Il Neoclassicismo
Il Neoclassicismo nasce nel Settecento e si sviluppa in Italia, Paese che ha un ruolo
centrale nella riscoperta dell’arte e della cultura dell’antica Grecia e Roma. Questo
periodo è influenzato soprattutto dall’Illuminismo, che esalta la razionalità e
l’equilibrio.
Da un lato, l'Accademia dell'Arcadia (fondata a Roma nel 1690) promuove una poesia
elegante e ordinata, in contrasto con lo stile esuberante del Barocco. Dall'altro, l'Italia
diventa una meta fondamentale del Grand Tour, un viaggio culturale che molti
aristocratici europei compivano per arricchire la loro formazione, visitando città d’arte
e siti archeologici.
Il Neoclassicismo guarda sia al passato che al futuro: riscopre i modelli dell’arte
classica, ma con la consapevolezza che essi rappresentano un ideale irraggiungibile. A
differenza degli umanisti del Quattrocento, che volevano "rivalutare" gli autori antichi,
i neoclassicisti li considerano perfetti e cercano di imitarli senza pensare di poterli
superare.
In Italia, il Neoclassicismo influenza soprattutto la letteratura. Vincenzo Monti, ad
esempio, usa questo stile per celebrare eventi e figure importanti. A Milano, invece, si
sviluppa una corrente più legata ai valori etici e civili, influenzata dalle idee
rivoluzionarie francesi: qui scriveranno Parini e Foscolo. Foscolo, insieme a
Leopardi, unisce elementi neoclassici e romantici, mostrando che i due movimenti
non sono rigidamente separati, ma si influenzano a vicenda.
Infatti, tra il Settecento e l’Ottocento, la letteratura italiana mescola il Neoclassicismo
e il Romanticismo, dimostrando che le correnti artistiche non sono mai completamente
opposte, ma spesso si sovrappongono e si arricchiscono l’una con l’altra.
Illuminismo vs Romanticismo
Illuminismo Romanticismo
Intendono controllare razionalmente tutta Sono attratti da ciò che è irrazionale ed
la realtà: il sentimento è quindi sottomesso esaltano il valore dei sentimenti e delle forti
alla ragione. passioni, come amore e odio.
Sono ottimisti e pensano di poter Sono pessimisti e convinti che la felicità
raggiungere la felicità con il progresso. non sia raggiungibile.
Sono in contrasto con la religione cattolica Si riavvicinano alla fede ma molti sono atei
e affermano la libertà dell’individuo di e considerati maledetti.
professare la religione che desidera. Sono nazionalisti e vanno alla riscoperta
Sono cosmopoliti, ossia cittadini del mondo, delle radici del proprio popolo, esaltandone
e credono nell’uguaglianza di tutti i popoli. usi e costumi.
Il Preromanticismo
Tra Settecento e Ottocento giungono in Italia alcune tendenze che sembrano opporsi
al Neoclassicismo. Se il gusto neoclassico è caratterizzato dalla compostezza e dal
dominio delle passioni, queste altre tendenze, che possono essere riconosciute nelle
opere di autori come Monti, Pindemonte e Foscolo, si manifestano come
esasperazione passionale e soggettiva, come amore per atmosfere lugubri, cupe,
tenebrose e dominate dalla presenza ossessiva della morte, ma soprattutto come
predilezione per una natura selvaggia e tempestosa.
Simili tendenze sono già presenti in Italia verso la fine del Settecento, soprattutto
tramite opere straniere che hanno avuto larga diffusione e che vengono spesso anche
tradotte in italiano. Il sensiblerie, ossia il gusto del sentimentale, è legato soprattutto
alle opere di Rousseau, e in particolare al suo romanzo la nuova Eloisa. Ma ebbero
anche influenza molti romanzi epistolari tra cui spicca i dolori del giovane Werther
di Goethe, già noto in Italia.
Tale romanzo deriva dal movimento tedesco dello Sturm und Drang, ossia impeto e
tempesta, che costituisce un precursore del Romanticismo. Si trattava di un insieme di
giovani intellettuali ribelli, tra cui Goethe è sicuramente la personalità più significativa.
Motivo dominante dello Sturm und Drang, era la passionalità primitiva e selvaggia
e, sul piano letterario, ne scaturiva il rifiuto di ogni classicismo e regola al
contrario del Neoclassicismo, che affondava le sue radici proprio in delle ferree regole
che andavano seguite.
Dall’Inghilterra di diffuse poi la moda della poesia cimiteriale che influenzò
Pindemonte, colui che introdusse tale moda anche in Italia. Pindemonte aveva
cominciato la stesura di un poemetto sui Cimiteri, che interruppe dopo la lettura dei
Sepolcri di Foscolo: dopo aver notato che il carme, scritto il forma epistolare, era
dedicato proprio a lui, decise di continuare la stesura dei Cimiteri impostando l’opera
come una risposta ai versi di Foscolo.
Le radici comuni
Neoclassicismo e Preromanticismo appaiono come tendenze antitetiche e
inconciliabili, ma si trovano compresenti negli stessi anni, a volte addirittura
all’interno di uno stesso poeta: avevamo già notato questo concetto con Alfieri, e lo
ritroveremo anche in Monti e soprattutto in Foscolo. Quest’ultimo, infatti, è autore del
romanzo wertheriano Ortis, ma è anche autore delle Grazie, capolavoro neoclassico
per eccellenza.
Essi sono in realtà due movimenti diversi che scaturiscono però dalla stessa radice,
una crisi che si presenta in due fasi storiche: quella dell’ancien regime, quindi del
riformismo illuministico e poi, nell’età napoleonica, quella delle illusioni
rivoluzionarie. In entrambi questi momenti si riscontrano conseguenze simili per cui,
gli scrittori di entrambi i periodi, seguono le stesse tendenze, come delusione e
distacco dall’impegno civile.
Vita di Foscolo
Niccolò Foscolo, detto Ugo, nacque nel 1778 a Zante, in Grecia, da padre medico di
origine veneziana e madre greca. L’essere nato in Grecia è molto importante, poiché
Foscolo si sentirà, per questo motivo, legato alla civiltà classica.
Studia a Spalato e dopo la morte del padre si trasferisce a Venezia dove, non
conoscendo bene la lingua italiana, si dedica agli studi. Politicamente assunse
posizioni egualitarie, entrando in conflitto con il governo di Venezia, motivo per il
quale lasciò la città per qualche tempo. Nel frattempo, le truppe di Napoleone
entrarono nella città e lui fuggì a Bologna, dove pubblicò l’ode Bonaparte liberatore.
