Manual e
Manual e
La politica è l’attività o il processo attraverso cui determinati gruppi o comunità1 raggiungono e applicano decisioni vincolanti che
incidono sulla collettività nel suo complesso. Ha il compito di organizzare la vita pubblica dei cittadini che poi si riflette anche in
quella privata, ma non solo poiché riflette anche sui processi di sviluppo, sui servizi, quindi in sostanza sulla qualità del vivere
insieme agli altri. La politica dunque è un processo che rimanda a elementi sociali, come valori e atteggiamenti, ma anche a
pratiche istituzionali, formalizzate. Questa essendo un concetto poliedrico2 presenta tre dimensioni fondamentali:
Politics che rimanda all’aspetto procedurale della politica, in particolare al potere e al conflitto tra gli attori politici, sulla base di
visioni ideologiche differenti e dell’azione di rappresentanza di interessi diversi ma presenti in una società complessa (Es.
Controllo delle istituzioni, la competizione politica ecc.).
Polity che richiama la cornice istituzionale nella quale si sviluppa l’azione politica. Lo stato è la polity per definizione, ma le
polities sono anche sub e sovranazionali. Richiamando i confini fa riferimento anche alla dimensione identitaria.
Policy che esplicita l’elemento di maggior concretezza dell’azione politica: il governo della comunità. Rimanda alle decisioni
implementate per affrontare i problemi o tracciare gli scenari di sviluppo di una comunità. È l’output del sistema politico, le
politiche pubbliche, le misure di intervento sul territorio e sui cittadini.
Lo studio della politica quindi è intrecciato allo studio della società e questo viene affermato non solo per le tre declinazioni dati
alla politica, ma soprattutto per la stretta interazione tra le tre dimensioni e le scienze sociali che sono fondamentali per capire la
sfera politica.
Per l’importanza dell’attività politica nella vita comunitaria, studiarne il suo rapporto con la società, ma anche, viceversa,
studiare la società in rapporto alla politica diventa fondamentale per la definizione di una comunità nei suoi molteplici significati.
Quindi possiamo dire che i cittadini si attivano nello scenario pubblico cercando di influenzare il processo decisionale,
interagendo con la dimensione istituzionale dell’attività di governo. Lo studio della politica ha: 1. un fine conoscitivo, in termini di
conoscenza distaccata, avalutativa, dei processi umani, ai quali appartiene la politica. 2. ma anche una dimensione normativa,
vista la desiderabilità del miglioramento del nesso società-politica per la qualità del vivere comunitario e per il bene comune.
Gli «approcci teorici» possono essere definiti come scuole di pensiero che giustificano il modo in cui si procede con l’attività di
studio, in questo caso della politica. Fare ricerca significa porsi domande, formulare ipotesi con metodo, affinché si possa
giungere a delle risposte. Bisogna andare oltre le competenze metodologiche e il ricercatore deve essere considerato come
«pensatore consapevole», ossia:
1
realtà sociale che rimanda ad elementi come condivisione di valori, legami sociali, obiettivi comuni tra quanti sono parte di un
determinato contesto.
2
che presenta molti aspetti
↪ ISTITUZIONALISMO. Mira all’analisi delle istituzioni, come si strutturano e come funzionano. Per questo approccio è importante
lo studio comparato, ovvero confrontare le istituzioni tra diverse realtà spaziali. (es Paesi, regioni, ecc…)
Per il concetto di “istituzione” centrale per le discipline sia sociologiche sia politologiche, si hanno definizioni in parte differenti
ma tra loro intrecciate: per quella sociologica si rimanda a modelli complessi di comportamento, condivisi, quindi ricorrenti in un
contesto sociale perché hanno un valore riconosciuto in una determinata comunità, mentre per quella politologica rimanda
invece a un’organizzazione formale, ruoli formalizzati, regole e procedure.
ESEMPI: 1. La/le legge/i elettorale/i che, conseguentemente, si riflettono sul/sui modello/i di comportamento di voto messo/i in
pratica dai cittadini quando sono chiamati alle urne. L’analisi istituzionale però privilegia i ruoli, le procedure, le configurazioni di
natura istituzionale. 2. Studia e compara come viene eletto o nominato un capo di governo in diversi sistemi, e non s’interessa
al suo profilo sociale, al modello comunicativo adottato, al percorso di vita e all’esperienza politica pregressa.
Le istituzioni possono essere classificati in:
↪ STRUTTURALISMO. Una sorta di «via intermedia» tra l’individuo e l’attenzione alla dimensione formale delle istituzioni.
Si tratta di un approccio sociologico che pone particolare attenzione alla struttura delle relazioni sociali, al network di nodi e alle
connessioni tra questi (gruppi, classi, individui , leader). Ha approccio strutturale:
• Enfatizza le relazioni oggettive tra gruppi sociali, inclusi le classi sociali e lo Stato
• I vari interessi dei gruppi e le posizioni reciproche (anche conflittuali) influenzano la configurazione del potere e rendono
possibile il cambiamento
• Marginalizzazione degli aspetti culturali, ideologici e valoriali
Lo strutturalismo è un approccio particolarmente aperto a captare l’evoluzione del sistema politico, sia rispetto agli
istituzionalisti sia ai comportamentisti, ponendo lo sguardo sul concetto di relazione e al loro mutamento:
a) da un lato ridimensiona la centralità dell’individuo, dei suoi attributi personali, dei suoi atteggiamenti e delle sue valutazioni;
b) dall’altro va oltre l’idea di «istituzione», sottolinea l’importanza delle relazioni strutturali in una società
↪ INTERPRETATIVISMO. Questo approccio interpreta i valori. La questione delle identità e delle idee sta alla base dell’approccio
interpretativista. Dietro l’accettazione o meno di determinate prassi ci sono motivazioni, valori, significati che danno forma al
comportamento degli individui: all’azione sociale. Il sentirsi di destra o di sinistra, il sentimento di appartenenza a una nazione,
il legame con uno stato e l’idea stessa di «stato», per fare qualche esempio, non sono entità fisiche, ma costruzioni mentali
prodotte nel corso dell’interazione sociale. L’approccio interpretativo pone la sua attenzione sulla «costruzione» di questi
significati che diventano realtà. Del resto la politica è anche ideologia e cultura, si basa su significati.
PARADIGMI: SPIEGAZIONE E COMPRENSIONE
Con il termine «paradigma» si fa riferimento a una prospettiva che va oltre una semplice teoria e che prevede uno stretto
legame tra approccio teorico e criteri di ricerca empirica. L’adozione di un paradigma presuppone la condivisione, all’interno di
una comunità scientifica, di tre questioni di fondo:
1. ONTOLOGICA, le caratteristiche della realtà sociale da studiare e quindi il modo in cui viene considerata: il «che cosa» si studia
2. EPISTEMOLOGICA, il rapporto tra chi studia la realtà, l’osservatore, il ricercatore, e l’oggetto di studio: tra «chi» e il «che cosa».
3. METODOLOGICA, le modalità attraverso cui studiare quella determinata realtà, quali criteri e quali tecniche di ricerca utilizzare: il «come».
METODO E TECNICHE
Lo studio del rapporto tra società e politica passa attraverso l’adozione di strategie di indagine e quindi di scelte che lo studioso
deve compiere nelle diverse fasi del processo conoscitivo. A seconda dell’approccio teorico e degli obiettivi dell’indagine
verranno utilizzati uno o più percorsi di ricerca empirica. Volendo costruire delle tecniche di ricerca si deve fare riferimento a due
ambiti di metodo: qualitativo e quantitativo. Si tratta di approcci di ricerca che sono stati molto utilizzati negli studi di tipo politico
e sociale, segnando la storia dello sviluppo dei metodi di ricerca empirica. In certi casi, alcuni di queste indagini sono diventate
dei classici della ricerca socio-politica. Il compito del ricercatore simile all’imprenditore:
• combinazione dei fattori produttivi in presenza di restrizioni e di vincoli, disponendo di risorse limitate e di economie esterne.
• a ogni passo si deve scegliere se affidarsi a collaborazioni esterne per un certo compito, oppure seguire in proprio un sentiero
battuto, oppure un altro appena tracciato, oppure più sentieri in combinazione;
• scegliere se ripercorrere fedelmente questi sentieri, oppure tentare brevi variazioni di percorso (modifiche a tecniche esistenti),
oppure addentrarsi nella foresta, immaginando procedure del tutto nuove, magari per confrontare gli esiti a quelli delle tecniche
esistenti»
I rischi della ricerca sono routinizzazione, parcellazione e mancanza di una sufficiente base teorica
Le tecniche quantitative
➢ L’inchiesta campionaria (sondaggio di opinione o survey) «è un modo di rilevare informazioni: a) Interrogando b) Gli
stessi individui oggetto della ricerca c) Appartenenti ad un campione rappresentativo d) Mediante una procedura standardizzata
di interrogazione (questionario identico per sequenza e contenuti) e) Allo scopo di studiare le relazioni esistenti tra le variabili»
Si tratta di una tecnica importante perché l’utilizzo di un campione probabilistico permette di generalizzare i risultati all’intero
universo dal quale il campione è stato [Link] generalizzazione dei tratti sociali legati a uno stile di comportamento è uno dei
punti centrali dell’approccio comportamentista. Così diventa possibile rilevare atteggiamenti e comportamenti.
In questa tipologia di tecnica si ha il passaggio da straw polls alle moderne tecniche utilizzate nello svolgimento di indagini
campionarie che è stato facilitato dallo sviluppo della riflessione sul fronte metodologico e statistico. Progressivamente si sono
affinate le possibilità tecniche e pratiche relativamente al campionamento, all’analisi statistica dei dati quantitativi e alle modalità
di rilevazione. Vi è una struttura standardizzata di interrogazione che avviene tramite un questionario e può avvenire: Dal Face
to face. intervista personale, si passa a nuove tecniche: computer (CAPI), telefono (Cati), telefonia mobile (CAMI), via internet
(cawi); PAPI, dove il questionario può essere autocompilato dagli stessi rispondenti dopo un invio postale oppure una consegna
a domicilio. Nel caso di elezioni: a) pre-elettorali b) exit polls3 o in-house polls4 - Logica Trasversale o longitudinale (PANEL5 o
trend) - proiezioni. Infine possiamo dire che si possono utilizzare campioni non probabilistici che non permettono di
generalizzare i risultati alla popolazione da cui sono stati estratti.
➢ Le fonti statistiche ufficiali rappresentano una base informativa di grande utilità per la ricerca socio-politica. La disponibilità
database pubblici in Rete, dove i dati sono già in formato digitale offre grandi opportunità di ricerca e rappresentano
un’importante risorsa per gli studiosi.
• Unità di analisi ovvero porzione del territorio: individui e basi territoriali più ridotte (es. Provincia, Comune, sezione elettorale)
• indagini ad hoc o censimenti: che sono molto utili per questo tipo di ricerca poiché offrono dati di diversa natura rilevati alla
stessa porzione di territorio. Questi dati vengono poi analizzati mettendoli in relazione a diverse altre informazioni relative a
quella porzione di territorio e questo può creare delle serie storiche analizzando come un determinato fenomeno o meglio, gli
indicatori che rappresentano tale fenomeno, sono evoluti nel tempo.
• rischio di fallacia ecologica ovvero delle relazioni trovate analizzando i dati territoriali che possono non essere confermate con
dati raccolti a livello individuale. Con questa modalità si può ricondurre un comportamento individuale ad un attributo del
territorio.
3
sondaggio effettuato tra gli elettori dopo l’espressione del voto da parte di questi presso un seggio elettorale
4
dati statistici sui risultati elettorali, ricavati da sondaggi effettuati su un campione di elettori dopo il voto
5
Procedimento di raccolta a carattere continuativo di informazioni statistiche eseguito su un campione rappresentativo
Questo quasi-esperimento si articola in diverse fasi:
⤻ Organizzazione del sondaggio con un questionario
standardizzato con campione [Link] dallo loro i
materiali informativi riportanti le diverse posizioni rispetto alla
questione oggetto del processo deliberativo
⤻ Sono a contatto con esperti e politici che sostengono diverse
posizioni esistenti
⤻ Si formano piccoli gruppi di discussione faccia a faccia,
composti da una decina di persone, con la presenza anche di
un moderatore che ha il compito di coinvolgere tutti al dibattito
⤻ Il questionario viene somministrato una seconda volta con gli
stessi contenuti di quello fatto in precedenza
Le tecniche qualitative
➢ L’intervista è una conversazione a) provocata dall’intervistatore, b) rivolta a soggetti scelti sulla base di un piano di
rilevazione e c) in un numero consistente, d) avendo finalità di tipo conoscitivo, e) guidata dall’intervistatore, f) sulla base di uno
schema flessibile e non standardizzato di interrogazione. Possiede un paradigma costruttivista: accedere al punto di vista del
soggetto studiato (definizione della situazione, motivazioni, interpretazione dell’azione propria e degli altri). Si intervista un
numero limitato di persone rispetto agli ampi campioni probabilistici utilizzati nei sondaggi di opinione: spesso si ricorre alla
figura del testimone privilegiato come soggetto da intervistare.
➢ Il focus group è una tecnica di ricerca utilizzata l’intervista di gruppo come strumento di rilevazione delle informazioni. Si
tratta di un modello di indagine sperimentato già negli anni Quaranta del secolo scorso da Paul F. Lazarsfeld. E’ un’intervista di
focalizzate di gruppo prevedono il coinvolgimento degli intervistati in una situazione particolare, come la condivisione di
un’esperienza comune. Questa tecnica è stata lungamente utilizzata nell’ambito delle ricerche di mercato e solo più di recente si
è sviluppato l’interesse per questo strumento nelle scienze sociali e negli studi politici. Il gruppo selezionato sarà composto di
persone estranee e relativamente omogenee sotto il profilo socio-culturale. Un’eccessiva differenza sociale tra i soggetti
selezionati, infatti potrebbe innescare dinamiche di gruppo controproducenti rispetto ai requisiti di coinvolgimento e
partecipazione di tutti gli individui nella discussione di gruppo.
Tecniche miste
➢ Studio dei documenti con questo strumento ci si riferisce all’analisi di materiali che vengono prodotti, non tanto dal
ricercatore, ma dalle persone o da istituzioni indipendentemente dall’uso che ne verrà poi fatto dallo studioso. Si tratta di
materiali che contengono informazioni sul fenomeno che si intende studiare, infatti l’analisi che viene svolta su documenti
personali e privati privilegia fonti quali i diari, ma il ricercatore può ricorrere anche a documenti istituzionali, prodotti da
organizzazioni: materiali di enti e mezzi di informazione.
↝Tecniche di analisi : analisi del contenuto, che ha come scopo di prendere un documento verbale, non quantitativo e di
trasformarlo in dati quantitativi, occorrenze, semplice classificazione e conteggio di parole caratteristiche già selezionate in
precedenza, co occorrenze, dove si analizzano le concordanze oppure si individuano relazioni tra contenuti e fonti documentali
e poi vi è Protest events analysis che è una strategia di ricerca che tiene in particolare considerazione la variabile tempo e i cicli
dell’azione collettiva registrando lo sviluppo degli eventi di protesta in un determinato arco temporale.
➢ Studio tramite la piattaforma digitale è una nuova frontiera di ricerca che rimanda ad un approccio misto, ricorrendo non
solo all’analisi del contenuto, che combina di per sé la prospettiva narrativa e quella relazionale, ma anche altre modalità più
formalizzate dal punto di vista matematico. Studio delle tracce digitali individuali (post, likes, condivisioni), ovvero tracce, di
natura commerciale o amministrativa, che rendono conto di modelli di comportamento e vanno ad alimentare una massa
amplissima di informazioni chiamate BIG DATA. Oggi la disponibilità di big data offre una visuale aggiuntiva alla ricerca che si
potrebbe definire tradizionale. Le ricerche avendo a che fare con questi ricorrono a delle incertezze, anche di natura
metodologica, tipiche delle fasi pionieristiche. I social media offrono un patrimonio di informazioni utili per analizzare la
narrazione dei leader di partito in tempi di campagna elettorale oppure gli orientamenti politici e le discussioni dei cittadini
impegnati online. Inoltre sfruttando le risorse digitali può essere svolta a distanza senza dover necessariamente ricostruire una
situazione di laboratorio che vincola tempi e spazi nello svolgimento dell'esperimento stesso punto questo, oltre a mantenere
una situazione più naturale nel corso dell'esperimento, permette di ridurre i costi economici necessari alla sua esecuzione, e i
soggetti coinvolti possono gestire tempi e spazi con maggiore flessibilità rispetto alla modalità tradizionale. Allargare il numero
delle persone coinvolte permette non solo di approfondire l'analisi ma rende più efficiente la generalizzazione del risultato alla
più ampia popolazione dalla quale partecipanti sono stati selezionati.
Le prossime due tecniche sono approcci di ricerca utilizzati nelle scienze sociali e, in particolare, nell’analisi di realtà
politico-sociali definite e localizzate su specifici «casi» di studio. È difficile categorizzare questi modelli rispetto alla dicotomia
«qualitativo/quantitativo». Combinano diverse tecniche di ricerca.
➢ Studi di casi (case study) riconducibili a un determinato ambito territoriale (provincia o diversa area territoriale), ma anche a
un’istituzione (partito, amministrazione pubblica, policy) o a un gruppo informale (politico o civico, comitato locale, associazione
di volontariato, community online), a una famiglia o addirittura a una persona, eventi specifici (elezioni, campagne elettorali)
➢ Studi di comunità (community studies) consistono in «ricerche condotte su piccole comunità sociali (o relativamente
piccole), territorialmente localizzate, che comportano il trasferimento del ricercatore nella comunità studiata, nella quale egli si
appresta a vivere per un certo tempo»
CAPITOLO 1 - Società civile, stato e sistema politico
Lo Stato è una forma particolare di dominio politico, che si sviluppa entro un territorio definito dei suoi condivisi, alla cui base
c’è un senso di obbligazione morale a obbedire a un comando sollecitato da chi detiene il potere. (potere dipendente dal
contesto storico/territoriale). Abbiamo due tipologie di stato:
Forme di potere
Potere di disposizione: io disponibile a condividere con altri Stati
Potere di coercizione: occupazione dell’Italia in un altro Stato
Potere di manipolazione: convincere gli altri, unificando tanti soggetti
Potere tecnico: possibilità di avere delle conoscenze specifiche. IO DETENGO IL POTERE DI UNA ORGANIZZAZIONE, non
perchè sono bravo, ma perchè conosco determinati aspetti
Oggettivazione del potere: segni evidenti di potere negli oggetti, nelle forme urbane, nei costumi, nelle abitudini e nei modelli più
o meno formalizzati della vita associata. Possiamo anche considerare gli spazi che ci dicono molto su come viene distribuito in
“linea di principio”. L’idea dello Stato rimanda a due concetti:
↪POTERE designa qualsiasi possibilità di far valere entro una relazione sociale, anche di fronte a un’opposizione, la propria
volontà, quale che sia la base di questa possibilità di trovare obbedienza, presso certe persone, a un comando che abbia un
determinato contenuto.
↪LEGITTIMITÀ’ il riconoscimento dei governanti e del loro ruolo da parte dei governanti (l’obbligo morale). Viene accettato
l’esercizio del potere e il prevalere della volontà di chi lo detiene, sebbene all’interno di un modello di relazione per la sua
definizione asimmetrico
⤷ tradizionale: io obbedisco perchè si è sempre fatto così.
⤷ derivante dalle leggi: condivisione di leggi per il vivere collettivo
⤷ carismatico: può trasformarsi in un potere tradizionale
➜ marxista, prospettiva elaborata da Marx, il punto di partenza di questo approccio consiste nell’idea che il potere sia
strettamente connesso alla struttura di classe della società capitalista; quindi in mano a una definita classe sociale ed
economica: quella che controlla e detiene i mezzi di produzione.
➜ elitisti classe politica omogenea, interessi molto chiari che convergono e che governano lo Stato. Questo approccio fornisce
un’interpretazione nella quale il potere si configura storicamente come una prerogativa di poche persone: la minoranza dei
governanti che guida la maggioranza dei governanti. Gli elitisti riconoscono una debolezza insita nella teoria e nella stessa
esperienza democratica. La struttura del potere è di tipo gerarchico, quindi raffigurabile attraverso una forma piramidale. Al
vertice si colloca la minoranza che dispone di risorse politiche, sociali ed economiche che sono funzionali al controllo e nella
gestione del potere.
➜ pluralista diritti che si scontrano per dominare il potere di una città (?)approccio americano. Questa prospettiva sottolinea
come il potere non sia detenuto né da una élite né da uno specifico strato della società, ma sia diffuso tra un numero ampio di
gruppi. Quest’ultimi danno visibilità e rappresentanza a una pluralità di interessi, diversi e non necessariamente di tipo
materiale, ma anche in termini di valori e prospettive culturali. In questo scenario così strutturato non prevale in modo ricorrente
l’influenza di uno specifico gruppo nel condizionare i processi decisionali in ambito politico, ma si sviluppa una logica di tipo
competitivo tra i gruppi che lo compongono.
➜ neolelitista abbiamo delle élite. Il nocciolo sta nel macerare le questioni e non prendere decisioni rischiose. In questo
approccio il potere può essere esercitato inibendo la possibilità che alcune tematiche che diventino oggetto di conflitto ed
entrino nel processo di decisione politica. Per quanto riguarda la gestione del potere e della decisione politica, va ricordato il
successivo sviluppo del dibattito sulla teoria democratica deliberativa. Gli esperimenti che rientrano in questo approccio
normativo alla democrazia mirano a coinvolgere i cittadini nelle deliberazione contenendo il margine di potere nelle mani delle
élite politiche democraticamente elette. L’obiettivo di fondo resta quello di stringere il legame tra società e politica e rendere più
responsive le misure di intervento decise e da implementare nel territorio.
↪Russell: potere come attività e come capacità di realizzare effetti desiderati - Centralità della coercizione. Questa definizione
ha avuto delle critiche come: l’uso del potere che produce anche effetti non intenzionali ed imprevisti e creare dei danni alla
popolazione; il potere consiste anche nel non far fare qualcosa a qualcuno, questo ci porta alla questione Weberiana che
considera il potere come risorsa che può essere esercitata anche quando non viene messa in [Link] il potere viene
considerato: come attività significa che troviamo qualcuno vince e qualcuno perde, se invece considerato come risorsa è
prospettiva a somma variabile.
↪Weber: potere come potenza, ovvero capacità (macht) “di far valere la propria volontà entro una relazione sociale anche
contro la resistenza di altri soggetti partecipi al gioco”. Potere come autorità, fondato sul consenso: trovare obbedienza ai propri
comandi presso certe persone e in relazione a determinati contenuti. Potere come pura capacità di coercizione (Kraft) o
violenza (Gewalt) Potere. Vantaggi della definizione:
↪Held (1984)
Continuum sottomissione-legittimità.
La teoria sistematica di David Easton si basa sulla relazione tra il sistema politico e il suo ambiente, attraverso un meccanismo
di input-output e di feedback.
Le decisioni e le azioni politiche (gli outputs), cioè le policies, sono direttamente connesse agli inputs che entrano nel sistema
politico, e producono un effetto di retroazione (il feedback) sull’ambiente, e quindi sul sistema stesso, vista la circolarità della
dinamica. Le componenti del sistema politico sono:
Autorità politiche, cioè l’insieme delle persone che occupano posizioni e ruoli e le modalità con cui accedono alle cariche di
governo e le conservano.
Regime politico fa riferimento a come il potere viene distribuito tra i vari ruoli e le varie posizioni all’interno del sistema (anche
definito «ordinamento costituzionale»). Si riferisce, inoltre, a quell’insieme di valori, regole, norme, procedure e autorità che
definiscono gli obiettivi essenziali e i rapporti politici in un determinato territorio.
Comunità politica richiama l’insieme delle persone che fanno parte della comunità e provano un sentimento di appartenenza alla
comunità stessa.
