Estetica
Estetica
1. L’estetica.
2. L’imitazione.
3. L’artista.
4. L’opera d’arte.
5. Il paragone.
6. Il giudizio.
Capitolo I – L’estetica
L’estetica è una disciplina relativamente recente (si può datare il termine alla metà del XVIII secolo), e allo
stesso tempo molto antica (i primi filosofi greci del V secolo a.C. si interrogavano già sul bello. La nascita
dell’estetica come riflessione filosofica in senso lato è in effetti contemporanea alla nascita della filosofia
occidentale in generale, il che è tutto sommato logico. In compenso, la denominazione di una branca
specifica della filosofia come disciplina autonoma risale effettivamente al 1750, con l’Estetica di Baumgarten.
Filosofia dell’arte.
La delimitazione di questo significato risale al 1818 per l’inizio dei corsi di estetica di Hegel, a Heidelberg e
poi a Berlino, e al 1835 per la loro pubblicazione postuma, fatta a partire dagli appunti presi dagli studenti. Vi
sono diversi postulati in questo testo che bisogna comprendere e interpretare come tali. Prima tesi: l’estetica
si riduce alla filosofia dell’arte. Seconda tesi: il bello artistico è più elevato del bello naturale. La natura è da
qualche parte tra la logica e lo spirito, l’arte è il primo momento antecedente alla religione e alla filosofia, e
l’uomo stesso vi trova una risposta a un bisogno, quello dello sviluppo della coscienza di sé. Tuttavia, ancora
oggi, il dibattito non è chiuso. Per molti filosofi, in particolare analitici, l’estetica non si confonde con la
filosofia dell’arte. In breve, c’è una dimensione non-artistica dell’estetica (il bello naturale, l’esperienza di un
paesaggio, ecc.), come c’è una dimensione non-estetica dell’artistico (storia, critica, ecc.).
eguaglia in questo le altre branche della filosofia generale. Dal bambino che getta le pietre nel fiume e
ammira i cerchi che si formano nell’acqua all’artista non c’è dunque che un passo. Questo passo è quello
dell’uomo che si distingue dalla natura con l’attività pratica: egli ne fa un oggetto nel quale può riconoscere sé
stesso. Ma la coscienza di sé si acquisisce anche in modo teorico: il bisogno universale d’arte spinge l’uomo
a prendere coscienza del mondo sia esteriore sia interiore. L’estetologo è dentro il ‘’pensare’’, ha uno
sguardo diverso, distaccato, sul lavoro dell’artista; nella sua maniera, cerca di comprendere il sentimento di
bellezza (la sua stranezza, il suo fascino) che gli procura l’opera d’arte. Soltanto nel caso dell’arte del
linguaggio (poesia, letteratura, ecc.), l’estetica resta nello stesso sistema di segni dell’opera, fatto che, del
resto, ha contribuito a valorizzare la poesia come arte suprema per molti secoli. Quand’anche l’arte e la
filosofia dell’arte si ritrovassero eccezionalmente nello stesso individuo, corrispondono per la maggior parte
del tempo a due attività distinte, che si situano su due piani mentali e fisici essi stessi distinti.
-CIO’ CHE E’
L’esperienza estetica.
È un’espressione spesso usata a sproposito, ma è quella che corrisponde meglio a un sentimento estetico
originario e fondamentale (in cui ritroviamo l’etimologia di aìsthesis, sensazione). Nel sentimento estetico
qualcosa che può essere percepito dai sensi mi si offre sotto forma di un’esperienza vissuta e
complessivamente ricca. Tutto nasce dunque dal rapporto di un soggetto con qualcosa che lo colpisce, che
egli trova bello, o che pensa sia arte. Ciò che è in questione per l’estetica filosofica non è ciò che noi troviamo
bello, ma il fatto stesso che lo troviamo bello (questo piacere variabile ma incomparabile del sentimento della
bellezza). Va da sé che la parola ‘’bellezza’’ non è intesa qui nel senso canonico della bellezza classica, ma
come ciò che è in grado di far scattare in un soggetto una forma di esperienza estetica. In assenza di un’altra
parola, occorre mettere in atto una sorta di circolo: l’esperienza estetica rinvia al ‘’bello’’, come il bello rinvia
all’esperienza estetica.
La distanza estetica.
All’esperienza deve seguire la distanza, la quale permette di inquadrare il sentimento provato nel suo
contesto, ed eventualmente di arricchirlo con altri riferimenti, senza per questo perderlo. Il sapere giunge ad
affinare il sentire, il sentire ci rinvia al desiderio di sapere. Un commento a un testo non ha mai ucciso un
testo, un’analisi di un’opera non ha mai ucciso un’opera. Nessuna opera è riducibile a un discorso, c’è
sempre qualcosa di irriducibile in essa, ma nello stesso tempo ogni opera invoca questo discorso, che la
mette in corrispondenza con le altre opere. All’esperienza si accompagna dunque un desiderio di generalità
che sembra mettere provvisoriamente a distanza l’opera (ma è per meglio ritrovarla, laddove acquista tutto il
suo senso). In un certo senso, tutti sanno che la filosofia è perfettamente inutile, che non serve a niente: se la
filosofia non esistesse, gli uomini continuerebbero a fare ciò che fanno (semplicemente senza sapere ciò che
fanno). Evidentemente, si può dire altrettanto dell’estetica. Strettamente parlando, un libro di filosofia o un
quadro o una musica o un film non servono a niente, e nondimeno, non si vive meglio grazie a loro? Questa
meditazione filosofica applicata all’arte è, insomma, ciò che qui chiamiamo estetica. E questa distanza
estetica è anche, talvolta, una maniera di rapportarsi al mondo stesso.
