,L’infanzia e l’adolescenza e gli studi eruditi
Leopardi nacque nel 1798 a Recanati, nelle Marche.
Recanati era un borgo fra i più retrivi d’Italia e faceva parte dello Stato pontificio.
La famiglia Leopardi era nobile ma si trovava in cattive condizioni patrimoniali quindi doveva osservare una rigida economia.
Il padre era un uomo colto e nel suo palazzo aveva una grande biblioteca ricca di libri attardati e accademici.
Era ostile a tutte le nuove idee della rivoluzione francese delle campagne napoleoniche.
Leopardi crebbe in questo ambiente bigotto e conservatore che inizialmente influenzò le sue idee.
La vita familiare era governata soprattutto dalla madre, una donna autoritaria che non gli ha mai trasmesso affetto.
Leopardi fu istruito inizialmente da precettori ecclesiastici ma intorno ai 10 anni non ebbe più nulla da imparare da questi così
si chiuse nella biblioteca paterna per “7 anni di studio matto e disperatissimo”.
Imparò il latino, il greco e l’ebraico, compose vaste opere erudite (erudita = persona con molto nozioni in uno o più campi).
Da queste produzioni emerge il quadro di una cultura arcaica e superata e di un’erudizione arida e accademica.
La conversione dall’erudizione al bello
Tra il 1815 e il 1816 si attuò la sua conversione letteraria dall’erudizione al bello.
Si entusiasma per i grandi poeti (Omero, Virgilio, Dante) e comincia a leggere i moderni.
Un momento fondamentale è costituito dalla sua amicizia con Pietro Giordani, uno degli intellettuali più significativi di quegli
anni, di orientamento classicistico ma di idee democratiche e laiche.
Leopardi si aprì verso il mondo esterno e questo gli rense ancora più insostenibile vivere a Recanati.
Nell’estate del 1819 tenta la fuga dalla casa paterna ma viene scoperto.
Lo stato d’animo conseguente è di totale prostrazione e aridità.
Raggiunge la percezione lucidissima della nullità di tutte le cose.
Questa crisi del 1819 segna un altro passaggio dal bello al vero, dalla poesia di immaginazione alla filosofia.
Il 1819 è un anno di sperimentazioni letterarie, molti filoni sono stati abbandonati come l’Infinito mentre altri si sono infettati
come lo Zibaldone.
Negli anni successivi (1820-1821) nascono altri Idilli.
Le esperienze fuori da Recanati
Nel 1822 esce da Recanati e vede il mondo esterno, si reca a Roma ma rimane deluso.
Tornato a Recanati nel 1823 si dedica alle Operette morali a cui affida l’espressione del suo pensiero pessimistico.
Nel 1325 lascia nuovamente la famiglia e soggiorna a Milano e Bologna.
Nel 1327 si reca a Firenze e instaura rapporti con un gruppo di intellettuali che facevano capo alla rivista “Antologia”.
Trascorre l’inverno tra il 1827 il 1828 a Pisa e qui avviene il risorgimento della sua facoltà di sentire di immaginare.
Nella primavera del 1828 nasce “A Silvia” che apre la serie dei Grandi idilli.
L’ultimo soggiorno Recanati. Firenze e Napoli
Le necessità economiche lo incalzano e deve tornare a Recanati.
Vi rimane per 1 anno e mezzo (16 mesi di notte orribile).
Viene isolato nel palazzo paterno senza rapporti con nessuno.
Nel 1830 accetta una generosa offerta degli amici fiorentini, lascia Recanati e non vi farà più ritorno.
Comincia una nuova fase della sua esperienza intellettuale, stringe rapporti sociali più intensi e viene a contatto con il
dibattito culturale e politico della sua epoca.
A Firenze fece anche l’esperienza della passione amorosa per Fanny.
In questo periodo stringe una fraterna amicizia con Antonio Ranieri.
Nel frattempo la famiglia gli offre un piccolo assegno mensile.
