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n. 11, 2013 (i) - vite dai fiLoSofi: fiLoSofia e autobiografia
complica le linee esegetiche abituali, trascinando con sé l’enigma di una
questione controversa non lontana da quella descritta da Calvino. Il
participio presente, del resto, in L’animale che dunque sono sarà al centro
di un’elaborazione dell’autobiografico che rimodula l’intera questione dello
scriversi. Anticipando i temi che affronterò, si può dire che il cuore del
problema dell’animale autobiografico sia tutto contenuto nella definizione
seguente: «l’autobiografia [è] la scrittura che il vivente fa di se stesso, la
traccia propria del vivente» 26. A partire da questa ri-calibrazione della
questione del soggetto-scrivente, il soggetto lascerà il campo a quella figura
che si insinua nel discorso decostruttivo, cioè l’autos o l’automatismo, e, in
definitiva, a quella che chiamerò la scrittura dell’autos.
Comincerò esaminando la struttura dell’interessamento autobiografico
in Derrida. In che modo questo interesse ha a che vedere con l’autos e la sua
scrittura? Per affrontare quest’ultimo tema, mi si conceda – per parafrasare
Derrida – una lunga deviazione, mediante cui tenterò di enucleare le
due linee fondamentali dell’interesse autobiografico (quella inerente la
concezione teorica dell’autobiografico, e quella della prassi autobiografica).
Non perché queste, in sé stesse, possano portare al chiarimento diretto della
scrittura dell’autos, ma perché mediante queste potrò meglio strutturarlo:
una doppia introduzione, nella forma di un’extraduzione27 necessaria.
Interesse autobiografico. Forma teorica
Vi è un primo sintomo macroscopico dell’interesse per l’autobiografia,
ed è il grande numero di analisi dedicate a testi che rinviano alla questione
autobiografica: dal confronto col saggio di Paul de Man Autobiography as
De-facement28, passando per gli Essais di Montaigne, le Confessiones di
Sant’Agostino sino all’Ecce homo di Nietzsche o le Rêveries e le Confessions
di Rousseau, solo per stare sui casi maggiori. Rousseau e Nietzsche sono
anche figure autobiografiche, dato il loro ruolo decisivo nel giovane Derrida.
Entrambi erano attori in un teatro mentale la cui scena Derrida trascriveva,
ancora adolescente ad Algeri, sulle pagine di un journal intime tenuto
gelosamente segreto:
ricordo molto bene questa discussione in me, tentavo di riconciliarli,
ammiravo nello stesso modo l’uno e l’altro, sapevo che Nietzsche era un critico
impietoso di Rousseau e mi chiedevo come si potesse essere contemporaneamente
nietzschiani e roussoviani come ero io […] nel diario tutti questi modelli entravano
in concorrenza29.
26
J. Derrida, L’animale che dunque sono, cit., p. 88.
27
Sull’uso di una “extraduzione” in alternativa a una “introduzione”, si può vedere la
soluzione (al contempo pratica e teorica) ideata da Andrea Spreafico nella sua monografia
su Nietzsche. Cfr. A. Spreafico, Extraduzione, in Id., L’onestà dei forti. La potenza nella
filosofia di Nietzsche, Genova 2008, p. 11 e ss.
28
Cfr. Paul de Man, Autobiography as De-facement, in «MLN», vol. 94, n. 5, (Dec. 1979),
pp. 919-930.
29
J. Derrida, Sulla parola, Roma 2004, p. 25.
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Nietzsche, del resto, riteneva che «non c’è nel filosofo un bel nulla di
impersonale»30. La sua cura per il Persönliche, contro-strategia filosofica
rispetto all’uso programmatico del je anonyme in filosofia, era un motivo
al quale senza dubbio Derrida non era insensibile, e che, per convesso,
Derrida ispezionava anche nei testi che con cura maniacale selezionava per
la discussione intorno all’autobiografico. Anche Cartesio è fatto rientrare in
questa linea, dato l’aspetto, da Derrida sempre sottolineato, congiuntamente
autoriflessivo e narratologico, e dunque virtualmente finzionale, della
drammaturgia da cui si genera il cogito31. Ne L’animale che dunque sono
scrive: «a partire dal Discorso sul metodo fino alle Meditazioni, [Cartesio]
ha senza dubbio aperto la strada della narrazione autobiografilosofica, della
presentazione di sé come presentazione della filosofia»32. In qualche modo
si dovrebbe congiungere questo giudizio su Cartesio con quanto affermato
da Nietzsche: «mi si è chiarito poco per volta che cosa è stata fino a oggi una
grande filosofia: l’autoconfessione, cioè, del suo autore, nonché una specie
di non volute e inavvertite mémoires»33. Se ne potrebbe ottenere l’algebra
che detta i ritmi e le forme delle movenze autobiografiche di Derrida.