Società civile e processo politico
L’ambito «interstiziale» tra sfera personale e dimensione statale, rappresentato dalla società civile, diventa un elemento
fondamentale nella trasmissione di domande e sostegno verso il sistema politico. Partiti, gruppi, movimenti svolgono un’attività
di mediazione, rappresentando e veicolando le istanze provenienti dalla società verso le autorità politiche e di attori della
mobilitazione. Nella black box vengono prese decisioni che danno forma alle policy.
La società civile
L’ambito che si trova in mezzo tra sfera personale e dimensione statale diventa un elemento fondamentale nella trasmissione di
domande e sostegno verso il sistema politico. Tali domande, assumendo rilevanza politica imprimono dinamicità al sistema che
risponderà producendo azioni di intervento e politiche pubbliche, ovvero degli outputs nell’ambiente. I partiti e le organizzazioni
svolgono una funzione di:
• Articolazioni e aggregazione degli interessi: articolando i bisogni e problematiche sociali al fine di vederle collocate nell’agenda
politica e aggregano tali rivendicazioni in un progetto politico, ricevendo anche poi una risposta politica attraverso la produzione
di politiche pubbliche
• Sostegno del sistema politico mobilitano i cittadini attraverso diverse modalità partecipative finalizzate a influenzare chi detiene
il potere e in virtù di questo ruolo hanno la capacità di prendere quelle decisioni che interessano l’intera comunità politica.
Questo da utilità dell’inclusione/integrazione con modalità dirette di partecipazione: ES codecisione di politiche/organismi di
consultazione e tavoli di concertazione
PERCORSI DI INTEGRAZIONE
Esistono due prospettive teoriche strettamente connesse all’idea del sistema politico:
1. La riscoperta del ruolo delle istituzioni e della loro funzione integrativa
2. Il capitale sociale inteso come fattore di coesione di una collettività e di sviluppo sul fronte sociale, economico e anche in
relazione alla stabilità democratica di una comunità politica
Queste due prospettive hanno due punti di vista differenti riguardanti:
Le istituzioni possono svolgere una “funzione integrativa” , superando la visione aggregativa. L’architettura istituzionale influisce
sullo sviluppo della democrazia Un buon funzionamento delle istituzioni può garantire la difesa di VALORI, NORME, INTERESSI,
CREDENZE. Le istituzioni definiscono le identità individuali, dei gruppi e delle società, ciò che significa appartenere a un
determinato collettivo. Quindi, senza negare l’importanza del contesto sociale della politica e delle motivazioni dei singoli attori,
l’analisi istituzionale assegna un ruolo più indipendente alle istituzioni. Non è vero che lo stato è influenzato dalla società, ma è
vero che quello influenza questa. La democrazia politica non dipende solo dalle condizioni sociali ed economiche ma anche
dall’architettura delle istituzioni politiche. Gli enti burocratici, i comitati parlamentari e le corti di appello sono arene in cui si
affrontano forze sociali, ma costituiscono anche collezioni di strutture e di procedure operative standardizzate che definiscono e
difendono valori, norme, interessi, identità e credenze. La decisione di attuare determinate politiche pubbliche, o la
competizione fra burocrati e legislatori, attiva e organizza identità e conflitti sociali altrimenti impliciti. Se le istituzioni contano
poiché trasmettono risorse di senso e di significato ai cittadini, si possono capire gli effetti riconducibili al grado di efficienza del
loro funzionamento. Istituzioni che hanno una capacità di responsiveness, di rispondere cioè alle domande sociali che
stimoleranno consenso e coesione. La trasparenza attraverso cui operano può assumere una valenza più o meno aggregativa o
integrativa nella società e nell’esperienza dei cittadini. Nel corso del loro quotidiano funzionamento le istituzioni trasmettono
quei significati che si riflettono nel rapporto tra società e politica. Orientano i termini del legame fra lo stato e le sue istituzioni da
un lato, la comunità e i singoli cittadini dall’altro.
Il capitale sociale è insieme a società civile, comunità, religione civile, fa parte di una costellazione di termini con cui si
designano, con ampie aree di sovrapposizione reciproca dei rispettivi significati, aspetti della vita associata che non sono
riconducibili direttamente alla sfera politico-istituzionale, ma che hanno precisi riflessi sugli assetti politici e sulla legittimità delle
istituzioni in un ambito locale o nazionale. Il capitale sociale possiede delle declinazioni:
Invece per quanto riguarda il contesto territoriale vede i legami e le reti sociali come risorse di un determinato contesto
territoriale, con forti implicazioni sul modello e sul grado di sviluppo di una società. Putman sulle regioni italiane mostra come la
presenza del capitale sociale può riflettersi sul differente rendimento istituzionale di vari organismi di governo del territorio. Altre
ricerche invece mettono in rilievo come il modello di sviluppo economico locale trovi sostegno nelle peculiarità socio-politiche
del contesto territoriale e sulla relativa presenza di capitale sociale. Vengono distinte due tipologie di capitale sociale, dove
troviamo anche due idealtipi di associazioni:
La presenza di capitale sociale appare strettamente intrecciata alla sfera dello sviluppo economico, dove la fiducia costituisce
una risorsa imprescindibile per il dinamismo di un determinato ambito territoriale. Relativamente al caso italiano, la geografia dei
distretti industriali sul territorio presenta un nesso piuttosto stretto con la sfera politica e partitica.
Il capitale sociale si presta anche a differenti usi producendo quindi diversi effetti sociali che vanno in una diversa direzione.
Possiamo affermare che il capitale sociale è un mezzo che non ha in sé finalità ma che può essere utilizzato per finalità sia
individuali che di gruppo. Portes individua quattro effetti perversi derivanti dal capitale sociale:
➜Esclusione e chiusura verso l’esterno: insiders contro outsiders dove vengono privilegiati interessi particolari e localizzati di
una specifica collettività, dove le strette relazioni diventano elementi di chiusura verso l’esterno.
➜Pratiche egoistiche di free riding dove ognuno, contando sulla prassi della solidarietà e di mutua assistenza, tende a ricorrere
in modo eccessivo al privilegio della propria collocazione nel reticolo di relazioni comunitarie, ai benefici e alle risorse disponibili.
➜Controllo sociale forte e conseguente conformismo
➜Forte solidarietà di gruppo che porta al radicamento di subculture vs cultura dominante i soggetti che vi appartengono e si
affermano e hanno successo tenderanno a uscire dalla comunità di origine poiché incardinata nella contrapposizione alla
cultura dominante.
L’esempio forse più estremo del lato oscuro del capitale sociale è quello delle organizzazioni malavitose, come può essere il
caso di quelle mafiose. Esse si fondano sui presupposti di base del capitale sociale: reti, solidarietà, lealtà, valori, aspettative
fiduciarie. Ma le attività non sono orientate al bene collettivo, né al rispetto delle regole della convivenza civile.
È un soggetto che progressivamente ha ritirato il proprio supporto – fiducia, consenso, deferenza – alle istituzioni democratiche
perché insoddisfatto delle performances di governo. Il cittadino critico non mette in discussione la fiducia nei principi
democratici, e quindi nella democrazia in sé. Ciò che si indebolisce è la deferenza verso l’autorità e le istituzioni, politiche e
sociali, di tipo tradizionale, gerarchiche, come i governi, le forze armate, le istituzioni religiose, ecc.
Sul piano della partecipazione politica:
• indebolimento delle forme di partecipazione politica istituzionalizzata (come l’iscrizione ai partiti o andare a votare);
• Postmaterialismo (Inglehart, 1999) Si tratta di un sistema di valori che segna l’identità individuale e la pratica partecipativa di
specifiche generazioni politiche: quelle socializzate a partire dal secondo dopoguerra in una fase di prosperità e di sviluppo.
• attivismo politico di segno nuovo. Partecipazione legata allo stile di vita (lifestyle politics) e connotata anche da un forte
contenuto espressivo. Vengono praticate forme come il political consumerism. Nuove basi per la cittadinanza democrazia.
Quindi il consolidamento nella fase postmoderna e i relativi cambiamenti a livello sociale, sul piano dei valori, dei ruoli, dello
sviluppo economico e del benessere implicano un’erosione della fiducia e della deferenza verso le autorità, ma non dei principi
democratici.
«GLOBAL GOVERNANCE» E SOCIETÀ CIVILE TRANSNAZIONALE
Tra le coppie di concetti antinomici che rientrano nel linguaggio sociologico vi sono quelli di government e governance. Sono
due categorie che hanno diverse definizioni e sfumature semantiche:
1. Government si intende «quel particolare tipo di governo caratterizzato dalla prevalenza del ruolo degli attori pubblici
(nazionali e locali) sugli altri attori e da una logica decisionale tendenzialmente top-down». Tale concezione rimanda quindi
all’apparato pubblico e al suo ruolo, pressoché esclusivo, nel processo di governo.
2. Governance fa riferimento a un’idea diversa, basata sulla concertazione, sul partenariato, sulla cooperazione fra soggetti
pubblici e privati. In altri termini, tale concezione insiste sul «governare insieme», coinvolgendo i vari attori interessati dalle
azioni di policies (logica bottom-up).
3. Global governance si riferisce a formule di cooperazione che si sono sviluppate negli ultimi decenni con
l’istituzionalizzazione di autorità di natura sovranazionale, orientate a regolare e governare processi di ampia portata (economici
e di mercato, le tensioni geopolitiche internazionali, l’intervento umanitario, la questione della sicurezza e del terrorismo, le
problematiche ambientali).
Nella cornice di governance transnazionale, in cui i vari e diversi attori assumono centralità, lo stato non si impone come
organismo di riferimento, ammesso poi venga coinvolto nel processo di regolazione. Il crescente coordinamento tra i vari attori
della governance globale rende invece visibile interessi, problematiche che entrano nel circuito della sfera pubblica e nel
dibattito mediatico. Nuove forme, nuovi valori si diffondono stimolando mobilitazioni, proteste, influenzando il processo di
discussione ed offre possibilità di campagne transnazionali di [Link] processo di globalizzazione e la conseguente
governance globale hanno spostato prerogative importanti della politica dello stato-nazione – come i modelli di rappresentanza,
la partecipazione, l’accountability – verso altri spazi decisionali. Si sviluppa la società civile transnazionale dove le Ong sono
un’espressione istituzionalizzata e trasmettono le sensibilità e la domanda che viene da settori della società globalizzata,
diventando talvolta attori della protesta politica.
CAPITOLO 2: Le fratture socio-politiche
La nascita degli stati nazionali e la strutturazione della società civile nei paesi europei vede nello studioso norvegese Stein
Rokkan l’autore di un importante approccio interpretativo: teoria dei cleavages.6 Nonostante nel suo pensiero la struttura delle
fratture sia centrale, lo studioso non arrivò mai a darne una definizione specifica, anche se dall’uso che ne ha fatto è possibile
inferire il significato. La frattura non è sempre sinonimo di conflitto, ma va oltre e sottolinea che i conflitti possono svilupparsi da
una grande varietà di relazione nella struttura sociale, ma solo alcune di queste tendono a polarizzare la politica di un qualsiasi
dato sistema. Quello proposto da Rokkan è quindi un approccio che pone attenzione alla dimensione descrittiva poiché rende
conto della formazione dei sistemi politici e della società civile in relazione alla radici storiche e alla tradizione dei singoli contesti
territoriali. Oltre all’impronta storica, questa teoria mette in evidenza lo stretto legame tra dimensione territoriale e sfera politica.
La mappa concettuale fornita dallo studioso è una mappa geopolitica, dove il territorio gioca un ruolo fondamentale. Grazie al
contesto territoriale infatti si possono vedere quali sono i fenomeni storici e politici che ci danno la possibilità di vedere le fratture
socio-politiche che sono diversi da paese a paese; questo avviene perchè le peculiarità del contesto in cui i cleavages si sono
sviluppati hanno plasmato queste tensioni, ma anche le ricadute nel contesto socio-politico. La teoria dei cleavages è utile per i
sistemi di partito, ma anche per la partecipazione politica e la sua cultura. Si tratta di un approccio che abbraccia una
prospettiva storico-conflittuale e privilegia le ragioni della nascita dei partiti sulla base delle divisioni socio-politiche. Questa linea
interpretativa si differenzia quindi dalla prospettiva tipologica che pone invece l’attenzione alla dimensione organizzativa del
parte e all’evoluzione dei suoi modelli nel tempo.
La mappa concettuale tracciata da Rokkan offre un tentativo di spiegazione della nascita degli stati-nazione sulla base di
strutture territoriali e socio-politiche significative, che vengono collocate dallo studioso al centro del suo contributo teorico. La
presenza nel territorio dei cleavages è il frutto di giunture critiche, ovvero di avvenimenti storici e fasi di grande rilevanza nello
sviluppo politico del continente europeo. Vengono individuate diverse origini di queste cleavages:
La prima giuntura critica spiega la differenza nel processo di formazione degli stati nazionali tra Nord e Sud del continente
europeo e la differenza tra i sistemi politici dell’Europa occidentale e quelli della parte orientale. In questa giuntura troviamo due
importanti eventi storici:
2. Rivoluzioni nazionali
3. Rivoluzione industriale
6
Nella scienza politica e nella sociologia, una scissione è una linea sociale o culturale determinata storicamente che divide i
cittadini all'interno di una società in gruppi con interessi politici diversi, con conseguente conflitto politico tra questi gruppi.
Da queste due giunture critiche nasceranno le quattro fratture socio-politiche fondamentali che avranno un importante ruolo
nella costruzione della società civile e dei sistemi politici europei ed è proprio grazie a questi avvenimenti storici che nascono i
cleavages. Si tratta di un approccio per approfondire il rapporto tra politica e società, in quanto spiega l’orgine di organizzazioni
come i partiti, le famiglie politiche a cui appartengono che rappresentano specifiche problematiche sociali e segmenti di società
toccate nei propri interessi. Le fratture fondamentali sono quattro (le prime due generate dal processo di costruzione
stato-nazione, mentre le altre due come effetto della rivoluzione industriale):
1. centro-periferia
2. stato-chiesa
3. città-campagna
4. capitale-lavoro
I centri territoriali sono collocazioni privilegiate. La collocazione delle maggiori istituzioni dà una prima e diretta impressione per
l’identificazione dei centri territoriali: - centri militari-amministrativi, - centri economici , - centri culturali
Il processo di centralizzazione sollecita reazioni verso il potere centrale da parte delle realtà territoriali periferiche. Queste entità
avvertono la distanza dai centri di potere decisionali, dai “centri territoriali”:
La periferia è un elemento in un archetipo spaziale in cui la periferia è subordinata all'autorità del centro. In questo archetipo il centro
rappresenta la sede dell'autorità e la periferia alla sede della collocazione geografica alla massima distanza dal centro, ma sempre all'interno
del territorio da esso controllato.
Le tensioni che corrono lungo questa frattura possono politicizzarsi attraverso i meccanismi della partecipazione e le attività di
mobilitazione sollecitate dalle organizzazioni aventi rilevanza politica. Queste tensioni possono esplodere in conflitti, di carattere
etnico-culturale, se l'accento viene posto maggiormente sulla dimensione dei valori tradizionali, della storia e dell'identità,
oppure possono assumere un tratto di regionalità o territorialità, se si concentrano sulla rivendicazione di risorse economiche e
di potere da devolvere alla periferia. La politicizzazione di tale frattura può configurarsi come premessa all'istituzionalizzazione
di specifiche istanze politiche e rivendicative. Il conflitto tra centro e periferia interessa la polity e può anche sfociare nella
rivendicazione della forma di Stato.
➜ stato-chiesa Il processo di costruzione degli stati nazionali ha seguito un percorso in cui si sono identificati avvenimenti che
hanno avuto un grande impatto storico, sociale e politico: la Rivoluzione Francese, la rivoluzione del 1848 in Germania, il
Risorgimento in Italia. Queste rivoluzioni nazionali hanno generato la frattura tra lo Stato e la chiesa per il controllo di ambiti di
primario interesse per entrambe queste istituzioni. La posta in gioco riguarda all'impronta laica da abbracciare oppure se
riconoscere alla chiesa un intervento sulla scuola assicurando, quindi, una sfera di competenza e di influenza sul sistema
educativo del nuovo stato unitario. Questo cleavage ha creato movimenti, come quello cattolico, ha stimolato la nascita di
organizzazione politica, come i partiti religiosi o confessionali, che sul tema della concezione dello Stato si contrappongono a
quelli di ispirazione liberale. Nell'alveo di questo cleavage nascono e operano anche i gruppi associazioni non espressamente
politici: si tratta di organizzazioni che operano nella dimensione locale invariabili del sociale. Offrono opportunità di
partecipazione nella comunità inclusione nel sistema politico veicolano informazioni e significati.
La Rivoluzione industriale
➜ città-campagna A seguito della Rivoluzione Industriale si assiste a uno spostamento del potere politico nei contesti di tipo
urbano. Le città diventano i luoghi della produzione dello sviluppo, sedi dell'economia capitalistica, di nuovi interessi organizzati
e di nuove classi sociali. Nel mercato dei beni gli interessi industriali e quelli commerciali si trovano in conflitto con quelli agrari e
in particolare, sulla politica tariffarie, sulle barriere doganali si sono consumati altri confronti tra gli attori appartenenti a questi
due sistemi. Per riprendere il caso italiano, un esempio significativo e quello della Democrazia Cristiana. Questo partito può
essere visto come espressione del tradizionale cleavage tra stato e chiesa. E’ in tale frattura socio-politica che affondano le
radici culturali di questa formazione, essendovi alla base un’identità religiosa avendo raccolto l'eredità del movimento e dei
partiti di ispirazione cattolica nati all'inizio del 900.
Al tempo stesso però questa formazione ha anche la frattura città-campagna, fornendo rappresentanza politica al mondo
contadino e agli interessi agricoli. Lo stretto legame di questo partito con specifiche organizzazioni della rappresentanza del
mondo agricolo ha prodotto gruppi di interessi collaterali a questo soggetto politico.
➜ capitale-lavoro Questo cleavage si sviluppa all'interno del mondo dell'Industria. Rispetto alla linea di frattura precedente non
coinvolge due diversi settori dell’economia. E’ nell'ambito dello stesso settore produttivo, quello secondario, che si esprimono e
si scontrano interessi differenti. Due classi sociali danno vita a tale frattura: imprenditori da un lato e la classe operaia dall'altro.
Il tema di fondo sul quale si basa questo conflitto è rappresentato dal ruolo dello Stato e dal tipo di intervento che deve avere
nella sfera economica e produttiva. Lungo questa linea di frattura si sono formati: da un lato il movimento operaio con la finalità
di tutelare e migliorare le condizioni sociali ed economiche dei lavoratori dipendenti, mentre dall'altro si trovano le organizzazioni
degli imprenditori quindi le formazioni politiche e organizzazioni sociali di rappresentanza degli interessi che condividono i
principi i liberali e sono a favore di una limitazione dell'intervento dello Stato nell'economia nel mercato.
E’ il solco di questa linea di frattura che si sviluppa la mobilitazione del movimento dei lavoratori, dei sindacati operai, dei partiti
socialisti di massa impegnati nella lotta per la riduzione delle diseguaglianze sociali ed economiche. Sul versante opposto di
questa frattura va segnalata la prospettiva dei partiti liberali. Questi attori politici si collocano ideologicamente più vicino alla
borghesia, al mondo del capitale, all'organizzazione degli imprenditori e del libero mercato.
Altre due fratture possono essere ricondotte al solco della contrapposizione tra capitale-lavoro, alla concezione del modello
economico:
1. la prima prende forma in seguito alla rivoluzione russa
→ Comunisti-socialisti Si ha una linea di frattura tra i comunisti e socialisti. Tale opposizione si è resa concreta con la nascita
dei partiti comunisti, fautori di idee radicali a sostegno del movimento rivoluzionario internazionale.
2. la seconda si struttura sull’onda della contestazione giovanile nel ‘68, che porta a istituzionalizzare una nuova sensibilità
politica.
→ Ambientalisti-industrialisti Questa frattura prende le mosse dell'esperienza movimentista che si è sviluppata Alla fine degli
anni sessanta del secolo scorso. Ovviamente, i nuovi movimenti sociali non si limitano a toccare la sola dimensione ecologica e
prospettive ideologiche legate alla sostenibilità dell'economia e la critica verso le conseguenze della globalizzazione.
Rappresentano un fenomeno più complesso, che fa riferimento anche ad altre tematiche, identità, valori di rinnovamento della
società. I nuovi movimenti sociali, oltre al superamento dell'impronta materialista delle rivendicazioni tipica dei movimenti difesa
tradizionale propongono un tipo di conflitto impregnato di nuovi valori in cui le giovani generazioni sono protagoniste.
L'orientamento politico dei cittadini è riconducibile elementi di tipo diverso che si intrecciano in un sistema complesso di mutua
influenze.
➜Struttura socio-economica come il tipo di occupazione o classe sociale di appartenenza dei cittadini
➜Profilo socio-demografico: il genere, l'età, il grado di scolarizzazione vai
➜Dimensione culturale che interessa il sistema di valori, cioè la cultura politica del cittadino e del contesto territoriale di
appartenenza
➜Dinamica storica che configura quale fattore di notevole influenza sulla sfera politica e sulle sue istituzioni quindi sulle
modalità attraverso cui si è esplicita il rapporto tra cittadini e politica in una comunità organizzata.
Tali dimensioni si esprimono attraverso un intreccio di influenze reciproche. Due di questi cleavages interessano l'ambiente
culturale, fanno cioè riferimento ai valori individuali: l'identità ideologica e la religiosità. Gli altri due invece presentano una
caratterizzazione di tipo strutturale, richiamano cioè la collocazione dei soggetti nella struttura sociale, rispetto alla categoria
socio-economica e alla dimensione territoriale.
Sinistra-destra
L'origine di questo cleavage va fatta risalire alla rivoluzione francese. I sostenitori di questa posizione si raggruppano nella parte
destra dell'emiciclo parlamentare, mentre i difensori della rivoluzione in quella di sinistra. La storia ha cambiato molte situazioni.
La frattura destra sinistra, passando attraverso la fase dello sviluppo capitalistico, si è arricchita di concezioni diverse dello stato
e della stessa democrazia.
→Nella prospettiva di sinistra si riconoscono maggiormente sostenitori dell'intervento pubblico nella sfera economica e della
partecipazione Democratica dei cittadini alla vita politica.
→Nella posizione di destra la visione del rapporto tra stato ed economia è segnata da principi di impronta liberale, orientati cioè
a preservare la libertà del mercato dalle leggi dello stato, quindi a contenere l'intervento pubblico e a favorire una minore
tassazione.
si tratta di una distinzione ideologica che vede la sinistra sociale in opposizione alla destra liberale.
Se si pensa ai partiti di destra e a quelli di sinistra si possono riconoscere molteplici e diversificate articolazioni biologiche e
prassi politiche. Nell'area della destra radicale si trova anche un orientamento antiliberale e antidemocratico. In alcune posizioni
di sinistra l'idea rivoluzionaria e di riassetto del sistema di produzione non garantisce la democraticità del regime. La tradizione
socialdemocratica tende invece a sintetizzare la libertà di mercato e in un sistema di garanzie di protezione pubblica.
La distinzione destra-sinistra, dunque, si configura come categoria fondamentale nella discussione politica. Da anni è al centro
di un ampio dibattito ed è oggetto di riflessione critica circa la sua attualità in una società entrava nella fase post moderna. Si
tratta di una dimensione concettuale che rappresenta una linea di frattura socio-politica tipica della società industriale, ma il
contesto sociale è stato sottoposto a trasformazioni profonde e ha progressivamente assunto i tratti della società
post-industriale, digitale e postideologica. Nonostante questo ancora oggi le categorie di sinistra, centro, e destra sembrano
mantenere un loro significato e una capacità di cogliere vari aspetti della politica, di offrire ancora oggi ha l'identità individuale e
di definizione di un ampio numero di attori politici e di cittadini.
