Orlando Furioso
Orlando Furioso
Tratti caratteristici:
Ironia e sguardo bonario del narratore il distacco ironico del narratore, consente di assumere una
prospettiva privilegiata, dall’alto, rispetto alle dinamiche dei paladini (che si intrecciano tra di loro secondo
la tecnica dell’entrelacement): Ariosto presenta la sua particolare visione del mondo, caratterizzata dalla
consapevolezza che la vita è troppo breve per essere sprecata inseguendo cose vane e inconsistenti (amori
non corrisposti, ambizione politica, ricchezze...); ricalcando il “carpe diem” di oraziana memoria (già ripreso
nelle Satire, anche riguardo la polemica cortigiana) e l’idea della felicità rinvenibile nelle piccole cose, il
narratore commenta frequentemente con un sorriso indulgente le gesta dei personaggi
Intrattenimento+concezione ariostesca dell’esistenza umana (follia, illusioni vane, ricerca incessante...cfr:
episodio iniziale della selva, in cui i personaggi si perdono alla ricerca di qualcosa: Ferraù dell’elmo, Rinaldo
del cavallo e poi di Angelica) il poema è metafora del continuo affannarsi della vita umana alla ricerca di
qualcosa di irraggiungibile
Trattazione di temi che lasciano trapelare il senso di precarietà e crisi di una società rinascimentale in
bilico essendo ogni cosa precaria e instabile, non ha senso sprecare tempo dietro ambizioni inconsistenti,
ma è meglio godere la vita nei sui piaceri più autentici e modesti
Elemento magico e sovrannaturale (tradizione bretone-arturiana) elemento favolistico piegato non solo
all’intrattenimento ma anche e soprattutto a riflessioni su tematiche della vita, come amore, onore,
ambizione...; poteri sovrannaturali (ippogrifo), elementi magici (anello di Angelica), incantesimi (palazzo di
Atlante), negromanti (Atlante), maghi (Alcina, Melissa, Logistilla)...
Ciclo bretone-ciclo carolingio
- Bretone-artutiano pubblico cortigiano; materia mitica celtica, vicende di Re Artù e dei cavalieri della tavola rotonda (amore
Tristano-Isotta, ricerca del Sacro Graal, Mago Merlino, spada Excalibur, Fata Morgana...); temi fantastici, interventi magici, inserti
onirici, creature immaginarie e fantastiche, amori erotici (es: Lancillotto e Ginevra)
- Carolingio cantastorie e giullari durante le feste cittadine, pubblico popolare; gesta dei paladini di Carlo Magno (e di
Orlando/Roland) con finalità celebrativa del Sacro Romano Impero (cfr: Chanson de Roland); tematica religiosa
Temi:
Uomini folli alla costante ricerca di qualcosa che non troveranno mai, mossi da spinte centrifughe che
fuorviano e fanno perdere il senno, finendo per “errare” (cfr: Palazzo di Atlante, Astolfo sulla Luna)
Cavalieri erranti sia perché soggetti all’errore sia perché girovaghi senza meta (cfr: Palazzo di Atlante)
Inizio della narrazione (ricollegata all’”Innamorato” di Boiardo, che si concludeva con Carlo Magno che
sottrae Anglica ai due contendenti, Orlando e Rinaldo, promettendola in sposa a chi si fosse battuto più
valorosamente) fuga di Angelica
Follia di Orlando (canto 23), paladino per eccellenza che diventa, paradossalmente, “furioso” il paladino
lascia Parigi nel mezzo della guerra contro Agramante re dei mori per cercare la donna amata; Orlando
capita casualmente nel “locus amoenus” che poco tempo prima fu sede dell’amore di Angelica e Medoro
(che lasciarono segni del loro amore): il paladino cerca di convincersi della non veridicità di quanto i suoi
occhi vedono,a ma l’incontro con il pastore che svela gli antefatti lo porta a perdere il senno e a precipitare
in una furia cieca e distruttiva (Orlando diventa “fuorioso” e Ariosto ironizza bonariamente sulla follia di tutti
gli uomini, autore compreso –verso Alessandra Benucci-, che inseguono le proprie illusioni a costo di
perdere la ragione)
Astolfo sulla Luna avendo perso il senno per amore (eco petrarchesco della tematica), Orlando si
abbrutisce e compie follie, finché Astolfo non recupera il suo senno (“liquor sottile e molle”) sulla Luna (che
ospita innumerevoli boccette di senno, appartenenti a uomini ritenuti saggi ma in realtà poco assennati) e
glielo fa inalare; l’incarico di riportare il paladino sul campo di battaglia viene direttamente da Dio, che invia
Astolfo sulla Luna, luogo in cui si riuniscono tutte le cose che gli uomini perdono in Terra (tutto, fuorché la
follia): dopo aver visitato l’Inferno, Astolfo giunge in groppa all’ippogrifo nel Paradiso Terrestre, dove viene
accolto da San Giovani Evangelista, che lo porta sulla Luna a bordo del carro d’Elia (è l’occasione per Ariosto
di ironizzare sulla follia dell’uomo, che perde il suo tempo alla ricerca di vane illusioni, e di polemizzare
contro il “servir de le misere corti”)
Amore di Ruggiero e Bradamante Bradamante, sorella di Rinaldo, è innamorata del pagano Ruggiero, e si
mette alla ricerca del suo oggetto del desiderio: scopre che l’amato è prigioniero nel castello di acciaio
ideato da Atlante (suo padre adottivo, che intende evitare che diventi cristiano) e lo libera con l’aiuto di
Melissa incantatrice, che le predice il futuro degli Este (stirpe che nascerà dalle nozze tra i due guerrieri:
tema encomiastico); nel frattempo però Ruggiero con l’ippogrifo libera Astolfo trasformato in mirto
dall’isola della maga Alcina e poi Angelica dall’orca dell’isola di Ebuda, e finisce per essere imprigionato
nuovamente da Atlante nel suo palazzo incantato (il mago poi morirà e svelerà a Ruggiero le sue origini
cristiane); le nozze tra Ruggiero e Bradamante chiudono il poema
Guerra cristiani-pagani il re Africano Agramante vuole vendicare la morte del padre Troiano ucciso da
Orlando: si allea con il re di Spagna Marsilio e invade la Francia; lo scontro termina con la vittoria di Orlando,
Brandimarte e Oliviero su Agramante, Gradasso e Sobrino (l’ultimo pagano ad essere ucciso è Rodomonte, a
duello con Ruggiero durante le nozze)
Modelli:
- Dante
- Petrarca
- Machiavelli
Critiche all’opera
- Riscoperta della Poetica di Aristotele Ariosto infrange il principio di unità aristotelica di spazio, tempo e
azione; non ha una finalità edicativa o moralizzante: scrive per diletto e non con funzione pedagogica
- Pubblicazione della Gerusalemme Liberata di Tasso in Ariosto non c’è il tentativo di dare ordine ad un
cosmo caotico con il fine di ricondurre la narrazione ad un nucleo principale unitario e coeso; è assente la
componente educativa del poema tassiano
CANTO 1
Approfittando della sconfitta sul campo dei cristiani, Angelica (che Carlo Magno ha affidato a Namo di Baviera) fugge
e viene inseguita in una selva da alcuni paladini, tra cui Rinaldo e Ferraù.