Dal 1833 si stabilisce a Napoli e qui entra in polemica con l’ambiente culturale dominato da tendenze idealistiche e neo
cattoliche.
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Lettere e scritti autobiografici
Di Leopardi c’è rimasto un folto gruppo di lettere che pur non essendo state scritte per la pubblicazione sono testi
straordinari.
Tra le più significative ci sono quelle destinate a Pietro Giordani nel quale Leopardi confessa i propri tormenti interiori ma
anche le proprie idee e progetti.
“Sono così stordito del niente che mi circonda” (Lettere)
La lettera riflette lo stato di abbattimento successivo al fallito tentativo di fuga da Recanati.
Leopardi non trova conforto neppure nell’attività intellettuale poiché è un disturbo agli occhi gli impedisce di leggere.
La lettera è l’esempio di come le sofferenze fisiche psichiche non siano la causa del pessimismo leopardiano ma solo lo
stimolo esterno a grandi riflessioni filosofiche.
In questa lettera compare uno dei motivi centrali di Leopardi ovvero quello del nulla annesso alla noia.
Questa percezione segna il passaggio nel 1819 dalle illusioni giovanili al vero, dalla poesia alla filosofia, dallo Stato antico a
quello moderno.
Il pensiero
La natura benigna
Tutta l’opera leopardiana si fonda su un sistema di idee continuamente sviluppate il cui processo di formazione si può seguire
attraverso lo Zibaldone.
Inizialmente Leopardi identifica la felicità con il piacere sensibile e materiale.
Ma l’uomo non desidera un piacere bensì il piacere, aspira cioè un piacere che sia infinito per estensione e durata.
Pertanto siccome nessuno dei piaceri può soddisfare questa esigenza nasce negli uomini un senso di insoddisfazione
perpetua.
L’uomo è dunque per Leopardi necessariamente infelice.
Ma la natura, che in questa prima fase è concepita come una madre benigna, è attenta al bene delle sue creature e ha voluto
sin dalle origini offrire un rimedio all’uomo ovvero l’immaginazione e le illusioni.
Per questo gli uomini primitivi e gli antichi greci e romani essendo più vicini alla natura (come lo sono i fanciulli) erano felici
perché ignoravano la loro reale infelicità. Il progresso della civiltà e la ragione hanno allontanato l’uomo dalla condizione
privilegiata di felicità perché lo hanno messo di fronte al vero.
Il pessimismo storico
La prima fase del pensiero leopardiano è tutta costruita sull’antitesi tra natura e ragione, tra antichi e moderni.
Gli antichi nutriti di illusioni erano:
-capaci di azioni eroiche
-più forti fisicamente e moralmente
-più attiva e ciò contribuiva a far dimenticare il vuoto dell’esistenza
-superiori nella vita civile, nelle virtù e nella cultura.
Il progresso della civiltà moderna ha portato infelicità.
La colpa dell’infelicità è dell’uomo perché si è allontanato dalla natura.
Da questa concezione ne deriva la tematica civile e patriottica che caratterizza le prime canzoni leopardiane.
Ne deriva un atteggiamento titanico, il poeta sfida il fato maligno.
Questa fase del pensiero leopardiano è stata designata con la formula pessimismo storico, nel senso che la condizione
negativa del presente viene vista come un effetto di un processo storico.
Nonostante questo Leopardi è già consapevole del fatto che la vera condizione dell’uomo è l’infelicità.
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La natura malvagia
Questa concezione della natura benigna entra in crisi.
Leopardi si rende conto che più che al bene dei singoli individui la natura mira alla conservazione della specie e per questo
può sacrificare il bene del singolo.
Ne deduce che il male rientra nel piano della natura.
È la natura che ha messo nell’uomo il desiderio di felicità infinita senza dargli i mezzi per soddisfarlo.
Leopardi cerca di uscire da queste contraddizioni e attribuisce la responsabilità del male al fato quindi ne deriva una
concezione dualistica:
-natura benigna
-fato maligno.