Rimane però deluso dalla firma del trattato di Campoformio che consegna la città agli
austriaci, così scopre che gli ideali e la realtà non sono facilmente conciliabili, presa di
coscienza che influenzerà molto la sua poetica.
Foscolo fugge dunque a Milano, dove conosce Parini e Monti e dove collabora con
diverse riviste. Qui scrive una delle sue opere più famose, ossia le Ultime lettere di
Jacopo Ortis, un romanzo epistolare e autobiografico nato da una crisi esistenziale e
filosofica.
Nel 1803 pubblica una raccolta contenente sia le sue odi, ossia A Luigia Pallavicini
caduta da cavallo e All’amica risanata, sia alcuni sonetti, ossia Alla musa, Alla
sera, A Zacinto e In morte del fratello Giovanni, quattro capolavori in cui Foscolo
esprime le proprie inquietudini.
Foscolo scrisse anche Dei Sepolcri, un carme, ossia un componimento dal tono
solenne. Scrive i Sepolcri traendo spunto da un editto napoleonico che proibiva la
sepoltura nei centri abitati. L’opera è una riflessione sulla morte e sul senso che hanno
le tombe e i riti funebri.
Sempre meno fiducioso in Napoleone, si trasferisce a Firenze, dove vive una stagione
serena che si riflette nel poema incompiuto Le Grazie, composto da tre inni dedicati a
Venere, Vesta e Pallade.
Dopo la caduta di Napoleone Foscolo va via dall’Italia, prima in Svizzera e poi a
Londra. Nel periodo in cui si ritrova a Londra collabora con moltissimi giornali e si
dedica molto agli studi letterari, pubblicando saggi su Petrarca e Dante. Morirà a
Londra nel 1827.
Le componenti classiche, neoclassiche e illuministiche
In Foscolo confluiscono le componenti tipiche della cultura del suo tempo: la
tradizione classica, i primi ideali preromantici e l’Illuminismo settecentesco. I
modelli seguiti da Foscolo sono molto vari: si passa dai poeti della letteratura classica,
come Dante e Petrarca, a quelli moderni, tra cui Parini e Alfieri, tenendo conto anche
degli stranieri come Rousseau o Goethe.
Per quanto riguarda le idee, subisce in principio l’influenza di Rousseau, dal quale
deriva il culto della natura e della passionalità. La visione di Rousseau si basava sul
mito del buon selvaggio, da cui scaturisce la credenza che l’uomo nasce buono e viene
incattivito dalla società. Più tardi si stacca da queste credenze e si avvicina al
pessimismo di Machiavelli e Hobbes, che lo indussero a credere invece all’originaria
malvagità dell’uomo.
Il materialismo
Il pessimismo di Foscolo deriva anche dal materialismo, una filosofia che affonda le
radici nell’Illuminismo e nei classici greci come Democrito ed Epicuro. Questa visione
sostiene che tutto è fatto di materia e che non esiste un principio spirituale
indipendente: l’anima non sopravvive alla morte e il mondo è governato da leggi
meccaniche, senza un’intelligenza superiore. Secondo Foscolo, quindi, tutto è dovuto
all’aggregazione e alla disgregazione degli atomi.
Egli è consapevole che questo pensiero può portare alla perdita di valori,
all’indifferenza e alla rassegnazione. Tuttavia, il suo spirito lo spinge a cercare un
senso più alto nell’esistenza. Pur senza abbandonare del tutto la concezione
materialistica, prova a recuperare una dimensione ideale della vita, trovando nel
culto della bellezza, della poesia e della memoria un modo per dare significato
all’esistenza umana.
La funzione della letteratura e delle arti
Foscolo attribuisce alla letteratura e alle arti un ruolo fondamentale nella vita umana.
Esse non solo alleviano le sofferenze hanno funzione catartica, quindi purificano
l’animo umano dalle passioni, ma hanno anche una funzione civilizzatrice: rendono
l’uomo più umano, lo allontanano dalla violenza e gli insegnano il rispetto e la
compassione. Inoltre, tramandano la memoria di un popolo, rafforzandone l’identità e
la coesione. Nel caso dell’Italia, questo è essenziale per superare la divisione,
contribuendo alla costruzione di una nazione unita e moderna.
Le ultime lettere di Jacopo Ortis
È un romanzo scritto in forma epistolare: il racconto è quindi costruito attraverso una
serie di lettere che il protagonista scrive all’amico Lorenzo Alderani. Una prima
redazione venne stampata a Bologna ma rimase interrotta: per poterla pubblicare, lo
stampatore la fece concludere ad un altro scrittore, che seguì le orme di Foscolo. Egli
modificò successivamente la sua opera a Milano e di nuovo durante l’esilio, motivo per
il quale Ortis viene considerata sia un’opera giovanile che come un’opera che Foscolo
scrisse in vecchiaia.
I modelli: Rousseau e Goethe
Fino a questo momento non abbiamo mai avuto all’interno della letteratura italiana dei
romanzi, quindi le ultime lettere di Jacopo Ortis può essere considerato come il
primo modello di romanzo all’interno della letteratura italiana, seguito poi dai
Promessi sposi di Manzoni. Foscolo non aveva quindi un vero e proprio modello
italiano a cui fare riferimento, motivo per il quale si affida a due romanzi stranieri: I
dolori del giovane Werther di Goethe e La nuova Eloisa di Rousseau. Il romanzo
ha alcuni punti in comune con l’opera di Goethe, tra cui:
Il conflitto tra l’intellettuale e la società, ossia la figura di un giovane in
conflitto con un contesto sociale in cui non può inserirsi.
L’argomento, che prevede il suicidio di un giovane a causa dell’innamoramento di
una donna già promessa ad un altro.
Sono però anche presenti delle differenze tra i personaggi: mentre Jacopo soffre a
causa della mancanza di una patria, vive nell’Italia napoleonica e considera la morte
come unica via d’uscita rifacendosi ai concetti di nichilismo e materialismo, Werther
non riesce ad identificarsi né nella borghesia né nell’aristocrazia e vive nella Germania
dell’assolutismo.