L’interesse per i testi autobiografici altrui è un primo dato da
mantenere sullo sfondo. Se pensiamo al dispositivo di lettura di Derrida,
il rapportar-si con l’eterogeneo rappresenta in sé una strategia di scrittura
autobiografica, come elaborazione di sé che passa da una respirazione
esterna, se è vero che per comprendere i suoi testi «bisogna leggere e
rileggere quelli nelle cui tracce io scrivo: i “libri” nei margini o fra le righe
dei quali io disegno e decifro un testo che è nello stesso tempo molto simile
e completamente diverso»34. Ciò detto, l’interesse per l’autobiografico va
molto oltre questo sintomo esterno, scavalcando «ciò che si chiama genere
autobiografico» per dirigersi verso «l’autobiograficità» stessa, cioè qualche
cosa che «eccede di gran lunga il genere dell’autobiografia»35. Esiste, in altri
termini, una riflessione sulla forma teorica dell’autobiografico, le cui prime
formulazioni esplicite possono essere fatte risalire a Otobiographies e a
Speculare – su “Freud”36, testo che fa parte del libro La carte postale37 uscito
nel 1980. La tesi di fondo estrapolabile da questi testi38 è già molto chiara
30
F. Nietzsche, Al di là del bene e del male, in Opere di Friedrich Nietzsche, vol. VI, tomo
2, Milano 1976, pp. 11-12.
31
In questo senso sussiste una forma reversibile di cogito autobiografico: esiste un
autobiografismo in Cartesio, ma esiste anche una portata autobiografica nelle letture e
riletture del cogito da parte di Derrida durante tutto il corso della sua carriera. Su questo
Cfr. F. Bonicalzi, Cogito autobiografico?, in [Link]., A partire da Jacques Derrida, Milano
2007, pp. 61-75.
32
J. Derrida, L’animale che dunque sono, cit., p. 122.
33
F. Nietzsche, Al di là del bene e del male, cit., p. 12.
34
J. Derrida, Posizioni, cit., p. 12.
35
J. Derrida, «Il gusto del segreto», Roma-Bari 1997, p. 37.
36
J. Derrida, Speculare – su “Freud”, Milano 2000.
37
J. Derrida, La carte postale – de Socrate à Freud et au-delà, Paris 1980.
38
Si noti che i due testi hanno un comune luogo di origine, ambedue parti di un seminario
in 13 sedute intitolato la vie la mort, tenuto all’École normale supérieure di Parigi nel
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e sostanzialmente invariante. Essa rappresenta la partitura teorica sopra la
quale Derrida comporrà negli anni altri motivi e variazioni39, sino a quelle
dell’animale autobiografico.
L’autobiografia non è mai una scrittura di sé semplicemente auto-
referenziale, ma una scrittura dell’altro in me, che, in una certa misura, nega
l’autonomia del sé. La sua forma generale è dunque quella di un’auto-etero-
biografia: nell’autobiografia «il me [moi] non esiste […] è dato [donné] dalla
scrittura, dall’altro»40. L’altro scrive dal fondo del me – “in” me – la mia vita,
esautorando-mi. L’autobiografia lascia accadere la convergenza dinamica
fra autos e eteros, la quale ha luogo e prende tempo nel medium della
scrittura, come vorrebbe forse il gioco omofonico ma disgrafico nella parola
Otobiographies: fra auto e oto (radicale che rimanda all’orecchio, organo
del corpo sempre aperto all’esterno), c’è differenza solo nella scrittura,
mentre sono vocalmente indissociabili. La funzione di intermediazione della
scrittura è un punto decisivo che occorrerà tenere a mente. La postulazione
dell’alterità41 nel cuore del sé scrivente-vivente implica quindi l’inclusione
di una quota di non-controllo, di casualità e apertura all’imprevedibile
nel punto “originario” dell’autobiografico, un’«etero-affezione nel sistema
dell’auto-affezione del presente vivente della coscienza»42.