Arriva la soluzione di queste contraddizioni nel “Dialogo della natura e di un islandese“.
Leopardi concepisce la natura non più come madre amorosa ma come meccanismo cieco indifferente alla sorte delle sue
creature.
È una concezione non più finalistica (la natura opera per un fine ovvero il bene delle sue creature) ma meccanicistica e
materialistica (la realtà è materia regolata da leggi meccaniche).
L’uomo è vittima della natura.
Viene superato il dualismo che si creava tra natura e fato perché alla natura vengono attribuite la malvagità che prima era
del fato.
Muta anche il senso dell’infelicità umana, prima era assenza del piacere mentre adesso è dovuta soprattutto ai mali esterni.
Il pessimismo cosmico
Se causa dell’infelicità è la natura in ogni tipo di società gli uomini sono infelici.
Al pessimismo storico della prima fase subentra un pessimismo cosmico nel senso che l’infelicità non è legata a condizioni
storiche ma è una condizione assoluta.
Se l’infelicità è un dato di natura è inutile lottare contro essa, subentra infatti in Leopardi un atteggiamento contemplativo,
ironico, distaccato e rassegnato.
La poetica del vago e indefinito
La teoria del piacere elaborata nel 1820 costituisce il nucleo della sua filosofia pessimistica e dall’altro è il punto d’avvio
della sua poetica.
Se nella realtà il piacere infinito è irraggiungibile l’uomo può figurarsi piaceri infiniti solo mediante l’immaginazione.
Ciò che stimola l’immaginazione a costruire una realtà parallela è tutto ciò che è vago e indefinito.
Si viene a costituire:
- teoria della visione, ovvero provocano piacere all’uomo idee vaghe e indefinite (vista impedita da un ostacolo, giochi di luce,
paesaggi di cui non si vede la fine).
- teoria del suono, ovvero una serie di suoni suggestivi perché vaghi (canti provenienti dall’esterno, muggito che echeggiano
per le valli, il suono del vento).
Il bello poetico
A questo punto si verifica la svolta fondamentale, la teoria filosofica dell’indefinito si fonde alla teoria poetica.
Il bello poetico consiste nel vago e indefinito (parole che suscitano idee indefinite come lontano, antico, notte, ultimo, eterno).
Leopardi aggiunge poi una considerazione: queste immagini sono suggestive perché evocano sensazioni che ci hanno
affascinati da fanciulli.
La rimembranza diviene poetica della rimembranza, ovvero la poesia è il recupero della visione immaginosa della fanciullezza
attraverso la memoria.
Antichi e moderni
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Leopardi osserva che maestri della poesia vaga e indefinita erano gli antichi perché erano immaginosi come fanciulli.
Ai moderni che si sono allontanati dalla natura per colpa della ragione la poesia di immaginazione è ormai preclusa.
Leopardi però non si rassegna e non esclude il carattere immaginoso dei suoi versi.
“La teoria del piacere” (Zibaldone)
Esprime le riflessioni sul piacere e l’indefinito.
Non c’è nessun piacere che possa eguagliare il desiderio del piacere.
La forza immaginativa può figurarsi piaceri che non esistono.
Solo l’immaginazione e le illusioni possono rendere gli uomini felici.
Leopardi rappresenta la natura come benigna in quanto essa ha fornito l’immaginazione agli uomini.
È presente un’accusa all’Illuminismo che ha portato i moderni all’infelicità.
“Il vago, l’indefinito e le rimembranze della fanciullezza” (Zibaldone)
Secondo Leopardi la memoria (attraverso il ricordo) non riporta all’uomo le esperienze che ha vissuto così come le ha
vissute ma opera dei cambiamenti.
Inoltre Leopardi sottolinea che “se da fanciulli abbiamo visto una pittura che ci ha spinto verso l’infinito da adulti
ricordandola proveremo piacere ma non sarà più simile a quello provato da fanciulli”.