L’Ortis e il romanzo moderno
Genericamente parlando, ovviamente il romanzo di Foscolo è molto diverso dall’ideale
di romanzo moderno, infatti mancano: un racconto vero e proprio, la descrizione
dettagliata dei personaggi e soprattutto l’analisi psicologica, tipica ad esempio dei
Promessi sposi. A differenza dei romanzi di Rousseau e di Goethe, nell’Ortis di
Foscolo non c’è un interesse nel creare un intreccio di eventi e prevale una spinta
lirica e oratoria: più che come un racconto, l’opera si presenta come un lungo
monologo pieno di pathos.
Il sacrificio della patria nostra è consumato
Questa è la celeberrima frase con cui Foscolo apre il romanzo e che indica che egli in
Napoleone aveva visto un liberatore dell’Italia dalle potenze straniere, delusione che
nasce dal trattato di Campoformio con il quale Napoleone cede Venezia all’Austria.
L’incipit contiene parole molto forti, tra cui patria e sacrificio: patria fa pensare al
popolo e sacrificio ad una grave perdita avvenuta per una ragione superiore, con cui il
protagonista deve fare i conti. Anche nel continuo è presente l’idea di una sventura: al
primo rigo afferma che tutto è perduto e nella vita non rimane che piangere proprio
queste sciagure. Anche qui sono presenti parole forti, che rimandano a qualcosa di
grave, e in questo si manifesta il problema. Jacopo chiede infatti a Lorenzo Alderani,
destinatario della lettera, se effettivamente per salvarsi dagli austriaci sia necessario
affidarsi a Napoleone, colui che lo ha tradito.
Jacopo, dopo essere stato costretto a lasciare Venezia e a consolare la madre, deve
abbandonare questa sua solitudine (r. 6), ossia i colli Euganei, dove aveva trovato
rifugio: Foscolo infatti, nel momento della stesura della lettera, si trovava proprio qui.
Jacopo si chiede poi quanti siano gli sventurati (r. 8), ossia le vittime di queste
persecuzioni e fa riferimento alla guerra fratricida, ossia italiani che si sporcano le
mani con il sangue di altri italiani. Conclude affermando che l’unica soluzione che vede
in tutto ciò è il suicidio, e afferma che almeno il suo cadavere non cadrà fra braccia
straniere e che poserà sulla sua terra natìa.
Analisi del testo
Sin dalla pagina iniziale del romanzo si deduce che la morte appare come l’unica
alternativa offerto da una situazione senza via d’uscita. Oltre che in negativo, essa è
vista anche sotto un punto di vista positivo, ossia come una forma di sopravvivenza:
la morte è sopravvivenza nella memoria e il valore dell’individuo non va perduto.
L’eroe sarà infatti compianto da pochi uomini buoni: torna quindi il concetto dei
pochissimi introdotto da Alfieri. La morte è anche l’unico modo per trovare un terreno
sicuro all’interno dell’incertezza della condizione del senza patria.
In questa pagina d’apertura è infatti espressa la duplice direzione in cui si muoverà
tutto il romanzo: da un lato il nichilismo e dall’altro il recupero dei valori positivi
attraverso l’illusione. Si parla quindi di nichilismo, termine che deriva dal latino nihil,
ossia niente. È un termine che indica la visione secondo cui la vita non ha un
significato oggettivo, non ha un valore e nessuno scopo. Foscolo parlerà di nulla
eterno poiché, non essendo cristiano, non crede nella vita dopo la morte.
La forma epistolare fa sì che il protagonista sia anche il narratore e che il racconto
segua da vicino gli eventi, rendendo la narrazione intensa e carica di emozioni.
Questo crea un effetto simile a un monologo tragico, come nelle opere di Alfieri. Lo
stile dell’opera è solenne e drammatico, con frasi brevi e incisive, simili a quelle degli
eroi della storia romana o delle tragedie. Sono frequenti interrogazioni retoriche e
forti antitesi, che aumentano l'intensità espressiva del testo.
Il colloquio con Parini
Già all’inizio del testo Parini viene indicato con una perifrasi, ossia vecchio
venerando: il verbo venerando indica che Parini è un uomo degno di rispetto. Jacopo
descrive la scena affermando che Parini si sosteneva da una parte con il suo braccio e
l’all’atra con un bastone. Ogni tanto il poeta si volgeva verso Jacopo quasi come per
ringraziarlo e a un certo punto si sedette su una panchina.
Jacopo inizia allora una descrizione di Parini, definito come l’uomo più dignitoso ed
eloquente che egli abbia mai conosciuto. Jacopo scrive che Parini gli parlo a lungo
della sua patria: i due discutono sia delle antiche tirannidi sia della nuova licenza,
dunque sia della dominazione spagnola tra il 500 e il 600, sia della tirannide austriaca
del 700, arrivando alla conclusione che tra di esse non vi è molta differenza. Si parla
dunque di lettere prostituite, ossia del fatto che i letterati si vendono ai potenti
esaltando il nuovo regime, ma si parla anche dell’assenza di molti valori all’interno
dell’Italia: l’ospitalità, l’amore filiale e la benevolenza.
Parini parla a Jacopo delle vicende recenti e di vari delitti di tanti uomini che Jacopo
nominerebbe se le loro pazzie avessero mostrato un minimo di dignità d’animo: si
parla infatti di Silla e Catilina, protagonisti delle guerre civili a Roma. A queste parole
Jacopo si infiamma ed effettua una citazione dell’Eneide dicendo frutterà dal nostro
sangue il vendicatore: la profezia ricorda quella di Didone suicida che, nel IV libro
dell’Eneide, promette eterno odio per Enea e i romani.
Dopo una pausa, Jacopo riprende chiedendo a Parini, tramite una domanda retorica,
se gli uomini avranno mai salute, ossia salvezza, e affermando che se essi fossero
pronti a morire, non si piegherebbero a servire i dominatori per sola paura.
Parini stringe il braccio di Jacopo e lo invita a sedersi nuovamente: inizia poi un
discorso con il quale pone in antitesi la sua inferma vecchiaia con la giovinezza del
suo interlocutore, che causa un’eccessiva istintività.
Jacopo, a seguito dell’interruzione di Parini, riprende il suo discorso e afferma che
raccontò a quel generoso italiano, un’altra perifrasi che indica Parini, la storia delle sue
passioni, ossia Teresa, la donna amata da Jacopo.
