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La Vita: Alessandro Manzoni

Alessandro Manzoni, nato a Milano nel 1785, ha avuto un'infanzia segnata dalla separazione dei genitori e dall'educazione in collegi religiosi. La sua conversione al cattolicesimo ha segnato una svolta nella sua carriera letteraria, portandolo a scrivere opere significative come 'I Promessi sposi' e a riflettere sul rapporto tra uomo, storia e divinità. Manzoni ha cercato di unire il pensiero illuminista e romantico, enfatizzando l'importanza del vero e della responsabilità individuale nella società.
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La Vita: Alessandro Manzoni

Alessandro Manzoni, nato a Milano nel 1785, ha avuto un'infanzia segnata dalla separazione dei genitori e dall'educazione in collegi religiosi. La sua conversione al cattolicesimo ha segnato una svolta nella sua carriera letteraria, portandolo a scrivere opere significative come 'I Promessi sposi' e a riflettere sul rapporto tra uomo, storia e divinità. Manzoni ha cercato di unire il pensiero illuminista e romantico, enfatizzando l'importanza del vero e della responsabilità individuale nella società.
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ALESSANDRO MANZONI

-La vita
Manzoni nasce a Milano il 7 marzo 1785. Sua madre è Giulia Beccaria, figlia di Cesare.
Giulia, per via delle ristrettezze economiche della famiglia, ha sposato il conte Pietro Manzoni;
tuttavia pare sicuro che Alessandro sia figlio di Giovanni Verri (il più giovane dei tre fratelli).
Alessandro viene, subito dopo la nascita, ad una balia di provincia, rimanendo privo di qualsiasi
legame con la famiglia.
Nel 1792 Giulia e Pietro Manzoni si separano e lei lascia Milano per stabilirsi a Parigi con il
conte Carlo Imbonati, suo nuovo compagno. L’educazione del ragazzo si svolge presso
collegi religiosi lombardi (prima quello dei padri Somaschi, poi quello dei Barnabiti). Si accosta
al pensiero di intellettuali di formazione illuminista, come Vincenzo Cuoco, Parigi, Alfieri,
frequenta Foscolo e Monti.
Nel 1805 la madre lo invita a raggiungerla a Parigi e Alessandro vi arriva quando Imbonati è da
poco scomparso. In suo onore scrive il carme In morte di Carlo Imbonati. Il soggiorno parigino
è importante: Manzoni riallaccia con la madre un rapporto profondo e entra in contatto con
l’ambiente degli eredi dell’Illuminismo, i cosiddetti Idéologues, e con Claude Fauriel, che
diventa un suo grande amico e con cui avrà per anni un ricco scambio epistolare.
Intanto Giulia pianifica il matrimonio di Alessandro con Enrichetta Blondel. L’incontro avviene
nel 1807 durante un viaggio in Italia ed è un incontro fortunato: tra i due giovani nasce un
sentimento profondo e nel 1808 si sposano con rito civile, dato che Enrichetta è calvinista. Nel
1808 nasce Giulietta, la prima dei dieci figli di Manzoni. Nel 1807 il conte Pietro era morto e
Alessandro ne eredita tutti i beni, tra cui una proprietà nei dintorni di Lecco.
Dopo il matrimonio, Enrichetta ha cominciato ad avvicinarsi al cattolicesimo, con la guida
spirituale dell’ abate Degola, vicino al giansenismo, e anche Alessandro recupera la religione in
cui è stato educato, attraverso intense letture. Con l’abiura di Enrichetta al calvinista, il
matrimonio sarà ricelebrato secondo il rito cattolico. Questo percorso di conversione è
rappresentato dall’episodio del 2 aprile 1810, giorno delle nozze tra Napoleone e Maria Luisa
d’Austria; per le strade di Parigi scoppiano dei mortaretti: nella confusione Manzoni perde di
vista la moglie. In preda al panico si rifugia nella chiesa di San Rocco e avrebbe pregato per
ritrovare Enrichetta e ne sarebbe uscito convertito.

La conversione segna una cesura nella carriera artistica di Manzoni, che rifiuta tutti gli scritti
precedenti. Nel periodo dal 1812 al 1825 concepisce tutte le sue opere maggiori e contribuisce
a rifondare i principali generi letterari; la tragedia, la poesia civile e religiosa, il romanzo.
Tra il 1814 e il 1815 compone due canzoni patriottiche, Aprile 1814 e Il proclama di Rimini. In
precedenza avvia la composizione degli Inni Sacri, che avrebbero dovuto celebrare tutte le
dodici principali festività religiose cattoliche.
Nel 1816 si cimenta nella tragedia di argomento storico con il conte di Carmagnola (1820).
Il 1821 è un anno di straordinario fervore creativo. I moti antiaustriaci in Piemonte lo ispirano a
scrivere l’ode Marzo 1821; mentre la notizia della morte di Napoleone ispira Il cinque maggio.
Lavora alla tragedia di tema storico Adelchi, avviata l’anno precedente e compiuta nel 1822.
Nel 1821, tra primavera ed estate, è assorbito da un progetto nuovo: l’idea di un romanzo.
Manzoni si ritira a Brusuglio, munito solamente di due testi: la cronaca della peste del 1630 del
Ripamonti e gli scritti dell’economista Melchiorre Gioia; questi fornirono lo stimolo decisivo per la
prima stesura del romanzo, il Fermo e Lucia, che lo impegnerà fino al 1823.
Nello stesso anno scrive la Lettera al marchese Cesare D’Azeglio sul Romanticismo. L’anno
successivo intraprende la profonda revisione del Fermo e Lucia che porterà, nel 1827, alla
prima edizione dei Promessi sposi. Il successo è immediato e clamoroso.

Nella seconda metà del 1827 tutta la famiglia Manzoni soggiorna in Toscana, per la revisione
linguistica del romanzo, che l’autore vuole conforme al toscano parlato dalle persone colte. I
Promessi sposi verranno ripubblicati in versione definitiva a partire dal 1840.
Nel 1833 Enrichetta si spegne a soli 41 anni, nel giorno di Natale; il settembre successivo
muore anche, ventisettenne, la figlia Giulietta. Nel 1837 si sposa con la vedova Teresa Borri
vedova Stampa.
Nonostante i lutti, prendono forma nuovi progetti: il trattato incompiuto Della lingua italiana e la
Storia della colonna infame (1842). I moti del ‘48 lo vedono spettatore partecipe: viene eletto
deputato alla Camera subalpina, ma rinuncerà all’incarico. Quando gli austriaci tornano a
Milano si ritira con la moglie a Lesa, sul lago Maggiore. Nel ‘49 Manzoni inizia il dialogo
Dell’invenzione e Del romanzo storico.

Nel 1861 resta nuovamente vedovo.


Il 29 febbraio 1860 è nominato senatore e partecipa alla prima seduta del senato italiano, che
proclama Vittorio Emanuele re d’Italia e riceve anche un vitalizio. Nel 1868 incontra Verdi, che
comporrà, l’anno dopo la morte del romanziere, una Messa da requiem in suo onore. Benché
molto anziano, accetta la presidenza della Commissione per l’unificazione linguistica
nazionale, dai cui lavori emerge la relazione Dell'unità della lingua e dei mezzi di
diffonderla.
Muore il 22 maggio 1873. La salma viene esposta a Palazzo Marino, sede del comune
milanese, e il 29 maggio gli sono tributati in Duomo i funerali solenni.
-Il pensiero e la poetica
Il rigore, l’intransigenza e la coerenza delle sue posizioni sono la causa della radicalità delle
scelte in ambito letterario, in particolare il rifiuto di una tradizione retorica, di Manzoni. Con la
frase “il vero è solo bello” ribadisce la priorità della dimensione conoscitiva (valore educativo) su
quella puramente estetica.
Meno che mai Manzoni pensa che la letteratura possa avere una funzione legata allo svago o
all’evasione. Avverso ad una poetica dell’empatia, si schiera a favore di una letteratura che parli
allo stesso tempo, e con la stessa efficacia, al cuore e alla ragione umana.
Accoglie, in una sintesi originale, da un lato le esigenze della cultura illuminista, dall’altro quelle
del movimento romantico. Condivide con il Romanticismo il rifiuto della mitologia come
argomento letterario e dell’approccio normativo del classicismo, la battaglia per una cultura
veramente popolare (popolo=moderna borghesia).
Il suo razionalismo gli impedisce di accettare il mito romantico della bontà del “genio del
popolo”: il male, infatti, si manifesta indifferentemente in tutte le classi sociali. Analogamente, lo
spettacolo delle grandi masse mostra l’invincibile tendenza dell’uomo a esercitare violenza sui
propri simili.
Manzoni nutre un profondo fastidio per quegli aspetti irrazionali e “gotici” del Romanticismo
nordeuropeo. La sua poetica è riassunta nella frase “l’utile per iscopo, il vero per soggetto e
l’interessante per mezzo”. Manzoni ha l’idea di una letteratura che possa rivestire una
funzione civile nella società italiana di quegli anni.

Le prove giovanili di Manzoni abbracciano i principi democratici e libertari; come nel


poemetto Il trionfo della Libertà.
Più interessante la seconda opera, il poemetto Urania (Virtù, Muse, Grazie).
Manzoni più maturo rifiuta la vuota precettistica retorica in favore di una passione per la poesia
e di un’ispirazione etica che trova il suo punto di riferimento in Parigi.
Con il carme In morte di Carlo Imbonati emerge un termine che ricorrerà poi come un motivo
conduttore della successiva riflessione manzoniana, il vero, che l’anima dell’Imbonati
ammonisce a rispettare religiosamente.

Testo “La letteratura e il vero”


1. La “massa” dei lettori mostra interesse per gli argomenti legati all’esperienza reali, per i
quali i lettori manifestano curiosità e interesse.
2. Si possono generare due tipi di piacere: il “bello” che si produce dal vero ed è il piacere
che la lettura provoca; tuttavia, anche il falso può generare un piacere, questo piacere,
però, è destinato a svanire non appena si coglie la falsità di ciò che lo suscita.
3. La luce in Dante rappresenta l’immagine di Dio che porta alla scoperta della verità nel
Paradiso (in contrapposizione al buio e dunque al peccato nell’Inferno); così come nel
testo il termine “lume” fa riferimento ad una verità che giunge come un’illuminazione. La
metafora del cibo, in particolare è molto significativa, in quanto si rifà al Convivio di
Dante; il titolo dell’opera fa proprio riferimento ad un “banchetto” dove i commensali
(coloro che hanno desiderio di conoscenza) una “vivanda” (le canzoni), accompagnate
dal pane (i commenti).
ATTIVITÀ LETTERARIA DI MANZONI
● Le opere giovanili (delicta iuventutis = colpe di gioventù): Urania, Carme in morte di
Carlo Imbonati. Sono caratterizzate da un modo di scrivere ancora legato al
neoclassicismo e uno spirito anticlericale (si oppone alla Chiesa).
● 1810: Conversione: i valori illuministi, e quindi laici, in cui credeva Manzoni, diventano
quelli cristiani.
● Inizia una riflessione sulla fede, esemplificata dalle Osservazioni sulla morale
cattolica (1819). La sua è un’adesione razionale a un modo diverso di leggere il mondo
(quello della religione). Legge il corso della storia umana in rapporto con Dio; esplora il
rapporto tra uomo dotato di ragione (illuminismo) e sentimento (romanticismo) e Dio.
Afferma che in Italia la coscienza nazionale si è formata con il cristianesimo. Il suo modo
di scrivere è cambiato.
● Interesse per la storia: Manzoni indaga la presenza di Dio nella storia (concetto di
Provvidenza). Indaga nella storia anche il rapporto tra uomo e Dio, e tra l’individuo e la
società. Concetto di responsabilità dell’individuo nella storia, collegato a questo
abbiamo anche il discorso della coscienza individuale. Interesse per la storia vuol dire
anche interesse per il popolo e il destino collettivo. Presenza del male nella storia e
oppressione dei più deboli.
● Interesse per il vero-reale: nella realtà ci sono più imprevisti di quelli che ci si potrebbe
immaginare con la fantasia. Reale più vario e interessante che il fantastico. Opere: Inni
Sacri; poi Tragedie e Odi Civili e infine il Romanzo.
● Inni Sacri (dal 1812-13): è una novità nella lirica italiana per il soggetto religioso, ma
anche perché sono delle preghiere che danno voce al popolo del cristiano. Dovevano
essere 12, per celebrare le festività cattoliche (5 compiuti: il Natale, la Passione, il Nome
di Maria, la Resurrezione e la Pentecoste). Manzoni ripercorre la storia della Salvezza
dell’uomo voluta da Dio tramite l’Incarnazione di Cristo. È una poesia corale, una
poesia alta che riprende la poesia corale greca. Manzoni vuole dimostrare come tutta la
storia dell’uomo sia indirizzata a Dio. Emerge una visione della storia verticale
(dall’inizio dei tempi alla fine dei tempi, non ciclica), provvidenziale (in cui ognuno ha il
proprio posto) e dove c’è un collegamento tra passato, presente e futuro
(prefigurazione).
● Tragedie (1816-1822): il Conte di Carmagnola e Adelchi (nomi dei due protagonisti
maschili delle tragedie). Contenuti: si tratta di storie in cui è protagonista il
cristianesimo; i fatti sono fatti storici documentati in modo accurato + l’inserimento di
fatti verosimili (chiama questi due tipi di vero il “vero storico” che sono i fatti e il “vero
morale”); fa ciò perchè è un poeta.
● Le tragedie si collegano al romanticismo per vari aspetti: il primo aspetto è quello per cui
in queste tragedie c’è la lotta di qualcuno per la difesa degli ideali, questa lotta
prevede una sconfitta (dell’eroe ma non degli ideali). L’ideale più importante è quello
della libertà: sia libertà interiore che della patria. Un altro aspetto è la valenza
educativa della tragedia, sceglie la tragedia perché il teatro è più comprensibile e
raggiunge un nuovo pubblico; permette di esprimere con più facilità i sentimenti (tragedia
come educazione collettiva per la diffusione degli ideali romantici). La tragedia permette
di indagare le remote profondità del cuore umano.
● Quali sono le tragedie a cui guarda Manzoni? Sicuramente dei personaggi di Dante
dell’IF, Shakespeare (Amleto, Macbeth), i francesi Corneille e Racine, Alfieri,
tragedie tedesche del romanticismo.
● La prima tragedia è il conte di Carmagnola: racconta un fatto storico avvenuto nel 1400
a un capitano di truppe mercenarie ingiustamente accusato e messo a morte. I temi
sono il destino dell’uomo nella storia e il rapporto dell’uomo con la provvidenza. La
trama inizia dalla catastrofe, cioè inizia in medias res. Il protagonista è un eroe illustre,
un personaggio importante perché più esemplare, segue l’insegnamento di Dante. Il
coro delle tragedie di Manzoni non è un personaggio ma la voce dell’autore che
commenta le vicende ed esprime i suoi sentimenti. Rifiuta le unità aristoteliche (in
linea con il romanticismo). Il conte è un uomo dai grandi ideali che viene in conflitto con
la ragion di Stato e l’ottusità altrui. È anche un modo per parlare di lotte fratricide tra
italiani.
● Adelchi: richiama dei fatti storici documentati in modo accurato, cioè i fatti che accadono
in Italia attorno al 600-700 d.C. (Longobardi e Franchi). Siamo in ambito cristiano
perché i longobardi si sono convertiti al cristianesimo. Manzoni parlerà della sconfitta dei
Longobardi. I protagonisti cominciano ad essere anche protagonisti collettivi: in
particolare i tre popoli che vivono questa situazione, cioè Longobardi, Franchi e gli
Italici. Importante: ci sono protagonisti collettivi, l’attenzione si rivolge al volgo. Poi
abbiamo delle figure storiche realmente vissute, come Carlo Magno, Desiderio, Adelchi
e Ermengarda. I temi: il potere (ci sono personaggi che vogliono il potere e quelli che
non lo vogliono e ne sono vittime). Le vittime invece di farsi guidare dalle logiche dei
poteri seguono la logica dei sentimenti. Un altro tema è quello della storia, che viene
vista come fatta dai grandi e subita dai piccoli, perchè guidata dalla legge della forza. Un
altro tema è quello del dolore, che provano le vittime, questo dolore serve a riscattare il
loro popolo ed è la strada per il paradiso. Ultimo tema è l’amore, che viene analizzato a
differenza dei Promessi sposi (l’amore per Manzoni è un sentimento che coinvolge solo
due persone e non ha valore per chi sta fuori da quel rapporto).

-Adelchi
La tragedia Adelchi viene composta tra il novembre del 1820 e l’aprile del 1821. La versione
definitiva viene pubblicata nell’ottobre 1822 a Milano, preceduta dalle Notizie storiche e seguita
dal Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia.

Trama: La tragedia si apre con la rottura del matrimonio tra Ermengarda (figlia del re
longobardo Desiderio) e Carlo Magno. Per vendicarsi, il re longobardo richiede al Papa di
incoronare come imperatori i figli del fratello Carlomanno (fratello di Carlo Magno), rifugiatisi
anche dall'imperatore durante la morte del loro padre biologico. Nel sapere la notizia, Carlo
Magno invia un ultimatum a Desiderio, che quest'ultimo deciderà di ignorare e decide di
dichiarare guerra all'imperatore. Il franco, corrompendo i nobili longobardi, riesce ad avvicinarsi
a Pavia (capitale del regno dei Longobardi), dove si era rifugiata la moglie ripudiata Ermengarda
che, nel sapere delle nuove nozze dell'ex-marito, si suicida dalla disperazione. Nell'assedio
della città, Carlo Magno riesce a catturare Desiderio e a farlo prigioniero. A questo punto della
storia entra in gioco Adelchi, che tenta inutilmente di opporsi ai Franchi, che combatterà fino
alla morte. Dopo aver ricevuto le ferite definitive, verrà portato al cospetto di Carlo e del padre e
chiede all'imperatore pietà per suo padre e consola quest'ultimo.

Scelta di ambientare il dramma nell’Italia dell’VIII secolo:


● Desiderio di proiettare su uno sfondo medievale uno scontro tra popoli che era,
nell’Italia risorgimentale, estremamente attuale;
● Il proposito di mettere in scena l’idea storiografica della teoria delle razze
contrapposte, che ispira Manzoni un modo nuovo di porre al centro della scena le
masse popolari. Questa attenzione al volgo è del tutto inedita.
Nell’Adelchi il dilemma è interiore, egli non può non obbedire alla legge della patria, ma si
sente trascinato verso una giustizia universale incarnata piuttosto nel progetto politico
caroliginio: di fronte a questo dilemma, Adelchi si convince che, pocihè sul piano storico nono
c’è alternativa, « non resta/che far torto, o partirlo ».
Più che la vicenda storica in sè, a Manzoni interessa il sacrificio umano che la pratica del
potere impone ad Adelchi e alla sorella Ermengarda; Adelchi accetta di combattere a fianco del
padre, ma patisce la realtà storica che lo pone dalla parte degli usurpatori. L’accettazione di un
a legge superiore viene presentata come strumento di salvezza per il cristiano, perchò anche la
sventura può essere una via di manifestazione della Provvidenza. Lui è un innocente sventurato
che muore senza colpa, redento dalla consapevolezza del proprio errore storico: non è lui ad
uscire sconfitto, bensì il potere esercitato con ingiustizia e iniquità.

Testo: “Popoli dominatori e volgo senza nome”


Sintesi:
1. Vv.1-18: di fronte all’imminente sconfitta dei Longobardi, le genti italiche sembrano per
un momento riacquistare l’antico orgoglio e almeno desiderare la libertà.
2. Vv.19-24: dei Longobardi, atterriti, è messa in luce una natura quasi animalesca, ma poi
sono osservati anch’essi con uno sguardo compassionevole.
3. Vv.25-54: i nuovi conquistatori piombano sui nemici come cani sguinzagliati contro la
preda; arrivano dopo aver lasciato gli affetti e la pace domestica e affrontato le fatiche e i
pericoli del viaggio.
4. Vv.55-66: al popolo l’autore rivolge un’apostrofe ironica: è vano aspettarsi che un nuovo
padrone straniero regali la libertà perduta. Per riconquistarla, bisogna agire attivamente,
se non si vuole continuare a languire nella servitù e nel ricordo inutile dell’antica gloria.
Lingua e stile
Manzoni sfrutta le potenzialità di una sintassi paratattica, con poche subordinate. Ne risulta
una sintassi breve, cadenzata, utile ad accrescere l’intensità drammatica del racconto che fa
immediata presa sul lettore. Il lessico, pur allontanandosi dalla tradizione tragica, ammette
termini colti e lontani dall’uso comune.
Da un punto di vista retorico, la funzione di commento a margine degli eventi che l’autore
riserva a sè si risolve in un’ampia apostrofe al popolo italico che si introduce dal v.31.
Manzoni esprime una visione politica e un monito che dall’età longobarda si proietta
facilmente sulla contemporaneità: i Latini dell’VIII secolo, come gli Italiani del primo Ottocento,
non dovrebbero delegare a un intervento straniero la riconquista della libertà perduta, perchè
ogni invasione non può essere altro che un dominatore, mai un disinteressato liberatore.
Temi
L’autore intuisce non solo l’importanza di considerare il popolo come soggetto letterario a
pieno titolo, ma anche l’esigenza che il popolo sia al centro dell’azione politica. Solo con il
coinvolgimento attivo delle masse il progetto risorgimentale può vedere la luce.
Il popolo del coro non è ancora "popolo" ma “volgo”, cioè una massa priva di identità culturale.

Testo: “La morte di Ermengarda


Sintesi
1. La morte di Ermengarda (strofe 1-4): sequenza descrittivo-referenziale. Tempo
presente. Dopo una prima strofa che si concentra sull’aspetto della donna agonizzante
il momento della morte è sottolineato dalla preghiera delle monache e dal gesto che
chiude definitivamente gli occhi di Ermengarda. Le sue sofferenza otterranno finalmente
nell’aldilà quella pace che in vita non le è stata concessa, per l’impossibilitò di
dimenticare.
2. I ricordi tormentosi (strofe 5-14): flashback. Tempo passato. La quinta strofa rievoca
l’immediato passato, quando Ermengarda si aggirava nel convento oppressa dai ricordi
felici; nelle strofe successive sfilano le immagini di un passato più lontano, quando la
donna era al fianco dell’amato Carlo.
3. Il riscatto ultraterreno (strofe 15-20): nuova esortazione e sequenza meditativa.
Circolarmente, si ripete identica l’esortazione della terza strofa, quindi il poeta svolge
una meditazione sul significato che assume la morte di Ermengarda nella prospettiva
dell’Eternità.
Lingua e stile
Il coro imposta un registro elevato; la fine di Ermengarda non deve, nelle intenzioni dell’autore,
scivolare nel patetico, ma mostrare che la tragedia della donna trova significato e riscatto nella
prospettiva provvidenziale della Grazia ultraterrena.

Temi
Ermengarda è salvata perchè una “provvida sventura” ha accomunato lei, regina e figlia di
dominatori, agli oppressi. In questa conclusione è ribadita tutta la pessimistica concezione
manzoniana della storia: tra storia e morale vi è un dissidio permanente. La prima è insensata
e violenta; il senso di giustizia è schiacciato da superiori interessi politici e può essere riscattato
solo sul piano della fede.
Ermengarda da un lato si presenta come figura di donna-angelo, ma è anche squassata dalle
passioni: da questo conflitto può uscire solo con la morte, che le garantisce il raggiungimento
della pace e la conservazione del candore. Ermengarda vive una profonda scissione tra le
forze d’amore e la fede, scissione che può risolversi solo nella morte.
Manzoni dichiara qui esplicitamente la forza terribile dell’amore, che nel romanzo verrà invece
coperto con pudore. Manzoni inserisce le tematiche amorose in un contenitore epico e
drammatico.

-Le odi civili


La poesia civile di Manzoni segue da vicino le occasioni della storia contemporanea e
testimonia la sua vicinanza agli ideali risorgimentali (Manzoni acquisisce fama fra i patrioti
delle Guerre d’Indipendenza).
La canzone Aprile 1814, avviata dopo l’abdicazione di Napoleone e il ritiro dei francesi da
Milano, auspica che l’Italia possa riacquistare la sua libertà. La speranza va presto delusa, con
il ritorno degli Austriaci a Milano; così, l’anno successivo, Manzoni compone Il proclama di
Rimini, che trae spunto dall’appello di Gioacchino Murat ai popoli d’Italia per insorgere contro
gli asburgici.
Le due liriche più importanti sono le odi Marzo 1821 e Il cinque maggio. La prima viene
composta sull’onda dell’entusiasmo suscitato dai moti piemontesi che videro l’abdicazione di
Carlo Felice in favore di Carlo Alberto e il tentativo di questi di annettere al suo regno la
Lombardia, che sarebbe passata sotto il dominio di uno Stato, il Regno Sabaudo, che aveva
appena ottenuto una Costituzione.
Il cinque maggio viene composto all’arrivo della notizia della morte di Napoleone.

Diversi fili tematici collegano le odi civili, i cori del Carmagnola e dell’Adelchi e gli ultimi Inni
Sacri. In Marzo 1821 il combattimento patriottico si carica di connotati religiosi ed è
assimilato alla liberazione che Dio volle donare al popolo d’Israele permettendogli di
guadagnare la terra promessa varcando il Mar Rosso.
Nel Cinque maggio la parabola dell’uomo che sconvolse l’Europa viene riletta in una prospettiva
religiosa, tanto che l’ode può essere assimilata ad un inno sacro, per il ruolo che in essa
assume la Provvidenza operante nella storia.
Nell’Adelchi, la sconfitta terrena del grande condottiero è una “provvida sventura” se gli
garantisce la salvezza.

Testo: “Il cinque maggio”


Sintesi
1. Vv.1-24: piano temporale è la storia (il presente). La notizia epocale, lo sconcerto del
mondo, l’eccezionalità del personaggio, il silenzio di Manzoni ai tempi della gloria che
ora legittima il “cantico”.
2. Vv.25-54: l’ascesa. La parabola ascendente di Napoleone: le sue campagne, la gloria,
le ripercussioni nell’animo dell’uomo, la tracotanza di credersi padrone dei [Link]
temporale è la storia (il passato).
3. Vv.55-84: la caduta. La fase discendente della parabola del condottiero: la sconfitta, il
rovesciamento delle sorti (come in un naufragio), l’esilio, il tormento dell’inattività e dei
ricordi gloriosi: la tormentosa rilettura del proprio passato che lo spinge alla
disperazione.
4. Vv.85-108: piano temporale è l’eternità. L’intervento divino. La salvezza offerta dalla
Grazia: il protagonista non è più Napoleone, ma la Fede, nel cui segno vengono
riscattati le sconfitte, gli errori, le umiliazioni

Lingua e stile
L’ode fu accusata dai contemporanei di essere in più punti oscura, come ammetteva Manzoni
stesso. Queste riserve fanno emergere la novità dell’esperimento linguistico e stilistico delle odi
civili, e di questa in particolare.
Metro: ode di 18 strofe di sei settenari ciascuna, schema rime ABCBDE.
La sintassi alterna scatti fulminei e perentori al passo disteso di periodi che si inarcano su due
strofe.
Il ricorso alle immagini è incisivo: la figura di Napoleone è accostata a quella del fulmine,
della folgore, della luce. Spicca in particolare la similitudine con il naufrago, che allude all’esilio
a Sant'Elena, ma anche al definitivo tramonto dei sogni di gloria di Napoleone. Manzoni utilizza
anche la metafora dell’onda che solleva in alto, offrendo la fugace illusione di una possibile
salvezza.
Manzoni dichiara esplicitamente di aver voluto comporre un “cantico”; un canto religioso da
leggersi non tanto sul piano della storia, ma su quello della trascendenza: un testo che lascia ai
posteri l’interrogativo sull’autenticità della gloria del condottiero, perchè l’interesse non risiede
nella risposta che può dare la Storia, bensì in quella della Fede.
Temi
Il protagonista, mai nominato, è Napoleone, una figura apparentemente invincibile. A lui è
attribuita la rapida e terribile efficacia del fulmine, che scende per punire chiunque si opponga ai
suoi disegni. Ricorrente è la sequenza “caduta”-“risalita”, che scandisce le alterne vittorie e
sconfitte del condottiero; le ultime due occorrenze però indicano un risollevarsi che non può più
conoscere ricadute, perché deriva dalla volontà di Dio.
Manzoni fa sentire il suo giudizio morale: il grande condottiero, di cui non vengono ignorati i
successi, è stato responsabile di sofferenze ed è egli stesso vittima di quella storia che per un
certo tempo ha saputo dominare. L’esercizio del potere è per Manzoni la forza feroce di cui
parla nelle tragedie, ma nello stesso tempo ha una intrinseca natura provvisoria. La gloria di
Napoleone è nulla rispetto alla domanda sull’enigmatico destino oltremondano che lo attende. Il
giudizio storico è sospeso e rinviato ai posteri.
Nel testo emergono riferimenti che indicano nell’atteggiamento del condottiero un pericoloso
titanismo, un desiderio di onnipotenza che non può non presentarsi come sfida blasfema a
Dio. Tutta questa superbia porterà Napoleone necessariamente al naufragio politico ed
esistenziale: ma sarà proprio questo inabissarsi al fondo della disperazione che consentirà al
condottiero di essere soccorso dalla Fede. La sconfitta totale di Napoleone nella logica umana
rappresenta così il suo più grande successo, quello di essersi lasciato vincere da Dio.

-Il romanzo
Il romanzo del primo Ottocento
Nel primo Ottocento il romanzo si impone sulle altre forme narrative e consolida quelle
caratteristiche che lo definiscono come genere autonomo: l’indipendenza da un canone
prefissato e dalle regole della divisione dei generi; la mescolanza degli stili e di argomenti
“alti” e “bassi”; il connubio di finzione e realtà. A favorire l’affermazione del romanzo
concorre la trasformazione che sta cambiando il volto dell’Europa e la diffusione del
Romanticismo.
In ambito politico la borghesia comincia a sostituire la nobiltà in molti ruoli di governo. In ambito
economico è la borghesia la protagonista della Prima rivoluzione industriale: vi è ora la
possibilità di benestare anche a ceti che prima erano ai margini del sistema produttivo. Questi
processi politici ed economici consentono che si ampli la fascia della popolazione che può
accedere all’alfabetizzazione e all’istruzione. I nuovi lettori fanno ormai parte di ogni classe
sociale e non ci sono più distinzioni di genere. Viene stabilito un forte “patto narrativo”: il
racconto del presente (o del passato che si riallaccia al presente in modo evidente); la
descrizione della vita quotidiana dei lettori; la narrazione di esperienze, azioni e passioni, e di
vicende individuali che riguardano personaggi comuni. I protagonisti sono uomini e donne che,
pur non avendo alcuna esemplarità, nascondono nel proprio animo drammi altrettanto intensi di
quelli degli eroi classici. In questo periodo il romanzo allarga sempre più il mondo narrabile e
rende disponibili tutti i contenuti.
Il Romanticismo rivaluta la singolarità di ogni popolo-nazione, della sua cultura e della sua
storia come luogo di formazione della sua identità. Si valorizza il quotidiano e si parla ad un
pubblico sempre più vasto, ma si adegua il linguaggio a quei contenuti, ai suoi personaggi e
ai suoi lettori. La necessità di uno stile più naturale e fedele agli argomenti narrati e ai loro
protagonisti, implica una nuova idea di forma: chi scrive romanzi rivendica un nuovo modello di
prosa, che non segue più le tradizionali norme dell'eloquenza. Il romanzo diventa una forma
capace di assorbire in sé stessa gli altri generi letterari e mescolarne le diverse caratteristiche.
Emergono delle tipologie di romanzo del tutto nuove: il romanzo autobiografico, il romanzo
sentimentale, il romanzo di viaggio, il romanzo di formazione, il romanzo storico, il romanzo
realista-introspettivo.

Il romanzo
L’Italia dell’epoca non può vantare alcuna vera tradizione romanzesca. Manzoni osservava
come la popolarità del romanzo si fondava su incentivi della lettura estremamente facili e triviali
(erotismo/orrore).
La riflessione di Manzoni sul romanzo parte dall’opera di Walter Scott che nel 1812 aveva
pubblicato il romanzo Ivanhoe. Scott deroga dalla narrazione dei fatti storici per creare
situazioni più “pittoresche” e interessanti dal punto di vista narrativo. Questo, a suo giudizio, è
l’errore della maggior parte dei romanzieri: costruire le loro storie a partire da “una unità
artificiale”. Manzoni considera il ricorso al falso come un vero e proprio scoglio da evitare.
L’interesse di Manzoni è soprattutto quello di dar conto dei personaggi umili. Proprio questa è
la vocazione del romanzo, genere che riesce a rappresentare in modo serio qualsiasi tipo di
realtà; dei personaggi popolari come di quelli di rango. Nei Promessi sposi avranno dunque
diritto di cittadinanza sia i potenti che gli umili.
Il romanzo storico, in questo genere ibrido, viene rifiutato a favore di una ricerca effettuale
degli eventi: storia e invenzione non dialogano più.
La letteratura viene così a dissolversi nella storiografia. Un esito in parte annunciato
dall’appendice storica volta a ricostruire gli eventi collegati al processo contro gli untori
avvenuto a Milano nel 1630: nella Storia della colonna infame.
Vi è dunque la necessità di ripensare lo strumento linguistico: in quale lingua dovrà esprimersi
la nuova letteratura nazionale per poter diventare patrimonio comune della società italiana? La
risposta punterà sulla delta di una lingua moderna d’uso, che risponde alle esigenze pratiche
della nazione in via di formazione.
Il passaggio dal Fermo e Lucia alla prima edizione dei Promessi sposi segna un avvicinamento
alla tradizione letteraria toscana, ma si tratta ancora di una soluzione ibrida, inesistente nella
realtà concreta del parlato. Solo la redazione definitiva del 1840 arriva ad adottare il fiorentino
parlato.

I Promessi sposi
L’ispirazione per il romanzo non nasce dallo studio di altri romanzi, ma dallo studio di
documenti. Vi è anche uno spunto personale: aveva un attentato simile a Don Rodrigo.
Nel 1821 inizia a scrivere il Fermo e Lucia. La storia è formata di 4 tomi:
1. Situazione iniziale
2. Vicende di Lucia
3. Vicende di Renzo
4. Guerra, peste e carestia.
Il romanzo ha un carattere saggistico e ha figure molto piatte, senza una psicologia
approfondita e complessa (i buoni da un parte e i cattivi dall’altra), l’ambientazione (I castelli)
risente molto del romanzo gotico, emerge molto l’interesse per la folla e dal punto di vista del
linguaggio mescola un linguaggio basso a un linguaggio più retorico, risultando in un
linguaggio non molto organico. Non si ha ancora l’unità linguistica.
Quest’opera però non lo soddisfa pienamente. Quindi verso il 1825 riscrive l’opera e nel 1827
esce Gli sposi promessi; qui, il Fermo e Lucia viene completamente stravolto: vengono tolte le
parti di carattere saggistico (romanzo pesante), riduce e sposta le storie dell’Innominato e di
Geltrude, cerca di rendere più omogenea la lingua, cerca di documentarsi leggendo in
particolare Dante, Petrarca e Boccaccio (ecc.).
Tra il 1827 e il ‘40 continua questo lavoro, e cambia ancora, fino ad arrivare nel 1840 va a
Firenze a “sciacquare i panni in Arno”, cioè approfondisce ulteriormente la questione
linguistica e riscrive il romanzo. Nel 1840 fa uscire a fascicoli (più di 100), illustrati da
Francesco Gonin; è un’operazione fondamentale perché Manzoni partecipa al lavoro
editoriale, diventa un testo multimediale.
Dal punto di vista linguistico studia tutta la letteratura del ‘300, vedendo che è una letteratura
vicina al parlato ma trova che sia necessario avvicinare questo fiorentino a quello parlato
nell’800. Si fa aiutare dalla sua governante Emilia Nuti, a Firenze, parlando con lei
approfonditamente della lingua fiorentina. Omogeneizza il linguaggio e assume un tono
medio. Lavora molto con i vocabolari, il suo lavoro è sempre affiancato dalle lettere che scrive ai
suoi amici. La sua idea è quella di diffondere il più possibile il romanzo.
Il fatto che Manzoni scelga il romanzo-storico si vede dall’ espediente narrativo che sceglie
all’inizio del romanzo; sulla base anche del Don Quijote, l’introduzione dei P.S. Utilizza
l’espediente di un ritrovamento di un manoscritto (scritto nel ‘600 da un anonimo) come base
documentaria. Manzoni inizia il romanzo, infatti, imitando l’italiano del ‘600.
La prima parola dell’introduzione è Historia. Decide di mantenere il soggetto ma riscriverlo
cambiando la lingua.
L'espediente consente all’autore di muoversi in modo libero: gli permette di attestare che la
storia è vera; in secondo luogo, gli permette di tutelarsi attribuendo certi discorsi all’anonimo, e
quindi nasce un approccio di Manzoni alla storia caratterizzato dall’ironia, più (sarcasmo) o
meno pungente. Inoltre, fa trapelare dei giudizi che gli permettono di prendere le distanze
attribuendoli all’anonimo. La scelta del manoscritto permette anche di mettere al centro del
romanzo il secolo XVII, con tutte le sue luci e ombre, confrontabili con quelle del XIV secolo.
I personaggi di Manzoni. Non vi sono eroi e i personaggi positivi e negativi sono scelti uno in
confronto all’altro. È una scelta binaria: ogni personaggio ha il suo opposto (Don Abbondio-Fra
Cristoforo). Da una parte abbiamo la Chiesa buona (Cardinale Borromeo, Fra Cristoforo) e
dall’altra la Chiesa corrotta (Don Abbondio, Monaca di Monza).
Il linguaggio è un altro elemento fondamentale del ‘600: quando Renzo va da Don Abbondio
viene ingannato perché il curato gli parla il latino. Il linguaggio viene usato come sopruso con il
fine di ingannare gli altri. È uno strumento di potere, di cui abbiamo prova nell’introduzione,
dove abbiamo un lingua completamente incomprensibile che l’autore vuole tradurre.
Molto importanti sono l’uso del latino e l’analfabetismo (Renzo si rende conto che saper
leggere e scrivere è importante per non essere vittime del potere). Agnese utilizza un linguaggio
legato alla lingua quotidiana, mentre i personaggi di classi sociali più alti hanno un linguaggio
più astratto. Emerge anche il gusto comico del linguaggio (Agnese che inganna perpetua).
Cultura del ‘600: legata alla cavalleria, vengono rappresentate diverse biblioteche (studio di
Azzeccagarbugli, il suo è un sapere non libero ma asservito al potere). Anche nei Promessi
Sposi la cultura non deve essere solo erudizione caotica (giudizio negativo di Manzoni).
Il significato della storia entra con l’espediente del manoscritto; nella storia è importante la
volontà del divino (ragione e libero arbitrio) ma vi è anche un’importante componente
provvidenzialistica. In questo alternarsi di fede e ragione Manzoni ritiene che ci debba essere
un equilibrio: la ragione deve guidare le azioni degli uomini, gli uomini devono avere fede in Dio.
La grazia di Dio e la ragione dell’uomo sono complementari. Lucia usa la parola e il silenzio con
senno, è un personaggio che agisce con intelligenza e fede. Renzo dovrà fare un lungo
percorso per imparare come si agisce. In tutto questo la concezione storica è pessimistica:
nella prima macrosequenza abbiamo la violenza, i soprusi, l’ ipocrisia, la potenza che schiaccia
i deboli; allora l’unico modo per migliorare la situazione è fare, come i Promessi sposi, un
percorso di crescita individuale che, se fato da tutti, potrebbe aiutare la società; percorso
guidato dalla ragione, dall’etica borghese, dalla fede e infine, da un punto di vista politico, in
senso etico liberale riformista (poichè il popolo non sa gestirli da solo).
In tutto questo la Chiesa ha ruolo fondamentale di mediatrice del messaggio cristiano.
GIACOMO LEOPARDI
-La vita
Giacomo Leopardi nasce a Recanati il 29 giugno del 1798.
Il padre Monaldo è di vedute rigidamente conservatrici e temperamento autoritario. Quanto alla
madre, Adelaide, il loro rapporto è caratterizzato da una raggelante assenza e una
sconcertante incapacità di empatia e aridità affettiva da parte di lei. Non mancano al poeta la
solidarietà e il calore fraterno, almeno da parte dei due fratelli più cari, Carlo e Paolina.
Sin da bambino Giacomo mostra un’intelligenza precoce e portentosa: più che i vari istitutori
privati che il padre gli affianca, determinanti risultano gli studi da autodidatta. Chiuso nella ricca
biblioteca paterna fa letture enciclopediche e studia le lingue antiche, imparando il latino, il
greco e l’ ebraico. Si dedica a “sette anni di studio matto e disperatissimo”, che porteranno
il suo fisico ad essere compromesso, riportando una deformazione alla colonna vertebrale e un
indebolimento della vista. La malattia diventerà per lui una prospettiva da cui osservare e
interpretare il mondo e la condizione umana.
Nel 1813 compila una Storia dell’astronomia e traduce i classici.

