INTELLETTUALI E PUBBLICO
Il periodo rinascimentale in Italia ha visto l'emergere di due principali tipologie di intellettuali:
gli "intellettuali-cittadini" e gli "intellettuali-cortigiani". Gli intellettuali-cittadini, come Salutati,
Bruni e Niccoli, erano legati alla vita politica del Comune e esprimevano le loro idealità civili
senza essere dipendenti da un signore. Al contrario, gli intellettuali-cortigiani, come
Poliziano, erano legati alla corte di un signore o di una famiglia aristocratica e ricevevano
protezione e sostentamento in cambio dei loro servizi. Questi ultimi erano specialisti
nell'attività intellettuale e dipendevano totalmente dal potere del signore. Alcuni intellettuali
optavano anche per la condizione clericale, che offriva vantaggi materiali e prestigio sociale,
mentre altri godevano di una grande mobilità nello spazio, spostandosi tra le varie corti
signorili. La cultura umanistica rinascimentale era elitaria e la produzione letteraria era
principalmente rivolta ad altri intellettuali, creando un distacco netto dalla cultura popolare.
LE IDEE E LE VISIONI DEL MONDO
Il periodo tra la fine del Trecento e l'inizio del Quattrocento è caratterizzato dal mito della
"rinascita" della civiltà classica, in contrapposizione al periodo medioevale. Questo mito
sottolinea il desiderio di far rivivere il mondo classico nella sua autenticità, liberandolo dalle
deformazioni medievali. Tuttavia, va notato che il Medioevo non fu un'epoca di barbarie, ma
di una civiltà originale e significativa. La "rinascita" non fu improvvisa né miracolosa, poiché
il Medioevo conservò e assimilò il patrimonio classico. Il concetto di "rinascita" rifletteva
piuttosto la presa di coscienza di una nuova epoca, contrapposta al passato medioevale.
La nuova visione della realtà si caratterizzava per un'ottica antropocentrica, in cui l'uomo era
posto al centro dell'universo come protagonista e autore della propria storia. Questo
cambiamento portò a una visione ottimistica dell'uomo, contrariamente alla concezione
medievale di una creatura peccaminosa e fragile. Si celebrava la capacità umana di
dominare la realtà esterna e di costruire il proprio destino attraverso la libera scelta.
Questo rovesciamento della visione ascetica non implicava il rifiuto del sentimento religioso
cristiano, ma piuttosto una reinterpretazione del suo significato, mirando al ritorno a una
purezza originaria del messaggio cristiano. Si rivendicava il valore autonomo della realtà
terrena e si esaltava la vita attiva e la bellezza delle realizzazioni umane.
Il principio di imitazione era fondamentale nella nuova visione della civiltà, con l'obiettivo di
imitare i modelli classici in tutti i campi, dalla letteratura all'arte, dalle istituzioni sociali alla
lingua. Tuttavia, questa imitazione non mirava alla mera riproduzione dei modelli, ma a una
reinterpretazione attiva e creativa, costruendo un mondo spirituale e civile conforme alle
esigenze del presente. La civiltà che emerse da questo processo di imitazione fu una delle
più feconde e originali della storia italiana.
LA LINGUA LATINO E VOLGARE
Nel Quattrocento, l'Umanesimo promuove il latino come lingua letteraria predominante,
riprendendo modelli classici come Cicerone, Virgilio e Orazio. Questo trionfo del latino
relega il volgare a usi pratici e comunicazioni quotidiane, mentre le opere letterarie in
volgare mantengono caratteristiche più arcaiche e sono estranee al clima umanistico.
Tuttavia, verso la metà del secolo, si verifica una ripresa del volgare come lingua di cultura,
influenzata dalla lezione dell'Umanesimo latino. Il volgare tende a modellarsi sul latino
classico, con periodi ampi e ricchi di subordinate, l'uso di latinismi nel lessico e costrutti, e
l'assimilazione di immagini e figure retoriche.
La lingua volgare predominante è il fiorentino, consacrato dal prestigio di Dante, Petrarca e
Boccaccio, ma conserva varietà linguistiche locali. Questa lingua letteraria, sebbene unitaria,
è utilizzata solo da una minoranza colta per scopi culturali specifici, mentre i dialetti
rimangono le lingue effettivamente parlate dalla maggioranza della popolazione.
Questa situazione linguistica riflette la frammentazione politica dell'Italia, con una frattura tra
una lingua letteraria aristocratica e i dialetti parlati dalla popolazione. Ciò porta a una netta
separazione tra la cultura di élite e le masse, una situazione destinata a perdurare fino
all'unificazione politica dell'Italia e oltre.
