CANTO I
Dante si trova ormai in Paradiso, il regno più vicino a Dio, dove la luce divina brilla più forte
che altrove. Racconta che ha visto cose meravigliose e spirituali, talmente profonde che la
memoria umana non riesce a conservarle. Tuttavia, cercherà di raccontare ciò che gli è
rimasto impresso.
Prima di iniziare, invoca l’aiuto di Apollo, dio della poesia, per essere ispirato nella scrittura
di quest’ultima e più difficile parte della sua opera. Dice che ora ha bisogno non solo delle
Muse (che lo hanno aiutato prima), ma anche della forza e della grazia di Apollo stesso.
Spera di essere degno di ricevere l’alloro poetico, simbolo di gloria.
Poi descrive il momento in cui, insieme a Beatrice, guarda il sole nel cielo. Lei lo fissa con
sicurezza, e lui, ispirato da lei, riesce a guardarlo anche lui per un attimo, vedendo una luce
intensissima, come un secondo sole. Questo lo porta a sentire di essersi innalzato al di
sopra dei limiti umani, proprio come Glauco, che diventò un dio dopo aver mangiato un’erba
magica.
Dante sente un’armonia celeste e una luce così forte da far nascere in lui il desiderio di
capirne l’origine. Beatrice, che intuisce i suoi pensieri, gli spiega che lui non è più sulla Terra,
ma sta già salendo al Cielo, portato da un istinto naturale, come quello che fa salire il fuoco
verso l’alto.
Dante le chiede come sia possibile che lui salga, dato che è ancora legato a un corpo fisico.
Beatrice gli risponde con una spiegazione profonda: tutto nell’universo è ordinato da Dio e
tende naturalmente al proprio posto. Anche l’anima razionale dell’uomo, se non è distratta
dai falsi piaceri terreni, tende naturalmente verso Dio.
Per questo, salire al Cielo è normale per chi è puro e senza ostacoli, come per il fuoco salire
in alto. Sarebbe strano il contrario: cioè che lui, senza pesi dell’anima, fosse rimasto sulla
Terra.
Infine, Beatrice alza di nuovo lo sguardo verso il cielo, pronta a proseguire il viaggio celeste
con Dante.
CANTO III
Dante si trova ancora nel Cielo della Luna con Beatrice, e riflette su quanto lei gli ha
spiegato nel canto precedente. Vuole confermare di aver capito, ma proprio in quel momento
appare una visione che lo distrae: vede dei volti luminosi, come riflessi nell’acqua o in un
vetro limpido.
All’inizio pensa che siano semplici immagini riflesse e si volta per vedere le persone reali da
cui provengono, ma non trova nessuno. Allora guarda Beatrice, che sorride del suo errore e
gli spiega che quelle che vede non sono riflessi, ma anime vere, felici nel Paradiso, anche
se sono nel cielo più “basso” perché non hanno mantenuto i voti religiosi fino in fondo.
Dante si rivolge a una di queste anime, che si mostra subito disponibile e gentile. Lei gli
rivela di essere Piccarda Donati, un tempo suora sulla Terra. È nel Cielo della Luna insieme
ad altre anime che non hanno potuto mantenere i propri voti, anche se il loro cuore è rimasto
fedele a Dio.
Piccarda spiega che in Paradiso non esiste il desiderio di salire più in alto, perché ogni
anima vuole solo ciò che Dio vuole. La carità divina rende tutti perfettamente felici e in
armonia con la volontà di Dio: non c’è invidia, competizione o insoddisfazione. Tutti si
sentono in pace nel posto in cui si trovano.
Dante capisce allora che ogni parte del Paradiso è davvero Paradiso, anche se non tutte le
anime ricevono lo stesso grado di luce divina.
A questo punto, curioso, Dante chiede a Piccarda quale voto non riuscì a mantenere. Lei
racconta che da giovane era entrata nel convento seguendo l’esempio di Santa Chiara, ma
fu costretta con la forza a lasciarlo, da persone che volevano piegarla alla volontà del
mondo. Nonostante questo, lei rimase fedele a Dio nel cuore.
Accanto a lei c’è un’altra anima luminosa, che conferma il racconto di Piccarda: si tratta di
Costanza d’Altavilla, madre dell’imperatore Federico II. Anche lei fu costretta ad
abbandonare la vita monastica contro la sua volontà, ma nel cuore non tradì mai il suo voto.