La ricerca empirica ha fatto osservare uno stretto legame tra il definirsi di destra o di sinistra e vari atteggiamenti e
comportamenti politici dei cittadini. la differente auto collocazione dei cittadini sull'asse destra sinistra si lega ad alcuni specifici
atteggiamenti politici e diventa elemento di preclusione per poter orientamenti e comportamenti. sentirsi di sinistra, di centro o di
destra costituisce una sorta di bussola per formarsi un'opinione selezionare scorciatoie cognitive. questo diventa una sorta di
filtro per interpretare la realtà, per porre dei confini ideologici a prassi comportamentali.
La classe sociale
La stratificazione sociale rappresenta uno dei temi classici della riflessione sociologica della ricerca empirica. L'intreccio tra
classe sociale orientamento politico costituisce un oggetto di studio altrettanto importante dove si confrontano prospettive
teoriche da dai presupposti eterogenei e quindi, modelli interpretativi differenti. la stessa Rosemary Crompton, studiosa della
stratificazione sociale, sostiene che tutte le società complesse sono caratterizzate in misura maggiore o minore dalla
distribuzione disuguale di ricompense materiali e [Link] società contemporanee si richiamano i principi di uguaglianza
promossi dalla rivoluzione francese, ma al tempo stesso, sono plasmate dagli effetti della Rivoluzione Industriale dal modello di
produzione capitalistico. Dunque espressione di queste differenze sul piano della posizione socio-economica degli individui, a
seconda del gradino occupato nella scala sociale, stili di vita e consumo, orientamenti culturali e politici delle persone si sentono
di questa diversa collocazione, diventano elemento di distinzione. La classe sociale sembra pesare progressivamente meno
sulle identità politiche quindi sul comportamento politico e sulle scelte di voto dei [Link] i teorici del conflitto, invece, le
diseguaglianze sociali non sono un fatto funzionale all'integrazione del sistema poiché la differenziazione di classe avvantaggia
determinati gruppi sociali, i quali, trovandosi in una posizione di potere, sono maggiormente in grado di mobilitarsi per difendere
i propri interessi, alimentando una situazione di conflitto politico.
→Per Marx la divisione della società in classe è parte integrante della sua teoria sociale della relativa analisi politica orientata
alla prassi rivoluzionaria. Nella fase industriale la stratificazione è determinata dal rapporto con i mezzi di produzione. Le due
classi sono la borghesia e il proletariato. Alla base delle classi, dunque, si trovano specifici rapporti sociali di produzione che si
risolvono nello sfruttamento da parte della minoranza a spese della maggioranza. Alla proprietà dei mezzi di produzione
corrisponde il dominio della sfera politica e sociale. In questa cornice secondo Marx, la lotta di classe è il motore della storia; le
classi intese come soggetti collettivi, che condividono la stessa posizione in rapporto alla proprietà dei mezzi di produzione,
definiscono la classe in sé e sono unite anche da comuni livelli di istruzione, modelli di consumo, abitudini sociali, concezioni
della vita e del mondo.
→la sua critica al determinismo economico della teoria marxiana delle classi porta Weber a sviluppare una concezione della
stratificazione del tipo multidimensionale. vengono ripresi degli elementi di fondo dell'impostazione proposta da Marx ma lì
inserisce in un quadro più complesso. Per Weber le dimensioni della stratificazione sono tre:
➜ quella economica
➜ quella sociale
➜ quella politica
Weber chiama queste tre diverse categorie generali rispettivamente la classe; il ceto o gruppo di status; il partito o gruppo di
potere.
CLASSE . Questa categoria rimanda alla dimensione economica. Tuttavia l'approccio weberiano alla stratificazione non si limita
a considerare il controllo Meno dei mezzi di produzione; Infatti viene ricondotto alla situazione di mercato e ne individua tre: il
mercato del lavoro, il mercato del credito e il mercato delle merci. Weber riconosce la centralità del Mercato del Lavoro nella
società moderna ma sostiene che il conflitto di classe può avvenire lungo ognuna delle tre linee di contrapposizione individuate.
CETO. Questa fa riferimento alla dimensione sociale e caratterizza il gruppo di status. E’ riconducibile a una sorta di comunità
che condividono stile di vita, un'identità di gruppo, quindi, si basa più su valutazioni soggettive che oggettive, a differenza di
quanto avviene con il concetto di classe.
GRUPPO DI POTERE( dimensione politica), riferita alla formazione del partito. Vengono richiamati il concetto di potere e di rotta
portati avanti da specifiche organizzazioni politiche per assumere ruoli di potere e gestire situazioni connesse. Questa terza
categoria indicata da Weber può influenzare la stratificazione indipendentemente dalla classe o dallo status poiché un partito
può nascere in modo autonomo, può anche emergere da specifici gruppi sociali o anche dalla classe che a sua volta può
costituire la base ceto concretizzandosi in uno specifico gruppo di potere.
➜ Posizione socio-economica e orientamento politico. La struttura di classe di una società è soggetta a continui cambiamenti,
evolve parallelamente alle trasformazioni economiche e sociali di un paese. Se prendiamo il caso italiano, a partire dagli anni
sessanta del secolo scorso il posto della classe operaia è andato a riducendosi progressivamente, perché è diminuita incidenza
delle classi agricole. Diversa è, la tendenza della classe media, in particolare di quello impiegatizia, che ha subito una forte
crescita nel tempo come conseguenza il processo di terziarizzazione. L’evoluzione della composizione di classe e i cambiamenti
strutturali a cui è sottoposta la stratificazione sociale si riflettono sulla storia degli orientamenti politici.
Anche se, oggi gli studiosi concordano quantomeno di tenere la classe sociale un fattore meno influente, rispetto al passato,
sulla scelta di voto lasciando spazio agli effetti sul processo di individualizzazione anche in relazione al comportamento
elettorale. In Italia la frattura di classe non si è mai esplicitata in modo evidente sul comportamento di voto e in misura minore
rispetto a quando si tendesse a credere. I partiti di massa italiani hanno saputo mantenere un carattere interclassista,
mostrando una base elettorale composita sotto il profilo della stratificazione socio-economica. L’accresciuta complessità della
struttura di classe ha reso meno nitida l’influenza di questa variabile strutturale. Si pensi alla classe media e alle differenze
interne di questa categoria socio-economica. I cambiamenti nella composizione della struttura di classe sono effetto delle
trasformazioni intervenuti in una storia economica e produttiva, ma anche demografica.
Il passaggio di un individuo da una classe all'altra, in senso verticale o anche in senso orizzontale, potrebbe anch'esso
configurarsi come un fenomeno che ha risonanza sul suo orientamento politico. Inserirsi in un diverso contesto lavorativo e
socio-economico comporta l'acquisizione di una diversa prospettiva poiché si condividono interessi e relazioni differenti e ci si
(ri)socializza a un nuovo quadro percettivo. Nel nesso tra stratificazione sociale e orientamento politico rientra anche la
componente di persone che non sono inserite nel mercato del lavoro, come i disoccupati, i pensionati, le casalinghe o gli
studenti, che occupano una specifica collocazione socio-economica. Anche se è difficile associare questi soggetti, in modo
diretto, a una classe sociale non avendo una propria è definita collocazione lavorativa dalla quale deriva dalla loro posizione.
Si tratta comunque di soggetti importanti per gli studi di interesse politico, puoi che possono esprimere uno specifico
orientamento in ragione alla loro condizione sociale.
Tra i fenomeni che sollecitano la politica attuale, le moderne democrazie liberali e rappresentative va ricordato anzitutto il
fenomeno populista. Quella tra il fronte populista e quello antipopulista è una frattura ormai piuttosto importante nei regimi
democratici. Questo nuovo cleavage è molto più difficile da definire rispetto a quelli tradizionali che avevano caratterizzato il
passato. Il populismo è un fenomeno storico definito da Cas Mudde ideologia sottile. Questa categoria sta a sottolineare la
semplicità alla base di tale impianto geologico e ciò può rendere il populismo utilizzabile sia da partiti di destra sia da quelli di
sinistra, fondandosi sostanzialmente sull'opposizione tra il popolo ed Élite. Nella fase più attuale i termini di questo nuovo
cleavage si sviluppano lungo una direttrice nazionalpopulista che confligge con le élite e i centri di potere di natura
sovranazionale.
Il populismo è un concetto non semplice da definire visto le sue diverse espressioni nel tempo nei sistemi politici. Si tratta di un
concetto complesso. Tra cui quello normativo un concetto inafferrabile viste le diverse concezioni che ha assunto. Si potrebbe
parlare di populismi viste le multiformi espressioni che riportano i tratti del contesto storico e culturale punto il contesto italiano
non è rimasto immune da questa esperienza. già nell'immediato dopoguerra si è assistito l'esperienza dell'uomo qualunque di
Guglielmo Giannini e inseguito, attraverso altri leader politici. nella fase più recente non solo il web populismo di Beppe Grillo e
del MoVimento 5 Stelle viene ricondotta a questa categoria ma anche quello di Matteo Salvini e Matteo Renzi esprimono Bari
stili di populismo punto dunque, un fenomeno ampio. È diffuso, che attraversa lo spazio e il tempo. questa ideologia sottile
condivide degli aspetti comuni:
Il populismo tradizionale ha tendenzialmente mobilitato soggetti socialmente marginali sotto il profilo economico punto sull'onda
delle problematiche trascinate dei processi di globalizzazione si è aperta una stagione conforme, attori e contenuti disegno
nuovo nel mosaico neo populista. La retorica di queste formazioni si è venata di tratti xenofobi mettendo così in discussione la
questione della convivenza e dell'integrazione all'interno di un entità collettive alle prese con il processo globale
dell'immigrazione.
CAPITOLO 3: Socializzazione e cultura politica
approcci:
Funzionalismo dove Durkheim sostiene che la società conserva il suo equilibrio nella misura in cui le vecchie generazioni
trasmettono alla nuove valori e modelli culturali in senso complessivo
→Parson ricostruisce il ruolo fondamentale della famiglia nucleare nella socializzazione degli individui (MODELLO AGIL)
Tradizione Marxista
→Gramsci: esercitare una egemonia su tutti gli stato della società. La chiave per raggiungere questo obiettivo è costituita dalla
conquista degli intellettuali
→Althusser: per esercitare un dominio duraturo non basato solo gli apparati repressivi di Stato, ma occorrono i cosiddetti
apparati ideologici di stato (Ais)
→Bourdieu: habitus come l’esito dei percorsi di formazione individuale. Studia i meccanismi del sistema educativo con cui
vengono trasmessi i modelli culturali quanto le modalità con cui l’appartenenza di classi si traduce in stili di vita e nei gusti
estetici.
Interazionismo simbolico
→Schutz, Mead, Blumer: partono dall’assunto di fondo che a realtà delle “cose” che fanno parte della vita sociale venga
sempre interpretata alla luce del significato che gli stessi individui attribuiscono ad essa, e che ogni significato sia il prodotto
dell’interazione sociale.
CULTURA POLITICA
Il focus è dato alla cultura politica che è l’insieme di atteggiamenti, credenze e orientamenti nei confronti della politica
caratteristici di un sistema politico in un dato periodo. Essa viene plasmata dalle esperienze storiche del paese e dai correnti
processi di attività economica, sociale e politica. I modelli di atteggiamento che hanno preso forma nel passato esercitano
un'importante influenza sui comportamenti futuri. La cultura politica ha un peso determinante sulla condotta degli individui nei
loro ruoli politici, sul contenuto delle loro domande politiche sui loro atteggiamenti verso la [Link] sistema politico così come è
stato interiorizzato nelle cognizioni, nei sentimenti e nelle valutazioni della popolazione. La cultura politica può essere costituita
da tre dimensioni: cognitiva, che ha a che fare con la conoscenza delle istituzioni, dei suoi atteggiamenti e delle sue tematiche;
affettiva che è un atteggiamento sentimentale (vedere tipo la bandiera e ti senti parte della patria); valutativa riguarda il giudizio.
La cultura politica o di come “inchiodare un budino ad una parete”, considerato come qualcosa difficile da costruire.
Il principio di coloro che si occupano di socializzazione politica è che l’insieme dei comportamenti, elettorali, nati dalla presenza
di una cultura politica, quindi l’orientamento verso poteri politici e utilizzo della preferenza sono tutti guidati da una cultura
politica che ha a che fare con tutte le regole che regolano come debba funzionare quella determinata cosa. Nella relazione fra
politica e società, i modelli di comportamento si esprimono i tratti della cultura politica di una comunità, di un gruppo sociale etc..
The civic culture è uno studio comparato, di Almond e Verba, in 5 paesi democratici e di mostrare quanto lo studio di questa
cultura si colleghino allo sviluppo della democrazia (Italia, Messico, Repubblica Federale Tedesca, Regno Unito, Stati Uniti).
L’obiettivo è studiare il rapporto tra cultura politica e democrazia e il modello utilizzato è input (domande)/ output (politiche),
questa ricerca del ‘63 si realizza nel corso di 3-4 anni. Questa ricerca ha individuato tre tipi di cultura politica in base a
consapevolezza, aspettative (e efficacia), partecipazione:
e l’Italia?
- Conoscenza politica degli input e output che è particolarmente bassa, abbiamo una bassa informazione politica; un’altra
cosa che viene rilevata è la diffidenza verso la classe politica su base storica, quindi la popolazione si allontana sempre di più
dalla classe politica dati le situazioni passate.
- Sentimento di legittimità del sistema politico è basso, ed ha l’ultimo posto relativamente all’orgoglio per le proprie istituzioni
- Partisanship vi è una forte rigidità partitica, soprattutto nell’area democristiana, e questo è misurato dalla disponibilità al
matrimonio con appartenenti a partiti diversi.
- Scarso interesse per le elezioni, basso coinvolgimento nelle campagna elettorali e una presenza diffusa di un elettorato
identificativo che non ha bisogno di informarsi ulteriormente.
- partecipazione a livello della comunità locale bassa
- senso di efficacia esterno capacità delle istituzioni recepire la mia domanda, e può essere anche interna io poco efficace
per ad esempio non ho conoscenza nella vita politica (bassa sia interno che esterno)
- efficacia del cittadino (politica) e del soggetto (all’interno di un contesto dato)
- alta partecipazione solo nei partecipanti ai partiti antisistema (MSI e PCI)
- sostegno ai partiti di governo specie da soggetti parrocchiale subject
Da questo quadro emerge la superiorità del modello statunitense e inglese, l’approdo nella democrazia avviene per gradi e che
hanno immesso gruppi sociali; in questi contesti vi è una sacralità della nazione e delle istituzioni prima dell’affermazione del
sistema politico e dell’ingresso in politica delle classi lavoratrici. Questo fa nascere il Civicness dove troviamo apatia positiva
che prevede equilibrio tra un certo distacco determinato da fiducia verso il sistema e al tempo stesso un’adesione di fondo ai
valori, deferenza verso il sistema quindi alle autorità pubbliche e le istituzioni, spinta partecipativa e sovraccarico funzionale cioè
un eccesso di domande che ha il sistema politico. Esiste un pregiudizio? probabilmente si.
Abbiamo poi un’altra ricerca,che è lo studio di caso, che prende il nome di Familismo amorale secondo Banfield (non ha
messo la slide, le si è buggato il power point). Indagine realizzata nel Sud Italia. Si rileva un particolare atteggiamento basato su
due elementi fondamentali: benefici a breve termine o benefici della cerchia familiare, quindi le domande che vengono fatte
sono domande che riguardano il miglioramento delle condizioni di vita della loro famiglia. Vi è l’assenza di sistemi di solidarietà,
ovvero collettività che danno uno sviluppo sociale; la politica viene giocata in maniera individuale e dove vi sono soggetti che si
avvicinano alla politica in maniera individuale.
L'IDENTITÀ’ SOCIO-POLITICA
L’identità personale rappresenta l’immagine che un soggetto ha di sé stesso rispetto al mondo sociale. Quindi possiamo dire
che l'acquisizione di un'identità politica permettono all’individuo di definirsi e riconoscersi rispetto al contesto più ampio dello
spazio pubblico in cui è collocato. Per comprendere lo sviluppo dell’identità personale il soggetto va inserito all’interno
dell’ambito e dei riferimenti ai quali si riconosce, dove si articolano le sue relazioni e si aprono gli spazi in cui si confronta con gli
altri significati del suo mondo. L’identità socio-politica si acquisisce attraverso il percorso continuo della socializzazione che
porta a un’elaborazione cognitiva del mondo politico, il quale viene definito mediante la logica del noi-loro. Infatti nel processo di
identità si possono distinguere due diverse componenti:
➜ IDENTIFICAZIONE il soggetto entra in connessione con elementi e caratteri verso cui prova un sentimento di inclusione, di
condivisione e quindi un legame affettivo. Si ha in un certo senso un legame di appartenenza.
➜ INDIVIDUAZIONE alimenta un senso di distacco e di esclusione. Gli individui fanno riferimento a quei tratti che li distinguono
da altri soggetti, istituzioni, gruppi
Questi definiscono la peculiarità identitaria dei soggetti rispetto al sistema politico nel suo complesso e permettono loro di
rapportarsi con la comunità politica. Le azioni prendono dunque forma sulla base di un determinato profilo identitario, ma allo
stesso tempo, attraverso queste azioni le identità politiche trovano canali di espressione e di rafforzamento. L’identità può
essere intesa come una premessa al coinvolgimento emotivo e al prendere parte ad azioni di rilevanza politica che non passa
solo attraverso esperienze di tipo partecipativo e di coinvolgimento politico. L’identità socio-politica prende forma nel corso del
tempo con una continua dinamica di apprendimento dell'esperienza della vita quotidiana, dal contatto con attori che trasmettono
contenuti dai significati più o meno espliciti, di natura politica in cui l’individuo si trova immerso nella sua quotidianità.
DEFINIRE LA SOCIALIZZAZIONE
La socializzazione politica può essere intesa “come il mezzo attraverso il quale gli individui acquisiscono conoscenza o
informazioni politiche, valori e credenze, e atteggiamenti e opinioni politiche su argomenti specifici. Anna Oppo precisa poi
l’idealtipo di attore politico a cui far riferimento, cioè al soggetto dei sistemi democratico-parlamentari, che: accetta le regole e i
meccanismi istituzionali del sistema; nutre fiducia nel suo comportamento di cittadino e dispone di competenze per riconoscere
la sua posizione nel più ampio sistema di interessi. La socializzazione può essere:
RISTRETTA dove abbiamo delle operazioni deliberata di agenti istituzionali: attività di legalità o di educazione civica che viene
fatta nel rispetto a contenuti politici limitata (comportamenti, informazioni e valori). Si tratta di una attività consapevole e
deliberata e con questo posso incontrare, ad esempio, programmi di partiti politici.
AMPIA dove abbiamo un processo con una molteplicità di agenti che mi hanno dato, in maniera formale o informale, un sapere
politico e questo viene acquisito in maniera deliberata o imprevista e può accadere ad ogni livello del ciclo vitale. Si tratta di una
attività inconscia/ambientale
In questa idea di socializzazione entrano in gioco non solo conoscenze, orientamenti politici, ma anche elementi che possono
comunque plasmare gli atteggiamenti, il comportamento e i tratti di una personalità in termini politici.
I principali temi nello studio della socializzazione politica sono:
Socializzazione primaria. Può essere definita come l’insieme dei processi che sono volti ad assicurare la formazione delle
competenze sociali di base e in questo caso l'agenzia può importante è la famiglia. In questa fase, che riguarda i primi anni del
bambino, fino all’età scolare. Si è messo in evidenza che già nell’infanzia si apprendono le prime semplici cognizioni politiche
che andranno poi a costituire la base sulla quale si radicheranno le informazioni e i valori che si apprendono nel corso della vita.
Nello studio di Easton e Dennis affermano che l’origine della legittimazione di un sistema politico si sviluppa a partire dai
sentimenti di attaccamento a esso riconducibili al periodo dell’infanzia; abbiamo quattro stadi:
Per sintetizzare il modello di socializzazione viene preso in considerazione il modello proposto da Rush:
1. Istituzioni della socializzazione dove in questo modello analitico agenzie come la famiglia, la scuola, il gruppo dei pari
assicurano il processo di socializzazione politica.
2. Vi sono tre meccanismi attraverso i quali queste istituzioni agiscono mettendo in atto il processo di socializzazione politica;
- L’imitazione consiste nel copiare il comportamento di altri individui, ed è generalmente importante nell’infanzia.
- L’istruzione riguarda l’apprendimento intenzionale, in misura maggiore o minore dei comportamenti appropriati attraverso il
sistema scolastico in modo formale, e in modo informale attraverso discussioni di gruppo ed altre attività, come l’apprendistato
professionale
- L’esperienza fa riferimento all’apprendimento di un comportamento appropriato attraverso l’esperienza, mediante un processo
di prove ed errori. L’istruzione è senza dubbio più importante nell’infanzia e nell’adolescenza, ma anche periodicamente
importante nella vita adulta, mentre la motivazione è presente per l’intero ciclo di vita.
3. Ciclo di vita contribuisce a mantenere o a modificare il quadro percettivo dei soggetti. Si tratta di un processo dinamico e
persistente che significa socializzazione, ma anche (ri)socializzazione, ovvero il cambiamento delle prospettive maturate.
4. Quadro percettivo quindi la
prospettiva propria dell’individuo o
dell’attore che costituisce una lente
attraverso la quale guardare e
interpretare e reagire ai fatti e ai
fenomeni del mondo esterno, in
particolare, nella prospettiva
adottata, a quelli inerenti la politica.
5. Personalità dell’attore e le
esperienze individuali. Questi due
aspetti sono legati al processo di
socializzazione. Interagiscono con
gli altri fattori determinando così lo
schermo percettivo per mezzo del
quale l’attore interpreta e rielabora
la sua esperienza, costruendo una
propria personale “visione della
politica”.
Le agenzie di socializzazione possono assumere un grado di importanza e di influenza diversificato nell’esperienza dei singoli
soggetti. Lo stesso può accadere in relazione allo spazio, anche nello stesso momento: queste istituzioni possono giocare un
diverso ruolo in differenti contesti socio-politici.
La famiglia. Gruppo sociale primario per la centralità della sua funzione e per il ruolo che svolge nella socializzazione primaria.
L’azione della famiglia avviene sia in maniera diretta che indiretta: i genitori trasmettono in maniera esplicita e volontaria le
proprie idee, stili di comportamento. L’identificazione dei genitori con i figli è fondamentale per la costruzione della personalità. I
genitori inoltre, in maniera inconscia tramite il loro comportamento definiscono le modalità attraverso le quali viene interpretato il
mondo espero al contesto domestico.
La scuola. L’entrata a scuola segna l’avvio della socializzazione secondaria. Questo richiama la presenza di gruppi sociali di
tipo secondario. Non vi sono i genitori, ma gli insegnanti poiché il soggetto entra in contatto con essi. Nell’ambito scolastico si
sviluppano il confronto con i compagni di classe e prassi comportamentali legate alla competizione e alla cooperazione, oltre
che al gruppo politico. La scuola è sempre stata un’istituzione fondamentale della riproduzione culturale. E’ direttamente
connessa alla formazione del cittadino e alla sua integrazione all’interno della comunità di appartenenza.
Il gruppo di pari. Soggetti che si trovano ad interagire sulla base della stessa posizione senza differenze formali di ordine
gerarchico e di competenze, che sono invece i caratteri tipici dei gruppi secondari e caratterizzano le organizzazioni di natura
formale. La natura di questi gruppi varia in relazione all’ambito nel quale prendono forma: gruppi formali, gruppi spontanei,
gruppi di vicinato e reti amicali. La frequentazione del gruppo è fondamentale ed è maggiormente diffusa in adolescenza. Nel
corso dell’interazione in questi spazi della quotidianità si mettono in moto meccanismi di influenza, individuazione e
identificazione. Si tratta di luoghi dove si strutturano le identità personali dei soggetti, si confrontano idee e prospettive diverse.
