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Il volume raccoglie gli atti del convegno dedicato a Giulio Fagnani, un matematico, filosofo e poeta marchigiano, evidenziando il suo contributo alla cultura e alla scienza tra il XVII e il XVIII secolo. Attraverso biografie e ricerche, il documento mira a riscoprire la figura di Fagnani e il suo impatto sulla comunità, sottolineando l'importanza della cultura come patrimonio collettivo. La pubblicazione rappresenta un'opportunità per riflettere sulla nostra identità storica e culturale in un contesto attuale segnato da sfide sociali.

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Il volume raccoglie gli atti del convegno dedicato a Giulio Fagnani, un matematico, filosofo e poeta marchigiano, evidenziando il suo contributo alla cultura e alla scienza tra il XVII e il XVIII secolo. Attraverso biografie e ricerche, il documento mira a riscoprire la figura di Fagnani e il suo impatto sulla comunità, sottolineando l'importanza della cultura come patrimonio collettivo. La pubblicazione rappresenta un'opportunità per riflettere sulla nostra identità storica e culturale in un contesto attuale segnato da sfide sociali.

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QUADERNI DEL CONSIGLIO REGIONALE DELLE MARCHE


GIULIO FAGNANI
MATEMATICO, FILOSOFO E POETA
I “Quaderni del Consiglio Regionale” delle Marche hanno ormai
conquistato il ruolo di collettore dei fermenti culturali del nostro
vivace territorio e di cassa di risonanza per le frequenti iniziative di
ricerca, riscoperta e divulgazione legate ai marchigiani che si sono
distinti nei campi delle arti, delle lettere, delle scienze, della politi-
ca e dell’impegno civile.
Le biografie di questi uomini illustri forniscono i tasselli funzio-
nali alla composizione di quel policromo e prezioso mosaico che è
la nostra identità regionale, da considerare nella sua specificità non
già per alimentare uno sterile orgoglio municipalistico o regionali-
stico, ma per arrivare piuttosto a cogliere il contributo originale che
i talenti partoriti dalla nostra terra hanno dato alle vicende e alle
conquiste dell’Italia e dell’Europa.
Il presente volume, dedicato agli atti del convegno di studi
“Giulio Fagnani: matematico, filosofo e poeta”, si qualifica come
un progetto che vede l’istituzione scolastica produrre il suo massi-
mo sforzo nel momento in cui la finalità didattica e di trasmissione
di conoscenze e valori va di pari passo ad un’accurata opera di in-
dagine, di approfondimento e di organizzazione dei contenuti che
costituiscono la struttura portante della promozione culturale.
Si tratta, in altri termini, quasi di una dimostrazione di coeren-
za nei confronti del poliedrico ingegno di Giulio Fagnani (1682-
1766), che nei diversi campi dello scibile umano si cimentò offren-
do il proprio contributo di progresso, ma soltanto dopo essere stato
egli stesso consumatore onnivoro e appassionato del sapere.
Questa pubblicazione ci consegna il ritratto di una figura intel-
lettuale di indubbio spessore, che merita di essere riportata all’at-
tenzione dei contemporanei non solo per gli alti esiti dei suoi studi
di natura scientifica o per le sorprendenti doti poetiche, ma anche,
e verrebbe da dire soprattutto, per la grande fiducia da lui riposta
nella ragione come strumento di crescita sociale ed etica, nella con-
vinzione che la cultura fosse patrimonio inestimabile da custodire
e quindi da accrescere con il contributo di tutti e nell’interesse di
tutti.
Una lezione importante in un frangente storico come quello che
stiamo vivendo, venato di irrazionalismi, individualismi e sottopo-
sto a spinte centrifughe che mettono in discussione il concetto stes-
so di comunità, che vive invece nell’opera di Fagnani come presup-
posto ideale e fine ultimo del suo impegno intellettuale e morale.

Antonio Mastrovincenzo
Presidente del Consiglio Regionale delle Marche
INDICE

Rita Bigelli
Dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo “Senigallia-Centro”......... pag. 11
Rosanna Pettinelli
Custode generale dell’Accademia dell’Arcadia................................... pag. 13
Premessa di Chiara Pietrucci e Silvia Serini
curatrici................................................................................... pag. 15
Leonardo Marcheselli
Riscoprire Giulio Carlo Fagnani ............................................ pag. 19
Luca Rachetta
Fagnani e la società letteraria del suo tempo .......................... pag. 29
Chiara Pietrucci
Inediti di Fagnani all’Antonelliana di Senigallia...................... pag. 37
Fabrizio Chiappetti
La filosofia della natura di Fagnani......................................... pag. 45
Paolo Cingolani
La lemniscata e altre curve celebri .......................................... pag. 55
Mariella Bonvini Triani
Le mie esperienze didattiche alla “Fagnani”............................ pag. 79
Silvia Serini
Le carte raccontano. La storia della scuola “Fagnani”
attraverso il suo archivio......................................................... pag. 99
Anna Indipendente
Fagnani nel diario di viaggio di Giovanni Bianchi.................. pag. 117
Profili degli autori.................................................................. pag. 133
Indice dei nomi...................................................................... pag. 135
GIULIO FAGNANI
MATEMATICO, FILOSOFO E POETA

Atti del Convegno di studi


(Senigallia 18 maggio 2016)

a cura di
Chiara Pietrucci e Silvia Serini
Presentazione

Spesso i nomi assegnati alle scuole appartengono a personaggi che


si sono distinti nel campo delle arti, delle scienze e della politica e
che costituiscono un patrimonio prezioso per la nazione intera. Tali
personaggi hanno un profondo legame con le vicende passate della
città o del piccolo centro che, a suo tempo, decise di perpetuare
una parte significativa della propria storia affidandone la custodia al
luogo deputato alla formazione e all’educazione dei cittadini.
Ma, come è noto, le vestigia del passato, potenzialmente assai
eloquenti, rischiano di rimanere mute se non si provvede a far loro
le domande appropriate, ossia quelle da cui scaturiscono le giuste
risposte, in grado di ricostruire l’albero genealogico e la biografia
familiare di un territorio.
Per questo ci è parso opportuno che la nostra scuola, collocata
nel centro storico di Senigallia e che porta il nome di un illustre
concittadino di cui quest’anno ricorre il 250° anniversario della
morte, si impegnasse a trovare le giuste parole per formulare la do-
manda di cui tutte le altre sono corollario: chi era Giulio Fagnani?
La risposta a tale quesito è stata fornita dal convegno di studi
celebrato il 18 maggio di quest’anno, giorno della morte di Fagna-
ni, e viene riproposta, arricchita di nuovi contributi, nella presente
pubblicazione, la cui lettura ci presenta la figura di un personag-
gio poliedrico, ricco di talenti e impegnato ad applicare il proprio
ingegno non solo nel campo della matematica, in cui ha raccolto
maggiore considerazione, ma anche in campo filosofico e soprat-
tutto letterario, come ci testimoniano opere fino ad oggi quasi sco-
nosciute ma dagli esiti estetici sorprendentemente alti. Una pubbli-
cazione che ci parla anche della scuola “Fagnani”, della sua storia

– 11 –
emersa dall’indagine svolta negli archivi e dal ricordo degli anni
giovanili ancora vivo in molti senigalliesi, a loro tempo docenti o
studenti. Grazie al generoso patrocinio della Regione Marche, che
ringraziamo per l’interesse manifestato sin dall’inizio nei confronti
del progetto di edizione degli Atti del Convegno dedicato a Giulio
Fagnani, il nostro lavoro ha l’opportunità di parlare, con modestia
ma in modo appassionato, a tutto il territorio, offrendo l’occasione
di togliere un po’ di polvere sedimentatasi sul passato per distingue-
re più nitidamente il presente, ovvero il frutto della nostra identità
storica e culturale.

[Link] Rita Bigelli


Dirigente scolastico I. C. “Senigallia Centro”

– 12 –
Sono ben lieta di inviare il saluto ufficiale dell’Accademia dell’Ar-
cadia in occasione del Convegno su Giulio Fagnani matematico,
filosofo e poeta. È significativo e rilevante per la nostra Accademia
che venga ricordato a 250 anni dalla morte un Arcade illustre, un
intellettuale i cui molteplici interessi danno lustro alla città che gli
ha dato i natali e all’Arcadia di cui è stato membro.
Auguro un felice esito al convegno a lui dedicato e buon lavoro
a tutti coloro che vi prenderanno parte.

[Link] Rosanna Pettinelli


Custode Generale dell’Accademia dell’Arcadia

– 13 –
Premessa1

Riscoprire Giulio Fagnani


Il biografo Angelo Calogerà descrive Giulio Carlo Fagnani come
un uomo di carnagione chiara, biondo e con la barba castana, snel-
lo e di media statura, il viso dalla fronte ampia, il naso tendente
all’aquilino, gli occhi azzurri e vivaci e il volto segnato dal vaiolo.
Non volendo soffermarsi soltanto sui caratteri fisici, Calogerà,
della cerchia dell’erudito bresciano Mazzuchelli, prosegue elencan-
done le qualità morali, dalla sobrietà alla discrezione, al coraggio.
Come emerge dal carteggio con l’amico matematico Guido Gran-
di, Fagnani era un nottambulo: soltanto alle prime luci dell’alba,
dopo una lunga notte di studio, risolveva i quesiti e stendeva i te-
oremi.
Amava «geometrizzare per via di lettere», si legge in una lettera
a Grandi, ossia trattare per lettera argomenti di geometria e alge-
bra con i principali matematici del tempo, seppur ribadendo con
orgoglio la propria condizione di autodidatta, e per giunta tardivo.
Dopo una lunga discussione e molte proposte democraticamen-
te messe al voto, è stato scelto “matematico, filosofo e poeta” come
titolo per il nostro convegno. Questa bella definizione si legge sull’e-
pigrafe posta sulla facciata del palazzo familiare, in piazza Roma, in
cui nacque e morì l’illustre senigalliese. Allora, tuttavia, non erava-
mo consapevoli dell’effettiva dimestichezza del matematico Fagna-
ni con le muse Urania e Euterpe, protettrici rispettivamente della
poesia didascalica e lirica, oltre che Erato, tutelare della geometria.

1 Il paragrafo Riscoprire Fagnani si deve a Chiara Pietrucci, Un traguardo e un nuovo


inizio a Silvia Serini.

– 15 –
Il rinnovato interesse per la figura del matematico senigalliese ha
portato a nuovi percorsi di ricerca e nuove acquisizioni biografiche,
filologiche e critiche: sono stati approfonditi i suoi interessi filosofi-
ci, su tutti la propensione per la scienza nuova di Cartesio, Leibniz
e Newton, e poetici, in particolare con il ritrovamento di compo-
nimenti inediti del periodo giovanile e della maturità. Le ricerche
hanno dimostrato che non solo fosse autorevole matematico, so-
cio dell’accademia delle scienze di Berlino, stimato da Grandi, La-
grange e Boscovich, ma anche erudito impegnato in disquisizioni
filosofiche, teologiche e poetiche con gli intellettuali del tempo, tra
cui Nicolas Malebranche e Apostolo Zeno. Il percorso di riscoperta
è appena avviato e si auspica che possa condurre a nuovi risultati.

Un traguardo e un nuovo inizio


Le ricorrenze hanno di positivo la possibilità di approfondire
o riscoprire aspetti e protagonisti di un passato di cui a volte resta
soltanto un vago sentore, ma non quella familiarità che vorremmo.
Ecco allora che il 250° anniversario della morte del «filosofo, ma-
tematico e poeta» Giulio Carlo Fagnani ha costituito un’occasio-
ne preziosa per fare il punto sulla figura di questo illustre uomo di
cultura, a molti noto solo per essere colui al quale sono intitolati,
nella nativa città di Senigallia, la via e il palazzo omonimi e soprat-
tutto la scuola secondaria di primo grado del centro. Ed è stata non
a caso proprio la scuola “Giulio Fagnani”, con la sua dirigenza e i
suoi docenti, a farsi promotrice del convegno “Giulio Fagnani ma-
tematico, filosofo e poeta” tenutosi il 18 maggio 2016 presso l’Au-
ditorium San Rocco di Senigallia, che ha inteso porre al centro del-
la riflessione il profilo di un uomo le cui intuizioni e i cui testi non
soltanto hanno stimolato i contemporanei, ma continuano ancora
oggi a conservare fascino e modernità.
Il presente volume racchiude gli atti del convegno a lui de-
dicato, svoltosi alla presenza delle principali autorità cittadine e
scolastiche e segnato da una significativa e numerosa partecipa-
zione di pubblico. Sul palco si sono alternati, oltre alla flautista

– 16 –
Elena Solai e all’attore Mauro Pierfederici che hanno curato rispet-
tivamente la selezione e l’esecuzione di brani musicali dell’epoca e
la lettura di passi scelti dalle opere, sei qualificati relatori e relatrici
che a Fagnani, ai suoi lavori e alla vita dell’istituzione a lui intitola-
ta hanno dedicato i loro studi.
Si parte dal contributo di Luca Rachetta, che esamina la produ-
zione letteraria di Fagnani alla luce del contesto sei-settecentesco; si
prosegue con la ricerca di Chiara Pietrucci, che si è addentrata alla
scoperta degli scritti ancora inediti di Fagnani presenti presso la bi-
blioteca Antonelliana.
A Fabrizio Chiappetti è toccato il compito di guidarci all’in-
terno della complessa riflessione filosofica del senigalliese, mentre
Paolo Cingolani, dopo un articolato excursus sulle più celebri cur-
ve geometriche, ha focalizzato la sua attenzione sul profilo matema-
tico di Fagnani e sulla “sua” curva lemniscata. Chiudono il volume
gli interventi di Mariella Bonvini Triani, che ha raccontato le sue
esperienze didattiche e le ricerche condotte come docente proprio
sulla scia delle tracce di Fagnani e di colei che scrive la quale, rovi-
stando tra le carte d’archivio, ha riportato alla luce storie, episodi e
curiosità legate alla scuola “Fagnani”.
Alle sei relazioni si aggiungono, in questa sede, altri due lavori.
Quello, dalla valenza proemiale, di Leonardo Marcheselli, già mo-
deratore del convegno, che ci avvicina, attraverso una contestualiz-
zazione di tipo storico-biografico, al personaggio di Fagnani e quel-
lo conclusivo di Anna Indipendente, incentrato sull’incontro tra
Fagnani e il medico riminese Giovanni Bianchi.
Senza pretese di esaustività si licenziano queste pagine, con il de-
siderio che da esse si possa ripartire, complici o no altri anniversari,
alla scoperta di quel poliedrico personaggio “dal multiforme inge-
gno” che fu Giulio Carlo Fagnani.

C.P., S.S.

– 17 –
Riscoprire Giulio Carlo Fagnani

Leonardo Marcheselli

Già nel lontano 1890, a poco più di un secolo dalla morte di Giu-
lio Carlo Fagnani, avvenuta il 18 maggio 1766, l’illustre Getulio
Ghetti lamentava la sostanziale rimozione di ogni memoria di quel
grande perfino nella nativa Senigallia. Notava infatti che nulla era
stato fatto per ricordare il bicentenario della nascita di uno di cui
«dovrebbero, a gran ragione andar superbe non solo la città che gli
fu culla, e le Marche, ma eziandio l’Italia».1
Ghetti, che si occupava di epigrafia, forniva una pista di indagi-
ne per la riscoperta del conte Fagnani, e precisamente quella lapide
che si trovava (e si trova ancora) nella chiesa della Maddalena, a po-
chi passi dalla Piazza del Duomo e da quel palazzo della Dogana,
dove ha sede la scuola che successivamente a Fagnani fu intitolata.
In quella lapide in latino i figli «cum lacrimis» ricordavano il con-
te Giulio Carlo de’ Toschi di Fagnano, discendente dai signori del
castello di Fagnano, marchese di S. Onorio, membro dell’Ordine
costantiniano e patrizio romano e senigalliese, che era stato illustre
matematico, filosofo e poeta.2
E illustre lo era stato davvero, se si pensa alla fama da lui rag-
giunta con articoli celebri pubblicati sul «Giornale de’ Letterati d’I-
talia» ove trattava problemi matematici sulla lemniscata (la curva a
forma di otto rovesciato, ∞, riprodotta anche sulla lapide suddetta)
e sul problema di Taylor, accresciuta dalla stima che ebbero per lui

1 G. Ghetti, Cenni su la vita e le opere del conte Giulio Carlo Fagnani di Sinigaglia, Fa-
no, Sonciniana, 1890, p. 5.
2 Ibidem.

– 19 –
matematici come Boscovich, Lagrange ed Eulero, che dai suoi la-
vori sviluppò l’indagine sul campo degli integrali ellittici.3 Le Pro-
duzioni matematiche del conte Giulio Carlo di Fagnano, marchese de’
Toschi e di Sant’Onorio (con dedica a papa Benedetto XIV) furono
raccolte e pubblicate per la prima volta dall’autore a Pesaro, presso
la stamperia Gavelliana, nel 1750, e una seconda edizione è uscita a
Roma nel 1911, curata da una commissione costituita da Vito Vol-
terra, Gino Loria e Dionisio Gambioli.4

La famiglia Fagnani e Senigallia


La famiglia Fagnani era originaria del Bolognese: proveni-
vano forse dal castello di Serravalle (oggi comune di Valsamog-
gia) tra Bologna e Modena, dove si trova ancora la chiesa di san-
ta Maria Assunta di Fagnano o, più probabilmente, da quello di
Fiagnano, oggi distrutto, che sorgeva nei pressi di Casalfiuma-
nese, tra Bologna e Imola. Entrambe le località rivendicano an-
che la figura di Lamberto Scannabecchi, eletto al soglio pontificio
nel 1124 con il nome di Onorio II. Trasferitasi a Bologna, la fa-
miglia fiorì fino verso il 1341 quando si stabilì a Senigallia e abi-
tò tra Scapezzano e Roncitelli, zona in cui vivevano allora mol-
te famiglie patrizie «per isfuggire la malsana aria della città».5 Nel
1571 un Andrea Fagnani viene inviato come ambasciatore della
città a Bologna e molti esponenti della casata saranno nel tempo
membri del municipio, incluso lo stesso Giulio Carlo, gonfalo-
niere dal 1723.6 Nel corso dei secoli si imparenteranno con altre

3 Cfr. L. Pepe, La formazione filosofica e scientifica di Giulio Carlo de’ Toschi di Fagnano,
in Scienziati e tecnologi marchigiani nel tempo, «Quaderni del Consiglio regionale delle
Marche», V, 30 (2001), pp. 207-226.
4 G. C. Fagnani, Opere matematiche pubblicate sotto gli auspici della società per il pro-
gresso delle scienze, a cura di V. Volterra, G. Loria, D. Gambioli, 3 voll., Milano-
Roma-Napoli, Società editrice Dante Alighieri, 1912.
5 G. Mamiani, Commentario sul marchese Giulio Carlo Fagnani da Senigallia, matema-
tico del secolo XVIII, Pesaro, Annesio Nobili, 1825, p. 36.
6 Ibidem.

– 20 –
illustri famiglie senigalliesi, come i Mastai e i Benedetti Forastieri.7
Giulio Carlo Fagnani nasce a Senigallia da Giovanni Francesco
Fagnani e da Camilla Bartoli il 26 settembre 1682. Appartiene a un
ramo cadetto della famiglia (nei suoi primi scritti si qualifica patri-
zio di Senigallia) e verrà insignito del titolo di conte solo nel 1721
da Luigi XV come riconoscimento per i servizi militari resi dalla fa-
miglia ai Borboni: la fedeltà a questa dinastia sarà sempre una co-
stante per i Fagnani. Nel 1745 Benedetto XIV, riconoscendo la di-
scendenza dai Toschi di Fagnano, onora Giulio Carlo del titolo di
marchese e nel 1746 la casa di Fagnano viene inserita nella nobiltà
romana; infine Carlo di Borbone, nel 1749, nomina Giulio Carlo
marchese di Sant’Onorio.8
Grottanelli ci dice che Giulio Carlo era il secondo di tre figli –
gli altri erano Eleonora e Orazio –,9 ma poco o nulla si sa dei fra-
telli, al punto che il «Dizionario Biografico degli Italiani» lo ricorda
come figlio unico.10 Mente brillante già da giovanissimo, fu man-
dato a studiare a Roma al Collegio Clementino tenuto dai padri so-
maschi, come altri figli di famiglie nobili marchigiane. Fu attratto
dalla poesia e dalla letteratura e chiese – ottenendola – l’ammissio-
ne presso l’illustre accademia dell’Arcadia nella quale entrò col no-
me di Floristo Gnausonio. Da autentico umanista, si dedicò anche
alla filosofia, studiò Cartesio, nell’interpretazione del francese Ni-
colas Malebranche con cui fu in corrispondenza, e successivamente
Leibniz e Newton. Fu in Italia uno dei primi a leggere l’Essay con-
cerning the human Understanding di John Locke (1694), probabil-
mente in traduzione francese.

7 L. Grottanelli, La famiglia Fagnani di Senigallia, Firenze, Uffici della Rassegna


nazionale, 1906, pp. 6-12.
8 Pepe, La formazione filosofica, cit., p. 209.
9 Grottanelli, La famiglia Fagnani, cit., p. 7.
10 U. Baldini, Fagnano Giulio Carlo, «Dizionario biografico degli Italiani» (d’ora in
avanti DBI), XLIV (1994), pp. 189-192.

– 21 –
Tornato a Senigallia, sposò Francesca Conciatti, che gli diede
ben dodici figli e decise di abbandonare gli studi filosofici e teolo-
gici per indirizzarsi, come aveva fatto Malebranche, verso la mate-
matica.
Al tempo di Giulio Carlo, la famiglia abitava già nel palazzo che
sorge tuttora in piazza Roma, accanto al palazzo comunale; edifi-
ci che, secondo Grottanelli, erano rimasti incompiuti a causa di un
lungo contenzioso sulla proprietà del terreno (che si concluse con
un nulla di fatto) tra la famiglia Fagnani e il municipio.11 Le diffi-
coltà diplomatiche non gli impedirono di assolvere importanti fun-
zioni pubbliche, come l’assunzione della carica di gonfaloniere di
Senigallia nel 1723. Non fu un incarico semplice, perché

erasi attirato l’odio di alcuni concittadini, cui la sola malignità


avea sospinti ad ingiuriarlo. Eran costoro congiunti per sangue e
per cariche al Fagnani; e pur nondimanco ogni estro coglievano
per sopraffarlo. Giunse a tale il mal animo in quegli orgogliosi,
che non vollero seco lui mostrarsi a popolar festa, e protestarono
ad alta voce di lasciarlo solo nella pubblica e comune rappresen-
tanza. Ciò forte increbbe a lui capo del municipio; ma pure con-
tenne gli sdegni.12

Di carattere fumantino, Fagnani non sempre riuscì a «contene-


re gli sdegni» e in un’occasione arrivò anche a snudare la spada in
consiglio comunale. I suoi oppositori tacquero, anzi si scusarono,
ma continuarono a cospirare contro di lui, aspettando l’occasione
per fargliela pagare. Il momento opportuno si presentò in seguito
all’assunzione dell’incarico di console per il Regno di Napoli e per
quello di Spagna, vista la devozione che la famiglia aveva sempre
avuto per i Borboni. Nel marzo 1744, durante la guerra tra Austria
e Spagna per il possesso del Regno di Napoli, Fagnani, nella sua ve-

11 Grottanelli, La famiglia Fagnani, cit., p. 3.


12 Mamiani, Commentario, cit., p. 13.

– 22 –
ste di console, alloggiò nella sua casa le truppe spagnole e quando,
dopo la loro partenza, giunsero gli Austriaci, il principe Lobkowitz

cedendo ai pravi suggerimenti de’ suoi malevoli, intimò al Fagnani


di abbandonare infra due ore la patria. Obbedì egli e ricoverossi in
Roncitelli, dove sostenne oltre a dieci mesi l’esilio. E fu questa po-
tentissima cagione che tra per lo mal animo, e le privazioni delle
cose domestiche non solo interrompesse gli studi, ma peggiorasse
il suo temperamento.13

L’episodio riveste una certa importanza non solo per il fatto in


sé, ma anche perché Fagnani ne parla in una lettera, datata 6 mag-
gio 1744, e indirizzata all’amico monsignore Nicola Antonelli, non
ancora cardinale, ma già stretto collaboratore di papa Benedetto
XIV. Antonelli è una figura fondamentale per la storia di Senigallia,
per il lascito della sua ricca raccolta di libri, che costituisce il nu-
cleo della biblioteca che porta il suo nome e per i suoi buoni uffici
per ottenere dal pontefice l’approvazione per l’ampliamento sette-
centesco della città. Benedetto XIV, tra le altre cose, lo incaricò di
chiedere a Fagnani di dirimere una questione sulla stabilità della
cupola di San Pietro. È forte il sospetto che l’idea fosse stata pro-
prio di Antonelli, anche per risollevare il morale dell’amico e farlo
tornare ai suoi studi.
A causa di vari e considerevoli danni, scriveva Antonelli, tre au-
torevoli matematici, Ruggiero Giuseppe Boscovich, François Jac-
quier e Thomas Le Seur, avevano giudicato necessario intervenire
circondando la cupola di Michelangelo con un anello di ferro per
contrastare le spinte tangenziali (1742), laddove un altro matema-
tico, Domenico Santini, riteneva invece che bastasse consolidare la
cupola opponendosi alle spinte verticali. Fagnani intervenne in ap-
poggio alla prima tesi e ciò gli guadagnò la riconoscenza e la stima
che Boscovich e Le Seur, anche a nome di Jacquier, espressero in
lettere al figlio di Gianfrancesco, anch’egli matematico, e allo stesso

13 Mamiani, Commentario, cit., p. 14.

– 23 –
Antonelli. Nella lettera di Boscovich, oltre alla gratitudine si met-
teva in rilievo l’impressione che «fatto avevano in Roma i pareri del
padre suo».141 Papa Benedetto XIV, dal canto suo, volle premiare
Fagnani assegnando ad Antonelli l’incarico di far stampare le Pro-
duzioni Matematiche, cosa che, tuttavia, non avvenne se non sei
anni dopo, nonostante Le Seur avesse giudicato il testo «luce publi-
ca dignissimum».15

Il grande matematico
Durante la frequentazione giovanile dell’Arcadia, Fagnani ave-
va conosciuto il monaco camaldolese Guido Grandi, futuro profes-
sore di matematica all’Università di Pisa che lo avrebbe consigliato
poi nei suoi primi studi matematici e con cui fu in corrisponden-
za. In una lettera datata 6 settembre 1711, Fagnani racconta che la
passione per quella scienza gli era venuta dalla lettura della Ricer-
ca della Verità di Nicolas Malebranche e aggiunge che «cominciai
questo studio da’ suoi primi principii l’anno 24 dell’età mia cioè
cinque anni fa [1706], non ho mai potuto conferire con anima
vivente».16 Da questa affermazione risulta che Fagnani si considera-
va un autodidatta nello studio della matematica, cominciato seria-
mente solo dopo il matrimonio.
Fu proprio Grandi a spingere Fagnani a inviare un primo scritto
sui problemi matematici al «Giornale de’ letterati d’Italia», edito a
Venezia da Apostolo Zeno e sul quale, negli anni successivi, avreb-
be pubblicato i suoi lavori scientifici più importanti sulla rettifica-
zione delle parabole, sulla lemniscata e sul problema di Taylor.17
Riguardo allo studio di Fagnani sulla lemniscata, forse il suo più
importante conseguimento, che già di per sé meriterebbe di ripor-
tare piena luce sul matematico senigalliese, il 14 agosto 1717 Ze-

14 Ivi, p. 18.
15 Ivi, p. 19.
16 Pepe, La formazione filosofica, cit., p. 209.
17 Ivi, p. 217.

– 24 –
no scriveva di aver ricevuto «la nuova invenzione sopra la misura
della lemniscata» che sarebbe stata inserita nel XXIX numero del
«Giornale».18 Il primo lavoro di Fagnani sulla lemniscata comparve
in effetti nel tomo XXIX della rivista. Seguirono altre ricerche che
poi Fagnani raccoglierà nelle sue Produzioni matematiche.
La consapevolezza di essere un matematico di rilievo, ancorché
autodidatta, Fagnani la dimostrò anche in seguito con la soluzione
di un problema sugli integrali che il britannico Brook Taylor ave-
va proposto come confronto tra matematici inglesi e quelli del re-
sto d’Europa, non senza una polemica a distanza con il matematico
svizzero Nicolas Bernoulli, che Fagnani liquidava come sostanzial-
mente invidioso di Taylor e non in grado di «competere con il ma-
gno Newton».19 Nello scambio polemico tra i due matematici si
intromise Jacopo Ricato chiedendo a Fagnani di «troncare con su-
periorità la contesa» e, soprattutto aggiungendo che

