La Vita: Alessandro Manzoni
La Vita: Alessandro Manzoni
-La vita
Manzoni nasce a Milano il 7 marzo 1785. Sua madre è Giulia Beccaria, figlia di Cesare.
Giulia, per via delle ristrettezze economiche della famiglia, ha sposato il conte Pietro Manzoni;
tuttavia pare sicuro che Alessandro sia figlio di Giovanni Verri (il più giovane dei tre fratelli).
Alessandro viene, subito dopo la nascita, ad una balia di provincia, rimanendo privo di qualsiasi
legame con la famiglia.
Nel 1792 Giulia e Pietro Manzoni si separano e lei lascia Milano per stabilirsi a Parigi con il
conte Carlo Imbonati, suo nuovo compagno. L’educazione del ragazzo si svolge presso
collegi religiosi lombardi (prima quello dei padri Somaschi, poi quello dei Barnabiti). Si accosta
al pensiero di intellettuali di formazione illuminista, come Vincenzo Cuoco, Parigi, Alfieri,
frequenta Foscolo e Monti.
Nel 1805 la madre lo invita a raggiungerla a Parigi e Alessandro vi arriva quando Imbonati è da
poco scomparso. In suo onore scrive il carme In morte di Carlo Imbonati. Il soggiorno parigino
è importante: Manzoni riallaccia con la madre un rapporto profondo e entra in contatto con
l’ambiente degli eredi dell’Illuminismo, i cosiddetti Idéologues, e con Claude Fauriel, che
diventa un suo grande amico e con cui avrà per anni un ricco scambio epistolare.
Intanto Giulia pianifica il matrimonio di Alessandro con Enrichetta Blondel. L’incontro avviene
nel 1807 durante un viaggio in Italia ed è un incontro fortunato: tra i due giovani nasce un
sentimento profondo e nel 1808 si sposano con rito civile, dato che Enrichetta è calvinista. Nel
1808 nasce Giulietta, la prima dei dieci figli di Manzoni. Nel 1807 il conte Pietro era morto e
Alessandro ne eredita tutti i beni, tra cui una proprietà nei dintorni di Lecco.
Dopo il matrimonio, Enrichetta ha cominciato ad avvicinarsi al cattolicesimo, con la guida
spirituale dell’ abate Degola, vicino al giansenismo, e anche Alessandro recupera la religione in
cui è stato educato, attraverso intense letture. Con l’abiura di Enrichetta al calvinista, il
matrimonio sarà ricelebrato secondo il rito cattolico. Questo percorso di conversione è
rappresentato dall’episodio del 2 aprile 1810, giorno delle nozze tra Napoleone e Maria Luisa
d’Austria; per le strade di Parigi scoppiano dei mortaretti: nella confusione Manzoni perde di
vista la moglie. In preda al panico si rifugia nella chiesa di San Rocco e avrebbe pregato per
ritrovare Enrichetta e ne sarebbe uscito convertito.
La conversione segna una cesura nella carriera artistica di Manzoni, che rifiuta tutti gli scritti
precedenti. Nel periodo dal 1812 al 1825 concepisce tutte le sue opere maggiori e contribuisce
a rifondare i principali generi letterari; la tragedia, la poesia civile e religiosa, il romanzo.
Tra il 1814 e il 1815 compone due canzoni patriottiche, Aprile 1814 e Il proclama di Rimini. In
precedenza avvia la composizione degli Inni Sacri, che avrebbero dovuto celebrare tutte le
dodici principali festività religiose cattoliche.
Nel 1816 si cimenta nella tragedia di argomento storico con il conte di Carmagnola (1820).
Il 1821 è un anno di straordinario fervore creativo. I moti antiaustriaci in Piemonte lo ispirano a
scrivere l’ode Marzo 1821; mentre la notizia della morte di Napoleone ispira Il cinque maggio.
Lavora alla tragedia di tema storico Adelchi, avviata l’anno precedente e compiuta nel 1822.
Nel 1821, tra primavera ed estate, è assorbito da un progetto nuovo: l’idea di un romanzo.
Manzoni si ritira a Brusuglio, munito solamente di due testi: la cronaca della peste del 1630 del
Ripamonti e gli scritti dell’economista Melchiorre Gioia; questi fornirono lo stimolo decisivo per la
prima stesura del romanzo, il Fermo e Lucia, che lo impegnerà fino al 1823.
Nello stesso anno scrive la Lettera al marchese Cesare D’Azeglio sul Romanticismo. L’anno
successivo intraprende la profonda revisione del Fermo e Lucia che porterà, nel 1827, alla
prima edizione dei Promessi sposi. Il successo è immediato e clamoroso.
Nella seconda metà del 1827 tutta la famiglia Manzoni soggiorna in Toscana, per la revisione
linguistica del romanzo, che l’autore vuole conforme al toscano parlato dalle persone colte. I
Promessi sposi verranno ripubblicati in versione definitiva a partire dal 1840.
Nel 1833 Enrichetta si spegne a soli 41 anni, nel giorno di Natale; il settembre successivo
muore anche, ventisettenne, la figlia Giulietta. Nel 1837 si sposa con la vedova Teresa Borri
vedova Stampa.
Nonostante i lutti, prendono forma nuovi progetti: il trattato incompiuto Della lingua italiana e la
Storia della colonna infame (1842). I moti del ‘48 lo vedono spettatore partecipe: viene eletto
deputato alla Camera subalpina, ma rinuncerà all’incarico. Quando gli austriaci tornano a
Milano si ritira con la moglie a Lesa, sul lago Maggiore. Nel ‘49 Manzoni inizia il dialogo
Dell’invenzione e Del romanzo storico.
-Adelchi
La tragedia Adelchi viene composta tra il novembre del 1820 e l’aprile del 1821. La versione
definitiva viene pubblicata nell’ottobre 1822 a Milano, preceduta dalle Notizie storiche e seguita
dal Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia.
Trama: La tragedia si apre con la rottura del matrimonio tra Ermengarda (figlia del re
longobardo Desiderio) e Carlo Magno. Per vendicarsi, il re longobardo richiede al Papa di
incoronare come imperatori i figli del fratello Carlomanno (fratello di Carlo Magno), rifugiatisi
anche dall'imperatore durante la morte del loro padre biologico. Nel sapere la notizia, Carlo
Magno invia un ultimatum a Desiderio, che quest'ultimo deciderà di ignorare e decide di
dichiarare guerra all'imperatore. Il franco, corrompendo i nobili longobardi, riesce ad avvicinarsi
a Pavia (capitale del regno dei Longobardi), dove si era rifugiata la moglie ripudiata Ermengarda
che, nel sapere delle nuove nozze dell'ex-marito, si suicida dalla disperazione. Nell'assedio
della città, Carlo Magno riesce a catturare Desiderio e a farlo prigioniero. A questo punto della
storia entra in gioco Adelchi, che tenta inutilmente di opporsi ai Franchi, che combatterà fino
alla morte. Dopo aver ricevuto le ferite definitive, verrà portato al cospetto di Carlo e del padre e
chiede all'imperatore pietà per suo padre e consola quest'ultimo.
Temi
Ermengarda è salvata perchè una “provvida sventura” ha accomunato lei, regina e figlia di
dominatori, agli oppressi. In questa conclusione è ribadita tutta la pessimistica concezione
manzoniana della storia: tra storia e morale vi è un dissidio permanente. La prima è insensata
e violenta; il senso di giustizia è schiacciato da superiori interessi politici e può essere riscattato
solo sul piano della fede.
Ermengarda da un lato si presenta come figura di donna-angelo, ma è anche squassata dalle
passioni: da questo conflitto può uscire solo con la morte, che le garantisce il raggiungimento
della pace e la conservazione del candore. Ermengarda vive una profonda scissione tra le
forze d’amore e la fede, scissione che può risolversi solo nella morte.
Manzoni dichiara qui esplicitamente la forza terribile dell’amore, che nel romanzo verrà invece
coperto con pudore. Manzoni inserisce le tematiche amorose in un contenitore epico e
drammatico.
Diversi fili tematici collegano le odi civili, i cori del Carmagnola e dell’Adelchi e gli ultimi Inni
Sacri. In Marzo 1821 il combattimento patriottico si carica di connotati religiosi ed è
assimilato alla liberazione che Dio volle donare al popolo d’Israele permettendogli di
guadagnare la terra promessa varcando il Mar Rosso.
Nel Cinque maggio la parabola dell’uomo che sconvolse l’Europa viene riletta in una prospettiva
religiosa, tanto che l’ode può essere assimilata ad un inno sacro, per il ruolo che in essa
assume la Provvidenza operante nella storia.
Nell’Adelchi, la sconfitta terrena del grande condottiero è una “provvida sventura” se gli
garantisce la salvezza.
Lingua e stile
L’ode fu accusata dai contemporanei di essere in più punti oscura, come ammetteva Manzoni
stesso. Queste riserve fanno emergere la novità dell’esperimento linguistico e stilistico delle odi
civili, e di questa in particolare.
Metro: ode di 18 strofe di sei settenari ciascuna, schema rime ABCBDE.
La sintassi alterna scatti fulminei e perentori al passo disteso di periodi che si inarcano su due
strofe.
Il ricorso alle immagini è incisivo: la figura di Napoleone è accostata a quella del fulmine,
della folgore, della luce. Spicca in particolare la similitudine con il naufrago, che allude all’esilio
a Sant'Elena, ma anche al definitivo tramonto dei sogni di gloria di Napoleone. Manzoni utilizza
anche la metafora dell’onda che solleva in alto, offrendo la fugace illusione di una possibile
salvezza.
Manzoni dichiara esplicitamente di aver voluto comporre un “cantico”; un canto religioso da
leggersi non tanto sul piano della storia, ma su quello della trascendenza: un testo che lascia ai
posteri l’interrogativo sull’autenticità della gloria del condottiero, perchè l’interesse non risiede
nella risposta che può dare la Storia, bensì in quella della Fede.
Temi
Il protagonista, mai nominato, è Napoleone, una figura apparentemente invincibile. A lui è
attribuita la rapida e terribile efficacia del fulmine, che scende per punire chiunque si opponga ai
suoi disegni. Ricorrente è la sequenza “caduta”-“risalita”, che scandisce le alterne vittorie e
sconfitte del condottiero; le ultime due occorrenze però indicano un risollevarsi che non può più
conoscere ricadute, perché deriva dalla volontà di Dio.
Manzoni fa sentire il suo giudizio morale: il grande condottiero, di cui non vengono ignorati i
successi, è stato responsabile di sofferenze ed è egli stesso vittima di quella storia che per un
certo tempo ha saputo dominare. L’esercizio del potere è per Manzoni la forza feroce di cui
parla nelle tragedie, ma nello stesso tempo ha una intrinseca natura provvisoria. La gloria di
Napoleone è nulla rispetto alla domanda sull’enigmatico destino oltremondano che lo attende. Il
giudizio storico è sospeso e rinviato ai posteri.
Nel testo emergono riferimenti che indicano nell’atteggiamento del condottiero un pericoloso
titanismo, un desiderio di onnipotenza che non può non presentarsi come sfida blasfema a
Dio. Tutta questa superbia porterà Napoleone necessariamente al naufragio politico ed
esistenziale: ma sarà proprio questo inabissarsi al fondo della disperazione che consentirà al
condottiero di essere soccorso dalla Fede. La sconfitta totale di Napoleone nella logica umana
rappresenta così il suo più grande successo, quello di essersi lasciato vincere da Dio.
-Il romanzo
Il romanzo del primo Ottocento
Nel primo Ottocento il romanzo si impone sulle altre forme narrative e consolida quelle
caratteristiche che lo definiscono come genere autonomo: l’indipendenza da un canone
prefissato e dalle regole della divisione dei generi; la mescolanza degli stili e di argomenti
“alti” e “bassi”; il connubio di finzione e realtà. A favorire l’affermazione del romanzo
concorre la trasformazione che sta cambiando il volto dell’Europa e la diffusione del
Romanticismo.
In ambito politico la borghesia comincia a sostituire la nobiltà in molti ruoli di governo. In ambito
economico è la borghesia la protagonista della Prima rivoluzione industriale: vi è ora la
possibilità di benestare anche a ceti che prima erano ai margini del sistema produttivo. Questi
processi politici ed economici consentono che si ampli la fascia della popolazione che può
accedere all’alfabetizzazione e all’istruzione. I nuovi lettori fanno ormai parte di ogni classe
sociale e non ci sono più distinzioni di genere. Viene stabilito un forte “patto narrativo”: il
racconto del presente (o del passato che si riallaccia al presente in modo evidente); la
descrizione della vita quotidiana dei lettori; la narrazione di esperienze, azioni e passioni, e di
vicende individuali che riguardano personaggi comuni. I protagonisti sono uomini e donne che,
pur non avendo alcuna esemplarità, nascondono nel proprio animo drammi altrettanto intensi di
quelli degli eroi classici. In questo periodo il romanzo allarga sempre più il mondo narrabile e
rende disponibili tutti i contenuti.
Il Romanticismo rivaluta la singolarità di ogni popolo-nazione, della sua cultura e della sua
storia come luogo di formazione della sua identità. Si valorizza il quotidiano e si parla ad un
pubblico sempre più vasto, ma si adegua il linguaggio a quei contenuti, ai suoi personaggi e
ai suoi lettori. La necessità di uno stile più naturale e fedele agli argomenti narrati e ai loro
protagonisti, implica una nuova idea di forma: chi scrive romanzi rivendica un nuovo modello di
prosa, che non segue più le tradizionali norme dell'eloquenza. Il romanzo diventa una forma
capace di assorbire in sé stessa gli altri generi letterari e mescolarne le diverse caratteristiche.
Emergono delle tipologie di romanzo del tutto nuove: il romanzo autobiografico, il romanzo
sentimentale, il romanzo di viaggio, il romanzo di formazione, il romanzo storico, il romanzo
realista-introspettivo.
Il romanzo
L’Italia dell’epoca non può vantare alcuna vera tradizione romanzesca. Manzoni osservava
come la popolarità del romanzo si fondava su incentivi della lettura estremamente facili e triviali
(erotismo/orrore).
La riflessione di Manzoni sul romanzo parte dall’opera di Walter Scott che nel 1812 aveva
pubblicato il romanzo Ivanhoe. Scott deroga dalla narrazione dei fatti storici per creare
situazioni più “pittoresche” e interessanti dal punto di vista narrativo. Questo, a suo giudizio, è
l’errore della maggior parte dei romanzieri: costruire le loro storie a partire da “una unità
artificiale”. Manzoni considera il ricorso al falso come un vero e proprio scoglio da evitare.
L’interesse di Manzoni è soprattutto quello di dar conto dei personaggi umili. Proprio questa è
la vocazione del romanzo, genere che riesce a rappresentare in modo serio qualsiasi tipo di
realtà; dei personaggi popolari come di quelli di rango. Nei Promessi sposi avranno dunque
diritto di cittadinanza sia i potenti che gli umili.
Il romanzo storico, in questo genere ibrido, viene rifiutato a favore di una ricerca effettuale
degli eventi: storia e invenzione non dialogano più.
La letteratura viene così a dissolversi nella storiografia. Un esito in parte annunciato
dall’appendice storica volta a ricostruire gli eventi collegati al processo contro gli untori
avvenuto a Milano nel 1630: nella Storia della colonna infame.
Vi è dunque la necessità di ripensare lo strumento linguistico: in quale lingua dovrà esprimersi
la nuova letteratura nazionale per poter diventare patrimonio comune della società italiana? La
risposta punterà sulla delta di una lingua moderna d’uso, che risponde alle esigenze pratiche
della nazione in via di formazione.
Il passaggio dal Fermo e Lucia alla prima edizione dei Promessi sposi segna un avvicinamento
alla tradizione letteraria toscana, ma si tratta ancora di una soluzione ibrida, inesistente nella
realtà concreta del parlato. Solo la redazione definitiva del 1840 arriva ad adottare il fiorentino
parlato.
I Promessi sposi
L’ispirazione per il romanzo non nasce dallo studio di altri romanzi, ma dallo studio di
documenti. Vi è anche uno spunto personale: aveva un attentato simile a Don Rodrigo.
Nel 1821 inizia a scrivere il Fermo e Lucia. La storia è formata di 4 tomi:
1. Situazione iniziale
2. Vicende di Lucia
3. Vicende di Renzo
4. Guerra, peste e carestia.
Il romanzo ha un carattere saggistico e ha figure molto piatte, senza una psicologia
approfondita e complessa (i buoni da un parte e i cattivi dall’altra), l’ambientazione (I castelli)
risente molto del romanzo gotico, emerge molto l’interesse per la folla e dal punto di vista del
linguaggio mescola un linguaggio basso a un linguaggio più retorico, risultando in un
linguaggio non molto organico. Non si ha ancora l’unità linguistica.
Quest’opera però non lo soddisfa pienamente. Quindi verso il 1825 riscrive l’opera e nel 1827
esce Gli sposi promessi; qui, il Fermo e Lucia viene completamente stravolto: vengono tolte le
parti di carattere saggistico (romanzo pesante), riduce e sposta le storie dell’Innominato e di
Geltrude, cerca di rendere più omogenea la lingua, cerca di documentarsi leggendo in
particolare Dante, Petrarca e Boccaccio (ecc.).
Tra il 1827 e il ‘40 continua questo lavoro, e cambia ancora, fino ad arrivare nel 1840 va a
Firenze a “sciacquare i panni in Arno”, cioè approfondisce ulteriormente la questione
linguistica e riscrive il romanzo. Nel 1840 fa uscire a fascicoli (più di 100), illustrati da
Francesco Gonin; è un’operazione fondamentale perché Manzoni partecipa al lavoro
editoriale, diventa un testo multimediale.
Dal punto di vista linguistico studia tutta la letteratura del ‘300, vedendo che è una letteratura
vicina al parlato ma trova che sia necessario avvicinare questo fiorentino a quello parlato
nell’800. Si fa aiutare dalla sua governante Emilia Nuti, a Firenze, parlando con lei
approfonditamente della lingua fiorentina. Omogeneizza il linguaggio e assume un tono
medio. Lavora molto con i vocabolari, il suo lavoro è sempre affiancato dalle lettere che scrive ai
suoi amici. La sua idea è quella di diffondere il più possibile il romanzo.
Il fatto che Manzoni scelga il romanzo-storico si vede dall’ espediente narrativo che sceglie
all’inizio del romanzo; sulla base anche del Don Quijote, l’introduzione dei P.S. Utilizza
l’espediente di un ritrovamento di un manoscritto (scritto nel ‘600 da un anonimo) come base
documentaria. Manzoni inizia il romanzo, infatti, imitando l’italiano del ‘600.
La prima parola dell’introduzione è Historia. Decide di mantenere il soggetto ma riscriverlo
cambiando la lingua.
L'espediente consente all’autore di muoversi in modo libero: gli permette di attestare che la
storia è vera; in secondo luogo, gli permette di tutelarsi attribuendo certi discorsi all’anonimo, e
quindi nasce un approccio di Manzoni alla storia caratterizzato dall’ironia, più (sarcasmo) o
meno pungente. Inoltre, fa trapelare dei giudizi che gli permettono di prendere le distanze
attribuendoli all’anonimo. La scelta del manoscritto permette anche di mettere al centro del
romanzo il secolo XVII, con tutte le sue luci e ombre, confrontabili con quelle del XIV secolo.
I personaggi di Manzoni. Non vi sono eroi e i personaggi positivi e negativi sono scelti uno in
confronto all’altro. È una scelta binaria: ogni personaggio ha il suo opposto (Don Abbondio-Fra
Cristoforo). Da una parte abbiamo la Chiesa buona (Cardinale Borromeo, Fra Cristoforo) e
dall’altra la Chiesa corrotta (Don Abbondio, Monaca di Monza).
Il linguaggio è un altro elemento fondamentale del ‘600: quando Renzo va da Don Abbondio
viene ingannato perché il curato gli parla il latino. Il linguaggio viene usato come sopruso con il
fine di ingannare gli altri. È uno strumento di potere, di cui abbiamo prova nell’introduzione,
dove abbiamo un lingua completamente incomprensibile che l’autore vuole tradurre.
Molto importanti sono l’uso del latino e l’analfabetismo (Renzo si rende conto che saper
leggere e scrivere è importante per non essere vittime del potere). Agnese utilizza un linguaggio
legato alla lingua quotidiana, mentre i personaggi di classi sociali più alti hanno un linguaggio
più astratto. Emerge anche il gusto comico del linguaggio (Agnese che inganna perpetua).
Cultura del ‘600: legata alla cavalleria, vengono rappresentate diverse biblioteche (studio di
Azzeccagarbugli, il suo è un sapere non libero ma asservito al potere). Anche nei Promessi
Sposi la cultura non deve essere solo erudizione caotica (giudizio negativo di Manzoni).
Il significato della storia entra con l’espediente del manoscritto; nella storia è importante la
volontà del divino (ragione e libero arbitrio) ma vi è anche un’importante componente
provvidenzialistica. In questo alternarsi di fede e ragione Manzoni ritiene che ci debba essere
un equilibrio: la ragione deve guidare le azioni degli uomini, gli uomini devono avere fede in Dio.
La grazia di Dio e la ragione dell’uomo sono complementari. Lucia usa la parola e il silenzio con
senno, è un personaggio che agisce con intelligenza e fede. Renzo dovrà fare un lungo
percorso per imparare come si agisce. In tutto questo la concezione storica è pessimistica:
nella prima macrosequenza abbiamo la violenza, i soprusi, l’ ipocrisia, la potenza che schiaccia
i deboli; allora l’unico modo per migliorare la situazione è fare, come i Promessi sposi, un
percorso di crescita individuale che, se fato da tutti, potrebbe aiutare la società; percorso
guidato dalla ragione, dall’etica borghese, dalla fede e infine, da un punto di vista politico, in
senso etico liberale riformista (poichè il popolo non sa gestirli da solo).
In tutto questo la Chiesa ha ruolo fondamentale di mediatrice del messaggio cristiano.
GIACOMO LEOPARDI
-La vita
Giacomo Leopardi nasce a Recanati il 29 giugno del 1798.
Il padre Monaldo è di vedute rigidamente conservatrici e temperamento autoritario. Quanto alla
madre, Adelaide, il loro rapporto è caratterizzato da una raggelante assenza e una
sconcertante incapacità di empatia e aridità affettiva da parte di lei. Non mancano al poeta la
solidarietà e il calore fraterno, almeno da parte dei due fratelli più cari, Carlo e Paolina.
Sin da bambino Giacomo mostra un’intelligenza precoce e portentosa: più che i vari istitutori
privati che il padre gli affianca, determinanti risultano gli studi da autodidatta. Chiuso nella ricca
biblioteca paterna fa letture enciclopediche e studia le lingue antiche, imparando il latino, il
greco e l’ ebraico. Si dedica a “sette anni di studio matto e disperatissimo”, che porteranno
il suo fisico ad essere compromesso, riportando una deformazione alla colonna vertebrale e un
indebolimento della vista. La malattia diventerà per lui una prospettiva da cui osservare e
interpretare il mondo e la condizione umana.
Nel 1813 compila una Storia dell’astronomia e traduce i classici.
Nel frattempo matura una sorta di conversione letteraria: attorno al 1816 agli interessi
filologico-eruditi subentra una scoperta della poesia, secondo lui capace di una bellezza che fa
“ingigantire l’anima”.
Nel 1817 conosce Pietro Giordani: con lui si avvia un rapporto di duratura amicizia e proficuo
scambio intellettuale.
Anche Leopardi partecipa al confronto derivante dalla pubblicazione dell’Articolo di Madame de
Stael, “Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni”, e si schiera decisamente sul fronte classicista.
Nel 1816 inizia a scrivere i primi versi. Inoltre, nell’estate del ‘17 inizia a redigere lo Zibaldone,
una raccolta di pensieri, appunti morali, filosofici e letterari che registra lo sviluppo delle sue
riflessioni.
Il desiderio di lasciare Recanati è sempre più vivo, ma si scontra con l’opposizione di Monaldo.
Nel 1819 mette in atto un tentativo di fuga, scoperto e sventato dal padre. Subentra, in questa
fase, la cosiddetta conversione filosofica. Questo sentimento filosofico dell’infelicità umana
non inaridisce la poesia Leopardiana, che esprime tra il 1818 e ‘21, i primi capolavori: le
Canzoni, che meditano sulla frattura fra antico e moderno, sull’inevitabilità della sofferenza
umana,e gli Idilli, che oppongono all’aridità del vero filosofico una sorta di spiraglio lirico.
Nel 1822 soggiorna per alcuni mesi a Roma in caso dello zio materno e sotto la sua
sorveglianza, ma l’opportunità si tramuta in una completa delusione: l’ipocrisia della vita
mondana e la mediocrità della gran parte degli incontri lasciano Leopardi disgustato e prova,
nella grande città, una solitudine ancor più nera.
