OPERE MINORI DI TASSO
La poesia lirica
Pubblicata in tre raccolte successive, risale soprattutto alla giovinezza, benché
il labor limae sia stato costante fino agli ultimi anni. Le liriche aderiscono al
modello petrarchesco, ma con accenti originali derivanti talora dalla materia
autobiografica e morale, talaltra a situazioni encomiastiche ed occasionali,
mentre spesso si evince un abbandono a toni sensuali, specie nelle liriche
indirizzate a donne da lui conosciute, come la dama di corte Lucrezia
Bendidio. La bellezza femminile è vagheggiata e accarezzata
sensualmente;ricche le metafore, quasi barocche perché sorprendenti;
musicale e cantabile il verso.
(fig.1G. Romano, Donna con specchio, Museo Puschkin, Mosca)
Il madrigale
Il madrigale è una delle forme poetiche — e musicali — più congeniali al gusto
del Cinquecento “cortigiano”. I poeti cinquecenteschi fanno riferimento al
modello dei madrigali di Petrarca, sviluppandolo liberamente sotto il profilo
metrico e tematico.
Il madrigale petrarchesco è interamente in endecasillabi ed è suddiviso in due
o tre terzine e uno o due distici, mentre quello cinquecentesco alterna
endecasillabi e settenari in numero variabile e secondo vari schemi di rime (in
Tasso è netta la prevalenza dei settenari, più musicali; gli ultimi due versi sono
sempre a rima baciata, unica analogia costante con Petrarca).
L’argomento amoroso, già prevalente, diviene pressoché esclusivo; si accentua
progressivamente la tendenza al gioco raffinato dell’intelligenza, al concetto
prezioso, allo scherzo galante e malizioso (che saranno dominanti nel
madrigale di età barocca). Il madrigale cinquecentesco, inoltre, molto melodico
e cantabile, è spesso musicato
In Donna, il bel vetro tondo, Tasso spinge l’analogia fra donna e natura fino
a fare della bellezza femminile l’effigie del mondo; solleva così la donna
al rango stesso di Dio, di cui è tradizionalmente effige
l’universo.
Schema metrico: il madrigale è di 10 versi (5 settenari, 5 endecasillabi) con
rime aBBAcCdEeD
Donna, il bel vetro (1) tondo
che ti mostra le perle e gli ostri e gli ori,(2)
in cui tu di te stessa t’innamori,(3)
è l’effigie del mondo,
ché quanto in lui riluce
raggio ed imago è sol de la tua luce.
Or chi de l’universo
può i pregi annoverar sí vari e tanti,
quegli, audace, si vanti
di stringer le tue lodi in prosa e ’n verso.
Note al testo
1. vetro: metonimia per specchio. 2. le perle… ori:
metafore per indicare i colori del volto della
donna; ostro (dal greco óstreon) è propriamente la
conchiglia da cui veniva estratta la porpora.3. in cui tu…
t’innamori: allusione al mito di Eco e Narciso.
Comprensione del contenuto
La prima parte della poesia è la descrizione della donna amata, che è talmente
intenta a osservare la sua immagine allo specchio, che è affascinata da se
stessa. Nella seconda parte prima di tutto si chiarisce il motivo
dell’associazione tra specchio e mondo (il viso femminile contiene in sé tutta la
bellezza del mondo), in seguito si introduce il tema dell’ineffabilità, affermando
che solo il poeta capace di descrivere le molteplici bellezze dell’universo potrà
vantarsi di celebrare in prosa ed in poesia i suoi pregi.
La donna assume un ruolo vicino a quello tradizionalmente
riservato a Dio: se lo specchio con il suo volto è l’effigie del mondo, il mondo è
comunque l’effigie di Dio.
Analisi stilistica
Tasso gioca sullo scambio tra senso letterale e senso metaforico delle immagini
presentate nel madrigale, dando un esempio raffinato di concettismo. Il bel
vetro tondo diventa l’effige del mondo perché il riflesso della donna riproduce
la bellezza e la perfezione dell’universo; tale concetto è rafforzato dalla forma
dello specchio — tondo — che richiama la sfericità del mondo con cui
l’aggettivo è in rima.