Ciò che ci attrae da adulti non è altro che è un ricordo della fanciullezza.
“Indefinito e infinito” (Zibaldone)
Secondo Leopardi l’indefinito provoca all’uomo un piacere che lo spinge verso l’infinito.
“Il vero è brutto” (Zibaldone)
Il passato e il futuro sono più belli del presente.
“Teoria della visione” (Zibaldone)
Secondo Leopardi è piacevole ciò
-che lo sguardo non scorge in modo preciso
-qualcosa di infinito in estensione
-udire molti suoni o molte immagini mescolate.
Ricordanza e poesia (Zibaldone)
Corrispondenze di immagini poetiche, teoria della visione.
“Suoni indefiniti” (Zibaldone)
teoria del suono, la bellezza dei suoni indefiniti (riferimento a La sera del dì di festa).
“La doppia visione” (Zibaldone)
Quando un oggetto è coperto in parte da un qualcosa che ostacola la vista, l’immaginazione può lavorare e creare idee vaghe
indefinite.
Quindi gli occhi o le orecchie percepiscono qualcosa ma l’immaginazione crea altro.
Questo provoca un piacere all’uomo che somiglia alla felicità.
“La rimembranza” (Zibaldone)
Non sempre le cose del passato che ricordiamo sono vere, la nostra mente potrebbe averle rese più piacevoli.
Il ricordo è un altro strumento che come l’immaginazione ci permette di andare aldilà della triste realtà e di navigare
nell’infinito.
Leopardi e il romanticismo
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Il classicismo romantico di Leopardi
La teoria del vago e indefinito è indispensabile per capire la posizione di Leopardi nei confronti della nuova poetica
romantica.
La formazione di Leopardi era stata classicistica perciò Leopardi avrebbe dovuto prendere posizione contro le tesi
romantiche.
In realtà le sue posizioni sono molto originali rispetto a quelle dei classicisti.
Per lui la poesia è soprattutto espressione di spontaneità, di un mondo interiore immaginoso e fantastico proprio dei primitivi
e dei fanciulli.
Per questo critica:
- il classicismo accademico e pedantesco
- al romanticismo l’artificiosa ricerca dello strano, dell’orrido.
Leopardi propone dunque i classici modelli con uno spirito romantico.
Leopardi, il romanticismo italiano e il romanticismo europeo
Leopardi privilegia soprattutto la lirica intesa come espressione immediata dell’io.
È vicino a romanticismo per una serie di motivi come:
-propensione verso l’infinito
-esaltazione della soggettività
-titanismo
-conflitto illusione/realtà
-senso del dolore cosmico.
Va precisato che Leopardi ha maggiore affinità con i romantici nella prima fase in cui accoglie l’idea di natura benigna.
La svolta del 1824 (concezione della natura maligna) segna un distacco dal romanticismo.
La poesia di Leopardi si distacca da quella dei romantici per una serie di assenze: esotismo, culto per il medioevo, ricerca del
macabro.
I canti
Il periodo successivo alla conversione “dall’erudizione al bello” del 1816 fino alla grande crisi del 1819 è ricco di esperimenti
letterari.
Molti progetti rimangono bozze e vengono abbandonati.
Nel 1826 stampa una raccolta di versi sotto il titolo di Idilli.
Nel 1831 raccoglie canzoni, versi e alcuni lavori giovanili e al volume dai il nome di Canti.
Questa è la 1 edizione dell’opera poetica fondamentale di Leopardi.
Seguirà poi una 2 edizione del 1835 e una 3 del 1845.
Il titolo rimanda il carattere lirico di queste poesie che derivano dalla soggettività dell’autore anche quando trattano temi
civili o filosofici.
Le canzoni
Le canzoni sono componimenti classicistici che utilizzano un linguaggio aulico.
Le prime 5 affrontano la tematica civile.