Le associazioni civiche. Si tratta di una etichetta contenitore nella quale sono ricomprese associazioni di natura diversa:
quelle di volontariato, sociali, quelle assistenziali, quelle locali ecc.. Le associazioni vanno intese come canali di partecipazione
sociale che sanno assicurare una stretta connessione della società con la sfera più politica, mobilitando così i cittadini in
occasione di manifestazioni, iniziative di interesse politiche oltre che consultazioni elettorali.
I gruppi politici. Queste svolgono attività politiche in modo esplicito. Possono essere considerato come un partito politico, ma
possono essere meno istituzionalizzate,come i movimenti sociali. Gli appartenenti a questa organizzazioni sono eterogenei, con
un diverso grado di coinvolgimento nel partito politico, sia rispetto alle idee trasmesse da questa entità, sia in relazione ai
modelli di partecipazione richiesti alla struttura stessa.
I media Il sistema mediale viene generalmente messo in connessione con la formazione dell’opinione pubblica e con la
definizione di atteggiamenti e di comportamenti sociali legati alla politica. Tuttavia, le ricerche e le teorie sugli effetti non
concordano sulla portata di tale influenza nell’orientare le percezioni e i comportamenti. Dunque, il nesso tra media e
socializzazione va visto sì nella cornice della presenza quotidiana, ma in un’ottica di lungo periodo. E’ quindi difficile affermare
se davvero si innesti un processo orientato a confermare più che la (ri)socializzazione, l’individuo a nuove posizioni, valori,
atteggiamenti e prassi comportamentali.
I giovani e la politica
- ANNI 60-70 FASE ANTAGONISTA generazione conflittuale per antonomasia. Una sorta di movimento sociale impegnato nella
contestazione del sistema
- ANNI 80 FASE DEL REFLUSSO generazione più conformista e integrata. Più impegnata nel volontariato civico che nel conflitto
- ANNI 90 GENERAZIONE INVISIBILE due principali ragioni
1. il loro impegno si è rivolto al volontariato sociale, un tipo di coinvolgimento
2. (non sono riuscita a scrivere dalle slide, la scuffata ha cambiato slide)
PARTECIPAZIONE E DEMOCRAZIA
La partecipazione si lega all’ideale democratico prevede una cittadinanza attenta agli sviluppi della cosa pubblica, informata
sugli avvenimenti politici, al corrente delle principali questioni, in grado di scegliere tra le diverse proposte politiche dalle forze
politiche e impegnata in forme dirette ed indirette di partecipazione. Esiste uno stretto legame tra il concetto di partecipazione e
quello di democrazia. Talvolta questi due termini vengono considerati «sinonimi». Questo perché nei sistemi democratici sono
riconosciute, ed effettivamente praticate, modalità diverse di inclusione politica dei cittadini, dove vengono quindi tutelati i diritti
di cittadinanza, tra cui quelli di tipo politico. Il processo di radicamento delle istituzioni democratiche è dunque strettamente
intrecciato alle prassi partecipative. Il coinvolgimento della sfera politica dei cittadini e l’allargamento delle possibilità di
partecipazione rappresentano un elemento basilare nella vita di una democrazia e, quindi, nello svincolo tra società e politica.
Rokkan ha descritto le quattro soglie di democratizzazione:
1. La soglia di LEGITTIMAZIONE
in «quale momento della storia della formazione dello stato e di costruzione della nazione è stato introdotto il riconoscimento
effettivo del diritto di petizione, di critica, di manifestazione contro il regime? Da quale anno o decennio in poi gli storici diranno
che c’è stata protezione dei diritti di riunione, di espressione, di stampa, e con quali limiti?»
2. La soglia di INCORPORAZIONE
«quanto tempo passò prima che i potenziali sostenitori dei movimenti emergenti di opposizione ricevessero i diritti formali di
partecipazione nella designazione dei rappresentanti al pari dei ceti affermati?»
3. La soglia di RAPPRESENTANZA
«quanto erano alte in origine le barriere contro la rappresentanza dei nuovi movimenti e quando e come furono abbassate per
permettere a questi movimenti di ottenere più agevolmente dei seggi parlamentari?»
Secondo questa prospettiva interpretativa un regime, superando queste soglie prevede una maggiore possibilità per i cittadini di
prendere parte a pratiche di tipo partecipativo. Così viene data una maggiore incisività a questo tipo di azioni nei confronti dei
detentori del potere e delle scelte compiute in ragione dei ruoli pubblici ricoperti.
DEFINIRE LA PARTECIPAZIONE
La partecipazione politica è quell’insieme [di atteggiamenti] di azioni e di comportamenti che mirano a influenzare in maniera più
o meno diretta o più o meno legale le decisioni, nonché la stessa selezioni dei detentori del potere nel sistema politico o in
singole organizzazioni politiche, nonché la loro stessa selezione, nella prospettiva di conservare o modificare la struttura (e
quindi i valori del sistema di interessi dominante. Tale definizione accoglie le peculiarità della partecipazione attraverso le
modalità con cui si è esplicitata nel contesto italiano. Si tratta di una categoria multidimensionale poiché incorpora ambiti distinti,
ma tra di loro connessi. Per “partecipazione politica” si intende quell’attività di rilevanza politica praticate dai cittadini, ma anche
a quelle svolte dai leader di organizzazioni politiche, mentre se invece restiamo nell’ambito politico il concetto fa riferimento a
comportamenti eterogenei, come andare a votare, parlare e discutere di politica. Alle forme tradizionali vanno aggiunte quelle di
tipo innovativo, legate allo sviluppo della “democrazia digitale”, come le opportunità messe a disposizione da Internet, che ha
spinto gli studiosi a interrogarsi sulla figura del cittadino digitale.
Una prima categoria concettuale utile a classificare le diverse forme di partecipazione è il binomio convenzionale/non
convenzionale, ormai entrato nel lessico degli studi politici dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso. Limite che abbiamo è
un limite mobile. Gli attori modificano i repertori partecipativi, ovvero un elenco di forme in cui si può partecipare che si possono
modificare. (MOVIMENTO DEI GIROTONDI) La difficoltà a delimitare e classificare le forme di partecipazione politica tocca anche
agli stessi studiosi che non sempre si trovano d’accordo e hanno proposto diverse definizioni e precisazioni su cosa sua
convenzione o meno. Milbrath ordina una serie di comportamenti partecipativi convenzionali rispetto al grado di impegno
richiesto al soggetto
Questo elenco ha stimolato osservazioni critiche. Oltre all’ampiezza e all’eterogeneità delle azioni considerate, ha suscitato
discussione l’inclusione nell’elenco dei detentori di cariche pubbliche o di partito. Essi sono sicuramente soggetti che
partecipano in prima persona, ma al tempo stesso sono anche oggetto e destinatari delle azioni partecipative. La partecipazione
politica si è caratterizzata per la presenza organizzata sul territorio dei partiti di integrazione di massa. Questi attori hanno svolto
un ruolo di mediazione nel rapporto tra società e politica, in combinazione con un reticolo di organizzazioni collaterali che hanno
dato forma ad un contesto in cui la partecipazione politica veniva riassunta e regolata dalla mediazione partitica. Queste
peculiarità del caso italiano, hanno segnato un contributo utile allo studio della partecipazione, come il modello sottostante di
Bargagli e Maccelli:
➜ La partecipazione invisibile è di fatto un coinvolgimento emotivo-affettivo rispetto a quanto avviene nel mondo politico. Alla
base della partecipazione invisibile c’è l’informazione politica. Un soggetto deve raggiungere un minimo di conoscenze e di
competenza in materia politica per essere in grado di comprendere e interpretare quanto succede sulla scena e restarne
coinvolto sotto il profilo psicologico.
➜ La partecipazione visibile s’intende una serie di comportamenti che mirano a influire sulla selezione del personale politico di
governo, nonché sulle sue azioni e decisioni quando ricopre il ruolo di governante. Tale azione è rivolta a conservare oppure a
modificare la struttura del sistema di interessi dominante. Questa tipologia si riferisce sia a modalità “regolamentate e
routinizzate” sia a quelle spontanee e tale attivismo può svilupparsi sia in ambito delle norme e dei canali ufficiali, sia al di fuori
di tali confini.
MODALITÀ DI PARTECIPAZIONE VISIBILE E ISTITUZIONALIZZATA
La distinzione di fondo tra queste due coppie concettuali si basa sulla corrispondenza o meno delle azioni delle norme
giuridiche e di costume che regolano la partecipazione in un determinato sistema politico e sociale. Nonostante tali cambiamenti
sollecitino la definizione definita da Barbagli e Maccelli, le classiche modalità - invisibile e visibile, convenzionale e non - restano
importanti per lo studio della partecipazione.
A partire da come le persone combinano le azioni di impegno, sono state proposte diverse tipologie di partecipanti.
Sulla base di queste modalità sono stati definiti diversi stili di partecipazione praticati dai cittadini. Le modalità che
caratterizzano un dato stile non possono rigidamente essere comprese entro un solo determinato modello di partecipazione.
I cittadini particolarmente attivi fanno osservare un impegno sia attraverso modalità non convenzionali sia convenzionali; queste
ultime si esplicano su quattro fronti: Nella comunità locale, nei partiti, nella sfera della comunicazione e il contacting.
Tra i cittadini che non sono attivi
si distinguono quanti forniscono
solo il supporto passivo, gli
spettatori,da quelli definiti apatici;
i primi si recano a votare e
mostrano un forte sentimento di
identificazione nel loro paese,
mentre i secondi si mostrano
inattivi sul piano della
partecipazione. Sempre in
relazione al tentativo di
individuare tipi diversi di cittadini,
in relazione alle attività
partecipative svolte e va
ricordato il lavoro svolto da
Verba e H. Nie che ne
definiscono sei:
1. passivi, cioè coloro che sono totalmente passivi rispetto alla politica (22%);
2. votanti, che si limitano a partecipare solo alle elezioni (21%);
3. localisti, quelli la cui unica attività di partecipazione si limita ai problemi e alla politica locale (20%);
4. parrocchiali, coloro che mostrano interesse politico solo per le questioni che li riguardano personalmente (4%);
5. contendenti, si occupano di politica solo in relazione a problemi particolari, per i quali si impegnano in campagne di vario tipo (15%);
6. attivisti globali, quanti mostrano un ampio coinvolgimento nell’intera gamma delle questioni politiche (18%).
Mentre Kaase e Marsh hanno condotto un’indagine comparata con cinque paesi e classificano i cittadini in cinque diversi tipi:
1. inattivi, cioè coloro che al massimo leggono di politica o firmano una petizione;
2. conformisti, quelli che si impegnano soltanto in forme convenzionali di partecipazione;
3. riformisti, quanti utilizzano modalità di partecipazione convenzionale, ma il loro repertorio di azioni può comprendere anche
forme legali di protesta, dimostrazioni o boicottaggi;
4. attivisti, quelli il cui repertorio di azione include anche forme non legali di protesta;
5. contestatori, cittadini che non prendono parte a forme convenzionali di protesta, ma utilizzano tutte le forme non
convenzionali della partecipazione.
Si tratta di una distinzione alla cui base vi è l’idea che le persone attive in politica siano una componente più ampia di quanto si
tende a stimare. Infatti, se è vero che gli attivi completi sono una piccola minoranza, non va tuttavia sottovalutata la tendenza
dei cittadini a specializzarsi in alcune aree specifiche di partecipazione: contacting, campagne elettorali. Queste persone si
mostrano coinvolte in ambiti di partecipazione e si configurano come una componente considerevole di cittadini attivi. I gruppi
individuati da Parry, Moyser e Day sono sette:
Le diverse tipologie di partecipanti definite in alcune ricerche classiche offrono un’immagine statica del coinvolgimento dei
cittadini nelle questioni di ordine collettivo. Tuttavia, l’impegno pubblico non è sempre costante nel tempo. Hirschman riflette
sulle motivazioni e sulle dinamiche del comportamento collettivo nelle società contemporanee, propone una lettura che richiama
il movimento del pendolare, messo in atto dai cittadini, lungo l’asse pubblico-privato.
➜ Shifting involvements: il pendolo del coinvolgimento oscilla tra l’interesse verso l’«arena» pubblica e l’attenzione nei
confronti della dimensione privata, in modo ciclico. Così, il passaggio dagli anni Cinquanta agli anni Sessanta e poi ai Settanta,
e altre alternanze analoghe in periodi precedenti sollecitano la domanda se le nostre società abbiano una qualche
predisposizione a oscillare tra periodi di preoccupazione intensa per i temi pubblici, e periodi di concentrazione quasi totale sul
miglioramento economico e gli obiettivi di benessere privato.
La delusione può indirizzare il movimento pendolare, dal coinvolgimento nell’ambito del privato in direzione della sfera collettiva.
In questo caso si esplicitano azioni partecipative orientate al pubblico interesse. Ciò comporta lo svilupparsi di un diverso tipo do
coinvolgimento finalizzato alla ricerca della felicità da parte dei cittadini, che finisce per privilegiare la sfera pubblica.
La metafora del pendolo tra interessi privati e azione pubblica può essere estesa dal piano individuale e di gruppo a quello
sistemico. Quindi possiamo dire che si tratta di un modello che coinvolge i cittadini nelle questioni pubbliche e negli affari della
comunità.
Inoltre considerando IL CONSUMATORE-CITTADINO, Hirschman definisce diverse strategie di fronte a situazioni di
insoddisfazione, e si tratta di quando il consumatore-cittadino si trova di fronte alla insoddisfazione verso la politica e le sue
istituzioni e può reagire come un consumatore. Qui troviamo:
1. EXIT: uscita, la scelta di abbandonare, defezione. Il cliente rinuncia perché quel bene non ha soddisfatto le sue aspettative,
creando così malcontento, ma sul fronte dell’arena pubblica “defezione” significa non rinnovare l’iscrizione a un partito o a
un’organizzazione politica di cui si era membri, oppure smettere di far parte di una associazione.
2. VOICE: dar voce all’insoddisfazione, protesta. Qui il consumatore-cittadino si impegna a dar voce e si impegna in varie azioni,
sia di carattere privato che pubblico. Le azioni di protesta si orientano verso quegli attori considerati responsabili di una
determinata situazione o di una situazione politica.
- Voice verticale: gli individui esprimono il loro scontento, dissenso, commento critico alle scelte dei dirigenti
- Voice orizzontale: gli individui interagiscono fra loro, si comunicano informazioni, cercano un terreno comune di riflessioni,
impostano un discorso alternativo a quello dei poteri.
3. LOYALTY: ribadire l’attaccamento, il legame di lealtà. Si tratta di un orientamento internazionale che ha una sua razionalità e
si basa sulla fiducia verso un’istituzione ritenuta capace di operare scelte giuste, coerenti con le rispettive risposte. Tale
sentimento, estendendo il campo sul piano sistematico, può coinvolgere e toccare l’intero sistema politico e rafforzare il
sostegno sociale verso gli attori che lo compongono.
Da un lato la partecipazione si configura come un fondamento di regime democratico dall’altro il coinvolgimento partecipativo
interessa praticamente solo una minoranza di cittadini. Ci si domanda se il fatto che solo pochi partecipano fa bene o male alla
democrazia? Un certo livello di apatia è importante per il sistema, in quanto la non partecipazione può anche significare
consenso in chi governa e non va letto necessariamente come sfiducia e disincanto. Al contrario, un’eccessiva partecipazione
può essere sintomo di malumore; può esserci un disagio diffuso, di sentimenti di insoddisfazione e di una realtà segnata da
elementi di disintegrazione sociale e politica. Soddisfare delle pressioni da parte dei cittadini potrebbe far perdere di vista, a chi
governa, gli obiettivi generali e gli interessi della comunità nel suo complesso. Questo comporterebbe la crisi della democrazia
per un eccesso di democrazia.
La letteratura spiega la partecipazione politica richiamando tre diversi e principali modelli interpretativi:
1. il modello della centralità-perifericità sociale dei soggetti, quindi lo status socioeconomico degli individui;
2. l’identità politica, cioè l’importanza del sentimento di appartenenza a una subcultura politica, dell’orientamento politico e
della coscienza di classe;
3. il volontariato civico, quindi le opportunità di partecipazione nella comunità locale e nell’associazionismo e l’impegno civile
con gli altri cittadini.
Alessandro Pizzorno lega il potenziale partecipativo all’identità e alle organizzazioni politiche, che trasmettono significati e valori
e creano le condizioni per la partecipazione stimolando la mobilitazione dei cittadini. Pizzorno, sottolinea che l’approccio
esplicativo incentrato sul modello delle risorse socio-economiche non spiega perché i soggetti che non dispongono di quelle
risorse hanno comunque esperienze di coinvolgimento e partecipazione politica. Secondo questo studioso sentirsi parte di un
ambito socio-culturale specifico e
aver elaborato una coscienza di
classe favorisce la diffusione
dell’impegno tra i cittadini.
Possiamo quindi affermare che
l’identità è un fattore importante
per la partecipazione politica e va
tenuta in considerazione specie in
relazione a realtà sociali dove la
politica, attraverso il suo ruolo di
specifiche organizzazioni, ha un
peso rilevante nella quotidianità
dei cittadini. Sono quindi le
organizzazioni politiche a svolgere
una funzione di rilievo in ambito
partecipativo: esse infatti colmano
quel deficit dovuto alle differenze
di status tra i cittadini, infatti chi
aderisce a queste organizzazioni
ha maggiore possibilità di
prendere parte ad azioni di partecipazione. Il modello di identità politica tenta dunque di dare una risposta a problematiche
interpretative che l’approccio basato sul modello della centralità- perifericità sociale non era riuscito a spiegare. Si tratta di un
modello incardinato principalmente sulla rilevanza di elementi identitari, ma non spiega del tutto le differenze nel grado di
coinvolgimento e di partecipazione che pure esistono tra chi dispone dello stesso grado di risorse sociali, economiche/identitarie
“Civil voluntarism”
Al fine di spiegare il perchè alcune persone sono più attive di altre essi invertono la domanda di partenza che gli studiosi si
pongono: «PERCHÉ LA GENTE NON PARTECIPA?» Tre diverse risposte, tra loro connesse.
1. They can’t: «non possono», non dispongono di risorse minime per attivarsi e contribuire a campagne politiche (capacity).
2. They don't want to: «non vogliono», perché mancano di coinvolgimento politico e di motivazioni che li induce a considerare
l’attivismo efficace rispetto a problematiche di carattere politico o collettivo (motivation).
3. Nobody asked: «nessuno glielo ha chiesto», per una condizione di isolamento delle persone rispetto alle reti sociali e,
soprattutto, di reclutamento attraverso le quali i cittadini vengono mobilitati in politica (networks of recruitment)
In questo caso, la dimensione organizzativa va oltre gli attori politici e sconfina nella sfera civica. Infatti, anche le associazioni e
le organizzazioni esortano il coinvolgimento politico dei cittadini offrendo opportunità, stimoli e canali di mobilitazione. Tali
organizzazioni, possono toccare ambiti e problematiche dalla valenza politica. Secondo questa prospettiva, a parità di
condizioni in termini di risorse socio-economiche, la partecipazione civica e il coinvolgimento in ambito politico dei cittadini
vengono favoriti dalla presenza diffusa di norme sociali che denotano la partecipazione come un dovere civico che rimanda alla
tematica del capitale sociale. Il riferimento è dunque alla presenza di una sorta di “clima sociale” orientato in questa direzione,
che si respira nei luoghi della quotidianità dei cittadini. Questi ultimi vivono immersi in un ambiente dove sono radicate prassi
comportamentali di impegno su questioni che interessano la dimensione collettiva e la comunità locale. Una rete associativa
diffusa sul territorio costituisce un elemento fondamentale affinché il potenziale di apertura e disponibilità affettiva al
coinvolgimento possa trovare uno sbocco ed esprimersi in forma fattuale attraverso consuetudini di partecipazione e impegno.
La presenza di una rete associativa costituisce una premessa alla partecipazione politica o un’opportunità per fare tali
esperienze. Si crea una situazione favorevole che attribuisce una fondamentale importanza alla rete di organizzazioni,
associazioni e gruppi politici. Il modello del volontario civico è uno schema interpretativo dei fenomeni partecipativi in quanto
offre una spiegazione dei differenziali di partecipazione all’interno sia dei gruppi privilegiati, sia quelli marginali considerando il
ruolo del contesto e della rete di reclutamento presente nel territorio. Andando quindi oltre l’orientamento individuale che si
intreccia a elementi ambientali e strutturali.
CANALI TRADIZIONALI E NUOVI SPAZI DI INCLUSIONE
La società civile veicola le proprie domande sociali al sistema politico. Così facendo ribadisce quelli che sono i propri interessi,
rivendicazioni oggettive e valori di riferimento, ma al tempo stesso le diverse e specifiche identità presenti nella società civile
assumono visibilità entrando nella dinamica politica.
Si tratta di organizzazioni che si differenziano sotto vari profili: per struttura organizzativa, per modalità di azione e di strategie
adottate, ma anche per il nesso con il sistema politico, oltre alle finalità e agli obiettivi perseguiti. Vengono generalmente
associati a dimensioni specifiche della politica:
➤ il movimento sociale
➤ i gruppi di pressione
➤ i partiti politici
Tuttavia, la partecipazione non si esaurisce con le opportunità offerte da questi tre attori classici. I regimi democratici e la cultura
politica dei cittadini sono continuamente sottoposte a spinte di cambiamento. Lo spazio pubblico sta sperimentando
sollecitazioni impresse da fenomeni diversi. Lo stesso sviluppo tecnologico crea un nuovo ecosistema mediale entro il quale si
collocano forme innovative e processi avanzati di partecipazione sociale. Inoltre, l’allargamento dei repertori dell’azione
collettiva e il declino di alcune forme tradizionali di coinvolgimento evidenziano un cambiamento nelle modalità attraverso cui il
cittadino può essere parte della comunità di riferimento. Tutti questi si configurano come portatori del mutamento della società e
della politica e quindi anche del loro rapporto. Un aspetto interessante è quello relativo alla diffusione di nuove forme di
partecipazione, che vanno ad arricchire il repertorio dell’azione collettiva:
➤ L’attivismo in Rete è una modalità di coinvolgimento di segno nuovo ed è al centro del tempo presente. I social media
permettono un’interazione tra gli utenti, ma si è sviluppato successivamente.
➤ Consumerismo politico si inscrive nello scenario critico della globalizzazione e struttura una mobilitazione di tipo
transazionale pur sviluppandosi nella dimensione quotidiana e personale. Si tratta di stili o scelte di consumo basate su attitudini
e valori riguardanti i tempi della giustizia sociale che hanno nello slogan “un altro mondo è possibile” un concetto chiave.
CAPITOLO 5 - I movimenti e la protesta
I movimenti sociali sono reti di interazione prevalentemente informali, basate su credenze condivise e di solidarietà, che si mobilitano su
tematiche conflittuali attraverso un uso frequente di varie forme di protesta. Questi elementi ci aiutano a distinguere i movimenti sociali da
diverse forme di azione collettiva più strutturata, che assumono forme di partiti, di gruppi di interesse; nonché da altri tipi di azione collettiva
come quelli che prendono la forma di singoli eventi di protesta o di coalizioni politiche ad hoc.
Un movimento sociale si caratterizza per essere costituito da reti di relazioni informali che connettono i diversi soggetti e/o i
gruppi che lo compongono e che partecipano all’azione collettiva. Ciò non toglie che le organizzazioni possano far parte e
sentirsi parte di un movimento, pur non aderendo a una struttura formale e istituzionalizzata. Nella definizione di movimento
sociale è importante la presenza di credenze condivise e solidarietà, negli scambi e nei rapporti che strutturano queste reti
informali di relazioni. I movimenti sono attori collettivi portatori di una sfida al sistema, quindi orientati al superamento di una
data situazione e vengono considerati come fattori propulsivi del mutamento sociale. I movimenti danno vita a un’azione
collettiva di tipo conflittuale. Si impegnano in conflitti di natura politica e/o culturale, infatti mirano a promuovere o a ostacolare il
mutamento sociale. Il ricorso alla protesta costituisce un altro carattere distintivo dei movimenti sociali. A differenza di altri attori
politici, i movimenti sociali si distinguono per adottare modalità non convenzionali di partecipazione e forme conflittuali di azione politica.