Ella viene descritta come uno spirito celeste che scende ad illuminare le stanze
tenebrose di questa vita, perifrasi per indicare la Terra: Foscolo fa quindi
riferimento, oltre che all’Eneide, anche al dolce stil novo.
Alle parole di Jacopo il vecchio pietoso sospirò più volte. Jacopo continua affermando
non veggo più che il sepolcro: frase centrale che significa letteralmente non vedo
alternativa alla morte; riprende quindi il motivo del nichilismo.
Come già visto nell’incipit, anche qui appare l’immagine della madre: qui, in
particolare, viene descritta una scena in cui Jacopo tenta di suicidarsi e la madre tenta
di fermarlo, scena dalla quale emerge l’amore filiale. Ma Jacopo continua affermando
che se sua madre conoscesse tutti i suoi guai, non farebbe altro che attendere
desiderosa la fine dei giorni del suo stesso figlio.
Jacopo dice a Parini che l’unica fiamma che lo tiene ancora in vita è la speranza della
libertà della patria: a queste parole Parini sorride tristemente e spiega a Jacopo che la
fama degli eroi dipende in parte dalla fortuna, in patre dal loro coraggio e in parte
dai loro delitti. Ma continua facendo notare al giovane che se anche se anche avesse
la fortuna e la crudeltà richiesta, l’Italia non gli fornirebbe i mezzi per aspirare a tale
gloria. Chiede infatti a Jacopo se le sofferenze del popolo in tutte le età passate e
l’attuale dominazione francese, quindi questo giogo, non lo abbiano ancora reso
consapevole del fatto che non bisogna aspettarsi la libertà da parte di uno straniero, in
questo caso Napoleone. Continua dicendo che quando un conquistatore utilizza la
violenza, quindi alla legge del più forte, chi vuole agire politicamente deve rinunciare
alla virtù e deve adeguarsi ai metodi che dominano in quel contesto: il pensiero di
Jacopo non è quindi diverso da quello di Alfieri, secondo cui la forza è l’unico modo
per arrivare alla libertà.
Parini effettua poi una descrizione di Jacopo, affermando che un giovane onesto e
bollente di cuore, ma povero e imprudente come lui, sarà sempre vittima dei potenti.
Ma continua dicendo che anche chi, per caso, riuscisse a conquistare il potere, sarà
comunque costretto a macchiare di sangue sé stesso e i propri ideali e verrà quindi
indicato come un tiranno o come un demagogo: viene creata quindi un’antitesi tra
la tirannide e la demagogia, in origine considerata come l’arte di guidare il popolo, ma
che in seguito diventerà la pratica che tende ad ottenere il consenso delle masse.
Fondare una repubblica richiede infatti una rivoluzione e quindi lo spargimento di
sangue, come ci insegna la Rivoluzione Francese. Ma la rivoluzione scatena una
guerra civile e, tra i suoi passaggi, presenta anche la dittatura, che elimina la
libertà di opinione e di espressione. L’unico modo per ottenere il consenso della
popolazione è atterrirla, ingrassarla, ossia è portarla dalla propria parte tramite
doni o promesse, oppure ingannarla.
Nel momento in cui il giovane dovesse riuscire ad ottenere il potere tramite tutto ciò
che è stato citato, in lui crescerebbe il desiderio di imporre il proprio dominio
personale: anche qui si fa riferimento alla Rivoluzione Francese, passata dalla
repubblica alla dittatura di Robespierre.
In seguito Foscolo afferma che l’impulso a dominare dei potenti e quello a servire da
parte delle masse, è una legge della natura. Qui Foscolo fa un chiaro riferimento al
pessimismo di Hobbes, ma si oppone a Rousseau e al suo mito del buon selvaggio,
secondo cui l’uomo nasce per natura buono e viene incattivito dalla società.
Parini afferma allora che, a questo punto, da filosofo sarebbe reso tiranno: le teorie
della Rivoluzione Francese erano infatti basate sulla filosofia degli illuministi, primo fra
tutti Rousseau. Il rivoluzionario si presentava infatti come filosofo ma, senza
rendersene conto, diventava dittatore. È quindi chiaro il riferimento a Robespierre.
Tutto questo concetto va a riprendere Alfieri, secondo cui i sovrani illuminati si
fingevano filosofi, ma erano in realtà reggenti di una tirannide.
Parini fa poi riferimento ai condottieri affermando che, dopo un periodo di
turbamento, il giovane perderebbe la sua pace, ma gli rimarrebbe comunque un posto
tra i capitani, e qui fa riferimento aa Napoleone. Afferma che i condottieri sono coloro
che rapiscono le ricchezze e le dividono ai loro soldati, ma che sono anche coloro che
devono essere grati a chi gli ha permesso di raggiungere questa posizione. Parini
conclude affermando che l’umanità, di fronte alla presenza di un conquistatore, non ha
che la speranza di poter sorridere di fronte alla sua bara.
Dopo un lunghissimo silenzio, Jacopo esordisce con un’esclamazione, in cui nomina
Cocceo Nerva, ossia un uomo che si suicidò per non sottomettersi alla tirannide
imperiale: il senso è allora uno solo, ossia che l’unico modo per non subire la
contaminazione di una tirannide è il suicidio.
Verso la fine del testo vengono poste in antitesi le credenze dei due scrittori: Parini
rivolge infatti gli occhi al cielo come se stesse riponendo tutte le sue speranze
nell’aiuto divino, simbolo della sua fede, mentre Jacopo era ateo.
Analisi del testo
Questo è un episodio chiave del romanzo, che mette in luce il nucleo della
problematica politica e il dramma interiore del protagonista, Jacopo. Il dialogo con il
vecchio poeta Parini si sviluppa a partire dalla critica alla situazione dell'Italia
napoleonica. Jacopo incarna la rivolta impulsiva, mentre Parini adotta un approccio
più realistico.
Parini analizza le condizioni dell’epoca, evidenziando alcuni aspetti principali:
La degenerazione della libertà rivoluzionaria.
L'intellettualità corrotta, con uomini di cultura che si piegano al potere per ottenere
favori.
Il declino dello spirito eroico.
La perdita di valori fondamentali come la benevolenza, l’ospitalità e l’amore filiale.
Attraverso il pessimismo di Parini, Foscolo esprime la propria sfiducia nella possibilità
di un'azione politica efficace. Egli ritiene che una rivolta contro la dittatura
napoleonica non porterebbe alcun cambiamento reale, ma ripeterebbe gli orrori della
Rivoluzione francese, sfociando in un nuovo regime oppressivo.