Il mondo attende da lei gli avanzamenti del computo degli infiniti


di cui ha dato sin ora saggi tanto profondi, ed io la supplico a non
abbandonare una ricerca tanto importante che da altri non può es-
sere egualmente perfezionata. Sarà ciò di decoro non tanto al suo
da me riverito nome, quanto alla nostra nazione.20

Dalle testimonianze in nostro possesso risulta che grande fu la


fama di Fagnani in tutta Europa. Riporta Ghetti che l’accademia
di Lipsia lo collocava tra i più grandi matematici del secolo; l’abate
Fontanelle dell’accademia di Parigi gli rilasciava attestati di stima e
Maupertuis lo invitò a diventare socio dell’Accademia delle Scien-
ze di Berlino.21
Anche la pubblicazione delle Produzioni matematiche fu ben ac-

18 Ibidem.
19 Mamiani, Commentario, cit., p. 11.
20 Ivi, p. 7.
21 Ghetti, Cenni su la vita, cit., p. 6.

– 25 –
colta, al punto che nelle Memorie di Trevoux per la storia delle Scien-
ze e delle Belle Arti, una sorta di florilegio delle pubblicazioni euro-
pee più significative uscita in Francia nel 1754, si legge che

Questa è una composizione, in cui nulla avvi da compendiare:


tutto è ugualmente connesso e necessario. Noi pertanto non pos-
siamo che indicare alcune di queste dotte novità , le quali merita-
no tutta l’attenzione dei grandi geometri, e che danno il diritto al
signor marchese di S. Onorio [Fagnani] di porsi a lato del signor
marchese dell’Hôpital tra i matematici del primo ordine.22

Nello stesso anno, Giuseppe Luigi Lagrangia, un giovanissimo


matematico torinese destinato a diventare una delle glorie scientifi-
che del secolo in Francia come Joseph Louis Lagrange, dedicò a Fa-
gnani la sua prima pubblicazione. Scrivendo tra l’altro:

Sa bene tutto il mondo letterato come le sottili sue opere ed i gran-


dissimi applausi dalle più celebri accademie ricevuti ne lo attesta-
no, che a lui [cioè al Fagnani] basta il proporsi a snodare qualun-
que più riposto arcano delle matematiche, per comprenderne tosto
in uno e lo scioglimento e le conseguenze.23

E in una lettera del 21 agosto aggiungeva il desiderio di «poter


avere sulle mie cosettucce il parere di un uomo che io più di qual-
sivoglia altre istimo ed apprezzo».24

Un umanista da riscoprire
Si diceva all’inizio che Giulio Carlo Fagnani fu un vero umani-
sta, ovvero si interessò a tutte le scienze e a tutte le manifestazioni
dell’animo umano. Pertanto, dopo la poesia, la filosofia, la mate-

22 Mamiani, Commentario, cit., p. 21.


23 Ivi, p. 27.
24 Ivi, p. 28.

– 26 –
matica e l’architettura, trovò tempo e modo di occuparsi anche dei
cosiddetti ittioliti di Scapezzano, reperti fossili di pesci e vegetali ri-
trovati sulle colline di Senigallia e dei quali ebbe modo di dissertare
con l’avvocato pesarese Giovan Battista Passeri. A Fagnani, che pro-
metteva di inviargli «saggi di pesci immummiti», Passeri riconobbe
quei fossili per una specie d’ictopetra simile a quella che si cava sui
monti Lessini nel Veronese.25
La vita di Fagnani a Senigallia continuò, tra vari interessi e scam-
bi epistolari, come abbiamo visto, fino al 18 maggio 1766 quando
lasciò questa terra all’età di 84 anni, gli ultimi dei quali vissuti tra
varie malattie.
Poco prima di morire, tuttavia, ebbe un’ultima grande soddi-
sfazione: quella di leggere, negli atti dell’Accademia di Lipsia, che
il grande Leonhard Euler, meglio noto come Eulero, il quale si ap-
prestava a creare uno dei più fecondi campi d’indagine della mate-
matica contemporanea, quello degli integrali ellittici, aveva tratto
grandi risultati dai suoi studi, generalizzando quel problema che
Fagnani risolse mediante il calcolo integrale, cioè la determinazio-
ne di archi di ellisse o d’iperbole aventi per differenza una quanti-
tà algebrica. E qui vale la pena sottolineare che a tanto non erano
arrivati né Leibniz, né Johann Bernoulli, che anzi ne avevano dato
per impossibile la soluzione.26
A conclusione di questo breve e certo incompleto ricordo di
Giulio Carlo Fagnani, mi pare opportuno chiudere, come avevo
aperto, con le parole di Getulio Ghetti che ribadiscono l’opportu-
nità, se non la necessità, che Senigallia e l’Italia intera riscoprano
questo illustre personaggio:

sembrami non sia male aver ricordato un po’ per minuto i meriti
di un Uomo insigne messo quasi nell’obblio […] e ho sperato che
qualcuno di quegli i quali timoneggiano la cosa pubblica, possano

25 Ivi, p. 24.
26 Ivi, p. 5.

– 27 –
scorrendo le mie pagine prendere vaghezza di tributare e far tri-
butare a lui gli onori che i viventi devono agl’illustri trapassati.27

Questo è quanto questo convegno di studi si propone e speria-


mo di essere riusciti a dare un contributo, anche se piccolo, in que-
sto senso.

27 Ghetti, Cenni su la vita, cit., p. 12.

– 28 –
Il poeta Giulio Fagnani e la società letteraria
del suo tempo

Luca Rachetta

L’unità dei saperi come presupposto e faro intellettuale di Giulio Fa-


gnani e della sua epoca
La propensione di Fagnani a misurarsi in vari campi della cultu-
ra, dall’ambito scientifico a quello letterario, non è soltanto segno
di poliedricità e di ricchezza di talenti, perché a tali qualità, insite
nella natura della persona, si deve aggiungere che Fagnani è stato
a pieno titolo il figlio di un’epoca per la quale l’unità dei saperi era
un dato indiscutibile e da tutti condiviso.
Giulio Fagnani e il suo tempo ci consegnano un’impressione ta-
le per cui la cultura appare come un grande reticolato costellato di
gangli vitali in grado di connettere le linee di sviluppo delle arti e
delle scienze; l’impressione cioè che la cultura, più che la summa
ideale delle varie branche in cui essa può articolarsi, più che il ri-
sultato di tanti sforzi disseminati nei vari campi dello studio e del
sapere, sia data a priori come unità indissolubile, retta da principi
validi universalmente e universalmente attingibili, seppur muoven-
do da vie differenti. Un’unità che non è il risultato della saldatura
di tante monadi, ma che monade si qualifica sin dal principio e ta-
le rimane a prescindere dalla specificità dei talenti che vi si appli-
cano, quale più brillante e incisivo in un campo, quale in un altro.
La lemniscata, che la tradizione ci consegna come massimo risulta-
to ed emblema degli studi compiuti da Fagnani, potrebbe dunque
assurgere, per traslato, a simbolo dell’infinito, senza inizio e sen-
za fine, anche sul piano squisitamente culturale, in quanto bacino

– 29 –
collettore di specificità amalgamate nel grande insieme dello scibi-
le umano.
Per comprendere appieno la formazione, gli stimoli intellettuali
e la portata del contributo offerto dal grande senigalliese in campo
matematico, filosofico e poetico, non si può dunque prescindere da
tale assunto di base, fonte di stupore per chi vive ai giorni nostri, in
una società che, privilegiando ed esaltando la preparazione scien-
tifica applicata all’economia e alla tecnologia, traduce le discipline
umanistiche con i nomi di leggerezza, frivolezza, intrattenimento
e inutilità, creando in tal modo, attraverso la divisione rigidamen-
te settoriale delle branche del sapere, una gerarchia di valore tanto
discutibile quanto pericolosa. Riscoprire e valutare attentamente la
lezione intellettuale di Fagnani, scienziato che teneva in gran conto
le humanae litterae, può certamente creare i presupposti per riflet-
tere sull’inconsistenza delle ragioni di chi oggi svaluta le discipline
umanistiche, portatrici al contrario dei fondamentali valori della
morale e della libertà, e indebolisce così la tenuta degli unici argi-
ni possibili contro l’impoverimento culturale e il logoramento dei
principi democratici già messi in discussione dalla dittatura del de-
naro e della tecnocrazia.

La dimensione sociale della cultura: la tradizione come fondamento


e il progresso come fine
La cultura per Fagnani è senza dubbio socialità, concezione che
affonda le proprie radici in una solida preparazione umanistica. Il
lascito della tradizione è in lui testimoniato dalla profonda cono-
scenza della storia, del mito e della letteratura del mondo classico,
dalla piena consapevolezza della lezione poetica di Dante e dalla di-
mestichezza con le forme metriche dei grandi poemi in ottave del
Rinascimento, a volersi limitare all’ambito letterario senza adden-
trarsi nel terreno della filosofia e della scienza, dove, ad esempio,
sarebbe inevitabile far riferimento a Cartesio, Leibniz e Newton.
Una tradizione che non cede tuttavia alla tentazione di sclerotizzar-

– 30 –
si in una sterile forma di erudizione sul modello del don Ferrante
manzoniano, chiusa in asfittiche biblioteche e in autoreferenziali
consessi accademici, quasi fosse il segno di distinzione della società
eletta, ma che, al contrario, rappresenta la koinè, la lingua comune
del dialogo con gli altri intellettuali e con la loro epoca, un reper-
torio di conoscenze da cui può prendere l’abbrivio il progresso nel
presente, nell’ottica di un interscambio di contributi fecondo e co-
struttivo con le richieste del tempo.
La prospettiva di ampio respiro che anima Fagnani non può che
sposarsi bene con i principi ispiratori del «Giornale de’ letterati d’I-
talia» diretto da Apostolo Zeno, con il quale Fagnani ebbe un fitto
scambio epistolare tra il 1713 e il 1723.1 La rivista presenta un ap-
proccio culturale proto-illuminista, non ancora tendente all’enci-
clopedismo ma orientato con decisione all’abbattimento degli stec-
cati tra le discipline: non per nulla sul «Giornale de’ letterati d’Ita-
lia», che ospita nelle sue pagine interventi di storia, teologia e dirit-
to, Fagnani pubblica gli esiti dei suoi studi di argomento scientifi-
co, a dimostrazione del fatto che il sincretismo applicato ai campi
del sapere fosse considerato dalla società intellettuale, ancor prima
che una ricchezza, una conditio sine qua non.
Ma ancor più datata è l’appartenenza di Fagnani all’Accademia
dell’Arcadia. Nella lettera del 27 marzo 1699 al custode generale,
con la quale il giovane aspirante poeta chiedeva di entrare a far par-
te di quel consesso intellettuale d’élite (seguita da una seconda mis-
siva, recante la data del 13 giugno 1700, del medesimo tenore,2 for-

1 G. Mamiani, Commentario sul Marchese Giulio Carlo Fagnani da Senigallia, Pesaro,


Annesio Nobili, 1825, p. 10: «E di Vinegia e di Vienna indirizzavasi a lui quel chia-
rissimo principal direttore del giornale de’ letterati d’Italia Apostolo Zeno, come io
rilevo da varie lettere originali che incominciano dall’anno 1713 e giungono fino al
1723, nelle quali ogni riga è pregna di stima, ed ogni parola è forma d’encomio.».
2 Manoscritto 16, in «Scritture originali d’Arcadia. T. II», cc. 94r., Roma, Biblioteca
Angelica: «Desiderando vivamente di esser ascritto alla nobile adunanza di cotesti va-
lorosissimi pastori d’Arcadia, supplico la benignità impareggiabile di vostra signoria,
che de’ medesimi è degnissimo custode, di compiacersi propormi nella prima vacanza
di luogo che vi sarà. Perdoni vostra signoria l’arditezza delle mie preghiere, e s’assicuri

– 31 –
se per ribadire una richiesta che non aveva avuto ancora ascolto), ci
sono certamente formule di cortesia rituali e professioni di mode-
stia di prammatica. Eppure, le espressioni «grand’ingegni» e «genti-
lissimi signori», insieme alla formulazione del desiderio di parteci-
pare del talento altrui e della gloria che ne deriva, gettano luce non
solo sui valori costitutivi dell’Arcadia, ma anche sulle aspettative ri-
poste sinceramente dallo spirito sensibile nell’entrare a far parte di
un collegio di così nobili persone.

Gentilissimo signor Alfesibeo [nome arcadico di Crescimbeni, cu-


stode dell’Arcadia], mio signore e prencipe gentilissimo.
Sicome l’Arcadia, di cui V[ostra] S[ignoria] è degnissimo custode,
è stata da me sempre riguardata con occhio d’ammirazione, così
anche la med[esim]a è poi divenuta lo scopo de’ miei desideri, li
quali ora mi rendono ardito a richiedere di essere ammesso nel nu-
mero di quei grand’ingegni che la compongono sotto sembianza
di semplici pastori. Non si maravigli dunque V[ostra] S[ignoria]
se senza alcun capitale di merito sono a pregarla vivamente che
in prima occasione di vacanza si voglia compiacere di propormi e
promuovermi appresso codesti gentilissimi signori, supponendo io
che possa bastevolmente scusarmi anche la med[esim]a debolezza
del mio talento, mentre se non ho modo di acquistar la gloria per
me stesso, procuro almeno di essere a parte di quella degli altri.
Con che resto, facendole ossequiosamente riverenza, dal Clemen-
tino [il collegio] li 27 marzo 1699.3

pure che ne professarò eterne le obligazioni, co’ le quali mi sottoscrivo per sempre di
vostra signoria devotissimo e obligatissimo servitore, Giulio Fagnani. Di casa il 13
giugno 1700».
3 Manoscritto 16, in «Scritture originali d’Arcadia. T. II», cc. 92r., Roma, Biblioteca
Angelica.

– 32 –
La poesia di Giulio Fagnani tra filosofia, dimensione arcadica e ri-
piegamento interiore
Addentrandoci nello specifico del Fagnani letterato, dunque, si
può osservare che anche lo scrivere versi non è estraneo al concetto
di unità della cultura, in virtù del quale la poesia ha uguale digni-
tà rispetto alle scienze e, senza ricoprire una riduttiva funzione an-
cillare, ne veicola in alcuni luoghi i contenuti, conferendo loro la
chiarezza e la piacevolezza della divulgazione improntata alla poe-
tica dell’utile dulci di oraziana matrice e di tassiana ripresa (eviden-
temente ben presente al nostro autore) e creando così le condizioni
di un processo di osmosi tra i vari ambiti del sapere.
Prendiamo a titolo di esempio la lirica Sovra il ciel di Sicilia un
dì s’uniro.4 Dice Mamiani di questo sonetto che «allude all’opinio-
ne di Platone circa la preesistenza delle anime»: dunque il motivo
encomiastico (l’occasione è data dalla «nascita del real primogeni-
to di Napoli»5) è calato in un concetto filosofico, che, disciolto nel
componimento, gli conferisce originalità e preziosità, vedendosi re-
stituire in cambio il vantaggio di essere esemplificato attraverso l’i-
casticità delle immagini poetiche.

Sovra il ciel di Sicilia un dì s’uniro


alle italiche preci i voti iberi:
indi l’ali spiegando inver l’empiro
chieser l’erede ai due congiunti imperi.

Ogni bell’alma allor sentì desiro


d’animar del gran parto i membri alteri:
e il divin Ferdinando in ampio giro
ne schierò mille spirti i più guerrieri.

Chi d’Alessandro e chi di Giulio impresse

4 Mamiani, Commentario, cit., p. 34: il sonetto è riportato dall’autore con poche note
e una brevissima intestazione a mo’ di introduzione.
5 Ibidem.

– 33 –
tenea l’alte sembianze, altri i vestigi
parea che di Pompeo nel volto avesse;

ne comparve un simile al gran Luigi:


il santo re questo alla vita elesse
e disse: ecco il maggior de’ miei prodigi.

Sembra tuttavia di cogliere nell’inchiesta a largo raggio condot-


ta da Fagnani nel campo del sapere non solo il desiderio di com-
prendere i meccanismi della natura e delle cose per il progresso
dell’intelletto e della civiltà, ma anche, in particolare nell’ambito
dell’impegno poetico, il desiderio di ritagliarsi uno spazio rassere-
nante e rigenerante corrispondente ai «luoghi senza strada e da nes-
suno mai più calcati» recitati dal volgarizzamento di un passo del
libro quarto del De rerum natura di Lucrezio,6 autore molto amato
da Fagnani.7
Entrare a far parte dell’Arcadia non rappresenta un semplice sta-
tus symbol per il ragazzo colto e di famiglia altolocata o un’occasio-
ne di fare buone conoscenze. Il travestimento pastorale, che inizia
come un bel gioco di società, assume infine un significato più pro-
fondo: creare le condizioni di un ideale idillico che significhi cor-
tesia, raffinata cultura e sublimazione dello spirito nelle forme no-
bili della serenità, delle civili relazioni, della poesia e del trionfo di
una natura umana depurata da quegli elementi tossici inalati dalla
storia.
Il sonetto D’Arcadia ecco a’ tuoi piè l’agreste regno, composto da
Fagnani sotto le mentite spoglie di Floristo Gnausonio, il nome ar-
cade da lui scelto una volta divenuto membro effettivo dell’accade-
mia romana, ci cala in effetti nell’atmosfera cristallizzata di un tem-
po indefinito e immutabile in cui la presenza umana s’incastona ar-

6 G. Ghetti, Cenni su la vita e le opere del Conte Giulio Carlo Fagnani di Sinigaglia,
Fano, Tipografia Sonciniana, 1890, p. 10.
7 Ivi, p. 12: «È poi osservabile che avendo Egli [Fagnani, n.d.r.] a citare dei versi, non
li prende se non dal poema di Lucrezio».

– 34 –
monicamente in seno alla natura, recuperando un’innocenza e una
spontaneità sopraffatte e messe al bando dalla civiltà e dai secoli.

D’Arcadia ecco a’ tuoi piè l’agreste regno,


sacro rettor del battezzato impero:
odi d’umil zampogna il suon sincero,
sebben di tromba il tuo gran merto è degno.

Or che tu sei del mondo alto sostegno,


erede insieme e imitator di Piero,
deh non sdegnare il nostro bosco; e altero
lascia che vada anch’ei del tuo triregno.

E se mai sia ch’egli a lodarti aspire,


non abbia no dal tuo pensier l’esiglio
la melodia di sue divote lire.

Rassembra ardir, se a te rivolge il ciglio,


ma non è colpa un innocente ardire,
cui tragge sol di fido amor consiglio.8

Al di là dell’esperienza arcadica, anche altri luoghi della produ-


zione poetica di Fagnani contengono l’impronta di un verso che
rappresenta una boccata d’ossigeno per chi, nelle circostanze dell’e-
poca, vive in taluni frangenti in apnea.
È come se nell’opera di Fagnani si scorgessero talvolta in filigra-
na i traumi della grande storia dei popoli, minata da guerre e tra-
gedie che lo hanno toccato da vicino,9 e della piccola storia dell’uo-

8 «Componimento poetico di Floristo Gnausonio», ms. 9, c. 287r., Roma, Biblioteca


Angelica.
9 A testimonianza della turbolenza del periodo storico, che ha segnato il vissuto dello
stesso Fagnani, si riporta il seguente passo tratto da Mamiani, Commentario,cit., pp.
13-14: «Attraversarono l’Italia nell’anno 1744 le truppe austriache per il conquisto
del regno di Napoli, e le precederono quelle del re di Spagna per contrastarlo. Allog-
giò il Fagnani consolo in sua casa quest’ultime, le quali partite il dì 8 marzo, entrò

– 35 –
mo, la cui biografia è costellata da strazianti lutti familiari, come la
perdita di figli neonati o ancor giovanissimi. Traumi carichi di disa-
gio e di dolore ch’egli cerca di anestetizzare attraverso la ragione e la
cultura, calandosi con virile disposizione nel gurgite vasto della vita.
La poesia in Fagnani giunge così a toccare i precordi più intimi
dell’anima, qualificandosi non soltanto come vezzo e moda della
bella società intellettuale, ma anche come conquista di uno spazio
intimo rasserenante, momento di ripiegamento interiore, talvolta
di rilettura della propria vita persino negli episodi più dolorosi, co-
me nel poemetto La resurrezione universale, di cui si parlerà in un
altro contributo.

nel dì 10 il generale Braun colle genti d’Austria. Niuna molestia venne da prima al
Fagnani: quando nel dì 11 istigati i Tedeschi da’ suoi nemici, il generale gli fè divieto
di spedir pieghi e corrieri agli Spagnuoli: accordava però che libero e sicuro vivesse
in Senigallia. Sopraggiunse il principe Lobkowitz, e cedendo ai mali suggerimenti di
alcuni malevoli intimò al Fagnani di abbandonare infra due ore la patria. Obbedì egli
e ricoverassi in Roncitelli, dove sostenne oltre a dieci mesi l’esilio. E fu questa poten-
tissima cagione che tra per lo mal animo, e le privazioni delle cose domestiche non
solo interrompesse gli studi, ma peggiorasse il suo temperamento; posciaché allora
cominciò a soffrire dolori e contrazioni alla vessica, che generarongli per conseguente
concrezioni calcolose e spasimi orribili da’ quali fu sempre tormentato in appresso.
Ho voluto raccontare questa particolarità (…) perché a ciascuno sia nota non dirò
la ingiuria che da troppo malignità gli fu fatta, ma la sua singolare moderazione in
sopportarla».

– 36 –
Inediti di Giulio Fagnani
alla biblioteca Antonelliana

Chiara Pietrucci

Un manoscritto contenente un poemetto intitolato La resurrezione


universale, una Breve dissertazione spiegata con metodo geometrico in-
torno la formazione degli animali e delle piante e un Problema theolo-
gicum sul libero arbitrio in latino dà finalmente ragione all’ombrosa
tripartita definizione di Giulio Carlo Fagnani «matematico insigne,
filosofo e poeta», che si legge nelle epigrafi disseminate per la cit-
tà natale.1 La Dissertazione e il Problema, conformemente al genere

1 L’epigrafe apposta sulla facciata di palazzo Fagnani, in piazza Roma a Senigallia, re-
cita: «In questo palazzo / sacro all’arte alla scienza alle muse / nacque il 26-9-1682 e
morì il 18-5-1766 / il marchese Giulio Carlo Fagnani conte dei Toschi / matematico
insigne, filosofo e poeta». Venne realizzata in occasione del bicentenario della morte
(1976) e si ispira alla lapide funeraria deposta sul pavimento della navata centrale
della chiesa della Maddalena, dettata dall’illustre concittadino Giovanni Marchetti:
«Algebram geometriaque sublimiorem / pluribus inventis ditavit / editis praeclarus
operibus / philosophus poeta / heic requiescit». La stessa tripartita definizione («Ma-
thematicus, philosophus, poeta») compare nel cartiglio del ritratto a olio di Fagnani
che apparteneva al patrimonio del municipio, poi confluito nella collezione di palaz-
zo Gherardi e infine scomparso. Una copia del ritratto si conserva nella presidenza
della scuola secondaria “Giulio Fagnani” di Senigallia. Cfr. D. Gambioli, Biografia del
conte Giulio Carlo di Fagnano, in Fagnani, Opere matematiche, cit., III, p. 224.
Il codice, di 49 carte non numerate, presenta una rilegatura semirigida in cuoio gial-
lo (Senigallia, Biblioteca Antonelliana, vetrina F 30). Sulla costa si legge «Fagnani
/ Poesie / marchese / Giulio». Il foglio di guardia reca il timbro della precedente
collocazione: Ospedale civile, Senigallia, biblioteca Marcolini, 1650. Le prime 26
cc. sono occupate dal poemetto in ottave, nel cui frontespizio autografo si legge: «La
resurezione universale / idea poetica / di Giulio Fagnani / consecrata / all’illustrissi-
mo e reverendissimo prencipe / il signor cardinale Pietro Ottobono / nipote della
serenissima memoria di Alessandro VIII, e vicecancelliere di Santa Chiesa», e da tre

– 37 –
speculativo, partono da uno stato della questione e si sviluppano
in lemmi, teoremi, scoli, assiomi, corollari, definizioni; il poemetto
muove dalle suggestioni della fisica cartesiana per dare spiegazione
razionale al dogma della resurrezione della carne; infine, il metodo
geometrico (mos geometricum) attraverso il quale affrontare questio-
ni puramente metafisiche come il libero arbitrio e la grazia e dogmi
di fede evidentemente non scevri di implicazioni fisiche, come la
resurrezione della carne e la creazione di animali e piante, è natu-
ralmente quello cartesiano.
Fagnani fu un filosofo cautamente aperto alle acquisizioni della
scienza contemporanea, assai attento a non discostarsi dall’inter-
pretazione ortodossa delle Sacre Scritture. In piena querelle fra An-
tichi e Moderni, Fagnani pare propendere, per l’ambito scientifico
e filosofico almeno, per i moderni: accantonato ben presto il dete-
stato Aristotele, si formò sui maestri della nuova scienza, Cartesio,
Malebranche, Leibniz e Newton, anteponendo Cartesio a Platone
e Aristotele, anzi, facendo cartesiani, nella finzione poetica, sia Pla-
tone che Aristotele. Nel discostarsi dalla scrupolosa citazione della
Scrittura, come in alcuni passi della Resurrezione universale, Fagna-
ni si avvalse del robusto sostegno teorico di Cartesio e Malebran-
che, procedendo tuttavia con grande prudenza: l’opera di Carte-

copie apografe. A seguire, si trovano la Breve dissertazione (cc. 7, autografa, seguita


da due copie) e il Problema (di cc. 2, autografo e copia). L’edizione, comprensiva di
altre poesie e lettere, è in allestimento, con introduzione e note a cura di chi scrive e
saggi di C. Geddes da Filicaia e L. Rachetta: Fagnani, Analitica penna. Testi inediti e
rari, a cura di C. Pietrucci, Senigallia, Ventura, i.c.s. All’Antonelliana sono conservati
anche altri tre codd. appartenuti a Fagnani, di cui si dà per la prima volta notizia: una
copia in latino del De sphoera armillari (470 pp. numerate, rilegatura in cartoncino
rigido, con tavole illustrate pieghevoli nel colophon) e le copie autografe della Logica
e della Fisica aristotelica, risalenti al periodo di formazione al collegio Clementino:
collocazioni Fondo Senig. 25/26-30 e Vetrina F 35. Sui frontespizi della Fisica e della
Logica si legge: «Logica magna Aristotelis mihi Iulio Fagnano tradita ab admodum re-
verendissimo domino patre pastore congregationis somasche»; «Octo libros Aristotelis
disputatio prima de natura phisicae pater admodum reverentissimo pastor in collegio Cle-
mentino egregie dictabat mihi, Iulio Fagnano senogalliensi, incipit die duodecimo maij
1698, finivit anno 1699».

– 38 –
sio, il più moderato tra i pensatori dell’era moderna, era comunque
all’Indice, in attesa di revisione. 2
Le 188 ottave della Resurrezione traggono ispirazione dalla filosofia
cartesiana: il matematico francese viene infatti esplicitamente men-
zionato («Renato, l’acutissimo piccardo»)3 e ritratto nelle ottave se-
guenti in quell’atteggiamento meditativo che lo condusse alla for-
mulazione delle sue dimostrazioni più celebri, dall’esistenza di Dio
a partire dall’esistenza dell’anima al Cogito e all’opposizione fra res
cogitans e res extensa («mente dunque son io, mente vivace / da tri-
na mole a chiare note esclusa; / non son vento leggier, fiamma che
splende: / ciò che pensa non è ciò che si estende»).4 Anche nell’Av-
vertenza si allude a «cose filosofiche» e «ipotesi novelle» e nella De-
dica a questo proposito si legge:

L’essempio di molti, che riempirono liberamente i loro versi di


fantasie platoniche, mi mosse a scherzare sopra il sistema cartesia-
no, non per esserne ciecamente persuaso, ma per trovarlo adattato
alla poesia, dove s’ammettono ancor le finzioni.