L’interrogazione estetica.
In estetica la messa in prospettiva deve infine accompagnarsi ad una ‘’problematica’’. Non ci sono aneddoti
per l’estetica, ma soltanto problemi. La problematizzazione è dunque all’opera in tutti i settori dell’estetica.
Ogni opera degna di questo nome risponde in qualche modo a un problema estetico di creazione, al quale
trova la sua soluzione. L’attitudine dell’estetologo consiste nel fuggire le false evidenze, interrogandole
dall’interno.
Capitolo II – L’imitazione
La questione dell’imitazione non riguarda tutte le arti allo stesso livello. L’imitazione resta una delle questioni
più classiche dell’estetica generale, per la buona ragione che ci fa risalire alle origini del pensiero occidentale,
attraverso il concetto greco di mìmesis. Questo concetto è fondamentale per l’estetica, poiché si trova al
centro del primo pensiero greco sull’arte, o perlomeno di qualcosa che non veniva ancora chiamato così: in
effetti, non c’era un’unica parola per dire arte, ma una medesima parola, téchne, che designava allo stesso
tempo arte, mestiere, il saper fare, la tecnica. Imitare, significa tentare di riprodurre l’apparenza di qualcosa
con dei mezzi specifici. La questione che il concetto di mìmesis pone all’arte è dunque la seguente: la
funzione dell’arte risiede nell’imitazione della realtà esterna? In altri termini, l’artista deve copiare il reale?
condizioni, la mìmesis non ci inganna, per la buona ragione che siamo sempre in grado di distinguere il
reale dalla sua immagine.
La critica artistica.
Per sintetizzare, possiamo ricondurre l’attitudine degli artisti contro la mìmesis a due differenti prospettive: il
punto di vista di una nuova arte figurativa, a partire dall’impressionismo (1874); il punto di vista di una nuova
arte non-figurativa, a partire dall’astrazione (1910).
A partire dall’impressionismo.
Con l’impressionismo, emerge chiaramente per la prima volta il paradosso di una figurazione non-
mimetica in pittura: tutto avviene come se la pittura prendesse coscienza di sé stessa. Il panorama è certo
caricaturale, ma l’essenziale è constatare un allontanamento progressivo dalla mìmesis, a spese della
qualità realistica e in favore di una riflessione sulle condizioni stesse della rappresentazione.
A partire dall’astrazione.
A quali condizioni l’arte astratta può sfuggire all’arte decorativa? Una delle condizioni necessarie è senza
dubbio legittimare la pratica attraverso la teoria. Un’altra soluzione consiste nel rivendicare una filiazione
esplicita con la storia dell’arte e delle idee.
Rendere visibile.
È certamente Paul Klee che ha formulato nel miglior modo questa visione delle cose: „‟l‟arte non riproduce
il visibile; rende visibile‟‟. Sebbene sia impossibile dirlo meglio di come ha fatto Klee, ed in così poche
parole, occorre capire che, nella sua stessa finalità, l’arte non copia, non riproduce, ma apre, rivela, cambia
lo sguardo, ci insegna a vedere. Rendere visibile, dunque, ma cosa? E come, perché? Per Klee si tratta in
primo luogo di rendere visibile lo stesso mondo sensibile, le forze della natura e della creazione, ma anche
di rendere visibili sensazioni diverse dal visibile, come il sonoro per esempio.
-L’ARTISTA E L’ARTIGIANO
Convergenza materiale.
Secondo la classica opposizione tra piacere intellettuale e lavoro manuale, è chiaro che sia l’artista sia
l’artigiano si trovano dalla stessa parte della barricata: lontano dalle delizie dell’otium (il piacere in
opposizione al negozio, negotium), hanno tutti e due bisogno di lavorare per guadagnarsi da vivere, e
questo stesso lavoro li tiene nella dipendenza materiale. Ma qui viene alla luce un movimento che
ritroveremo più tardi: questa dipendenza dalla materia, un tempo così nefasta da far sprofondare l’artista ai
gradi più bassi della società, si trasformerà in qualità nel momento in cui si tratterà di pensare all’artista come
colui che dà forma alla materia, in senso aristotelico. Le idee stesse si costruiscono e si congegnano come
dei materiali, e il pensiero come lavoro trova ugualmente la sua propria fatica, il sovraccarico cognitivo.
Convergenza tecnica.
L’artigiano ha sostenuto un apprendistato tecnico estremamente codificato. Anche l’artista obbedisce a delle
regole tecniche che deve come minimo dominare. In breve, ecco una formula per caratterizzare in un modo
comune nello stesso tempo l’artista e l’artigiano: tutti e due realizzano l’applicazione di una tecnica a un
materiale. Nello stesso ordine di idee, la vicinanza si estende dal punto di vista dello stesso apprendistato:
tra le confraternite o le corporazioni di artigiani da una parte, e gli antichi atelier degli artisti dall’altra. In
entrambi i casi, in effetti, constatiamo che il sapere tecnico si trasmette dal maestro all’allievo.