Commento
La donna del madrigale sembra svolgere un tema caro alla filosofia
neoplatonica, che riscopre nel microcosmo (il viso) l’armonia del macrocosmo
(l’universo), che riflette a suo volta la perfezione di Dio.
figura 1(fig.1G. Romano, Donna con specchio, Museo Puschkin, Mosca)
LE OPERE TEATRALI
Aminta
Appartiene al genere della favola pastorale, ovvero un tipo di
drammatizzazione i cui ascendenti classici sono Virgilio delle Bucoliche e
nell’Umanesimo Poliziano e Sannazaro. Composta in endecasillabi nelle parti
recitate e settenari in quelle liriche, era divisa in 5 atti seguiti ciascuno da un
coro. L’opera comprendeva motivi malinconici, tristi e patetici dalla tragedia,
ma al contempo il lieto fine dalla commedia.
In genere si proiettava in questo mondo antico, popolato da ninfe e pastori, il
vagheggiamento di un mondo naturale, in armonia col creato, dove le forme e
le convenzioni che bloccano la libera espressione dell’amore e del desiderio
non esistono.
La trama dell’opera: il giovane pastore Aminta è innamorato della ninfa
Silvia, ma questa sembra interessata soltanto alla caccia. Inutilmente Dafne
esorta Silvia a ricambiare l'amore per il giovane, mentre Aminta comunica a
Tirsi il proprio affanno e gli confida il proposito di uccidersi. Arrivati ad una
fonte, questi ultimi sorprendono un satiro intento a legare Silvia ad un albero
per usarle violenza. Messo in fuga il satiro, Aminta libera la ninfa che tuttavia
fugge senza mostrargli gratitudine. Dafne, che impedisce ad Aminta di
uccidersi, dialoga con lui quando sopraggiunge la ninfa Nerina ad annunciare
il ritrovamento dei resti di Silvia, morta sbranata dai lupi durante una battuta
di caccia. Aminta corre via per mettere in atto il suicidio, mentre Silvia
ricompare viva e scampata al pericolo. Alla notizia del possibile suicidio di
Aminta, la ninfa rivela il proprio turbamento, svelando così il suo amore. Nella
scena conclusiva il pastore Elpino narra come Aminta si sia salvato cadendo
da un burrone su un fascio d'erbe e, raggiunto dalla ninfa, sia ormai tra le sue
braccia.
Le caratteristiche dell’opera sono la raffinatezza ed il gusto dell’evasione in un
passato favoloso e lontano, in cui l’amore è al centro della vita di
Aminta/Tasso che vagheggia una sorta di vittoria nel duello tra onore –le
convenzioni sociali, le rogole, i perbenismi – e amore – la libera espressione
dei sentimenti, spesso soffocata dal primo (coro dell’atto I) .
Il principio della libera espansione della volontà e dell’amore, sintetizzato nel
famoso “s’ei piace, ei lice”, proprio perché proiettato in un passato lontano e
fittizio, rivela il suo carattere di sogno illusorio, che vela l’opera di una
malinconica dolcezza.
Re Torrismondo
Riprendendo un suo testo del 1573, T. (Galealto re di Norvegia), Tasso scrive
una tragedia in 5 atti in cui ancora una volta si rappresenta il conflitto tra
istinto e norma sociale (nomos/fysis)
Trama: Torrismondo, violando la legge dell’amicizia, possiede Alvida, donna
amata e destinata all’amico Germondo. Quando si scopre che la donna è sua
sorella, l’orrore per l’involontario incesto induce i due fratelli ad uccidersi.
Sono chiari i riferimenti all’Edipo re di Sofocle, ma anche evidenti i temi della
passione irrazionale e di una cieca violenza della sorte maligna che condanna
l’eroe alla sofferenza ed alla morte.