I paradigmi tradizionali
Secondo il paradigma tradizionale il comportamento collettivo viene inteso come la risposta alle disfunzioni del sistema e una
sfida all’ordine sociale che sta alla base di questa teoria. La protesta viene vista come il riflesso dell’incapacità del sistema di
riprodurre una situazione di equilibrio tra i vari sottosistemi di cui si compone una società, assicurando quindi l’ordine sociale. La
teoria funzionalista è un approccio che si basa sul consenso e sull’integrazione del sistema. Il conflitto viene considerato come
l’espressione di meccanismi disfunzionali che si creano all’interno del sistema. Secondo questa teoria chi prende parte ad azioni
partecipative su tematiche conflittuali viene considerato un soggetto deviante. La devianza è il sintomo di una patologia
nell’istituzionalizzazione delle norme sociali, le quali definiscono comportamenti, ruoli e aspettative socialmente accettati.
Parsons,autore che si approccia con lo struttural-funzionalismo, fornisce importanti elementi per lo studio di questa tematica,
delineandone i termini generali elaborati da Smelser che diede una formulazione più articolata. Qui troviamo anche il filone
interpretativo che richiama la tradizione marxista: questo approccio incentra l’analisi dei fenomeni collettivi sulle condizioni
strutturali considerate la base sociale dell’azione politica collettiva. Secondo questo approccio, è a partire dalle contraddizioni in
seno alla dimensione strutturale della società capitalistica che derivano i comportamenti dei soggetti, comprese le diverse forme
di azione collettiva e lo sviluppo dei movimenti sociali. Oltre ai paradigmi tradizionali, troviamo dei nuovi modelli interpretativi,
questi danno particolare importanza al contesto e all’ambiente socio-politico. La costruzione dell’identità e la definizione di
modelli incentrati sul modello culturale ha trovato nello studio dei nuovi movimenti sociali un momento di grande rilevanza.
Il collective behaviour
Il collective behaviour è una prospettiva analitica. Diciamo che tende a studiare la “psicologia delle folle” di Gustave Le Bon, che
ha esercitato una certa influenza sulla teoria sociale. L’aspetto che contraddistingue il modello interpretativo è la centralità
attribuita alla dimensione psicologica dei soggetti disposti a reagire a una situazione prendendo parte alle attività di
partecipazione politica di natura movimentista. L’azione collettiva e i movimenti sociali vengono intesi come l’effetto concreto di
un sentimento collettivo di frustrazione.
Gurr elabora il concetto di deprivazione relativa. Il potenziale di mobilitazione, secondo l’autore, nasce quando viene percepito
un sentimento di deprivazione, ovvero quando si ha una situazione di frustrazione vissuta dall’individuo e dovuta al saldo
negativo tra aspirazioni socialmente costruite e l’effettiva soddisfazione di tali aspettative. Si tratta di un sentimento relativo
perchè dipende dalle norme sociali di specifici contesti o si richiama a sistemi di aspettative e valutazioni soggettive di
determinati gruppi. Vi possono essere gruppi che godono di uno status elevato, che dispongono anche di risorse materiali
considerevoli, ma le loro rappresentazioni del proprio futuro sono segnate da una valutazione negativa della loro condizione.
Il modello di deprivazione relativa risponde alla logica di una differenza negativa fra le aspettative e livello di soddisfazione
rispetto a tali attese e alla variazione nel tempo di questo sentimento di frustrazione. Ai fini analitici si possono delineare tre
diversi modelli concettuali di deprivazione relativa:
1. Deprivazione da declino delle soddisfazioni Si verifica quando le aspettative di un gruppo sociale o di una comunità
politica restano costanti, ma parallelamente il livello di soddisfazione percepito, rispetto a una determinata questione, tende a
declinare nel tempo. A questa situazione di soddisfazione calante corrisponde un grado di frustrazione sociale crescente.
2. Deprivazione da ascesa delle aspettative Si ha quando il livello delle aspettative aumenta nel corso del tempo, mentre a
questo trend non corrisponde una crescita del grado di soddisfazione rispetto a tali attese.
3. Deprivazione progressiva La forbice di frustrazione si allarga nel tempo e ciò è dovuto alla duplice dinamica che vede
l’orizzonte delle aspettative crescere e la percezione della soddisfazione delle aspettative diminuire. Il differenziale che viene a
crearsi fornisce la misura del sentimento di deprivazione, che può alimentare azioni di protesta e di mobilitazione collettiva.
Su basi diverse si fonda il contributo della teoria della scelta razionale. Si differenzia, dal modello precedente, che riservava una
lettura di tipo economico. Al centro di questo schema si colloca l’intreccio tra il concetto di partecipazione e ragioni di tipo
strumentale. In quest’ottica l’attenzione viene posta agli interessi che riguardano direttamente l’attore, il quale si mobilita e
partecipa a un’azione di tipo collettivo al fine di tutelarsi. La teoria razionale dell’azione collettiva va incontro infatti a un
paradosso: gli attori si mobilitano su basi razionali, ma proprio la razionalità sarebbe l’elemento che impedisce il buon esito della
mobilitazione, inducendo il soggetto interessato a non partecipare, perchè è più conveniente astenersi e godere degli effetti
prodotti dall’impegno profuso da altri. Infatti la partecipazione porterà, da un lato, più vantaggi quanto più saranno estesi il
coinvolgimento e la mobilitazione, e dall’altro, questa trascura una possibilità più vantaggiosa: ovvero quella di fare i free riders.
I benefici, essendo di natura collettiva, verranno goduti non solo da chi ha partecipato all’azione, ma anche da coloro che
appartengono alla stessa categoria di persone che hanno partecipato.I costi sono invece di diversa natura e coinvolgono chi
prende parte direttamente all’esperienza di mobilitazione: partecipare implica dei costi, come denaro, ma si parla anche di fatica
e impegno fisico, reputazione. In pratica, dal punto di vista individuale, il soggetto che non si mobilita e non assume su di sé
costi della mobilitazione, ma potrà comunque godere dei benefici e dei vantaggi che derivano dall’azione collettiva. Questa
situazione è la scelta che più risponde al calcolo utilitaristico individuale secondo il quale si muoverebbe l’attore razionale.
Ovviamente possiamo affermare che questa logica porta al fallimento della mobilitazione, infatti se tutti i potenziali partecipanti
ragionassero allo stesso modo, nessuno di loro si attiverebbe. Di conseguenza nessuno godrebbe degli eventuali vantaggi
conseguenti la mobilitazione, proprio perchè quest’ultima verrebbe meno e non sortirebbe alcun effetto.
Olson solleva il modello economico dell’impasse in cui era caduto, risolvendo il paradosso con l’introduzione del concetto di
incentivo selettivo. Gli incentivi hanno la finalità di avvicinare le strategie individuali a quelle collettive, mirano cioè a ridurre lo
scarto tra l’orientamento dei comportamenti individuali e l’interesse più ampio riconducibile alla volontà collettiva, cioè orientata
al gruppo. Essi sono di diversa natura, dipendono dal tipo di organizzazione che gestisce la mobilitazione, vengono utilizzati in
modo selettivo per il buon fine dell’iniziativa.
Possono essere:
→ Incentivi materiali come un rimborso di spese o qualche benefit quantificabile e circoscritto, ma anche opportunità di carriera
e riconoscimenti all’interno dell’organizzazione per la fedeltà dimostrata e per l’impegno profuso
→ Incentivi ideali legati al sentimento di identità, al sentirsi parte di un’organizzazione, al rispetto dell’impegno nei confronti degli
altri membri con cui si è in relazione, alla condivisione di un sistema di solidarietà e valori
➤ La mobilitazione delle risorse. La teoria della mobilitazione delle risorse diventa un importante quadro teorico di riferimento e
viene utilizzato per l’analisi dei movimenti sociali e per lo studio della partecipazione. Questo modello interpretativo richiama
l’importanza del contesto pubblico, assunto come variabile fondamentale per spiegare lo sviluppo dell’azione collettiva. Alla
base di questo approccio vi è l’idea che, studiando l’ambiente entro il quale si attiva un processo di mobilitazione, si può
giungere alla comprensione del fenomeno stesso. Questa prospettiva cerca di andare oltre l’elemento psicologico e individuale
e si concentra sul perché i gruppi si mobilitano, mirando a capire come una domanda sociale, un sentimento di insoddisfazione
o determinati interessi si trasformino in azione collettiva a partire dal contesto in cui avvengono. Da un lato permane l’attenzione
agli individui e ai loro contrastanti interessi, che stanno alla base dei conflitti e si configurano come presupposto fondamentale
della mobilitazione; dall’altro l’interesse si concentra sulle condizioni ambientali che favoriscono la trasformazione dello
scontento in azione partecipativa. Infatti, al centro di questa prospettiva viene posta la dimensione dell’organizzazione. Questa
agisce a livello di contesto, raccoglie ed elabora quelle risorse necessarie alla mobilitazione.
L’analisi si rivolge all’utilizzo di quelle risorse che sono un potenziale da attivare in un’ottica strategica, al fine di trasformarle in
determinanti della mobilitazione collettiva. Le risorse sono di vario tipo: materiali, organizzative, finanziarie, simboliche,
identitarie, di solidarietà, di possibilità di accesso ai media ecc… La loro mobilitazione riduce le difficoltà e i relativi costi per il
diffondersi dell’impegno favorendo l’azione collettiva. Un utilizzo razionale di questo capitale di risorse da mobilitare presuppone
la centralità degli imprenditori politici. Gli imprenditori politici ricoprono un ruolo importante e possono essere figure di natura
diversa: i leader di un partito o di un’altra istituzione, ma anche le stesse organizzazioni, come partiti o associazioni. Questi
hanno la capacità di mobilitare l’ambiente e le risorse per sviluppare l’azione collettiva. Si pone anche importanza alla
sociabilità, cioè la propensione degli individui a stabilire relazioni di solidarietà, associazione e socialità con gli altri e a proposito
di questo Tilly parla di catnet che è l’insieme di due termini: 1. L’identità di categoria: catness, 2. Le reti di sociabilità volontaria:
netness. La compresenza di questi due termini influenza positivamente l’azione collettiva e la partecipazione. Così, da un lato, il
far parte di una categoria sociale alimenta un forte sentimento di appartenenza e in relazione ad essa, l’essere inseriti in un
reticolo sociale diventa una condizione importante per la mobilitazione. Quando invece convergono, può diventare una risorsa
fondamentale per la mobilitazione, in quanto favorisce la decisione individuale e di gruppo e abbassa la valutazione dei costi
connessi alla partecipazione e la tendenza allo sviluppo di comportamenti free riding.
➤ La struttura delle opportunità politiche. Se ci muoviamo sempre sul contesto in cui avviene la mobilitazione collettiva, possiamo
trovare l’approccio della struttura delle opportunità politiche. L’utilizzo di questo schema interpretativo è rivolto allo studio dei
movimenti sociali intesi come portatori di una sfida all’ordine politico e culturale esistente. L’attenzione anche in questo caso è
rivolta al contesto nel quale si sviluppa l’azione collettiva, infatti a parità di mobilitazione e coinvolgimento collettivo, un
movimento sociale avrà maggiori o minori possibilità di successo a seconda della caratteristiche dell’ambiente in cui si sviluppa.
Tarrow sviluppa quattro dimensioni del contesto politico: l’apertura di finestre di opportunità in uno specifico sistema dipende
dallo stato e dalla combinazione di questi quattro fattori:
1. L’apertura del sistema politico Questo primo fattore è legato alle istituzioni politiche. Tanto più è elevato il grado di apertura di
un sistema democratico maggiori saranno le finestre di opportunità per l’azione dei movimenti.
→ La libertà di manifestare e il rispetto dei diritti democratici costituiscono situazioni di apertura: si configurano come finestre di
opportunità per l’azione collettiva. Invece, al contrario, il carattere repressivo rappresenta un fattore a sfavore alla mobilitazione
→ Lo stesso grado di decentramento territoriale delle istituzioni politiche influisce sulla capacità di partecipazione. Tanto più le
strutture decisionali sono decentrate e vicine ai cittadini maggiori saranno le opportunità delle periferie di influenzare i centri decisionali.
→ La stessa capacità delle organizzazione politiche di includere rappresentanti o soggetti appartenenti ai movimenti costituisce
un’opportunità per il movimento stesso
2. L’instabilità delle alleanze politiche Anche la situazione politico-elettorale rappresenta un aspetto di rilievo, questo può fornire
finestre di opportunità ai movimenti, incoraggiando l’attività di partecipazione in vista dell’effettiva possibilità di raggiungere degli
obiettivi grazie alle divisioni presenti tra le forze politiche. I movimenti possono trarre benefici di una circostanza in cui gli assetti
politici e le alleanze tra i partiti non sono solidi e duraturi, ma instabili e variabili tra un appuntamento elettorale e l’altro.
3. Un sistema di alleanze influenti Il terzo fattore che può incoraggiare la mobilitazione è la presenza di un sistema di alleanze
con gli attori, appartenenti al contesto della mobilitazione favorevolmente orientati alle istanze sollecitate mediante l’azione
collettiva. La possibilità di successo saranno tanto maggiori quanto più saranno influenti gli alleati del movimento sociale, quali
associazioni, organizzazioni, partiti e altre istituzioni.
4. Divisione fra le élite politiche e amministrative Si tratta di una situazione di conflitto dentro le élite e fra le élite. Tale situazione
finisce per incoraggiare i gruppi che non sono rappresentati favorendo il loro coinvolgimento nell’azione politica. Le élite
tradizionali e la nascita di nuovi gruppi e di nuove domande implica lo sviluppo di riforme per dare a tali istanze. La divisione fra
fra le élite politiche e amministrative di un sistema politico, rispetto agli orientamenti e alle politiche da perseguire, possono
aprire delle opportunità per il movimento che si fa promotore delle proprie istanze nei confronti della componente più sensibile a
tali rivendicazioni.
Un importante fattore che influenza l’azione collettiva è la capacità di un sistema politico di elaborare e realizzare politiche
pubbliche in risposta alle istanze presentate dal movimento. La capacità di produrre azioni di intervento riflette, almeno in una
certa misura, alcune peculiarità del sistema politico. Un governo stabile, un’amministrazione efficiente, una prospettiva di
continuità nel tempo ha sicuramente un effetto favorevole sulla produzione di politiche pubbliche, quindi sulla capacità di fornire
risposte alle domande sociali avanzate anche attraverso l’azione collettiva. In definitiva, questo approccio sottolinea come i
movimenti sociali siano in stretta relazione con l’apparato istituzionale della mediazione degli interessi e gli stessi movimenti non
vengono visti solo per l’aspetto antisistema, ma come attori inseriti nel circuito più complesso del processo politico.
Dopo aver considerato lo studio dei movimenti sociali, va ricordata l’importanza di altri approcci teorici che considerano più che
altro l’identità.
➤ I nuovi movimenti sociali Lo sviluppo della società postindustriale delinea lo scenario entro il quale prendono forma nuove
modalità di partecipazione. Nasce un filone di ricerca e di dibattito intorno al concetto di nuovi movimenti sociali, che diventa poi
un approccio teorico alla tematica dell’azione collettiva. Gli autori di questa corrente tendono a sottolineare come i nuovi
movimenti sociali esprimano una forte critica del capitalismo moderno e alle forme di controllo sociale, che segna la vita
quotidiana nelle società avanzata. La rivendicazione portata avanti da questi attori si intreccia a forme di partecipazione politica
non convenzionale e presenta forti implicazioni di tipo espressivo. Si orienta alla difesa di rapporti sociali che sfuggono alla
razionalità di calcolatrice del capitalismo moderno; si configura come la reazione della società civile alla cultura e al potere
dominante e contro lo stato che li rappresenta.
L’approccio teorico abbracciato da Alain Touraine, è interessante perché non si concentra a capire come funziona un
movimento, ma si concentra sui progetti e sugli obiettivi di cambiamento sociale di cui sono portatori gli stessi movimenti. La
società viene vista come esperienza di produzione di sé stessa dove i movimenti rappresentano gli attori principali di tale
evoluzione. I movimenti diventano così un fattore fondamentale nell’evoluzione della società o meglio nella “produzione della
società”. Lo studio dei movimenti viene collocato al centro di una sociologia dell’azione che porta a considerare i nuovi
movimenti sociali come attori capaci di modificare le norme e le istituzioni della società, ovvero di portare innovazione culturale.
Secondo questo studioso:
I movimenti sono “condotte collettive di storicità[...], azioni conflittuali di agenti di classi sociali che lottano per il controllo del sistema di azione
[...], appartengono ai processi attraverso i quali una società produce la sua organizzazione a partire dal suo sistema d’azione storica,
passando attraverso i conflitti di classe e le transazioni politiche.
I movimenti non danno vita solo a mobilitazione, a forme di partecipazione improntate alla protesta su una determinata issue,
ma esprimono un progetto di cambiamento più ampio, questo sollecita modelli di comportamento consolidati e stili di vita
condivisi e per giungere a ciò bisogna tener conto di tre diversi principi:
1. Principio di identità Definizione che l’attore dà a se stesso, ovvero la coscienza della propria identità. Un movimento sociale non
può organizzarsi se questa definizione è cosciente, ma la formazione del movimento precede largamento questa coscienza.
L’identità dell’attore non può essere definita indipendentemente dal conflitto reale con l’avversario.
2. Principio di opposizione Un movimento si organizza solo se può dare un nome al suo avversario. Il conflitto fa sorgere
l’avversario, anche se il conflitto è limitato dal suo oggetto immediato e dalle forze che mobilita non si può parlare di principio di
opposizione e questo accadrebbe anche se l’attore si sentisse confrontato a una forza sociale generale in una lotta che mette in
discussione gli orientamenti generali della vita sociale.
3. Principio di totalità Un movimento sociale non può essere analizzato al di fuori dal campo di storicità in cui si forma. I movimenti
sociali importanti mettono in causa gli orientamenti generali del sistema di azione storica. Il principio di totalità è il sistema di
azione storica in cui gli avversari si disputano il dominio.
Secondo Touraine, un movimento sociale non può essere ridotto alle rivendicazioni di tipo particolare di cui si fa promotore.
L’azione collettiva è un modo per “produrre la società”.
Alberto Melucci, studioso italiano, ha elaborato una riflessione lungo il solco della sociologia dell’azione elaborata da Touraine,
infatti questo studioso affermava che la specificità delle nuove forme di mobilitazione che hanno segnato la fine degli anni ‘60 e
l’inizio del decennio successivo avrebbe portato nuove forme:
Quindi questo ci fa capire che i nuovi conflitti sociali si spostano dalla “confort zone” e si spostano verso un terreno nuovo. I
nuovi movimenti implicano riferimenti identitari, come il genere, la dimensione territoriale, i valori e l’identità culturale. Melucci
traccia inoltre una serie di caratteristiche strutturali dei nuovi movimenti e identifica una serie di tratti comuni alle nuove forme
dell’azione collettiva.
↝ Fine della separazione tra pubblico e privato dove non troviamo più aree di scambio, ma solo oggetti di conflitto che mobilitalo
l’azione collettiva
↝ Sovrapposizione tra devianza e movimenti sociali Quando i modelli culturali della società postindustriale tendono a investire e
a manipolare i modi di vita, l’azione di opposizione a essi tende ad assumere i caratteri della marginalità e della devianza.
↝Non focalizzazione sul sistema politico Le nuove forme di azione politica sono orientate al controllo di un’area di autonomia o
di indipendenza dal sistema
↝Solidarietà come obiettivo La considerazione della dimensione espressiva delle relazioni diventa la base per la protesta e per
la strutturazione di un sistema di solidarietà. Nella difesa dell’identità di gruppo gli obiettivi di tipo strumentale sono in secondo
piano rispetto a quelli di tipo espressivo e identitario.
↝Partecipazione diretta Ogni mediazione tende a riprodurre i meccanismi del controllo e della manipolazione contro cui i nuovi
movimenti si mobilitano. Di conseguenza la partecipazione diretta diventa importante.
I gruppi
I gruppi di interesse sono gruppi organizzati che non parteciperanno direttamente al processo elettorale e comunque non sono
affatto interessati a gestire in proprio il potere politico quando ad accedervi con facilità. Facendo riferimento al concetto di
gruppo in chiave strettamente politica il rimando esplicito è alla tematica degli interessi, quindi alla loro articolazione e
aggregazione. Quando al gruppo viene assegnata la categoria di interesse o quella di pressione si riconosce di fatto la rilevanza
dell’attore all’interno del sistema politico e nel processo decisionale. I gruppi non hanno come finalità la gestione diretta al
potere, infatti essi non partecipano alla competizione elettorale per la conquista e l’esercizio di potere. Questo aspetto
rappresenta un tratto fondamentale per “partito”, il quale partecipa alla competizione elettorale per assumere un ruolo di potere
da gestire un modo diretto nel processo decisionale. I gruppi, infatti vogliono tutelare i propri interessi e quelli dei propri aderenti
mobilitando risorse attuando il lobbying. L’obiettivo è quello di influenzare chi detiene il potere e definisce scelte politiche e
ricopre ruoli di governi nei vari livelli istituzionali. Il lobbying assume due diverse connotazioni: da un lato viene considerato
come una sorta di “distorsione” del processo stesso di costruzione delle politiche pubbliche, mentre dall’altro si ritiene che il
lobbying sia un’azione coerente con il processo democratico in quanto permette ai cittadini di interagire con il potere
decisionale. Nella pratica del lobbying rientrano le linee di azioni diversificate come le relazioni pubbliche e l’uso della
comunicazione, le audizioni nelle sedi istituzionali ecc…
Il lobbista è colui che viene designato da un gruppo di interesse al fine di facilitare l’azione di influenza di una politica pubblica
a vantaggio del gruppo stesso attraverso una o più azioni: 1) contattare direttamente i decisori pubblici, 2) monitorare l’attività
politica e amministrativa, 3) fornire consulenza sulle strategie e sulle tattiche da adottare, 4) sviluppare e coordinare l’azione di
lobbying del gruppo.
Interesse e pressione
La rappresentanza degli interessi è legata al rapporto tra società e politica, quindi alla tematica della democrazia. Bentley
attribuisce una grande importanza ai gruppi, infatti egli sosteneva che il grande compito nello studio di ogni vita di forma sociale
è l’analisi di questi gruppi, che è molto più di una classificazione. Si tratta di una posizione “omnicomprensiva” riguardo al
gruppo, ma successivamente la riflessione si è sviluppata volgendo l’attenzione al concetto di interesse all’interno del processo
politico. Dunque, possiamo dedurre che la nozione di gruppo e interesse non sono entità distinte, ma sono comunque
connesse. Il gruppo ha interesse da tutelare desidera che un determinato indirizzo politico proceda nell’allocazione autoritativa
di valori o di risorse in modo coerente con quelle che sono le finalità e gli interessi del gruppo. Per David Easton si potrebbe dire
che i gruppi di pressione mirano a influenzare il processo decisionale lavorando sulle emissioni condizionando così l’agenda
politica. L’attuazione di modalità di azione da parte dei gruppi è l’aspetto che consente di distinguere:
La struttura organizzativa del gruppo si attiva per mettere in atto azioni di influenza sulle scelte politiche, al fine di tutelare quei
determinati interessi per i quali si era [Link] in altre parole il termine “interesse” evoca la motivazione, il perché un
gruppo ha preso forma, mentre con pressione si fa riferimento alla modalità operativa attraverso la quale il gruppo cerca di
conseguire tali finalità.