Convergenza psicologica.
Fatte le giuste proporzioni, e messe da parte provvisoriamente tutte le eccezioni, certi artisti e certi artigiani
potrebbero ritrovarsi nel loro rispettivo lavoro in termini di preoccupazione di far bene, di esigenza
personale, o di ricerca del bello: in una parola, l’amore per il proprio mestiere, per la propria produzione,
generalmente unica. Dominando l’insieme delle tecniche applicate a differenti oggetti, godono di una certa
libertà nell’innovazione tecnica come nell’invenzione formale.
Divergenza filosofica.
Già nella Grecia antica esisteva malgrado tutto una differenza tra artista e artigiano, al di là dello status
sociale: la produzione di una rappresentazione attraverso l’imitazione (mìmesis), e non di un oggetto utile.
Ma la differenza, qui, è al contrario di quella che ci si aspetterebbe: si fa a spese dell’artista, poiché questo,
per il fatto stesso che produce essenzialmente delle illusioni, si ritrova al fondo della scala filosofica, mentre
l’artigiano, più vicino all’Idea per il fatto che produce almeno una sorta di realtà, risulta gerarchicamente
superiore all’artista imitatore. In altre parole, l’artista non è mai altro che un imitatore di secondo grado del
lavoro dell’artigiano.
Divergenza di finalità.
Nel paragrafo 43 della Critica della facoltà di giudizio Kant indica tre distinzioni, presentate dalla più ampia
alla più stretta verso una sempre maggiore specializzazione: distinzione dell’arte della natura, dell’arte della
scienza, e infine dell’arte dell’artigianato. Oltre all’opposizione tra il bello e l’utile, oltre all’opposizione tra
liberale e mercenario, Kant distingue l’arte e l’artigianato allo stesso modo in cui, procedendo per analogia, di
distinguono il gioco e il lavoro. La stessa questione della finalità dipende allora logicamente dalla modalità: il
modo dell’arte è di essere il suo proprio fine a se stessa, mentre il modo dell’artigianato è di rinviare senza
sosta a un’esteriorità costruttiva. Nel lavoro artigianale, eterotelico, Kant suppone in effetti che conti
unicamente il fine economico. Riassumendo, l’artigiano fabbrica un oggetto, l’artista crea un’opera.
Divergenza di progetto.
L’artigiano è colui che applica regole preesistenti a una produzione in un quadro limitato; le costrizioni della
produzione sono indiscutibilmente superiori alla libertà di creazione. Ora, è l’inverso per l’artista, per il quale
l’opera non può rispondere totalmente a un piano determinato; il progetto esiste, ma l’opera per definizione
non si fa che creandola. E se così è, ciò avviene anche a costo di moltiplicare le bozze preliminari, riprendere
più volte lo stesso dettaglio, accettare i pentimenti e le correzioni.
-L’ARTISTA E IL FILOSOFO
L’artista filosofo.
L’artigiano appare come un artista di grado inferiore, e l’artista superiore guarda logicamente al filosofo. Un
uomo tra gli altri si distingue qui: Leonardo da Vinci, divenuto oggetto di studio privilegiato dalla psicologia o
dalla psicoanalisi dell’artista. Quando si aprono per esempio gli affascinanti Codici di Leonardo, non si può
che rimanere colpiti dalla ricchezza e dall’ampiezza del suo sapere e delle sue scoperte. È attraverso questa
sorprendente contemplazione che si fa luce su un nuovo punto in comune fra arte e filosofia: entrambe non
servono direttamente a qualcosa. Sia l’artista sia il filosofo hanno scelto di prendere distanza rispetto
all’azione utilitaria, per darsi il tempo di cercare qualcosa di più profondo del banale o del quotidiano. Infine, è
possibile che il filosofo e l’artista cerchino in fondo la stessa cosa, ma con mezzi differenti: per parlare come
Klee, avvicinarsi al cuore della creazione, l’uno attraverso il lògos, l’altro attraverso il pàthos, l’uno attraverso
il discorso e la ragione, l’altro attraverso l’intuizione e la sensazione.
Il filosofo artista.
Questa formula ormai rovesciata, con la quale Nietzsche definiva la sua attività speculativa, mette in
questione precisamente il tratto che unisce i due termini: come può un filosofo dirsi allo stesso tempo artista,
in altre parole come si uniscono attraverso un tratto grafico l’intelligibile e il sensibile, la riflessione e la
spontaneità, la grande ragione e il grande stile?
-L’ARTISTA E L’ARTISTA
Artista e artigiano, artista e filosofo: al di là di questo triangolo, si possono pensare molte altre convergenze,
a cominciare da quella tra artista e artista. Le differenze tra artista e artista potrebbero articolarsi attraverso
tre grandi assi: nella storia, all’interno di una stessa disciplina e nei rapporti tra le arti. È per progressiva
derivazione che la parola artista si è estesa alle altre arti oltre che alla pittura e alla poesia. „‟L‟artista non
sarà più colui che produce delle opere d‟arte, quanto colui che riesce a farsi riconoscere come
artista‟‟. La questione dell’artista oggi non è più quella dell’arte, e nemmeno dell’opera, ma quella del
riconoscimento.
