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15 Capaldi

Il libro di Donatella Capaldi, 'Momo. Il demone critico tra mito, filosofia e letteratura', esplora la figura di Momo attraverso un'analisi comparatistica che collega mito, filosofia e letteratura, evidenziando il suo ruolo come simbolo di critica e satira. Capaldi analizza le interpretazioni di Momo da parte di umanisti come Leon Battista Alberti ed Erasmo da Rotterdam, sottolineando l'importanza del riso critico e della denuncia sociale. Il volume si conclude con una riflessione sull'eredità della satira nella cultura europea, evidenziando la sua complessità e rilevanza storica.

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Il libro di Donatella Capaldi, 'Momo. Il demone critico tra mito, filosofia e letteratura', esplora la figura di Momo attraverso un'analisi comparatistica che collega mito, filosofia e letteratura, evidenziando il suo ruolo come simbolo di critica e satira. Capaldi analizza le interpretazioni di Momo da parte di umanisti come Leon Battista Alberti ed Erasmo da Rotterdam, sottolineando l'importanza del riso critico e della denuncia sociale. Il volume si conclude con una riflessione sull'eredità della satira nella cultura europea, evidenziando la sua complessità e rilevanza storica.

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Enthymema V 2011

Donatella Capaldi, Momo. Il demone cinico tra mito,


filosofia e letteratura
Lucia Rodler
Università IULM, Milano

Il libro Contatti
Recensiamo il libro di Donatella Capaldi, Momo. Il de- [Link]@[Link]
mone critico tra mito, filosofia e letteratura, Liguori Editore,
Napoli, 2011.

Agli uomini mancano molte cose. Una in particolare è diventata topos letterario, cioè
l’assenza di una finestra aperta sul cuore da cui scorgere l’interiorità. Il primo a
denunciare questa imperfezione è Momo, consigliere di Zeus, in una favola di Esopo che
conosce numerose rielaborazioni. Nel quattrocento ad esempio, il Momo di Leon
Battista Alberti vorrebbe l’anima all’altezza delle sopracciglia che mostrasse la ragione
piuttosto che il cuore e le passioni. Almeno ci fosse uno specchio dinanzi al petto,
afferma a fine Cinquecento il Momo di Tommaso Garzoni da Bagnacavallo, per
verificare la virtù di chi è stato eletto dagli dei a governatore del mondo. Queste
immagini sono ricordate dalla comparatista Donatella Capaldi in uno studio vasto e
preciso (come testimoniano tra l’altro le ampie note a piè di pagina e l’articolata
bibliografia finale), da poco edito presso l’editore Liguori. I meriti di questo volume sono
almeno due: la ricchezza puntuale dell’analisi tematica sul demone Momo, figura ibrida e
perciò moderna, tra mito, filosofia e letteratura (come precisa il sottotitolo) e l’originalità
di una ricerca comparatistica che muove da un’immagine esemplare per indagare
questioni antropologiche e letterarie ancora aperte, ed in particolare la storia del riso
(gioviale, comico, beffardo) e la morfologia del genere satira.
Dio del biasimo, figlio della notte e fratello della discordia (secondo Esiodo), Momo
rappresenta l’invettiva sin dal mondo classico (Esopo e Luciano tra gli altri) che lo
sovrappone spesso al filosofo cinico Diogene, altra figura della mordacità (cap. I: Il dio
dell’invettiva), e a Dioniso, dio della verità attraverso l’ebbrezza (cap. II: Il dio della follia). E
proprio l’apparentamento con la ritualità del banchetto dionisiaco ne garantisce la
sopravvivenza nella tradizione folclorica medioevale e rinascimentale delle momerie e del
carnevale, di cui la Capaldi ricostruisce i rapporti con il riso cristiano in forma sardonica
(contrapposta a quella ilare del beato), stimolando nuove precisazioni sulle origini
europee del Momo del carnevale sudamericano contemporaneo.
A questo punto il volume si sofferma con cura sull’interpretazione offerta da due
umanisti: Leon Battista Alberti e Erasmo da Rotterdam. Negli anni quaranta del XV
secolo l’autore italiano amplifica la tradizione lucianea, raccontando le peripezie di
Momo sul doppio palcoscenico della vita celeste e di quella terrestre. Nuovo anche nel
genere – dialogo lucianesco e diatriba cinico-stoica – il Momus (insieme ad altre opere che
la Capaldi analizza con acume) serve ad Alberti per contrapporre all’ottimismo degli
umanisti ciceroniani (che, con Leonardo Bruni, considerano la virtù un piacere terreno)
Donatella Capaldi, Il demone cinico
Lucia Rodler