La proposizione di istanze verso i referenti del sistema politico e delle istituzioni che lo compongono si configura come parte
integrante del processo politico, e sia i gruppi che gli individui si attivano in tal senso. A seconda del grado di complessità del
sistema politico in questione vi saranno diverse strutture che assolvono a questa funzione. I gruppi di pressione sono strutture
che svolgono questa funzione di articolazione degli interessi: rappresentano quindi dei soggetti che tutelano le associazioni
dell’artigianato, del commercio degli industriali, ma esistono anche le organizzazioni della rappresentanza consumerista che
tutelano gli utenti dei servizi e i consumatori dei beni commerciali. Così se da un lato l’articolazione di interessi è una funzione
tipica dei gruppi, dall’altro l’aggregazione degli interessi viene realizzata in prevalenza dai partiti politici. Infatti, a partire da
determinate domande sociali e politiche che combina le specifiche istanze mosse dai gruppi.
Tipi di gruppo
L’articolazione di interessi, secondo Almond e Bingham, viene svolta con maggior frequenza da alcuni tipi di gruppo, infatti ne
vengono individuati quattro:
1. Gruppi di interesse anomici sono folle e rivolte disorganizzate, espressione più o meno spontanee di protesta e lamentela che
crescono velocemente e altrettanto velocemente rientrano.
Si tratta di gruppi che non dispongono di un’organizzazione specializzata, infatti emergono quando gli interessi di cui si fanno
portatori sono nuovi o non vengono colti da chi ha in mano il potere decisionale e la possibilità di fornire risposte a questi
bisogni. Il questi casi si registra la tendenza a drammatizzare la situazione.
2. Gruppi di interesse non associativi sono gruppi che non hanno un’organizzazione specializzata, ma si differiscono da quelli sopra
perchè si basano su interessi di razza, religione, occupazione e forse legami di sangue e di discendenza.
Almond e Powell distinguono due tipi di gruppi non associativi:
→ basati su interessi ampi: categorie di consumatori, gruppi etnici
→ basati su interazioni dirette: gruppi che fanno riferimento a legami parentali
3. Gruppi di interesse istituzionali sono quei gruppi che si trovano all’interno di organizzazioni quali i partiti, le organizzazioni, i corpi
legislativi, le forze armate, le burocrazie e le chiese. [le chiese e le forze armate]
Questo gruppo ha una organizzazione formale più articolata rispetto ai precedenti essendo degli organismi stabili nel tempo e
facendo riferimento a strutture di tipo burocratico. L’interesse dei componenti di questi gruppi a mantenere la loro posizione è
piuttosto forte.
4. Gruppi di interesse associativi sono strutture specializzate per l’articolazione degli interessi specificatamente designate a
rappresentare gli obiettivi di un gruppo in particolare. Le loro organizzazioni comprendono un personale a tempo pieno, ruoli interni
specializzati in funzione degli obiettivi di articolazione degli interessi e delle domande. [i sindacati]
E’ un tipo di gruppo che fa riferimento a una base sociale definita, cioè a un insieme di persone che attraverso un atto volontario
e formale diventa membro di una determinata organizzazione. La base organizzativa offre loro un vantaggio sui gruppi anomici
e non associativi, soprattutto perché permette di seguire gli interessi del proprio gruppo lungo il processo quotidiano di
formazione e di messa in atto delle politiche pubbliche. Bisogna fare anche qua una sottoclassificazione:
→ gruppi economici che si muovono prevalentemente all’interno della sfera economica che hanno interesse di natura materiale
→ gruppi ideologici che difendono cause e promuovono in modo esclusivo i cambiamenti sul piano socio-politico.
INTERESSE E “LOBBYING”
L’attività di pressione mira a influenzare il processo decisionale affinchè l’esito sia coerente con gli interessi del gruppo che
mette in atto tale azione di influenza. Questa attività ha due aspetti: la disponibilità e il ricorso a una serie di risorse da parte del
gruppo e la necessità di individuare canali di accesso.
Le risorse
L’azione di pressione è condizionata dalla disponibilità di specifiche risorse. Una classificazione che viene fatta è:
1. Risorse finanziarie. Consistono nella disponibilità economica del gruppo. Esse derivano da fonti differenti, come donazioni,
contributi,quote di iscrizione ecc… Tali strategie variano dal finanziamento di campagne elettorali all’acquisto di spazi sui media
al fine di comunicare e sensibilizzare l’opinione pubblica rispetto a determinati contenuti.
2. Membership. La risorsa numerica è molto importante nei gruppi per ragioni diverse, come il numero degli iscritti che costituisce
un bacino ampio di soggetti da mobilitare per fare pressione e l’ampiezza della membership che comporta un’entrata rilevante
per le organizzazioni. Le quote di iscrizione vanno a incrementare a incrementare la disponibilità delle risorse finanziarie a cui
attingere al fine di mettere in campo la strategia di lobbying.
3. Risorse di influenza. In questa categoria rientrano diversi tipi di risorse che intrecciano alcuni degli elementi sopra accennati.
Sono riconducibili alla rappresentatività,alla collocazione strategica, alla facilità di accesso ai luoghi decisionali o altri canali
come i media, i partiti ecc...
4. Expertise. Nelle società complesse le conoscenze di tipo tecnico-scientifico hanno assunto progressivamente uno spazio più
ampio anche nel processo decisionale e nella definizione delle scelte politiche. L’expertise spazia su vari ambiti che interessano
ad esempio il settore economico e del lavoro, settore ambientale, ma anche sul fronte sociale è essenziale.
5. Risorse organizzative. L'efficiente organizzazione di un gruppo può fornire un vantaggio all’azione del gruppo stesso. Inoltre,
un’elevata capacità organizzata. Inoltre, un’elevata capacità organizzativa dell’istituzione può tradursi in una mobilitazione della
base a favore dell’obiettivo e nel coinvolgimento del sistema mediatico in modo funzionale agli interessi da tutelare.
6. Risorse simboliche. La dimensione identitaria si configura come un elemento rilevante al fine di veicolare domande verso il
sistema politico. Poter ricorrere al sentimento di appartenenza, all’identificazione verso un sistema di valori condivisi, ai simboli
che li supportano, favorisce il gruppo nella dinamica di mobilitazione degli aderenti.
I canali di accesso
Il nesso tra i canali di accesso e le modalità di azione dei gruppi di pressione è intrecciato. L’attività dei gruppi è rivolta
principalmente verso i luoghi del potere decisionale, nei quali agli organismi istituzionali compete operare scelte per giungere a
decisioni di tipo politico. Due di questi canali rientrano nell’ambito dello stato, mentre altri due sono riconducibili alla società
civile. Questi quattro canali di accesso possono entrare direttamente nell’azione di pressione da parte dei gruppi.
1. Partiti. Le organizzazioni di partito costituiscono importanti canali di accesso al sistema politico e ai luoghi decisionali in cui si
definiscono indirizzi e si operano scelte politiche. I gruppi utilizzano risorse finanziarie per sostenere i partiti e per essere a loro
volta sostenuti a veder tutelati i loro interessi nel momento in cui quei partiti andranno ad occupare posizioni di governo e ruoli
decisionali nel processo politico. I partiti mediante i gruppi mantengono un contatto con la società e con segmenti sociali ed economici specifici
2. Parlamento. Il mandato parlamentare permette a chi lo riceve di poter accedere ai luoghi decisionali e intervenire nelle
procedure e nelle dinamiche che hanno luogo nelle commissioni parlamentari. Le diverse commissioni si occupano di specifici
ambiti di intervento e hanno un potere rilevante nelle decisioni che verranno prese. Per i gruppi avere i propri referenti in questi
organismi diventa una garanzia al fine di esercitare controllo e influenza sul percorso decisionale, affinché gli esiti siano coerenti
con gli interessi di cui sono portatori e che intendono tutelare.
3. Pubblica amministrazione. Si tratta di un apparato funzionale che ne applica gli indirizzi e le scelte politiche. Ha il compito di
regolamentare e implementare le decisioni politiche nel territorio di competenza, quindi nel rapporto tra sfera politica e gruppi di
interesse si colloca in una posizione centrale. La pubblica amministrazione necessita di informazioni e collaborazione da parte
dei gruppi stessi e questi possono essere forniti dai gruppi.
4. Media. Il sistema mediatico costituisce un attore sempre più importante nella sfera politica. I media mainstream veicolano
informazioni danno rilevanza pubblica alle issues, ai dibattiti e alle scelte politiche. Si connette direttamente alla problematica
del sostegno a determinati obiettivi perseguiti dai gruppi. Le organizzazioni che detengono la maggior parte del potere all’interno
di un sistema sociale ed economico mirano a esercitare il controllo sulla comunicazione pubblica. Si possono individuare due
tipi di attività che servono ad influenzare l'opinione pubblica: impegno civico e azione diretta. Il tentativo è quello di creare un
clima sociale favorevole rispetto alle tematiche proposte con conseguenti ricadute sulle scelte politiche.
OLTRE LA PRESSIONE
I gruppi non si limitano a svolgere soltanto un’attività di influenza, ma portano avanti anche altre funzioni, ovvero azioni di analisi
nel rapporto tra politica e società: socializzazione politica. I gruppi diventano canali di partecipazione politica e sociale di grande
rilievo per i cittadini. Sia nel caso in cui promuovano interessi di tipo immateriale, sia che si attivino per difendere interessi di tipo
economico e materiale. Forniscono quindi, opportunità di partecipazione e coinvolgimento sotto il profilo emotivo, psicologico,
ma anche in termini fattuali e comportamentali come il prendere parte ad attività di partecipazione. La storia personale di molti
leader politici è segnata dall’esperienza in ruoli direttivi di svariate associazioni di rappresentanza sociale ed economica o
dall’aver ricoperto cariche in organizzazioni di diverso tipo, appartenenti a differenti matrici culturali e ideologiche.
Ragionare intorno alle relazioni tra i gruppi e gli altri attori del sistema politico permette di tracciare i confini tra questi soggetti e
arricchirne la definizione. Bisogna prestare attenzione a tre scenari:
1. Il gruppo sponsorizza il partito, ma ne sostiene anche le candidature convocandovi proprio gli uomini
2. un gruppo può avere diretta emanazione di un partito e da questo dipende anche la libertà di tale organizzazione di articolare
la domanda sociale, che però viene limitata dal controllo del partito.
3. una terza situazione si verifica quando vi sono degli interessi condivisi tra il gruppo e il partito
Un gruppo può essere l’evoluzione di un movimento che assume uno stato di maggiore strutturazione, ovvero si istituzionalizza
e facendo ciò può seguire anche un altro percorso e assumere altre funzioni, quindi trasformarsi totalmente in un partito politico.
Un discorso diverso viene fatto per il sindacato, poiché si tratta di un’organizzazione che viene intesa sia come associata alla
categoria dei gruppi di pressione, sia come un soggetto diverso poiché l’attore si muove seguendo una logica differente da
quella tipica della pressione adottata da altri gruppi e organizzazione di rappresentanza degli interessi. Quindi possiamo
affermare che il sindacato sta e opera su due livelli: fino a una certa soglia funzionale, esso rientra nel contesto concettuale e
operativo del gruppo di pressione.
L’azione di lobbying si sviluppa lungo direttrici differenti e ricorre a risorse varie per accedere ai luoghi della decisione politica al
fine di interagire con i detentori del potere e le loro decisioni. Si tratta di un processo ampio e articolato implementato da attori
politici differenti. Dal punto di vista strutturale al di là dei registri dei gruppi lobbistici la tendenza è quella di una progressiva
professionalizzazione e istituzionalizzazione di questo settore. A fare lobbying non sono solo in grandi interessi di tipo
economico e finanziario: le potenti corporations nazionali o multinazionali possono essere studi di esperti legali o di pubbliche
relazioni, Ong, istituzioni accademiche ecc.. La crisi delle forme e delle organizzazioni tradizionali di rappresentanza degli
interessi, la frammentazione stessa della politica nella fase postmoderna, il clima di sfiducia e delegittimazione sociale tracciano
la cornice nella quale l’azione di lobbying si sviluppa e tende a ridefinirsi. Le nuove opportunità offerte dalla Rete e dalla
comunicazione digitale entrano in questo dinamica offrendo strumenti e modalità di segno nuovo per quella che è un canale di
partecipazione politica. L’espansione della tecnologia digitale ha favorito lo sviluppo di uno spazio pubblico inedito che Castells
chiama mass self-communication: con questa categoria viene sottolineata la compresenza della dimensione collettiva e del
carattere individualizzato nelle prassi comunicative che si riflettono anche sul fronte partecipativo.
➤ Differenze e vantaggi organizzativi I nuovi media stimolano l’attenzione, la conoscenza e quindi la competenza dei cittadini
su tematiche pubbliche, sollecitando così il coinvolgimento civile e politico. La nascita della società in Rete porterebbe vantaggi
organizzativi per questi gruppi che soffrono di una maggiore difficoltà di accesso al sistema mediatico e per ottenere visibilità
pubblica. La comunicazione online permette alle organizzazioni politiche di entrare in contatto con un numero maggiore di
cittadini, mobilitarli per fare pressione impegnando risorse diverse da quelle tradizionali. La dimensione privata e pubblica si
intrecciano nello sviluppo dei nuovi modelli di partecipazione e lo spazio per i tradizionali incentivi selettivi viene a ridursi
drasticamente nel quadro di questa diversa logica dell’impegno politico che caratterizza i gruppi di pressione di nuova
generazione. Tali gruppi hanno una struttura organizzativa molto più leggera di quelli tradizionali; perdono la dimensione
gerarchica e si sviluppano attraverso forme di tipo reticolare. La comunicazione intraorganizzativa avviene attraverso gli
strumenti digitali che assicurano una diversa flessibilità e modalità a queste prassi comunicative. Il personale e lo staff che
fanno capo al nucleo centrale dell’organizzazione è ridotto nel numero rispetto agli apparati burocratici dei gruppi tradizionali
che sono organizzati con delle sedi locali e livelli gerarchici dislocati sul territorio. Questo porta a ridefinire anche la distribuzione
del potere e le linee di controllo in seno all’organizzazione, cioè alla governance interna.
➤ Un caso paradigmatico un modello esemplare di questo tipo di gruppi è il liberal advocacy group. Le caratteristiche
organizzative e le strategie di mobilitazione sperimentate da questo gruppo sono state adottate anche da altre organizzazioni: di
tipo monotematico o afferenti a diverse aree politiche di riferimento, oppure con dimensioni e impatto minori. Si è sviluppata
intorno a un indirizzario composto da alcuni milioni di persone; è un gruppo che mobilita i cittadini su questioni diverse, infatti
non essendo un’organizzazione di tipo single issue sollecita azioni di pressione su differenti contenuti. Le azioni messe in
campo sono orientate anche sulla raccolta fondi attraverso piccole donazioni da destinare sia a finalità generali, sia a quelle più
specifiche del gruppo. Alla base di questo modello di gruppo di pressione vi è il carattere generalista che lo rende un organismo
particolarmente flessibile, infatti può impegnarsi in tematiche e campagne di opinione riguardanti diverse questioni. Possiamo
anche dire che questa tipologia di gruppo sfrutta non solo i processi di destrutturazione della politica, ma anche le opportunità
messe a disposizione dalla rivoluzione del campo delle tecnologie dell’informazione.
LA PROSPETTIVA IDEOLOGICA
L’ideologia è un complesso articolato, e più o meno coerente, di idee, valori, atteggiamenti, opinioni, che riguardano la società e
l’uomo. L’ideologia è inerente alla valutazione delle condizioni, di processi, del funzionamento di un determinato ordine sociale.
Esse sono condivise da classi sociali, gruppi sociali o di interesse che fanno riferimento a prospettive ideologiche per
autodefinirsi, per valutare e spiegare e quindi anche giustificare una determinata condizione o concezione della società.
Karl Mannheim fa una distinzione fra la concezione particolare e quella totale dell’ideologia: la prima si riferisce a contraffazioni
deliberate di una situazione reale per fini egoistici da parte di determinati gruppi sociali, mentre la seconda consiste in un
prodotto della vita collettiva cui si partecipa e giunge a toccare la concezione del mondo in un’epoca, oppure di un concreto
gruppo storico-sociale.
La prospettiva ideologica è strettamente legata alla stratificazione sociale e di conseguenza, ciò comporta implicazioni politiche.
Il riferimento a uno specifico supporto ideologico viene utilizzato dalle classi dominanti nel contesto sociale di appartenenza per
giustificare la posizione riporta, quindi lo status di cui godono. Possiamo anche affermare che le ideologie non sono articolazioni
di valori, orientamenti, ma essi costituiscono i cardini ideali sui quali i partiti politici basano la loro proposta politica.
Le famiglie politiche
➤ Partiti liberali e radicali. I partiti liberali hanno rappresentato nel corso dell’800 la corrente ideologica di maggior importanza, ma
oggi sono partiti con un seguito elettorale contenuto e piuttosto caratterizzato. Storicamente gli interessi della borghesia, e la
difesa di questi, si sono contrapposti a quelli della classe dei proprietari terrieri, e quelli di forze e gruppi che si riconoscevano
nell’area conservatrice.
➤ Partiti conservatori. Questa tipologia di partito in origine rappresentavano gli interessi dei proprietari terrieri e degli ambienti
clericali. Essi si proponevano come difensori della tradizione collocandosi al fianco di altre componenti del conservatorismo,
come appunto il mondo legato alla chiesa. Essendo generalmente dei partiti di governo si trovano a dover accettare dei
compromessi, assumendo anche posizioni proprie degli avversari.
➤ Partiti democratici-cristiani. I principi e i valori religiosi ai quali fanno riferimento questi partiti li portano a essere orientati
all’allargamento dei diritti sociali. Tuttavia però, questi partiti si sono mostrati fortemente contrari all’estensione di determinate
libertà civili e personali. I partiti riconducibili a questa famiglia hanno avuto profondi cambiamenti dovuti anche alla
trasformazione di carattere storico e socio-culturale. Queste formazioni hanno avuto per un lungo periodo un seguito elettorale
di massa, ciò ha indotto i partiti di questa famiglia politica a essere pragmatici e a coltivare legami come le organizzazioni di
rappresentanza dei diversi interessi socio-economici e culturali, ma anche a mediare a livello territoriale tra centro e periferia,
con politiche e iniziative attente alla dimensione locale.
➤ Partiti socialisti, comunisti e socialdemocratici. Questo partito rappresenta l’ala rivoluzionaria del movimento operaio fedele
all’ideale della trasformazione radicale del sistema produttivo e alla socializzazione dell’economia. Il ricambio generazionale, gli
sviluppi storici e le conquiste sul terreno dei diritti sociali hanno attenuato le impostazioni più radicali nella visione della società e
dell’economia. La stessa base elettorale dei partiti comunisti e di quelli socialisti si è evoluta nel tempo diventando più
composita: oltre a una forte componente di lavoratori dipendenti è aumentata la presenza di lavoratori autonomi e soggetti che
svolgono un professioni di tipo intellettuale.
➤ Partiti agrari. I partiti agrari sono organizzazioni legate alla difesa degli interessi delle campagne, nate con le trasformazioni
economiche indotte dalla Rivoluzione industriale. La tutela degli specifici interessi del mondo contadino e dell’economia agricola
ha spesso trovato altri canali di rappresentanza rispetto al partito, come ad esempio il gruppo di interesse.
➤ Partiti di estrema destra. In questo partito troviamo soggetti partitici e fenomeni politici differenti. Sono formazioni che
richiamano la necessità di uno stato forte, autoritario. Nelle organizzazioni più moderne questo orientamento si combina con
posizioni xenofobe e dai contenuti anti-immigrazione.
➤ Partiti etnoregionalisti. Sono strettamente interessati al territorio. Nei partiti verdi prevalgono la tematica ambientalista, il rispetto
delle risorse naturali e una concezione specifica di sviluppo economico e sociale. Si tratta di formazioni strettamente connesse
alla pratica della mediazione centro-periferica su basi materialiste: questa famiglia rappresenta di fatto quelle minoranze che a
partire dai processi di nascita degli stati nazionali hanno continuato a ribadire la propria identità culturale e territoriale dando vita
al fenomeno regionalista.
➤ Partiti ambientalisti. Alla base di questa famiglia partitica vi è la critica di uno sviluppo economico che viene considerato non
rispettoso dei criteri di sostenibilità ambientale e sociale. Si tratta di formazioni che presentano in via generale una certa
inclinazione al coinvolgimento e alla protesta, tipica dei nuovi movimenti sociali che si estende a forme di partecipazione
individualizzata come il consumerismo politico e le azioni di buycotting e boycotting.
LA DIMENSIONE FUNZIONALE
ELEMENTO ORGANIZZATIVO
I partiti politici possono anche essere classificati in rapporto alla prospettiva ideologica abbracciata, quindi in base agli
orientamenti e ai valori di riferimento che danno forma alle rispettive visioni che i partiti stessi hanno del mondo; questo
approccio ha permesso di suddividerli in diverse famiglie politiche.
Un modo aggiuntivo per studiare i partiti è quello di seguire la prospettiva organizzativa, prestando attenzione al tipo di struttura
organizzativa che caratterizza questi attori della politica. L’organizzazione definisce il rapporto del partito con la società e il
territorio, ma si collega anche al nesso tra i partiti e istituzioni dello stato.
Organizzazione e società
L’organizzazione non solo fornisce un profilo di quello che oggettivamente è il partito, ma definisce anche il rapporto tra il partito
e la società, il partito e il territorio. L’organizzazione implica determinati modelli di partecipazione e di comunicazione. Di
conseguenza, il profilo organizzativo di una struttura politica è connesso all’idea stessa di “politica” che condivide e alla
concezione di “democrazia” che sostiene. La costruzione di tipologie di partito è un esercizio che ha coinvolto molti studiosi,
infatti questo ha portato alla nascita di numerosi modelli e di definizioni, che variano in base alle caratteristiche organizzative e
alle dimensioni considerate. L’evoluzione delle forme di partito risente fortemente delle trasformazioni sociali, politiche e culturali
di una società, in particolare i cambiamenti nella cultura politica e lo sviluppo delle tecnologie della comunicazione che hanno
ridefinito il rapporto tra partito e società e quindi anche le modalità di coinvolgimento e partecipazione. Inizialmente i partiti
erano un comitato di notabili che ricopriva posizioni di prestigio nella società e ruoli di potere nella politica, senza dare spazio
alla massa dei cittadini che tali ancora non erano, mentre oggi il partito è diventato il soggetto che svolge attività di mediazione
tra queste due sfere. L’organizzazione si configura come un elemento primario del partito e ne assicura la presenza sociale, la
sua forma e le sue peculiarità.
La costruzione di partiti è un esercizio che ha coinvolto molti autori nel corso del tempo. Lo studio tipologico dei partiti
influenzerà tutta la riflessione successiva sulla tematica.
➤ Partito di notabili questo partito si sviluppa in un contesto in cui i processi di democratizzazione e di inclusione di ampie
fasce di cittadini nella comunità politica erano ancora in divenire. Solo una piccola cerchia di soggetti era coinvolta nella politica
partitica e parlamentare. Si tratta di figure impegnate in politica come attività secondarie, avendo professione, interessi e
iniziative economiche proprie a cui dedicarsi. Weber osserva che questo partito non si regge su politici di professione che
vivono di politica, né su un vasto personale politico o sul lavoro di funzionari a tempo pieno, ma si tratta di figure che si dedicano
in modo discontinuo alla gestione organizzativa del partito stesso. E’ un partito che ha un’origine interna parlamentare, come
suggerisce Duverger. Si muove dall’alto verso il basso, allargandosi alla società, ma limitatamente nei segmenti privilegiati che
sono parte della sfera politica; tuttavia, sono partiti di tipo elitario e dal carattere elettoralistico che hanno subito un profondo
processo di trasformazione organizzativa.