Il rientro a casa nel 1823 è all’insegna dello sconforto, ma l’anno successivo esce una prima
edizione di dieci Canzoni. Nello stesso 1824 Leopardi si dedica alla prosa filosofica: prende
così forma il progetto delle Operette morali.
Il 1825 e il 1826 sono anni di viaggi e di intense collaborazioni editoriali. A Milano Leopardi si
accorda con l’editore Stella per curare un’edizione commentata delle Rime di Petrarca e per
allestire un’antologia della letteratura italiana. Nel 1826 stabilisce il primo contatto con gli
ambienti intellettuali fiorentini, in particolare con Vieusseux e ha modo di conoscere Stendhal,
Manzoni e Ranieri: con lui Leopardi stringerà un sodalizio che sarà importante negli ultimi anni
della sua vita.
Tra la fine del 1827 e il giugno 1828 Leopardi è a Pisa e vive il periodo più sereno e fecondo
della sua esistenza, questo periodo coincide con la stesura di alcuni capolavori: Il risorgimento
e A Silvia. Inoltre compone i canti pisano-recanatesi.
Il riconoscimento pubblico è però del tutto assente: le Operette morali, in lizza per il premio
dell’Accademia della Crusca del 1830, ottengono un solo voto. Nello stesso anno abbandona il
suo borgo, per non farvi più ritorno; una decisione non priva di gravi ripercussioni, anche
economiche.
Tornato a Firenze, conosce Fanny Targioni Tozzetti, donna giovane e affascinante di cui si
innamora intensamente, ma lei non ricambia. Da questa infelice vicenda traggono ispirazione i
testi del “ciclo di Aspasia", e pubblica nel 1831 la nuova edizione delle sue poesie, che
assumono il titolo definitivo: Canti.
Nel ‘33 Leopardi e Ranieri si stabiliscono a Napoli; qui prendono avvio gli ultimi progetti
letterari, tra cui la seconda edizione delle Operette morali.
Nemmeno a Napoli sfugge alla solitudine e all’ incomprensione. Nel 1837, per sfuggire a
un’epidemia di colera scoppiata in città, i due amici si trasferiscono a Torre del Greco, sulle
pendici del Vesuvio: qui, nella Villa Ferrigni, compone Il tramonto della luna e La ginestra.
Muore il 14 giugno per l’ aggravarsi di una condizione fisica ormai logorata da asma, oftalmia,
idropisia e pleurite.
Tumulato a Piedigrotta presso San Vitale, i suoi resti sono stati traslati nel 1939 nel Parco
Virgiliano preso il cenotafio di Virgilio.
-Il pensiero e la poetica
1. Tutta l’opera di Leopardi si fonda sulla sua riflessione filosofica, che dà origine a un
“SISTEMA” DI IDEE CONTINUAMENTE MEDITATE E SVILUPPATE, che egli ha
spiegato nelle migliaia di pagine dello Zibaldone (una sorta di diario dove trascrive, dal
1817 al 1832, le proprie riflessioni su vari argomenti, sulla poesia, sulla lingua ecc. la
parola stessa indica una mescolanza disordinata di riflessioni su vari argomenti scritti
spesso di getto; non è un’opera pensata per la pubblicazione. Sarà poi pubblicato da
Carducci.)
2. Si ispira al pensiero illuministico, in particolare al MATERIALISMO (=tutto è materia,
non esiste nulla al di fuori della materia) MECCANICISTICO (=visione del mondo come
una macchina con regole e leggi che sono le leggi del ciclo della vita) (come Foscolo) e
al SENSISMO (=la conoscenza nell’uomo avviene attraverso i sensi).
3. Al centro della meditazione di Leopardi si pone l'INFELICITÀ DELL’UOMO. Nel suo
pensiero su questo tema, legato al significato dell’esistenza dell’uomo (condannato a
essere infelice), si individuano TRE FASI.
3 bis. Che cosa intende Leopardi per felicità? Il concetto di felicità, in base al punto 2,
comprende la sua “TEORIA DEL PIACERE”.
-La poetica
È la concezione che l’autore ha della poesia e dell’arte (può essere anche di un pittore)
Leopardi distingue due tipi di poesia: la poesia D’IMMAGINAZIONE e la poesia
SENTIMENTALE. Per questo Leopardi si dichiara “anti-romantico” nel Discorso di un italiano
sulla poesia romantica (1818)
Poesia d’immaginazione:
● È propria delle civiltà antiche;
● È l’unica vera e autentica poesia, in grado di imitare la natura e capace di forti ideali
(“illusioni”);
● Alimentata dai sensi, dalla fantasia e dall’immaginazione.
Poesia sentimentale:
● È propria dei moderni;
● È frutto della riflessione filosofica e della scoperta del vero, quindi consapevole
dell’allontanamento dallo stato di natura e dalle illusioni;
● È l’unica poesia possibile in epoca moderna.
Tuttavia, il poeta deve sforzarsi di tornare a fare uso dei SENSI e dell’IMMAGINAZIONE in
modo che la poesia diventi mezzo per AIUTARE L’UOMO MODERNO A RITROVARE LE
“ILLUSIONI” e i MOMENTI DI FELICITÀ degli antichi (anche studiando i loro testi-in questo sta
il CLASSICISMO di L.) (scopo della poesia è il PIACERE=scopo dell’esistenza dell’uomo).
- Leopardi ricerca una LINGUA POETICA in cui le parole, grazie alla loro natura “VAGA
E INDEFINITA", possano esprimere l’aspirazione infinita al piacere. La parola ha un
forte potere evocativo, tende a suggerire immagini e a suscitare emozioni piuttosto che
descriverle in modo preciso e definito. Il “termine” invece si rifà alla scienza.
- È poetico anche il ricordo del passato (“la rimembranza”), dai contorni sfumati, e
contribuisce a creare una sensazione di indeterminatezza che suscita in chi legge
diletto e piacere.
La poetica dell’indefinito:
● L’età della felicità originaria, coincidente con l’epoca antica, è definitivamente perduta.
● La poesia moderna è una poesia “sentimentale”, il cui scopo deve essere quello di
provocare piacere, ovvero le illusioni (nella 1a fase del pensiero di L.), di comunicare il
vero (2a e 3a fase).
● Il linguaggio poetico mira all’allusione, alla suggestione, all’“indefinito”.
● Il discorso poetico deve procedere in modo libero, imprevedibile, figurato, per suscitare
immagini “vaghe, indistinte, incomplete”.
● Fondamentale è la dimensione del ricordo, che filtra le emozioni e le rende oggetto di
poesia.
Foscolo Leopardi
Le illusioni danno un senso e uno scopo AGLI UOMO DELL’ETÀ ANTICA la NATURA
all’esistenza, consentono di sopportare ha consentito che le illusioni riempissero il
meglio la miseria e il dolore della vita. nulla dell’esistenza, ispirando loro azioni
Sono CONSOLATORIE per l’uomo, che è eroiche e magnanime, che ne hanno diffuso
destinato al “nulla eterno”. la gloria fino a noi.
-Operette morali
Vengono composte perlopiù nel 1824 (20 di esse), in questo anno è già avvenuto il passaggio
dal bello al vero (conversione filosofica). Contengono i risultati di questo suo pensiero e
conversione, sono la sintesi di quel pensiero che ha sviluppato nel corso di quegli anni. Sono in
prosa e di forma varia, vi sono dialoghi, narrazioni, brevi trattati. Saranno pubblicate poi nel
1827. Tre operette sono pubblicate sulla rivista L’antologia.
Vi sono due edizioni successive, una del 1834 (censura di alcune Operette da parte del regno
borbonico) e una del 1845 (postuma) composte successivamente; alla fine in totale sono 24.
Ispirazione: Luciano di Samosata (scrittore antico, II secolo d.C., che scrive dei dialoghi, cioè
testi perlopiù brevi, spesso in forma di dialogo, che hanno uno stile elegante e satirico, con i
quali affronta e prende di mira i difetti degli uomini. Per quanto riguarda la forma del dialogo la
riprende da Platone, Cicerone, Ariosto (Satire), Galileo. Nel ‘700 un altro modello è il Conte
Philosophique, come il Candide di Voltaire).
Titolo: Operette morali. Le chiama morali perché sono scritti che hanno come oggetto la
filosofia morale, vale a dire le azioni e i comportamenti degli uomini (anche sulle loro scelte e
sul loro modo di vivere, tratta i costumi). Operette, invece, è un nome vezzeggiativo, utilizzato
per indicare che non si tratta di un trattato sistematico, ma piuttosto scritti vari su
vari problemi; è anche un modo per prendere un po’ le distanze dall’opera e guardarla in modo
ironico. La leggerezza delle operette è una leggerezza apparente. Registro medio-comico per
rappresentare temi comici. L’uomo deve assumere una visione relativo, lui non è al centro di
tutto, deve vedere la relazione della sua situazione con l’esterno
In queste Operette Leopardi sviluppa in forma fantastica il suo pensiero filosofico. I personaggi
sono di invenzione: mitologici, storici o letterari, o anche personificazioni (Morte/Natura). Tutta
l’opera è punteggiata da un approccio ironico (saper guardare la materia in modo distaccato e
saperne sorridere), ad esempio nel fatto che vi sono situazioni paradossali (es. la situazione
dell’uomo è vista da esseri non umani, ridimensionando in modo ironico la situazione
dell’uomo).
Nuclei tematici: teoria del piacere e infelicità dell’uomo, la condizione senza speranza
dell’uomo. Prende di mira i falsi miti della sua epoca (fiducia nel progresso), un altro elemento
fondamentale è l’anti-antropocentrismo (è stupido pensare per l’uomo di essere al centro
dell’universo), un altra riflessione è sulla natura matrigna, critica di religione fede (dà false
speranze). Funzioni: rappresentare la condizione di dolore dell’uomo (che è una condizione
necessaria), smascherare e deridere le illusioni consolatorie della sua epoca, proporre un
modello di reazione all’infelicità (aiutandosi a vicenda; ironia; non smettere di combattere).
-Idilli (1819-21):
Liriche più brevi in endecasillabi sciolti (senza rima)
“Situazioni, affezioni, avventure storiche del mio animo”.
Protagonista è l’io del poeta. Temi:
● Il vagheggiamento dell’infinito;
● Riflessioni sulla vita propria e di tutti (il tempo, il ricordo)
● Stile: tono più colloquiale, moderno. L’apparente semplicità formale è frutto in realtà di
un faticoso lavoro.
Idilli: il nome deriva dal greco e significa “quadretto”. Nella letteratura greca antica gli idilli
erano componimenti poetici descrittivi, soprattutto della natura.
In Leopardi gli Idilli comprendono una prima parte in cui il poeta descrive un paesaggio , o un
momento del passato, e una seconda parte riflessiva, in cui esprimendo la sua meditazione
interiore, tratta della condizione umana in generale.
Scansione dei canti: Canzoni civili (1818-22); Idilli (1817-35); Canzoni (1823-.34), Canti
pisano-recanatesi (1828-1830); Ciclo di Aspasia (1831-34); ultimi canti (1831-36).
Canzone libera: lunghezza delle strofe liberamente variata e al loro interno non vi è alcuno
schema fisso di rime.
L’infinito
Sempre caro mi fu quest’ermo colle, Mi fu da sempre caro questo solitario colle,
E questa siepe, che da tanta parte e questa siepe,
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. che mi impedisce di vedere l’estremo orizzonte.
Ma sedendo e mirando, interminati Ma stando qui seduto e guardando,
Spazi di là da quella, e sovrumani inizio ad immaginare spazi interminati oltre essa
Silenzi, e profondissima quiete e silenzi sovrumani, e una pace profondissima;
Io nel pensier mi fingo; ove per poco quasi da far
Il cor non si spaura. E come il vento spaventare il cuore. E quando il fruscio del vento
Odo stormir tra queste piante, io quello Sento tra queste foglie
Infinito silenzio a questa voce io comparo questa voce a quel silenzio infinito:
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno, e affiora nella mia mente l’eternità,
E le morte stagioni, e la presente e le stagioni passate, e quella presente,
E viva, e il suon di lei. Così tra questa viva, e il suo suono. Così in tale
Immensità s’annega il pensier mio: Immensità è immerso il mio pensiero:
E il naufragar m’è dolce in questo mare. E l’annegare mi è dolce in questo mare.
L’io lirico siede sul colle solitario (monte Tabor a Recanati) e la siepe nasconde gran parte
dell’orizzonte. Ma rimanendo seduto e guardando (“mirare” è più intenso) io nel pensiero mi
costruisco interminati spazi al di là della siepe e sovrumani silenzi e profondissima quiete e per
il cuore per poco non si impaurisce.
Al verso 8 il sonetto è diviso in due parti.
Non appena sento il vento stordire le piante io faccio un paragone fra l’infinito silenzio di prima e
questa voce: e mi ricordo l’eternità, le morte stagioni, il tempo passato e i suoni di questa
stagione presente, così in questa immensità il mio pensiero annega: il naufragare mi è dolce in
questo mare.
Il testo inizia con una descrizione di un luogo con elementi familiari (“sempre”: paesaggio
abituale e amato) e concreti, elementi che il poeta conosce bene, tanto che l’io si sente a suo
agio e ciò emerge subito.
Al v.3 quando si parla di sguardo viene introdotta la prima sensazione fisica: la vista, limitata
dalla siepe. Questo mette in moto il pensiero, il poeta è stimolato dall’impedimento e immagina
“interminati spazi”
Questi spazi interminati che immagina sono anche molto silenziosi, di un silenzio di cui l’uomo
non può avere esperienza e anche una quiete profondissima, che è frutto dell’immaginazione.
Quest’immaginazione all’inizio è destabilizzante e genera spavento, perchè è qualcosa di
inusuale.
La seconda parte è costruita allo stesso modo: prima si parla di un infinito spaziale che nasce
come stimolo della vista; poi immagina l’infinito temporale, attraverso lo stimolo dato dai sensi,
vale a dire il suono che il vento produce facendo muovere le foglie e le piante. Nella sua mente
compara il fruscio delle foglie e l’infinito silenzio che aveva immaginato prima, questo confronto
porta ad immaginare il tempo, un tempo infinito e senza limiti, l’eternità. Riesce a sentire il
tempo presente e il silenzio del tempo passato, cioè di ciò che non c’è più.
Immensità è una parola chiave, perché fonde insieme infinito spaziale e infinito temporale, che
vengono uniti in questa parola. Questa dimensione illimitata non dà più una vertigine di paura,
ma dà in modo sorprendente un senso di dolcezza. Questo naufragare (che per noi ha
significato negativo) non è più pauroso ma dolce, perchè il pensiero tramite l’immaginazione è
riuscito a crearsi un equilibrio e una dimensione che l’io non può vivere nella realtà concreta;
invece l’indefinito ci permette di accedere all’illimitato.
Non si parla di una dimensione sovrannaturale o mistica (es. estasi); ma l’io rimane sempre
padrone di se stesso ed è il pensiero che si crea questa immersione di infinito che resta
comunque come frutto del pensiero, non avendo nulla di religioso.
P.60
1. Il poeta si trova su un colle a lui caro, in solitudine, e osserva l’orizzonte, che viene
coperto da una serie di fronte a lui.
2. L’esperienza è un’esperienza reale che però d un certo punto eccede il limite della
realtà. Leopardi si trova solo sul colle e osserva la siepe, che rappresenta in questo caso
il limite; tale limite porta l’immaginazione ad essere stimolata e a pensare a ciò che è
illimitato: nasce il senso dell’infinito. Questo senso provoca anche un certo timore
dell’uomo, che, provata tale sensazione di illimitato, realizza di trovarsi di fronte a
qualcosa di ignoto e molto superiore a sè stesso. Il silenzio insieme al fruscio del vento
lo portano a riflettere sul tempo, portando così all’infinito temporale. Alla fine della poesia
l’uomo interpreta tale smarrimento come una sorta di estasi, che definisce appunto come
dolce.
3. L’uomo si abbandona in questo sentimento,entro di infinito, di indefinito, perdendosi in
questa vastità.
4. Il primo verbo che possiamo individuare è fu, un passato remoto che colloca l’azione in
un passato compiuto e lontano. Sono presenti diversi gerundi “sedendo e mirando”, vale
a dire verbi di modo indefinito, a rappresentare quell’indeterminatezza che Leopardi
amava e voleva rappresentare.
5. Trovo che con infinita verità Guglielmi si riferisca al fatto che l’infinito nasce dal
desiderio, che è un qualcosa creato puramente dalla mente umana. D’altra parte, con
infinita mentita si riferisce al fatto che gli oggetti sottoposti a tale desiderio non sono
veramente infiniti, ma fanno parte dell’esperienza esclusivamente sensibile e dunque
non sono infiniti, bensì finiti.
A Silvia
Leopardi nel 1828, a Pisa, torna a scrivere dopo la pubblicazione delle operette. A Silvia è il
primo Canto dei canti pisano-recanatesi. Il nome della giovane è un nome di fantasia che si
riferisce a Teresa Fattorini, una ragazza di Recanati figlia del cocchiere di casa Leopardi, che è
morta di tisi-tubercolosi. Leopardi non conosceva bene Teresa, infatti la poesia non è una
poesia d’amore o passione, Silvia è l’ emblema della giovinezza e dell’innocenza che,
secondo Leopardi, ci accompagna da bambini per poi abbandonarci quando siamo adulti. La
sua figura rimanda alle figure femminili dell’antichità dell’immagine tradizionale della donna e
alle Parche (nella mitologia romana corrispondono alle Moire greche le dee che tengono fra le
mani i fili del destino e della vita di ogni individuo: la prima fila il filo della vita, la seconda
assegna i destini e ne stabilisce la durata, la terza taglia il filo. Le troviamo anche nei Sepolcri di
Foscolo). Si può individuare anche un riferimento all’Aminta di Tasso con la ninfa Silvia.
Struttura: sei strofe a schema libero, di endecasillabi settenari, ha una struttura simmetrica
in cui intreccia in modo alternato il soggetto tra Silvia e se stesso. Infatti risulta quasi come una
specie di sequenza nella quale viene esposto il pensiero dolce e innocente di Silvia,
contrapposto a quello pessimista e disincantato di Leopardi. Solo alla fine le due voci si
uniscono.
Tema: il tema principale è la caduta delle illusioni, strettamente legate all’età giovanile e che ci
lasciano una volta raggiunta l’età adulta.
Silvia, rimembri ancora Ricordi ancora la tua vita terrena in cui ancora
quel tempo della tua vita mortale, Splendeva la bellezza nei tuoi occhi ridenti e
quando beltà splendea Fuggitivi e lieta e pensosa ti avvicinavi alla soglia
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, Della gioventù?
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?
1a strofa: la poesia si apre con un’apostrofe a Silvia, chiamandola subito in causa. Dall’
avverbio “ancora” capiamo che è passato molto tempo dall’ultima volta che Leopardi ha visto
la ragazza. Quando la descrive, lei ha l’ardimento e la timidezza della giovinezza, e i suoi occhi
sono ridenti e fuggitivi, cioè è lieta e serena ma anche pensosa, ha dunque molte aspettative
per il suo futuro.
Tu pria che l’erbe inaridisse il verno, tu prima che l’inverno inaridisse l’erba,
da chiuso morbo combattuta e vinta, combattuta e vinta dalla tisi (malattia polm.)
perivi, o tenerella. E non vedevi morivi, o tenerella. E non riuscivi ad arrivare
il fior degli anni tuoi; Al fiore dei tuoi anni;
non ti molceva il core Non ti accarezzava il cuore
la dolce lode or delle negre chiome, La dolce lode ora dei tuoi capelli neri
or degli sguardi innamorati e schivi; Ora degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dì festivi. Né con te nei giorni di festa
ragionavan d’amore. Le compagne parlavano di amore.
5a strofa: Leopardi ora parla di nuovo a Silvia. Spiega come prima dell’arrivo dell’inverno la
tisi, una malattia polmonare, abbia avuto la meglio sulla giovane, nonostante questa abbia
sempre lottato. A causa della sua morte precoce Silvia non riuscirà mai a raggiungere il
momento della crescita nel quale si sboccia e il suo cuore non verrà mai accarezzato dalla
dolce lode, come neanche i suoi capelli neri o i suoi occhi, ancora una volta descritti come
schivi e che suscitano amore. Silvia non potrà mai parlare di amore con le sue compagne di
festa.
Anche peria fra poco Anche la mia speranza morirà fra poco:
la speranza mia dolce: agli anni miei Anche a me il fato
anche negaro i fati Ha negato
la giovanezza. Ahi come, La giovinezza. Ah come,
come passata sei, Come sei passata,
cara compagna dell’età mia nova, Cara compagna della mia giovinezza,
mia lacrimata speme! Mia compianta speranza (pers.)!
Questo è quel mondo? Questi Questo è il mondo? Questi sono
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi I diletti, gli amori, le opere e gli eventi
onde cotanto ragionammo insieme? Di cui tanto parlammo insieme?
Questa la sorte dell’umane genti? Questa è la sorte dell’umanità?
All’apparir del vero All’ apparire del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano Tu (speranza), misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda Mostri la fredda mano e
mostravi di lontano. Una tomba spoglia.
6a strofa: Leopardi torna a parlare di sé stesso facendo un’analogia tra la sua speranza e
quella di Silvia, in quanto anche la sua tra poco morirà. Anche a Leopardi il destino ha negato
la giovinezza, ma non a causa di una morte precoce, bensì perché non ha mai goduto dei
piaceri che sono propri di quella fase della vita. Si rivolge poi alla personificazione della
speranza, compiacendo la e chiamandola “mia dolce compagna”, rimpiangendo la velocità con
la quale è passata durante la sua giovinezza. Sempre rivolgendosi alla speranza personificata,
le pone delle domande retoriche, come aveva già fatto con la natura, protestando contro di
essa. Chiede che fine hanno fatto tutte le gioie, gli amori e le opere che il giovane Leopardi
sperava di raggiungere. Successivamente generalizza la sua condizione estendendola a tutta
l’umanità. Per questo motivo nei Grandi Idilli si parla di “pensiero poetante”, perché le
riflessioni delle operette le ritroviamo anche qua. Infine critica la speranza, che all’ apparire del
vero, quando si raggiunge l’età adulta e si diventa consapevoli, cade e diventa “misera”,
portando l’uomo a pensare alla morte come unica via d’uscita
Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, Che fai tu, luna, nel cielo? Dimmi, che fai
silenziosa luna? Luna silenziosa
Sorgi la sera, e vai, Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi. Contemplando i deserti, quindi ti riposi
Ancor non sei tu paga Ancora non sei tu soddisfatta
di riandare i sempiterni calli? Di percorrere sempre gli stessi percorsi?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga Ancora non sei nauseata, ancora desideri
di mirar queste valli? Guardare queste valli
Somiglia alla tua vita La tua vita assomiglia
la vita del pastore. A quella del pastore
Sorge in sul primo albore; Si sveglia all’alba
move la greggia oltre pel campo, e vede Sposta il gregge oltre il campo, e vede
greggi, fontane ed erbe; Greggi, sorgenti e piante;
poi stanco si riposa in su la sera: Poi stanco la sera si riposa:
Altro mai non ispera. Non aspetta mai altro.
Dimmi, o luna: a che vale Dimmi, o luna: a che vale CHIASMO
al pastor la sua vita, La sua vita al pastore,
la vostra vita a voi? dimmi:ove tende la vostra vita agli astri? Dimmi: a cosa tende
questo vagar mio breve, Questo mio breve vagare,
il tuo corso immortale? Il tuo corso immortale? DIFFERENZA
Apostrofe alla luna: si ripete diverse volte, per cui il pastore si rivolge diverse volte alla luna. È un
monologo perché la luna non può mai rispondere. La luna è un elemento naturale.
1a strofa: si rivolge alla luna e il pastore fa un parallelismo fra la sua vita e quella del pastore Sono
simili solo in apparenza.
Pur tu, solinga, eterna peregrina, Eppure tu, solitaria, eterna viaggiatrice
che sì pensosa sei, tu forse intendi, Che sei così pensosa, tu forse lo sai;
questo viver terreno, Questo vivere terreno,
il patir nostro, il sospirar, che sia; Il nostro patire, il sospirare;
che sia questo morir, questo supremo che cosa sia questo morire, questo estremo
scolorar del sembiante, Scolorare del volto,
e perir dalla terra, e venir meno E venir meno alla terra, e dover lasciare
ad ogni usata, amante compagnia. Ad ogni affetto, ad ogni compagnia.
E tu certo comprendi E tu certamente conosci
il perché delle cose, e vedi il frutto Il perché delle cose, e vedi l’utilità
del mattin, della sera, Del mattino, della sera,
del tacito, infinito andar del tempo. Del silenzioso, infinito scorrere de tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore Tu sai, certamente, a quale suo amante
rida la primavera, Ride la primavera
a chi giovi l'ardore, e che procaccia A chi giovi l’ardore, e cosa cerca
il verno co' suoi ghiacci. L’inverno coi suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri, Tu sai mille cose, mille ne scopri
che son celate al semplice pastore. Che sono nascoste al pastore ignorante.
