Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
4 visualizzazioni11 pagine

BB

Il documento analizza l'opera di Parini e il contesto culturale dell'Illuminismo, evidenziando il suo impegno civile e le tematiche ecologiche, educative e sociali. Si discute anche del triennio giacobino in Italia, delle tensioni tra ceti colti e popolazione, e dell'impatto delle idee patriottiche. Infine, viene esaminato il Neoclassicismo, le sue origini e le influenze delle scoperte archeologiche e della Rivoluzione francese sulla letteratura e l'arte.

Caricato da

mamancxa
Copyright
© All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato DOCX, PDF, TXT o leggi online su Scribd
Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
4 visualizzazioni11 pagine

BB

Il documento analizza l'opera di Parini e il contesto culturale dell'Illuminismo, evidenziando il suo impegno civile e le tematiche ecologiche, educative e sociali. Si discute anche del triennio giacobino in Italia, delle tensioni tra ceti colti e popolazione, e dell'impatto delle idee patriottiche. Infine, viene esaminato il Neoclassicismo, le sue origini e le influenze delle scoperte archeologiche e della Rivoluzione francese sulla letteratura e l'arte.

Caricato da

mamancxa
Copyright
© All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato DOCX, PDF, TXT o leggi online su Scribd

appunti italiano

Nelle odi che appartengono al primo gruppo emergono l'atteggiamento battagliero e il


fervido impegno civile che si ritrovano anche nelle prime due parti del Giorno (• p. 302),
risalenti agli stessi anni. Gli argomenti sono costituiti da problemi di stringente attualità,
spesso molto pratici e concreti, vivi nel dibattito dei contemporanei. Si tratta degli stessi
problemi che la cultura illuministica, tesa al miglioramento della convivenza civile, poneva al
centro della propria attenzione; tant'è vero che non di rado i temi delle odi pariniane sono
affrontati, nello stesso periodo, anche da articoli del "Caffè" o da altri scritti degli illuministi
milanesi.

Nella Vita rustica (1756), accanto alla tradizionale visione idillica ( Glossario) della
campagna come sede di una vita quieta e serena e come garanzia di una perfetta tranquillità
dell'animo, che rimanda ancora decisamente al clima arcadico, si coglie già una visione
nuova del lavoro dei contadini, inteso come attività produttiva e socialmente utile, da cui
nascono benessere e prosperità, secondo le teorie fisiocratiche. La stessa visione della
campagna come mondo laborioso e sano, in contrapposizione al mondo cittadino malsano e
corrotto dall'avidità di lucro, torna nella Salubrità dell'aria (1759, » T1,

p. 293). Al centro dell'ode vi è il problema ecologico, per usare un'espressione moderna,


cioè il problema dell'igiene e della salute pubblica, compromesse da chi, per ragioni
economiche, inonda i campi coltivabili con acque stagnanti che ammorbano l'aria della città,
oppure da chi, per pura noncuranza, lascia fermentare il letame per le strade.

Nell'Impostura (1760-64) il poeta si scaglia contro ogni forma di ipocrisia e di finzio-ne,


delineando una serie di macchiette e di figurine di impostori con un'ironia che è vicina a
quella del Giorno. Nell'Educazione (1764) viene affrontato un problema centrale della cultura
illuministica, quello dell'istruzione: il rinnovamento della società e del costume infatti non
poteva non passare in primo luogo attraverso l'educazione, che doveva formare l'uomo
nuovo, ispirare una nuova mentalità e nuovi comportamenti. Più specificamente, Parini si
dedica alla formazione del ceto dirigente, offrendo i suoi precetti pedagogici alla nobiltà per
rigenerarla e riportarla all'antica funzione sociale ormai perduta. Al centro vi è un'idea di
formazione ancora tutta umanistica, fondata su un'armonia tra il fisico e lo spirituale, ma si
colgono anche tre principi tipicamente illuministici: la ragione che deve regolare e guidare i
sentimenti piegandoli ai suoi fini, senza però soffocarli; l'idea che la vera nobiltà non è quella
che si ottiene per diritto di nascita ma quella interiore dell'individuo; la fiducia che il mondo
possa essere cambiato con la diffusione dei precetti illuminati.