➤ Partito di massa sono dei partiti extraparlamentari, ovvero dei partiti di origine esterna, espressione di quella componente di
società che in passato non aveva l’opportunità di essere parte di una comunità politica ristretta a determinati strati della società.
Questi partiti derivano dagli storici movimenti popolari che si organizzano e poi si istituzionalizzano, per accedere al parlamento
e alla competizione partitica. Si sviluppa un personale politica di professione, funzionari a tempo pieno addetti ad una struttura
politica complessa e articolata. Weber sottolinea come si possa comunque coniugare con la possibilità di “vivere per la politica”,
ovvero la condizione di chi ha fatto l’interesse generale una “ragione di vita”. Egli vede nel partito di massa anche il riflesso del
processo di relazionalizzazione della società, di burocratizzazione che la investe e fornisce un parallelo fra la struttura del partito
e quella dello stato.
➤ Partito pigliatutti L’attribuzione “pigliatutti” rimanda all’idea di fondo che caratterizza questo modello di partito, diventa meno
definita e più eterogenea anche sotto il profilo socio-economico. Questa tipologia di partito sottolinea come i cambiamenti
segnano lo sviluppo della società occidentale, dando anche trasformazioni sui partiti con ricadute sul loro profilo organizzativo.
Kirchheimer sostiene che il partito di massa sono forme storiche che hanno operato cambiamenti nelle proprie strutture
organizzative al fine di continuare a vivere. In questo i partiti prestano un’opportuna attenzione affinchè tali e diversi interessi
non entrino in conflitto tra loro e con quelli della classe sociale di riferimento. Il partito pigliatutti si qualifica per:
- il ridimensionamento del bagaglio ideologico su tematiche e politiche che toccano un segmento di elettorato più largo rispetto
alla tradizionale classe di riferimento
- la leadership rafforza il suo potere all’interno del partito rispetto agli altri livelli organizzativi
- una maggiore apertura, da parte del partito, all’influenza di diversi gruppi
➤ Partito professionale-elettorale Panebianco riprende i tratti di fondo esplicitati nella teoria del partito pigliatutti, però
l’attenzione si concentra su un particolare, che restava implicito nell’analisi di Kirchleimer, ma assume centralità in questo
modello: la progressiva professionalizzazione delle organizzazioni partitiche. (guardare schema pag 248) La domanda sociale
viene analizzata attraverso i professionisti del marketing politico e dei sondaggi di opinione. L’azione comunicativa segue le
strategie pensate dagli esperti di comunicazione politica e di immagine.
LE TRADIZIONI DI STUDIO
L’analisi classica del comportamento elettorale si richiama principalmente a due tradizioni di studio: approccio
geografico-ecologico, che pone attenzione al territorio; prospettiva di tipo psico-sociologico, dove l’elemento di riferimento è
costituito dagli individui, cioè gli elettori. Si tratta di due modi diversi di affrontare lo studio di voto, con differenti implicazioni di
tipo teorico. Le teorie sul voto hanno conosciuto un’evoluzione nel tempo, per adattarsi non solo ai cambiamenti nelle pratiche
degli elettori, ma anche per rispondere al dibattito critico sui limiti che i vari modelli interpretativo hanno evidenziato.
➤Analisi territoriale del voto Il primo approccio
mostra un’attività di ricerca orientata a
raccogliere una serie di informazioni e di
indicatori relativi a specifiche unità territoriali, con
l’obiettivo di delineare i tratti sociali, economici e
geografici del contesto oggetto di studio.
➤Analisi individuale del voto La seconda
prospettiva di analisi elettorale concentra
l’attenzione non tanto sui caratteri del territorio,
ma sugli elettori.
L’approccio geografico-ecologico allo studio elettorale mette in relazione la distribuzione del voto nelle singole unità
territoriali con le caratteristiche di quel determinato territorio (economiche, culturali, socio-politiche). L’obiettivo è quello di
individuare il profilo di queste specifiche aree geopolitiche, cioè, di identificare quei tratti territoriali che appaiono in stretta
relazione alla variabile «voto» e che possono dunque spiegarne il risultato elettorale. All’interno dell’approccio
geografico-ecologico si possono riconoscere due diversi indirizzi:
- geografia sociale di un determinato ambito territoriale. Questo approccio prende le mosse dalla stabilità del comportamento
elettorale, sedimentati nel tempo e radicati in definiti contesti geografici. Il territorio è inteso come scenario nel quale si sviluppa
un intreccio di relazione sociale che tocca i vari piani della vita di una comunità. Sarà questa la struttura di relazioni a stimolare
la persistenza di specificità di natura politica in un determinato ambito geografico. Il modello di geografia sociale si pone di
trovare le radici e le ragioni del comportamento elettorale all’interno della struttura della società nella quale si muovono gli
elettori. In questo modo si privilegiano una sorta di geografia delle relazioni umane, la quale tiene insieme le reciproche
influenze di meccanismi di regolazione su ambiti diversi, ma contigui. Tali logiche presentano un solido nesso con la dimensione
politico-elettorale condizionando l’esito.
ESEMPI:
A. Un ricercatore potrebbe scoprire, in un contesto territoriale, una relazione tra il risultato elettorale di una determinata parte
politica e la presenza di specifiche associazioni coerentemente allineate, sotto il profilo politico, al partito dominante. Quella
realtà associativa può essere considerata un rilevante fattore esplicativo del voto, perché in grado di mobilitare uno specifico
segmento di elettorato a essa vicino sotto il profilo identitario.
B. Lo stesso, tuttavia, potrebbe dirsi rispetto a una particolare struttura di classe che caratterizza determinate aree territoriali.
Un’indagine ecologica potrebbe far osservare che le sezioni elettorali abitate in prevalenza da cittadini appartenenti a classi
sociali popolari esprimono un orientamento di voto diverso da quello delle zone residenziali dove vive invece il segmento di
abitanti più benestante della città.
L’approccio psicologico si configura quindi come una tradizione di studio successiva alle ricerche di tipo ecologico che ha
trovato negli Stati Uniti il «laboratorio di sperimentazione». Il ricorso alle indagini campionarie ha permesso di approfondire lo
studio della scelta di voto interrogando direttamente le persone. Dunque, il contributo innovativo apportato dall’approccio
psicosociologico consiste proprio nel passaggio dallo studio di unità territoriali, tipico della prospettiva ecologica, a quello diretto
degli individui. Nella prospettiva psicosociologica i dati e le informazioni necessarie all’analisi del comportamento elettorale non
si riferiscono tanto ai caratteri del territorio, ma insistono su tre diverse dimensioni sociologiche di natura individuale:
1. gli attributi personali (ad es., genere, età, livello di scolarizzazione, tipo di occupazione o condizione sociale, gruppo etnico di
appartenenza);
2. i comportamenti individuali (ad es., stili di vita, frequentazione di cerchie sociali, pratica religiosa, partecipazione politica,
impegno sociale, fruizione mediatica, utilizzo dei social media, consumi culturali);
3. l’identità e gli atteggiamenti psicologici degli elettori (ad es., familisti, solidaristi, xenofobi, localisti, religiosi, civici, razionali,
identitari).
Con lo sviluppo dell’approccio psico -sociologico, diventa possibile rispondere al quesito «chi vota chi e perché» interrogando
direttamente gli elettori, senza tentare di inferire mediante l’analisi territoriale del voto e correre il rischio di imbattersi nelle
insidie della fallacia ecologica. All’interno di questa prospettiva è possibile riconoscere due principali e distinte scuole di
pensiero:
1. SCUOLA DI COLUMBIA
(Approccio sociologico)
Questa tradizione di studi si richiama al cosiddetto paradigma sociologico e prende avvio con la ricerca sulle elezioni
presidenziali americane del 1940. In particolare, grazie a un’indagine condotta da Paul F. Lazarsfeld e altri ricercatori della
Columbia University di New York. Secondo questa prospettiva:
S’innesta un meccanismo di trasmissione sociale delle scelte politiche, che si realizza attraverso tre fondamentali processi: la
differenziazione, la trasmissione, il contatto.
Secondo la prospettiva della Scuola di Columbia, c’è l’idea che è possibile predire la scelta di voto delle persone costruendo un
modello esplicativo basato su una selezione di variabili sociali: genere, età, livello di scolarizzazione, occupazione lavorativa,
classe sociale di appartenenza, pratica associativa, grado di religiosità e altre variabili. (DETERMINISMO SOCIOLOGICO)
2. IL MICHIGAN APPROACH
(Approccio psicologico)
Privilegiano il ruolo dell’identificazione partitica: la rilevanza della
dimensione psicologica individuale e la valorizzazione della percezione
della politica. Secondo questa prospettiva lo studio elettorale va
incentrato sull’identificazione del cittadino con il partito, la quale
rappresenta la principale motivazione, quindi la determinante principale
della scelta di voto. Alla base di tutto questo si colloca quel legame che
unisce affettivamente il cittadino elettore a un determinato partito. Oltre
all’identificazione partitica come fattore di influenza delle attitudini
politiche degli elettori, va considerata l’offerta politica. A questo
proposito vengono individuate tre diverse categorie di competizione
elettorale:
1. le elezioni di mantenimento, quando il risultato elettorale è determinato anzitutto dall’identificazione partitica in una situazione
segnata da un basso profilo dei candidati;
2. le elezioni devianti, quando si registra un’«incoerenza» tra l’identificazione partitica e le scelte elettorali; quando cioè il
candidato proposto da un partito non soddisfa il suo elettorato che vota diversamente;
3. le elezioni di riallineamento, caratterizzate da un cambiamento non trascurabile e durevole delle identificazioni partitiche e di
conseguenza dei risultati elettorali.
Una sfida al modello psicologico
La stabilità del voto e, parallelamente, l’immagine di un elettore passivo determinato da prerogative di tipo psicologico (Michigan
Approach) o sociologico (Scuola di Columbia) si scontrano con fenomeni che hanno investito le moderne democrazie:
La prospettiva economico-razionale
Il terzo approccio di studio che abbraccia la prospettiva individuale del voto, è quello che rimanda all’elettore razionale. Il
comportamento elettorale viene quindi spiegato mediante assunti e concetti tratti dall’economica classica, Nuove PAROLE
CHIAVE: come l’ «utilità», la «razionalità individuale», l’«interesse» e la sua massimizzazione.
•Teoria economica della democrazia: Schumpeter e Downs, questi hanno una visione laica della politica: Accordo di fondo su
valori fondamentali e regole del gioco Non accordo su agenda politica, modalità di attuazione e valutazione delle politiche
pubbliche. L’elettore viene visto come un soggetto razionale, calcolatore. È l’homo oeconomicus che di fronte a una serie di
alternative (di voto) compie la scelta secondo criteri di convenienza e interesse.
E (UA t + 1) – E (UB t + 1)
t = data elezioni
t+1 = intervallo tra due elezioni
A = partito di governo uscente (incumbent)
B = partito di opposizione (competitor dell’incumbent)
Se l’utilità attesa E è a favore di A, l’elettore vota A;, se di B, vota B. Se non c’è differenza, l’elettore si astiene (non assume
costi del voto).
Partendo da queste linee di fondo del modello economico proposto da Downs alcuni autori hanno messo in rilievo la dimensione
retrospettiva della scelta elettorale e la valutazione dei partiti in base a quanto hanno realizzato in passato, insistendo in
particolare sui fattori economici, come i risultati ottenuti nell’ambito della disoccupazione o dell’inflazione. Il modello proposto da
Morris P. Fiorina [1977; 1981] parte dalla nozione classica di «voto retrospettivo», lo inserisce in un quadro più complesso del
processo decisionale del voto. Il modello del voto retrospettivo è un modello causale. Si avvia con le valutazioni retrospettive da
parte dell’elettore sulle azioni, sui risultati e sui benefici ottenuti dall’attività̀ di governo.
Le valutazioni retrospettive interagiscono con l’identificazione di partito, vengono quindi mediate da questo tipo di orientamento
e finiscono per dare consistenza alle aspettative future.
Altri modelli privilegiano la dimensione prospettiva del voto. Pongono attenzione alle promesse elettorali e ai programmi illustrati
in occasione della campagna, insistendo maggiormente sugli aspetti di tipo simbolico.
➢ È un approccio che prescinde sia dai tratti sociologici dell’elettore (Scuola di Columbia), sia dal legame affettivo con il partito
(Michigan Approach).
➢ Si concentra sull’utilità individuale che un elettore può trarre dalla vittoria di un partito, calcolata sulla base della propria
situazione personale DI BREVE PERIODO
➢ Vengono tralasciate «interferenze» di carattere valoriale, identitario, relazionale.
➢ È una scelta razionale basata su considerazioni di breve periodo.
➢ Il consenso dell’elettore verso un partito non necessariamente mantiene una stabilità di lungo periodo. L’orientamento può
cambiare in base a considerazioni di convenienza.
La prospettiva cognitiva
Costituisce il quarto approccio di studio che abbraccia la prospettiva individuale del voto. Dalla seconda metà degli anni ’80 si è
sviluppato l’approccio di natura cognitiva (political cognition). Il declino dei tradizionali «ancoraggi del voto» spinge a cercare
chiavi di lettura diverse dalle classiche basi sociali e dal modello classico della scelta razionale. Questo approccio ribadisce
come la spiegazione (e la previsione) della scelta di voto fornita dai modelli (psicosociologico e della razionalità̀ individuale)
dev’essere integrata da un percorso di comprensione, in senso weberiano. Il voto, in questa prospettiva, viene visto non come
un risultato da prevedere, ma un complesso processo decisionale, da ricostruire in base ai significati attribuiti all’azione: la
scelta del voto da parte dell’attore. Non è un paradigma alternativo ai tradizionali approcci di ricerca, ma va inteso come una
prospettiva che va a integrarne altre e a riempire uno spazio d’analisi che è stato lasciato a lungo scoperto. Rispetto al
comportamento elettorale, ad esempio, non sarebbe credibile e nemmeno auspicabile che i modelli della cognizione politica
cercassero di formulare un modello in grado di prevedere il voto meglio dei vari modelli disponibili. L’idea del reasoning voter
nasce all’interno della tradizione di studi di tipo razionale, ma si integra con i modelli della cognizione politica (political
cognition). L’essere «razionalmente ignorante» porta l’elettore ad adottare strategie come le scorciatoie cognitive, dette anche
euristiche. Vengono utilizzate con l’obiettivo di valutare e collocare le (limitate) informazioni ricevute entro una prospettiva di
conoscenza coerente e utile alla decisione di voto. La spiegazione della scelta di voto dell’elettore che «ragiona» si basa su
questa critica alla razionalità economica, a cui viene contrapposta la razionalità limitata in un contesto di scarsa informazione.
LA RELAZIONE ELETTORI-PARTITI APPARTENENZA, SCAMBIO, OPINIONE. Una tipologia di voto si base su:
1. contenuto e oggetto dell’opzione di voto;
2. base sociale di riferimento;
3. canali di comunicazione tra elettori e partiti;
4. caratteristiche dell’atteggiamento di voto.
1. Il voto di APPARTENENZA si caratterizza per una profonda identificazione con uno dei partiti in competizione. Senso di lealtà.
2. Il voto di OPINIONE si caratterizza per un senso di responsabilità̀ nei confronti del sistema politico e per la consapevolezza
dell’importanza politica del cittadino nel suo ruolo di elettore (informato e «sofisticato»).
3. Il voto di SCAMBIO si caratterizza per un orientamento alla strumentalità. È, cioè, una pratica razionale, dove il voto
rappresenta il mezzo di scambio per ottenere benefici personali.
ASTENUTI. Gli elettori che non si sono effettivamente recati alle urne nonostante godessero del diritto di voto
SCHEDE BIANCHE. L’elettore si reca al seggio elettorale, ma in cabina non esprime alcun voto sulla scheda che ripone nell’urna
SCHEDE NULLE. Sono di due tipi:
• intenzionalmente annullate dall’elettore;
• annullate in fase di spoglio per irregolarità non intenzionali
➤ Astensione attiva e passiva L’astensione passiva viene praticata quando gli elettori, anche avendo diritto di voto, non si
recano alle urne. Troviamo diverse ragioni:
1. ragioni di marginalità sociale e culturale, legato più che altro al profilo democratico: astensione tecnica, volontaria e forzosa
(inevitabile)
2. rapporto dell’elettore con il sistema politico, quindi si parla di astensionismo politico, volontario (evitabile)
Quando si parla di astensionismo tecnico, involontario è possibile ricondurlo a impedimenti fisici che rendono complicata la
partecipazione elettorale di determinati soggetti. Il fenomeno dell’astensionista è riconducibile a elementi indipendenti dalla
volontà dell’elettore e legati alla marginalità sociale di alcune fasce sociali. Mentre quando si parla di astensionismo politico ci
muoviamo verso una precisa volontà dell’elettore di non voler fruire del diritto del voto. Questo comportamento è interessante se
prendiamo in considerazione la prospettiva sociologica del comportamento elettorale che si struttura su due dimensioni in
particolare:
Dall’incrocio di queste due variabili scaturisce una tipologia nella quale è possibile collocare le diverse componenti del voto
espresso e inespresso; sulla base di ciò possiamo definire quattro diverse aree: integrazione, protesta, apatia, alienazione.
Integrazione. Abbiamo la presenza di un cittadino inserito nel
sistema. Non è un elettore che si astiene, ma indirizza il proprio
voto verso una delle parti in gioco.
Protesta. Espresso da chi si reca comunque alle urne. Qui
rientrano le schede bianche e le schede nulle
Apatia. Accetta le proposte dell’offerta partitica, ma non
partecipa al voto in occasione di una scadenza elettorale. Qui
troviamo: gli apatici e coloro che non votano per questioni di
carattere tecnico.
Alienazione. Sono coloro che non accettano le opzioni proposte
dall’offerta politica, nè si recano alle urne per esercitare il voto.
➤ Astensione attiva o civica Elettori che esercitano il diritto di voto, ma rifiutano la scheda motivando per iscritto la scelta al
collegio scrutatori. Questo elettori si avvalgono del diritto di voto e rispettano tale istituzione, ma non completano il percorso in
modo ortodosso.
➤ Astensione apparente non si limita solo alla questione statistica e alla relativa correttezza del tasso di astensione, che a sua
volta stimola considerazioni sia nel dibattito pubblico, sia in quello scientifico. Si tratta di una distorsione che tocca direttamente
un’istituzione della democrazia diretta.
Le consultazioni elettorali non sono tutte uguali; le elezioni si dividono in elezioni di primo e di secondo ordine:
• elezioni di PRIMO ORDINE: sono appuntamenti elettorali che vengono reputati più importanti dagli elettori (consultazioni
politiche).
• elezioni di SECONDO ORDINE: sono elezioni che assumono un minore rilievo nella prospettiva degli elettori (le elezioni europee
o quelle amministrative).
Nel caso siciliano questa differenza non c’è. Poichè l’elettore meridionale non fa “differenza”, anzi dà anche più importanza a
quella di secondo ordine. Questa può essere legata ad una maggiore mobilitazione.
E’ difficile stabilire regole generali sempre valide e distinguere in modo netto e definitivo tra elezioni di primo e secondo ordine.
Nei vari sistemi vi sono implicazioni di natura politica che rendono ogni consultazione storia a sé. Nel corso della campagna
permanente, una consultazione per il rinnovo dei rappresentanti al Parlamento europeo o a livello amministrativo può caricarsi
di forti significati politici e suscitare un ampio coinvolgimento. La differenza di partecipazione elettorale tra due consultazioni
contigue crea dei flussi di mobilitazione e di smobilitazione:
1. MOBILITAZIONE: elettori che si erano astenuti in occasione dell’elezione precedente ma in quella successiva decidono di
andare a votare;
2. SMOBILITAZIONE: elettori che decidono di non tornare a votare nell’occasione successiva.
La natura discontinua della partecipazione elettorale sta alla base dei flussi di mobilitazione/smobilitazione. Un comportamento
costante rispetto alla chiamata alle urne definisce:
• gli elettori assidui. Partecipano con regolarità;
• gli astensionisti cronici. Disertano in modo sistematico
• L’elettore intermittente decide di volta in volta se recarsi, o meno, alle urne.
I fattori di distorsione sono diversi e le varie strategie implicano comunque dei limiti, ovvero adottando la tecnica del sondaggio
si rileva una sovrastima della reale partecipazione elettorale e considerando anche i risultati elettorali si disporrà di informazioni
aggregate, per poi rientrare in una consultazione successiva. Questo aspetto viene ulteriormente complicato dal fatto che il
corpo elettorale cambia da un’elezione all’altra. Le elezioni amministrative nelle regioni a statuto ordinario o quelle
amministrative nei comuni si tengono in tempi diversi e limitatamente ad aree territoriali definiti, il che aggiunge ulteriori criticità
a un processo di valutazione già di per sé complicato. Un metodo utile per studiare questo fenomeno è quello di abbracciare la
tecnica dello studio di caso e di focalizzare l’indagine su di una o più realtà locali.
DEIDEOLOGIZZAZIONE: la fine delle ideologie ha minato alla base i sentimenti di appartenenza politica degli elettori incentrati
sulle grandi narrazioni ideali, sulle visioni del mondo che gli stessi partiti, con i loro simboli, rappresentavano.
PRESIDENZIALIZZAZIONE: i regimi politici hanno progressivamente teso ad abbracciare, de facto, quando non de iure, i
meccanismi di funzionamento istituzionale che richiamano il sistema presidenziale, con cariche monocratiche.
La dinamica comunicativa sostiene la figura del leader candidato che si colloca al centro della competizione elettorale con la
sua persona. ll superamento dei modelli tradizionali di partito spinge verso una mutazione della loro organizzazione: nasce il
partito personale. L’elettore tende a guardare la politica senza gli occhiali delle ideologie e a esprimere una scelta di voto di tipo
personale. II voto diventa progressivamente leader-oriented.
LA COMUNICAZIONE POLITICA
1. Il sistema politico: l'insieme delle istituzioni che costituiscono l'ossatura della vita politica di un Paese;
2. Il sistema dei mass media: ossia l'insieme delle istituzioni mediali che svolgono attività di produzione e distribuzione
dell’informazione;
3. Il cittadino elettore
La comunicazione politica trae origine dalle reciproche relazioni che nei sistemi democratici vengono a strutturarsi tra gli attori
sociali. Non va dimenticato che la comunicazione politica ha assunto forme diverse per poi acquisire la connotazione del tempo
presente, infatti si sono evolute parallelamente alle opportunità rese disponibili dallo sviluppo tecnologico e dalle possibilità
offerte dagli strumenti del comunicare.
La comunicazione politica costituisce uno spazio di riflessione teorica e di ricerca di confine, nel senso che convergono ambiti
disciplinari contigui, ma allo stesso tempo distinti. Le teorie della socializzazione prestano particolare attenzione alla dinamica
mediatica e alla comunicazione politica come agenti di socializzazione. La locuzione “comunicazione politica” si configura quindi
come un concetto complesso, infatti anche gli studiosi affermano che abbia una natura sfuggente e mutevole, si pensi
all’influenza e alle trasformazioni indotte dallo sviluppo tecnologico sulla comunicazione in generale e su quella politica in
particolare. La comunicazione politica è dunque un oggetto di studio difficile da delineare. Le modalità della comunicazione
politica si sono evolute parallelamente alle opportunità rese disponibili dallo sviluppo tecnologico e dalle possibilità offerte dagli
strumenti del comunicare. Un nuovo impulso alla comunicazione politica si osserva con la fine delle monarchie assolutistiche e
la nascita degli stati nazionali. Ciò avviene con la cornice dei processi di democratizzazione che hanno caratterizzato lo sviluppo
dei paesi europei, dove il venir meno delle censure imposte alla libera circolazione del pensiero e delle idee in opposizione al
regime costituisce uno degli elementi di base di questa evoluzione. La comunicazione politica è: lo scambio e il confronto dei
contenuti di interesse pubblicopolitico prodotti dal sistema politico, dal sistema dei media e dal cittadino-elettore, al fine di
conquistare, esercitare o condizionare il potere. Due modelli di comunicazione politica (e due modi per studiarla):
• il modello pubblicistico-dialogico;
• il modello mediatico.