La resurrezione universale, provvista di tutti i paratesti (frontespi-


zio, Dedica, Avvertenza al lettore, Protesta, note a piè di pagina) era
pronta per la stampa, ma all’autore mancò il coraggio di portarla
in composizione; decise di conservare la stesura definitiva e di affi-
darla a una cauta diffusione manoscritta. Nel colophon della copia
autografa Fagnani appose una nota di disconoscimento, datata 4
gennaio 1713: «Io, Giulio Fagnani, composi questo poemetto ne-

2 Fagnani, La Resurrezione universale, ottava 136, vv. 7-8. Cfr. anche M. Fumaroli, Le api
e i ragni. La Disputa degli Antichi e dei Moderni, Milano, Adelphi, 2005, p. 182: «Con il
giovane Fontenelle tutto il sapere della “nuova scienza” e della filosofia contempora-
nea che ne trae le conseguenze – quella di Cartesio e quella di Malebranche – fa il suo
ingresso nella disputa degli Antichi e dei Moderni, estendendo l’autorità del metodo
geometrico alla poesia e alla morale».
3 Fagnani, Resurrezione, cit., ottava 136, v. 3.
4 Ivi, ottava 138, vv. 5-8.

– 39 –
gli anni miei giovanili, ora però, che son giunto ad età più matu-
ra, non l’approvo». Il poemetto si apre con un’invocatio a una musa
piuttosto singolare per la poesia epico-narrativa, la figlia primoge-
nita morta in tenera età: dal carteggio con padre Guido Grandi,
insigne matematico contemporaneo e amico di Fagnani, si evince
che la figlia morì nel 1711 e questo è dunque il terminus post quem,
oltre che il motivo ispiratore, del poema.5
Va sottolineata la grande originalità dell’opera di Fagnani rispetto
alla produzione coeva di ambito arcadico, che annovera numerosi
giudizi universali e apocalissi e nessuna resurrezione dei morti: in-
tanto per l’evidente difficoltà della materia, ma soprattutto per la
voluta ambiguità lasciata in materia dal Credo e dal Catechismus ex
decreto.6 Argomento centrale dell’opera fagnanea è la ricomposizio-
ne dei corpi dei defunti, alla quale dà inizio un messo divino in for-
ma femminile, cristiana incarnazione della Provvidenza, presentata
attraverso attributi pagani di Aurora e Minerva e mariani. Il messo
scrive sulla sabbia con la punta dell’asta, evidente richiamo al Cri-
sto nell’episodio dell’adultera, ma anche al messo angelico che apre
le porte della città di Dite a Dante e Virgilio con una «verghetta».7
I caratteri vergati dalla figura angelica, ineffabili per il testimone

5 Fagnani, Lettera III del 22 giugno 1711 (Pisa, biblioteca Universitaria, ms. Grandi 90,
c. 187r.): «Le sole grazie di vostra signoria illustrissima potevano alleviare l’immenso
dolore dell’animo mio per la mortale infermità della maggiore dei miei figli, che
questa notte è passata a miglior vita d’anni cinque e mesi due. Questo è il quarto
sacrifizio che da me ha esatto il Signore, mentre m’ha tolti due maschi e due femine,
ch’erano i primi frutti de’ miei sponsali, ma la perdita di quest’ultima m’ha rapita
l’anima, per il maraviglioso spirito e altre rare qualità che l’adornavano». Il carteggio
Fagnani-Grandi è parzialmente edito, ma per sanare alcune lacune si è preferito citare
dal manoscritto: cfr. Fagnani, Carteggio, in Id., Opere matematiche, cit., III, pp. 122-
154: 126.
6 Cfr. T. Matteucci, Il Giudizio universale: simboli, figure e colori apocalittici nelle “Rime
degli Arcadi” in L’Apocalisse in Arcadia, Firenze, Atheneum, 2002, pp. 81-112. Cfr.
Catechismus ex decreto Concilii Tridentini ad parochos Pii V Pont. Max iussu editus,
1566, Romae, Apud Paulum Manutium, p. 72 e ss.
7 Inf. IX, vv. 89-90: «Venne a la porta e con una verghetta / l’aperse».

– 40 –
giunto in volo dalla natia «Sena»8 alla valle di Iosafat, scatenano
una reazione acido-base o elettrolisi: una combinazione di elemen-
ti alcalini e acidi genera un calore e un bollore miracolosamente in
grado di richiudere la carne attorno alle ossa e ricostruire «la vesta
ch’al gran dì sarà sì chiara»9 ovvero, con terminologia cartesiana, la
macchina del corpo:10

Forse all’acido acuto il sen poroso


l’alcali soggiogato allora apria;
l’assalitor, tra quei meati ascoso,
chiudea l’angusto varco ad ogni via.
Ma il più fino elemento e il più focoso
di penetrar ne’ brevi spazi ardia,
e per sentieri alle pupille occulti
gl’imprimea serpeggiando i suoi tumulti.

La congerie così fervida bolle


dell’estinte reliquie al suolo sparte:
purga la massa or digerita e molle
il prudente calore e la comparte,
sovra spumando i lievi spirti atolle,
sforza a piombar la ponderosa parte:
la mole ondeggia e, dal bollor commossa,
fa danzando esultar le gelid’ossa.11

L’opera non ricevette giudizi particolarmente positivi dai contem-


poranei. Così si esprimeva Angelo Calogerà, della cerchia dell’eru-
dito bresciano Mazzuchelli:

8 Fagnani, Resurrezione, cit., ottava 100, v. 2.


9 Purg. I, v. 75.
10 R. Descartes, Il mondo. Trattato della luce. L’uomo, a cura di E. e M. Garin, Bari, La-
terza, 1969, p. 135. La prima parte dell’Uomo è intitolata appunto La macchina del
corpo.
11 Fagnani, Resurrezione, cit., ottave 42-43.

– 41 –
poiché si avvide che il suo stile partecipavasi dei difetti che chia-
mansi del Seicento, lasciò per molti anni la poesia quale poi di ra-
do riassunse: e ciò che compose in appresso senza perdere il pristi-
no brio fu esente dalle imperfezioni di prima.12

Pur riconoscendo alla Resurrezione l’originalità dell’invenzione po-


etica, Calogerà evidenzia i «difetti dello stile», riferendosi al modo
poetico manierista e barocco ancora imperante agli inizi del XVIII
secolo, soprattutto nella sua versione moderata ispirata al classici-
smo di Chiabrera. Nella stessa Arcadia (cui Fagnani era associato
dal 1700 col nome di Floristo Gnausonio), che si proponeva di in-
ventare un modello poetico nuovo, semplice, misurato e cantabi-
le, alternativo alla ridondanza e all’eccessivo languore barocco, non
mancavano epigoni dello stile secentesco.13 Particolarmente baroc-
che le ottave dedicate a Maria d’Eleazaro, fosca figura di donna che
durante gli stenti dell’assedio di Gerusalemme uccise e divorò il
proprio figlio. Personaggio già dantesco, Maria d’Eleazaro è descrit-
ta da Fagnani mediante numerose figure retoriche (antitesi, meta-
fora, chiasmo) giocate sulla polisemia dell’epiteto «viscere mie» con
cui la madre evoca il figlioletto, che fu due volte (in «doppia for-
ma») nel grembo materno, come feto e come cibo.14

12 A. Calogerà, Memorie concernenti il marchese Giulio Carlo de’ Toschi di Fagnano fino al
mese di febbraio dell’anno 1752 inviate al conte Giovanni Maria Mazzucchelli, Roma,
Tipografia delle scienze matematiche e fisiche, 1870, p. 14: «Produsse tra gli altri suoi
componimenti un poema sopra la resurrezione de’ morti, ove sono sparse delle dottri-
ne filosofiche». Cfr. anche F. Vecchietti, T. Moro, Fagnani Giulio Carlo, in Biblioteca
picena o sia notizie istoriche delle opere e degli scrittori piceni, Osimo, Domenicantonio
Quercetti, 1795, IV, pp. 67-72:67: «per saggio della sua musa compose un poemetto
sulla risurrezione de’ defunti, adornandolo acconciamente di molte sentenze filosofi-
che». Un accenno al poema si trova anche in A. Polverari, Senigallia nella storia. Evo
moderno, Senigallia, 2G, 1979, p. 215 (ringrazio la [Link] Mariella Bonvini Triani
per quest’ultima segnalazione).
13 Matteucci, L’Apocalisse in Arcadia, cit., pp. 7-10.
14 Fagnani, Resurrezione, cit., ottave 173-179. Cfr. Purg. XXIII, v. 30: «quando Maria
nel figlio diè di becco» (la fonte dantesca è G. Flavio, La guerra giudaica, VI, 3).

– 42 –
La Resurrezione presenta le caratteristiche del poema didascalico,
genere assai coltivato in ambito arcadico, e destinato alla divul-
gazione in forma poetica di argomenti scientifici (astronomici so-
prattutto, ma anche chimici, matematici e botanici). Questa mo-
da settecentesca fu criticata dal Parini con l’icastica immagine della
terminologia newtoniana («il calcolo, la massa, / e l’inversa ragion»)
comparsa sulla bocca prima soltanto «amorosa» delle dame nei sa-
lotti.15 Lo stesso Fagnani ricorre al linguaggio specifico e ai tecnici-
smi scientifici in più punti dell’opera, dove sono descritti il moto
degli atomi, il comportamento del mercurio e dell’azoto, l’elettro-
lisi e l’anatomia umana (in particolare il funzionamento della cir-
colazione sanguigna, dei polmoni e della ghiandola pineale, car-
tesianamente sede dell’anima). E sono a mio parere questi passi
“uranici”, in cui il dettato poetico si mette al servizio delle acquisi-
zioni della scienza contemporanea, le vette più compiute della po-
esia di Fagnani.16

15 Particolarmente indicativa la consacrazione nei primi versi a Urania, musa della po-
esia didascalica e astronomica (Resurrezione, cit., ottava 1, v. 6). Durissima la critica
di questi generi dell’imprescindibile Emilio Bertana, che definisce l’astronomia «la
scienza che più spesso subì gl’infecondi amplessi degli Arcadi» (E. Bertana, In Ar-
cadia. Saggi e profili, Napoli, Perrella, 1909, p. 184). Per il lessico, cfr. invece C. E.
Roggia, Tecnicismi e perifrasi nella poesia didascalica del Settecento, in Id., La lingua
della poesia nell’età dell’illuminismo, Roma, Carocci, 2014, pp. 91-220: 91: «all’altezza
del secondo Settecento, il connubio tra scienza e mondanità ha raggiunto ogni peri-
feria, accompagnato dai due immancabili satelliti del dilettantismo e della galanteria,
di cui la dama del Giorno, che durante il pranzo fa risuonare “su la bocca amorosa”
la terminologia newtoniana (“il calcolo, e la massa, / e l’inversa ragion […]) offre un
icastico e ben noto compendio».
16 «Di mercurio così gl’atomi vivi» (Fagnani, Resurrezione, cit., ottava 25, v. 1); «Del
puro nitro ogni respiro è pieno» (ivi, ottava 67, v. 1); per la circolazione sanguigna,
la respirazione, la struttura del cervello e la ghiandola pineale, cfr. ivi, ottave 68-73,
dove si descrive la resurrezione di Adamo.

– 43 –
La filosofia della natura di Fagnani

Fabrizio Chiappetti

Una domanda fondamentale


Vorrei esordire con una premessa: quando si parla di filosofia del-
la natura, s’intende quell’ambito del sapere filosofico che s’interro-
ga sul principio da cui provengono tutte le cose che ci circonda-
no: quello «da cui sono tutte le cose esistenti, da cui come primo
nascono e in cui da ultimo si estinguono».1 Si tratta cioè della do-
manda con cui è iniziata la filosofia, a partire dai presocratici (VI
secolo a.C.). Un’origine dai tratti ancora misteriosi, ma certamente
caratterizzati dal fecondo connubio di poesia e filosofia. Gran par-
te delle opere dei «sapienti» del passato, come li definiva Platone,
sono poemi «intorno alla natura».2 I testi di Talete, Anassimandro,
Empedocle, Eraclito e Parmenide – solo per citarne alcuni – sono
opere in versi di cui ci sono giunti purtroppo solo frammenti, ri-
portati talvolta all’interno delle opere di autori appartenenti a epo-
che successive.3
Inoltre, se dal mondo greco ci spostiamo a quello latino, osser-
viamo che il De rerum natura di Lucrezio è una sintesi straordinaria
di eleganza poetica e indagine filosofica, senza soluzione di conti-
nuità. E non è un caso che proprio i versi del poeta-filosofo abbiano
ispirato la conclusione dell’ultimo, intenso, libro di uno scienziato

1 A. Lami (a cura di), I presocratici. Testimonianze e frammenti da Talete a Empedocle,


Milano, Rizzoli, 1991, p. 125.
2 G. Colli, La nascita della filosofia, Milano, Adelphi, 1975, p. 13.
3 Celebre, a riguardo, è l’analisi aristotelica delle dottrine filosofiche dei predecesso-
ri. Si veda Aristotele, La Metafisica, Milano, Rusconi, 1992, pp. 79-114.

– 45 –
come Carlo Rovelli, quando scrive che «la natura è la nostra casa e
nella natura siamo a casa. Questo mondo strano, variopinto e stu-
pefacente che esploriamo, dove lo spazio si sgrana, il tempo non
esiste e le cose possono non essere in alcun luogo, non è qualcosa
che ci allontana da noi: è solo ciò che la nostra naturale curiosità ci
mostra della nostra casa. Della trama di cui siamo fatti noi stessi».4

Sulle orme di Cartesio


La filosofia della natura figura tra i molteplici interessi di Giulio
Fagnani sebbene, allo stato attuale delle conoscenze, non possiamo
far riferimento a opere filosofiche da lui stesso composte. Ma la ri-
cerca non è affatto conclusa, come ha dimostrato il recupero del
poema inedito sulla Resurrezione universale, di cui si conosceva a
malapena l’esistenza. È possibile, inoltre, attingere al copioso patri-
monio epistolare per conoscere vari aspetti del suo pensiero.
Più di una di queste missive ci mostra l’interesse di Fagnani per
la filosofia di Cartesio e per quella di un suo illustre discepolo, Ni-
colas Malebranche, che approfondì le dottrine del maestro ponen-
dole in contatto con la matematica e la teologia. Un libro in par-
ticolare, La ricerca della verità (1675), si è rivelato decisivo nella
formazione intellettuale di Fagnani, permettendogli di superare gli
stretti orizzonti speculativi ancora legati alla Scolastica, su cui si ba-
sava l’istruzione ricevuta al Collegio Clementino di Roma. Nella
Ricerca Malebranche argomenta a favore delle verità matematiche
e geometriche, immutabili al pari dell’idea di Dio e non soggette a
errori e approssimazioni, come invece accade alle altre forme di co-
noscenza basate sull’esperienza sensibile. Occorre osservare, a que-
sto punto, che i libri di Malebranche erano stati condannati e messi
all’Indice dal 1690; perciò la scelta di Fagnani non può che appari-
re quanto meno temeraria, dal momento che tanto il semplice pos-
sesso quanto la lettura di tali volumi comportava non poche sec-
cature, a causa del controllo esercitato dalle autorità ecclesiastiche.

4 C. Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, Milano, Adelphi, 2014, p. 84.

– 46 –
L’entusiasmo per l’autore parigino, che indirizzerà definitiva-
mente gli studi di Fagnani verso la matematica, è confermata da
Angelo Calogerà e riportata da Baldassarre Boncompagni nella sua
preziosa memoria sulla vita del nostro:

Fu Giulio nell’anno decimoquarto di sua età mandato nel nobile


Collegio Clementino di Roma, (dove tre anni si trattenne) e venne
tosto prescelto per Accademico di lettere dopo rigoroso esame, co-
me allora praticavasi in quel Collegio diretto da’ R.R. P. Somaschi.
Vi fece in due anni il corso filosofico sostenendo pubblica conclu-
sione, e vi studiò un anno la teologia, ma perché non si appagava
della filosofia peripatetica, vi attese da se medesimo alla moderna,
principiando da quella di Gassendi. Da questa poi rivolse i suoi
studi all’altra di Cartesio, fra’ seguaci del quale piacquegli estrema-
mente il P. Malebranche; la di cui filosofia morale scrisse e tradus-
se in italiano nello spazio di sei giorni. Carteggiò ancora col detto
autore, cui trasmise una propria e nuova spiegazione del mistero
della Transustanziazione e ne ricevette all’incontro un’altra del me-
desimo Padre.5

Ma pure nelle ottave della Resurrezione si possono seguire le or-


me lasciate dal contatto con i concetti fondamentali del sistema
cartesiano:

Pur dubitando io penso, e il nulla giace


ozioso in solitudine confusa:
forma base al pensiero alma verace
certa in se stessa, e a dubbie membra infusa;
mente dunque son io, mente vivace
da trina mole a chiare note esclusa
non son vento legger, fiamma che splende:
ciò che pensa non è ciò che si estende.6

5 B. Boncompagni, Intorno ad uno scritto intitolato: “Memorie concernenti il marchese


Giulio Carlo de’ Toschi di Fagnano”, «Bullettino di bibliografia e di storia delle scienze
matematiche e fisiche», 3 (1870), pp. 39-40.
6 Fagnani, La Resurrezione universale, cit., ottava 138. L’edizione, a cura di Chiara Pie-
trucci, è i.c.s. per Ventura edizioni. Cfr. infra, nota 39.

– 47 –
Per dirla con l’autore del Discorso sul metodo, i riferimenti al co-
gito e al dualismo ontologico, costituito da res cogitans e res exten-
sa, sono più che mai chiari ed evidenti. In altre parole, tutto ciò
che esiste o è pensiero che non occupa spazio alcuno, oppure il suo
contrario, ovvero si estende nello spazio. Il pensiero non ha bisogno
di altri fondamenti che non siano il pensiero stesso, come dimo-
strato dalla celebre formula del cogito ergo sum; lo spazio contiene
tutto ciò che non è pensiero, senza la necessità di stabilire una con-
catenazione di cause che conducano dal visibile all’invisibile, dalla
realtà naturale di cui i sensi ci danno esperienza a quella sovranna-
turale postulata dalla religione. Cartesio abbozza il disegno di un
universo binario, più semplice e comprensibile di quello tradizio-
nale, basato sulla fisica di Aristotele e la cosmologia di Tolomeo: si
tratta, in buona sostanza, di una visione del mondo nettamente al-
ternativa a quella elaborata dalla Scolastica medievale – fatta pro-
pria dalla Chiesa cattolica – e perciò destinata a scontrarsi frontal-
mente con essa.

Alla ricerca della verità


Boncompagni scrive che nel 1705 Fagnani dovette subire «una
molesta ed incredibile vessazione, mossagli dagli Scolastici di un
Chiostro, ove ora pubblicamente s’insegnano e si difendono le già
di lui detestate tesi».7 Ma per comprendere le ragioni profonde di
tali dissidi, assai aspri e frequenti fra Sei e Settecento, bisogna fa-
re un passo indietro. La Scolastica, come corrente di pensiero, era
germogliata nel XII secolo e aveva avuto in Tommaso d’Aquino il
suo esponente di maggior rilievo. Se essa poteva a buon diritto rap-
presentare la punta più avanzata della cultura medievale europea,
sintesi audace fra la filosofia aristotelica appena ritornata in Occi-
dente attraverso gli arabi e la rivelazione cristiana, di certo non po-
teva più esserlo nel XVI secolo.

7 Boncompagni, Intorno ad uno scritto, cit., p. 40.

– 48 –
Erano avvenute troppe scoperte sensazionali, che avevano cam-
biato per sempre l’immagine stessa del globo terrestre e la sua po-
sizione nel cosmo. A cominciare dalla scoperta dell’America, che
ridisegnava le mappe geografiche del pianeta, rivelando che non
esisteva un mondo “sanza gente”. Ma soprattutto le scoperte astro-
nomiche di Copernico, Galilei, Keplero e Newton avevano dimo-
strato in maniera incontrovertibile che la Terra non era più il centro
dell’Universo, e che quest’ultimo non era strutturato in sfere con-
centriche e ruotanti l’una su impulso dell’altra. La nuova compren-
sione dei fenomeni naturali finiva così per mettere in discussione
addirittura due delle tradizionali cinque vie per la dimostrazione
dell’esistenza di Dio, codificate da Tommaso nel Duecento e riba-
dite dagli Scolastici di tre secoli dopo, con tutta la veemenza ispira-
ta dalla Controriforma e dalla lotta contro l’eresia luterana.
La prima via ex motu sostiene che ogni cosa in movimento è ne-
cessariamente mossa da qualcos’altro. Ma di questo passo non si
potrebbe spiegare il fenomeno del movimento se non si ipotizzas-
se un Primo Motore, ovvero Dio, in grado di imprimere forza mo-
trice all’intero Universo senza essere mosso da altro. La quinta via,
invece, concerne l’ordine dell’Universo: Dio non è soltanto il mo-
tore immobile, ma anche fine di ogni movimento e scopo di ogni
cosa esistente.8 Ora, alla luce delle rivoluzionarie scoperte scientifi-
che sopra ricordate, l’Universo veniva ad assumere nuovi, spiazzan-
ti contorni: senza centro né periferia, solcato da un’infinità di corpi
celesti, guidati lungo traiettorie immutabili da una forza invisibile.
E tuttavia, l’aver mandato in frantumi la fisica medievale non
deve far concludere che le opere di questi pionieri della modernità
fossero immuni dal senso del sacro. Se il cosmo non può più essere
quello descritto da Aristotele e interpretato in chiave teologica dalla
Scolastica, esso conserva in ogni caso un fascino immenso, intelle-
gibile grazie ai «caratteri matematici» con i quali è stato composto:

8 T. d’Aquino, Somma teologica, I, Bologna, ESD, 2014, pp. 46-48.

– 49 –
un grandissimo libro, che continuamente ci sta aperto innanzi a
gli occhi, ma non si può intendere se prima non s’impara a inten-
der la lingua, e conoscer i caratteri ne’ quali è scritto. Egli è scrit-
to in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre
figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne
umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un
oscuro laberinto.9

Il fatto che uomini geniali come Fagnani o Malebranche si ci-


mentassero nello studio della matematica induce a credere che, for-
se, non si trattava semplicemente di risolvere problemi o dimostra-
re teoremi, bensì di tentare un nuovo itinerario della mente verso le
verità eterne: una specie di teologia moderna e razionale, immune
da fanatismi e indipendente dalle confessioni religiose, maturata in
un’epoca segnata da guerre fratricide in seno all’Europa cristiana.

I limiti della conoscenza


Fagnani era dunque un uomo dotato di un’intelligenza curiosa e
geniale, ma allo stesso tempo era ben conscio dei propri limiti. Lo
si può notare a proposito della decisione di acquistare una costosa
edizione dei Principia (1687) e di intraprendere lo studio del pen-
siero di Newton, che per lui presentava delle difficoltà formidabili,
come candidamente esterna a un suo confidente epistolare: «Io non
ho mai capito né mai capirò le forze attrattrici [l’allusione è alla for-
za di gravità] quando non si spieghino per via d’impulsione».10 Per
Fagnani lo spazio vuoto è già qualcosa di inconcepibile; e altrettan-
to priva di ogni logica gli appare l’idea di una forza invisibile ope-
rante nel vuoto e capace di tenere in equilibrio l’intero Universo. A
suo avviso, infatti, lo spazio non può essere vuoto, bensì occupato
dalla res extensa che raccoglie tutto ciò che non è pensiero. Eppu-
re, pur essendo un cartesiano convinto, Fagnani riconosceva talu-

9 G. Galilei, Il Saggiatore, in Id., Opere complete, Firenze, Barbera, 1968, 20 voll., VI, p.
232.
10 Fagnani, Opere matematiche, cit., p. 145.

– 50 –
ne debolezze del sistema di Cartesio che non era riuscito, anche a
causa della sua morte prematura, a risolvere questioni cruciali co-
me il dualismo ontologico e la corrispondente relazione fra mente
e corpo.
Un altro stimolante confronto filosofico, sia pure a distanza, av-
viene mediante la lettura delle opere di John Locke. Il grande filo-
sofo inglese, autore del fondamentale Saggio sull’intelletto umano
(1690), segue l’indirizzo dell’empirismo che, per certi versi, si muo-
ve nella direzione opposta rispetto al razionalismo cartesiano. Ma
Fagnani ne è comunque attratto, come confesserà in un’altra lettera
con la schiettezza che gli è consueta:

A me pare che lo spirito conosca scientificamente la verità di una


proposizione solo quando ne vede attualmente la prova, o almeno
è nello stato di ricordarsi a suo arbitrio della prova medesima. E
però credo che non basti la semplice rimembranza dell’essere stata
una volta concepita la dimostrazione del teorema e d’averla allora
pienamente capita. Questo scrupolo è dunque cagione ch’io sono il
più delle volte costretto a rimettermi di nuovo a memoria le prove
di molte verità geometriche, e questa diversione continua mi sfor-
za a star sempre dentro i limiti della geometria senza ardire d’inol-
trarmi nelle scienze fisico-matematiche. Veramente il primo capi-
tolo del libro quarto dell’Essai philosophique ecc. del celebre Gio-
vanni Loke potrebbe molto contribuire a dissipare il mio dubbio.11

Il problema può sembrare banale, ma solo in apparenza. Le ve-


rità scoperte e dimostrate dalla matematica sono sempre uguali a
se stesse, e permettono di intendere il maestoso progetto sulla ba-
se del quale Dio ha creato e ordinato tutte le cose. Eppure quelle
stesse verità alla base dell’edificio naturale sono tutt’altro che di fa-
cile acquisizione ed è ben difficile considerarle innate, cioè sempre
presenti, nella mente di ciascuno. La dottrina platonica della remi-
niscenza, per cui la conoscenza è ricordo di un sapere posseduto

11 Ivi, p. 136.

– 51 –
ancor prima della nascita, pur riadattata alle esigenze della filoso-
fia moderna, non regge il passo delle continue scoperte scientifiche
e delle dispute sulle possibili soluzioni di problemi che per secoli
erano stati ritenuti insolubili. Perciò la conoscenza non può, per
lo meno, essere soltanto ricordo: la stessa natura del conoscere di-
venta oggetto di indagine dapprima della filosofia e in seguito della
psicologia sperimentale, fino agli impressionanti sviluppi avvenuti
nell’ultimo secolo a opera delle neuroscienze.
Ma il dilemma intravisto da Fagnani, attraverso la meditazione
dei testi di Locke, è più che mai attuale: la conoscenza è un proces-
so riducibile alla biologia e alla fisiologia del cervello o è qualcosa
che attiene alla sfera dello spirituale, capace di superare i limiti del-
lo spazio e del tempo? Di certo la singolarità di ogni sguardo che
gettiamo sulla realtà finisce con l’eccedere qualsiasi modello basato
sull’osservazione dei fenomeni e la loro ripetizione.12

Conclusione
Vorrei concludere questo mio intervento osservando che Fagna-
ni, pur non avendo elaborato un proprio sistema di pensiero, di
certo è stato un lettore curioso e un commentatore intelligente del-
le concezioni filosofiche al centro del dibattito culturale europeo:
un uomo dal multiforme ingegno, a cui però non è mancata la ca-
pacità di riconoscere anche i propri limiti. Una rara combinazione,
di genialità e umiltà, molto vicina a quella con cui Newton parlava
di se stesso nella tarda stagione della sua vita: «Non so come appa-
rirò al mondo, mi sembra soltanto di essere stato un bambino che
gioca sulla spiaggia e di essermi divertito ogni tanto a raccogliere
un sasso o una conchiglia più bella del solito mentre l’oceano della
verità giaceva insondato davanti a me».13

12 Si veda A. Noë, Perché non siamo il nostro cervello. Una teoria radicale della coscienza,
Milano, Raffaello Cortina Editore, 2010.
13 D. Brewster, Memoirs of the life, writings and discoveries of sir Isaac Newton, II, Lon-
don, Hamilton and Co., 1855, p. 407.