La base è costituita dal pensiero del pessimismo storico e sono animate da spunti polemici contro l’età presente.
Diverse sono le canzoni della seconda fase.
“Alla primavera” per esempio è una rievocazione nostalgica delle favole antiche e di quella visione fanciullesca immaginosa
che era propria dell’antichità.
Gli idilli
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Un carattere diverso dalle canzoni presentano gli idilli, sia nelle tematiche che sono intime e autobiografiche, sia nel
linguaggio che è più semplice.
La parola idillio deriva dal greco e significa quadretto.
Il termine idillio inizialmente indicava sia componimenti ambientati in un mondo pastorale idealizzato ma faceva anche
riferimento solo alla brevità dei testi.
Leopardi definì gli Idilli come espressione di sentimenti, affezioni, avventure del suo animo.
Negli Idilli narra momenti essenziali della sua vita interiore.
Il Risorgimento e i Grandi idilli del 1828-1830
Chiusa la stagione delle canzoni e degli Idilli comincia per Leopardi un silenzio poetico che durerà fino al 1828.
Lo stesso lamenta la fine delle illusioni giovanili che lo porta a sprofondare nell’aridità d’animo.
Non scrive più poesia, intende dedicarsi all’investigazione dell’arido-vero, cioè la filosofia.
Il frutto letterario più rilevante sono le Operette morali del 1824.
È anche la fase che corrisponde al passaggio al pessimismo assoluto.
Ne deriva un abbandono degli atteggiamenti titanici e una disposizione più distaccata e ironica nei confronti della realtà.
Una svolta si verifica nel periodo relativamente felice trascorso a Pisa.
Il poeta assiste a un risorgimento delle sue facoltà di sentire nell’aprile del 1828 quando scrive “A Silvia”.
Tornato a Recanati il felice momento non si interrompe nemmeno nei 16 mesi di notte orribile.
I componimenti nati in questa fase riprendono lo stile degli Idilli del 1819-1821: illusioni, speranze, rimembranze, linguaggio
limpido.
Per questo i canti del 1828-1830 vengono definiti Grandi idilli.
La distanza dei primi idilli
Questi componimenti non sono la semplice ripresa della poesia di 10 anni prima.
Sono presenti esperienze decisive, maggiore consapevolezza del vero, costruzione di un sistema filosofico fondato su un
pessimismo assoluto.
Perciò se la memoria recupera dal passato l’illusione, la speranza, le immagini e le sensazioni, queste sono rarefatte e
perdono ogni corposità materiale.
Essendo create dalla memoria queste immagini sono sfocate e costantemente accompagnate dalla consapevolezza del
dolore, del vuoto dell’esistenza e della morte.
I grandi idilli sono costituiti da un equilibrio fra l’immaginazione e il vero.
Non compaiono fremiti, disperazione e senso di rivolta.
Leopardi ha un atteggiamento di contemplazione ferma e di lucido dominio razionale.
Coerente è il linguaggio che non presenta più espressioni intense e patetiche ma è più misurato.
Nuova rispetto ai primi Idilli e anche la metrica, Leopardi non usa più l’endecasillabo sciolto ma strofe di endecasillabi e
settenari che si succedono senza alcuno schema fisso.
Questa libertà metrica asseconda perfettamente la vaghezza e l’indefinitezza delle immagini.
Il ciclo di Aspasia
Dopo il 1830 e dopo l’allontanamento definitivo da Recanati è presente la nuova svolta.
Leopardi resta sempre aggrappato al pessimismo assoluto ma ristabilisce un contatto diretto con i problemi del suo tempo.
L’apertura si verifica anche sul piano umano, a Firenze nasce l’amicizia con Antonio Ranieri e in questi anni si verifica la prima
vera esperienza amorosa di Leopardi che non è più l’amore adolescenziale ma un’autentica passione.
La delusione che ne deriva segna la fine dell’inganno estremo che aveva creduto eterno: l’amore.
