SENECA
SENECA
LA VITA
Lucio Anneo Seneca nacque a Cordova, in Spagna, forse il 4 a.C. Il padre, Lucio Anneo Seneca
detto il Retore (o Seneca padre) aveva trascorso a Roma la maggior parte della sua vita; il fratello
maggiore, Anneo Novato, fu adottato dal senatore Giunio Gallione e divenne proconsole in Asia;
la madre Elvia apparteneva ad una famiglia provinciale di elevata condizione. Seneca da bambino
si trovava a Roma e ricevoette una raffinata educazione, e studiò prevalentemente la filosofia, il
suo maestro fu lo stoico Attalo.
Fu importante la sua frequentazione della scuola dei Sestii (creata al tempo di Cesare da Quinto
Sestio) dove ebbe modo di seguire gli insegnamenti del greco e della filosofia stoica insieme agli
interessi scientifici pitagorici. L'impostazione della scuola imponeva un rigido regime di vita
caratterizzato dal vegetarianismo (a cui però Seneca non aderì), dalle rinunce, dall'ascetismo e
dai quotidiani esami di coscienza. Questo stile di vita danneggiò la salute di Seneca così, per
rafforzare il fisico mise da parte gli studi per compiere un viaggio in Egitto, per essere a contatto
con un clima diverso. Lì era governatore un suo zio, legato a Seiano: quando però, nel 31, Seiano
fu eliminato, la sua disgrazia coinvolse anche lo zio di Seneca. Nel viaggio di ritorno ci fu un
naufragio, in cui si salvarono Seneca e la zia, mentre lo zio morì.
Tornato a Roma diede inizio alla carriera politica e si dedicò agli studi retorici. L'elevata condizione
sociale, la ricchezza, le parentele e l'abilità retorica gli consentirono di integrarsi nella vita della
corte imperiale fino ad ottenere l'accesso al senato come questore, sotto l’impero di Caligola
avendo modo di emergere per i suoi scritti filosofici e scientifici e per le sue doti nell'eloquenza che
destarono invidia nell'imperatore. La crisi dei rapporti tra imperatore e nobiltà sotto Caligola, prima,
e poi sotto Claudio, incise su Seneca, che cadde in disgrazia e fu perseguitato. Caligola infatti lo
ha condannato a morte nel 39, perché invidioso dei suoi successi nell’oratoria. avrebbe desistito
dall'eseguire la condanna su consiglio di una sua amante, che lo convinse a un gesto di clemenza
nella previsione di una rapida morte di Seneca per le sue precarie condizioni di salute. Con
l’avvento al potere di Claudio la situazione peggiorò per Seneca: nel 41, infatti, il nuovo imperatore
fece tornare dall’esilio le due sorelle di Caligola (Agrippina e Livilla), ma condannò alla relegazione
Seneca in Corsica, dopo averlo accusato di adulterio con Livilla e processato in senato. È
probabile che Seneca sia stato coinvolto in uno degli intrighi di corte frequenti in quel periodo. Più
precisamente Seneca sarebbe rimasto vittima delle macchinazioni di Messalina (moglie di
Claudio). Dall’esilio Seneca implorò l’intercessione, ma non ottenne successo. Nel 48 d.C.
Messalina fu uccisa; il suo posto a fianco dell’imperatore venne preso da Agrippina, che architettò
che suo figlio Domizio, il futuro Nerone, fosse prescelto come successore di Claudio. Quindi fece
apparire Nerone come il migliore candidato al principato, così ella ottenne dall’imperatore la
revoca dall’esilio per Seneca; richiamato a Roma, Seneca fu nominato istitutore del principe e nel
50 ricoprì la pretura.
Claudio morì nel 54, avvelenato da un piatto di funghi ricevuto dalla consorte; il diciassettenne
Nerone venne acclamato imperatore e Seneca, suo consigliere e guida spirituale nel 56 ebbe il
consolato. A fianco di Nerone Seneca rimase fino al 62, e insieme al prefetto del pretorio Afranio
Burro fu il consigliere di maggior peso dell’imperatore. Sia Seneca sia Burro furono costretti ad
accettare le sanguinarie manifestazioni di Nerone, e non fecero nulla per impedire prima
l’assassinio nel 55 di Britannico, il figlio di Claudio che aveva solo 13 anni, poi quello della madre
Agrippina, nel 59. Questi avvenimenti segnarono una svolta nell’atteggiamento di Seneca, da un
lato complice di Nerone dall’altro criticato dall’opinione pubblica non solo per l’aiuto fornito al
principe, ma anche per le ricchezze accumulate in quegli anni a dispetto della sua professione
stoica. Gli uomini che avevano appoggiato la politica di Nerone stavano mutando il loro
atteggiamento di sostegno in un atteggiamento ostile in quanto per loro il modello da seguire era
di stampo repubblicano che diventava sempre più distante dal dispotismo orientale che stava
abbracciando il sovrano. Burro mori, probabilmente avvelenato, nel 62; Seneca non ottenne un
congedo ufficiale dall’imperatore, quindi cercò di tenersi sempre più lontano dalla corte e si rifugiò
negli studi nelle sue ville. Nel 65 la congiura dei Pisoni, così detta perché architettata da Calpurnio
Pisone, mecenate e protettore dei letterati, spazzò via la generazione degli uomini di cultura, fra i
congiurati abbiamo il poeta Lucano, nipote di Seneca. I congiurati andavano proclamando che,
ucciso Nerone, al potere sarebbe dovuto salire Seneca piuttosto che Pisone. Fallita la congiura
Seneca capì di non avere scampo e, suicidandosi, tolse a Nerone il piacere della vendetta.