-ASSIOLOGIA
Il bello.
Ogni opera d’arte è bella? Certamente no, se pensiamo all’evoluzione dell’arte nel corso della storia. Ma per
l’età classica l’equivalenza tra opera e bellezza era un’evidenza, come nella significativa espressione belle
arti. Occorre utilizzare qui il tempo imperfetto, poiché il bello non è più un valore, sostituito a sua volta da
altri valori come la novità o lo shock. Torniamo a quella famosa bellezza immortale. Si possono distinguere
quattro possibili definizioni di bello: attraverso l’armonia, l’utile, il bene, il piacere. La più importante
storicamente è evidentemente la prima: l’armonia, cioè l’unità tra il tutto e le parti, secondo una certa affinità
o proporzione.
Il bene.
Non è direttamente alla corrente platonica che poterono ispirarsi gli uomini del Rinascimento per far valere la
loro idea di bellezza nell’opera d’arte, ma indirettamente alla corrente neoplatonica, che infatti ha inizio
nell’antichità con Plotino. Mentre l’Idea di Platone si oppone in modo assoluto all’arta come il vero
all’illusorio, diviene con Plotino, e poi in molti altri, l’immagine perfetta dell’opera che l’artista ha in lui e sulla
quale si fonda per creare. Da Platone a Plotino, l’idea è divenuta l’immagine ideale. Quello che c’è di nuovo
in Plotino rispetto a Platone è che la bellezza dell’opera d’arte può divenire metafora della bontà dell’anima.
Il lavoro materiale dell’artista può essere il simbolo della ricerca spirituale del vero sé.
Il vero.
Il bello e il vero non si accordano necessariamente nel corso della storia, poiché il valore della verità può
apparire anche come totalmente esteriore all’arte. E tuttavia, tutto il lavoro di Heidegger nel suo testo su
L‟origine dell‟opera d‟arte consiste nel mostrare che l’opera incarna in sé stessa una certa forma di verità,
irriducibile alla sola verità logica. L’opera d’arte svela una verità che ci lega al mondo, ma non può svelarla
che mantenendola parzialmente nascosta. La bellezza qui è un modo di schiudersi alla verità. Ogni opera
d’arte autentica possiede una parte di verità in sé stessa: è sufficiente che ognuno la scopra.
-FENOMENOLOGIA
L’esperienza estetica.
Per Hegel l’arte manifesta un’idea attraverso una forma sensibile. Nel sistema hegeliano l’arte resta un
mezzo d’espressione necessariamente imperfetto rispetto alla filosofia. Si comprende allora il fatto che altre
riflessioni sull’arte abbiano tentato di rifenomenologizzare il nostro rapporto con l’opera, liberandola da un
sistema costrittivo poiché ad essa esterno. Ogni fenomenologia dell’opera d’arte è in primo luogo
fenomenologia della percezione. L’opera d’arte è in presa diretta, se così si può dire, con il reale. Essa è il
disegno a tre dimensioni di una genesi delle cose. Se l’opera d’arte ci tocca, è per il fatto che è vicina alla
carne del mondo, che ci rinvia a sua volta alla nostra propria carne. Alla nostra visione corrisponde una
visibilità segreta del mondo che rende possibile questa visione. Il nostro corpo è visto-vedente, toccato-
toccante.
L’aura dell’opera.
A queste condizioni, l’oggetto estetico finisce per apparire come un quasi-soggetto. L’opera d’arte non è più
un’apparenza, ma un’apparizione. Al fine di non cadere nell’altro estremo che sarebbe, press’a poco, la
visione credente dell’evangelista davanti alla tomba vuota di Cristo, l’autore si rimette non alla religione
proselita né al cinismo tautologico, ma alla filosofia, in questo caso quella di Walter Benjamin, il cui concetto
originale di aura permette senza dubbio di superare dialetticamente questa contraddizione. Benjamin non è
certo un fenomenologo, ma cerca almeno di pensare l’opera d’arte nella maniera più autentica che ci sia,
cioè applicandosi innanzitutto alle sue condizioni reali di esistenza. L’opera d’arte riprodotta in serie non
rimette in questione l’esistenza tradizionale dell’originale, o piuttosto la relazione tra il pubblico e l’opera
originale, e di conseguenza lo statuto dell’opera stessa? Ciò che si perde è precisamente ciò che Benjamin
chiama l’aura dell’opera, cioè al contempo il suo valore di unicità, ritualità, autenticità, storicità. Benjamin
vuole pensare il rivolgimento culturale prima di giudicarlo: in questo senso, si può sempre sperare che un
accesso più ampio, anche se meno autentico, alle opere d’arte, cinema compreso, accresca l’intelligenza e
faccia indietreggiare la stupidità.
-ONTOLOGIA
L’opera dell’arte.