I CANTARI CAVALLERESCHI
I cantari cavallereschi sono composizioni narrative in versi che trattano la materia carolingia
o bretone e sono recitati nelle piazze da giullari o canterini girovaghi per un pubblico
popolare. Queste opere narrano le avventure di cavalieri e paladini, mescolando personaggi
del ciclo carolingio con l'atmosfera del ciclo bretone. Viene enfatizzato il motivo dell'amore, e
si introduce anche il comico, con i giullari che trasformano gli eroi in chiave buffonesca.
Tra le opere principali vi sono la "Spagna in rima", il "Rinaldo da Montalbano" e l'"Orlando",
che saranno ripresi da poeti successivi come Pulci, Boiardo e Ariosto. Questi poeti colti
rielaborano le vicende dei cantari, rivolgendosi a un pubblico diverso e più elevato, ma
mantenendo certi tratti tipici della narrativa popolare, come il dialogo con gli ascoltatori e il
gusto delle iperboli.
Il "Morgante" di Luigi Pulci, in particolare, riprende il tono giocoso e burlesco dei cantari, con
un'irriverenza e una dissacrazione che trasformano il racconto delle avventure cavalleresche
in una parodia caricaturale.
Boiardo, invece, nella corte estense di Ferrara, compone il suo poema "Orlando
innamorato", intriso di nostalgia per il mondo della cavalleria e della cortesia. Questo poema,
molto popolare nella corte estense, celebra gli ideali cavallereschi e gli amori sublimi,
rievocando un'epoca passata e idealizzata.
MATTEO MARIA BOIARDO
Matteo Maria Boiardo, nato nel 1441 da una famiglia nobiliare, governò il feudo di famiglia a
Scandiano fino al 1476, quando si trasferì a Ferrara. Qui, alla corte del duca Ercole I, scrisse
la sua opera maggiore, l'Orlando innamorato. Prima di questa, compose opere minori in
latino e in volgare, tra cui il Canzoniere, dedicato all'amore per Antonia Caprara.
L'Orlando innamorato, pubblicato nel 1483 con i primi due libri e rimasto incompiuto, è un
capolavoro che fonde la materia cavalleresca con quella arturiana. Boiardo rielabora la
tradizione dei cantari, mescolando armi e amori, ambientando le avventure in un mondo di
meraviglie fiabesche.
Il poema celebra i valori cavallereschi, interpretati in chiave umanistica rinascimentale. La
prodezza non è solo forza fisica ma anche virtù dell'individuo libero e attivo. L'onore è la
ricompensa della virtù e dell'agire energico, mentre la lealtà e la cortesia si manifestano nel
rispetto per gli altri e nella tolleranza verso credenze diverse.
L'amore nel poema non è più idealizzato, ma espresso come una forza vitale, edonistica e
sensuale. I personaggi, come Angelica, incarnano questa nuova visione dell'amore, distante
dalle idealizzazioni medievali.
La struttura narrativa è caratterizzata da un proliferare inesauribile di fatti, personaggi e
situazioni, con un intreccio dinamico e in continua espansione. Lo stile di Boiardo, con una
lingua ibrida che mescola elementi toscani e padani, si adatta perfettamente all'esuberanza
e alla vitalità della narrazione.
L’UMANESIMO VOLGARE (84-85)
Nella prima metà del Quattrocento, nasce il fenomeno dell'imitazione petrarchesca nella
poesia volgare, con poeti come Tebaldeo, Aquilano, e Cariteo, che enfatizzano gli artifici
formali. Tuttavia, Matteo Maria Boiardo si distingue per la sua originalità nel Canzoniere, che
infonde vita e sensualità nell'imitazione petrarchesca.
Lorenzo de' Medici, nella sua opera eterogenea, presenta rime con echi petrarcheschi e temi
platonici, ma anche canti carnascialeschi che celebrano l'edonismo del carnevale. Angelo
Poliziano esprime un raffinato edonismo malinconico nelle sue Canzoni a ballo e nelle
Stanze per la giostra.
Parallelamente al petrarchismo aristocratico, si sviluppa una tendenza antitetica più
popolaresca, influenzata dalla tradizione folklorica del carnevale e dalla poesia burlesca.
Lorenzo de' Medici stesso si rivolge a questa tendenza con la Nencia da Barberino, che
parodizza la lode cortese della donna amata.
Un esempio curioso di questa tendenza è Domenico di Giovanni, detto il Burchiello, autore
di sonetti bizzarri e oscuri, scritti in un linguaggio gergale e furbesco.