Cfr: selva oscura dantesca.
La selva in cui si disperdono i paladini diventa metafora della vita umana e degli uomini alla costante e affannosa
ricerca di qualcosa che non troveranno.
PROTASI
“Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io canto”
Nel proemio, Ariosto fonde la materia del ciclo carolingio con quella del ciclo bretone, con un chiasmo:
- Donne, amori, cortesie ciclo bretone-arturiano, tema dell’amor cortese
- Cavalieri, armi, audaci imprese ciclo carolingio
“Dirò d’Orlando che per amor venne in furore e matto” Orlando è il paladino cristiano per eccellenza, emblema
della guerra contro i pagani infedeli: viene umanizzato e diventa “furioso”, perdendo il senno per Amore verso
Angelica, che non lo ricambia e si innamora a sua volta di Medoro.
INVOCAZIONE alla DONNA AMATA (Alessandra Benucci; “se da colei che tal quasi m’ha fatto, che ‘l poco ingegno ad
or ad or mi lima”) Ariosto coinvolge se stesso nell’atto della perdita di “ingegno” per il sentimento verso la donna
amata.
IRONIA sin dalle prime ottave del poema sull’ERRARE dei paladini
“Ecco il giudicio uman come spesso erra!”. La donna per cui Orlando ha combattuto fino a quel momento “or tolta
gli è” tema dell’inafferrabilità dei propri desideri, della vanità illusoria dell’inseguimento e della ricerca.
“Il savio imperator fu che gli la tolse”: fu Carlo Magno a sottrarre Angelica ai suoi pretendenti, promettendo di
concederla al più valoroso tra tutti (“in premio promettendola a quel d’essi ch’in quel conflitto, in quella gran
giornata, degli infedeli più copia uccidessi”). “Nata pochi dì inanzi era una gara tra il conte Orlando e il suo cugin
Rinaldo; che ambi avean per la bellezza rara d’amoroso disio l’animo caldo”.
Essendo sia Orlando che Rinaldo invaghiti di Angelica, finiscono per distrarsi dalla loro causa (guerra cristiani-
pagani): “l’aiuto lor men saldo”.
FUGA di ANGELICA
Angelica, presagendo che quel giorno la Fortuna avrebbe voltato le spalle alla fede cristiana, sale in sella ad un
cavallo e fugge quando il momento le sembra più propizio. Finisce per addentrarsi in una selva, in cui incontra un
cavaliere: era Rinaldo (figlio di Amone e signore di Montalbano), in cerca del suo fedele destriero Baiardo.
“La donzella ch’esser dovea del vincitor mercede, inanzi al caso era salita in sella e quando bisognò le spalle diede,
presaga che quel giorno esser rubella dovea Fortuna alla cristiana fede: entrò in un bosco”.
“Come alla donna egli drizzò lo sguardo, riconobbe l’angelico sembiante e quel bel volto ch’all’amorose reti il tenea
involto”: Rinaldo riconosce Angelica e la sua bellezza, ma non viene ricambiato avendo lei bevuto dalla fonte
dell’odio.
Angelica scappa, lasciando che il “destrier la via faccia. Di sù di giù, ne l’alta selva fiera, tantò girà che venne a una
riviera” il controllo della direzione è lasciato al cavallo, che, come i paladini, va “errando” (girovagando,
sbagliando magari anche direzione) per una selva fitta e intricata (metafora della vita); la donna arriva poi presso un
fiume, dove incontra Ferraù, intento ad abbeverarsi e riposarsi.
Nel farlo, “l’elmo nel fiume si lasciò cadere”.
Rinaldo cerca Baiardo. Ferraù cerca il suo elmo.
Entrambi vengono fuorviati dai loro obiettivi dall’arrivo di Angelica, per cui iniziano una “crudel battaglia”: Angelica
coglie l’occasione per riprendere a scappare. Essendosene accorto, Rinaldo invita Ferraù a cessare il duello per
inseguirla e a posticipare il loro scontro per ottenere la mano della bella solo quando l’avranno raggiunta (“al pagan
la proposta non dispiacque: così fu differita la tenzone e tal tregua tra lor subito nacque sì l’odio e l’ira va in
oblivione”).
ENTRELACEMENT: Ariosto si focalizza prima sulla vicenda di Ferraù, per poi lasciarla in sospeso e passare a Rinaldo, e
nuovamente spostare l’attenzione sulla fuga di Angelica, in modo da tenere sempre il lettore sospeso, con un effetto
di suspence e con sempre più voglia di continuare a leggere per scoprire come evolvono certe vicende
intrattenimento di corte.
ELMO di FERRAU’
Ferraù e Rinaldo arrivano ad un bivio e decidono di prendere uno il sentiero a destra e l’altro quello di sinistra; il
saraceno si ritrova presso lo stesso fiume in cui poco prima riposava tema del movimento circolare e
inconcludente.
Cercando di trovare l’elmo sott’acqua, lo vede in mano di un cavaliere (egli è l’”ombra” del fratello di Angelica,
Argalia, che Ferraù uccise e il cui elmo prese). “Ricordati, pagan, quando uccidesti d’Angelica il fratel (che son
quell’io)”. Ferraù aveva mancato di parola ad Argalia e non gettò il suo elmo, insieme al resto dell’armatura, nelle
acque: “la rotta fede così improverarse di scorno e d’ira dentro e di fuor arse”.
CAVALLO di RINALDO
Rinaldo vede da lontano il suo cavallo Baiardo (“destrier feroce”) e gli grida di fermarsi, ma quello “più se ne va
sempre veloce” inafferrabilità.
ANGELICA in FUGA
“Fugge tra le selve spaventose e scure, per lochi inabitati, ermi e selvaggi”.
Angelica se ne va per boschi oscuri e solitari, e ogni rumore della vegetazione la spaventa e le fa temere che Rinaldo
la stia ancora seguendo.