LE OPERE
A noi è giunta solo una parte dell’ampia produzione di Seneca. Si sono persi i discorsi, alcuni
trattati di fisica e di geografia, opere filosofiche (dolorosa è la perdita dei Moralis philosophiae libri,
che egli cita in più d’una occasione), opere scientifiche, infine una biografia del padre, di cui ci
sono pervenuti solo alcuni frammenti. Ci sono alcuni epigrammi in distici, la cui paternità senecana
è oggi negata, alcune opere, poi, non sono scritte da lui, anche se vanno sotto il suo nome: la
tragedia Octavia e l’epistolario con S. Paolo. Oltre al corpus di opere filosofiche, ovvero i Dialogi,
ci sono pervenuti alcuni trattati filosofici non inclusi nei dialogi e sono: il De clementia, il De
beneficiis, le Naturales quaestiones, le Epistulae ad Lucilium, le tragedie e la satira scritta subito
dopo la morte dell’imperatore Claudio: il Ludus de morte Claudii o Apocolocyntosis.
I DIALOGI
I Dialogi sono costituiti da 10 opere filosofiche, per un totale di 12 libri. Il titolo della raccolta è
parso a molti improprio, perché non si è in presenza di veri e propri dialoghi filosofici ma l'unica
struttura dialogica risiede nel fatto che Seneca si rivolge ad un destinatario che però può essere
fittizio e di lui riporta brevi e semplici obiezioni.
Anche se Quintiliano parla di dialogi in riferimento ai trattati filosofici di Seneca sembra che
l'intitolazione non risalga al filosofo ma chi mise insieme la raccolta pensò di indicare con dialogi
opere filosofiche.
La successione dei Dialogi non è cronologica e tra essi abbiamo:
il De providentia (data incerta, 62-63 d.C.)
il De constantia sapientis (data incerta)
il De ira (in tre libri, i primi due scritti a Roma, il III durante l’esilio in Corsica, nel 41 d.C.),
il De vita beata (del 58-59 d.C.)
il De otio (del 62 d.C.)
il De tranquillitate animi (scritto intorno al 62 d.C.)
il De brevitate vitae (forse del 49 d.C.).
la Consolatio ad Polybium (intorno al 44 d.C)
la Consolatio ad Helviam matrem (forse del 41 d.C)
Durante gli otto anni dell’esilio in Corsica, Seneca compose scritti di carattere consolatorio, che
meglio si adattavano alla sua condizione. Nelle consolationes si svolgevano argomentazioni
filosofiche che alleggerivano la sofferenza rendendola sopportabile: si insisteva sulla forza
d’animo che il saggio deve saper dimostrare nelle condizioni difficili, sul sapiente che non si lascia
mai del tutto coinvolgere dal dolore e dalle passioni, sulla constatazione che la vita è una lunga
sofferenza e, quindi, ogni condizione va sopportata affinchè sia salva la ricchezza interiore.
I primi 2 libri del De ira furono scritti prima dell'esilio, il terzo nel 41, è dedicato al fratello Novato.
L’argomento centrale è la collera, di cui si indagano le ragioni psicologiche e le conseguenze in
campo sociale. I primi due libri sono dedicati all’analisi degli aspetti della collera; il III proclama la
necessità di porre un freno allo scatenarsi dell’ira; di ciò deve interessarsi soprattutto l'uomo di
potere, per evitare che essa abbia effetti distruttivi sui sudditi.
Nel De ira la collera incontrollata è considerata una caratteristica principale del tiranno, di colui
che non conosce alcun freno alla propria bramosia di potere: ecco perchè non è un caso che nel
trattato ricorra più volte l'esempio di Caligola, principe folle che si lascia trascinare dalle passioni
fino a compiere le peggiori azioni. Al contrario l'esempio di Augusto è un esempio di saggezza e
moderazione, di lui si narrano numerosi aneddoti per provare che il suo dominio sull'ira si dimostrò
risolutivo in situazioni difficili. Quindi nel De ira emerge la divisione fra il tiranno (o despota)
rappresentato da Caligola, il cattivo principe privo di moderazione e autocontrollo e indifferente nei
confronti degli effetti che le proprie azioni avrebbero potuto avere sui sudditi e il buon imperatore
cioè Augusto che, continuamente preoccupato della buona qualità del suo governo, si sottopone
all’esercizio di autocontrollo. Scritto subito dopo la morte di Caligola, il De ira sembra voler
suggerire al nuovo imperatore di esercitare il potere con moderazione e ragione.
