbe stato necessario che Cristo venisse sulla Terra. Virgilio cita i
grandi filosofi pagani (Aristotele, Platone e altri), il cui desiderio di conoscere la verità è stato vano e ora è la loro
pena eterna. Dopo queste parole, il maestro resta in silenzio e abbassa la testa pensieroso, segno della sua
consapevolezza di non poter accedere a tale conoscenza.
Incontro con i contumaci (vv. 46-102)
Dante e Virgilio arrivano ai piedi della montagna, ma si trovano di fronte a un ostacolo: la parete è talmente ripida
che risulta impossibile scalarla. Dante la paragona alle rocce più impervie della Liguria, che al confronto
sembrerebbero scale agevoli. Virgilio si ferma per cercare un accesso più semplice e, mentre riflette guardando a
terra, Dante scruta la cima della montagna. All’improvviso, da sinistra, compare un gruppo di anime che
avanzano molto lentamente. Virgilio invita Dante ad avvicinarsi a loro per chiedere indicazioni, incoraggiandolo a
rafforzare la speranza. Le anime avanzano con estrema lentezza e, nonostante i due poeti abbiano percorso già
un lungo tratto per andargli incontro, sono ancora molto distanti. Quando finalmente le anime li notano, si
stringono alla parete della montagna, quasi timorose della loro presenza. Virgilio chiede loro con cortesia quale
sia il punto d’accesso al monte, spiegando che loro non vogliono perdere tempo. Le anime iniziano a muoversi
lentamente verso di loro, assumendo un atteggiamento simile a quello delle pecore, che escono dal recinto una
dietro l’altra senza sapere esattamente dove andare. Tuttavia, le prime anime si accorgono che Dante ha un
corpo e proietta un’ombra, e per lo stupore si fermano di colpo, causando il blocco dell’intero gruppo. Virgilio li
rassicura spiegando che Dante è ancora vivo, ma che non è contro il volere divino che stia tentando di scalare la
montagna del Purgatorio. Le anime, rassicurate, fanno cenno ai due poeti di procedere con loro.
Incontro con Manfredi di Svevia (vv. 103-145)
Dal gruppo di anime si fa avanti una figura che si rivolge direttamente a Dante, invitandolo a osservarlo bene per
vedere se lo riconosce. Dante lo osserva attentamente e nota che è un uomo biondo, dal volto nobile e bello, ma
con un sopracciglio diviso da una profonda ferita. Dante ammette di non averlo mai visto prima, ma il penitente
gli mostra una piaga sul petto e si identifica: è Manfredi di Svevia, nipote dell’imperatrice Costanza d’Altavilla.
Manfredi racconta che, dopo essere stato colpito a morte nella battaglia di Benevento (1266), si pentì dei suoi
peccati con le lacrime agli occhi e, nonostante le sue colpe fossero gravissime, fu salvato dalla grazia divina.
Tuttavia, la Chiesa lo aveva scomunicato e il vescovo di Cosenza, istigato da papa Clemente IV, ordinò che il suo
corpo, inizialmente sepolto sotto un mucchio di pietre vicino a un ponte, fosse disseppellito e trasportato fuori dai
confini del Regno di Napoli. Fu quindi sepolto in un luogo sconosciuto, lungo il fiume Liri, a lume spento, senza
alcuna cerimonia funebre. Manfredi spiega a Dante che, anche se la scomunica della Chiesa comporta un’attesa
più lunga prima della purificazione, essa non impedisce la salvezza. Chi muore scomunicato deve attendere
nell’Antipurgatorio per un tempo pari a trenta volte quello trascorso in scomunica, a meno che le preghiere di
qualcuno non abbrevino questa pena. Per questo motivo, Manfredi supplica Dante di rivelare la verità a sua figlia
Costanza, affinché lei possa pregare per lui e accelerare il suo percorso verso la purificazione.
CANTO V
Il canto si svolge ancora nell’Antipurgatorio, nella fascia che ospita le anime dei morti per forza, ossia coloro che
morirono di morte violenta e si pentirono solo all’ultimo istante. Dante e Virgilio hanno già lasciato le anime dei
pigri e si trovano ora nel secondo balzo dell’Antipurgatorio. In questo canto, Dante incontra tre figure storiche:
Iacopo del Cassero, Bonconte da Montefeltro e Pia de’ Tolomei, ognuno con una vicenda tragica legata alla
propria morte. Il tempo è avanzato fino a mezzogiorno di domenica 10 aprile (o 27 marzo) del 1300.
Dante e Virgilio lasciano le anime dei pigri. Rimprovero di Virgilio (vv. 1-21)
Dante e Virgilio si sono appena lasciati alle spalle le anime dei pigri, quando una di esse nota che Dante proietta
un’ombra e lo indica agli altri, suscitando stupore tra i penitenti. Dante si volta a guardarle e si accorge che
stanno continuando a parlare di lui, ma viene subito ripreso da Virgilio. Il maestro lo ammonisce perché si sta
attardando ad ascoltare i mormorii invece di concentrarsi sul cammino. Gli dice che deve essere come una torre
ben salda, che non si lascia scuotere dai venti: un uomo che si perde nei troppi pensieri e si lascia distrarre non
riuscirà mai a raggiungere la meta che si è prefissato. Dante accoglie il rimprovero con vergogna e, arrossendo,
riprende il cammino senza più voltarsi.