Mentre la donna cerca ristoro presso un fiumiciattolo, sente giungere un cavaliere che “amico o nemico non
comprende” (Sacripante), che si lamentava e sospirava (in modo così pietoso che avrebbe intenerito anche una tigre
crudele, commosso anche un sasso e fatto fermare il sole): egli aveva le guance che “un ruscello parean” (perché
bagnate di pianto) e “’l petto un Mongibello”, cioè il cuore infuocato come un vulcano.
Sacripante lamenta l’amore per Angelica (“frutto”), che gli ghiaccia il cuore e al contempo glielo brucia; Sacripante si
accanisce poi con la “Fortuna crudel! Fortuna ingrata!”, augurandosi la morte piuttosto che vivere amando colei che
non lo ricambia (“Ah, più tosto oggi manchino i dì miei, ch’io viva più, s’amar non debbo lei!”).
Sacripante soffre per la sua “pena ria, prima e sola causa essere amante”: la sua unica pena è il tormento d’amore
per Angelica e l’”amorosa doglia fa penarlo, affliger, lamentare”.
Pur ascoltando Angelica le parole di colui che la ama così tanto, si dimostra “dura e fredda più d’una colonna come
colei c’ha tutto il mondo a sdegno e non le par ch’alcun di lei sia degno”; intende sfruttare a suo favore la situazione
e prendere Sacripante “per guida” (“alcuna finzione, alcuno inganno di tenerlo in speranza ordisce e trama; tanto
ch’a quel bisogno se ne serva poi torni all’uso suo dura e proterva [...] fa di sé bella et improvvisa mostra”). Esce
dunque dal cespuglio in cui era rintanata e si mostra a Sacripante, non per consolarlo o per alleviare le sue
sofferenze d’amore, ma per ingannarlo, fin quando le servirà una protezione.
“Con quanto gaudio il Saracin, con quanto stupor l’alta presenza e le leggiadre maniere e il vero angelico sembiante
imrpoviso apparir si vide inante. Pieno di dolce e d’amoroso affetto alla sua donna e alla sua diva corse”.
Sacripante crede a tutto ciò che Angelica gli dice, seppur inverosimile e incredibile per un uomo che fosse padrone
del proprio senno: egli però l’aveva definitivamente smarrito per amore e “quel che l’uom vede, Amor gli fa invisibile
e l’invisibil fa vedere Amore” l’amore è capace di nascondere a l’uomo anche ciò che ha sotto gli occhi e di
mostrargli l’inesistente.
“Questo creduto fu; che ‘l miser suole dar facile credenza a quel che vuole” l’uomo innamorato, misero, crede
troppo facilmente a ciò che ha bisogno di credere. Sacripante attua la lezione oraziana del carpe diem,
promettendosi di cogliere la rosa prima che sfiorisca (“corrò la fresca e matutina rosa che, tardando, stagion perder
potria”), ma poi viene sviato nel suo proposito da un forte rumore causato da un altro cavaliere, con cui finisce a
duello (paragonato allo scontro tra due leoni o due tori, che fa tremare l’intera valle per quanto fosse “fiero
l’assalto”). Il cavaliere che disarciona Sacripante, in realtà, è Bradamante (“ti levò di sella l’alto valor d’una gentil
donzella”).
Angelica e Sacripante incontrano poi Baiardo, che si dimostra docile e umano con colei che in passato lo accudì;
montata in sella, vede da lontano Rinaldo che si avvicina. La sorte ha voluto che Rinaldo, che prima la odiava a
morte, se ne innamorò, e viceversa Angelica, per via di due fontane “che di diverso effetto hanno liquore [...]
d’amoroso disio l’una empie il core; chi bee de l’altra senza amor rimane e volge tutto in ghiaccio il primo ardore”
Rinaldo bevve dalla fontana dell’amore e ora “amor lo strugge”, mentre Angelica da quella dell’odio e infatti “odia e
fugge”.
Ariosto termina il canto lasciando il lettore in sospeso: “quel che seguì tra questi duo superbi vo’ che per l’altro
canto si riserbi”.
CANTO 12
Il palazzo di Atlante ha lo scopo di attirare a sé i paladini, distogliendoli dai loro doveri (guerra tra cristiani e pagani),
con immagini illusorie e vane che riflettono i loro desideri. I personaggi vengono travolti da un “vortice di nulla che
inghiotte” in una ricerca costantemente inappagata e infruttuosa.
L’esistenza è una ricerca vana nel labirinto della vita, in un moto circolare improduttivo: la concezione ariostesca
della vanità del desiderio umano porta il narratore a guardare con uno sguardo bonario e ironico alla realtà caotica
del mondo, in cui gli uomini si smarriscono nella ricerca dei propri desideri fugaci e fallaci.
Il dramma dell’inseguimento del proprio oggetto del desiderio si conclude in una frustrante inutilità: trovata la via di
fuga da un labirinto di perdizione e vanità si rientra in un nuovo luogo di smarrimento e caos (concezione tanto
problematica quanto moderna).
Il palazzo è quindi una metafora del carattere ingannevole della vita e dell’inafferabilità del reale.
- Ottave 1-3: queste di Orlando per Angelica paragonata a quella di Cerere per Proserpina
- Ottave 4-16: illusioni di Orlando
- Ottave 17-22: illusioni di Ruggiero e scopo del palazzo (preservare Ruggiero dal tragico destino di morte che
lo attende dopo le nozze con Bradamante)
- Ottave 23-29: arrivo di Angelica
Angelica (reale e illusione) è il motore dell’azione, la forza centrifuga del movimento circolare dei paladini: è
metafora del carattere illusorio dell’esistenza.
Ariosto è un “poeta tra le nuvole” (De Sanctis), nonché un “poeta innamorato” (Croce).
Termini che richiamano il campo semantico della ricerca, della vanità, del desiderio, dell’apparenza, del caos
circolare.
CANTO 23
Mentre è alla ricerca del guerriero saraceno Mandricardo, con cui deve battersi a duello, Orlando capita
casualmente nel locus amoenus dove si è consumato l’amore tra Angelica e Medoro, prima che i due partissero per
il Catai: egli vede i segni del loro amore e tenta di convincersi che la cosa non sia vera, finché il pastore che aveva
ospitato i due amanti non conferma il tutto. La faccenda lo priva del senno e lo rende fuorioso.
Orlando si sente “tradito” e la sua pazzia lo porta a dimenticare i suoi doveri militari contro i pagani; Orlando
impazzisce non solo perché Angelica non ha scelto lui, ma perché al suo posto ha voluto un fante saraceno e l’eroe
cristiano si sente mortificato anche come cavaliere, oltre che come amante.