L'innesto del vaiuolo (1765), prendendo spunto dagli esperimenti per la creazione di un
vaccino contro la pericolosa malattia, esalta la scienza moderna contro ogni forma di
pregiudizio e di oscurantismo, come fattore essenziale non solo dell'incremento delle
conoscenze teoriche, ma anche del rinnovamento dell'umanità e del progresso delle sue
condizioni di vita.

Nel Bisogno (1766), in accordo con i principi più illuminati della giurisprudenza con-
temporanea, quali quelli proclamati da Cesare Beccaria in Dei delitti e delle pene, Parini
afferma che sono il bisogno e la miseria a determinare la maggior parte dei delitti, e quindi
occorre non tanto punirli, quanto prevenirli, lottando contro la povertà. Alla base dell'ode sta
un altro motivo tipico dell'Illuminismo, il filantropismo (p. 141), un senso di pietà solidale per
gli uomini e le loro sofferenze, l'affermazione dei diritti naturali che ciascuno di essi
possiede, anche il più misero e diseredato, e si coglie l'aspirazione ad una società
solidalmente umana, sorretta da un patto sociale universalmente rispetta-to, che rimanda
alle teorie contrattualistiche allora di moda sull'origine della società (si pensi al Contratto
sociale di Rousseau, 1762; > p. 189).
Infine L'evirazione o La musica (1769) si scaglia contro il costume di evirare i giovani cantori
per mantenere loro le voci di soprano. Anche qui vi è lo sdegno per una pratica barbara e
incivile, tutto pervaso da quell'umanitarismo che si è visto nel Bisogno.

Ma Parini non si arresta alla denuncia moralistica astratta, indaga le precise cause sociali
del fenomeno per trovare il modo di eliminarlo; e le individua nel capriccioso egoismo dei
potenti, pronti a mutilare l'uomo e a negare la sua dignità pur di soddisfare la loro ricerca del
piacere (i cantori evirati godevano di enorme successo nella società elegante, e per la loro
bravura erano ammirati come divi).

Gli anni 1796-99 costituiscono in Italia il cosiddetto "triennio giacobino" ( Lessico,

p. 220): sono anni di grandi illusioni in un profondo rinnovamento politico.

All'interno dello schieramento dei "patrioti" (termine con cui si autodefinivano i sostenitori dei
principi rivoluzionari francesi) vanno però distinte due tendenze molto diver-se: una
decisamente democratica, che aspira ad un radicale cambiamento politico, sociale ed
economico, in nome dei principi rivoluzionari dell eguaglianza; l'altra, di orientamento
moderato, mira a riforme graduali che salvaguardino il principio della proprietà privata e
l'egemonia dei ceti superiori, contenendo le spinte eversive dei ceti popolari. E questo
l'indirizzo che poi prevarrà nel regime napoleonico.

Le idee patriottiche, democratiche o moderate, circolano soltanto tra i ceti colti, mentre le
masse popolari, soprattutto quelle delle campagne, rimangono ad esse profondamente
estranee, conservandosi fedeli alle tradizioni religiose e politiche del passato. Questa
frattura profonda all'interno della società, divisa tra ceti colti (patriottici e progressisti) e classi
subalterne di proletari e contadini (estranei ed ostili alle idee innovatrici) sarà poi un dato
costante durante tutto il processo risorgimentale.

Ma il regime napoleonico, se da un lato trova consensi in numerosi strati sociali, perde ben
presto il sostegno di molti rappresentanti dei ceti superiori, specie degli intellettuali.

La componente politicamente più avanzata, quella "giacobina"

", vede infatti nell'in-

staurarsi della dittatura napoleonica e nel dominio imperiale francese sull'Italia un tradimento
delle istanze di libertà e di democrazia sorte nel momento del primo fervore rivoluzionario.
Perciò al triennio giacobino subentra un diffuso senso di delusione e di frustrazione: uno
stato d'animo che ha importanti riflessi culturali, come si potrà vedere esaminando
l'esperienza di Ugo Foscolo

storia della lingua e fenomeni letterari

ROSSO

Storia della lingua

La lingua aulica della poesia

Un pubblico ristretto

ed elitario
modelli linguistici

bembiani

Cesari e Giordani

La questione della lingua

La lingua letteraria

La lingua letteraria continua una tradizione ormai secolare: poeti e prosatori si rifanno
sempre ai modelli illustri e scrivono in una lingua aulica, lontanissima da ogni possibile uso
parlato. Il lessico della poesia costituisce veramente una lingua a sé («alma» per «anima»,
«crini» per «capelli», «lumi» per «occhi», «brando» per «spada» ecc.), il linguaggio è
costantemente impreziosito da perifrasi dotte e allusioni mitologiche, la sintassi è ampia e
complessa, modellata sul periodare latino.

