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3 L'apogeo Dell'impero

Il documento analizza l'apogeo dell'impero romano, evidenziando la romanizzazione delle province attraverso una politica di integrazione e concessioni. Viene descritto il ruolo centrale delle città e delle élite locali nel governo, nonché l'importanza degli acquedotti e delle terme nella vita urbana. Infine, si discute il cambiamento nel panorama religioso, con l'emergere di culti alternativi e la crescente domanda di spiritualità personale in risposta alle crisi del periodo.

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3 L'apogeo Dell'impero

Il documento analizza l'apogeo dell'impero romano, evidenziando la romanizzazione delle province attraverso una politica di integrazione e concessioni. Viene descritto il ruolo centrale delle città e delle élite locali nel governo, nonché l'importanza degli acquedotti e delle terme nella vita urbana. Infine, si discute il cambiamento nel panorama religioso, con l'emergere di culti alternativi e la crescente domanda di spiritualità personale in risposta alle crisi del periodo.

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3 L’apogeo dell’impero

1 La romanizzazione dell’impero
UNA POLITICA DI SUCCESSORoma aveva creato un impero immenso. Esteso su tre continenti
(Europa, Africa, Asia), raggiungeva una superficie di quasi 6 milioni di chilometri quadrati e una
popolazione di circa 60 milioni di abitanti. Un insieme così smisurato, con popoli di tutte le etnie e
di tutte le lingue, era stato costruito in secoli di guerre vittoriose e di massacri. La sola forza però
sarebbe stata incapace di conservarlo nel tempo. Per raggiungere questo risultato e far durare ancora
molti secoli l’impero, vennero usati metodi molto simili a quelli che durante la Repubblica avevano
permesso a Roma di trasformare in una realtà unitaria e fedele l’intera Italia: adottare
una politica diversificata per adattarsi a situazioni e interlocutori differenti,
effettuare concessioni a chi accettava la subordinazione, coinvolgere le aristocrazie dei popoli
sottomessi nel governo imperiale e poi, gradualmente, estendere l’influenza economica, politica e
culturale fino a trasformare in Romani tutti gli abitanti dell’impero.
Durante l’epoca repubblicana l’aristocrazia romana e italica aveva dominato su popolazioni
organizzate in province e del tutto sottomesse. Alla fine del I secolo la situazione era già molto
cambiata, come rivelano la scelta di un imperatore nato in Spagna, Traiano, e poi il succedersi di
altri imperatori di origine provinciale. Tra I e II secolo la compagine imperiale era unitaria, o quasi
unitaria. Nel corso di un lento processo le popolazioni delle province e le loro aristocrazie avevano
assunto la stessa lingua, la stessa cultura, le stesse leggi e gli stessi interessi politici delle
aristocrazie e delle popolazioni di Roma e dell’Italia.
UN IMPERO DI CITTÀQuesto processo di romanizzazione venne reso possibile da diversi
elementi. Il più importante fu la decisione di basare il governo dell’impero non su una vasta
burocrazia residente nella capitale ma sulla cooperazione delle comunità locali, che già prima
della conquista romana erano organizzate perlopiù in città, soprattutto in Italia e nelle province
orientali. Sebbene l’impero fosse articolato in province, nel suo funzionamento il ruolo maggiore
spettò dunque alle città. Fondato da una città, l’impero romano si basò su altre città. Nelle regioni
dove ancora non esistevano città, le popolazioni vennero spinte a crearle. In Gallia, per esempio, la
nobiltà celtica abbandonò i piccoli centri fortificati dove aveva fino allora vissuto per nuovi e più
grandi abitati. Nelle zone di frontiera l’urbanizzazione fu realizzata fondando colonie di veterani.
Sia le città nuove sia quelle esistenti recepirono il modello delle città romane, assumendo una
struttura simile, con al centro il Foro e la sala della Curia cittadina (dove si riuniva una specie di
Senato locale), e poi con teatri, templi, acquedotti, terme e altri edifici pubblici. L’impero risultò
composto da un migliaio di comunità cittadine, costituite dagli abitanti della città – dove erano
concentrate tutte le persone che contavano – e da quelli del territorio circostante, perlopiù contadini
subalterni e schiavi.
UNA NUOVA CLASSE DIRIGENTE AL GOVERNO DELLE CITTÀLe città godevano di una
vasta autonomia e potevano autogovernarsi come meglio credevano, a patto naturalmente di non
andare contro i superiori interessi dell’impero. Il governo era lasciato nelle mani dell’élite locale,
che si riuniva nella Curia. I suoi membri erano chiamati curiali o decurioni. La loro autorità era
tutelata e rafforzata dall’impero: erano loro che dovevano occuparsi di mantenere l’ordine a livello
locale, riscuotere i tributi e fare rispettare nella città i provvedimenti emanati da Roma. I curiali
avevano dunque tutto l’interesse al consolidamento del potere imperiale. Per ricoprire le cariche
cittadine non ricevevano alcun compenso, anzi spesso dovevano pagare somme cospicue; ma
guadagnavano in prestigio e in possibilità di fare affari e ottenere privilegi. Il più ambìto di tutti, per
chi ancora non lo possedeva, era la cittadinanza romana.
LA ROMANIZZAZIONE DELLA CLASSE DIRIGENTEAnche nelle province più lontane
la concessione della cittadinanza avveniva molto facilmente per i ceti superiori, che si
romanizzarono a fondo e precocemente. I più ricchi e influenti fra i curiali o decurioni, inoltre,
ottenevano dall’imperatore l’accesso al rango equestre. Nacque così un’aristocrazia diffusa in
tutto l’impero e costituita da alcune decine di migliaia di famiglie di cavalieri. Anche
la composizione del Senato cambiò, aprendosi gradualmente al mondo provinciale. Rovinate o
addirittura estinte dalle repressioni politiche, molte antiche famiglie senatorie romane e italiche
furono sostituite dalla grande aristocrazia delle province. Fra i circa 600 membri del Senato, nel II
secolo la metà era ormai di provinciali. Dall’età degli Antonini, dato che in vaste zone dell’impero
la cittadinanza era ora concessa a tutti, i privilegi che un tempo spettavano ai cittadini romani
iniziarono a contraddistinguere quegli abitanti che erano dotati di prestigio, ricchezza e buona
reputazione, chiamati honestiores; la massa della popolazione, gli humiliores, era viceversa trattata
in modo meno generoso.
LA ROMANIZZAZIONE DIFFUSALa romanizzazione riguardò molto i ricchi e i potenti, e molto
di meno la massa dei lavoratori e dei poveri. Anche costoro, però, sentirono l’attrazione dei nuovi
modi di vita e dei nuovi valori portati dall’impero. Lo testimoniano la struttura delle città e delle
abitazioni, e poi tanti oggetti di uso quotidiano, come il vasellame da tavola d’importazione, che
circolava in tutto l’impero negli stessi modelli ed era utilizzato da tutti i ceti sociali. La prova
maggiore della profondità raggiunta dalla romanizzazione è però di tipo linguistico. In tutta l’area
occidentale dell’impero, dove la lingua dell’amministrazione era il latino, i linguaggi locali furono
messi da parte: talora scomparvero del tutto, altre volte furono relegati, come i dialetti di oggi, alle
comunicazioni tra i familiari e i vicini. E in seguito, tranne che in Britannia, dove la romanizzazione
fu più modesta, nell’Europa occidentale le lingue formatesi nel corso del Medioevo e dell’Età
moderna derivarono tutte dal latino. Diversa la situazione nell’area orientale dell’impero, dove la
lingua prevalente era il greco, il cui prestigio restava indiscusso. L’impero era dunque bilingue. Il
sentimento di romanità si fece però gradualmente strada anche in Oriente: dopo qualche secolo le
popolazioni orientali cominciarono a chiamare sé stesse, in greco, Rhomàioi, cioè Romani.

2 Città e vita cittadina


IL MODELLO URBANOIl sistema urbano diffuso nell’impero ebbe successo. In tutte le città
sorsero edifici piuttosto simili, anche se naturalmente le dimensioni e la decorazione cambiavano a
seconda della ricchezza e delle tradizioni locali. Una città degna di questo nome doveva avere
anfiteatro, Foro, templi, teatro, terme, acquedotti e, più in generale, un aspetto edilizio di un certo
tipo, con vie dritte che si incrociavano ad angolo retto, possibilmente ben lastricate e dotate di un
sistema fognario, fiancheggiate da case in muratura. Due strutture onnipresenti erano gli acquedotti
e le terme.
GLI ACQUEDOTTII Romani andavano non a torto orgogliosi delle loro tecniche di ingegneria
idraulica. Nella sola città di Roma erano in funzione undici acquedotti, alcuni lunghi quasi cento
chilometri. Per mantenere il più possibile costante la pendenza del percorso intere montagne furono
traforate da gallerie, vallate furono attraversate da ponti e da impressionanti viadotti su
arcate (quello dell’Aqua Claudia correva per dieci chilometri sopra arcate alte fino a 30 metri!).
Tramite sifoni, serbatoi e condutture a pressione l’acqua poteva anche essere fatta risalire per
centinaia di metri. In aggiunta al Tevere, in questo modo Roma disponeva di un fiume artificiale di
acqua potabile: più di 1 milione di metri cubi al giorno, sufficienti a riempire due grandi piscine
ogni minuto! Ma anche le altre città dell’impero beneficiavano delle conoscenze idrauliche e della
preoccupazione romana per il rifornimento idrico. Dalla Spagna alla Francia, dalla Turchia
all’Africa settentrionale ancora oggi le imponenti rovine degli acquedotti di Età imperiale
testimoniano come le città minori non avessero nulla da invidiare alla capitale. L’acqua portata
dagli acquedotti era distribuita attraverso un sistema di fontane pubbliche e giungeva, scorrendo in
condutture di piombo, anche nelle case dei privati più abbienti.
LE TERMEL’acqua serviva anche ad alimentare gli impianti delle terme, un altro elemento
caratteristico del paesaggio urbano nelle città di tutto l’impero. Per i Romani le terme furono una
scoperta tarda, ma di immediato successo. Le terme più antiche, riprese da quelle in uso in Grecia,
erano costruzioni private e di piccole dimensioni. Le prime terme pubbliche vennero costruite a
Roma soltanto al tempo di Augusto. In seguito ne sorsero molte altre, sempre più grandi e lussuose.
Comprendevano spogliatoi, palestre per esercizi fisici, sale da massaggio, di depilazione e cura del
corpo; vi era poi una sauna calda densa di vapore acqueo (calidarium), cioè quello che noi
chiamiamo bagno turco, che in realtà dapprima gli Arabi e poi i Turchi ripresero proprio dal mondo
romano; seguivano bagni in acqua calda, tiepida e fredda, la sosta in una sala lussuosamente
decorata ma priva di riscaldamento (frigidarium) e infine un tuffo nella piscina scoperta. Il recinto
delle terme comprendeva inoltre giardini, portici, biblioteche e sale per spettacoli.
IGIENE E SOCIALITÀÈ difficile oggi immaginare l’importanza delle terme cittadine nella civiltà
dell’impero. Il loro uso scomparve in Europa con la fine del mondo romano ed è tornato di moda
solo ultimamente. A differenza di oggi, però, le terme non erano soltanto uno svago per chi poteva
permettersele o una cura per i malati: in primo luogo, erano una pratica sociale, un modo di essere
a fondo cittadini. L’accesso era gratuito o molto a buon mercato. Vi si recavano tutti i cittadini,
tranne i più miserabili. Per i tanti che non potevano nemmeno sognare le lussuose residenze private
dell’aristocrazia e abitavano nelle tipiche case romane, prive di acqua corrente e riscaldamento, le
terme consentivano di lavarsi e prendersi cura del corpo. Ma alle terme si andava soprattutto
perché erano un luogo di incontro, dove stare con amici, trattare gli affari, discutere di politica e di
filosofia.
CITTÀ E CIVILTÀGli acquedotti e le terme sono due icone di quella che per i Romani era
l’essenza stessa della città. Da queste opportunità della vita urbana erano esclusi i più miserabili
della plebe cittadina e una buona parte dei contadini liberi, che costituivano la grande maggioranza
della popolazione dell’impero. Solo quelli che utilizzavano acquedotti e terme venivano considerati
appieno cittadini, e cioè uomini civilizzati. Non a caso la parola “civiltà”, civilitas, viene dalla
parola “città”, civitas. Questa etimologia indica bene come Roma, una città-Stato che aveva creato
un impero basato su altre città, identificava l’idea stessa di civiltà con quella di città.