Ariosto mostra le paradossali conseguenze della follia amorosa su Orlando e nel farlo ironizza anche su se stesso,
perché l’amore ha effetti catastrofici su chiunque ne è affetto.
La follia di Orlando emerge in tre momenti, rappresentati in un climax ascendente (con echi petrarcheschi):
- Il paladino capita nel locus amoenus e vede i nomi di Angelica e Medoro incisi sulla corteccia degli alberi
- Legge il madrigale amoroso di Medoro all’ingresso della grotta in cui amoreggiavano
- Apprende la verità dal pastore, che mostra a Orlando la gemma regalatagli da Angelica e che a sua volta il
paladino donò all’amata
In preda alla pazzia, Orlando distrugge il locus amoenus e diventa un bruto selvaggio e sanguinario, che distrugge
tutto ciò che incontra nel suo cammino.
Le scene descritte sono volutamente iperboliche e paradossali.
Il canto si apre con l’incontro tra Bradamante e suo cugino Astolfo, che non sapeva a chi affidare il suo cavallo
Rabicano per salire in sella all’ippogrifo: così lo affida a lei, con l’incarico di condurlo, insieme alla sua armatura, sino
a Montalbano; nel cuore sentiva il desiderio ardente di rivedere Ruggiero il prima possibile e sperava di trovarlo
nella Vallombrosa.
Messasi alla ricerca dell’amato in compagnia di un contadino, temeva di sbagliare strada, ed infatti “errando teme” e
“erreranno insieme”. Bradamante incontra suo fratello per la strada, e viene accompagata a Montalbano, da cui non
potè più ripartire: chiese quindì a qualcuno di andare in suo nome a cercar Ruggiero e a pregarlo che “per suo amor
si battezzasse e poi venisse a far quanto era detto, sì che si desse al matrimonio effetto”.
Allo stesso messaggero (la sua ancella Ippalca) disse anche di portare a Ruggiero il suo cavallo, Frontino, che, tra tutti
gli altri cavalli del regno, eccetto Brigliadoro e Baiardo, era il più bello e valoroso.
Bradamante mette in guardia Ippalca, dicendole che, nel caso in cui qualcuno le complicasse il percorso, lei avrebbe
dovuto “fargli una sola parola [...] di chi fosse il destrier sol gli dicesse; che non sapea sì ardito cavalliero, che non
tremasse al nome di Ruggiero” (a chiunque avesse detto che il cavallo che conduceva era di Ruggiero, nessuno
l’avrebbe importunata, perché egli era temuto da tutti). Ippalca si mette poi in viaggio “per strade e campi e selve
oscure e folte”.
Nel cammino Ippalca incontra Rodomonte, che intende sottrarle il cavallo, non temendo Ruggiero come minaccia:
così fece e galoppò via in sella a Frontino.
Orlando, ritenuto colpevole (a torto) di aver ucciso Angricane, venne poi a scontrarsi con Mandricardo, che
intendeva vendicare la morte del padre. Lo scontro all’ultimo sangue vede la fuga di Mandricardo e con Orlando che
lo insegue per porre fine al duello.
Cercando ristoro, Orlando si addentra in un “travaglioso albergo e crudo [...] empio soggiorno, quell’infelice e
sfortunato giorno” arriva nel luogo incantato in cui Angelica e Medoro hanno amoreggiato; vede poi sulla
corteggia degli alberi le loro incisioni scritte “di man de la sua diva”, cioè da Angelica. “Angelica e Medor con cento
nodi legati insieme e in cento lochi vede. Quante lettere son, tanti son chiodi coi quali Amore il cor gli punge e
fiede”: Orlando nota tante lettere lasciate degli innamorati quanti sono i chiodi con cui Amore ha punto il suo cuore.
Riconosce la grafia di quelle “note”, ma cerca di ingannare se stesso pensando che “Medoro” fosse il soprannome
che la donna gli aveva affibbiato (“forse ch’a me questo cognome mette”).
Orlando continua a “usare fraude a se medesimo”, cioè ad illudersi, ma il “rio sospetto” è sempre più forte e lo
strazia, “come l’incauto augel che si ritrova in ragna o in visco aver dato di petto, quanto più batte l’ale e più si
pruova di disbrigar, più vi si lega stretto” (Ariosto lo paragona ad un uccellino disattento che rimane incastrato in
una ragnatela o nei rami di un albero, e più prova a liberarsene e più si incastra).
“Quivi soleano al più cocente giorno stare abbracciati i duo felici amanti” Orlando raggiunge una grotta, in cui i
due erano soliti scambiarsi effusioni felicemente e amorevolmente; “vide in su l’entrata de la grotta parole assai, che
di sua man distese Medoro avea [...] del gran piacere che ne la grotta prese, questa sentenzia in versi avea ridotta”.
Il paladino vede poi un madrigale composto da Medoro (scritto in arabo, lingua che Orlando conosceva bene come il
latino) proprio all’ingresso della grotta, in cui l’innamorato esprimeva il piacere provato in quel luogo con Angelica.
“Angelica spesso ne le mie braccia nuda giacque”
“Era scritto in arabico; che ‘l conte intendea così ben come latino [...] tre volte e quattro e sei lesse lo scritto quello
infelice, e pur cercando invano che non vi fosse quel che v’era scritto; e sempre lo vedea più chiaro e piano: et ogni
volta in mezzo il petto afflitto stringersi il cor sentia con fredda mano” con iperboli e climax, Ariosto descrive la
follia che a mano a mano si impossessa di Orlando, che, incredulo, continua a rileggere quelle parole, sperando di
averle mal comprese.
“Fu allora per uscir del sentimento sì tutto in preda del dolor si lassa” Orlando incomincia ad impazzire e a perdere
il senno, finendo preda del dolore, a cui si abbandona completamente (“impetuosa doglia”). Non aveva più voce per
lamentarsi e lacrime per piangere.
Sembra poi tornare momentaneamente in sé e convincersi che la cosa possa non essere vera: Orlando crede che
qualcuno voglia infamare il nome di Angelica o farlo morire di gelosia; nel farlo, ha imitato perfettamente la
calligrafia di lei.
“In così poca, in così debol speme sveglia gli spirti e gli rinfranca un poco”: Orlando sembra nutrire speranza di
essersi ingannato o fatto ingannare e perciò si mette alla ricerca di un luogo in cui dormire (“corcarsi Orlando e non
cenar domanda, di dolor sazio e non d’altra vivanda”); si sente sazio di dolore, ma si avvicina ad una casetta dal cui
camino esce del fumo, per chiedere ospitalità. Non sa che in quel luogo venne ospitato Medoro quando era ferito:
egli lasciò segni della sua permanenza su tutte le finestre, le pareti e le porte (“de l’odiato scritto ogni parete, ogni
uscio, ogni finestra vede piena”).