De brevitate vitae: Il De brevitate vitae («La brevità della vita») è dedicato a Paolino, prefetto
dell’annona dal 48 al 55 e, padre di Pompéa Paolina, la seconda moglie di Seneca. Il trattato fu
scritto all’inizio del 49, subito dopo il ritorno di Seneca dall’esilio ed è un protrettico (cioè
un’esortazione alla filosofia). Seneca si sofferma a constatare quale uso sbagliato del tempo
faccia l’uomo, che sciupa una grande parte della vita e si lamenta, poi, della sua brevità: quando,
infine, giunge al termine dell’esistenza, si accorge di averla vissuta realmente solo per pochi
giorni. Seneca sviluppa una critica nei confronti di chi s’impegna notte e giorno in attività che egli
considera inutili: finisce quindi per schierarsi contro l’impegno civile e l’attività pubblica. Egli
sviluppa anche la critica di una concezione sbagliata dell’otium, che molti intendono soprattutto
come cura del corpo e realizzazione dei piaceri della tavola. Il rimedio è uno solo, e consiste nella
contemplazione filosofica, che è capace di collocare il saggio al di là del tempo. Paolino, quindi,
farà bene a mettere da parte gli impegni legati alla sua carica, per dedicarsi agli studi, perciò
riuscirà a imparare l’arte di vivere e di morire.
Il De vita beata («La felicità») è dedicato al fratello Novato. Poiché Seneca sembra volersi
difendere dall’accusa d’incoerenza tra la filosofia da lui predicata e la vita nel lusso alla quale non
fu mai capace di rinunciare, il De vita beata apparterrà al periodo della sua massima fortuna, fra il
54 e il 62: nel 58 un tal Suillio, in un processo accusò Seneca di un comportamento incoerente. Il
De vita beata può essere diviso in due parti: nella prima Seneca sostiene che la vita felice è quella
rivolta alla pratica della virtù: il piacere invece non può procurare felicità, perchè non è in grado di
rendere l'uomo autosufficiente; nella seconda parte è sviluppata la polemica nei confronti di quanti
criticano i filosofi, accusandoli di predicare nobilissimi ideali e di cedere invece alle lusinghe di una
vita comoda e lussuosa. Seneca è pronto a riconoscere che proprio questa è la sua condizione di
vita, ma rivendica per se il diritto di continuare a predicare quei nobili principi, anche se non è in
grado di praticarli. Nella sua concezione lo stoico non è solo capace di fare esercizi di rinuncia, ma
sa anche godere dei vantaggi della vita; non è un male, poi, che sia ricco, perché almeno sarà
capace d'impiegare nel modo più saggio le sue ricchezze.
Il De otio («La vita contemplativa») scritto forse nel 62, al tempo del ritiro di Seneca dall’attività a
corte, a noi è giunto incompleto, ed era probabilmente dedicato ad Anneo Sereno, un intimo amico
di Seneca che fu praefectus vigilum (cioè prefetto delle guardie imperiali) sotto Nerone. Seneca
difende il diritto per il saggio a non impegnarsi nella vita pubblica e a rifugiarsi nella
contemplazione in piena coerenza con i principi dello stoicismo: in tal modo egli fonde la
concezione stoica dell'otium con quella stoica.
Il De tranquillilate animi («La tranquillità dell’anima») è scritto intorno al 62 ed è dedicato ad
Anneo Sereno, fra i dialogi è quello che presenta più struttura dialogica. Seneca parte dal
comportamento di chi ha un animo inquieto e suggerisce dei rimedi che riguardano la
moderazione, la parsimonia, l'accettazione con animo sereno delle avversità e della morte.
Successivamente dibatte il problema dei doveri dell’aristocratico seguace della filosofia stoica
nell'ambito della corte imperiale che tenta di conciliare gli estremi dell'otium inteso come
contemplazione, da un lato, e l'impegno civile del cittadino romano dall'altro. Egli ricorda all’amico
che il saggio stoico non si lascia coinvolgere dalla fortuna, perché grazie a lunghi anni di esercizio
riesce ad imporsi il controllo delle passioni. La parte più interessante dell'opera è quella che
riguarda la vita politica: secondo Seneca la filosofia stoica impone al sapiente di occuparsi
attivamente delle vicende dello stato, anche se ciò ostacola il raggiungimento dell'equilibrio
interiore; il rifugio nell'otium è consentito soltanto in momenti particolarmente avversi all'esercizio
dei doveri politici, oppure al termine della vita, quando si è già dedicata tutta l'esistenza al bene
dello stato. Quest’opera sottolinea la funzione politicamente attiva dell’aristocratico a fianco del
principe. Seneca non predica più il totale disimpegno dalla vita attiva: pur riconoscendo che il
potere è tutto nelle mani del principe, egli cerca di ritagliare alla propria classe uno spazio politico,
che le consenta di partecipare, sia pure in posizione subalterna, alla gestione del potere.