– 52 –
PARTE II
La lemniscata e altre curve celebri
Paolo Cingolani

Sono molte le curve che hanno accompagnato, stimolato e precor-


so lo studio dei matematici sin dalla nascita della geometria e della
sua formalizzazione fino ai giorni nostri. Alcune di esse si possono
definire celebri quando celebre è stato il matematico che le ha de-
finite per primo o, ancor di più, quando la loro invenzione (o sco-
perta?) ha portato alla risoluzione dei grandi problemi della mate-
matica: problemi che hanno visto cimentarsi le migliori menti de-
gli ultimi due millenni e che si sono risolti con l’ampliamento delle
conoscenze e la creazione di nuove basi e strumenti per i ragiona-
menti a seguire.
Una panoramica sulle diverse figure non può che partire dalle
creazioni dei geometri dell’antica Grecia: in questa sede, analizzan-
do la trisettrice di Ippia, la spirale di Archimede e la cissoide di Dio-
cle, attraverso un salto di quasi due millenni, si potranno appro-
fondire curve più attuali quali la catenaria, la cicloide e la lumaca di
Pascal, per citarne solo alcune. Infine si apprezzerà maggiormente
la lemniscata per riconoscere in essa il contributo e le innovazioni
concettuali offerte su questa base dal matematico senigalliese Giu-
lio Fagnani.
I primi geometri dell’antica Grecia, attivi a partire dal VI seco-
lo a.C., seguirono un metodo empirico, con osservazioni ripetute,
per formalizzare un impianto deduttivo basato su assiomi e regole
di ragionamento. Queste, sviluppandosi da ipotesi a tesi, portano
alla formulazione dei teoremi, nuovi strumenti di ragionamento.
La pietra miliare della geometria deduttiva è l’opera di Euclide, gli
Elementi, dove a partire da assiomi e postulati il matematico giunse
a teoremi che spesso non sono altro che il frutto di costruzioni ge-

– 55 –
ometriche, eseguite secondo regole stabilite a priori. Queste rego-
le se da un lato fornirono uno strumento condivisibile e ripetibile,
dall’altro crearono vincoli: solo grazie al loro superamento si riuscì
ad aprire nuove vie matematiche. Le regole assunte dai geometri
greci prendono il nome di “costruzioni con riga e compasso”. Sono
state scelte probabilmente per motivi estetici e pratici, in quanto
semplici, e ripetibili anche a distanza di spazio e di tempo. La ri-
ga e il compasso permettono infatti di misurare grandezze, ovvero
di confrontarle con un campione, l’unità di misura, e di riportarle
uguali a se stesse. In termini algebrici riga e compasso permettono
cinque operazioni che, trasposte nell’algebra simbolica di oggi, so-
no veri e propri strumenti di calcolo come si può dedurre dalla ta-
bella:

O p e ra z i o n i
geometriche Corrispondenze nell’algebra simbolica
possibili
Dati due punti y – yA x – xA
distinti trovare la =
I retta che passa per yB – yA xB – xA
essi
Dato un punto e un
segmento costrui- (x – xA)2 + (y – yA)2 = r 2
re una circonferen-
II za che abbia quel
punto come centro
e il segmento come
raggio
Date due rette trova- ax + by + c = 0
III re l’eventuale punto
in comune
{dx + ey + f = 0
Date una retta e una ax + by + c = 0
IV
circonferenza trova-
re gli eventuali punti
in comune
{ x2 + y2 + αx + βy + γ = 0

x2 + y2 + αx + βy + γ = 0
{
Date due circon-
ferenze trovare gli x2 + y2 + δx + εy + ϕ = 0
V eventuali punti in
comune

– 56 –
In ultima istanza si può affermare che le operazioni così esegui-
bili sulle costruzioni geometriche equivalgano alle quattro opera-
zioni algebriche (addizione, sottrazione, moltiplicazione, divisione)
più l’estrazione di radice quadrata. Proprio la limitatezza degli stru-
menti porterà alla difficoltà nel trovare una soluzione geometrica
ai cosiddetti tre problemi classici della geometria greca: la trisezio-
ne dell’angolo; la quadratura del cerchio; la duplicazione del cubo.
Come può accadere nella matematica non sarà la soluzione del
problema in sé a costituire un traguardo, quanto la via seguita per
raggiungerla. Questa spesso ha portato a nuovi sviluppi della ma-
tematica e aperto la strada a nuove strategie di ragionamento. Al-
lo stesso modo, grazie a nuovi approcci che esulavano dai vinco-
li di “riga e compasso”, diversi geometri greci si misurarono con i
tre problemi, riuscendo a produrre risoluzioni differenti. Parallela-
mente si tentò di addomesticare le risoluzioni alle regole di “riga e
compasso” finché il matematico francese Pierre Wantzel giunse a
dimostrare solo nel 1837 l’impossibilità di una soluzione dei tre
problemi con i metodi della geometria classica1.

La trisezione dell’angolo
Il problema consiste nel riuscire a dividere un qualunque angolo
dato in tre parti uguali. La divisione dell’angolo BVA in due parti
uguali è semplicemente risolubile con riga e compasso: è sufficien-
te puntare il compasso sul vertice V dell’angolo dato e, con aper-
tura a piacere, tracciare una curva che intersechi i due lati dell’an-
golo in due punti 1 e 2. Usando questi come nuovi centri e pun-
tando il compasso in essi con una stessa apertura si tracciano due
archi di circonferenza che, intersecati, determinano un punto 3 per
il quale passa la bisettrice. Un secondo punto è il vertice V dell’an-
golo e così, citando i postulati di Euclide per i quali “per due pun-

1 P. Wantzel, Ricerca sui metodi per riconoscere se un problema può essere risolto con riga e
compasso, in «Journal des mathématiques pures et appliquées», 1837, II, pp. 366-372.

– 57 –
ti distinti passa un’unica retta”, è possibile tracciare la bisettrice
dell’angolo:

Costruzione geometrica della bisettrice di un angolo.

Non fu così semplice trisecare l’angolo fin quando Ippia (443 a.


C.-399 a.C.) ideò una curva “meccanica”, costruita sul movimento
di oggetti geometrici: la trisettrice.

Costruzione della trisettrice di Ippia.

La trisettrice di Ippia, evidenziata in figura, può essere tracciata


a partire dal quadrato ABCD immaginando un moto uniforme e
sincrono del lato BC, che traslerà fino a sovrapporsi al lato AD, e
del raggio AB, che ruoterà fino a sovrapporsi al raggio AD. In figu-
ra è rappresentato il momento in cui il lato B’C’ interseca il raggio
AE nel punto F. Il luogo geometrico dei punti di intersezione co-
sì ottenuti porta alla costruzione della curva. Solo nel XVII secolo
il matematico Roberval estese la costruzione a tutto il piano carte-

– 58 –
siano “uscendo” dal quadrato per arrivare alla definizione completa
della curva:

Rappresentazione completa della trisettrice.

La stessa è rappresentabile algebricamente dalla funzione

y = x . ctg
( πx2r )
che, come si riconosce anche per la presenza della funzione go-
niometrica della cotangente, esula dal semplice uso delle operazio-
ni algebriche di base, quindi dalla costruzione con riga e compasso.
Ippia la applicò per trisecare un angolo qualunque sviluppando il
seguente ragionamento grafico: a partire dall’angolo PAB che inter-
seca la trisettrice in P si traccia la parallela al lato BC, che interseca
il lato DC in M. Il segmento MC viene quindi diviso in tre parti
uguali per determinare il punto N. Da questo si traccia nuovamen-
te una parallela al lato BC che interseca la trisettrice in S. L’angolo
SAB è la terza parte dell’angolo PAB dato:

Trisezione dell’angolo PAB con la trisettrice di Ippia.

– 59 –
La quadratura del cerchio
Altro problema secolare consiste nel determinare un quadrato
che abbia la stessa area di un cerchio dato o, analogamente, che ab-
bia lo stesso perimetro. “Quadrare il cerchio” è diventato sinonimo
di risolvere un problema apparentemente insolubile ed è citato an-
che nel Paradiso dantesco: «Qual è il geometra che tutto s’affigge
/ per misurar lo cerchio, e non ritrova, / pensando, quel principio
ond’elli indige, / tal era io a quella vista nova: / veder voleva co-
me si convenne / l’imago al cerchio e come vi s’indova».2 Lo stesso
Dante non parla di impossibilità nel risolvere il problema, quanto
della difficoltà di ritrovare il principio che lo caratterizza, per cui
il rapporto tra il perimetro e il diametro del cerchio è pari a π, un
numero trascendente ovvero non ottenibile come soluzione di una
equazione algebrica. Nuovamente: l’impossibilità di ottenere alge-
bricamente il π è traducibile con l’impossibilità di risoluzione con i
soli strumenti di riga e compasso. Diverse furono le soluzioni pro-
poste tra le quali quella di Dinostrato che sfruttò la stessa curva di
Ippia per quadrare il cerchio: questo fece sì che la curva precedente
sia spesso ricordata con il nome di “Quadratrice di Ippia”.
Per render merito a uno dei matematici più eclettici della sto-
ria si può illustrare la soluzione proposta da Archimede con la sua
spirale:

ρ = a  ϑ ρ = a  ϑ e ρ = -a  ϑ

Spirali di Archimede.

2 Dante, Paradiso, XXXIII, vv. 133-138.

– 60 –
In figura è proposta la spirale costruita tracciando circonferen-
ze con raggio ρ crescente, e direttamente proporzionale all’angolo
di rotazione ϑ. Nel secondo caso è rappresentata una spirale doppia
con le due volute che si svolgono una in senso antiorario e una in
senso orario, mantenendo la stessa costante di proporzionalità (a)
ma cambiata di segno. La funzione matematica che la descrive, del
tipo trascendentale, conferma l’impossibilità di realizzarla con riga
e compasso.
Qui di seguito è evidenziata la costruzione, legata alla variabilità
del raggio vettore OP:

Costruzione della spirale.

Archimede (287 a.C.- 212 a.C.) considerando un tratto di spi-


rale di centro O fino a un qualunque punto A, come nella figura
seguente, ha tracciato il segmento OA e la retta tangente alla spira-
le nel punto A. Tale tangente interseca in B la retta passante per O
e perpendicolare ad OA.
Il segmento OB risulta avere la stessa misura del perimetro della
circonferenza di raggio OA.

Quadratura del cerchio con la spirale di Archimede.

– 61 –
Così la spirale di Archimede ha quadrato il cerchio! Archimede
riuscì ad applicare i principi della spirale anche nella “vite senza fi-
ne” per sollevare acqua da un bacino o pozzo:

Se ne trovano esempi anche nei motivi decorativi minoici, ante-


cedenti all’opera del matematico.
In natura la forma a spirale è presente in diversi ambiti anche se
più frequentemente nella sua accezione di spirale logaritmica: dalla
forma di alcune galassie alle conchiglie, dal regno vegetale a quel-
lo animale.

Spirali archimedee e logaritmiche in natura.

– 62 –
La duplicazione del cubo
Un aneddoto che compare in diverse varianti, qui presentato nel
racconto di Filopono, narra di una epidemia che imperversava ad
Atene e del ricorso degli abitanti all’oracolo di Delfi per sapere fino
a quando la pestilenza li avrebbe afflitti:

Quando Dio annunciò agli abitanti di Delfi, attraverso l’oracolo,


che, al fine di sbarazzarsi della pestilenza, essi dovessero costruire
un altare doppio di quello che esisteva, i loro operai specializza-
ti caddero in una grande perplessità nei loro tentativi di scoprire
come si potesse realizzare il doppio di un solido simile; essi, per-
ciò, si recarono da Platone, per interrogarlo a proposito di ciò, ed
egli rispose che l’oracolo non intendeva che il dio volesse un altare
di misura doppia, ma che egli desiderava, nell’affidargli il compi-
to, disonorare i Greci per la loro negligenza in matematica e il lo-
ro disprezzo della geometria”. “Il dio ha punito il popolo per aver
trascurato la scienza della geometria che è scienza per eccellenza”.

In effetti la risoluzione del problema può portare a due approcci


ingenui: considerando un cubo di spigolo unitario e quindi di vo-
lume 1x1x1=1, raddoppiare lo spigolo porterebbe a un volume ot-
to volte più grande di quello dato (2x2x2=8!) mentre sovrapporre
due cubi identici porterebbe a un volume doppio di quello iniziale
(1x1x1+1x1x1=2) ma non rispetterebbe il vincolo della forma cu-
bica dell’altare!

La conoscenza delle radici cubiche risolve semplicemente il pro-


blema: infatti se il primo cubo avesse lato, supponiamo, di 1m, e
quindi volume di 1m3, il secondo cubo dovrebbe avere volume di

– 63 –
3
2m3, e di conseguenza lato pari a √2m3 , circa uguale a 1,26m.
Una delle curve che superò il problema fu ideata da Dio-
cle (240a.C.-180a.C) e prende il nome di cissoide (dal greco
kissós=edera) per la sua forma simile ad una foglia di edera.

Cissoide di Diocle.

Verrà tralasciata in questa sede la serie di costruzioni geometri-


che che portò Diocle alla duplicazione del cubo. Come spesso ac-
cade per le intuizioni matematiche, sarà più importante il mezzo
del fine: il procedimento usato da Diocle per la costruzione della
cissoide verrà ripreso da più matematici, anche in età moderna, per
creare nuove curve quali la lumaca di Pascal e, non ultima, la lem-
niscata di Fagnani. Diocle scelse due punti diametralmente opposti
su una circonferenza (O e X) scegliendo O come polo e tracciando
la tangente alla circonferenza passante per X. Conducendo una ret-
ta l qualunque (non parallela alla tangente) e passante per il polo
O, vengono individuati i due punti N e P, intersezioni della retta
rispettivamente con la circonferenza e con la tangente. Sempre dal
polo O e sulla retta scelta si riporta quindi il punto M, tale che la
distanza di O da M sia congruente alla distanza di N da P. Diversi
posizionamenti della retta portano alla generazione di diversi punti
M che tracceranno così la cissoide, evidenziata nella figura seguente:

– 64 –
La catenaria
Dopo un salto di quasi duemila anni troviamo la catenaria o
“curva funicolare”.

Catenaria in tre dimensioni.

Nel 1638 Galileo, che già aveva formalizzato e approfondito il


moto parabolico dei proiettili, pensò erroneamente che una fune
appesa per i suoi estremi si disponesse secondo la forma di una pa-
rabola. Solo trent’anni più tardi fu dimostrato che il profilo della
fune si discostava di poco dalla parabola, rappresentabile con una
funzione algebrica intera ( y = ax + bx + c ), per prendere la for-
ma della catenaria, rappresentabile con una funzione esponenziale
( )
x _x
(y=a e +e
a a
:
2

Confronto tra la curva parabolica e la catenaria.

– 65 –
La catenaria è una curva spontaneamente presente in natura
ogni qualvolta ci sia un filo teso tra i due estremi e con una distri-
buzione di peso uniforme, come osserva anche il naturalista france-
se Jean Henri Fabre: «In una ragnatela, a causa della loro igroscopia,
i fili sono carichi di goccioline, e piegandosi sotto il peso, sono divenute
altrettante catenarie».3
È possibile riconoscerla ogni volta che un peso o, più in gene-
rale, una forza, è omogenea su tutta la lunghezza di un supporto,
come accade anche nelle imbarcazioni a vela sottoposte all’azione
del vento:

Configurazioni spontanee sul modello della catenaria.

Conseguentemente molti tecnici e architetti hanno applicato la


proprietà della curva di distribuire uniformemente i pesi struttura-
li. Ne sono esempio le cupole di Santa Maria del Fiore o le arcate
del ponte della Santa Trinità a Firenze così come la cupola di St.
Paul a Londra.

Esempi di catenaria nelle strutture architettoniche.

3 J.H. Fabre, Souvenirs entomologiques, Paris, Delagrave, 1905, capitolo 10.

– 66 –
In particolare l’architetto spagnolo Antoni Gaudi sviluppò stu-
di di statica costruendo dei telai a forma di catenaria rovesciata per
poi disporre uniformemente diversi sacchetti di sabbia sul modello.
Questo avrebbe simulato la distribuzione dei pesi di una struttura
architettonica:

Modello di distribuzione dei pesi nello studio di Gaudí.

Tradusse poi le osservazioni in applicazione nelle sue opere, in


primis nella realizzazione della Sagrada Familia di Barcellona:

La catenaria nelle opere di Gaudí.

La cicloide
Fu Galileo ad attribuire il nome a questa curva che rappresenta
il moto di un punto di una circonferenza che rotola senza strisciare
su una superficie rettilinea:

Questa linea arcuata sono più di 50 anni che mi venne in mente di


descriverla e l’ammirai per una curvità graziosissima per adattarla

– 67 –
sugli archi di un ponte. Feci sopra di essa, e sopra lo spazio da lei
e dalla sua corda compreso, diversi tentativi per dimostrare qual-
che passione, e parvemi in principio che tale spazio potesse essere
triplo del cerchio che lo descrive; ma non fu così, benché la diffe-
renza non sia molta.4

Si può immaginare come il moto di un punto P sulla ruota di


una bicicletta che procede a velocità costante:

Se il punto si trovasse più internamente o più esternamente ri-


spetto alla circonferenza si svilupperebbero rispettivamente la ci-
cloide accorciata (inferiore) e quella allungata (superiore):

La sua equazione (x = – √y(2r – y) + r . arccos 1– ( ry)) e le sue


4 B. Cavalieri, Lettere a Galileo Galilei, a cura di P. Guidera, Milano, Caribou, 2011,
pp. 153-154.

– 68 –
proprietà furono oggetto di dibattiti e confronti tra i matematici
del XVII secolo. Tra i primi Pascal che, approfondendone lo studio,
coinvolse in vere e proprie sfide matematiche alcuni dei più gran-
di pensatori del suo tempo: tra questi i fratelli Bernoulli, Newton e
Leibniz che riuscirono a scoprire particolarità uniche dal punto di
vista matematico e fisico. Tra le più significative vanno citate l’iso-
cronia del pendolo, la scodella tautocrona (scoperte da Huygens)
e la curva brachistocrona (scoperta dai fratelli Bernoulli). Un pen-
dolo con il profilo a forma di cicloide farebbe sì che un’oscillazione
completa compiuta dalla massa appesa abbia sempre la stessa dura-
ta temporale, indipendentemente dalla quota di lancio, potendo-
lo così definire isocrono (dal greco isos=uguale e chronos=tempo):

Pendolo isocrono.

Analogamente avrebbero lo stesso periodo di oscillazione due


sfere uguali lasciate cadere da altezze diverse, all’interno di una sco-
della cicloidale, giungendo simultaneamente sul fondo con moto
tautocrono (dal greco tauto=identico e chronos=tempo):

Scodella tautocrona.

Infine la cicloide rappresenta la traiettoria più breve che può es-


sere percorsa da un corpo che scivola verso il basso, soggetto alla
sola forza peso. Questo confuta l’ipotesi più intuitiva che identi-
ficherebbe tale traiettoria in una linea retta. Sono diversi gli stru-

– 69 –
menti realizzati anche ad uso didattico che evidenziano la carat-
teristica della brachistocrona (dal greco brachistos=più corto e
chronos=tempo):

Curva brachistocrona.

La lumaca di Pascal
Con un metodo di costruzione che riparte dalla geometria
dell’antica Grecia e con conseguenze che aprono la via alle ultime
frontiere della matematica e alla geometria e all’algebra dei frattali,
la lumaca deve il suo nome alla forma simile a quella di un guscio,
e la sua prima formalizzazione al grande matematico francese. La
lumaca viene creata prendendo spunto dal metodo della cissoide, a
partire da una circonferenza di centro C, scegliendo su essa un po-
lo O e tracciando una retta passante per O che intersechi la circon-
ferenza in A:

Costruzione della lumaca di Pascal.

Dal punto A e sulla retta tracciata si riportano quindi i punti S e


T, equidistanti da A con una lunghezza scelta arbitrariamente, qui

– 70 –
indicata con k. La rotazione della retta attorno al polo permette di
tracciare la lumaca; diverse scelte del parametro k portano a con-
figurazioni differenti pur mantenendo la stessa formula algebrica:
(x2 + y2 – 2rx)2 = k2 (x2 + y2)

Lumaca di Pascal con k < 2r e k = 2r (cardioide).

La seconda accezione della curva, quella in cui i punti S e T so-


no scelti a una distanza da A pari al diametro della circonferenza,
portano a una curva particolare detta cardioide, per la sua forma si-
mile a quella dell’organo. Il matematico polacco Mandelbrot nel
secolo scorso prese la cardioide come punto di partenza per uno
dei suoi insiemi di frattali. I frattali sono strutture algebriche e ge-
ometriche definite per ricorsione dove «la parte è uguale al tutto»:
analizzando un sottoinsieme, algebrico o grafico che sia, sarebbe
impossibile distinguerlo dalla totalità. Algebricamente il frattale in
questione è definito dalle relazioni:

{
z0 = 0
dove zn e c sono numeri complessi.
zn+1 = zn2 + c

Si può riconoscere la definizione per ricorsione osservando co-


me il termine n+1-simo (zn+1 ) della successione sia definito a partire
dal precedente (zn ). Ancora più evidente è la ricorsione dal punto
di vista grafico, dove ogni sottoparte è costruita con le regole della
matrice precedente, a partire dalla cardioide:

– 71 –
Frattale di Mandelbrot generato dalla cardioide.

Le regole di costruzione sono reiterabili all’infinito, e con punti


di partenza diversi si possono ottenere diverse configurazioni:

Frattali generati da un triangolo equilatero.

Altri esempi significativi sono offerti dalle opere del grafico e in-
cisore olandese Escher che ha saputo cogliere nei frattali la possibi-
lità di rappresentare l’infinitamente piccolo:

Frattali nell’arte: Circle Limit (M.C. Escher).

– 72 –
Lo stesso Escher ha colto il significato di infinito anche nella
sua incisione del Nastro di Moebius che in matematica rappresenta
una “superficie non orientabile” dove quindi non esiste un “sopra-
sotto” ma tutto è contenuto su un’unica faccia. Si provi a seguire il
percorso di una formica nell’opera riportata!

Nastro di Moebius ([Link]).

Tra l’altro la forma del nastro è la stessa assunta per indicare l’in-
finito (il primo ad usarlo fu Wallis nel 1655) ed è proprio il profilo
delineato dalla curva lemniscata.

La prima lemniscata
La prima comparsa della lemniscata nella storia del pensiero
scientifico è dovuta a un caso particolare degli “Ovali di Cassini”
del 1680. L’astronomo italiano definì gli omonimi ovali mentre era
alla ricerca della traiettoria del moto relativo della Terra attorno al
Sole, arrivando a una famiglia di curve generate dall’equazione
(x2 + y2)2 – a2 (x2 – y2) + a4 – c4 = 0. Gli ovali sono curve chiuse co-
stituite da punti per i quali è costante il prodotto delle distanze da
due punti fissi detti fuochi.5 La semidistanza tra i fuochi è rappre-
sentata dal parametro a mentre il prodotto costante delle distanze è
stabilito dal valore di c. Se si scegliesse c = a si otterrebbe la lemni-
scata, ben riconoscibile al centro nella famiglia di Ovali sotto pro-
posta:

5 Si osservi che la legge delle orbite ellittiche con la quale Keplero identifica la tra-
iettoria della Terra attorno al Sole in un’ellisse è del 1608, mentre Cassini si dedicò
a formalizzare la traiettoria relativa, e non assoluta, del moto. Le ellissi sono curve
costituite da punti per i quali è costante la somma delle distanze dai fuochi.

– 73 –
Ovali di Cassini.

L’astronomia offre un ulteriore contributo alla conoscenza della


lemniscata attraverso l’analemma (‘piedistallo di una meridiana’, in
greco) che è la figura ottenibile fotografando ogni giorno la posizio-
ne del sole, allo stesso orario e dalla stessa posizione:

Analemma
Se l’orbita della Terra fosse perfettamente circolare, pur mante-
nendo l’inclinazione effettiva dell’asse terrestre, i due lobi risulte-
rebbero simmetrici, generando una lemniscata perfetta. L’analem-
ma è anche usato per la sincronizzazione delle meridiane:

Meridiana di Mondovì (CN) con lemniscata.

– 74 –
La lemniscata
A partire dall’equazione degli Ovali di Cassini e ponendo c =
a, dopo semplici semplificazioni si ottiene l’equazione algebrica
della lemniscata: (x2 + y2)2 = a2 (x2 – y2), riassunta nella proprietà
PF . PF '= a2 e qui rappresentata nel piano cartesiano:

La lemniscata nel piano cartesiano.

Le origini e la continuità concettuale con la geometria dell’an-


tica Grecia sono ancor più evidenti potendo costruire la curva con
il metodo inventato da Diocle per la sua cissoide, e già ripreso da
Pascal. Mentre Diocle considerò una circonferenza e un polo O su
essa, per costruire una lemniscata vanno tracciate due circonferenze
esterne con uguale raggio, e il polo O sarà il punto medio tra i due
centri. Tracciando da questo una qualunque semiretta che interse-
chi la circonferenza nei punti S e T, andrà riportato sulla semiret-
ta e a partire da O un segmento congruente alla distanza tra S e T,
per individuare così il punto P (OP = ST). Ruotando la semiretta il
luogo geometrico descritto al variare di P originerà una lemniscata:

Costruzione della lemniscata con il metodo della cissoide.

– 75 –
La costruzione sopra citata, realizzata anche con ausili meccani-
ci, portò James Watt a realizzare il parallelogramma di Watt, un si-
stema meccanico costituito da quattro bracci, due dei quali di lun-
ghezza uguale (AD = BC) e incernierati a due punti fissi (D e C).
Come mostrato in figura, il movimento dei due bracci uguali porta
il punto M a tracciare una lemniscata.

Costruzione meccanica della lemniscata.

Il parallelogramma di Watt, a seconda della scelta nelle lunghez-


ze dei diversi bracci, ha trovato diverse applicazioni, anche nelle so-
spensioni automobilistiche:

Parallelogramma di Watt nelle sospensioni di un’automobile.

L’opera di Giulio Fagnani


Il matematico senigalliese Giulio Fagnani riprese gli studi di Ja-
kob Bernoulli del 1694 e giunse a risultati inaspettati sulla lem-
niscata. Proprio a Bernoulli è dovuto il nome assegnato alla cur-
va, di etimologia latina (lemniscos=fiocco pendente) che ricorda
un nastro ornamentale usato per le corone. Con i mezzi propri

– 76 –
dell’analisi infinitesimale, e in particolare del nascente calcolo in-
tegrale, riuscì a “quadrare” la lemniscata, per usare un termine dei
geometri antichi, ovvero a misurarla. Oltre a calcolare l’area rac-
chiusa dalla curva, egli espresse la lunghezza della parte di curva
compresa tra l’origine degli assi e un qualunque punto variabile

(x) come

x a2 dx
l(x) = ∫ 4 4 .
0 √a – x

Il risultato è celebrato dal grande matematico francese Adrien-


Marie Legendre nelle parole: «Ma i diversi risultati [sulle quadratu-
re] non erano legati tra loro e non potevano formare alcuna teoria. Un
Geometra italiano di una grande sagacità, aprì la via a speculazioni
più profonde».6
In effetti, non solo Fagnani ottenne un risultato senza preceden-
ti ma, seguendo i canoni più ottimisti della ricerca matematica, fu
pioniere della teoria degli integrali ellittici quale è quello usato per
il calcolo della lunghezza. Le «speculazioni più profonde» citate da
Legendre riconoscono a Fagnani il merito di aver gettato le fonda-
menta per lo studio delle funzioni ellittiche. Lo stesso Eulero nel
1751, dopo aver esaminato le Produzioni matematiche7 di Fagnani,
pubblicate appena un anno prima, scoprì le formule di addizione
per gli integrali ellittici: va considerato che nell’opera di Fagnani
comparivano per la prima volta le formule di duplicazione per tali
integrali, caso particolare della generalizzazione offerta da Eulero.
Fagnani provò anche che nonostante ellisse, iperbole, cicloide siano
funzioni trascendenti, la differenza di archi di una stessa curva è
espressione algebrica delle variabili coinvolte. Questo gli permise
di suddividere la lemniscata in archi equivalenti e a concludere che

6 A.M. Legendre, Traité des fonctions elliptiques, Paris, Huzard-Courcier, 1825, I, p. 2.


7 Fagnani, Produzioni matematiche, cit.

– 77 –
il quadrante della lemniscata potrà dividersi algebricamente in
tante parti uguali, quanti numeri si contengono in queste tre for-
mule, e cioè 2x2m, 2x3m, 2x5m, nelle quali l’esponente m significa
qualunque numero intero positivo. E questa è una nuova, e singo-
lare proprietà della mia curva.8

Citando nuovamente Legendre: «Egli prova che su tutte le ellissi


o su tutte le iperboli, si possono assegnare, in una infinità di modi,
due archi la cui differenza sia uguale ad una quantità algebrica. Egli
dimostra nello stesso tempo, che la curva nominata “lemniscata”
soddisfa questa proprietà singolare, che i suoi archi possono essere
moltiplicati o divisi algebricamente, come archi di cerchio».
In conclusione, Fagnani, riducendo dei calcoli su funzioni tra-
scendenti a calcoli su funzioni algebriche, riuscì anche a duplicare
la lemniscata con riga e compasso. A onore dei pensatori dell’anti-
ca Grecia la ricondusse così a quei canoni di estetica e semplicità
dettati dai fondatori della geometria, offrendo soddisfazione ai suoi
precursori e al contempo affacciandosi con le sue innovazioni verso
i successori. Grazie ai suoi contributi ha conquistato l’imperitura
memoria tra i matematici, studiando il simbolo dell’infinito e pro-
iettandosi in esso. Come cita l’epigrafe sulla sua lapide nella chiesa
di Santa Maria Maddalena a Senigallia, egli rese «Veritatis deo infi-
nita gloria», con la lemniscata a sigillo e simbolo del suo pensiero.