Nel frattempo matura una sorta di conversione letteraria: attorno al 1816 agli interessi
filologico-eruditi subentra una scoperta della poesia, secondo lui capace di una bellezza che fa
“ingigantire l’anima”.
Nel 1817 conosce Pietro Giordani: con lui si avvia un rapporto di duratura amicizia e proficuo
scambio intellettuale.
Anche Leopardi partecipa al confronto derivante dalla pubblicazione dell’Articolo di Madame de
Stael, “Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni”, e si schiera decisamente sul fronte classicista.
Nel 1816 inizia a scrivere i primi versi. Inoltre, nell’estate del ‘17 inizia a redigere lo Zibaldone,
una raccolta di pensieri, appunti morali, filosofici e letterari che registra lo sviluppo delle sue
riflessioni.
Il desiderio di lasciare Recanati è sempre più vivo, ma si scontra con l’opposizione di Monaldo.
Nel 1819 mette in atto un tentativo di fuga, scoperto e sventato dal padre. Subentra, in questa
fase, la cosiddetta conversione filosofica. Questo sentimento filosofico dell’infelicità umana
non inaridisce la poesia Leopardiana, che esprime tra il 1818 e ‘21, i primi capolavori: le
Canzoni, che meditano sulla frattura fra antico e moderno, sull’inevitabilità della sofferenza
umana,e gli Idilli, che oppongono all’aridità del vero filosofico una sorta di spiraglio lirico.

Nel 1822 soggiorna per alcuni mesi a Roma in caso dello zio materno e sotto la sua
sorveglianza, ma l’opportunità si tramuta in una completa delusione: l’ipocrisia della vita
mondana e la mediocrità della gran parte degli incontri lasciano Leopardi disgustato e prova,
nella grande città, una solitudine ancor più nera.
Il rientro a casa nel 1823 è all’insegna dello sconforto, ma l’anno successivo esce una prima
edizione di dieci Canzoni. Nello stesso 1824 Leopardi si dedica alla prosa filosofica: prende
così forma il progetto delle Operette morali.
Il 1825 e il 1826 sono anni di viaggi e di intense collaborazioni editoriali. A Milano Leopardi si
accorda con l’editore Stella per curare un’edizione commentata delle Rime di Petrarca e per
allestire un’antologia della letteratura italiana. Nel 1826 stabilisce il primo contatto con gli
ambienti intellettuali fiorentini, in particolare con Vieusseux e ha modo di conoscere Stendhal,
Manzoni e Ranieri: con lui Leopardi stringerà un sodalizio che sarà importante negli ultimi anni
della sua vita.
Tra la fine del 1827 e il giugno 1828 Leopardi è a Pisa e vive il periodo più sereno e fecondo
della sua esistenza, questo periodo coincide con la stesura di alcuni capolavori: Il risorgimento
e A Silvia. Inoltre compone i canti pisano-recanatesi.
Il riconoscimento pubblico è però del tutto assente: le Operette morali, in lizza per il premio
dell’Accademia della Crusca del 1830, ottengono un solo voto. Nello stesso anno abbandona il
suo borgo, per non farvi più ritorno; una decisione non priva di gravi ripercussioni, anche
economiche.

Tornato a Firenze, conosce Fanny Targioni Tozzetti, donna giovane e affascinante di cui si
innamora intensamente, ma lei non ricambia. Da questa infelice vicenda traggono ispirazione i
testi del “ciclo di Aspasia", e pubblica nel 1831 la nuova edizione delle sue poesie, che
assumono il titolo definitivo: Canti.
Nel ‘33 Leopardi e Ranieri si stabiliscono a Napoli; qui prendono avvio gli ultimi progetti
letterari, tra cui la seconda edizione delle Operette morali.
Nemmeno a Napoli sfugge alla solitudine e all’ incomprensione. Nel 1837, per sfuggire a
un’epidemia di colera scoppiata in città, i due amici si trasferiscono a Torre del Greco, sulle
pendici del Vesuvio: qui, nella Villa Ferrigni, compone Il tramonto della luna e La ginestra.
Muore il 14 giugno per l’ aggravarsi di una condizione fisica ormai logorata da asma, oftalmia,
idropisia e pleurite.
Tumulato a Piedigrotta presso San Vitale, i suoi resti sono stati traslati nel 1939 nel Parco
Virgiliano preso il cenotafio di Virgilio.
-Il pensiero e la poetica
1. Tutta l’opera di Leopardi si fonda sulla sua riflessione filosofica, che dà origine a un
“SISTEMA” DI IDEE CONTINUAMENTE MEDITATE E SVILUPPATE, che egli ha
spiegato nelle migliaia di pagine dello Zibaldone (una sorta di diario dove trascrive, dal
1817 al 1832, le proprie riflessioni su vari argomenti, sulla poesia, sulla lingua ecc. la
parola stessa indica una mescolanza disordinata di riflessioni su vari argomenti scritti
spesso di getto; non è un’opera pensata per la pubblicazione. Sarà poi pubblicato da
Carducci.)
2. Si ispira al pensiero illuministico, in particolare al MATERIALISMO (=tutto è materia,
non esiste nulla al di fuori della materia) MECCANICISTICO (=visione del mondo come
una macchina con regole e leggi che sono le leggi del ciclo della vita) (come Foscolo) e
al SENSISMO (=la conoscenza nell’uomo avviene attraverso i sensi).
3. Al centro della meditazione di Leopardi si pone l'INFELICITÀ DELL’UOMO. Nel suo
pensiero su questo tema, legato al significato dell’esistenza dell’uomo (condannato a
essere infelice), si individuano TRE FASI.
3 bis. Che cosa intende Leopardi per felicità? Il concetto di felicità, in base al punto 2,
comprende la sua “TEORIA DEL PIACERE”.

Teoria del piacere:


A. Ogni essere vivente nutre per sé stesso un AMORE SENZA LIMITI. Ciò lo induce alla
ricerca della FELICITÀ, che coincide con la ricerca del PIACERE, sensibile e materiale.
Questa ricerca è alla base delle sue azioni.
B. A causa dell’infinito amor proprio che nutre, all’uomo non basta un piacere particolare,
ma desidera il PIACERE ILLIMITATO-INFINITO, sia per intensità, che per durata.
C. Ma nessuno dei piaceri, che sono LIMITATI, può soddisfare questa esigenza. Anche nel
momento di maggior piacere, l’individuo proverà insoddisfazione e desiderio di un
piacere infinito. IL PIACERE ILLIMITATO-INFINITO È IRREALIZZABILE.
D. Da questo porta ad un senso di INSODDISFAZIONE PERPETUA, un vuoto incolmabile
dell’anima (simile alla Sehnsucht romantica).
E. L’uomo è, dunque, necessariamente INFELICE PER LA SUA STESSA COSTITUZIONE
Quindi ciò che proviamo come “piacere” (di cui Leopardi parla nelle sue poesie), in realtà,
consiste:
● Nell’ATTESA DEL PIACERE stesso (es. Sabato del villaggio), oppure;
● ASSENZA DI DOLORE (es. Quiete dopo la tempesta), oppure;
● IMMAGINAZIONE (es. L’infinito) e “RIMEMBRANZA” (=ricordo del passato).

FASI DEL PENSIERO


1. 1a fase: Pessimismo storico. Leopardi afferma l’antitesi (=contrasto) tra NATURA e
RAGIONE, ANTICHI e MODERNI.
Gli antichi vivevano IN ARMONIA CON LA NATURA, che ispirava loro nobili entusiasmi ed
azioni eroiche, la loro vita era piuttosto attiva e intensa. Credevano nelle ILLUSIONI (l’amore,
l’eroismo, la gloria, la bellezza). Tutto questo contribuiva a far dimenticare il nulla e il vuoto
dell’esistenza. Si lasciavano guidare dall’IMMAGINAZIONE e alla fantasia ([Link]) e creavano
una POESIA spontaneamente finalizzata al piacere.
La ragione e il progresso della civiltà, che si è allontanata dalla natura, hanno distrutto le
illusioni e ogni slancio magnanimo, hanno reso i moderni consapevoli, ma infelici. Anche il
cristianesimo ha contribuito a scoprire la “nullità” della vita umana sulla Terra.
L’unica poesia possibile è quella che nasce dalla meditazione sul “vero”, che ha perso
l’immaginazione spontanea (POESIA SENTIMENTALE).
L’uomo è la causa della sua infelicità poichè si è allontanato dalla via tracciata dalla natura
benigna.
2. 2a fase: Pessimismo cosmico. La natura non è più concepita come madre amorosa
ma come MECCANISMO CIECO (v. Materialismo meccanicistico, che prevede il ciclo di
distruzione e creazione della materia), INDIFFERENTE alla sorte delle sue creature e
alla loro felicità. La colpa dell’infelicità dell’uomo non è più dell’uomo stesso, ma solo
della natura. L’uomo non è che vittima innocente della crudeltà della natura (NATURA
MALIGNA).
L’infelicità non è più legata ad una condizione storica dell’uomo, ma diviene un dato eterno ed
immutabile di natura (si parla di “PESSIMISMO COSMICO”). È un dato meta storico (=che
attraversa la storia), cioè valido per tutte le epoche.
3. 3a fase: atteggiamento eroico. L’uomo (con il suo progresso e la sua scienza) non può
nulla contro la natura matrigna, che lo ha fatto infelice. È inutile/insensato chiudere gli
occhi davanti alla realtà (ad es. con la ragione). Ma gli uomini devono comunque
LOTTARE contro di essa (TITANISMO) e soprattutto devono essere SOLIDALI TRA
LORO E AIUTARSI L’UN L’ALTRO (v. l’ultimo canto scritto da L. La Ginestra). Un altro
modo per lottare è l’ironia, prendere atto della propria condizione e non disperarsi.

-La poetica
È la concezione che l’autore ha della poesia e dell’arte (può essere anche di un pittore)
Leopardi distingue due tipi di poesia: la poesia D’IMMAGINAZIONE e la poesia
SENTIMENTALE. Per questo Leopardi si dichiara “anti-romantico” nel Discorso di un italiano
sulla poesia romantica (1818)

Poesia d’immaginazione:
● È propria delle civiltà antiche;
● È l’unica vera e autentica poesia, in grado di imitare la natura e capace di forti ideali
(“illusioni”);
● Alimentata dai sensi, dalla fantasia e dall’immaginazione.
Poesia sentimentale:
● È propria dei moderni;
● È frutto della riflessione filosofica e della scoperta del vero, quindi consapevole
dell’allontanamento dallo stato di natura e dalle illusioni;
● È l’unica poesia possibile in epoca moderna.
Tuttavia, il poeta deve sforzarsi di tornare a fare uso dei SENSI e dell’IMMAGINAZIONE in
modo che la poesia diventi mezzo per AIUTARE L’UOMO MODERNO A RITROVARE LE
“ILLUSIONI” e i MOMENTI DI FELICITÀ degli antichi (anche studiando i loro testi-in questo sta
il CLASSICISMO di L.) (scopo della poesia è il PIACERE=scopo dell’esistenza dell’uomo).
- Leopardi ricerca una LINGUA POETICA in cui le parole, grazie alla loro natura “VAGA
E INDEFINITA", possano esprimere l’aspirazione infinita al piacere. La parola ha un
forte potere evocativo, tende a suggerire immagini e a suscitare emozioni piuttosto che
descriverle in modo preciso e definito. Il “termine” invece si rifà alla scienza.
- È poetico anche il ricordo del passato (“la rimembranza”), dai contorni sfumati, e
contribuisce a creare una sensazione di indeterminatezza che suscita in chi legge
diletto e piacere.

La POESIA HA UN RUOLO IMPORTANTISSIMO: è per l’uomo moderno un modo


fondamentale di rispondere all’ispirazione umana al piacere, una possibilità di appagamento e
una consolazione insostituibile.

La poetica dell’indefinito:
● L’età della felicità originaria, coincidente con l’epoca antica, è definitivamente perduta.
● La poesia moderna è una poesia “sentimentale”, il cui scopo deve essere quello di
provocare piacere, ovvero le illusioni (nella 1a fase del pensiero di L.), di comunicare il
vero (2a e 3a fase).
● Il linguaggio poetico mira all’allusione, alla suggestione, all’“indefinito”.
● Il discorso poetico deve procedere in modo libero, imprevedibile, figurato, per suscitare
immagini “vaghe, indistinte, incomplete”.
● Fondamentale è la dimensione del ricordo, che filtra le emozioni e le rende oggetto di
poesia.

-Illusioni e inganni in Foscolo e Leopardi


Con la parola “illusioni”, entrambi intendono i sogni, gli alti sentimenti, gli ideali, le aspirazioni
dell’uomo che guidano la sua azione sulla terra. Possono essere: amore, gloria, bellezza, affetti
ecc…

Foscolo Leopardi

Le illusioni danno un senso e uno scopo AGLI UOMO DELL’ETÀ ANTICA la NATURA
all’esistenza, consentono di sopportare ha consentito che le illusioni riempissero il
meglio la miseria e il dolore della vita. nulla dell’esistenza, ispirando loro azioni
Sono CONSOLATORIE per l’uomo, che è eroiche e magnanime, che ne hanno diffuso
destinato al “nulla eterno”. la gloria fino a noi.

Le illusioni inducono l’uomo a lasciare ai NELL’ETÀ MODERNA, la ragione ha distrutto


posteri esempi di alta virtù, che la poesia ha le illusioni, che non danno più un senso alla
la funzione di rendere eterni. vita dell’uomo.

CFR. APPUNTI FOSCOLO Comunque la natura continua ad illudere gli


uomini nell’età giovanile, facendo credere che
la felicità sia la condizione normale della vita.
Successivamente, quando l’uomo raggiunge
l’età adulta e utilizza la ragione, la natura
svela l’“ARIDO VERO”, ossia che la via è
dolore e sofferenza. Cadono tutte le illusioni

Per questo Leopardi si spinge a parlare di


INGANNI: la natura non solo “illude” l’uomo,
ma lo “inganna”, perché lo abbandona di
fronte alla verità dell’esistenza,
disinteressandosi della sua felicità.

-Operette morali
Vengono composte perlopiù nel 1824 (20 di esse), in questo anno è già avvenuto il passaggio
dal bello al vero (conversione filosofica). Contengono i risultati di questo suo pensiero e
conversione, sono la sintesi di quel pensiero che ha sviluppato nel corso di quegli anni. Sono in
prosa e di forma varia, vi sono dialoghi, narrazioni, brevi trattati. Saranno pubblicate poi nel
1827. Tre operette sono pubblicate sulla rivista L’antologia.
Vi sono due edizioni successive, una del 1834 (censura di alcune Operette da parte del regno
borbonico) e una del 1845 (postuma) composte successivamente; alla fine in totale sono 24.
Ispirazione: Luciano di Samosata (scrittore antico, II secolo d.C., che scrive dei dialoghi, cioè
testi perlopiù brevi, spesso in forma di dialogo, che hanno uno stile elegante e satirico, con i
quali affronta e prende di mira i difetti degli uomini. Per quanto riguarda la forma del dialogo la
riprende da Platone, Cicerone, Ariosto (Satire), Galileo. Nel ‘700 un altro modello è il Conte
Philosophique, come il Candide di Voltaire).
Titolo: Operette morali. Le chiama morali perché sono scritti che hanno come oggetto la
filosofia morale, vale a dire le azioni e i comportamenti degli uomini (anche sulle loro scelte e
sul loro modo di vivere, tratta i costumi). Operette, invece, è un nome vezzeggiativo, utilizzato
per indicare che non si tratta di un trattato sistematico, ma piuttosto scritti vari su
vari problemi; è anche un modo per prendere un po’ le distanze dall’opera e guardarla in modo
ironico. La leggerezza delle operette è una leggerezza apparente. Registro medio-comico per
rappresentare temi comici. L’uomo deve assumere una visione relativo, lui non è al centro di
tutto, deve vedere la relazione della sua situazione con l’esterno
In queste Operette Leopardi sviluppa in forma fantastica il suo pensiero filosofico. I personaggi
sono di invenzione: mitologici, storici o letterari, o anche personificazioni (Morte/Natura). Tutta
l’opera è punteggiata da un approccio ironico (saper guardare la materia in modo distaccato e
saperne sorridere), ad esempio nel fatto che vi sono situazioni paradossali (es. la situazione
dell’uomo è vista da esseri non umani, ridimensionando in modo ironico la situazione
dell’uomo).
Nuclei tematici: teoria del piacere e infelicità dell’uomo, la condizione senza speranza
dell’uomo. Prende di mira i falsi miti della sua epoca (fiducia nel progresso), un altro elemento
fondamentale è l’anti-antropocentrismo (è stupido pensare per l’uomo di essere al centro
dell’universo), un altra riflessione è sulla natura matrigna, critica di religione fede (dà false
speranze). Funzioni: rappresentare la condizione di dolore dell’uomo (che è una condizione
necessaria), smascherare e deridere le illusioni consolatorie della sua epoca, proporre un
modello di reazione all’infelicità (aiutandosi a vicenda; ironia; non smettere di combattere).

-Canti (1831): varie edizioni


● Titolo nuovo nella tradizione italiana;
● Richiamo alla poesia antica, accompagnata dalla musica;
● Esprime l’idea di una poesia vicina all’indefinita fluidità della musica;
● Il genere lirico (ovvero il canto accompagnato dalla musica, da “lira”) ha sempre
rappresentato per tutti gli uomini di tutti i tempi un modo spontaneo per esprimere i
sentimenti.

Primo ciclo dei Canti (181-1822)


Canzoni (1818-1823):
Dedicate a
● Temi patriottici (invito alla gloria e alla virtù);
● Ammirazione per i classici (“pessimismo storico”)
● Stile classicista (la canzone è un componimento solenne che ha una tradizione illustre
tradizione, cfr. Petrarca).

-Idilli (1819-21):
Liriche più brevi in endecasillabi sciolti (senza rima)
“Situazioni, affezioni, avventure storiche del mio animo”.
Protagonista è l’io del poeta. Temi:
● Il vagheggiamento dell’infinito;
● Riflessioni sulla vita propria e di tutti (il tempo, il ricordo)
● Stile: tono più colloquiale, moderno. L’apparente semplicità formale è frutto in realtà di
un faticoso lavoro.
Idilli: il nome deriva dal greco e significa “quadretto”. Nella letteratura greca antica gli idilli
erano componimenti poetici descrittivi, soprattutto della natura.
In Leopardi gli Idilli comprendono una prima parte in cui il poeta descrive un paesaggio , o un
momento del passato, e una seconda parte riflessiva, in cui esprimendo la sua meditazione
interiore, tratta della condizione umana in generale.

“Grandi idilli” (1828-1830)


Nel 1828 Leopardi torna a scrivere poesie, simili allo stile degli idilli del primo ciclo dei Canti. Per
questo De Sanctis denomina questa nuova produzione poetica “grandi idilli”.
Temi:
● La caduta delle illusioni;
● L’inesistenza del piacere;
● L’inimicizia della natura;
● L’infelicità universale.
Forma metrica nuova: canzone a schema libero.
Poetica dell’indefinito, sostenuta dal filtro della memoria.
La grande varietà di toni è unificata dalla fluidità musicale del dicorso. Il tono è dolce e
suggestivo, come quello dei primi idilli.

Scansione dei canti: Canzoni civili (1818-22); Idilli (1817-35); Canzoni (1823-.34), Canti
pisano-recanatesi (1828-1830); Ciclo di Aspasia (1831-34); ultimi canti (1831-36).
Canzone libera: lunghezza delle strofe liberamente variata e al loro interno non vi è alcuno
schema fisso di rime.

L’infinito
Sempre caro mi fu quest’ermo colle, Mi fu da sempre caro questo solitario colle,
E questa siepe, che da tanta parte e questa siepe,
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. che mi impedisce di vedere l’estremo orizzonte.
Ma sedendo e mirando, interminati Ma stando qui seduto e guardando,
Spazi di là da quella, e sovrumani inizio ad immaginare spazi interminati oltre essa
Silenzi, e profondissima quiete e silenzi sovrumani, e una pace profondissima;
Io nel pensier mi fingo; ove per poco quasi da far
Il cor non si spaura. E come il vento spaventare il cuore. E quando il fruscio del vento
Odo stormir tra queste piante, io quello Sento tra queste foglie
Infinito silenzio a questa voce io comparo questa voce a quel silenzio infinito:
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno, e affiora nella mia mente l’eternità,
E le morte stagioni, e la presente e le stagioni passate, e quella presente,
E viva, e il suon di lei. Così tra questa viva, e il suo suono. Così in tale
Immensità s’annega il pensier mio: Immensità è immerso il mio pensiero:
E il naufragar m’è dolce in questo mare. E l’annegare mi è dolce in questo mare.

L’io lirico siede sul colle solitario (monte Tabor a Recanati) e la siepe nasconde gran parte
dell’orizzonte. Ma rimanendo seduto e guardando (“mirare” è più intenso) io nel pensiero mi
costruisco interminati spazi al di là della siepe e sovrumani silenzi e profondissima quiete e per
il cuore per poco non si impaurisce.
Al verso 8 il sonetto è diviso in due parti.
Non appena sento il vento stordire le piante io faccio un paragone fra l’infinito silenzio di prima e
questa voce: e mi ricordo l’eternità, le morte stagioni, il tempo passato e i suoni di questa
stagione presente, così in questa immensità il mio pensiero annega: il naufragare mi è dolce in
questo mare.

Il testo inizia con una descrizione di un luogo con elementi familiari (“sempre”: paesaggio
abituale e amato) e concreti, elementi che il poeta conosce bene, tanto che l’io si sente a suo
agio e ciò emerge subito.
Al v.3 quando si parla di sguardo viene introdotta la prima sensazione fisica: la vista, limitata
dalla siepe. Questo mette in moto il pensiero, il poeta è stimolato dall’impedimento e immagina
“interminati spazi”
Questi spazi interminati che immagina sono anche molto silenziosi, di un silenzio di cui l’uomo
non può avere esperienza e anche una quiete profondissima, che è frutto dell’immaginazione.
Quest’immaginazione all’inizio è destabilizzante e genera spavento, perchè è qualcosa di
inusuale.
La seconda parte è costruita allo stesso modo: prima si parla di un infinito spaziale che nasce
come stimolo della vista; poi immagina l’infinito temporale, attraverso lo stimolo dato dai sensi,
vale a dire il suono che il vento produce facendo muovere le foglie e le piante. Nella sua mente
compara il fruscio delle foglie e l’infinito silenzio che aveva immaginato prima, questo confronto
porta ad immaginare il tempo, un tempo infinito e senza limiti, l’eternità. Riesce a sentire il
tempo presente e il silenzio del tempo passato, cioè di ciò che non c’è più.
Immensità è una parola chiave, perché fonde insieme infinito spaziale e infinito temporale, che
vengono uniti in questa parola. Questa dimensione illimitata non dà più una vertigine di paura,
ma dà in modo sorprendente un senso di dolcezza. Questo naufragare (che per noi ha
significato negativo) non è più pauroso ma dolce, perchè il pensiero tramite l’immaginazione è
riuscito a crearsi un equilibrio e una dimensione che l’io non può vivere nella realtà concreta;
invece l’indefinito ci permette di accedere all’illimitato.
Non si parla di una dimensione sovrannaturale o mistica (es. estasi); ma l’io rimane sempre
padrone di se stesso ed è il pensiero che si crea questa immersione di infinito che resta
comunque come frutto del pensiero, non avendo nulla di religioso.

P.60
1. Il poeta si trova su un colle a lui caro, in solitudine, e osserva l’orizzonte, che viene
coperto da una serie di fronte a lui.
2. L’esperienza è un’esperienza reale che però d un certo punto eccede il limite della
realtà. Leopardi si trova solo sul colle e osserva la siepe, che rappresenta in questo caso
il limite; tale limite porta l’immaginazione ad essere stimolata e a pensare a ciò che è
illimitato: nasce il senso dell’infinito. Questo senso provoca anche un certo timore
dell’uomo, che, provata tale sensazione di illimitato, realizza di trovarsi di fronte a
qualcosa di ignoto e molto superiore a sè stesso. Il silenzio insieme al fruscio del vento
lo portano a riflettere sul tempo, portando così all’infinito temporale. Alla fine della poesia
l’uomo interpreta tale smarrimento come una sorta di estasi, che definisce appunto come
dolce.
3. L’uomo si abbandona in questo sentimento,entro di infinito, di indefinito, perdendosi in
questa vastità.
4. Il primo verbo che possiamo individuare è fu, un passato remoto che colloca l’azione in
un passato compiuto e lontano. Sono presenti diversi gerundi “sedendo e mirando”, vale
a dire verbi di modo indefinito, a rappresentare quell’indeterminatezza che Leopardi
amava e voleva rappresentare.
5. Trovo che con infinita verità Guglielmi si riferisca al fatto che l’infinito nasce dal
desiderio, che è un qualcosa creato puramente dalla mente umana. D’altra parte, con
infinita mentita si riferisce al fatto che gli oggetti sottoposti a tale desiderio non sono
veramente infiniti, ma fanno parte dell’esperienza esclusivamente sensibile e dunque
non sono infiniti, bensì finiti.

A Silvia
Leopardi nel 1828, a Pisa, torna a scrivere dopo la pubblicazione delle operette. A Silvia è il
primo Canto dei canti pisano-recanatesi. Il nome della giovane è un nome di fantasia che si
riferisce a Teresa Fattorini, una ragazza di Recanati figlia del cocchiere di casa Leopardi, che è
morta di tisi-tubercolosi. Leopardi non conosceva bene Teresa, infatti la poesia non è una
poesia d’amore o passione, Silvia è l’ emblema della giovinezza e dell’innocenza che,
secondo Leopardi, ci accompagna da bambini per poi abbandonarci quando siamo adulti. La
sua figura rimanda alle figure femminili dell’antichità dell’immagine tradizionale della donna e
alle Parche (nella mitologia romana corrispondono alle Moire greche le dee che tengono fra le
mani i fili del destino e della vita di ogni individuo: la prima fila il filo della vita, la seconda
assegna i destini e ne stabilisce la durata, la terza taglia il filo. Le troviamo anche nei Sepolcri di
Foscolo). Si può individuare anche un riferimento all’Aminta di Tasso con la ninfa Silvia.
Struttura: sei strofe a schema libero, di endecasillabi settenari, ha una struttura simmetrica
in cui intreccia in modo alternato il soggetto tra Silvia e se stesso. Infatti risulta quasi come una
specie di sequenza nella quale viene esposto il pensiero dolce e innocente di Silvia,
contrapposto a quello pessimista e disincantato di Leopardi. Solo alla fine le due voci si
uniscono.
Tema: il tema principale è la caduta delle illusioni, strettamente legate all’età giovanile e che ci
lasciano una volta raggiunta l’età adulta.

Silvia, rimembri ancora Ricordi ancora la tua vita terrena in cui ancora
quel tempo della tua vita mortale, Splendeva la bellezza nei tuoi occhi ridenti e
quando beltà splendea Fuggitivi e lieta e pensosa ti avvicinavi alla soglia
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, Della gioventù?
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?
1a strofa: la poesia si apre con un’apostrofe a Silvia, chiamandola subito in causa. Dall’
avverbio “ancora” capiamo che è passato molto tempo dall’ultima volta che Leopardi ha visto
la ragazza. Quando la descrive, lei ha l’ardimento e la timidezza della giovinezza, e i suoi occhi
sono ridenti e fuggitivi, cioè è lieta e serena ma anche pensosa, ha dunque molte aspettative
per il suo futuro.

Sonavan le quiete Le quiete stanze dintorno risuonavano al tuo canto


stanze, e le vie dintorno, Continuo, allorchè tu eri intenta alle opere femminili
al tuo perpetuo canto, (Tessitura) sufficientemente contenta di quell’avvenire
allor che all’opre femminili intenta vago (=bello ma indefinito) che avevi in mente.
sedevi, assai contenta. Era il maggio pieno di profumi (siamo in primavera)
di quel vago avvenir che in mente avevi. E tu eri solita passare il giorno così.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno.
2a strofa: descrizione dell’ambiente temporale. Durante una giornata di sole dove il cielo è
sereno, a maggio, con i profumi della primavera che pervadono l'ambiente, Silvia si trova nelle
sue stanze mentre è impegnata nella filatura, come è solita fare.
Io gli studi leggiadri Io lasciando talora gli studi impegnativi e piacevoli,
talor lasciando e le sudate carte, Dove passavo il mio tempo e in cui
ove il tempo mio primo spendevo la migliore parte di me (=giovinezza),
e di me si spendea la miglior parte, Dai balconi dell’abitazione paterna io
d’in su i veroni del paterno ostello Porgevo le orecchie al suono della tua voce
porgea gli orecchi al suon della tua voce, E il rumore del telaio. Guardavo
ed alla man veloce intensamente il cielo sereno, e le vie illuminate dal
che percorrea la faticosa tela. Sole e gli orti e di qui il mare e di là il monte. La
Mirava il ciel sereno, Lingua dell’uomo non può descrivere quello che io sentivo.
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno.
3a strofa: Leopardi è il soggetto e spiega come in gioventù, mentre studiava in modo
impegnativo ma allo stesso tempo piacevole, andava sui balconi dell’abitazione paterna per
sentire il canto di Silvia e il suono del telaio con cui filava.

Che pensieri soavi, Che pensieri soavi!


che speranze, che cori, o Silvia mia! Che speranze, che sentimenti, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia Come ci sembravano felici
la vita umana e il fato! La vita umana e il destino!
Quando sovviemmi di cotanta speme, Quando mi ricordo di tanta speranza che
nutrivamo
un affetto mi preme vengo preso da un affetto
acerbo e sconsolato, Di angoscia e spensierato
e tornami a doler di mia sventura. Torno a soffrire per il mio destino.
O natura, o natura,
perché non rendi poi Perchè non restituisci poi
quel che prometti allor? perché di tanto Quello che prometti (illusioni) all’uomo?
inganni i figli tuoi? Perchè inganni i tuoi figli? (Concetto di natura madre e matrigna)
4a strofa: la strofa inizia con una serie di esclamazioni che trasmettono i sentimenti del poeta
e di Silvia, attraverso l’uso del pronome “ci” Leopardi sovrappone le due figure e le unisce
tramite le comuni sensazioni. Leopardi ricorda la speranza che entrambi provavano da giovani
e torna a provare un sentimento di angoscia e dolore per il suo destino. Attraverso una
sequenza di domande retoriche inizia una protesta contro la natura, chiedendo perché
promette all’uomo certe cose come il piacere, durante gli anni della giovinezza, se poi non le
restituisce in età adulta; inoltre le chiede perché inganna i suoi figli, ovvero gli uomini,
richiamando il concetto di natura madre e natura matrigna, indifferente alla sorte dell’umanità.

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno, tu prima che l’inverno inaridisse l’erba,
da chiuso morbo combattuta e vinta, combattuta e vinta dalla tisi (malattia polm.)
perivi, o tenerella. E non vedevi morivi, o tenerella. E non riuscivi ad arrivare
il fior degli anni tuoi; Al fiore dei tuoi anni;
non ti molceva il core Non ti accarezzava il cuore
la dolce lode or delle negre chiome, La dolce lode ora dei tuoi capelli neri
or degli sguardi innamorati e schivi; Ora degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dì festivi. Né con te nei giorni di festa
ragionavan d’amore. Le compagne parlavano di amore.
5a strofa: Leopardi ora parla di nuovo a Silvia. Spiega come prima dell’arrivo dell’inverno la
tisi, una malattia polmonare, abbia avuto la meglio sulla giovane, nonostante questa abbia
sempre lottato. A causa della sua morte precoce Silvia non riuscirà mai a raggiungere il
momento della crescita nel quale si sboccia e il suo cuore non verrà mai accarezzato dalla
dolce lode, come neanche i suoi capelli neri o i suoi occhi, ancora una volta descritti come
schivi e che suscitano amore. Silvia non potrà mai parlare di amore con le sue compagne di
festa.

Anche peria fra poco Anche la mia speranza morirà fra poco:
la speranza mia dolce: agli anni miei Anche a me il fato
anche negaro i fati Ha negato
la giovanezza. Ahi come, La giovinezza. Ah come,
come passata sei, Come sei passata,
cara compagna dell’età mia nova, Cara compagna della mia giovinezza,
mia lacrimata speme! Mia compianta speranza (pers.)!
Questo è quel mondo? Questi Questo è il mondo? Questi sono
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi I diletti, gli amori, le opere e gli eventi
onde cotanto ragionammo insieme? Di cui tanto parlammo insieme?
Questa la sorte dell’umane genti? Questa è la sorte dell’umanità?
All’apparir del vero All’ apparire del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano Tu (speranza), misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda Mostri la fredda mano e
mostravi di lontano. Una tomba spoglia.
6a strofa: Leopardi torna a parlare di sé stesso facendo un’analogia tra la sua speranza e
quella di Silvia, in quanto anche la sua tra poco morirà. Anche a Leopardi il destino ha negato
la giovinezza, ma non a causa di una morte precoce, bensì perché non ha mai goduto dei
piaceri che sono propri di quella fase della vita. Si rivolge poi alla personificazione della
speranza, compiacendo la e chiamandola “mia dolce compagna”, rimpiangendo la velocità con
la quale è passata durante la sua giovinezza. Sempre rivolgendosi alla speranza personificata,
le pone delle domande retoriche, come aveva già fatto con la natura, protestando contro di
essa. Chiede che fine hanno fatto tutte le gioie, gli amori e le opere che il giovane Leopardi
sperava di raggiungere. Successivamente generalizza la sua condizione estendendola a tutta
l’umanità. Per questo motivo nei Grandi Idilli si parla di “pensiero poetante”, perché le
riflessioni delle operette le ritroviamo anche qua. Infine critica la speranza, che all’ apparire del
vero, quando si raggiunge l’età adulta e si diventa consapevoli, cade e diventa “misera”,
portando l’uomo a pensare alla morte come unica via d’uscita

-Canto notturno di un pastore errante dell’Asia


Canto: riprende il titolo dei canti, racchiude tutto il valore della poesia; notturno: indica
l’ambientazione, la notte in Leopardi è un momento di pace che concilia la riflessione; pastore:
è un personaggio umile; errante: indica un linguaggio piuttosto raffinato ed errante (cfr. Ariosto)
è una parola polisemica.
È una canzone libera composta di endecasillabi e settenari, risale al 1729-30 ed è l’ultima
che scrive a Recanati, fa parte dei canti pisano-recanatesi.
6 strofe. Rime libera: ricerca nel linguaggio (rime) che rispecchiano la ricerca interiore; -Ale
sempre all’ultimo verso di ogni strofa.

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, Che fai tu, luna, nel cielo? Dimmi, che fai
silenziosa luna? Luna silenziosa
Sorgi la sera, e vai, Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi. Contemplando i deserti, quindi ti riposi
Ancor non sei tu paga Ancora non sei tu soddisfatta
di riandare i sempiterni calli? Di percorrere sempre gli stessi percorsi?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga Ancora non sei nauseata, ancora desideri
di mirar queste valli? Guardare queste valli
Somiglia alla tua vita La tua vita assomiglia
la vita del pastore. A quella del pastore
Sorge in sul primo albore; Si sveglia all’alba
move la greggia oltre pel campo, e vede Sposta il gregge oltre il campo, e vede
greggi, fontane ed erbe; Greggi, sorgenti e piante;
poi stanco si riposa in su la sera: Poi stanco la sera si riposa:
Altro mai non ispera. Non aspetta mai altro.
Dimmi, o luna: a che vale Dimmi, o luna: a che vale CHIASMO
al pastor la sua vita, La sua vita al pastore,
la vostra vita a voi? dimmi:ove tende la vostra vita agli astri? Dimmi: a cosa tende
questo vagar mio breve, Questo mio breve vagare,
il tuo corso immortale? Il tuo corso immortale? DIFFERENZA
Apostrofe alla luna: si ripete diverse volte, per cui il pastore si rivolge diverse volte alla luna. È un
monologo perché la luna non può mai rispondere. La luna è un elemento naturale.
1a strofa: si rivolge alla luna e il pastore fa un parallelismo fra la sua vita e quella del pastore Sono
simili solo in apparenza.

Vecchierel bianco, infermo, Vecchierello bianco, instabile,


mezzo vestito e scalzo, Mezzo vestito e scalzo,
con gravissimo fascio in su le spalle, Con grandissimo peso sulle spalle
Per montagna e per valle, Per montagne e per valli
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte, Per montagne ripide, sabbia alta,
al vento, alla tempesta, e quando avvampa Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
l'ora, e quando poi gela, l’ora (caldo), e quando poi si gela
corre via, corre, anela, corre via, corre, ansima,
varca torrenti e stagni, Varca torrenti e stagni
cade, risorge, e più e più s'affretta, Cade, rinasce e corre sempre più
Senza posa o ristoro, Senza riposo o cibo,
lacero, sanguinoso;infin ch'arriva Ferito, sanguinante; Finchè arriva
colà dove la via Nel punto dove la via
e dove il tanto affaticar fu volto: E dove la tanta fatica sono rivolte:
abisso orrido, immenso, Abisso orribile, immenso
ov'ei precipitando, il tutto obblia. Dove precipitandovi tutto si dimentica.
Vergine luna, tale Vergine l’unica, così
è la vita mortale. È la vita mortale.
2a strofa: ALLEGORIA: si presenta un uomo anziano e il suo percorso di vita; le sue azioni
sono allegorie della vita umana.
La morte è rappresentata come un abisso, è infinita, così come può essere infinito solo il nulla,
il non essere; tutto ciò che è è materia.

Nasce l'uomo a fatica, Nasce l’uomo con fatica


ed è rischio di morte il nascimento. Ed è rischio di morte la nascita.
Prova pena e tormento Prova pena e dolore
per prima cosa; e in sul principio stesso Per prima cosa; all’inizio stesso
la madre e il genitore La madre e il padre
il prende a consolar dell'esser nato. Lo consolano per essere nato.
Poi che crescendo viene, Poi crescendo
l'uno e l'altro il sostiene, e via pur Il padre e la madre lo sostengono,
Sempre E di continuo
con atti e con parole Con gesti e parole
studiasi fargli core, Cercano di consolarlo
e consolarlo dell'umano stato: E consolarlo dall’appartenenza allo stato umano
altro ufficio più grato Altro compiuto più gradito
non si fa da parenti alla lor prole. Non esiste dai genitori per i loro figli
Ma perché dare al sole, Ma perchè dare vita
perché reggere in vita Perchè sostenere nella vita
chi poi di quella consolar convenga? Chi poi dalla vita deve essere consolato?
Se la vita è sventura, Se la vita è sfortuna,
perché da noi si dura? Perchè dobbiamo resisterle?
Intatta luna, tale Intatta luna, questo
è lo stato mortale. È lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei, Ma tu non sei mortale
e forse del mio dir poco ti cale. E forse del mio dire poco ti interessa.
3a strofa: Leopardi descrive la vita dell’uomo ab uovo (>dall’inizio). La luna appare come qualcuno
di distaccato, che non può rispondere. Si afferma che la luna è, prima forse e poi certamente,
consapevole e conscia del perché di questo viaggio della vita di tutte le creature viventi.

Pur tu, solinga, eterna peregrina, Eppure tu, solitaria, eterna viaggiatrice
che sì pensosa sei, tu forse intendi, Che sei così pensosa, tu forse lo sai;
questo viver terreno, Questo vivere terreno,
il patir nostro, il sospirar, che sia; Il nostro patire, il sospirare;
che sia questo morir, questo supremo che cosa sia questo morire, questo estremo
scolorar del sembiante, Scolorare del volto,
e perir dalla terra, e venir meno E venir meno alla terra, e dover lasciare
ad ogni usata, amante compagnia. Ad ogni affetto, ad ogni compagnia.
E tu certo comprendi E tu certamente conosci
il perché delle cose, e vedi il frutto Il perché delle cose, e vedi l’utilità
del mattin, della sera, Del mattino, della sera,
del tacito, infinito andar del tempo. Del silenzioso, infinito scorrere de tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore Tu sai, certamente, a quale suo amante
rida la primavera, Ride la primavera
a chi giovi l'ardore, e che procaccia A chi giovi l’ardore, e cosa cerca
il verno co' suoi ghiacci. L’inverno coi suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri, Tu sai mille cose, mille ne scopri
che son celate al semplice pastore. Che sono nascoste al pastore ignorante.
Spesso quand'io ti miro Spesso quando io ti guardo
star così muta in sul deserto piano, Stare così muta sul piano deserto,
che, in suo giro lontano, al ciel confina; che all’orizzonte confina con il cielo
ovver con la mia greggia Oppure con il mio gregge
seguirmi viaggiando a mano a mano; seguirmi mentre mi sposto passo passo;
e quando miro in cielo arder le stelle; e quando guardo le stelle brillare in cielo;
dico fra me pensando: Dico fra me e me pensando:
a che tante facelle? A che cosa servono tante luci?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo A che cosa serve l’aria infinita, e quel profondo
infinito seren?che vuol dir questa Cielo sereno? Che cosa significa questa
solitudine immensa? ed io che sono? Solitudine immensa? Ed io che cosa sono?
Così meco ragiono e della stanza Così parlo con me e non so indovinare l’uso
smisurata e superba, Di questo universo
e dell'innumerabile famiglia; E di tutta la famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti E di tanto soffrire, di tanti movimenti
d'ogni celeste, ogni terrena cosa, Di ogni astro, di ogni cosa terrena
girando senza posa, Girando senza fermarsi
per tornar sempre là donde son mosse; Di tornare sempre là dove sono partite.
uso alcuno, alcun frutto Alcuna utilità e scopo
indovinar non so. Ma tu per certo, Non so immaginare. Ma tu certamente,
giovinetta immortal, conosci il tutto. Giovinetta immortale, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento, Questo io (nel mio piccolo) conosco e provo;
che degli eterni giri, Che di questi continui giri degli astri,
che dell'esser mio frale, Che di essere una creatura così fragile,
qualche bene o contento Che qualche vantaggio o qualche gioia
avrà fors'altri; a me la vita è male. Avranno forse altri; per me la vita è dolore.
4a strofa: Le domande del pastore allargano il loro senso, giungendo anche a domandarle il
senso dell’universo intero. Dentro all’universo io che cosa sono? Che ruolo ho? Il pastore
sente, e prova, per esperienza (pastore è l’uomo comune), sente che qualcun’altra avrà un
vantaggio o una gioia da questi eterni cicli, per lui, invece, la vita è dolore.