Orlando capisce che ingannarsi non ha senso (“poco gli giova usar fraude a se stesso”); il pastorem vedendolo
turbato, inizia a raccontare la storia dei due amanti “senza rispetto” (“l’istoria di quei duo amanti gl’incominciò a
dire”). Il pastore racconta di quando Angelica, ferita da Amore, gli chiese ospitalità per Medoro ferito in
combattimento, e termina la storia mostrando ad Orlando il gioiello che la figlia del re più grande d’Oriente gli aveva
regalato come ricompensa per la sua ospitalità: Orlando riconosce la gemma e si sentì come bastonare innumerevoli
volte dal “manigoldo Amore”. Si sforza di nascondere il dolore, ma finisce per spargere “un fiume di lacrime sul
petto” mentre “sospira e geme”, cercando una posizione comoda sul letto che gli pare “più duro ch’un sasso e più
pungente che se fosse d’urtica”.
Orlando teme che su quel letto possa aver trascorso la notte Angelica con il suo amante: “quel letto, quella casa,
quel pastore immantinente in tant’odio gli casca [...] con gridi et urli apre le porte al duolo. Di pianger mai, mai di
gridar non resta; né la notte né ‘l dì si dà mai pace”.
Il paladino ha ufficialmente perso il senno: non si dà pace, fugge ovunque ma è perseguitato dal dolore amoroso, dal
pianto, dai sospiri; Orlando arriva a negare se stesso: “non son, non sono io quel che paio in viso: quel ch’era
Orlando è morto et è sotterra; la sua ingratissima l’ha ucciso: sì mancando di fè gli ha fatto guerra” l’Orlando
innamorato è stato ucciso e sotterrato dalla donna ingrata che ha amato e che gli ha mancato di fedeltà; in vita è
rimasto solo l’Orlando furioso e “in lui non restò dramma che non fosse odio, rabbia, ira e furore”.
Travolto dall’ira e dalla follia, inizia a distruggere tutto ciò che lo circonda, a partire dal nido d’amore di Angelica e
Medoro (“infelice quell’antro et ogni stelo in cui Medoro e Angelica si legge!”).
Stette senza mangiare e senza dormire per tre giorni, con il dolore che cresceva sempre più nel suo petto, fino a
tramutarsi in pazzia; incomincia a togliersi l’armatura, a squarciarsi i vestiti e a lanciare tutto ovunque.
“Cominciò la gran follia, sì orrenda che de la più non sarà mai ch’intenda. In tanta rabbia, in tanto furor venne, che
rimase offuscato in ogni senso” Orlando è travolto da una folle ira senza precedenti e senza paragoni.
CANTO 34
Nucleo centrale del poema: episodio della follia di Orlando
“Commedia in miniatura”
Astolfo si reca all’Inferno, poi in Paradiso terrestre e infine sulla Luna (sorta di “ascesa al Paradiso”, cfr: Dante) e scopre che qui
vi sono cataste di oggetti persi dagli uomini nel corso della loro vita; Ariosto deve recuperare il senno perduto di Orlando.
Inferno: infedeltà
L’Inferno è una caverna piena di fumo e caligine: lì trova Lidia, che gli racconterà la sua vicenda; Astolfo è poi costretto a salire
per il troppo puzzo. Vicenda di Lidia: storia di infedeltà, di amore tradito, di mancata corrispondenza dei patti, fede tradita. Lidia
è condannata perché ingrata e disconoscente verso Alceste, l’uomo che la amava, cavaliere che combatte al fianco del re di Lidia
(di cui Lidia è, appunto, figlia) e che chiede in sposa a quest’ultimo sua figlia; Lidia lo rifiuta perché povero e non di sangue
nobile: per questo, Alceste muove guerra al re di Lidia e, dopo aver vinto, viene soggiogato dall’amata, che gli si concederà solo
quando Alceste riuscirà a sconfiggere tutti i nemici del padre. L’inganno di Lidia viene svelato di lì a poco: dopo aver sconfitto
chiunque, Alceste, debole in amore, muore di dolore, per colpa di una donna che decide di non mantenere la sua promessa.
Tema dell’infedeltà
Serve ad Ariosto per raccontare l’episodio drammatico di Alceste, ma che ha anche a che fare con la vita di corte
contemporanea all’autore cortigiano e signore erano stretti da un patto di fedeltà (nel caso personale, Ariosto-Ippolito d’Este,
ma quest’ultimo, suo protettore, ha sempre sminuito l’attività letteraria del poeta, che è tutto ciò che egli possiede, definendola
“corbellerie”). Il poema è tutto ciò che Ariosto dichiara di avere e la letteratura è la sua unica valvola di sfogo, l’unico modo per
esprimersi nel suo essere. A tal proposito, cfr: lettere della povertà di Ariosto, non retribuito e quella della fuga+Satire
(soprattutto la prima).
Idea dell’ingratitudine del patto cortigiano in un “micro-inferno” ariostesco: torna anche nella rappresentazione di Ippolito
d’Este (cfr: epigrafe in chiusura della prima edizione “pro bono malum”, “male in cambio di bene”).
Paradiso terrestre: elogio della poesia
Uscito dall’Inferno, Astolfo si reca con l’Ippogrifo, cavallo alato, nel Paradiso Terrestre (replica dantesca: sommità di un monte);
qui incontra San Giovanni, che lo guiderà nell’ascesa alla Luna, per poi lanciarsi in un elogio della poesia (Ariosto per bocca di
San Giovanni) i poeti veri sono rari, come cigni.
I grandi poeti onesti sono coloro che sinceramente cantano le lodi dei propri signori: per questo motivo, sono degni di questo
nome e rari come cigni in mezzo agli avvoltoi. Sono le penne dei poeti che tramandano i grandi nomi e fatti della storia: la loro
opera garantisce un piedistallo di immortalità a questi personaggi (come Achille, Enea...).
“Se si vuole davvero comprendere la verità del passato tutta al contrario la istoria converti”: la storia non è quella che viene
tramandata; poche ottave prima si assiste all’elogio del Cardinale Ippolito da parte di Ariosto, che, subito dopo, sovverte quanto
detto spiegando che la storia va capovolta per come viene tramandata; San Giovanni dice altrettanto del suo protettore, cioè
Gesù.