Questo linguaggio conferma quanto si osservava riguardo al pubblico e alla circolazione


delle opere letterarie: la letteratura è un fatto d'élite, rivolta a una piccola cerchia di persone
colte, che condivide con lo scrittore la cultura, i gusti, il linguaggio. Un pubblico di lettori
comuni, non letterati, è ancora del tutto embrionale. Questo contesto andrà tenuto presente
per comprendere nei suoi termini precisi la battaglia romantica, che inizierà nel 1816.

Il Purismo

Il tradizionalismo classicistico, che ha le sue origini nel primo Cinquecento, viene riproposto
da una vera e propria corrente linguistico-letteraria che si afferma in questa età, il Purismo.
La "questione della lingua" (intesa come lingua letteraria) è un dibattito ormai secolare, che
risale al primo Cinquecento. Come reazione alla libertà linguistica per cui si erano battuti gli
illuministi del "Caffè", il Purismo si rifa appunto alla teoria di Pietro Bembo e difende
l'assoluta "purezza" della lingua, che deve essere depurata da ogni forestierismo e da ogni
neologismo, assumendo anacronisticamente come modello la lingua degli scrittori toscani
del Trecento.

Tra i puristi più rigidi è il veronese Antonio Cesari (1760-1828), che cura la ristampa del
Vocabolario della Crusca. Posizioni più moderne e aperte assume invece il piacentino

Pietro Giordani (1774-1848), che è legato a Leopardi da un'intensa amicizia intellettua-le. Il


suo purismo non è rigido come quello di Cesari: il suo ideale è piuttosto quello di un
dignitoso e sobrio classicismo formale, che si rifaccia alla limpidezza dello stile greco. Di
orientamento laico, progressista e patriottico, egli afferma l'esigenza di una letteratura
ispirata ad elevati sentimenti morali e all'idea della rinascita nazionale. In nome di questi
principi patriottici si oppone poi al Romanticismo, che apre la cultura italiana alle influenze
straniere.

romanzo epistolare: le Ultime lettere di Jacopo Ortis

Una vistosa eccezione sembra essere costituita dalle Ultime lettere di Jacopo Ortis di
Foscolo (1802, » p. 463), un romanzo epistolare (+ Microsaggio, p. 423) che si ispira ad
alcuni modelli europei pubblicati nei decenni immediatamente precedenti, come Giu-lia, o la
nuova Eloisa di Rousseau (1761, • T2, p. 429) e I dolori del giovane Werther di Goethe
(1774, >т3, p. 433).

In effetti Foscolo ha bisogno di una forma nuova, non codificata, per esprimere tutto il
fermento della sua esperienza personale e di un momento storico di grande conflittua-lità. E
tuttavia anche il romanzo foscoliano non si libera dal peso costrittivo della tradi-zione. L'Ortis
è lontano dai modi modernamente narrativi del Werther. è pervaso da una continua tensione
oratoria ed è scritto in una prosa aulica che rientra pienamente nei canoni del classicismo;
non è tanto un romanzo, quanto una lunga orazione, o una lunga prosa lirica. Pur essendo
un'opera di fondamentale importanza, pur impostando un problema per l'epoca attualissimo
(il conflitto dell'intellettuale con la società), pur accogliendo le tematiche più innovative del
Preromanticismo, l'Ortis non inaugura il genere del romanzo moderno in Italia: in esso si
trovano le poten-zialità, non le strutture formali in atto.

Ad inaugurarlo sarà non a caso un ro-mantico, Manzoni, con I promessi sposi

( Le premesse del Neoclassicismo

Nel classicismo dominante in Italia durante l'età napoleonica, anche se il gusto e le forme
espressive continuano una tradizione secolare, sono tuttavia ravvisabili elementi nuovi: per
questo si è soliti designarlo come Neo-classicismo.