O greggia mia che posi, oh te beata, O greggia mia che riposi, oh te beata,
che la miseria tua, credo, non sai! Che credo che tu non conosca la tua sorte!
Quanta invidia ti porto! Quanta invidia che provo nei tuoi confronti!
non sol perché d'affanno Non sono perchè di affanni
quasi libera vai; Sei quasi libera;
ch'ogni stento, ogni danno, Ogni patimento, ogni danno,
ogni estremo timor subito scordi; Ogni estrema paura subito dimentichi;
Ma più perché giammai tedio non provi. Ma più di tutto perchè non provi mai noia
Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe, Quanto tu siedi all’ombra, sopra l’erba,
tu se' queta e contenta; Tu sei tranquilla e felice;
e gran parte dell'anno E per la maggior parte dell’anno
senza noia consumi in quello stato. Senza noia vivi in quello stato.
ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra, E anche io siedo sopra l’erba, all’ombra
e un fastidio m'ingombra Un fastidio mi infastidisce
la mente, ed uno spron quasi mi punge La mente, ed uno sprone quasi mi punge
sì che, sedendo, più che mai son lunge Così che, stando seduto, più che mai sono lontano
da trovar pace o loco. Da trovare pace o riposo.
E pur nulla non bramo, Eppure non desidero nulla,
e non ho fino a qui cagion di pianto. E finora non ho ragioni per piangere.
Quel che tu goda o quanto, Cosa o quanto tu goda,
non so già dir; ma fortunata sei Non lo so dire, ma sei fortunata
Ed io godo ancor poco, Ed io godo di poco,
o greggia mia, né di ciò sol mi lagno. O gregge mio, e non sono il solo a lamentarmi di ciò.
Se tu parlar sapessi, io chiederei: Se tu sapessi parlare, io ti chiederei:
dimmi: perché giacendo Dimmi: perchè sedendo
a bell'agio, ozioso, Comodo, nell’ozio,
s'appaga ogni animale; Si calma ogni animale;
ma, s'io giaccio in riposo, il tedio assale? Ma, se io mi riposo, la noia mi assale?
5a strofa: Cambio interlocutore: ora è il gregge, una forma di vita che a differenza dell’uomo vive
senza saper di esistere. È un’altra condizione di vita, quella degli animali.
Il tedio consiste non tanto nel fatto di non possedere dati beni o non raggiungere il piacere, ma
deriva dal fatto che continuo a pensare che questo piacere esista. L’ inquietudine umana è l’essere
consapevole dell’inquietudine

Forse s'avess'io l'ale Forse se io avessi le ali


da volar su le nubi, Per volare sulle nuvole,
e noverar le stelle ad una ad una, E contare le stelle una ad una,
o come il tuono errar di giogo in giogo, O come un tuono errare da un monte all’altro,
più felice sarei, dolce mia greggia, Forse più felice sarei, dolce mio gregge,
più felice sarei, candida luna. Forse più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero, O forse, si allontana dal vero
mirando all'altrui sorte, il mio pensiero: Guardando alla sorte altrui (luna e gregge), il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale Forse in qualsiasi forma, in qualsiasi
stato che sia, dentro covile o cuna, Stato, dentro una tana o una culla,
è funesto a chi nasce il dì natale. Il giorno della nascita è un giorno funesto per chi nasce
Conclusione: la vita in sé è una sventura, in ogni condizione.

La Ginestra
La si può considerare come il canto che risponde alle domande del pastore errante, ma anche
come il testamento poetico di Leopardi e l'espressione dell’ultima fase del suo pensiero:
l’atteggiamento eroico. La scelta del fiore sta nella sua forza e resistenza e anche nel suo
colore giallo, segno di vitalità; esso si pone come allegoria
del comportamento che l’uomo deve avere dopo essere divenuto consapevole dell’arido vero.
É una polemica contro:
1. Tendenze spiritualistiche, idealistiche/religione;
2. Mito del progresso (più si va avanti meglio si starà), visione progressista della storia;
3. Progresso scientifico-tecnologico come base della felicità (fiducia ingenua).
Lui si vuole contrapporre a tutto questo, i suoi contemporanei hanno abbandonato
l’atteggiamento razionalistico tipo dell’Illuminismo.
Epigrafe dal Vangelo di Giovanni in Greco “e gli uomini vollero le tenebre piuttosto che la luce”.
Il Natale è il momento della luce, dalle tenebre nasce una luce che per i cristiani è Gesù.
Nonostante sia ateo, sceglie di mettere tale epigrafe.
Canzone libera di endecasillabi e settenari in 7 strofe di lunghezza irregolare e molto
estese in linea generale.

Qui su l'arida schiena


Del formidabil monte
Sterminator Vesevo,
La qual null'altro allegra arbor nè fiore,
Tuoi cespi solitari intorno spargi,
Odorata ginestra.
Contenta dei deserti. Anco ti vidi
De' tuoi steli abbellir l'erme contrade
Che cingon la cittade
La qual fu donna de' mortali un tempo,
E del perduto impero
Par che col grave e taciturno aspetto
Faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol di tristi
Lochi e dal mondo abbandonati amante,
E d'afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
Di ceneri infeconde, e ricoperti
Dell’impietrata lava,
Che sotto i passi al peregrin risona;
Dove s'annida e si contorce al sole
La serpe, e dove al noto
Cavernoso covi! torna il coniglio;
Fin liete ville e colti,
E biondeggiar di spiche, e risonaro
Di muggito d'armenti
Fur giardini e palagi,
Agli ozi de' potenti
Gradito ospizio; e fur città famose
Che coi torrenti suoi l’altero monte
Dall'ignea bocca fulminando oppresse
Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
Una ruina involve,
Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
I danni altrui commiserando, al cielo
Di dolcissimo odor mandi un profumo
Che il deserto consola. A queste piagge
Venga colui che d'esaltar con lode
Il nostro stato ha in uso, e venga quanto
È il gener nostro in cura
All’amante natura. E la possanza
Qui con giusta misura
Anco estimar potrà dell'uman seme,
Cui la dura nutrice, ov'ei men teme,
Con lieve moto in un momento annulla
In parte, e può con moti
Poco men lievi ancor subitamente
Annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
Son dell'umana gente
Le magnifiche sorti e progressive.
Parafrasi: Qui, sul fianco arido dello spaventoso (formino-latinismo) monte distruttore, il
Vesuvio, che nessun altro albero o fiore rallegra, tu, profumata ginestra, diffondi intorno
i tuoi cespugli solitari, appagata dei luoghi solitari. Ti ho visto abbellire con i tuoi steli
anche le campagne solitarie che circondano la città che un tempo di dominatrice
(donna, latinismo, dal sostantivo domina, “padrona”) degli uomini (Roma) e sembra che
con il loro aspetto austero e silenzioso rendano testimonianza e ricordino al passante
l’impero andato in rovina. Ora ti rivedo in questo suolo, tu che sei amante di luoghi tristi
e abbandonati dalla gente e sempre compagna di grandezze decadute. Questi campi,
cosparsi di cenere sterile e ricoperti di lava indurita, che rimbomba sotto i passi del
viandante, dove la serpe si nasconde e si contorce al sole, e dove il coniglio ritorna alla
sua tana sottoterra, un tempo furono villaggi felici e campi coltivati, e biondeggiarono di
spighe,e. Risuonarono del muggito delle mandrie, furono giardini e palazzi, piacevoli
dimore per il riposo dei potenti, e furono città famose che il monte superbo schiacciò,
insieme ai loro abitanti, eruttando i suoi torrenti di lava simili a fulmini dalla sua bocca
infuocata. Ora una stessa rovina avvolge tutto il paesaggio. Dove tu siedi, o fior gentile,
e quasi piangendo le disgrazie altrui, al cielo mandi un dolcissimo profumo che consola
questo deserto. Venga in questi luoghi chi è solito esaltare con lodi la nostra condizione,
e veda quanto il genere umano stia a cuore alla natura che ci ama. E potrà anche
valutare correttamente la potenza della specie umana, che la crudele nutrice, quando
egli meno se l’aspetta, in un solo momento può distruggere in parte con un lievissimo
movimento, oppure con movimenti un po’ meno lievi può annientare totalmente. È
ritratto in questi pendii il meraviglioso destino di progresso dell’umanità.
1a strofa: presentazione della ginestra e del paesaggio dove cresce. Si apre con qui,
un deittico, parola che indica il luogo dove ci si trova (anche nell’Infinito). La descrizione
del paesaggio del Vesuvio rimanda al ricordo del medesimo paesaggio antico di rovina
di Roma. Roma era domina di un impero ormai perduto.
Descrive l’eruzione del Vesuvio. “Magnifiche sorti e progressive”: critica al fatto che nel
19esimo secolo l’uomo abbia fiducia nel continuo progresso verso il meglio della specie
umana.

Qui mira e qui ti specchia,


Secol superbo e sciocco,
Che il calle insino allora
Dal risorto pensier segnato innaiiti
Abbandonasti, e volti addietro i passi.
Del ritornar ti vanti,
E procedere il chiami.
AI tuo pargoleggiar gl'ingegni tutti,
Di cui lor sorte rea padre ti fece
Vanno adulando, ancora
Ch'a ludibrio talora
T'abbian fra se. Non io
disprezzo per te secolo superbo.
Con tal vergogna scenderò sotterra
Ma il disprezzo piuttosto che si serra
Di te nel petto mio.
Mostrato avrò quanto si possa aperto
Ben ch'io sappia che obblio.
Preme chi troppo all'età propria increbbe.
Di questo mal, che teco
Mi fia comune, assai finor mi rido.
Libertà vai sognando, e servo a un tempo
Vuoi di novo il pensiero,
Sol per cui risorgemmo
Della barbarie in parte, e per cui solo
Si cresce in civiltà, che sola in meglio
Guida i pubblici lati.
Così ti spiacque il vero
Dell'aspra sorte e del depresso loco
Che natura ci diè. Per questo il tergo
Vigliaccamente rivolgesti al lume
Che il fe palese: e, fuggitivo, appelli
Vil chi lui segue, e solo
Magnanimo colui
Che se schernendo o gli altri astuto o folle,
Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.
Parafrasi: Secolo superbo e sciocco, guardati e specchiati in questo luogo, tu che hai
abbandonato il cammino percorso in precedenza dal pensiero risorto e, rivolti indietro i
passi, ti vanti dell’ indietreggiare, e lo chiami procedere. Tutti gli intellettuali di cui il loro
destino malvagio ti rese padre, vanno adulando il tuo atteggiamento puerile, anche se
talvolta nell’intimo ti disprezzano. Io non morirò con tale vergogna; piuttosto avrò
mostrato il più apertamente possibile il disprezzo nei tuoi confronti che sta chiuso nel
mio cuore, benchè io sappia che l’ oblio colpisce chi troppo spiacque al proprio tempo.
Di questo male (l’ oblio) che ho in comune con te, secolo già da ora non mi curo per
niente. Sogni la libertà, e nello stesso tempo vorresti vedere di nuovo asservito il
pensiero, il solo per cui noi risorgemmo almeno in parte dalla barbarie, e il solo tramite
cui si migliora la civiltà, la sola a poter guidare verso il meglio i destini di un popolo. Per
questo vigliaccamente hai rivolto la schiena all’ illuminismo: e tu, che fuggi la verità,
chiami vile chi segue quel lume, e nobile solo colui che illudendo se stesso e gli altri,
per astuzia o per follia, innalza fin oltre le stelle la condizione umana.
2a strofa: Al secolo sciocco dispiacque il vero della sorte e del posto che gli viene
affidato, l’uomo non ha un posto privilegiato nella natura (anti-antropocentrismo,
Dialogo della Natura e di un Islandese).
Dopo la parte descrittiva si ha la parte dell’invettiva. Natura definita come amante
(ironia) e anche come crudele nutrice. L’apostrofe si riferisce al secolo superbo e
sciocco, il 19esimo secolo, che invita a specchiarsi nel paesaggio del Vesuvio, che
prima era bellissimo e rigoglioso mentre ora è un cumulo di lava e cenere. Il “risorto
pensiero” è quello della ragione esaltato dall’illuminismo. L’uomo apparentemente
dice di procedere in avanti ma sta tornando indietro, poichè ha abbandonato il
razionalismo che è luce (vedi epigrafe).
Uom di povero stato e membra inferme
Che sia dell'alma generoso ed alto,
Non chiama se nè stima
Ricco d’or nè gagliardo,
E di splendida vita o di valente
Persona infra la gente
Non fa risibil mostra
Ma se di forza e di tesor mendico
Lascia parer senza vergogna, e noma
Parìando, apertamente, e di sue cose
Fa stima al vero uguale.
Magnanimo animare
Non credo io già, ma stolto,
Quel che nato perir, nutrito in pene,
Dice, a goder son fatto,
E di fetido orgoglio
Empie le carte, eccelsi fati e nove
Felicità, quali il del tutto ignora,
Non pur quest'orbe, promettendo in terra
A popoi che un onda
Di mar commosso, un flato
D'aura maligna, un sotterraneo crollo
Distrugge sì che avanza
A gran pena di lor la rimembranza.
Nobil natura è quella
Che a sollevar s'ardisce
Gli occhi mortali incontra
Al comun fato, e che con franca lingua,
Nulla al ver detraendo,
Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
E il basso stato e frale;
Quella che grande e forte
Mostra se nel soffrir, nè gli odii e l'ire
Fraterne, ancor più gravi
D'ogni altro danno, accresce
Alle miserie sue, l'uomo incolpando
Del suo dolor, ma dà la colpa a quella
Che veramente è rea, che de' mortali
Madre di parto e di voler matrigna. CHIASMO
Costei chiama inimica e incontro a questa
Congiunta esser pensando,
Siccome è il vero, ed ordinata in pria
L'umana compagnia,
Tutti fra se confederati estima
Gli uomini, e tutti abbraccia
Con vero amor, porgendo
Valida e pronta ed aspettando aita
Negli alterni perigli e nelle angosce
Della guerra comune. Ed alle offese
Dell’uomo armar la destra, e laccio porre
AI vicino ed inciampo,
Stolto crede così qual fora in campo SIMILITUDINE
Cinto d'oste contraria, in sul più vivo
Incalzai degli assalti,
Gl’inimici obbliando, acerbe gare
Imprender con gli amici,
E sparger fuga e fulminar col brando
Infra i propri guerrieri.
Così fatti pensieri
Quando ben, come fur, palesi al volgo,
E quell'orror che primo
Contro l'empia natura
Strinse i mortali in social catena,
Fia ricondotto in parte
Da verace saper, l'onesto e il retto
Conversar cittadino,
E giustizia e pietade, altra radice
Avranno allor che non superbe fole,
Ove fondata probità del volgo
Così star suole in piede
Quale star pub quel ch'ha in error la sede.
Parafrasi: Un uomo povero o malato ma nobile d’animo, non si finge nè ricco nè sano
con le gente ma senza vergogna, e parlando in modo aperto e chiaro, lascia apparire se
stesso e si definisce privo di forza e di mezzi, e valuta la sua condizione non
distaccandosi dal vero. Io non ritengo nobile, ma stolto quell’esperienza che, nato per
morire e nutrito di sofferenze, dice “sono nato per gioire” e riempie i suoi scritti di
orgoglio disgustoso, promettendo sulla terra destini meravigliosi e felicità eccezionali,
che non solo questa terra, ma anche tutto il cielo ignora, a popoloi che un’onda di
maremoto, un’epidemia, un terremoto possono distruggere al punto che ne resta a
malapena il ricordo. È una nobile natura quella che si mostra grande e forte nel soffrire
e non accresce le sue sventure con odi e ire fraterni (cioè gli odi rivolti ad altri uomini),
che sono più gravi di ogni altro danno, incolpando i suoi simili del proprio dolore, ma dà
la colpa a colei che veramente è colpevole (la natura), che è madre dei mortali perchè li
ha generati ma matrigna in quanto a volontà. Questa ritengo nobile perchè chiama
nemica, e pensando che la società umana sia associata e disposta fina dal principi
contro questa (la natura), così come è in realtà (siccome è il vero); (la nobil natura)
considera gli uomini tutti tra loro alleati e abbraccia tutti con amore autentico, protendo
aiuto con efficacia e tempestività e aspettandosi (aiuto a sua volta) negli alterni pericoli
e nelle sofferenze della guerra comune (contro la natura). È reputa soltanto armare la
mano (la destra) per recare offesa all’uomo e preparare tranelli o ostacoli al vicino, così
come sarebbe stolto in battaglia, assediati dai nemici, nel bel mezzo dell’ incalzare degli
assalti, intraprendere violenti scontri con gli amici, e mettere in fuga e colpire con la
spada i propri soldati, dimenticandosi dei nemici. Tali riflessioni, quando saranno, come
già furono un tempo, chiare a tutti, e (quando) quel terrore, che per primo aveva unito
gli uomini in un patto comune contro la natura colpevole, sarà ristabilito in parte da un
sapere veritiero, allora i rapporti sociali onesti e retti, al giustizia e la pietà avranno un
fondamento diverso dalle supere invenzioni (credenze religiose e spirituali), fondandosi
sulle quali la virtù del popolo è salda come può esserlo ciò che si fonda sull’errore.
3a strofa: Figura dell’uomo infermo. Che sia malato e povero ma nobile d’animo non
dice agli altri che è ricco e sano poiché è onesto. L’infermo rappresenta la condizione
dell’uomo, che è una condizione effettiva di bisogno ed è conscio di tale bisogno. Con
il mito del progresso viene promesso ai popoli un destino felice e gioioso di cui
nemmeno i cieli sono consapevoli. La nobile natura è quella di colui che con coraggio
racconta il vero, cioè il male, come stanno veramente le cose.
Siamo nella terza fase del pensiero Leopardiano: è stupido armarsi contro altri uomini,
quando si è nel bel mezzo della lotto contro un nemico. Bisogna essere alleati nella
guerra contro la natura. La proposta è una proposta di solidarietà che si basa sul vero,
sulla ragione; e che grazie ad essa si tramuta in “vero amor”, amore basato sulla
condizione umana e necessario in quanto è l’unico modo per affrontare tale condizione.
Finisce qui la parte polemica.

Sovente in queste rive,


che, desolate, a bruno
veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
seggo la notte; e su la mesta landa,
in purissimo azzurro
veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
cui di lontan fa specchio
il mare, e tutto di scintille in giro
per lo vòto seren brillare il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
ch’a lor sembrano un punto,
e sono immense, in guisa
che un punto a petto a lor son terra e mare
veracemente; a cui
l’uomo non pur, ma questo
globo, ove l’uomo è nulla,
sconosciuto è del tutto; e quando miro
quegli ancor piú senz’alcun fin remoti
nodi quasi di stelle,
ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
e non la terra sol, ma tutte in uno,
del numero infinite e della mole,
con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
o sono ignote, o cosí paion come
essi alla terra, un punto
di luce nebulosa; al pensier mio
che sembri allora, o prole
dell’uomo? E rimembrando
il tuo stato quaggiú, di cui fa segno
il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,
che te signora e fine
credi tu data al Tutto; e quante volte
favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
per tua cagion, dell’universe cose
scender gli autori, e conversar sovente co’ tuoi piacevolmente; e che, i derisi
sogni rinnovellando, ai saggi insulta
fin la presente etá, che in conoscenza
ed in civil costume
sembra tutte avanzar; qual moto allora,
mortal prole infelice, o qual pensiero
verso te finalmente il cor m’assale?
Non so se il riso o la pietá prevale.
Parafrasi: Sovente mi siedo di notte su questi luoghi desolati rivestiti di nero e vedo su
questo diserto, nel purissimo azzurro del cielo, fiammeggiare le stell, a cui fa specchio il
mare da lontano e vedo in giro brillare tutto il mondo attraverso l’aria serena. E dopo
aver fissato gli occhi su quelle luci, che a loro (gli occhi) sembrano un puntino, e invece
sono immense, tanto che rispetto a loro la terra e il mare sono veramente un punto; ai
quali (astri) è del tutto sconosciuto non solo l’uomo, ma anche questo globo dove
l’uomo è nulla; e quando osservo le nebulose, ancor più infinitamente lontane, che a noi
appaiono come nebbia, rispetto a cui non solo la terra e l’uomo, ma tutte insieme le
nostre stelle, infinite per numero e grandezza, insieme col il sole dorato, sono
sconosciute oppure paiono come quei nodi visti dalla terra: appena un punto di luce
nebulosa; allora, cosa sembri al mio pensiero, o stirpe umana? E ricordando la tua
condizione quaggiù, di cui è testimone il suolo che calpesto (quello del Vesuvio); e poi
(ricordando) d’altra parte che tu (prole dell’uomo) credi di essere padrona e scopo
dell’universo, e (ricordando); quante volte ti è piaciuto illuderti raccontando che gli dèi
creatori del mondo scendessero a causa tua in questo oscuro granello di sabbia che
chiamiamo terra, e spesso i conversassero piacevolmente con i tuoi simili, e che perfino
il tempo presente, che sembra superare tutte le altre epoche per conoscenza e civiltà,
offende i saggi, rilanciando quei miti già derisi (dall’Illuminismo); allora, quale
sentimento o quale o pensiero assale alla fine il mio cuore verso di te, stiro e mortale e
infelice? Non so se ha la meglio il riso o la pietà.
4a strofa: Pausa idillica della quarta strofa, dove vengono ripresi toni dei grandi idilli.
Adesso abbiamo un io nel paesaggio invece che un io polemico. Le stelle sono
indifferenti all’uomo, per loro è solo un puntino insignificante e sconosciuto. Quando
vediamo delle galassie, queste non solo guardano noi ma tutto il nostro sistema, anche
noi per loro sembriamo solo nebbia. Si chiede che cos’è l’umanità in questo infinito
universo. Lo sguardo va verso le stelle e, considerando la piccolezza dell’uomo,
destinato ad essere sopraffatto dalla natura e ad un destino tragico, di cui sono prova le
rovine delle città; considerando che l’uomo si crede padrone del mondo; considerando
quante volte l’uomo fantasticò che in questa piccolissima terra gli dei scendano quaggiù
per parlare con l’uomo; e considerando che rinnovando di nuovo questi sogni derisi,
questo secolo che dovrebbe essere avanzato, invece deride i saggi; considerando ciò lo
si chiede cosa pensa lui dell’uomo e del suo stato, qual è la reazione a questi pensieri?
La reazione è non sapere se prevale il riso o la pietà. Il riso è legato alla ragione, la
pietà (nel senso di compassione) al sentimento. Chi ha visto il vero si ride di questa
condizione di superiorità in cui l’uomo crede di essere; la pietà dal punto di vista del
sentimento in quanto è una situazione comune a tutti gli uomini, nessuno ne è escluso.

Come d’arbor cadendo un picciol pomo,


cui lá nel tardo autunno
maturitá senz’altra forza atterra,
d’un popol di formiche i dolci alberghi
cavati in molle gleba
con gran lavoro, e l’opre,
e le ricchezze ch’adunate a prova
con lungo affaticar l’assidua gente
avea provvidamente al tempo estivo,
schiaccia, diserta e copre
in un punto; cosí d’alto piombando,
dall’utero tonante
scagliata al ciel profondo,
di ceneri e di pomici e di sassi
notte e ruina, infusa
di bollenti ruscelli,
o pel montano fianco
furiosa tra l’erba
di liquefatti massi
e di metalli e d’infocata arena
scendendo immensa piena,
le cittadi che il mar lá su l’estremo
lido aspergea, confuse
e infranse e ricoperse
in pochi istanti: onde su quelle or pasce
la capra, e cittá nove
sorgon dall’altra banda, a cui sgabello son le sepolte, e le prostrate mura
l’arduo monte al suo piè quasi calpesta.
Non ha natura al seme
dell’uom piú stima o cura
ch’alla formica: e se piú rara in quello
che nell’altra è la strage,
non avvien ciò d’altronde
fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.
Parafrasi: Come una mela, cadendo dall’albero nel tardo autunno per il solo fatto di
essere matura, schiaccia, distrugge e seppellisce in un istante i cari nidi di un intero
popolo di formiche,m scavati con gran fatica nella molle terra, e le opere e le provviste
che provvidamente i laboriosi animali avevano radunato a gara con lunga fatica durante
l’estate; così un ammasso oscuro e tenebroso di ceneri, rocce e lapilli, mescolato a
rivoli infuocati, piombando giù dall’alto dopo essere stato scagliato su nell’alto cielo dal
ventre tonante (del vulcano), oppure un’immensa piena di rocce liquefatte, e di metalli e
di sabbia infuocata, scendendo furiosamente tra l’erba, lungo le pendici del monte,
sconvolse, distrusse e ricoprì in pochi istanti le città che il mare bagnava là sulla costa
lontana: cosicchè su quelle città ora pascola la capra, e nuove città. A cui quelle sepolte
fanno da sgabello, sorgono dall’altra parte, e il monte ostile sembra calpestare alla sua
base le loro mura abbattute. La natura non ha maggior cura o considerazione per
l’uomo di quanta ne abbia per la formica: e se la strage è più rara in quello che
nell’altra, questo non deriva da altra causa se non che le famiglie dell'uomo sono meno
numerose.
5a strofa: Lunga similitudine iniziale: primo termine è una mela che cade perché
ormai matura cade e schiaccia un formicaio, dove vi sono le tane e il cibo, costruiti con
un gran lavoro. Secondo termine: compara la mela alla distruzione provocata dall’
eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Vuole dimostrare che in entrambi i casi la natura non
ha nessuna cura, sia per le formiche che per l’uomo. È più grave che non ne abbia per
l’uomo, mentre l’uomo è convinto che la natura si curi di lui (anti-antropocentrismo).

Ben mille ed ottocento


anni varcâr poi che sparîro, oppressi
dall’ignea forza, i popolati seggi,
e il villanello intento
ai vigneti, che a stento in questi campi
nutre la morta zolla e incenerita,
ancor leva lo sguardo
sospettoso alla vetta
fatal, che nulla mai fatta piú mite
ancor siede tremenda, ancor minaccia
a lui strage ed ai figli ed agli averi
lor poverelli. E spesso
il meschino in sul tetto
dell’ostel villereccio, alla vagante
aura giacendo tutta notte insonne,
e balzando piú volte, esplora il corso
del temuto bollor, che si riversa
dall’inesausto grembo
sull’arenoso dorso, a cui riluce
di Capri la marina
e di Napoli il porto e Mergellina.
E se appressar lo vede, o se nel cupo
del domestico pozzo ode mai l’acqua
fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
desta la moglie in fretta, e via, con quanto
di lor cose rapir posson, fuggendo,
vede lontan l'usato suo nido, e il picciol campo,
che gli fu dalla fame unico schermo,
preda al flutto rovente,
che crepitando giunge, e inesorato
durabilmente sovra quei si spiega.
Torna al celeste raggio
dopo l’antica obblivion, l’estinta
Pompei, come sepolto
scheletro, cui di terra
avarizia o pietá rende all’aperto;
e dal deserto fòro
diritto infra le file
de’ mozzi colonnati il peregrino
lunge contempla il bipartito giogo
e la cresta fumante,
ch’alla sparsa ruina ancor minaccia.
E nell’orror della secreta notte
per li vacui teatri,
per li templi deformi e per le rotte
case, ove i parti il pipistrello asconde,
come sinistra face
che per vòti palagi atra s’aggiri,
corre il baglior della funerea lava,
che di lontan per l’ombre
rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Cosí, dell’uomo ignara e dell’etadi
ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno
dopo gli avi i nepoti,
sta natura ognor verde, anzi procede
per sí lungo cammino
che sembra star. Caggiono i regni intanto,
passan genti e linguaggi: ella nol vede:
e l’uom d’eternitá s’arroga il vanto.
Parafrasi: Ben mille e ottocento anni sono trascorsi da quando le città sparirono,
schiacciate dalla forza del fuoco, e il contadi nello dedito ai vigneti che in questi campo
la terra morta e incenerita (è soggetto) nutre a fatica, ancora alza lo sguardo intimorito
verso la vetta funesta che, per nulla divenuta più mite, ancora si erge tremenda, ancora
minaccia di far strage a lui, ai figli e ai loro poveri possedimenti. E spesso il poveretto,
rimanendo insonne tutta la notte all’aria aperta, sul tetto del suo casolare, e alzandosi
più volte, controlla con timore il corso della lava che si riversa dalle viscere inesauribili
sul dorso sabbioso, al cui riflesso luminoso risplende la costa di Capri e il porto di
Napoli e Mergellina. E se lo vede avvicinarsi, o se per caso sente l’acqua gorgoliare
ribollendo nel pozzo di casa, sveglia i figli, sveglia la moglie in tutta fretta, e fuggendo
via con quanto delle loro cose possono afferrare, vede da lontano la sua dimora e il
piccolo campo che fu per lui l’unico riparo dalla fame, preda dell’onda rovente che
sopraggiunge crepitando e inesorabile si distende per sempre sopra di essi. Pompei, un
tempo distrutta, torna alla luce dopo un lungo oblio, come uno scheletro sepolto, che
l’avidità (di tesori) o la pietà riposta all’aria aperta (togliendolo) dalla terra; e dal foro
abbandonato il visitatore, in piedi tra le file dei colonnati spezzati, contempla da lontano
le due vette e la cima fumante che ancora minaccia le rovine sparse. E nell’orrore delle
tenebre notturne, tra i teatri vuoti, tra i templi sformati e le case distrutte, dove il
pipistrello nasconde i suoi piccoli, come una fiaccola lugubre che si aggiri tenebrosa per
i palazzi vuoti, corre il bagliore della lava funerea che da lontano rosseggia attraverso
l’oscurità e colora i luoghi circostanti. Così, inconsapevole dell’uomo e delle età che egli
chiama antiche, e del trascorrere delle generazioni, la natura resta immobile, sempre
giovane, anzi si muove per una via tanto lunga che sembra restare ferma. Intanto
cadono i regni, passano le genti e le lingue: lei non lo vede. E l’uomo si vanta di essere
eterno.
6a strofa: Sono passati 1800 anni ma il villanello ha ancora paura del Vesuvio. La
situazione è sempre la stessa, nonostante tutti i progressi l’uomo è ancora in balia della
natura: la natura noncurante dell’uomo resta sempre la stessa.

E tu, lenta ginestra,


che di selve odorate queste campagne dispogliate adorni,
anche tu presto alla crudel possanza
soccomberai del sotterraneo foco,
che ritornando al loco
giá noto, stenderá l’avaro lembo
su tue molli foreste. E piegherai
sotto il fascio mortal non renitente
il tuo capo innocente:
ma non piegato insino allora indarno
codardamente supplicando innanzi
al futuro oppressor; ma non eretto
con forsennato orgoglio inver’ le stelle,
né sul deserto, dove
e la sede e i natali
non per voler ma per fortuna avesti;
ma piú saggia, ma tanto
meno inferma dell’uom, quanto le frali
tue stirpi non credesti
o dal fato o da te fatte immortali.
Parafrasi: E tu, ginestra flessibile, che di cespugli profumati adorni queste campagne
spoglie, anche tu presto dovrai piegarti alla crudele potenza della lava, che ritornando
nei luoghi già noti (perchè già distrutti una volta), stenderà il suo mantello vorace sui
tuoi arbusti arrendevoli. E tu piegherai senza opporti il tuo capo innocente: (quel tuo
capo) fino a quel momento (quando tornerà a coprirti la lava) mai piegato inutilmente
supplicando vigliaccamente davanti al futuro oppressore; ma neppure avrai eretto (il tuo
capo) con folle orgoglio verso le stelle o sul deserto, dove per caso, e non per una
qualche volontà, dimori e sei nata; ma più saggia e tanto meno folle dell’uomo, quanto
non hai creduto che le tue fragili o generazioni fossero rese immortali da te o dal
destino.
7a strofa: Vi è una personificazione della ginestra. L’atteggiamento di cui si parla è
l’atteggiamento di chi crede che l’uomo sia destinato ad una vita ultraterrena o che vi
sia la possibilità di migliorare la condizione umana. La ginestra non ha questo modo di
fare di fronte all’oppressore. La ginestra è più saggia e meno inferma dell’uomo, in
quanto non crede che le sue fragili stirpi siano immortali per qualcuno.
La ginestra è l’allegoria di come l’uomo deve affrontare la condizione che gli viene
data in sorte e non per voler; con la dignità di un atteggiamento titanico ed eroico.
Deve affrontarlo con solidarietà che è il nucleo della social catena. Un atteggiamento
dignitoso che guarda in faccia la realtà e coraggioso.
1840-60 IN ITALIA
1840-60 in narrativa italiana abbiamo la presenza di alcune opere considerate ora minori (ora
le consideriamo minori per l’ingombrante presenza dei Promessi sposi). Continua il successo
del romanzo storico, nato con W. Scott in Inghilterra che era stato il modello di Manzoni e del
romanticismo. Esempi: Tommaso Grossi, Guerrazzi, Massimo d’Azeglio. Continua l’interesse
per la storia dei romantici e questo interesse si coniuga con il pensiero del Risorgimento, in
particolare i romanzi sono ambientati nel medioevo o nel Rinascimento; è in queste epoche che
gli italiani trovano le loro origini come nazioni. Inoltre, grazie a questi romanzi storici, potevano
velatamente parlare del dominio austriaco italiano,cioè parlare di patria senza essere censurati.
Memorialistica: Silvio Pellico con “Le mie prigioni”, Ippolito Nievo…
Hanno comune il fatto di ispirarsi ai valori politici del risorgimento (patria, popolo ecc.).
Letteratura rusticale o campagnola: riproduce l’ambiente contadino e della campagna, a volte
in modo idillico (contadini che vivono in armonia con la natura e moralmente non corrotti,
depositari di una morale genuina).
Caterina Percoto, che racconta invece le difficoltà dei contadini, sarà d'ispirazione per Verga.
Romanzi d’appendice: erano romanzi che uscivano appuntati suoi giornali (Dickens), in questo
modo gli scrittori raggiungevano un pubblico più vasto, quello della classe borghese. Anche
Verga li scriverà per un periodo.
Poesia: in poesia abbiamo quella generazione di poeti, poco conosciuta, definita “secondo
romanticismo”, tra cui Aleardi e Prati. Ha dei toni malinconici, patetici, sentimentali, non ha
nulla a che fare con il primo romanticismo.
Poesia dialettale: Gioacchino Belli; utilizzano il dialetto e mostrano interesse per il dialetto,
essendo questo il secolo del popolo
Teatro: Melodramma con Verdi.
Saggistica: opere storiografiche e politiche (Cattaneo, Mazzini, Garibaldi ecc.).

In Europa, soprattutto in Francia, diventa famoso il romanzo realista, soprattutto Balzac, che
scrive una serie di romanzi che vanno sotto il titolo di "Comédie humaine”, dove analizza la
società a lui contemporanea, in particolare le classi popolari.
Una cosa simile fa anche Dickens in Inghilterra, e nelle sue opere si occupa di eroi che
provengono dalle classi popolari, in particolari ragazzi e bambini (descrive il lavoro minorile e
della nuova classe degli operai).
In America invece abbiamo scrittori che accanto all’analisi della realtà introducono il mistero,
come Edgar Allan-poe.
In Francia nel 1857 esce Madame Bovary scritta da Gustave Flaubert, un romanzo
particolare in quanto il narratore sparisce completamente non facendo sentire il proprio giudizio.
Poesia in Europa. 1857: i fiori del male, Baudelaire, con lui nasce la poesia moderna.
NATURALISMO
-Quadro culturale: in Europa
Il pragmatismo e l’intraprendenza della borghesia trovarono la propria elaborazione ideologica
nel pensiero positivista. Teorizzazione per primo da Henri de Saint-Simon, e poi
sistematizzato da Auguste Comte, il Positivismo rilanciava quella fiducia nel progresso e
nella scienza che era stata già dell’Illuminismo, leggendo la storia dell’umanità come un
percorso di progressiva affermazione della ragione. Interesse primario è la realtà, con i suoi
fenomeni e le sue leggi, che l’intellettuale positivista si propone di conoscere e sistematizzare
alla luce del ragionamento e della sperimentazione. Comte propone una classificazione di tutte
le scienze, in base alla complessità; la più alta di tutte le scienze è la sociologia.
Nel 1859 il naturalista inglese Charles Darwin pubblicò l’origine della specie, in cui illustrava
la propria teoria dell’Evoluzionismo: secondo Darwin, in natura gli individui di una popolazione
sono in competizione tra loro per la sopravvivenza; in questo contesto, è la natura stessa a
operare una selezione, eliminando gli individui più deboli e garantendo la sopravvivenza a quelli
che si adattano meglio all’ambiente circostante, perchè dotati di particolari caratteri che
trasmetteranno ai propri discendenti. Negli anni precedenti, Herbert Spencer aveva elaborato
una propria riflessione sull’evoluzione della società umana; postulava un’analogia nei
comportamenti del singolo invidio e della società nel suo complesso; e come nella teoria
dell’evoluzione biologica si riteneva che la singola forma di vita tendesse ad evolversi in forme
più complesse, così Spencer riteneva che la società umana si fosse evoluta da forme più
“primitive” (società militaristiche) a forme più “elevate” (società industriale). L’iniziativa
dell’evoluzione spetta, secondo Spencer, all’individuo; lo Stato non deve intervenire in questo
processo, se non garantendo l’ordine e la stabilità sociale. Tali teorie sull’evoluzione sociale
furono complessivamente indicate con la definizione di Darwinismo sociale.
All’approccio positivista si ispirò anche l’attività del fisiologo Claude Bernard, considerato padre
della medicina sperimentale. Scoprì le funzioni di diversi organi interni; particolarmente
influente fu la sua teoria del milieu intérieur (“ambiente interno”), secondo cui ogni organismo
è influenzato dall’ambiente circostante, ma tende a raggiungere una situazione di equilibrio al
proprio interno, così da compensare gli variazione esterna. Bernard rigettava ogni
interpretazione filosofica o spirituale della natura.
Il francese Hippolyte Taine offrì la principale teorizzazione del movimento letterario del
Naturalismo, che si proponeva di indagare la psicologia dell’individuo e le dinamiche della
società tramite gli stessi metodi delle scienze naturali. Taine vedeva nelle azioni dell’uomo,
nell’espressione dei suoi sentimenti e nelle sue opere d’arte il frutto dell’influenza di tre ordini di
fattori: quelli naturali ed ereditari (la “razza”), quelli connessi al contesto sociale (l’”ambiente”),
quelli legati alle circostanze storiche contingenti (il “momento”); in una visione fortemente
deterministica (concezione filosofica secondo la quale tutti i fenomeni sono determinati
necessariamente da leggi precise, analoghe a quelle fisico-matematiche, secondo un criterio di
causa ed effetto):
Positivismo, Determinismo e Darwinismo sociale costituirono il punto di partenza anche per le
ricerche di Cesare Lombroso, che per primo propose uno studio scientifico della criminologia.
Secondo Lombroso, il criminale è tale per nascita: le condotte criminali non sono altro che il
frutto di anomalie fisiche. Anche il comportamento socialmente deviante era ricondotto a una
serie di fattori fisiologici; e questa naturale propensione al crimine poteva essere trattata
clinicamente.

-La Belle époque


Per gli intellettuali di metà Novecento, nonostante le diverse difficoltà del periodo, la fine
dell’Ottocento appariva come un periodo di prosperità, che dopo la fine della Guerra
franco-prussiana aveva conosciuto una fase di pace e stabilità. La rivoluzione scientifica
aveva diffuso la fiducia nell’inarrestabilità del progresso; città come Londra e Parigi
apparivano come capitali in cui era possibile condurre una vita brillante; gli elettrodomestici
portava un comfort prima solo immaginabile; la diffusione di mezzi trasporto a lungo raggio
dava all’uomo del tempo la sensazione di poter superare ogni confine naturale. Per questa
epoca si diffuse la definizione di Belle époque.

-In Italia
Questione nata già secoli prima dell’unificazione italiana era quella della lingua. La disputa
sulla lingua assunse connotati nuovi quando si dovette determinare la lingua ufficiale del
Regno d’Italia, dato che nei vari Stati preunitari erano in uso diverse varietà di italiano
regionale.
Nel 1868 Alessandro Manzoni indirizzò al ministro dell’Istruzione una relazione intitolata
Dell'unità della lingua, dove caldeggiava l’adozione su scala nazione dell’italiano regionale
toscano; tale unificazione sarebbe stata veicolata mediante la scuola, in cui i sarebbero dovuti
assumere principalmente maestri toscani, con viaggi d’istruzione in Toscana e con l’adozione di
un vocabolario ufficiale della lingua fiorentina (pubblicato tra il 1870-97 con il titolo di Novo
vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze, nato da un progetto di Broglio e
Giorgini).
Contro la posizione di Manzoni si espresse il linguista e glottologo Graziadio Isaia Ascoli:
proponeva di incentivare l’ innalzamento culturale medio della popolazione del regno, perché
ciò avrebbe portato alla nascita e alla diffusione spontanea di un italiano comune.
L’unità nazionale comportava un allargamento degli orizzonti anche per i protagonisti delle
industrie culturali. Gli editori di giornali e periodici cominciarono a contare su un mercato che si
era ormai fatto nazionale; l’abolizione dei dazi e delle barriere doganali eliminò un ostacolo alla
circolazione dei prodotti culturali; e la cessazione della censura, soprattutto di natura politica,
aprì nuovi spazi alla produzione giornalistica e saggistica. Gli sforzi fatti dalle politiche per
abbattere l’analfabetismo, con lentezza, cominciarono a espandere il mercato dei potenziali
lettori; l’estensione dell’obbligatorietà scolastica sollecitò la produzione di sussidi didattici, libri di
lettura, grammatiche e vocabolari.