Incontro con le anime dei morti per forza (vv. 22-63)
Proseguendo lungo un ripiano roccioso, i due poeti vedono un gruppo di anime che avanzano verso di loro
cantando il Miserere, un salmo penitenziale. Quando le anime notano che Dante ha un corpo solido e proietta
un’ombra, emettono un’esclamazione di [Link] di loro si staccano dal gruppo e corrono verso i poeti per
chiedere spiegazioni. Virgilio prende la parola e chiarisce che Dante è vivo e in carne e ossa, quindi suggerisce
ai due spiriti di riferire la notizia agli altri penitenti, poiché potrebbe essere utile a tutti loro. Le due anime si
affrettano a comunicare il messaggio ai compagni e, in un attimo, l’intero gruppo si muove verso Dante con
incredibile rapidità. Il loro movimento viene descritto con due similitudini: sono veloci come stelle cadenti nel cielo
notturno o lampi al tramonto. Quando le anime raggiungono i due viaggiatori, Virgilio avverte Dante di non
perdere troppo tempo a parlare, perché il numero dei penitenti è grande e lui deve ascoltarli senza fermarsi. Le
anime chiedono a Dante di rallentare un poco, affinché possano parlargli. Gli domandano se riconosce qualcuno
di loro e spiegano che furono tutti morti per forza, ossia uccisi in modo violento, e che si pentirono soltanto
all’ultimo istante, riuscendo così a salvarsi. Dante le osserva una per una, ma non riconosce nessuno di loro.
Tuttavia, li invita a raccontare le loro storie e promette di esaudire ogni loro richiesta, se gli sarà possibile, in
nome della pace spirituale che anche lui sta cercando.
Colloquio con Iacopo del Cassero (vv. 64-84)
Un’anima prende la parola e si presenta come Iacopo del Cassero, originario di Fano. Si fida di Dante senza
bisogno di giuramenti e lo prega, se mai passerà per la Marca Anconetana (la regione tra la Romagna e il Regno
di Napoli), di chiedere ai suoi conoscenti a Fano di pregare per lui, affinché il suo tempo di espiazione
nell’Antipurgatorio sia abbreviato. Racconta la sua tragica morte: era fuggito in territorio padovano, convinto di
essere al sicuro, ma venne raggiunto dagli uomini di Azzo VIII d’Este, che lo odiava al di là di ogni ragione. Se si
fosse rifugiato a Mira, sul fiume Brenta, sarebbe ancora vivo, ma invece rimase intrappolato nella palude e cadde
a terra, vedendo il suo sangue spargersi.
Colloquio con Bonconte da Montefeltro (vv. 85-129)
Dopo Iacopo, un altro spirito si rivolge a Dante e gli augura di completare con successo la sua ascesa al monte
del Purgatorio. Gli chiede aiuto e si presenta come Bonconte da Montefeltro. Dante, sorpreso, gli chiede come
mai il suo corpo non sia mai stato ritrovato dopo la sua morte nella battaglia di Campaldino (1289). Bonconte
spiega che, ferito alla gola, riuscì a trascinarsi fino alla riva del fiume Archiano, un affluente dell’Arno. Poco prima
di morire, ebbe il tempo di pentirsi e invocare la Vergine Maria. A quel punto, si scatenò un conflitto tra un angelo
e un diavolo: l’angelo prese la sua anima per portarla in salvo, mentre il diavolo, furioso, si accanì sul suo corpo.
Bonconte spiega un fenomeno naturale: l’umidità presente nell’aria si trasforma in pioggia a causa del freddo. Il
diavolo sfruttò questo principio per scatenare una terribile tempesta, che avvolse tutta la pianura nella nebbia e
fece cadere una grande quantità d’acqua. L’Archiano, gonfio per le piogge, trascinò via il suo corpo, cancellando
il segno della croce che lui aveva tracciato prima di morire. Alla fine, il suo cadavere fu sepolto nel fondale
fangoso dell’Arno e mai più ritrovato.
Colloquio con Pia de’ Tolomei (vv. 130-136)
Dopo che Bonconte ha concluso il suo racconto, un’altra anima prende la parola. È una donna, che con parole
dolci e semplici si rivolge a Dante. Gli chiede di ricordarsi di lei quando tornerà nel mondo, dopo essersi riposato
dal lungo viaggio. Si presenta con una frase breve e carica di tristezza: è Pia de’ Tolomei, senese, uccisa in
Maremma. Non fornisce dettagli sulla sua morte, ma accenna con amarezza all’uomo che l’aveva sposata e che
poi la fece uccidere. Il suo tono riservato e malinconico, privo di accuse dirette, la rende una delle figure più
toccanti del Purgatorio.