Tema dell’ingratitudine: centrale nell’etica cortigiana e nella vita di Ariosto, che egli sperava fosse tranquilla e dedita solo alla
sua poesia; al contrario, è costretto a gestire una serie di affari cortigiani, tra cui il governatorato in Garfagnana. Egli disprezza
tutto ciò a cui gli altri aspirano, cioè la vita di corte, in dipendenza da un signore incapace di comprendere la propria
propensione alla letteratura.
L’esordio del canto ricorda altre invettive o allocuzioni famose all’Italia (cfr: Dante “Ahi serva Italia di dolore ostello”;
Petrarca “Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno”; Machiavelli “A tutti puzza questo barbaro dominio”) invettiva
contro gli stranieri che stanno depredando l’Italia.
L’eco machiavelliano è particolarmente rilevante per via del fatto che forse i due intellettuali si conoscessero e
conversassero: sicuramente lessero l’uno le opere dell’altro, ma probabilmente intrattennero anche uno scambio.
L’ultimo capitolo del principe ha un tono quasi profetico: l’Italia sarà prima o poi liberata dal “barbaro dominio” da
qualcuno (forse Lorenzo de’ Medici il Giovane), che riconduca l’Italia sotto un’unica insegna.
Incipit “Oh famelice inique e fiere arpie ch’all’accecata Italia e d’error piena, per punir forse antique colpe rie [...]
innocenti fanciulli e madri pie cascan di fame e veggon ch’una cena di questi mostri rei tutto divora”. Per Ariosto è
colpevole colui che ha aperto le porte alle genti stranieri che hanno depredato e disgregato la società. Hanno
introdotto un morbo che ha distrutto l’Italia e la sua quiete, condannandola a guerre perenni, a povertà drastica, alla
fame, alla disperazione...Arriverà il giorno in cui gli italiani dovranno prendere in mano le redini della situazione e
scacciare i conquistatori.
Orlando perde il suo senno (che è come un liquore), impazzendo per amore; questo liquore va a finire sulla Luna e
Astolfo, paladino fidato di Orlando, va a recuperarlo.
La luna
“Somnium” di Leon Battista Alberti: antecedente del topos della Luna.
La Luna è lo specchio della terra: dalla prospettiva degli uomini, la Luna sembra piccola, ma da lì è la Terra a sembrarlo; per Ariosto conta il
punto di vista, la prospettiva attraverso cui si osserva la realtà (“quel paese appresso era sì grande, il quale a un picciol tondo rassimiglia a noi
che lo rimiriam da queste bande”). La Luna sembra quasi un locus amoenus, che riflette, dando un’immagine opposta, la Terra.
Ariosto elenca tutto ciò che si può rinvenire sulla luna: “molta fama è là su, che, come tarlo, il tempo al lungo andar qua giù divora [...] le
lacrime e i sospiri degli amanti, l’inutil tempo che si perde a giuoco, e l’ozio lungo d’uomini ignoranti, vani disegni che non han mai loco, i vani
desideri sono tanti [...] quei doni che si fan con speranza di mercede ai re, agli avari principi, ai patroni [...] son tutte adulazioni”. Non manca il
motivo polemico sul patto cortigiano e sull’autorità dei signori verso i propri sottoposti.
“Ciò che in somma qua giù perdesti mai, là su salendo ritrovar potrai”.
“Sol la pazzia non v’è poca né assai; che sta qua giù, né se ne parte mai”.
Solo una cosa non si trova sulla luna, cioè la pazzia, che rende gli uomini simili alle bestie. La Luna diventa l’emblema della costante
irrequietezza e insoddisfazione umana (cfr: Labirinto del canto 12, in cui ci si perde costantemente alla ricerca di qualcosa).
Tutto ciò che gli uomini perdono arriva sulla luna, fuorché la pazzia, la quale, paradossalmente, diventa la cifra costante dell’azione dell’essere
umano: il vagare dei pellegrini è un continuo affanno alla ricerca di qualcosa che non potranno mai trovare, perché l’uomo è perennemente
soggetto alla sua follia. Ariosto, con lo sguardo di un narratore bonario, che guarda ai suoi personaggi e a se stesso con un sorriso ironico e
benevolo, ha compreso la follia umana e la valorizza (non a caso, Astolfo, riacquistato il senno perduto, probabilmente per una donna, finirà
per perderlo nuovamente).
Giunto all’ingresso della caverna che conduce all’Inferno, dove si erano rifugiate le arpie, Astolfo decide di
avventurarsi per i gironi infernali ed entra quindi nell’apertura. Il fumo nero e sgradevole che ne riempie l’aria,
diviene però via via più denso man mano che si procede verso il basso, finché il cavaliere è costretto a fermarsi.
Astolfo incontra un’anima che gli racconta la propria storia: il suo nome è Lidia, figlia del re di Lidia, condannata a
stare in quel fumo per non essersi dimostrata riconoscente verso il suo amante (“qui dal giudicio altissimo di Dio al
fumo eternamente condannanata per esser stata al fido amante mio spiacevole e ingrata”).
Lidia aggiunge che quella caverna è piena di altre “femine infrate” che hanno commesso una pena simile:
Anassarete (che vide il marito soffrire impiccato per colpa sua), Dafne (che sbagliò nel sottrarsi ad Apollo) e tante
altre; più giù ancora vi sono uomini “puniti in peggior loco, ove il fumo gli accieca, e cuoce il fuoco” per i loro
inganni: Teseo, Giasone, Enea, Ammone...
Lidia racconta poi la sua storia: in vita era stata tanto bella quanto altezzosa ed aveva fatto innamorare di sé Alceste
(“in Lidia venne e d’un laccio più forte vinto restòm, poi che veduta m’ebbe”), il cavaliere più valoroso del suo
tempo; il ragazzo si mise per amore al servizio del re di Lidia, e con le proprie imprese gli consentì innumerevoli
conquiste. Alceste chiese un giorno la mano di Lidia, ma il re, intenzionato ad ottenere un ben più vantaggioso
matrimonio (Alceste era molto valoroso ma non ricco), non acconsentì (“fu repulso dal re, ch’in grande stato maritar
disegnava la figliuola, non a costui che cavallier privato altro non tien che la virtude sola” “tanto apprezza costumi o
virtù ammira quanto l’asino fa il suon de la lira”, cioè il padre di Lidia, dedito all’avarizia e al vizio, apprezza la virtù e
i valori tanto quanto un asino potrebbe amare il suono armonioso della lira). Il cavaliere, acceso d’ira per
l’ingratitudine, lasciò la corte per offrire le proprie armi al re di Armenia, acerrimo nemico del padre della ragazza,
convincendolo quindi a muovere guerra alla Lidia.