Se alla situazione attuale non ci sono soluzioni, l’unica via da seguire è la morte;
tuttavia il suicidio di Jacopo non coincide con la visione di Foscolo. Mentre Jacopo
sceglie la morte come unica via d'uscita, lo scrittore, pur deluso dalla rivoluzione,
continua a partecipare criticamente alla storia.
Il nichilismo di Jacopo è solo una fase del pensiero foscoliano. Foscolo, infatti, usa il
suo eroe per esprimere e superare le proprie tendenze negative: il suicidio di Jacopo
diventa così un sacrificio simbolico, che permette allo scrittore di prendere le
distanze dalla disperazione e proseguire su un’altra strada.
Il problema di una classe dirigente in Italia
È una lettera che tocca varie tematiche politiche, affiancate da un giudizio negativo su
Napoleone. Foscolo si concentra sulla mancanza di una classe dirigente in Italia, tema
affrontato anche da Dante nel VI libro del Purgatorio.
Foscolo apre il testo con una metafora, dicendo che alcuni, vedendo le piaghe
dell’Italia, ossia le sofferenze, dicono che queste andrebbero sanate con dei rimedi
estremi, ossia rivoluzionari affinché si possa ottenere la libertà.
Effettua poi un primo attacco, in questo caso nei confronti del clero. Afferma infatti
che là dove la religione non è radicata nelle leggi e nei costumi di un popolo,
l’amministrazione del culto è bottega: il clero pensa infatti solo al lucro, ossia ad
arricchirsi.
La seconda critica è rivolta ai nobili, e qui riprende Parini, che aveva definito la classe
nobiliare vuota, improduttiva, immorale e oziosa, in quanto non si interessa di nulla.
Foscolo afferma che l’Italia è piena di nobili, ma manca di patrizi: i nobili di questo
periodo non fanno e non sanno nulla, in quanto non si dedicano all’ozio letterario ma
all’ozio vero e proprio.
Dopo aver criticato nobiltà e clero, critica i borghesi, che non hanno dignità di
cittadini. Pur essendo la maggioranza, non possono essere considerati cittadini poiché
non prendono parte alla vita politica. Per Foscolo i borghesi, se non possiedono
proprietà terriere, non possono avere dignità cittadina, quindi prendono parte alla
plebe.
Tale condizione porta all’impossibilità di trovare il proprio posto all’interno della
società e, per riuscire a superare tale condizione, occorre ridare alle classi sociali la
loro funzione, specialmente alla borghesia, che andrebbe trasformata in una classe di
proprietari terrieri. Foscolo si pone però il problema dei mezzi con i quali la società
andrebbe riformata, rifiutando qualsiasi forma di violenza, propria delle rivoluzioni. Per
esprimere il suo rifiuto nei confronti della violenza utilizza, nel testo, l’anafora di
senza e di né.
Nella riga 20, Foscolo esalta inoltre la condizione in cui si trova l’Italia da ormai molto
tempo, espressa con la frase nostro infame perpetuo servaggio: l’Italia è infatti
sempre stata terra di conquiste da parte degli stranieri, come gli austriaci o gli
spagnoli.
Ritorna quindi il motivo della Rivoluzione Francese e Foscolo si ritrova nuovamente
in un vicolo cieco in cui l’unica soluzione è il sepolcro, ovvero la morte. Egli si rende
però conto che questa soluzione può essere utile solo al singolo individuo, mentre sul
piano della politica reale dell’intera nazione può esserci solo una rassegnazione.
Jacopo scrive infatti esorterei l’Italia a pigliarsi in pace il suo stato presente, cosa che
farebbe se solo potesse esporre le sue idee in opere pubblicate: bisogna infatti
ricordare che egli scrive delle lettere private indirizzate all’amico Lorenzo.
I Sonetti
I sonetti sono molto vicini alla materia autobiografica tipica dell’ Ortis, la maggior
parte di essi è infatti caratterizzata da un forte impulso soggettivo. Sono però
abbondanti i riferimenti ad altri poeti, come Petrarca o poeti latini. Tra i sonetti ne
spiccano soprattutto tre: Alla sera, A Zacinto e In morte del fratello Giovanni. In
questi la forma tipica del sonetto è resa molto originale, sia nella sintassi che nella
metrica.
Sono però anche ripresi i temi centrali dell’Ortis, tra cui il ritratto di Foscolo come una
figura infelice e sventurata, oppure il concetto del reo tempo, del nulla eterno o
dell’esilio. Ricompare quindi il nichilismo tipico dell’Ortis, così come la ricerca dei
valori positivi al fine di superare l’approccio nichilistico.
Che stai? Già il secol suo l’orma ultima
lascia
Che stai? già il secol l’orma ultima lascia; Perché indugi? Già il secolo si conclude; precipita
dove del tempo son le leggi rotte dove sono infrante le leggi del tempo, portando
nelle tenebre venti anni della tua vita, e un freddo
precipita, portando entro la notte oblio li avvolge.
quattro tuoi lustri, e obblio freddo li
fascia.
Che è scritto in aferesi per motivi di metrica.
Personificazione: il secol l’orma ultima lascia.
Costruzione alla latina: del tempo son le leggi
rotte precipita; il verbo è collocato alla fine e
abbiamo il complemento di specificazione prima
del nome.
Che se vita è l’error, l’ira, e l’ambascia, Perché se la vita è solo errore, ira, angoscia, hai
troppo hai del viver tuo l’ore prodotte; già vissuto troppo; ora intraprendi una vita
migliore, e lascia esempi ai posteri con opere
or meglio vivi, e con fatiche dotte erudite.
a chi diratti antico esempi lascia.
Aferesi: che.
Poliptoto: vita- viver-vivi.
Figlio infelice, e disperato amante, Figlio infelice, amante senza speranza, privo di
e senza patria, a tutti aspro e a te stesso, una patria, fastidioso sia con gli altri che con te
stesso, giovane di anni ma rugoso nell’aspetto,
giovine d’anni e rugoso in sembiante,
Chiasmo: figlio infelice-disperato amante.