Sul concetto di autobiografia appena illustrato converge organicamente
il motivo della morte, intesa come altro del vivente-scrivente. Il rinvio vita/
morte, per cui la morte è già vita differita e la vita è un differimento in vista
della morte, sono strutture discorsive profondamente pertinenti al senso
dell’auto-etero-biografico, che viene declinato ugualmente come auto-
etero-tanato-biografico43. In questa specifica accezione della scrittura di
1975-76, ancora inedito. Cfr. La vie la mort, MS-C001, box 12, folder 12 (10-19), Jacques
Derrida Papers, UCI Special Collections and Archives. Da questo seminario è tratta anche
la conferenza del 1981 Interpreting Signatures (Nietzsche/Heidegger): Two Questions,
in D.P. Michelfelder e R.E. Palmer (eds.) Dialogue and Deconstruction. The Gadamer-
Derrida Encounter, Albany 1986, pp. 58-71.
39
Per un primo riferimento, si vedano almeno i seguenti testi (fra parentesi la data della
prima pubblicazione): J. Derrida, Memorie per Paul de Man (1986), Milano 1995; Id.,
Memorie di cieco. L’autoritratto ed altre rovine (1990), Milano 2003; Id., Points de
suspension. Entretiens, Paris 1992; Id., Il monolinguismo dell’altro (1996), Milano 2004;
Id. (con M. Ferraris), «Il gusto del segreto», Roma-Bari 1997; Id., Dimora. Maurice
Blanchot (1998), Bari 2001; Id., L’animale che dunque sono (2006), Milano 2006; Id. (con
C. Malabou), La contre-allée, Paris 2009.
40
J. Derrida, Points de suspension, cit., p. 358.
41
Il concetto di altro è uno dei centri logici nella filosofia derridiana, malgrado non vi
assuma una connotazione univoca. L’altro è l’inconscio, il corpo, il non-senso, l’opacità di
un resto fisico; oppure, nel senso etico-levinassiano, è un altro soggetto che importa in me
una relazione unheimlich, la quale mi estranea; oppure, in un senso strutturalistico, l’altro è
la precedenza delle sedimentazioni linguistiche, cioè il segno che mi forma riconvocando in
me la differenza e la non-coincidenza. Anche l’animale, nell’accezione che sarà specificata
nel proseguimento, è una possibile morfologia dell’altro, ed è in questo senso che l’altro,
scrivendo la mia autobiografia, contribuisce a quanto verrà in seguito designato come la
scrittura dell’autos.
42
J. Derrida, Résistances – de la psychanalyse, Paris 1996, p. 43.
43
In Speculare – su “Freud”, Derrida, commentando Al di là del principio di piacere di
Freud, scrive: «la fine del vivente, il suo fine e il suo termine, è il ritorno all’inorganico
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sé campeggia il primato del segno, messo a punto nella concezione della
traccia e della scrittura sin dai testi pubblicati nel 1967, fra cui Della
grammatologia44 e La scrittura e la differenza45. Si noti anche il decisivo
momento di transizione, sul piano dell’evoluzione del concetto, rappresentato
dal lavoro intenso sul concetto di signature, cioè la firma (auto-grafia46),
fra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta. Il primato del
segno nell’autobiografico si esprime nel fatto che ogni elemento del sistema
reticolare dei rinvii, cioè le relazioni che rendono possibile la significazione
autobiografica, è se stesso soltanto perché è già in rapporto differenziale a
tutti gli altri elementi: è se stesso (autos) in quanto non rimanda a se stesso.