Spesso quand'io ti miro Spesso quando io ti guardo
star così muta in sul deserto piano, Stare così muta sul piano deserto,
che, in suo giro lontano, al ciel confina; che all’orizzonte confina con il cielo
ovver con la mia greggia Oppure con il mio gregge
seguirmi viaggiando a mano a mano; seguirmi mentre mi sposto passo passo;
e quando miro in cielo arder le stelle; e quando guardo le stelle brillare in cielo;
dico fra me pensando: Dico fra me e me pensando:
a che tante facelle? A che cosa servono tante luci?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo A che cosa serve l’aria infinita, e quel profondo
infinito seren?che vuol dir questa Cielo sereno? Che cosa significa questa
solitudine immensa? ed io che sono? Solitudine immensa? Ed io che cosa sono?
Così meco ragiono e della stanza Così parlo con me e non so indovinare l’uso
smisurata e superba, Di questo universo
e dell'innumerabile famiglia; E di tutta la famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti E di tanto soffrire, di tanti movimenti
d'ogni celeste, ogni terrena cosa, Di ogni astro, di ogni cosa terrena
girando senza posa, Girando senza fermarsi
per tornar sempre là donde son mosse; Di tornare sempre là dove sono partite.
uso alcuno, alcun frutto Alcuna utilità e scopo
indovinar non so. Ma tu per certo, Non so immaginare. Ma tu certamente,
giovinetta immortal, conosci il tutto. Giovinetta immortale, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento, Questo io (nel mio piccolo) conosco e provo;
che degli eterni giri, Che di questi continui giri degli astri,
che dell'esser mio frale, Che di essere una creatura così fragile,
qualche bene o contento Che qualche vantaggio o qualche gioia
avrà fors'altri; a me la vita è male. Avranno forse altri; per me la vita è dolore.
4a strofa: Le domande del pastore allargano il loro senso, giungendo anche a domandarle il
senso dell’universo intero. Dentro all’universo io che cosa sono? Che ruolo ho? Il pastore
sente, e prova, per esperienza (pastore è l’uomo comune), sente che qualcun’altra avrà un
vantaggio o una gioia da questi eterni cicli, per lui, invece, la vita è dolore.
O greggia mia che posi, oh te beata, O greggia mia che riposi, oh te beata,
che la miseria tua, credo, non sai! Che credo che tu non conosca la tua sorte!
Quanta invidia ti porto! Quanta invidia che provo nei tuoi confronti!
non sol perché d'affanno Non sono perchè di affanni
quasi libera vai; Sei quasi libera;
ch'ogni stento, ogni danno, Ogni patimento, ogni danno,
ogni estremo timor subito scordi; Ogni estrema paura subito dimentichi;
Ma più perché giammai tedio non provi. Ma più di tutto perchè non provi mai noia
Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe, Quanto tu siedi all’ombra, sopra l’erba,
tu se' queta e contenta; Tu sei tranquilla e felice;
e gran parte dell'anno E per la maggior parte dell’anno
senza noia consumi in quello stato. Senza noia vivi in quello stato.
ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra, E anche io siedo sopra l’erba, all’ombra
e un fastidio m'ingombra Un fastidio mi infastidisce
la mente, ed uno spron quasi mi punge La mente, ed uno sprone quasi mi punge
sì che, sedendo, più che mai son lunge Così che, stando seduto, più che mai sono lontano
da trovar pace o loco. Da trovare pace o riposo.
E pur nulla non bramo, Eppure non desidero nulla,
e non ho fino a qui cagion di pianto. E finora non ho ragioni per piangere.
Quel che tu goda o quanto, Cosa o quanto tu goda,
non so già dir; ma fortunata sei Non lo so dire, ma sei fortunata
Ed io godo ancor poco, Ed io godo di poco,
o greggia mia, né di ciò sol mi lagno. O gregge mio, e non sono il solo a lamentarmi di ciò.
Se tu parlar sapessi, io chiederei: Se tu sapessi parlare, io ti chiederei:
dimmi: perché giacendo Dimmi: perchè sedendo
a bell'agio, ozioso, Comodo, nell’ozio,
s'appaga ogni animale; Si calma ogni animale;
ma, s'io giaccio in riposo, il tedio assale? Ma, se io mi riposo, la noia mi assale?
5a strofa: Cambio interlocutore: ora è il gregge, una forma di vita che a differenza dell’uomo vive
senza saper di esistere. È un’altra condizione di vita, quella degli animali.
Il tedio consiste non tanto nel fatto di non possedere dati beni o non raggiungere il piacere, ma
deriva dal fatto che continuo a pensare che questo piacere esista. L’ inquietudine umana è l’essere
consapevole dell’inquietudine
La Ginestra
La si può considerare come il canto che risponde alle domande del pastore errante, ma anche
come il testamento poetico di Leopardi e l'espressione dell’ultima fase del suo pensiero:
l’atteggiamento eroico. La scelta del fiore sta nella sua forza e resistenza e anche nel suo
colore giallo, segno di vitalità; esso si pone come allegoria
del comportamento che l’uomo deve avere dopo essere divenuto consapevole dell’arido vero.
É una polemica contro:
1. Tendenze spiritualistiche, idealistiche/religione;
2. Mito del progresso (più si va avanti meglio si starà), visione progressista della storia;
3. Progresso scientifico-tecnologico come base della felicità (fiducia ingenua).
Lui si vuole contrapporre a tutto questo, i suoi contemporanei hanno abbandonato
l’atteggiamento razionalistico tipo dell’Illuminismo.
Epigrafe dal Vangelo di Giovanni in Greco “e gli uomini vollero le tenebre piuttosto che la luce”.
Il Natale è il momento della luce, dalle tenebre nasce una luce che per i cristiani è Gesù.
Nonostante sia ateo, sceglie di mettere tale epigrafe.
Canzone libera di endecasillabi e settenari in 7 strofe di lunghezza irregolare e molto
estese in linea generale.
In Europa, soprattutto in Francia, diventa famoso il romanzo realista, soprattutto Balzac, che
scrive una serie di romanzi che vanno sotto il titolo di "Comédie humaine”, dove analizza la
società a lui contemporanea, in particolare le classi popolari.
Una cosa simile fa anche Dickens in Inghilterra, e nelle sue opere si occupa di eroi che
provengono dalle classi popolari, in particolari ragazzi e bambini (descrive il lavoro minorile e
della nuova classe degli operai).
In America invece abbiamo scrittori che accanto all’analisi della realtà introducono il mistero,
come Edgar Allan-poe.
In Francia nel 1857 esce Madame Bovary scritta da Gustave Flaubert, un romanzo
particolare in quanto il narratore sparisce completamente non facendo sentire il proprio giudizio.
Poesia in Europa. 1857: i fiori del male, Baudelaire, con lui nasce la poesia moderna.
NATURALISMO
-Quadro culturale: in Europa
Il pragmatismo e l’intraprendenza della borghesia trovarono la propria elaborazione ideologica
nel pensiero positivista. Teorizzazione per primo da Henri de Saint-Simon, e poi
sistematizzato da Auguste Comte, il Positivismo rilanciava quella fiducia nel progresso e
nella scienza che era stata già dell’Illuminismo, leggendo la storia dell’umanità come un
percorso di progressiva affermazione della ragione. Interesse primario è la realtà, con i suoi
fenomeni e le sue leggi, che l’intellettuale positivista si propone di conoscere e sistematizzare
alla luce del ragionamento e della sperimentazione. Comte propone una classificazione di tutte
le scienze, in base alla complessità; la più alta di tutte le scienze è la sociologia.
Nel 1859 il naturalista inglese Charles Darwin pubblicò l’origine della specie, in cui illustrava
la propria teoria dell’Evoluzionismo: secondo Darwin, in natura gli individui di una popolazione
sono in competizione tra loro per la sopravvivenza; in questo contesto, è la natura stessa a
operare una selezione, eliminando gli individui più deboli e garantendo la sopravvivenza a quelli
che si adattano meglio all’ambiente circostante, perchè dotati di particolari caratteri che
trasmetteranno ai propri discendenti. Negli anni precedenti, Herbert Spencer aveva elaborato
una propria riflessione sull’evoluzione della società umana; postulava un’analogia nei
comportamenti del singolo invidio e della società nel suo complesso; e come nella teoria
dell’evoluzione biologica si riteneva che la singola forma di vita tendesse ad evolversi in forme
più complesse, così Spencer riteneva che la società umana si fosse evoluta da forme più
“primitive” (società militaristiche) a forme più “elevate” (società industriale). L’iniziativa
dell’evoluzione spetta, secondo Spencer, all’individuo; lo Stato non deve intervenire in questo
processo, se non garantendo l’ordine e la stabilità sociale. Tali teorie sull’evoluzione sociale
furono complessivamente indicate con la definizione di Darwinismo sociale.
All’approccio positivista si ispirò anche l’attività del fisiologo Claude Bernard, considerato padre
della medicina sperimentale. Scoprì le funzioni di diversi organi interni; particolarmente
influente fu la sua teoria del milieu intérieur (“ambiente interno”), secondo cui ogni organismo
è influenzato dall’ambiente circostante, ma tende a raggiungere una situazione di equilibrio al
proprio interno, così da compensare gli variazione esterna. Bernard rigettava ogni
interpretazione filosofica o spirituale della natura.
Il francese Hippolyte Taine offrì la principale teorizzazione del movimento letterario del
Naturalismo, che si proponeva di indagare la psicologia dell’individuo e le dinamiche della
società tramite gli stessi metodi delle scienze naturali. Taine vedeva nelle azioni dell’uomo,
nell’espressione dei suoi sentimenti e nelle sue opere d’arte il frutto dell’influenza di tre ordini di
fattori: quelli naturali ed ereditari (la “razza”), quelli connessi al contesto sociale (l’”ambiente”),
quelli legati alle circostanze storiche contingenti (il “momento”); in una visione fortemente
deterministica (concezione filosofica secondo la quale tutti i fenomeni sono determinati
necessariamente da leggi precise, analoghe a quelle fisico-matematiche, secondo un criterio di
causa ed effetto):
Positivismo, Determinismo e Darwinismo sociale costituirono il punto di partenza anche per le
ricerche di Cesare Lombroso, che per primo propose uno studio scientifico della criminologia.
Secondo Lombroso, il criminale è tale per nascita: le condotte criminali non sono altro che il
frutto di anomalie fisiche. Anche il comportamento socialmente deviante era ricondotto a una
serie di fattori fisiologici; e questa naturale propensione al crimine poteva essere trattata
clinicamente.
-In Italia
Questione nata già secoli prima dell’unificazione italiana era quella della lingua. La disputa
sulla lingua assunse connotati nuovi quando si dovette determinare la lingua ufficiale del
Regno d’Italia, dato che nei vari Stati preunitari erano in uso diverse varietà di italiano
regionale.
Nel 1868 Alessandro Manzoni indirizzò al ministro dell’Istruzione una relazione intitolata
Dell'unità della lingua, dove caldeggiava l’adozione su scala nazione dell’italiano regionale
toscano; tale unificazione sarebbe stata veicolata mediante la scuola, in cui i sarebbero dovuti
assumere principalmente maestri toscani, con viaggi d’istruzione in Toscana e con l’adozione di
un vocabolario ufficiale della lingua fiorentina (pubblicato tra il 1870-97 con il titolo di Novo
vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze, nato da un progetto di Broglio e
Giorgini).
Contro la posizione di Manzoni si espresse il linguista e glottologo Graziadio Isaia Ascoli:
proponeva di incentivare l’ innalzamento culturale medio della popolazione del regno, perché
ciò avrebbe portato alla nascita e alla diffusione spontanea di un italiano comune.
L’unità nazionale comportava un allargamento degli orizzonti anche per i protagonisti delle
industrie culturali. Gli editori di giornali e periodici cominciarono a contare su un mercato che si
era ormai fatto nazionale; l’abolizione dei dazi e delle barriere doganali eliminò un ostacolo alla
circolazione dei prodotti culturali; e la cessazione della censura, soprattutto di natura politica,
aprì nuovi spazi alla produzione giornalistica e saggistica. Gli sforzi fatti dalle politiche per
abbattere l’analfabetismo, con lentezza, cominciarono a espandere il mercato dei potenziali
lettori; l’estensione dell’obbligatorietà scolastica sollecitò la produzione di sussidi didattici, libri di
lettura, grammatiche e vocabolari.
In Italia: 1880-90 Verismo in Italia. Deriva dal Naturalismo francese: Luigi Capuana (siciliano)
recensisce entusiasticamente l’Assommoir di Zola. In mancanza di un manifesto, si è soliti far
iniziare ufficialmente il Verismo con la prefazione dei Malavoglia di Giovanni Verga (1881).
Verismo: riprende i concetti e le tecniche del Naturalismo francese, ma con alcune differenze
● Ha carattere regionalistico: Veristi italiani compongono romanzi sulla realtà regionale
che conoscono perché ci vivono. Es. Verga (di Catania) ambienta le sue opere in Sicilia
e analizza la realtà sociale della sua regione (ambiente contadino). Autori: Capuano,
Serao, De Roberto…
Naturalismo Verismo
2. Attenzione alla società capitalistica e 2. Attenzione per una società meridionale più
industrializzata (realtà urbana) arretrata (realtà contadina)
Nel 1865 Verga capisce che l’ambiente isolano non gli basta più e così comincia a frequentare
la città di Firenze, allora capitale d’Italia, in cui si stabilisce nel 1869. Il distacco della famiglia è
accompagnato da un forte senso di colpa, che affiora nella fitta corrispondenza con i familiari.
Tuttavia, il rimorso per avere violati gli affetti cari sono attenuati dal desiderio di affrancarsi
dall’orizzonte di vita della provincia catanese. Celato dietro questo bisogno di affermazione
sociale e professionale, c’è la volontà di riscattare i sacrifici imposti alla famiglia e di superare il
senso della propria inadeguatezza di provinciale.
A Firenze viene presentato dall’influente letterato Francesco Dall'Ongaro e qui incontra
scrittori famosi (Prati, Aleardi), attori e politici (Bakunin). Conosce Luigi Capuana e s’immerge
nella vita culturale della capitale. Nel 1866 pubblica il romanzo Una peccatrice e cinque anni
dopo si afferma sulla scena letteraria con Storia di una capinera; in questi nuovi romanzi i
protagonisti sono donne travolte dalla passione, la cui psicologia viene indagata da una scrittura
ancora attenta ai gusti del pubblico.
Nel 1872 Verga si trasferisce, questa volta a Milano. Qui, dove risiederà per circa un ventennio,
è Salvatore Farina ad introdurlo negli ambienti letterari: frequenta i salotti della contessa
Maffei e della marchesa Crivelli, conosce gli scapigliati Arrigo Boito ed Emilio Praga. Al Caffè
Cova incontra Federico De Roberto e Giuseppe Giacosa. Sulla vita dei salotti borghesi sono
incentrati i romanzi Eva, del 1873, Eros e Tigre reale, entrambi del 1875, che riscuotono
discreto successo. Nel 1874 Verga aveva appena pubblicato la novella Nedda, che è la storia
di un’umile raccoglitrice di olive: lo scrittore sta cominciando a focalizzare la sua attenzione sul
mondo popolare siciliano.
Nella seconda metà degli anni Settanta Verga inaugura una nuova stagione della sua
produzione: dietro la spinta della pubblicazione del romanzo L’ammazzatoio di Zola si apre alle
sollecitazioni dei grandi narratori del Naturalismo francese. Nel 1875 comunica a Emilio Treves,
suo nuovo editore, l’inizio della stesura di un bozzetto marinaresco ambientato in Sicilia,
Padron ‘Ntoni, primo abbozzo di quello che poi sarà il romanzo edito con il titolo I Malavoglia.
Nel 1878 pubblica il racconto verista Rosso Malpelo (poi confluito nella raccolta di novelle Vita
dei campi) e annuncia il progetto di scrivere un ciclo di romanzi ispirati alla teoria darwiniana e
ai romanzi di Zola, con il titolo provvisorio La Marea (poi sostituito da I Vinti) e che comprende
Padron ‘Ntoni, Mastro-don Gesualdo, La duchessa della Gargantas (poi cambiato in La
duchessa di Leyra), L’onorevole Scipioni e L’uomo di lusso. A partire dal 1880, con la
pubblicazione della raccolta di novelle Vita dei campi e successivamente delle Novelle
rusticane (1883) la nuova poetica verista di Verga trova piena espressione.
Il romanzo I Malavoglia (1881) e viene accolto freddamente dalla critica, perciò, nel frattempo,
lo scrittore continua a scrivere testi più vicini alla precedente produzione di stampo borghese,
come il romanzo Il marito di Elena (1882), le novelle Per le vie (1883) e Drammi intimi
(1884), di ambientazione milanese. Convinto del valore delle sue opere veriste, Verga comincia
a viaggiare all’estero per promuoverle a livello internazionale.
Il 1884 è l’anno dell’esordio teatrale con Cavalleria rusticana con l’attrice Eleonora Duse.
Nel 1889 pubblica in volume, riscontrando un discreto successo, il romanzo Mastro-don
Gesualdo, e incontra la contessa torinese Dina Castellazzi di Sordevolo, con la quale inizia
una relazione che durerà tutta la vita.
Nel 1893 decide di rientrare nella terra delle sue origini, dove rimarrà, fatta eccezione per alcuni
viaggi, fino alla morte. In Sicilia riprende a lavorare alla Duchessa di Leyra, di cui sarà
pubblicato un solo capitolo, postumo; in questi anni la sua attività è rivolta soprattutto al teatro
con La Lupa e il dramma Dal tuo al mio. Da questi testi emerge un nuovo atteggiamento di
Verga, una forma di sfiducia nei confronti del genere umano, mosso principalmente da
egoismo. La sua è una reazione ai mutamenti del nuovo secolo, ai quali oppone un
atteggiamento disincantato, chiuso alle novità culturali e sociali.
Nel 1903 il filosofo Benedetto Croce dedica a Verga un saggio che riaccende l’interesse della
critica per la sua opera. Nel 1920 viene nominato senatore a vita. Nello stesso anno, in
occasione dei suoi 80 anni, assiste al Teatro Massimo di Catania ai festeggiamenti in suo onore
e al discorso ufficiale tenuto da Luigi Pirandello. Colpito da paralisi cerebrale muore a Catania il
27 gennaio 1922.
Fase romantica: -I carbonari della montagna;
- Sulle lagune;
- Una peccatrice;
- Storia di una capinera.
Preponderanza della tematica storico-patriottica e/o di quella amorosa;
Impostazione degli intrecci tipica del romanzo d’appendice;
Ricerca del patetismo.
1874: Nedda
Novità pre-veristiche:
● Bozzetto siciliano;
● personaggi umili;
● attenzione per le dinamiche sociali;
● Pessimismo fatalista;
● occasionale ricorso all’impersonalità;
● Presenza di espressioni siciliane;
● rapide incursioni nel registro popolare.
Residui tardo-romantici:
● Novella patetica;
● personaggi stilizzati;
● preponderanza del tema sentimentale;
● catarsi sentimentale;
● Presenza del narratore onnisciente;
● uso del corsivo per isolarlo;
● tono generale sostenuto e colto.
I singoli episodi sono riferiti in modo dettagliato mediante il passato remoto, benché nella
novella l’uso dell’imperfetto prevalga, a delineare una situazione reiterata. Il focus della
narrazione, infatti, è incentrato sulla ricostruzione di una condizione esistenziale che si ripete
nel tempo.
In Rosso Malpelo l’autore regredisce fino a scomparire dietro il punto di vista della comunità dei
minatori. La voce narrante che si crea è ostile al protagonista, come si percepisce dagli
epiteti e dalle similitudini, tratte dal mondo animale.
Il periodo è strutturato sulla tecnica del discorso indiretto libero: riporta un pensiero soggettivo
senza però che il soggetto sia indicato, né che siano presenti formule introduttive come “si
diceva che…”. Il discorso indiretto libero viene qui utilizzato per introdurre in modo assertivo un
binomio (capelli rossi-cattiveria) basato su un rapporto di causa-effetto alogico (“aveva i capelli
rossi perché era…cattivo). Il capovolgimento dei nessi causali si ripete in tutta la novella: il
narratore, per esempio, attribuisce alla freddezza di un bambino la responsabilità della
mancanza di affetto della madre nei suoi confronti.
Il punto di vista del narratore rispecchia la mentalità arretrata e incolta della comunità dei
minatori, mentalità che fuoriesce da ogni buonsenso e crea un effetto di straniamento nel
lettore, che non si riconosce nelle sue logiche. Le affermazioni della voce narrante hanno in
questo senso una funzione antifrastica, perché inducono il lettore a cogliere e a pensare il
contrario di quanto viene affermato. Questo procedimento antifrastico provoca un vero e proprio
senso di straniamento nel lettore e ha l’obiettivo di far riflettere.
Malpelo è portavoce delle dinamiche sociali in cui vive. A differenza del padre, che subisce le
peggiori angherie senza ribellarsi, egli capisce che la realtà è dominata da una logica di
violenza e di sopraffazione dei forti sui deboli e che questi ultimi per sopravvivere sono costretti
a subire. Egli stesso, proprio perché ne è vittima. Contribuisce per orgoglio ad alimentare la
legge del darwinismo sociale prendendosela con i più deboli in modo sadico e crudele.
L'accanimento di Malpelo contro i deboli ha una valenza duplice e per questo ambigua: oltre a
essere dettata da un impulso di ribellione e di orgoglio, è allo stesso tempo legata alla
coscienza del male e ad un cupo pessimismo, che intravede nella morte l’unica uscita possibile.
Questo pessimismo porta il protagonista ad adattarsi alle logiche sociali ingiuste, fino ad
accentuarle anche a proprio svantaggio.
IL CICLO DEI VINTI
I Malavoglia è il primo romanzo di una collana di cinque romanzi, il primo titolo del ciclo era
Marea.
● I Malavoglia (1881)
● Mastro-don Gesualdo (1889);
● La duchessa di Leyra (1893-);
● L’onorevole scipioni;
● L’uomo di lusso.
Di questo ciclo ne parla nella lettera a Salvatore Paola Verdura e nella prefazione dei
Malavoglia. Il ciclo dei vinti doveva contenere un’analisi di come le varie classi sociali, dalle più
basse alle più alte, affrontano l’onda immensa che è la lotta per la vita; ogni classe con una
spinta differente, a partire dalla mera sopravvivenza dei Malavoglia all’avidità di scienza
dell’Uomo di lusso (artista, sintesi di tutti i modi in cui si affrontano questi problemi). In
quest’onda immensa, però, inevitabilmente vengono lasciati sulla spiaggia dei residui, che
rappresentano gli sconfitti, coloro che sono travolti dalla marea, e sono i cosiddetti Vinti. L’idea
dei Vinti attraversa tutte le classi sociali. Rimangono indietro soprattutto quando riescono ad
uscire dalla loro situazione, cioè quando tentano di salire nella scala sociale.
Trama:
● La storia della
famiglia;
● la rovina della
famiglia;
● il destino di ‘Ntoni.
Personaggi
Nei Malavoglia i personaggi compaiono senza nessuna presentazione e presentano dei
sistemi di polarità:
● Famiglia Toscano vs compaesani: i Toscani impersonano l’onestà e i valori morali,
mentre i compaesani l’ideologia materialistica e l’interesse personale.
● ’Ntoni e Lia vs altri familiari: ‘Ntoni e Lia rappresentano il guadagno facile e la
degradazione morale; gli altri familiare ancora onestà e valori morali:
Vi sono anche degli antagonisti:
● Natura (tempesta);
● Paese;
● ”Storia”.
Aspetti narratologici
● Autore invisibile: la voce narrante proviene dalla scena popolare, è la voce corale
dell’intera comunità. I personaggi che raccontano sono diversi, ma condividono la
medesima realtà linguistica, sociale e ideologica.
● Il primato dello sfondo: la narrazione dei fatti essenziali viene oscurata dal
chiacchiericcio e dai pettegolezzi. La drammaticità delle vicende risulta dissimulata
dietro eventi secondari. Il mondo popolare è in primo piano.
● Personaggi parlano con le azioni: i personaggi non vengono descritti, ma ne vengono
raccontate le azioni. L’autore fotografa, il lettore osserva. Comprende le caratteristiche
dei personaggi.
● Il linguaggio del popolo: il popolo racconta, coralmente: il linguaggio deve essere il
suo. Per farlo, Verga parte dalla lingua italiana e la arricchisce di elementi tratti dalla
cultura orale regionale della Sicilia.