3 Le religioni dell’impero
LA RELIGIONE ROMANA E LO STATONel corso della storia di Roma la religione ebbe il ruolo
fondamentale di garantire la protezione degli dèi allo Stato, alla città e alla famiglia, grazie a una
scrupolosa osservanza di riti collettivi. Roma peraltro era stata da sempre molto generosa sia
nell’accogliere divinità straniere tra le proprie sia nel rispettare i culti locali dei paesi via via
assoggettati. Con due condizioni, in questo secondo caso: che le preferenze religiose delle comunità
sottoposte a Roma non turbassero l’ordine pubblico; che non mettessero in discussione i principali
culti statali romani e ne promuovessero anzi la diffusione. Un esempio di questo è la riproposizione
in moltissime città (dell’Italia prima, poi anche delle province extra-italiche) del culto della dea
Roma o della Triade capitolina (Giove, Giunone, Minerva), il cui tempio sorgeva sul colle del
Campidoglio a Roma, un caposaldo della religione pubblica romana. In Età imperiale si era anche
diffusa la pratica di rendere omaggio religioso all’imperatore o alle divinità protettrici della sua
persona e della sua famiglia (► 1.3). Forte fu quindi l’impulso al culto degli imperatori, a partire
da Augusto, divinizzati dopo la morte. Nel vasto orizzonte dell’impero romano la pratica religiosa
ha dunque anche il compito di esprimere la lealtà dei sudditi nei confronti della potenza dominante
e delle figure che ne sono a capo.
UN MUTAMENTO DI CLIMAAlla fine del II secolo si avvertiva però un chiaro mutamento di
clima. L’equilibrio tra la dimensione pubblica e politica della religione e la dimensione individuale
o di singoli gruppi si incrinò. Due furono i fattori principali. Il primo fu la
straordinaria circolazione di culti e fedi diverse che seguirono i movimenti delle legioni, i traffici
commerciali, le rotte marittime. Questa vorticosa circolazione esportava e mescolava esperienze
religiose diverse, creando molteplici alternative ai riti tradizionali. Il secondo fattore, il più
importante, fu il vacillare, alla fine del II secolo, della prospettiva di stabilità, pace,
prosperità promessa da Augusto all’inizio dell’impero. I “barbari” fecero irruzione nei confini, le
armi romane arretrarono più volte, la peste Antonina seminò morte e desolazione. Di fronte al
montare della crisi, aumentò anche la domanda di una religiosità in grado di dare consolazione
rispetto alle minacce del presente e alle incertezze del futuro; di assicurare una prospettiva di
salvezza personale e la felicità nella vita ultraterrena (► 2.3). Non si pregava più per lo Stato e
per il bene dell’impero, ma per sé stessi.
I MISTERI DI MITRAMolti culti diedero risposta a questo mutamento del clima spirituale
soprattutto nelle città (mentre il mondo rurale restava fedele ai propri dèi tradizionali). Nella sola
città di Roma si stima che ci fossero nel IV secolo da 700 a 2000 mitrei, luoghi di culto sotterranei
dedicati a Mitra, antichissima divinità celeste indo-iranica, legata al mazdeismo persiano e simbolo
dell’eterna lotta del Bene contro il Male. Il mitraismo, che aveva come suo mito centrale il
sacrificio in una grotta del toro cosmico, generatore della vita sulla Terra, si diffuse come culto
misterico, al quale cioè potevano accedere solo gli iniziati: prevedeva sette gradi di purificazione,
corrispondenti a ben precise prove di resistenza simbolica e fisica per ogni fedele. Il percorso di
purificazione aveva come obiettivo ultimo la preparazione, fin dalla vita terrena, al viaggio di
ritorno dell’anima nella “casa della luce”. Il mitraismo, organizzato in piccole comunità
esclusivamente maschili, ebbe straordinario successo nell’esercito che militava in Oriente e venne
esportato dai soldati in tutto l’impero.
I MISTERI DI ISIDEPopolarissimo era anche il culto di Iside, dea egizia della fertilità e della
maternità, sorella e sposa di Osiride. Nell’Egitto ellenistico del IV secolo a.C., dal culto di Iside si
sviluppò un culto misterico, riservato solo agli iniziati, che si diffuse soprattutto nelle città portuali
del Mediterraneo e a Roma si radicò solidamente già nel I secolo a.C. Conobbe ulteriore fortuna
anche sotto l’impero: uno dei pochi atti non esecrati dell’imperatore Caligola fu l’erezione a Roma
di un tempio della dea egizia.
Secondo una delle varie versioni del mito egizio, Osiride è un dio supremo, morto e poi risorto.
Ucciso e fatto a pezzi da suo fratello Seth, dio del caos, viene ritrovato da Iside, che, dopo averlo
cercato penosamente a lungo, lo ricompone per una sola notte e concepisce con lui il figlio Horus.
Horus sconfiggerà Seth e prenderà il posto del padre; Osiride diventerà signore dell’oltretomba.
Questa narrazione mitica, di cui l’egizia Iside, divinità amorosa e materna, era il motore, certamente
rimandava al ciclo del fiume Nilo e delle stagioni che si rinnovano, ma era anche uno dei cardini
della fede nella vita ultraterrena, eterna e, a determinate condizioni, eternamente felice.
UNIVERSALISMO CRISTIANOIl cristianesimo si impose nella scena spirituale dell’impero più
gradualmente, tra III e IV secolo. Quello cristiano non era un culto misterico: non era rivolto a
comunità, più o meno ristrette, di iniziati; né escludeva, come il mitraismo, le donne. Anzi, pur
essendo nato in seno all’ebraismo, attraverso l’azione di Paolo di Tarso (san Paolo) se ne distaccò,
assumendo un carattere universale: il messaggio di Gesù di Nazareth si rivolgeva infatti a tutti i
sudditi dell’impero, senza distinzioni sociali, etniche o di genere, ispirandosi a ideali di uguaglianza
e solidarietà tra gli uomini e annunciando la salvezza nella fede nel dio cristiano (► 2.3).
LE COMUNITÀ CRISTIANE SI ORGANIZZANONel corso del II secolo con l’aumento delle
adesioni al cristianesimo si pone il problema di come organizzare le comunità locali. A guidare la
comunità c’era il vescovo (dal greco epìskopos, ‘sorvegliante’) che, eletto dai fedeli (donne e
schiavi inclusi), riceveva autorità e potere dalla cosiddetta “successione apostolica”. Secondo
questa teoria, ognuno dei dodici apostoli (dal greco antico, ‘inviati’) di Gesù aveva personalmente
consacrato, a capo di ciascuna comunità cristiana, un vescovo; a questi erano succeduti altri
vescovi, che così raccoglievano e perpetuavano l’eredità spirituale dei primi seguaci del Messia.
Soggetti al vescovo erano i presbiteri (letteralmente, ‘i più anziani’), fedeli molto stimati che
guidavano le preghiere collettive, e i diaconi (letteralmente, gli ‘amministratori’), che si
occupavano dei beni della comunità e dell’assistenza ai poveri.
LE CERIMONIE COMUNIPer diventare membri compiuti delle comunità occorreva la catechesi,
un periodo di istruzione ai princìpi della fede cristiana, e la cerimonia del rito d’ingresso,
il battesimo. Il rito principale era l’eucarestia (l’‘atto di ringraziamento’), che ripeteva i gesti
compiuti da Gesù durante l’Ultima Cena, prima della crocifissione, e, attraverso la distribuzione del
pane e del vino, metteva in comunione i fedeli con Cristo e tra loro. Oltre che leggere e commentare
i Vangeli, nelle prime comunità cristiane essenziale era la recitazione collettiva di preghiere, la
più importante delle quali era il Padre nostro, che Gesù stesso aveva insegnato agli apostoli. Non vi
furono, almeno fino a tutto il III secolo, specifici edifici di culto. I riti si celebravano in abitazioni
private.
I CRISTIANI E IL CULTO DELL’IMPERATOREUna specificità propria dei cristiani era quella di
rifiutare in modo netto di rendere omaggio religioso al Genio degli imperatori o di celebrare
sacrifici in loro onore: ciò sarebbe stato in contraddizione con la fede nell’unico vero dio. Questa
scelta così drastica fu percepita tra i Romani come un’espressione di slealtà rispetto all’impero.
Nessun iniziato di Mitra o di Iside, per quanto legato alla sua prospettiva religiosa individuale,
avrebbe mai concepito una posizione del genere. Inoltre, le comunità cristiane costituivano
compatti gruppi separati all’interno delle città e mostravano di aderire a severe norme di
vita lontanissime dalla mentalità e dalle pratiche di vita della gente comune. I cristiani, per esempio,
rifuggivano da ogni forma di socialità tradizionale: non partecipavano alle cerimonie pubbliche, non
andavano in teatro, in anfiteatro, al circo. Nacquero così dicerie infamanti, come quella che il rituale
dell’eucaristia comportasse il consumo di carne e sangue umani. E si diffuse l’idea che molte delle
calamità che colpivano l’impero nascessero dall’empietà dei cristiani, i quali non si mostravano
buoni e leali cittadini romani. Tutto ciò alimentò una crescente ostilità che tuttavia, durante il I e il
II secolo, non provocò azioni repressive sistematiche da parte delle autorità, ma solo interventi su
scala locale o sporadiche esplosioni di violenza spontanea. Il potere imperiale non vi ebbe quasi mai
parte, fatta eccezione per la persecuzione della prima comunità cristiana di Roma ordinata da
Nerone nel 64, dopo l’incendio della città (► 2.2). Come vedremo, il fenomeno della persecuzione
sistematica dei cristiani maturerà più tardi, al culmine della crisi del III secolo.

4 Il declino dell’Italia
IL DECOLLO DELL’ECONOMIA NELLE PROVINCEL’economia delle province trasse grandi
vantaggi dall’impero. Innanzitutto l’avvento di un forte potere centrale pose fine al meccanismo di
sfruttamento che, per tutta l’Età repubblicana, aveva visto i governatori provinciali intenti a predare
le popolazioni sottoposte per lucrare quanto più possibile nel breve periodo del loro mandato.
Mercanti, proprietari fondiari e artigiani delle province ottennero inoltre sempre più facilmente di
partecipare ai privilegi economici e fiscali un tempo riservati solo agli abitanti di Roma e dell’Italia.
Poterono così trarre beneficio dalla creazione di un enorme mercato unitario. Il potere imperiale
garantiva la sicurezza dei commerci; merci e mercanti viaggiavano agevolmente lungo la grande
rete di strade (80 mila chilometri) costruita da Roma e utilizzavano le flotte, i porti e le altre
infrastrutture create dall’impero. Utile per gli scambi era anche l’esistenza di un unico sistema
monetario, basato sulle monete d’argento (denarii) e d’oro (aurei) coniate dalle zecche imperiali.
LA CRISI DEL PRIMATO ITALICOIn tutte le province la produzione agricola e artigianale
aumentò molto, e con essa la ricchezza e i commerci. Fu un’epoca di grande prosperità. Viceversa
per l’Italia le cose andarono peggiorando. Dalla metà del I secolo iniziarono a diminuire
le esportazioni di vino, olio e prodotti artigianali; ormai le province li producevano per conto
proprio. Anzi, adesso i rapporti commerciali si invertivano, perché era l’Italia a importare i
beni prodotti più a buon mercato nei lontani territori dell’impero. Tutto questo è noto dalle
lamentele di alcuni scrittori antichi e, soprattutto, dai frammenti di anfora. Che c’entrano le anfore?
Le anfore di terracotta erano fabbricate in tanti tipi, diversi a seconda delle province; costavano
poco e, se si rompevano, non venivano riparate, ma gettate via. Erano i contenitori più usati nel
mondo antico per trasportare olio e vino, e oggi sono la migliore guida per ricostruire il commercio,
perché la località di provenienza delle anfore indica anche la provenienza delle merci che
trasportavano. Proprio classificando i tipi di anfora ritrovati nei porti italiani, gli archeologi hanno
accertato un drammatico calo, a partire dalla metà del I secolo, delle anfore fabbricate in Italia, e un
aumento esponenziale di quelle spagnole, africane e di altre province: è la prova che i prodotti
italici erano in crisi, soppiantati da quelli delle altre regioni dell’impero.
IL NUOVO ASSETTO PRODUTTIVOL’aumento delle importazioni dalle province dipendeva in
parte dall’elevato costo dei prodotti italici: in Italia, dove affluivano le imposte e le rendite
dall’impero, tutti i prezzi erano più alti, e così pure i salari. I piccoli proprietari non potevano
sopportare gli alti costi di produzione, e fallivano. I loro poderi andavano ad accrescere le grandi
proprietà, che tuttavia avevano anch’esse i loro problemi. Basare la produzione sugli schiavi, come
avveniva in passato, diventava sempre più difficile, perché con la fine delle grandi guerre di
conquista gli schiavi erano meno abbondanti e costavano di più. I grandi proprietari
di latifondi reagirono in due modi. Alcuni abbandonarono le coltivazioni redditizie ma che
richiedevano molta manodopera, come la viticoltura e l’olivicultura, e sfruttarono i loro latifondi
per attività che non richiedevano grande forza lavoro, come l’allevamento di bestiame. Territori un
tempo densamente coltivati e popolati si trasformarono così in pascoli semideserti. Altri grandi
proprietari sostituirono gli schiavi con affittuari liberi, i coloni. A ognuno veniva affittato un
piccolo podere, in cambio di un canone. Il sistema del colonato all’inizio funzionò abbastanza bene
e permise a molti contadini di vivere dignitosamente. Lentamente, però, l’autorità del padrone andò
crescendo, finché ai contadini fu vietato di allontanarsi dalla terra senza il suo permesso.