SCRITTI IN PROSA
Tra questi ricordiamo i Discorsi dell’arte poetica e Discorsi sul poema eroico
In queste due opere Tasso si occupa del valore pedagogico e morale della
poesia che tramite la bellezza dei versi cela insegnamenti e precetti morali.
Questa poetica risale al miscere utile dulci di Orazio (Ars poetica).
Ne deriva la scelta del poema epico-eroico che fa spazio ad uno stile sublime
ed elevato e che sostituisce all’elemento mitico o cavalleresco, il dato storico
(nella Gerusalemme Liberata si racconta la I crociata), ovvero la materia
cristiana.
La materia storica non deve essere né lontana né vicina nel tempo per
permettere che il pubblico non si annoi e al contempo possa essere attirato
dal meraviglioso cristiano (leggendari prodigi divini o macchinazioni
demoniache, miracoli ecc.) apprendendo modelli di comportamento
eticamente corretti e conformi ai valori controriformistici.
I GRANDI TEMI DELLA POESIA DI TASSO
1) Il difficile rapporto con la corte
Ariosto e Tasso a distanza di due decenni vivono nella stessa corte, ma
affatto diverso è il rapporto tra i due autori e quell’ambiente: Ariosto
fronteggia la realtà, sebbene talora spregevole, senza lasciarsi
sopraffare e distaccandosi attraverso l’ironia e l’equilibrio con cui
giudica ogni vicenda umana; Tasso, invece arriva da lontano, portando
con sé un’immagine idealizzata della corte: un ambiente di spiriti eletti,
raffinati e magnanimi ;ne scoprirà con delusione e sorpresa il lato
infido, pettegolo, invidioso. A questa degenerazione risponde con un
senso di inquietudine e disagio, sentendosi disadattato e vittima di un
mondo che non lo valorizza e comprende. Da qui il senso di
straniamento e la perpetua fuga in altri luoghi, indice di grande
instabilità, difficoltà a radicarsi, mancato appagamento.
2) Tra sensualità e spiritualità
Non capiremmo la figura di Tasso, se non la collocassimo in un’epoca,
quella controriformistica e manierista, che costituisce una cerniera tra
Rinascimento e Barocco; tra crisi dei valori rinascimentali e nuove
visioni controriformiste, con tutto quel bagaglio di incertezze, fughe,
ambivalenze che, man mano che si procede, lo stesso Tasso evidenzia (si
pensi alla sensualità dell’Aminta e ai toni cupi e ortodossi della
Gerusalemme conquistata) .
Il critico Lanfranco Caretti, ha utilizzato per Tasso la definizione di
“bifrontismo spirituale”: in lui da un lato si avverte un desiderio di
adesione ai valori rinascimentali dell’edonismo, della libertà, dell’amore
sensuale, dall’altro, spesso questa aspirazione si avverte come fuga dalla
realtà (il mondo pastorale di Aminta; gli episodi di Erminia tra i pastori e
le delizie della maga Armida che rapiscono i cavalieri crociati) perché
inconciliabile con gli ideali di ordine, ortodossia cristiana imposti dalla
Controriforma. Spesso Tasso si autocensura, infatti, aderendo con forte
senso di colpa alle istanze etiche e ideologiche di quest’ultima. Ciò è
evidente nella continua revisione del poema e negli stessi interventi
richiesti alle autorità di controllo per scrupolo morale.
Anche nello stile il bifrontismo agisce: T. è un pluristilista che spesso
oscilla tra registro lirico (che riflette l’anima edonistico-rinascimentale)
e registro epico-solenne e drammatico (portatore delle istanze
ideologiche etico-religiose).
3) Amore e letteratura
Buona parte dell’opera di Tasso si basa sull’amore e proprio questo
tema risente di più delle tensioni interiori che lo agitano: l’amore,
sempre vagheggiato nella sua dimensione libera, naturale, vitale, non è
mai vissuto come passione appagante, priva di condizionamenti, ma su
di esso incombe il senso della perdita perché il sentimento è oppresso
dalle leggi, dalla falsa moralità, dall’ipocrisia della vita cortigiana.