Già negli ultimi decenni del Settecento le scoperte archeologiche di Pompei e di Ercolano
(statue, affreschi, mosaici, pitture vascolari, monili, suppellettili decorate) avevano sollecitato
la curiosità e l'ammirazione per le forme dell'arte classica. Un classicismo archeologico si
era diffuso all'interno della letteratura tardo-arcadica, nella predilezione per argomenti
mitologici, ma anche nel gusto per raffigurazioni nitide e armoniose, dal forte rilievo visivo,
come nei cammei; ad esse si aggiungeva la morbidezza erotica aggraziata e manierata
propria degli affreschi e dei mosaici antichi, che trovava rispondenza nel gusto arcadico.

Alle scoperte archeologiche si aggiungono gli studi di arte classica, che suscitano un'en-
tusiastica esaltazione per la civiltà e la bellezza antiche. D'importanza fondamentale in tal
senso sono le opere dell'archeologo tedesco Johann Joachim Winckelmann (• A1,

p. 426), attivo anche in Italia. Egli sostiene che l'arte greca ha realizzato l'ideale del bello
assoluto ed eterno, al di là di tutte le specificazioni contingenti. Essenza di questa bellezza
espressa dall'arte classica sono una «nobile semplicità» ed una «calma grandez-za» che
nascono dal dominio delle passioni e dall'armonia interiore. Le teorie di Win-ckelmann
forniscono all'estetica neoclassica i principi fondamentali: l'arte e la letteratura devono mirare
al bello ideale, cioè trasfigurare la realtà contingente in forme perfette, in cui non vi sia nulla
di eccessivo, scomposto o grezzo, e in cui il calore delle passioni e dei sentimenti si sublimi
in un'armonia pacata di linee, di forme, di suoni.

In Italia

abbiame Canova

( I vari aspetti del Neoclassicismo

A questo modo di guardare all'antico si aggiunge poi il classicismo rivoluzionario. I


protagonisti della Rivoluzione francese vedono in Atene, Sparta, Roma un modello di vita
repubblicana libera, virtuosa, sobria e forte, che vogliono far rivivere nel presente;

'identificano così negli eroi antichi, nei ritratti ideali che ne aveva lasciato lo storico greco
Plutarco, imitandoli negli atteggiamenti e nel modo di parlare. Una testimonianza eloquente
di questo classicismo giacobino (PLessico, p. 220), austero ed eroico, sono i quadri del
pittore francese Jacques-Louis David (1748-1825), Il giuramento degli Orazi, Le Sabine
arrestano il combattimento tra i Romani e i Sabini, in cui i personaggi sono atteggiati in pose
solenni e maestose e in cui, al tempo stesso, la figura umana sembra assumere la durezza
levigata della statua.
Nell'era napoleonica questo classicismo rivoluzionario si trasforma in scenograf

Dall'austerità

rivoluzionaria alla

grandiosità imperiale

grandiosa, in esibizione di potere. Non si esaltano più le virtù repubblicane e libertarie, ma si


tende ad assimilare il regime napoleonico alle forme imperiali romane. Questo la grandiosità
del regime (esemplare la poesia del Monti "napoleonico"), e persino nell'ar-

gusto si manifesta nella pittura e nella scultura ufficiali, nella letteratura volta a celebrare
redamento e nella moda (lo stile impero). Ma al di là del Neoclassicismo scenografic e
celebrativo, vi è nell'età napoleonica un Neoclassicismo dalle motivazioni ben più