Tale è il nomos che detta all’esperienza della vita il suo ordine paradossale,
come Lebenswelt da cui proveniamo ma al quale non possiamo mai
attingere in modo diretto, giacché la vita stessa è traccia, diversione da se
stessa, spettro dell’auto-distanziamento. Ogni segmento di Erleben è in se
stesso altro. La legge auto-eteronomica innerva l’esperienza autobiografica
in modo assolutamente indipendentemente dai generi nei quali il soggetto-
scrivente scrive la propria vita, e dunque indipendentemente dal tempo
del racconto o della scrittura: nessuna differenza fra narrazione continua,
romanzo epistolare, diario, confessioni, mélange di queste ed altre forme.
Tutto ciò riflette l’idea universale della riflessione derridiana, per cui alla
base dei processi mediante i quali ci si costituisce provvisoriamente come
soggetti (soggetti psichici, linguistici, sociali, politici, e così via) non si
trova mai un moto auto-centrato, ma un movimento di apertura centrifuga
all’altro.
Un’altra caratteristica dell’autobiografico è rappresentata dal suo
valore finzionale, già proprio del segno in quanto qualcosa che sta sempre
per qualcos’altro. In particolare, il finzionale è recuperato nel motivo
nietzschiano secondo cui la vita stessa, mediante le proprie astuzie, induce
il soggetto che si racconta a indossare maschere, a inseguire la molteplicità
polifonica e a disidentificarsi, e questo accade esattamente nel momento
in cui la tensione auto-poietica del soggetto tocca il suo apice, rivelando
l’autoinganno come necessità per la sopravvivenza. Il riprodur-si della vita
[…] l’evoluzione della vita si riduce ad una diversione dell’inorganico in vista di se stesso»
(Cfr. J. Derrida, Speculare – su “Freud”, cit., p. 113). L’auto-etero-nomia, dunque, mette in
risonanza la dynamis del margine fra vita e morte: «l’eterologia entra in gioco, ragion per
cui c’è forza, lascito e scena di scrittura, allontanamento da sé […] la vita la morte non vi si
oppongono più» (Ivi, p. 115), poiché l’auto-affezione diviene il dispositivo della co-gestione
dei processi biologici: «fare in modo che la morte sia l’auto-affezione della vita o la vita
l’auto-affezione della morte» (Ivi, p. 119 e ss.).
44
J. Derrida, Della grammatologia, Milano 1998².
45
J. Derrida, La scrittura e la differenza, Torino 19903.
46
Sul piano teorico, l’autografia è già un’auto-etero-grafia di sé stessi e del proprio nome:
la firma è l’elemento performativamente singolare e identificativo di un soggetto-scrivente,
eppure essa è già persa nella prestrutturazione del segno. Una firma, per Derrida, può
funzionare come tale (autos) solo è ripetibile, dunque non-originale, iterabile, registrabile:
altro da se stessa.
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è integrato nel concetto di sopra-vivenza, in quanto la vita stessa (autos) è
«dissimulazione»47.
L’idea che l’autobiografia ospiti originariamente la virtualità della
perdita di sé, da cui l’insistenza sull’annodamento indecidibile fra vita e morte
e tra testimonianza e finzione, è la base teorica di altri innesti tematici, come
quello del lutto: «la parola e la scrittura funerarie non sopraggiungono dopo
la morte, ma piuttosto travagliano la vita nella forma di ciò che chiamiamo
autobiografia»48. Nel tracciare se stessi, scrivendo l’autobiografia, si aderisce
alla poetica della traccia, e di qui a quella per cui la vita è innanzitutto survie:
«dal momento che vi è una traccia, quale che sia, essa implica la possibilità
di ripetersi, di sopravvivere all’istante e al soggetto del suo tracciamento,
di cui essa attesta così la morte, la scomparsa, o almeno la mortalità. La
traccia configura sempre una morte possibile, essa firma [signe] la morte»49.
Se esiste un tempo-luogo per la relazione fra il soggetto e il “suo” altro è
nell’atto di scrittura, inteso cioè quale piano mobile di relazione fra l’eteros
e l’autos. Questo evento è sempre un accadere senza progetto. In questo
senso, la scrittura è relazione, perché essa semplicemente si svolge, e nello
svolgersi organizza «nella memoria afflitta e piena di cordoglio» l’archivio
mobile delle mémoires autobiografiche.