Solo nella fuga letteraria e nel sogno T. cerca di ricreare un mondo in
cui l’amore sia svincolato dalle leggi dell’Onore (come si vedrà nel coro
dell’atto I dell’Aminta); solo la letteratura è l’alternativa alla vita reale e
quotidiana, luogo della libera espressione del sé più profondo.
Aminta, coro , Atto I, 656-723
Il coro, concepito come una breve lirica che commenta l'azione del dramma pastorale, chiude l'atto
I dell'«Aminta» ed è una nostalgica celebrazione della mitica età dell'oro, in cui ninfe e pastori
erano liberi di abbandonarsi al piacere sensuale dell'amore senza preoccuparsi della tirannia
dell'onore e del decoro, dominante invece ai tempi dell'autore e in particolare nell'ambiente di
corte, al quale Tasso contrappone il mondo pastorale idealizzato. L'idea centrale del testo è la
massima "S'ei piace, ei lice" (se una cosa piace allora è lecita), totalmente inattuale nella realtà
storica del tardo XVI sec. e perciò vagheggiata come qualcosa appartenente a una dimensione
mitica irripetibile.
O bella età de l'oro, O bella età dell'oro, non perché nei fiumi scorreva il latte e il bosco produceva miele;
320 non già perché di latte non perché le terre davano i loro frutti senza essere toccate dall'aratro e i serpenti
sen' corse il fiume e stillò mele il bosco; andavano senza ferocia o veleno; non perché allora il cielo era sempre terso e rideva
sempre in una eterna primavera, mentre oggi alterna estate e inverno; non perché il
non perché i frutti loro
dier da l'aratro intatte legno di pino [delle navi] portò guerre o merci ai lidi stranieri;
le terre, e gli angui errar senz'ira o tosco;
325 non perché nuvol fosco
non spiegò allor suo velo,
ma in primavera eterna,
ch'ora s'accende e verna,
rise di luce e di sereno il cielo;
330 né portò peregrino ma solo perché quel vano nome senza significato, quell'idolo di errori e di inganni,
o guerra o merce agli altrui lidi il pino; quello che fu poi detto onore, dal popolo folle che lo rese tiranno della nostra natura,
non mescolava il suo affanno fra le liete dolcezze della schiera degli amanti; e la sua
ma sol perché quel vano dura legge non fu conosciuta da quelle anime abituate alla libertà, ma esse conobbero
la legge aurea e felice che fu dettata dalla natura: "Se una cosa piace, allora è lecita".
nome senza soggetto,
quell'idolo d'errori, idol d'inganno,
335 quel che dal volgo insano
onor poscia fu detto,
che di nostra natura 'l feo tiranno,
non mischiava il suo affanno
fra le liete dolcezze
340 de l'amoroso gregge;
Allora gli Amorini intrecciavano dolci danze senza arco e torce, tra i fiori e i fiumi; i
né fu sua dura legge
pastori e le ninfe sedevano mescolando alle parole vezzi e sussurri, e ai sussurri i baci
nota a quell'alme in libertate avvezze, che non si staccavano mai; la giovane vergine scopriva le sue fresche rose [le sue
ma legge aurea e felice labbra] che ora tiene nascoste dal velo, e le rotondità acerbe e immature del seno; e
che natura scolpì: «S'ei piace, ei lice». spesso in una fonte o in un lago si vide l'amata che scherzava col suo amante.
345 Allor tra fiori e linfe
traen dolci carole
gli Amoretti senz'archi e senza faci;
sedean pastori e ninfe
meschiando a le parole
350 vezzi e susurri, ed ai susurri i baci Tu, Onore, per primo copristi la fonte dei piaceri, negando l'acqua alla sete amorosa; tu
strettamente tenaci; insegnasti ai begli occhi di stare chiusi in sé e di celare le loro bellezze agli altri; tu
la verginella ignude raccogliesti i capelli sparsi al vento in una rete; tu rendesti ritrosi e schivi i dolci atti
scopria sue fresche rose, sensuali; mettesti il freno alle parole, la misura ai passi; è solo per opera tua, Onore, se
ch'or tien nel velo ascose, oggi è un furto quello che fu un dono d'Amore.