Gli influssi neoclassici

profonde, che raccoglie quanto vi è di autentico nel pensiero di Winckelmann. E il caso

nell'opera foscoliana

di oscolo, in particolare nelle Grazie (- Pp. 519 e ss.): qui l'antico è visto come un mon. do di
armonia, bellezza, luminosa vitalità e serenità, contrapposto ad un presente inerte, oscuro o
peggio imbarbarito; la classicità appare una sorta di Eden in cui immergersi
nostalgicamente, in cui cercare rifugio dal traumi della storia, un alternativa alle delusioni
politiche, al dispotismo e alla ferocia disumana della guerra, dunque in una disposizione
d'animo già apertamente romantica. E tuttavia in Foscolo l'antico non è un paradiso
interamente e definitivamente perduto, che possa essere oggetto solo di una nostalgia
sterile e disperata. Per lui la grande civiltà italiana ha raccolto l'eredità di quella greca e ne
ha continuato lo spirito e le forme; ed in lui, italiano e greco insieme, «pien del nativo aër
sacro», resiste ancora la fiducia di poter far rivivere l'antico nell'armonia dei propri versi, in
modo che la poesia agisca con funzione purificatrice sulla feroce barbarie ( Lessico, p. 141)
presente, ristabilendo modi di vita più nobili, sereni e umani. Data questa fiducia, la
"nostalgia" di Foscolo è ancora in parte al di qua di quella romantica: non è una fuga in una
sola direzione, lontano dal presente, ma un movimento complesso di fuga e ritorno (come si
vedrà meglio nella lettura delle Grazie, > 711, p. 521).

1 Il Preromanticismo

haduce il dole

Una nuova sensibilità

cultura italiana anche tendenze che esteriormente appaiono opposte a quelle neoclassi-che.
Se il gusto neoclassico, nella letteratura come nelle arti, è caratterizzato dalla compostezza
e dalla calma, dalla serenità e dal dominio del mondo passionale, dalla contemplazione di un
bello oggettivo, ideale, dall'armonia delle linee e dalla luminosità levigata e nitida delle
forme, queste altre tendenze, che si possono riconoscere all'interno delle opere di scrittori
neoclassici, come Vincenzo Monti (› A5, p. 447), Ippolito Pindemonte e lo stesso Ugo
Foscolo (› cap. 2, p. 456). Tali tendenze si manifestano come esasperazione passionale e
soggettiva, concentrazione gelosa sull'io, amore per il primitivo, il barbarico e l'esotico
( Lessico, p. 217), per atmosfere malinconiche e lugubri, cupe e tenebrose, dominate
dall'idea e dalla presenza ossessiva della morte, e, infine, come predilezione per una natura
grandiosa e tempestosa, selvaggia e desola-
Le influenze straniere alla letteratura italiana

Questi elementi penetrano in Italia già a fine Settecento, essenzialmente per suggestione di
opere straniere che hanno larga diffusione in Europa e che vengono presto tradotte anche in
italiano. Il gusto del sentimentale, quello che i francesi chiamano sensiblerie ("sensibilità"),
cioè attenzione alla vita del cuore, predilezione per la commozione, per le situazioni
affettuose e tenere, per il patetico e per le lacrime, è legato soprattutto alla diffusione delle
opere di Jean-Jacques Rousseau (+ A4, p. 188), in particolare del romanzo epistolare (+
Microsaggio, p. 423) Giulia, o la nuova Eloisa ( T2, p. 429). Ma molta influenza ebbero
anche i romanzi epistolari di Samuel Richardson (1689-1761), Pame-

è talo

La (1740-41) e Clarissa (1748). A questi si aggiunse il vasto successo del romanzo giova-

scrinare

p. 433), noto in Italia già negli anni Ottanta.

nile di Goethe, anch'esso in forma epistolare, I dolori del giovane

Le componenti classiche, illuministiche e preromantiche

Nella formazione di Foscolo conversero le componenti tipiche della cultura del suo tempo: la
tradizione classica, i principi illuministici e le più moderne tendenze preromantiche.

La formazione letteraria del giovane poeta si compì inizialmente nell'ambito del gusto
arcadico; ben presto però, a questa letteratura formalmente elegante ed elaborata ma dai
contenuti leggeri e disimpegnati, si aggiunse il modello dei grandi classici latini e greci, oltre
a quelli italiani, in particolare Dante e Petrarca. Tra i moderni, Foscolo guardava con
ammirazione al rigore morale e civile di Parini e alla fiera indipendenza, all'ansia di libertà di
Alfieri. Al tempo stesso subì le suggestioni del sentimentalismo di Rousseau