5 GEOGRAFIA. Il Mediterraneo romano: un’area storica di


scambi integrati
UN’INTENSA ATTIVITÀ PRODUTTIVAI risultati degli scavi archeologici provano che nel
grande impero romano, fra il I secolo a.C. e il II secolo d.C. molti beni vennero prodotti in
abbondanza e i commerci si intensificarono per iniziativa dello Stato e di tanti imprenditori privati.
Fra le indicazioni più convincenti dello sviluppo delle grandi officine e della intensa attività
metallurgica antica ci sono le analisi degli strati di ghiaccio formatisi in Età imperiale, conservati
nei ghiacciai groenlandesi al di sotto degli strati più recenti e contenenti particelle di piombo e di
rame. Gli studiosi ne deducono che nell’età di Augusto e dei suoi successori l’inquinamento da
piombo e da rame dell’atmosfera sopra l’Artico – derivato dalla lavorazione dei metalli –
raggiunse un livello altissimo. Soltanto a partire dalla Rivoluzione industriale del 1750-1850 le
società sono tornate a inquinare così tanto.
LA RETE MEDITERRANEA DEI COMMERCILe merci viaggiavano lungo un sistema di vie
d’acqua e terrestri sempre più vasto e integrato, oltre che attraverso il grande bacino del
Mediterraneo. Le regioni settentrionali, ricche di giacimenti minerari e di grandi foreste, fornivano
ferro, rame, stagno, piombo, sale, metalli preziosi (oro e argento), bestiame, pelli e legname.
Nell’area, lungo il confine, gli stanziamenti militari si erano ingranditi dando vita a vere e proprie
città, come Colonia, Strasburgo, Vienna, Treviri, che costituivano importanti snodi commerciali
verso il Centro e il Nord Europa. A ovest, la Spagna e la Gallia fornivano tessuti (lino, lana),
prodotti agricoli (olivo, vite, frumento) e artigianali (ceramiche) a prezzi concorrenziali rispetto alla
Penisola italica (► 3.4). In Africa settentrionale e nel bacino del Mediterraneo l’avanzamento
delle colture in aree desertiche e la specializzazione della produzione nei latifondi portarono a
immettere sul mercato grano a costi molto bassi.
In Italia una direttrice importante dei commerci era la via fluviale del Po, che attraversava la parte
settentrionale della penisola, sfociando nell’Adriatico. Dalle sponde dalmate dell’Adriatico, dove
sorgeva la città di Aquileia, partivano i collegamenti con l’Oriente che, attraverso Sirmio e il corso
del Danubio, giungevano fino a Bisanzio, nella provincia della Tracia. Dall’Italia erano
raggiungibili le coste settentrionali dell’Africa: le rotte marittime collegavano la penisola con
l’importante centro commerciale di Cartagine, con la Grecia e il Mediterraneo orientale fino
all’Asia Minore. In queste province orientali di antica fondazione, oltre ai prodotti agricoli tipici
dell’area mediterranea, si trovavano stoffe pregiate, marmi e ceramiche.
LE MERCI DALL’ESTREMO ORIENTEInoltrandosi nel Vicino Oriente, fondamentale diventava
lo scambio con l’Estremo Oriente. Una delle rotte più importanti era la “via delle spezie”, che
andava via mare dall’India alla Penisola araba, attraversava il deserto arabico e la Mesopotamia fino
alla foce dell’Eufrate. Dalla Cina partiva, invece, diretta a Occidente, la “via della seta”, un
percorso terrestre che, attraverso i deserti del Sinkiang, passava le alte catene del Pamir e poi si
spingeva lungo le steppe dell’Asia e gli altopiani iranici fino alla Mesopotamia, dove incontrava la
via delle spezie. Attraverso l’intero percorso, le merci passavano di mano molte volte, di mercante
in mercante. Nei territori orientali dell’impero questi traffici erano gestiti da carovane di nomadi e
le merci viaggiavano lungo vie carovaniere che si snodavano dalle città di Antiochia, Palmira e
Petra in Arabia.
CONTATTI COMMERCIALI, NON POLITICIDall’Estremo Oriente i Romani importavano
spezie, seta, unguenti, pietre preziose e persino animali esotici, richiestissimi nei giochi gladiatorii
(► 3.9). Questi rapporti commerciali, secondo il racconto di Plinio il Vecchio (23-79 d.C.),
assorbivano un “giro di affari” di 100 milioni di sesterzi all’anno. I contatti tra l’impero romano e
gli imperi dell’Estremo Oriente – in particolare quelli che sorgevano in Cina e in India – erano
esclusivamente di carattere economico e commerciale. Gli scrittori antichi, sia cinesi sia romani,
raccontano di tentativi di inviare ambascerie, ma sembra che non si sia mai trattato di iniziative
ufficiali, quanto piuttosto di spedizioni di alcuni intraprendenti mercanti.

6 Abitare a Roma
UNA CITTÀ SOVRAFFOLLATAIn Età augustea, la popolazione di Roma crebbe a dismisura e la
città arrivò a contare circa 1 milione di abitanti, una densità abitativa che verrà raggiunta solo da
Londra e Parigi tra XVIII e XIX secolo. Vi si concentrava infatti il 15% circa dell’intera
popolazione dell’impero. L’antico centro non riuscì a contenere questa immensa massa: si rese
necessario ampliare l’area abitativa, che crebbe sia in estensione, andando a occupare zone oltre
le mura, nella cosiddetta Urbs, sia in altezza. Augusto organizzò l’amministrazione del territorio
cittadino suddividendolo in 14 rioni (regiones), a loro volta suddivisi in quartieri (vici), a capo dei
quali era un magistrato di rango inferiore con funzioni religiose e di controllo dell’ordine pubblico.
Alla ricerca di nuovi spazi per soddisfare la domanda di abitazioni, a Roma si iniziò a costruire
edifici simili ai nostri caseggiati di edilizia popolare, le insulae, che per legge potevano raggiungere
quattro-cinque piani, ma spesso andavano oltre. Queste strutture erano usualmente gestite da
proprietari immobiliari che davano in locazione piccoli appartamenti detti cenacoli, privi di acqua e
servizi igienici. Al pianterreno delle insulae si trovavano le tabernae, che ospitavano botteghe
artigiane, piccoli esercizi commerciali, bettole a buon mercato, dove i titolari normalmente
ricavavano anche l’alloggio per le loro famiglie. Sia a causa dell’ampio uso di legname nelle
costruzioni sia per la cattiva qualità dei materiali impiegati le insulae erano soggette a crolli
rovinosi o a incendi distruttivi: questi ultimi causati dall’uso di lucerne a olio per l’illuminazione, di
bracieri per il riscaldamento, di fornelli portatili a legna per la cucina.
ROMA DI GIORNO E DI NOTTELo spazio che intercorreva tra un’insula e l’altra era minimo, se
non inesistente: molte erano addossate l’una all’altra. E anche la larghezza delle strade era assai
ridotta. A parte quelle principali, dette viae, dove potevano passare contemporaneamente due carri,
tra le insulae passavano stradine larghe tre-quattro metri, spesso tortuose, irregolari e con forti
dislivelli che calcavano l’assetto collinoso di Roma. Dobbiamo immaginare l’Urbe come un mondo
brulicante, colorato e chiassoso di giorno, nel quale si mescolava un’umanità varia con i tratti
fisici, l’abbigliamento, le abitudini alimentari di tutte le province dell’impero. Le strade
traboccavano di mercanti, viaggiatori, avventurieri in cerca di fortuna, mendicanti, artisti di strada,
chiromanti e indovini. Un mondo appestato dai miasmi dei rifiuti abbandonati per strada (non
esisteva un regolare servizio di nettezza urbana), dai fumi dei venditori di cibi da strada o delle
fucine dei fabbri, dal lezzo delle urine raccolte e usate dai lavandai (fullones) per candeggiare i
tessuti. Di notte questo stesso mondo diventava un deserto spettrale. Roma non aveva
illuminazione pubblica, né regolari ronde di polizia: andare in giro dopo il tramonto era un
affare pericoloso. Malviventi di tutti i tipi e provenienze erano in agguato: non si poteva che
rinserrarsi fino all’alba nei cenacoli e nelle tabernae. L’unica eccezione nella desolazione notturna
era il frastuono dei carri che portavano merci e approvvigionamenti in città: di giorno la
circolazione dei carri era vietata, perché avrebbero irrimediabilmente intasato le strade traboccanti
di gente.
LE RESIDENZE SIGNORILIDiversa era la situazione abitativa dei cittadini di rango elevato, che
potevano invece permettersi sistemazioni di ben altra natura, molto spaziose e dotate di
tanti comfort e servizi. Queste abitazioni, che si chiamavano domus, non superavano mai i due
piani e avevano una disposizione fissa in due distinte aree: l’atrio e il peristilio. L’atrio era un
ambiente, subito dopo l’ingresso, al centro del quale una vasca (impluvium) raccoglieva l’acqua
piovana che cadeva da un’apertura del tetto. Il peristilio era invece un porticato con giardino, lungo
il quale erano disposte le stanze da letto, gli ambienti di studio e ricevimento, le sale da pranzo. Sul
retro erano collocate le cucine, la dispensa, i servizi igienici. Caratteristica delle domus era quella di
presentarsi come una struttura chiusa, pressoché priva di finestre, che prendeva luce da un sistema
di cortili interni: ciò serviva a preservare gli abitanti dal caos e dai rumori della strada.
Le domus potevano essere impreziosite da biblioteche, pinacoteche, piccoli impianti termali
domestici, e tutti gli ambienti di rappresentanza erano decorati con affreschi, stucchi, mosaici,
sculture. La ricchezza dei comfort offerti e la magnificenza delle decorazioni rispecchiavano
lo status che il loro proprietario ricopriva all’interno della società.

7 La domus e la corte del princeps


LA RESIDENZA DEL PRINCEPS AL CENTRO DELL’IMPEROFin dall’inizio dell’Età
imperiale, la residenza del princeps divenne il centro della vita politica romana. Augusto decise di
costruire la propria casa sul colle Palatino, dove era nato e dove sorgeva il Lupercale, la grotta in
cui, secondo tradizione, la lupa aveva allattato Romolo e Remo, salvandoli dalle correnti del Tevere
e rendendo così possibile la fondazione di Roma. Si trattava dunque di un luogo dalla forte valenza
simbolica, in grado di collegare direttamente la figura del princeps alle origini di Roma. La scelta si
rivelò così efficace che per tre secoli il Palatino rimase il principale luogo di residenza degli
imperatori. Una forte discontinuità fu segnata dal colossale progetto neroniano della Domus Aurea,
la reggia monumentale sorta nell’area colpita dal grande incendio del 64 (► 2.2). Gli imperatori
flavi ripristinarono l’ordine precedente, smantellando il complesso neroniano e restituendo gli spazi
ai privati o all’uso pubblico.
LA DOMUS: NON SOLO UNO SPAZIO FISICOLa residenza imperiale prese il nome
di Domus Augusta, espressione che assunse subito un significato piuttosto ampio,
di casa e casato insieme. In primo luogo, la domus era lo spazio fisico dell’abitazione posta sul
Palatino, un complesso di edifici all’interno del quale, originariamente, la parte privata appartenente
ad Augusto era piuttosto modesta, in linea con la sobrietà del princeps. Inoltre,
la domus comprendeva il casato, cioè il nucleo famigliare del sovrano, una rete allargata di
parenti del principe, che includeva parenti stretti, parenti alla lontana e tutta la linea di parentela
femminile. All’interno della Domus le donne avevano grande influenza. In alcuni casi arrivarono
anche a decidere la successione imperiale, per assicurare il trono ai propri figli, come fecero Livia
e Agrippina. Livia fu la moglie di Augusto per tutto il tempo del suo principato e riuscì a far
adottare al marito il proprio figlio Tiberio, nato da un precedente matrimonio (► 2.2). Agrippina,
moglie di Claudio, oltre a far adottare al marito il proprio figlio Nerone, prese probabilmente parte
alla congiura che nel 54 segnò la morte di Claudio e si ritagliò un importante ruolo politico anche
durante il principato di Nerone.
LA CORTE E GLI INTRIGHIA partire da Tiberio, il successore di Augusto, la cerchia del principe
si allargò ulteriormente e, accanto alla domus, si affermò la corte, che includeva tutte le persone che
frequentavano con continuità la casa del principe sul Palatino: oltre ai parenti, rientravano nella
corte alcuni membri di famiglie consolari, poi gli schiavi e i liberti, gli intellettuali e gli amici che
sostenevano l’imperatore. Si trattava in ogni caso di un gruppo fortemente selezionato, a cui si
poteva accedere dopo un attento esame, affidato, fin dal principato di Nerone, a un ufficio apposito.
Era all’interno di questo gruppo che si gestiva il potere: in quella sede si poteva aumentare la
propria fortuna e favorire la sorte dei propri amici grazie a raccomandazioni, onori e privilegi,
oppure decidere quella dei propri nemici, suscitando scandali e dicerie a loro danno. La realtà di
corte fu inoltre segnata da numerosi complotti, che spesso minacciarono la vita del principe e in
alcuni casi ne segnarono la fine (► 2.1).