Bisogna essere capaci di produrre un’ontologia specifica, evidentemente molto più complessa di ciò che
abbiamo detto finora, per ciascun tipo di opera d’arte. È ciò che ha detto Gérard Genette nel primo tomo del
suo libro L‟opera dell‟arte. Ispirandosi a una distinzione proposta da Nelson Goodman, rispetto alla
questione del loro essere, le opere d’arte possono suddividersi in autografiche e allografiche: l’aggettivo
autografiche designa le opere che consistono in oggetti materiali, che si manifestano in sé stessi, con la
presenza di un originale. Allografiche sono invece le opere che consistono in oggetti ideali, che si
manifestano attraverso altri oggetti, senza la possibilità di falsificarli. Ma non è tutto: la distinzione si
prolunga. L’opera autografica può essere unica o multipla. L’opera allografica è multipla solo al livello delle
sue manifestazioni, non della sua immanenza. L’opera, molto semplicemente, è plurale per definizione, non
si riduce a ciò che è, ma è ciò che diviene. Ecco cosa significa lo sdoppiamento del titolo: non più opera
d’arte, ma l’opera dell’arte, ossia ciò che l’arte fa opera.
L’intenzione.
Questa tipologia di opera d’arte è allora inseparabile da una definizione generale dell’opera, che Genette
propone nello stesso scritto: “un‟opera d‟arte è un oggetto estetico intenzionale”. Ma ciò che distingue
l’opera d’arte da ogni altro oggetto è il fatto che essa ha come suo intentio quella di essere percepita
esteticamente. È cosi che Panofsky, nei suoi Studi di iconologia, può individuare e distinguere tre livelli di
significato dell’opera d’arte: significato primario o naturale, significato secondario o convenzionale, significato
intrinseco o contenuto.
L’interpretazione.
Nello stesso tempo, oggi si sa bene che un’opera non è tale che nel contesto della sua teoria. Tale è per
esempio il punto di partenza dell’estetica di Arthur Danto: può darsi che nessuna differenza materiale
permetta di distinguere un’opera d’arte da una cosa reale. Da che cosa dipende allora la differenza?
Dall’interpretazione, che realizza la trasfigurazione del banale in opera d’arte. “Non si può vedere
qualche cosa come arte se non nel contesto di una teoria artistica, di un sapere connesso alla storia
dell‟arte. L‟arte, nella sua stessa esistenza, dipende sempre da una teoria; senza una teoria dell‟arte,
una macchia di pittura nera è semplicemente una macchia di pittura nera e nient‟altro.” L’opera d’arte
come valore esiste dunque da qualche parte tra la sua poetica e la sua ermeneutica. A questo titolo, essa
non appare mai come un oggetto perfetto, costituito una volta per sempre, ma piuttosto come una proposta
d’artista costruita ugualmente per la ricezione, anzi come un organismo vivente in costante interazione con il
suo ambiente, con la sua epoca.
Capitolo V – Il paragone
“Paragone” era il titolo di un manoscritto di Leonardo Da Vinci dedicato a una comparazione gerarchizzata
delle arti. Il dibattito sul paragone o “parallelo fra le arti” animava l’Italia del Rinascimento. Leonardo
concludeva allora, strategicamente per l’epoca e logicamente dal suo punto di vista, in favore della
superiorità della pittura sulla poesia, la musica e la scultura. Il termine paragone connota una
preoccupazione di estetica generale comparata, che non relega l’estetica in questo o quell’ambito, in questa
o quella disciplina, ma che sceglie di pensare ogni arte in rapporto a un’altra, e tutte le arti insieme, nella loro
unità e nella loro diversità.
L’arte e le arti.
L’arte, al singolare, non è affatto un’evidenza. L’arte come concetto è innanzitutto una costruzione. Almeno
in Occidente, si può tentare di rintracciare brevemente la storia di questa costruzione. Come abbiamo visto
precedentemente, non esisteva una parola specifica nell’antichità per designare quelle che più tardi si
chiameranno le Belle arti: il senso stesso di téchne o ars si estendeva ad ogni sorta di competenza pratica.
Nel Medioevo apparve nettamente la distinzione scolastica tra arti meccaniche e arti liberali. Una delle
sfide del Rinascimento è di fare in modo che pittura e scultura appartengano piuttosto alle arti liberali che
alle arti meccaniche. Ma è soltanto nel XVIII secolo che questa forma di riconoscimento diviene consueta,
come si può verificare dal vocabolario corrente. Il trattato dell’Abate Batteux, Le belle arti ricondotte ad un
unico principio, mostra il primo sistema chiaramente definito e organizzato intorno all’idea di imitazione. Nel
suo trattato, che ebbe una grande influenza in Germania, Batteux distingue tre gruppi di arti, secondo tre
finalità: le arti meccaniche mirano all’utilità, le belle arti mirano al piacere, e un terzo gruppo mira
contemporaneamente al piacere e all’utilità. Come si vede, il sistema moderno delle arti è quasi compiuto
prima che Baumgarten pubblicasse la sua Estetica.
Il Lacoonte.
È al Lacoonte di Lessing che va il merito di porre un termine (provvisorio) al dibattito sul parallelo tra le arti.