• p. 429) e del Werther di Goethe (• p. 433), della grandiosa cupezza barbarica dei Canti di
Ossian di Macpherson (• p. 443), e dei toni malinconici dei poeti "cimiteriali"

inglesi (• p. 424), da lui interpretati in chiave laica, civile e patriottica.

s cin p dc d auen flosfo rane 230), an ailo ocica paibrace.

sti, e in particolare di Rousseau, dal quale ereditò il culto della natura come fonte di tutto ciò
che è autentico e positivo, nonché il culto della passionalità intensa. Seguendo il pensiero
del Alosofo francese, inoltre, negli anni giovanili Foscolo abbracciò le posizioni giacobine (+
Lessico, p. 220), che si fondavano su concezioni democratiche ed egualitarie La visione
rousseauiana della società si fondava sul presupposto dell'oricinaria, naturale bone
dell'uomo, che era stata poi corrotta dallo sviluppo della civiltà. Più tardi Foscolo si stacco da
questi principi, abbracciando le concezioni più aspramente pessimistiche di Machiavelli e del
filosofo inglese Thomas Hobbes (1588-1679), che lo inducevano, al contrario, a credere
nell'originaria malvagità dell'uomo, in perenne conflitto con gli altri uomini per sopraffarli e
imporre il suo dominio. La società gli apparve allora come una guerra di tutti contro tutti, in
CuI trionfa solo la legge del più forte.

Il materialismo

L'influenza dei classici


greci e latini

La negazione del trascendente

La concezione eroica della vita

diretta dalla lettura di alcuni pensatori e poeti classici, come i greci Democrito (V-IV secolo
a.C.) ed Epicuro (IV-III secolo a.C.) e il latino Lucrezio (I secolo a.C.). Si tratta del
materialismo, la posizione di chi ritiene che tutta la realtà sia materia, ed esclude quindi lo
spirito, se non come prodotto della materia stessa. Ne deriva la negazione del trascendente
e della sopravvivenza dell'anima dopo la morte. Tutto il reale non è che un perpetuo moto di
aggregazione di elementi materiali, che poi si disgregano per andare a formare altri corpi. Il
mondo quindi non è retto da una superiore intelligenza, ma da una cieca forza meccanica, e
la morte segna l'annullamento totale dell'individuo.

Foscolo però si rese ben presto conto che seguendo i principi del materialismo si rischiava
di negare il fondamento di ogni valore superiore, ideale; inoltre era consapevole che il
pessimismo poteva facilmente generare negli uomini indifferenza, fatalismo, passività. Nella
coscienza del poeta queste posizioni filosofiche entrarono dunque in contrasto con la visione
attiva ed eroica della vita, provocando in lui una profonda insoddisfazione e spingendolo a
cercare alternative per recuperare la dimensione ideale dell'esistenza, anche se egli non
arrivò mai a superare le concezioni materialistiche e meccanicistiche.

Il valore della bellezza

La funzione

civilizzatrice dell'arte

La funzione patriottica

( La funzione della letteratura e delle arti

Un fondamentale valore alternativo che Foscolo propone è la bellezza, di cui sono custodi e
depositarie la letteratura e le arti. A queste ultime Foscolo assegna il compito di depurare
l'animo dell'uomo dalle passioni che nascono dai conflitti della vita asso-ciata, di consolarlo
delle sofferenze e delle angosce del vivere. Ma, accanto a questo com-pito, alla letteratura e
alle arti è assegnato un fine più alto: rasserenando e purificando l'animo dell'uomo esse lo
rendono più umano, lo allontanano dalla condizione feroce che continua a permanere in lui
dai tempi primitivi e che lo spinge alla violenza e alla guerra fratricida, gli insegnano il
rispetto per gli altri uomini e la compassione per i deboli e i sofferenti. La letteratura e le arti
hanno quindi per Foscolo un' inestimabile funzione civilizzatrice. Inoltre esse, poiché hanno
anche il compito di tramandare le memorie di un popolo, garantendone in questo modo la
coesione, svolgono una straor-

(come quello italiano) in una nazione civile e moderna.