8 Id., Metodo per misurare la lemniscata, in «Giornale de’ letterati d’Italia», 1718, X, pp.
258-269: 268.

– 78 –
Le mie esperienze didattiche alla Fagnani

Mariella Bonvini Traini

Ringrazio la dirigente Bigelli e il comitato organizzatore di questo


convegno per avermi invitato a illustrare oggi le esperienze didatti-
che che hanno avuto avvio quaranta anni or sono, quando nell’an-
no scolastico 1976-1977 sono entrata in ruolo alla scuola media
“Fagnani”, dopo una dozzina di anni trascorsi negli istituti superio-
ri di Senigallia a insegnare italiano e latino.
Confesso che mi emoziona, ma soprattutto mi imbarazza essere
inevitabilmente auto-referenziale: ho ritenuto opportuno, pertan-
to, ricorrere ad una partizione in “paragrafi” della mia relazione,
con titoli di fantasia, per renderne più agevole e soprattutto meno
noiosa la lettura.

La valenza delle opportunità


La scuola secondaria di I grado “Giulio Carlo Fagnani” è stata
fondata nel 1861 come scuola tecnica comunale e da allora è ospi-
tata, con il suo archivio storico, in un edificio, in origine “Il doga-
none”, che risale agli anni 1803-1804, sul quale è esposto lo stem-
ma lapideo di papa Pio VII1 e dal quale la mia abitazione dista solo
poche decine di passi. Per le mie “esperienze didattiche” che sono
stata invitata a presentare, ho potuto annualmente disporre della
consulenza di mia cugina, la professoressa Marinella Bonvini Maz-

1 Incisa sulla facciata interna del pilastro dei Portici Ercolani a fronte del numero civico
33, si legge l’anonima scritta: «Evviva Pio VII», sovrastata dalle chiavi decussate, che in
araldica rappresentano l’assistenza divina nell’esercizio del potere temporale e spirituale
della Chiesa.

– 79 –
zanti, docente di Storia Moderna all’università di Urbino, invitata
ad illustrare i Della Rovere e la loro presenza in città, con puntuale
riferimento al programma ministeriale di storia. Ho potuto inoltre
avvalermi nelle mie ricognizioni in città ed escursioni nel territo-
rio dell’intervento di Luigina Pieroni, insegnante elementare, fon-
datrice della sede locale di Archeoclub di Italia. La prossimità della
scuola al sito archeologico “La Fenice” ha consentito agli alunni di
frequentarlo agevolmente ancor prima della musealizzazione, assu-
mendo anche l’incarico di “lavare i cocci” (foto 1) emersi dagli sca-
vi e trasferiti in cassette sugli spalti della Rocca roveresca, anch’essa
facilmente raggiungibile. Nell’ambito di una ricognizione delle an-
tiche anfore visibili nel centro storico, gli alunni hanno scoperto un
collo d’anfora anche in un muro a sacco nei sotterranei della Rocca.

1 - Gli alunni della “Fagnani” impegnati a lavare “i cocci” ritrovati nel sito ar-
cheologico della Fenice.

– 80 –
Giulio Carlo Fagnani e la Treccani
Esordisco alla Fagnani nel primo giorno di scuola dell’anno sco-
lastico 1976-1977: incontro la classe II del corso A, mi presento,
faccio l’appello di rito. Il discorso cade poi sul personaggio cui è in-
titolata la scuola che ci ospita. Ho confessato che non ero ancora
in grado di illustrarlo adeguatamente, ma che ero pronta ad avviare
con loro un’indagine, in aggiunta al programma ministeriale di sto-
ria. La proposta fu immediatamente accettata. L’indomani ho avu-
to il permesso dal preside Giuseppe Quaresima di portare in classe
il ritratto in copia anastatica di Giulio Carlo Fagnani che avevo no-
tato nel suo ufficio e che mi aveva subito incuriosito.
Ho tradotto letteralmente il cartiglio dal latino,2 precisando che
il foglio esibito dal personaggio non presentava il numero 8 come si
poteva erroneamente pensare, bensì una lemniscata, vale a dire un
fiocco, un nastro decorativo, usato nell’antica Grecia per adornare
le ghirlande di alloro. Per saperne di più ho proposto la consulta-
zione della celebre «Enciclopedia Italiana delle Scienze, Lettere ed
Arti» dell’Istituto Treccani, nella biblioteca comunale e tre alunne
(Albonetti Roberta, Boschetti Sandra e Rimini Tiziana) si sono re-
se subito disponibili.
L’era di internet era ancora lontana e la Treccani mi è sembra-
ta essenziale per l’avvio dell’indagine, il cui primo esito, comun-
que, fu davvero sorprendente: infatti l’Enciclopedia non riportava
il nome di persona Giulio Carlo, bensì Giulio Cesare, con data di
nascita e di morte diverse da quelle che avevo indicate in classe: 6
dicembre invece di 26 settembre 1682 e 26 settembre invece di 18
maggio 1766.3

2 «Giulio Carlo dei Toschi di Fagnano, Marchese di Sant’Onorio, dell’Ordine Costanti-


niano di San Giorgio, Marchese Priore, Patrizio Romano, e Senigalliese di Patria, dopo
aver acquistato grandissimi meriti non solo nei confronti della patria, ma anche nei
confronti della Repubblica delle lettere, Matematico, Filosofo, Poeta. Servo di Cristo.
Morì il 18 Maggio dell’anno del Signore 1766 visse 83 anni mesi 7 giorni 24».
3 Fagnani Giulio Cesare, «Enciclopedia italiana delle scienze, lettere e arti», Roma, Istituto
dell’Enciclopedia italiana, XIV (1932), ad vocem.

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Essendo i ragazzi incuriositi e sollecitati da questo risultato,
siamo andati a leggere l’epigrafe marmorea esposta sulla facciata
dell’imponente e grandioso palazzo Fagnani, contiguo al Munici-
pio, ma da esso separato per la presenza di una via che ricorda nel
nome l’illustre famiglia. Successivamente abbiamo esaminato nella
Chiesa della Maddalena la lapide funeraria in latino, della quale ho
fornito in classe la traduzione4 ed infine, per fugare ogni dubbio,
abbiamo consultato l’archivio parrocchiale, che è a qualche decina
di passi dalla nostra scuola (foto 2).5

2 - Originale dal Libro 13° (1677-1683) dei Battesimi custodito nell’Archivio


della Cattedrale; lettera N, c. 44 v.

4 «Alla Divina Sapienza, Gloria. Il Conte Giulio Carlo discendente dei Toschi originari
dal Castello di Fagnano, Marchese di S. Onofrio, Patrizio Romano e Senigalliese, arric-
chì l’Algebra e l’alta Geometria, con numerose invenzioni scientifiche e la pubblicazione
di eccellenti scritti; fu anche Filosofo - Poeta e qui è sepolto. Nacque il 6 Settembre
1682, morì il 18 Maggio 1766. Al padre buono i figli in lacrime posero questa lapide
sepolcrale».
5 Trascrizione dal registro dei battesimi: «giorno 10 ottobre 1682 Giulio, Bernardino
Carlo Benedetto figlio del nobile signor Francesco Fagnani e della sig Camilla Batoli sua
consorte, fu battezzato in casa per necessità dal Canonico Fagnani, le altre funzioni della
santa Chiesa furono adempiute dal maestro Batoli con licenza alle quali assisté Padrina
la Signora Maria Camilla Fagnani e l’illustrissima principessa Cattarina Giustignani in
data 2 ottobre 1682 appo di me. Nacque il 26 Settembre a ore 22 e mezzo di sabato».

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Abbiamo pertanto scoperto che il piccolo Fagnani “per necessi-
tà” era stato battezzato in casa, probabilmente a causa di un parto
difficile che aveva fatto temere per la sua sopravvivenza, con il nome
Giulio Carlo. Abbiamo quindi rintracciato inequivocabilmente la
sua data di nascita: «26 settembre 1682 a ore 22 e mezzo di sabato».
Il documento consultato sembrava fugare ogni dubbio, tuttavia
decidemmo, nel nostro scrupolo filologico, di contattare la Trecca-
ni per sapere su quali basi bibliografiche-documentarie fosse stato
redatto il profilo biografico pubblicato. Spedimmo quindi una det-
tagliata relazione dell’indagine affrontata a firma delle tre alunne
volontarie citate e, dopo qualche giorno, giunse a scuola, indirizza-
ta alla classe II A, una lettera (foto 3) dal celebre Istituto capitolino
guidato allora dal professor Umberto Bosco, nella quale era espres-
so un vivo apprezzamento per l’esemplare lavoro svolto dagli alun-
ni, sapientemente guidati dall’anonima insegnante e la certezza che
gli errori segnalati sarebbero stati corretti nelle schede del Diziona-
rio Biografico degli Italiani allora in corso di elaborazione. In segui-
to ho verificato le correzioni apportate nel volume XLIV dell’anno
1994, con un brivido di emozione, che non proverei oggi, se con-
sultassi Wikipedia, ove pertinacemente resistono gli errori delle da-
te, come hanno appurato tre alunni della II A attuale: Alwan Ra-
zan, Emad Elzeki Abdelsalam Ali Karim, Lin Ruikai.

3 – Lettera del prof. Umberto Bosco alle alunne della classe II A.

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La storia del sarcofago di San Gaudenzio
L’esito della prima esperienza didattica alla Fagnani mi induce-
va a proseguire il percorso intrapreso. Nell’anno scolastico 1992-93
mi trovai di fronte una II classe di 23 ragazzi vivaci, curiosi, intra-
prendenti, con i quali, in stretta attinenza al programma di storia,
ho avviato una indagine sul sarcofago di San Gaudenzio, preziosa
testimonianza alto-medievale custodita nella sacrestia del Duomo,
a pochi passi dalla scuola, nella convinzione di poter coniugare at-
tività didattica e valorizzazione dei beni culturali.
Procedemmo anzitutto alla ricognizione del sarcofago (foto 4),
stranamente ignorato dagli specialisti di Storia dell’arte, ma no-
to agli storici locali, che avevano tuttavia solo frettolosamente ac-
cennato ai simboli evangelici, scolpiti sugli spigoli del coperchio,
puntualmente esaminati ed identificati dalla nostra indagine. L’i-
scrizione (foto 5) della facciata anteriore riferisce che il vescovo di
Senigallia Sigismondo collocò le miracolose reliquie del santo nel
sarcofago durante una terribile pestilenza. Secondo la tradizione,
la regina longobarda Teodolinda per custodirlo fece costruire un
tempio di cui restano solo poche vestigia, nella contrada chiamata
tuttora “San Gaudenzio”. Poi si è passati all’analisi della comples-
sa ed articolata vicenda degli spostamenti subiti dal sarcofago che
coinvolgono tempi e luoghi significativi per la storia non solo di
Senigallia, ma anche di Ostra, la cui scuola media “Menchetti” ha
contribuito all’indagine propostale, in riferimento alle reliquie del
santo trafugate dal sarcofago e trasferite nella locale chiesa di San
Francesco.

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4 - Sarcofago di San Gaudenzio.

5 - Calco dell’iscrizione.

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In questa fase, visitando la piccola chiesa di San Sebastiano, “re-
sidenza” temporanea del sarcofago, edificata nel 1782 ed ormai
aperta al culto solo per pochi giorni all’anno, scoprimmo una bel-
la pala d’altare (foto 6) del tutto sconosciuta, con San Sebastiano,
la Vergine con il Bambino, San Carlo Borromeo, l’anonima com-
mittente e una suggestiva veduta della città, datata successivamen-
te dagli esperti al secolo XVII, ora in bella mostra nella pinacoteca
diocesana.
L’Amministrazione comunale provvide allora alla pubblicazione
dell’esito dell’indagine fatta, con nostra grande gratificazione, tan-
to che decidemmo di spedirne una copia a Firenze, alla responsa-
bile della sezione didattica della Galleria degli Uffizi, Maria Grazia
Trenti Antonelli, autrice di un articolo su un periodico scolastico,
commentato in aula e per noi molto interessante, perché propone-
va la procedura didattica che noi avevamo già sperimentato anche
con la collaborazione della prof. Sandra Scardozzi Governatori per
l’educazione artistica e Fabiola Romagnoli Tonelli per la religio-
ne. Ne seguirono: una lettera di risposta del 3 maggio 1995, nella
quale si definiva “esemplare” la nostra ricerca; successivamente, in
omaggio, materiale didattico in uso alla Galleria degli Uffizi e infi-
ne, per me, un invito al Convegno Didattica. Attività per la cono-
scenza e la tutela del patrimonio artistico che si tenne a Firenze il 4
dicembre 1995.

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6 - Pala d’altare ritrovata nella chiesa di San Sebastiano.

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Il Convento francescano delle Grazie e “la tela dei ragni”
Ogni anno, in piena attinenza al programma di storia, ho con-
dotto i miei alunni di II classe al convento francescano di Santa
Maria delle Grazie (foto 7), complesso monumentale edificato a
circa due chilometri dalla città, su progetto di Baccio Pontelli, per
volontà di Giovanni Della Rovere, signore di Senigallia, a sciogli-
mento di un voto fatto per la nascita di un erede maschio. I lavori,
iniziati nel 1491, furono conclusi nel 1684, con l’intervento di Vit-
toria Della Rovere, ultima erede della dinastia.
Quando visitavo i due chiostri, il grande e il piccolo, presenti
nella struttura e adorni di quarantasette lunette affrescate a sogget-
to francescano, non documentate in Soprintendenza e mai studia-
te da alcuno, cercavo di capire cosa quelle mute, ma affascinanti
immagini, talora molto deteriorate, raccontassero a me e ai miei
alunni. Finché ho deciso di approfondirne la conoscenza, per farne
oggetto di indagine in classe. Durante l’estate, con l’autorizzazione
del professor Sergio Anselmi, direttore del Museo della Mezzadria,
ivi ospitato ed esemplarmente documentato, ho fotografato le su-
perstiti lunette del chiostro grande e, per completare la ricognizio-
ne e le fotografie, con il benevolo consenso dei frati, provvista di
una solida scala e di una soffice pennellessa, ho rimosso polvere e
ragnatele stratificatesi nei secoli sulle pareti del chiostro piccolo ed
ho trovato, ripetuti in più lunette, il nome dell’autore e l’anno di
esecuzione: Petrus Franciscus Renulfus Novarensis 1598.

7 - Veduta dall’alto del convento di Santa Maria delle Grazie.

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Quindi ho progettato di condurre l’indagine su due piani paral-
leli e complementari: in classe abbiamo proceduto alla sistematica
identificazione delle scene rappresentate attraverso riscontri icono-
grafici con il ciclo dipinto da Giotto nella Basilica di Assisi e quello
del chiostro di Ognissanti a Firenze, coevo al nostro e proprio allora
restaurato, ma ovviamente anche consultando testi letterari didat-
ticamente adeguati. Per mio conto in biblioteche, archivi, musei, a
Senigallia, Novara, Mogliano, Corridonia ho cercato l’approfondi-
mento storico-documentario dell’ignoto, ma non più anonimo au-
tore ed ho cominciato – finalmente – ad intendere quelle immagini
che sono state successivamente restaurate dalla Soprintendenza. II
risultato di questa nostra indagine, che reca la firma anche dei col-
leghi Vincenzo Ridolfo per l’educazione tecnica e la già citata Fa-
biola Romagnoli Tonelli, è stato pubblicato dall’Amministrazione
comunale nell’anno 1996. Gli alunni stessi hanno scelto la lunetta
da mettere in copertina (foto 8).
Inoltre nell’anno 1999-2000, con la sponsorizzazione del Lions
Club di Senigallia, la scuola “Fagnani” ha provveduto a compilare
opuscoli illustrativi dei due chiostri in lingua italiana, inglese, fran-
cese e tedesco.

8 - Chiostro piccolo, miracolo del bambino risuscitato da San Francesco.

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Di conseguenza andavo sempre più convincendomi che nella
scuola media la Storia possa essere insegnata e appresa non solo dai
libri, musei, biblioteche – indispensabili eppure insufficienti – ma
anche dal contesto ambientale vivo oggi nei luoghi stessi dove so-
no vissuti gli uomini un tempo. E allora la città con il suo territo-
rio può diventare un libro da leggere, dove si impara la storia dalle
lapidi, dagli stemmi, dai portali, dai toponimi, dalle tipologie ar-
chitettoniche.

9 - Il trionfo della virtù.

10 - Diana ed Endimione, Palazzo Monti, proprietà privata.

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I soffitti delle meraviglie
In verità gli alunni della Fagnani hanno spinto lo sguardo e la
curiosità fin dentro una decina di monumentali palazzi del centro
storico, varcandone materialmente le soglie se aperti al pubblico,
altrimenti esaminando in classe le diapositive dei soffitti decorati,
che erano stati fotografati grazie alla disponibilità dei proprietari e
hanno così svelato alla comunità tesori nascosti del tutto ignorati.
Per mio conto ho indagato le vicende di coloro che nei secoli sono
convissuti, nel bene e nel male, con le indifferenti, olimpiche ma-
està, in riferimento ai tre più importanti palazzi: Monti (foto 9 e
10), Grossi (foto 11 e 12), Ercolani (foto 13 e 14). In quest’ultimo,
tre sale illustrano un preciso tema narrativo: l’Eneide di Virgilio, fi-
no ad allora del tutto ignorata.

11 - Marzia e Olimpio, Palazzo Grossi proprietà privata.

12 - Cefalo ed Aurora, Palazzo Grossi proprietà privata.

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Quest’ultimo progetto fu destinato alle classi prime dei corsi A,
B, C, con la piena collaborazione dei colleghi di lettere: Anna Ma-
ria Cingolani, Domenica Malatesta Belardinelli, Enrica Barbadoro
Gazzetti, Rossella Allegrezza Di Mauro, Gabriella Casaroli Sanse-
verinati e si protrasse per un triennio, dal momento che i ragazzi,
dapprima sollecitati, poi spontaneamente stimolati dalla curiosità,
hanno cercato “dei ed eroi” non solo nelle immagini, bensì nelle
parole di uso quotidiano, nei toponimi, nelle insegne commerciali,
nei marchi di fabbrica, nella pubblicità dei mass-media, come do-
cumenta una scheda lessicale che raccoglie ciò che essi hanno via
via scoperto.
È stata anche allestita una drammatizzazione (foto 15) ispirata
ai poemi omerici, intitolata Cantami o diva con la collaborazione
di Vincenzo Ridolfo per l’ed. tecnica, Francesca Manfredi Ferro-
ni di ed. fisica, Luisa Lazzarini, Marco Santinelli di ed. musicale,
Nicoletta Lorenzetti e Santina Agostini insegnanti di sostegno e la
preziosa disponibilità del collaboratore scolastico Sergio Paialunga.
Gli alunni hanno sempre mostrato vivo interesse anche nell’allesti-
mento delle scene e degli arredi e nella confezione dei costumi ed
accessori creati con materiale di scarto e di recupero, come dimo-
strano le foto pubblicate nel volume: Dei ed eroi. Senigallia: i soffitti
delle meraviglie, stampato nel 1999 su iniziativa dell’Amministra-
zione comunale.

13 - Didone ed Enea partono per la caccia.

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14 - Morte di Didone, Palazzo Ercolani, attuale sede della banca Popolare di Ancona.

La Scuola Media Fagnani e la tredicesima fatica


È noto quanto nella pre-adolescenza si ami il mito come lin-
guaggio simbolico che favorisce processi di partecipazione e iden-
tificazione, in quanto offre paradigmi perfetti di condizioni e com-
portamenti umani in cui i ragazzi riconoscono se stessi. Da questa
consapevolezza nacque l’idea di confezionare, in collaborazione
con la collega Gabriella Casaroli Sanseverinati, un albumetto ispi-
rato all’eroe degli eroi, Ercole, le cui straordinarie imprese, rap-
presentate nel 1500 dagli splendidi stucchi di Federico Brandani
al Palazzetto Baviera, erano allora di attualità per la concomitante
uscita, alle soglie dell’anno 2000, di un fortunato film di anima-
zione di Walt Disney. Progettammo pertanto di riprodurne le im-
magini nel formato delle usuali figurine autoadesive, da abbinare a
didascalie da noi predisposte: è davvero un’impresa questa, perché
richiede impegno e concentrazione. Didatticamente in questo pro-
getto l’obiettivo da raggiungere era l’analisi puntuale ed approfon-
dita di un testo scritto e dell’immagine ad esso riferita. In tal modo
si è inteso utilizzare a fini cognitivi la predisposizione delle giovani
generazioni alla conoscenza visiva, ricavando un arricchimento cul-
turale da uno strumento, come quello delle figurine, che appartiene
all’esperienza quotidiana dell’età infantile e adolescenziale.

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15 - Drammatizzazione intitolata Cantami o Diva.

16 - Ercole, Palazzo Grossi - proprietà privata.

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Giulio Carlo Fagnani (e Mariella Bonvini Triani)
Non è chi non veda come il primo incontro con Giulio Carlo
Fagnani abbia condizionato il mio iter professionale: ho scelto in-
fatti di restare nella “sua” scuola e ho avuto anche occasione di ag-
giornarmi sulla sua formazione filosofica e scientifica.
Infatti al convegno Scienziati e tecnologi marchigiani nel tempo
organizzato nell’anno 1997 dall’Università degli studi di Ancona,6
sono stata incaricata dalla presidenza di rappresentare ufficialmente
la scuola “Fagnani” alla relazione sul nostro personaggio del prof.
Luigi Pepe7 al quale ho fatto omaggio – così gradito da meritare
un inatteso grazie via internet – di una foto del ritratto che sapevo
esposto al Liceo Classico “Perticari” e che mi ero già procurata per
le mie attività in classe.
Poi dal 2011 sono stata impegnata nelle preziose iniziative pro-
mosse dalla sezione locale del FAI, con l’intervento di giovani stu-
denti preparati a fare da guida, ai quali ho fornito per più stagioni
testi stampati e consulenze didattiche, con la gratificante consta-
tazione di aver precorso i tempi, dal momento che nel giugno
dell’anno scolastico 1980-81 la comunità cittadina è stata dotata
per la prima volta – per merito della scuola media “Fagnani” – di
un piccolo manipolo di «mini-guide turistiche per girare e cono-
scere Senigallia», come si legge nel «Corriere Adriatico» del 21 giu-
gno 1981.
Ma forse ancor più emozionante è stato il rinvenimento del tut-
to fortuito delle Propositiones geometricae quas sub auspiciis clarissi-
mi, ac nobilissimi viri Julii Caroli Comitis Fagnani […] (foto 17),
vale a dire di un libello adocchiato in un mucchio di libri polvero-
si, durante il trasloco di mobili ed arredi dell’antico Palazzo Mon-
ti Malvezzi, che dalle finestre dell’aula indicavo agli alunni come

6 Obiettivo del convegno era anche promuovere l’interesse di insegnanti e studenti per la
ricerca storico-scientifica partendo dalle realtà locali.
7 Si tratta del professor Luigi Pepe, del dipartimento di Matematica dell’università di
Ferrara.

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esempio di singolare tipologia architettonica. Fortunatamente ho
avuto la possibilità di procurarmene allora una fotocopia. Era stato
stampato a Senigallia («typis Stefani Calvani, superiorum licentia»)
nel 1746, anno in cui papa Benedetto XIV con il primo chirogra-
fo diede avvio all’ampliamento della città. Esso presenta, oltre le
Propositiones geometricae, anche le Figurae geometricae (foto 18) di
Giulio Carlo Fagnani. Ho tradotto la citazione di Seneca che pre-
cede queste ultime: «Haec. Exemplaria rerum omnium Deus intra
se habet, et cetera […] mente complexus est. Plenus est his Figuris.
Sen., Epist. 66».8
Purtroppo, non so come, è andata perduta ogni traccia tanto del
libello originale, quanto del ritratto: il mio auspicio, comunque, è
che essi, in qualche modo, sopravvivano nel patrimonio delle civi-
che memorie.
Concludo rinnovando alla dirigente Rita Bigelli e al comitato orga-
nizzatore il più vivo apprezzamento per l’eccellenza del convegno
dedicato a Giulio Carlo Fagnani ed esprimo, ancora una volta, il
mio cordiale ringraziamento per l’invito a parteciparvi.

8 «Dio ha dentro di sé questi modelli di tutte le cose… Ha abbracciato con la mente. Egli
è pieno di queste figure», Seneca, Lettere a Lucilio, 66.

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17 e 18. Frontespizi delle Propositiones geometricae e delle Figurae geometricae di
Fagnani.

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Le carte raccontano. La storia della scuola
“Fagnani” attraverso il suo archivio

Silvia Serini

Archivi scolastici: un’insospettata ricchezza


L’associazione spontanea che di solito suscita il termine “archivio”
è legata a vocaboli come polvere, inutilità, vecchie carte, ripostigli.
In realtà gli archivi, e ancor più quelli scolastici, di cui, stando al so-
lo panorama marchigiano, il censimento, pur avviato, si è in realtà
arenato nel triste pantano della mancanza di fondi e delle lungag-
gini burocratiche, costituiscono una fonte di conoscenza e di docu-
mentazione del nostro passato assai preziosa.
Dalla consultazione degli archivi si esce sempre arricchiti perché
essi, lungi dall’essere luoghi morti e improduttivi, raccontano, ad
esempio, quali furono gli attori succedutisi nel tempo sulla scena
scolastica: alunni, insegnanti, direttori didattici o presidi, ispetto-
ri, provveditori, ministri; ma anche briciole di storie ed esperienze
personali in cui sono contenute tracce di attività amministrativa e
didattica. E non solo. Vi si può percepire l’impatto dei grandi mu-
tamenti politici e dei trapassi di regime sulla vita quotidiana della
scuola, o delle trasformazioni che hanno investito il sistema sco-
lastico nel passaggio cruciale da un secolo all’altro, o degli impor-
tanti fenomeni sociali e culturali che hanno caratterizzato la nostra
epoca. Le scuole non sono solo espressione di valori, di tradizioni,
di modi di vivere di singole istituzioni, ma sono anche realtà che
hanno vissuto e testimoniato dei grandi mutamenti della società,
in quanto rispecchiano le vicende e i fenomeni sociali della storia
postunitaria del nostro Paese e i loro archivi sono libri aperti sulla

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nostra storia, sia come singoli che come collettività. Risulta invece
più difficile ricostruire la pratica educativa quotidiana, i processi di
trasmissione e di apprendimento, la soggettività in divenire dei ra-
gazzi, il loro modo di vivere e sentire la scuola, la disciplina, la cul-
tura, l’autorità. E ciò perché il materiale necessario a ricostruirlo è
andato perso o distrutto, a differenza di quello di carattere ammi-
nistrativo relativo all’istituzione stessa, che di solito si tende a con-
servare con più facilità.
Dunque, per dirla con le parole di chi, con coscienza pioneri-
stica, ha avviato un significativo mutamento della sensibilità a ri-
guardo, essi testimoniano l’esistenza di una realtà «di insospettata
ricchezza».1 Un panorama rispetto al quale tuttavia fino agli anni
Ottanta e Novanta del secolo scorso gravava un silenzio, per non
dire un oblio, davvero assordante. Fu infatti a partire dalla con-
giuntura storica di quel periodo che, oltre all’emergere di un vero e
proprio interesse scientifico verso il mondo della scuola, certificato
da un’autentica fioritura di studi in materia, si registrarono muta-
menti normativi tra i cui obiettivi rientrava anche la valorizzazione
degli archivi.2
Ma che cosa si intende per valorizzazione? E come può un ar-
chivio entrare e dialogare con la realtà della scuola? Innanzitut-
to procedendo ad attrezzare una collocazione idonea dell’archivio
stesso, propedeutica alle successive fasi di riordino e di inventaria-
zione. Ma oggi, soprattutto, tale operazione punta a concepire l’ar-
chivio come fondamentale snodo didattico nel senso di favorire e

1 R. Arcaini, Un bene diffuso d’insospettata ricchezza: tutela e valorizzazione degli archivi


scolastici in provincia di Trento, «Archivio Trentino», L (2001), 2, p. 280.
2 Mi riferisco in particolare all’approvazione del provvedimento sull’autonomia scola-
stica che ha reso i singoli istituti responsabili in prima persona della conservazione
dei propri archivi per la gestione dei quali devono far riferimento alle Soprintendenze
archivistiche periferiche che hanno competenze regionali e sede in ogni capoluogo di
regione. Esse sono state istituite dalla legge numero 9/2006 del 22 dicembre 1939, e
successivamente regolate dal d.p.r. 1409/1963, dal d.l. 490/1999, dal d.p.r. 241/2000
e dal d.l. 42/2004.