8 L’imperatore e la plebe: panem et circenses


LA NECESSITÀ DEL CONSENSOPur avendo la loro residenza ufficiale a Roma, gli imperatori
dei primi due secoli furono spesso assenti dalla città: basti pensare agli impegni bellici di Traiano o
ai lunghi viaggi ispettivi di Adriano. Tutti comunque si posero il problema di come ottenere e
mantenere il consenso dell’enorme massa di cittadini concentrata nella capitale dell’impero. Le
assemblee popolari, con l’ascesa del principato, erano cadute in disuso e il cittadino medio di Roma
non esercitava alcun ruolo politico, ma era impensabile per chi deteneva il potere che la
popolazione della capitale non appoggiasse il princeps e non godesse di qualche privilegio. Non
avere il favore della plebe, inoltre, comportava rischi anche sotto il profilo dell’ordine pubblico:
disordini e tumulti potevano scoppiare con grande facilità e trasformarsi in concrete minacce per la
sicurezza stessa dell’imperatore.
LE DIFFICOLTÀ DI AVERE UN IMPIEGO STABILEIl poeta satirico Giovenale, vissuto tra I e
II secolo, in un celebre passo denuncia come il popolo romano «che un tempo distribuiva comandi,
fasci e legioni» ora «desidera ardentemente solo due cose: pane e giochi circensi» (panem et
circenses). Giovenale attaccava la plebe romana, accusandola di pretendere il privilegio di essere
non solo mantenuta ma anche intrattenuta, la vedeva come una massa di nullafacenti. In realtà
abbiamo molteplici testimonianze del brulicare di attività nelle strade e nelle piazze di Roma ma è
anche vero che le attività economiche in Italia e quelle di Roma in particolare non offrivano grandi
occasioni di impiego stabile per centinaia di migliaia di persone. La pubblica amministrazione
locale e imperiale era assai leggera – non richiedeva cioè troppi impiegati per il suo funzionamento
– e i servizi pubblici erano pressoché inesistenti. Né erano troppo diffuse le attività manifatturiere
su larga scala.
LE STRATEGIE DEGLI IMPERATORIPer conquistare il consenso della plebe romana, gli
imperatori promossero occasioni di lavoro attraverso impegnativi programmi di edilizia
pubblica e distribuzioni gratuite di grano: a tutti i cittadini era offerta una tessera che consentiva
di ritirare gratuitamente, nel giorno stabilito, una certa quantità di grano. Un enorme edificio
porticato (Porticus Minucia) fu costruito nel cuore di Roma per effettuare ordinatamente le
distribuzioni. L’offerta di giochi e spettacoli – i giochi circensi cui accennava Giovenale – era
considerata uno strumento ordinario per suscitare il consenso popolare fin dall’Età tardo-
repubblicana (II-I secolo a.C.). Gli imperatori – con l’eccezione di Marco Aurelio, che disprezzava i
giochi circensi per ragioni morali e filosofiche (► 2.5) – proseguirono con slancio questa
tradizione. Il popolo amava particolarmente i giochi gladiatorii e le corse di carri per la
spettacolarità che assicuravano, ma anche perché la frequente presenza degli imperatori agli
eventi – a parte il caso limite di Commodo, che si esibiva come gladiatore nell’arena – creava
un’occasione unica per far giungere la voce, gli umori, le richieste dei più umili al vertice del
potere.

9 Gli idoli dell’arena e della pista: gladiatori e aurighi


GLI SPETTACOLI DELL’ANFITEATROA differenza del teatro, inventato dai Greci, l’anfiteatro,
il cui massimo esempio è il Colosseo di Roma, è una invenzione tutta romana, destinata a ospitare
gli spettacoli più amati dal pubblico d’Età imperiale: combattimenti tra bestie feroci; le venationes,
cacce a bestie feroci (tigri, leoni, orsi, cinghiali) che si svolgevano sullo sfondo di finti scenari
naturali, scenografie con colline, foreste, rocce, laghi; la damnatio ad bestias, ‘condanna alle
bestie’, in cui i condannati a morte erano gettati indifesi in pasto alle belve; i ludi gladiatorii, i
combattimenti tra gladiatori, così chiamati dal gladio, la spada corta a doppio taglio romana con la
quale combattevano in battaglia i soldati. I primi combattimenti fra gladiatori risalgono alla metà
del III secolo a.C. e venivano offerti dalle grandi famiglie durante i funerali dei membri più
importanti. In origine erano dunque una sorta di sacrificio volto a placare l’anima dei defunti. Nei
primi secoli combattevano esclusivamente prigionieri di guerra e schiavi. Verso la metà del I secolo
d.C. si aggiunsero anche cittadini romani ridotti in miseria o asserviti per debiti.
COMBATTENTI SPECIALIZZATIGli spettacoli degli anfiteatri iniziavano la mattina con
combattimenti fra belve esotiche o fra uomini e animali. L’esecuzione dei “condannati alle
belve” fungeva da macabro intermezzo. Infine toccava ai gladiatori. Per rendere più affascinante
l’esibizione, i gladiatori non combattevano come normali soldati, ma con armi e tecniche
particolari. Si dividevano in categorie diverse, ognuna con i propri costumi e i propri armamenti.
Il Reziario combatteva con la rete e il tridente contro un avversario coperto da un elmo a forma di
pesce; il Trace era armato di una corta scimitarra e di un minuscolo scudo rotondo;
il Sannita usava una grande spada e uno scudo rettangolare. Per diventare un bravo gladiatore
occorrevano anni di addestramento, e non meraviglia che vi fossero vere e proprie scuole
gladiatorie gestite da lanisti, impresari che possedevano e preparavano le “squadre” (familiae) di
gladiatori, chiedendo lauti compensi per farle combattere.
VITA O MORTENelle città di provincia, dove l’impresario godeva di guadagni più modesti,
raramente i duelli finivano con la morte dello sconfitto. Invece a Roma, dove i giochi erano offerti
dall’imperatore e non si badava a spese, i combattimenti erano all’ultimo sangue. Se un gladiatore
sopravviveva ma era messo fuori combattimento, alzava il braccio per chiedere la grazia. La
decisione spettava al vincitore, ma era uso che quest’ultimo si rivolgesse all’imperatore;
l’imperatore, a sua volta, chiedeva il parere della folla. Il pollice in alto e il grido «lascialo andare!»
(«mitte!») premiava i gladiatori sconfitti che avevano combattuto bene; il pollice verso, al grido
«sgozzalo!» («iugula!»), condannava all’uccisione immediata quelli che avevano lasciato
insoddisfatto il pubblico.
I gladiatori erano popolarissimi, veri eroi delle folle. Gli incontri, che prevedevano più duelli in
contemporanea o anche le spettacolari mischie degli scontri a squadre, si svolgevano in un clima di
tifo assordante, col pubblico eccitato dal sangue che scorreva, dalle mosse a sorpresa dei
combattenti, dalla speranza di aver scommesso sul gladiatore giusto: le scommesse erano vietate ma
largamente praticate. I gladiatori vittoriosi ricevevano denaro e gioielli, che mostravano subito al
pubblico. Dopo molte vittorie, un gladiatore aveva l’opportunità, al pari di qualunque schiavo
meritevole, di ottenere la libertà. In tal caso riceveva dal lanista, come segno di riconoscimento,
il rudis, la spada di legno che si usava nell’addestramento.
AD ALTA VELOCITÀAltra forma di spettacolo che ebbe immensa fortuna fu la corsa con i carri,
disciplina che veniva praticata in Grecia nei principali giochi, a partire da quelli olimpici, ed era ben
nota già nella Roma repubblicana: in Età imperiale conobbe un vero e proprio boom. Le corse si
svolgevano in strutture dedicate, i circhi, il cui esempio più importante è il Circo Massimo a
Roma, una struttura di cui oggi possiamo a malapena riconoscere il tracciato. I circhi erano
costituiti da grandi piste con due lunghi lati rettilinei e due lati corti semicircolari. Il modello era
l’ippodromo greco, che però non prevedeva strutture stabili, mentre nel mondo romano i circhi
erano edifici monumentali. Gli elementi fondamentali del circo, oltre agli spalti per gli spettatori e
alla pista, erano i carceres, le gabbie di partenza dei carri; la spina centrale che divideva il circuito;
le mete che si trovavano a un capo e all’altro della spina e segnavano il punto in cui i carri
dovevano curvare. Le gare impegnavano sino a dodici carri contemporaneamente e prevedevano
sette giri.
RISCHIO IN PISTAAnche il circo aveva i suoi eroi: gli aurighi (da aurea, ‘briglia’), che
conducevano a velocità spericolata carri tirati da una o due coppie di cavalli, le bighe e
le quadrighe. Anche i cavalli protagonisti di più vittorie entravano a far parte dei beniamini del
pubblico. Gli aurighi erano in prevalenza schiavi o liberti, ma, al pari dei gladiatori, potevano
guadagnarsi in pista ricchezza e libertà. Anch’essi richiedevano un addestramento accurato e
specifici allenamenti con i diversi tiri di cavalli e modelli di carro. Le gare erano
altamente spettacolari perché tutto era permesso: tagliare la strada agli avversari; stringerli verso
l’interno o l’esterno della pista; frustare i cavalli concorrenti. E spettacolari erano gli incidenti in
cui frequentemente gli aurighi perdevano la vita: scontri tra carri, ribaltamenti in curva, schianti
contro la spina o il muro perimetrale. Un rischio elevato alla massima potenza comparabile a
quello delle odierne corse di Formula Uno. Le folle tifavano impazzite, incitando i propri favoriti,
insultando gli avversari, inveendo o esultando per le scommesse (anche qui si scommetteva, e
molto) perse o vinte.

5 L’impero a rischio: il III secolo


1 Con i nemici sul confine
UN SECOLO DIFFICILE PER L’IMPERONel corso del III secolo una crisi deflagrò
gravissima entro i confini imperiali. L’origine fu di natura politica e militare: si trattò in primo
luogo di una crisi del potere imperiale, il quale si rivelò incapace di resistere a nuove e più forti
aggressioni armate lungo il limes (il confine, la frontiera romana); a sua volta, l’inefficienza
militare scatenò disordini politici che indebolirono l’esercito e – come in un circolo vizioso –
minarono ulteriormente il potere imperiale. Per mezzo secolo, dal 235 al 284, l’impero sembrò
addirittura sul punto di crollare. Il prestigio e il potere degli imperatori precipitò. Nel periodo
della cosiddetta “anarchia militare”, tra il 235 e il 268, circa quaranta imperatori e usurpatori
ambirono al comando dell’impero, acclamati dagli eserciti (► 2.1). In una situazione così
esasperata la gran parte degli imperatori morì assassinata o cadendo sul campo di battaglia.
Accadde persino l’inimmaginabile: un imperatore, Valeriano, fu catturato dai nemici e condannato a
vivere come schiavo per il resto della vita. L’impero fu scosso da rivolte militari, esposto
a invasioni da terra e dal mare, diviso in più parti, minato nei suoi fondamenti religiosi
dall’affermarsi di nuove fedi. Per due decenni, dalla metà del III secolo fu colpito da una
violenta epidemia, probabilmente di vaiolo, nota come “peste di Cipriano” (dal nome del vescovo
che ne raccontò la diffusione a Cartagine, nel suo Della mortalità). Su una crisi di origine militare e
politica si innestarono dunque incursioni nemiche e lotte di potere intestine che influirono
negativamente sulla vita economica e sociale dell’impero. Tuttavia l’impero resistette e si risollevò,
in particolare grazie a una serie di riforme che, negli ultimi decenni del secolo, diedero nuova forza
all’autorità dell’imperatore e cambiarono radicalmente il modo di governare l’impero.
UN’EPOCA NUOVA: LA TARDA ANTICHITÀCon il III secolo cominciò per l’impero un’età
nuova, che si protrasse almeno fino al VI secolo e che gli storici chiamano Tarda Antichità. Anche
se a lungo è stata interpretata come un’epoca di decadenza, dagli studi più recenti emerge piuttosto
come un’epoca vitale e di trasformazione. Come scopriremo nei prossimi capitoli, la civiltà
tardoantica fu un groviglio di vecchio e nuovo, un mondo nel quale si incontrarono culture e
religioni diverse, vennero elaborate soluzioni istituzionali nuove e robuste, il cristianesimo visse
in sintonia con lo Stato e molte popolazioni non romane, in particolar modo germaniche, furono
accolte e integrate nei territori imperiali, contribuendo a cambiarli.
LE MINACCE SUL FRONTE ESTERNO: LE POPOLAZIONI GERMANICHEUna grave
minaccia alla stabilità dei confini imperiali proveniva dai Germani, stanziati al di là del Reno e del
Danubio. Già dal II secolo le popolazioni germaniche erano penetrate nel confine settentrionale,
dilagando fino in Italia. Da ultimo, Marco Aurelio le aveva respinte senza arrestarle definitivamente
(► 2.5). Per secoli i Germani erano stati divisi in piccole tribù, eternamente in dissidio fra loro e
dunque militarmente deboli, salvo i rari casi in cui stabilivano una precaria alleanza. Tra il II e il III
secolo, invece, le tribù impararono a mettere da parte le ostilità, dando vita a delle grandi
confederazioni che avrebbero poi condotto attacchi contro Roma. A nord-ovest si confederarono
i Franchi, cioè ‘i coraggiosi’. Lungo il corso meridionale del Reno si costituirono gli Alamanni, il
cui nome, che significa ‘tutti gli uomini’, testimonia il desiderio di creare un’organizzazione
comune. A est, inoltre, nel bacino del Danubio, nuove popolazioni germaniche più aggressive e
meglio organizzate, i Vandali e i Goti, sostituirono quelle fino ad allora stanziate oltre il confine,
abituate a una convivenza relativamente pacifica con i Romani. Aumentò così la capacità dei
Germani di mettere in campo forze sempre nuove, anche dopo le sconfitte più dure, e le incursioni e
gli attacchi si fecero più numerosi e ravvicinati nel tempo. Nel corso del III secolo, dunque, gli
attacchi all’impero provennero dall’intero mondo germanico: dalle popolazioni stanziate lungo il
confine e da quelle che occupavano regioni più lontane.
LE MINACCE SUL FRONTE ESTERNO: IL REGNO DEI SASANIDIL’altra grave minaccia
alla stabilità dei confini si concretizzava nelle regioni orientali. Nel 224 si verificò infatti un evento
epocale nel regno dei Parti, confinante con i territori dell’Oriente romano e più volte venuto in urto
con l’esercito imperiale nel corso del II secolo (► 2.5). L’ultimo esponente degli Arsàcidi, la
dinastia dei re dei Parti salita al potere nell’ormai lontano 250 a.C., fu sconfitto e ucciso in battaglia
da Ardashir I, il fondatore di una nuova dinastia persiana, quella dei Sasanidi, che resse il regno
da allora fino al VII secolo. I piani di espansione dei Sasanidi erano aggressivi, dacché i re erano
orientati a riconquistare i territori che l’antico impero persiano aveva perso secoli prima, e molte di
quelle terre erano ora sotto il controllo di Roma.