In questi intrecci argomentativi emerge anche il carattere spettrale
dell’autobiografico. L’altro che mi scrive non è «la semplice inclusione di
un fantasma narcisistico in una soggettività richiusa in se stessa, persino
identica a se stessa»50. Il modello auto-etero-biografico prescrive la natura
divisa di ogni desiderio identitario e di ogni idolo dell’auto-alienazione:
«già installato nella struttura narcisistica, l’altro marca il sé del rapporto a
sé»51. In questa luce, l’autobiografia non può aspirare ad alcuna consistenza
ontologica, gnoseologica o narratologica: è qualcosa che non esiste. Essa è
47
Sin da queste prime formulazioni, il concetto di autobiografia rivela un forte debito
con la riflessione nietzschiana, che resterà un punto di riferimento costante sino alle
tesi sull’autobiografia in rapporto all’animale degli anni Novanta. Circa la complessità
biologico-biografica del finzionale in Nietzsche, in Otobiographies Derrida scriveva: «se
la vita che vive e che lui si racconta (“autobiografia”, si è soliti dire) è innanzitutto la sua
vita unicamente in quanto effetto di un contratto segreto, di un credito aperto e nascosto
[…] allora fin tanto che il contratto non sarà stato onorato – e non potrà esserlo che
tramite l’altro, per esempio voi – Nietzsche può scrivere che la sua vita è forse soltanto un
pregiudizio, “es ist vielleicht ein Vorurteil dass ich lebe…”». Cfr. J. Derrida, Otobiographies,
cit., p. 46. Si noti che se la matrice del ragionamento è testualista-decostruttiva, Derrida sta
lasciando, al contempo, un piccolo spazio di manovra alla dimensione vitale nei processi
originari dell’autobiografismo, senza rinunciare pregiudizialmente all’analisi di una
dimensione de-testualizzata del vitale e del naturale in Nietzsche. L’auto-contraddizione
in cui questi si agita è, infatti, quella per cui egli «si costringe a dire chi sia, pur andando
contro la sua tendenza naturale che lo porterebbe invece a dissimularsi attraverso delle
maschere. Del resto […] il valore di dissimulazione è continuamente affermato. La vita è
dissimulazione» (ivi, pp. 47-48, corsivi miei). La scrittura-della-propria-vita incorpora sin
dall’origine la determinazione materiale di oggetto-scritto (il proprio prodotto) e, insieme
a ciò, i movimenti di finzione necessari alla sopra-vivenza.
48
J. Derrida, Memorie per Paul de Man, cit., p. 36.
49
J. Derrida, Papier machine, Paris 2001, p. 393.
50
J. Derrida, Memorie per Paul de Man, cit., p. 36.
51
Ibid.
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la forma, nel senso del formar-si, di un io che, lungi dall’essere un centro
epistemologico, è un io hanté dallo spettro di sé, ossessionato e tele-guidato
dal timore-desiderio di trovarsi:
in un contesto molto determinato, ho potuto dire che scrivevo per cercare
un’identità. Ma io sono stato piuttosto interessato a ciò che rende impossibile, alla
perdita di identità. E quando, in Circonfessione o ne Il Monolinguismo dell’altro,
ho parlato di un’autobiografia impossibile […] è perché l’autobiografia (nel senso
classico del termine) implica almeno che l’io sappia chi è, si identifichi prima di
scrivere o supponga una certa identità, la possibilità di dire io – in una certa lingua
– è infatti legata alla possibilità di scrivere in generale. Ci sono degli eventi che
consistono nel dire io, dire me; ma questo non vuol dire che l’io, in quanto tale,
esista o sia mai percepito come presente. Chi ha mai incontrato un io? Certo non
io52.