Ideologia di Verga
Nei Malavoglia Verga rappresenta la società del progresso adottando l’ottica dei vinti, ossia
di colore che, nella lotta per il benessere, restano “indietro” e subiscono gli eventi senza poterli
controllare. Le ragioni della rovina dei protagonisti derivano da spinte sociali (desiderio di
ascesa, con la decisione di commercializzare i lupi), da accadimenti naturali (la tempesta che
distrugge la barca), da contingenze storiche (l’impegno militare che allontana ‘Ntoni e uccide
Luca).
DECADENTISMO
DEFINIZIONE
Tendenza culturale, gusto, sensibilità che si diffonde in Francia, in contemporanea con il
Positivismo (anni ‘80 dell’Ottocento).
Il nome deriva da un verso della poesia “Languore” (1883) del francese Paul Verlaine.
“Décadent” si riferisce allo stato d’animo del poeta, che si paragona all’impero romano in
decadenza (dopo secoli di splendore).
”Decadente” è uno stato d’animo di crisi, di sensibilità morbosa, di presentimento della fine, di
stanchezza.
Il termine venne usato per la prima volta in senso dispregiativo per definire dei nuovi poeti che
rifiutavano la mentalità, l’arte e anche la vita borghese. I poeti vivono una vita di protesta, la
loro arte viene a coincidere con la loro vita. Il poeta perde la sua funzione sacrale in una società
dedita solo al guadagno. Successivamente i poeti fecero propria questa definizione e se ne
vantarono.
PERIODIZZAZIONE
Le manifestazioni letterarie del Decadentismo sono contemporanee al Naturalismo e al Verismo
(anni ‘70/‘80 dell’800).
Il Decadentismo diventerà dominante, si diffonderà in tutta Europa e influenzerà la cultura degli
anni ‘80 dell’800 fino ai primi decenni del 1900.
Darà vita a movimenti letterari diversi come:
● SIMBOLISMO
● ESTETISMO.
CARATTERISTICHE PRINCIPALI
● Rifiuto della società borghese, delle sue convenzioni e dei suoi valori (la logica del
profitto e del guadagno, in primo luogo).
● perdita della fiducia nella ragione, nella scienza e nel progresso.
● disinteresse verso la società e i problemi sociali e politici e ripiegamento verso
l’interiorità;
● eccezionalità, diversità dell’artista, sua distinzione e/o esclusione dalla società
contemporanea;
● Base filosofica del Decadentismo sono le filosofie “irrazionalistiche”
(antipositivistiche). Esse affermano che la ragione è insufficiente per conoscere la realtà
(conoscenza oggettiva), e si affidano ad altre forme di conoscenza come l’intuizione e
la sensazione (che sono soggettive, diverse da individuo a individuo).
RADICI FILOSOFICHE
Le filosofie irrazionalistiche da cui il Decadentismo è influenzato sono quelle espresse dai
cosiddetti “Maestri del sospetto (=dubbio)”. Essi sono definiti così perché instillano dubbi sulla
conoscenza della realtà così come ce la mostrano la ragione e la scienza. In questo modo
fanno cadere le certezze tradizionali. I pensatori del sospetto sono:
1. SIGMUND FREUD (austriaco): scopre l’inconscio dell’uomo, che può influenzare la
dimensione conscia (e razionale) dell’individuo. Fonda la psicoanalisi.
2. ALBERT EINSTEIN (tedesco): con la teoria della relatività mette in crisi la fisica
tradizionale (=studio della natura) e introduce la quarta dimensione dello
spazio-tempo, correlati tra loro.
3. HENRY BERGSON (francese) afferma i concetti di:
○ Soggettività del tempo: il tempo non è solo una successione di momenti uguali,
misurabili con l’orologio, ma c’è anche un tempo interiore, percepito in modo
soggettivo dell'individuo come insieme di istanti simultanei del presente, del
passato e del futuro.
○ Intuizionismo: l’intuizione è una forma di conoscenza profonda della realtà.
4. FRIEDRICH NIETZSCHE (tedesco):
○ La sua filosofia è definita nichilismo (dal latino nihil=nulla) perché nega
l’assolutezza dei valori borghesi, mettendo in crisi la verità e la moralità
tradizionale.
○ Nietzsche teorizza la figura di un superuomo, un uomo nuovo che segue una
moralità diversa, e, libero dai condizionamenti della morale borghese (quella
dell’uomo comune), si pone «al di là del bene e del male» (è a-morale). Egli ha
come scopo la realizzazione di sé, guidato dalla volontà di potenza (=desiderio
di agire per esprimere le proprie possibilità) e dallo spirito dionisiaco (=istinti,
spirito vitale; si contrappone nell’uomo allo spirito apollineo, che invece è misura
e equilibrio).
○ Questo concetto fu male interpretato e strumentalizzato dalla politica del ‘900
(Hitler, Mussolini).
PAUL VERLAINE
Come Baudelaire, vive una vita da artista, fuori dalle convenzioni borghesi, e ai margini. Ne
condivide l’inquietudine.
● Languore: da questa poesia deriva la denominazione di Decadentismo. Il poeta si sente
come l’impero romano alla fine della decadenza. Languore = spleen.
● Arte poetica: è una poesia-manifesto: la poesia simbolista deve essere musicale ed
evocativa, per suscitare emozioni e cogliere i molteplici significati nascosti nelle cose.
ARTHUR RIMBAUD:
Il poeta deve indagare l’ignoto e penetrare nel profondo delle cose, abbandonandosi come un
“battello ebbro” (titolo di una poesia” a un “ragionato (=voluto) disordine di tutti i sensi”, non
compreso e maledetto dagli uomini comuni. Il poeta diviene un “VEGGENTE” per l’umanità,
perché vede oltre l'apparenza delle cose.
● Vocali, p. 201: è un esempio di poesia simbolista, caratterizzata dall'analogia e dalla
sinestesia. Al suono delle vocali sono accostati i colori e le immagini che esse
ispirano al poeta, con la sinestesia e la metafora. Il lettore si lascia “trasportare” da
questi effetti fonici e fantastici.
DECADENTISMO: L’ESTETISMO
è l’altra grande corrente letteraria del Decadentismo, nata in Inghilterra attorno agli anni ‘70 e
poi diffusasi in Europa a fine ‘800.
-Concetti principali
● ARTE PER L’ARTE: l’arte non ha nessuna altra finalità (nè educativa, nè morale, nè
sociale) se non sè stessa. L’opera d’arte non deve essere utile, ma è un oggetto del tutto
inutile. Lo scopo dell’arte è il piacere del bello. Si afferma il culto della Bellezza come
valore assoluto, fine a sè stesso.
● ARTISTA: ricerca il bello nell’arte e nella vita, è un esteta. È una figura eccezionale,
che si distingue dalla società borghese e la massa, che disprezza e ritiene volgari. Vive
in modo raffinato e ricercato (ama la mondanità, oggetti rari e preziosi, ricerca piaceri
non comuni e sofisticati). L’artista fa della propria vita un’opera d’arte, ovvero
coincidenza tra arte e vita.
-INGHILTERRA
● WALTER PATER teorizza il concetto di “arte per l’arte”. Il bello diventa l’unica cosa
importante nella vita e la vita deve diventare un’opera d’arte, attingendo a tutte le
sensazioni più splendide e nuove.
● OSCAR WILDE, scrive “Il ritratto di Dorian Gray” (1891). Dorian Gray è un narcisista
esteta (in inglese dandy), che si dedica a tutte le sorti di piacere, fino all’autodistruzione.
Oscar Wilde, con le sue opere e il suo gilè di vita fuori dalla morale comune, fece spesso
scandalo.
-FRANCIA
● Romanzo « à rebours » (= a ritroso) (1884) di JORIS-KARL HUYSMANS. Il
protagonista Des Esseintes è un raffinato esteta, dedito alla ricerca del piacere e della
bellezza. Il narratore focalizza l’attenzione su un solo personaggio, ne assume il punto di
vista, ne segue i pensieri; la descrizione degli spazi è simbolica e rispecchia l’interiorità
del protagonista.
-ITALIA
● GABRIELE D’ANNUNZIO scrive il romanzo “Il piacere” (1889), in cui tra il raffinato
esteta Andrea Sperelli, immerso nel lusso e nei piaceri, al di là della morale comune.
D’Annunzio stesso fu un esteta, cercò di vivere una “vita inimitabile”, come se fosse
un’opera d’arte.
GABRIELE D’ANNUNZIO
D’Annunzio si fa originale interprete dell’estetismo; concepì la sua vita come un’opera d’arte:
per lo scrittore, ogni momento deve essere votato al criterio assoluto della bellezza. D’Annunzio
risultò quasi ossessionato dall’esibizione di sè: negli anni riuscì ad imporsi all’attenzione del
pubblico. Fu prioritario per l’autore trasporre nelle opere ogni impresa vissuta: così, in questo
intreccio indissolubile tra vita e letteratura, l’esperienza biografica divenne la prima fonte di
ispirazione di tutta la sua opera.
Gabriele D’Annunzio nasce a Pescara nel 1863. È dotato di una brillante intelligenza fin da
bambino, e il padre lo iscrive nel 1874 al Collegio Cicognini di Prato, dove rimane fino al
1881. Riceve un’educazione di ottimo livello, è una personalità irrequieta ma tenace e
ambiziosa. Scopre la propria vocazione poetica leggendo le Odi barbare di Carducci; questi
fluiscono nella raccolta di poesie Primo vere, con la quali esordisce nel 1879, a soli sedici anni,
incontrando subito un certo favore, anche grazie all’acuta intuizione di accompagnare la
pubblicazione con uno spregiudicato “lancio pubblicitario”: fa circolare la notizia della propria
morte a causa di una caduta da cavallo, attraendo l’opinione pubblica su di sé e sulla sua
opera.
Tornato a Pescara, stringe amicizia con un gruppo di musicisti, scultori e pittori abruzzesi legati
all’artista Francesco Paolo Michetti. L’ambiente abruzzese certamente influenza la sua prima
produzione. Si trasferisce a Roma; l’intenzione è frequentare la facoltà di Lettere, ma
abbandona presto. Alle aule preferisce i salotti mondani, le feste, le redazioni dei giornali; si
trasforma in un perfetto esempio di dandy. Roma sollecita il giovane provinciale al gusto del
bello e del superfluo ed è lo scenario nel quale comincia a teorizzare l’idea dell’intellettuale
esteta. Grazie all’editore Angelo Sommaruga pubblica la raccolta di versi Canto novo (1882),
le novelle di Terra vergine (1882) e la raccolta poetica Intermezzo di rime (1883), che dà
scandalo per i contenuti licenziosi. Parallelamente si dedica al giornalismo, in particolare dal
1883 sul quotidiano “La Tribuna”, rivelandosi una penna versatile e brillante. Si dedica a temi
di costume (l’etichetta, lo sport, la moda) e affina una sensibilità verso i gusti e le tendenze del
pubblico, che gli consentirà di proporsi costantemente come autore di successo.
Roma è teatro di celebri scandali che lo vedono coinvolto. Nel 1883 organizza una fuga
d’amore con la contessina Maria Hardouin di Gallese, che compromette la ragazza e rende
inevitabili le nozze: i due sono costretti a sposarsi. Il matrimonio rappresenta per D’Annunzio
un’occasione di ascesa sociale e di ulteriore notorietà. Dall’unione nasce, nel 1884, il primo
figlio, Mario, seguito da altri due, tuttavia il matrimonio, costellato di tradimenti da parte del
poeta, si conclude nel 1890 con una separazione. Altro scandalo è quello legato alla
pubblicazione della raccolta poetica Isaotta Guttadauro (1886). L’opera ispira al giornalista
Edoardo scarfoglio una dissacrante parodia intitolata Risaotto al pomidauro. D’Annunzio fida
pubblicamente Scarfoglio a duello, facendo scatenare la stampa.
Tra le relazioni extraconiugali la più intensa è quella con la donna nota con lo pseudonimo di
Barbara Leoni. Incontra la donna, allora sposata, la prima volta a Roma nel 1887 a un concerto
e con lei intreccia la più lunga e appassionata relazione amorosa della sua vita, che termina nel
1892. Esiste un rapporto diretta tra l’intensità della passione erotica per la donna e il fervore
creativo dell’autore: è Barbara Leoni a ispirare molte delle opere di questi anni, e su di lei sarà
tratteggiato il personaggio di Ippolita Sanzio nel Trionfo della morte.
Nel 1889 D’Annunzio dà alle stampe, presso l’editore Treves a Milano, Il piacere, composto a
partire dal luglio del 1888 a Francavilla al Mare in casa di Michetti. Il romanzo riscontra un
enorme successo di pubblico. D’Annunzio alterna produzione in versi e in prosa e continua la
collaborazione a molte riviste, tra cui “Cronaca bizantina”, che proponeva un seduttivo
rimando all’Oriente. La rivista ottiene in questi anni uno straordinario successo, a cui senz’altro
contribuisce la brillante prosa di D’Annunzio. Nonostante la fama e il successo, D’Annunzio vive
una condizione di costante necessità economica, a causa di uno stile di vita mondano e
dispendioso.
Nel 1891 accompagna l’amico Michetti a Napoli e vi si ferma fino al 1893, dove inizia una
relazione sentimentale con la principessa Maria Gravina. I due, dalla cui unione nasce la figlia
Renata, si legano mentre la principessa è ancora sposata e questo costa a D’Annunzio un
processo per adulterio. A Napoli frequenta un ambiente vivace, aperto alle correnti europee,
che lo influenza profondamente; ne consegue una fase di grande produttività, detta della
“bontà” per i contenuti intimistici delle opere: pubblica i romanzi Giovanni Episcopo e
L’innocente (1892) e l’opera in versi Poema paradisiaco (1893). Tra le amicizie spicca quella
con Matilde Serao, una delle prime donne giornaliste.
Lasciata Napoli, lo scrittore rientra in Abruzzo. Qui porta a compimento il trionfo della morte,
pubblicato nel 1894 e compone il romanzo Le vergini delle rocce (1895). Questi scritti
segnano una nuova fase della sua produzione; D’Annunzio ha scoperto la filosofia di
Nietzsche e a essa si ispira per delineare nuovi personaggi e una nuova idea di intellettuale:
l’individuo eccezionale che si afferma attraverso l’azione, l’energia eroica, la forza della sua
personalità. A questi anni risale il primo impegno politico di D’Annunzio, con l’intento di fare di
sé il più concreto esempio di intellettuale superuomo. Nel 1897 si presenta alle elezioni come
candidato alle forze di destra; al termine del mandato lo scrittore passerà clamorosamente tra
le file dell’estrema sinistra. Inizia così anche l’attività di oratore pubblico del poeta.
Compie anche una crociera in Grecia, che avrà profonde ripercussioni sulla sua produzione
letteraria, sollecitando il poeta alla composizione della tragedia La città morta (1898). Inizia
anche una relazione con l’attrice Eleonora Duse. Per lei compone, i drammi Francesca da
Rimini (1901) e La figlia di Iorio (1904).
Dopo un breve soggiorno a Parigi, si stabilisce nella campagna toscana, nella villa della
Capponcina; la residenza è vicina alla proprietà in cui si è nel frattempo stabilita la Duse. La
relazione con la donna suscita non pochi pettegolezzi: è l’atteggiamento del poeta, geloso del
successo della compagna e pronto ad approfittare della sua condizione economicamente
agiata, a destare non poco scalpore. Sono anni di vita sfarzosa ed eccentrica, che finiranno per
rovinare D’Annunzio, che culmina nel 1903 con la pubblicazione dei capolavori poetici Maia,
Elettra e Alcyone (le Laudi).
Nel 1907 muore Carducci: D’Annunzio gli dedica sulle pagine del “Corriere della Sera" la
canzone Per la tomba di Giosuè Carducci, nella quale si autoproclama suo erede. Intanto si
aggravano i problemi economici e la sua amata villa della Capponcina viene sequestrata e
messa all’asta. Nel 1910 il poeta si trasferisce a Parigi, dove si ferma fino al 1915, alternando i
soggiorni a Parigi e quelli ad Arcachon. Negli anni trascorsi in Francia sperimenta la maniera
delle cosiddette “faville”, prose per lo più brevi e di carattere autobiografico pubblicate sul
“Corriere della Sera” e si misura con nuove forme, come quella librettistica o cinematografica.
Nel maggio del 1915 D’Annunzio torna in Italia e inizia un’intensa campagna a favore
dell’intervento in guerra, pronunciando orazione e discorsi: si arruola come volontario e
sorvola, gettando volantini di propaganda, su Trieste, Trento e Vienna; compie incursioni
aeree e per mare (la cosiddetta “beffa di Buccari”); partecipa al bombardamento di Cattaro e
nel 1915 ai combattimenti sul monte San Michele. Nel 1916 subisce un grave trauma all’occhio
destro, che determinerà la perdita parziale della vista. In questo stato compone uno dei suoi libri
più coraggiosi e innovativi, il notturno, scrivendo su piccoli cartigli brevi prose che saranno poi
raccolte e ordinate dalla figlia Renata.
Il 12 settembre 1919 conquista la città di Fiume, che non era stata annessa all’Italia, e ne
assume il controllo. L’impresa di Fiume si conclude con il cosiddetto “Natale di sangue” del
1920 quando, per ordine di Giovanni Giolitti, capo del Governo italiano, la città viene
bombardata per mare. Dopo lo scrittore dell’impresa fiumana, lo scrittore si stabilisce sul lago di
Garda, a villa Cargnacco, che trasformerà nel Vittoriale degli Italiani. Riprende a scrivere,
senza abbandonare del tutto le velleità politiche: ogni iniziativa è però bloccata nell’ottobre del
1922 dalla marcia su Roma.
Il rapporto con Mussolini è ambiguo e complesso: lo scrittore viene gradualmente emarginato
dalla vita politica e sorvegliato dal regime. Tra i due sarà Mussolini che saprà interpretare il
ruolo dell’uomo forte eletto dal destino e incassare i più eclatanti risultati politici. Il fascismo in
quegli anni si avvale della celebrità di D’Annunzio a suo vantaggio, ma si preoccupa anche di
contenere l’esuberante personalità del poeta, che aveva continuato a manifestare liberamente il
suo pensiero. Il soggiorno al Vittoriale si trasforma per D’Annunzio in una sorta di prigione
dorata: il poeta celebra sé stesso, ripetendo i soliti atteggiamenti, provocando nuovi scandali,
ma di fatto restando ostaggio del personaggio che egli stesso ha creato. Nel 1935 si schiera a
favore della guerra d’Etiopia: è la sua ultima uscita pubblica. La morte per emorragia
cerebrale cogliere lo scrittore nel marzo del 1938, al suo tavolo di lavoro.
Abruzzo: punto di riferimento sia della vita che dell’opera di D’Annunzio; lì si interessa alla vita
della sua terra, di quell’ambiente rurale che racchiude forze vitali importanti, anche quando
parla del superuomo. La poesia Settembre esalta la transumanza dei pastori.
studi a Prato. Decennio 1881-91 a Roma: va per studiare Lettere ma in realtà Iole diventare
giornalista e inserirsi nella società romana. Sono anche gli anni in cui conosce la letteratura
europea moderna.
Vacanze in Versilia: sfondo delle Laudi
La poesia:
● Giovinezza: Primo vere, Canto Novo, la Vergine
L’intermzzo in rime, l’elegie romane, le laudi
Simbolismo: la parola poetica non è più una trasposizione mimetica della realtà; ma vuole
cogliere la seconda realtà che sta dietro alle cose.
CONCETTI LEGATI ALLA PRODUZIONE LETTERARIA DI D’ANNUNZIO (P.317-18)
ESTETISMO: Scrive il romanzo “Il piacere” (1889), in cui ritrae il raffinato artista Andrea
Sperelli, immerso nel lusso e nei piaceri, al di là della morale comune.
D’Annunzio stesso fu un poeta esteta, cercò di vivere una “vita inimitabile”, come se fosse
un’opera d’arte. Vive in modo raffinato e ricercato (ama la mondanità, oggetti rari e preziosi,
ricerca piaceri non comuni e sofisticati).
PANISMO:
● È un concetto legato al superuomo e a Nietzsche. Il superuomo si fa guidare dallo
spirito vitale, lo spirito “dionisiaco”, che lo porta a fondersi con la natura e le sue
forze primordiali.
● Il rapporto uomo-natura è quindi molto stretto e arriva fino alla identificazione e alla
trasformazione dell’umano in vegetale (e viceversa), che conduce l’uomo a elevarsi al
di sopra della propria condizione e a cogliere il linguaggio misterioso delle cose
attraverso i sensi.
La pioggia nel pineto: il poeta si trova in compagnia di una donna indicata con il nome
mitologico di Ermione, in una pineta marittima battuta dalla pioggia estiva. Inoltrandosi nel fitto
del bosco, i due sono coinvolti in una sinfonia di suoni ed effetti acustici, fino a sentirsi parte viva
della natura che li circonda. In questa poesia D’Annunzio esprime l’ideale del panismo, la
completa fusione tra l’uomo e la natura. “Pan” è il dio greco dei boschi e, nelle lingua greca, il
nome ha anche il significato di “tutto”.
● Il linguaggio di D’Annuncio è evocativo, privilegia l'analogia e ricerca la musicalità
delle parole (considerata fondamentale, oltre il loro significato). FETICISMO DELLA
PAROLA.
-La poetica di D’Annunzio (pp.316-18)
Egli concepisce la propria vita come un’opera d’arte, all’insegna del “vivere inimitabile”, cioè
ispirato in ogni momento, gesto e azione al criterio della bellezza. La vita reale diventa una
fonte inesauribile di ispirazione per la propria opera: viaggi, incontri, relazioni amorose, tutto
costituisce per D’Annunzio materiale da riutilizzare. Lo scrittore appare quasi ossessionato dal
desiderio di riversare la propria esperienza nella scrittura.
Complementare a questa continua ricerca della bellezza è la costruzione della propria
immagine in chiave eroica. Il poeta è l’essere unico, inimitabile, raffinato esteta e uomo
d’azione. Con D’Annunzio si assiste a una continua esibizione di sè: egli vive come se fosse
sempre “in scena”. La costruzione del proprio personaggio rappresenta un efficace strumento
di promozione della propria opera, ma allo stesso tempo risponde a una necessità di
riaffermare la centralità dell’artista nella moderna società borghese e capitalistica.
Questa sensibilità per il pubblico dei lettori è la felice intuizione di un uso dei mass media volto
alla persuasione. È il primo scrittore pienamente consapevole delle nuove risorse
comunicative offerte dal mercato culturale. Sceglie con cura meticolosa le copertine dei suoi
volumi, consapevole del richiamo che un simile particolare esercitava sui lettori, e accompagna
la pubblicazione delle sue opere con la diffusione di aneddoti sulla sua vita privata. La
società borghese del tempo reclamava il racconto di esperienze raffinate e non comuni ed era
fortemente attratta dalla descrizione di situazioni e oggetti esotici. D'Annunzio mantenne
sempre uno spiccato interesse per l’arte orientale, di cui è testimonianza la sua passione
collezionistica.
D’Annunzio era un lettore informato, assai sensibile alle mode letterarie e culturali, in grado di
cogliere sul nascere le nuove tendenze e di farsene mediatore presso il pubblico attraverso le
proprie opere, anche sul piano musicale e artistico. Spesso, egli si ferma agli aspetti più
superficiali e vistosi, senza penetrare nelle motivazioni più profonde: lo spinge piuttosto il
desiderio di provare ogni esperienza, di percorrere tutte le direzioni possibili. Alla conoscenza
della tradizione classica e italiana D’Annunzio unisce la lettura dei moderni, italiani e stranieri. A
uno dei “manifesti” del decadentismo europeo, Controcorrente di Joris-Karl Huysmans. Al
Dostoevskij di Umiliati e offesi, guarderà D’Annunzio nei romanzi L’innocente e Giovanni
Episcopo. Influenze simboliste di Maeterlinck si possono trovare nel Poema paradisiaco.
Abbiamo anche influenze di Maupassant, Zola, Flaubert, Baudelaire, Verlaine, Tolstoj, Walt
Whitman. La straordinaria capacità di cogliere e assimilare le novità culturali attorno a sé
costituisce un tratto caratterizzante dell’opera dannunziana.
È possibile individuare delle costanti tematiche:
1. Un’accesa sensualità, che celebra il godimento dei sensi e la fusione dell’uomo con
gli elementi naturali;
2. una sensibilità di tipo decadente, che si manifesta nella percezione della crisi
d’identità del soggetto e dell’intellettuale, e che determina una costante ricerca di un
ruolo per l’arte e per la poesia;
3. I temi malattia, del disfacimento, che si leggono in controluce anche nelle opere
apparentemente più vitalistiche.