2 GEOGRAFIA. Limes, frontiera, confine


IL LIMES, LA FRONTIERA ROMANANel mondo romano la parola limes indicava inizialmente
una linea tracciata fra terreni, solitamente una strada vicinale che divideva tra loro le proprietà
agricole. Durante l’impero il limes passò a significare il complesso sistema di strade che correva
lungo le frontiere, in parte ribadendo i confini naturali, in parte collegando attraverso un sistema di
fortificazioni gli accampamenti romani, dai quali si presidiavano i varchi sulla “terra straniera”. La
costruzione del limes era cominciata già nel I secolo d.C. per impulso di Domiziano che, dopo aver
sconfitto la tribù dei Catti, diede ordine di costruire una frontiera fortificata, il limes appunto, con
forti e accampamenti presidiati da truppe e collegati da terrapieni (► 2.4). Poi, a partire dal 122, era
stato eretto il Vallo di Adriano in Britannia. Nel 142 un secondo Vallo fu eretto nell’isola, più a
nord, per iniziativa di Antonino Pio (► 2.5). Fu tuttavia con Marco Aurelio, il quale per primo si
trovò a respingere le incursioni germaniche lungo il limes, che l’attenzione alla difesa dei confini
divenne una costante della politica estera dell’impero.
Lungo il limes romano, tuttavia, insieme alle azioni di presidio militare si svolgevano scambi
commerciali e inevitabilmente culturali. E il limes stesso divenne una nozione culturale, oltre
che geografica o militare, perché poneva una separazione tra il mondo romano e il mondo degli
“altri”. La parola indicava quindi la linea che separava il noto dall’ignoto, la civiltà dalla barbarie: e
più precisamente la civiltà era nei confini, l’ignoto e la barbarie erano fuori. In questo senso, anche
se nella lingua italiana limes viene tradotto con le parole ‘confine’ e ‘frontiera’ (entrambe usate
come sinonimi per indicare un limite geografico), la parola che più si avvicina al
latino limes è “frontiera”, perché conserva il significato di demarcazione tra contesti considerati
distanti e separati, tra mondi differenti.
IL CONFINE COME LIMITE CONDIVISOLa parola “confine” deriva pure dal latino e si
compone di cum, ‘insieme’, e finis, ‘delimitazione, termine’. Indica una demarcazione, un limite
condiviso fra due entità territoriali. Nel mondo odierno tutti i paesi hanno dei confini, all’interno
dei quali lo Stato esercita il suo diritto e applica le sue leggi. Spesso i confini coincidono
con elementi naturali, quali il corso di un fiume o una catena montuosa. Possono anche essere
demarcazioni non naturali, artificiali, stabilite con accordi tra paesi, come ad esempio accade in
Nord Africa, dove i confini sono stati tracciati nel deserto. I confini degli Stati sono quasi sempre
presidiati, per controllare chi transita da un territorio a un altro. I flussi di persone e merci, in entrata
e in uscita, sono regolati da norme interne ma anche da accordi internazionali. Fra gli accordi
internazionali ve ne sono alcuni che coinvolgono ampi spazi di interi continenti: quello più noto in
Europa è il trattato di Schengen, firmato nel 1985 da Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e
Paesi Bassi, e oggi esteso a 22 paesi membri dell’Unione europea, tra cui anche l’Italia, e quattro
non membri (Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera). I paesi aderenti al trattato di Schengen
hanno progressivamente eliminato i controlli alle frontiere interne. Ciò significa che nello Spazio
Schengen è consentita la libera circolazione di merci e di uomini provenienti dai paesi che hanno
aderito all’accordo. Laddove invece gli Stati confinanti sono apertamente in guerra fra loro o
esistono situazioni di tensione, non è sempre facile transitare da una linea di confine. Prendiamo
l’esempio delle due Coree, il cui confine è stato stabilito vicino al 38° parallelo dopo la guerra di
Corea (1950-53), che ha visto contrapposte la Corea del Nord e la Corea del Sud. Oggi i rapporti
politici fra i due paesi non sono ancora del tutto pacifici e distesi e il confine provvisorio,
definito “Zona demilitarizzata” al momento dell’armistizio (luglio 1953), è il più militarizzato al
mondo.
IL CONFINE COME OSTACOLOAlcuni tratti dei moderni confini politici (le frontiere tra Stati)
sembrano tracciati con il righello: sono spesso l’esito di conflitti bellici e dei conseguenti accordi
diplomatici tra potenze straniere, volti a spartire risorse naturali e zone di influenza in molti casi
senza riguardo per i popoli di quei paesi. Gruppi omogenei possono così trovarsi separati da un filo
spinato, mentre comunità poco concilianti sono costrette a coabitare: è quanto accaduto con il
confine tra Siria e Iraq, tracciato con una linea retta nel 1916 da Regno Unito e Francia. Il confine
diventa così non solo un ostacolo allo sviluppo del territorio, ma persino causa della sua rovina.
Incidendo sul paesaggio, infine, i confini politici possono finire per trasformarsi in confini
geografici: le differenti politiche sullo sfruttamento delle risorse ambientali hanno fatto sì che il
confine tra Haiti e Repubblica Dominicana, due Stati conviventi sulla stessa isola di Hispaniola
(nelle Antille, America Centrale), emerga oggi in vari tratti come un vistoso contrasto tra campi
inariditi e foreste lussureggianti.

3 La dinastia dei Severi davanti alle minacce


SETTIMIO SEVERONel 192, a Roma, una congiura aveva eliminato l’ultimo degli Antonini,
l’imperatore Commodo (► 2.6). Poco tempo dopo, la stessa sorte toccò a Pertinace, uno stimato
senatore proclamato imperatore dal Senato, ucciso dagli uomini della guardia imperiale nel 193.
Seguirono alcuni mesi di violenta lotta civile fra diversi pretendenti al trono, al termine dei quali si
impose a Roma il governatore della Pannonia, Settimio Severo, sostenuto dalle armate stanziate
sul Danubio. Con lui ebbe inizio la nuova dinastia dei Severi. Settimio Severo (193-211) era
espressione del mondo delle province e dell’esercito. Nato in Africa da una famiglia di origini
italiche, aveva svolto tutta la sua carriera nell’esercito e al sostegno delle legioni doveva anche il
trono. Per queste ragioni, tutta la sua politica fu rivolta alla valorizzazione dell’esercito e dei ceti
dirigenti provinciali.
L’IMPERATORE DELLE PROVINCE E DELL’ESERCITOAlla provincia d’Africa, da cui
Settimio proveniva, le politiche dell’imperatore furono di grande supporto. L’Africa era una
provincia economicamente molto dinamica, che si avviava a diventare la più prospera dell’impero,
rimpiazzando l’Italia e altre province occidentali nell’esportazione di prodotti agricoli (in
particolare di cereali). Settimio consolidò il confine della provincia con un sistema
di fortificazioni per proteggerlo da eventuali attacchi dal desterto. Diede slancio all’urbanizzazione,
rendendo le città dell’Africa grandi e funzionali e dotandole di quartieri residenziali ben curati. Si
impegnò per supportare e aumentare le grandi aziende agricole.
Anche le risorse dedicate all’esercito imperiale furono ampliate e potenziate, le truppe divennero
più numerose, la paga dei soldati fu aumentata, furono istituiti nuovi premi e onori per i meritevoli e
i soldati si videro riconosciuti importanti diritti, come quello di sposarsi durante gli anni di servizio
e di vivere con le proprie famiglie nei pressi degli accampamenti. Con quest’ultima concessione
l’imperatore legalizzava una situazione già esistente: i legionari trascorrevano infatti molto del loro
tempo libero nei pressi degli accampamenti o nei villaggi vicini. Per effetto delle scelte di Settimio
Severo, nelle province dell’impero crebbero nuovi insediamenti popolati dai legionari e dalle loro
famiglie e, sul lungo periodo, il rapporto tra i militari e i territori nei quali erano di stanza si
strutturò fortemente.
I RISULTATI DELLE CONCESSIONI ALL’ESERCITOLe concessioni accordate all’esercito
diedero buoni risultati sul piano militare: infatti Settimio Severo riuscì ad attaccare con successo il
regno dei Parti, al quale sottrasse (per qualche tempo) la Mesopotamia, e consolidò il limes lungo il
Danubio e in Britannia, ai confini con la Scozia. Queste concessioni pesarono molto sulle finanze
imperiali. Per sostenerle, Settimio inasprì fortemente il prelievo di tributi, colpendo diversi gruppi
sociali e penalizzando sia proprietari e produttori agricoli sia la popolazione delle città. Per
legittimare il potere autoritario con il quale l’imperatore agiva, il giurista Domizio Ulpiano (170-
228), membro del consilium principis (il ‘gruppo di consiglieri dell’imperatore’), formulò la teoria
della potestas absoluta, secondo la quale «princeps legibus solutus est», ‘il principe è svincolato
dalle leggi’.
A ROMA, TRA PRETORIANI DANUBIANI E SENATORI PROVINCIALIA Roma la
trasformazione messa in atto dal nuovo imperatore ebbe subito conseguenze evidenti. Con una serie
di provvedimenti Settimio Severo ridimensionò il ruolo del Senato e diede un’impronta
accentratrice al suo potere, facendo in modo che quasi tutte le leggi fossero promosse
dall’imperatore. Inoltre, tramite epurazioni (cioè rimozioni) dei senatori sgraditi e nuove nomine,
cambiò la composizione dell’antica assemblea, dando per la prima volta la maggioranza non più ai
Romani e agli Italici, ma ai senatori originari delle province. Quasi subito congedò i pretoriani,
fino a quel momento scelti solo fra gli Italici, e li sostituì con truppe provenienti dalle
sue fidate legioni danubiane.
CARACALLA E L’EDITTO DEL 212La morte colse Settimio mentre combatteva in Britannia
assieme ai due figli, Caracalla e Geta, nominati entrambi eredi. Il trono passò a Caracalla (211-
217), che aveva eliminato il fratello minore, commissionandone l’omicidio. Dopo la parentesi
segnata dall’esperienza degli imperatori adottivi, la soluzione dinastica, già ripresa da Marco
Aurelio (quando aveva associato al potere il figlio Commodo), si riconfermava con i Severi
(► 2.1). Gli storici antichi vicini al Senato scrissero molto male di questo imperatore, che a ventitré
anni arrivò al potere macchiandosi di omicidio e che da subito accentuò la politica antisenatoria di
Settimio Severo. Tuttavia Caracalla è ricordato per aver portato avanti con efficacia le riforme
intraprese dal padre in ambito economico e militare e per aver emanato un editto destinato a
cambiare il volto del mondo romano (► 5.5). Nel 212, infatti, grazie al celebre editto di Caracalla,
la Constitutio Antoniniana, la cittadinanza romana fu concessa a tutta la popolazione libera
dell’impero. Già Settimio, il padre di Caracalla, aveva dato nuovo impulso alla concessione della
cittadinanza con alcune misure adottate a favore dei provinciali, mentre in generale l’assimilazione
e l’integrazione delle popolazioni dell’impero erano ormai compiute: l’editto di suo figlio sanciva
la romanizzazione come un dato di fatto nell’impero, Caracalla non faceva altro che riconoscerlo
ufficialmente.
LE “DONNE DEI SEVERI” CONTRO MACRINOI bisogni finanziari dello Stato continuarono a
crescere a causa degli immensi lavori pubblici voluti dall’imperatore (fra i quali le terme fatte
costruire a Roma), delle necessità degli uffici dell’amministrazione e, soprattutto, dell’esercito. I
provvedimenti a favore dei soldati e l’ulteriore aumento della loro paga non furono sufficienti a
mettere al sicuro Caracalla. Nel 217, mentre guidava una spedizione contro il regno dei Parti,
l’imperatore fu pugnalato dal prefetto del pretorio, Macrino, a capo di un complotto di ufficiali.
Contando sul fatto che Caracalla era privo di figli e di altri eredi diretti, Macrino (217-218) si fece
acclamare imperatore dalle truppe stanziate in Oriente. Tuttavia le “donne dei Severi”, ossia il ramo
femminile della famiglia imperiale (che era di origine siriaca), insieme ai sostenitori della
dinastia, non si rassegnarono alla perdita del trono. La madre di Caracalla, Giulia Domna, aveva
acquisito un potere politico inarrivato, fino ad allora, da altre donne nella sua posizione, perché si
era occupata degli affari di Stato durante i periodi di “distrazione” dai doveri imperiali del figlio.
Giulia Domna era anche stata una stretta consigliera del marito, l’imperatore Settimio Severo. Ma
alla notizia della morte del figlio, già malata, si lasciò morire. Prese in mano la guida della famiglia
sua sorella, Giulia Mesa, la zia di Caracalla. Mesa e sua figlia Soemia fecero leva sul malcontento
suscitato tra i soldati dalla politica di Macrino, orientata a discipinare un esercito diventato fin
troppo potente, e gli contrapposero il figlio di Soemia, un giovinetto appena quattordicenne che
poteva però vantare una parentela diretta con i Severi. Il grosso dell’esercito si schierò dalla sua
parte e, nel giro di pochi mesi, Macrino fu sconfitto e ucciso.
ELAGABALO, IMPERATORE E SACERDOTEIl nuovo imperatore cercò di introdurre a Roma
il culto del dio Sole venerato in Siria, El Gabal (‘il Signore dei luoghi elevati’), del quale era
sacerdote e da cui veniva anche il suo nome: Elagabalo (218-222). Di questo stesso culto era gran
sacerdote suo nonno Giulio Bassano, in Siria, a Emesa. La politica religiosa di Elagabalo suscitò
l’ostilità della maggioranza dei Romani, che erano scandalizzati dai comportamenti eccentrici del
giovanissimo princeps. Ma soprattutto, regnando dai quattordici ai diciotto anni, si rivelò una
semplice marionetta nelle mani della madre, Soemia, e dei suoi consiglieri. Contro di lui venne
orchestrata una vera e propria campagna di diffamazione: fu accusato di atteggiamenti crudeli e
dissoluti e si disse che sacrificasse al dio Sole ragazzi della nobiltà romana. Lo scandalo giunse a tal
punto che la previdente nonna, Mesa, fece affiancare Elagabalo sul trono da un altro suo nipote,
Alessandro Severo. Di lì a poco i pretoriani uccisero Elagabalo e sua madre, e gettarono i cadaveri
nella Cloaca Massima, la grande fogna che attraversava la città.
ALESSANDRO SEVERO DI FRONTE ALLE MINACCE DI PERSIANI E
GERMANIAlessandro Severo (222-235) salì al trono molto giovane (a tredici anni secondo alcune
fonti, a sedici secondo altre) e nel governo seguì i consigli della nonna, Mesa, e della
madre, Mamea. Supportato da collaboratori eccellenti, come il grande giurista Ulpiano, ripristinò
almeno in parte le prerogative del Senato e garantì una buona amministrazione all’impero. Il
primo periodo di regno trascorse in pace, salvo alcune ribellioni interne dovute alle crescenti
difficoltà finanziarie che avevano costretto l’imperatore ad aumentare le tasse e a diminuire la
paga dei soldati.
Ma proprio in quegli anni la dinastia persiana dei Sasanidi si stava insediando sul trono dei Parti
(► 5.1). Tra il 230 e il 233 Alessandro Severo organizzò una spedizione in grande stile, che
avrebbe dovuto vanificare ogni velleità persiana di conquistare le province romane orientali.
Tuttavia il conflitto si protrasse senza vittorie o sconfitte decisive dall’una parte e dall’altra, fino a
quando Alessandro non abbandonò il campo per recarsi lungo i fiumi Reno e Danubio,
sul limes settentrionale lasciato sguarnito contro i Germani, che si erano resi protagonisti di
numerosi sconfinamenti. A causa di questa inefficace politica militare il rapporto di fiducia fra
l’esercito e l’imperatore si incrinò: nel 235, mentre si trovava sul confine settentrionale, Alessandro
Severo fu ucciso dai soldati assieme alla madre. Con la sua morte ebbe fine la dinastia dei Severi.