CANTO VI
I morti per forza si affollano intorno a Dante (1-24)
Dante paragona la scena che sta vivendo a quella di un gioco della zara (un gioco d’azzardo medievale): quando
la partita finisce, tutti si affollano intorno al vincitore per chiedere qualcosa, mentre il perdente rimane solo e
impara dai suoi errori. Allo stesso modo, le anime dei morti per forza si stringono attorno a Dante, cercando di
ottenere la sua attenzione. Dante, come il vincitore della zara, non si ferma completamente, ma cerca di dare
retta a tutti senza trattenersi troppo a lungo. Tra le anime presenti si trovano personaggi famosi, tra cui:
•L’Aretino ucciso da Ghino di Tacco, un noto brigante;
•Guccio de’ Tarlati, che morì annegato;
•Federico Novello, un nobile della Romagna;
•Il pisano figlio di Marzucco, un padre che, nonostante il dolore per la morte del figlio, si mostrò forte e
rassegnato;
•Il conte Orso degli Alberti, assassinato per questioni di famiglia;
•Pierre de la Brosse, ex consigliere del re di Francia Filippo III, che fu ingiustamente condannato e ucciso per
invidia. Quest’ultimo invita Dante a riferire alla regina Maria di Brabante di pentirsi delle sue colpe per evitare la
dannazione eterna.
Virgilio spiega l’efficacia della preghiera (25-57)
Dopo essersi liberato dalla folla di anime, Dante si rivolge a Virgilio per chiarire un dubbio: nel poema virgiliano si
afferma che le preghiere non possono modificare il decreto divino, eppure queste anime sembrano sperare nel
contrario. Virgilio spiega che le sue parole nell’Eneide erano giuste, ma vanno interpretate correttamente. Infatti,
la preghiera può abbreviare il tempo di espiazione delle anime solo quando è accompagnata dalla carità e dalla
volontà di [Link], Virgilio chiarisce che nella sua opera parlava di preghiere che non erano rivolte
direttamente a Dio. Poi esorta Dante a non conservare dubbi e a rivolgere queste domande a Beatrice, la quale
lo attende sulla cima del monte e potrà dargli spiegazioni più profonde. Dante, rinfrancato, chiede di accelerare il
passo, ma Virgilio gli spiega che il viaggio è più lungo di quanto creda: prima di arrivare in cima, il sole
tramonterà e risorgerà almeno una volta.
Incontro con Sordello da Goito (58-75)
Virgilio indica a Dante un’anima che se ne sta in disparte, con un atteggiamento altero e fiero, e suggerisce di
chiedere indicazioni a questa figura. L’anima guarda i due poeti con sospetto, come un leone in attesa, senza
dire nulla finché non si avvicinano. Virgilio si presenta e gli chiede la strada più rapida per salire, ma prima di
rispondere, l’anima gli chiede da dove venga. Appena sente la parola “Mantova”, lo spirito corre ad abbracciare
Virgilio e si presenta come Sordello da Goito, celebre poeta mantovano del XIII secolo.
Invettiva contro l’Italia (76-126)
Questo episodio spinge Dante a una veemente invettiva contro l’Italia, che descrive come un paese dilaniato
dalle lotte interne. Dante si scandalizza per il fatto che due anime si siano abbracciate solo perché provenienti
dalla stessa città, mentre in vita gli italiani si combattono tra loro, persino all’interno dello stesso Comune. L’Italia
è paragonata a una nave senza timoniere in una tempesta, priva di guida politica e ridotta a un bordello invece
che essere la signora del mondo come ai tempi dell’Impero Romano. L’autore accusa l’imperatore Alberto I
d’Asburgo di aver abbandonato l’Italia al suo destino, lasciandola diventare una bestia selvaggia. Dante si
augura che Dio lo punisca per questa negligenza, così che il suo successore impari la lezione e si prenda cura
dell’Italia.
L’Italia è in rovina: le sue città sono devastate dalle lotte, i feudatari vengono oppressi, le famiglie nobili sono in
continua faida. Roma, una volta centro del mondo, ora piange il proprio abbandono e Dante chiede a Dio (Cristo,
qui chiamato Giove) se stia ignorando l’Italia o se stia preparando per essa un destino migliore. L’Italia è
piena di tiranni: ogni piccolo signorotto si comporta come un imperatore, portando solo caos e distruzione.
Invettiva contro Firenze (127-151)
Dopo aver condannato l’Italia, Dante si rivolge direttamente alla sua città natale, Firenze, con un tono ironico e
pungente. La accusa di essere sempre in guerra con sé stessa, nonostante i suoi cittadini si vantino della loro
giustizia. Mentre in altre città gli uomini giusti esitano ad assumere cariche pubbliche, a Firenze tutti fanno a gara
per ottenere il potere, spesso in modo disonesto. Dante paragona Firenze ad Atene e Sparta, due città famose
per la loro saggezza legislativa, ma afferma che Firenze ha un sistema di governo così fragile che le leggi
cambiano continuamente: una delibera fatta a ottobre non dura nemmeno fino a novembre. Infine, conclude
con un’amara riflessione: Firenze è come un malato che, incapace di trovare riposo nel letto, continua a rigirarsi,
cercando invano una soluzione ai suoi problemi, ma peggiorando la propria situazione con i continui
cambiamenti.