IL PIACERE (P.324-36 e testi)
Il primo romanzo di D’Annunzio è il piacere, pubblicato nel 1889: insieme a L’innocente (1892)
e Trionfo della morte (1894) sarà poi riunito dallo scrittore in un unico ciclo narrativo, I
romanzi della rosa, dove il fiore è scelto da D’Annunzio in quanto simbolo dell’amore
voluttuoso e sensuale.
Il piacere è un romanzo che, nella sua struttura narrativa, si mantiene abbastanza fedele alla
tradizione realistica: l’attacco informa subito del tempo e del luogo. Nello stesso tempo lo
scrittore tenta anche la via del romanzo simbolista. Lo studio dei personaggi si traduce nel
romanzo nell’analisi delle loro personalità ambigue, delle loro pulsioni e manie. Il piacere
segna un definitivo distacco da Verga. Il primo romanzo di D’Annunzio raccoglie già molte
influenze del Simbolismo europeo e altri modelli letterari, come il Ritratto di Dorian Gray di
Oscar Wilde, Controcorrente di Joris-Karl Huysmans e L’initiation sentimentale di Joséphin
Péladan.
-La trama
Il protagonista è Andrea Sperelli, che incarna il tipo perfetto di esteta giovane aristocratico
appartenente a una nobile famiglia, educato all'”avidità del piacere”: dandy raffinato che vive
attorniato da oggetti preziosi, nel culto del bello. Tuttavia, Sperelli è un uomo debole: possiede
una sensibilità esasperata, ed è incapace di prendere decisioni. È un personaggio
“malato”, il primo degli inetti che popolano i romanzi dannunziani, e porta in sè i segni
decadenza, egli è attratto contemporaneamente da due donne, che rappresentano di due
aspetti opposti del femminile e dell’amore: Elena Muti, incarnazione della donna fatale,
sensuale e voluttuosa, simbolo dell’eroitismo che conduce alla perdizione, e Maria Ferres, la
donna innocente e casta, simbolo di un sentimento puro che può salvare. Questa opposizione
è solo apparente: come per Elena, anche per Maria il protagonista prova solo un sentimento di
“profonda seduzione” sensuale ed erotica. E infatti, quando la seconda intuisce le reali
intenzioni del protagonista, lo abbandona.
La vicenda narrata segna il fallimento esistenziale del protagonista: la sua parabola rispecchia
lo scacco del nuovo tipo di intellettuale concepito da D’Annunzio, la sua inadeguatezza di fronte
alla società moderna, la sua incapacità di recuperare un ruolo al suo interno. Il romanzo segna
dunque una presa di distanza dall’ estetismo: D’Annunzio riconosce che l’ esteta è destinato
a fallire.
L’autore mantiene un atteggiamento ambivalente nei confronti del protagonista. Da una parte lo
giudica, condannando la sua debolezza di carattere, la lussuria, l’eccessiva sensibilità.
Dall’altra ne rimane affascinato, e in lui si riconosce e si identifica: si spiega così l’insistere su
una sensualità morbosa, oppure su situazioni, ambienti e oggetti raffinati; o ancora sulla
presenza ambigua della donna “nemica”.
La prosa del Piacere è essenzialmente lirica, preziosa, raffinata, vi domina il gusto per le
parole ricercate, per le immagini evocative, per le descrizioni soggettive.
LAUDI DEL CIELO, DEL MARE, DELLA TERRA E DEGLI EROI
Struttura: 7 libri, ciascuno con il nome di una delle stelle delle Pleiadi (le Pleiadi sono un
ammasso stellare nella costellazione del Toro, composto da giovani stelle ancora avvolte
nella nebulosa del gas in cui si sono formate. Le più luminose portano i nomi di sette ninfe
della mitologia greca: Alcyone, Elettra, Maia, Merope, Asterope, Celeno e Taigete).
Titolo: richiama il Cantico delle creature o Laudes creaturarum di Francesco d’Assisi, la cui
lode del creato viene riletta come comunione con la natura ed ebbrezza dei sensi.
Richiami culturali:
● Estetismo misticheggiante dei pittori preraffaelliti (v. Storia dell’arte);
● spirito dionisiaco e superuomo di Nietzsche;
● panismo (comunione con le forze della natura).
Contenuti:
● L’io lirico celebra una vita nuova, con una nuova morale per gli eletti: la vita è esaltata
come gioia, ebbrezza dei sensi, l’istinto e la comunione con la natura.
● l’io lirico si identifica in Ulisse: incarna una concezione eroica dell’esistenza; Ulisse è
simbolo del "superuomo" che affronta l’avventura libero da ogni legge morale.
● Metropoli moderne: descritte come terribili per via della folla, ma nelle quali il poeta
riesca anche a cogliere una nuova bellezza.
-Elettra
Struttura: 18 componimenti
Tema centrale: propaganda politica nazionalista, esaltazione della patria (sede ideale del
superuomo) attraverso la celebrazione dei suoi poeti, artisti ed eroi (Dante, Verdi,
Garibaldi…).
Città del silenzio: sezione in cui il poeta celebra l’ illustre passato, la bellezza artistica e le
glorie guerriere di alcune città italiane, indicandole quali modelli per i futuri destini coloniali
d’Italia.
-Alcyone
Il terzo libro è certamente il più significativo dell’opera.
Struttura: 88 componimenti distribuiti in 5 sezioni.
Contenuti: vi si racconta l’estate del 1902 trascorsa in Versilia con l’attrice Eleonora Duse, la
donna cui si rivolge nei testi. È un diario lirico, dove viene celebrata la bellezza della natura e
l’energia delle forze terrestri.
Nelle poesie sono esaltati i valori della bellezza, della forza e tutte quelle esperienze legate alla
fisicità, alla corporeità, alla libera e piena esternazione della vitalità dell’io lirico come
superuomo. In una parola, domina il “panismo” dannunziano che esalta l’armonia dell’uomo
con le forze della natura, interpretata come forza misteriosa, a volte terribile, ma amica in
quanto ne condivide l’essenza (panismo = fusione dell’uomo con la natura, soprattutto del
poeta, che rivendica una sensibilità particolare per entrare in contatto con gli elementi naturali, e
umanizzazione della natura).
Stile: la raccolta esprime atmosfere vicine alla migliore poesia decadente europea. Ricorrono
le suggestioni di un linguaggio fortemente simbolico e analogico.
SCELTE STILISTICHE
● Parole scelte per il loro valore fonico ed evocativo;
● trasforma la lettura in un’esperienza sensoriale;
● parola poetica ispirata ai ritmi della natura e diventa magica;
● poeta “immaginifico” in quanto creatore di immagini attraverso i suoni;
● suggestioni musicali ottenute con giochi di rime e di consonanze, anafore,
allitterazioni, analogie;
● Verso liberto, con la rima che viene sostituita dalle assonanze;
● versi di lunghezza variabile.
GIOSUE CARDUCCI
P.230-31-32-33-34
GIOSUE CARDUCCI, Poesie, a cura di Edoardo Ripari, Rusconi libri, 2016
-Vita
Carducci fa parte dei tre poeta-vate (D’Annunzio, Carducci e Pascoli).
Nasce nel 1835 a Valdicastello, Toscana. Cresce in un clima culturale molto elevato, il padre è
liberale e repubblicano, la madre sin da piccolo gli faceva imparare a memoria le poesie di
Berchet. Da piccolo frequenta il collegio S. Giovannino di Firenze, dove si appassiona di
Orazio, Virgilio, Dante, Petrarca, Alfieri e Metastasio (due poeti del XVIII secolo, dedica a loro
due delle poesie). In onore di Dante dà il nome ai propri figli di Dante e Beatrice, e in onore di
Petrarca chiama la figlia Laura.
Si laurea in filosofia e filologia alla Scuola Normale di Pisa, nello stesso anno fonda il
sodalizio degli amici pedanti, che diffondeva la tradizione della letteratura italiana contro le
mode straniere e il sentimentalismo tardo-romantico.
Nel 1857 pubblica la sua prima raccolta di Rime, nella quale si ha una dedica a Leopardi e
Pietro Giordani, si presenta come il giovane di punta della letteratura fiorentina italiana. Nello
stesso anno il fratello Dante si uccide, e pochi mesi dopo per una malattia morirà il padre
Michele. Carducci si trova a far fronte al sostentamento della famiglia.
Nel 1859 sposa Elvira, da cui avrà 4 figli: Dante, Beatrice, Laura e Libertà.
Nel 1860 ottiene la cattedra di Eloquenza della lingua italiana a Bologna, trasferendosi qui
scopre l’amore per Bologna. Inaugura anche un magistero nel quale si forma anche Pascoli. In
questo periodo, nella letteratura francese fa riferimento a Hugo e Proudhon.
Per quanto riguarda il concetto di istruzione ed educazione, afferma che l’istruzione dovrebbe
essere libera, obbligatoria e laica.
nel 1867 nasce il figlio Dante, al quale dedica la poesia “Pianto antico”, il figlio muore dopo
soli 3 anni, nello stesso anno della morte della madre di Carducci.
Nel 1877 escono le Odi Barbare, poesie nuove e aristocratiche, sono poesie che richiamano
l’attenzione sul poeta, causano scandalo.
Parte da posizioni liberali e democratiche, ma vedendo fallire il governo repubblicano e la
destra-storica, diventa più conservatore e monarchico, diventando la voce dell’Italia
monarchica. Essendo il poeta-vate fa sentire la voce del popolo italiano.
Nel 1887 pubblica rime Nuove, che gli garantirà prestigio internazionale perché molte sue
opere verranno tradotte. Nel 1906 è il primo scrittore italiano ad ottenere il premio Nobel per la
letteratura. Muore a Bologna nel 1907.
Opere
- “A Satana”: 1863;
- ”Rime”: 1857;
- ”Odi barbare”: 1877;
- ”Rime nuove”: 1887.
-Pianto antico
È una poesia che Carducci scrive nel 1871. Vi è un paragone del figlio ad un fiore, ma il fiore,
una volta morto, non rinasce, pur siano ben presenti i riferimenti alla primavera. Il figlio rimane
nella terra fredda, e nemmeno l’amore del padre può cambiare il destino del figlio. Carducci
parla dell’uomo anche in generale, riferendosi al fatto che l’uomo va incontro al proprio
destino.
”Fior della mia pianta” = metafora per indicare il rapporto figlio-genitori.
Immagini malinconiche: “l’albero a cui tendevi la pargoletta mano”.
Metrica: 4 strofe anacreontiche (riferimento ad Anacreonte, poeta greco arcaico), quartine di
settenari di cui l’ultimo tronco (accento cade sull’ultima sillaba).
Dal punto di vista delle immagini si può dividere in due: nelle prime due strofe abbiamo rif. alla
primavera e a colori accesi (riferimenti all’amore del padre per i figlio), sensazioni di luce e
calore, “rinverdire”/“ristora” concetto di rinascita (la primavera è ciclica e ritornerà sempre).
Carducci parla anche del ciclo dell’uomo, che prova dolore, da cui poi nasce qualcosa.
Nella seconda parte vediamo un lessico che rimanda alla sfera del dolore, non abbiamo più i
colori ma l’oscurità e il freddo
Carducci rimane tra verismo e classicismo: fa riferimento al fatto che i poeti devono ritrarre la
verità cos’è com’è, per quanto riguarda il classicismo egli ritiene importante che la tradizione
romantica italiana rimanga e non sia modificata dalla tradizioni straniere europee.
Tutta la poesia si rivolge al figlio, infatti utilizza il “tu” e la seconda persona. Sono presenti
anafore “sei, sei” e “ne, ne”. Abbiamo l’ allitterazione della lettera R. Ci sono anche diversi
enjambements.
Pianto antico fa riferimento al pianto che il bambino fa, essendo morto molto piccolo. “Antico”
fa riferimento ai ricordi che questo pianto suscita e che non tornerà. Potrebbe però
rappresentare anche il pianto del padre, riprendendo l’epitaffio, una forma di poesia greca. Gli
antichi scrivevano sulle lapidi pensieri rivolti al loro caro mancato, in una tradizione di tipo
classico. Quando nella cultura antica una persona moriva vi era il Threnos, ossia il lamento
funebre. Abbiamo questa ripresa dei momenti classici perché Carducci è un classicista.
Dunque “Pianto antico” potrebbe rappresentare il pianto del padre che è destinato a durare per
sempre, o un pianto che riguarda la condizione umana, perché gli esseri umani sono destinati
alla morte (condizione esistenziale dell’uomo). Per Pascoli dopo la vita non c’è nulla (a
differenza di Manzoni e Foscolo).
Per Carducci la letteratura ha una una funzione civile ed etica, di guida del popolo, Monti,
Foscolo, Manzoni e Leopardi sono i suoi modelli in questo. In più temi fa riferimento sempre a
questi autori.
-Inno a Satana
Satana è una rappresentazione della gioia di vivere, delle cose materiali. Carducci è
anticlericale, la chiesa era centrata nella vita ultraterrena, crede nello spirito dopo la morte, non
ci si concentra sulla vita terrena. Il cristianesimo condanna queste gioie di vivere, come l’aspetto
sessuale, dunque gli istinti dell’uomo (Nietzsche).
Presenta storie brevi e ha un ritmo incalzante.
Si parla anche della locomotiva, in riferimento al progresso dell’epoca, anche Satana
rappresenta questa locomotiva.
Scrivere un inno a Satana, dal punto di vista cristiano, è blasfemo e suscita scandalo.
Provoca non solo i cattolici, ma anche la classe borghese, che credeva in questi ideali, in
quanto la mentalità borghese era guidata dalla chiesa.
Per quanto riguarda la libertà di pensiero, nell’inno cita tre famosi personaggi, tra cui Martin
Lutero, il quale è un esempio importante di libero pensiero, che viene ostacolato per il desiderio
di esprimere le proprie idee.
Il progresso ha ormai avuto inizio ed è ormai inarrestabile.
Carducci nelle Odi barbare riutilizza, traduce in italiano i metri della poesia antica. La poesia
greca e quella romana si basavano su un ritmo dato dall’alternarsi di sillabe brevi e lunghe,
dunque un ritmo quantitativo. In italiano, invece, il ritmo delle poesie è accentuativo, cioè
dipende da quando cadono gli accenti.
Nelle Odi barbare cerca di tradurre la metrica antica, come il distico elegiaco; cerca di renderli
con l’accentuazione della lingua italiana.
Si chiama odi barbare perché noi per i romani saremmo barbari, vale a dire stranieri, queste odi
per gli antichi queste odi suonerebbero barbare.
Carducci apporta novità nella poesia italiana, anche nel modo di scrivere poesia, è importante
per il linguaggio poetico italiano.
I temi di Carducci sono alcuni autobiografici, altri sono temi che si rifanno alla storia civile
italiana, in chiave celebrativa. Da qui anche lo studio e la ricerca sulla letteratura italiana, nel
suo lavoro di professore. Accompagna i suoi ideali politici alla storia italiana.
-Congedo
In questa poesia è racchiusa l’idea di pietà che ha Carducci, è il componimento che chiude là
Rime Nuove.
Le prime due strofe sono in negativo, definisce il poeta con ciò che non è, non è tutto quello
che pensa il vulgo sciocco, non è un pitocco (chi fa l’elemosina), non è un perdigiorno (un
ozioso, come invece sono i poeti romantici), non è un giardiniere (non è un cortigiano che scrive
per compiacere il lettore). Dopo abbiamo le definizioni in positivo: è un artiere (un artigiano che
per diventare tale si è dovuto impegnare). Il poeta si occupa delle memorie, le glorie e le
memorie della patria, nel calderone del fabbro ci vanno sia il passato che il futuro (il suo
messaggio serve per ricordare il passato ma come guida per il futuro), crea per la libertà, per la
bellezza. Utilizza immagini della Grecia e della Roma antica.
Tutta la poesia è intessuta di elementi classici (greci)
Poeta deriva dal greco poieo, che significa fare.
Altro concetto presente nella poesia è ripreso da Orazio, per fare poesia serve ars et
ingenium, è necessario sia l’ispirazione e l’ingegno ma anche il saper fare, il lavoro.
GIOVANNI PASCOLI
-Vita e opere e poetica (pp.416-420)
Nasce il 31 dicembre 1855 in una famiglia abbastanza agiata, è il quarto di dieci figli. Nasce a
San Mauro di Romagna (Villa Torlonia), nella tenuta “La torre”, in Emilia-Romagna. A sette
anni lui e altri fratelli vengono iscritti al collegio dei Padri Scolopi. il 10 agosto 1867 il padre
Ruggero Pascoli viene assassinato (non si è mai saputo chi fossero i responsabili), questa
vicenda è un vero e proprio trauma per Pascoli. Da quel momento inizia una catena di lutti, che
riguardano sorelle, fratelli e la madre (muore l’anno dopo). L’assassinio del padre rimane
impunito, dunque per Pascoli è motivo di continuo ricordo, la morte del padre provoca la
disintegrazione del nido familiare,e perchè dopo la morte del padre nulla sarà come prima.
Riesce comunque a finire gli studi al liceo, e si iscrive, con una borsa di studio a Bologna,
dove studia Carducci. Sono anni di manifestazioni, e lui ha simpatie per Andrea Costa e il
socialismo anarchico; per questo partecipa ad una manifestazione anarchica studentesca e
perde la borsa di studio. Nel 1879 viene arrestato per grida sovversive durante una
manifestazione.
1882: si laurea sul poeta greco Alceo. Scrive anche in latino e partecipando a molti concorsi
europei, vincendone molti, si mantiene con questo. Soffre di depressione e in questo periodo
inizia ad insegnare in diverse zone d’Italia.
Nell’ultima parte della sua vita prende la cattedra di Carducci.
Concetto del nido famigliare: vede nella violenza che ha investito la sua famiglia il momento in
cui la sua famiglia si è distrutta, come un nido (rimangono solo due sorelle, Ida e Maria). Il suo
obiettivo è ricostruire questo nido, tanto che lui si mette di mezzo quando Ida si vuole sposare,
lo stesso fa Maria quando lui si vuole sposare. Pascoli e Maria rimangono uniti da un rapporto
quasi morboso, sempre con l’idea del ricordo di chi non c’è più, dell’accusa di chi se n’è
andato troppo presto e nel tentativo di ricostruire il nido. Ida si sposa ed abbandona il nido.
Giovanni e Maria vanno alla Villa di Castelvecchio di Barga, dove va a vivere con Maria, in
Toscana. Nel 1912 muore a Bologna.
-L’opera
Poesia latina:
● 30 poemetti in esametri;
● 71 liriche ed epigrammi;
● abbozzi inediti.
Pubblicazione postuma del 1915.
Saggistica:
● Studi danteschi: tra cui Minerva oscura (1898), Sotto il velame (1900), La mirabile
visione (1902).
● Scritti vari: tra cui Miei pensieri di varia umanità (1903) e Pensieri e discorsi (1907).
● Antologie: che si dividono in Antologie latine (Lyra del 1895, Epos del 1897); e Antologie
italiane (Sul limitare del 1898, Fior da fiore nel 1901).
Poesia italiana:
● 1891: Myricae;
● 1897: Poemetti;
● 1903: Canti di Castelvecchio;
● 1904: Poemi conviviali e Primi poemetti;
● 1906: Odi e inni e Nuovi poemetti;
● 1908: Canzoni di re Enzio;
● 1911: Poemi italici e Poemi del Risorgimento.
Poesie “umili”; dimensione privata; ambiente campagnolo; forme brevi e versi inusuali.
IDEA FONDAMENTALE: All’interno di tutti gli esseri umani è presente un fanciullino. Quando
siamo bambini, corrisponde al bambino fisico che siamo, ma una volta diventati adulti il
fanciullino perde forza e rimane relegato nel profondo del nostro animo.
- Il fanciullino è “l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente” come se fosse
per la prima volta.
- il fanciullino tiene “fissa la sua antica serena maraviglia"
- Il fanciullino immagina, sogna e parla «alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle
stelle».
- Il fine del fanciullino è farsi capire; per questo parla in un modo «limpido e immediato»
- Il fanciullino non cerca né gloria né ricompensa economica: la poesia è pura
espressione di interiorità
Per Pascoli il poeta è colui che riesce a ritrovare la voce originaria del fanciullino, deve lasciar
parlare il fanciullino che è dentro di lui. È colui che è in grado di ascoltare quella parte del suo
animo che è rimasta bambina.
Il poeta, che è capace di dargli voce, grazie, alla curiosità, all’intuizione e allo sguardo
➡️
spontaneo del fanciullino, riesce a scoprire nelle cose le loro segrete corrispondenze (v.
Baudelaire e i Simbolisti). Simbolismo Poesia= strumento di conoscenza a-logico.
Il poeta diviene «ispiratore di buoni e civili costumi, d’amor patrio e familiare e umano».
➡️
Concezione etica della poesia (è consolazione, stimola gli uomini ai principi di solidarietà e
fratellanza) POETA-VATE.
FANCIULLINO P.428
La visione della vita di Pascoli è improntata al pessimismo, la Terra è un “atomo opaco del
male”, la vita è dolore e la scienza non risolve questi problemi. Da una parte ha una percezione
di incertezza e angoscia dell’uomo davanti a tutto (no consolazione religiosa, agnostico) e
dall’altra la morte come unica certezza. Per lui i morti rimangono, il rapporto non si spezza, la
morte non è una fine per via del ricordo. Vita e cosmo come energia in pieno movimento,
dove è presente la precarietà e la sofferenza del male, l’unica certezza è la morte, che non
cancella i legami con il passato; il dolore non si può cancellare ma questa situazione deve
portare alla solidarietà tra gli uomini.
L'idea del nido non deve riguardare solo la famiglia, ma deve diventare nido anche la nazione,
deve trasformarsi nel nido che protegge (visione nazionalistica). Visione della natura
benefica.
Stile:
● Brevità; frasi nominali; termini giustapposti (paratassi)
● Stile impressionistico: Pascoli non descrive il paesaggio, ma tratteggia pochi
particolari, pochi frammenti (colori, luci, suoni: sinestesie).
● Forte fonosimbolismo (le parole sono scelte per i loro suoni e le sensazioni, le
immagini, che essi evocano: allitterazioni, onomatopee, assonanze, consonanze).
● Linguaggio semplice e al contempo tecnico (per penetrare nella essenza/verità delle
cose).
Linguaggio e stile:
Pascoli utilizza la lingua grammaticale che è la lingua normale della comunicazione; una
lingua a-grammaticale, che viene prima della grammatica, con onomatopee e fonosimbolismi;
ma anche post-grammaticale con un linguaggio tecnico e specialistico. Il lessico che utilizza
Pascoli appartiene sia al campo semantico domestico, con un linguaggio locale/dialettale e
infantile. Utilizza anche un lessico legato alla botanica, sia dal punto di vista letterario che
specialistico.
I CANTI DI CASTELVECCHIO (1903-1912)
è la seconda raccolta più importante di Pascoli. Canti riprende il titolo dell’opera di Leopardi
(richiamo alla tradizione alta), Castelvecchio richiama il luogo dove va a vivere, un piccolo
paese che richiama un contesto umile (richiamo ai canti popolari di quella zona d’Italia). Sono
dedicati alla madre, c’è continuità con Myricae ma vi sono alcune differenze: il rito o è più
disteso e c’è più narrazione, c’è un ordine che segue l’andamento delle stagioni, emerge la
tematica dell’amore ed erotica, le poesie sono più lunghe.
Temi: natura, cose umili e quotidiane, senso di mistero che incombe sull’uomo, famiglia, ricordi,
cari defunti, il paesaggio descritto non in modo oggettivo ma attraverso il simbolismo, tutti come
in Myricae (Myricae autunnali perchè più cupe).
PRIMO NOVECENTO (1900-1920)
Contesto storico-culturale
I nuovi orientamenti della scienza, in particolare quelli della fisica (v. teoria della relatività), il
concetto freudiano di inconscio e la nascita della psicanalisi, insieme alla “crisi della ragione”
antipositivista, al centro del pensiero filosofico, influenzarono la nascita di significativi movimenti
culturali sia nel campo dell’arte che della letteratura.
LE AVANGUARDIE STORICHE
Le Avanguardie storiche sono movimenti culturali europei dei primi 20 anni del 1900. Sono
dette “storiche” per distinguerle dalle “Neoavanguardie”, del secondo dopoguerra Il nome
deriva dal linguaggio militare: una avanguardia è un gruppo di soldati che va in esplorazione
nel territorio nemico, prima del resto dell’esercito.
Erano formate da gruppi di giovani che ritenevano di avere un ruolo di guida verso la società del
futuro. Furono movimenti molto polemici con la cultura del passato e più in generale con la
società borghese e di massa, con il positivismo e in molti casi con la democrazia e il socialismo.