-Il romanzo europeo del secondo Ottocento


Nella prima metà dell’ottocento la Francia inaugura il genere del romanzo realista
introspettivo con opere come Il rosso e il nero di Stendhal e il grande ciclo della Commedia
umana di Balzac. Questi romanzi riportano a vicende tratte dalla realtà contemporanea, con
protagonisti personaggi di varia estrazione sociale. In essi la presenza dell’autore è molto
forte, perché interviene continuamente per esprimere considerazioni di ordine morale o
letterario. Tale forma precoce di realismo conosce un ulteriore sviluppo a metà circa del secolo.
Nel 1857 lo scrittore Champfleury pubblica un saggio dal titolo Le réalisme, nel quale
promuove l’idea che il romanzo debba raccontare la realtà quotidiana in modo il più possibile
oggettivo, senza che l’autore intervenga per presentare il suo punto di vista. Si va
sviluppando un vero e proprio movimento realista, che, sotto l’influenza della filosofia positivista
e del Darwinismo, si evolverà poi, a partire dagli anni 70, nel naturalismo. Frutto di queste
nuove tendenze è un romanzo destinato a un grandissimo successo: Madame Bovary,
pubblicato da Gustave Flaubert nel 1857.
Nato a Rouen da famiglia benestante, Gustave Flaubert (1821-1880) conduce una vita quasi
priva di eventi. A causa di crisi nervose e attacchi epilettici, a 22 anni si ritira in una villa sulla
Senna, nel piccolo villaggio di Croisset. Da qui si allontanerà solo per brevi viaggi in Italia,
Turchia e Grecia. Per il resto, si dedica alla stesura delle sue opere: i tre romanzi Madame
Bovary, Salammbo, L’educazione sentimentale; il poema in prosa La tentazione di Sant’Antonio;
la raccolta di tre novelle Tre racconti: infine il romanzo satirico Bouvard e Pécuchet.
Per riprodurre la realtà nel modo più il più oggettivo possibile adotta i suoi romanzi la tecnica
dell'impersonalità. Raggiunge un adeguato livello di realismo descrivendo ogni dettaglio
d’ambiente con la precisione delle scienze esatte, senza imporre mai il proprio punto di vista. A
livello psicologico l’autore francese analizza scelte e comportamenti dei propri personaggi con
la precisione clinica di un medico, senza esprimere nei loro confronti sentimenti di simpatia o
antipatia, formulare alcun giudizio di tipo morale.
Madame Bovary ha come protagonista Emma, figlia di un proprietario terriero, cresciuta
vagheggiando una vita emozionante, fatta di mondanità, feste da ballo, passioni, e modellata su
quella delle protagoniste del suo romanzi preferiti. Emma continua a coltivare queste ispirazioni
anche quando sposa il medico di provincia Charles Bovary. Il marito si rivela una persona
mediocre, mentre la vita con lui risulta piatta e l’ambiente piccolo borghese del villaggio di
Tostes, angusto e soffocante. Emma è sempre più irrequieta, ma Charles interpreta il suo stato
d’animo come un disturbo nervoso e ritiene di porvi rimedio facendole cambiare ambiente: in
due si trasferiscono nel piccolo borgo di Yonville. Qui, Emma crede per un attimo di aver
trovato l’amore romantico nella relazione adulterina con Rodolphe; quando poi questi lascia,
stanco delle sue eccessive pretese, lei si getta fra le braccia del giovane notaio Leon, finché
anche lui non l’abbandona. Infine, pressata dall’usuraio che le ha prestato i soldi per comprare
abiti lussuosi, Emma si avvelena, mentre Charles muore di dolore, non senza aver perdonato la
moglie. La loro figlia diventerà operaia alla filanda.
NATURALISMO E VERISMO
Naturalismo e Verismo si collegano al concetto di realismo, che ha le sue radici nell’antichità,
quando Aristotele parlava di mimesi.
Due antecedenti di realismo: Balzac e la lettera sul romanticismo a Cesare d’Azeglio di
Manzoni.
Si inseriscono nel quadro del pensiero Positivista: 1. Fiducia nella scienza e nel progresso
(senza limiti); 2. Vuole applicare il metodo delle scienze “positive” alla conoscenza della società
e dell’uomo. matematica, fisica, scienze naturali…: studio dei rapporti di causa-effetto dei
fenomeni e formulazione e di leggi (metodo sperimentale). Con Comte e Taine.
1857: Flaubert pubblica Madame Bovary, incontra la caratteristica dell’impersonalità dell’autore.
L’atteggiamento di Madame Bovary è detto bovarismo.
Tecnica dell'impersonalità: descrive dettagliatamente come narratore onnisciente, ma la
critica fatta passa attraverso la storia e i personaggi, senza un giudizio diretto dell’autore, è
completamente invisibile.
Flaubert getta le basi del genere:
● Criterio dell’impersonalità e dell’oggettività, senza il giudizio dell’autore: sono le cose a
parlare;
● Romanzo di analisi psicologica anziché di avventura;
● Scrupolosa osservazione della realtà contemporanea;
● Critica sociale condotta in forma indiretta.

Il Naturalismo nasce in Francia.


Nasce nel 1865 con Jules e Edmond Goncourt pubblicano Germinie Lacerteux (prefazione:
“il pubblico ama i romanzi falsi: questo è un romanzo vero”, che, in uno studio scientifico, clinico
della realtà, dà voce alle classi inferiori).
1867: Emile Zola pubblica Thérèse Raquin e si dichiara “Scrittore naturalista”.
1868-70: Emile Zola elabora il ciclo dei Rougon-Macquart (prefazione).
1877: Emile Zola pubblica L’assommoir.
Zola applica il metodo scientifico ai suoi romanzi. Obiettivo: studiare la società in tutte le sue
classi sociali ma in particolare le nuove che emergono (proletariato e borghesia). Altro obiettivo
è incidere attraverso questi studi della letteratura, modificando in meglio la società in
un’ottica di trasformazione in meglio della società.

La letteratura come scienza:


● Applicazione del metodo scientifico alla letteratura;
● lo scrittore deve comportarsi come uno scienziato alle prese con documenti umani:
osserva la realtà e raccoglie i dati; sulla base di questi fa esperimenti, cioè fa agire i
personaggi in una storia per mostrare i meccanismi che guidano le azioni umane
(concezione deterministica: date delle premesse, sono inevitabili certi risultati).
● l’artista deve limitarsi ad osservare e a riprodurre fedelmente la realtà (oggettività: il
narratore non commenta; impersonalità: il romanzo sembra “essersi fatto da sé")
● in arte sono aboliti i concetti tradizionali di bello e di brutto: nella narrazione entrano
anche le classi più umili (operai, povertà)
● fine dell’opera d’arte è il miglioramento della società (fiducia nel progresso).
Nel 1880 Zola pubblica il saggio Il romanzo sperimentale, cioè il “manifesto” del Naturalismo.
Zola impone un modello ben definito:
● Cicli di romanzi familiari;
● “Attraversamento” della società nelle sue varie classi;
● tema dell’ereditarietà (determinismo);
● plurilinguismo e varietà stilistica (forma adeguata al soggetto).

In Italia: 1880-90 Verismo in Italia. Deriva dal Naturalismo francese: Luigi Capuana (siciliano)
recensisce entusiasticamente l’Assommoir di Zola. In mancanza di un manifesto, si è soliti far
iniziare ufficialmente il Verismo con la prefazione dei Malavoglia di Giovanni Verga (1881).
Verismo: riprende i concetti e le tecniche del Naturalismo francese, ma con alcune differenze
● Ha carattere regionalistico: Veristi italiani compongono romanzi sulla realtà regionale
che conoscono perché ci vivono. Es. Verga (di Catania) ambienta le sue opere in Sicilia
e analizza la realtà sociale della sua regione (ambiente contadino). Autori: Capuano,
Serao, De Roberto…

Naturalismo e Verismo a confronto


Sono entrambe poetiche del realismo, accomunate dai seguenti elementi: oggettività e
impersonalità, osservazione critica della società, attenzione alla società contemporanea.
Analizziamo ora le differenze:

Naturalismo Verismo

1. La letteratura può modificare e 1. La letteratura non può modificare e


migliorare la società (progresso) migliorare la società

2. Attenzione alla società capitalistica e 2. Attenzione per una società meridionale più
industrializzata (realtà urbana) arretrata (realtà contadina)

3. Meccanismi sociali determinati da 3. Meccanismi sociali nel meridione sono


leggi scientifiche (che cambiano nel sempre gli stessi e sono destinati a non
tempo) essere modificati

4. Tecnica dell’impersonalità (distacco 4. Tecniche particolari dell’impersonalità


del narratore) (impersonalità, regressione, linguaggio
popolare, erlebte Rede = discorso indiretto
libero)
GIOVANNI VERGA
Giovanni Verga nasce a Catania il 2 settembre 1840. La sua famiglia, appartenente alla
piccola nobiltà agraria, è di orientamento antiborbonico e liberale. A undici anni viene
mandato a studiare presso la scuola privata di Antonio Abate, letterato e patriota coinvolto nei
moti del 1848. Verga cresce imbevuto di cultura romantica e patriottica; legge le Ultime
lettere di Jacopo Ortis, I promessi sposi e sogna una partecipazione attiva per l’indipendenza. A
diciassette anni porta a compimento il suo primo romanzo, Amore e patria, ispirato alla Guerra
d’indipendenza americana. Il testo, considerato troppo acerbo, rimane inedito.
Nel 1858 si iscrive alla facoltà di Legge all’Università di Catania: dopo tre anni, con il consenso
della famiglia, abbandona gli studi per dedicarsi all’attività letteraria; pubblica a proprie spese il
romanzo storico I carbonari della montagna. Nel 1860 si arruola nella Guardia nazionale
catanese, istituita dopo lo sbarco di Garibaldi in Sicilia, che aveva la funzione di sostenere il
nuovo regime unitario. Nel 1863 pubblica il romanzo storico Sulle lagune. Tali prime prove
narrative si rivelano ingenue e convenzionali: modulate sugli scritti di uno dei più importanti
maestri del romanzo d’appendice, Eugène Sue, tradiscono la volontà di realizzare un successo
immediato di pubblico.

Nel 1865 Verga capisce che l’ambiente isolano non gli basta più e così comincia a frequentare
la città di Firenze, allora capitale d’Italia, in cui si stabilisce nel 1869. Il distacco della famiglia è
accompagnato da un forte senso di colpa, che affiora nella fitta corrispondenza con i familiari.
Tuttavia, il rimorso per avere violati gli affetti cari sono attenuati dal desiderio di affrancarsi
dall’orizzonte di vita della provincia catanese. Celato dietro questo bisogno di affermazione
sociale e professionale, c’è la volontà di riscattare i sacrifici imposti alla famiglia e di superare il
senso della propria inadeguatezza di provinciale.
A Firenze viene presentato dall’influente letterato Francesco Dall'Ongaro e qui incontra
scrittori famosi (Prati, Aleardi), attori e politici (Bakunin). Conosce Luigi Capuana e s’immerge
nella vita culturale della capitale. Nel 1866 pubblica il romanzo Una peccatrice e cinque anni
dopo si afferma sulla scena letteraria con Storia di una capinera; in questi nuovi romanzi i
protagonisti sono donne travolte dalla passione, la cui psicologia viene indagata da una scrittura
ancora attenta ai gusti del pubblico.

Nel 1872 Verga si trasferisce, questa volta a Milano. Qui, dove risiederà per circa un ventennio,
è Salvatore Farina ad introdurlo negli ambienti letterari: frequenta i salotti della contessa
Maffei e della marchesa Crivelli, conosce gli scapigliati Arrigo Boito ed Emilio Praga. Al Caffè
Cova incontra Federico De Roberto e Giuseppe Giacosa. Sulla vita dei salotti borghesi sono
incentrati i romanzi Eva, del 1873, Eros e Tigre reale, entrambi del 1875, che riscuotono
discreto successo. Nel 1874 Verga aveva appena pubblicato la novella Nedda, che è la storia
di un’umile raccoglitrice di olive: lo scrittore sta cominciando a focalizzare la sua attenzione sul
mondo popolare siciliano.
Nella seconda metà degli anni Settanta Verga inaugura una nuova stagione della sua
produzione: dietro la spinta della pubblicazione del romanzo L’ammazzatoio di Zola si apre alle
sollecitazioni dei grandi narratori del Naturalismo francese. Nel 1875 comunica a Emilio Treves,
suo nuovo editore, l’inizio della stesura di un bozzetto marinaresco ambientato in Sicilia,
Padron ‘Ntoni, primo abbozzo di quello che poi sarà il romanzo edito con il titolo I Malavoglia.
Nel 1878 pubblica il racconto verista Rosso Malpelo (poi confluito nella raccolta di novelle Vita
dei campi) e annuncia il progetto di scrivere un ciclo di romanzi ispirati alla teoria darwiniana e
ai romanzi di Zola, con il titolo provvisorio La Marea (poi sostituito da I Vinti) e che comprende
Padron ‘Ntoni, Mastro-don Gesualdo, La duchessa della Gargantas (poi cambiato in La
duchessa di Leyra), L’onorevole Scipioni e L’uomo di lusso. A partire dal 1880, con la
pubblicazione della raccolta di novelle Vita dei campi e successivamente delle Novelle
rusticane (1883) la nuova poetica verista di Verga trova piena espressione.
Il romanzo I Malavoglia (1881) e viene accolto freddamente dalla critica, perciò, nel frattempo,
lo scrittore continua a scrivere testi più vicini alla precedente produzione di stampo borghese,
come il romanzo Il marito di Elena (1882), le novelle Per le vie (1883) e Drammi intimi
(1884), di ambientazione milanese. Convinto del valore delle sue opere veriste, Verga comincia
a viaggiare all’estero per promuoverle a livello internazionale.
Il 1884 è l’anno dell’esordio teatrale con Cavalleria rusticana con l’attrice Eleonora Duse.
Nel 1889 pubblica in volume, riscontrando un discreto successo, il romanzo Mastro-don
Gesualdo, e incontra la contessa torinese Dina Castellazzi di Sordevolo, con la quale inizia
una relazione che durerà tutta la vita.

Nel 1893 decide di rientrare nella terra delle sue origini, dove rimarrà, fatta eccezione per alcuni
viaggi, fino alla morte. In Sicilia riprende a lavorare alla Duchessa di Leyra, di cui sarà
pubblicato un solo capitolo, postumo; in questi anni la sua attività è rivolta soprattutto al teatro
con La Lupa e il dramma Dal tuo al mio. Da questi testi emerge un nuovo atteggiamento di
Verga, una forma di sfiducia nei confronti del genere umano, mosso principalmente da
egoismo. La sua è una reazione ai mutamenti del nuovo secolo, ai quali oppone un
atteggiamento disincantato, chiuso alle novità culturali e sociali.
Nel 1903 il filosofo Benedetto Croce dedica a Verga un saggio che riaccende l’interesse della
critica per la sua opera. Nel 1920 viene nominato senatore a vita. Nello stesso anno, in
occasione dei suoi 80 anni, assiste al Teatro Massimo di Catania ai festeggiamenti in suo onore
e al discorso ufficiale tenuto da Luigi Pirandello. Colpito da paralisi cerebrale muore a Catania il
27 gennaio 1922.
Fase romantica: -I carbonari della montagna;
- Sulle lagune;
- Una peccatrice;
- Storia di una capinera.
Preponderanza della tematica storico-patriottica e/o di quella amorosa;
Impostazione degli intrecci tipica del romanzo d’appendice;
Ricerca del patetismo.

Fase scapigliata: -Eva


- Tigre reale
- Eros
Influenza di alcuni autori francesi (Dumas figlio);
Insistenza sulla condizione di crisi dell’artista nel mondo moderno;
Esasperazione della psicologia e semplificazione degli intrecci;
Forte spirito antiborghese di ascendenza scapigliata;
Contrasto tra realtà moderna (cittadina, industriale, in cui dominano gli interessi materiali) e il
mondo premoderno della campagna, ancora autentico.

1874: Nedda
Novità pre-veristiche:
● Bozzetto siciliano;
● personaggi umili;
● attenzione per le dinamiche sociali;
● Pessimismo fatalista;
● occasionale ricorso all’impersonalità;
● Presenza di espressioni siciliane;
● rapide incursioni nel registro popolare.
Residui tardo-romantici:
● Novella patetica;
● personaggi stilizzati;
● preponderanza del tema sentimentale;
● catarsi sentimentale;
● Presenza del narratore onnisciente;
● uso del corsivo per isolarlo;
● tono generale sostenuto e colto.

1877: nasce il Verismo


● Esce l’Assommoir di Zola e Luigi Capuana ne fa una recensione, prendendolo come
modello per una nuova letteratura.
● Capuana si trasferisce a Milano ed insieme ad altri (tra cui Verga) forma un gruppo che
vuole dare vita al romanzo moderno.
● viene diffusa l’inchiesta in Sicilia di Franchetti e Sonnino, facendo scoppiare la
“questione meridionale”.
● Poetica verista:
● Positivistica (la verità è oggettiva e scientifica-scrittore scienziato che applica
l’analisi e il metodo scientifico alla realtà-no soggettività);
● Materialistica (il comportamento umano è assimilabile a quello di tutti gli altri
animali-lotta per la sopravvivenza, bisogni materiali, egoismo individuale, spinta degli
istinti);
● Deterministica (nega la libertà del soggetto, sempre determinato dall’ambiente in cui
vive, dalle leggi economiche e dal condizionamento ereditario).

Funzione della letteratura diversa da quella del naturalismo, ed è caratterizzata da


pessimismo e fatalismo.
Sfiducia nella scienza e critica al progresso. Il progresso non è orientato al bene del singolo,
ma è una forza cieca che travolge i più indifesi (attenzione per i vinti).
La letteratura ha il suo valore nella capacità di fotografare la realtà così com’è; ha una
funzione di testimonianza e denuncia implicita, per comprendere, ma le leggi che governano
i rapporti sociali, economici e personali sono immutabili e non si possono fornire soluzioni o
consolazioni. L’unico che può cambiare questa condizione « immutabile » è lo Stato italiano. Il
verismo, però, non ha ambizioni politiche.

1875: il “bozzetto marinaresco” Padron ‘Ntoni annuncia I Malavoglia


1876: Primavera e altri racconti continua l’oscillazione fra Verismo e retaggi romantici
1880: Verga raccoglie le novelle scritte dal ‘77 all’80 e che sono pienamente veriste.
Tecniche narrative di Verga:
● Impersonalità o “eclissi dell’autore”: il narratore non commenta, né dà giudizi, i fatti
parlano da sé.
● Regressione e straniamento: il narratore è un narratore in terza persona che fa proprio
il punto di vista e la mentalità dei personaggi e del loro ambiente, che non sono quelli di
Verga (cioè “regredisce” al livello sociale e culturale dei personaggi). Il divario che si
produce fra il punto di vista esplicito del narratore e il punto di vista implicito dell’autore e
che produce straniamento nel lettore; perché le sue affermazioni (del narratore) non
sono quelle dell’autore. Lo straniamento consiste nel presentare un fenomeno normale
come invece è anormale, o viceversa. Tutto ciò ha come scopo la riflessione.
● Ricalca il linguaggio popolare (proverbi, modi di dire, espressioni tipiche della lingua
parlata, anacoluti, coordinazione, lessico semplice). Uso del discorso indiretto libero:
si riportano le parole dette dai personaggi ma senza introdurle con un verbo come
“disse”, “rispose”.
-Rosso Malpelo
L’impianto del testo è prevalentemente descrittivo e ha come obiettivo principale quello di
presentare il protagonista e il contesto sociale e storico. L’ossatura dell’intreccio si compone di:
1. La morte del padre mastro Misciu;
2. il ritrovamento del cadavere del padre;
3. la morte dell'asino “grigio”;
4. la morte del Ranocchio;
5. la morte di Malpelo.

I singoli episodi sono riferiti in modo dettagliato mediante il passato remoto, benché nella
novella l’uso dell’imperfetto prevalga, a delineare una situazione reiterata. Il focus della
narrazione, infatti, è incentrato sulla ricostruzione di una condizione esistenziale che si ripete
nel tempo.
In Rosso Malpelo l’autore regredisce fino a scomparire dietro il punto di vista della comunità dei
minatori. La voce narrante che si crea è ostile al protagonista, come si percepisce dagli
epiteti e dalle similitudini, tratte dal mondo animale.
Il periodo è strutturato sulla tecnica del discorso indiretto libero: riporta un pensiero soggettivo
senza però che il soggetto sia indicato, né che siano presenti formule introduttive come “si
diceva che…”. Il discorso indiretto libero viene qui utilizzato per introdurre in modo assertivo un
binomio (capelli rossi-cattiveria) basato su un rapporto di causa-effetto alogico (“aveva i capelli
rossi perché era…cattivo). Il capovolgimento dei nessi causali si ripete in tutta la novella: il
narratore, per esempio, attribuisce alla freddezza di un bambino la responsabilità della
mancanza di affetto della madre nei suoi confronti.
Il punto di vista del narratore rispecchia la mentalità arretrata e incolta della comunità dei
minatori, mentalità che fuoriesce da ogni buonsenso e crea un effetto di straniamento nel
lettore, che non si riconosce nelle sue logiche. Le affermazioni della voce narrante hanno in
questo senso una funzione antifrastica, perché inducono il lettore a cogliere e a pensare il
contrario di quanto viene affermato. Questo procedimento antifrastico provoca un vero e proprio
senso di straniamento nel lettore e ha l’obiettivo di far riflettere.

Malpelo è portavoce delle dinamiche sociali in cui vive. A differenza del padre, che subisce le
peggiori angherie senza ribellarsi, egli capisce che la realtà è dominata da una logica di
violenza e di sopraffazione dei forti sui deboli e che questi ultimi per sopravvivere sono costretti
a subire. Egli stesso, proprio perché ne è vittima. Contribuisce per orgoglio ad alimentare la
legge del darwinismo sociale prendendosela con i più deboli in modo sadico e crudele.
L'accanimento di Malpelo contro i deboli ha una valenza duplice e per questo ambigua: oltre a
essere dettata da un impulso di ribellione e di orgoglio, è allo stesso tempo legata alla
coscienza del male e ad un cupo pessimismo, che intravede nella morte l’unica uscita possibile.
Questo pessimismo porta il protagonista ad adattarsi alle logiche sociali ingiuste, fino ad
accentuarle anche a proprio svantaggio.
IL CICLO DEI VINTI
I Malavoglia è il primo romanzo di una collana di cinque romanzi, il primo titolo del ciclo era
Marea.
● I Malavoglia (1881)
● Mastro-don Gesualdo (1889);
● La duchessa di Leyra (1893-);
● L’onorevole scipioni;
● L’uomo di lusso.
Di questo ciclo ne parla nella lettera a Salvatore Paola Verdura e nella prefazione dei
Malavoglia. Il ciclo dei vinti doveva contenere un’analisi di come le varie classi sociali, dalle più
basse alle più alte, affrontano l’onda immensa che è la lotta per la vita; ogni classe con una
spinta differente, a partire dalla mera sopravvivenza dei Malavoglia all’avidità di scienza
dell’Uomo di lusso (artista, sintesi di tutti i modi in cui si affrontano questi problemi). In
quest’onda immensa, però, inevitabilmente vengono lasciati sulla spiaggia dei residui, che
rappresentano gli sconfitti, coloro che sono travolti dalla marea, e sono i cosiddetti Vinti. L’idea
dei Vinti attraversa tutte le classi sociali. Rimangono indietro soprattutto quando riescono ad
uscire dalla loro situazione, cioè quando tentano di salire nella scala sociale.

Titolo del romanzo Ambiente sociale Movente dell’azione


rappresentato

I Malavoglia villaggio di pescatori ”lotta pei bisogni materiali”

Mastro-don Gesualdo aristocratici decaduti e ”avidità di ricchezze”


borghesi in ascesa in una
città di provincia

La duchessa di Leyra (scritti nobili ”vanità aristocratica”


solo primi capitoli)

L’Onorevole Scipioni (mai politici ”ambizione”


realizzato)

L’uomo di lusso (mai artisti e intellettuali autocoscienza di tutti gli istinti


realizzato) che muovono il mondo
sociale
I Malavoglia
Dopo il successo di Nedda Verga comunica all’editore Treves di voler scrivere un nuovo
bozzetto, dal titolo Padron ‘Ntoni. Successivamente, comunica a Capuana di voler trasformare
il primo bozzetto in un romanzo intitolato I Malavoglia. Vi lavora dal 1878 al 1880; il romanzo
viene pubblicato nel 1881. Composto da quindici capitoli, racconta le vicende della famiglia
Toscano (il cui soprannome è per contrasto « Malavoglia) tra il 1863 e il 1877/78.

Trama:
● La storia della
famiglia;
● la rovina della
famiglia;
● il destino di ‘Ntoni.

-Spazio: Aci Trezza vs città


(Trieste, Napoli, Catania) e ignoto (oltre il mare).
-Tempo: dal 1863 al 1877-78 (tempo del racconto) vs ritmi stagionali (tempo ciclico)
-Personaggi: i Malavoglia guidati da Padron ‘Ntoni che incarna i valori arcaici e familiari. Il
giovane ‘Ntoni e Lia, gli abitanti del paese che condividono la logica del profitto e del desiderio
di “stare meglio”.
-Tecniche narrative: narratore anonimo popolare, che è indipendente dall’autore ed è solidale
con il paese; discorso indiretto libero, riprende l’ottica dei personaggi, produce un’immediatezza
espressiva.
-Lingua e stile: dialettismo (strutture italiane che ricordano il dialetto), proverbi (lingua eterna
della collettività), rielaborazione letteraria (rifiuto della mimesi del parlato).

I temi chiave (e le fonti):


● Problematiche storiche e sociali: la narrazione si snoda attorno a due fatti principali: il
debito contratto da padron ‘Ntoni e la condotta del nipote ‘Ntoni: entrambi sono legati
alle problematiche sociali e storiche correlate con la “questione meridionale”.
● Focus sulle tradizioni: l’autore inserisce nell’opera dati e informazioni precise, di
carattere sociologico, etnologico e antropologico. Nel romanzo si trovano proverbi,
tradizioni popolari, usi religiosi, cerimonie, pratiche caratteristiche.
● Focus sulle strutture economico-sociali: l’autore inserisce inoltre una serie di notizie
riguardanti il tessuto economico e sociale dell’isola: ne fanno parte la questione delle
tasse, la corruzione delle amministrazioni, il parassitismo diffuso, l'usura, il
contrabbando.
● Ricostruzione a ritroso: Verga fa riferimenti a documenti e ricordi della sua terra,
avviando un lavoro di “ricostruzione intellettuale”. Elabora le informazioni quando è
lontano dalla sua terra, ma riesce comunque a non lasciarsi condizionare dal richiamo
nostalgico e a restituire al lettore un documento sociale.

Personaggi
Nei Malavoglia i personaggi compaiono senza nessuna presentazione e presentano dei
sistemi di polarità:
● Famiglia Toscano vs compaesani: i Toscani impersonano l’onestà e i valori morali,
mentre i compaesani l’ideologia materialistica e l’interesse personale.
● ’Ntoni e Lia vs altri familiari: ‘Ntoni e Lia rappresentano il guadagno facile e la
degradazione morale; gli altri familiare ancora onestà e valori morali:
Vi sono anche degli antagonisti:
● Natura (tempesta);
● Paese;
● ”Storia”.

Aspetti narratologici
● Autore invisibile: la voce narrante proviene dalla scena popolare, è la voce corale
dell’intera comunità. I personaggi che raccontano sono diversi, ma condividono la
medesima realtà linguistica, sociale e ideologica.
● Il primato dello sfondo: la narrazione dei fatti essenziali viene oscurata dal
chiacchiericcio e dai pettegolezzi. La drammaticità delle vicende risulta dissimulata
dietro eventi secondari. Il mondo popolare è in primo piano.
● Personaggi parlano con le azioni: i personaggi non vengono descritti, ma ne vengono
raccontate le azioni. L’autore fotografa, il lettore osserva. Comprende le caratteristiche
dei personaggi.
● Il linguaggio del popolo: il popolo racconta, coralmente: il linguaggio deve essere il
suo. Per farlo, Verga parte dalla lingua italiana e la arricchisce di elementi tratti dalla
cultura orale regionale della Sicilia.

Ideologia di Verga
Nei Malavoglia Verga rappresenta la società del progresso adottando l’ottica dei vinti, ossia
di colore che, nella lotta per il benessere, restano “indietro” e subiscono gli eventi senza poterli
controllare. Le ragioni della rovina dei protagonisti derivano da spinte sociali (desiderio di
ascesa, con la decisione di commercializzare i lupi), da accadimenti naturali (la tempesta che
distrugge la barca), da contingenze storiche (l’impegno militare che allontana ‘Ntoni e uccide
Luca).
DECADENTISMO
DEFINIZIONE
Tendenza culturale, gusto, sensibilità che si diffonde in Francia, in contemporanea con il
Positivismo (anni ‘80 dell’Ottocento).

Il nome deriva da un verso della poesia “Languore” (1883) del francese Paul Verlaine.
“Décadent” si riferisce allo stato d’animo del poeta, che si paragona all’impero romano in
decadenza (dopo secoli di splendore).
”Decadente” è uno stato d’animo di crisi, di sensibilità morbosa, di presentimento della fine, di
stanchezza.
Il termine venne usato per la prima volta in senso dispregiativo per definire dei nuovi poeti che
rifiutavano la mentalità, l’arte e anche la vita borghese. I poeti vivono una vita di protesta, la
loro arte viene a coincidere con la loro vita. Il poeta perde la sua funzione sacrale in una società
dedita solo al guadagno. Successivamente i poeti fecero propria questa definizione e se ne
vantarono.

PERIODIZZAZIONE
Le manifestazioni letterarie del Decadentismo sono contemporanee al Naturalismo e al Verismo
(anni ‘70/‘80 dell’800).
Il Decadentismo diventerà dominante, si diffonderà in tutta Europa e influenzerà la cultura degli
anni ‘80 dell’800 fino ai primi decenni del 1900.
Darà vita a movimenti letterari diversi come:
● SIMBOLISMO
● ESTETISMO.

CARATTERISTICHE PRINCIPALI
● Rifiuto della società borghese, delle sue convenzioni e dei suoi valori (la logica del
profitto e del guadagno, in primo luogo).
● perdita della fiducia nella ragione, nella scienza e nel progresso.
● disinteresse verso la società e i problemi sociali e politici e ripiegamento verso
l’interiorità;
● eccezionalità, diversità dell’artista, sua distinzione e/o esclusione dalla società
contemporanea;
● Base filosofica del Decadentismo sono le filosofie “irrazionalistiche”
(antipositivistiche). Esse affermano che la ragione è insufficiente per conoscere la realtà
(conoscenza oggettiva), e si affidano ad altre forme di conoscenza come l’intuizione e
la sensazione (che sono soggettive, diverse da individuo a individuo).

RADICI FILOSOFICHE
Le filosofie irrazionalistiche da cui il Decadentismo è influenzato sono quelle espresse dai
cosiddetti “Maestri del sospetto (=dubbio)”. Essi sono definiti così perché instillano dubbi sulla
conoscenza della realtà così come ce la mostrano la ragione e la scienza. In questo modo
fanno cadere le certezze tradizionali. I pensatori del sospetto sono:
1. SIGMUND FREUD (austriaco): scopre l’inconscio dell’uomo, che può influenzare la
dimensione conscia (e razionale) dell’individuo. Fonda la psicoanalisi.
2. ALBERT EINSTEIN (tedesco): con la teoria della relatività mette in crisi la fisica
tradizionale (=studio della natura) e introduce la quarta dimensione dello
spazio-tempo, correlati tra loro.
3. HENRY BERGSON (francese) afferma i concetti di:
○ Soggettività del tempo: il tempo non è solo una successione di momenti uguali,
misurabili con l’orologio, ma c’è anche un tempo interiore, percepito in modo
soggettivo dell'individuo come insieme di istanti simultanei del presente, del
passato e del futuro.
○ Intuizionismo: l’intuizione è una forma di conoscenza profonda della realtà.
4. FRIEDRICH NIETZSCHE (tedesco):
○ La sua filosofia è definita nichilismo (dal latino nihil=nulla) perché nega
l’assolutezza dei valori borghesi, mettendo in crisi la verità e la moralità
tradizionale.
○ Nietzsche teorizza la figura di un superuomo, un uomo nuovo che segue una
moralità diversa, e, libero dai condizionamenti della morale borghese (quella
dell’uomo comune), si pone «al di là del bene e del male» (è a-morale). Egli ha
come scopo la realizzazione di sé, guidato dalla volontà di potenza (=desiderio
di agire per esprimere le proprie possibilità) e dallo spirito dionisiaco (=istinti,
spirito vitale; si contrappone nell’uomo allo spirito apollineo, che invece è misura
e equilibrio).
○ Questo concetto fu male interpretato e strumentalizzato dalla politica del ‘900
(Hitler, Mussolini).

CARATTERI E TEMI NELLA LETTERATURA


● CRITICA E RIFIUTO DEL MONDO BORGHESE E DEI SUOI VALORI: i decadenti
cercano una vita al di fuori dagli schemi, trasgressiva, sregolata, bohémien.
● RIFIUTO DEL POSITIVISMO. Perdita della fiducia nella razionalità e nel progresso. La
realtà viene rappresentata tramite L’INTUIZIONE, L’EMOZIONE, L’IRRAZIONALITà.
L’intuizione è personale e soggettiva (vs rappresentazione oggettiva del
Naturalismo-Verismo). Attenzione per L’INTERIORITà (SOGNO= finestra sull'interiorità
e sulla realtà profonda).
● IL POETA SI SENTE SOLO E DIVERSO DAL RESTO DEGLI UOMINI (v. Baudelaire,
L’albatros). RIFIUTO DELL’IMPEGNO POLITICO E SOCIALE DELL’ARTISTA, l’ARTE
diventa un valore assoluto (il più alto di tutti). Nasce il concetto di L’ARTE PER L’ARTE:
l’arte non deve avere un fine pedagogico, nè sociale, nè politico, ma va valutata in sé,
per la sua bellezza. Vi è l’ECCEZIONALITà DELL’ARTISTA, con le figure di ESTETA
(considera la bellezza valore supremo), SUPERUOMO (al di sopra degli altri, al di là del
bene e del male, rompe le gabbie morali della società conformista borghese,
D’ANNUNZIO), VEGGENTE (vede nel profondo, RIMBAUD, v. Voce sogni)
● MALATTIA (PSICHICA)-MORTE-DIVERSITà (come stato privilegiato, rispetto agli altri
uomini) (v. nascita della psichiatria e della psicanalisi). Isolamento, solitudine dell’uomo
contemporaneo (V. “Romanzo della crisi” nel ‘900; SVEVO, PIRANDELLO). Questo
concetto di contrappone a quello di VITALISMO, con il SUPERUOMO E LO SPIRITO
DIONISIACO (=ebbrezza, istinto) (NIETZSCHE). Vita senza freni per affermare sé
stessi, anche se contraria alla morale borghese (vedi superuomo). Ricerca del piacere,
EDONISMO (vedi esteta).
● ESOTISMO. Attrazione per ciò che è lontano da noi. Nel tempo con l’età della
decadenza dell’impero romano (VERLAINE). Nello spazio con l’interesse per paesi
lontani.

Figure ricorrenti nella letteratura:


● Poeta maledetto: si ribella al mondo borghese. Ha una vita sregolata: alcool, droghe,
che gli consentono di penetrare nella realtà più profonda. Esistono anche “poeti
maledetti” (Simbolisti), Oscar Wilde (Inghilterra).
● Esteta: Ricerca il piacere e la bellezza, disprezza l’uomo comune. D’Annunzio e
Huysmans (Francia).
● Superuomo: è eccezionale, è amorale, al di là della morale comune. D’Annunzio.
● Malato: Malinconico, guarda gli altri vivere. Poeti crepuscolari-Gozzano, Corazzini
(Italia).
● Donna ambigua e sensuale: è la femme fatale, seducente e pericolosa. Romanzi di
D’Annunzio.
● Inetto: è debole e incapace di prendersi le sue responsabilità. Pirandello e Svevo.
DECADENTISMO: IL SIMBOLISMO
Movimento letterario di un gruppo di poeti francesi che operarono negli anni ‘70-‘90 del 1800.
Fanno parte del Simbolismo i “poeti maledetti”: PAUL VERLAINE (1844-1896); ARTHUR
RIMBAUD (1854-1891).

Precursore del Simbolismo è considerato CHARLES BAUDELAIRE (1821-67, vive una


generazione prima dei poeti maledetti).
è il padre della poesia moderna. È l’iniziatore della “POESIA PURA”, cioè quella che rifiuta
temi e fini civili e morali, ma si fonda sulla MUSICALITà DELLE PAROLE E SUI SIMBOLI. La
sua opera principale è “Les fleurs du mal” (1857).
Secondo Baudelaire:
● La poesia ha lo scopo di cogliere le “CORRISPONDENZE” esistenti tra le cose sensibili
(colori, profumi, suoni) e giungere attraverso di esse nel cuore della realtà profonda
della natura, che si nasconde dietro le apparenze fisiche e materiali (v. Corrispondenze,
p.286, manifesto simbolismo). La poesia deve essere evocativa, non descrittiva. Evoca
emozioni, il lettore deve essere partecipe. La parola può assumere significato di per sé,
assume importanza anche il significante (più del significato), cioè il corpo fonico della
parola. Il rischio è l’incomunicabilità, cioè che quello che scrive il poeta non arrivi al
lettore o arrivi in modo diverso.
● il POETA è escluso dalla società contemporanea che non lo comprende e non lo
apprezza (v. L’albatros).
● Il sentimento prevalente del poeta è lo SPLEEN, una sensazione indefinita di
malinconia, insoddisfazione rispetto alla realtà quotidiana, tedio esistenziale, dovuta
alla sua sensibilità superiore.

Secondo i Simbolisti esistono DUE LIVELLI DELLA REALTà:


1. Apparenza, accessibile a tutti;
2. Realtà profonda, che non si coglie con la ragione, ed è accessibile solo al poeta.
I poeti simbolisti nelle loro poesie non descrivono gli “oggetti” della realtà fenomenica ma li
interpretano come segno, SIMBOLO di una realtà “altra”, più profonda (ad es. in Baudelaire,
albatros è simbolo del poeta), che è segreta, oscura, misteriosa, invisibile. Questa operazione
svolta dalla poesia “simbolista” si basa su una forma di conoscenza della realtà non legata alla
ragione, ma all’INTUIZIONE, ALL’IMMAGINAZIONE, alla PERCEZIONE dei sensi. Per questo il
procedimento più usato è quello dell’ANALOGIA, ovvero l’ accostamento di parole o immagini
senza apparenti legami logici tra loro. Inoltre per evocare sensazione è intuizioni, oltre alle
immagini-simbolo ricercano la MUSICALITà del verso.
Pertanto, stilisticamente, oltre alle FIGURE DI SUONO, le figure retoriche di significato più
usate dai Simbolisti sono: METAFORA, SINESTESIA, ANALOGIA.

PAUL VERLAINE
Come Baudelaire, vive una vita da artista, fuori dalle convenzioni borghesi, e ai margini. Ne
condivide l’inquietudine.
● Languore: da questa poesia deriva la denominazione di Decadentismo. Il poeta si sente
come l’impero romano alla fine della decadenza. Languore = spleen.
● Arte poetica: è una poesia-manifesto: la poesia simbolista deve essere musicale ed
evocativa, per suscitare emozioni e cogliere i molteplici significati nascosti nelle cose.

ARTHUR RIMBAUD:
Il poeta deve indagare l’ignoto e penetrare nel profondo delle cose, abbandonandosi come un
“battello ebbro” (titolo di una poesia” a un “ragionato (=voluto) disordine di tutti i sensi”, non
compreso e maledetto dagli uomini comuni. Il poeta diviene un “VEGGENTE” per l’umanità,
perché vede oltre l'apparenza delle cose.
● Vocali, p. 201: è un esempio di poesia simbolista, caratterizzata dall'analogia e dalla
sinestesia. Al suono delle vocali sono accostati i colori e le immagini che esse
ispirano al poeta, con la sinestesia e la metafora. Il lettore si lascia “trasportare” da
questi effetti fonici e fantastici.
DECADENTISMO: L’ESTETISMO
è l’altra grande corrente letteraria del Decadentismo, nata in Inghilterra attorno agli anni ‘70 e
poi diffusasi in Europa a fine ‘800.

-Concetti principali
● ARTE PER L’ARTE: l’arte non ha nessuna altra finalità (nè educativa, nè morale, nè
sociale) se non sè stessa. L’opera d’arte non deve essere utile, ma è un oggetto del tutto
inutile. Lo scopo dell’arte è il piacere del bello. Si afferma il culto della Bellezza come
valore assoluto, fine a sè stesso.
● ARTISTA: ricerca il bello nell’arte e nella vita, è un esteta. È una figura eccezionale,
che si distingue dalla società borghese e la massa, che disprezza e ritiene volgari. Vive
in modo raffinato e ricercato (ama la mondanità, oggetti rari e preziosi, ricerca piaceri
non comuni e sofisticati). L’artista fa della propria vita un’opera d’arte, ovvero
coincidenza tra arte e vita.