355 e le poma del seno acerbe e crude;
e spesso in fonte o in lago
scherzar si vide con l'amata il vago.
Tu prima, Onor, velasti (personificazione)
la fonte dei diletti,
360 negando l'onde a l'amorosa sete; E le nostre pene e i nostri pianti sono le tue grandi imprese. Ma tu, signore dell'Amore e
tu a' begli occhi insegnasti della Natura, tu dominatore dei re, cosa fai in questi luoghi isolati che non possono
di starne in sé ristretti, ospitare la tua grandezza? Vattene e turba il sonno agli uomini illustri e potenti: lascia
che noi, folla disprezzabile e bassa, possiamo vivere qui senza di te, all'uso delle genti
e tener lor bellezze altrui secrete;
antiche. Amiamo, poiché la vita umana non si ferma con gli anni e si dilegua.
tu raccogliesti in rete
365 le chiome a l'aura sparte;
tu i dolci atti lascivi
festi ritrosi e schivi;
ai detti il fren ponesti, ai passi l'arte; (simmetria)
opra è tua sola, o Onore,
370 che furto sia quel che fu don d'Amore. (antitesi)
Amiamo, poiché il sole muore e rinasce: la sua breve luce si nasconde a noi e il sonno ci
E son tuoi fatti egregi (sarcasmo) porta una notte eterna.
le pene e i pianti nostri.
Ma tu, d'Amore e di Natura donno,
tu domator de' Regi,
375 che fai tra questi chiostri,
che la grandezza tua capir non ponno? (sarcasmo)
Vattene, e turba il sonno
agl'illustri e potenti:
noi qui, negletta e bassa
380 turba, senza te lassa
viver ne l'uso de l'antiche genti.
Amiam, ché non ha tregua (Catullo, Orazio, tema della brevità
della vita)
con gli anni umana vita, e si dilegua.
385 Amiam, ché 'l Sol si muore e poi rinasce:
a noi sua breve luce
s'asconde, e 'l sonno eterna notte adduce.
Interpretazione complessiva
Metro: canzone di versi endecasillabi e settenari, formata da cinque
stanze di 13 versi ciascuna più un congedo di tre versi (schema della
rima: abC; abC; cdee; DfF; il congedo riprende lo schema XyY). La
lingua è il fiorentino letterario secondo la proposta di Bembo, con la
presenza di latinismi
Il coro chiude l'atto I e viene concepito da Tasso come un momento
lirico per commentare l'azione a imitazione della tragedia greca, in
questo caso celebrando il mito classico dell'età dell'oro: essa è rimpianta
non tanto per i motivi poetici tradizionali (il fatto che la natura offrisse il
cibo spontaneamente, l'assenza di guerre o belve feroci), ma in quanto
allora pastori e ninfe erano liberi di abbandonarsi all'amore senza
preoccuparsi delle rigide leggi del decoro, che nel mondo di corte del
XVI sec. ha messo il "freno" alle parole e imposto una "misura" ai passi,
impedendo alle persone nobili di vivere liberamente la propria vita
affettiva.
Viene vagheggiato un mondo pastorale mitico in cui a dettare legge era
solo l'Amore e non l'Onore, che infatti viene riservato "agl'illustri e
potenti" e invitato a lasciare in pace i pastori, esclusi dalla dimensione
sociale dell'ambiente di corte. Nel testo è presente una sottile e
implicita polemica contro le restrizioni sociali della corte
cinquecentesca, in cui anche per motivi di convenienza religiosa si era
sottoposti a un rigido controllo che il poeta mal sopporta e dal quale è
possibile solo un'evasione illusoria e momentanea, ad es. attraverso la
favola pastorale dell'Aminta. L'idealizzazione della dimensione bucolica
è presente anche nel poema e in particolare nell'episodio di Erminia tra i
pastori.