L’idea principale di Lessing consiste nel far valere le differenze costitutive di tutte le arti, ciascuna delle quali
regna da padrona nel proprio dominio, al fine di evitare gli sterili dibattiti sulla pretesa superiorità dell’una o
dell’altra. Lo stesso sottotitolo dell’opera, Sui limiti della pittura e della poesia, è particolarmente esplicito:
si tratta cioè di stabilire dei limiti tra le arti e di rispettarli. Ogni arte conosce dunque le sue proprie costrizioni,
e i suoi mezzi d’espressione sono necessariamente limitati in rapporto alle altre arti. Da qui la necessità per
ciascuna arte di lanciarsi in una sorta di autoesplorazione all’interno del quadro che le è proprio.
-PROBLEMI DI CLASSIFICAZIONE
immensi problemi teorici: infatti, per esempio, come c’è dello spazio nella musica, così c’è del tempo nella
pittura.
Secondo i sensi.
Si possono classificare così le arti principali seguendo i cinque sensi: le arti tattilo-muscolari (sport e danza),
le arti della vista (architettura, pittura, scultura), le arti dell’udito (musica e letteratura), le arti della sintesi
visuale e uditiva (teatro e cinema). Ma il problema è che la differenza delle arte non coincide con
l’eterogeneità dei sensi: non vi sono cinque arti per cinque sensi.
Altri criteri.
Esistono numerosi altri criteri, che comportano tutti la loro parte di inevitabile disinganno. Per pensare la
differenza e la corrispondenza tra le arti ci si può per esempio appellare al soggetto, oppure alla materia, o
ancora alle categorie estetiche che sono per esempio il tragico, l’epico, il comico, il drammatico, il patetico, il
fantastico, ecc. Ma, propriamente parlando, questi sono più dei punti d’incontro fortuiti che dei criteri di
classificazione. Riassumendo, se ogni classificazione stabilisce un rapporto tra differenza e corrispondenza,
alcune classificazioni non sembrano pienamente legittime, sia perché escludono certe arti a favore di altre,
sia perché arrivano ad una rappresentazione mentale che non corrisponde che imperfettamente a ciò che le
arti sono nella loro realtà materiale.
-SOLUZIONI TRANSARTISTICHE
poesia, infine, un’altra arte tradizionalmente collegata alla temporalità interiore, non bisogna dimenticare,
oltre allo spazio della sua lettura e della sua dizione, che il poema ha bisogno di una certa spazialità per
esistere.
Ritmo.
Tutti gli artisti, senza eccezione, e in tutte le lingue o quasi, parlano di ritmo. In questo semplice esempio,
che ciascuno può verificare, abbiamo nello stesso tempo, di primo acchito, la corrispondenza e la differenza,
cioè lo stesso termine corrisponde chiaramente a due oggetti differenti. Ritmo sarebbe allora non soltanto
un concetto di tutte le arti, ma anche un concetto che crea un legame tra tutte le arti, in una parola un
concetto “transartistico”. In termini volutamente semplici, si può affermare perciò che esistono due linee di
pensiero sul ritmo nell’arte, secondo il numero e secondo la vita: da una parte, il ritmo rinvia all’idea di
struttura, di composizione, di ripetizione e di proporzione, e dunque di un numero sempre possibile, anche
se non è esplicitamente presente nella composizione; d’altra parte, il ritmo è un fattore fortemente sensibile
dell’esperienza estetica e, in quanto reale, difficilmente riducibile: è la continuità vivente del discontinuo del
numero, il suo movimento interno. Più precisamente, e approfondendo, si possono distinguere tre parametri
in ogni definizione del ritmo: c’è chi dà risalto alla struttura, che è essenzialmente spaziale, c’è chi da risalto
alla periodicità, che è essenzialmente temporale, a cui bisogna aggiungere il movimento, combinandolo
con i due precedenti concetti, come ciò che va a de-formare la struttura, o a de-regolare la periodicità,
sempre nei limiti percepibili al fine di rimanere al di qua della soglia critica di aritmia.
Altre soluzioni.
Si può pensare, nei vari registri, allo stile stesso, che caratterizza al contempo una corrispondenza e una
differenza, o anche alla figura, eccetera. Questi concetti hanno uno statuto originale: né troppo generali, né
troppo particolari, essi non sono neppure, propriamente parlando, delle categorie estetiche, e non vi è il
sospetto che diano luogo a una interpretazione sinestesica.
Per artisti.
Cosa succede quando differenza e corrispondenza si trovano riunite in un unico e medesimo uomo? Infatti,
dopotutto, non è forse soltanto per delle ragioni estetiche che si sceglie di dedicarsi ad un’arte piuttosto che
ad un’altra? Un artista polivalente ama passare da una forma di espressione all’altra, o piuttosto che soffre
nel restare rinchiuso in una sola forma di espressione. È questa sofferenza dell’arte unica, questa
stanchezza che risulta dal sentimento di chiusura, che è importante qui, come se le potenza della creazione
fosse così forte da dover necessariamente passare attraverso più forme, più ritmi, più figure. Il transartista,
che concentra nel suo essere il paragone, come d’altronde lo stesso Leonardo, non è, stando così le cose,
la migliore risposta a tutte le questioni sulla differenza e la corrispondenza tra le arti?