Le avanguardie estremizzavano l’opposizione ai valori borghesi e alla società di massa
espressa dai decadentisti e ne traevano conseguenze molto differenti. Infatti si ponevano di
fronte al nuovo non con senso di smarrimento ed esclusione, ma con la spinta ad adeguare la
comunicazione estetica e i linguaggi artistici al dinamismo e alla velocita della civiltà
tecnologica: assegnarono all’arte un ruolo molto diverso dal un valore “puro”, dal carattere
aristocratico, dal distacco della contemplazione e dal culto della bellezza; essa doveva
scuotere, spingere all’azione, il suo compito era sconvolgere il pubblico e suscitare la più attiva
partecipazione al processo artistico.
I risultati più clamorosi si sono avuti nelle arti figurative e meno nella letteratura: essi
determinarono sconvolgenti cambiamenti rispetto ai secoli precedenti .
L’avanguardia più importante è il Futurismo (Italia), altre avanguardie furono il Dadaismo,
l’Espressionismo, il Surrealismo (Europa), infine l’Ermetismo (Italia, anni ‘30, Ungaretti
Quasimodo Montale).
Si basa su:
- rifiuto delle forme e dei valori artistici della tradizione;
- culto della modernità e delle nuove tecnologie, contro l’immobilità del passato e
della tradizione;
- celebrazione della macchina, della velocità, della città moderna, della fabbrica,
dell’elettricità, dell’automobile, dell’aereo;
- il nuovo mito della velocità come ideale di bellezza del mondo moderno;
- valori e ideali come la forza, la giovinezza, la sfida, la battaglia;
- l’arte parte dal presente e si proietta verso l’avvenire, il futuro (da cui il nome);
- «Uccidiamo il chiaro di luna», ovvero smettiamola con i sentimentalismi e il
romanticismo (i futuristi esaltano l’azione, non la contemplazione);
- esaltazione della guerra considerata “sola igiene del mondo”, perché può
rinnovarlo selezionando i più forti;
- coinvolgimento di tutte le forme artistiche: letteratura, teatro, pittura, musica,
cinema... anche mescolandole.
Le “Serate futuriste” erano spettacoli in cui poeti declamavano le loro poesie, spesso in modo
provocatorio e dissacratorio rispetto alla tradizione e ai valori borghesi, così che le serate
finivano spesso in rissa, suscitavano molto clamore ed erano oggetto di cronaca sui giornali del
giorno dopo.
In letteratura:
«Parole in libertà» - la poesia deve rendere il dinamismo della nuova civiltà delle macchine e
della vita moderna; la tecnica letteraria corrispondente è quella delle parole in libertà:
distruzione della sintassi, uso del verbo all’infinito, abolizione della punteggiatura per rendere
veloce il testo, frasi slegate e liberi accostamenti di immagini (analogia); verso libero (no metrica
tradizionale), onomatopee e fonosimbolismo, resa grafica del testo.
Poeti futuristi principali: Filippo Tommaso Marinetti, Corrado Govoni, Aldo Palazzeschi
(questi ultimi due poi presero strade diverse).
I POETI CREPUSCOLARI
La definizione di “crepuscolari“ fu data dal critico Giuseppe Antonio Borgese nel 1910.
Borgese parla di una poesia lirica (cioè intima, sentimentale, personale) che si sta “spegnendo
così come arriva il crepuscolo (tramonto) dopo una giornata di sole” (rappresentata dalla poesia
di Carducci e D’Annunzio).
Sono: Sergio Corazzini, Guido Gozzano, Marino Moretti, Corrado Govoni, Aldo
Palazzeschi (gli ultimi due in seguito aderirono al Futurismo e successivamente ebbero un
percorso personale).
Sergio Corazzini, Desolazione del povero poeta sentimentale (pag. 888): riprende il tema
della perdita del ruolo del poeta nella società (vedi la poesia “Albatros” e il brano “Perdita
d’aureola” di Baudelaire e i poeti maledetti: il poeta perde la sua aureola, cioè il suo posto nella
società, la sua alta funzione di guida, è sempre più emarginato, inascoltato, incompreso e
ridicolizzato; non può più insegnare nulla, nessuno vuole più i suoi insegnamenti, la sua aureola
è caduta nel fango, sull’asfalto, calpestata nel caos della nuova città attraversata dalle carrozze
e dalle nuove macchine).
Questa visione è opposta a quella di D’Annunzio, che è poeta vate e superuomo, cioè superiore
guida per gli altri, ma nello stesso tempo pieno di disprezzo per la folla. Corazzini nega di
essere un poeta, non ha le parole per esserlo, è una semplice persona che soffre, con un tono
di rassegnazione malinconica.
Per i crepuscolari, l’artista non si identifica più in figure di eroe o vate bensì in personaggi
deboli e marginali, infantili, lamentosi o clowneschi…
Guido Gozzano, è il maggiore tra i crepuscolari. Scrive i Colloqui (1911). Il poeta deve
riscontrare la distanza tra le immagini offerte dalla poesia dannunziana (e la “vita inimitabile”
che vi si illustra) e la dura realtà della società borghese che lo circonda => il personaggio lirico
che si autodefinisce “un coso con due gambe/ detto guidogozzano” denuncia la menzogna della
poesia dannunziana. Sono rovesciati i topoi della poesia di D’Annunzio: in Gozzano ci sono
immagini di depressione e sconfitta (vs eroismo e euforia); grigi interni domestici
piccolo-borghesi (vs ville lussuose); seduzioni goffe e mancate (vs erotismo lussuoso).
Gozzano interpreta in modo originale la crisi del ruolo dell’artista e del suo rapporto con il
pubblico borghese della società di massa: prende atto e reagisce con ironia e auto- ironia, su
sé stesso come uomo e sulla propria funzione di poeta (l’ironia permette di guardare con
distacco al problema, di non esserne schiacciati e spiazza le risate degli altri)
In generale la poesia crepuscolare è una poesia “anti-lirica”, perché:
● temi anti dannunziani: eventi quotidiani, di poco conto, toni dimessi, smorzati e
malinconici (tutto il contrario dei toni eroici e del superomismo dannunziano),
ambientazioni in paesini di provincia sconosciuti (no città, no ricchi palazzi, no feste e
vita mondana, come nei romanzi di D’Annunzio); vengono ridicolizzate le figure femminili
(vs donne fatali, magnifiche e bellissime, delle opere di D’Annunzio, qui ci sono
casalinghe e maestrine; v. la descrizione della signorina Felicita nel testo “La signorina
Felicita ovvero la felicità, di Guido Gozzano, ai vv. 73-84).
● prevalgono i versi lunghi (doppio senario e doppio settenario) che coprono una pagina
(come la prosa);
● lessico più comune, più simile alla prosa che alla lirica;
● effetto di cantilena dato dalle rime (vs i versi retorici e altisonanti di D’Annunzio).
● ironica, cioè prende in giro sé stessa (la poesia lirica è effusione sincera dei propri
sentimenti). Vedi, ad esempio, rime dissacratorie dei miti dell’epoca, come quella in
“Nietzsche- camicie”, anche con accostamento di termini aulici e prosaici.
Nel 1896 sposa Livia Veneziani, sua lontana parente e donna mite, gioiosa, positiva, di famiglia
molto abbiente. Nel 1987 nasce Letizia, l’unica figlia.
Nel 1899 viene assunto nella fabbrica di proprietà del suocero. Inizia una lunga carriera
commerciale che lo porterà ad essere un industriale di successo.
Viaggia spesso e, pur continuando a scrivere, non pubblica nulla per 25 anni.
Nel 1907 conosce James Joyce, che lo incoraggia a proseguire l'attività di letterato e nel 1908
inizia a leggere Freud: due eventi epocali per Svevo scrittore.
Durante la Prima guerra mondiale riesce ad occuparsi maggiormente dell’attività letteraria e
scrive La coscienza di Zeno (1923). La critica, finalmente, lo scopre.
Inizia un quarto romanzo Il vegliardo o Il vecchione, ma muore a seguito di un incidente nel
1928.
Le letture:
● Schopenhauer: contrapposizione tra personaggi sognatori e personaggi forti;
tendenza all'auto-inganno; immutabilità del carattere umano.
● Nietzsche: immutabilità del carattere umano; pluralità dell’io.
● Darwin: lotta fra forti e deboli (vincono i primi).
● Scrittori francesi: da Flaubert prende il disprezzo del narratore per i personaggi.
Zola: descrizione del lavoro d’ufficio. Bourget: processi psicologici dei personaggi.
-Svevo e la scrittura
Come autodidatta e letterato non di professione, Svevo si sente meno legato e meno
condizionato dai modelli precedenti: LA SCRITTURA NON È UN FORMALISMO.
Scrivere è un bisogno, un modo per conoscere sé stessi e la realtà che ci circonda: LA
SCRITTURA È AUTOANALISI.
Scrivere cura il proprio male di vivere: LA SCRITTURA È TERAPEUTICA.
In sintesi LA SCRITTURA PRENDE IL POSTO DELLA PSICANALISI. Svevo è perplesso e
ironico verso la psicanalisi, che può essere uno stimolo alla creazione artistica MA non cura la
malattia dell’uomo (neanche medicina e scienza curano l’uomo).
INETTITUDINE
L’inetto è una delle figure che ha origine nel Decadentismo. È una condizione psicologica, è
l’incapacità del protagonista di agire, di prendere decisioni e portare a terminare le cose. Egli
vorrebbe fare qualcosa ma alla fine non la fa, è la malattia della volontà. L’inetto è un
inadeguato, è un perdente nella società; per Svevo è un «malato» tra i sani, perché preferisce
autoanalizzarsi e lasciarsi vivere, piuttosto che agire e vivere la vita (ciò che corrisponde alla
«salute»).
SENILITÀ - 1898
-Trama
Emilio Brentani, giovane modesto impiegato con velleità letterarie, vive a Trieste
un’esistenza monotona e grigia con la sorella Amalia, quando incontra la giovane popolana
Angiolina, di cui si innamora, ma non vuole impegnarsi a causa del divario sociale. Egli è
attratto dalla vitalità della ragazza, si illude di poter condurre questa storia d’amore, ma in realtà
la donna si dimostra meno coinvolta del protagonista e, opportunista e infedele, riesce a
manipolare i sentimenti di Emilio. E’ attratta da diversi uomini, tra cui Stefano Balli, amico di
Emilio e scultore, di cui è innamorata pure Amalia. Emilio, geloso della sorella per la presenza
di Balli in casa sua, allontana l’uomo da casa. Amalia si ammala di polmonite, a causa
dell’abuso di etere, e muore. Emilio interrompe la relazione con Angiolina, non cessando
tuttavia di amarla. In seguito, scopre che la donna è scappata a Vienna con il cassiere di una
banca. Il protagonista ritorna a vivere la sua esistenza grigia e mediocre in solitudine,
ricordando le donne amate, Angiolina e Amalia, unendo nella memoria l’aspetto dell’una (bella e
giovane) con il carattere dell’altra (mite e buona).
SENILITÀ
È lo sviluppo del concetto di inettitudine del primo romanzo.
Emilio vive nel rimpianto di ciò che non è riuscito a fare, nei ricordi, precocemente «vecchio»
(Senilità= Vecchiaia); ripiegato su sé stesso ad analizzarsi, rinuncia alla lotta per la vita.
LA COSCIENZA DI ZENO - 1923
La conoscenza della psicoanalisi è fondamentale per la stesura del romanzo. Svevo ha
maturato un forte interesse per essa.
Tra il 1908 e il 1912 conosce le teorie di Freud: il fratello della moglie, affetto da «nevrosi», si
è sottoposto alla psicoanalisi. Nel 1918 Svevo traduce dal tedesco «L’interpretazione dei
sogni» insieme a un nipote medico.
Svevo non ha fiducia nella psicoanalisi come terapia, ma la trova utile per scrivere e analizzare
la psiche dei suoi personaggi.
Nel romanzo:
● Zeno cerca di accedere al proprio inconscio per spiegare i suoi comportamenti.
● Riferisce i suoi sogni.
● Fa riferimento ai fenomeni della rimozione, della innocentazione, del complesso di
Edipo (rapporto di Zeno con il padre), dell’atto mancato (va al funerale della persona
sbagliata).
● Utilizza un linguaggio freudiano.
Perciò è definito « romanzo psicoanalitico ».
-Contenuto
Il romanzo racconta che un uomo, Zeno Cosini , per liberarsi da una nevrosi che condiziona il
suo rapporto con gli altri e con sé stesso, va in cura da uno psicanalista, il dottor S, che come
terapia gli propone di scrivere un memoriale della sua vita.
Zeno inizia a scriverlo, ma durante il percorso crede di essere guarito e abbandona gli incontri
con il dottore. Il dottore per vendicarsi pubblica il memoriale (Prefazione).
Oltre al memoriale di Zeno, alla fine del romanzo ci sono le pagine del diario di Zeno, in cui
spiega il motivo per cui pensa di essere guarito (il successo economico) e che ha inviato allo
psicanalista. Il protagonista non è Zeno ma la sua coscienza.
-Personaggi
● Zeno Cosini
● Il padre
● Augusta Malfenti, la moglie
● Ada, Alberta, Anna, sorelle di Augusta
● Giovanni Malfenti, suocero
● Guido Speier, rivale in amore di Zeno per Ada e poi cognato e socio
● Carla Gerco, amante
● Dottor S., psicoanalista
-Zeno
È un inetto (=malato): l’azione non segue la volontà, rimane inerte, fa progetti, è attivo nel
pensiero ma fermo nell'azione. Non riesce ad essere artefice del proprio destino, come lo
sono i “sani”, cioè non gli riesce ciò che vorrebbe fare, ma gli riesce benissimo ciò che gli capita
per caso (es. matrimonio, attività commerciale). Ma così riesce ad ottenere anche più dei
«sani». Indaga nel suo inconscio e con la psicoanalisi smaschera gli autoinganni, le
autogiustificazioni, gli alibi (inconsci ) che si è costruito per evitare che la coscienza si faccia
dei sensi di colpa e lui si assuma le responsabilità delle sue azioni o non azioni.
Cerca di prendere coscienza dei suoi autoinganni attraverso l’ironia, che serve anche a
scoprire le falsità della «normalità» borghese (la salute, a cui aspira e da cui lui, malato, si sente
escluso). Alla fine del romanzo capisce che non ci sono malati e sani, ma tutti sono malati
(anche chi lui credeva sano); l’inetto è colui che, a differenza degli altri, ne ha preso coscienza.
-Spazio
● Trieste;
● Ambiente borghese delle imprese commerciali.
-Struttura
La narrazione non segue un ordine cronologico, ma ogni capitolo raccoglie i ricordi e le
riflessioni di Zeno su un tema.
● Cap. 1 - Prefazione del dottor S.
● Cap 2 - Preambolo: Zeno spiega le difficoltà incontrate nel recuperare i ricordi del
passato ed è perplesso sulla cura.
● Capp. 3-7: Memoriale:
▪ 3- il fumo e i vani tentativi di smettere di fumare
▪ 4- la morte del padre
▪ 5- storia del matrimonio
▪ 6- rapporto con la moglie Augusta e con l’amante Carla
▪ 7- l’associazione commerciale con il cognato Guido
● Cap 8: diario di Zeno scritto tra 1915 e 1916, in cui dice di aver recuperato la salute.
Il romanzo si chiude con una apocalittica visione di una catastrofe per opera di un uomo «un
po’ più ammalato degli altri» che farà scoppiare un ordigno e la Terra, tornata nebulosa, sarà
liberata dalla malattia.
PREFAZIONE: La Prefazione che apre il romanzo s'immagina scritta dal Dottor S. e fornisce al
lettore alcune informazioni. Il protagonista (Zeno Cosini), su consiglio del medico, ha trascritto
alcuni avvenimenti della propria vita, ma poi ha interrotto la terapia psicoanalitica. Il dottore, per
vendetta, contravviene alla deontologia professionale che lo obbliga al segreto e decide di
pubblicare il racconto autobiografico di Zeno senza la sua approvazione, riservandosi di
dividere con lui i guadagni che ne deriveranno, ma solo a patto che riprenda la terapia. Proprio
questi appunti sono il nucleo centrale del romanzo.
PREAMBOLO: Nel Preambolo, Zeno in prima persona accenna al faticoso lavoro di recupero
del proprio passato e alle difficoltà incontrate nel rapporto psicoanalitico.
1. IL FUMO: Zeno inizia con il ricordare i fallimentari tentativi per liberarsi dal vizio del
fumo, rievoca particolari comici e i trucchi usati per continuare a fumare: si è anche
fatto rinchiudere in una clinica, dalla quale è poi fuggito di notte, senza rimorsi.
2. LA MORTE DI MIO PADRE: Segue il ricordo dell'agonia del padre. L'anziano genitore
è sul letto di morte e, alzando un braccio, compie un movimento involontario che si
trasforma in uno schiaffo che colpisce Zeno, il quale lo interpreta come indirizzato a lui,
per la sua «mediocrità fannullona». Lo schiaffo lascia non risolto il conflitto con la
figura paterna e condiziona la psiche del protagonista.
3. LA STORIA DEL MIO MATRIMONIO: Zeno trova finalmente un rifugio, frequentando la
ricca famiglia Malfenti: il signor Malfenti sostituisce la figura del padre e Zeno cerca
una possibile moglie tra le sue figlie, Ada, Alberta, Augusta e la piccola Anna. Chiede
prima in sposa la bellissima Ada ma, rifiutato da lei e poi anche da Alberta, si accontenta
di Augusta, meno attraente ma ciò si rivelerà una moglie ideale.
4. LA MOGLIE E L’AMANTE: Pur essendo un marito felice, Zeno intreccia una relazione
con Carla, una giovane di origini modeste, aspirante cantante. Tuttavia, per difendere la
serenità della famiglia, Zeno decide di troncare questo rapporto extraconiugale.
5. STORIA DI UN’ASSOCIAZIONE COMMERCIALE: Zeno accetta di entrare a lavorare
nell'impresa commerciale del cognato, Guido Speier, marito di Ada, cui lo lega un
rapporto di odio-amore. Ma Guido, in seguito a un improvviso tracollo finanziario, si
suicida, mentre Zeno, nonostante tra i due sia lui l'inetto, riesce a salvare l'impresa e
con essa la situazione economica della famiglia. Intanto continua a essere afflitto da
numerosi disturbi psicosomatici, ovvero da malattie provocate da disagi psicologici:
cammina zoppicando senza motivo, non riesce a portare la fede nuziale, talvolta ci vede
poco e ha attacchi di soffocamento. Eppure tutto sembra rientrare nella normalità:
Augusta lo ama appassionatamente, è rispettato, anche se qualcuno lo giudica
stravagante.
6. PSICO-ANALISI: Quest'ultimo capitolo s'immagina scritto più tardi, come un diario;
siamo alla vigilia dell'entrata in guerra dell'italia, evento di cui Zeno viene a conoscenza
all'improvviso, il 23 maggio, durante una passeggiata in una località di confino. Proprio
grazie alla guerra e ad alcune fortunate coincidenze, il protagonista si rivela un abile
uomo d'affari e raggiunge un successo oltre le aspettative. Allora, facendo un bilancio
della propria vita, decide di abbandonare la terapia psicoanalitica, considerandola
inutile, perché la salute è una condizione soggettiva, mentre la malattia e il nesso di un
male universale. La vita stessa è una malattia: forse solo una purificazione cosmica
(metafora della Prima guerra mondiale) sarà in grado di eliminare la debolezza e la
malattia dell'umanità.
LUIGI PIRANDELLO
-La vita
Luigi Pirandello nasce il 10 dicembre 1867 vicino a Girgenti, nella località di Caos.
Il padre Stefano fa l’amministratore nelle zolfare. Nel 1880, per alcuni anni, la famiglia si
trasferisce a Palermo, dove Luigi frequenta il liceo. Nel 1886 lavora per tre mesi con il padre in
una zolfare presso Girgenti. Da giovane vive nei luoghi caratteristici della narrativa verghiana.
Si iscrive all’Università di Palermo, incerto tra Legge e Lettere, ma già nel 1887 si trasferisce a
Roma per portare avanti gli studi umanistici. Per uno screzio col preside, dal 1889 prosegue
gli studi a Bonn, in Germania, dove si laurea nel 1891 con una tesi sul dialetto di Girgenti.
Tornato in Italia, si sposa nel 1894 con la figlia di un collega del padre, Antonietta Portolano, e
si stabilisce definitivamente a Roma. Nella capitale entra in contatto con lo stimolante
ambiente letterario che si raccoglie intorno allo scrittore verista Capuana e inizia la sua
attività di scrittore, collaborando a varie riviste con saggi, poesie e novelle. Del 1889 è il suo
primo libro (raccolta di poesie: Mal giocondo), e nel 1893 scrive il suo primo romanzo,
L’esclusa, pubblicato nel 1901.
Intanto, nascono i tre figli. Per mantenere la famiglia, inizia a lavorare come insegnante
nell’Istituto Superiore femminile di Magistero. Nel 1897 cominciano i primi sintomi del disagio
della moglie, che si trasformeranno in una grave malattia psichica. Nel 1903, alla notizia del
dissesto finanziario delle zolfare agrigentine, in cui il padre dello scrittore aveva investito
l’intera dote della nuora, Antonietta è colta da un grave malore. Da quel momento i suoi disturbi
peggiorano in forme di paranoia ossessiva.
Per affrontare le difficoltà familiari ed economiche, Pirandello moltiplica la sua attività di scrittore
e di saggista. Novelle e romanzi servono ora per integrare le entrate del suo lavoro di
insegnante. È in questo periodo che Pirandello focalizza la portata rivoluzionaria della sua
concezione del mondo in opere che segnano una svolta nel suo percorso letterario e
intellettuale, come Il fu Mattia Pascal (1904), che è il suo primo grande successo. I due
importanti saggi pubblicati nel 1908, Arte e scienza e L’umorismo, gli permettono di
conseguire l’abilitazione all’insegnamento superiore e universitario, ma formulano anche i
principi fondamentali della sua poetica.
Sono anni in cui Pirandello si dedica quasi esclusivamente alla narrativa: oltre a tante novelle,
escono diversi romanzi, tra i quali Uno, nessuno e centomila (1926).
Gli anni della Prima guerra mondiale sono molto difficili, per la situazione familiare. Il figlio
Stefano parte volontario nel 1915, ma viene fatto prigioniero quasi subito (tornerà nel 1919).
Le crisi della moglie sono gravissime e destabilizzanti per l’intera famiglia, a tal punto che la
figlia Lietta, il bersaglio dell’aggressività materna, tenta il suicidio nel 1917. Nel 1919
Antonietta viene internata in un ospedale psichiatrico, dove morirà nel 1952.
Sono anche gli anni in cui lo scrittore scopre la propria vocazione drammaturgica e la
congenialità dei suoi personaggi alla dimensione teatrale. Sin dal 1907 l’amico Nino Martoglio
aveva cercato di coinvolgere nel progetto di valorizzare il teatro siciliano. Rielaborando due
novelle, lo scrittore aveva così preparato due atti unici, La morsa e Lumìe di Sicilia. L’opera
pirandelliana ha però orizzonti che vanno ben al di là del teatro regionale. Nel 1915 va in scena
a Milano la prima commedia in tre atti (Se non così…).
Nel 1917 scrive le prime commedie di impianto innovativo per il teatro: Così è (se vi pare), Il
berretto a sonagli e Il piacere dell’onestà.
Nel 1921 va in scena la sua opera teatrale più celebre e rivoluzionaria, Sei personaggi in
cerca d’autore, che abbatte la quarta parete che divideva la finzione del palcoscenico dal
pubblico. Dopo il fiasco alla prima rappresentazione romana, in settembre, a Milano i Sei
personaggi ottengono un successo che non li abbandonerà più, anche fuori dall’Italia, con
rappresentazioni in tutto il mondo. Sei personaggi in cerca d’autore è la prima opera della
cosiddetta “trilogia del teatro nel teatro”, di cui fanno parte anche Ciascuno a suo modo
(1924) e Questa sera si recita a soggetto (1930). Un altro grande successo teatrale è Enrico
IV, rappresentato nel 1922. Nell’aprile del 1925, a Roma, Pirandello inaugura il Teatro d’Arte,
che per tre anni porta avanti un’importante programmazione: riceve discreti finanziamenti e
organizza una vera e propria compagnia stabile, diretta da Pirandello. Nella compagnia teatrale
fu scritturata Marta Abba, compagna dello scrittore negli ultimi anni. Nel 1924 Pirandello si era
iscritto al Partito fascista.
Pirandello viaggia molto, sull’onda del successo: nel 1930 è per esempio a Hollywood per
seguire le riprese del film tratto da Come tu mi vuoi. Riceve riconoscimenti prestigiosi, come la
chiamata all'Accademia d’Italia nel 1929 e il premio Nobel nel 1934.
Intanto procede la sistemazione e la pubblicazione della sua opera: il teatro è raccolto nei
volumi di Maschere nude, le novelle sotto il titolo di Novelle per un anno. Fra le tante opere
scritte in questi anni sono significativi soprattutto i cosiddetti “miti”, tra cui l'incompiuto I giganti
della montagna. Pirandello muore a Roma il 10 dicembre 1936.