Antitesi e antichiasmo: giovine d’anni-rugoso
in sembiante.
che stai? breve è la vita, e lunga è l’arte; La vita è breve, mentre occorre molto tempo per
a chi altamente oprar non è concesso impadronirsi dei mezzi espressivi dell’arte; colui al
quale non è concesso compiere azioni eroiche,
fama tentino almen libere carte. tenti almeno di conquistare la fama con opere che
Antitesi e antichiasmo: breve è la vita-lunga è esprimano il concetto di libertà.
l’arte.
Metonimia: libere carte
Analisi del testo
Il sonetto assume la forma di un bilancio esistenziale che, nonostante la giovane
età del poeta, non risulta positivo: la sua vita, fino a qual momento, è stata segnata da
errori, ire e angosce e rischia per questo di non meritare un proseguimento. Il
bilancio negativo lo stimola però a formulare il progetto di una nuova vita, dedicata a
studi rigorosi in modo tale da poter lasciare in eredità delle opere erudite.
Il sonetto evidenzia un bilancio di vita negativo soprattutto ripetendo nelle terzine ciò
che è già espresso nelle quartine. Il giovane ha vissuto molte difficoltà, motivo per il
quale si definisce figlio infelice e disperato amante. ha infatti assistito alla perdita del
padre, alla povertà, alla lontananza dalla madre, ad amori infelici e alla mancanza di
una patria. Per questo il poeta ribadisce alla fine del sonetto il che stai?, sottolineando
che il tempo è prezioso e non va sprecato se si vuole eccellere.
Il ritratto che Foscolo propone in questo sonetto è lo stesso che emerge dalle altre sue
opere: si tratta di un infelice, immagine tipicamente alfieriana. Il sonetto è infatti
impostato come il monologo di un eroe tipico delle opere di Alfieri. Foscolo non fa
riferimento solo ad Alfieri ma anche a due poeti latini: riprende infatti il motivo della
brevità della vita del carpe diem di Orazio, così come un celebre aforisma di
Ippocrate, ovvero l’arte è lunga.
Il concetto del tempo distruttore è presente anche in altre opere di Foscolo, in
particolare nei Sepolcri. Ma anche la metafora della notte e quella del freddo
associata all’oblio non sono una novità: possiamo infatti trovarle rispettivamente nel
sonetto Alla sera e nei Sepolcri.
Alla sera
Alla sera è uno dei sonetti più significativi di Foscolo. I sentimenti che ritroviamo qui
erano precedentemente stati espressi nell’Ortis: la sera si configura per il poeta come
un’immagine di morte, vista come fatal quiete. Foscolo si rivolge alla sera in un tono
intimo, aprendo le quartine con una descrizione suggestiva: il calare della notte dona
sollievo dopo le angosce del giorno e invita a riflettere sulla morte come un riposo
definitivo dalla sofferenza.
Forse perché della fatal quïete o sera, forse giungi a me così cara perché sei
Tu sei l’immago a me sì cara, vieni, l’immagine della pace eterna! Scendi sempre da
me invocata e sai raggiungere dolcemente le cose
O Sera! E quando ti corteggian liete più segrete del mio cuore, sia quando ti
Le nubi estive e i zeffiri sereni, accompagnano liete le nubi estive e i venti tiepidi
che rasserenano il cielo, sia quando dall’aria
Metafora e ossimoro: fatal quiete che indica
nervosa protendi all’universo tenebre lunghe ed
la morte.
inquiete.
Personificazione: la sera viene personificata
come se fosse corteggiata dalle nubi e dai
venti.
Anastrofe: forse perché della fatal quiete tu
sei l’immago a me sì cara vieni, O Sera.
Apostrofe: O Sera
Sineddoche: zeffiri sono dei venti primaverili,
utilizzati per indicare in generale i venti
sereni.
E quando dal nevoso aere inquiete
Tenebre, e lunghe, all’universo meni,
Sempre scendi invocata, e le secrete
Vie del mio cor soavemente tieni.
Anafora: e quando (vv 3-5)
Enjambement: inquiete tenebre, secrete vie.
Allitterazione della s: sempre-scendi-
secrete.
Metafora: secrete vie del mio cor
soavemente tieni. Con questa Foscolo
riprende Dante, in particolare il 13 canto
dell’Inferno.
Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme Mi fai vagare tracce che conducono al nulla
eterno; e intanto questo tempo malvagio passa, e
Che vanno al nulla eterno; e intanto porta con sé la folla degli
fugge
Questo reo tempo, e van con lui le
torme
Enjambement: fugge questo reo tempo.
Delle cure, onde meco egli si strugge; affanni, per cui ci consumiamo sia io sia l’età
presente; nella contemplazione della pace della
E mentre io guardo la tua pace, dorme sera trova pace anche il mio animo.
Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.
Enjambement: dorme quello spirto guerrier
Oltre all’enjambement è presente anche
l’antitesi tra la pace e lo spirito guerriero, che
sono inoltre scritti in antichiasmo (verbo-
sostantivo).
Allitterazione della r: dorme-spirto-guerrier-
entro-rugge.
Analisi del testo
Assume particolare importanza l’avverbio forse posto all’incipit del sonetto, che crea
un effetto di ripresa di un dialogo interiore già in corso: questa è la stessa tecnica
usata anche nell’introduzione del sonetto A Zacinto, ossia ne più mai toccherò le
sacre sponde.
Assume anche molta importanza il concetto della fatal quiete, ossia della quiete data
in sorte dal fato a tutti gli uomini, la quale non è altro che una metafora della morte:
del resto questo non è un paragone nuovo nella poesia, visto che anche Catullo, nel
Carmina, affermava di voler dormire una notte senza fine.
Il sonetto è diviso in due parti, che corrispondono alle due quartine e alle due terzine.
La prima parte descrive lo stato d’animo dell’io lirico davanti alla sera, descritta in
due momenti diversi che però causano gli stessi effetti sul poeta: si parla infatti di una
sera d’estate e di una invernale. La seconda parte è invece più dinamica: in essa si
colloca infatti il nucleo centrale del sonetto, ossia il nulla eterno.
Viene anche chiarito perché la sera, in quanto immagine della morte, è così cara al
poeta: la morte è liberazione poiché rappresenta l’annullamento totale, in cui si
cancellano le sofferenze. La struttura di questa parte si colloca su due
contrapposizioni: abbiamo infatti il concetto di nulla eterno in opposizione al reo
tempo e la pace della sera in opposizione allo spirto guerrier, in cui i primi termini
sono positivi e i secondi negativi.
