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Purga To Rio

Dante, dopo aver lasciato l'Inferno, inizia il suo viaggio nel Purgatorio, invocando le Muse per assistenza. Incontra Catone, custode del Purgatorio, e riceve un rito di purificazione da Virgilio. Durante il suo cammino, Dante incontra diverse anime penitenti, tra cui Casella e Iacopo del Cassero, e riflette sull'efficacia delle preghiere dei vivi per le anime nel Purgatorio.

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Purga To Rio

Dante, dopo aver lasciato l'Inferno, inizia il suo viaggio nel Purgatorio, invocando le Muse per assistenza. Incontra Catone, custode del Purgatorio, e riceve un rito di purificazione da Virgilio. Durante il suo cammino, Dante incontra diverse anime penitenti, tra cui Casella e Iacopo del Cassero, e riflette sull'efficacia delle preghiere dei vivi per le anime nel Purgatorio.

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Canto I

vv. 1-12 Protasi e invocazione alle Muse


Dante, lasciatosi alle spalle il regno del peccato, muove i suoi primi passi in quello
dell’espiazione. Il suo ingegno è simile a una navicella pronta a seguire una rotta più
tranquilla, quella del secondo regno ultraterreno, dove l'anima, purificandosi, diventa
degna di contemplare Dio. Prima di raccontare quanto visto, il poeta invoca le Muse, e
tra esse Calliope in particolare, affinché lo aiutino in questa sua nuova impresa.
vv. 13-27 Il cielo dell’emisfero antartico
Dante, la cui vista è finalmente allietata dall'azzurro terso dell'aria, guarda il cielo e
vede il pianeta Venere e quattro stelle, forse la costellazione della Croce del Sud,
simbolo, secondo i commentatori, delle quattro virtù cardinali di cui gli uomini
fruirono nel Paradiso terrestre: fortezza, temperanza, giustizia e prudenza.
vv. 28-111 Catone
Non appena il poeta distoglie lo sguardo dal cielo, vede un veglio solo, Catone
l'Uticense, custode del secondo regno. Egli chiede ai due pellegrini come abbiano
potuto sfuggire all'Inferno e se ciò sia accaduto perché le leggi divine sono cambiate
oppure perché in cielo è stato fissato un nuovo decreto. Virgilio gli spiega brevemente
le ragioni del loro arrivo e lo invita ad accettare di buon grado la presenza di Dante. Il
poeta latino chiede la benevolenza di Catone in nome dell’amata moglie Marzia,
anch’essa nel Limbo come Virgilio, e gli ricorda la sua vicenda personale e il suicidio
per la libertà. Ma le lusinghe della memoria non toccano quell'anima integra e
incorruttibile, che scompare all'improvviso, dopo avere esortato Dante a compiere il
rito di purificazione sulla spiaggia purgatoriale.
vv. 112-136 Rito di umiltà e di purificazione
Giunti sul lido, Virgilio deterge il volto di Dante dalla caligine infernale e lo cinge con
un giunco, simbolo di umiltà e sottomissione alla volontà di Dio.