Nasce il cosiddetto ciclo di Aspasia (Aspasia era l’amata di Pericle) costituito da 5 componimenti.
La poesia è severa e il linguaggio è aspro, si tratta di una vera e propria nuova poetica.
Polemica contro l’ottimismo progressista
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Si instaura in questo periodo un rapporto intenso con le correnti ideologiche del tempo.
La critica di Leopardi si indirizza contro tutte le ideologie ottimistiche che esaltano il progresso e contro le tendenze di tipo
spiritualistico e neo-cattolico che si erano affermate nel periodo della Restaurazione.
A queste ideologie Leopardi contrappone concezioni pessimistiche che escludono ogni miglioramento della condizione
umana.
Allo spiritualismo di tipo religioso che cerca consolazione nell’aldilà Leopardi contrappone il duro materialismo che nega ogni
speranza di un’altra vita.
La ginestra e l’idea leopardiana di progresso
Con la ginestra, ovvero un testamento spirituale di Leopardi, si ha la chiusura del suo percorso poetico.
Il componimento ripropone la polemica antiottimistica e antireligiosa.
Però qui è presente la possibilità di un progresso civile.
La consapevolezza della condizione umana, in cui la natura è la vera nemica, può indurre gli uomini a unirsi per combatterla.
La filosofia di Leopardi in questo periodo si basa sulla solidarietà fraterna degli uomini.
“L’infinito” (Canti)
La poesia si articola in 2 momenti.
1. l’avvio è dato da una sensazione di impossibilità della visione (siepe che chiude lo sguardo).
L’impedimento della vista che esclude il reale fa subentrare il fantastico.
2. l’immaginazione prende avvio da una sensazione uditiva ovvero lo stormire del vento tra le piante.
Questo suono viene paragonato all’infinito silenzio dell’oblio.
L’io annega nell’immensità dell’infinito fino a perdere la sua identità.
Se la coscienza rappresenta il vero (infelicità), lo spegnersi della coscienza rappresenta il piacere.
In questa poesia non è presente nessun accenno a una dimensione soprannaturale.
“La sera del dì di festa” (Canti)
La prima parte si apre con la rappresentazione della notte.
“Dolce e Chiara” indicano una sensazione e poi una visione (poetica del vago e dell’indefinito).
Secondo Leopardi nel trattare poeticamente le immagini vaghe e indefinite erano maestri gli antichi.
Come si può notare questa immagine notturna riprende la letteratura classica (Petrarca).
Leopardi è convinto che nel mondo moderno la poesia immaginose e fanciullesca degli antichi non sia più possibile per colpa
dell’avanzamento della civiltà e della ragione.
Nel suo tempo è solo praticabile una poesia
sentimentale nutrita di filosofia.
Nel corpo della poesia si colgono 2 temi fondamentali:
-contrapposizione tra 2 figure giovanili, ovvero quella della fanciulla che si abbandona fiduciosa alle gioie e alle speranze, e
quella del poeta che la natura ha creato per essere infelice.
Nella seconda parte è presente un tema a prima vista molto lontano, ovvero il passare di tutte le cose.
È presente un’altra sensazione vaga e indefinita che fa riferimento al tempo che scorre, ovvero il canto solitario che risuona
nella notte e richiama il passare del giorno festivo.
Di qui nasce la riflessione sulla gloria dei popoli antichi che è scomparsa nell’oblio attuale.
“A Silvia” (Canti)
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La Silvia che è protagonista della lirica è stata identificata con Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta
giovanissima di tubercolosi circa dieci anni prima.
Il nome “Silvia” crea un gioco fonico con “salivi”, ultima parola della prima strofa.
Silvia diventa il simbolo della giovinezza, dell’amore, del vago fantasticare, interrotti troppo presto dalla morte, che fa
cessare miseramente tutte le illusioni.