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sperimentare nuove e più efficaci metodologie e strategie forma-
tive di apprendimento-insegnamento della storia, basate sulla ri-
cerca e l’utilizzo di fonti d’archivio, come suggerito da documenti
programmatici ufficiali anche a livello internazionale e dagli esper-
ti di didattica della storia: beni culturali e risorse stabili del sistema
scuola da inserire nel ventaglio della sua offerta formativa.3

Inoltre, è indubbio che la presenza dell’archivio storico nel me-


desimo edificio della scuola consenta la sperimentazione di prati-
che laboratoriali di didattica, non solo storica, magari articolate su
gradi diversi di complessità, «senza spostamenti e dispendio di tem-
po, definendo moduli ed unità, che riguardano non solamente la
storia, ma [anche] discipline differenti».4
In sintesi, potremmo dire che l’archivio – e quello scolastico in
particolare – ci offre, come nessun’altra realtà, la possibilità di co-
noscere la Storia entrando direttamente al suo interno. Non ci re-
sta, dunque, che intraprendere questo viaggio dagli esiti sorpren-
denti.

Alla scoperta dell’archivio: cronologia, descrizione, struttura


L’archivio di cui qui si intende dare conto è, più propriamen-
te, il cosiddetto archivio storico cioè quello nel quale i documen-
ti non si limitano a essere prodotti e ordinati (archivio corrente) e
neanche semplicemente conservati (archivio di deposito). La terza
fase nella “vita” di un archivio è appunto quella di tipo storico co-
sì definita perché in essa si accoglie tutta la documentazione che,
«non avendo più alcuna utilità di tipo pratico, in seguito ad un in-
tervento di selezione, deve essere conservata per la posterità, essen-
do ritenuta di valore storico-culturale».5 Ciò significa che tutta la

3 P. Angelucci, S. Martella, Gli Archivi scolastici: solo vecchie carte? Alla scoperta di una
memoria trascurata, Perugia, Morlacchi Editore, 2007, p. 15.
4 Ivi, p. 16.
5 E. Lanza, P. Golinelli, Elementi essenziali di archivistica teorica e pratica, Bologna,
Patron, 2006, p. 33.

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documentazione prodotta dagli anni Settanta sino ai giorni nostri
in quanto abbastanza recente rimarrà esclusa dalla trattazione, sia
perché può essere ancora usata in modo continuativo per la gestio-
ne delle pratiche in corso (ciò vale per quella degli ultimi cinque
anni) sia perché potrebbe avere una nuova utilità in termini di au-
to-cultura funzionale (tutto il materiale prodotto fino a quaranta e
cinquant’anni prima).
Da tali premesse, possiamo affermare che l’archivio della scuola
Fagnani è circoscritto nell’arco temporale compreso tra il 1861 e il
1970. Esso, che non è stato oggetto di una inventariazione sistema-
tica né tantomeno di un riordino definitivo, è comunque accessibi-
le alla consultazione interna.
Il primo dato che emerge è che esso risulta incompleto. Difatti,
è possibile rilevare come, a determinate altezze cronologiche, si ri-
scontrino lacune e, talvolta, delle vere e proprie omissioni. In cer-
ti casi vengono a mancare intere annate la cui assenza è ascrivibile,
probabilmente, alle ragioni più disparate quali incuria, distruzione
o semplice perdita. Laddove però la documentazione è stata conser-
vata, si nota come il lavoro di ordinamento sia stato condotto con
scientificità. Innanzitutto si è dato spazio a una successione in cui
il materiale risulta diviso per anni scolastici. Con una precisazio-
ne fondamentale: da metà Ottocento fino alla vigilia della secon-
da guerra mondiale più che vere proprie buste archivistiche trovia-
mo registri in cui il materiale documentario è suddiviso per annate
scolastiche sia singole che accorpate mentre, per quel che concer-
ne la seconda metà del Novecento (e, più precisamente, dal 1950
in poi), il criterio adottato è conforme ai parametri scientifici della
disciplina archivistica. Pertanto, ogni busta o faldone relativo ai di-
versi anni scolastici, al suo interno, è stato strutturato in fascicoli
i quali a loro volta possono contenere dei sottofascicoli. A secon-
da delle particolarità e delle specificità dei vari anni, dalla disami-
na delle buste, può emergere la presenza di fascicoli “inediti”, legati
cioè a contingenze particolari (ad esempio anniversari o celebrazio-
ni ufficiali). Prescindendo da ciò, si può comunque affermare che i

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fascicoli di cui di solito consta ciascuna busta sono i seguenti: Mi-
nistero, Provveditorato (incarichi, supplenze, classi aggiunte, esa-
mi); Presidenza; Direzione; Materiale scolastico, Inventario; Con-
tabilità; Dotazione annua ministeriale; Funzionamento didattico
della scuola; Istituzioni integrative; Gabinetti scientifici, Statistiche
e schedari; Comune; Varie. Al di là del contenuto dettagliato di
ognuno, variabile di anno in anno, si intuisce bene quanto una tale
organizzazione permetta davvero una ricostruzione storica della vi-
ta dell’istituzione scolastica sia che si adotti una prospettiva di tipo
sincronico sia che si preferisca porsi in ottica diacronica. Nel primo
caso infatti si possono studiare le dinamiche legate al funzionamen-
to interno a una certa classe in un determinato anno, mentre nel se-
condo si può procedere a una ricostruzione che prenda in esame la
storia dell’istituto, nelle differenti fasi della sua vita – scuola tecnica
comunale (1861-65), scuola tecnica pareggiata (1866-1908), scuo-
la tecnica (1908-1923), scuola complementare (1923-1931), scuo-
la di avviamento professionale (1931-1961) – o, che ne ricostruisca
l’evoluzione focalizzandosi su un solo aspetto specifico, ad esempio
l’avvicendarsi delle varie presidenze.

Perle d’archivio. Ovvero, c’è vita sotto la polvere


Esaminare tutto ciò che contiene un archivio di queste propor-
zioni e darne conto in maniera esaustiva è pressoché impossibile;
pertanto, la narrazione si concentrerà solo sulla disamina di alcuni
casi particolari relativi a momenti diversi della sua storia.
L’Ottocento. La storia della scuola “Fagnani” comincia in paralle-
lo con quella del Regno d’Italia. Infatti, la più antica busta d’archi-
vio rintracciata risale all’anno scolastico 1861-62, cioè racconta la
storia della scuola italiana ad appena sei mesi dalla nascita del nuo-
vo Stato unitario. La denominazione ufficiale della scuola all’epo-
ca era la seguente: “Scuola Tecnica di Senigallia – Media annuale”.
Essa prevedeva due soli corsi, il primo e il secondo. Per ogni alunno
veniva compilata una vera e propria scheda, una sorta di antena-
to del moderno registro cartaceo, nella quale era indicato il nomi-

– 103 –
nativo di ciascun allievo. È curioso notare che essi figuravano con
la dizione (rimasta in vigore fino al 1885-86) alla francese, ovvero
“prenome e nome”, probabilmente riflesso dell’influenza – anche
linguistica – della Francia sul vicino Piemonte e, conseguentemen-
te, sul resto d’Italia. In verticale erano invece riportate le votazioni
– distinte in studio, contegno, esercizi per iscritto, esame mensuale
– conseguite da ciascun allievo ed espresse in decimi nelle cinque
materie previste, vale a dire letteratura italiana, aritmetica, disegno,
calligrafia, esercizi militari.6 Se colpisce l’inserimento della pratica
militare come disciplina di insegnamento, non meno interesse do-
vrebbe suscitare la scelta di impartire lezioni di letteratura anziché
di lingua italiana. A detta di chi scrive, la risposta va, in entrambi
i casi, ricercata nel contesto. Nella neonata Italia dell’epoca le ca-
pacità di natura militare erano un valore imprescindibile il cui ap-
prendimento doveva partire sin dall’età scolare. Allo stesso modo,
un Paese faticosamente giunto a un’unificazione peraltro territo-
rialmente incompleta, necessitava di condividere un patrimonio di
conoscenze che risultasse già consolidato, quale poteva essere quel-
lo, sebbene elitario ma comunque acquisito, relativo al piano della
tradizione letteraria. Viceversa, sul fronte linguistico, erano molto
più forti gli elementi divisori che non quelli unificanti, vista anche
l’annosa riflessione in materia che proprio in quegli anni vide un
significativo riaccendersi. Si trattava, comunque, di una questione
che occorreva in qualche modo dipanare quanto prima per evitare
procrastinazioni deleterie.7
Procedendo di una decade, e concentrandoci in particolare sugli
anni compresi tra il 1870 e il 1875, si nota che, tanto nell’organiz-

6 Archivio scuola “Fagnani” (d’ora in avanti Asf ), Anno scolastico 1861-62. Scuola tec-
nica di Senigallia. Media annuale, Registro della Media annuale.
7 Ci troviamo infatti negli anni antecedenti la famosa relazione di Manzoni, Dell’unità
della lingua e dei mezzi di diffonderla, al ministro Broglio del 1868 che, pur contesta-
ta, modificata e successivamente integrata dal Novo vocabolario della lingua italiana
secondo l’uso di Firenze, fu comunque importante nella messa a punto di una strategia
volta a promuovere un’alfabetizzazione linguistica seria e sistematica.

– 104 –
zazione del registro della scuola la cui denominazione ora è “Scuola
Tecnica Municipale di Senigallia” quanto nel curricolo scolastico,
sono intervenuti alcuni cambiamenti significativi. Il carico delle
discipline aumenta grazie all’introduzione di materie come com-
putisteria, storia e geografia (insegnate insieme) e lingua france-
se; inoltre, altre già presenti cambiano denominazione: letteratura
italiana diventa lingua italiana mentre l’aritmetica lascia spazio al-
la matematica tout court. Se i voti continuavano a essere riportati
in decimi, nel registro iniziò a comparire una sezione nuova riser-
vata a “Osservazioni e indicazioni particolari”. Compilate per tutti
gli alunni, esse erano firmate dal direttore – ovvero il preside – che
vi scriveva se l’allievo aveva superato o meno gli esami di ripara-
zione e, dunque, se poteva essere ammesso alla frequenza o meno
della classe successiva. Ma è possibile anche leggervi altro come, a
titolo di esempio, l’attribuzione dei cosiddetti “premi di eccellen-
za” per gli alunni particolarmente meritevoli. Già dall’anno scola-
stico 1871-72 colpisce il fatto che, ancora una volta, le discipline
abbiano subito modificazioni: se la matematica a volte viene indi-
cata come algebra, le novità più clamorose furono l’apparizione di
materie come Scienze fisiche e naturali e Diritti e doveri de’ citta-
dini. L’insegnamento di quest’ultima disciplina era fondamentale
per uno Stato sorto da poco, pieno di problemi e nel quale era ne-
cessario quanto prima, come suggerito da D’Azeglio, “fare gli ita-
liani”. Intorno alla metà degli anni Ottanta compaiono note e ru-
briche prima inesistenti. Innanzitutto si arricchisce il quadro dei
voti che diventa più preciso e dettagliato con un prospetto relativo
alla somma dei voti di profitto, alla media matematica e al voto in
ginnastica. Ma, soprattutto, compare la sezione dedicata alle puni-
zioni in cui figurano tre voci: data, motivo della punizione e da chi
inflitta. Comminate essenzialmente da professori e dal direttore, le
punizioni, che andavano dai richiami alle note di biasimo fino al-
le sospensioni, venivano assegnate per condotta inadeguata ma an-
che per disattenzione, disturbo e indisciplina. Ne sono protagonisti
alunni accusati di disturbare «colla continua ciarla» oppure di es-

– 105 –
sere «mancanti dell’occorrente» per svolgere adeguatamente le le-
zioni. Nell’anno scolastico 1886-87 ci fu un vero e proprio record.
Un alunno di classe prima, nel periodo compreso tra gennaio e giu-
gno, riuscì nell’impresa di collezionare oltre venti punizioni inflit-
tegli praticamente dalla totalità del corpo docente oltre che, a più
riprese, pure dal direttore. Accanto alle note di richiamo classiche,
nel suo caso si arrivò addirittura a parlare ripetutamente di ragazzo
«incorreggibile».8
Il primo Novecento. Esaminando i vari registri di classe dei primi
decenni del Novecento si può notare come cambino le discipline
d’insegnamento nel tempo. Accanto alle materie canoniche – lin-
gua italiana, disegno, geografia, storia, matematica, scienze natura-
li, educazione fisica – continuavano a essere insegnate quelle spe-
cifiche quali calligrafia, computisteria e doveri e diritti. A partire
dall’anno scolastico 1923-24, a seguito del passaggio da scuola tec-
nica a scuola complementare, si aggiunse inoltre stenografia, men-
tre storia e geografia, precedentemente distinte, venivano di nuovo
accorpate. Le novità più significative però furono quelle che si fe-
cero largo nel corso degli anni Trenta: su tutte, spicca l’introduzio-
ne di pratica commerciale, di elementi di merceologia e di canto
corale con, in ultimo, anche di igiene. Ma è sul finire della decade
che si istituzionalizza, fino appunto a diventare materia che inci-
de sul profitto, “cultura militare” mentre muta nella dizione, e ov-
viamente anche nei contenuti, l’insegnamento di storia e geografia
che non solo riappaiono unite ma appesantite anche dalla ulteriore
specificazione di “cultura fascista”. La creazione dell’homo novus del
Regime, da attuare attraverso una sistematica campagna di fasci-
stizzazione della società, si realizzava, dunque, anche per il tramite
essenziale di quella fucina particolare che era la scuola.
Il secondo Novecento. Con il passaggio da istituto di avviamento
professionale a scuola media unica, ratificato con la legge n. 1859

8 Ivi, Registro della Media annuale, classi 1., 2. e 3.

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del 31 dicembre 1962,9 la “Fagnani” fu coinvolta in un processo di
riassestamento e di riordino interno. A seguito di tale trasformazio-
ne, emerse come scuola all’avanguardia sotto una serie specifica di
aspetti.10
Sul finire degli anni Sessanta, la “Fagnani” fu uno dei pochi isti-
tuti scolastici selezionati a livello nazionale11 e l’unico della provin-
cia di Ancona (gli altri due individuati nelle Marche furono uno
nel Maceratese e uno nel Pesarese) per un progetto di sperimenta-
zione degli audiovisivi come mezzo per lo svolgimento delle atti-
vità didattiche.12 L’adesione al progetto implicava anche il coinvol-
gimento diretto del personale insegnante e amministrativo in una
serie di convegni e seminari,13 tenutisi in tutto il territorio naziona-
le, il cui obiettivo era formare il corpo docente e illustrare le poten-
zialità della nuova prassi didattica. Dal punto di vista strettamen-
te pratico, a scuola giunse tutto il materiale specifico, necessario
all’espletamento delle attività previste. Arrivarono così a Senigallia,
direttamente da Roma,14 attrezzature tecniche di vario genere fun-
zionali alla traduzione in atto della sperimentazione quali film, fil-
mini, proiettori cinematografici, elettrofonografi, lavagne lumino-
se, diapositive.15 Il materiale inviato non si limitava ad attrezzature

9 Legge n. 1859 del 31 dicembre 1962, G.U. n. 27 del 30 gennaio 1963.


10 Sull’argomento rinvio al mio contributo Il vento del cambiamento. Scuola e università
nelle Marche, in Le Marche e la grande trasformazione (1954-1970), a cura di S. Serini,
Fano, Aras, 2016, in particolare alle pp. 95-97.
11 Asf, b. Titolario 1967-68, Lettera del direttore del Centro nazionale per i sussidi audiovi-
sivi al Provveditorato agli studi di Ancona e al preside della Fagnani, 31 gennaio 1968.
12 Ivi, Lettera del direttore del Centro nazionale per i sussidi audiovisivi al Provveditorato
agli studi di Ancona e ai presidi delle scuole medie-pilota, 22 ottobre 1968.
13 Ivi, Lettera del direttore del Centro nazionale per i sussidi audiovisivi al Provveditorato
agli studi di Ancona e ai presidi delle scuole medie-pilota, 6 marzo 1968, 3 aprile 1968,
12 aprile 1968.
14 Ivi, b. Titolario 1967-68, Lettera del Ministero della pubblica istruzione al preside
Giuseppe Quaresima, 11 ottobre 1968.
15 Ivi, b. Titolario 1969-70, Lettera del direttore del Centro nazionale per i sussidi audio-

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tecnologiche ma comprendeva anche vere e proprie risorse che an-
davano ad arricchire la dotazione per l’insegnamento delle singo-
le discipline. Vale la pena, a tal proposito, citare almeno una parte
dei dischi di letteratura e di grammatica che impreziosirono la bi-
blioteca della Fagnani. Se tra questi ultimi figuravano corsi di orto-
grafia, tra i primi colpisce la scelta, per nulla scontata, di affianca-
re, accanto agli autori canonici della letteratura italiana e classica,
anche poeti la cui conoscenza era forse più demandata agli specia-
listi del settore che non agli studenti delle medie.16 Fu così che i
componimenti di Federico Garcia Lorca, Juan Ramón Jimenez ed
Evgenij Aleksandrovič Evtušenko potevano essere ascoltati insieme
a quelli di Omero, Ariosto e Foscolo. Ancora più apprezzabile pe-
rò, a mio giudizio, il corpus di dischi musicali.17 In questo caso, la
selezione partiva dal repertorio classico, con una netta prevalenza
di quello sinfonico ottocentesco internazionale, senza dimenticare
giganti operistici italiani del calibro di Rossini e Puccini. L’atten-
zione al panorama musicale estero si arricchiva poi della scelta di
altri importanti compositori a cavallo tra Ottocento e Novecen-
to quali Edvard Grieg, Aleksandr Borodin e Manuel De Falla. Se
si pensa che l’insegnamento dell’educazione musicale fino a pochi
anni prima era semplicemente facoltativo, si possono cogliere an-
cora meglio l’entità e la significativa valenza didattica del materiale
fornito. Esso, congiuntamente alla sua individuazione come scuo-
la-pilota per la sperimentazione, consentiva alla “Fagnani” di pre-
disporre un’offerta formativa unica nei contenuti e moderna nelle
metodologie che nessun’altra scuola di pari grado della provincia
poteva vantare.

Problemi tecnici: ovvero, non di sola didattica vive la scuola.


Se la tecnologia non mancava era però sul fronte logistico e, in

visivi al Provveditorato agli studi di Ancona e ai presidi delle scuole medie-pilota, s.d.
16 Ivi, f. Attrezzature scuola-pilota, Italiano - Dischi, s. d.
17 Ivi, Dischi di educazione musicale, s. d.

– 108 –
particolar modo, sul reperimento di aule idonee a contenere il gran
numero di studenti a cui la scuola doveva dare una sistemazione che
i presidi misuravano in gran parte l’efficacia della loro azione. Per
tale ragione, innumerevoli furono le richieste inoltrate al Comune
affinché provvedesse a mettere a disposizione spazi funzionali. Mol-
to del materiale archivistico conservato è riservato al flusso conti-
nuo di comunicazioni, dal tono più o meno amichevole, con le di-
verse amministrazioni cittadine chiamate a fornire risposta sollecita
alla vexata quaestio dei locali. Per una scuola il cui trend di iscrizio-
ni era in costante aumento, la mancanza di aule e, in misura ancora
maggiore, l’impossibilità, come più volte ribadito dallo stesso Co-
mune, di fruire di locali di sua pertinenza ma assegnati da quest’ul-
timo ad enti vari, erano molti penalizzanti al punto che la Fagnani
si trovava costretta, suo malgrado, a «limitare le iscrizioni […] di-
rottando diverse classi prime verso l’altra Scuola Media».18 E nem-
meno le solerti ingiunzioni del Provveditore agli studi al sindaco
senigalliese, miranti a sbloccare fondi e interventi sistematici e riso-
lutivi, sortirono l’effetto sperato.19 Il primo cittadino infatti, anco-
ra in pieno 1968, rispose – senza troppi giri di parole – che gli uni-
ci spazi reperibili erano quelli «ubicati presso i locali del Seminario
Vescovile».20 Tuttavia, anche tale situazione non risultava praticabi-
le, dal momento che vi erano delle evidenti ragioni ostative: «prima
fra queste è il lungo tempo dal quale data l’occupazione medesima»
seguita d’altro canto dall’«ubicazione degli stessi, le loro ridottissi-
me dimensioni, nonché la scarsa aerazione»,21 ritenuti motivi più
che validi per negarne l’utilizzo da parte dell’istituzione scolastica.

18 Nel dettaglio, si trattava dell’Ufficio Orfani e Vedove di guerra e dell’Ufficio Reduci


e combattenti.
19 Asf, Titolario 1964-65, fasc. Comune, Lettera della preside B.M. Bonnes Sforza al
Signor Provveditore agli studi e al sindaco di Senigallia, 4 giugno 1964.
20 Ivi, Titolario 1967-68, fasc. Comune, Lettera del sindaco di Senigallia al preside della
scuola media “G. Fagnani”, 24 settembre 1968.
21 Ivi, Lettera del sindaco di Senigallia al Signor Provveditore agli studi, 5 giugno 1968.

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Capitolo gite.
Tra i fascicoli indubbiamente più interessanti vi è quello concer-
nente le visite di istruzione. Il capitolo dedicato alle gite in realtà
non è presente in maniera sistematica in tutte le annate, probabil-
mente a causa di perdite verificatesi nel tempo o per mancanza di
documentazione o ancora per le naturali operazioni di scarto che
fanno parte della vita di un archivio. Tra i pochi che sono giunti si-
no a noi, quello relativo all’anno scolastico 1968-69 merita un’at-
tenzione particolare. La meta prevista per quell’anno era Trieste,
città dal fascino discreto ma ricca di storia e di testimonianze di-
verse che ben si adattavano a un viaggio dalle molteplici ricadute
disciplinari. Tuttavia la visita, come testimonia il carteggio inter-
corso tra Senigallia e Roma, presentava anche delle incognite che
dovevano essere affrontate. Poiché indirizzato agli alunni delle clas-
si terze, si era stabilito che il viaggio, programmato per le date del
1-4 maggio, si svolgesse su un itinerario totale di quattro giorni. In
uno di questi, si era pensato di portare i ragazzi a Postumia, locali-
tà celebre per le sue grotte e facilmente raggiungibile dal capoluogo
friulano, la quale però si trovava in territorio jugoslavo. All’epoca
infatti, l’area era parte integrante di quella galassia comunista ete-
rodossa rispetto all’ortodossia sovietica ma pur sempre “nemica”, di
cui il territorio veneto-giulio costituiva un confine molto sensibile
oltre che problematico.22
Pertanto, era assolutamente necessario che la visita oltre-confine
non si protraesse per più di mezza giornata, così da poter rientrare
quanto prima in Italia per il pernottamento. La questione era così
delicata che fu necessaria l’esposizione in prima persona dello stes-
so preside Giuseppe Quaresima,23 chiamato ad assumersi la respon-

22 Per un’analisi attenta e dettagliata dei rapporti tra i vari Stati nella regione in età
contemporanea si rimanda al bel libro di M. Cattaruzza, L’Italia e il confine orientale
1866-2006, Bologna, il Mulino, 2007 e, in particolare, per ciò che concerne gli anni
Sessanta, alle pp. 327-335.
23 Parte dell’attività di Quaresima come preside si può ricostruire grazie all’inventario
del suo fondo personale di cui si dà conto in O. Colombo, Giuseppe Quaresima, Se-
nigallia, Pensiero e Azione editore, 2016.

– 110 –
sabilità dell’iniziativa. Le autorizzazioni furono richieste mediante
due lettere datate entrambe 15 marzo 1969: la prima, sintetica ed
essenziale, indirizzata al Provveditorato degli studi di Ancona; la se-
conda invece era scritta direttamente per il ministero della Pubblica
istruzione. In essa si spiegava in maniera molto più diffusa la genesi
del viaggio d’istruzione e si fornivano tutte le rassicurazioni del ca-
so, necessarie per ottenere il nulla osta.

Nella gita di istruzione che questa Scuola Media intende effettuare


a Trieste nel periodo dal 1 al 4 maggio p. v., è prevista una breve
escursione in territorio jugoslavo della durata di mezza giornata e
senza pernottamento, allo scopo di dare la possibilità agli alunni di
visitare la città e le grotte di Postumia.
La gita, riservata alle classi terze, verrà diretta personalmente dal
sottoscritto con la collaborazione di alcuni professori che danno
la più ampia garanzia di serietà e impegno.
I partecipanti saranno muniti della regolare autorizzazione rila-
sciata dalle famiglie e per i casi meno abbienti è prevista l’assisten-
za della Cassa Scolastica dell’Istituto.
Con la presente chiedo che venga concessa l’autorizzazione neces-
saria affinché gli alunni di questa Scuola possano prolungare la lo-
ro gita fino a Postumia.
Fiducioso che la presente richiesta verrà accolta, sentitamente rin-
grazio anche a nome di tutti i partecipanti.24

IL PRESIDE
(Prof. Giuseppe Quaresima)

Che la situazione fosse tutt’altro che semplice e dall’esito per


nulla scontato, ci viene confermato da una serie di annotazioni a
matita riportate su questa stessa lettera dalle quali si evince come,
nell’eventualità di un diniego ministeriale, fosse stato predisposto

24 Asf, b. Titolario 1968-1969, Lettera del Prof. Giuseppe Quaresima al Ministero della
pubblica istruzione, 15 marzo 1969.

– 111 –
un programma alternativo. Esso prevedeva un cambio totale di de-
stinazione. La meta, questa volta, sarebbe stata la Liguria, Trieste
sarebbe stata sostituita da Genova e la tappa fuori dei confini nazio-
nali sarebbe stata Nizza (con la variante significativa per la quale, in
questo caso, la visita avrebbe potuto svolgersi con tempi più ampi,
senza il limite tassativo della mezza giornata). Un itinerario altret-
tanto stimolante che, tuttavia, non venne sperimentato.
La vicenda infatti, stando sempre alla documentazione archivi-
stica in nostro possesso, si concluse felicemente meno di un mese
dopo allorché, in data 9 aprile, il Ministero fece pervenire alla dire-
zione della “Fagnani”, ma anche al Provveditore agli studi di Anco-
na e alla Direzione generale per l’istruzione secondaria di Iº grado,
la seguente comunicazione: «Nulla osta, da parte di questo Mini-
stero, a che codesto Istituto effettui, con le cautele d’uso, durante il
progettato viaggio d’istruzione nel territorio nazionale, per il perio-
do dal 1 al 4 maggio, una escursione di un solo giorno a Postumia,
senza pernottamento».25

Lo sapevate che?
Tra i fascicoli relativi all’anno scolastico 1969-70 ve ne è uno
molto particolare. Esso contiene tutta la documentazione relati-
va alla partecipazione della scuola Fagnani a una celebre trasmis-
sione televisiva. Si trattava di Chissà chi lo sa?, uno dei più impor-
tanti programmi per ragazzi di Rai1 in onda, con una sospensione
nel triennio 1963-66, dal 1961 al 1972. Condotto da Febo Conti
per la regia di Cino Tortorella, il programma andava in onda tutti i
sabati pomeriggio dalle 17:45 per un totale di circa 60 minuti. La
formula era molto semplice: due squadre, composte da cinque o sei
alunni di una classe delle due scuole medie che si sfidavano, erano
chiamate e rispondere correttamente alle domande che, sotto for-
ma di quiz, il presentatore rivolgeva loro. La squadra che avrebbe

25 Ivi, Lettera del Ministero della pubblica istruzione al preside della Scuola Media “G.
Fagnani”, 9 aprile 1969.

– 112 –
accumulato il maggior punteggio si sarebbe aggiudicata non solo il
diritto di ripresentarsi la puntata successiva per difendere il titolo,
ma anche il premio messo in palio: un’enciclopedia.
Introdotti dal grido di battaglia “Squillino le trombe, entrino le
squadre”, il 24 ottobre 1970 anche i sei rappresentanti della “Fa-
gnani” – a cui erano giunti gli «auguri di affermazione»26 del prov-
veditore provinciale agli studi – fecero il loro ingresso negli studi
tv. I rivali provenivano invece da Nicastro, nei pressi di Lamezia
Terme. Il verdetto dello scontro, andato in onda sabato 7 novem-
bre, vedeva i senigalliesi sconfitti con un punteggio di 28 a 25. In
realtà, la vittoria fu subito contestata e, con altrettanta facilità, par-
tirono i ricorsi. I marchigiani infatti contestarono lo svolgimento
di una prova e la correttezza di una risposta del presentatore che, a
loro giudizio, avevano falsificato l’esito della competizione. In una
lunga lettera ai vertici della direzione Rai era ancora una volta l’in-
stancabile preside Quaresima a scrivere, dopo averne esposto lu-
cidamente le ragioni, circa l’opportunità di «riconsiderare lo svol-
gimento e il risultato del gioco con quella serietà con cui […] gli
alunni hanno partecipato». E aggiungeva poi: «Ritengo inoltre do-
veroso, quale Preside di una Scuola, segnalare a codesta Direzione
che i ragazzi vengono educati al senso della giustizia, che permet-
te loro una seria e serena valutazione di ciò che avviene attorno a
loro».27 Il casus belli era stato la gara di modellismo, ovvero una del-
le prove che le squadre erano chiamate a superare. Come ben illu-
strato da Quaresima, l’origine della disputa andava ascritta al com-
portamento dei giudici che avevano violato quanto prescritto dal
regolamento:

all’inizio della trasmissione era stato chiaramente detto dalla regia


che il ragazzo esperto di modellismo avrebbe dovuto compiere il

26 Ivi, b. Titolario 1969-1970, Lettera del Provveditore agli studi al Preside della Scuola
media “Fagnani”, 20 gennaio 1971.
27 Ivi, Lettera del Preside Prof. Giuseppe Quaresima alla Direzione e alla Direzione generale
Rai Tv, 10 novembre 1970.