Canto II
vv. 1-51 L’angelo nocchiero
È l’alba e Dante e Virgilio sono ancora sulla spiaggia quando vedono arrivare una
piccola imbarcazione a bordo della quale si trovano l'Angelo nocchiero e le anime
penitenti che in coro intonano il salmo In exitu Israel.
vv. 52-75 Le anime penitenti
Dopo aver ricevuto la benedizione dell'Angelo, gli spiriti scendono sulla spiaggia, e,
non sapendo come raggiungere la montagna del Purgatorio, chiedono informazioni ai
due poeti. Virgilio confessa loro di essere anch'egli inesperto del luogo. Le anime allora
si accorgono che Dante è ancora vivo: la loro meraviglia è tale che per guardar lui
dimenticano quasi di andarsi a purificare.
vv. 76-117 Casella
Una delle anime si fa avanti e raggiunge i pellegrini: è Casella, musico e amico di
Dante. Il poeta si mostra stupito di trovarlo in quel luogo e in quel momento, essendo
trascorso ormai molto tempo dalla sua morte. Il dubbio di Dante non sarà sciolto che
parzialmente dalle parole di Casella, il quale genericamente risponde che le anime
destinate al Purgatorio si raccolgono, appena morte, sulle rive del Tevere e sono
trasportate di là da esso solo quando l’angelo, su volere di Dio, decide che sia così.
Dante, che prima aveva pregato l’amico di fermarsi a parlare con lui, adesso gli chiede
di consolare il suo spirito con il canto, come faceva un tempo. Casella intona allora
una poesia dello stesso Dante, la canzone Amor che ne la mente mi ragiona, e la
dolcezza del suo canto ammalia tutti, persino Virgilio, distogliendoli dal loro dovere.
vv. 118-133 Rimprovero di Catone e fuga delle anime
A richiamare l'attenzione di tutti interviene Catone, apparso all'improvviso, che
rimprovera la loro negligenza e richiama le anime al dovere dell'espiazione: esse allora,
simili a colombe spaventate, fuggono verso il pendio del monte. I pellegrini si
rimettono in viaggio.
Canto V
vv. 1-21 Rimprovero di Virgilio
I due pellegrini riprendono il viaggio; a un tratto un’anima penitente lancia un grido di
meraviglia poiché i raggi del sole non riescono a trapassare il corpo di Dante e ne
proiettano l’ombra sul terreno. Il poeta, rimasto ad ascoltare i commenti di questo
spirito, è rimproverato da Virgilio.
vv. 22-63 I negligenti morti per violenza
Di nuovo in cammino i due poeti si imbattono in una terza schiera di anime che canta
il Miserere: sono le anime di quanti morirono di morte violenta e si pentirono solo in fin
di vita. Vedendo Dante, due di questi spiriti sono presi dal desiderio di conoscere il
motivo per cui egli, seppur ancora vivo, si trovi nel Purgatorio. Dalla schiera, poi, una
voce chiede a Dante se abbia riconosciuto qualcuno tra loro, ma il poeta dice di no.
Tuttavia promette di ascoltare le loro richieste e di esaudirle appena tornato tra i vivi.
vv. 64-84 Iacopo del Cassero
Il primo spirito che racconta la propria storia è Iacopo del Cassero, fatto assassinare
da Azzo d'Este. Egli chiede a Dante, se mai passerà per Fano, di ricordare ai suoi
parenti di pregare per lui così che termini il tempo da trascorrere nell'Antipurgatorio.
vv. 85-129 Buonconte da Montefeltro
Un'altra anima chiede a Dante di pregare per lei: si tratta di Buonconte da Montefeltro,
figlio del consigliere fraudolento Guido. Il poeta si ricorda della sua morte nella
battaglia di Campaldino del 1289 e della sparizione del suo cadavere. Buonconte narra
che prima di esalare l’ultimo respiro pregò la Madonna per la remissione dei propri
peccati e che, appena morto, la sua anima fu contesa tra un angelo e un diavolo.
Avuta la meglio l’emissario di Dio, al diavolo non restò che vendicarsi sul cadavere di
Buonconte, facendo in modo che fosse straziato dalle acque della piena dell’Arno.
vv. 130-136 Pia de’ Tolomei
Un terzo spirito, infine, chiede a Dante di essere da lui ricordato nel mondo dei vivi: è
Pia de’ Tolomei, senese di nascita e uccisa in Maremma dal marito, Nello dei
Pannocchieschi.

Canto VI
vv. 1-24 Ressa delle anime che invocano suffragi
Il canto si apre con la similitudine tra i giocatori del gioco della zara e Dante che, nella
folla dei negligenti, è attirato ora da uno spirito ora dall'altro, ciascuno per chiedergli
preghiere che abbrevino la propria permanenza nell’Antipurgatorio.
vv. 25-57 L’efficacia delle preghiere
Il poeta vede e riconosce molte anime (Benincasa da Laterina, Guccio dei Tarlati,
Federigo Novello, Gano Scornigiani, Orso degli Alberti, Pierre de la Brosse), ma è
dubbioso sull'effettiva efficacia delle preghiere dei vivi a favore delle anime dei
penitenti. Questo tema era stato già affrontato da Virgilio nell'Eneide, dove il poeta
latino aveva affermato che le orazioni dei vivi non avevano alcun effetto nell'aldilà. Qui,
invece, la guida fornisce una risposta diversa, riconoscendo alle preghiere, formulate
da cristiani che credono nell’esistenza di Dio, la prerogativa di abbreviare il periodo di
pena delle anime purganti, pur non mutando il giudizio divino.
vv. 58-75 Sordello
L'attenzione di Dante, poi, è indirizzata dallo stesso Virgilio su un'anima solitaria. Si
tratta del poeta Sordello da Goito, vissuto nella seconda metà del Duecento tra l'Italia
e la Provenza e autore di testi in lingua d'oc. Il penitente, appreso dalle stesse parole
del poeta latino che Virgilio è suo conterraneo, lo abbraccia con affetto.
vv. 76-151 Compianto sulla condizione dell’Italia
L'incontro con Sordello fornisce a Dante l'occasione per una lunga digressione sulla
situazione politica dell'Italia: la penisola appare abbandonata a se stessa, priva di una
guida temporale, lacerata dalle lotte intestine, corrotta e restia a ogni regola.
L’invettiva colpisce in ultimo proprio Firenze, a cui Dante si rivolge con sferzante
ironia, accusando la città natale di essere avida, irrispettosa delle leggi e
sconsiderata.

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