Dopo aver parlato, Piccarda inizia a cantare l’Ave Maria e lentamente svanisce, come un
oggetto che affonda nell’acqua.
Dante la guarda finché può, poi torna con lo sguardo su Beatrice. Ma il suo viso è così
luminoso che Dante non riesce a sostenerne lo splendore. Rimane così abbagliato da
essere intimidito e trattiene per un attimo le sue domande.
CANTO VI
Dante incontra Giustiniano, imperatore romano e anima beata nel cielo di Mercurio, dove si
trovano coloro che in vita agirono per ottenere onore e fama, anche se in modo comunque
virtuoso. Giustiniano racconta di sé, spiegando che prima di dedicarsi alla grande opera di
riforma delle leggi (il Corpus iuris civilis), aveva una fede sbagliata su Cristo (credeva
avesse solo natura divina), ma fu corretto dal papa Agapito, e da allora si impegnò
completamente nell’opera che Dio gli aveva ispirato. Affidò invece le armi al suo generale
Belisario, che fu aiutato dal cielo nelle sue imprese militari.
Poi Giustiniano allarga il discorso e comincia un lungo excursus storico sull’aquila imperiale,
simbolo dell’Impero romano, per dimostrare la sua sacralità e il suo legame con la volontà
divina.
Ripercorre tutte le tappe della sua gloria:
● Da Enea fino a Cesare e Ottaviano Augusto, l’aquila guidò la nascita e l’espansione
dell’Impero;
● Citando episodi famosi (le guerre con i Sabini, Brenno, Pirro, i Cartaginesi, ecc.),
mostra come il simbolo imperiale sia sempre stato usato per portare ordine e
giustizia;
● Giunge a Tiberio, sotto il quale fu crocifisso Cristo: evento che, nella visione
dantesca, fu permesso dalla giustizia divina per redimere il peccato originale;
● Poi continua con Tito, che distrusse Gerusalemme (vendetta divina) e Carlo Magno,
che difese la Chiesa contro i Longobardi.
Dopo questo excursus, Giustiniano condanna le lotte politiche del suo tempo: sia i Ghibellini,
che usano l’aquila per i propri interessi, separandola dalla giustizia; sia i Guelfi, che la
contrastano in nome del potere papale, sostituendola con il giglio di Francia. Entrambi
sbagliano, dice, e il simbolo imperiale non deve essere piegato a fini di parte, ma rispettato
nella sua funzione divina.
Infine, Giustiniano spiega perché si trova nel cielo di Mercurio: qui stanno le anime che
agirono bene, ma per ottenere fama, un desiderio che, anche se nobile, è un po’ meno puro
di quello rivolto solo a Dio. Tuttavia, le anime non sono tristi per questo, perché la giustizia
divina distribuisce la beatitudine perfettamente, e ogni anima è felice del grado in cui si
trova.
Conclude il canto parlando di un’anima luminosa accanto a lui: Romeo di Villanova, un
servitore onesto e capace del conte Raimondo Berengario IV di Provenza, che, pur essendo
straniero e di umili origini, riuscì a far sposare le quattro figlie del conte a quattro re. Ma fu
calunniato dai cortigiani invidiosi, costretto a lasciare la corte e a morire povero, nonostante
la sua rettitudine. Giustiniano lo loda come esempio di giustizia non riconosciuta in vita, ma
premiata in Paradiso.
CANTO XI
Il Canto XI si apre con una critica all’attaccamento degli uomini ai beni materiali, che li
distrae dal vero fine della vita: la ricerca di Dio. Dante, che si è liberato da questi falsi
desideri, è accolto nel cielo di Sole, il terzo cielo, dove si trovano gli spiriti sapienti.
Qui parla San Tommaso d’Aquino, che comincia a rispondere a un dubbio di Dante. Nello
scorso canto aveva elogiato San Francesco, e ora chiarisce due frasi pronunciate prima:
una sulla vera ricchezza spirituale, l’altra sull’unicità di Francesco.