Capitolo VI – Il giudizio
Dopo vari capitoli dedicati alla creazione intesa in senso ampio, sembrerebbe logico riservare almeno un
ultimo capitolo alla questione correlativa della ricezione. Certo, tale questione è già stata affrontata in modo
puntuale, ma è soltanto a partire dalla nozione di giudizio che acquisirà qui tutto il suo senso. Nell’estetica
filosofica, questa nozione ha una storia, che comincia nel secolo dei Lumi, e un momento teorico preciso,
che corrisponde alla terza Critica di Kant. Si possono distinguere qui due linee di problemi, insieme distinte
e complementari: il gusto da una parte, il valore dall’altra. Il primo aspetto è più ampio del secondo: il gusto
riguarda l’insieme degli oggetti di senso, il valore riguarda essenzialmente gli oggetti artistici. Ma è qui che
bisogna raddoppiare la questione: infatti, alla fine, qual è il valore di un giudizio di valore? Da dove viene
l’autorità di colui che giudica? Si possono distinguere qui quattro successive sfere di riconoscimento, in
ordine crescente di ampiezza e decrescente di importanza: secondo il giudizio dei pari, dei critici, del
mercato e del pubblico.
Il contesto artistico.
Occorre insistere qui su qualcosa che inizialmente può sembrare un dettaglio: la nascita dei primi Salons
aperti al pubblico. Dal 1725, il Salon carré del Louvre dà il suo nome a un’esposizione pubblica a Parigi. Il
nome dunque passa da un semplice spazio all’esposizione stessa, ufficialmente organizzata e aperta agli
artisti viventi, a differenza di altri spazi del museo. Un tempo, l’arte non poteva offrirsi che alla
contemplazione di una sola persona, o di qualcuna. Nel giro di qualche anno, è divenuta visibile a tutti, o
quasi. Il giudizio di gusto nel XVIII secolo è legato così alla nozione di spazio pubblico. Questo rivoluzione
dello sguardo è veramente molto importante: poiché è anche una nuova possibilità di giudizio, che oggi si
direbbe in un certo senso più “democratica”.
Il contesto storico.
Sappiamo che l’estetica nasce nel bel mezzo del XVIII secolo, nello stesso momento in cui si mette in atto
una nuova tripartizione molto netta tra le scienze, le arti e i mestieri. È in questo contesto di specializzazione
e di autonomia progressiva dell’arte come dell’estetica che bisogna comprendere la nascita di una serie di
riflessioni sul gusto. Quest’epoca segna dunque una svolta decisiva, dal cosmo al soggetto: si lascia
un’estetica classica ereditata dall’antichità e basata sulla categoria del bello in sé, per cadere nella presenza
soggettiva del giudizio di gusto. Uno dei filosofi più rappresentativi di questa riflessione originale e
“moderna” non è altri che il filosofo inglese David Hume, il cui principale saggio di argomento estetico
appare nel 1755 con il titolo La regola del gusto. “La bellezza non è una qualità delle cose stesse: essa
esiste soltanto nella mente che le contempla e ogni mente percepisce una diversa bellezza”. Vi sono
dunque, in effetti, due regole del gusto: da una parte, nel giudizio degli esperti, che lavorano continuamente
per affinare i loro organi di senso, dall’altra, nel ricongiungimento dei giudizi, cioè nella quasi totalità di ciò
che è piaciuto sempre e in tutti i paesi.
Il contesto storico.
A questi due contesti, che devono logicamente figurare qui, bisognerebbe evidentemente aggiungere un
contesto storico molto più ampio. È sufficiente suggerire che l’insieme del secolo dei Lumi può leggersi come
un avvicinarsi progressivo di una forma di razionalità logica e di democrazia politica, nel senso proprio del
termine. L’apertura dei Salons consacra quindi una democratizzazione (relativa) del giudizio di gusto, che
corrisponde anche a una (relativa) autonomia dell’arte, e come per caso alla nascita dell’estetica. Questo
secolo conosce dunque un contesto storico nell’insieme propizio a una teoria del giudizio.
Qualità.
Kant dice: “Gusto è la facoltà di giudicare un oggetto o un modo rappresentativo mediante un
compiacimento, o un dispiacimento, senza alcun interesse. L‟oggetto di tale compiacimento si
chiama bello‟‟. Per la prima volta nella storia, o quasi, il bello è separato dal piacevole come dal vero e dal
buono. L’alleanza tradizionale a partire dai Greci tra kàlos e agathòs non c’è più. Da questa separazione
può nascere l’idea moderna di estetica: il bello è divenuto autonomo attraverso un giudizio che un soggetto
dà su di lui.
Quantità.
Kant dice: “Bello è ciò che piace universalmente senza concetto”. Ci sono due punti distinti qui, che
sono come due momenti di questa definizione: l’universalità è richiesta, ma questa stessa universalità non è
data in uno o più concetti. Come si dice talvolta: il bello si mostra, non si dimostra; il bello si prova, non
se ne dà una prova. Per comprendere bene tutto ciò, è sufficiente distinguere di nuovo tra il bello, il vero e il
piacevole: il vero è universale, ma non piace; il piacevole piace, ma non è universale; solo il bello può riunire
l’universale e il piacere. Si può dire “ognuno ha i suoi gusti” per tutto ciò che rientra nel campo del
piacevole nella sensazione; ma non si può dire la stessa cosa per tutto ciò che compete al giudizio estetico
in generale e artistico in particolare.