4 Una crisi politica e militare: l’anarchia militare


L’ANARCHIA MILITARENei trent’anni circa che seguirono alla morte dell’ultimo dei Severi,
Alessandro Severo, l’impero precipitò in una crisi sempre più profonda e sfiorò la catastrofe.
Il titolo imperiale venne conteso fra il Senato e le legioni, anche se il primo fu presto schiacciato
dall’ombra delle seconde, e poi fra i comandanti delle truppe stanziate nelle diverse province.
L’importanza e il potere assunto dall’esercito, grazie alle misure prese a suo favore dai Severi,
giocarono un ruolo importantissimo in questa fase (► 5.3). Al trono si succedettero usurpatori
acclamati dalle truppe e presto caduti: assassinati o morti sul campo di battaglia. Gli imperatori
nominati dall’esercito potevano essere ottimi capi militari, ma mancavano del prestigio e della
legittimità necessari a farsi rispettare, ed era sempre facile trovare un generale desideroso di
prenderne il posto con l’appoggio dell’esercito. Per definire questo periodo gli storici usano
l’espressione “anarchia militare”, che rende bene la gravità della situazione in cui versava
l’impero.
MASSIMINO IL TRACENel 235 le truppe acclamarono come successore di Alessandro
Severo Massimino il Trace (235-238), un ufficiale che proveniva da una famiglia umile (secondo
alcuni, da bambino avrebbe addirittura fatto il pastore). Nato in una delle province meno
romanizzate e più povere dell’impero, la Tracia, Massimino aveva percorso la carriera militare
partendo dai gradi più bassi. La sua preparazione culturale era davvero scarsa, ma aveva fama di
avere una forza fisica impressionante e, soprattutto, grandi capacità di comando militare,
necessarie a rispondere alle nuove minacce che incombevano sull’impero.
In particolare, si erano fatti frequenti gli attacchi dei Germani confederati: bande assai aggressive
razziavano e saccheggiavano l’impero lungo i territori di confine (► 5.1). Per neutralizzarle
Massimino e i suoi ufficiali progettarono di spingere l’offensiva romana in profondità nei territori
germanici, a nord, probabilmente fino al Mar Baltico. Ma una simile politica richiedeva grandi
risorse economiche e quindi l’imposizione di pesanti tasse, contro le quali i cittadini contribuenti
iniziarono subito a protestare, a partire dai senatori e dai grandi proprietari terrieri.
Una rivolta violenta scoppiata nel 238 in Africa e poi dilagata in Italia ottenne l’appoggio della
popolazione e del Senato, che depose l’imperatore (► 5.5). In questo quadro, il potere del Senato si
rafforzò e furono acclamati imperatori due senatori, il proconsole d’Africa e suo figlio, con il titolo
di Gordiano I e Gordiano II, che subito furono uccisi. Lo stesso Massimino fu ucciso dai suoi
soldati, mentre guidava il suo esercito verso l’Italia. Fu designato allora Gordiano III, un membro
della famiglia dei Gordiani che era stato associato al potere imperiale poco tempo prima.
LA POLITICA MILITARE DI GORDIANO III: I MERCENARI A SOSTEGNO
DELL’IMPEROGordiano III (238-244), giovanissimo imperatore, si circondò di consiglieri
autorevoli e influenti, scelti tra senatori e membri dell’ordine equestre. La situazione economica si
aggravò ulteriormente per via delle ingenti spese militari, mentre Daci e Goti violavano il confine
danubiano nella Mesia e nella Dacia, e i Persiani rendevano difficile la difesa del limes orientale.
Per fronteggiare i nemici, Gordiano III fece ricorso a un gran numero di mercenari, assoldati tra i
Germani. Grazie a queste misure, il confine danubiano fu messo in sicurezza e nel 243 fu
organizzata una spedizione contro il re persiano Shapur I (i Romani lo chiamavano Sapore) per
riconquistare la Mesopotamia. Nonostante le ripetute vittorie romane, nella grande battaglia
di Mesiche (nell’attuale Iraq), nel 244, i Romani ebbero però la peggio. Lo stesso Gordiano III morì
per le ferite riportate nello scontro.
IMPERATORI LAMPO: FILIPPO L’ARABO E DECIOIn questa situazione di assoluta
emergenza le truppe acclamarono imperatore il prefetto del pretorio, Filippo, detto l’Arabo (244-
249), perché originario della provincia romana dell’Arabia. Fu il primo imperatore di origine
orientale. Ottenuta la pace con Shapur, grazie al pagamento di un cospicuo tributo in oro, il nuovo
imperatore si affrettò a tornare a Roma. Qui, nel 248, organizzò sontuosi festeggiamenti e giochi
gladiatorii per celebrare il millenario della fondazione di Roma, che secondo la tradizione antica
era avvenuta nel 753 a.C.
Ma, già l’anno seguente, nel 249, le legioni della Pannonia si ribellarono, proclamando imperatore
il senatore Pacaziano, contro il quale fu inviato l’esercito guidato da Decio (249-251), che si impose
sull’usurpatore e proclamò imperatore il suo generale. Lo scontro decisivo tra Decio e Filippo
l’Arabo si consumò in Italia, e fu allora che Filippo morì ucciso e il figlio venne sgozzato. Anche la
vita dell’imperatore Decio fu presto spezzata. Nel 251 Decio morì sul campo di battaglia mentre
affrontava i Goti. Nell’esercito, intanto, montava l’insoddisfazione per un mestiere ormai diventato
rischiosissimo e poco profittevole.
LA SCHIAVITÙ DI VALERIANO E LA CRISI DELL’IMPERONel 253 le truppe acclamarono
imperatore Valeriano (253-260), un senatore a capo delle legioni di stanza sul Reno. Inizialmente
l’imperatore riscosse più di un successo militare contro i Persiani lungo il confine orientale. In
breve tempo, però, le sue imprese volsero in catastrofe: nella battaglia combattuta nel 260 a Edessa,
mentre cercava di difendere la riconquistata provincia di Siria, Valeriano fu sconfitto e catturato
da Shapur. L’anziano imperatore terminò la sua vita in schiavitù: era la prima volta nella storia
di Roma che un imperatore andava incontro a una fine così ingloriosa. L’enormità di questo evento
scatenò una reazione a catena dirompente, che sembrò mettere fine all’unità stessa dell’impero. Le
armate schierate ai confini, prese dal panico, cercarono la salvezza proclamando imperatori una
serie di usurpatori. Molti vennero uccisi dai nemici o si eliminarono a vicenda. Le legioni
combattevano ormai fra loro in territorio romano, sostenendo l’uno o l’altro candidato al titolo
imperiale: vere e proprie lotte civili rendevano ingovernabile l’impero e indebolivano ulteriormente
il presidio dei confini dai nemici esterni. In questo disordine, tra il 261 e il 262, dopo aver razziato i
territori attorno al Mar Nero, i Goti passarono lo Stretto dei Dardanelli con semplici imbarcazioni e
depredarono dal mare l’Asia Minore, rimasta indifesa.
GALLIENO E LA DISGREGAZIONE DELL’IMPEROPrima di morire, Valeriano aveva
associato al trono suo figlio Gallieno (260-268), con l’intento di affidargli la cura dell’Occidente,
mentre lui si sarebbe occupato dell’Oriente. La scelta era stata una implicita ammissione della
necessità di delegare il potere centrale a responsabili di grandi aree. La coesione della compagine
imperiale stava venendo meno e il passo verso la disgregazione era brevissimo. In Occidente
l’usurpatore Postumo si era proclamato imperatore di uno Stato autonomo, detto “impero delle
Gallie”, che oltre alla Gallia comprendeva la Penisola iberica e la Britannia. Tutto l’Oriente era
passato sotto il controllo di Odenato, il capo di una potente famiglia mercantile di Palmira,
fiorente città di frontiera, che si era messo alla guida di un esercito per difendere la città dai Persiani
dopo la cattura di Valeriano. Odenato formalmente governava per conto dell’imperatore,
come difensore degli interessi romani dalla minaccia persiana, ma di fatto gestiva il potere come
un sovrano autonomo.
GALLIENO FA ARRETRARE LA LINEA DIFENSIVALa crisi spinse l’imperatore Gallieno a
intraprendere importanti riforme. Sul piano militare rafforzò la cavalleria, indispensabile per
raggiungere in breve tempo le schiere dei nemici che varcavano il confine dell’impero. Rivoluzionò
inoltre il sistema difensivo romano, che smise di basarsi esclusivamentre sulla difesa del limes e
passò a una difesa in profondità: anche i centri lontani dalle frontiere furono dotati
di truppe e fortificazioni, in modo da resistere agli assalti germanici fino all’arrivo della cavalleria
e degli altri reparti di pronto intervento.
LA SEPARAZIONE DEL POTERE CIVILE DA QUELLO MILITARESul piano
politico l’imperatore vietò ai senatori di porsi al comando delle legioni, per impedire che i
governatori delle province (proconsoli come Gordiano I) approfittassero dell’autorità militare, e si
ribellassero all’autorità imperiale, e per centralizzare il potere. Gallieno creò una carriera
autonoma dalla politica nell’esercito, gestita dall’ordine equestre, culminante con la funzione di
generale, fino a quel momento una carica prerogativa degli uomini politici. Ebbe così fine
l’antichissima tradizione secondo cui i senatori erano allo stesso tempo amministratori civili e
comandanti militari: da allora il potere civile e le funzioni militari sarebbero stati distinti.
GLI IMPERATORI-SOLDATO E LA RESTAURAZIONE DELL’IMPERONel 268 Gallieno fu
ucciso da una congiura ordita da ufficiali originari dell’Illiria, una regione dei Balcani molto esposta
agli attacchi dei Germani. Fu proclamato imperatore uno dei congiurati, Claudio II (268-270), che
inaugurò la serie degli imperatori-soldato di origine illirica: personalità rudi, abituate al comando
delle truppe e sensibili alle necessità della difesa militare. Sotto il comando di questi imperatori
l’esercito romano riaffermò la propria superiorità sui campi di battaglia. Claudio II massacrò senza
pietà i Germani, quando cercarono di stanziarsi in massa nei territori imperiali e, per celebrare la
vittoria, ottenne il titolo di “Gotico Massimo”. L’imperatore successivo, Aureliano (270-275),
concentrò tutte le energie per ricacciare i popoli germanici oltre il confine e per porre fine agli Stati
autonomi di Palmira in Oriente e delle Gallie in Occidente. L’impero ritrovò così la sua unità.
Inoltre, memore di quando, pochi anni prima, i Germani erano arrivati fin sotto le mura di Milano e
Verona, nel nord della penisola, Aureliano dotò Roma di una cinta muraria lunga quasi 19
chilometri, alta 6 metri e spessa 3 metri e mezzo (► 5.1). Le Mura Aureliane erano una
fortificazione davvero imponente, lunghissima, dotata di un sistema di 400 torri.