-INGHILTERRA
● WALTER PATER teorizza il concetto di “arte per l’arte”. Il bello diventa l’unica cosa
importante nella vita e la vita deve diventare un’opera d’arte, attingendo a tutte le
sensazioni più splendide e nuove.
● OSCAR WILDE, scrive “Il ritratto di Dorian Gray” (1891). Dorian Gray è un narcisista
esteta (in inglese dandy), che si dedica a tutte le sorti di piacere, fino all’autodistruzione.
Oscar Wilde, con le sue opere e il suo gilè di vita fuori dalla morale comune, fece spesso
scandalo.

-FRANCIA
● Romanzo « à rebours » (= a ritroso) (1884) di JORIS-KARL HUYSMANS. Il
protagonista Des Esseintes è un raffinato esteta, dedito alla ricerca del piacere e della
bellezza. Il narratore focalizza l’attenzione su un solo personaggio, ne assume il punto di
vista, ne segue i pensieri; la descrizione degli spazi è simbolica e rispecchia l’interiorità
del protagonista.

-ITALIA
● GABRIELE D’ANNUNZIO scrive il romanzo “Il piacere” (1889), in cui tra il raffinato
esteta Andrea Sperelli, immerso nel lusso e nei piaceri, al di là della morale comune.
D’Annunzio stesso fu un esteta, cercò di vivere una “vita inimitabile”, come se fosse
un’opera d’arte.
GABRIELE D’ANNUNZIO
D’Annunzio si fa originale interprete dell’estetismo; concepì la sua vita come un’opera d’arte:
per lo scrittore, ogni momento deve essere votato al criterio assoluto della bellezza. D’Annunzio
risultò quasi ossessionato dall’esibizione di sè: negli anni riuscì ad imporsi all’attenzione del
pubblico. Fu prioritario per l’autore trasporre nelle opere ogni impresa vissuta: così, in questo
intreccio indissolubile tra vita e letteratura, l’esperienza biografica divenne la prima fonte di
ispirazione di tutta la sua opera.

Gabriele D’Annunzio nasce a Pescara nel 1863. È dotato di una brillante intelligenza fin da
bambino, e il padre lo iscrive nel 1874 al Collegio Cicognini di Prato, dove rimane fino al
1881. Riceve un’educazione di ottimo livello, è una personalità irrequieta ma tenace e
ambiziosa. Scopre la propria vocazione poetica leggendo le Odi barbare di Carducci; questi
fluiscono nella raccolta di poesie Primo vere, con la quali esordisce nel 1879, a soli sedici anni,
incontrando subito un certo favore, anche grazie all’acuta intuizione di accompagnare la
pubblicazione con uno spregiudicato “lancio pubblicitario”: fa circolare la notizia della propria
morte a causa di una caduta da cavallo, attraendo l’opinione pubblica su di sé e sulla sua
opera.
Tornato a Pescara, stringe amicizia con un gruppo di musicisti, scultori e pittori abruzzesi legati
all’artista Francesco Paolo Michetti. L’ambiente abruzzese certamente influenza la sua prima
produzione. Si trasferisce a Roma; l’intenzione è frequentare la facoltà di Lettere, ma
abbandona presto. Alle aule preferisce i salotti mondani, le feste, le redazioni dei giornali; si
trasforma in un perfetto esempio di dandy. Roma sollecita il giovane provinciale al gusto del
bello e del superfluo ed è lo scenario nel quale comincia a teorizzare l’idea dell’intellettuale
esteta. Grazie all’editore Angelo Sommaruga pubblica la raccolta di versi Canto novo (1882),
le novelle di Terra vergine (1882) e la raccolta poetica Intermezzo di rime (1883), che dà
scandalo per i contenuti licenziosi. Parallelamente si dedica al giornalismo, in particolare dal
1883 sul quotidiano “La Tribuna”, rivelandosi una penna versatile e brillante. Si dedica a temi
di costume (l’etichetta, lo sport, la moda) e affina una sensibilità verso i gusti e le tendenze del
pubblico, che gli consentirà di proporsi costantemente come autore di successo.
Roma è teatro di celebri scandali che lo vedono coinvolto. Nel 1883 organizza una fuga
d’amore con la contessina Maria Hardouin di Gallese, che compromette la ragazza e rende
inevitabili le nozze: i due sono costretti a sposarsi. Il matrimonio rappresenta per D’Annunzio
un’occasione di ascesa sociale e di ulteriore notorietà. Dall’unione nasce, nel 1884, il primo
figlio, Mario, seguito da altri due, tuttavia il matrimonio, costellato di tradimenti da parte del
poeta, si conclude nel 1890 con una separazione. Altro scandalo è quello legato alla
pubblicazione della raccolta poetica Isaotta Guttadauro (1886). L’opera ispira al giornalista
Edoardo scarfoglio una dissacrante parodia intitolata Risaotto al pomidauro. D’Annunzio fida
pubblicamente Scarfoglio a duello, facendo scatenare la stampa.
Tra le relazioni extraconiugali la più intensa è quella con la donna nota con lo pseudonimo di
Barbara Leoni. Incontra la donna, allora sposata, la prima volta a Roma nel 1887 a un concerto
e con lei intreccia la più lunga e appassionata relazione amorosa della sua vita, che termina nel
1892. Esiste un rapporto diretta tra l’intensità della passione erotica per la donna e il fervore
creativo dell’autore: è Barbara Leoni a ispirare molte delle opere di questi anni, e su di lei sarà
tratteggiato il personaggio di Ippolita Sanzio nel Trionfo della morte.
Nel 1889 D’Annunzio dà alle stampe, presso l’editore Treves a Milano, Il piacere, composto a
partire dal luglio del 1888 a Francavilla al Mare in casa di Michetti. Il romanzo riscontra un
enorme successo di pubblico. D’Annunzio alterna produzione in versi e in prosa e continua la
collaborazione a molte riviste, tra cui “Cronaca bizantina”, che proponeva un seduttivo
rimando all’Oriente. La rivista ottiene in questi anni uno straordinario successo, a cui senz’altro
contribuisce la brillante prosa di D’Annunzio. Nonostante la fama e il successo, D’Annunzio vive
una condizione di costante necessità economica, a causa di uno stile di vita mondano e
dispendioso.

Nel 1891 accompagna l’amico Michetti a Napoli e vi si ferma fino al 1893, dove inizia una
relazione sentimentale con la principessa Maria Gravina. I due, dalla cui unione nasce la figlia
Renata, si legano mentre la principessa è ancora sposata e questo costa a D’Annunzio un
processo per adulterio. A Napoli frequenta un ambiente vivace, aperto alle correnti europee,
che lo influenza profondamente; ne consegue una fase di grande produttività, detta della
“bontà” per i contenuti intimistici delle opere: pubblica i romanzi Giovanni Episcopo e
L’innocente (1892) e l’opera in versi Poema paradisiaco (1893). Tra le amicizie spicca quella
con Matilde Serao, una delle prime donne giornaliste.
Lasciata Napoli, lo scrittore rientra in Abruzzo. Qui porta a compimento il trionfo della morte,
pubblicato nel 1894 e compone il romanzo Le vergini delle rocce (1895). Questi scritti
segnano una nuova fase della sua produzione; D’Annunzio ha scoperto la filosofia di
Nietzsche e a essa si ispira per delineare nuovi personaggi e una nuova idea di intellettuale:
l’individuo eccezionale che si afferma attraverso l’azione, l’energia eroica, la forza della sua
personalità. A questi anni risale il primo impegno politico di D’Annunzio, con l’intento di fare di
sé il più concreto esempio di intellettuale superuomo. Nel 1897 si presenta alle elezioni come
candidato alle forze di destra; al termine del mandato lo scrittore passerà clamorosamente tra
le file dell’estrema sinistra. Inizia così anche l’attività di oratore pubblico del poeta.
Compie anche una crociera in Grecia, che avrà profonde ripercussioni sulla sua produzione
letteraria, sollecitando il poeta alla composizione della tragedia La città morta (1898). Inizia
anche una relazione con l’attrice Eleonora Duse. Per lei compone, i drammi Francesca da
Rimini (1901) e La figlia di Iorio (1904).
Dopo un breve soggiorno a Parigi, si stabilisce nella campagna toscana, nella villa della
Capponcina; la residenza è vicina alla proprietà in cui si è nel frattempo stabilita la Duse. La
relazione con la donna suscita non pochi pettegolezzi: è l’atteggiamento del poeta, geloso del
successo della compagna e pronto ad approfittare della sua condizione economicamente
agiata, a destare non poco scalpore. Sono anni di vita sfarzosa ed eccentrica, che finiranno per
rovinare D’Annunzio, che culmina nel 1903 con la pubblicazione dei capolavori poetici Maia,
Elettra e Alcyone (le Laudi).

Nel 1907 muore Carducci: D’Annunzio gli dedica sulle pagine del “Corriere della Sera" la
canzone Per la tomba di Giosuè Carducci, nella quale si autoproclama suo erede. Intanto si
aggravano i problemi economici e la sua amata villa della Capponcina viene sequestrata e
messa all’asta. Nel 1910 il poeta si trasferisce a Parigi, dove si ferma fino al 1915, alternando i
soggiorni a Parigi e quelli ad Arcachon. Negli anni trascorsi in Francia sperimenta la maniera
delle cosiddette “faville”, prose per lo più brevi e di carattere autobiografico pubblicate sul
“Corriere della Sera” e si misura con nuove forme, come quella librettistica o cinematografica.
Nel maggio del 1915 D’Annunzio torna in Italia e inizia un’intensa campagna a favore
dell’intervento in guerra, pronunciando orazione e discorsi: si arruola come volontario e
sorvola, gettando volantini di propaganda, su Trieste, Trento e Vienna; compie incursioni
aeree e per mare (la cosiddetta “beffa di Buccari”); partecipa al bombardamento di Cattaro e
nel 1915 ai combattimenti sul monte San Michele. Nel 1916 subisce un grave trauma all’occhio
destro, che determinerà la perdita parziale della vista. In questo stato compone uno dei suoi libri
più coraggiosi e innovativi, il notturno, scrivendo su piccoli cartigli brevi prose che saranno poi
raccolte e ordinate dalla figlia Renata.
Il 12 settembre 1919 conquista la città di Fiume, che non era stata annessa all’Italia, e ne
assume il controllo. L’impresa di Fiume si conclude con il cosiddetto “Natale di sangue” del
1920 quando, per ordine di Giovanni Giolitti, capo del Governo italiano, la città viene
bombardata per mare. Dopo lo scrittore dell’impresa fiumana, lo scrittore si stabilisce sul lago di
Garda, a villa Cargnacco, che trasformerà nel Vittoriale degli Italiani. Riprende a scrivere,
senza abbandonare del tutto le velleità politiche: ogni iniziativa è però bloccata nell’ottobre del
1922 dalla marcia su Roma.
Il rapporto con Mussolini è ambiguo e complesso: lo scrittore viene gradualmente emarginato
dalla vita politica e sorvegliato dal regime. Tra i due sarà Mussolini che saprà interpretare il
ruolo dell’uomo forte eletto dal destino e incassare i più eclatanti risultati politici. Il fascismo in
quegli anni si avvale della celebrità di D’Annunzio a suo vantaggio, ma si preoccupa anche di
contenere l’esuberante personalità del poeta, che aveva continuato a manifestare liberamente il
suo pensiero. Il soggiorno al Vittoriale si trasforma per D’Annunzio in una sorta di prigione
dorata: il poeta celebra sé stesso, ripetendo i soliti atteggiamenti, provocando nuovi scandali,
ma di fatto restando ostaggio del personaggio che egli stesso ha creato. Nel 1935 si schiera a
favore della guerra d’Etiopia: è la sua ultima uscita pubblica. La morte per emorragia
cerebrale cogliere lo scrittore nel marzo del 1938, al suo tavolo di lavoro.

Abruzzo: punto di riferimento sia della vita che dell’opera di D’Annunzio; lì si interessa alla vita
della sua terra, di quell’ambiente rurale che racchiude forze vitali importanti, anche quando
parla del superuomo. La poesia Settembre esalta la transumanza dei pastori.
studi a Prato. Decennio 1881-91 a Roma: va per studiare Lettere ma in realtà Iole diventare
giornalista e inserirsi nella società romana. Sono anche gli anni in cui conosce la letteratura
europea moderna.
Vacanze in Versilia: sfondo delle Laudi

La poesia:
● Giovinezza: Primo vere, Canto Novo, la Vergine
L’intermzzo in rime, l’elegie romane, le laudi

Simbolismo: la parola poetica non è più una trasposizione mimetica della realtà; ma vuole
cogliere la seconda realtà che sta dietro alle cose.
CONCETTI LEGATI ALLA PRODUZIONE LETTERARIA DI D’ANNUNZIO (P.317-18)
ESTETISMO: Scrive il romanzo “Il piacere” (1889), in cui ritrae il raffinato artista Andrea
Sperelli, immerso nel lusso e nei piaceri, al di là della morale comune.
D’Annunzio stesso fu un poeta esteta, cercò di vivere una “vita inimitabile”, come se fosse
un’opera d’arte. Vive in modo raffinato e ricercato (ama la mondanità, oggetti rari e preziosi,
ricerca piaceri non comuni e sofisticati).

SUPEROMISMO (v. Filo):


Legge Nietzsche e fa propria la teoria del superuomo. La applica alla figura di sè come poeta
e dei personaggi che ritrae nei suoi romanzi.
● Il superuomo dannunziano è un essere superiore, speciale, potente ed eroico, tale da
non dover obbedire a principi morali come il bene e la giustizia.
● è cultore del bello.
● ha una visione politica aggressiva e nazionalista, che prevede una Patria destinata a
grandi conquiste grazie al dominio di una classe privilegiata (aristocratica) che si
pone al di sopra della massa e la guida (con questo atteggiamento D’Annunzio risponde,
in realtà, ai sogni proibiti e alle ambizioni della piccola borghesia italiana).
● Il superuomo è il concetto centrale dell’opera e della personalità di D’Annunzio.
Questa concezione si lega alla figura del poeta vate.
POETA VATE:
Il poeta D’Annunzio è una figura eccezionale, che si distingue dalla società borghese e dalla
massa. Disprezza e ritiene volgare la massa, vuole distaccarsi da essa, ma cerca
l’ammirazione, ponendosi come POETA-VATE. Il poeta vate si pone come guida per le
coscienze. D’Annunzio tenne molti discorsi alle folle per spingerle alla guerra.

PANISMO:
● È un concetto legato al superuomo e a Nietzsche. Il superuomo si fa guidare dallo
spirito vitale, lo spirito “dionisiaco”, che lo porta a fondersi con la natura e le sue
forze primordiali.
● Il rapporto uomo-natura è quindi molto stretto e arriva fino alla identificazione e alla
trasformazione dell’umano in vegetale (e viceversa), che conduce l’uomo a elevarsi al
di sopra della propria condizione e a cogliere il linguaggio misterioso delle cose
attraverso i sensi.
La pioggia nel pineto: il poeta si trova in compagnia di una donna indicata con il nome
mitologico di Ermione, in una pineta marittima battuta dalla pioggia estiva. Inoltrandosi nel fitto
del bosco, i due sono coinvolti in una sinfonia di suoni ed effetti acustici, fino a sentirsi parte viva
della natura che li circonda. In questa poesia D’Annunzio esprime l’ideale del panismo, la
completa fusione tra l’uomo e la natura. “Pan” è il dio greco dei boschi e, nelle lingua greca, il
nome ha anche il significato di “tutto”.
● Il linguaggio di D’Annuncio è evocativo, privilegia l'analogia e ricerca la musicalità
delle parole (considerata fondamentale, oltre il loro significato). FETICISMO DELLA
PAROLA.
-La poetica di D’Annunzio (pp.316-18)
Egli concepisce la propria vita come un’opera d’arte, all’insegna del “vivere inimitabile”, cioè
ispirato in ogni momento, gesto e azione al criterio della bellezza. La vita reale diventa una
fonte inesauribile di ispirazione per la propria opera: viaggi, incontri, relazioni amorose, tutto
costituisce per D’Annunzio materiale da riutilizzare. Lo scrittore appare quasi ossessionato dal
desiderio di riversare la propria esperienza nella scrittura.
Complementare a questa continua ricerca della bellezza è la costruzione della propria
immagine in chiave eroica. Il poeta è l’essere unico, inimitabile, raffinato esteta e uomo
d’azione. Con D’Annunzio si assiste a una continua esibizione di sè: egli vive come se fosse
sempre “in scena”. La costruzione del proprio personaggio rappresenta un efficace strumento
di promozione della propria opera, ma allo stesso tempo risponde a una necessità di
riaffermare la centralità dell’artista nella moderna società borghese e capitalistica.
Questa sensibilità per il pubblico dei lettori è la felice intuizione di un uso dei mass media volto
alla persuasione. È il primo scrittore pienamente consapevole delle nuove risorse
comunicative offerte dal mercato culturale. Sceglie con cura meticolosa le copertine dei suoi
volumi, consapevole del richiamo che un simile particolare esercitava sui lettori, e accompagna
la pubblicazione delle sue opere con la diffusione di aneddoti sulla sua vita privata. La
società borghese del tempo reclamava il racconto di esperienze raffinate e non comuni ed era
fortemente attratta dalla descrizione di situazioni e oggetti esotici. D'Annunzio mantenne
sempre uno spiccato interesse per l’arte orientale, di cui è testimonianza la sua passione
collezionistica.

D’Annunzio era un lettore informato, assai sensibile alle mode letterarie e culturali, in grado di
cogliere sul nascere le nuove tendenze e di farsene mediatore presso il pubblico attraverso le
proprie opere, anche sul piano musicale e artistico. Spesso, egli si ferma agli aspetti più
superficiali e vistosi, senza penetrare nelle motivazioni più profonde: lo spinge piuttosto il
desiderio di provare ogni esperienza, di percorrere tutte le direzioni possibili. Alla conoscenza
della tradizione classica e italiana D’Annunzio unisce la lettura dei moderni, italiani e stranieri. A
uno dei “manifesti” del decadentismo europeo, Controcorrente di Joris-Karl Huysmans. Al
Dostoevskij di Umiliati e offesi, guarderà D’Annunzio nei romanzi L’innocente e Giovanni
Episcopo. Influenze simboliste di Maeterlinck si possono trovare nel Poema paradisiaco.
Abbiamo anche influenze di Maupassant, Zola, Flaubert, Baudelaire, Verlaine, Tolstoj, Walt
Whitman. La straordinaria capacità di cogliere e assimilare le novità culturali attorno a sé
costituisce un tratto caratterizzante dell’opera dannunziana.
È possibile individuare delle costanti tematiche:
1. Un’accesa sensualità, che celebra il godimento dei sensi e la fusione dell’uomo con
gli elementi naturali;
2. una sensibilità di tipo decadente, che si manifesta nella percezione della crisi
d’identità del soggetto e dell’intellettuale, e che determina una costante ricerca di un
ruolo per l’arte e per la poesia;
3. I temi malattia, del disfacimento, che si leggono in controluce anche nelle opere
apparentemente più vitalistiche.
IL PIACERE (P.324-36 e testi)
Il primo romanzo di D’Annunzio è il piacere, pubblicato nel 1889: insieme a L’innocente (1892)
e Trionfo della morte (1894) sarà poi riunito dallo scrittore in un unico ciclo narrativo, I
romanzi della rosa, dove il fiore è scelto da D’Annunzio in quanto simbolo dell’amore
voluttuoso e sensuale.
Il piacere è un romanzo che, nella sua struttura narrativa, si mantiene abbastanza fedele alla
tradizione realistica: l’attacco informa subito del tempo e del luogo. Nello stesso tempo lo
scrittore tenta anche la via del romanzo simbolista. Lo studio dei personaggi si traduce nel
romanzo nell’analisi delle loro personalità ambigue, delle loro pulsioni e manie. Il piacere
segna un definitivo distacco da Verga. Il primo romanzo di D’Annunzio raccoglie già molte
influenze del Simbolismo europeo e altri modelli letterari, come il Ritratto di Dorian Gray di
Oscar Wilde, Controcorrente di Joris-Karl Huysmans e L’initiation sentimentale di Joséphin
Péladan.

-La trama
Il protagonista è Andrea Sperelli, che incarna il tipo perfetto di esteta giovane aristocratico
appartenente a una nobile famiglia, educato all'”avidità del piacere”: dandy raffinato che vive
attorniato da oggetti preziosi, nel culto del bello. Tuttavia, Sperelli è un uomo debole: possiede
una sensibilità esasperata, ed è incapace di prendere decisioni. È un personaggio
“malato”, il primo degli inetti che popolano i romanzi dannunziani, e porta in sè i segni
decadenza, egli è attratto contemporaneamente da due donne, che rappresentano di due
aspetti opposti del femminile e dell’amore: Elena Muti, incarnazione della donna fatale,
sensuale e voluttuosa, simbolo dell’eroitismo che conduce alla perdizione, e Maria Ferres, la
donna innocente e casta, simbolo di un sentimento puro che può salvare. Questa opposizione
è solo apparente: come per Elena, anche per Maria il protagonista prova solo un sentimento di
“profonda seduzione” sensuale ed erotica. E infatti, quando la seconda intuisce le reali
intenzioni del protagonista, lo abbandona.

La vicenda narrata segna il fallimento esistenziale del protagonista: la sua parabola rispecchia
lo scacco del nuovo tipo di intellettuale concepito da D’Annunzio, la sua inadeguatezza di fronte
alla società moderna, la sua incapacità di recuperare un ruolo al suo interno. Il romanzo segna
dunque una presa di distanza dall’ estetismo: D’Annunzio riconosce che l’ esteta è destinato
a fallire.
L’autore mantiene un atteggiamento ambivalente nei confronti del protagonista. Da una parte lo
giudica, condannando la sua debolezza di carattere, la lussuria, l’eccessiva sensibilità.
Dall’altra ne rimane affascinato, e in lui si riconosce e si identifica: si spiega così l’insistere su
una sensualità morbosa, oppure su situazioni, ambienti e oggetti raffinati; o ancora sulla
presenza ambigua della donna “nemica”.
La prosa del Piacere è essenzialmente lirica, preziosa, raffinata, vi domina il gusto per le
parole ricercate, per le immagini evocative, per le descrizioni soggettive.
LAUDI DEL CIELO, DEL MARE, DELLA TERRA E DEGLI EROI
Struttura: 7 libri, ciascuno con il nome di una delle stelle delle Pleiadi (le Pleiadi sono un
ammasso stellare nella costellazione del Toro, composto da giovani stelle ancora avvolte
nella nebulosa del gas in cui si sono formate. Le più luminose portano i nomi di sette ninfe
della mitologia greca: Alcyone, Elettra, Maia, Merope, Asterope, Celeno e Taigete).

1899-1903: Maia, Elettra, Alcyone;


1912: Merope;
1934: Asterope.
Celeno e Taigete non furono mai scritti.

Titolo: richiama il Cantico delle creature o Laudes creaturarum di Francesco d’Assisi, la cui
lode del creato viene riletta come comunione con la natura ed ebbrezza dei sensi.

Contenuto: celebrazione della natura e dell’erotismo umano. L’ambizioso progetto doveva


esaurire tutto il reale: dalla vita (Maia o lode alla vita) alla morte (Celeno o la lode della morte),
ma rimase incompiuto.

Richiami culturali:
● Estetismo misticheggiante dei pittori preraffaelliti (v. Storia dell’arte);
● spirito dionisiaco e superuomo di Nietzsche;
● panismo (comunione con le forze della natura).

-Maia (Lode della vita)


Struttura: poema autobiografico di 8400 versi, disposti in strofe lunghe senza uno schema
fisso di rime.

Contenuti:
● L’io lirico celebra una vita nuova, con una nuova morale per gli eletti: la vita è esaltata
come gioia, ebbrezza dei sensi, l’istinto e la comunione con la natura.
● l’io lirico si identifica in Ulisse: incarna una concezione eroica dell’esistenza; Ulisse è
simbolo del "superuomo" che affronta l’avventura libero da ogni legge morale.
● Metropoli moderne: descritte come terribili per via della folla, ma nelle quali il poeta
riesca anche a cogliere una nuova bellezza.

-Elettra
Struttura: 18 componimenti

Tema centrale: propaganda politica nazionalista, esaltazione della patria (sede ideale del
superuomo) attraverso la celebrazione dei suoi poeti, artisti ed eroi (Dante, Verdi,
Garibaldi…).
Città del silenzio: sezione in cui il poeta celebra l’ illustre passato, la bellezza artistica e le
glorie guerriere di alcune città italiane, indicandole quali modelli per i futuri destini coloniali
d’Italia.

-Alcyone
Il terzo libro è certamente il più significativo dell’opera.
Struttura: 88 componimenti distribuiti in 5 sezioni.

Contenuti: vi si racconta l’estate del 1902 trascorsa in Versilia con l’attrice Eleonora Duse, la
donna cui si rivolge nei testi. È un diario lirico, dove viene celebrata la bellezza della natura e
l’energia delle forze terrestri.
Nelle poesie sono esaltati i valori della bellezza, della forza e tutte quelle esperienze legate alla
fisicità, alla corporeità, alla libera e piena esternazione della vitalità dell’io lirico come
superuomo. In una parola, domina il “panismo” dannunziano che esalta l’armonia dell’uomo
con le forze della natura, interpretata come forza misteriosa, a volte terribile, ma amica in
quanto ne condivide l’essenza (panismo = fusione dell’uomo con la natura, soprattutto del
poeta, che rivendica una sensibilità particolare per entrare in contatto con gli elementi naturali, e
umanizzazione della natura).

Stile: la raccolta esprime atmosfere vicine alla migliore poesia decadente europea. Ricorrono
le suggestioni di un linguaggio fortemente simbolico e analogico.

SCELTE STILISTICHE
● Parole scelte per il loro valore fonico ed evocativo;
● trasforma la lettura in un’esperienza sensoriale;
● parola poetica ispirata ai ritmi della natura e diventa magica;
● poeta “immaginifico” in quanto creatore di immagini attraverso i suoni;
● suggestioni musicali ottenute con giochi di rime e di consonanze, anafore,
allitterazioni, analogie;
● Verso liberto, con la rima che viene sostituita dalle assonanze;
● versi di lunghezza variabile.
GIOSUE CARDUCCI
P.230-31-32-33-34
GIOSUE CARDUCCI, Poesie, a cura di Edoardo Ripari, Rusconi libri, 2016

-Vita
Carducci fa parte dei tre poeta-vate (D’Annunzio, Carducci e Pascoli).
Nasce nel 1835 a Valdicastello, Toscana. Cresce in un clima culturale molto elevato, il padre è
liberale e repubblicano, la madre sin da piccolo gli faceva imparare a memoria le poesie di
Berchet. Da piccolo frequenta il collegio S. Giovannino di Firenze, dove si appassiona di
Orazio, Virgilio, Dante, Petrarca, Alfieri e Metastasio (due poeti del XVIII secolo, dedica a loro
due delle poesie). In onore di Dante dà il nome ai propri figli di Dante e Beatrice, e in onore di
Petrarca chiama la figlia Laura.
Si laurea in filosofia e filologia alla Scuola Normale di Pisa, nello stesso anno fonda il
sodalizio degli amici pedanti, che diffondeva la tradizione della letteratura italiana contro le
mode straniere e il sentimentalismo tardo-romantico.
Nel 1857 pubblica la sua prima raccolta di Rime, nella quale si ha una dedica a Leopardi e
Pietro Giordani, si presenta come il giovane di punta della letteratura fiorentina italiana. Nello
stesso anno il fratello Dante si uccide, e pochi mesi dopo per una malattia morirà il padre
Michele. Carducci si trova a far fronte al sostentamento della famiglia.
Nel 1859 sposa Elvira, da cui avrà 4 figli: Dante, Beatrice, Laura e Libertà.
Nel 1860 ottiene la cattedra di Eloquenza della lingua italiana a Bologna, trasferendosi qui
scopre l’amore per Bologna. Inaugura anche un magistero nel quale si forma anche Pascoli. In
questo periodo, nella letteratura francese fa riferimento a Hugo e Proudhon.
Per quanto riguarda il concetto di istruzione ed educazione, afferma che l’istruzione dovrebbe
essere libera, obbligatoria e laica.
nel 1867 nasce il figlio Dante, al quale dedica la poesia “Pianto antico”, il figlio muore dopo
soli 3 anni, nello stesso anno della morte della madre di Carducci.
Nel 1877 escono le Odi Barbare, poesie nuove e aristocratiche, sono poesie che richiamano
l’attenzione sul poeta, causano scandalo.
Parte da posizioni liberali e democratiche, ma vedendo fallire il governo repubblicano e la
destra-storica, diventa più conservatore e monarchico, diventando la voce dell’Italia
monarchica. Essendo il poeta-vate fa sentire la voce del popolo italiano.
Nel 1887 pubblica rime Nuove, che gli garantirà prestigio internazionale perché molte sue
opere verranno tradotte. Nel 1906 è il primo scrittore italiano ad ottenere il premio Nobel per la
letteratura. Muore a Bologna nel 1907.

Opere
- “A Satana”: 1863;
- ”Rime”: 1857;
- ”Odi barbare”: 1877;
- ”Rime nuove”: 1887.
-Pianto antico
È una poesia che Carducci scrive nel 1871. Vi è un paragone del figlio ad un fiore, ma il fiore,
una volta morto, non rinasce, pur siano ben presenti i riferimenti alla primavera. Il figlio rimane
nella terra fredda, e nemmeno l’amore del padre può cambiare il destino del figlio. Carducci
parla dell’uomo anche in generale, riferendosi al fatto che l’uomo va incontro al proprio
destino.
”Fior della mia pianta” = metafora per indicare il rapporto figlio-genitori.
Immagini malinconiche: “l’albero a cui tendevi la pargoletta mano”.
Metrica: 4 strofe anacreontiche (riferimento ad Anacreonte, poeta greco arcaico), quartine di
settenari di cui l’ultimo tronco (accento cade sull’ultima sillaba).
Dal punto di vista delle immagini si può dividere in due: nelle prime due strofe abbiamo rif. alla
primavera e a colori accesi (riferimenti all’amore del padre per i figlio), sensazioni di luce e
calore, “rinverdire”/“ristora” concetto di rinascita (la primavera è ciclica e ritornerà sempre).
Carducci parla anche del ciclo dell’uomo, che prova dolore, da cui poi nasce qualcosa.
Nella seconda parte vediamo un lessico che rimanda alla sfera del dolore, non abbiamo più i
colori ma l’oscurità e il freddo
Carducci rimane tra verismo e classicismo: fa riferimento al fatto che i poeti devono ritrarre la
verità cos’è com’è, per quanto riguarda il classicismo egli ritiene importante che la tradizione
romantica italiana rimanga e non sia modificata dalla tradizioni straniere europee.
Tutta la poesia si rivolge al figlio, infatti utilizza il “tu” e la seconda persona. Sono presenti
anafore “sei, sei” e “ne, ne”. Abbiamo l’ allitterazione della lettera R. Ci sono anche diversi
enjambements.
Pianto antico fa riferimento al pianto che il bambino fa, essendo morto molto piccolo. “Antico”
fa riferimento ai ricordi che questo pianto suscita e che non tornerà. Potrebbe però
rappresentare anche il pianto del padre, riprendendo l’epitaffio, una forma di poesia greca. Gli
antichi scrivevano sulle lapidi pensieri rivolti al loro caro mancato, in una tradizione di tipo
classico. Quando nella cultura antica una persona moriva vi era il Threnos, ossia il lamento
funebre. Abbiamo questa ripresa dei momenti classici perché Carducci è un classicista.
Dunque “Pianto antico” potrebbe rappresentare il pianto del padre che è destinato a durare per
sempre, o un pianto che riguarda la condizione umana, perché gli esseri umani sono destinati
alla morte (condizione esistenziale dell’uomo). Per Pascoli dopo la vita non c’è nulla (a
differenza di Manzoni e Foscolo).

Per Carducci la letteratura ha una una funzione civile ed etica, di guida del popolo, Monti,
Foscolo, Manzoni e Leopardi sono i suoi modelli in questo. In più temi fa riferimento sempre a
questi autori.

-Inno a Satana
Satana è una rappresentazione della gioia di vivere, delle cose materiali. Carducci è
anticlericale, la chiesa era centrata nella vita ultraterrena, crede nello spirito dopo la morte, non
ci si concentra sulla vita terrena. Il cristianesimo condanna queste gioie di vivere, come l’aspetto
sessuale, dunque gli istinti dell’uomo (Nietzsche).
Presenta storie brevi e ha un ritmo incalzante.
Si parla anche della locomotiva, in riferimento al progresso dell’epoca, anche Satana
rappresenta questa locomotiva.
Scrivere un inno a Satana, dal punto di vista cristiano, è blasfemo e suscita scandalo.
Provoca non solo i cattolici, ma anche la classe borghese, che credeva in questi ideali, in
quanto la mentalità borghese era guidata dalla chiesa.
Per quanto riguarda la libertà di pensiero, nell’inno cita tre famosi personaggi, tra cui Martin
Lutero, il quale è un esempio importante di libero pensiero, che viene ostacolato per il desiderio
di esprimere le proprie idee.
Il progresso ha ormai avuto inizio ed è ormai inarrestabile.

-San Martino (11 novembre)


Fa riferimento ad un paesaggio della Maremma, che è un paesaggio dell’anima perché lo
riprende molte volte. Già nel primo verso vediamo la nebbia, inizia con un paesaggio cupo, la
nebbia però sta salendo. Vediamo il mare che urla e biancheggia, in una personificazione. Il
borgo fa riferimento alla presenza umana. Siamo in novembre quindi nei tini abbiamo il vino
novello, è un’immagine di allegria.
Vediamo la presenza del cacciatore, ad osservare, al tramonto, gli stormi di uccelli che
migrano (come pensieri che vagano, sfuggenti).
È presente l’ allitterazione della lettera R.
Qua Carducci ci parla del ciclo della vita umana, che è fatto di pensieri, ma questi in un
momento di dolore possono portare luce, o al contrario pensieri negativi in un periodo felice. Le
personificazioni della natura indicano il fatto che l’uomo non ha un ruolo decisivo
nell’universo, ma è la natura che può sopraffare l’uomo.
Metro: vedi Pianto Antico.

Carducci nelle Odi barbare riutilizza, traduce in italiano i metri della poesia antica. La poesia
greca e quella romana si basavano su un ritmo dato dall’alternarsi di sillabe brevi e lunghe,
dunque un ritmo quantitativo. In italiano, invece, il ritmo delle poesie è accentuativo, cioè
dipende da quando cadono gli accenti.
Nelle Odi barbare cerca di tradurre la metrica antica, come il distico elegiaco; cerca di renderli
con l’accentuazione della lingua italiana.
Si chiama odi barbare perché noi per i romani saremmo barbari, vale a dire stranieri, queste odi
per gli antichi queste odi suonerebbero barbare.
Carducci apporta novità nella poesia italiana, anche nel modo di scrivere poesia, è importante
per il linguaggio poetico italiano.

I temi di Carducci sono alcuni autobiografici, altri sono temi che si rifanno alla storia civile
italiana, in chiave celebrativa. Da qui anche lo studio e la ricerca sulla letteratura italiana, nel
suo lavoro di professore. Accompagna i suoi ideali politici alla storia italiana.

-Congedo
In questa poesia è racchiusa l’idea di pietà che ha Carducci, è il componimento che chiude là
Rime Nuove.
Le prime due strofe sono in negativo, definisce il poeta con ciò che non è, non è tutto quello
che pensa il vulgo sciocco, non è un pitocco (chi fa l’elemosina), non è un perdigiorno (un
ozioso, come invece sono i poeti romantici), non è un giardiniere (non è un cortigiano che scrive
per compiacere il lettore). Dopo abbiamo le definizioni in positivo: è un artiere (un artigiano che
per diventare tale si è dovuto impegnare). Il poeta si occupa delle memorie, le glorie e le
memorie della patria, nel calderone del fabbro ci vanno sia il passato che il futuro (il suo
messaggio serve per ricordare il passato ma come guida per il futuro), crea per la libertà, per la
bellezza. Utilizza immagini della Grecia e della Roma antica.
Tutta la poesia è intessuta di elementi classici (greci)
Poeta deriva dal greco poieo, che significa fare.
Altro concetto presente nella poesia è ripreso da Orazio, per fare poesia serve ars et
ingenium, è necessario sia l’ispirazione e l’ingegno ma anche il saper fare, il lavoro.
GIOVANNI PASCOLI
-Vita e opere e poetica (pp.416-420)
Nasce il 31 dicembre 1855 in una famiglia abbastanza agiata, è il quarto di dieci figli. Nasce a
San Mauro di Romagna (Villa Torlonia), nella tenuta “La torre”, in Emilia-Romagna. A sette
anni lui e altri fratelli vengono iscritti al collegio dei Padri Scolopi. il 10 agosto 1867 il padre
Ruggero Pascoli viene assassinato (non si è mai saputo chi fossero i responsabili), questa
vicenda è un vero e proprio trauma per Pascoli. Da quel momento inizia una catena di lutti, che
riguardano sorelle, fratelli e la madre (muore l’anno dopo). L’assassinio del padre rimane
impunito, dunque per Pascoli è motivo di continuo ricordo, la morte del padre provoca la
disintegrazione del nido familiare,e perchè dopo la morte del padre nulla sarà come prima.
Riesce comunque a finire gli studi al liceo, e si iscrive, con una borsa di studio a Bologna,
dove studia Carducci. Sono anni di manifestazioni, e lui ha simpatie per Andrea Costa e il
socialismo anarchico; per questo partecipa ad una manifestazione anarchica studentesca e
perde la borsa di studio. Nel 1879 viene arrestato per grida sovversive durante una
manifestazione.
1882: si laurea sul poeta greco Alceo. Scrive anche in latino e partecipando a molti concorsi
europei, vincendone molti, si mantiene con questo. Soffre di depressione e in questo periodo
inizia ad insegnare in diverse zone d’Italia.
Nell’ultima parte della sua vita prende la cattedra di Carducci.

Concetto del nido famigliare: vede nella violenza che ha investito la sua famiglia il momento in
cui la sua famiglia si è distrutta, come un nido (rimangono solo due sorelle, Ida e Maria). Il suo
obiettivo è ricostruire questo nido, tanto che lui si mette di mezzo quando Ida si vuole sposare,
lo stesso fa Maria quando lui si vuole sposare. Pascoli e Maria rimangono uniti da un rapporto
quasi morboso, sempre con l’idea del ricordo di chi non c’è più, dell’accusa di chi se n’è
andato troppo presto e nel tentativo di ricostruire il nido. Ida si sposa ed abbandona il nido.
Giovanni e Maria vanno alla Villa di Castelvecchio di Barga, dove va a vivere con Maria, in
Toscana. Nel 1912 muore a Bologna.

-L’opera
Poesia latina:
● 30 poemetti in esametri;
● 71 liriche ed epigrammi;
● abbozzi inediti.
Pubblicazione postuma del 1915.

Saggistica:
● Studi danteschi: tra cui Minerva oscura (1898), Sotto il velame (1900), La mirabile
visione (1902).
● Scritti vari: tra cui Miei pensieri di varia umanità (1903) e Pensieri e discorsi (1907).
● Antologie: che si dividono in Antologie latine (Lyra del 1895, Epos del 1897); e Antologie
italiane (Sul limitare del 1898, Fior da fiore nel 1901).
Poesia italiana:
● 1891: Myricae;
● 1897: Poemetti;
● 1903: Canti di Castelvecchio;
● 1904: Poemi conviviali e Primi poemetti;
● 1906: Odi e inni e Nuovi poemetti;
● 1908: Canzoni di re Enzio;
● 1911: Poemi italici e Poemi del Risorgimento.
Poesie “umili”; dimensione privata; ambiente campagnolo; forme brevi e versi inusuali.

-La poetica (pp.421-425)


1897: Pascoli scrive la prosa Il fanciullino sulla rivista “Il Marzocco”.
1903: Il fanciullino viene inserito in forma più ampia nei Miei pensieri di varia umanità.
È lo scritto teorico più importante di Pascoli, racchiude le sue idee di poetica.

IDEA FONDAMENTALE: All’interno di tutti gli esseri umani è presente un fanciullino. Quando
siamo bambini, corrisponde al bambino fisico che siamo, ma una volta diventati adulti il
fanciullino perde forza e rimane relegato nel profondo del nostro animo.
- Il fanciullino è “l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente” come se fosse
per la prima volta.
- il fanciullino tiene “fissa la sua antica serena maraviglia"
- Il fanciullino immagina, sogna e parla «alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle
stelle».
- Il fine del fanciullino è farsi capire; per questo parla in un modo «limpido e immediato»
- Il fanciullino non cerca né gloria né ricompensa economica: la poesia è pura
espressione di interiorità
Per Pascoli il poeta è colui che riesce a ritrovare la voce originaria del fanciullino, deve lasciar
parlare il fanciullino che è dentro di lui. È colui che è in grado di ascoltare quella parte del suo
animo che è rimasta bambina.
Il poeta, che è capace di dargli voce, grazie, alla curiosità, all’intuizione e allo sguardo

➡️
spontaneo del fanciullino, riesce a scoprire nelle cose le loro segrete corrispondenze (v.
Baudelaire e i Simbolisti). Simbolismo Poesia= strumento di conoscenza a-logico.
Il poeta diviene «ispiratore di buoni e civili costumi, d’amor patrio e familiare e umano».

➡️
Concezione etica della poesia (è consolazione, stimola gli uomini ai principi di solidarietà e
fratellanza) POETA-VATE.
FANCIULLINO P.428

La visione della vita di Pascoli è improntata al pessimismo, la Terra è un “atomo opaco del
male”, la vita è dolore e la scienza non risolve questi problemi. Da una parte ha una percezione
di incertezza e angoscia dell’uomo davanti a tutto (no consolazione religiosa, agnostico) e
dall’altra la morte come unica certezza. Per lui i morti rimangono, il rapporto non si spezza, la
morte non è una fine per via del ricordo. Vita e cosmo come energia in pieno movimento,
dove è presente la precarietà e la sofferenza del male, l’unica certezza è la morte, che non
cancella i legami con il passato; il dolore non si può cancellare ma questa situazione deve
portare alla solidarietà tra gli uomini.
L'idea del nido non deve riguardare solo la famiglia, ma deve diventare nido anche la nazione,
deve trasformarsi nel nido che protegge (visione nazionalistica). Visione della natura
benefica.