Relazione.
Kant dice: “Bellezza è forma della conformità a scopi di un oggetto, in quanto essa vi è percepita
senza rappresentazione di uno scopo”. Kant arriva a distinguere due tipi di bellezza: la bellezza libera e la
bellezza aderente. La prima è una sorta di bellezza formale, indipendente da ogni contenuto predeterminato
della rappresentazione; la seconda è una bellezza regolata in anticipo, rispondente a dei criteri, sottomessa
a una norma della rappresentazione, insomma a criteri diversi rispetto al puro giudizio estetico. Da qui una
possibile tabella con quattro voci: bellezza libera naturale; bellezza libera artistica; bellezza aderente
naturale; bellezza aderente artistica (in cui rientra il design). Riassumendo: il bello (libero) è percepito come
finalità (interna) senza fine (esterno), un oggetto in qualche modo assoluto, un’entità che esiste per sé
stessa e in sé stessa.
Modalità.
Kant dice: “Bello è ciò che viene riconosciuto senza concetto come oggetto di un compiacimento
necessario”. Ogni rappresentazione può essere legata a un piacere; ma Kant dice che il bello deve esserlo.
Il bello deve procurare per sé stesso un piacere specifico, secondo una necessità certo soggettiva ma che
deve poter essere considerata come universale e oggettiva. La necessità propria del giudizio estetico appare
quindi come una necessità esemplare: tutti gli uomini devono aderire a un giudizio che appare come un
esempio di una regola che non si può enunciare. Ci sono due tipi di giudizio estetico in Kant: il giudizio sul
bello, di cui abbiamo appena visto i quattro momenti, e il giudizio del sublime.
Il sublime.
In senso generale, “sublime” viene dal latino sublimis, che significa “elevato” nei due sensi del termine,
cioè in senso proprio come in senso figurato. In Kant in particolare, che riprende tutta una tradizione, il
sublime designa il sentimento provato davanti a ciò che eccede ogni forma, presentando la natura sia come
immensità, sia come forza. “La sublimità non è contenuta in nessuna cosa della natura, ma solo nel
nostro animo”.
Il genio.
La questione del genio emerge come l’incarnazione stessa del rapporto tra arte e natura. Kant dice: “Genio
è il talento (dono naturale) che dà la regola all‟arte. Poiché il talento, quale capacità produttiva innata
dell‟artista, appartiene esso stesso alla natura, ci si potrebbe esprimere anche così: genio è
quell‟attitudine innata dell‟animo (ingenium) mediante la quale la natura dà la regola all‟arte”. In
questo paragrafo celebre, e più volte commentato, Kant deduce quattro tesi da questa prima definizione: la
natura del genio è di essere originale, esemplare, indescrivibile e paradigmatico. Originale, nel senso che il
genio è un talento fuori dalla norma; esemplare, nel senso che è colui prima del quale non ci sono esempi, e
dopo il quale ci sono mille esempi; indescrivibile, nel senso che egli stesso non può descrivere o esporre
scientificamente il modo in cui realizza il suo prodotto; e infine paradigmatico, nel senso che il genio non
prescrive delle regole alla scienza, ma all’arte, e più precisamente alle belle arti.
La forma.
Per comprendere gli sviluppi dell’estetica kantiana nel mondo dell’arte contemporanea, si impone una
precauzione metodologica: constatare la morte dell’idea di bello, ma la vita dell’idea di arte. Il giudizio
estetico oggi non è più un giudizio di “gusto” in senso stretto, che rinvierebbe a una concezione ristretta del
bello, ma un giudizio estetico in senso ampio, che dice: questo è arte, questo no. Ci si domanda d’altronde
chi sono qui gli agenti, i commissari, e tutti gli attori del mercato dell’arte. La risoluzione dell’antinomia
appare soprattutto come l’accettazione, in qualche modo garantita da Kant, di una prospettiva plurale e
pluralista, tutto sommato al passo con l’eclettismo postmoderno.
Il contenuto.
L’essenziale dell’eredità kantiana in materia non si concentra sulla forma dell’antinomia, ma sulla questione
stessa della soggettività del giudizio di gusto. Riguardo al contenuto, dunque, l’orientamento contemporaneo
va del tutto naturalmente verso una relatività del giudizio di gusto, e respinge l’universalità kantiana come “il
mito più centrale dell‟estetica filosofica”. Dunque, si fa subire a Kant un doppio slittamento, da una
soggettività trascendentale a un soggettivismo psicologico, e per estensione da un soggettivismo a un
relativismo. Yves Michaud ha potuto proporre allo stesso tempo una lettura kantiana della crisi dell’arte
contemporanea e una versione humiana di una risposta possibile. In La crise de l‟art contemporain, la sua
diagnosi è che la crisi non sia dell’arte stessa, ma ella rappresentazione dell’arte, di ciò che da essa
realmente ci aspettiamo. L’arte non è affatto morta, è del tutto viva, è l’utopia sociale dell’Arte che è morta.