Anche quando scrive la propria autobiografia, quando auto-costruisce
la propria immagine, quando si auto-ritrae o quando, in generale, cede
alla tentazione della Selbstvorstellung, l’io autobiografico si realizza nelle
spinte contrastanti del desiderio e del timore di ri-conoscersi. Con ciò viene
preclusa qualsiasi possibilità di recupero ermeneutico del soggetto entro
una soluzione diegetica, o che riguardi la temporalità storica, sul modello, ad
esempio, dell’identità narrativa proposta da Paul Ricouer53. L’autobiografia,
da questo punto di vista, è una spettrografia come forma funzionale
dell’écriture. Come scrive Francesco Vitale, una spettrografia «sarebbe al
cuore dell’opera di Derrida, ne traccerebbe il respiro, singolare, insistente
ma mai uguale a se stesso»54. L’ordine stesso del pensiero di Derrida può,
in qualche modo, essere rappresentato da un’azione ibridante simulacri e
scritture, che è sempre, però, in relazione sia al biologico che al teoretico:
«una certa spettrografia sarebbe al cuore del vivente, sarebbe la condizione
irriducibile della singolarità vivente umana, un dispositivo di registrazione
e trasmissione a distanza, qualcosa come una scrittura»55. L’autobiografico
lambisce le correnti vitali e pre-riflessive del sé, ma in quanto formatività,
esso restituisce sempre una forma, che è grammato-logica o spettrografica.
In D’Ailleurs, Derrida:
il fantasma identitario nasce dall’inesistenza dell’io. Se l’io esistesse non lo
cercheremmo, non scriveremmo. Se dunque si scrivono autobiografie è perché
siamo mossi dal desiderio e dal fantasma di questo incontro con un io che sia
alla fine ciò che è […]. Se riuscissi a identificare questa identità in maniera certa,
naturalmente io non scriverei più. Non firmerei più, non traccerei più e, in un certo
modo, non vivrei più. Non vivrei più56.
52
J. Derrida, in D’Ailleurs, Derrida, film di Safaa Fathy, France 2000.
53
Cfr. P. Ricoeur, L’identité narrative, in «Esprit», n. 7-8, (Juillet 1988), pp. 295-304.
54
F. Vitale, Spettrografie. Jacques Derrida fra singolarità e scrittura, Genova 2008, p. 11.
55
Ivi, p. 10.
56
J. Derrida, D’Ailleurs, Derrida, cit.
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Tracciare, tracciarsi, vivere: vocaboli su cui più avanti ritornerò, che
per ora suggeriscono come la vita stessa si confonda con la sua struttura
spettrale: «la vita è sopravvivenza [survie]»57. Per parte sua, la struttura
della survie è profondamente autobiografica: «tutti i concetti che mi hanno
aiutato a lavorare, segnatamente quello della traccia o dello spettrale, erano
legati al “sopravvivere” come dimensione strutturale e rigorosamente
originaria»58.
La tensione alla forma, trattenuta nel gesto autobiografico, è una
tensione alla costruzione di sé; ma essa è intesa sempre nell’ambiguità
dell’essere-costruiti e nell’esposizione all’aporia. L’autobiografia riproduce,
infatti, il manque del soggetto-che-si-scrive, trama scritta di un récit dove «il
successo fallisce» e, al contempo, «lo scacco riesce»59. Ne Il monolinguismo
dell’altro si trova una fra le più chiare attestazioni di questa poetica
filosofica dell’impossibile e del desiderio: «dove ci si trova allora? Dove
trovarsi? A chi ci si può ancora identificare per affermare la propria identità
e raccontarsi la propria storia? A chi raccontarla, in primo luogo?»60. Con
questa constatazione si insiste sul carattere lacerante nel desiderio di dar-si
una forma, cioè sull’ambiguità e sull’artificio del soggetto autobiografico che
è ente destinato al dominio di una finzione che egli si dà da sé, e alla quale,
tuttavia, egli continuamente cede: «bisognerebbe poter costruire se stessi,
bisognerebbe poter inventarsi senza modello e senza destinatario garantito.
Non si può far altro che presumere questo destinatario, certo, in tutte le
situazioni del mondo»61.