Il testo è fitto di rimandi alla poesia classica, specie nella descrizione
dell'aetas aurea che riprende soprattutto Virgilio (Georgiche, I.125 ss.) e
Ovidio (Metamorfosi, I.89 ss.) e poi nel riferimento agli "Amoretti" che
danzavano senza usare l'arco o le fiaccole, gli attributi di Cupido e le
armi da lui usate per far innamorare le persone (nell'età dell'oro non
servivano, in quanto l'amore rispondeva alla legge di natura). I vv. 382-
86, in cui l'autore invita a cedere all'amore data la brevità e la
precarietà della vita umana, si rifanno soprattutto a Catullo (Liber, V.1
ss.), specie ai vv. soles occidere et redire possunt: nobis cum semel
occidit breuis lux, nox est perpetua una dormienda ("i giorni possono
tramontare e ritornare, ma quando la breve luce del giorno è per noi
spenta, dobbiamo dormire una notte perpetua). Il tema del godimento
delle gioie amorose è largamente presente nella tradizione poetica del
XV-XVI sec. e verrà ripreso da Tasso anche nella Liberata, ma al fine di
respingere le lusinghe amorose in quanto contrarie al dovere militare e
religioso (specie nell'episodio di Rinaldo e Armida).
GERUSALEMME LIBERATA
Il capolavoro è l’opera di una vita, sia per la precoce ispirazione, sia per il
costante lavoro di revisione che lo accompagnò.
Appena quindicenne, nel 1559, Tasso compose le prime ottave di un abbozzo
dal titolo Gierusalemme; nel 1562 pubblica il Rinaldo, un poema in ottave
dedicato all’omonimo paladino franco.
Le ragioni dell’opera possono essere di tre tipi:
- Biografica (il padre Bernardo era stato autore del fortunato poema in
ottave “Amadigi”;
- Letteraria: la volontà di superare Ariosto nella composizione di un genere
molto fortunato presso il pubblico cortigiano;
- Storica: lo scontro ideologico e culturale tra mondo islamico e cristiano,
già ritratto nelle chansons de geste francesi, ritorna con la presa turca di
Costantinopoli nel 1453; lo stesso Tasso aveva visto il pericolo saraceno
abbattersi sulla sua città natale, Sorrento, in un’incursione piratesca nel
1558, in cui la sorella si era salvata per miracolo.
- La stesura dell’opera nella sua parte più consistente avvenne negli anni
più felici alla corte ferrarese, tra il 1570-1575 (la battaglia di Lepanto è del
1571) ; la corte aveva visto tra i suoi frequentatori e poeti sia Boiardo che
Ariosto e Tasso ricerca la stima e l’apprezzamento del suo mecenate
proprio collocandosi in parte sulla scia degli illustri modelli. Nel 1575,
dunque, egli può annunciare al duca Alfonso la stesura del Goffredo, dal
nome del protagonista condottiero della prima Crociata a Gerusalemme.
L’opera, tuttavia, sarà continuamente sottoposta dall’autore a una squadra
di revisori romani per scrupolo di aver violato l’ortodossia; la conseguenza
è che mentre è recluso a Sant’Anna e fino all’anno 1581, circolano varie
versioni non autorizzate dal poeta.
La limatura in senso ortodosso del poema continuerà espungendo le parti
amorose e accentuando quelle etiche e religiose e i caratteri demoniaci
dello schieramento avversario, idealizzando lo schieramento cristiano e il
protagonista.
Il risultato è la pubblicazione a Roma nel 1593 di un’opera diversa e
inferiore alla prima: la Gerusalemme conquistata, dedicata al cardinale
Cinzio Aldobrandini.
Contenuti
Diviso in 20 canti in ottave di endecasillabi, tratta della prima crociata
(1096-99)
La prima crociata è iniziata da tempo, ma nessuno scontro è stato finora
decisivo. I cristiani sono allo sbando e Dio, rendendosene conto, manda un
nunzio, l'angelo Gabriele, da Goffredo di Buglione, per convincerlo a
prendere le redini dell'esercito cristiano. Lui accetta, ma le forze
demoniache sono all'erta. Il demonio infatti interviene inviando
l’affascinante maga Armida: nella confusione derivata dalla sua presenza,
Rinaldo, che nel poema incarna un avo degli Estensi secondo la genealogia
costruita da Tasso, entra in contrasto con Goffredo e lascia l’esercito.