➤ il modello pubblicistico-dialogico.
Questo primo modello si basa su un processo di interazioni discorsive
che si instaurano di volta in volta tra i diversi attori, creando poi diversi
spazi comunicativi specifici. Questi tre spazi comunicativi (a,b,c)
rappresentano in pratica la comunicazione politica e sono dovuti a
diversi rapporti di comunicazione bidirezionali che si instaurano tra i
tre attori (sistema dei media, sistema politico e cittadini). L’insieme di
queste tre aree formano un’area di sovrapposizione d, quando lo
scambio coinvolge tutti e tre gli attori dell’arena politica e diventa
comunicazione politica mediatizzata. Questo modello viene definito
pubblicistico-dialogico in quanto colloca la comunicazione all’interno di
un ampio processo discorsivo, coinvolgendo attori diversi, dove tutti
comunicano con tutti. In questo schema analitico gli attori della
comunicazione politica sono considerati sullo stesso piano.
➤ il modello mediatico.
Nel modello mediatico della comunicazione politica ai mass media
viene attribuito un valore aggiunto, proprio in ragione del potere che
questo attore sa esercitare imponendo la logica della mediatizzazione
nella dinamica comunicativa e nella sfera politica. Questo modello
attribuisce una prevalenza al sistema dei media. La sfera pubblica non
si configura come nel precedente dispositivo analitico, ma si risolve e
coincide di fatto con i confini del sistema dei media. E’ all’interno
dell’area mediale che si svolge il processo comunicativo, spingendolo
nell’alveo della mediatizzazione della politica.
Le moderne democrazie liberal-rappresentative sono sfidate dalle tendenze post-moderna e post ideologica della società
globale. Crisi degli attori tradizionali Inoltre, le nuove tecnologie della comunicazione hanno ridefinito un nuovo ecosistema
mediale in cui si muove il cittadino di questa società.Quando si parla di moderne democrazie si intende, sostanzialmente,
sistemi di tipo rappresentativo (elezioni e delega) e liberale (principi liberali nelle costituzioni). Organizzazione della vita
politica differente da quello classico (Grecia) con alla base la democrazia diretta
che aveva luogo nella polis ateniese. I principi e i meccanismi di autogoverno
hanno lasciato via libera alle procedure di natura rappresentativa dove le elezioni
venivano considerate come il rito centrale che ha nella delega ai governanti di
rappresentare i governati l’elemento centrale; mentre però vediamo che la
filosofia liberale ha dato forma alle moderne costituzioni che regolano e limitano i
poteri dello stato, dei governanti e demarcano anche il confine tra spazio
pubblico e privato. Inoltre, in una società democratica il potere è distribuito tra
una pluralità di attori liberi di associarsi e attivarsi organizzazioni e associazioni
in competizione fra di loro. Possiamo trovare delle tendenze che segnano la
società globale e moderne democrazie: da un lato, come mostra Freedom
House7, è cresciuto nel lungo periodo il numero dei paesi che abbracciano i principi democratici e si aprono
all’istituzionalizzazione delle libertàcivili. La società, intesa come principio fondante del metodo di governo, trova un consenso
sempre più ampio nell’opinione pubblica mondiale e sollecita la mobilitazione per la sua conquista. Dall’altro, i sistemi
democratici suscitano, nei cittadini che ci vivono, sentimenti di insoddisfazione verso il loro funzionamento concreto e alla
qualità del processo democratico. Nel tempo si è venuto cioè a creare progressivamente un vuoto, in seno alle democrazie
occidentali, tra il demos e la politica dei partiti: ruling the void.
Questo intreccio tra democrazia e rappresentanza è stato definito
uneasy alliance dove Pitkin afferma che il concetto di
rappresentanza è enigmatico non perché manchi di una
definizione essenziale, ma perchè questa implica un paradosso
ed è troppo approssimativa per conciliare i troppi significati del
termine e le loro implicazioni talvolta conflittuali. Nonostante
ripetuti tentativi di democratizzare il sistema rappresentativo, il
risultato prevalente è stato che la rappresentanza ha soppiantato
la democrazia invece di porsi al suo servizio. I nostri governanti si
sono tramutati in un’élite autoreferenziale che governa – o
meglio, amministra – masse di persone passive o individualistiche. I rappresentanti non agiscono come agenti del popolo, ma
semplicemente in sua vece. La rappresentanza non va, inoltre, considerata come una categoria concettuale, ma anche come
una pratica fondamentale nel processo democratico.
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Freedom in the World è un rapporto globale annuale su diritti politici e libertà civili, composto da valutazioni numeriche e testi descrittivi per
ogni paese e un gruppo selezionato di territori.
Quindi sono due le dimensioni che si intrecciano dietro questo lemma: elementi di natura teorica e pratiche di ordine politico;
con questa affermazione non si dice nulla di nuovo, tuttavia ciò ha implicazione non di poco conto nella vita politica e chiama in
causa il cambiamento della cultura politica dei cittadini, le innovazioni e i riflessi portati dalla rivoluzione digitale nei processi
comunicativi…
I sistemi democratici hanno tracciato una parabola evolutiva, trasformandosi in postdemocrazie, pur nel rispetto delle norme di
tipo democratico. Si tratta di un’interpretazione critica, dove non si parla di “sistema antidemocratico”, ma viene denunciata una
condizione in cui la partecipazione e le prassi politiche sono svuotate dei loro principi costitutivi a favore di derive decisioniste.
L’indebolimento dello stato nazione e la crescente interdipendenza a livello mondiale degli interessi politici ed
economico-finanziari rendono più complesso il governo di fenomeni globali. L’incertezza è un tratto della società globale e del
mondo postmoderno. Questo accade anche perchè il mondo globale è formato da un reticolo di interessi e di problematiche
nuove dove, il potere economico-finanziario ricopre una posizione tale da far risaltare una debolezza strutturale nella sfera
politica. Così, le istituzioni di rappresentanza e della mediazione sono gli attori che più risentono della crisi della democrazia
rappresentativa e denotano la perdita di un grip politico essenziale per una polity che voglia preservare un grado di
integrazione. I governanti sono dunque schiacciati da una duplice pressione che muove dall’alto e dal basso, infatti oggi il ruolo
dei corpi intermedi è messo in discussione da fenomeni molto diversi tra loro al cittadino comune.
Elezione dei →scelta di una persona di →fedeltà a un partito → scelta di una persona di
rappresentanti fiducia espressione fiducia
→espressione dei legami →dell’appartenenza a una → risposta ai termini
sociali classe dell’offerta elettorale
→militante-burocrate di partito → esperto dei media
Parziale autonomia dei il deputato vota secondo → i leader di partito sono liberi → elezione sulla base
rappresentanti coscienza di determinare le priorità dell’immagine
all’interno del programma
Prova della discussione Parlamento → dibattito all’interno del partito → negoziazioni fra il governo
→ negoziazioni inter-partitiche e i gruppi di interesse
→ neo- corporativismo → dibattito mediatico ed
elettori mobili
DISINTERMEDIAZIONE E REINTERMEDIAZIONE
Lo sviluppo della tecnologia digitale ha aperto ampi spazi al processo di disintermediazione, che tocca diversi ambiti:
1. DISINTERMEDIAZIONE sia dal basso (i cittadini) sia dall’alto (le élite).
→ nel primo caso i cittadini – grazie a risorse come i blog o di social networking – possono «autorappresentarsi» senza bisogno
delle organizzazioni mediali mainstream che fungano da intermediari e veicolo di contenuti verso la sfera pubblica;
→ nel secondo caso sono le stesse élite politiche e mediali che interagiscono direttamente con la base utilizzando gli strumenti
della comunicazione digitale.
2. REINTERMEDIAZIONE Nello spazio online si muovono soggetti che possono essere definiti nuovi influencer (blogger,
celebrities, giornalisti, politici e leader di partito) che, di fatto disintermediando, riproducono perònodi di reintermediazione di
segno nuovo. La riflessione teorica rimanda alla centralità̀ del processo di disintermediazione, il quale, tuttavia, implica una
tendenza di segno opposto: la reintermediazione attraverso nuovi attori e istituzioni.
Possiamo quindi affermare che si tratta di un fenomeno complesso che assume oggi forme ed espressione eterogenee in ambiti
diversi: non solo in politica e nei processi comunicativi, ma anche negli scambi commerciali online (esempio evidente). La
dimensione tecnologica ha ridisegnato il sistema operativo della società postmoderna, intervenendo su modelli di relazione
consolidati, infatti è proprio qui che matura l’attore sociale che si muove in un mondo sempre più segnato dai processi della
globalizzazione. Quest’ultimo attua pratiche di disintermediazione che contrassegnano questa epoca.
LA FENICE DEMOCRATICA
In questa cornice l’attivismo civico e politico dei cittadini si è reinventato, sperimentando logiche e forme differenti dal passato:
una sorte di fenice democratica che rinasce dalla proprie ceneri. La democrazia di monitoraggio e la centro democrazia
rimandando direttamente a questo scenario. Alla base si colloca la critica dei cittadini alla mediazione e ai corpi intermedi, e per
questo viene valorizzato il ruolo di sorveglianza sui detentori del potere. Queste nuove forme di partecipazione e
rappresentanza democratica scaturiscono dal processo di disintermediazione e ridefiniscono il rapporto fra cittadini
(individualizzati) e politica, che viene mediato da un’agency importante: la Rete. Il cittadino può diventare così un attore,
un’agency, al pari di realtà organizzate quali la stampa e l’associazionismo. Il tipo di interazione tra cittadini e sistema politico,
reso possibile dallo strumento tecnologico, può̀ svilupparsi in modo continuo, senza attendere il momento delle elezioni per
intervenire su, e monitorare, quanti gestiscono il bene comune
1. Azioni di partecipazione individualizzata. Si tratta di un attivismo che i cittadini possono svolgere in modo individuale e diretto
usando le potenzialità della Rete e il canale dei nuovi media.
2. Si esplicita attraverso la creazione di arene quotidiane e subpolitiche di impegno
3. Si tratta di forme di attivismo che intrecciano lo stile di vita: la life politics
(partecipazione diventa tematica e che si intreccia con quella che viene chiamata life politics)
La democrazia è un’attività permanente, sottoposta a una continua interazione tra politica e società, tra potere e cittadini. La
crescente complessità della sfera sociale si riflette inevitabilmente sulla vita politica, quindi sulla democrazia. Il coinvolgimento
dei cittadini nel processo decisionale, in particolare nella fase deliberativa (il momento della discussione e del confronto), è
centrale. Questo è confermato dallo sviluppo di spazi deliberativi riconducibili alla concezione di democrazia partecipativa. Lo
stesso «populismo», concetto ampio e scivoloso, può essere visto come una sorta di «reazione» a una degenerazione della
democrazia rappresentativa diciamo che può essere inteso come un tentativo di «ridemocratizzare» la politica. Per una
comunità il tema della fiducia e, soprattutto, della sfiducia nei confronti della classe dirigente è una questione politica di grande
rilevanza. La fiducia è una risorsa fondamentale nella vita sociale e politica. È un un punto centrale nella tradizione del pensiero
politico liberale ma anche nella dottrina democratica: secondo il pensiero politico liberale la sfiducia è alla base di meccanismi
istituzionali di controllo del potere finalizzato alla tutela della libertà dell’individuo dalle prerogative dello stato e dei governanti.
Le costituzioni liberali recepiscono questo timore delimitando lo spazio di azione e di interferenza dello stato nella sfera privata
dei cittadini e in quella dell’intraprendenza economica. Mentre, secondo la dottrina democratica la sfiducia viene invece
considerata in quanto prerogativa del cittadino indirizzata al controllo degli eletti e dell’esercizio del potere attraverso strumenti
di natura partecipativa e di impegno dal basso. Rispetto al senso e alle pratiche della cittadinanza le società̀ contemporanee
sono strutturalmente segnate da un’erosione generale del ruolo della fiducia nel loro funzionamento, così come da una
conseguente crescita delle reazioni di sfiducia. Così sfiducia democratica e sfiducia strutturale s’intersecano e si consolidano.
Una simile società costituisce la tela di fondo davanti alla quale bisogna ricollocare le trasformazioni della democrazia. Queste
trasformazioni portano allo sviluppo della cosiddetta controdemocrazia. Con questo non si intende l’opposto della democrazia,
cioè̀ l’antidemocrazia e la sua negazione, ma rimanda, invece, a una forma politica che può rafforzare e offrire sostegno alla
democrazia rappresentativa, che resta al centro del discorso politico. La democrazia della sfiducia organizzata diventa
complemento alla democrazia della legittimità̀ elettorale, ovvero alla democrazia rappresentativa.
Internet può essere definito come una forma politica poichè ha un elevato potenziale di controllo sul potere. Nello specifico, i
contropoteri democratici hanno preso forma all’ombra della democrazia elettorale-rappresentativa e in un clima di sfiducia
democratica sono tre:
Esiste una sovranità in diretta, al di fuori delle procedure previste nelle costituzioni
Il tema della controdemocrazia e la riflessione sull’articolazione dei suoi contropoteri democratici sulla ridefinizione del concetto
di “cittadinanza”. Spinge a riconsiderare anche il discorso sulla passività civile dei cittadini e il loro ripiegamento nella sfera
privata, del resto varie esperienze vanno verso di un’idea del cittadino attivo. Quindi possiamo dire che è possibile vedere non
solo apatia e disincanto nel rapporto tra società e politica, ma anche lo sviluppo di strutture e logiche di tipo nuovo che possono
essere ricondotte alla concezione di controdemocrazia, basata su un’idea di sfiducia.
SORVEGLIANZA E RETE
La rete può essere considerata come uno spazio generalizzato di vigilanza e di valutazione. Lungi da costituite un semplice
strumento, internet è la funzione stessa di sorveglianza. E’ in questa misura che internet può essere considerato come una
forma politica. La sorveglianza si declina in:
La democrazia della sfiducia organizzata si concretizza attraverso attori e azioni di tipo diverso, ma nell’insieme non
particolarmente nuovi. Storicamente queste pratiche di controllo affermano con un attivismo multiforme, tipico della
mobilitazione civica. La crescita di una serie di authorities indipendenti, ombudsman, organi di valutazione (prassi di auditing)
forniscono corpo a questa prassi monitorante. La nuova militanza si compone di gruppi (advcacy groups, think tanks, Ong,
watch groups), organizzazioni (Ong, osservatori di vario genere), campagne di opinione e iniziative varie che in una certa
misura sono diversi da quelli del passato.
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'sabotaggio culturale', vuol dire capovolgere il significato di una comunicazione istituzionale o di un messaggio pubblicitario, cambiarne il
contesto semantico al fine di ribaltarne il senso. Con le armi dell'ironia, del sarcasmo e dell'irriverenza sempre più collettivi si sono imposti
all'attenzione globale, con un atteggiamento disincantato capace di sovvertire dall’interno le regole.
Queste organizzazioni non cercano membri da affiliare, ma partecipanti da coinvolgere in iniziative di vario genere; si
impegnano in specifiche cause che rendono bene l’idea di questo carattere di coinvolgimento. Questa nuova forma di militanza
mostra anche distacco da una concezione verticistica dello spazio pubblico, dove in alto si collocano le organizzazioni della
politica, mentre in basso si trovano la società e gran parte dei suoi membri e delle sue articolazioni.
La cittadinanza democratica non si esplica solo nel momento elettorale. Il voto è un rito fondamentale nella vita di ogni governo
rappresentativo, anche nelle democrazie contemporanee segnate da vari elementi di crisi. Fondamentale resta il ruolo dei
partiti, nonostante il disincanto dei cittadini si indirizzi verso questi soggetti e verso la classe politica. La società politica
postmoderna è una realtà complessa e in continua evoluzione:
- i partiti continuano ad assumere quel ruolo tradizionale, e fondamentale, di organizzazione della pratica elettorale e di
strutturazione del processo politico
- questo avviene nel quadro di un diverso modello di cittadinanza e di relazione con i sostenitori e la base elettorale
La vita democratica e le prassi dei cittadini continuano a prendere forma al di là dello spazio offerto dai partiti. Si sviluppano
anche tra un’elezione e l’altra, trovando modalità̀ di espressione differenti da quelle tradizionali. La tecnologia stimola questa
dinamica e sollecita l’idea di «democrazia continua» vs quella di «democrazia intermittente». All’interno di questa cornice i
cittadini sembrano valorizzare i poteri della controdemocrazia, contribuendo così a dare consistenza all’idea di «democrazia del
monitoraggio». In quest’ultima:
in nome delle «persone», del «pubblico», dell’accountability, del «popolo» o del «cittadino», [...] le istituzioni del monitoraggio del potere
spuntano dappertutto. Elezioni, partiti politici e assemblee legislative non spariscono né necessariamente vedono tramontare la loro
importanza; ma sicuramente perdono centralità̀ nella sfera politica. La democrazia non è più̀ semplicemente un modo di gestire il potere dei
governi attraverso mezzi di natura elettorale, parlamentare e costituzionale, né una questione limitata ai confini nazionali. [...] Nell’era della
monitory democracy le regole della rappresentanza, dell’accountability democratica e della partecipazione dei cittadini sono applicate a uno
scenario molto più̀ ampio di quanto avveniva in passato [Keane 2009]
Keane elenca una serie di «istituzioni del monitoraggio»: citizen juries, assemblee cittadine, democratic audits, consulte, forme
di disobbedienza civile, petizioni online, chat rooms, watchdog organizations, sondaggi deliberativi, focus groups, web blogs,
associazioni per i diritti umani e per la tutela dei consumatori e tutta una serie di altre organizzazioni della società civile orientate
alla sorveglianza di chi gestisce il potere e a monitorarne usi e abusi. Questa nuova forma storica della democrazia si basa sul
concetto, di origine medioevale di monitoria. Implica un’idea di cittadinanza orientata a organizzare forme di controllo, a fungere
da monito nei confronti di chi governa attraverso canali vecchi e nuovi della società civile: l’associazionismo civico, la stampa e i
media mainstream, ma anche gli applicativi dei nuovi media, sempre più diffusi e fruibili in mobilità. A tal fine Internet e le
piattaforme del Web 2.0 si configurano come strumenti fondamentali per l’attivismo del “buon cittadino” come luogo di
discussione tra gli individui su questioni diverse. Questo spazio si configura come un “ancoraggio” del cittadino alla comunità,
luogo nel quale le interazioni vengono stimolate e le relazioni possono allargarsi al contesto comunitario. Infatti possiamo
dedurre che le conversazioni online vertono su molti argomenti, tra cui la politica, mentre quell offline si sviluppano in famiglia,
lavoro o cerchie amicali.
IL “MONITORIAL CITIZEN”
L’idea del cittadino critico rimanda alla sfiducia nelle istituzioni della politica, in particolare verso organismi di governo, che
riconosce però il valore dei principi democratici. Esiste un nesso tra l’idea di “cittadino critico” e quella del monitorial citizen
proposta da Michael Schudons che dice: Il concetto di cittadinanza negli Stati Uniti non è scomparso. Non è neppre andato in
declino. E’, inevitabilmente,cambiato. I vecchi modelli di cittadinanza non sono svaniti nel nulla appena si sono fatti largo quelli
più nuovi. Il «cittadino monitorante» ha una disposizione al controllo più che all’onnicompetenza sugli aspetti della vita pubblica.
L’idea di questa tipologia di cittadino svela un tratto fondamentale della cittadinanza postmoderna: le opportunità per raccogliere
e condividere informazioni forniscono un supporto al coinvolgimento e alla consapevolezza del cittadino che abita la networked
society. L’intreccio fra i nuovi media e quelli mainstream e la discussione interpersonale nella società quotidiana offline e nelle
piattaforme online si configurano come luoghi per lo sviluppo di formule di cittadinanza monitorante. Infatti il cittadino
monitorante si inserisce nell’ambito di una forma democratica che si muove in direzione di approdi contrassegnati da elementi
comuni: la democrazia del monitoraggio e la controdemocrazia.
La monitory democracy rimanda al concetto di democrazia postrappresentativa e a una politica che va oltre le modalità
tradizionali della rappresentanza e della partecipazione politica. I tratti di una democrazia di tipo postrappresentativo implicano
un modello di relazioni più complesso, tra gli attori in campo, rispetto a quello che si osservava in passato, nell’ambito della
democrazia rappresentativa. L’immagine della democrazia rappresentativa consiste, infatti, in un meccanismo tendenzialmente
lineare di interazioni. Il contesto costituito da attori istituzionali e strutture di relazione di tipo politico mostra infatti una dinamica
semplice: il cittadino segue la campagna elettorale e il giorno delle elezioni esprime il voto. Nei due grafici si ha una
rappresentazione estrema della realtà politico-istituzionale, che mira ad evidenziare la maggiore complessità della “geografia
politica” nell’ambito della democrazia di monitoraggio rispetto alle dinamiche del sistema democratico-rappresentativo
tradizionale. Non è soltanto l’aspetto quantitativo a determinare questa maggiore complessità della struttura mediante la
crescita del numero di meccanismi e attori che svolgono azioni di monitoraggio.
Le forme della partecipazione politica creativa hanno come caratteristiche fondamentali la perdita di rilevanza delle arene
parlamentari e governative come spazio centrale dell’azione politica, la sempre più̀ sfuocata distinzione tra «interesse pubblico»
e «condotta privata», l’ingresso della politica nella vita quotidiana e il modo in cui la partecipazione creativa permette agli
individui di combinare il loro percorso di vita e gli interessi personali con l’attenzione e l’azione verso il bene comune. La
partecipazione creativa si distingue, quindi, da quella di tipo convenzionale, che si sviluppa, invece, attraverso azioni quali il
voto, la militanza nei partiti, il prendere parte a manifestazioni di protesta o
l’affiliazione a grandi associazioni di natura civica.
La cultura politica, seguendo l’evoluzione storica, ha assunto nuovi tratti ed è
proprio a questo proposito che l’elemento demografico delle generazioni si
rifletta sui caratteri della cittadinanza politica. Le giovani generazioni non si
distinguono poiché riproducono un modello di coinvolgimento basato sulle
classi sociali e sui gruppi tradizionali della società civile, mentre sembrano
assumere un’importanza differente verso questioni di interesse pubblico. Si
osserva un ampio cambiamento generazionale nei paesi delle democrazie
postindustriali: da un modello di cittadinanza deferente (alla quale
aderiscono ancora le vecchie generazioni e larga parte di quei giovani che
sono collocati in ambiti sociali di natura tradizionale) a un modello di
cittadinanza autorealizzata orientata verso una forma di attivismo vagamente
reticolare che si occupa di questioni che più riflettono i valori personali.
Questi due ampi modelli sembrano marcare un cambiamento nella dimensione della cittadinanza nella fascia giovanile che ha
raggiunto la maggiore età negli ultimi decenni segnati dai processi di globalizzazione. Il contesto postmoderno e la società del rischio
fanno da sfondo a queste forme di impegno che possono essere inquadrate nella categoria dell’individualized collective action.
INDIVIDUALIZED COLLECTIVE ACTION: Queste tre parole che definiscono un idealtipo di coinvolgimento politico –
individualized collective action – e sono state scelte in modo attento. Non c’è un esplicito riferimento al termine «politica». Viene
invece sottolineata la dimensione collettiva dell’azione. Così facendo si allargano i confini dello scenario della partecipazione
politica verso un orizzonte più ampio e dalla natura subpolitica. In questo caso le forme di impegno considerate possono
attivarsi in una varietà̀ di arene che vanno oltre quelle tradizionalmente politiche. Questi cittadini sono in un certo senso ibridi,
praticano entrambi i tipi di azione: collectivistic e individualized.