I TRATTATI Nel corpus dei Dialogi non sono stati inclusi alcuni trattati filosofici: il De clementia, il
De beneficis, le Naturales quaestiones. La struttura di base prevede anche in questi casi un
dialogo col dedicatario-interlocutore e gli strumenti della filosofia stoica di cui Seneca si serve per
le sue argomentazioni.
Il De clementia Dedicato a Nerone e appartiene al primo periodo del suo principato. Il testo del
trattato non ci è giunto integro, perché esso s’interrompe al settimo capitolo del II libro: è verisimile
che in origine l'opera sia stata redatta in tre libri. Il tema centrale dell'opera è la necessità della
moderazione e del sacrificio del sovrano in vista del benessere dei sudditi e tratta il problema della
virtù del principe ideale: cioè la moderazione dimostrata dal nuovo principe nei primi anni di
governo, aveva già avuto un effetto positivo sui sudditi e aveva fatto sperare nell’inizio di un’era di
pace. Fondamentale per Seneca è la necessità che un sovrano usi la clementia come principio
basilare del proprio governo. Questo trattato illustra le speranze di Seneca in una monarchia
illuminata agli inizi del principato di Nerone, sperava infatti di poter guidare gli atti del sovrano con
accortezza. Ecco perchè Seneca prevede per lui un futuro giusto e buono. Seneca inoltre sa bene
che tutto è affidato alla volontà del sovrano, che dovrebbe scegliere di essere un buon re piuttosto
che un tiranno. Così facendo il principe ottiene conseguenze positive immediate perchè egli dà
prova di grandezza, sollevandosi al di sopra dei comuni mortali e scavando un abisso fra sè, in
quanto monarca illuminato, e il despota che non sa trattenere la collera, inoltre agendo con
moderazione egli salvaguarda la pace sociale ed evita che si scateni odio contro di lui. Nel tessere
l'elogio di Nerone, Seneca si abbassa ad un eccessivo atteggiamento adulatorio quando fa di lui
non solo un grande principe - e certamente era troppo presto per giungere a una conclusione
simile - ma addirittura un principe ancor più grande di Augusto, che solo da vecchio - secondo
quanto sostiene Seneca - aveva conosciuto e praticato la clemenza. Nerone, invece, è elogiato
perché non si è macchiato di alcun delitto: Seneca dimentica, evidentemente, l'uccisione di
Britannico, il giovane figlio di Claudio, e anche per questo motivo il suo atteggiamento è apparso
esageratamente adulatorio; è legittimo supporre, però, che egli si sia abbassato a tanto nella
speranza di vincolare Nerone ai suoi sogni di monarchia costituzionale. Il tentativo di Seneca si
può accostare, al progetto ciceroniano. Seneca infatti, opera in un'epoca ben diversa da quella di
Cicerone, ma il nucleo del suo progetto rimane simile a quello del grande oratore: la tradizione
nobiliare e la filosofia stoica forniscono la base teorica necessaria per l'indicazione del modello
non solo del buon principe, ma anche del perfetto burocrate, ligio interprete della volontà
dell'imperatore.
Il De beneficiis («I benefici») è dedicato all’amico Ebuzio Liberale, che era originario di Lione, è
formato da 7 libri ed è stato scritto nel periodo che va dalla morte di Claudio al 64. Probabilmente
è stato composto prima del 62, quando Nerone cambiò la sua politica in senso dispotico, perché
Seneca denuncia la tendenza tirannica dei monarchi e, in particolare, i numerosi processi di lesa
maestà che caratterizzarono l'impero di Tiberio. Il De beneficiis è stato scritto in due fasi diverse,
perché Seneca dichiara di aver aggiunto i libri V-VII su invito del destinatario; questi libri
appartengano alla fase successiva al ritiro dalla vita politica. Alcune pagine dell’opera trattano il
pensiero e sullo stato d’animo di Seneca nel periodo più difficile della sua esistenza, in esse si
allude alla rottura con Nerone, che prima si era dimostrato liberale e benevolo e poi lo aveva
allontanato. Al suo comportamento Seneca oppone quello di Augusto. Seneca, anche nel
momento del ritiro della vita pubblica, ribadisce che per un principe è necessario circondarsi di
collaboratori valenti e virtuosi, che gli rendano meno gravoso l’esercizio del potere e con le loro
doti diano lustro al suo governo. Per capire l'importanza di una discussione sui benefici, bisogna
tener presente l'organizzazione della società romana in gentes, con la conseguente necessità di
rapporti privilegiati d'amicizia e di clientele: la vita sociale si fonda su un sistema di reciproche
obbligazioni, che accorda al beneficio un ruolo centrale. Concedere un beneficio significa
vincolare a sé chi lo riceve, perché la concessione di un beneficio implica la riconoscenza.