– 113 –
montaggio della automobilina e renderla funzionante in modo che
camminasse di fronte alle telecamere.
Risulta invece che i due ragazzi non sono riusciti a completare il
montaggio nei termini di tempo stabiliti dal regolamento: nessuna
delle automobiline camminava e si era già fuori tempo massimo,
per cui non si giustifica l’assegnazione dei tre punti alla squadra di
Nicastro per il solo fatto che l’automobilina montata dall’esperto
di quella scuola è stata giudicata meglio sistemata. […]
Nessuna delle due squadre meritava i tre punti e considero quindi
una palese ingiustizia averli comunque assegnati.28

Tutto ciò, continuava il preside, giustificava la presentazione di


un ricorso che, laddove non fosse stato accolto, lo avrebbe messo
nella condizione di informare dell’accaduto l’opinione pubblica.
Dinanzi alla puntualità delle accuse presentate, la Rai si trovò
costretta ad ammettere, seppur parzialmente, l’errore. Trovò il mo-
do di giudicare comunque valida l’assegnazione dei punti prevista
per la gara di modellismo, ma non poté obiettare nulla in merito
alla contestazione del quesito di geografia. Riguardo la domanda su
quale tra le città di Rimini e Livorno si trovasse più a nord, la ri-
sposta fornita dal caposquadra senigalliese Sandro Tombesi (Rimi-
ni), a fronte del diniego del conduttore, era corretta e ciò avrebbe
significato la vittoria della cittadina marchigiana che, invece, era
stata costretta a giocarsi quello spareggio nel quale la non meno cri-
ticata gara di modellismo era poi risultata decisiva. Pertanto la Rai
prevedeva che fosse giusto procedere a un nuovo secondo incontro
con gli avversari per ridisputare la puntata. Con l’accoglimento del
ricorso la questio sembrava chiusa ma le cose ebbero uno strascico
ulteriore.
La presa di posizione della Rai rispetto al ricorso presentato pro-
vocò la reazione risentita, irata e scomposta dei calabresi che, con
una lettera a tratti anche divertente, contestarono, con non molta

28 Ivi, Lettera del Preside Prof. Giuseppe Quaresima alla Direzione e alla Direzione generale
Rai Tv, 27 ottobre 1971.

– 114 –
efficacia a dir la verità, la decisione di annullare tutto e di registrare
di nuovo la trasmissione. Le asserzioni del preside sono tanto scom-
poste quanto iperboliche:

La notizia della ripetizione della gara ha prodotto vivo malumore


nella popolazione e nelle autorità del paese; sono riuscito, però, a
calmare le acque provvisoriamente e ad impedire la reazione della
stampa e le eventuali ripercussioni in Parlamento e in seno al Go-
verno, assicurando che alla Rai-Tv avrei prodotto le prove della
nostra buona causa e che sarebbe stato paradossale, oltre che in-
giusto e brutale, voler persistere nell’atteggiamento di fare ripetere
la gara, quando il Vescovo di Nicastro ha rilasciato la dichiarazione
comprovante il diritto di Nicastro alla vittoria.

E nelle battute finali il tono diventava ancora più incendiario:

Detto questo, quale Capo d’Istituto e quale educatore chiedo che


sia fatta giustizia assegnando la vittoria a chi l’ha meritatamente
ottenuta: qualora si voglia persistere in un atteggiamento ingiusto,
pure essendo in ultima ipotesi disposto a far ripetere la gara, de-
clino ogni responsabilità sulle giuste reazioni che potrebbero de-
rivarne.29

Dalla partecipazione a un semplice gioco televisivo alla minaccia di


reazioni più o meno violente, a quanto sembrava, il passaggio era
breve. Avreste mai detto che le vecchie, fredde e polverose carte di
un archivio potevano custodire una materia tanto “calda”?

29 Ivi, Lettera del Preside Leopoldo Marchese alla Rai-Radiotelevisione italiana, 12 gennaio
1971.

– 115 –
Fagnani nel giornale di viaggio
di Giovanni Bianchi

Anna Indipendente

Questo mio breve intervento vuole focalizzarsi sul fatto che la fa-
ma di Giulio Fagnani doveva aver ben superato i confini dello Stato
della Chiesa se un uomo di cultura e medico come Giovanni Bian-
chi sentì l’intimo bisogno di andare a trovarlo in patria per ben due
volte, nel 1741 e nel 1745. Giulio Fagnani era divenuto punto di
riferimento per i giovani matematici del tempo come Lagrange e
Boscovich; quest’ultimo, in una lettera a Giovanfrancesco Fagna-
ni, così si esprime riferendosi al padre Giulio: «son troppo bramoso
d’imparare da un uomo di tanta fama, che in tutte le altre cose che
ha messo fuora ha dato tanto da imparare anche ai più sperimentati
nell’analisi» (Roma, 18 febbraio 1741).1
Giovanni Bianchi (1693-1775), medico e dotto naturalista ri-
minese, non era dotato di una specifica cultura umanista.2 Cono-

1 Cfr. Fagnani, Carteggio, cit., pp. 168-169.


2 Nato a Rimini il 3 gennaio 1693, Giovanni Bianchi, figlio di Girolamo, farmacista
che gestiva la Spetiaria del Sole, si laureò a Bologna nel 1719 in Medicina e in Filoso-
fia, acquisendo quella formazione scientifica estesa alla botanica, alla fisica e in genere
allo studio della natura, che era propria delle facoltà mediche del tempo. Per Bianchi
la filosofia era ancella, anziché della teologia, delle scienze mediche e naturali in quan-
to ne era il collante, il legame di ogni ricerca, il fattore unificante garante nell’inda-
gine sulla realtà, non una disciplina a sé stante, con le sue regole, con il suo sistema
di conoscenza; la filosofia per lui non era un metodo di lavoro, ma lo strumento con
il quale giustificare la propria verità acquisita. Mentre, invece, l’anatomia fu la mate-
ria principe del suo operare scientifico, la considerava «il fondamento della filosofia
naturale, siccome lo è per certo della medicina e della chirurgia», ma allo stesso tem-
po definiva la filosofia sperimentale come uno dei fondamenti «della vera medicina
prattica» (come prima di lui disse Marcello Malpighi, maestro di anatomia comparata

– 117 –
sciuto anche con lo pseudonimo latino di Ianus Plancus o Planco,3

e di embriologia). Non è dunque un caso che egli praticasse e insegnasse un tipo di


anatomia che metteva in crisi l’impianto aristotelico-tomista degli ambienti ecclesia-
stici; ciò contribuì a suscitare attorno a lui un clima di ostilità. Affiancò la pratica
della medicina all’insegnamento e a partire dal 1720 amministrò un liceo privato con
sedi a Rimini e Siena. Orientò il suo studio anche verso l’idraulica e l’antiquaria, il
cui interesse vivissimo costituì un tratto rilevante della sua personalità: raccogliendo
marmi con epigrafi, bronzi, monete antiche, medaglie e reperti archeologici, diede
vita nella propria casa a un museo di scienze naturali. Le collezioni naturalistiche
ed archeologiche del Bianchi divennero così famose che i forestieri di passaggio per
Rimini non mancavano di visitarne la casa. Nella città natale si dedicò all’esercizio
pratico della medicina, proseguendo altresì lo studio dell’anatomia umana, nel quale
ebbe a maestro e collaboratore il noto medico Antonio Leprotti. Osservatore attento
e annotatore sistematico di ogni fenomeno naturale, il Bianchi studiò l’entità e le mo-
dalità delle maree sulla spiaggia di Rimini e analizzò i detriti di origine organica del
sedimento sabbioso nell’intento di rinvenirvi conchiglie viventi analoghe alle fossili
ammoniti. Frutto di queste indagini fu il De conchis minus notis liber, sui foraminiferi
(Venezia, 1739 e 1760). L’opera fece apprezzare il Bianchi da illustri conchiologi
italiani e stranieri. Dal 1741 al 1744 occupò la cattedra di anatomia umana presso
l’Università di Siena. In seguito alle frequenti polemiche con i colleghi a causa dei
suoi metodi di insegnamento – fondati soprattutto sulla dissezione dei cadaveri – e
al conseguente clima di ostilità generatosi attorno alla sua persona, Bianchi decise di
rinunciare all’insegnamento accademico. Ritornò a Rimini nel novembre del 1744: la
municipalità gli assegnò la qualifica di medico primario della città con uno stipendio
annuo e gli conferì la cittadinanza nobiliare. Da allora fino ai suoi ultimi giorni eser-
citò la professione, dimostrandosi un ottimo medico pratico. Nel 1769 fu nominato
da Papa Clemente XIV archiatra (medico) pontificio onorario. Il Bianchi, che senza
dubbio era dotato di una mente acuta e vivace, ebbe però gravi difetti di carattere,
quali un troppo alto concetto di sé, un acceso spirito polemico. Ad esempio ai tempi
di Siena, bersaglio particolare dei suoi strali era il dottor Pagliai, che, soleva definire,
adattando un’espressione galileiana, insegnante di anatomia cartacea. Nell’autobio-
grafia in latino uscita anonima Bianchi si descrisse come un ragazzo prodigio, tutto ri-
volto agli studi e dotato di eccezionali capacità. In casa, invece, come emerse da lettere
dei suoi familiari pubblicate nel 1993, era giudicato un perdigiorno che frequentava
cattive compagnie. La sua valentia di medico, il suo sapere spaziante in campi diversi
dello scibile, le relazioni che intrecciava con scienziati ed eruditi illustri, gli procura-
rono una considerevole fama in Italia e all’estero. Morì a Rimini il 3 dicembre 1775
e venne sepolto nella chiesa di Sant’Agostino; il suo monumento sepolcrale riporta
l’iscrizione da lui stesso dettata e un medaglione in cui il suo profilo si fregia, come
in altri ritratti, del corno di Ammone, simbolo dei suoi studi sulle conchiglie. Per
una versione estesa della biografia di Bianchi, cfr. A. Fabi, Bianchi Giovanni, DBI,
X (1968), pp. 104-112 e la voce Giovanni Bianchi di Wikipedia, consultabile al link
[Link] ultima visita del 15 set-
tembre 2016.
3 Nome che egli stesso si diede in un’autobiografia in lingua latina pubblicata a Firenze

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nel 1745 rifondò la celebre Accademia dei Lincei a Rimini e ricoprì
un posto importante all’interno della cultura scientifica e lettera-
ria settecentesca.4 Scienziato enciclopedico, fu autore di numerosi
scritti ed intraprese durante la sua intera esistenza numerosi viaggi
in Italia, allo scopo di intrecciare rapporti con altri studiosi: famoso
in tutt’Italia per i suoi studi scientifici, per le sue polemiche e per
le sue raccolte naturalistiche e storiche, ebbe rapporti con intellet-
tuali di ogni regione ed era conosciuto anche Oltralpe. Il cardinal
Lorenzo Ganganelli, suo ex allievo e futuro papa Clemente XIV, gli
scriveva il 15 settembre 1763: «non passa un forestiero per Rimini,
il quale non chieda di vedere il dottor Bianchi, e non abbia segnato

nel 1742, facente parte dei Memorabilia Italorum eruditione praestantium di G. Lami
(Firenze 1742, I, pp. 353-407). Con questo nome, anche italianizzato in Iano o Gia-
no Planco, Bianchi pubblicò la maggior parte dei suoi scritti. Per un’analisi di questa
autobiografia cfr. A. Montanari, Modelli letterari dell’autobiografia latina di Giovanni
Bianchi, «Studi Romagnoli», XLV (1994), pp. 277-299. Si cfr. anche la seconda auto-
biografia di Bianchi, apparsa in forma anonima: Recapiti del dottore Giovanni Bianchi
di Rimino, Gavelli, Pesaro 1751. Cfr. anche cfr. Fabi, Bianchi Giovanni, cit.
4 Nella sua città Giovanni Bianchi riprese la pratica dell’insegnamento privato trasfor-
mando la sua casa in una vera e propria scuola, grazie anche alle raccolte natura-
listiche e archeologiche e all’aggiornata biblioteca di cui era fornita. Qui i giovani
studiavano come materia obbligatoria e comune medicina, oltre a logica, geometria e
lingua greca. Tale attività didattica sfociò nella rifondazione dell’Accademia dei Lin-
cei, creata da Federico Cesi nel 1603, allo scopo di promuovere gli studi naturalistici
condotti mediante un’osservazione sperimentale libera da ogni vincolo nei confronti
della tradizione aristotelico-tolemaica. Dopo un primo periodo di grande prestigio,
dovuto all’opera di Cesi e alla presenza di soci quali Galileo Galilei e Giovanni Bat-
tista Della Porta, l’Accademia, silente dal 1630 al 1745 in seguito alla morte del suo
fondatore, restò attiva fino al 1765, con ventuno accademici e trentuno dissertazioni
documentate, aggregando gli scolari migliori e chiamando a farne parte non soltanto
investigatori della natura, ma anche studiosi di altre discipline. Bianchi ne dettò le
leggi in un latino di sapore arcaico («Novelle lettere di Firenze», VI, 1745, coll. 842-
846) e assunse per sé il titolo di Lynceorum restitutor perpetuus; indicativa del suo
gusto di antiquario è la medaglia fatta eseguire a ricordo dell’avvenimento. In essa egli
probabilmente vide lo strumento per la propria riaffermazione. È certo rimarchevole
il fatto che furono suoi allievi Antonio Battarra, Giuseppe Garampi, Gioseffo Anto-
nio Aldini, Michele Rosa, Cristofano Amaduzzi, Gaetano Marini, uomini variamente
rappresentativi della cultura italiana nella seconda metà del sec. XVIII. Cfr. cfr. Fabi,
Bianchi Giovanni, cit.

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il vostro nome tra i suoi ricordi».5 Turchini ci fornisce una corretta
visione di Bianchi nel contesto del suo tempo: egli «partecipa al se-
colo dei “lumi”, per alcuni versi come un sopravvissuto che si è for-
mato in un periodo precedente». Egli appare più come un vecchio
umanista che un nuovo filosofo dell’età dei Lumi, «mentre intrat-
tiene rapporti epistolari e scambia le sue esperienze col resto d’Italia
e d’Europa, non stimola i suoi allievi ad andare oltre la provincia».6
Di ciò sembra risentire la formazione impartita nella sua scuola.
Positiva invece fu l’esigenza, da lui molto sentita, dei rapporti di
studio e degli scambi d’esperienze a vasto raggio, che si possono
porre all’interno di quel processo d’inclusione della nostra cultura
provinciale nel più vasto ambito nazionale ed europeo che si stava
allora costituendo. Fu in contatto epistolare coi maggiori scienziati
e intellettuali europei, tra cui Voltaire, Morgagni, Vallisnieri, Alga-
rotti, Frugoni, Apostolo Zeno e innumerevoli altri.7
Il codice SC-MS. 973, conservato nella biblioteca Gambalun-
ga di Rimini, risulta essere un’impagabile fonte d’informazioni, sia
sul piano documentario che su quello letterario e testimone dei nu-
merosi viaggi compiuti da Planco dal 1740 al 1774.8 I viaggi sono
descritti con una narrazione autobiografica nella forma del diario.
Sicuramente nella scrittura domina l’immediatezza comunicativa,
facendo pensare ad appunti presi giorno per giorno, o in tempi

5 Cfr. Lettere, bolle e discorsi di fra Lorenzo Ganganelli (Clemente XIV), Firenze, Le Mon-
nier, 1849, p. 280.
6 A. Turchini, Tra provincia ed Europa. Scienza e cultura a Rimini nel XVIII secolo, in
E. Guidoboni, G. Ferrari, Il terremoto di Rimini e della costa romagnola: 25 dicembre
1786, Bologna, SGA, 1986, p. 147.
7 Per una biografia esaustiva di Bianchi cfr. Fabi, Bianchi Giovanni, cit.
8 Rimini, biblioteca civica Gambalunga, fondo Gambetti, Diari odeporici di Giovanni
Bianchi. L’edizione dei diari di viaggio di Bianchi è liberamente consultabile al link
[Link]
11-26.1946924872/?searchterm=bianchi%20giovanni (ultima visita del 16 settem-
bre 2016). Cfr. Giovanni Bianchi, Viaggi. ‘Oδοιπορικòn νéον καí ποικíλον, a cura di
Alessandro Gabriele Padula e Alessandra De Paolis, Bologna, Edizioni Cisva (Centro
interuniversitario internazionale di studi sul viaggio adriatico), 2009.

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molto vicini al vissuto, successivamente registrato. La narrazione
è organizzata per singole giornate e ogni pagina reca l’indicazione
della data e del nome del luogo. Il diario planchiano si inserisce
nell’eterogeneo panorama della letteratura di viaggio, che, accanto
allo spostamento puramente fisico del viaggiatore ne veicola anche
il vissuto: gli incontri, le esperienze e tutto ciò ad esso connesso.
I viaggi che più c’interessano sono quelli compiuti dall’autore dal
1741 al 17459 e sono registrati alle cc. 575-632 del manoscritto.
Strettamente connessi con la triplice dimensione di medico, in-
segnante ed erudito, i viaggi planchiani sembrano generati dal par-
ticolare clima culturale del Settecento. I viaggi di eruditi, scienziati
e letterati infatti in questo periodo si vanno moltiplicando in Italia
e in Europa e corrispondono a quel profondo bisogno di rinnova-
mento che anima gli uomini. Essi facilitano la libera circolazione
delle idee e costituiscono la possibilità di essere a contatto diretto
con le fonti del sapere.
Per questo si nota una ricerca quasi affannosa di relazioni perso-
nali con i più famosi studiosi, conosciuti per la fama del loro no-
me e delle loro opere, o per i rapporti epistolari con essi. La dimen-
sione paesaggistica non interessa affatto l’autore, la sua attenzione
sembra attratta dal mondo urbano dei monumenti, chiese, palazzi
e dalle biblioteche delle città, cui dedica brevi note descrittive o an-
che personali. L’interesse per i fattori architettonici ed artistici na-
sce dalla sua mentalità erudita, che ha come scopo la ricostruzione
di eventi del passato e la conquista di un sapere enciclopedico che
si alimenta con la raccolta sistematica di osservazioni, notizie, da-
ti e documenti storici. Le glosse relative a chiese, palazzi e monu-
menti rivelano un semplice interesse di tipo conoscitivo. Nelle sue
visite per le città, la prospettiva è piuttosto quella di un antiquario
interessato a ricopiare e analizzare antiche iscrizioni ai fini di un’in-
dagine storica, che quella di un osservatore attento a cogliere la

9 Egli soggiornò per due volte sia a Senigallia che in Ancona, ma toccò anche Pesaro,
Cesena e Siena.

– 121 –
bellezza artistica delle architetture. La caratteristica fondamentale
delle sue annotazioni sembra essere rappresentata dalla miriade di
personaggi che emergono dall’inestricabile rete di incontri, scambi
e relazioni; i protagonisti sono di volta in volta esponenti della no-
biltà locale come marchesi, conti e cavalieri, o individui del mondo
clericale come abati, monsignori e frati predicatori, nonché prota-
gonisti della cultura del tempo come intellettuali ed eruditi con cui
intrattiene spesso rapporti epistolari.
Tra essi spicca la figura del nostro Giulio Carlo Fagnani di cui
Planco si dichiara amico. Planco lo incontra più volte nei suoi viag-
gi a Senigallia e con lui si diletta in discussioni di vario genere. Le
sue pagine sono, dunque, molto interessanti perché permettono di
cogliere abitudini, occupazioni e interessi culturali dell’aristocrazia,
inserite in un contesto di vita cittadina della provincia italiana. So-
no presenti nel testo riferimenti a passeggiate, discussioni erudite,
piacevoli conversazioni, giochi di società, spettacoli teatrali, è ripor-
tato perfino lo stato delle strade o del porto di Senigallia. Fornendo
uno spaccato di vita quotidiana urbana provinciale, queste pagine
risultano una miniera preziosa per chi voglia scandagliare il con-
testo socio-culturale in cui l’illustre matematico è vissuto. E tanto
più rilevante perché provengono dal punto di vista privilegiato di
un viaggiatore, che agisce da protagonista in quanto perfettamente
a proprio agio nella realtà cittadina della provincia italiana e per il
quale l’esperienza del viaggio fu esigenza vitale, desiderio di cono-
scenza, volontà di superare i confini provinciali, documentando nel
contempo tendenze e sviluppi della società settecentesca italiana.

I due viaggi di Planco a Senigallia del 1741 e del 1745


Vi sono due motivi per cui Planco si reca a Senigallia nel luglio del
1741: il primo è l’ardente curiosità d’incontrare Giulio Carlo Fagna-
ni con cui scambiare idee e opinioni e l’altro più veniale è quello di
vedere la fiera della Maddalena che si svolgeva ogni anno in estate.10

10 La fiera della Maddalena affondava le sue radici nella fiera franca che si svolgeva sin
dal XIV secolo. Durante il XVII secolo la fiera fu sospesa per otto volte a causa della

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Questa fiera era talmente conosciuta che Goldoni le dedicò un li-
bretto di opera comica (1760), musicato dal compositore napole-
tano Domenico Fischietti che in quel periodo collaborava con lui.
Però per uno strano scherzo del destino l’opera non fu mai rappre-
sentata a Senigallia se non in epoca moderna, nonostante la mu-
nicipalità facesse organizzare ad impresari esperti spettacoli lirici o
coreutici di qualità con nomi di soprani o tenori molto conosciuti,
per intrattenere al meglio il pubblico.
Il diario del viaggio si apre il 19 luglio 1741: Planco, partito da
Rimini, giunge a Senigallia in serata, in compagnia dallo speziale
Bernardino Cavalieri. Durante il soggiorno a Senigallia si ferma in
un albergo e trascorre le sue giornate tra incontri e conversazioni
erudite con rappresentanti della nobiltà locale e personaggi di altre
città, arrivati nella cittadina adriatica in occasione della fiera. In-
terrompe la piacevole permanenza a causa di una lettera del conte
Ricciardelli che lo mette a corrente della malattia della moglie, per
cui decide di tornare a Rimini, non prima di aver visto Ancona nel-
la giornata del 24 luglio.
A seguire si pubblicano alcuni stralci delle pagine relative agli
incontri con Fagnani:11

Addì 20. Giovedi la mattina per tempo portai al Signor Gio-


vanni Mesmer e Gioachino Heer di Cristian-Erlang12 una cas-
setta di cose naturali, e un fagotto di sei de’ miei libri, e un li-
bro del Signor Temanza13 delle antichità di Rimino,14 acciocché

peste, ma solo nel XVIII raggiunse un successo internazionale per cui fu conosciuta
in tutta Europa anche a causa del declino economico di Ancona. Aveva una durata
di 15 giorni; il prestigio era divenuto tale che i maggiori stati italiani e stranieri come
Austria, Danimarca, Prussia, Svezia, Belgio, Francia, Inghilterra e Turchia inviavano
una loro rappresentanza.
11 Cfr. Bianchi, Viaggi, cit., pp. 15-20.
12 Città della Baviera, oggi nota col nome di Erlangen.
13 Tommaso Temanza (Venezia 1705-1785), architetto e scrittore d’arte italiano.
14 Si tratta dell’opera di Temanza intitolata Delle antichità di Rimino, apparsa a Venezia
nel 1741.

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mi favorissero di portare queste cose con una mia lettera al Si-
gnor Wagner Medico di Cristian-Erlang mio amico, siccome es-
si mi promisero facendomi molte cortesie, e dicendomi che al lo-
ro negozio capitava spesse volte il Signor Conte Giulio Fagnani
e il suo figliuolo che veste da Abbate ogni mattina verso mezzo.

20 Luglio 1741, Sinigaglia.


Indi andai al negozio de’ Signori Franzi e Ferrari, e con il Signor
Francesco Ferrari andai a casa il Signor Conte Fagnani, ma nol tro-
vammo in casa; andammo sotto la loggia dove stanno i Libraj, e
per le boteghe di questi ma non trovammo cosa che ci soddisfaces-
se. Venni a casa tutto infangato perciocché la notte avea fatta una
grandissima pioggia, e le strade di Sinigaglia quando piove sono
molto sporche essendo mal selciate, e malissimamente tenute. [...]
Prima di venire a casa mi convenne comprare un paio di scarpe, e
un ombrello a cagione della pioggia che cadeva. [...] Andai dopo
sul molo dove regnava Greco Levante detto volgarmente Furiano
che scuoteva alquanto le barche anche nel porto. Ivi mi divertii al-
quanto vedendo a giucare al biribì.15 Verso l’avemaria venni a casa,
dove trovai che mi stava ad aspettare il Signor Conte Giulio Fa-
gnani valente Matematico, e Consolo del Re delle due Sicilie. Egli
si tratenne con me fin passata l’un ora di notte discorrendomi di
cose del suo consolato, e spezialmente come il giorno avanti avea
fatti fermare sette disertori Napoletani del Regimento di Manfre-

15 Veniva chiamato anche Biribisso. Si trattava di un gioco antichissimo particolarmente


in voga tra il XVI ed il XIX secolo negli ambienti aristocratici europei di tutta Europa.
Il biribisso era un gioco d’azzardo, che consentiva enormi vincite; il giocatore collo-
cava la posta sopra una o più delle 70 caselle numerate o figurate in cui era diviso il
gioco. Il Banco estraeva da un sacchetto un numero del 70 o una figura; i giocatori
che avevano puntato sul numero vincente ricevevano 64 volte la posta: tutti gli altri
perdevano o pagavano al Banco. Si giocavano così interi patrimoni, e non si perdeva
solo fino all’ultimo ducato, ma si finiva per giocarsi anche l’orologio, le fibbie d’ar-
gento, la tabaccheria. Per queste ragioni dunque il biribisso finì per essere bandito
dalle piazze e dalle case patrizie: le leggi di bando lo inseguirono in Toscana sotto i
Medici, in Lombardia sotto Maria Teresa, a Napoli sotto i Borbone, a Venezia con la
Repubblica, e come si nota in un bando del 1736 per i giocatori del biribisso erano
previste pene gravissime.

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donia. Discorremmo anche di cose erudite, e partendosi mi man-
dò a casa il tomo degli Atti di Lissia del 174016. Dopo cenai con
tutti della compagnia a quali era accresciuto il Padre Abate Batta-
glini Olivetano che cenò anch’egli con noi, e dormì nella medesi-
ma nostra camera.