Nel giro di un anno al re di Lidia rimase il possesso del suo solo castello (“io non ti potre’ esprimere il gran danno che
Alceste al padre mio fa in quella guerra [...] in men d’un anno lo mena a tal, che non gli lascia terra, fuor ch’un castel
ch’alte pendici fanno fortissimo”) e decise così di mandare la figlia a trattare la resa con Alceste. La ragazza, accortasi
del potere che aveva nei confronti del cavaliere (si presentò pallido e tremante “di vinto e di prigione a riguardarlo
have sembiante più che di vincitore”), riuscì invece ad ottenere molto di più: lo fece sentire in colpa per i danni
causati al padre quando (“a maledir comincio l’amor d’esso e di sua crudeltà troppo a dolermi, ch’iniquamente abbia
mio padre oppresso e che per forza abbia cercato avermi”), gli disse, avrebbe potuto più facilmente ottenere lo
stesso risultato (averla in sposa) con modi più gentili. Gli disse infatti che prima di allora non avrebbe trovato alcun
ostacolo in lei, ma dopo quello che era successo, non voleva ora più amarlo, preferiva piuttosto la morte.
Alceste si lanciò ai piedi della ragazza chiedendo perdono (“mi cadde a’ piedi e supplicommi assai [...] gli do speranza
di farlo anco degno che la persona mia potrà fruire s’emendando il suo error, l’antiquo regno al padre mio farà
restituire”), lei glielo promise a patto di fare riconquistare al padre tutto ciò che gli era stato sottratto in quella
guerra. “Vedi s’al collo il gioco ben gli tenni; vedi se bene Amor per me lo tocca”.
Tornato dal re di Armenia, il cavaliere lo pregò di ridare al re di Lidia il suo regno. La risposta negativa accese subito
d’ira il giovane che uccise sul posto il re di Armenia ed in meno di un mese ridiede il regno al padre della amata a
proprie spese, e conquistò anche buona parte delle terre confinanti.
“Fingo d’amarlo, e più di giorno in giorno gli do speranza d’essergli consorte; ma prima contra altri nimici nostri dico
voler che sua virtù dimostri”.
Lidia con la scusa di voler avere prova del suo valore, cominciò ad assegnargli imprese pericolosissime, che egli riuscì
però sempre a superare come vincitore; dunque, approfittando della sua totale ubbidienza, Lidia gli fece perdere
ogni amico, dichiarandogli poi apertamente il proprio odio e allontanandolo dalla corte (“chiaro gli esplico: che grave
e capitale odio gli porto e pur tuttavia cerco che sia morto”). La sofferenza per quel trattamento fece ammalare e
quindi morire Alceste per il dolore (“questa mia ingratitudine gli diede tanto martit, ch’al fin dal dolor vinto, e dopo
un lungo domandar mercede, infermo cadde e ne rimase estinto”).
Gli occhi di Lidia vengono ora fatti lacrimare da quel fumo denso, per punirla dell’ingratitudine mostrata verso chi
l’amava (“per pena ch’al fallir mio si richiede, or gli occhi ho lacrimosi e il viso tinto del negro fumo: e così avrò in
eterno; che nulla redenzione è ne l’inferno”).
Terminato il racconto di Lidia, Astolfo tenta di proseguire oltre per incontrare altre anime; il denso fumo diviene
però insopportabile ed il cavaliere è costretto a tornare all’aperto (“andar un palmo sol più non gli lice; anzi a forza
tornar gli conviene i passi accelerar con fretta”).
Chiusa con massi e tronchi l’apertura della caverna, così da impedire alle arpie di uscire nuovamente, e dopo essersi
lavato con l’acqua di una fonte, il cavaliere sale in sella all’ippogrifo ed inizia l’ascesa del monte.
Raggiunta la cima della montagna, Astolfo rimane incantato dalla bellezza del paesaggio, il paradiso terrestre, che
non ha eguali sulla terra. In mezzo ad una splendida pianura sorge un ricco, bellissimo e luminosissimo palazzo, dal
cui vestibolo esce un vecchio “ch’un degli eletti par del paradiso”, San Giovanni Battista, che accoglie Astolfo
dicendogli che è per volontà di Dio che ha potuto raggiungere quel posto (“o baron che per voler divino sei nel
terrestre paradiso asceso”); gli anticipa quindi che lo scopo di quel suo viaggio è mostrargli come essere d’aiuto a re
Carlo e quindi alla Santa Chiesa (“per imparar come soccorrer dei Carlo e la santa fè tor di periglio, venuto meco a
consigliar ti sei per così lunga via senza consiglio”).
San Giovanni racconta ad Astolfo gli avvenimenti accaduti in Francia, focalizzandosi sulle vicende di Orlando, che
aveva infatti ricevuto il dono dell’invulnerabilità da Dio per difendere i cristiani, ma, reso cieco e violento per amore
di una donna pagana, aveva mancato al proprio compito, e, per punizione, era stato poi privato del senno (“diede
somma possanza Dio con sommo ardire, e fuor de l’uman uso gli concede che ferro alcun non lo può mai ferire;
perché a difesa di sua santa sede così voluto l’ha constituire [...] sì accecato l’aveva l’incesto amore d’una pagana
c’aveva già sofferto due volte e più venire empio e crudele e Dio per questo fa ch’egli va folle”).
Ad Astolfo spetta il compito di fare rinsavire il cavaliere utilizzando la medicina che dovranno prelevare sulla Luna
(“salir qua su t’ha il Redentor concesso perché tu apprenda come ad Orlando il suo senno si renda [...] nel cerchio de
la luna a menar t’aggio perché la medicina che può saggio rendere Orlando là dentro si serra”); accompagnato
dall’evangelista a bordo del carro d’Elia trainato da quattro cavalli rosso fuoco, iniziano il loro viaggio.
La descrizione della Terra vista dalla Luna sembra quasi un minuscolo "globo" (da quella prospettiva, appare assai
più piccolo di quanto si possa pensare): la prospettiva di Ariosto è rovesciata e demistificante l'autore relativizza la
scala dei valori umani, che sembrano importanti ma che in realtà, visti da un'altra prospettiva, acquistano una
consistenza decisamente inferiore.
“Quivi ebbe Astolfo doppia maraviglia: che quel paese appresso era sì grande, il quale a un picciol tondo rassomiglia
a noi che lo miriam da queste bande; e ch’aguzzar conviengli ambe le ciglia s’indi la terra e ‘l mar ch’interno spande
discerner vuol”.
La Luna sembra riflettere la Terra con fiumi, laghi, campagne, piani, valli, montagne, ampie e solitarie selve, ninfe
che cacciano belve...