Se tutti noi portiamo delle maschere e abbiamo degli altri una visione differente, ne consegue
che i RAPPORTI tra le persone NON SONO AUTENTICI.
Inoltre, se per ciascuno la realtà ha un senso diverso, anche comunicare è difficile, perché le
stesse parole hanno un significato diverso per ciascuno: ciò porta all'INCOMUNICABILITÀ.
VITA E FORMA: la VITA è un fluire incessante, cioè tutto cambia continuamente (compreso
l’uomo). Ma l’individuo non può vivere nella società secondo i ritmi naturali, deve prendere una
“FORMA”. Le forme sono i “ruoli” che ciascuno riveste nella società e nella famiglia. Sono
fissi, immobili.
Questi ruoli sono delle MASCHERE, che si portano nella vita comune.
Quando un personaggio diventa consapevole della sua maschera che porta (ha un’improvvisa
illuminazione), non si riconosce più in essa ed entra in crisi, avverte che la maschera è una
TRAPPOLA che non li permette di essere veramente sé stesso; va quindi alla ricerca di una
vita autentica, ma si scontra con la società e gli altri che quella (quelle) maschera (maschere)
gli hanno attribuito. Si sente quindi SOLO, INFELICE, OPPRESSO, SMARRITO.
Da questa trappola si può evadere solo attraverso LA FOLLIA (VERA); LA FOLLIA
SIMULATA; L’IMMAGINAZIONE; PICCOLA FOLLIA; ACCETTAZIONE DELLA MASCHERA;
INSERÌ,ENTO NELLA NATURA; SUICIDIO.
IL FU MATTIA PASCAL
Il romanzo, scritto in prima persona, è il racconto da parte del protagonista della propria vita e
delle vicende che l'hanno portato ad essere il "fu" di se stesso.
Mattia Pascal vive a Miragno, un immaginario paese della Liguria. Il padre, intraprendente
mercante, ha lasciato alla famiglia una discreta eredità, che presto va in fumo per i disonesti
maneggi dell'amministratore, Batta Malagna. Mattia per vendicarsi ne compromette la nipote
Romilda. Costretto a sposarla si trova a vivere con la moglie e la suocera Marianna Pescatori
che lo disprezzano. La vita familiare è un inferno, umiliante il modesto impiego che ha nella
Biblioteca Boccamazza. Mattia decide allora di fuggire per tentare una vita diversa: a
Montecarlo vince alla roulette un'enorme somma di denaro e per caso legge su un giornale
della sua presunta morte. Ha finalmente la possibilità di cambiare vita. Con il nome di Adriano
Meis comincia a viaggiare, poi si stabilisce a Roma come pensionante in casa del signor
Paleari. Qui s'innamora della figlia di lui Adriana e vorrebbe proteggerla dalle mire del losco
cognato Terenzio. Quando subisce il furto del suo denaro proprio da costui, si accorge che la
nuova identità fittizia non gli consente né di denunciare Terenzio, né di sposarsi, perché Adriano
Meis per l'anagrafe non esiste. Come Adriano Meis, pur essendo ancora vivo, egli non può
«vivere». Architetta allora un finto suicidio per poter riprendere la vera identità. Ma tornato a
Miragno dopo due anni nessuno lo riconosce e la moglie è ormai risposata e con una bambina.
Non potendo più essere Mattia Pascal, decide di continuare a vivere “fuori dalla vita”, si
rassegna ad essere Il fu Mattia Pascal e non gli resta che chiudersi in biblioteca, che però
nessuno frequenta, a scrivere la sua storia e portare ogni tanto dei fiori sulla sua tomba.
Si trova in una situazione paradossale: lui è uscito dalla vita, sostanzialmente è un incapace
perché ha sperperato il denaro del padre e finisce per mettere incinta una ragazza della quale
non gli interessa. È impossibile uscire dalla vita, e alla fine lui diventa il forestiero della vita.
La sua ricerca di autenticità e di uscire dalle leggi della vita è fallimentare.
L’incipit è in prolessi, lui è già rassegnato a vivere in biblioteca. Il tono è molto ironico e
distaccato, racconta il suo “strano caso” e lo fa vedendolo da lontano, vedendolo dopo. C’è
l’espediente del manoscritto (Promessi Sposi), però lì era attestato di veridicità, ora è
solamente un pretesto.
IL SECONDO DOPOGUERRA
-Il bisogno di raccontare
Il periodo che va dal secondo Dopoguerra al Sessantotto costituisce uno dei momenti di
maggiore sviluppo della narrativa novecentesca. Il romanzo si riafferma: diviene sempre più
popolare e raccoglie e rilancia le grandi questioni oggetto di dibattito. I testi narrativi
ripercorrono la guerra, la Resistenza, la Shoah, il boom economico, ecc…
Si può dire che la narrativa di questo periodo segni una parabola che va dal Neorealismo allo
sperimentalismo. In un primo momento i prevale uno sguardo attento alla vita di provincia e
ai ceti popolari, oltre alle riflessioni provocate dal secondo Dopoguerra; seguito, con
l’industrializzazione, si sviluppa un atteggiamento più critico e ideologicamente più
accentuato, che aspira a rendere la letteratura uno strumento di trasformazione della realtà.
Il primo e il secondo Dopoguerra sono accomunati dalla presa di coscienza degli intellettuali
sul proprio impegno e sul ruolo della letteratura e dell’arte nella società; in particolare, oggetto di
discussione è il rapporto con la realtà: la sua definizione e l’approccio verso essa si
presentano sempre più problematici. Un altro elemento unificante può essere riconosciuto nella
volontà di “edificare”; come si vede nel libro del 1923 di Antonio Borgese, Tempo di edificare,
dove lo scrittore ha l’intento di riflettere sul proprio tempo, di ritrovare attraverso la letteratura
una prospettiva morale e civile, fatta di impegno e rigore. La Seconda guerra mondiale genera
una crescita della produzione narrativa lontana dalle tendenze avanguardistiche: una tendenza
che viene infine messa in discussione dalla Neoavanguardia degli anni Sessanta. È una fase di
espansione della narrativa che trae origine dagli anni Trenta e si protrae oltre il secondo
Dopoguerra e che viene a trovarsi racchiusa tra due Avanguardie.
I totalitarismi hanno dominato la scena europea; è l’uomo stesso ad essere cancellato. Primo
Levi declina la domanda in tutto il suo libro sui lager, Se questo è un uomo: l’orrore, oltre allo
sterminio stesso, è la disumanizzazione; è l’organizzazione razionale, industriale, dello
sterminio. Dopo Auschwitz, secondo il filosofo tedesco H. Jonas, non si può più concepire l’idea
di un Dio insieme buono e onnipotente; Secondo T. Adorno, non è più possibile scrivere poesie.
L’Italia a guerra finita ha dinanzi a sé un cumulo di macerie e il bisogno di risollevarsi: ma la
nostra penisola si compone di una varietà di condizioni contraddittorie che la rendono più
esposta al rischio di fallimenti e delusioni. Di questo complesso quadro storico gli scrittori
vogliono farsi interpreti. Nei vari autori di questo periodo convivono i il bisogno di narrare la gioia
della libertà ritrovata, la speranza per un futuro migliore; l’ansia di testimoniare quanto è
accaduto perchè non debba ripetersi; la volontà di riflettere e di acquisire consapevolezza come
individui e come popolo. Alcune delle Storie ferraresi di Giorgio Bassani (Una notte del ‘43,
Una lapide in via Mazzini, Gli ultimi anni di Clelia Trotti) gettano su tale realtà uno sguardo
lucido, che va ben al di là dell’evocazione nostalgica di un mondo di memorie.
Per Calvino, il Neorealismo era “un insieme di voci, in gran parte periferiche, una molteplice
scoperta delle diverse Italie, specialmente delle Italie fino allora più sconosciute dalla
letteratura".
Nella narrativa di questo periodo si affermano alcune caratteristiche tematiche e stilistiche. Tra i
temi prevalgono la presentazione delle “tante Italie emarginate, depresse, diseredate, mosaico
di genti e di linguaggi” e la cronaca di guerra, di Resistenza o di prigionia. Nello stile si
affermano strutture narrative relativamente lineari nel trattamento del tempo, nella scelta del
narratore o del punto di vista, nella ricerca di una prosa più semplice per sintassi e lessico, più
immediata nella sua aderenza al parlato.
Molte opere hanno valore soprattutto come documenti. Proprio l’urgenza di comunicare in
modo più diretto e vero spinge a sperimentare nuove soluzioni e conduce infine a interrogarsi
ancora sul rapporto tra letteratura e realtà. Gli autori più significativi sono Elio Vittorini, Italo
Calvino, Beppe Fenoglio, Primo Levi, Giorgio Bassani, Mario Rigoni Stern e Carlo Levi.
PRIMO LEVI
Primo Levi nacque a Torino nel 1919 in una famiglia di origini ebraiche. A causa delle leggi
razziali (1938) ottenne la laurea in chimica solo nel 1941. Partecipò alla guerra partigiana e
venne catturato dai nazifascisti nel 1943 e deportato nel campo di concentramento di
Auschwitz, dove rimase, tra i pochi superstiti ebrei italiani, fino al 1945. Rientrato in Italia, si
dedicò alla letteratura, componendo opere narrative (Il sistema periodico; La chiave a stella)
e poetiche.
L’intento di rievocare e fissare nella memoria collettiva le atrocità vissute è affidato a quattro
opere: Se questo è un uomo (1947); La tregua (1963), resoconto del viaggio di ritorno in Italia;
Se non ora quando? (1982), romanzo che narra la lotta di un gruppo di ebrei contro la
persecuzione, durante la guerra; I sommersi e i salvati (1986), in cui la Shoah viene analizzata
alla luce della storia successiva. Morì suicida a Torino nel 1987.
Se questo è un uomo, La tregua e I sommersi e i salvati formano una sorta di trilogia dedicata
alla Shoah: il primo testimonia l’esperienza del lager; il secondo rappresenta un ritorno alla vita;
il terzo è un saggio che analizza l’universo concentrazionario, indagandone i meccanismi. Si
passa dal ricordo del vissuto all’elaborazione del lutto e alla riflessione critica sul senso della
tragedia avvenuta. Questo tre aspetti sono strettamente legati e non possono essere identificati
ciascuno in una singola opera; tutti sono incentrati su una questione cruciale: quali interrogativi
pone alla coscienza un’esperienza terribile ed estrema come quella del lager? È ancora
possibile avere fiducia nell’umanità? È ancora possibile affidarsi alla parola per testimoniare, per
comprendere?
In particolare, la decisione di scrivere I sommersi e i salvati trova fondamento nella sua
constatazione che la disumanità continua ad essere una minaccia; essa si ritrova nel
negazionismo, la corrente storiografica che nega l’esistenza o la funzione dei lager.
Ogni opera che Primo Levi scrive è diversa, sia dal pov dei contenuti che dal pov delle scelte di
linguaggio. Nasce come scrittore di lager, ma forse sarebbe stato scrittore lo stesso, va
ricordato non solo per questo.
Lui si definiva un centauro. Quando torna dal lager si sposa e lavora in fabbrica fino alla
pensione. Nella seconda fabbrica diventa anche direttore. La sua vita è divisa tra la sua natura
da chimico (lavoro pratico in fabbrica) e quella da scrittore. Questa duplicità si ha anche nelle
sue opere: abbiamo il genere memorialistico (scritti di memoria), la fantascienza (Storie
naturali), racconti autobiografici-scientifici (La tavola periodica) scrive di scienza e fa
entrare la scienza nella letteratura, che è una novità. Parla in un altro romanzo anche di lavoro
dell’uomo (La chiave a stella). Scrive anche poesie. Un’altra dualità sta nel sentirsi sia
italiano che ebreo. Nella cultura del ‘900 discipline scientifiche e quelle umanistiche si
dividono.
Per lui essere testimone significa essere “uomo normale di buona memoria che è incappato in
un vortice e che ne è uscito”. Levi si presenta al lettore con umiltà: non ha messaggi da fornire,
deve essere il lettore a tirarli da sé. È scampato da un vortice che gli lascia una curiosità nell’
indagare i comportamenti umani. Si pone davanti a ciò che succede con l’obiettivo di
conoscere far conoscere.
Scrive Se questo è un uomo nel 1946, nel 1947 cerca di pubblicarlo con Einaudi, ma si rifiuta, in
questo momento ad Einaudi vi erano Cesare Pavese e Natalia Ginzburg, che rifiutano il testo
perché ritengono l’Italia non ancora pronta per questo, in quanto cercavano storie di altro tono,
perché l’Italia stava uscendo da un periodo buio. L’opera, però, è diversa da altre opere di
memorialistica,e pubblica quindi con De Silva, diretta da Franco Antonicelli (Antifa). Levi come
titolo aveva proposto “Storia di uomini senza nome” e “I sommersi e i salvati”, ma Antonicelli
gli dà titolo. Lo prende dalla poesia in epigrafe al testo. La copertina è un incisione di Goya
che rappresenta una vittima, tratta da I disastri della guerra.
I primi anni a Roma sono durissimi per l’isolamento e per la povertà. Dopo un periodo nel
centro della città, madre e figlio vanno ad abitare nelle borgate della periferia, a Rebibbia, tra
immigrati ed emarginati. La madre trova lavoro presso una famiglia, lui in una scuola di
Ciampino. Nonostante le difficili condizioni di vita, sono anni di paradossale felicità: scopre e
vive un mondo popolare diverso da quello conosciuto nel Friuli contadino, e al quale aderisce
con la profonda partecipazione del reietto, dell'intellettuale, del poeta. Nella scoperta di questo
mondo è usai un pioniere: è un sottoproletariato molto lontano dall’idea di popolo o di
proletariato che avevano gli uomini politici o gli intellettuali del tempo. Sin dai primi anni romani,
frequenta intellettuali, poeti e scrittori di grande valore. Dal 1954 si trasferisce con la madre nel
quartiere borghese di Monteverde.
Dalla metà degli anni ‘50, Pasolini si afferma rapidamente come protagonista della scena
letteraria e pubblica. Le sue opere suscitano subito consensi, dibattiti, polemiche, denunce e
processi, come nel caso del primo romanzo, Ragazzi di vita (1955). Collabora intanto a
periodici importanti e fra il 1955 e il 1959, fonda e dirige “Officina”, rivista di impegno civile e
letterario. In questi anni lo scrittore matura la consapevolezza di non potersi integrare in una
società che tende a metterlo sotto accusa per le sue opere o per la sua diversità, e che gli
appare alternativa e inconciliabile rispetto ai mondi popolari da lui amati e sempre più
idealizzati.
Come poeta, Pasolini abbandona progressivamente il dialetto friulano e si orienta verso la
poesia in lingua italiana di alta ispirazione civile. Come narratore, racconta il mondo
sottoproletario di ragazzi che vivono di espedienti nella capitale. Si sforza di immedesimarsi
nella parlata e nella psicologia dei suoi “ragazzi di vita”, di un’umanità che non ancora ha
coscienza della storia e vive gli impulsi vitali. Tale procedimento replica quello verghiano della
regressione.
In questi anni Pasolini avverte chiaramente come la lingua sta cambiando e assumendo la
mostruosa funzionalità tipica del nuovo mondo del neocapitalismo. Per questo, rinuncia al
romanzo e alla scrittura narrativa e passa al cinema, dove la realtà parla direttamente
attraverso le immagini. Nel 1961 realizza un primo film, Accattone, poi, nel 1962, Mamma
Roma e l’episodio La ricotta del 1963, sempre sulle borgate romane.
Su Pasolini si scatena nei primi anni Sessanta, una serie di denunce e di processi, che
colpiscono ora i suoi film, (presunte offese al senso di pudore o alla religione), ora la sua vita
irregolare o la sua identità sessuale, mentre si infittiscono le intimidazioni di gruppi neofascisti
contro la sua persona o durante le proiezioni dei film. Pasolini diviene bersaglio di una
campagna denigratoria che assume l’aspetto di una vera e propria persecuzione e che
illumina le contraddizioni e il provincialismo della società italiana.
Nel 1961 visita l’India in compagnia di Moravia e Morante, e continuando con Moravia in Africa.
Nella sua riflessione sociopolitica e nella sua opera poetica, il Terzo Mondo, prende a poco a
poco il posto del mito popolare italiano. Nel 1964 Pasolini gira Il vangelo secondo Matteo, che
conferma la centralità nella sua opera di una rilettura laica e radicale del cristianesimo.
Gli ultimi dieci anni della vita di Pasolini sono caratterizzati da un crescente pessimismo
rispetto all’Italia contemporanea. All’origine di questa situazione sta la sua convinzione che è
avvenuta una vera e propria “frattura antropologica” nella società: è scomparso il popolo
italiano quale è stato per secoli e quale egli ha amato e conosciuto in Friuli e nelle borgate
romane degli anni ‘50. Insieme al popolo sono scomparsi la cultura umanistica e la lingua della
tradizione italiana, le distinzioni di classe, le istituzioni e i poteri che per secoli avevano fatto la
storia. Al loro posto è subentrata un’umanità omologata. Pasolini vive drammaticamente
questa mutazione epocale, accettando il proprio ruolo di sopravvissuto, di testimone e quasi di
vittima sacrificale.
Nella primavera del 1966, costretto a letto da una malattia, scrive sei tragedie. La scrittura delle
tragedie serve a rinnovare il linguaggio del suo cinema, sempre meno legato al racconto
realistico, e maggiormente teso a farsi metafora. Fra il 1970 e il 1971 compie un nuovo viaggio
in Africa con Moravia, Mariani e Callas. Nel 1970 esce la Trilogia della vita (Decameron, I
racconti di Canterbury, Il fiore delle mille e una notte). Alla positività nostalgica della Trilogia si
contrappone la negatività assoluta dell’ultimo film, Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975).
Intensa e importante, negli ultimi anni, è anche l’attività pubblicista. Pasolini svolge sui giornali
un confronto continuo con il pubblico e con l’attualità: emerge qui il ruolo pedagogico che è
sotteso a tutta l’opera pasoliniana. Già negli anni Sessanta aveva tenuto rubriche di
corrispondenza con i lettori, e negli anni Settanta le riprende con gli interventi di Lettere
luterane. Sono celebri certe sue coraggiose e solitarie prese di posizione su temi scottanti.
Il 2 novembre 1975 il cadavere di Pasolini è ritrovato, massacrato, all’idroscalo di Ostia. Nel
successivo processo è condannato come unico esecutore un giovane “ragazzo di vita”, che in
seguito ritratterà più volte la sua versione.
ITALO CALVINO
-Vita
Italo Calvino nasce nel 1923 a Santiago de la Vegas (Cuba): il padre Mario vi si era trasferito
per dirigere una scuola di agraria con la moglie Eva Mameli, prima donna a ricoprire una
cattedra di Botanica. Nel 1925 la famiglia torna a Sanremo; il padre ospita nella propria
abitazione, Villa Meridiana, la Stazione sperimentale di floricoltura di cui è direttore. La sua
famiglia era anticonformista, il contesto in cui Calvino cresce è stimolante ispirato a una
cultura integralmente laica; nel 1941 si stabilisce a Torino e si iscrive alla facoltà di Agraria.
Nel 1944 entra nella Resistenza, esperienza fondamentale per lo scrittore. Al termine del
conflitto si iscrive al Partito comunista italiano e riprende gli studi universitari a Torino,
iscrivendosi alla facoltà di Lettere: abbandona gli studi scientifici ai quali da generazioni si era
dedicata la sua famiglia. Si laurea nel 1947 con una tesi su Joseph Conrad.
Nel 1947 è assunto dalla casa editrice Einaudi: inizialmente addetto all’ufficio stampa e
pubblicità, presto avvia una brillante carriera e diventa uno dei dirigenti più importanti.
L’esordio risale al 1943, quando pubblica su rivista tra brevi racconti. Inizia così una lunga
collaborazione a riviste e giornali. A sollecitare il giovane scrittore a progetti narrativi più vari è
Pavese. Nel 1947 esce il suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno, pubblicato da
Einaudi: lo scrittore interpreta in pieno la politica editoriale della casa editrice, cioè l’idea di
privilegiare una letteratura alla portata del grande pubblico, non elitaria, ma non per questo
degradata e assoggettata alle leggi del mercato.
Il 1957 segna il momento della rottura con il Partito comunista dopo i fatti d’Ungheria del 1956.
Per Calvino questa presa di distanza rappresenta la chiusura di una precisa fase della sua vita,
in cui la politica non solo aveva uno spazio e un ruolo centrale, ma era avvertita come scopo
ultimo del suo agire; d’ora in poi la politica sarà sempre più estranea a Calvino, che si trova a
dover ridefinire anche il significato e lo scopo della propria scrittura. Nel 1957 viene pubblicato il
Barone rampante, di grande successo. Con l’uscita di Marcovaldo nel 1963 è chiaro che egli
sarà uno scrittore amato dal grande pubblico.
A partire dai primi anni Sessanta Calvino diminuisce l’impegno nella casa editrice Einaudi, con il
passaggio dal lavoro a tempo pieno al ruolo di consulente: la scrittura diventa la sua attività
principale. Nel 1959 aveva compiuto il suo primo viaggio negli Stati Uniti: sei mesi, quattro
trascorsi a New York, città che lo affascina e che gli appare come l’immagine del labirinto in cui
si trova costretto a vivere l'uomo moderno. È il primo di una lunga serie di viaggi che lo portano
spesso lontano dall’Italia e che fanno di lui uno scrittore internazionale e cosmopolita: a
Boston, nel 1960, conosce il filosofo della scienza Giorgio de Santillana e, affascinato dalla sua
figura, si immerge nella lettura di testi di divulgazione scientifica.
Negli anni seguenti rallenta molto l’attività di scrittura. Nel 1969, a L’Avana, sposa la traduttrice
Argentina Esther Judith Singer e si trasferisce con lei a Roma; nel 1967, si stabilisce a Parigi,
dove risiederà fino al 1980 insieme alla moglie e alla figlia Giovanna, nata nel 1965. Nella
capitale francese può seguire da vicino il dibattito culturale e letterario di quegli anni, i lavori dei
semiologi e degli strutturalisti; frequenta anche il gruppo dell’OuLiPo. Le opere di questo
periodo (Il castello dei destini incrociati, Le città invisibili e Se una notte d’inverno un
viaggiatore) gli procurano un successo vastissimo: ottiene importanti riconoscimento, tiene
lezioni e conferenze e la sua fama oltrepassa i confini nazionali. Nel 1980 torna in Italia,
stabilendosi a Roma, dove conduce una vita appartata. Muore nel 1985 a Siena per un ictus
cerebrale.
-Uno sguardo scientifico per sondare il molteplice
La produzione di Calvino presenta una grande varietà; è infatti uno scrittore che si reinventa di
continuo; non è mai lo stesso autore del libro precedente, né quello che il lettore si
aspetterebbe: nella sua concezione dell’attività letteraria il rischio peggiore che può correre uno
scrittore è quello di rimanere fissato in una definizione. Calvino rifugge dal parlare direttamente
di sé, e nella sua opera manca ogni traccia di lirismo: egli è uno scrittore anti-autobiografico.
Non significa che parlando dei personaggi non abbia detto qualcosa di sé, ma lo ha fatto in
modo indiretto, mettendo da parte un “io”ingombrante. Il suo sguardo non è nemmeno
antropocentrico, questa posizione si spiega con la sua concezione materialistica della
realtà: per Calvino l’uomo non ha un’importanza maggiore rispetto agli altri elementi che
compongono l’universo: è l’”anello di una catena”. Questa liberazione dall’io conduce Calvino
a progettare una “macchina di racconti” in cui l’autore si propone di scomparire, per essere
sostituito da un sistema che genera storie. A partire dagli anni ‘60 matura la consapevolezza
della crisi della cultura umanistica. Sono gli anni delle innovazioni tecnologiche; questo
progresso scientifico arricchisce la conoscenza che l’uomo ha del mondo, ma allo stesso tempo
modifica il suo rapporto con la realtà. Di fronte a queste trasformazioni Calvino sente l’esigenza
di nuovi strumenti, che consentano di immergersi nella modernità. Per fare questo la cultura
umanistica da sola non basta più: si rende necessario l’uso di un nuovo linguaggio. Il sapere
umanistico tradizionale va integrato con le nuove discipline umane. Nei libri di Calvino non si
incontrano mai personaggi dall’identità solida e consistente: sono spesso bambini o figure
evanescenti, oppure sono ridotti a pure voci smaterializzate; in alcuni racconti degli anni ‘50 i
protagonisti hanno tratti più concreti, ma anche in questi casi l’autore punta alla narrazione di
avventure, intorno al gioco combinatorio della dinamica dei personaggi all’interno del testo. Si
spiega così anche l’interesse di Calvino per Ariosto, che lo attrae per il libero gioco della
fantasia.