5 I contraccolpi economici della crisi


LE SPESE DELLO STATONel tormentato III secolo, per ampliare le entrate dello Stato, gli
imperatori potevano seguire tre strade: l’aumento delle tasse, la confisca dei patrimoni, la
svalutazione della moneta. Le voci di spesa, del resto, erano numerose e ingenti. La priorità era
la spesa militare, per la quale si giunse a impegnare circa la metà delle entrate dello Stato.
Importante era anche il mantenimento della popolazione di Roma. Per la celebrazione dei giochi,
le cerimonie pubbliche e l’approvvigionamento degli abitanti della capitale l’impero impiegava
forse un quarto delle sue entrate. Ciò che restava nelle casse dello Stato serviva a retribuire
i funzionari e gli impiegati dell’amministrazione che lavoravano nelle province e per tutte le altre
necessità, dai lavori pubblici alle cerimonie.
LE IMPOSIZIONI FISCALILe tasse aumentate e inasprite furono le più diverse e vennero imposte
su beni e attività: sull’eredità, i commerci, l’artigianato, gli spostamenti. Quella che assicurava le
entrate maggiori e che più pesava sulla popolazione era la tassa sulla terra, imposta sull’estensione
dei campi coltivati, sulla fertilità del suolo e sul numero di persone che vivevano nel territorio della
proprietà. I piccoli proprietari terrieri, vessati da un eccessivo prelievo fiscale, finirono per fuggire
nelle città, lasciando i campi incolti o cedendoli ai grandi proprietari, che accrescevano i loro
latifondi. Con l’imposizione fiscale in quest’epoca si accrebbe l’ineguaglianza economica a
vantaggio dei ceti possidenti, crebbero le masse impoverite e il numero di coloro che si davano
al banditismo. Le tasse esasperarono a tal punto la popolazione da suscitare vere e proprie rivolte,
come quella scoppiata in Africa e in Italia nel 238 contro Massimino il Trace (► 5.4).
LA CONFISCA DEI PATRIMONIUn’altra maniera per “fare cassa” a favore degli eserciti era la
pratica delle indictiones, le confische di proprietà e anche servizi. La prerogativa di effettuare le
confische fu attribuita al prefetto del pretorio. Si procedette anche alla confisca dei patrimoni
degli avversari politici. Così fece Settimio Severo il quale, attraverso le confische, non soltanto
represse i senatori ostili, eliminando l’opposizione politica al suo potere, ma ripianò il bilancio dello
Stato: grazie ai raccolti delle proprietà sequestrate in Africa poté anche iniziare a distribuire olio
gratuito alla plebe romana (► 5.3). Al di là dei risultati immediati, la politica delle confische
presentava tuttavia dei forti limiti e non poteva essere una soluzione di lungo periodo: una volta
esaurite le terre da conquistare o gli avversari politici da espropriare, il flusso di denaro era
destinato a fermarsi senza che si fossero poste le basi per un reale sviluppo economico.
LA SVALUTAZIONE DELLA MONETAPer raggiungere il pareggio di bilancio, gli imperatori
acconsentirono anche a svalutare la moneta, cioè a produrre un numero maggiore di monete con una
percentuale sempre minore di metallo prezioso. Il valore della moneta metallica non era stabilito
dallo Stato, ma dipendeva dalla quantità di metallo prezioso (oro e argento) che era stata usata per
coniarla. Lo Stato però possedeva le zecche – le officine specializzate nel conio del denaro – e
poteva stabilire di diminuire la quantità di metallo prezioso contenuto nelle monete: il peso
complessivo veniva lasciato uguale, ma una parte dell’oro o dell’argento era sostituita con metallo
di scarso valore, come il rame o il bronzo.
Se questa operazione di impoverimento della moneta era fatta bene e a piccoli gradi, i consumatori
non se ne accorgevano. Dalla fine del I alla fine del II secolo la principale moneta romana,
il denario d’argento, era stata svilita di continuo ma in modo impercettibile. La riduzione del
metallo prezioso contenuto in ogni moneta divenne invece molto evidente a partire dal III secolo.
Per esempio, la nuova moneta istituita nel 215 da Caracalla, l’antoniniano, vent’anni dopo
conteneva soltanto il 40% dell’argento presente nei primi conii, dopo altri vent’anni appena il 20%
e un quindicennio più tardi, nel 270, appena il 2%. Con questo espediente, nel primo periodo
dall’immissione in circolazione delle nuove monete, gli imperatori avevano monete in abbondanza
per affrontare le spese necessarie al funzionamento dello Stato. Ma, per effetto del deprezzamento
della moneta, i prezzi tendevano ad aumentare, costringendo gli acquirenti a pagare, per un
medesimo prodotto o servizio, di più che nel passato. Si innescava così il processo che gli
economisti chiamano inflazione, un fenomeno che nel III secolo danneggiò fortemente le attività
economiche.

6 Il nuovo progetto di governo di Diocleziano


DAL “PRINCIPATO” AL “DOMINATO”Nel 285 un ufficiale di origine illirica prese il potere dopo
avere ucciso in battaglia l’imperatore che si era imposto allora, Carino. Il nuovo imperatore assunse
il nome di Diocleziano (285-305). Con lui, nella storia di Roma, cominciava una nuova epoca.
L’autorità imperiale crebbe a livelli mai conosciuti in passato: il sovrano divenne formalmente
un sovrano con poteri assoluti, che controllava l’esercito e lasciava al Senato soltanto una
funzione di rappresentanza. La nuova concezione del potere imperiale si manifestava anche
esteriormente: l’imperatore indossava abiti lussuosi, viveva fra lo sfarzo in palazzi chiusi anche ai
senatori più influenti, poteva essere avvicinato soltanto in casi eccezionali e rispettando un
cerimoniale simile a quello che si svolgeva in presenza dei sovrani orientali, compreso l’umiliante
rituale della proskỳnesis, l’inchino fino a terra. Con Diocleziano l’imperatore mise da parte
definitivamente la maschera di princeps, di primo tra i cittadini, e assunse il titolo di dominus,
‘signore’ assoluto: per questo gli storici affermano che con questo sovrano l’impero passò dal
“principato” al “dominato”.
LA TETRARCHIADiocleziano riuscì a dare stabilità e sicurezza all’impero, attuando una serie
impressionante di riforme, in ogni campo: il sistema fiscale fu reso più efficiente, l’apparato
amministrativo venne ampliato e migliorato, la divisione in province fu razionalizzata, le truppe
aumentarono in numero ed efficienza, l’intervento dello Stato nella vita economica divenne
massiccio. Tutti questi successi furono resi possibili grazie a un nuovo sistema di governo,
detto “tetrarchia”, cioè governo dei quattro. Le travagliate vicende dell’ultimo secolo avevano
mostrato con chiarezza che un solo imperatore non era in grado di governare e difendere l’immenso
impero, né di impedire i colpi di Stato. Era molto meglio che al suo fianco, sul trono, sedessero co-
imperatori di fiducia (possibilmente suoi stretti parenti).
DUE AUGUSTI E DUE CESARI: QUATTRO CAPITALI PER L’IMPEROCosì, nel 286, dopo
un anno di governo, Diocleziano associò alla guida dello Stato il suo braccio destro, il
generale Massimiano, al quale affidò il governo della parte occidentale dell’impero, riservando a
sé la parte orientale, più ricca e popolosa. Diocleziano e Massimiano erano i due “Augusti”. Nel
293 essi nominarono due “Cesari”, Galerio e Costanzo Cloro, ufficiali scelti come comandanti e
amministratori per la provata esperienza: l’impero tornava al principio della scelta del migliore.
Ognuno dei quattro tetrarchi governava su una porzione dei territori imperiali, ma i Cesari erano
subordinati agli Augusti, e su tutti primeggiava Diocleziano.
Lo Stato restava un organismo unitario, ma ogni settore dell’impero poteva contare su un
responsabile della difesa e dell’amministrazione. Le quattro capitali dei tetrarchi
erano situate vicino ai confini, per intervenire tempestivamente con l’esercito nelle zone più
esposte a minacce esterne. I due Cesari risiedettero in città lungo il Reno (Treviri) e il Danubio
(Sirmio, oggi in Serbia); Massimiano governò l’Occidente da Milano, vicina al confine
settentrionale dell’Italia, mentre Diocleziano si insediò a Nicomedia, in Asia Minore, presidiando
gli stretti fra Mar Nero e Mediterraneo e in buona posizione per intervenire sul basso Danubio a
nord e contro i Persiani a est.
LA FINE DI ROMA CAPITALEPer la prima volta dall’inizio della sua storia Roma perdeva la
funzione di centro politico dell’impero. Già da alcuni decenni, in realtà, gli imperatori preferivano
risiedere altrove, lontani dalle continue pressioni e richieste dei senatori e più vicini alle loro truppe.
Ma ora l’antica città veniva privata del suo ruolo di capitale con una decisione formale: fu un
modo chiaro di proclamare che le forze sane dello Stato, ancora capaci di aiutare l’impero,
erano altrove, in Oriente e lungo i confini. Roma manteneva il prestigio di grande metropoli e di
antica capitale, ma perdeva di importanza politica. Il Senato stesso, ormai, era lontano
dall’imperatore e dagli uffici che dirigevano l’impero.
IL FALLIMENTO DEL MODELLO TETRARCHICOOltre a rendere più efficaci difesa e
governo, il sistema della tetrarchia aveva lo scopo di impedire usurpazioni e di regolare la
successione al trono. Era infatti previsto un complesso meccanismo di nomine, secondo cui alla
morte di un Augusto il suo posto sarebbe stato preso dal rispettivo Cesare; a sua volta, questi
avrebbe nominato un altro Cesare come proprio successore. Il sistema era davvero complicato e si
inceppò alla prima prova, quando, nel 305, Diocleziano decise che era giunto il momento di lasciare
il potere ai due Cesari e convinse Massimiano ad abdicare. La successione fu presto contestata: si
arrivò rapidamente a un’ennesima guerra fra i pretendenti al trono, che durò dal 306 al 312 ed
ebbe termine, come vedremo nel prossimo capitolo, con la vittoria di Costantino (► 6.1).