La dinamicità della seconda parte è soprattutto data dal fatto che il primo membro
annulla il secondo: il reo tempo si dilegua di fronte al nulla eterno, così come lo spirto
guerrier si placa dinanzi alla pace della sera.
Il centro di tale schema risiede nell’utilizzo di due verbi: dorme e fugge. La loro
funzione è messa in rilievo dalla loro collocazione: entrambi si trovano alla fine del
verso ed entrambi originano un enjambement, che li separa dal loro soggetto,
rispettivamente il reo tempo e lo spirto guerrier. Lo stesso concetto di reo tempo
assume però molteplici significati: da un lato potrebbe indicare la vita del poeta,
oppure il momento storico in cui egli sta vivendo, o ancora il tormentoso vivere che
contraddistingue la vita di ogni uomo. Fatto sta che a prescindere da quale sia il suo
vero significato, abbiamo una ripresa ad Orazio che affermava Dum loquimur, fugerit
invida aetas, ossia mentre parliamo il tempo invidioso fugge.
Il rapporto con la sera appare però ambivalente, così come la natura nell’Ortis, dove
era luminosa e sgargiante nella prima parte del romanzo e cupa e lugubre nella
seconda. Questa riflessione sulla natura ricorda Leopardi, ma non solo questo:
prendendo l’esempio di Foscolo, anche Leopardi farà riferimento alla sera come il
momento di riposo che segue un’impegnativa giornata.
In morte del fratello Giovanni
È un sonetto scritto da Foscolo nel 1803 e pubblicato nello stesso anno nel volume dei
Sonetti. Il testo è dedicato alla memoria del fratello minore, Giovanni, ufficiale
nell’esercito morto nel 1801, probabilmente suicida, a causa di debiti di gioco. Il
testo è ricco di riferimenti classici e sviluppa i tipici temi della poesia foscoliana: la
morte vista come liberazione dalla sofferenza oppure il valore simbolico del sepolcro.
È un componimento dall’andatura circolare, ossia che si apre e si chiude con la stessa
immagine: il poeta esiliato che immagina la visita alla tomba del fratello e
l’impossibilità di piangere su quest’ultima.
Un dì, s'io non andrò sempre fuggendo Un giorno, se io non andrò sempre vagando
di gente in gente, mi vedrai seduto di nazione in nazione, mi vedrai stare
sulla tua tomba, fratello mio, piangendo
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo per la tua morte prematura
il fior de' tuoi gentili anni caduto:
Enjambement: fuggendo/di gente; seduto/su
la tua pietra; gemendo/il fior;
Epanalessi: di gente in gente;
Metonimia: pietra per indicare la tomba;
Apostrofe: o fratello mio;
Metafora: fiore degli anni per indicare la
giovinezza;
Sineddoche: anni per indicare la vita;
la madre or sol, suo dì tardo traendo, Solo nostra madre, che si trascina dietro il peso
parla di me col tuo cenere muto: dei suoi anni, ora parla di me alle tue spoglie
mute.
ma io deluse a voi le palme tendo; Intanto io tendo le mani verso di voi senza
e se da lunge i miei tetti saluto, speranza
e saluto soltanto da lontano i tetti della mia patria
Allitterazioni: della s in sol-suo e della t e
della r in tardo-traendo-parla;
Enjambement: traendo/parla;
Personificazione: cenere muto
Cenere è anche sineddoche delle spoglie del
fratello
Sineddoche: palme per indicare le mani;
ma palme deluse è anche personificazione
Metonimia: tetti per indicare la patria;
sento gli avversi Numi, e le secrete sento gli dei nemici che mi respingono indietro, e i
tormenti interiori che sconvolsero la tua vita, e
cure che al viver tuo furon tempesta; anche io invoco la pace nella morte insieme a te
e prego anch'io nel tuo porto quiete:
Antichiasmo: avversi Numi-secrete cure;
Metafora: essendo ateo, usa l’immagine dei
Numi per indicare il destino
tempesta per indicare i segreti forti come una
tempesta;
porto per indicare il trapasso, quindi la morte;
questo di tanta speme oggi mi resta! Di tante speranze oggi mi resta solo questo!
straniere genti, l'ossa mie rendete Popoli stranieri, quando morirò, restituite le mie
spoglie alle braccia della madre inconsolabile.
allora al petto della madre mesta.
Latinismo: speme per indicare la speranza;
Apostrofe: straniere genti;
Sineddoche: ossa mia per indicare le sue
spoglie;
Petto per indicare il corpo della madre.
Analisi del testo
Il sonetto è giocato sull’opposizione di due temi fondamentali: da un lato l’esilio e
dall’altro la tomba, come centro intorno a cui si riunisce un nucleo familiare. Il tema
dell’esilio richiama la figura che Foscolo ama costruire di sé, ossia quella dell’infelice
a cui il momento storico non permette di avere una patria e neppure un nucleo
familiare in cui trovare conforto.
La situazione storica si riflette sull’immagine degli avversi Numi che perseguitano
l’eroe: si presentano quindi come un potere contro cui non vale la pena lottare. In
opposizione a ciò si pone la tomba, identificata con l’immagine madre: sulla tomba
Foscolo spera di poter arrivare ad un nuovo legame con il fratello.
È importante, a questo punto, individuare come i due motivi vengono inseriti
all’interno del testo: nelle prima tre strofe di presentano infatti in una struttura chiusa.
Esilio, vv 1-2
Tomba del fratello, vv 3-4
La madre, vv 5-6
Esilio, vv 7-10
Foscolo segue la stessa struttura presente nella Sera, dove un elemento viene
annullato dall’altro: il motivo dell’esilio, collocato all’inizio e alla fine della sequenza,
contiene al suo interno il motivo del nucleo familiare, che viene così annullato.
L’unica alternativa possibile risulta quindi la morte, motivo per il quale Foscolo dice e
prego anch’io nel tuo porto quiete. Tale riflessione è analoga Alla sera: la morte come
unica via di fuga e come unica fonte di pace. Ed è proprio per questo che nel sonetto
In morte del fratello Giovanni riprende la quiete trattata anche nel sonetto Alla
sera, che viene addirittura collocata alla fine del verso, quindi in posizione di rilievo.