-Myricae (no dal libro)


Temi:
● Myricae: pianta semplice, dimessa. Poesia di breve respiro, dedicata agli aspetti
semplici della vita quotidiana (poesia non roboante o solenne, vs D’Annunzio). Viene
dalle georgiche di Virgilio (vedi sopra nel PowerPoint). Myricae = tamerici, piante
semplici che non hanno bisogno di tante cure. Mette il verso in epigrafe cambiandolo,
togliendo la negazione e capovolge il significato. Queste poesie sono dedicate ad
aspetti semplici della vita quotidiana.
● Ambientazione campestre e domestica. Il poeta si immerge nel paesaggio per
meditare e dalla natura scaturisce la sua poesia (dall’attenzione alle «piccole cose»,
che assumono valori simbolici, soggettivi: analogie).
● Argomenti privati che assumono una portata esistenziale: la morte, l’infanzia, il nido,
l’assenza, il ricordo.

Stile:
● Brevità; frasi nominali; termini giustapposti (paratassi)
● Stile impressionistico: Pascoli non descrive il paesaggio, ma tratteggia pochi
particolari, pochi frammenti (colori, luci, suoni: sinestesie).
● Forte fonosimbolismo (le parole sono scelte per i loro suoni e le sensazioni, le
immagini, che essi evocano: allitterazioni, onomatopee, assonanze, consonanze).
● Linguaggio semplice e al contempo tecnico (per penetrare nella essenza/verità delle
cose).

Linguaggio e stile:
Pascoli utilizza la lingua grammaticale che è la lingua normale della comunicazione; una
lingua a-grammaticale, che viene prima della grammatica, con onomatopee e fonosimbolismi;
ma anche post-grammaticale con un linguaggio tecnico e specialistico. Il lessico che utilizza
Pascoli appartiene sia al campo semantico domestico, con un linguaggio locale/dialettale e
infantile. Utilizza anche un lessico legato alla botanica, sia dal punto di vista letterario che
specialistico.
I CANTI DI CASTELVECCHIO (1903-1912)
è la seconda raccolta più importante di Pascoli. Canti riprende il titolo dell’opera di Leopardi
(richiamo alla tradizione alta), Castelvecchio richiama il luogo dove va a vivere, un piccolo
paese che richiama un contesto umile (richiamo ai canti popolari di quella zona d’Italia). Sono
dedicati alla madre, c’è continuità con Myricae ma vi sono alcune differenze: il rito o è più
disteso e c’è più narrazione, c’è un ordine che segue l’andamento delle stagioni, emerge la
tematica dell’amore ed erotica, le poesie sono più lunghe.
Temi: natura, cose umili e quotidiane, senso di mistero che incombe sull’uomo, famiglia, ricordi,
cari defunti, il paesaggio descritto non in modo oggettivo ma attraverso il simbolismo, tutti come
in Myricae (Myricae autunnali perchè più cupe).
PRIMO NOVECENTO (1900-1920)
Contesto storico-culturale
I nuovi orientamenti della scienza, in particolare quelli della fisica (v. teoria della relatività), il
concetto freudiano di inconscio e la nascita della psicanalisi, insieme alla “crisi della ragione”
antipositivista, al centro del pensiero filosofico, influenzarono la nascita di significativi movimenti
culturali sia nel campo dell’arte che della letteratura.

LE AVANGUARDIE STORICHE
Le Avanguardie storiche sono movimenti culturali europei dei primi 20 anni del 1900. Sono
dette “storiche” per distinguerle dalle “Neoavanguardie”, del secondo dopoguerra Il nome
deriva dal linguaggio militare: una avanguardia è un gruppo di soldati che va in esplorazione
nel territorio nemico, prima del resto dell’esercito.

Erano formate da gruppi di giovani che ritenevano di avere un ruolo di guida verso la società del
futuro. Furono movimenti molto polemici con la cultura del passato e più in generale con la
società borghese e di massa, con il positivismo e in molti casi con la democrazia e il socialismo.
Le avanguardie estremizzavano l’opposizione ai valori borghesi e alla società di massa
espressa dai decadentisti e ne traevano conseguenze molto differenti. Infatti si ponevano di
fronte al nuovo non con senso di smarrimento ed esclusione, ma con la spinta ad adeguare la
comunicazione estetica e i linguaggi artistici al dinamismo e alla velocita della civiltà
tecnologica: assegnarono all’arte un ruolo molto diverso dal un valore “puro”, dal carattere
aristocratico, dal distacco della contemplazione e dal culto della bellezza; essa doveva
scuotere, spingere all’azione, il suo compito era sconvolgere il pubblico e suscitare la più attiva
partecipazione al processo artistico.

I risultati più clamorosi si sono avuti nelle arti figurative e meno nella letteratura: essi
determinarono sconvolgenti cambiamenti rispetto ai secoli precedenti .
L’avanguardia più importante è il Futurismo (Italia), altre avanguardie furono il Dadaismo,
l’Espressionismo, il Surrealismo (Europa), infine l’Ermetismo (Italia, anni ‘30, Ungaretti
Quasimodo Montale).

Due sono gli aspetti fondamentali per poter parlare di avanguardia:


1. Presenza di un “Manifesto”: un programma in cui l’avanguardia indica il suo
pensiero e la sua poetica e i dettami da seguire per far parte del movimento;
2. La sperimentazione: l’avanguardia non esiste se non sperimenta un linguaggio
nuovo, diverso dai precedenti, rifiutando la tradizione e il passato.
FUTURISMO (Italia)
Movimento artistico fondato a Parigi dal poeta Filippo Tommaso Marinetti, che nel 1909
pubblica il “Manifesto del Futurismo” sul quotidiano “Le Figaro”.

Si basa su:
- rifiuto delle forme e dei valori artistici della tradizione;
- culto della modernità e delle nuove tecnologie, contro l’immobilità del passato e
della tradizione;
- celebrazione della macchina, della velocità, della città moderna, della fabbrica,
dell’elettricità, dell’automobile, dell’aereo;
- il nuovo mito della velocità come ideale di bellezza del mondo moderno;
- valori e ideali come la forza, la giovinezza, la sfida, la battaglia;
- l’arte parte dal presente e si proietta verso l’avvenire, il futuro (da cui il nome);
- «Uccidiamo il chiaro di luna», ovvero smettiamola con i sentimentalismi e il
romanticismo (i futuristi esaltano l’azione, non la contemplazione);
- esaltazione della guerra considerata “sola igiene del mondo”, perché può
rinnovarlo selezionando i più forti;
- coinvolgimento di tutte le forme artistiche: letteratura, teatro, pittura, musica,
cinema... anche mescolandole.

I futuristi, e Marinetti in particolare, aderiscono al Fascismo (nazionalismo, politica


imperialistica, interventismo...).

Le “Serate futuriste” erano spettacoli in cui poeti declamavano le loro poesie, spesso in modo
provocatorio e dissacratorio rispetto alla tradizione e ai valori borghesi, così che le serate
finivano spesso in rissa, suscitavano molto clamore ed erano oggetto di cronaca sui giornali del
giorno dopo.

In letteratura:
«Parole in libertà» - la poesia deve rendere il dinamismo della nuova civiltà delle macchine e
della vita moderna; la tecnica letteraria corrispondente è quella delle parole in libertà:
distruzione della sintassi, uso del verbo all’infinito, abolizione della punteggiatura per rendere
veloce il testo, frasi slegate e liberi accostamenti di immagini (analogia); verso libero (no metrica
tradizionale), onomatopee e fonosimbolismo, resa grafica del testo.
Poeti futuristi principali: Filippo Tommaso Marinetti, Corrado Govoni, Aldo Palazzeschi
(questi ultimi due poi presero strade diverse).
I POETI CREPUSCOLARI
La definizione di “crepuscolari“ fu data dal critico Giuseppe Antonio Borgese nel 1910.
Borgese parla di una poesia lirica (cioè intima, sentimentale, personale) che si sta “spegnendo
così come arriva il crepuscolo (tramonto) dopo una giornata di sole” (rappresentata dalla poesia
di Carducci e D’Annunzio).

I poeti crepuscolari furono attivi a Roma e Torino dal 1903 al 1911.

Sono: Sergio Corazzini, Guido Gozzano, Marino Moretti, Corrado Govoni, Aldo
Palazzeschi (gli ultimi due in seguito aderirono al Futurismo e successivamente ebbero un
percorso personale).

Corazzini e Gozzano sono morti molto giovani, ammalati di tubercolosi.

Hanno sperimentato linguaggi poetici diversi.

Sergio Corazzini, Desolazione del povero poeta sentimentale (pag. 888): riprende il tema
della perdita del ruolo del poeta nella società (vedi la poesia “Albatros” e il brano “Perdita
d’aureola” di Baudelaire e i poeti maledetti: il poeta perde la sua aureola, cioè il suo posto nella
società, la sua alta funzione di guida, è sempre più emarginato, inascoltato, incompreso e
ridicolizzato; non può più insegnare nulla, nessuno vuole più i suoi insegnamenti, la sua aureola
è caduta nel fango, sull’asfalto, calpestata nel caos della nuova città attraversata dalle carrozze
e dalle nuove macchine).
Questa visione è opposta a quella di D’Annunzio, che è poeta vate e superuomo, cioè superiore
guida per gli altri, ma nello stesso tempo pieno di disprezzo per la folla. Corazzini nega di
essere un poeta, non ha le parole per esserlo, è una semplice persona che soffre, con un tono
di rassegnazione malinconica.
Per i crepuscolari, l’artista non si identifica più in figure di eroe o vate bensì in personaggi
deboli e marginali, infantili, lamentosi o clowneschi…

Guido Gozzano, è il maggiore tra i crepuscolari. Scrive i Colloqui (1911). Il poeta deve
riscontrare la distanza tra le immagini offerte dalla poesia dannunziana (e la “vita inimitabile”
che vi si illustra) e la dura realtà della società borghese che lo circonda => il personaggio lirico
che si autodefinisce “un coso con due gambe/ detto guidogozzano” denuncia la menzogna della
poesia dannunziana. Sono rovesciati i topoi della poesia di D’Annunzio: in Gozzano ci sono
immagini di depressione e sconfitta (vs eroismo e euforia); grigi interni domestici
piccolo-borghesi (vs ville lussuose); seduzioni goffe e mancate (vs erotismo lussuoso).

Gozzano interpreta in modo originale la crisi del ruolo dell’artista e del suo rapporto con il
pubblico borghese della società di massa: prende atto e reagisce con ironia e auto- ironia, su
sé stesso come uomo e sulla propria funzione di poeta (l’ironia permette di guardare con
distacco al problema, di non esserne schiacciati e spiazza le risate degli altri)
In generale la poesia crepuscolare è una poesia “anti-lirica”, perché:
● temi anti dannunziani: eventi quotidiani, di poco conto, toni dimessi, smorzati e
malinconici (tutto il contrario dei toni eroici e del superomismo dannunziano),
ambientazioni in paesini di provincia sconosciuti (no città, no ricchi palazzi, no feste e
vita mondana, come nei romanzi di D’Annunzio); vengono ridicolizzate le figure femminili
(vs donne fatali, magnifiche e bellissime, delle opere di D’Annunzio, qui ci sono
casalinghe e maestrine; v. la descrizione della signorina Felicita nel testo “La signorina
Felicita ovvero la felicità, di Guido Gozzano, ai vv. 73-84).
● prevalgono i versi lunghi (doppio senario e doppio settenario) che coprono una pagina
(come la prosa);
● lessico più comune, più simile alla prosa che alla lirica;
● effetto di cantilena dato dalle rime (vs i versi retorici e altisonanti di D’Annunzio).
● ironica, cioè prende in giro sé stessa (la poesia lirica è effusione sincera dei propri
sentimenti). Vedi, ad esempio, rime dissacratorie dei miti dell’epoca, come quella in
“Nietzsche- camicie”, anche con accostamento di termini aulici e prosaici.

Non sono un’avanguardia: non c’è un manifesto programmatico, ma c’è la sperimentazione di


un linguaggio diverso, soprattutto diverso da quello di D’Annunzio (sono anti dannunziani).
ITALO SVEVO (ETTORE SCHMITZ)
-La vita
Nace a Trieste nel 1861, in un ambiente culturale e mitteleuropeo. È di famiglia ebraica.
Nel 1873 si trasferisce in Germania per frequentare un istituto commerciale riservato a studenti
ebrei. Non ha una cultura umanistica, è autodidatta. Si avvicina alla letteratura e legge in
lingua originale Goethe, Schiller, Jean Paul e in traduzione Shakespeare.
Nel 1878 torna a Trieste; la sua vocazione letteraria è sempre più forte, ma il padre non vuole
assecondarla.

Nel 1880 inizia a collaborare con “L’indipendente”.


L’attività del padre fallisce: è costretto a lasciare gli studi e a trovare impiego presso la filiale
triestina della Union Bank di Vienna, dove rimarrà per quasi vent’anni.
Continua la sua formazione da autodidatta e nel 1888 pubblica il suo primo racconto: Una lotta.
Nel 1893 pubblica Una vita, con lo pseudonimo di Italo Svevo. Nel 1898 pubblica Senilità. Le
prime opere non riscuotono alcun successo.

Nel 1896 sposa Livia Veneziani, sua lontana parente e donna mite, gioiosa, positiva, di famiglia
molto abbiente. Nel 1987 nasce Letizia, l’unica figlia.
Nel 1899 viene assunto nella fabbrica di proprietà del suocero. Inizia una lunga carriera
commerciale che lo porterà ad essere un industriale di successo.
Viaggia spesso e, pur continuando a scrivere, non pubblica nulla per 25 anni.

Nel 1907 conosce James Joyce, che lo incoraggia a proseguire l'attività di letterato e nel 1908
inizia a leggere Freud: due eventi epocali per Svevo scrittore.
Durante la Prima guerra mondiale riesce ad occuparsi maggiormente dell’attività letteraria e
scrive La coscienza di Zeno (1923). La critica, finalmente, lo scopre.
Inizia un quarto romanzo Il vegliardo o Il vecchione, ma muore a seguito di un incidente nel
1928.

-Il contesto e le letture


Italo Svevo è un autodidatta: non riceve una vera formazione letteraria.
Per quanto riguarda il contesto, la sua famiglia è ebraica; possiamo notare una componente
ebraica con la lettura della condizione dell’uomo moderno, condannato ad essere sempre
precario.
La sua città è Trieste, in stretto contatto con il centro Europa. Trasformazioni sociali e culturali:
creazione della società capitalistica, conflitto di classe, lezione di Marx. Temi: opposizione tra
forti e deboli, salute e malattia, famiglia intesa come formale istituzione borghese, scrittura come
autoanalisi, rifiuto della psicoanalisi come terapia.

Le letture:
● Schopenhauer: contrapposizione tra personaggi sognatori e personaggi forti;
tendenza all'auto-inganno; immutabilità del carattere umano.
● Nietzsche: immutabilità del carattere umano; pluralità dell’io.
● Darwin: lotta fra forti e deboli (vincono i primi).
● Scrittori francesi: da Flaubert prende il disprezzo del narratore per i personaggi.
Zola: descrizione del lavoro d’ufficio. Bourget: processi psicologici dei personaggi.

-Svevo e la scrittura
Come autodidatta e letterato non di professione, Svevo si sente meno legato e meno
condizionato dai modelli precedenti: LA SCRITTURA NON È UN FORMALISMO.
Scrivere è un bisogno, un modo per conoscere sé stessi e la realtà che ci circonda: LA
SCRITTURA È AUTOANALISI.
Scrivere cura il proprio male di vivere: LA SCRITTURA È TERAPEUTICA.
In sintesi LA SCRITTURA PRENDE IL POSTO DELLA PSICANALISI. Svevo è perplesso e
ironico verso la psicanalisi, che può essere uno stimolo alla creazione artistica MA non cura la
malattia dell’uomo (neanche medicina e scienza curano l’uomo).

-L’uomo ordinario di Svevo


Svevo mette in scena l’uomo ordinario, non l’eroe o il superuomo. L’autore indaga la vita
borghese del commercio della Trieste mercantile, per metterne a nudo gli aspetti più torbidi, le
debolezze più nascoste, le ossessioni inconfessabili. L’indagine di Svevo pare quasi un
dissidio: lui stesso è parte di quel mondo, lo incarna perfettamente. In pratica, toglie la
maschera a una realtà a cui partecipa attivamente.
UNA VITA - 1892
Titolo originale: Un inetto
-Trama
Il giovane Alfonso Nitti, si trasferisce dalla campagna a Trieste e trova un lavoro da impiegato
presso la banca del signor Maller. Si sente insofferente della vita impiegatizia e superiore
perché coltiva una passione per la letteratura. Un giorno conosce Annetta, figlia di Maller, con
cui intreccia una relazione amorosa. Conosce, inoltre, anche il cugino di lei, Macario, giovane
ambizioso e sicuro di sé. Per Alfonso sembra essere giunto il momento più favorevole (è sul
punto di sposare Annetta), ma l’uomo, improvvisamente, ritorna nel suo paese, in una sorta di
fuga dalla sua nuova vita. Lì, inoltre, è trattenuto dalla malattia e dalla morte della madre.
Quando Alfonso torna a Trieste non riesce più a recuperare la situazione precedente: Annetta
sta per sposarsi con Macario, viene spostato in un altro ufficio con una mansione meno
importante, i suoi tentativi di riottenere il favore della famiglia Maller sortiscono l’effetto opposto.
Alfonso, ormai, si sente odiato e perseguitato dai Maller, che ormai pensano che lui voglia
ricattarli. Il protagonista chiede ad Annetta di poterla incontrare, ma all’appuntamento si
presenta il fratello, che sfida l’uomo a duello. Alfonso, vittima della sua inettitudine e credendo
che Annetta desideri la sua morte, si suicida.

INETTITUDINE
L’inetto è una delle figure che ha origine nel Decadentismo. È una condizione psicologica, è
l’incapacità del protagonista di agire, di prendere decisioni e portare a terminare le cose. Egli
vorrebbe fare qualcosa ma alla fine non la fa, è la malattia della volontà. L’inetto è un
inadeguato, è un perdente nella società; per Svevo è un «malato» tra i sani, perché preferisce
autoanalizzarsi e lasciarsi vivere, piuttosto che agire e vivere la vita (ciò che corrisponde alla
«salute»).
SENILITÀ - 1898
-Trama
Emilio Brentani, giovane modesto impiegato con velleità letterarie, vive a Trieste
un’esistenza monotona e grigia con la sorella Amalia, quando incontra la giovane popolana
Angiolina, di cui si innamora, ma non vuole impegnarsi a causa del divario sociale. Egli è
attratto dalla vitalità della ragazza, si illude di poter condurre questa storia d’amore, ma in realtà
la donna si dimostra meno coinvolta del protagonista e, opportunista e infedele, riesce a
manipolare i sentimenti di Emilio. E’ attratta da diversi uomini, tra cui Stefano Balli, amico di
Emilio e scultore, di cui è innamorata pure Amalia. Emilio, geloso della sorella per la presenza
di Balli in casa sua, allontana l’uomo da casa. Amalia si ammala di polmonite, a causa
dell’abuso di etere, e muore. Emilio interrompe la relazione con Angiolina, non cessando
tuttavia di amarla. In seguito, scopre che la donna è scappata a Vienna con il cassiere di una
banca. Il protagonista ritorna a vivere la sua esistenza grigia e mediocre in solitudine,
ricordando le donne amate, Angiolina e Amalia, unendo nella memoria l’aspetto dell’una (bella e
giovane) con il carattere dell’altra (mite e buona).

SENILITÀ
È lo sviluppo del concetto di inettitudine del primo romanzo.
Emilio vive nel rimpianto di ciò che non è riuscito a fare, nei ricordi, precocemente «vecchio»
(Senilità= Vecchiaia); ripiegato su sé stesso ad analizzarsi, rinuncia alla lotta per la vita.
LA COSCIENZA DI ZENO - 1923
La conoscenza della psicoanalisi è fondamentale per la stesura del romanzo. Svevo ha
maturato un forte interesse per essa.
Tra il 1908 e il 1912 conosce le teorie di Freud: il fratello della moglie, affetto da «nevrosi», si
è sottoposto alla psicoanalisi. Nel 1918 Svevo traduce dal tedesco «L’interpretazione dei
sogni» insieme a un nipote medico.
Svevo non ha fiducia nella psicoanalisi come terapia, ma la trova utile per scrivere e analizzare
la psiche dei suoi personaggi.

Nel romanzo:
● Zeno cerca di accedere al proprio inconscio per spiegare i suoi comportamenti.
● Riferisce i suoi sogni.
● Fa riferimento ai fenomeni della rimozione, della innocentazione, del complesso di
Edipo (rapporto di Zeno con il padre), dell’atto mancato (va al funerale della persona
sbagliata).
● Utilizza un linguaggio freudiano.
Perciò è definito « romanzo psicoanalitico ».

-Contenuto
Il romanzo racconta che un uomo, Zeno Cosini , per liberarsi da una nevrosi che condiziona il
suo rapporto con gli altri e con sé stesso, va in cura da uno psicanalista, il dottor S, che come
terapia gli propone di scrivere un memoriale della sua vita.
Zeno inizia a scriverlo, ma durante il percorso crede di essere guarito e abbandona gli incontri
con il dottore. Il dottore per vendicarsi pubblica il memoriale (Prefazione).
Oltre al memoriale di Zeno, alla fine del romanzo ci sono le pagine del diario di Zeno, in cui
spiega il motivo per cui pensa di essere guarito (il successo economico) e che ha inviato allo
psicanalista. Il protagonista non è Zeno ma la sua coscienza.

-Personaggi
● Zeno Cosini
● Il padre
● Augusta Malfenti, la moglie
● Ada, Alberta, Anna, sorelle di Augusta
● Giovanni Malfenti, suocero
● Guido Speier, rivale in amore di Zeno per Ada e poi cognato e socio
● Carla Gerco, amante
● Dottor S., psicoanalista

-Zeno
È un inetto (=malato): l’azione non segue la volontà, rimane inerte, fa progetti, è attivo nel
pensiero ma fermo nell'azione. Non riesce ad essere artefice del proprio destino, come lo
sono i “sani”, cioè non gli riesce ciò che vorrebbe fare, ma gli riesce benissimo ciò che gli capita
per caso (es. matrimonio, attività commerciale). Ma così riesce ad ottenere anche più dei
«sani». Indaga nel suo inconscio e con la psicoanalisi smaschera gli autoinganni, le
autogiustificazioni, gli alibi (inconsci ) che si è costruito per evitare che la coscienza si faccia
dei sensi di colpa e lui si assuma le responsabilità delle sue azioni o non azioni.
Cerca di prendere coscienza dei suoi autoinganni attraverso l’ironia, che serve anche a
scoprire le falsità della «normalità» borghese (la salute, a cui aspira e da cui lui, malato, si sente
escluso). Alla fine del romanzo capisce che non ci sono malati e sani, ma tutti sono malati
(anche chi lui credeva sano); l’inetto è colui che, a differenza degli altri, ne ha preso coscienza.

-Spazio
● Trieste;
● Ambiente borghese delle imprese commerciali.

-Struttura
La narrazione non segue un ordine cronologico, ma ogni capitolo raccoglie i ricordi e le
riflessioni di Zeno su un tema.
● Cap. 1 - Prefazione del dottor S.
● Cap 2 - Preambolo: Zeno spiega le difficoltà incontrate nel recuperare i ricordi del
passato ed è perplesso sulla cura.
● Capp. 3-7: Memoriale:
▪ 3- il fumo e i vani tentativi di smettere di fumare
▪ 4- la morte del padre
▪ 5- storia del matrimonio
▪ 6- rapporto con la moglie Augusta e con l’amante Carla
▪ 7- l’associazione commerciale con il cognato Guido
● Cap 8: diario di Zeno scritto tra 1915 e 1916, in cui dice di aver recuperato la salute.
Il romanzo si chiude con una apocalittica visione di una catastrofe per opera di un uomo «un
po’ più ammalato degli altri» che farà scoppiare un ordigno e la Terra, tornata nebulosa, sarà
liberata dalla malattia.

-Tecniche narrative (NOVITÀ)


● Titolo esplicito: suggerisce chi è il protagonista del romanzo, non Zeno, ma la sua
coscienza.
● Narrazione in prima persona.
● La narrazione è filtrata dal punto di vista di Zeno (focalizzazione interna). Ma lo Zeno
che scrive a 57 anni (io narrante) è diverso dallo Zeno della giovinezza e della maturità
(io narrato).
● Il narratore è inattendibile (non ci si può fidare): nella prefazione il dottor S. dice che ha
scritto tante verità e bugie.
● Il narratore presenta i suoi pensieri attraverso il monologo interiore.
● Tempo misto della coscienza: la vicenda non è in ordine cronologico, ma nei singoli
capitoli c’è il continuo passaggio dal presente ai vari momenti del passato.

PREFAZIONE: La Prefazione che apre il romanzo s'immagina scritta dal Dottor S. e fornisce al
lettore alcune informazioni. Il protagonista (Zeno Cosini), su consiglio del medico, ha trascritto
alcuni avvenimenti della propria vita, ma poi ha interrotto la terapia psicoanalitica. Il dottore, per
vendetta, contravviene alla deontologia professionale che lo obbliga al segreto e decide di
pubblicare il racconto autobiografico di Zeno senza la sua approvazione, riservandosi di
dividere con lui i guadagni che ne deriveranno, ma solo a patto che riprenda la terapia. Proprio
questi appunti sono il nucleo centrale del romanzo.
PREAMBOLO: Nel Preambolo, Zeno in prima persona accenna al faticoso lavoro di recupero
del proprio passato e alle difficoltà incontrate nel rapporto psicoanalitico.
1. IL FUMO: Zeno inizia con il ricordare i fallimentari tentativi per liberarsi dal vizio del
fumo, rievoca particolari comici e i trucchi usati per continuare a fumare: si è anche
fatto rinchiudere in una clinica, dalla quale è poi fuggito di notte, senza rimorsi.
2. LA MORTE DI MIO PADRE: Segue il ricordo dell'agonia del padre. L'anziano genitore
è sul letto di morte e, alzando un braccio, compie un movimento involontario che si
trasforma in uno schiaffo che colpisce Zeno, il quale lo interpreta come indirizzato a lui,
per la sua «mediocrità fannullona». Lo schiaffo lascia non risolto il conflitto con la
figura paterna e condiziona la psiche del protagonista.
3. LA STORIA DEL MIO MATRIMONIO: Zeno trova finalmente un rifugio, frequentando la
ricca famiglia Malfenti: il signor Malfenti sostituisce la figura del padre e Zeno cerca
una possibile moglie tra le sue figlie, Ada, Alberta, Augusta e la piccola Anna. Chiede
prima in sposa la bellissima Ada ma, rifiutato da lei e poi anche da Alberta, si accontenta
di Augusta, meno attraente ma ciò si rivelerà una moglie ideale.
4. LA MOGLIE E L’AMANTE: Pur essendo un marito felice, Zeno intreccia una relazione
con Carla, una giovane di origini modeste, aspirante cantante. Tuttavia, per difendere la
serenità della famiglia, Zeno decide di troncare questo rapporto extraconiugale.
5. STORIA DI UN’ASSOCIAZIONE COMMERCIALE: Zeno accetta di entrare a lavorare
nell'impresa commerciale del cognato, Guido Speier, marito di Ada, cui lo lega un
rapporto di odio-amore. Ma Guido, in seguito a un improvviso tracollo finanziario, si
suicida, mentre Zeno, nonostante tra i due sia lui l'inetto, riesce a salvare l'impresa e
con essa la situazione economica della famiglia. Intanto continua a essere afflitto da
numerosi disturbi psicosomatici, ovvero da malattie provocate da disagi psicologici:
cammina zoppicando senza motivo, non riesce a portare la fede nuziale, talvolta ci vede
poco e ha attacchi di soffocamento. Eppure tutto sembra rientrare nella normalità:
Augusta lo ama appassionatamente, è rispettato, anche se qualcuno lo giudica
stravagante.
6. PSICO-ANALISI: Quest'ultimo capitolo s'immagina scritto più tardi, come un diario;
siamo alla vigilia dell'entrata in guerra dell'italia, evento di cui Zeno viene a conoscenza
all'improvviso, il 23 maggio, durante una passeggiata in una località di confino. Proprio
grazie alla guerra e ad alcune fortunate coincidenze, il protagonista si rivela un abile
uomo d'affari e raggiunge un successo oltre le aspettative. Allora, facendo un bilancio
della propria vita, decide di abbandonare la terapia psicoanalitica, considerandola
inutile, perché la salute è una condizione soggettiva, mentre la malattia e il nesso di un
male universale. La vita stessa è una malattia: forse solo una purificazione cosmica
(metafora della Prima guerra mondiale) sarà in grado di eliminare la debolezza e la
malattia dell'umanità.

-Lo stile di Svevo


La struttura narrativa di Svevo appare significativamente nuova.
Per lasciare spazio ai pensieri e alla coscienza dei personaggi l’autore utilizza il discorso
indiretto libero nelle opere narrate in terza persona. Costruisce La coscienza di Zeno tutta in
prima persona, destrutturando l’ordine cronologico degli avvenimenti.
La prosa è vicina alla lingua quotidiana; vi si notano irregolarità e disarmonie sintattiche,
derivanti dal fatto che Svevo è un letterato dilettante cresciuto tra parlate diverse (triestino,
italiano, tedesco).

LUIGI PIRANDELLO
-La vita
Luigi Pirandello nasce il 10 dicembre 1867 vicino a Girgenti, nella località di Caos.
Il padre Stefano fa l’amministratore nelle zolfare. Nel 1880, per alcuni anni, la famiglia si
trasferisce a Palermo, dove Luigi frequenta il liceo. Nel 1886 lavora per tre mesi con il padre in
una zolfare presso Girgenti. Da giovane vive nei luoghi caratteristici della narrativa verghiana.

Si iscrive all’Università di Palermo, incerto tra Legge e Lettere, ma già nel 1887 si trasferisce a
Roma per portare avanti gli studi umanistici. Per uno screzio col preside, dal 1889 prosegue
gli studi a Bonn, in Germania, dove si laurea nel 1891 con una tesi sul dialetto di Girgenti.
Tornato in Italia, si sposa nel 1894 con la figlia di un collega del padre, Antonietta Portolano, e
si stabilisce definitivamente a Roma. Nella capitale entra in contatto con lo stimolante
ambiente letterario che si raccoglie intorno allo scrittore verista Capuana e inizia la sua
attività di scrittore, collaborando a varie riviste con saggi, poesie e novelle. Del 1889 è il suo
primo libro (raccolta di poesie: Mal giocondo), e nel 1893 scrive il suo primo romanzo,
L’esclusa, pubblicato nel 1901.
Intanto, nascono i tre figli. Per mantenere la famiglia, inizia a lavorare come insegnante
nell’Istituto Superiore femminile di Magistero. Nel 1897 cominciano i primi sintomi del disagio
della moglie, che si trasformeranno in una grave malattia psichica. Nel 1903, alla notizia del
dissesto finanziario delle zolfare agrigentine, in cui il padre dello scrittore aveva investito
l’intera dote della nuora, Antonietta è colta da un grave malore. Da quel momento i suoi disturbi
peggiorano in forme di paranoia ossessiva.

Per affrontare le difficoltà familiari ed economiche, Pirandello moltiplica la sua attività di scrittore
e di saggista. Novelle e romanzi servono ora per integrare le entrate del suo lavoro di
insegnante. È in questo periodo che Pirandello focalizza la portata rivoluzionaria della sua
concezione del mondo in opere che segnano una svolta nel suo percorso letterario e
intellettuale, come Il fu Mattia Pascal (1904), che è il suo primo grande successo. I due
importanti saggi pubblicati nel 1908, Arte e scienza e L’umorismo, gli permettono di
conseguire l’abilitazione all’insegnamento superiore e universitario, ma formulano anche i
principi fondamentali della sua poetica.
Sono anni in cui Pirandello si dedica quasi esclusivamente alla narrativa: oltre a tante novelle,
escono diversi romanzi, tra i quali Uno, nessuno e centomila (1926).

Gli anni della Prima guerra mondiale sono molto difficili, per la situazione familiare. Il figlio
Stefano parte volontario nel 1915, ma viene fatto prigioniero quasi subito (tornerà nel 1919).
Le crisi della moglie sono gravissime e destabilizzanti per l’intera famiglia, a tal punto che la
figlia Lietta, il bersaglio dell’aggressività materna, tenta il suicidio nel 1917. Nel 1919
Antonietta viene internata in un ospedale psichiatrico, dove morirà nel 1952.
Sono anche gli anni in cui lo scrittore scopre la propria vocazione drammaturgica e la
congenialità dei suoi personaggi alla dimensione teatrale. Sin dal 1907 l’amico Nino Martoglio
aveva cercato di coinvolgere nel progetto di valorizzare il teatro siciliano. Rielaborando due
novelle, lo scrittore aveva così preparato due atti unici, La morsa e Lumìe di Sicilia. L’opera
pirandelliana ha però orizzonti che vanno ben al di là del teatro regionale. Nel 1915 va in scena
a Milano la prima commedia in tre atti (Se non così…).
Nel 1917 scrive le prime commedie di impianto innovativo per il teatro: Così è (se vi pare), Il
berretto a sonagli e Il piacere dell’onestà.

Nel 1921 va in scena la sua opera teatrale più celebre e rivoluzionaria, Sei personaggi in
cerca d’autore, che abbatte la quarta parete che divideva la finzione del palcoscenico dal
pubblico. Dopo il fiasco alla prima rappresentazione romana, in settembre, a Milano i Sei
personaggi ottengono un successo che non li abbandonerà più, anche fuori dall’Italia, con
rappresentazioni in tutto il mondo. Sei personaggi in cerca d’autore è la prima opera della
cosiddetta “trilogia del teatro nel teatro”, di cui fanno parte anche Ciascuno a suo modo
(1924) e Questa sera si recita a soggetto (1930). Un altro grande successo teatrale è Enrico
IV, rappresentato nel 1922. Nell’aprile del 1925, a Roma, Pirandello inaugura il Teatro d’Arte,
che per tre anni porta avanti un’importante programmazione: riceve discreti finanziamenti e
organizza una vera e propria compagnia stabile, diretta da Pirandello. Nella compagnia teatrale
fu scritturata Marta Abba, compagna dello scrittore negli ultimi anni. Nel 1924 Pirandello si era
iscritto al Partito fascista.

Pirandello viaggia molto, sull’onda del successo: nel 1930 è per esempio a Hollywood per
seguire le riprese del film tratto da Come tu mi vuoi. Riceve riconoscimenti prestigiosi, come la
chiamata all'Accademia d’Italia nel 1929 e il premio Nobel nel 1934.
Intanto procede la sistemazione e la pubblicazione della sua opera: il teatro è raccolto nei
volumi di Maschere nude, le novelle sotto il titolo di Novelle per un anno. Fra le tante opere
scritte in questi anni sono significativi soprattutto i cosiddetti “miti”, tra cui l'incompiuto I giganti
della montagna. Pirandello muore a Roma il 10 dicembre 1936.

-Le fasi della produzione e i generi


Il percorso letterario e intellettuale di Pirandello si svolge dall’inizio alla fine con grande
coerenza, ma il punto di arrivo è completamente lontano da quello di partenza. Pirandello parte
dalla Sicilia verista, e arriva a una rivoluzionaria rappresentazione della modernità, di valore
universale. La materia prima delle sue opere è sempre la stessa, proveniente
dall’osservazione del proprio mondo o dalla riflessione autobiografica: è l’umanità
mediocre e spesso meschina, per lo più di piccola borghesia, grigia e poco dinamica,
dell’Italia del primo Novecento. Ha occasione di osservarla prima nella provincia siciliana, poi
nei quartieri della nuova Roma. Su questo materiale umano, in sé poco attraente e banale, lo
sguardo profondo di Pirandello esercita una pressione costante e sempre più forte, fino a
scardinare le apparenze, a rivelare lo scarto che esiste tra identità e maschera sociale.
Pirandello è uno de grandi testimoni della crisi dell’uomo contemporaneo.

Possiamo distinguere diverse fasi:


● Prima fase (1892-1903): si svolge nell’ambito delle poetiche veriste e naturalistiche,
legate al mondo siciliano e all’influenza di Capuana;
● Seconda fase (1904-1915): formula una sua nuova e originale poetica, l’umorismo, che
si traduce nelle forme narrative della novella e del romanzo;
● Terza fase (1916-1920): caratterizzata dalla scoperta del dramma, come possibilità di
approfondire meglio sulla scena teatrale le implicazioni della sua ricerca letteraria.
● Quarta (1921-1929): rinnova all’interno delle strutture del teatro contemporaneo,
soprattutto con la trilogia del “teatro nel teatro”, e comprende gli anni del grande
successo in Italia e all’estero.
● Quinta fase (1930-1936): tenta ulteriori sviluppi del suo teatro in chiave filosofica.

-Concetti principali nei testi di Pirandello


RELATIVISMO CONOSCITIVO: non è possibile una conoscenza oggettiva della realtà, perché
nel conoscere ciascuno interpreta la realtà in modo soggettivo; quindi la realtà è RELATIVA (=
non assoluta, non uguale per tutti), ciascuno vede la sua (per me è A, per te è B), e quindi
dipende dal punto di vista di chi la interpreta.
Ad es.: pensiamo a uno stadio, tutti guardano la stessa partita, ma la vedono da punti differenti
e quindi colgono realtà differenti.
Quindi l’uomo è visto dagli altri in tanti modi diversi, non è più 1, ma 100.000 e perciò fatica a
conoscere chi è, fino a non sentirsi più nessuno.

Se tutti noi portiamo delle maschere e abbiamo degli altri una visione differente, ne consegue
che i RAPPORTI tra le persone NON SONO AUTENTICI.
Inoltre, se per ciascuno la realtà ha un senso diverso, anche comunicare è difficile, perché le
stesse parole hanno un significato diverso per ciascuno: ciò porta all'INCOMUNICABILITÀ.

VITA E FORMA: la VITA è un fluire incessante, cioè tutto cambia continuamente (compreso
l’uomo). Ma l’individuo non può vivere nella società secondo i ritmi naturali, deve prendere una
“FORMA”. Le forme sono i “ruoli” che ciascuno riveste nella società e nella famiglia. Sono
fissi, immobili.
Questi ruoli sono delle MASCHERE, che si portano nella vita comune.
Quando un personaggio diventa consapevole della sua maschera che porta (ha un’improvvisa
illuminazione), non si riconosce più in essa ed entra in crisi, avverte che la maschera è una
TRAPPOLA che non li permette di essere veramente sé stesso; va quindi alla ricerca di una
vita autentica, ma si scontra con la società e gli altri che quella (quelle) maschera (maschere)
gli hanno attribuito. Si sente quindi SOLO, INFELICE, OPPRESSO, SMARRITO.
Da questa trappola si può evadere solo attraverso LA FOLLIA (VERA); LA FOLLIA
SIMULATA; L’IMMAGINAZIONE; PICCOLA FOLLIA; ACCETTAZIONE DELLA MASCHERA;
INSERÌ,ENTO NELLA NATURA; SUICIDIO.

-Il concetto di umorismo


La letteratura di Pirandello è caratterizzata dall’umorismo. L’umorismo si distingue dal comico.
Il comico è l’ “avvertimento del contrario”: si avverte che qualcosa è contrario a ciò che
dovrebbe essere e ciò genera il riso.
L’umorismo è il “sentimento del contrario”: nasce da una considerazione meno superficiale
della situazione, dalla riflessione, che genera compassione da cui si origina un sorriso di
comprensione (è un sorriso amaro).