La lingua di Calvino punta alla limpidezza, all’essenzialità e alla rapidità della comunicazione:
la scrittura calvinista è sobria, priva di ogni ornamento superfluo, mai divagante: la precisione
è una sua caratteristica fondamentale. La variazione permette poi di non cadere nella
monotonia. All’appropriatezza e alla precisione del lessico si unisce poi la chiarezza delle
costruzioni sintattiche. Lo stile calvinismo è semplice e comunicativo: anche per questa
ragione Calvino è uno scrittore che si legge facilmente e la sua opera ha raggiunto il grande
pubblico. Ciò non significa che il suo linguaggio sia semplicistico: dà l’impressione di essere
spontaneo, ma è il risultato di una costante sorveglianza della lingua e dello stile. La
componente umoristica è fondamentale nell’opera calvinista: alla comicità lo scrittore ricorre
ogni volta che il racconto rischia di cadere nel patetico o nel lirismo. Si tratta sempre di un
umorismo sottile e pacato, prevalentemente di tipo ironico, mai sarcastico, e finalizzato a
ottenere la giusta distanza dalle vicende narrate.
Calvino diceva di essersi formato come scrittore sulle pagine dei giornali; in tal modo lo
scrittore poteva prendere parte alla vita civile e portare il proprio contributo alla società: agli
occhi di Calvino era dunque una forma di partecipazione e di impegno nei confronti della
collettività.
Il midollo del leone, testo di una conferenza tenuta nel 1955, contiene una vera propria
dichiarazione di poetica: la letteratura è autonoma e in quanto tale ha una sua specificità, non
asservita a ideologie o a tesi precostituite, e partecipa tuttavia alla storia, perché ne offre
un’interpretazione. L’attenzione dello scrittore non deve rivolgersi al personaggio, ma alle
vicende che esso si trova a vivere e alle azioni che compie: è attraverso queste che viene
definita la sua identità.
Nel saggio La sfida al labirinto (1962) Calvino delinea quale dovrebbe essere il rapporto tra
l’attività letteraria e il mondo moderno, complesso e disordinato: di fronte a questo labirinto, la
letteratura non deve arrendersi, ma deve “sfidarlo”, cioè deve tentare di controllarlo
razionalmente, per cercare una via d’uscita. La scrittura non è allora svago, ma qualcosa che
incide sulla realtà e sull’uomo. Il saggio costituisce un momento importante nell’ approdo
dello scrittore alla letteratura "cosmicomica", rinnovata dagli apporti della scienza.
Nell’anno accademico 1985-86, Calvino è invitato presso l’università di Harvard a tenere
alcune lezioni; decide così di parlare dei “valori o qualità o specificità della letteratura” da
tenebre a memoria per il futuro.
● Leggerezza: permette di trattare degli argomenti più seri con levità, disincanto e
autoironia;
● Rapidità: caratteristica fondamentale della scrittura: lo stile deve essere essenziale, la
trama agile, la scrittura scorrevole;
● Esattezza: salva dal rischio della genericità;
● Visibilità: è dall’immagine che si sviluppa il racconto, perché in essa è già presente
implicitamente una storia, e compito dello scrittore è sviluppare il racconto
potenzialmente presente in un’immagine;
● Molteplicità: in quanto capacità di restituire in un'opera le molteplici relazioni fra cose,
uomini e vicende.
Negli ultimi anni Calvino è stato al centro di un intenso dibattito critico: alcuni studiosi lo hanno
accusato di aver rinunciato a un’idea “forte” di letteratura, preferendo una scrittura d’evasione,
brillante ed elegante ma fine a sé stessa. Così interpretato, Calvino è stato contrapposto a
Pasolini, che al contrario è stato indicato come esempio di scrittore impegnato. Molti critici si
sono opposti a questa interpretazione dell’opera calvinista, per esempio rintracciando, dietro la
sua leggerezza, un’ispirazione morale e la continua ricerca di un senso. I due scrittori si erano
confrontati spesso, scambiandosi lettere e recensioni da cui emerge la loro divergenza di
opinioni
Entrambi i genitori sono lucchesi: il padre Antonio, emigrato in Egitto per lavorare come operaio
nella costruzione del Canale di Suez, muore quando Giuseppe ha due anni; la madre gestisce
un forno alla periferia della città. È lei, donna di grande energia, a incantare Giuseppe e suo
fratello Costantino con i racconti sulle lontane terre d’origine. Ungaretti compie gli studi presso
l’Ecole Suisse Jacot, un’ottima scuola svizzera dove legge soprattutto autori francesi, ma
scopre anche Leopardi, Nietzsche, Poe, Baudelaire, Mallarmé.
Dopo un soggiorno di tre anni al Cairo, dove intraprende l’attività giornalistica scrivendo
articoli e recensioni, nel 1912 Ungaretti si trasferisce a Parigi; qui si iscrive alla Sorbona e
frequenta, al Collège de France, le lezioni di Bergson, le cui riflessioni sul tempo e sulla
memoria influenzeranno profondamente la sua poetica. Il soggiorno parigino amplia l’orizzonte
della formazione culturale: si inserisce nel clima culturale della capitale francese ed entra in
contatto con gli esponenti dei movimenti artistici e letterari d’avanguardia. Nel 1915 pubblica le
prime poesie su “Lacerba”, la rivista dei futuristi.
Nel 1914 Ungaretti si era stabilito in Italia, a Milano. Il conflitto mondiale appare ai suoi occhi
come l'occasione per ritrovare le proprie origini; si arruola come volontario ed è inviato a
combattere sul Carso. Ma l’esperienza della guerra si rivela terribile: da essa trae ispirazione
per riprendere la scrittura poetica e la prima raccolta, Il porto sepolto, vede la luce nel 1916,
a Udine.
Alla fine del conflitto si stabilisce a Parigi: qui, dopo aver pubblicato una raccolta di liriche in
francese (La guerre), entra in contatto con il gruppo dei poeti surrealisti. La preoccupazione
per le precarie condizioni economiche non lo distoglie dalla scrittura: nel 1919 dà alle stampe
Allegria di naufragi, che ripropone le poesie del Porto sepolto e delle Guerre e un gruppo di
nuove liriche. Inizia un’intensa collaborazione con periodici culturali, ciò lo porta a scrivere
articoli e recensioni e contributi di carattere più teorico, come i saggi Verso un’arte nuova
classica (1919) è Innocenza e memoria (1926). A questa produzione saggistica Ungaretti si
dedicherà con costanza fino agli ultimi anni.
Nel 1920 lavora presso l’ambasciata italiana di Parigi.
Nel 1921 si trasferisce a Roma, dove trova lavoro presso il ministero degli Esteri; l’impatto
con la città ha importanti ripercussioni sulla sua poesia.
Nel 1922 aderisce al fascismo, nel quale vede la via per una possibile concordia politica e
sociale. Nel 1923 vede la luce la seconda edizione del Porto sepolto, con una prefazione di
Mussolini, poi eliminata dalle edizioni successive; continua la collaborazione a periodici
culturali italiani e stranieri. Ancora assillato dalla difficile situazione economica, si impegna in un
ciclo di conferenze in Belgio e avvia una fitta collaborazione giornalistica con numerosi
quotidiani italiani.
Riscopre la fede cristiana: la “conversione”, nel 1928, non è improvvisa, ma è la risposta a
un’ansia religiosa avvertita da tempo. In questi anni legge Leopardi e Petrarca che d’ora in
poi saranno i “suoi” autori: su di loro tiene numerose conferenze in diversi Paesi europei. Nella
prima metà degli anni Trenta compie una serie di viaggi, in Italia e all’estero, come inviato
speciale della “Gazzetta del Popolo”. Nel 1931 aveva pubblicato L’Allegria, favorevolmente
accolta dalla critica, cui segue, nel 1933, il Sentimento del tempo; continua la sua attività di
traduttore.
Nel 1937 accetta la cattedra di Lingua e Letteratura italiana presso l’Università di San Paolo
del Brasile, dove rimarrà fino al 1942: l’insegnamento universitario e l'attività di conferenziere
gli consentono di approfondire la riflessione sugli autori della letteratura italiana (soprattutto
Dante, Petrarca, Leopardi, Manzoni, D’Annunzio) e la cultura barocca, che lo portano a
interrogarsi sull’ significato della poesia e all’elaborazione di una nuova stagione poetica.
Nel 1939 muore il figlio: da questa tragedia nasceranno alcuni versi della raccolta Il dolore,
pubblicata nel 1947. il paesaggio brasiliano suggestiona profondamente Ungaretti. Il dolore per
la perdita del figlio suggerisce al poeta la visione di una Natura feroce e violenta. Questo
paesaggio, di una vitalità straordinaria, è anche selvaggio e spaventoso. L’immagine del
paesaggio si fonde con la morte del bambino, dando vita al ritratto di una Natura
leopardianamente indifferente e spietata. Nel 1942 Ungaretti rientrerà in Italia, perché nel
frattempo il Brasile è entrato in guerra a fianco degli alleati; si stabilisce di nuovo a Roma.
Continua la sua attività di insegnante, fino al 1958 presso l’Università La Sapienza.
Nel 1942 pubblica, presso Mondadori, l’edizione definitiva dell’Allegria e, nel 1943, quella del
Sentimento del tempo; seguiranno le raccolte La terra promessa (1950) e Un grido e
paesaggi (1952).
Negli anni Cinquanta e Sessanta ottiene importanti riconoscimenti: riceve il premio
internazionale di poesia Etna Taormina; in occasione del suo settantesimo compleanno la
rivista “Letteratura” gli dedica un numero speciale; le sue poesie vengono tradotte. Sono anni
intensa attività creativa su più versanti, che vedono la pubblicazione delle poesie del Taccuino
del vecchio, delle prose di viaggio Deserto e di Vita d’un uomo.
Nel 1958 muore la moglie. Compie ancora numerosi viaggi e, nel 1970, si reca negli Stati Uniti,
per ricevere un premio all’università dell’Oklahoma ma, colpito da una broncopolmonite
mentre si trova a New York, rientra in Italia e muore a Milano la notte del 1 giugno 1970.
-La poetica
Ungaretti consolidò negli anni la sua forte apertura culturale, accogliendo le sollecitazioni che
gli venivano da esperienze molto lontane (come l’haiku giapponese, che conobbe durante il
primo soggiorno parigino) e dedicandosi a un’intensa attività di traduttore. Per questo si è
potuto parlare di “nomadismo intellettuale”.
La tradizione letteraria francese ebbe un ruolo di primo piano nella formazione e nella
riflessione poetica di Ungaretti. Uno degli autori per lui più importanti è il poeta romantico
Maurice de Guérin: la sua attenzione ai suoni puri della parola (mots inarticulés) e gli echi
sonori dei suoi vocaboli, come rivelatori del senso profondo delle cose, influiscono
profondamente sulla lingua Ungarettiana. Il suono, il ritmo, la musica delle parole sono carichi
di significato: su questa linea risulta proficua anche la lettura di Mallarmé, la cui influenza si
rivela decisiva per il valore fonosimbolico dei vocaboli. Ungaretti poteva trovare analoghe
riflessioni sulla sostanza fonica del verso anche in Pascoli: ma mentre questi è alla ricerca di
un linguaggio spesso pre grammaticale, Ungaretti concepisce il linguaggio come un sistema di
relazioni in sé finito e autosufficiente. Troviamo anche l’influenza di Baudelaire, con il quale
ha in comune molti temi e soprattutto l’idea di poesia, intesa come esplorazione dell’abisso.
Per Ungaretti la poesia è tensione a cogliere il segreto dell’essere. È la parola a dare senso
alla vita e alla realtà; la poesia è strumento di conoscenza. Grazie alla parola poetica
Ungaretti può ritrovare sé stesso, rintracciare le proprie origini, come accade nella poesia I
fiumi; solo provvisoriamente, perché la condizione dell’uomo resta quella di un nomade in
esilio. La ricerca di un approdo definitivo è all’origine della poesia ungarettiana: approdo che
non è tanto un luogo, quanto piuttosto una condizione, uno stato iniziale. Alla parola spetta il
compito di esprimere l’eterno: essa comunica la tensione interiore verso l’assoluto, rivela il
mistero, e per questo ha un carattere “sacro”. Non c’è dunque nella poesia ungarettiana
nessuna svalutazione del linguaggio poetico, come avviene nel movimento futurista; il poeta ha
la responsabilità di comunicare una verità.
Dal 1942 Ungaretti unì a quelli delle raccolte man mano pubblicate un secondo titolo, Vita d’un
uomo, a sottolineare come ogni volume sia concepito come tappa di un unico percorso
biografico e intellettuale. Egli comincia a pensare a una sistemazione in un “unico libro”
della propria opera poetica, della quale ciascun volume rappresenta una singola parte. Il titolo
Vita d’un uomo stabilisce un legame diretto tra biografia e opere, che Ungaretti propone come
chiave di lettura: l’esperienza personale e la scrittura poetica vanno di pari passo perché l’opera
è essa stessa uno strumento di conoscenza per l’autore.
Nel 1969 vede la luce Vita d’un uomo. Le poesie, che riunisce l’intero corpus poetico
ungarettiano arricchendolo di autocommenti: qui Ungaretti riconsidera il proprio percorso a
partire dal punto d’arrivo.
Bisogna tenere presente che riorganizzando le proprie poesie in questo volume complessivo
Ungaretti interviene sui testi e sull’assetto delle singole raccolte, egli modella il proprio
autoritratto poetico e intellettuale.
-L’Allegria
Nel 1916 Ungaretti pubblicò le poesie composte durante la guerra nella raccolta Il porto
sepolto, che fu incluso nella raccolta Allegria di naufragi del 1919, e riedito a parte nel 1923 a
La Spezia, con presentazione di Benito Mussolini. Fu infine riproposto all’interno delle tre
edizioni dell’Allegria del 1931, 1936 e 1942. La raccolta presenta una struttura attentamente
calcolata, organizzata in cinque sezioni. La prima si intitola Ultime (testi tra il 1914 e il 1915);
la seconda Il porto sepolto (1916), anno della partecipazione alla Grande Guerra; la terza
Naufragi (1917); la quarta Girovago (1918); la quinta Prime (testi composti tra Parigi e Milano
nel 1919).
Il nucleo delle poesie del Porto sepolto rimane intatto nella sua conformazione, presentando
pochi e modesti interventi correttori rispetto alla prima edizione del 1916; cosa che non
avviene con le altre sezioni, che subiscono profondi rimaneggiamenti. Il Porto sepolto si
conferma come “matrice” e nucleo generativo dell’ispirazione poetica ungarettiana.
In Ungaretti i titoli facilitano e orientano l’interpretazione del testo: è così anche per i titoli delle
raccolte. Il porto sepolto allude all’inabissarsi del poeta nelle profondità più remote della realtà
e dell’animo umano, per riportarne in superficie il “segreto”. Indica così che la raccolta vuole
essere un viaggio in profondità verso l’abisso. Il titolo del secondo volume, Allegria di
naufragi, contiene un ossimoro. La gioia è associata al dolore: l’allegria non può che nascere
dal disastro del naufragio, dalla consapevolezza che la morte è sempre incombente, ma a sua
volta dal naufragio può scaturire “allegria”. La metafora del naufragio ha numerosi agganci con
la tradizione letteraria; qui in particolare si avverte la suggestione dell’Infinito di Leopardi.
Le poesie dell’Allegria rappresentano, nel panorama della lirica italiana del tempo, una radicale
novità, perché si propongono come testi essenziali, spesso molto brevi. Si basano sull’uso
del “versicolo”, cioè di un verso ridotto alla misura di una singola parola, spesso un
aggettivo o un avverbio, o addirittura di una sola sillaba. Non sono utilizzati i metri
tradizionali, nè la rima e le poesie si sorreggono su una fitta rete di richiami fonici: se
ricomposti, i versi brevi ungarettiana riconducono spesso a misure metriche consuete, prima fra
tutte l’endecasillabo.
La parola è isolata spesso nel vuoto del verso e risalta negli spazi bianchi, perché nella sua
nudità possa sprigionare tutta la sua carica semantica.
Manca la punteggiatura e sono spesso assenti i legami sintattici fra le parole: è il discorso
frantumato e disarticolato che ne risulta a dare una profonda intensità evocativa al singolo
vocabolo. Anche attraverso l’uso dell’analogia Ungaretti cerca di rendere lo spessore
semantico della parola. La parola, prelevata dal lessico comune e quotidiano, non è usata per
descrivere, ma per evocare.
Le liriche sono disposte come in un diario di guerra, poiché per ogni testo sono indicati luogo
e data di composizione, ma, nonostante questa struttura, L'Allegria non è un’espressione
puramente soggettiva, né una trascrizione del tragico vissuto quotidiano. Non ha dunque solo
una giustificazione biografica. La presenza del luogo e della data significa che è nella
concretezza della storia che la poesia può ritrovare il senso dell’esistenza: non prescinde dagli
eventi, è immersa nella storia. La parola poetica è lo strumento della ricerca del profondo a
cui è chiamato il poeta.
La parola a cui tende Ungaretti è “nuda” di tutti i possibili orpelli, aggettivi, avverbi e
punteggiatura, e innocente perché recupera i valori primigeni e più remoti, ed è destinata a
durare, perché il segreto a cui arriva è assoluto; è frutto di una illuminazione, esprime il
mistero.
L'esperienza da cui traggono ispirazione le poesia della raccolta è quella della guerra: ne
derivano versi crudi di denuncia dell’orrore bellico, ma anche l’urgenza di riconoscersi
fratelli, l’attaccamento alla vita, la necessità della scrittura. La guerra diventa così
l’occasione per prendere coscienza della “condizione umana, della fraternità degli uomini nella
sofferenza”.
La visione desolata di un’umanità prostrata, l'assimilazione di morte e vita non annullano il
prepotente desiderio di vivere. Questo slancio si traduce anche in pulsione erotica.
Altri temi centrali nella raccolta sono quelli dell’esilio e del viaggio, con la conseguente
immagine del poeta girovago, privo di radici, condannato a un’incessabile peregrinazione. Ma
questa condizione non è solo di Ungaretti, è lo sradicamento esistenziale di tutti gli uomini.
EUGENIO MONTALE
Quella di Eugenio Montale – saggista, traduttore, brillante critico letterario e musicale, e,
soprattutto, grandissimo poeta – è stata una delle voci più importanti del Novecento europeo.
Rigoroso testimone del proprio tempo, antifascista e critico acuto della nuova civiltà
industrializzata, Montale nei suoi versi ha dato espressione al disagio dell’uomo moderno.
12 ottobre 1896: Eugenio Montale nasce a Genova, da una famiglia borghese e benestante.
1917-1919: Trascorre l’infanzia tra Genova e Monterosso. Compie studi commerciali, ma
coltiva la passione per la letteratura.
Si arruola nell’esercito e partecipa alla Prima guerra mondiale. Al rientro a Genova inizia a
frequentare grandi scrittori e a pubblicare poesie e articoli di critica letteraria.
1925: Esce la raccolta poetica Ossi di seppia. Firma il Manifesto degli intellettuali
antifascisti di Benedetto Croce. La fama di Montale si consolida anche a Torino, Trieste e
all’estero.
1927: Si trasferisce a Firenze. Lavora presso la casa editrice Bemporad e collabora con
importanti riviste.
1929: Assume la direzione del «Gabinetto scientifico-letterario Vieusseux».
1933: Stringe un rapporto amoroso e intellettuale con l’americana Irma
Brandeis (chiamata Clizia nelle poesie).
1938: In seguito all’emanazione delle leggi razziali, Irma Brandeis, ebrea, lascia l’Italia. A causa
della sua mancata adesione al partito fascista, Montale è allontanato dal Gabinetto Vieusseux.
1939: Esce Le occasioni. Inizia la convivenza con Drusilla Tanzi (chiamata Mosca nelle
poesie).
1945: Alla fine della guerra si iscrive – per pochissimo tempo – al partito d’Azione. Fonda il
quindicinale «Il Mondo».
1948: È assunto come redattore al «Corriere della Sera» e si trasferisce a Milano.
1956: Esce la terza raccolta di poesie, La bufera e altro, e il volume di prose Farfalla di
Dinard.
1967: Dopo aver ricevuto vari premi e lauree honoris causa, viene nominato senatore a vita.
1971: Esce la raccolta Satura, dove confluiscono i versi dedicati alla moglie, morta nel 1963.
1973: Esce la raccolta di liriche Diario del ’71 e del ’72.
1975: Riceve il premio Nobel.
1977: Esce la raccolta Quaderno di quattro anni.
1980: Esce l’ultima raccolta, Altri versi.
1981: Muore a Milano.
1996: Esce Diario postumo, che raccoglie le liriche dedicate alla poetessa Annalisa Cima.
Il senso di squallore che domina la realtà trova corrispondenza nello stile adottato dal poeta.
Il linguaggio è scabro ed essenziale. I termini sono caratterizzati da una sonorità aspra e
dura.
La parola non è in grado di descrivere il mondo perché si è rotta l’armonia che regnava tra il
mondo stesso e l’uomo.
Il poeta non è più «vate», guida per gli uomini: non sa più trovare, e dunque esprimere, un
senso della vita.
Tutto ciò che si può dire è per negazione: ciò che l’uomo non è, ciò che non vuole.
Soprattutto a partire dalla seconda raccolta poetica, Le occasioni, Montale affida il compito di
esprimere le sue meditazioni ai fatti concreti della vita. Sono gli oggetti, emblemi del suo
mondo interiore, a parlare per lui, senza bisogno di commenti.
Emozioni e concetti astratti possono essere espressi tramite una correlazione con oggetti
determinati e concreti. È la tecnica espressiva del correlativo oggettivo (espressione coniata
dal poeta anglo-americano T.S. Eliot).
Nella sua vita Montale incontrò alcune donne importanti per lui, con le quali strinse rapporti di
amore o di affettuosa amicizia.
Queste figure femminili tornano nei suoi versi – in particolare nelle raccolte Le occasioni e La
bufera e altro – sotto sembianze particolari o con nomi simbolici.
La donna-angelo di Montale è la custode della cultura e l’unico essere in grado di svelare il
senso dell’esistenza. Solo il poeta percepisce il fugace passaggio nel mondo della
donna-angelo e coglie il senso miracoloso e salvifico dell’incontro.
Quella della donna-angelo è una figura poetica che ha origine nello Stilnovo e che trova il più
alto interprete in Dante (Beatrice).
OSSI DI SEPPIA
Pubblicata nel 1925, nella raccolta Montale dà voce al suo disagio interiore, alla disarmonia
che si è creata tra l’uomo e la natura. Più che una raccolta di poesie appare come una
biografia in versi che ricostruiscono il percorso intellettuale e psicologico di un antieroe,
segnato da un “senso d’inadattamento”. Da qui il senso del titolo che è prova della
straordinaria capacità evocativa del poeta: gli “ossi” di seppia sono i residui di molluschi che il
mare restituisce alla riva, prosciugati di vita. Un oggetto dell’esperienza quotidiana, che
richiama un paesaggio marino ed evoca un malessere senza rimedio.
L’intera raccolta è costruita sulla costante oscillazione di sentimenti antitetici di un io che
percepisce il “mal di vivere”, ma che allo stesso tempo rimane alla costante ricerca di una
speranza, di una rivelazione di una verità che vada oltre l’insensatezza dell’apparenza, anche
se la verità rivela che nulla esiste.
Fa da sfondo un'ambientazione costante: il paesaggio ligure, aspro e magnetico insieme.
Questo scenario viene connotato come emblema della condizione esistenziale e di questa
continua oscillazione di sentimenti, poiché esprime la desolazione e il sentimento doloroso
dell’esistenza. L'immobilità e l’immutabilità del mare e del paesaggio nel primo pomeriggio sono
l’unico luogo che può custodire il mistero e divengono perciò emblema di quella salvezza
continuamente cercata.
Ossi di seppia rivela un rapporto ambivalente con i classici: Montale si distanzia dalla
tradizione, ma solo dopo averla assorbita e fatta propria. L’opera è intessuta di rimandi
letterari, che affiorano più o meno espliciti nei testi, reinterpretati e adattati alle diverse
esigenze poetiche.
Il “mal di vivere” di Montale è frutto del pessimismo di Leopardi e della filosofia di
Schopenhauer. La sostanza della poesia di Montale nasce dal superamento della tradizione
simbolista: se per i poeti simbolisti la poesia aveva un valore positivo e il poeta era l’unico in
gradi di poter decifrare la realtà e aveva quindi il compito di restituirla con uno stile aulico, per
Montale la poesia aveva valore negativo perché cantava l’assenza dell’’identificazione del
particolare con l’universale e quindi il ruolo del poeta non esisteva perché non aveva verità da
svelare, ne deriva uno stile umile e concreto.