NATURALES QUESTIONES
Furono composte nel 62 d.C. e sono 7 libri di contenuto scientifico dedicati a Lucilio, si occupano
della natura dei corpi celesti e dei fenomeni del cielo, delle acque, dei venti e dei terremoti, delle
nubi e delle comete. Le Naturales quaestiones furono scritte quando Seneca non si era del tutto
ritirato dalla vita politica, dato che i libri I, VI e VII si aprono con le lodi di Nerone: ciò sta ad
indicare che la rottura definitiva non era ancora avvenuta. II I libro si occupa dei fuochi celesti, ai
quali appartengono l’arcobaleno e le meteore; il II dei fulmini (della loro natura e dei presagi
suscitati dalla loro caduta); il III delle acque terrestri, della loro origine e della descrizione del
diluvio universale; il IV delle piene Nilo e successivamente, dopo una lacuna, delle piogge, della
grandine, della neve; il V dei venti; il VI dei terremoti; il VII delle comete. Un VIII libro è andato
perduto. Fonti dell'opera sono i numerosi filosofi e autori scientifici greci, che Seneca ricorda,
mentre scarsissimi sono i rinvii a fonti romane. È probabile, tuttavia, che Seneca si sia basato su
repertori, perché è impensabile una sua lettura diretta di un numero tanto elevato di autori, oppure
su una sola fonte greca che già includeva le altre: in tal senso si è pensato a Posidonio, o al suo
allievo Asclepiodoto, o a un'opera dossografica (cioè con la citazione e la discussione dei diversi
pareri dei filosofi e degli scienziati). È necessario muovere dal concetto di natura, che rinvia a un
ideale di ordine e di armonia, nonostante sia caratterizzato da un movimento e di un mutamento
senza sosta. La natura, però, non sempre mostra il suo volto benevolo: poiché nulla per essa è
impossibile, da un lato saprà dar origine alle cose, ma dall'altro potrà distruggere tutto, assalendo
all'improvviso e con grande rapidità; se per edificare una città sono state necessarie intere
generazioni, basta un'ora per demolirla e se una selva cresce a poco a poco, basta un momento
per ridurla in cenere. Nelle Naturales quaestiones Seneca denuncia con vigore gli abusi dell'uomo
nei confronti della natura: la natura ha messo tutto alla portata dell'uomo, ma l'uomo ha voluto
complicare la propria vita e ha preso a desiderare il superfluo per soddisfare le esigenze del lusso.
Chiara emerge, dalle parole di Seneca, la denuncia di quanti già allora si adoperavano per
alterare l'ambiente naturale o addirittura per distruggerlo; chiara è la condanna di quanti hanno
violato le fonti e i limpidi ruscelli con dighe, con tubi, con deviazioni del loro corso, o di quanti
hanno abbattuto foreste intere o hanno squarciato e perforato la terra per cercare metalli preziosi.
Questa dissennata attività dell'uomo non tarderà a provocare la distruzione totale della terra.
Natura per Seneca non significa solo tutto ciò che sulla terra circonda l'uomo: natura è l'universo
intero, in cui egli non vede nulla di comparabile agli astri del cielo. È li che la natura si rivela come
perfezione, come armonia, come bellezza. Il sole, la luna, il cielo offrono ai nostri occhi uno
spettacolo ineguagliabile. Seneca tende a fornire spiegazioni razionali dei fenomeni, perché
considera suo scopo la liberazione dell'uomo dal timore irrazionale al cospetto dei fenomeni della
natura. Grazie allo studio razionale della natura l'uomo può raggiungere la conoscenza del divino
e diviene partecipe della sua essenza. Non se ne rendono conto gli uomini che, invece,
considerano l'universo come un prodotto del caso e ritengono che proprio per questo motivo sia
tormentato e sconvolto dai fenomeni più diversi: e non capiscono che non esiste nulla di più bello,
di più ordinato, di più saldo. Secondo Seneca, la scienza assume un valore fondamentale, proprio
perché è capace di innalzare l'uomo alle stesse altezze del divino e, dunque, di consentirgli il
raggiungimento di migliori condizioni di vita. Piena è la fiducia di Seneca nei progressi della
scienza, che porterà alla luce verità sinora nascoste. D'altronde l'uomo, se vuole intervenire sulla
realtà naturale, deve indagare in primo luogo sulle cause dei fenomeni, specie dei più terribili
come i terremoti. Con questa fiducia nelle conquiste progressive della scienza, che Seneca chiude
il VII e ultimo libro.