Tommaso spiega che la Provvidenza divina volle dare alla Chiesa, sposa di Cristo, due
guide sante per sostenerla nei momenti difficili: San Francesco e San Domenico. Entrambi
furono fondamentali, ma Tommaso decide di raccontare in particolare la vita di San
Francesco d’Assisi, perché parlando bene di uno dei due è come onorare anche l’altro.
Segue allora un meraviglioso elogio di San Francesco, paragonato al Sole, nato nella città di
Assisi (chiamata “Oriente” per sottolinearne la grandezza spirituale). Ancora giovane,
Francesco rinuncia a tutto, perfino al legame col padre, per unirsi alla sua “amata” Povertà,
personificata come una donna fedele e sofferente, rifiutata da tutti tranne che da lui.
L’unione mistica tra Francesco e la Povertà ispira altri a seguirlo, tra cui Bernardo di
Quintavalle, Egidio e Silvestro, e presto si forma la prima comunità francescana. Francesco
si reca a Roma, dove ottiene l’approvazione del papa Innocenzo III, e poi anche quella di
Onorio III, che conferma la Regola.
Poi narra altre tappe decisive:
● Francesco predica il Vangelo persino al Sultano d’Egitto, cercando il martirio.
● Sull’Alvernia riceve le stimmate, segno della sua completa identificazione con Cristo.
● Muore povero e umile, chiedendo di essere sepolto nudo sulla terra.
Tommaso conclude dicendo che San Domenico, il fondatore del proprio ordine, fu collega di
Francesco nel guidare la nave della Chiesa attraverso il mare in tempesta. Però, mentre i
due ordini religiosi erano nati puri e pieni di fervore, col tempo si sono corrotti.
In particolare, Tommaso critica l’Ordine Domenicano, di cui faceva parte, perché si è
allontanato dalla sua originaria Regola e dalla missione spirituale, diventando goloso di beni
terreni. Pochi frati restano fedeli alla vera via, ma sono sempre più rari.
Chiude dicendo che, se Dante ha capito bene le sue parole, può vedere da dove deriva la
corruzione, ma anche come si può tornare alla vera ricchezza spirituale, seguendo
fedelmente l’esempio di Domenico e Francesco.
CANTO XV
Nel Canto XV del Paradiso, Dante continua il suo viaggio, immergendosi in una visione
mistica che lo porta a dialogare con un’anima beata che riveste una particolare importanza
per lui: Cacciaguida, il suo trisavolo (padre del suo bisnonno). Il canto inizia con
un’atmosfera di serenità interrotta: la musica celeste, simbolo della lode dei beati, viene
momentaneamente sospesa dalla volontà di fare il bene. Questo avviene in seguito alla
domanda che Dante si pone: come mai le anime del Paradiso, pur essendo tutte concordi
nel tacere, sono sorde alle preghiere giuste? La risposta implica una riflessione sulla
giustizia divina: è giusto che chi sceglie di allontanarsi da Dio per amor di beni effimeri,
soffra eternamente, perdendo l’amore divino.
Dante paragona il movimento delle anime beate a una stella cadente, che attrae lo sguardo
mentre si muove, ma senza mai alterare l’ordine del cielo, proprio come una luce che
discende dalla croce celeste e si muove attraverso un braccio luminoso. Questo movimento
è paragonato all’anima di Anchise che, nel poema virgiliano, riconosce il figlio Enea nei
Campi Elisi. La visione della luce che si muove e l’ardore di carità che manifesta è così
intensa che Dante è quasi incapace di comprenderla appieno.
La figura che appare a Dante è quella di Cacciaguida, che gli parla dal braccio destro della
croce, nella luce del Paradiso. Questo spirito beato rivela a Dante che è stato lui,
Cacciaguida, il capostipite della sua famiglia, e che il suo discendente, cioè Dante, ha
finalmente esaudito il desiderio che lui, Cacciaguida, aveva da tempo (leggendo nel “grande
volume” che è la mente divina, da cui ogni cosa prende forma). Cacciaguida rivela anche
che Beatrice è la guida che ha condotto Dante fin qui, come colei che ha permesso al suo
volo celeste di elevarsi.