TESTO PAG. 814


“Il treno ha fischiato”
Il protagonista, Belluca, un contabile mansueto, metodico e paziente viene sottoposto a
pressioni sia nell'ambito familiare sia lavorativo. Al lavoro, infatti, è vittima delle prese in giro e
dei soprusi dei colleghi, in famiglia deve mantenere la moglie, la suocera e la sorella della
suocera, tutte e tre cieche, più le due figlie vedove e sette nipoti. Belluca per mantenere la
famiglia e poter soddisfare le esigenze delle donne è costretto a intraprendere un secondo
lavoro, il copista di documenti, nelle ore notturne.
Una sera sente il fischio di un treno, che precedentemente non aveva mai notato, e il giorno
dopo si ribella alle angherie del capoufficio producendosi in un imprecisato vaniloquio. Con
queste reazioni, fuori dagli schemi della società e dal suo modo di essere, i suoi colleghi lo
ritengono pazzo e lo fanno rinchiudere direttamente nell'ospizio. Solo un vicino di casa si rende
effettivamente conto delle motivazioni che l'hanno spinto a tale gesto ed è l'unico a capire che il
protagonista non è diventato pazzo, ma il suo comportamento è stato una semplice reazione
alla situazione diventata ormai insostenibile. Quando Belluca si sentirà oppresso dalla sua vita,
si prenderà una pausa e con l’immaginazione prenderà il treno e andrà a visitare posti nuovi e
mai visti, che esistono nonostante lui ne sia escluso dalla vita che è costretto a vivere.
Nella novella l'ordine cronologico è invertito. Non si va dalla normalità alla pazzia ma dalla
pazzia dobbiamo risalire alle cause che l'hanno determinata.
Belluca è un impiegato e a lavoro solitamente si fa sempre mettere i piedi in testa, un giorno ha
un episodio di violenza e si scaglia contro un collega. Tutti lo credono impazzito e lo fanno
ricoverare. Il suo vicino poi rivela la sua situazione economica e famigliare, facendo
comprendere la sua situazione. Si sente diverso dall’immagine che dà agli altri di sé stesso. Da
una parte c’è la vita e dall'altra la forma, la forma corrisponde alla maschera, ossia i ruoli che
dobbiamo rivestire per andare avanti nella società, rinchiudendo il nostro impulso vitale. L’inizio
è in medias res, con un verbo in terza persona, senza alcuna introduzione e a vicenda già
conclusa. Successivamente ci sono delle battute di un discorso diretto, con le voci dei suoi
compagni di lavoro che sono andati a trovarlo in ospedale. L’intervento di un narratore esterno
sottolinea la relatività dei punti di vista, di come non si possa capire esattamente i
comportamenti degli altri, e da cosa sono scaturiti.
Alla riga 33 un personaggio viene definito “vecchio somaro”, lui è semplicemente ingabbiato
nella sua vita ripetitiva, se ne sta sempre zitto, è un personaggio completamente imprigionato
nel suo ruolo, anche a causa della società, che lo vede come colui che non si lamenta mai, e
per questo anche gli altri approfittano del suo carattere mite, rimanendo fermo nel suo ruolo. È
un personaggio alienato, che però ad un certo punto ha un'epifania, una illuminazione, che gli fa
capire il vero senso della sua vita, gli fa fare uno scatto e vede
sé stesso da fuori, capendo che la vita che ha condotto fino a quel momento è una maschera
nella quale lui è costretto a rimanere. Il momento dell’epifania si ha alla riga 49 “pareva che gli
fossero caduti i paraocchi” e riga 157 “il fischio del treno che stura le orecchie”. A questo punto
il vicino ci spiega il momento in cui viene internato, è la voce del vicino a spiegarlo: dice che non
è impazzito, spiega che ciò che è accaduto è “naturalissimo”, e che non bisognerebbe arrivare a
conclusioni affrettate perché non è un folle, anzi nessuno sa che vita abbia realmente. Questo
atteggiamento del vicino di casa che lo difende, dicendo che bisogna sapere cosa c’è dietro,
viene definito da Pirandello come “atteggiamento umoristico”, secondo Pirandello la risata dei
colleghi è la reazione al contrario, quando una persona non si comporta come dovrebbe. Il
vicino ci spiega che la reazione è del tutto normale, i colleghi non sanno che lui vive con 3
donne ceche, il vicino sente per lui compassione ed empatia, l’umorismo è la compassione e
l’empatia, cioè andare oltre le cose, riflettere e ragionare per scoprire se c’è una verità, ed è
questo lo stesso scopo della letteratura per Pirandello.
Il finale della novella è che lui alla fine non è pazzo, non si ribella, però ha gustato la vita, allora
va a scusarsi col capoufficio ma si concede un momento di fuga in più attraverso
l’immaginazione. In questo modo l’uomo è diventato consapevole ed ha acquistato una dignità,
che prima non aveva perché non era consapevole. Inoltre, se per ciascuno la realtà ha un
senso diverso, anche comunicare è difficile, perché le stesse parole hanno un significato
diverso per ciascuno: ciò porta all’INCOMUNICABILITÀ.
IL CONCETTO DI UMORISMO (saggio del 1908)
La letteratura di Pirandello è caratterizzata dall’umorismo .L’umorismo si distingue dal [Link]
comico è l' “avvertimento del contrario”: si avverte che qualcosa è contrario a ciò che dovrebbe
essere e ciò genera il riso. L’umorismo è il «sentimento del contrario»: nasce da una
considerazione meno superficiale della situazione, dalla riflessione, che genera compassione
da cui si origina un sorriso di comprensione (è un sorriso amaro).

TESTO PAG. 829


“La carriola”
La novella è scritta nel 1917, presenta un personaggio e una problematica molto vicini al
romanzo Uno, nessuno, centomila. Il narratore racconta in prima persona quanto gli è
successo, scoprendo poco a poco al lettore la propria identità e il proprio “segreto”. Il
protagonista è un rispettato professore di diritto, un avvocato temuto, un padre di famiglia, che
però un giorno non si riconosce più in sé stesso. Non può uscire dalla maschera professionale,
sociale e familiare che ha creato per gli altri. La sua nuova personalità si concede durante il
giorno una pausa di “follia” quando, chiuso nel suo studio, con solo la sua cagnolina, il
professore di Diritto fa la carriola.
René Magritte: Decalcomania, maschere di Pirandello. Da una parte c’è la vita e dall'altra la
forma, la forma corrisponde alla maschera, ossia i ruoli che dobbiamo rivestire per andare
avanti nella società, rinchiudendo il nostro impulso vitale. L’epifania avviene mentre è sul treno,
dove comincia a capire che la sua vita sembra essere stata vissuta da un altro, non si sente più
sé stesso, c’è come uno sdoppiamento, gli sembra di non aver mai vissuto veramente, vede la
sua vita nei panni di un altro. La via d’uscita non c’è. Tutto ciò fa ridere perché assume un
atteggiamento che non è conforme al personaggio che è stato durante la sua vita. Se noi però
assumiamo l’atteggiamento del vicino di casa di Belluca noi sorridiamo, non ridiamo di lui,
percepiamo un sentimento di compassione. L’arte moderna ha proprio il compito di
SCARDINARE LE APPARENZE. Lui chiama questa arte “umoristica”, ci fa riflettere sui
meccanismi della vita, c’è un sorriso amaro che nasce dalla riflessione.
Il narratore è interno, vuole mantenere nel lettore una certa suspance, perché noi veniamo a
scoprire solo dopo questo gesto. La condizione psichica del protagonista è di inadeguatezza,
sia quando è nascosto dietro la sua maschera sia quando non lo è.

TESTO PAG. 803


“Dall’avvertimento del contrario al sentimento del contrario” (riga 1-19).
Tratto dall’Umorismo, Pirandello porta un esempio molto efficace di quello che egli definisce
“avvertimento del contrario”: quello di una donna ormai anziana eccessivamente truccata per
sembrare più giovane. Nel secondo brano, tratto dalla parte finale del saggio, vengono invece
analizzati il particolare meccanismo psicologico ed estetico dell’umorismo (che determina uno
“sdoppiamento” della visione), la peculiarità delle opere umoristiche e la differenza tra
disposizione umoristica e arte umoristica.
La riflessione analizza e scompone l’immagine, che fa sì che sorga il sentimento del contrario.
Ora fa l’esempio di una vecchia signora imbellettata, che non corrisponde a come dovrebbe
essere e quindi rido. Questo è il comico, l’avvertimento del contrario. Se interviene la riflessione
si capisce che forse lo fa per nascondere la vecchiaia di cui soffre, in questo modo lo spettatore
capisce e non può più ridere come prima, perché è intervenuto il sentimento del contrario.

TESTO PAG. 808


“Ciàula scopre la luna”
L’ambientazione è quella tipica delle novelle di Verga, la Sicilia. Il contesto storico-sociale è
quello delle miniere di zolfo, che Pirandello conosceva bene. Il suo nomignolo deriva dal fatto
che lui non parla, viene richiamato col verso della cornacchia. È costretto a rimanere a lavorare
per la notte insieme a Zi Scarda, con il compito di trasportare sulle proprie spalle il minerale
estratto da Zi’ Scarda e portarlo all’esterno della miniera. Zi’ Scarda è il collega più anziano con
cui lavora ed è abituato a trascorrere le giornate nel buio della miniera. La cosa che più lo
impaurisce è il buio della notte (è abituato al buio della miniera, ma il buio della notte ha
qualcosa di diverso). Comincia a vedere una luce, e si chiede come sia possibile che ci sia un
altro tramonto. Uscendo capisce che è la luce della luna e trova conforto, ne rimane quasi
estasiato.
L’inizio è simile alla narrativa verista, infatti viene subito in mente Rosso Malpelo. Questa
novella però non presenta la regressione, c’è un narratore di tipo onnisciente e tutto ciò che
viene descritto non è realistico ma ha valore simbolico.
Vengono utilizzati dei termini dialettali “caruso”, quindi la descrizione richiama la narrativa
verista caratterizzata anche da termini del lessico siciliano. I rapporti umani sono violenti e
rappresentano la sopraffazione dell’ambiente popolare (Malpelo e Ranocchio). La descrizione di
Ciaula non è verista, ma in ogni caso serve per farci capire quanto questo personaggio sia
legato ad un ambiente popolare e bestiale. Si capisce che il luogo della caverna è terribile per la
descrizione in cui vengono utilizzati aggettivi mostruosi e paurosi “infernale”, “viscere”,
“mostruosa luce”. Dice però che il buio della caverna è un buio pieno, che non fa paura a
Ciaula, anzi si sente come nel grembo materno.
L’interpretazione del buio della notte invece è completamente diversa: “Aveva paura del buio
vano della notte”. Lo temeva perché non lo conosceva ed era caratterizzato da un silenzio quasi
assordante. Lui si sente a suo agio nella caverna, come in un ventre materno. Ha paura invece
nel buio della notte, con delle stelle che non fanno nessuna luce.
Pirandello vede Leopardi in questa visione dell’Universo. Leopardi aveva parlato di un universo
vuoto, immenso e senza limiti, senza alcuna presenza, lo aveva definito come
“Infinito”, identificando però l'infinito con il nulla, o che viene trovato dentro di sé attraverso lo
stimolo esterno (siepe). Per Leopardi può essere conosciuto l’indefinito, ma non l’infinito, che
non è concepibile dall’uomo. Qui c’è un personaggio che vive come una bestia e non sa parlare,
che ad un certo punto però scopre il fascino della luna, che concepisce come una figura
materna. Allo stesso tempo c’è una concezione dell’Universo come caratterizzato da immensi
spazi vuoti. Questo ci dà l’idea del rapporto tra l’uomo e l’universo, che Pirandello riprende da
Leopardi, secondo cui l’uomo è solo, e l’Universo nei suoi confronti è indifferente. L’Infinito, Il
Canto del Pastore Errante, la Ginestra, Operetta morale: Il Copernico. In questa operetta
morale Leopardi immagina che il sole dialoghi con Copernico, colui che ha formulato la teoria
secondo cui la terra gira attorno al sole, per cui una visione anti antropocentrica secondo la
quale l’uomo è una presenza insignificante. La reazione dell’uomo è quindi di debolezza,
angoscia, incomprensione. Verso la fine si approda a dei toni lirici, poetici. Un ulteriore
riferimento a Leopardi è la presenza della Luna, che pur essendo indifferente all’uomo come nel
Canto del Pastore Errante, qua diventa come una presenza confortevole, dolce, materna,
amica, affascinante, con cui l’uomo riesce ad instaurare un dialogo. Scoprendo la Luna c’è
un’evoluzione del personaggio: da uno stato di bestialità acquisisce una dignità umana, le
bestie non hanno stupore, Ciaula invece si stupisce alla visione della luna, e riesce a cogliere il
significato della sua presenza che diventa per lui un conforto. Arriva ad una sorta di epifania,
che lo fa sentire attivo nella vita. Questa visione troverà somiglianza con Montale, che ha una
visione pessimistica: secondo lui il poeta non può più affermare una verità, ma piuttosto negare
una verità già affermata, non c’è più la possibilità di avere un rapporto pacifico con la vita.

IL FU MATTIA PASCAL
Il romanzo, scritto in prima persona, è il racconto da parte del protagonista della propria vita e
delle vicende che l'hanno portato ad essere il "fu" di se stesso.
Mattia Pascal vive a Miragno, un immaginario paese della Liguria. Il padre, intraprendente
mercante, ha lasciato alla famiglia una discreta eredità, che presto va in fumo per i disonesti
maneggi dell'amministratore, Batta Malagna. Mattia per vendicarsi ne compromette la nipote
Romilda. Costretto a sposarla si trova a vivere con la moglie e la suocera Marianna Pescatori
che lo disprezzano. La vita familiare è un inferno, umiliante il modesto impiego che ha nella
Biblioteca Boccamazza. Mattia decide allora di fuggire per tentare una vita diversa: a
Montecarlo vince alla roulette un'enorme somma di denaro e per caso legge su un giornale
della sua presunta morte. Ha finalmente la possibilità di cambiare vita. Con il nome di Adriano
Meis comincia a viaggiare, poi si stabilisce a Roma come pensionante in casa del signor
Paleari. Qui s'innamora della figlia di lui Adriana e vorrebbe proteggerla dalle mire del losco
cognato Terenzio. Quando subisce il furto del suo denaro proprio da costui, si accorge che la
nuova identità fittizia non gli consente né di denunciare Terenzio, né di sposarsi, perché Adriano
Meis per l'anagrafe non esiste. Come Adriano Meis, pur essendo ancora vivo, egli non può
«vivere». Architetta allora un finto suicidio per poter riprendere la vera identità. Ma tornato a
Miragno dopo due anni nessuno lo riconosce e la moglie è ormai risposata e con una bambina.
Non potendo più essere Mattia Pascal, decide di continuare a vivere “fuori dalla vita”, si
rassegna ad essere Il fu Mattia Pascal e non gli resta che chiudersi in biblioteca, che però
nessuno frequenta, a scrivere la sua storia e portare ogni tanto dei fiori sulla sua tomba.
Si trova in una situazione paradossale: lui è uscito dalla vita, sostanzialmente è un incapace
perché ha sperperato il denaro del padre e finisce per mettere incinta una ragazza della quale
non gli interessa. È impossibile uscire dalla vita, e alla fine lui diventa il forestiero della vita.
La sua ricerca di autenticità e di uscire dalle leggi della vita è fallimentare.
L’incipit è in prolessi, lui è già rassegnato a vivere in biblioteca. Il tono è molto ironico e
distaccato, racconta il suo “strano caso” e lo fa vedendolo da lontano, vedendolo dopo. C’è
l’espediente del manoscritto (Promessi Sposi), però lì era attestato di veridicità, ora è
solamente un pretesto.

TESTO PAG. 839


“Perché Mattia Pascal si è deciso a scrivere”
Il romanzo si apre con una Premessa, in cui il narratore Mattia Pascal si presenta, e spiega le
ragioni che lo hanno indotto a scrivere la sua storia e il modo in cui intende narrarla.
Il romanzo si può ormai definire un romanzo umoristico. Non ha grande stima del suo stesso
romanzo.
In questo romanzo c’è per Pirandello l’origine della crisi: Copernico ha aperto un campo di
riflessioni, ha fatto capire all’uomo che non è il centro dell’universo, arrivando fino al relativismo
conoscitivo.
Si capisce quindi che l’uomo non è più al centro dell’universo, per cui le storie umane diventano
“storie di vermucci”, la stessa storia che lui racconta probabilmente non gli farà molto onore,
riprende il pessimismo di Leopardi. Spiega che l’umanità è solo “atomi infinitesimali”,
riprendendo così anche Pascoli.

TESTO PAG. 843


“Uno strappo nel cielo di carta del teatrino”
Alcuni dei momenti più significativi del romanzo sono i colloqui tra Adriano Meis e Anselmo
Paleari, suo padrone di casa a Roma. Pur essendo un personaggio secondario, Paleari formula
alcune originali idee filosofiche. Nel brano il signor Anselmo prende ispirazione da una recita di
marionette che è in programma quella sera a Roma per sviluppare alcune considerazioni sui
personaggi della tragedia antica. Adriano Meis rimane impressionato dalla strana coincidenza di
queste riflessioni con il proprio caso personale.
Allegoria: l’eroe moderno è Amleto. La differenza tra Oreste e Amleto è il fatto che Oreste
agisce senza perplessità, ma se si strappa quel cielo di carta anche lui non sa più come agire.
Gli antichi hanno le loro certezze, i moderni vivono nell’incertezza. Amleto è la rappresentazione
della paralisi del dubbio, è l’inetto, lo stesso inetto che sarà Pascal, che non riuscirà a risolvere
la situazione.

IL SECONDO DOPOGUERRA
-Il bisogno di raccontare
Il periodo che va dal secondo Dopoguerra al Sessantotto costituisce uno dei momenti di
maggiore sviluppo della narrativa novecentesca. Il romanzo si riafferma: diviene sempre più
popolare e raccoglie e rilancia le grandi questioni oggetto di dibattito. I testi narrativi
ripercorrono la guerra, la Resistenza, la Shoah, il boom economico, ecc…
Si può dire che la narrativa di questo periodo segni una parabola che va dal Neorealismo allo
sperimentalismo. In un primo momento i prevale uno sguardo attento alla vita di provincia e
ai ceti popolari, oltre alle riflessioni provocate dal secondo Dopoguerra; seguito, con
l’industrializzazione, si sviluppa un atteggiamento più critico e ideologicamente più
accentuato, che aspira a rendere la letteratura uno strumento di trasformazione della realtà.
Il primo e il secondo Dopoguerra sono accomunati dalla presa di coscienza degli intellettuali
sul proprio impegno e sul ruolo della letteratura e dell’arte nella società; in particolare, oggetto di
discussione è il rapporto con la realtà: la sua definizione e l’approccio verso essa si
presentano sempre più problematici. Un altro elemento unificante può essere riconosciuto nella
volontà di “edificare”; come si vede nel libro del 1923 di Antonio Borgese, Tempo di edificare,
dove lo scrittore ha l’intento di riflettere sul proprio tempo, di ritrovare attraverso la letteratura
una prospettiva morale e civile, fatta di impegno e rigore. La Seconda guerra mondiale genera
una crescita della produzione narrativa lontana dalle tendenze avanguardistiche: una tendenza
che viene infine messa in discussione dalla Neoavanguardia degli anni Sessanta. È una fase di
espansione della narrativa che trae origine dagli anni Trenta e si protrae oltre il secondo
Dopoguerra e che viene a trovarsi racchiusa tra due Avanguardie.

I totalitarismi hanno dominato la scena europea; è l’uomo stesso ad essere cancellato. Primo
Levi declina la domanda in tutto il suo libro sui lager, Se questo è un uomo: l’orrore, oltre allo
sterminio stesso, è la disumanizzazione; è l’organizzazione razionale, industriale, dello
sterminio. Dopo Auschwitz, secondo il filosofo tedesco H. Jonas, non si può più concepire l’idea
di un Dio insieme buono e onnipotente; Secondo T. Adorno, non è più possibile scrivere poesie.
L’Italia a guerra finita ha dinanzi a sé un cumulo di macerie e il bisogno di risollevarsi: ma la
nostra penisola si compone di una varietà di condizioni contraddittorie che la rendono più
esposta al rischio di fallimenti e delusioni. Di questo complesso quadro storico gli scrittori
vogliono farsi interpreti. Nei vari autori di questo periodo convivono i il bisogno di narrare la gioia
della libertà ritrovata, la speranza per un futuro migliore; l’ansia di testimoniare quanto è
accaduto perchè non debba ripetersi; la volontà di riflettere e di acquisire consapevolezza come
individui e come popolo. Alcune delle Storie ferraresi di Giorgio Bassani (Una notte del ‘43,
Una lapide in via Mazzini, Gli ultimi anni di Clelia Trotti) gettano su tale realtà uno sguardo
lucido, che va ben al di là dell’evocazione nostalgica di un mondo di memorie.
Per Calvino, il Neorealismo era “un insieme di voci, in gran parte periferiche, una molteplice
scoperta delle diverse Italie, specialmente delle Italie fino allora più sconosciute dalla
letteratura".
Nella narrativa di questo periodo si affermano alcune caratteristiche tematiche e stilistiche. Tra i
temi prevalgono la presentazione delle “tante Italie emarginate, depresse, diseredate, mosaico
di genti e di linguaggi” e la cronaca di guerra, di Resistenza o di prigionia. Nello stile si
affermano strutture narrative relativamente lineari nel trattamento del tempo, nella scelta del
narratore o del punto di vista, nella ricerca di una prosa più semplice per sintassi e lessico, più
immediata nella sua aderenza al parlato.
Molte opere hanno valore soprattutto come documenti. Proprio l’urgenza di comunicare in
modo più diretto e vero spinge a sperimentare nuove soluzioni e conduce infine a interrogarsi
ancora sul rapporto tra letteratura e realtà. Gli autori più significativi sono Elio Vittorini, Italo
Calvino, Beppe Fenoglio, Primo Levi, Giorgio Bassani, Mario Rigoni Stern e Carlo Levi.

Si assiste all’elaborazione di una memoria collettiva e alle difficoltà e contraddizioni insite in


tale processo, dal momento che le esperienze oggetto di ricordo, nella loro molteplicità,
inevitabilmente incidono sull’interpretazione che si dà alla realtà e alla storia.
La letteratura di questi anni assolve al compito di ricostruire il tessuto connettivo essenziale per
la percezione dell’appartenenza a una comunità e per la costruzione di un’identità nazionale.
D’altra parte, la letteratura pone in luce le difficoltà di tale processo di rielaborazione e
condivisione delle vicende storiche, infatti sul fascino e sulla Resistenza si formano letterature
diverse.
In tale contesto anche l’editoria è spesso condizionata da scelte ideologiche, che comportano
anche rifiuti e incomprensioni. Accade inoltre che i narratori spesso inizino a scrivere quasi nel
medesimo momento degli eventi di cui si occupano, ma altrettanto spesso ritornino sul testo, ne
elaborino e talvolta ne pubblichino più redazioni, cos’è che negli anni possono essere diverse le
interpretazioni letterarie delle stesse vicende, caso esemplare è Se questo è un uomo di Levi.

PRIMO LEVI
Primo Levi nacque a Torino nel 1919 in una famiglia di origini ebraiche. A causa delle leggi
razziali (1938) ottenne la laurea in chimica solo nel 1941. Partecipò alla guerra partigiana e
venne catturato dai nazifascisti nel 1943 e deportato nel campo di concentramento di
Auschwitz, dove rimase, tra i pochi superstiti ebrei italiani, fino al 1945. Rientrato in Italia, si
dedicò alla letteratura, componendo opere narrative (Il sistema periodico; La chiave a stella)
e poetiche.
L’intento di rievocare e fissare nella memoria collettiva le atrocità vissute è affidato a quattro
opere: Se questo è un uomo (1947); La tregua (1963), resoconto del viaggio di ritorno in Italia;
Se non ora quando? (1982), romanzo che narra la lotta di un gruppo di ebrei contro la
persecuzione, durante la guerra; I sommersi e i salvati (1986), in cui la Shoah viene analizzata
alla luce della storia successiva. Morì suicida a Torino nel 1987.
Se questo è un uomo, La tregua e I sommersi e i salvati formano una sorta di trilogia dedicata
alla Shoah: il primo testimonia l’esperienza del lager; il secondo rappresenta un ritorno alla vita;
il terzo è un saggio che analizza l’universo concentrazionario, indagandone i meccanismi. Si
passa dal ricordo del vissuto all’elaborazione del lutto e alla riflessione critica sul senso della
tragedia avvenuta. Questo tre aspetti sono strettamente legati e non possono essere identificati
ciascuno in una singola opera; tutti sono incentrati su una questione cruciale: quali interrogativi
pone alla coscienza un’esperienza terribile ed estrema come quella del lager? È ancora
possibile avere fiducia nell’umanità? È ancora possibile affidarsi alla parola per testimoniare, per
comprendere?
In particolare, la decisione di scrivere I sommersi e i salvati trova fondamento nella sua
constatazione che la disumanità continua ad essere una minaccia; essa si ritrova nel
negazionismo, la corrente storiografica che nega l’esistenza o la funzione dei lager.

-Se questo è un uomo


Se questo è un uomo, considerato una tra le più significative testimonianze letterarie sul
tema della Shoah, fu inizialmente rifiutato da molti editori. Fu pubblicato nel 1947 presso De
Silva ma non riscosse la grande attenzione che meritava. Solo nel 1958 si ebbe un’edizione
presso Einaudi, con l’aggiunta del capitolo Iniziazione e con una presentazione scritta da
Calvino; da quel momento l’opera vide crescere l’interesse nei propri confronti e se ne
moltiplicarono ristampe e traduzioni. A partire dall’edizione del 1976 venne inserita
un’Appendice, nella quale l’autore risponde alle domande che gli venivano poste più
frequentemente nelle scuole.
Il lavoro più intenso da parte dei critici e degli studiosi è avvenuto in seguito, a partire dagli anni
Ottanta. Quest’accoglienza cauta e tradiva dipende dal fatto che il valore della testimonianza
resa da Levi ha spesso indotto a mettere in secondo piano l’originalità e la forza della sua
scrittura.
Non si può tuttavia non pensare anche all’incubo che opprimeva Levi mentre era nel lager:
quello di non essere compreso nel caso avesse fatto ritorno. Questo timore trova riscontro nella
difficoltà di essere creduti, nella vergogna provata e nell’insofferenza degli ascoltatori,
documentate da molti sopravvissuti.
Levi scrive tra il 1945 e il 1947, spinto dalla volontà di fissare immediatamente l’esperienza
vissuta. I capitoli non sono disposti in ordine cronologico (l’ultimo fu infatti redatto per primo).
L’urgenza della memoria incalza, ma l’autore vuole esporre con chiarezza e imporre un ordine.
La formazione scientifica e la missione di testimone si incontrano nella sua opera,
diventando il fondamento del suo stesso stile di scrittura.
Al testo stesso viene premessa una poesia, anch’essa intitolata Se questo è un uomo, che si
pone come chiave interpretativa del testo stesso.
La realtà dell’universo concentrazionario emerge attraverso la sua lingua tecnica: essa non
definisce solo i modi degli edifici, delle funzioni o dei ruoli, ma l’esistenza stessa delle persone.
Tra i prigionieri, i Muselmanner sono come automi, ormai allo stremo, destinati alla morte: sono
i “sommersi”; i Prominenten, che riescono ad aumentare il proprio cibo quotidiano tanto da
non essere eliminati e che sono capaci di acquisire posizioni di predominio, sono destinati alla
sopravvivenza. Nell’inferno dei lager risuonano innumerevoli lingue, come in una nuova torre
di Babele.
Nel lager riesce a sussistere anche qualcosa di radicalmente diverso: nel capitolo XI Levi si
sforza di insegnare l’italiano al Pikolo, un compagno francese, attraverso il canto XXVI
dell'Inferno dantesco. La citazione letteraria ribadisce la condizione infernale del lager, ma
dimostra la tenacia e la resistenza dell’umanità, capace di definire e giudicare l’inferno e di
elevarsi al di sopra di esso. Si assiste alla genesi stessa del testo nella terribile esperienza
vissuta e si comprendono il significato profondo e la necessità della scrittura, che può riscattare
dall’orrore dell’annientamento, anche se non può né salvare né consolare.

Ogni opera che Primo Levi scrive è diversa, sia dal pov dei contenuti che dal pov delle scelte di
linguaggio. Nasce come scrittore di lager, ma forse sarebbe stato scrittore lo stesso, va
ricordato non solo per questo.
Lui si definiva un centauro. Quando torna dal lager si sposa e lavora in fabbrica fino alla
pensione. Nella seconda fabbrica diventa anche direttore. La sua vita è divisa tra la sua natura
da chimico (lavoro pratico in fabbrica) e quella da scrittore. Questa duplicità si ha anche nelle
sue opere: abbiamo il genere memorialistico (scritti di memoria), la fantascienza (Storie
naturali), racconti autobiografici-scientifici (La tavola periodica) scrive di scienza e fa
entrare la scienza nella letteratura, che è una novità. Parla in un altro romanzo anche di lavoro
dell’uomo (La chiave a stella). Scrive anche poesie. Un’altra dualità sta nel sentirsi sia
italiano che ebreo. Nella cultura del ‘900 discipline scientifiche e quelle umanistiche si
dividono.

Per lui essere testimone significa essere “uomo normale di buona memoria che è incappato in
un vortice e che ne è uscito”. Levi si presenta al lettore con umiltà: non ha messaggi da fornire,
deve essere il lettore a tirarli da sé. È scampato da un vortice che gli lascia una curiosità nell’
indagare i comportamenti umani. Si pone davanti a ciò che succede con l’obiettivo di
conoscere far conoscere.

Come nasce se questo è un uomo?


Sente il bisogno di comunicare, come il vecchio marinaio di Coleridge, ma spesso le persone
non volevano ascoltarlo. Raccontare non è solo un bisogno ma anche un dovere civile. I motivi
per cui scrive: bisogno di raccontare, il dovere civile di testimoniare e anche raccontare al posto
di coloro che non ci sono più.
Nello stesso momento in cui scrive Se questo è un uomo scrive anche la poesia Buna Lager,
pubblicata il 28 dicembre 1945. Buna è il nome della fabbrica dove lavorava. Nella poesia vi
sono molti termini che rimandano a Se questo è un uomo: la sofferenza fisica, il fumo delle
fabbriche e dei forni, la monotonia della vita senza futuro, l’assenza di identità singola
(moltitudine), fango, l’apostrofe al compagno in cui Levi stesso si rispecchia, assenza di
pianto e dolore nel Lager, il venire indebolito e demolito, Lager come inferno dantesco, la
vergogna di essere sopravvissuto (perché sono sopravvissuto?)

Scrive Se questo è un uomo nel 1946, nel 1947 cerca di pubblicarlo con Einaudi, ma si rifiuta, in
questo momento ad Einaudi vi erano Cesare Pavese e Natalia Ginzburg, che rifiutano il testo
perché ritengono l’Italia non ancora pronta per questo, in quanto cercavano storie di altro tono,
perché l’Italia stava uscendo da un periodo buio. L’opera, però, è diversa da altre opere di
memorialistica,e pubblica quindi con De Silva, diretta da Franco Antonicelli (Antifa). Levi come
titolo aveva proposto “Storia di uomini senza nome” e “I sommersi e i salvati”, ma Antonicelli
gli dà titolo. Lo prende dalla poesia in epigrafe al testo. La copertina è un incisione di Goya
che rappresenta una vittima, tratta da I disastri della guerra.

La poesia dell’epigrafe riprende il deuteronomio e una poesia ebraica, lo Schema (“Ascolta”,


preghiera rivolta a dio, è la preghiera che afferma il monoteismo ebraico). Sono 23 versi. C’è
un’apostrofe al Voi, vi sono molti VEDI LIBRO
PIER PAOLO PASOLINI
-Una disperata vitalità
Pier Paolo Pasolini nasce a Bologna il 5 marzo 1922. La madre, Susanna Colussi, è
maestra elementare, originaria di una famiglia contadina di Casarsa, in Friuli. Nel 1939 Pasolini
si iscrive alla facoltà di Lettere dell’Università di Bologna, dove segue le lezioni di Roberto
Longhi.
Nel 1942 la madre e i due figli si trasferiscono a Casarsa. La profonda adesione al mondo rurale
del Friuli trova espressione nelle Poesie a Casarsa (1942), scritte in dialetto friulano. Pier Paolo
intanto insegna ai figli dei contadini, scrive di letteratura, fonda la Academiuta di lenga furlana,
e nel 1945 si laurea con una tesi su Pascoli. La morte del fratello Guido, attivo nella Resistenza
e ucciso da partigiani filo jugoslavi, e il ritorno del padre dalla prigionia, sono traumi profondi,
che rinsaldano il forte legame con la madre. Dal 1947 insegna in una scuola media e si iscrive
al Partito comunista. Scrive molto ma senza riuscire a pubblicare. Tra il settembre e l’ottobre
del 1949, a seguito di un incontro omoerotico avvenuto durante una sagra a Ramuscello,
scoppia uno scandalo nella piccola realtà provinciale friulana: querelato “per corruzione di
minori”, espulso dal Partito comunista, Paolini viene processato e condannato “per atti osceni”
(sarà assolto due anni dopo). Ciò rende impossibile la permanenza in Friuli: si trasferisce a
Roma con la madre.

I primi anni a Roma sono durissimi per l’isolamento e per la povertà. Dopo un periodo nel
centro della città, madre e figlio vanno ad abitare nelle borgate della periferia, a Rebibbia, tra
immigrati ed emarginati. La madre trova lavoro presso una famiglia, lui in una scuola di
Ciampino. Nonostante le difficili condizioni di vita, sono anni di paradossale felicità: scopre e
vive un mondo popolare diverso da quello conosciuto nel Friuli contadino, e al quale aderisce
con la profonda partecipazione del reietto, dell'intellettuale, del poeta. Nella scoperta di questo
mondo è usai un pioniere: è un sottoproletariato molto lontano dall’idea di popolo o di
proletariato che avevano gli uomini politici o gli intellettuali del tempo. Sin dai primi anni romani,
frequenta intellettuali, poeti e scrittori di grande valore. Dal 1954 si trasferisce con la madre nel
quartiere borghese di Monteverde.
Dalla metà degli anni ‘50, Pasolini si afferma rapidamente come protagonista della scena
letteraria e pubblica. Le sue opere suscitano subito consensi, dibattiti, polemiche, denunce e
processi, come nel caso del primo romanzo, Ragazzi di vita (1955). Collabora intanto a
periodici importanti e fra il 1955 e il 1959, fonda e dirige “Officina”, rivista di impegno civile e
letterario. In questi anni lo scrittore matura la consapevolezza di non potersi integrare in una
società che tende a metterlo sotto accusa per le sue opere o per la sua diversità, e che gli
appare alternativa e inconciliabile rispetto ai mondi popolari da lui amati e sempre più
idealizzati.
Come poeta, Pasolini abbandona progressivamente il dialetto friulano e si orienta verso la
poesia in lingua italiana di alta ispirazione civile. Come narratore, racconta il mondo
sottoproletario di ragazzi che vivono di espedienti nella capitale. Si sforza di immedesimarsi
nella parlata e nella psicologia dei suoi “ragazzi di vita”, di un’umanità che non ancora ha
coscienza della storia e vive gli impulsi vitali. Tale procedimento replica quello verghiano della
regressione.
In questi anni Pasolini avverte chiaramente come la lingua sta cambiando e assumendo la
mostruosa funzionalità tipica del nuovo mondo del neocapitalismo. Per questo, rinuncia al
romanzo e alla scrittura narrativa e passa al cinema, dove la realtà parla direttamente
attraverso le immagini. Nel 1961 realizza un primo film, Accattone, poi, nel 1962, Mamma
Roma e l’episodio La ricotta del 1963, sempre sulle borgate romane.
Su Pasolini si scatena nei primi anni Sessanta, una serie di denunce e di processi, che
colpiscono ora i suoi film, (presunte offese al senso di pudore o alla religione), ora la sua vita
irregolare o la sua identità sessuale, mentre si infittiscono le intimidazioni di gruppi neofascisti
contro la sua persona o durante le proiezioni dei film. Pasolini diviene bersaglio di una
campagna denigratoria che assume l’aspetto di una vera e propria persecuzione e che
illumina le contraddizioni e il provincialismo della società italiana.
Nel 1961 visita l’India in compagnia di Moravia e Morante, e continuando con Moravia in Africa.
Nella sua riflessione sociopolitica e nella sua opera poetica, il Terzo Mondo, prende a poco a
poco il posto del mito popolare italiano. Nel 1964 Pasolini gira Il vangelo secondo Matteo, che
conferma la centralità nella sua opera di una rilettura laica e radicale del cristianesimo.

Gli ultimi dieci anni della vita di Pasolini sono caratterizzati da un crescente pessimismo
rispetto all’Italia contemporanea. All’origine di questa situazione sta la sua convinzione che è
avvenuta una vera e propria “frattura antropologica” nella società: è scomparso il popolo
italiano quale è stato per secoli e quale egli ha amato e conosciuto in Friuli e nelle borgate
romane degli anni ‘50. Insieme al popolo sono scomparsi la cultura umanistica e la lingua della
tradizione italiana, le distinzioni di classe, le istituzioni e i poteri che per secoli avevano fatto la
storia. Al loro posto è subentrata un’umanità omologata. Pasolini vive drammaticamente
questa mutazione epocale, accettando il proprio ruolo di sopravvissuto, di testimone e quasi di
vittima sacrificale.
Nella primavera del 1966, costretto a letto da una malattia, scrive sei tragedie. La scrittura delle
tragedie serve a rinnovare il linguaggio del suo cinema, sempre meno legato al racconto
realistico, e maggiormente teso a farsi metafora. Fra il 1970 e il 1971 compie un nuovo viaggio
in Africa con Moravia, Mariani e Callas. Nel 1970 esce la Trilogia della vita (Decameron, I
racconti di Canterbury, Il fiore delle mille e una notte). Alla positività nostalgica della Trilogia si
contrappone la negatività assoluta dell’ultimo film, Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975).
Intensa e importante, negli ultimi anni, è anche l’attività pubblicista. Pasolini svolge sui giornali
un confronto continuo con il pubblico e con l’attualità: emerge qui il ruolo pedagogico che è
sotteso a tutta l’opera pasoliniana. Già negli anni Sessanta aveva tenuto rubriche di
corrispondenza con i lettori, e negli anni Settanta le riprende con gli interventi di Lettere
luterane. Sono celebri certe sue coraggiose e solitarie prese di posizione su temi scottanti.
Il 2 novembre 1975 il cadavere di Pasolini è ritrovato, massacrato, all’idroscalo di Ostia. Nel
successivo processo è condannato come unico esecutore un giovane “ragazzo di vita”, che in
seguito ritratterà più volte la sua versione.

-Testimone della fine


Le opere di Pasolini si possono certamente dividere per generi ben definiti, come poesia,
narrativa, cinema, teatro ecc. Ma dal 1940 al 1975 egli ha più di ogni altro sofferto e
rappresentato la profonda mutazione storica e culturale che ha trasformato l’Italia e il mondo
occidentale durante il ‘900. Pasolini fu costretto a modificare dall’interno la sua produzione
artistica, a causa di una serie complessa di ragioni.
Possiamo dire che Pasolini passò dalle forme chiuse della tradizioni letteraria a quelle aperte
della modernità, ma non lo fece in nome di una teoria, bensì obbedendo a una profonda
necessità interiore di cambiamento. In poesia abbandonò il rigore formale nelle scelte metriche,
stilistiche ed espressive in favore di testi sempre più approssimativi. Nel romanzo lasciò le
storie progettate in modo organico, con personaggi e linguaggio definiti, per strutture narrative
aperte, incompiute. Si rapporta all’impossibilità di perpetuare le forme della cultura umanistica in
un mondo che umanistico non è più. Nelle opere degli ultimi anni Pasolini sembra essere non
solo l’autore ma anche l’argomento centrale delle proprie opere.
Questo percorso non è lineare e preordinato: nei primi anni ‘50, l’abbandono del dialetto
materno friulano e l’adozione del gergo romanesco; negli anni ‘60 il superamento della lingua
letteraria scritta grazie alla lingua del cinema; negli anni ‘70 la consapevolezza di una frattura
storica e antropologica che segna la scomparsa del mondo umanistico e tradizionale e l’avvento
di una nuova era disumanizzata o antiumanistica. Da tale consapevolezza deriva la riflessione
sulla nuova lingua del neocapitalismo.

-Lo stile di tutti: la narrativa


Si cimenta nella scrittura narrativa già durante gli anni friulani, con storie di ragazzi nel Friuli
rurale durante la guerra e il Dopoguerra.
La narrativa di Pasolini sperimenta anche il mondo delle borgate alla periferia di Roma, dove
Pasolini vive tra il 1951 e il 1954. Qui vivono in baracche e tuguri gli immigrati del nuovo
urbanesimo, che dalle campagne meridionali affluiscono nella capitale. Pasolini vi scopre un
mondo popolare profondamente diverso da quello contadino e cristiano. Era una realtà che
l’opinione pubblica preferiva ignorare: era una realtà preculturale, che non aveva mai
conosciuto quegli elementi di cultura che fondano l’umanità e la società (valori, morale,
tradizioni ecc.). Pasolini vide in quella periferia le origini di una nuova Storia; scoprì una
nuova bellezza e un’innocenza invisibili agli altri nella vitalità elementare, cinema e violenta di
quei ragazzini abbandonati alle loro vicende.
Per raccontare questo mondo, Pasolini deve immedesimarsi nel parlante popolare: utilizza un
gergo romanesco parlato dai ragazzi delle borgate. Lo vediamo in Ragazzi di vita (1955) e
Una vita violenta (1959). Coinvolge anche il modo di vedere la realtà, la psicologia, la
sensibilità. Facendo ciò si richiama a Verga e al Verismo, infatti, il narratore in Pasolini non
esprime il suo giudizio, o meglio lascia che il giudizio nasca dalle cose. A differenza di Verga,
Pasolini vive drammaticamente la distanza dello scrittore intellettuale dal mondo popolare.
Utilizza la regressione.
Ragazzi di vita (1955) è una serie di quadri o di episodi, staccati nel tempo e vissuti anche da
personaggi diversi. Un personaggio principale è “il Riccetto”, di cui si seguono le piccole
avventure da malandrino dal 1943 al 1953. Il romanzo non descrive affatto storie e figure
esemplari, ma narra vicende di degrado sociale e umano con la forza e l’entusiasmo narrativo
della scoperta. Il romanzo fece scandalo: pur ricevendo il consenso della cultura più intelligente
e illuminata, l’opinione pubblica di destra e di sinistra non poteva ammettere alcun giudizio
positivo su quel mondo: Ragazzi di vita fu incriminato come “pubblicazione oscena”. Nel
romanzo Una vita violenta del 1959, Pasolini descrive un vero e proprio percorso di formazione
interiore.