ben cinque tipologie di riso critico: quello cinico alla Diogene (quando Momo motteggia
gli dèi e gli uomini a proposito dell’anima all’altezza delle sopracciglia), nichilista alla
Luciano (nel giudizio sulle professioni), dissimulatore (alla corte di Giove, dove Momo
sopravvive solo chiudendo la finestra sul proprio cuore), buffonesco (nell’elogio della
marginalità del vagabondaggio) e utopista nel momento in cui Momo intende convincere
Giove a rifondare il mondo, ascoltando anche la follia critica di Democrito, il filosofo del
riso classicamente abbinato a Diogene. Ma Giove comprende troppo tardi l’importanza
di valorizzare l’atteggiamento con cui Momo mette ognuno di fronte ai propri limiti.
Vettore narrativo multiforme, oltre che emblema proverbiale dell’impeto di denuncia,
è anche il Momo di Erasmo che rappresenta, insieme a Diogene, una tradizione cinica
che rifiuta l’adulazione, in particolare quella nei confronti dell’autorità cattolica (nella
satira menippea Julius, cioè Giulio II). E non manca una sorpresa che riguarda l’opacità
corporea: se in generale Momo e Diogene colpiscono i vizi umani celati dietro belle
apparenze, negli Adagia Erasmo ricorda che anche Diogene nasconde qualcosa: egli è un
il sileno, statuetta grottesca di un personaggio vicino a Dioniso, che mostra all’interno
una immagine divina, secondo un topos socratico-platonico altrettanto fortunato di quello
della finestra sul cuore. Ma, in questo caso, la scoperta di segno positivo (in quanto un
involucro deforme copre un’effigie sacra) rinforza uno spirito critico che ricorda gli
apostoli e Cristo in una singolare sintesi umanistica e cristiana.
Tra quattro e cinquecento, dunque, le armi della satira si pongono al servizio
dell’etica, mentre alcuni letterati cercano di fare il punto su un genere ancora non ben
conosciuto (cap. IV, 4: La teoria della satira). E qui la Capaldi ricostruisce con precisione le
ipotesi sull’origine, la morfologia e le funzioni della satira proposte nella tarda antichità e
nel rinascimento: dal grammatico Diomede a Giovanni Tortelli, da Niccolò Perrotti a
Giorgio Merula, da Angelo Poliziano a Cristoforo Landino, da Baldassar Castiglione a
Francesco Robortello, da Celio Secondo Curione a Giovan Giorgio Trissino, da
Francesco Sansovino a Isaac Casaubon. Le questioni sono i rapporti con la commedia e
il dramma satiresco, la tradizione greca e quella romana, la variante della menippea,
quella urbana di Orazio, le forme del riso e del motteggio: nodi teorici che rendono il
volume della Capaldi indispensabile per chi si occupa di un genere che si complica
ancora quando intreccia il dramma shakespeariano (Re Lear, ad esempio) e il romanzo
(non solo picaresco). All’eredità del genere della mordacità nella cultura europea è
dedicato l’ultimo capitolo che descrive in modo convincente le maschere di Momo in
Aretino, Giordano Bruno, Cervantes, nel Lazzarillo, solo per citare gli esponenti più
illustri di un pensiero ibrido e laico che il libro della Capaldi ricostruisce in modo
esauriente ed efficace.

Enthymema, V 2011, p. 277


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