Gli scontri iniziano con un duello fra il saraceno Argante e Tancredi, che
però viene sospeso durante la notte. Tancredi, nel frattempo, è
protagonista e vittima di vicende amorose. È innamorata di lui la tenera
Erminia, mentre egli ama la nemica guerriera Clorinda, vergine guerriera
e musulmana. Erminia per raggiungerlo indossa le armi di Clorinda, ma
viene assalita, perché non riconosciuta, e fugge, trovando pace tra i
pastori. Tancredi però nota la fuga della ragazza, che egli crede appunto
essere Clorinda, e la segue; viene così fatto prigioniero da Armida, che
tiene con sé molti combattenti cristiani, e solo in seguito verrà liberato da
Rinaldo.
Intanto all'accampamento cristiano regna il caos e l'esercito è in preda al
panico anche perché non c'è più traccia di Tancredi e Rinaldo. La guerra
continua con vicende alterne, sempre con l'intervento divino e demoniaco.
Un duro colpo per i cristiani arriva quando sulla scena compare Solimano
con il suo esercito musulmano: i cristiani verranno salvati dall’arcangelo
Michele e dall’arrivo degli eroi cristiani liberati da Rinaldo. Armida però
sottrae ancora una volta Rinaldo al suo esercito: vedendolo si è innamorata
di lui e lo ha attirato a sé. Intanto i crociati hanno costruito una grande
torre di legno per superare le mura. Di notte Clorinda e Argante escono
dalla città e bruciano la torre. Si separano, e Clorinda, irriconoscibile per
aver perso la sua armatura argentata e le sue armi dalla foggia unica,
viene sfidata e uccisa proprio da Tancredi, che la battezza in punto di
morte.
Rinaldo è in ozio tra le braccia di Armida, finché non viene richiamato al
dovere per ordine di Goffredo. Vincendo altri incantesimi, i crociati
costruiscono altre macchine da guerra e attaccano la città. Inizia il duello
finale; il più duro è quello tra Argante e Tancredi. Tancredi uccide in
duello Argante, ma viene ferito in modo grave e poi salvato da Erminia.
Goffredo scioglie il voto inginocchiandosi davanti al Santo Sepolcro.
I personaggi
I personaggi della Liberata riflettono anch’essi la sofferenza dell’autore;
sono infatti caratterizzati da dubbi, sensi di colpa, ambivalenze, talora dal
peso di un destino che incombe su di loro.
Anche l’atteggiamento di Tasso è diverso dal sorridente distacco di
Ariosto, sempre consapevole della finzione e artificiosità della sua
narrazione. Il Sorrentino, invece, partecipa emotivamente ai sentimenti dei
suoi eroi profondendovi la propria umanità.
L’unico eroe tutto d’un pezzo – e per questo meno poeticamente riuscito –
è proprio Goffredo di Buglione, portatore dei valori della Controriforma,
pio, valoroso, fedele, mai toccato dal dubbio, dall’umanità dell’errore.
Ai suoi antipodi si colloca Rinaldo, capace di grandi eroismi ma anche di
grandi errori (cede alle lusinghe di Armida, ma è capace con una fervorosa
preghiera a battere l’incanto maligno della selva di Saron); ancora
Tancredi è un eroe malinconico, sempre sospeso tra la passione per
Clorinda e il senso di colpa legato al fatto che si tratti di una donna
cristiana, tra fede e peccato.
Gli eroi pagani, pur se nemici hanno una grande dignità e combattono
strenuamente seppur avvertano il peso della sconfitta imminente; le figure
femminili avvertono anch’esse questa precarietà che però verrà superata
grazie alla conversione finale (Armida, perfido strumento del Male, si
abbandona all’amore per Rinaldo; Clorinda si fa battezzare da Tancredi
dopo aver recuperato la sua femminilità prima nascosta dall’armatura e
dalla perfidia della guerra).