dinaria funzione patriottica, necessaria per trastormare un popolo diviso e arretrato

interrotta

successive

lodelli
Le Ultime lettere di Jacopo Ortis

Il modello del Werther

Videolezione

La prima opera importante di Foscolo fu il romanzo intitolato Ultime lettere di Jacopo Ortis.
Una prima redazione fu parzialmente stampata dal giovane scrittore a Bologna nel 1798, ma
restò interrotta quando egli decise di arruolarsi nella Guardia Nazionale per combattere
contro gli Austro-Russi. Lo stampatore, per poter vendere il libro, lo fece concludere da un
certo Angelo Sassoli senza l'autorizzazione dell'autore. Il romanzo fu ripreso da Foscolo e
pubblicato a Milano, con profondi mutamenti, nel 1802. Su di esso lo scrittore ritornò ancora,
durante l'esilio, ristampandolo nel 1816 a Zurigo e nel 1817 a Londra, con ritocchi ed
aggiunte. L'Ortis è dunque un'opera giovanile, ma anche un'opera che Foscolo sentì come
centrale nella sua esperienza, se vi ritornò a più riprese a distanza di parecchi anni.

Si tratta di un romanzo epistolare, una forma di narrativa che aveva goduto di larga fortuna
nel Settecento europeo ( Microsaggio, p. 423): il racconto si costruisce attraverso una serie
di lettere che il protagonista scrive all'amico Lorenzo Alderani (con alcuni interventi narrativi
dell'amico stesso). Il modello fondamentale a cui Foscolo guarda è soprattutto I dolori del
giovane Werther di Goethe (1774, • p. 433), anche se non è da trascurare l'influsso della
Nuova Eloisa di Rousseau (1761, » p. 429).

napoleonica

Goethe e il conflitto tra l'intellettuale e

la società

am

pic

sar

CO

Microsaggio

Il sistema dei personaggi

nell'Ortis

Il conflitto di Werther con la società

La lettera da Ventimiglia:

dalle Ultime lettere di. Jacopo Ortis

La morte come unica

Il nichilismo e la ricerca di valori positivi

LESSICO
il nichilismo (dal latino nihil, "nulla") è un orientamento filosofico che nega l'esistenza di

si valore e propone

eggiamento di ciale di rifiuto nei nti della realtà.

un interesse narrativo

464

conflitto con un contesto sociale in cui non può inserirsi. Goethe per primo aveva cipo un
motivo che sarà poi centrale nella cultura moderna; ed aveva avuto la genial intuizione di
rappresentare il conflitto attraverso una vicenda privata e psicologica, sul terreno dei rapporti
amorosi: il matrimonio infatti rappresentava nella cultura borghese

Lo stile

del tempo il segno più evidente dell'inserimento positivo di un giovane nella società

Foscolo riprende questo nucleo tematico, sviluppandolo in relazione alle particolari ca-

LESSICO LETTERARIO

'enfasi (dal greco

"esibizione")

ratteristiche del contesto italiano dei suoi anni.

emphasis,

retorica o oratoria indica un modo di esprimersi

solenne e altisonante, al fine

‹ La delusione storica

di dare particolare rilievo

Come si vede, il conflitto sociale, che nel Werther si misura essenzialmente sul piano

alle frasi o parole utilizzate.

privato dei rapporti personali, qui si trasferisce anche su un piano politico. Ma sonoi

Il Sesto tomo dell'io

caratteri stessi del conflitto che si trasformano. Il dramma di Werther è quello di non riuscire
a trovare una collocazione nella società: da un lato egli non può identificarsi con la sua
classe di provenienza, poiché la passionalità intensa e la superiore sensibilità del giovane
artista sono respinti dal mondo borghese, che si fonda sulla razionalità, sul calco-lo, sul culto
dell'ordine; dall'altro l'artista borghese è respinto anche dall'aristocrazia, che è ancora la
classe dominante, chiusa ottusamente a difesa dei suoi privilegi di casta.
Diverso è il dramma di Jacopo: non tanto l'urto contro un assetto sociale ferreo che lo
respinge, quanto il senso angoscioso di una mancanza, il non avere una patria, un tessuto
sociale e politico entro cui inserirsi. Il fatto essenziale è che il Werther fu scritto prima della