In modi diversi, i motivi principali e invarianti dell’autobiografico
derridiano, cioè la finzione, la vita/morte, il lutto, la traccia, la memoria,
il fallimento, lo spettrale, sono riconducibili a una teoresi auto-etero-
logica. Fra le righe, tuttavia, affiorano altri motivi che fanno riferimento
più direttamente alla corporeità e alla dimensione psichica (quale sede
soggettiva di processi di disidentificazione). Ne Il monolinguismo dell’altro
la scrittura autobiografica apre a un gioco di resistenze e di sconfinamenti
nell’auto-analisi e nelle rimozioni costitutive del soggetto: «se, per esempio,
sogno di scrivere un’anamnesi di quello che mi ha permesso di identificarmi
o di dire io a partire da un fondo di amnesia e di afasia, so allo stesso tempo
che non potrò farlo che aprendo a una via impossibile […] evadendo,
piantando in asso me stesso»62. Nella concezione teorica dell’autobiografico
si introduce un negativo che ne minaccia il funzionamento differenziale:
l’autobiografia «piuttosto che l’esposizione di me, sarebbe un esporre tutto
ciò che è d’ostacolo, per me, a questa auto-esposizione. Ciò che mi espone
dunque a questo ostacolo, e mi getta contro di esso»63. In una certa misura,
anche un altro tema, quello del segreto, mostra una difficoltà d’integrazione
57
J. Derrida, Apprendre à vivre enfin. Entretien avec Jean Birnbaum, Paris 2005, p. 26.
58
Ibid.
59
J. Derrida, Memorie per Paul de Man, cit., p. 45.
60
J. Derrida, Il monolinguismo dell’altro, cit., p. 69.
61
Ibid.
62
Ivi, p. 88.
63
Ivi, p. 93.
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nel paradigma differenziale. Il segreto è definito come ciò che è senza-
rapporto, come qualcosa che resta separato. Il segreto resiste, cioè, nella
sua (auto)separazione, perfino dentro chi lo custodisce. Qui entra in gioco la
questione della scrittura più libera o letteraria, che «offre quel privilegio per
cui si può dire tutto», ma ciò indica anche una potenza negativa, un poter
«nascondere tutto senza che il segreto venga tradito»64. Il segreto resiste,
come un buco nel reticolo dei rimandi spettrali e finzionali: «posso avere
mentito, inventato, deformato, come in tutti i testi cosiddetti autobiografici.
Una verità si trasforma e si deforma. Talvolta per accedere a una verità
ancora più potente [puissante], più “vera”». Il termine verità, associato
allo spazio enigmatico del segreto, non può non fare riflettere. In una certa
misura il segreto exsiste nella propria autonomia, in quanto esso «non è
solamente ciò che si nasconde. È l’esistenza stessa»65.
Vi è dunque, fra le righe, un limite all’auto-etero-logia
dell’autobiografico. L’idea dell’autobiografia come costruire se stessi e ri-
prodursi, ma contemporaneamente, come resistere a se stessi, introduce
altre linee prospettiche che complicano internamente questo interessamento
autobiografico di tipo teorico. Tuttavia va notato che il soggetto-Derrida
corregge costantemente la forma di questi elementi. Nell’impianto anti-
metafisico derridiano, l’auto-resistenza nell’autobiografico non può essere
realmente costitutiva; dovendo intrattenere con il soggetto un rapporto
che non sia di opposizione frontale o dialettica, la relazione con l’ostacolo
interiore – almeno nella sua formulazione teoretica – dovrà prendere
la forma neutra di un ossimoro puro, come «una sorta di rapporto senza
rapporto»66. In tutto questo, va detto che vi è anche una ricchezza letteraria
che eccede il concetto, una sinuosità dell’argomentazione, un certo numero
di giochi di appoggio, come si diceva, ai testi dell’altro o perfino un raddoppio
della riflessione nel vedersi come attore di se stesso nei film documentari.
Ma, semplificando in vista di un bilancio, si deve rilevare che l’autobiografia
permane oggetto sospeso, esibizione di una doppia impossibilità del senso
(nel passato e nel futuro: tanto nel suo costituirsi come residuo storico,
quanto come formatività dinamica, verso il non-ancora). L’autobiografia
non è né un recupero narrativo di un’origine bio-grafica del soggetto, né
un’ermeneutica del sé di tipo processuale-storico, mediata da un telos, se è
vero che nel cominciamento dell’autobiografico vi è una non-origine e che
ogni processo autobiografico è sans fins: «non ho mai smesso di mettere in
questione il motivo della “purezza” (la prima mossa di ciò che viene chiamato
“decostruzione” la porta verso questa “critica” del fantasma o dell’assioma
della purezza o verso la decomposizione analitica di una purificazione che
ricondurrebbe alla semplicità indecomponibile dell’origine)»67. Ne consegue
64
J. Derrida, Du mot à la vie: un dialogue entre Jacques Derrida et Hélène Cixous. Propos
recueillis par Ailette Armel, in «Magazine littéraire», n. 430 (Avril 2004), pp. 22-29, p. 29,
corsivo mio.