7 Una stagione di riforme


LO SVILUPPO DELLA BUROCRAZIAFino alla metà del III secolo, l’amministrazione
dell’immenso territorio imperiale si era basata sulla cooperazione di alcune migliaia di comunità
cittadine, che esercitavano in autonomia le principali funzioni di governo nelle province locali
(► 3.1). Questo aveva permesso di avere una burocrazia statale sorprendentemente esile e fino ad
allora efficiente. A partire dalla seconda metà del III secolo, e per opera soprattutto di Diocleziano,
le cose cambiarono: la burocrazia centrale si fece sempre più pesante e complessa, fu incaricata di
sorvegliare da vicino, in ogni angolo dell’impero, la riscossione delle imposte, l’amministrazione
della giustizia, il funzionamento di porti, strade, magazzini e altre infrastrutture pubbliche. Il nuovo
sistema di governo ridusse il potere di autogoverno delle comunità cittadine e diede avvio a una
imponente azione riformatrice che interessò il fisco, le istituzioni amministrative e l’esercito. La
tendenza era già stata evidente sotto Settimio Severo che, per garantire le entrate fiscali necessarie
ad affrontare l’emergenza bellica, aveva limitato d’autorità le autonomie cittadine a vantaggio del
potere centrale (► 5.3).
LA RIFORMA FISCALE E AMMINISTRATIVALa prima grande riforma intrapresa da
Diocleziano riguardò il sistema fiscale (► 5.6). Per avere un sistema di riscossione efficiente era
essenziale conoscere nel dettaglio quanto le città, i villaggi e anche i singoli cittadini dell’impero
potessero pagare. A questo fine Diocleziano ordinò la redazione di catasti, cioè di inventari
dettagliati di tutte le terre, all’interno dei quali si potevano trovare notizie relative ai proprietari, ai
contadini che le lavoravano, alle coltivazioni seminate e ai raccolti ricavati. Per calcolare le imposte
dovute da ciascuno e mantenere aggiornati i catasti, vennero inoltre creati uffici di impiegati e
contabili, incaricati di registrare ogni compravendita di terra e ogni cambiamento nel tipo di
coltivazione.
Negli anni successivi altre riforme resero più efficiente l’amministrazione dell’impero. Il territorio
venne organizzato in quattro grandi ripartizioni, le prefetture, a loro volta suddivise in diocesi,
dodici in tutto. Ogni diocesi riuniva un certo numero di province, che avevano ora un’estensione
dimezzata rispetto alle precedenti e più antiche. In questo modo la provincia non aveva più la forza
per rappresentare un centro di potere autonomo, mentre i governatori riuscivano a svolgere meglio,
su un’area di azione più ristretta, i nuovi e numerosi compiti che venivano loro affidati.
L’Italia perse la condizione privilegiata di cui aveva sempre goduto, e che le aveva garantito
l’imposizione di tasse inferiori al resto dell’impero, e fu divisa in dodici province che, riunite,
costituirono la settima diocesi.
L’EREDITARIETÀ DEI MESTIERIPer garantire allo Stato le risorse di cui aveva stabilmente
bisogno, l’imperatore intervenne in settori nuovi. Tra i provvedimenti più importanti va ricordato
quello sull’ereditarietà dei mestieri. Alcune professioni giudicate essenziali per lo Stato vennero
dichiarate ereditarie: chi le svolgeva non poteva abbandonarle e doveva fare in modo che anche i
figli le seguissero. Questi obblighi vennero imposti ai soldati, ma anche ai lavoratori delle officine
statali, ai proprietari delle navi che assicuravano lo spostamento delle merci per il Mediterraneo,
ai fornai e ai macellai che garantivano l’alimentazione di Roma e ad altri mestieri ancora. I vincoli
ereditari più stringenti furono quelli dei contadini e dei curiali. Ai contadini fu imposto di restare
nel loro luogo di origine, senza emigrare o abbandonare la terra. In questo modo lo Stato poteva
contare su una riscossione delle tasse certa e più stabile nel tempo. Anche i curiali, il gruppo
dirigente che guidava le città, furono obbligati a conservare le cariche che ricoprivano e a
trasmetterle ai figli (► 3.1). L’ereditarietà della funzione di curiale era strategica per lo Stato,
perché erano i curiali a garantire al fisco, con i propri patrimoni, le tasse dovute dalla città. Inoltre i
curiali furono messi sotto la stretta sorveglianza dell’autorità centrale. Non doveva più accadere
quello che era successo al culmine dell’anarchia militare e delle incursioni germaniche, quando la
classe dirigente di molte città aveva evitato di pagare le tasse dovute, di portare ai granai imperiali i
prodotti agricoli da inviare alle truppe, di dare alloggio gratuito all’esercito di passaggio, di
trasportare beni dello Stato, di promuovere lavori pubblici, di curarsi delle strade e delle
infrastrutture nelle aree di propria competenza.
L’EDITTO DEI PREZZI E IL FOLLISAlla fine del III secolo Diocleziano coniò una nuova
moneta di bronzo, il follis. Questo nome significava in origine ‘sacchetto’, perché il follis di
bronzo, grande e pesante (ben 10 grammi), conteneva anche una piccola percentuale d’argento e
valeva addirittura quanto un sacchetto delle monete più antiche ormai svalutate (► 5.5). La
coniazione del follis testimonia lo sforzo di mettere a disposizione della popolazione una moneta da
usare nella vita di tutti i giorni, per fare acquisti al mercato o pagare i salari. Anche il follis, però,
col passare del tempo venne pesantemente svalutato, divenne sempre più piccolo e leggero e perse
qualunque contenuto d’argento. Nel 301, inoltre, l’imperatore emanò un lungo editto dei prezzi,
nel quale indicava un tetto massimo per il costo dei prodotti di largo consumo e per i salari di
diverse tipologie di lavoratori. Nelle intenzioni di Diocleziano c’era il calmierare i prezzi, ma il
provvedimento fallì ben presto e venne ritirato, perché i commercianti, piuttosto che dare via i
prodotti al prezzo ufficiale, preferivano venderli di nascosto a un prezzo superiore: la moneta da
poco coniata per le piccole spese quotidiane, il follis, subì l’inflazione e si deprezzò. I prezzi
cessarono di aumentare solo dopo il 312, quando anche grazie alle riforme intraprese da
Diocleziano l’impero tornò a disporre di grandi quantità di metallo prezioso per coniare monete
di buona qualità.
LA RIFORMA DELL’ESERCITOInfine Diocleziano ristrutturò il sistema militare. Ormai le
esigenze erano mutate: messe da parte le mire espansionistiche, all’impero non serviva più un folto
esercito di conquista. Divenne invece importante organizzare e distribuire meglio le risorse
militari disponibili, in modo da far fronte alla minaccia dei Persiani e dei popoli germanici. Venne
istituita una ventina di nuove legioni, ma fu ridotto il numero massimo di soldati per legione. Lo
scopo di questo cambiamento era tanto militare quanto politico: le legioni più piccole risultavano
più manovrabili e i loro comandanti non avevano a disposizione grandi masse di soldati per tentare
di rovesciare o usurpare il potere imperiale. L’esercito fu diviso inoltre in due settori separati:
l’esercito limitaneo, stanziato lungo il limes a difesa dei confini, e l’esercito
comitatense (da comitatus, il ‘seguito’ dell’imperatore). Inizialmente quest’ultimo era l’esercito
che seguiva l’imperatore e la sua corte negli spostamenti e già raccoglieva le truppe meglio
equipaggiate e stipendiate, ma presto passò a indicare le truppe preparate per lo spostamento rapido
e l’intervento nelle situazioni di emergenza. Il grosso dell’esercito continuava comunque a essere
collocato, come nei primi secoli dell’impero, lungo il Reno, il Danubio e il confine con la Persia;
poche legioni erano invece stanziate lungo la frontiera africana, dove il Sahara rappresentava
un’efficace difesa naturale.
IL MESTIERE DEL SOLDATO: UNA PROFESSIONE EREDITARIACome in passato, molte
reclute erano volontari, attratti dalla possibilità di ricevere un vitto abbondante o periodiche
distribuzioni di doni e dai privilegi che spettavano ai congedati, come l’esenzione dalle tasse
principali. Il numero dei volontari era però diminuito, né erano sufficienti i soldati reclutati tra i
Germani con i quali Roma stringeva accordi. Per porre riparo alla situazione, si procedette a rendere
ereditario anche il mestiere di soldato. Si stabilì che i figli dei soldati dovessero diventare anch’essi
soldati, ma anche che le città e i grandi proprietari terrieri fossero tenuti a fornire un certo
numero di reclute, o in alternativa a versare allo Stato un’ingente somma di denaro. Si trattò a tutti
gli effetti di un reclutamento obbligatorio. La grande maggioranza delle reclute fu tratta così
dai coloni, i contadini affittuari che non possedevano terra propria e lavoravano le terre dei
latifondisti (► 3.4). Inoltre, per la prima volta dalla fondazione di Roma, fu stabilito che i soldati
ricevessero dallo Stato tutto il necessario al proprio sostentamento: il vitto anche durante i periodi
di pace, le armi, l’armatura, il vestiario, le bestie da trasporto e per gli spostamenti. Le grandi
fabbriche statali di armi e di tessuti e gli allevamenti imperiali di bestiame provvedevano a queste
forniture.

8 Una stagione di persecuzioni: perché i cristiani?


LA CRISI DEL PAGANESIMO E L’AFFERMAZIONE DEL CRISTIANESIMOLe fonti del III
secolo testimoniano il diffondersi di profonde ansie religiose e di una insoddisfazione crescente
verso gli antichi culti pagani. Il fenomeno, cominciato lentamente nel I secolo e sviluppatosi in
quello successivo, si intensificò a partire dall’età dei Severi (► 1.3; 3.3). Nel mezzo dei disordini
militari, della prolungata crisi politica e dell’epidemia che colpì l’impero (la “peste di Cipriano”), il
politeismo tradizionale sembrava una religione troppo formale, tutta centrata sui rituali, in gran
parte pubblici, e inadatta a offrire rimedi o sollievo ai fedeli che si ritrovassero soli davanti a una
triste sorte. Da tempo i culti orientali si erano diffusi nell’impero, rispondendo a questa esigenza
intima, esistenziale della popolazione. Ma nel corso del III secolo, tra i Romani e lentamente anche
tra le classi elevate, prese progressivamente piede il cristianesimo, che, rispetto alle altre religioni
praticate nell’impero, garantiva la chiarezza della dottrina, il rigore etico e soprattutto la forte
solidarietà fra i membri delle comunità di fedeli. Alla metà del secolo, per l’incisività della sua
diffusione, il cristianesimo si rivelava il culto in maggiore crescita.
LA DIFFIDENZA VERSO I CRISTIANI E LE PRIME PERSECUZIONI GENERALID’altro
canto, la minaccia delle invasioni, il dilagare delle epidemie, i disordini sociali – cioè gli stessi
fenomeni che “indebolivano” la religione tradizionale – rafforzavano l’ostilità dei pagani nei
confronti dei cristiani. Molti Romani ritenevano intollerabile che in momenti così gravi per lo
Stato una parte dei cittadini si comportasse in modo empio, rifiutandosi di celebrare i riti dovuti agli
dèi dell’impero e alla persona dell’imperatore. I mali che si abbattevano sull’impero – si diceva –
erano colpa dei cristiani, perché con il loro comportamento avevano suscitato la collera divina.
Inoltre la diffidenza popolare verso la nuova religione era profonda, e spingeva a incolpare i
cristiani delle catastrofi naturali più inspiegabili. Contro i cristiani venivano mosse le accuse più
gravi, comprese quelle di commettere incesti e di praticare il cannibalismo. Infine, il fatto che, nel
III secolo, la fede cristiana si era diffusa soprattutto fra i ceti più abbienti allarmò gli
stessi imperatori. Furono queste le cause, molte e diverse, delle prime persecuzioni generali
contro i cristiani, promosse dagli imperatori ed estese in tutto l’impero.
LE PERSECUZIONI NEL III SECOLODopo la persecuzione di Nerone contro la comunità
cristiana di Roma, per quasi due secoli le persecuzioni erano state sporadiche e di carattere locale
(► 3.3). La stragrande maggioranza dei cristiani viveva tranquilla, anche se tutti dovevano mettere
in conto la possibilità che il governatore della provincia o i curiali alla guida della città decidessero
di imporre loro di rinunciare alla fede e di punire chi si rifiutava di obbedire. Il vero fedele doveva
allora resistere, sfidando il supplizio e la morte, testimoniando la forza della sua fede. Per questo
motivo le vittime delle persecuzioni vennero chiamate martiri, da una parola greca (màrtyr) che
vuol dire ‘testimone’.
La prima persecuzione generale avvenne nel 250 a opera dell’imperatore Decio, ma ben più grave
fu la persecuzione lanciata nel 257 da Valeriano, che portò alla morte di numerosi martiri e al
sequestro delle chiese e dei loro beni (► 5.4 DOCUMENTI). La persecuzione fu interrotta nel 260,
quando Valeriano cadde in mani persiane, evento che i cristiani interpretarono come un
meritato castigo divino. Gallieno e i suoi successori cambiarono politica: fermarono le
persecuzioni, restituirono le chiese e i beni sequestrati ai cristiani e di fatto permisero una parziale
libertà di culto.
LE PERSECUZIONI CON DIOCLEZIANOUna nuova ondata di persecuzioni si ebbe sotto
l’impero di Diocleziano. Questi decise di rafforzare il culto degli dèi tradizionali a sostegno della
restaurata potenza di Roma e, nel 303, con un editto impose al clero cristiano di consegnare
i Vangeli (► 5.6). I vescovi e i preti che ubbidirono furono bollati dai fedeli
come traditores (‘coloro che hanno consegnato’, dal verbo latino trado, ‘consegno’), una parola che
ha conservato fino a oggi un significato negativo. In seguito con altri editti l’imperatore inflisse
il carcere e la morte a quanti non rinnegavano la fede. La persecuzione di Dioclaziano fece
migliaia di morti e durò un decennio, raggiungendo il culmine fra il 308 e il 311. Ma il
cristianesimo era troppo diffuso e la stessa popolazione pagana non era tutta indistintamente ostile
verso i cristiani. In molte città i ceti dirigenti non diedero alla repressione imperiale il sostegno
necessario al successo. Per quanto duramente colpite, le comunità cristiane resistettero.

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