Addì 21. La mattina subito alzato scrissi cose vulnerarie, e pettorali


pel Signor Carlo Cammilli, il quale le notti antecedenti avea po-
co dormito tossendo molto, e vedendo qualche sputo sanguigno.
Poi partitomi di casa e non avendo trovati in casa i Signori Fagna-
ni mi tratenni alquanto con Giuseppe Itieri Librajo Riminese, il
quale avendomi parlato del 21 Luglio 1741 Sinigaglia del Signor
Angiolo Pasquini gentiluomo di Sinigaglia che si diletta di libri, e
di medaglie, ma per farne negozio, con lui andai a trovarlo, e per
istrada fummo presi da un grandissimo nembo di pioggia. Trovai
questo Signor Pasquini molto gentile, che era stato amico del Si-
gnor Abate Gervasoni, e che mi domandò del Signor Conte Pie-
tro Stivivi, e del Signor Conte Lorenzo Garampi, e della Signora
Diamante moglie dell’ultimo. Mi mostrò un commento latino di
Dante scritto in carta pergamena in carattere del tempo poco con-
sono ai tempi di Dante. Credei che fosse il Commento di Benve-
nuto da Imola, ma egli mi disse che avendolo incontrato con quei
luoghi che di questo ha stampati il Signor Muratori,17 l’ha trova-
to tutto differente. Ma sia come si voglia quel commento è un bel
manoscritto, e la sposizione è succinta e molto propria benchè nel
linguaggio del secolo di Dante. Mi mostrò alcune medaglie ma
non c’era alcuna cosa singolare. Mi mostrò qualche libro e special-
mente l’Arduino de Venenis,18 che in Roma avea pagato un testo-

16 Il riferimento è agli Acta Eruditorum Lipsiensis, rivista scientifica fondata da Leibniz


nel 1681.
17 Ludovico Antonio Muratori (1672-1750) è considerato il padre della storiografia
italiana. Ricercò e raccolse le fonti della storia d’Italia a partire dal 500 fino al 1500,
e le pubblicò nella monumentale raccolta Scrittori di cose italiche (Rerum italicarum
scriptores, 1723-1751) in 25 volumi.
18 Ilmado Arduino (1400-1450), medico valenciano, è autore del Liber de venenis, trat-

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ne, ma che un altro simile avea venduto tre scudi. In casa sua c’era
un Frate Servita da Pesaro Priore di Montefano, che raccoglie me-
daglie per venderle. Partitomi dal Signor Angiolo venni al negozio
dei Signori Mesmer, ed Heer dove ci trovai il Signor Abate Fagna-
ni valente Algebrista, che mi stava ad aspettare per discorrere con
me, non avendomi trovato due volte a casa. Dopo venne quel Pri-
ore Servita, che mi volle mostrare alcune medaglie, che io osservai
insieme col Signor Conte Flaminia di Recanati.

21 Luglio Sinigaglia 1741. Cavaliere gentile il quale ci disse che


avea in Recanati un bel museo di medaglie, e di cose naturali. Egli
è ricco, e suocero de’ Signori Carradori uomini ricchissimi della
Marca. [...] Poco dopo venne il Signor Conte Giulio Fagnani col
quale si tornò a discorrere di cose del suo Consolato, e poi di co-
se erudite. Con lui e con il figliuolo mi partij i quali per gentilezza
m’accompagnarono fino a casa. Per istrada c’incontrammo nel Si-
gnor Tommaso Fagnani di Rimino, con il quale feci che parlassero,
ed ebbero piacere; e il Signor Conte mi disse che avea intenzione
di fare nel testamento una sostituzione in testa de’ figliuoli maschi
del Signor Tommaso quando ne abbia.

21 Luglio 1741 Sinigaglia. Spirava un grandissimo scirocco Levan-


te che scuoteva gagliardissimamente le barche in mare, e nel por-
to, alcune delle quali nel porto aveano patito [...] Passai il ponte e
andai sul porto dall’altra parte, dove osservai che il mare era mol-
to agitato dal Furiano, e che le barche si scuotevano estremamente
nel porto. Ricercando la cagione perché le barche siano così mal
sicure nel porto, mi parve che fosse perché hanno tenuta la boc-
ca troppo diritta del porto, e perché col molo sono andati troppo
avanti nel mare, per la qual cosa i flutti non hanno tempo di cal-
marsi. I marinai dicono che ciò proviene dall’essere le mura del
porto di pietra, e che meglio sarebbero se fossero di pali; ma ciò
non pare verisimile, perciocché questo difetto dovrebbe essere in
tutti porti famosi, i quali sono di pietra, e non di pali. Ritornando

tato scientifico sui veleni, apparso a Venezia nel 1492.

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a casa verso sera mi fermai in una botega d’acque nella quale ven-
ne la Signora Anna Soardi Alevolini, con la Signora Torelli e col
Signor Giambattista Soardi. Si prese una pappina, poi venni verso
casa, e passando avanti il duomo sentij che facevano orazione per
impetrare la serenità. Si cenò e si andò a dormire, ed essendo in
letto sentij che tornò a cadere una gran pioggia.

22 Luglio 1741 Sinigaglia. [...] Indi andai nel negozio del Signor
Mesmer dove ci trovai il Signor Abate Fagnani col quale mi traten-
ni fino ad ora di pranzo, dentro del qual tempo vidi molti Signori
Fanesi, e Pesaresi miei conoscenti; capitò ancora il Signor Angiolo
Pasquini col quale discorsi alquanto, e in fine il Dottor Conticel-
li, con il quale e con il Signor Abate Fagnani venni a casa. Il dopo
desinare andai sul porto a visitare il Signor Vincenzio Giacomini
cittadino Riminese che avea un poco di febbre, e indi passai a vi-
sitare il Pedrosi; poi mi fermai a giucare alquanto sul ponte a dadi
ad un giuoco dove si tira con otto dadi, ma per vincere bisogna fare
o numeri moltissimi, o pochissimi, e perciò è difficilissimo vince-
re. Indi tornai in città dove mi accompagnai col Signor Francesco
Franzi, col quale andai sul molo dove c’era una gran quantità di
Cavalieri, e Dame de’ luoghi circonvicini. Ivi trovai il Signor Teo-
doro Grazj da Santarcangiolo mio amico, il quale ora da quattr’an-
ni è Podestà di Sinigaglia con lui mi tratenni fino a sera discorren-
do di varie cose, nel qual tempo capitò il Signor Abate Baccarini
Vicario Generale di Fano, il quale avea notizia di me, per la qual
cosa mi fece varie cortesie.

23 Luglio 1741 Sinigaglia. Indi venimmo al negozio del Signor


Mesmer, dove trovai il Signor Abate Fagnani, e poco dopo venne
il Signor Conte Giulio suo padre, con i quali si discusse molto, e
tra le altre del porto di Sinigaglia approvando il Signor Conte Giu-
lio il mio parere che l’avessero tenuto troppo diritto, e che fossero
andati troppo avanti, perciò consigliò il Figliuolo che è del con-
siglio a persuader gli altri a non andare più avanti, giacchè così si
prolungava la linea per cui restava più internato il canale verso la
città, e dentro il mare le barche anche nel porto non sono sicure,

– 127 –
tanto più che disse che la comunità di Sinigaglia ha un debito per
quel porto di 10 mila scudi. Tratenendomi ivi con lui vidi a pas-
sare moltissime persone, essendo stato questo giorno per essere di
domenica il giorno di maggior concorso che sia stato a Sinigaglia
[...] Indi partitomi con i Signori Fagnani i quali ebbero la bontà
d’accompagnarmi fino a casa trovai ivi che il Signor Bernardino
spediva le robbe per Rimino, e tra l’altre anche il mio burò. Trovai
anche che il Padre Abate Battaglini era partito insalutato hospite,
come si dice. Il Signor Franzi prima che partissimo dal negozio del
Signor Mesmer m’avea data una lettera per il Signor Bernardino
che gliela avea fatta giungere il Signor Commendatore Montevec-
chio Castellano di Sinigaglia, con ordine che egli si portasse da lui.
Aperta la lettera vedemmo come il Signor Conte Luigi Ricciardelli
ci scriveva sollecitando il nostro ritorno.

23 luglio 1741 Sinigaglia


spezialmente di me a cagione che la Signora Contessa Lodovica
sua moglie erasi malata la sera stessa del mercordì quando noi par-
timmo. Così avea scritto il Signor Conte al Signor Castellano che
sollecitasse la nostra partenza. Questa nuova frastornò i nostri af-
fari, e i nostri divertimenti. Il dopo desinare andai a visitare i so-
liti Signori Giacomini, e Pedrosi, e poi incontratomi col Signor
Franzi tornai in città per licenziarmi dal Signor Conte Fagnani,
ma nol trovai a casa, trovai bene il Signor Mesmer e alcuni altri,
a quali tutti dispiaceva la mia partenza. Indi andammo sul porto,
dove trovammo un grandissimo concorso di nobiltà, tra quali c’e-
ra la Signora Marianna Diotallevi che era servita da Monsignor
Alberoni, c’era Monsignor Marescotti Vicelegato di Romagna, e
altri Prelati, e moltitudine di Cavalieri, e di Dame de circonvici-
ni luoghi. Discorsi con Monsignor Vicelegato, e con altri di quella
compagnia, indi accompagnatimi con il Signor Conte Gian Gia-
como Montelabate venni in città, il quale mi persuase ad andare in

– 128 –
Ancona a vedere il Lazzaretto,19 e il prolungamento del Rivellino20
fatto dal Papa passato, giacchè non si trattava che del ritardo d’un
giorno, e giacchè il male della Signora Contessa sembrava che non
fosse che una semplice terzana. Con lui andammo in una botega
di biribì, dove si faceva anche un certo lotto, nella qual botega era
venuta quasi tutta la nobiltà che era sul porto, e dentro c’era il Si-
gnor Demetrio Bisuglia Greco di Napoli di Romania uomo vene-
rando, e di garbo col quale si fecero vari discorsi ameni che piac-
quero a tutta la raggunanza. Giucai un poco al biribì, e un poco a
quel lotto per piacere. Indi venni a casa, e cenando persuasi il Si-
gnor Bernardino a venire in Ancona.

Nel 1745 Planco si reca nuovamente a Senigallia. Questa volta


parte il 26 luglio assieme all’appaltatore di tabacco riminese Giu-
seppe Bentivegna, e dopo le tappe a Gemmano e a San Giovanni in
Marignano, raggiunge Senigallia il 27 luglio. Il soggiorno a Seni-
gallia è disseminato di incontri con medici, nobili e rappresentanti
del clero locale, con i quali Planco s’intrattiene in conversazioni in-
torno a libri e materiali antichi. Veniamo anche a conoscenza delle
cattive condizioni di salute di Fagnani, che soffriva di calcolosi re-
nale, malattia di cui morirà nel 1766. Il 29 luglio si reca a Fano per
assistere alla rappresentazione della Didone del Metastasio. Da Se-
nigallia riparte il 30 luglio con l’abate Vanzi e il signor Bentivegna
ma, prima di rientrare a Rimini, si ferma a Pesaro, dove ha modo
di conoscere il giurista Giambattista Passeri e di visitare la collezio-
ne personale del museo di questi. Con questa seconda silloge di let-
tere, relative alla seconda visita di Planco nella Marca, si conclude
il mio intervento.

19 Il Lazzaretto di Ancona fu realizzato per volere di Papa Clemente XII dall’architetto


Luigi Vanvitelli nell’area portuale della città. La prima pietra venne posta il 26 luglio
1733. I lavori furono completati nel 1743, tre anni dopo la morte di Clemente XII.
L’imponente costruzione di forma pentagonale aveva funzioni sanitarie e militari.
20 Fortificazione eretta all’estremità del molo di Ancona.

– 129 –
Addì 28. Dopo venni in città, ed incontratomi nel Signor Vincen-
zio Giacomini, m’invitò a volere andare a stare in sua casa dove ci
andai volentieri, giacchè ci erano altri cinque Riminesi, cioè il Si-
gnor Carlo Cammilli, il Signor Bernardino Cavalieri, ed altri miei
amici. Poco dopo andai dal Signor Giovanni Mesmer di Cristian
Erlang, dove intesi, che avea ricevuti i miei Fitobasani, e che era
in procinto di spedirli in Germania. Con lui discorsi di varie cose,
dopo venni a casa, dove erano i miei paesani, che è d’un tal Signor
Antinoro Claudij da Montalbodolo buon galantuomo che sta in
Sinigaglia. Dopo andai dal Signor Abate Gismondi, che è Podestà
di Sinigaglia, e trovato che dormiva, e che il Dottor Giambattista
suo fratello era andato a Scappezzano, discesi, e trovai il Signor
Angiolo Pasquini che ora è Conte e Console della Reina d’Unghe-
ria, con lui andai in sua casa dove egli mi diede tre o quattro me-
dagliucce d’argento, ed ivi vidi Fra’ Antonio Mada Bresciano dal
quale comprai una Piena Aquilina, ed egli comprò alcune meda-
glie moderne. Dopo discorremmo di varie cose di Toscana e vidi
i suoi libri, e copiai un frammento d’una lapida in marmo greco
che egli ha avuto poco tempo fa da una luogo vicino a Sinigaglia la
qual lapida ha le seguenti lettere […].
Licenziatomi dal Signor Conte Angiolo Pasquini tornai dal Signor
Podestà dove trovai il Signor Dottor Giambattista suo fratello, e
con esso m’accompagnai e tornai dal Signor Mesmer, e indi ve-
nimmo dal Signor Conte Giulio Fagnani mio vecchio amico, ed
eccellente Matematico, trovai questo signore con molto spirito,
ma molto travagliato per mali d’orina per cui io credetti che egli
avesse la pietra.21 Si discorse molto del suo male molto, e d’altro,
infine venne il suo figliuolo Abate, che è matematico anch’egli, e
mi disse, che negli Atti di Lissia era riferito il mio Libro de Con-
chis. Dopo venni a pranzo, e poi un poco a dormire. Il dopo desi-
nare venne da me il Signor Dottor Gismondi, e poi il Signor Abate
Fagnani, che mi portò gli Atti di Lissia dell’anno 1744, dov’è rife-
rito il mio libro; tornai insieme con lui dal Signor Conte Fagnani,
dove si tornò a discorrere del suo male, ed io gli scrissi una lettera

21 Si riferisce alla calcolosi renale da cui era affetto Fagnani.

– 130 –
a Monsignor Leprotti ricercandolo di quel rimedio litontriptico di
Madama Stephens, e pregandolo a volergliele scrivere adirittura.
Andai da Signori Franzi e Ferrai dove riscossi certi danari di miei
libri mandati a Jesi, e a Cantiano. Indi andammo sul porto, do-
ve ci accompagnammo col Signor Dottor Michini Medico di Jesi,
che è da Santarcangiolo, e che è stato lungo tempo a Firenze, con
lui tornammo in città, e per l’altra porta uscimmo, ed andammo
a passeggiare alla marina, dove vedemmo alcune erbe marine, cioè
littorali. Andammo sul porto di nuovo, dove ci fermammo pas-
seggiando fin verso l’un ora. Dopo venimmo in città e a casa, do-
ve venne a favorirmi il Signor Conte Giulio Fagnani, e dopo col
Signor Dottor Gismondi lessi l’estratto del mio libro sugli Atti di
Lissia, e verso le due s’andò a cena, e dopo cena vennero i padroni
di casa con una loro figliuola nubile, con i quali si discorse molto
di varie cose, e dopo s’andò a riposare.

Addì 29 [...] Dopo c’incontrammo nel Signor Conte Pasquini, il


quale mi disseche avea letto con piacere la mia storia della donna
che s’infingeva uomo, e con lui si discorse di varie cose, e spezial-
mente dell’ignoranza, e della poca civiltà del Mazzaconati. Dopo
andai a casa ad assettare le mie cose, e pranzai con il Signor Dottor
Michini, e con altri due miei paesani, essendo gli altri tre partiti,
e dopo aver dormito alquanto verso le 19 partij con un calesse da
viaggio per Fano, e per istrada vidi il piccolo fiume che chiama-
no di Cesano che ha un lungo ponte di legno ma che ora non ha
niente d’acqua, vidi anche il fiume Metauro, il cui ponte parimen-
ti è lungo, ed ora è rifatto di nuovo a cagione che l’abbrucciarono
gli Spagnoli, nel Metauro parimenti non ci è acqua a cagione che
la derivano tutta nel porto d’estate. Verso l’avemaria fui in Fano, e
per istrada vidi il Signor Abate Vanzi gentiluomo Riminese, che mi
disse di voler venire con me a Rimino, e il Vetturino disse di tor-
nare col suo padrone per far l’accordo, ma ci burlò. Smontai a casa
il Signor Bentivegna, e verso l’un ora cenai, e poi con un suo mi-
nistro andai all’Opera, che è la Didone del Metastasio, per cui ora
fanno andare in teatro quattro o sei cavalli, e quando viene il Re
Iarba conducono due tigri, e due leoni finti che fanno ridere. Stetti
all’Opera sino dopo il secondo atto, e dopo venni a casa.

– 131 –
PROFILO DEGLI AUTORI E DELLE AUTRICI

Leonardo Marcheselli è nato e vive a Senigallia. Laureato in Lingue


moderne all’università di Bologna, insegna da più di vent’anni nelle scuo-
le secondarie. Dal 2012 è titolare della cattedra di lingua inglese presso
la scuola “Fagnani”.

Luca Rachetta, laureato in Lettere moderne, è insegnante di scuola se-


condaria. Critico letterario e organizzatore di eventi culturali, collabora
con la rivista senigalliese «Sestante» e altre testate cartacee e on-line. Tra i
suoi romanzi più recenti Le oscure presenze (2012) e La primavera di Gio-
vanni Scipioni (2014).

Chiara Pietrucci, PhD in Interpretazione e filologia dei testi, insegna


Letteratura italiana all’università di Macerata ed è docente di lettere nel-
la scuola secondaria. Di recente è uscito il suo manuale Guida all’analisi
del testo poetico (2015) ed è in corso di stampa la monografia su Fagnani
Analitica penna. Testi inediti e rari.

Fabrizio Chiappetti ha conseguito il dottorato di ricerca in Studi reli-


giosi presso l’ateneo bolognese. Docente di lettere alla “Fagnani”, è au-
tore di saggi e articoli sul riformismo religioso e sul pensiero filosofico
contemporaneo. La sua ultima monografia si intitola La formazione di un
prete modernista: Ernesto Buonaiuti (2012).

Paolo Cingolani si è laureato in Matematica all’università di Bologna,


con specializzazione in Didattica. È docente di matematica e fisica al liceo
classico “Perticari” di Senigallia.

Mariella Bonvini Triani, laureata a Roma “La Sapienza”, ha insegnato


nei licei e alla “Fagnani” per oltre vent’anni, realizzando con i suoi alunni
numerose ricerche in campo storico. Il suo ultimo libro si intitola I Ghi-
nelli a Senigallia. Il monumento, la memoria, l’oblio (2015).

– 133 –
Silvia Serini, docente di lettere, storica e saggista, ha pubblicato in ope-
re collettanee e collabora con riviste cartacee e on-line. Ha esordito con
la monografia Alberto Moravia e il cinema. Una rilettura storica (2014) e
nel 2016 ha curato il volume Le Marche e la grande trasformazione (1954-
1970).

Anna Indipendente, laureata al Dams di Bologna, si è dedicata in par-


ticolare allo studio del pianoforte e del canto e, contestualmente, agli stu-
di classici. Docente di sostegno alla “Fagnani”, fondatrice e presidente
dell’associazione Ars Musicae, affianca l’attività di ricerca a quella didatti-
co-divulgativa, scrivendo articoli per riviste musicali online.

– 134 –
INDICE DEI NOMI

Alighieri, Dante, 20n, 30, 40, 60, 125 Broglio, Emilio, 104n
Amaduzzi, Cristofano, 119n Buonarroti, Michelangelo, 23
Angelucci, Patrizia, 101n Calogerà, Angelo, 15, 41, 42, 42n, 47
Antonelli, Nicola, 23, 24, 86 Camilli, Carlo, 125
Arcaini, Roberta, 100n Cartesio, Renato (Descartes, René),
Archimede, 55, 60, 61, 62 16, 21, 30, 38, 39n, 46, 47, 48, 51
Ariosto, Ludovico, 108 Cassini, Giovanni, 73, 73n, 74, 75
Aristotele, 38, 45n, 48, 49 Cattaruzza, Marina, 110n
Baldini, Ugo, 21n Cavalieri, Bonaventura, 68n
Bartoli, Camilla, 21 Cavalieri, Bernardino, 123, 130
Battaglini (abate) 125, 128 Cesi, Federico 119n
Battarra Giuseppe Antonio, 119n Chiabrera, Gabriello, 42
Benedetti Forastieri, famiglia, 21 Chiappetti, Fabrizio, 17, 133
Benedetto XIV, papa (Prospero Lam- Cingolani, Paolo, 17, 133
bertini), 20, 21, 23, 24, 96 Colli, Giorgio, 45n
Bentivegna, Giuseppe, 129, 131 Colombo, Omar, 110n
Bernoulli, Jakob, 76 Conciatti, Francesca, 22
Bernoulli, Johann, 27 Conti, Febo, 112
Bernoulli, Nicolas, 25 Conticelli, Antonio, 127
Bertana, Emilio, 43n Copernico, Niccolò, 49
Bianchi, Giovanni (Ianus Plancus, Plan- Crescimbeni, Giovanni Mario, 32
co), 17, 117, 117n, 118n, 119n, D’Aquino, Tommaso, 48, 49n
120n D’Azeglio, Massimo, 105
Bianchi, Girolamo, 117n D’Eleazaro, Maria, 42
Bigelli, Anna Rita, 79, 96 De Falla, Manuel, 108
Bisbuglia, Demetrio, 129 Della Porta, Giovanni Battista, 119n
Boncompagni, Baldassarre, 47, 47n, Dinostrato, 60
48, 48n Diocle di Caristo, 55, 64, 75
Bonvini Triani, Mariella, 17, 42, 95, Diotallevi, Marianna, 128
133 Empedocle, 45, 45n
Borbone, Carlo di, 21 Eraclito, 45
Borodin, Aleksandr, 108 Escher, Maurits Cornelis, 72, 73
Boscovich, Ruggiero Giuseppe, 16, Euclide, 55, 57
20, 23, 24, 117 Eulero, Leonhard, 20, 27, 77
Bresciano, Antonio, 130 Evtušenko, Evgenij Aleksandrovič, 108

– 135 –
Fabi, Angelo, 118n, 119n, 120n lio), 21, 34, 35n, 42
Fabre, Jean Henri, 66, 66n Golinelli, Paolo, 101n
Fagnani, Andrea, 20 Grandi, Guido (Lodovico), 15, 16, 24,
Fagnani, Eleonora, 21 40, 40n
Fagnani, Gianfrancesco, 23 Grazj, Teodoro, 127
Fagnani, Giovanni Francesco, 21 Grieg, Edvard, 108
Fagnani, Giulio Carlo, 11, 12, 13, Grottanelli, Lorenzo, 21, 21n, 22, 22n
15, 15n, 16, 17, 19, 19n, 20, 21, Heer, Gioachino, 123, 126
22, 23, 24, 25, 26, 27, 29, 30, 31, Herlang, Cristian, 123, 124, 130
31n, 32n, 33, 34, 34n, 35, 35n, Hôpital, Guillaume François Antoine
36, 36n, 37, 37n, 38, 38n, 39, de l’, 26
39n, 40, 40n, 41n, 42, 42n, 43, Huygens, Christiaan, 69
43n, 45, 46, 47, 47n, 48, 50, 50n, Ilmado, Arduino, 18n
51, 52, 55, 64, 76, 77, 77n, 78, Ippia di Elide, 55, 58, 59, 60
79, 81, 81n, 83, 95, 96, 99 Itieri, Giuseppe, 125
Fagnani, Maria Camilla, 82n Jacquier, François, 23
Fagnani, Orazio, 21 Keplero, Giovanni, 49, 73n
Fagnani, Tommaso, 126 Lagrange, Joseph Louis (Lagrangia, Giu-
Ferrari, Francesco, 82n seppe Luigi/Ludovico), 16, 20, 26,
Filopono, Giovanni, 63 117
Flavio, Giuseppe, 42n Lami, Alessandro, 45n, 119n
Fontanelle, Bernard Le Bovier de, 25 Lanza, Emanuela, 101n
Foscolo, Ugo, 108 Le Seur, Thomas, 23, 24
Galilei, Galileo, 49, 50n, 68n, 119n Legendre, Adrien-Marie, 77, 77n, 78
Gambioli, Dionisio, 20, 20n, 37n Leibniz, Gottfried Wilhelm, Christian
Garampi, Giuseppe, 119n von, 16, 21, 27, 30, 38, 69, 125
Garampi, Lorenzo, 125 Leprotti, Antonio, 118n, 131
Garcia Lorca, Federico, 108 Locke, John, 21, 51, 52
Garganelli, Lorenzo, 119, 120n Loria, Gino, 20, 20n
Garin, Eugenio, 41n Lucrezio (Tito Lucrezio Caro), 34, 34n,
Garin, Maria, 41n 45
Gassendi, Pierre, 47 Luigi XV (Borbone, re di Francia), 21
Gaudi, Antoni, 67 Malebranche, Nicolas, 16, 21, 22, 24,
Geddes da Filicaia, Costanza 38n 38, 39n, 46, 47, 50
Gervasoni, Luigi, 125 Malpighi, Marcello, 117n
Giacomini, Vincenzo, 127, 128, 130 Mamiani, Giuseppe, 20n, 22n, 23n,
Gismondi (abate) 130 25n, 26n, 31n, 33, 33n, 35n
Ghetti, Getulio, 19, 19n, 25, 25n, 27, Mandelbrot, Benoît, 71, 72
28n, 34n Manzoni, Alessandro, 104n
Gnausonio, Floristo (v. Fagnani, Giu- Marchese, Leopoldo, 115n

– 136 –
Marcheselli, Leonardo, 17, 19 Ricciardelli, Luigi, 123, 128
Marescotti, Galeazzo, 128 Roberval, Gilles Personne, 68
Marini, Gaetano, 119n Roggia, Carlo Enrico, 43
Martella, Simona, 101n Rossini, Gioacchino, 108
Mastai, famiglia, 21 Rovelli, Carlo, 46, 46n
Matteucci, Tiziana, 40n, 42n Santini, Domenico, 23
Maupertuis, Pierre-Louis Moreau de, 25 Serini, Silvia, 15n, 99, 107n, 134
Mazzuchelli, Giammaria, 15, 41 Solai, Elena, 17
Mesmer, Giovanni, 123, 127, 128, 130 Somaschi (padri), 21, 47
Metastasio, Pietro, 129, 131 Talete, 45, 45n
Michini, Francesco, 131 Taylor, Brook, 19, 24, 25
Montanari, Antonio, 119 Temanza, Tommaso, 123, 123n
Montelabate, Giangiacomo, 128 Tolomeo, Claudio, 48
Montevecchio, Castellano, 128 Tombesi, Sandro, 114
Muratori, Ludovico Antonio, 125, 125n Tortorella, Cino, 112
Moro, Tommaso, 42n Turchini, Angelo, 120, 120n
Newton, Isaac, 16, 21, 30, 38, 49, 50, Vanvitelli, Luigi, 129n
52, 52n, 69 Vecchietti, Filippo, 42n
Noë, Alva, 52n Volterra, Vito, 20, 20n
Omero, 108 Wagner, Gabriel, 124
Onorio II, papa (Lamberto Scanna- Wallis, John, 73
becchi), 20 Wantzel, Pierre, 57, 57n
Parini, Giuseppe, 43 Watt, James, 76
Parmenide, 45 Zeno, Apostolo, 16, 24, 31, 31n, 120
Pascal, Blaise, 55, 64, 69, 70, 75
Pasquini, Angiolo, 125, 127, 130, 131
Passeri, Giovan Battista, 27, 129
Pepe, Luigi, 20n, 21n, 24n, 95, 95n
Pettinelli, Rosanna, 13
Pierfederici, Mauro, 17
Pietrucci, Chiara, 15n, 17, 37, 38n,
47n, 133
Platone, 33, 38, 45, 63
Polverari, Alberto, 12
Puccini, Giacomo, 108
Quaresima, Giuseppe, 81, 107n, 110,
110n, 111, 111n, 113, 113n, 114n
Rachetta, Luca, 17, 29, 38n, 133
Ramón Jimenez, Juan, 108
Ricato, Jacopo, 25

– 137 –
Stampato nel mese di Febbraio 2017
presso il Centro Stampa Digitale
del Consiglio Regionale delle Marche

editing
Mario Carassai

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