ITALO CALVINO
-Vita
Italo Calvino nasce nel 1923 a Santiago de la Vegas (Cuba): il padre Mario vi si era trasferito
per dirigere una scuola di agraria con la moglie Eva Mameli, prima donna a ricoprire una
cattedra di Botanica. Nel 1925 la famiglia torna a Sanremo; il padre ospita nella propria
abitazione, Villa Meridiana, la Stazione sperimentale di floricoltura di cui è direttore. La sua
famiglia era anticonformista, il contesto in cui Calvino cresce è stimolante ispirato a una
cultura integralmente laica; nel 1941 si stabilisce a Torino e si iscrive alla facoltà di Agraria.
Nel 1944 entra nella Resistenza, esperienza fondamentale per lo scrittore. Al termine del
conflitto si iscrive al Partito comunista italiano e riprende gli studi universitari a Torino,
iscrivendosi alla facoltà di Lettere: abbandona gli studi scientifici ai quali da generazioni si era
dedicata la sua famiglia. Si laurea nel 1947 con una tesi su Joseph Conrad.
Nel 1947 è assunto dalla casa editrice Einaudi: inizialmente addetto all’ufficio stampa e
pubblicità, presto avvia una brillante carriera e diventa uno dei dirigenti più importanti.
L’esordio risale al 1943, quando pubblica su rivista tra brevi racconti. Inizia così una lunga
collaborazione a riviste e giornali. A sollecitare il giovane scrittore a progetti narrativi più vari è
Pavese. Nel 1947 esce il suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno, pubblicato da
Einaudi: lo scrittore interpreta in pieno la politica editoriale della casa editrice, cioè l’idea di
privilegiare una letteratura alla portata del grande pubblico, non elitaria, ma non per questo
degradata e assoggettata alle leggi del mercato.
Il 1957 segna il momento della rottura con il Partito comunista dopo i fatti d’Ungheria del 1956.
Per Calvino questa presa di distanza rappresenta la chiusura di una precisa fase della sua vita,
in cui la politica non solo aveva uno spazio e un ruolo centrale, ma era avvertita come scopo
ultimo del suo agire; d’ora in poi la politica sarà sempre più estranea a Calvino, che si trova a
dover ridefinire anche il significato e lo scopo della propria scrittura. Nel 1957 viene pubblicato il
Barone rampante, di grande successo. Con l’uscita di Marcovaldo nel 1963 è chiaro che egli
sarà uno scrittore amato dal grande pubblico.
A partire dai primi anni Sessanta Calvino diminuisce l’impegno nella casa editrice Einaudi, con il
passaggio dal lavoro a tempo pieno al ruolo di consulente: la scrittura diventa la sua attività
principale. Nel 1959 aveva compiuto il suo primo viaggio negli Stati Uniti: sei mesi, quattro
trascorsi a New York, città che lo affascina e che gli appare come l’immagine del labirinto in cui
si trova costretto a vivere l'uomo moderno. È il primo di una lunga serie di viaggi che lo portano
spesso lontano dall’Italia e che fanno di lui uno scrittore internazionale e cosmopolita: a
Boston, nel 1960, conosce il filosofo della scienza Giorgio de Santillana e, affascinato dalla sua
figura, si immerge nella lettura di testi di divulgazione scientifica.
Negli anni seguenti rallenta molto l’attività di scrittura. Nel 1969, a L’Avana, sposa la traduttrice
Argentina Esther Judith Singer e si trasferisce con lei a Roma; nel 1967, si stabilisce a Parigi,
dove risiederà fino al 1980 insieme alla moglie e alla figlia Giovanna, nata nel 1965. Nella
capitale francese può seguire da vicino il dibattito culturale e letterario di quegli anni, i lavori dei
semiologi e degli strutturalisti; frequenta anche il gruppo dell’OuLiPo. Le opere di questo
periodo (Il castello dei destini incrociati, Le città invisibili e Se una notte d’inverno un
viaggiatore) gli procurano un successo vastissimo: ottiene importanti riconoscimento, tiene
lezioni e conferenze e la sua fama oltrepassa i confini nazionali. Nel 1980 torna in Italia,
stabilendosi a Roma, dove conduce una vita appartata. Muore nel 1985 a Siena per un ictus
cerebrale.
-Uno sguardo scientifico per sondare il molteplice
La produzione di Calvino presenta una grande varietà; è infatti uno scrittore che si reinventa di
continuo; non è mai lo stesso autore del libro precedente, né quello che il lettore si
aspetterebbe: nella sua concezione dell’attività letteraria il rischio peggiore che può correre uno
scrittore è quello di rimanere fissato in una definizione. Calvino rifugge dal parlare direttamente
di sé, e nella sua opera manca ogni traccia di lirismo: egli è uno scrittore anti-autobiografico.
Non significa che parlando dei personaggi non abbia detto qualcosa di sé, ma lo ha fatto in
modo indiretto, mettendo da parte un “io”ingombrante. Il suo sguardo non è nemmeno
antropocentrico, questa posizione si spiega con la sua concezione materialistica della
realtà: per Calvino l’uomo non ha un’importanza maggiore rispetto agli altri elementi che
compongono l’universo: è l’”anello di una catena”. Questa liberazione dall’io conduce Calvino
a progettare una “macchina di racconti” in cui l’autore si propone di scomparire, per essere
sostituito da un sistema che genera storie. A partire dagli anni ‘60 matura la consapevolezza
della crisi della cultura umanistica. Sono gli anni delle innovazioni tecnologiche; questo
progresso scientifico arricchisce la conoscenza che l’uomo ha del mondo, ma allo stesso tempo
modifica il suo rapporto con la realtà. Di fronte a queste trasformazioni Calvino sente l’esigenza
di nuovi strumenti, che consentano di immergersi nella modernità. Per fare questo la cultura
umanistica da sola non basta più: si rende necessario l’uso di un nuovo linguaggio. Il sapere
umanistico tradizionale va integrato con le nuove discipline umane. Nei libri di Calvino non si
incontrano mai personaggi dall’identità solida e consistente: sono spesso bambini o figure
evanescenti, oppure sono ridotti a pure voci smaterializzate; in alcuni racconti degli anni ‘50 i
protagonisti hanno tratti più concreti, ma anche in questi casi l’autore punta alla narrazione di
avventure, intorno al gioco combinatorio della dinamica dei personaggi all’interno del testo. Si
spiega così anche l’interesse di Calvino per Ariosto, che lo attrae per il libero gioco della
fantasia.
La lingua di Calvino punta alla limpidezza, all’essenzialità e alla rapidità della comunicazione:
la scrittura calvinista è sobria, priva di ogni ornamento superfluo, mai divagante: la precisione
è una sua caratteristica fondamentale. La variazione permette poi di non cadere nella
monotonia. All’appropriatezza e alla precisione del lessico si unisce poi la chiarezza delle
costruzioni sintattiche. Lo stile calvinismo è semplice e comunicativo: anche per questa
ragione Calvino è uno scrittore che si legge facilmente e la sua opera ha raggiunto il grande
pubblico. Ciò non significa che il suo linguaggio sia semplicistico: dà l’impressione di essere
spontaneo, ma è il risultato di una costante sorveglianza della lingua e dello stile. La
componente umoristica è fondamentale nell’opera calvinista: alla comicità lo scrittore ricorre
ogni volta che il racconto rischia di cadere nel patetico o nel lirismo. Si tratta sempre di un
umorismo sottile e pacato, prevalentemente di tipo ironico, mai sarcastico, e finalizzato a
ottenere la giusta distanza dalle vicende narrate.

Calvino diceva di essersi formato come scrittore sulle pagine dei giornali; in tal modo lo
scrittore poteva prendere parte alla vita civile e portare il proprio contributo alla società: agli
occhi di Calvino era dunque una forma di partecipazione e di impegno nei confronti della
collettività.
Il midollo del leone, testo di una conferenza tenuta nel 1955, contiene una vera propria
dichiarazione di poetica: la letteratura è autonoma e in quanto tale ha una sua specificità, non
asservita a ideologie o a tesi precostituite, e partecipa tuttavia alla storia, perché ne offre
un’interpretazione. L’attenzione dello scrittore non deve rivolgersi al personaggio, ma alle
vicende che esso si trova a vivere e alle azioni che compie: è attraverso queste che viene
definita la sua identità.
Nel saggio La sfida al labirinto (1962) Calvino delinea quale dovrebbe essere il rapporto tra
l’attività letteraria e il mondo moderno, complesso e disordinato: di fronte a questo labirinto, la
letteratura non deve arrendersi, ma deve “sfidarlo”, cioè deve tentare di controllarlo
razionalmente, per cercare una via d’uscita. La scrittura non è allora svago, ma qualcosa che
incide sulla realtà e sull’uomo. Il saggio costituisce un momento importante nell’ approdo
dello scrittore alla letteratura "cosmicomica", rinnovata dagli apporti della scienza.
Nell’anno accademico 1985-86, Calvino è invitato presso l’università di Harvard a tenere
alcune lezioni; decide così di parlare dei “valori o qualità o specificità della letteratura” da
tenebre a memoria per il futuro.
● Leggerezza: permette di trattare degli argomenti più seri con levità, disincanto e
autoironia;
● Rapidità: caratteristica fondamentale della scrittura: lo stile deve essere essenziale, la
trama agile, la scrittura scorrevole;
● Esattezza: salva dal rischio della genericità;
● Visibilità: è dall’immagine che si sviluppa il racconto, perché in essa è già presente
implicitamente una storia, e compito dello scrittore è sviluppare il racconto
potenzialmente presente in un’immagine;
● Molteplicità: in quanto capacità di restituire in un'opera le molteplici relazioni fra cose,
uomini e vicende.
Negli ultimi anni Calvino è stato al centro di un intenso dibattito critico: alcuni studiosi lo hanno
accusato di aver rinunciato a un’idea “forte” di letteratura, preferendo una scrittura d’evasione,
brillante ed elegante ma fine a sé stessa. Così interpretato, Calvino è stato contrapposto a
Pasolini, che al contrario è stato indicato come esempio di scrittore impegnato. Molti critici si
sono opposti a questa interpretazione dell’opera calvinista, per esempio rintracciando, dietro la
sua leggerezza, un’ispirazione morale e la continua ricerca di un senso. I due scrittori si erano
confrontati spesso, scambiandosi lettere e recensioni da cui emerge la loro divergenza di
opinioni

-Il sentiero dei nidi di ragno


Calvino mantiene sempre una cauta distanza dal Neorealismo, che, secondo lo scrittore, rischia
di produrre opere ripetitive, o eccessivamente soggette a ideologie politiche. Per questo è più
esatto parlare di un’ispirazione neorealista.
Il sentiero dei nidi di ragno viene pubblicato nel 1947 presso Einaudi.
Il libro, organizzato in 12 capitoli, narra le vicende di Pin, un bambino di dieci anni, senza
genitori, che vive con la sorella prostituta, durante la Resistenza. Pin ostenta sicurezza e gli
uomini del paese lo incaricano di rubare la pistola al soldato tedesco che frequenta la sorella.
Tuttavia, quella che il bambino credeva un’impresa è accolta da una totale indifferenza da parte
degli adulti: egli nasconde quindi l’arma in un luogo segreto, appunto quello dove i ragni fanno il
nido. A causa del furto, Pin viene messo in prigione, ma riesce a fuggire insieme al partigiano
Lupo Rosso; datosi alla macchia, incontra un altro partigiano, il Cugino, malinconico e
rassicurante, che lo conduce dai propri compagni. Pin si trova così a vivere con i partigiani, si
sposta con loro dopo l’incendio del rifugio, assiste alle loro discussioni. Dopo l’ennesima
battaglia con i Tedeschi, rimane solo; incontrato di nuovo il Cugino, lo porta al nascondiglio dei
nidi di ragno, e qui la vicenda si conclude.
La trama è organizzata in tre blocchi narrativi, che corrispondono agli elementi costitutivi della
fiaba:
● Nel primo (capitoli I-IV) il protagonista deve superare il compito che gli è stato
assegnato e recuperare l'oggetto “magico” (la pistola); viene allontanato e
perseguitato, ma trova un amico (il Cugino);
● nel secondo (capitoli V-IX) si consuma la sciagura (l’incendio, la fuga);
● nel terzo (capitoli X-XII) Pin recupera l’oggetto (la pistola) e si chiude la narrazione.
Pin, il protagonista, è un bambino in apparenza spavaldo, ma in realtà solo e triste,
ingenuamente sprovveduto; la sua è una goffa richiesta di attenzioni da parte di un mondo
adulto che gli restituisce solo incomprensione: per farsi accettare in quella realtà misteriosa e
ostile, sogna di compiere grandi imprese. Il compito di rubare la pistola diventa una sfida, una
specie di rito di passaggio o di iniziazione; alla fine, pur avendolo superato, il ragazzo rimane
comunque escluso dal circolo degli adulti. Come Pin, anche gli altri personaggi non conoscono
un’evoluzione: sono dei “tipi” precisi. Si tratta di una precisa scelta dell’autore, che si allinea da
un lato al carattere “fiabesco” della narrazione, dall’altro risponde al proposito dell’autore di
mettere a fuoco le vicende, più che i ritratti psicologici.
Calvino ha voluto raccontare la Resistenza: si trattava, per Calvino, di non cadere negli eccessi
della retorica, ma anche di non sacrificare l’arte all’ideologia e di trovare la lingua giusta per
narrare un’impresa collettiva. Egli adotta il punto di vista di un bambino, rinunciando a una
rappresentazione naturalistica della realtà; la Resistenza è infatti rivissuta attraverso
l’esperienza di Pin, che non è un eroe, ma, un bambino sporco, povero, che non sa nulla di
politica, ai cui occhi tutto diventa un’avventura. Anche i partigiani non hanno nulla di eroico:
sono privi di una vera coscienza politica e abituati ad arrangiarsi per sopravvivere, oppure sono
fanatici. Al bambino il mondo degli adulti appare squallido e a tratti malvagio: ben lontano da
quell’ideale di purezza di cui nel capitolo IX si fa portavoce un altro personaggio, il partigiano
Kim. Lo stile avvicina questo romanzo al racconto orale: la voce, che narra in terza persona,
parla una lingua semplice e colloquiale
GIUSEPPE UNGARETTI
-La vita
Giuseppe Ungaretti nasce l’8 febbraio 1888 ad Alessandria d’Egitto. Questa esperienza
sarà fondamentale per la formazione della sua identità poetica: “Sono nato al limite del deserto
e il miraggio del deserto è il primo stimolo della poesia. E lo stimolo d’origine”. Esso è
esperienza della fragilità e dell’inconsistenza dell’uomo; è emblema dello sradicamento.

Entrambi i genitori sono lucchesi: il padre Antonio, emigrato in Egitto per lavorare come operaio
nella costruzione del Canale di Suez, muore quando Giuseppe ha due anni; la madre gestisce
un forno alla periferia della città. È lei, donna di grande energia, a incantare Giuseppe e suo
fratello Costantino con i racconti sulle lontane terre d’origine. Ungaretti compie gli studi presso
l’Ecole Suisse Jacot, un’ottima scuola svizzera dove legge soprattutto autori francesi, ma
scopre anche Leopardi, Nietzsche, Poe, Baudelaire, Mallarmé.

Dopo un soggiorno di tre anni al Cairo, dove intraprende l’attività giornalistica scrivendo
articoli e recensioni, nel 1912 Ungaretti si trasferisce a Parigi; qui si iscrive alla Sorbona e
frequenta, al Collège de France, le lezioni di Bergson, le cui riflessioni sul tempo e sulla
memoria influenzeranno profondamente la sua poetica. Il soggiorno parigino amplia l’orizzonte
della formazione culturale: si inserisce nel clima culturale della capitale francese ed entra in
contatto con gli esponenti dei movimenti artistici e letterari d’avanguardia. Nel 1915 pubblica le
prime poesie su “Lacerba”, la rivista dei futuristi.

Nel 1914 Ungaretti si era stabilito in Italia, a Milano. Il conflitto mondiale appare ai suoi occhi
come l'occasione per ritrovare le proprie origini; si arruola come volontario ed è inviato a
combattere sul Carso. Ma l’esperienza della guerra si rivela terribile: da essa trae ispirazione
per riprendere la scrittura poetica e la prima raccolta, Il porto sepolto, vede la luce nel 1916,
a Udine.

Alla fine del conflitto si stabilisce a Parigi: qui, dopo aver pubblicato una raccolta di liriche in
francese (La guerre), entra in contatto con il gruppo dei poeti surrealisti. La preoccupazione
per le precarie condizioni economiche non lo distoglie dalla scrittura: nel 1919 dà alle stampe
Allegria di naufragi, che ripropone le poesie del Porto sepolto e delle Guerre e un gruppo di
nuove liriche. Inizia un’intensa collaborazione con periodici culturali, ciò lo porta a scrivere
articoli e recensioni e contributi di carattere più teorico, come i saggi Verso un’arte nuova
classica (1919) è Innocenza e memoria (1926). A questa produzione saggistica Ungaretti si
dedicherà con costanza fino agli ultimi anni.
Nel 1920 lavora presso l’ambasciata italiana di Parigi.

Nel 1921 si trasferisce a Roma, dove trova lavoro presso il ministero degli Esteri; l’impatto
con la città ha importanti ripercussioni sulla sua poesia.
Nel 1922 aderisce al fascismo, nel quale vede la via per una possibile concordia politica e
sociale. Nel 1923 vede la luce la seconda edizione del Porto sepolto, con una prefazione di
Mussolini, poi eliminata dalle edizioni successive; continua la collaborazione a periodici
culturali italiani e stranieri. Ancora assillato dalla difficile situazione economica, si impegna in un
ciclo di conferenze in Belgio e avvia una fitta collaborazione giornalistica con numerosi
quotidiani italiani.
Riscopre la fede cristiana: la “conversione”, nel 1928, non è improvvisa, ma è la risposta a
un’ansia religiosa avvertita da tempo. In questi anni legge Leopardi e Petrarca che d’ora in
poi saranno i “suoi” autori: su di loro tiene numerose conferenze in diversi Paesi europei. Nella
prima metà degli anni Trenta compie una serie di viaggi, in Italia e all’estero, come inviato
speciale della “Gazzetta del Popolo”. Nel 1931 aveva pubblicato L’Allegria, favorevolmente
accolta dalla critica, cui segue, nel 1933, il Sentimento del tempo; continua la sua attività di
traduttore.

Nel 1937 accetta la cattedra di Lingua e Letteratura italiana presso l’Università di San Paolo
del Brasile, dove rimarrà fino al 1942: l’insegnamento universitario e l'attività di conferenziere
gli consentono di approfondire la riflessione sugli autori della letteratura italiana (soprattutto
Dante, Petrarca, Leopardi, Manzoni, D’Annunzio) e la cultura barocca, che lo portano a
interrogarsi sull’ significato della poesia e all’elaborazione di una nuova stagione poetica.
Nel 1939 muore il figlio: da questa tragedia nasceranno alcuni versi della raccolta Il dolore,
pubblicata nel 1947. il paesaggio brasiliano suggestiona profondamente Ungaretti. Il dolore per
la perdita del figlio suggerisce al poeta la visione di una Natura feroce e violenta. Questo
paesaggio, di una vitalità straordinaria, è anche selvaggio e spaventoso. L’immagine del
paesaggio si fonde con la morte del bambino, dando vita al ritratto di una Natura
leopardianamente indifferente e spietata. Nel 1942 Ungaretti rientrerà in Italia, perché nel
frattempo il Brasile è entrato in guerra a fianco degli alleati; si stabilisce di nuovo a Roma.
Continua la sua attività di insegnante, fino al 1958 presso l’Università La Sapienza.

Nel 1942 pubblica, presso Mondadori, l’edizione definitiva dell’Allegria e, nel 1943, quella del
Sentimento del tempo; seguiranno le raccolte La terra promessa (1950) e Un grido e
paesaggi (1952).
Negli anni Cinquanta e Sessanta ottiene importanti riconoscimenti: riceve il premio
internazionale di poesia Etna Taormina; in occasione del suo settantesimo compleanno la
rivista “Letteratura” gli dedica un numero speciale; le sue poesie vengono tradotte. Sono anni
intensa attività creativa su più versanti, che vedono la pubblicazione delle poesie del Taccuino
del vecchio, delle prose di viaggio Deserto e di Vita d’un uomo.
Nel 1958 muore la moglie. Compie ancora numerosi viaggi e, nel 1970, si reca negli Stati Uniti,
per ricevere un premio all’università dell’Oklahoma ma, colpito da una broncopolmonite
mentre si trova a New York, rientra in Italia e muore a Milano la notte del 1 giugno 1970.

-La poetica
Ungaretti consolidò negli anni la sua forte apertura culturale, accogliendo le sollecitazioni che
gli venivano da esperienze molto lontane (come l’haiku giapponese, che conobbe durante il
primo soggiorno parigino) e dedicandosi a un’intensa attività di traduttore. Per questo si è
potuto parlare di “nomadismo intellettuale”.

La tradizione letteraria francese ebbe un ruolo di primo piano nella formazione e nella
riflessione poetica di Ungaretti. Uno degli autori per lui più importanti è il poeta romantico
Maurice de Guérin: la sua attenzione ai suoni puri della parola (mots inarticulés) e gli echi
sonori dei suoi vocaboli, come rivelatori del senso profondo delle cose, influiscono
profondamente sulla lingua Ungarettiana. Il suono, il ritmo, la musica delle parole sono carichi
di significato: su questa linea risulta proficua anche la lettura di Mallarmé, la cui influenza si
rivela decisiva per il valore fonosimbolico dei vocaboli. Ungaretti poteva trovare analoghe
riflessioni sulla sostanza fonica del verso anche in Pascoli: ma mentre questi è alla ricerca di
un linguaggio spesso pre grammaticale, Ungaretti concepisce il linguaggio come un sistema di
relazioni in sé finito e autosufficiente. Troviamo anche l’influenza di Baudelaire, con il quale
ha in comune molti temi e soprattutto l’idea di poesia, intesa come esplorazione dell’abisso.

Per Ungaretti la poesia è tensione a cogliere il segreto dell’essere. È la parola a dare senso
alla vita e alla realtà; la poesia è strumento di conoscenza. Grazie alla parola poetica
Ungaretti può ritrovare sé stesso, rintracciare le proprie origini, come accade nella poesia I
fiumi; solo provvisoriamente, perché la condizione dell’uomo resta quella di un nomade in
esilio. La ricerca di un approdo definitivo è all’origine della poesia ungarettiana: approdo che
non è tanto un luogo, quanto piuttosto una condizione, uno stato iniziale. Alla parola spetta il
compito di esprimere l’eterno: essa comunica la tensione interiore verso l’assoluto, rivela il
mistero, e per questo ha un carattere “sacro”. Non c’è dunque nella poesia ungarettiana
nessuna svalutazione del linguaggio poetico, come avviene nel movimento futurista; il poeta ha
la responsabilità di comunicare una verità.

Il percorso alla ricerca di un’originale terra di beatitudine costringe il poeta a un eterno


viaggio: la sua condizione è quella del girovago, che raggiunge mete sempre provvisorie. Il
radicamento è solo temporaneo, perché è sempre seguito da nuove partenze.
Il poeta nomade aspira a un luogo in cui radicarsi, ma non smette mai i suoi panni di girovago.
La verità si rivela continuamente sfuggente: per questo il poeta è in continuo movimento.
Questa tensione verso l’oltre (dimensione “orizzontale) convive con la necessità di un viaggio
in profondità, per discendere alle radici più nascoste dell’essere (dimensione “verticale”). Le
immagini simboliche che riassumono queste due spinte, opposte e complementari, sono
quelle del palombaro (Il porto sepolto), del girovago (nella poesia così intitolata), del lupo di
mare (Allegria di naufragi).

L’attività poetica di Ungaretti è caratterizzata da revisioni e correzioni prima di raggiungere


l’aspetto definitivo. Questa “inquietudine” è conseguenza della concezione stessa che Ungaretti
ha della poesia: il “mestiere” è l’espressione di una ricerca mai interrotta della verità, alla
quale è possibile solo avvicinarsi, senza poterla mai afferrare. Tutte le raccolte sono
attentamente studiate nella loro organizzazione interna, spia di una tensione “costruttiva”.

Dal 1942 Ungaretti unì a quelli delle raccolte man mano pubblicate un secondo titolo, Vita d’un
uomo, a sottolineare come ogni volume sia concepito come tappa di un unico percorso
biografico e intellettuale. Egli comincia a pensare a una sistemazione in un “unico libro”
della propria opera poetica, della quale ciascun volume rappresenta una singola parte. Il titolo
Vita d’un uomo stabilisce un legame diretto tra biografia e opere, che Ungaretti propone come
chiave di lettura: l’esperienza personale e la scrittura poetica vanno di pari passo perché l’opera
è essa stessa uno strumento di conoscenza per l’autore.
Nel 1969 vede la luce Vita d’un uomo. Le poesie, che riunisce l’intero corpus poetico
ungarettiano arricchendolo di autocommenti: qui Ungaretti riconsidera il proprio percorso a
partire dal punto d’arrivo.
Bisogna tenere presente che riorganizzando le proprie poesie in questo volume complessivo
Ungaretti interviene sui testi e sull’assetto delle singole raccolte, egli modella il proprio
autoritratto poetico e intellettuale.

-L’Allegria
Nel 1916 Ungaretti pubblicò le poesie composte durante la guerra nella raccolta Il porto
sepolto, che fu incluso nella raccolta Allegria di naufragi del 1919, e riedito a parte nel 1923 a
La Spezia, con presentazione di Benito Mussolini. Fu infine riproposto all’interno delle tre
edizioni dell’Allegria del 1931, 1936 e 1942. La raccolta presenta una struttura attentamente
calcolata, organizzata in cinque sezioni. La prima si intitola Ultime (testi tra il 1914 e il 1915);
la seconda Il porto sepolto (1916), anno della partecipazione alla Grande Guerra; la terza
Naufragi (1917); la quarta Girovago (1918); la quinta Prime (testi composti tra Parigi e Milano
nel 1919).
Il nucleo delle poesie del Porto sepolto rimane intatto nella sua conformazione, presentando
pochi e modesti interventi correttori rispetto alla prima edizione del 1916; cosa che non
avviene con le altre sezioni, che subiscono profondi rimaneggiamenti. Il Porto sepolto si
conferma come “matrice” e nucleo generativo dell’ispirazione poetica ungarettiana.

In Ungaretti i titoli facilitano e orientano l’interpretazione del testo: è così anche per i titoli delle
raccolte. Il porto sepolto allude all’inabissarsi del poeta nelle profondità più remote della realtà
e dell’animo umano, per riportarne in superficie il “segreto”. Indica così che la raccolta vuole
essere un viaggio in profondità verso l’abisso. Il titolo del secondo volume, Allegria di
naufragi, contiene un ossimoro. La gioia è associata al dolore: l’allegria non può che nascere
dal disastro del naufragio, dalla consapevolezza che la morte è sempre incombente, ma a sua
volta dal naufragio può scaturire “allegria”. La metafora del naufragio ha numerosi agganci con
la tradizione letteraria; qui in particolare si avverte la suggestione dell’Infinito di Leopardi.

Le poesie dell’Allegria rappresentano, nel panorama della lirica italiana del tempo, una radicale
novità, perché si propongono come testi essenziali, spesso molto brevi. Si basano sull’uso
del “versicolo”, cioè di un verso ridotto alla misura di una singola parola, spesso un
aggettivo o un avverbio, o addirittura di una sola sillaba. Non sono utilizzati i metri
tradizionali, nè la rima e le poesie si sorreggono su una fitta rete di richiami fonici: se
ricomposti, i versi brevi ungarettiana riconducono spesso a misure metriche consuete, prima fra
tutte l’endecasillabo.
La parola è isolata spesso nel vuoto del verso e risalta negli spazi bianchi, perché nella sua
nudità possa sprigionare tutta la sua carica semantica.
Manca la punteggiatura e sono spesso assenti i legami sintattici fra le parole: è il discorso
frantumato e disarticolato che ne risulta a dare una profonda intensità evocativa al singolo
vocabolo. Anche attraverso l’uso dell’analogia Ungaretti cerca di rendere lo spessore
semantico della parola. La parola, prelevata dal lessico comune e quotidiano, non è usata per
descrivere, ma per evocare.
Le liriche sono disposte come in un diario di guerra, poiché per ogni testo sono indicati luogo
e data di composizione, ma, nonostante questa struttura, L'Allegria non è un’espressione
puramente soggettiva, né una trascrizione del tragico vissuto quotidiano. Non ha dunque solo
una giustificazione biografica. La presenza del luogo e della data significa che è nella
concretezza della storia che la poesia può ritrovare il senso dell’esistenza: non prescinde dagli
eventi, è immersa nella storia. La parola poetica è lo strumento della ricerca del profondo a
cui è chiamato il poeta.

La parola a cui tende Ungaretti è “nuda” di tutti i possibili orpelli, aggettivi, avverbi e
punteggiatura, e innocente perché recupera i valori primigeni e più remoti, ed è destinata a
durare, perché il segreto a cui arriva è assoluto; è frutto di una illuminazione, esprime il
mistero.

L'esperienza da cui traggono ispirazione le poesia della raccolta è quella della guerra: ne
derivano versi crudi di denuncia dell’orrore bellico, ma anche l’urgenza di riconoscersi
fratelli, l’attaccamento alla vita, la necessità della scrittura. La guerra diventa così
l’occasione per prendere coscienza della “condizione umana, della fraternità degli uomini nella
sofferenza”.
La visione desolata di un’umanità prostrata, l'assimilazione di morte e vita non annullano il
prepotente desiderio di vivere. Questo slancio si traduce anche in pulsione erotica.
Altri temi centrali nella raccolta sono quelli dell’esilio e del viaggio, con la conseguente
immagine del poeta girovago, privo di radici, condannato a un’incessabile peregrinazione. Ma
questa condizione non è solo di Ungaretti, è lo sradicamento esistenziale di tutti gli uomini.

EUGENIO MONTALE
Quella di Eugenio Montale – saggista, traduttore, brillante critico letterario e musicale, e,
soprattutto, grandissimo poeta – è stata una delle voci più importanti del Novecento europeo.
Rigoroso testimone del proprio tempo, antifascista e critico acuto della nuova civiltà
industrializzata, Montale nei suoi versi ha dato espressione al disagio dell’uomo moderno.

12 ottobre 1896: Eugenio Montale nasce a Genova, da una famiglia borghese e benestante.
1917-1919: Trascorre l’infanzia tra Genova e Monterosso. Compie studi commerciali, ma
coltiva la passione per la letteratura.
Si arruola nell’esercito e partecipa alla Prima guerra mondiale. Al rientro a Genova inizia a
frequentare grandi scrittori e a pubblicare poesie e articoli di critica letteraria.
1925: Esce la raccolta poetica Ossi di seppia. Firma il Manifesto degli intellettuali
antifascisti di Benedetto Croce. La fama di Montale si consolida anche a Torino, Trieste e
all’estero.
1927: Si trasferisce a Firenze. Lavora presso la casa editrice Bemporad e collabora con
importanti riviste.
1929: Assume la direzione del «Gabinetto scientifico-letterario Vieusseux».
1933: Stringe un rapporto amoroso e intellettuale con l’americana Irma
Brandeis (chiamata Clizia nelle poesie).
1938: In seguito all’emanazione delle leggi razziali, Irma Brandeis, ebrea, lascia l’Italia. A causa
della sua mancata adesione al partito fascista, Montale è allontanato dal Gabinetto Vieusseux.
1939: Esce Le occasioni. Inizia la convivenza con Drusilla Tanzi (chiamata Mosca nelle
poesie).
1945: Alla fine della guerra si iscrive – per pochissimo tempo – al partito d’Azione. Fonda il
quindicinale «Il Mondo».
1948: È assunto come redattore al «Corriere della Sera» e si trasferisce a Milano.
1956: Esce la terza raccolta di poesie, La bufera e altro, e il volume di prose Farfalla di
Dinard.
1967: Dopo aver ricevuto vari premi e lauree honoris causa, viene nominato senatore a vita.
1971: Esce la raccolta Satura, dove confluiscono i versi dedicati alla moglie, morta nel 1963.
1973: Esce la raccolta di liriche Diario del ’71 e del ’72.
1975: Riceve il premio Nobel.
1977: Esce la raccolta Quaderno di quattro anni.
1980: Esce l’ultima raccolta, Altri versi.
1981: Muore a Milano.
1996: Esce Diario postumo, che raccoglie le liriche dedicate alla poetessa Annalisa Cima.

Le principali raccolte poetiche di Montale sono le seguenti:


● Ossi di seppia (1925): il poeta dà voce al suo disagio interiore, alla disarmonia che si
è creata tra l’uomo e la natura;
● Le occasioni (1939): piccoli eventi miracolosi sembrano far intravedere il senso
dell’esistenza. I passaggi della donna-Angelo sono occasioni di salvezza per il poeta;
● La bufera e altro (1956): il poeta affronta gli orrori della Seconda guerra mondiale e
la delusione per il dopoguerra italiano;
● Satura (1971): vi confluiscono i versi composti in memoria della moglie. A un mondo
sempre più volgare deve essere opposta una poesia che ne mostri le contraddizioni.
Nei versi di Montale trova espressione il disagio interiore tipico dell’uomo del Novecento.
La condizione dell’uomo è quella di un’asfissiante prigionia. Intorno a sé il poeta vede solo
angoscia, sofferenza, dolore: è il male di vivere.
Il bene è un’esperienza rara, casuale: le sue apparizioni sono affidate al capriccio di un’entità
ironica e distante, la “divina Indifferenza”. Neppure la memoria reca conforto: il tempo
allontana inesorabilmente anche i ricordi più cari.

Il male di vivere è una condizione di disagio che va oltre la sfera umana.


Dovunque regna la disarmonia: il paesaggio che fa da sfondo alle liriche di Montale –
soprattutto a quelle della raccolta Ossi di seppia – è cupo, grigio, aspro.
Solo rari lampi di luce, piccoli eventi miracolosi, sembrano talora infrangere la campana di
vetro in cui il poeta si sente imprigionato e far intravedere il senso dell’esistenza.

Il senso di squallore che domina la realtà trova corrispondenza nello stile adottato dal poeta.
Il linguaggio è scabro ed essenziale. I termini sono caratterizzati da una sonorità aspra e
dura.
La parola non è in grado di descrivere il mondo perché si è rotta l’armonia che regnava tra il
mondo stesso e l’uomo.
Il poeta non è più «vate», guida per gli uomini: non sa più trovare, e dunque esprimere, un
senso della vita.
Tutto ciò che si può dire è per negazione: ciò che l’uomo non è, ciò che non vuole.

Soprattutto a partire dalla seconda raccolta poetica, Le occasioni, Montale affida il compito di
esprimere le sue meditazioni ai fatti concreti della vita. Sono gli oggetti, emblemi del suo
mondo interiore, a parlare per lui, senza bisogno di commenti.
Emozioni e concetti astratti possono essere espressi tramite una correlazione con oggetti
determinati e concreti. È la tecnica espressiva del correlativo oggettivo (espressione coniata
dal poeta anglo-americano T.S. Eliot).

Nella sua vita Montale incontrò alcune donne importanti per lui, con le quali strinse rapporti di
amore o di affettuosa amicizia.
Queste figure femminili tornano nei suoi versi – in particolare nelle raccolte Le occasioni e La
bufera e altro – sotto sembianze particolari o con nomi simbolici.
La donna-angelo di Montale è la custode della cultura e l’unico essere in grado di svelare il
senso dell’esistenza. Solo il poeta percepisce il fugace passaggio nel mondo della
donna-angelo e coglie il senso miracoloso e salvifico dell’incontro.
Quella della donna-angelo è una figura poetica che ha origine nello Stilnovo e che trova il più
alto interprete in Dante (Beatrice).

OSSI DI SEPPIA
Pubblicata nel 1925, nella raccolta Montale dà voce al suo disagio interiore, alla disarmonia
che si è creata tra l’uomo e la natura. Più che una raccolta di poesie appare come una
biografia in versi che ricostruiscono il percorso intellettuale e psicologico di un antieroe,
segnato da un “senso d’inadattamento”. Da qui il senso del titolo che è prova della
straordinaria capacità evocativa del poeta: gli “ossi” di seppia sono i residui di molluschi che il
mare restituisce alla riva, prosciugati di vita. Un oggetto dell’esperienza quotidiana, che
richiama un paesaggio marino ed evoca un malessere senza rimedio.
L’intera raccolta è costruita sulla costante oscillazione di sentimenti antitetici di un io che
percepisce il “mal di vivere”, ma che allo stesso tempo rimane alla costante ricerca di una
speranza, di una rivelazione di una verità che vada oltre l’insensatezza dell’apparenza, anche
se la verità rivela che nulla esiste.
Fa da sfondo un'ambientazione costante: il paesaggio ligure, aspro e magnetico insieme.
Questo scenario viene connotato come emblema della condizione esistenziale e di questa
continua oscillazione di sentimenti, poiché esprime la desolazione e il sentimento doloroso
dell’esistenza. L'immobilità e l’immutabilità del mare e del paesaggio nel primo pomeriggio sono
l’unico luogo che può custodire il mistero e divengono perciò emblema di quella salvezza
continuamente cercata.
Ossi di seppia rivela un rapporto ambivalente con i classici: Montale si distanzia dalla
tradizione, ma solo dopo averla assorbita e fatta propria. L’opera è intessuta di rimandi
letterari, che affiorano più o meno espliciti nei testi, reinterpretati e adattati alle diverse
esigenze poetiche.
Il “mal di vivere” di Montale è frutto del pessimismo di Leopardi e della filosofia di
Schopenhauer. La sostanza della poesia di Montale nasce dal superamento della tradizione
simbolista: se per i poeti simbolisti la poesia aveva un valore positivo e il poeta era l’unico in
gradi di poter decifrare la realtà e aveva quindi il compito di restituirla con uno stile aulico, per
Montale la poesia aveva valore negativo perché cantava l’assenza dell’’identificazione del
particolare con l’universale e quindi il ruolo del poeta non esisteva perché non aveva verità da
svelare, ne deriva uno stile umile e concreto.

Non chiederci la parola


La poesia viene scritta nel 1923, essa apre la sezione di Ossi di seppia della raccolta. Si tratta
di una dichiarazione di poetica.
Già nei primi versi de "I limoni" aveva preso in causa i poeti laureati (quindi si pensi a
D'Annunzio e Petrarca) dicendo di distinguersi da loro per il suo distacco tematico e stilistico.
Montale fa questa distinzione in primo luogo perché lui proprio non ha mai ricevuto una
formazione classica, ma soprattutto perché lui non pensa che i poeti abbiano più qualcosa da
dire, non sono più vate.
In Non chiederci la parola Montale riprende proprio questo concetto e chiede di non porre
domande ai poeti, di non chiedere loro una definizione, dei contorni perché non hanno certezze.
Nella poesia ci sono 2 strofe che si aprono con una negazione, che viene poi ripetuta due volte
nell'ultimo verso. Ribadisce il fatto che non ci sia "una formula" che sia certa e che possa
rivelare la realta delle cose.
Metafora del croco: fiore che germoglia tra la polvere che sommerge il mondo pieno di mal di
vivere. "Non cura la sua ombra", fa pensare alle maschere, al dualismo- l'uomo non è più un
monolite ma ha molteplici facce. "Una sillaba storta" ha poco da dire ma abbiamo solo quella e
dobbiamo accontentarci. Negli ultimi versi dà una definizione per negazione: il poeta può solo
negare affermazioni passate, non può definire qualcosa di nuovo.

Meriggiare pallido e assorto


La poesia viene composta nel 1916. Piena di artifici fonosimbolici che rendono l'atmosfera del
pomeriggio, momento di stasi in cui il giorno è al massimo della sua potenza. Descrizione del
paesaggio della Liguria in un pomeriggio estivo. Non c'è una persona specifica tutti i verbi
sono all'infinito indicando una presenza umana universale, in un paesaggio aspro con un
muro rovente, un orto, pruni e sterpi, formiche che lavorano in modo incessante. In
lontananza si sentono le onde del mare illuminate da una luce abbagliante e si sentono le
cicale.
“Triste meraviglia” è ciò che sente davanti alla vita e al suo travaglio, simbolizzato da un muro
pieno di cocci. L’immagine del muro richiama la siepe dell'Infinito di Leopardi e che esprime
un senso d’impedimento definitivo, che costringe la prospettiva dell’uomo al mondo dei
particolari in cui è intrappolato e che non gli consente di accedere alla comprensione di
significati più generali. L’azione di seguire la muraglia un un meriggio desolato, diventa
emblema dell’insensatezza della vita e delle sue sofferenze. A questo ambiente si
contrappongono le onde del mare e la salvezza di cui sono simbolo, che però rimangono
lontane, dietro il muro.

Spesso il male di vivere ho incontrato


La poesia è stata probabilmente composta nel 1924, quando Montale conia l’espressione “mal
di vivere”, condensando in essa la sofferenza insita nell’esistenza. Il male di vivere viene
rappresentato da oggetti "rivo strozzato che gorgoglia" "l'incartocciarsi della foglia riarsa" "era il
cavallo stramazzato" -> CORRELATIVO OGGETTIVO.
Montale costruisce nei versi un climax partendo dal mondo inanimato (fiume), al mondo
vegetale (pianta), fino al mondo animale (cavallo) estendendo così il mal di vivere al cosmo
intero.
I suoni della poesia sono duri, aspri con un prevalenza della z,r,t.
Nella seconda quartina c'è una negazione, che ci dice che lui non ha conosciuto nessun bene e
l'unico bene che si può avere è nell'indifferenza (personificata) (rif. Leo).
Nell'ultimo verso c'è allitterazione della I e quindi suoni più lievi, però non è una visione
positiva perché il mal di vivere è assoluto ed esistenziale. L'unica forma di difesa dell'uomo è un
atteggiamento impassibile, di indifferenza.

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