Infatti, ciò che la unisce al poeta non è una storia d’amore, bensì è la comune condizione giovanile, fatta di speranze e sogni
destinati ad essere ben presto delusi. La morte di Silvia, il suo “cadere” rappresentano anche la morte di ogni speranza ed
illusione giovanile del poeta.
Tutto il componimento è pervaso dalla vaghezza e dal senso di indefinito, infatti non vi sono descrizioni.
L’’unico particolare concreto cui si accenna è lo sguardo ridente e luminoso.
Anche l’ambiente circostante è rarefatto e caratterizzato solo da pochi aggettivi.
La poesia è resa possibile soltanto dal filtro del ricordo che rende le immagini sfocate, quindi “vaghe e indefinite”.
La finestra, come la siepe de “L’infinito”, infatti, limita il contatto con il reale, scatenando l’immaginazione.
Tuttavia, anche se la poesia si chiude con l’immagine della morte, è pervasa da immagini di vita e di gioia, poiché Leopardi
vuole ribellarsi contro la natura “matrigna”.
Netta la contrapposizione anche nell’uso dei tempi verbali:
-imperfetto caratterizza le strofe del ricordo indefinito, strofe 1, 3 e 5
-presente quelle dell’amara constatazione del dolore, la 4 e la 6.
Nelle strofe del ricordo, la sintassi è piana e limpida, in quelle di riflessione è più tesa, ricca di interrogative retoriche e di
esclamazioni.
Molte sono le parole appartenenti al linguaggio del “vago e indefinito”.
inoltre sono presenti allitterazioni delle lettera V, T, L, M e VI.
“Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” (Canti)
Lo spunto del componimento deriva da un articolo letto su una rivista del 1826 riguardante le abitudini e i canti malinconici
dei pastori asiatici.
Leopardi non parla in prima persona, ma affida le sue riflessioni a un pastore, un uomo semplice proveniente da una terra
lontana e non ben definita, il quale analizza filosoficamente la sua infelicità e quella universale, facendosi portavoce della
sofferenza provati da ogni uomo.
La luna è vicina da invitare al dialogo, ma anche distante e muta infatti non risponde mai agli interrogativi posti dal pastore.
Altri interlocutori sono gli animali, il gregge, invidiato dal pastore perché non cosciente dell’infelicità cosmica.
La vita appare come un cammino faticosissimo verso la morte.
Lo stile del componimento presenta molti termini “vaghi e indefiniti”, ritmo fluido, struttura sintattica chiara, ma è assente la
memoria delle illusioni giovanili.
“Il passero solitario” (Canti)
Tutta la poesia è costruita su una similitudine tra il comportamento del passero e quello del poeta.
Il passero trascorre solitario la primavera, cosi Leopardi trascorre solo e incompreso nel suo luogo natale, la giovinezza.
Ma il passero non avrà rimpianti, perché ha vissuto secondo natura, mentre il poeta sente che, se giungerà alla vecchiaia,
rimpiangerà le gioie di cui non ha goduto. Anche la struttura della poesia è simmetrica:
-1 strofa è dedicata al passero e alle sue abitudini di vita
-2 strofa al poeta, la cui condizione è assimilabile a quella del passero
-3 strofa svolge il confronto, opponendo la vecchiaia di entrambi: per il passero è solo la parte finale della vita mentre per il
poeta sarà fonte di pentimenti e rimpianti.
La giovinezza non è vista attraverso il filtro del ricordo, come in altri idilli, ma rivissuta (si noti l’uso dell’indicativo presente)
come se fosse ancora attuale.
Anche in questo componimento sono molte le immagini “vaghe e indefinite”.
“A se stesso” (Canti)
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É il più riuscito dei canti del "ciclo di Aspasia".
Tutta la poesia è una sorta di colloquio tra il poeta e il proprio animo.
I motivi del colloquio sono 3:
- constatazione del disinganno
- consapevolezza della rinuncia a ogni illusione
- denuncia del malvagio potere della natura.
Nel canto si manifesta la disillusione dopo la fine dell'amore per Fanny.