Giunti sulla Luna, san Giovanni conduce Astolfo in una valle dove viene raccolto tutto ciò che sulla Terra è stato
smarrito: non solo regni e ricchezze, ma anche fama, preghiere e promesse fatte a Dio, lacrime e sospiri degli
amanti…
“In un vallon fra due montagne istretto, ove mirabilmente era ridutto ciò che si perde o per nostro diffetto o per colpa di tempo
o di Fortuna, ciò che si perde qui, là si raguna”.
“Molta fama è là su, che, come tarlo, il tempo al lungo andar qua già divora: là su infiniti preghi e voti stanno, che da noi
peccatori a Dio si fanno. Le lacrime e i sospiri degli amanti, l’inutil tempo che si perde a giuoco, e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,
vani disegni che non han mai loco, i vani desideri sono tanti [...] ciò che in somma qua giù perdesti mai, là su salendo ritrovar
potrai”.
L'autore attraverso questo brano rivolge una dura polemica contro la vita delle corti, specie nelle ott. 77-79 in cui
descrive ironicamente i doni che si fanno ai signori sperando di ingraziarseli, rappresentati come vesciche gonfie,
mentre i lacci nascosti dentro ghirlande sono le adulazioni e le cicale scoppiate sono i versi della poesia encomiastica
(le cicale rappresentano in modo sarcastico i poeti, di cui più avanti si dice che hanno ben poco senno, e c'è
evidentemente molta auto-ironia da parte di Ariosto che inserì parti encomiastiche nel poema stesso). L'autorità
data dai signori ai loro faccendieri è paragonata ad artigli di aquile, mentre sferzante è l'accusa contro i potenti che
si circondano di favoriti e amanti (i "Ganimedi"), che quando non sono più giovani vengono messi da parte.
La polemica contro il "servir de le misere corti" ricorre in altre opere dell'autore, specie nella Satira I in cui Ariosto si
giustifica per il rifiuto a seguire il cardinale Ippolito in Ungheria e rivendica con coraggio la propria libertà.
“Vede in una massa ch’eran quei doni che si fan con speranza di mercede ai re, agli avari principi, ai padroni [...]
tutte adulazioni”. “Di cicale scoppiate imagine hanno versi ch’in laude dei signor si fanno”.
“Io dico il senno: e n’era quivi un monte, solo assai più che l’altre cose sonte. Era come un liquor sottile e molle, atto a esalar, se
non si tien ben chiuso; e si vedea raccoolto in varie ampolle, qual più qual men capace. Quella è maggiore di tutte, in che del
folle signore d’Anglante era il gran senno diffuso [...] avean scritto il nome di color di chi fu il senno”.
Astolfo vede infine un monte costituito da tante piccole ampolle contenenti il senno degli uomini, in forma di
liquido, perso sulla terra: le ampolle hanno volume diverso tra loro ed ognuna riporta il nome del suo proprietario.
L’ampolla contenente il senno di Orlando è la più grande di tutte ed è quindi facile da individuare. Astolfo ritrova
anche quella contenente il proprio di senno e quelle contenenti il senno di persone insospettabili, ritenute
estremamente sagge ma in verità dissennate.
“Del suo gran parte vide il duca franco; ma molto più maravigliar lo fenno molti ch’egli credeva che dramma manco non
dovessero averne [...] altri in amar lo perde, altri in onori, altri in cercar richezze, altri ne le speranze de’ signori, altri dietro alle
magiche sciocchezze, altri in gemme, altri in opre di pittori, et altri in altro che pi’ d’altro aprezze”.
Il cavaliere si porta al naso la sua ampolla per inalare il suo senno, che finirà per perdere nuovamente. L'errore di
Astolfo cui qui l'autore allude (86, 7-8) è narrato nei Cinque canti e si tratta di un innamoramento del paladino che lo porta di nuovo alla follia.
Il senno di Orlando verrà invece recuperato dal conte nel canto XXXIX (ott. 36 ss.), quando Astolfo aiutato da altri paladini (tra cui Brandimarte,
Dudone, Oliviero) riesce a sopraffare l'eroe in preda alla furia e a legarlo, facendogli poi odorare l'ampolla con dentro il senno per farglielo
recuperare; il passo che descrive Orlando che rinsavisce (XXXIX, 58) verrà in parte ripreso da Tasso nella Liberata (XVI, 31), quando Rinaldo
verrà sciolto dall'incantesimo di Armida.
Dopo che il cavaliere ha prelevato l’ampolla del conte Orlando, l’evangelista Giovanni lo conduce in un palazzo pieno
di batuffoli di lino, seta, cotone… In una stanza vede una donna intenta ad ottenere da ogni batuffolo un filo che poi
avvolge su di un aspo per formare una matassa; un’altra donna separa le matasse brutte da quelle belle (“nel primo
chiostro una femina cana fila a un aspo trae da tutti quelli [...] un’altra de le filze va scegliendo il bel dal brutto che
quella confonde [...] le vecchie son le Parche, che con tali stami filano vite a voi mortali. Quanto dura un de’ velli,
tanto dura l’umana vita. Qui tien l’occhio e la Morte e la Natura per saper l’ora ch’un debba esser spento”).
Sono le Parche (Cloto, Lachesi, Atropo) ed hanno il compito di tessere la vita di ogni mortale: tanto più lungo è il filo
e tanto più lunga sarà la vita degli uomini. I filati più belli verranno utilizzati per tessere l’ornamento del paradiso,
quelli più brutti per fare i legacci dei dannati nell’inferno (“sceglier le belle fila ha l’altra cura, perché si tesson poi
per ornamento del paradiso; e dei più brutti stami si fan per li dannati aspri legami”).
Un vecchio, il Tempo, porta via senza riposo le piastrine che accompagnano le matasse con incisi i nomi delle
persone loro proprietarie.
La Luna è il luogo metaforico dove si raccoglie tutto ciò che si getta via sulla Terra: l'episodio riveste un ruolo centrale nella trama, dal
momento che recuperare il senno di Orlando è decisivo per le sorti della guerra contro i Mori: grazie al suo contributo, il nemico sarà
definitivamente sconfitto.
Il motivo dell'assenza dell'eroe che causa gravi danni all'esercito in guerra deriva ovviamente dall'Iliade, in cui Achille si ritira dalla battaglia e
lascia gli Achei privi del suo insostituibile aiuto, e verrà ripreso anche da Tasso nella Gerusalemme liberata, in cui Rinaldo si allontana dal
campo dei crociati e sarà poi tenuto lontano dalla guerra dalla maga Armida.