Dante, in un momento di gioia, si rivolge a Beatrice, che sorride, facendogli sentire la
pienezza della sua beatitudine. La sua visione spirituale cresce quando il beato
Cacciaguida, a sua volta, gli parla di una verità universale: che le anime più o meno beate
nel Paradiso contemplano Dio attraverso la mente divina, un “specchio” perfetto che riflette
anche i pensieri umani prima che vengano formulati. Dante si sente inadeguato di fronte a
tale realtà e, pur consapevole dell’imperfezione umana, esprime la sua gratitudine e la sua
richiesta a Cacciaguida: “Rivelami il tuo nome!”
A questo punto, Cacciaguida inizia a rispondere a Dante, svelando la sua identità e la sua
ascendenza familiare. Cacciaguida fu il capostipite della famiglia Alighieri. Parla di quando
Firenze era ancora una città tranquilla e devota, con una vita semplice e pacifica, lontana
dalle ricchezze e dalle vanità che invece l’hanno corrotte successivamente. Descrive come
la città di Firenze, ancora racchiusa nelle sue mura antiche, fosse un posto di sobrietà e
virtù, dove le donne non esibivano ricchezze e dove la vita familiare era sana e naturale.
Poi, Cacciaguida racconta del suo passato: era un uomo di onore e virtù, che servì
l’imperatore Corrado III in una crociata contro le forze islamiche in Terrasanta. Lì,
Cacciaguida morì, ucciso dai nemici, e si trovò così ad approdare direttamente alla pace
celeste del Paradiso. Con il suo martirio, Cacciaguida rappresenta il sacrificio e la fedeltà a
Dio.
Cacciaguida chiede a Dante di pregare per lui, ricordando il suo bisnonno Alighiero I, che
soffre nel Purgatorio, invitando Dante ad abbreviare la sua sofferenza con le sue preghiere.
Infine, Cacciaguida dipinge una Firenze ormai perduta, che era un esempio di virtuosa
semplicità, dove la vita era lontana dalle abitudini decadenti che avrebbero caratterizzato la
città nei secoli successivi.
CANTO XVII
Dante inizia paragonandosi a Fetonte, il mitico figlio del Sole, che andò da sua madre
Climene per ottenere conferme sulla sua capacità di guidare il carro solare, proprio come
Dante cerca risposte e rassicurazioni riguardo al suo futuro. Dante si rivolge a Cacciaguida
(il suo avo), che lo aveva precedentemente confortato con parole sagge.
Beatrice, la sua guida, gli dice di esprimere il suo desiderio, non perché ne abbiano bisogno
per conoscerlo, ma per abituarsi a manifestare i suoi pensieri, affinché vengano esauditi.
Questo è un invito a prendere consapevolezza dei propri desideri e ad esprimerli senza
timore.
Dante allora si rivolge a Cacciaguida, chiedendogli di rivelargli quale destino lo aspetta,
poiché ha sentito pronunciare parole gravi sul suo futuro, specialmente riguardo al suo
esilio. Dante si sente preparato a sostenere la sventura, ma desidera comunque conoscere
più dettagliatamente ciò che gli accadrà. Cacciaguida gli risponde chiaramente, senza le
confuse parole dei pagani, ma con un discorso limpido e illuminato dalla luce di Dio.
Il suo destino è ormai segnato: Dante dovrà lasciare Firenze, proprio come Ippolito fu
costretto a lasciare Atene a causa della perfidia di Fedra. Cacciaguida spiega che questo
esilio è voluto da Dio, ma che la colpa ricadrà sui suoi nemici attraverso la fama, poiché la
verità di quanto accaduto sarà rivelata dalla giustizia divina.
Dante dovrà affrontare la sofferenza dell’esilio. La prima pena sarà l’allontanamento da
Firenze, la città che ama di più. Subirà la solitudine e le difficoltà di vivere altrove,
mangiando il “pane altrui”, vivendo sotto la protezione di altri e sopportando la compagnia di
persone ingrate e malvagie, che lo tradiranno. Tuttavia, sarà proprio la separazione da
questi individui a rivelare la loro follia.
Il primo rifugio di Dante sarà Bartolomeo Della Scala, un nobile lombardo che lo accoglierà
con grande generosità, trattandolo con rispetto. Insieme a lui incontrerà Cangrande, un
uomo destinato a compiere grandi imprese. Nonostante la sua giovane età, Cangrande
dimostrerà straordinarie qualità, che saranno riconosciute da tutti, anche dai suoi nemici.