LE EPISTULAE AD LUCILIUM
Abbiamo 124 lettere, suddivise in 20 libri di ampiezza diversa; scritte dopo il ritiro di Seneca dalla
vita politica, fra il 62 e il 65, le epistole sono dirette a Lucilio (a cui erano stati dedicati, oltre al De
providentia e alle Naturales quaestiones, i perduti Moralis philosophiae libri). Lucilio nel 63-64
aveva ricevuto importanti incarichi amministrativi in Sicilia, lui si cimentò nella carriera letteraria,
sia in prosa che in poesia. Nei suoi confronti Seneca, che si descrive come un vecchio ormai
lontano da interessi politici, intende svolgere il ruolo di guida spirituale, nella convinzione di poter
essere d'aiuto all'amico e ai posteri con le sue riflessioni su problemi etici il suo scopo è condurre
l'amico alla conquista della saggezza, anche se Seneca deve ammettere di non essere stato
finora in grado di raggiungerla: nonostante tutto, però, continua a ricercarla ogni giorno con
impegno e fatica. Seneca pensa alla pubblicazione di quest'opera, perché le sue lettere non sono
rivolte solo a Lucilio, ma anche ai posteri; inoltre esse sono prive di quei particolari privati di
nessun valore per un lettore comune, ma importanti nel rapporto d'amicizia dell'autore col
destinatario, che sempre caratterizzano un rapporto epistolare non destinato alla pubblicazione.
Seneca non fu il primo ad utilizzare la forma epistolare nella letteratura filosofica infatti Platone ed
Epicuro lo fecero prima: quest'ultimo, infatti, aveva sviluppato in forma epistolare una discussione
di problemi filosofici con i suoi allievi. Anche le lettere di Cicerone erano reali e non destinate alla
pubblicazione, ma al tempo di Seneca il suo era ormai divenuto un epistolario letterario, proprio
come quelli concepiti per essere pubblicati. Nell'epistola 118 proclama che, diversamente da
Cicerone, egli non si metterà a scrivere qualunque cosa gli verrà in mente: in tal modo egli intende
contrapporre le lettere dedicate ad argomenti banali (quelle di Cicerone) alle sue, che invece si
propongono il fine ben più alto di guidare alla conquista della verità. La tendenza dell' epistola a
mutarsi corrisponde a un percorso ideale verso la virtù, che parte da principi elementari per
acquistare sempre più una sua complessità: in tal modo Lucilio - e con lui i lettori - viene avviato a
un apprendimento generico della filosofia in cui rivestono un'importanza particolare i principi
epicurei, e fatto penetrare poi, nelle epistole di più ampio respiro filosofico, negli aspetti dello
stoicismo: ciò sta ad indicare una progressiva maturazione di Lucilio, che dalla comprensione di
temi elementari è stato condotto alla comprensione di concetti di complessi. Lo scopo dell'opera è
quello d'insegnare, attraverso il dialogo fra maestro e allievo, il modo d'impossessarsi della libertà
interiore e del dominio di sé: grazie alla conquista delle verità della filosofia stoica, l'uomo potrà
liberarsi dalle passioni, dalle credenze, dal timore della morte. Non si tratta, però, di un incedere
deciso e quasi trionfalistico verso il conseguimento della verità, perché Seneca si rappresenta
costantemente come un maestro che cerca di percorrere il cammino della verità. L’epistola era
anche un modo per dialogare con l'amico su fatti personali della vita di tutti i giorni e costituiscono
tappe importanti nella via verso la saggezza. Seneca preferiva singoli temi etici, che sin
ricollegavano ad aspetti della vita di tutti i giorni. A ciò corrisponde l'adozione di uno stile che, pur
mantenendosi a livello alto si adegua alle conversazioni familiari. Alla base di tutto è l'esortazione
a Lucilio perché sappia progressivamente distaccarsi dagli impegni politici e riesca a raggiungere
l'otium che si configura come una conquista, consigliata proprio da chi, come Seneca sa di avere
trascorso gran parte della sua esistenza immerso nelle cure dello stato e negli impegni pubblici;
ma nelle epistole non si parla mai di Nerone, e il passato compare solo in nostalgiche rievocazioni
dell'infanzia e dei maestri di un tempo. Seneca ha perso la fiducia di poter modificare col suo
intervento le vicende dello stato e di poter determinare il passaggio da una forma dispotica a una
monarchia illuminata, in cui sia rispettata la libertà individuale. Persa questa fiducia, il filosofo
impegna tutta la sua attività nel tentativo di garantire all'uomo la conquista della libertà interiore -
quella della virtù stoica - che si ottiene con un distacco dal mondo e dalla lotta per le cariche e per
gli onori. Seneca, sente ormai vicina la fine, e lo fa capire con la riflessione sempre più insistente
sulla morte, sul senso del tempo, sul suicidio come modo di uscire da una vita che altri vorrebbero
condizionare: non a caso il motivo della morte compare fin dalla prima epistola.