Da ciò deriva un invito a non illudersi più, ad abbandonare per sempre l'illusione che esista qualcosa nella realtà che sia
degno di amore.
Nel genere umano le illusioni e la speranza sono finite. Capisce che il fato non ha concesso altro che la morte.
Si dispera un'ultima volta e disprezza se stesso, la natura, il potere ascoso del male e l'infinita inutilità di tutto.
In questa poesia sono presenti numerosissimi enjambement.
Il lessico si riduce ad una scarna successione di verbi e sostantivi.
Le Operette morali e l’arido vero
Nel 1824 di ritorno da Roma dopo essere per la prima volta uscito dalla prigione e aver subito una delusione Leopardi si
dedica alla composizione delle Operette morali.
Le operette morali sono prose di argomento filosofico ma non si tratta di filosofia teoretica, lo scrittore si prefigge un fine
pratico ovvero scuotere la sua patria e il suo secolo.
Il diminutivo “operette” indica:
- il taglio breve dei testi
- l’impostazione lontana dalla serietà.
È presente un tono più lieve che faccia leva sul comico e sull’ironia.
Molte delle operette sono dialoghi in cui gli interlocutori sono:
-personaggi mitici o favolosi
-personaggi storici
-personaggi storici mescolati con esseri bizzarri o fantastici.
In alcune operette la forma utilizzata è quella narrativa.
In altri casi si hanno prose liriche.
Da questa rassegna risulta la varietà dell’invenzione fantastica di Leopardi.
“Dialogo della natura e di un islandese” (Operette morali)
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Il protagonista è un Islandese, viaggiatore, che decide di compiere un viaggio in Africa, nella sua parte più sconosciuta e
inospitale.
Come già capitato a Vasco De Gama, che nel passare nell’isola di Pasqua si era imbattuto in un mostro, così l’Islandese si
imbatte in un’enorme figura di donna in carne ed ossa, la personificazione della Natura.
L’Islandese ha iniziato il suo viaggio proprio per sfuggire alla natura.
L’Islandese si dilunga quindi ad elencare le pene e i travagli che ogni giorno affliggono gli uomini.
L’islandese pensa che l’unico modo per sfuggire al dolore sia ritirarsi a vivere una vita solitaria.
Ma come per l’olandese ma vita solitaria non è servita a migliorare le sue condizioni di vita.
L’Islandese racconta quindi di aver deciso di abbandonare l’Islanda per andare alla ricerca un posto più ospitale per vivere ma
ovunque si è recato viveva in ostilità con l’ambiente.
L’Islandese si sofferma anche sul tema dell’odiosa vecchiaia, evento non accidentale ma destinato a tutti, che riguarda buona
parte della vita e rappresenta il cumulo massimo di tutti i mali.
L’Islandese arriva quindi ad accusare la Natura di essere nemica del genere umano, e l’unica responsabile dell’umana
infelicità.
La Natura, impassibile, risponde che nel suo agire vi è totale indifferenza per la condizione umana, sia di felicità che di
infelicità.
L’Islandese replica domandando alla natura perché mai abbia deciso di dargli la vita se poi non si cura di evitargli avversità e
patimenti.
La natura risponde affermando che “la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione”.
Unico suo compito è di garantire l’eternità di questo processo di vita e di morte dove morte e patimento sono necessari alla
conservazione del mondo.
L’Islandese rivolge l’ultima domanda alla Natura chiedendole a chi giovi tutto questo.
Questa domanda rimane in sospeso ed il racconto giunge ad una conclusione grottesca: due leoni affamati, sbranano
l’Islandese.
Ciò permetterà ai leoni di poter sopravvivere ancora per un solo giorno, rivelando l’inutilità della vita dell’islandese.
In alternativa viene prospettata un’altra versione dei fatti in cui l’Islandese travolto dal vento muore sotto la sabbia, ed in
seguito si trasforma in una mummia ed esposto in un museo.
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