La struttura poetica
T. obbedisce al carattere normativo della letteratura dell’epoca,
obbedendo al principio aristotelico di unità di tempo, luogo e azione,
nonché al principio di verosimiglianza e a quello pedagogico del miscere
utile dulci di oraziana memoria (vedi sopra).
Quanto alle unità aristoteliche, al policentrismo e alla polifonia ariostesca,
con vari personaggi e filoni portati avanti in parallelo, T. sostituisce
- la centralità di Gerusalemme, da cui i cavalieri “erranti” fuggono ma a cui
verranno ricondotti ;
- la trama costruita intorno ad un eroe, Goffredo, simbolo degli ideali
controriformistici;
- il tempo circoscritto alla prima crociata, grazie alla scelta del poema
eroico-storico e non a quello cavalleresco tout court.
L’elemento storico legato ad una battaglia ideologica tra due religioni e
mondi, permette di perseguire il verosimile da un lato e l’utile pedagogico
dall’altro, mentre quel dulce, ovvero la piacevolezza poetica che attira il
lettore, è fornita dal “meraviglioso cristiano”, ovvero prodigi, miracoli,
apparizioni in cui i lettori possano vedere la mano di Dio. Anche l’istanza
disgregatrice e di disordine che è costituita da magie e malìe che spesso
hanno l’aspetto seducente delle donne (la maga Armida), altro non sono se
non effetti di macchinazioni diaboliche.
Ciò non toglie loro quel fascino ambiguo in cui si manifestano il
bifrontismo tassiano e
Le istanze antinormative e inquiete del Manierismo.
I Temi
Le dicotomie e contrapposizioni testimoniano ancora una volta l’ambigua e
tormentata natura dell’autore:
- la lotta tra cristiani e pagani è lotta tra bene e male, tra verità della Fede e
menzogna; ciò non toglie che i cavalieri pagani, su cui aleggia sempre
un’oscura forza, il presagio della sconfitta, non abbiano un loro eroismo,
una loro dignità e grandezza; in quanto portatori di un’etica
individualistica e laica, essi rappresentano l’uomo del Rinascimento pieno,
svincolato dalla visione trascendente e libero di manifestare se stesso. Da
qui l’attrattiva esercitata su Tasso e sui lettori;
- La guerra: vista come un’esperienza necessaria per far trionfare il bene sul
male, per esaltare l’eroismo, la virtù, il coraggio, è pur sempre portatrice
di grandi sofferenze, lutti e distruzione su cui Tasso non sorvola, ma
umanamente rappresenta.
- L’eros è anch’esso vissuto come abbandono piacevole ma spesso
inconciliabile con la norma etica e dunque con senso di colpa e velature di
tristezza: ne sono esempio gli amori impossibili di Armida per Rinaldo, di
Tancredi per Clorinda, di Erminia per Tancredi. Spesso proprio per
abbandonarsi all’amore, i cavalieri errano e si allontanano. Ma laddove in
Ariosto ciò era serenamente vissuto, gli eroi del Tasso sono sempre
tormentati dal conflitto tra dovere e piacere.
- L’attenzione per il paesaggio-stato d’animo alla maniera del Petrarca
Lo stile:
sebbene il solenne e l’aulico, insieme alle molteplici immagini e riprese dei
grandi della letteratura latina caratterizzino in generale l’opera, i toni
talvolta divengono lirici e sensuali, specie nelle pause amorose e nelle
divagazioni dei personaggi.
Il movimento e lo spezzato, sia sintattico che retorico e metrico (ellissi,
costruzioni a senso, incidentali;/ anastrofi e iperbati;/ enjembement)
costituiscono quel parlar disgiunto o stile obliquo o distorto che T. stesso
teorizzò e che talora lascia il posto ad uno stile più classicheggiante e
simmetrico (anafore, dittologie, parallelismi e chiasmi).