Visi

Rivoluzione francese, l'Ortis dopo; dietro il giovane Werther c'è la Germania dell'assoluti-
smo principesco, caratterizzata dal dominio sociale dell'aristocrazia e da una borghesia vile
e reazionaria; dietro il giovane Ortis c'è invece l'Italia dell'età napoleonica, con i suoi
tumultuosi rivolgimenti e il delinearsi del nuovo regime oppressivo del "tiranno" straniero. In
Werther c'è la disperazione che nasce dal sentire il bisogno di un mondo diverso, senza
però intravedere alcuna possibilità concreta di una trasformazione profonda; in Jacopo c'è
invece la disperazione che nasce dalla delusione delle speranze patriottiche e democratiche,
dal vedere la libertà finire in tirannide, dal rendersi conto che lo strumento rivoluzionario è
ormai impraticabile (T1, p. 466, e T2, p. 469). Non essendovi alternative possibili nella realtà
storica, l'unica via che si offre ad Ortis per uscire da una situazione negativa, al tempo
stesso insostenibile e immodificabile, è la morte.

Però, pur nascendo da una situazione così disperata e pur approdando ad una conclusione
così negativa (il suicidio dell'eroe), l'Ortis non è solo un'opera nichilistica. Al suo interno si
trova già una ricerca di valori positivi, che possano permettere di superare gli enormi ostacoli
posti dalle condizioni storiche: la famiglia, gli affetti, la tradizione culturale italia-na, l'eredità
classica, la poesia. Questi motivi saranno sviluppati nelle opere successive, so-prattuto nei
Sepolcri, che rappresentano una sintesi del pensiero foscoliano. Il nichilismo è dunque solo
uno degli elementi che caratterizzano il pensiero di Foscolo, che subirà nel tempo un lungo
percorso di evoluzione e proporrà di conseguenza diverse soluzioni.

‹ L'Ortis e il romanzo moderno

Nel panorama letterario italiano del primo Ottocento l'Ortis rappresenta un'opera
fondamentale non soltanto perché riesce a cogliere acutamente i problemi che si pongono
alle generazioni postrivoluzionarie (T3, p. 474), ma anche perché si avvicina al modello del
romanzo moderno, già largamente diffuso in ambito europeo. Non si può dire tut tavia che
l'Ortis inauguri propriamente il genere del romanzo in Italia, poiché non vi è in esso un
autentico interesse narrativo a costruire un intreccio di eventi, ad evocare

ambienti sociali, a dipingere personaggi e psicologie autonome, come avveniva ad esempio


nella Nuova Eloisa di Rousseau o nel Werther di Goethe: in Foscolo prevalgono
decisamente gli intenti lirici, saggistici e oratori (* Lessico letterario, p. 417). Più che un
racconto l'opera appare infatti come un lungo monologo, in cui l'eroe si confessa con intenso
pathos (› Lessico letterario, p. 25) e al tempo stesso si abbandona ad una lunga serie di
meditazioni filosofiche e politiche (+ 74, p. 476; T5, p. 479) o ad appassionati discorsi.

Tutto ciò si riflette sullo stile: l'opera è scritta in una prosa aulica, pervasa da una continua
tensione al sublime ( Glossario); la sintassi è complessa, sul modello classico, e i concetti
vengono rafforzati per mezzo di frequenti antitesi o simmetrie, da trapassi im-provvisi, da
continue ellissi ( Glossario); spesso, poi, l'enfasi retorica ha il sopravvento, oppure si
riconoscono rimandi più o meno espliciti ad alcuni famosi passi di autori della tradizione
classica o italiana.

Parallelo all'Ortis è un altro progetto narrativo di carattere molto diverso, che risale
probabilmente al 1801: il Sesto tomo dell'io, rimasto allo stato di semplice abbozzo
frammentario. Avrebbe dovuto essere anch'esso un'opera autobiografica, in prima perso-na,
ma, a differenza dell'Ortis, l'atteggiamento di Foscolo è umoristico, fatto di distacco ironico e
di saggezza contemplativa. In queste pagine si possono cogliere già alcune influenze
provenienti dalla lettura del Viaggio sentimentale di Laurence Sterne, che lo scrittore
tradusse in italiano nel 1813 e che gli ispirò la creazione della "maschera" di Didimo
Chierico, l'antitesi di Jacopo Ortis (• p. 524

Potrebbero piacerti anche