Cacciaguida esorta Dante a non serbare rancore verso i suoi concittadini, perché la sua vita
durerà ben oltre la punizione che Firenze dovrà affrontare per la sua perfidia. Il poeta, pur
soffrendo per la sua sorte, dovrà continuare a vivere con dignità, senza cedere al rancore.
Dante, però, esprime una preoccupazione: teme che, se parlerà apertamente della verità, i
suoi versi possano risultare sgradevoli a molti e che, per questo, possa allontanarsi da
coloro che un giorno lo considereranno un “vecchio” poeta del passato. Cacciaguida
risponde che la verità, anche se inizialmente difficile da accettare, alla fine offrirà nutrimento
e sarà di grande valore. Se le sue parole risulteranno sgradevoli, esse però avranno una
forza e una vita duratura, come un vento che colpisce le cime più alte, ma porta onore.
Dante, infine, riflette sul fatto che ciò che è veramente importante sarà visto solo da coloro
che hanno una mente aperta, e che spesso sono solo le persone molto famose o evidenti a
essere ascoltate e credute.
Versi 55-63
Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
che l’arco de lo essilio pria saetta. 57
Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale. 60
E quel che più ti graverà le spalle,
sarà la compagnia malvagia e scempia
con la qual tu cadrai in questa valle; 63
CANTO XXXIII
Il Canto XXXIII del Paradiso è un momento culminante nella Divina Commedia di Dante,
dove il poeta raggiunge il culmine della sua esperienza mistica, entrando in contatto diretto
con la luce divina. Inizia con San Bernardo, che si rivolge a Maria, madre di Dio, esprimendo
la sua gratitudine e invocando la sua intercessione. Maria è descritta come la figura più alta
e umile di tutte le creature, colei che ha nobilitato la natura umana e resa possibile
l’Incarnazione di Dio. Grazie a lei, l’amore di Dio e quello dell’uomo sono stati uniti di nuovo,
e lei rappresenta la fonte di speranza e di luce eterna per tutti i credenti. Maria è così grande
che chiunque desideri una grazia e non si affidi a lei per ottenerla è come se volesse volare
senza ali. La sua misericordia è così potente che spesso precede e anticipa i desideri,
esaudendo i bisogni prima che vengano espressi.
San Bernardo prega Maria affinché Dante, dopo aver attraversato tutto l’Inferno e il
Purgatorio, possa finalmente raggiungere l’ultima salvezza, ossia la visione di Dio. Bernardo
chiede anche che Maria preservi Dante dall’essere corrotto da passioni umane dopo aver
vissuto tale esperienza. La Madonna, accogliendo queste preghiere, guarda verso Dio, la
luce eterna, un luogo inaccessibile ad ogni altra creatura. Poi, l’intensità del suo sguardo fa
percepire quanto le siano gradite le preghiere devote. Tutto questo avviene attraverso una
straordinaria visione mistica.
Dante, seguendo il consiglio di San Bernardo, alza lo sguardo verso la luce eterna, ovvero
Dio, la fonte di ogni verità. La sua visione si fa più limpida man mano che la sua mente si
purifica e penetra nel raggio della luce divina. Dante paragona il processo della visione alla
difficoltà di ricordare un sogno una volta svegli, poiché l’esperienza vissuta è così
straordinaria che è difficile da esprimere. La bellezza e la profondità della visione di Dio sono
troppo grandi per essere contenute dalla memoria e dalla lingua umana.
Nonostante ciò, Dante fa uno sforzo per comunicare ciò che ha visto: davanti a lui appare
Dio nella sua totalità, in tre cerchi distinti ma uguali, che rappresentano la Trinità. Il primo
cerchio è il Padre, il secondo è il Figlio, e il terzo è lo Spirito Santo. Questi cerchi sono legati
tra loro in un modo che Dante cerca di comprendere, ma non riesce pienamente a capire
come l’immagine umana possa essere inscritta dentro uno dei cerchi, poiché la sua mente
non è in grado di afferrare questa realtà divina. Tuttavia, grazie alla grazia divina, l’intelletto
di Dante riesce finalmente ad afferrare il significato di questa visione in modo parziale.
Infine, Dante conclude esprimendo che l’amore divino, che muove il Sole e le stelle, ha
finalmente appagato ogni suo desiderio, dando un senso completo alla sua esperienza
spirituale.