Seneca, dunque, sta preparandosi a morire e capisce che il fine ultimo da raggiungere consiste
nell'eliminazione della paura della morte: una volta raggiunto questo traguardo, egli sarà pronto a
morire senza portare con sé paure e rimpianti. La morte, poi, costituisce una legge di natura, alla
quale è vano opporsi, e presenta i suoi vantaggi, perché in ogni caso pone fine ai mali che
caratterizzano l'esistenza: liberarsi dal timore della morte, dunque, significa per il saggio
conquistare la propria indipendenza dal mondo e dai suoi beni effimeri.
LO STILE ‘DRAMMATICO’
Lo stile senecano ha una valenza drammatica e riflette un doppio e opposto movimento:
dall’esterno all’interno, verso la solitaria libertà dell’io; dall’interno all’esterno, verso la liberazione
dell’umanità. Seneca preferisce uno stile paratattico, con una continua frantumazione del corso
logico del pensiero per mezzo di frasi brevi, prive di legami fra loro. La prosa di Seneca procede
per parallelismi, per opposizioni, per anafore e col ricorso frequente all'antitesi e alla ripetizione.
La lingua di Seneca presenta caratteristiche proprie dovute non tanto a innovazioni lessicali,
quanto piuttosto all'uso di vocaboli con sfumature non convenzionali, alla preferenza accordata a
termini del linguaggio poetico.
LE TRAGEDIE
La tradizione manoscritta delle tragedie di Seneca si suddivide in due rami: il primo ci tramanda 9
tragedie, tra cui: Medea, Phaedra, Oedipus; il secondo ramo aggiunge alle 9 tragedie una
pretesta, l'Octavia, in cui Seneca stesso è fra i personaggi.
Fonti della Medea di Seneca sono state la tragedia euripidea e Ovidio. Giasone disconosce e
caccia Medea, che per amor suo aveva tradito il padre e la patria e gli aveva dato due figli, per
sposare Creùsa, figlia di Creonte, il re di Corinto: Medea gelosa ricorre alle sue arti magiche per
provocare la morte di Creonte e della figlia; poi, per punire Giasone uccide i figli avuti da lui.
La fonte principale della Phaedra è l'Ippolito euripideo insieme ad un'altra tragedia di Euripide oggi
perduta. Phaedra la sposa di Tèseo, s'innamora follemente del figliastro Ippolito, che però
respinge il suo amore. Offesa, Fedra accusa Ippolito presso il padre di tentata violenza; Tèseo le
crede e invoca sul figlio la vendetta degli dei. Ippolito viene ucciso da un mostro marino inviato da
Poseidone; Medea denuncia la propria colpa e si toglie la vita.
Fonte pricipale dell'Oedipus è l'Edipo re di Sofocle. Nell'Oedipus, succede che a Tebe infuria la
pestilenza, il re Edipo apprende dall'oracolo di Apollo che la colpa è di uno straniero; quando
l'ombra del padre Laio, evocato dall'indovino Tiresia, rivela che Edipo è suo figlio e gli rinfaccia
l'appropriarsi del trono e la violazione del letto coniugale, Edipo capisce di aver ucciso, senza
saperlo, il padre e di essersi unito alla madre Giocasta. Disperato si acceca, mentre Giocasta si
toglie la vita con la spada.
Tra i modelli greci ai quali si ispira, Seneca dimostra di preferire Euripide: è evidente, infatti, nelle
sue tragedie, l’attenzione alla genesi e allo sviluppo dei sentimenti con una predilezione per il
tema della passione che travolge l'animo ed annulla la volontà dell'uomo, insieme a questo anche
la problematica stoica è importante nel teatro senechiano. L’aspetto metrico segue schemi rigidi,
col trimetro giambico dall’andamento regolare assegnato alle parti dialogiche. Ogni tragedia si
presenta come una successione di dialoghi e di monologhi dei personaggi, suddivisi in cinque
parti dai quattro interventi del coro. Le tragedie di Seneca non sono state composte per la
rappresentazione in teatro ma per la declamazione durante le recitationes. Questo ha influito sullo
stile: l'enfasi, i toni macabri, lo stile barocco servivano per colpire l'attenzione e l'immaginazione
dell'ascoltatore. Nella tragedia senechiana l'uomo con la sua forza e la sua debolezza è al centro
del dramma e per lui non è previsto alcun riscatto al di là della vita e questo è proprio ciò che lo
differenzia dalle tragedie greche. Seneca ha voluto scrivere tragedie e non declamazioni perché
voleva che i suoi drammi fossero rappresentati sulla scena. Le tragedie sono caratterizzate dallo
scatenarsi di sfrenate passioni, che travolgono i protagonisti e provocano tragiche conseguenze.
L’interesse di Seneca è rivolto non tanto all’organizzazione della trama quanto all’uso della parola:
sia i personaggi sia gli eventi che li coinvolgono. Nello stile tragico di Seneca si avverte una forte
presenza della componente retorica, che si esprime sia nella frequenza dei monologhi,
caratterizzati da un tono declamatorio, sia negli scontri dialettici fra i personaggi, che lottano
verbalmente servendosi di frasi ad effetto.