65
Ibid.
66
J. Derrida, Il monolinguismo dell’altro, cit., p. 94
67
Ivi, p. 56.
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© Lo Sguardo - riviSta di fiLoSofia - iSSn: 2036-6558
n. 11, 2013 (i) - vite dai fiLoSofi: fiLoSofia e autobiografia
che, quanto a forma astratta, la concezione dell’autobiografico in Derrida
è riducibile a quella del motivo auto-etero-logico, come anche confermato
da alcuni studi in letteratura secondaria68. Ma se questa è la concezione
dell’autobiografico, nasce il problema dell’isomorfismo molto accentuato
con la sintassi del movimento generale grammatologico-decostruttivo, nel
quale sarebbe pre-contenuto. L’isomorfismo pone, cioè, il problema di una
quasi-trasparenza nei confronti del “modello”, che lo espone al rischio di
neutralizzazione, come se l’autobiografia, intesa come obbiettivazione di
un interesse teorico – come oggetto filosofico – non fosse mai realmente
accaduta nel testo derridiano.
Ci si può allora domandare se l’interessamento autobiografico non
sia piegato verso una forma di auto-interesse, cioè un interesse di auto-
riconciliazione al motivo potenzialmente eversivo dell’autobiografico.
Un’auto-riconciliazione ottenuta mediante nozioni già auto-prodotte, come
quelle autoimmunitarie, per così dire, di écriture o, in definitiva, quella di
decostruzione. Si annuncia qui un primo sintomo della relazione all’autos,
o, piuttosto, di un automatismo del ritorno al chez soi teoretico? Ci si può
domandare che spazio abbia, nella strutturazione di questo interesse,
l’arcipelago disorganico di quei momenti testuali che presentano una minore
coerenza col “modello”, vale a dire quegli elementi legati al corpo, al segreto,
alla resistenza o alla restance empirica di cui si è accennato, e se questi
possano rappresentare un resto, una forma residuale nell’autobiografico
teorico.
Interesse autobiografico. Scrittura
La tentazione è di dirigere lo sguardo verso l’altra forma dell’interesse
autobiografico, alla scrittura in prima persona in qualche modo rivolta
verso la propria esperienza individuale. Può quest’ultima funzionare come
leva interna, agendo da contro-dispositivo? In altri termini: può l’insieme
dei testi denotabili come autobiografici, rappresentare uno spazio di auto-
sottrazione? Il mio interesse va dunque solamente verso l’individuazione
di alcune proprietà generali di questo insieme che possano risultare utili a
rispondere a questa domanda. Tracce di questa tipologia di scrittura sono
reperibili nel corpus sin dagli anni Settanta, in Glas69 (1974) o in alcune
parti dei testi + R (al di sopra del mercato) (1975) e Cartigli (1978) in La
verità in pittura (1978)70. Qui lo stile di Derrida, marcato da «dissipazione»
e «esplosione della scrittura», come ha notato Rudy Steinmetz, segue i
dettami di un’«estetica della dispersione»71. Di poco successive, le lettere
68
Cfr. almeno J.G. Kronick, Philosophy as Autobiography: The Confessions of Jacques
Derrida, in «MLN», vol. 115, n. 5 (Dec. 2000), pp. 997-1018; G. Artous-Bouvet, Le
supplément de fiction: Derrida et l’autobiographie, in «Littérature», n. 162 (Juin 2011),
pp. 100-114; R. Smith, Derrida and Autobiography, Cambridge 1995.
69
J. Derrida, Glas, Milano 2006.
70
Cfr. J. Derrida, La verità in pittura, Milano 1981, pp. 141-175 e pp. 179-244.
71
Cfr. R. Steinmetz, Les styles de Derrida, Bruxelles 1994, p. 13 e ss.
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