IL LUDUS DE MORTE CLAUDII
Quando nel 54 d.C. Claudio mori, forse avvelenato da un piatto di funghi preparato dalla moglie
Agrippina, desiderosa di vedere il figlio Nerone al potere, Seneca non perse tempo per prendersi
una vendetta sull'artefice del suo esilio in Corsica e compose un libello contro di lui ovvero una
satira menippea (un misto di prosa e versi), che porta il titolo di Ludus de morte Claudii ed è il
racconto dell'apoteosi alla rovescia di Claudio dopo la morte.
Il titolo del libello non è certo: Cassio Dione, uno storico cita l'operetta col titolo di Apocolocyntosis,
parola greca che significa «trasformazione in zucca» in opposizione ad apothéosis
«trasformazione in dio». Un tale titolo ha creato notevoli problemi, soprattutto perché non compare
nell'opera a noi pervenuta alcun accenno ad una trasformazione buffa dell'imperatore. Quindi il
titolo greco non va inteso in senso letterale, ma più in generale nel significato di «apoteosi alla
rovescia». L'imperatore, avvelenato dal piatto di funghi, bussa alle porte dell'Olimpo e chiede di
essere ammesso a far parte del consesso degli dei. Per decidere se ammetterlo o no, gli dei si
riuniscono in concilio: ma il divo Augusto pronuncia una violenta invettiva contro Claudio,
mettendone a nudo i difetti e i crimini. Di conseguenza l'imperatore, invece di essere accolto in
cielo, viene sprofondato nell'Orco, dove è sottoposto a giudizio e assegnato come servo a
Caligola, che lo regala al suo liberto Menandro; così, da morto come da vivo, Claudio continua ad
essere il servo di un liberto. Tacito afferma che il discorso funebre in onore di Claudio, pronunziato
da Nerone in realtà era stato composto da Seneca. Di conseguenza Seneca, oltre ad essere
biasimato per la sua vendetta postuma, viene ad essere accusato anche di doppiezza, per aver
composto nello stesso periodo sia il discorso funebre sia il libello. A favorire l'atteggiamento di
Seneca sarà stato il ruolo nella vicenda di Agrippina, che nella corte imperiale non faceva nulla
per impedire che il marito defunto venisse screditato, con l'intento di far accettare rapidamente il
figlio Nerone: questi, infatti, si configurava in realtà come un usurpatore, perché Claudio aveva un
figlio proprio, Britannico, ancora in giovane età. Il ludus da un lato è una feroce condanna del
principato di Claudio, dall'altro contiene l'esaltazione del regno di Nerone, che è celebrato come
una nuova età dell'oro. Dal punto di vista letterario l'opera mostra la grande abilità stilistica e la
raffinata cultura del suo autore, che non esita ad adoperare registri diversi a seconda dei
personaggi. Nella sua prosa sono spesso inserite citazioni poetiche tratte da opere note o brani
poetici di invenzione senechiana. Ma la novità maggiore del ludus risiede nel fatto che esso è un
«pamphlet» politico, nato in un'occasione ben determinata e legato a una particolare situazione
della corte imperiale.
GLI EPIGRAMMI
Ci sono giunti circa 70 epigrammi in distici elegiaci, ci sono carmi che esaltano le imprese di
Claudio in Britannia nel 43, attacchi polemici ai rivali, poesie d’amore e carmi di Catone l’Uticense
e di Pompeo. Nonostante la presenza di avvenimenti e luoghi legati alla biografia senecana
(l’esilio in Corsica, Cordova), sembra proprio che si tratti di esercitazioni scolastiche o di una
intenzionale falsificazione. La fortuna di Seneca godette presso i contemporanei, anche nel
settore dei cristiani, che amano rifarsi a Seneca e lo citano spesso (infatti gli attribuirono
l'epistolario con San Paolo). Nel corso del Medioevo si assiste a un’ampia circolazione di florilegi,
con raccolte che non necessariamente appartengono a Seneca. Nel XII secolo Seneca diviene
autore scolastico, soprattutto per le sue sentenze; il risveglio di un interesse scientifico in Francia
favorisce lo studio e la diffusione delle Naturales quaestiones. Dante ammira Seneca, mentre
Petrarca lo imita, ma nel Secretum gli rivolge un’epistola polemica, in cui gli rinfaccia la decisione
di abbandonare l’amicizia di San Paolo per quella di Nerone. La fortuna di Seneca filosofo diviene
costante raggiungendo filosofi importanti come Erasmo da Rotterdam, Rousseau, Diderot. Anche
le tragedie di Seneca cominciano ad influire, infatti Seneca diviene il modello nel teatro europeo:
in Italia ricordiamo le tragedie di Giambattista Giraldi Cinzio, in Francia la Medea di Corneille e la
Fedra di Racine, in Inghilterra le tragedie di Shakespeare che lo imita dal punto di vista strutturale.