La soluzione è però totalmente diversa: con l’introduzione dell’ultima terzina, Foscolo
introduce anche il motivo del ricongiungimento con il nucleo familiare, che
sembrava impossibile. Ed è proprio la morte a renderlo possibile: essa non è quindi un
annullamento totale, il famoso nulla eterno, bensì consente un legame con la vita. È
proprio questo il motivo dell’illusione: ciò che non è possibile in vita è possibile in
morte: in questo caso, la restituzione alla madre delle spoglie del figlio crea l’illusione
del ricongiungimento. Il sonetto ripropone dunque l’immagine positiva della morte, già
trattata nell’Ortis e ripresa poi nei Sepolcri.
Riferimenti letterari
Prima quartina:
Nel testo sono anche numerosi i riferimenti ad altri poeti: già dal primo verso è
esplicitato il riferimento letterario che serve da spunto alla composizione. Si tratta del
carme 101 di Catullo, anch’esso dedicato al ricordo del fratello defunto: già il primo
verso del carme recita infatti Condotto per molte genti e molti mari sono giunto a
queste tristi spoglie, o fratello.
La prima differenza con Catullo è che per Foscolo il ricongiungimento è solo ipotetico:
il poeta non può assicurare che un dì (v 1) arriverà a rendere omaggio al fratello.
Questo elemento è reso da Foscolo tramite l’uso insistente dei pronomi personali: io,
me, tua, mio, tuoi.
La sofferenza del poeta è però camuffata tramite l’utilizzo delle rime, collocate in uno
schema ABAB, che coinvolgono parole affini grammaticalmente: si parla infatti di
gerundi (fuggendo-gemendo) e di participi (seduto-caduto). Il tema della prima
quartina è inoltre elevato da un’altra celebre citazione classica: il fratello, al verso 4, è
paragonato ad un fiore troppo presto reciso, che rimanda ad un’immagine del nono
libro dell’Eneide, nel quale la morte di Eurialo è paragonata ad un fiore tranciato
dall’aratro.
Seconda quartina:
Nella seconda quartina, Foscolo introduce l'immagine della madre anziana e
sofferente, che parla con le ceneri mute del figlio Giovanni: questo richiama un verso
di Petrarca, ovvero movesi il vecchierel canuto e bianco, all’interno del quale parlava
proprio di un vecchio pellegrino e sofferente, figura accostata all’immagine della
madre di Foscolo.
Il poeta, lontano dalla sua famiglia a causa dell'esilio, può solo salutarla da lontano,
senza poter essere con lei in un momento così triste. La separazione è ancora più
dolorosa perché coinvolge sia gli affetti familiari sia l’amor di patria, rappresentato
dall'espressione i miei tetti (v 8), che crea un parallelismo con il sonetto A Zacinto:
parlando della sua patria, ossia i tetti (sineddoche), Foscolo si riferisce proprio a
Zacinto, la sua terra natia.
A Zacinto
Né più mai toccherò le sacre sponde Non toccherò mai più le rive sacre
ove il mio corpo fanciulletto giacque, dove abitò il mio corpo di bambino,
Zacinto mia, che ti rifletti sulle onde
Zacinto mia, che te specchi nell’onde del mare greco, da cui purissima nacque
del greco mar, da cui vergine nacque
Climax ascendente: ne più mai;
Metafora: sacre sponde per indicare Zacinto,
in cui è presente anche un’allitterazione
della s
Sineddoche: sponde per indicare le coste;
Apostrofe: Zacinto mia;
Personificazione: Zacinto mia che te
specchi;
Enjambement e latinismo: onde/del greco
mar;
Venere, e fea quelle isole feconde Venere, e con il suo primo sorriso
col suo primo sorriso, onde non tacque rese quelle isole feconde, per cui glorificò
le tue chiare nubi e i tuoi boschi
le tue limpide nubi e le tue fronde l’opera gloriosa del poeta che cantò il fatale
l’inclito verso di colui che l’acque
Enjambement: nacque/Venere e Tacque/le
tue limpide nubi
Anastrofe: vergine nacque Venere;
Ossimoro: limpide nubi
Sineddoche: fronde per indicare i boschi;
Allitterazione c: inclito-colui-acque-cantò;
Perifrasi: colui che l’acque cantò fatali per
indicare Omero;
cantò fatali, ed il diverso esiglio naufragio, e l’esilio diverso, attraverso
per cui bello di fama e di sventura il quale, bello di fama e sventura,
Ulisse infine baciò la pietrosa Itaca.
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.
Enjambement e anastrofe: acque/cantò
fatali;
Tu non altro che il canto avrai del figlio, Tu solo la poesia avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse mia terra materna: per noi il fato
stabilì una sepoltura senza lacrime.
il fato illacrimata sepoltura.
Anastrofe: il canto avrai del figlio;
Apostrofe: o materna mia terra, in cui è
presente anche un’allitterazione della m e
della r;
Perifrasi: materna mia terra per indicare
Zacinto
Enjambement: prescrisse/il fato;
Analisi del testo
Tutto il sonetto è giocato sui temi più cari a Foscolo, il primo dei quali è quello
dell’esilio. Le tre negazioni poste in climax all’inizio del componimento, ossia Ne più
mai, è come se riprendessero un discorso già in corso. Ma l’esilio segna anche la
perdita della propria patria, motivo per il quale Zacinto viene indicata
metaforicamente come la tomba ove il mio corpo fanciulletto giacque.
Ciò che sin da subito colpisce è il fatto che non è presente una coincidenza tra
struttura sintattica e strofica: è presente un unico periodo di 11 versi che
comprende le quartine e una terzina, a cui segue una riflessione che occupa solo
l’ultima terzina. La divisione tra le strofe è scavallata dalla presenza degli
enjambement, come nacque/Venere e l’acque/cantò. Lo schema ritmico supera
quindi quello tradizionale, che prevede la corrispondenza tra periodi e strofe.
Centrale all’interno del sonetto è l’immagine dell’acqua, sia a livello tematico che
stilistico. Nel sistema di rime, si trovano proprio le parole acque, in rima con giacque,
e onde, in rima con sponde. L’acqua, a livello tematico, è un elemento da cui nasce
Venere, quindi la bellezza, alla quale il poeta si sente legato. Questo aspetto non è
originale, infatti è presente anche nell’ode All’amica risanata, all’interno della quale
ad essere centrale non è l’acqua, bensì l’aria. Ma oltre che a creare un parallelismo
con l’ode, la figura di Venere riprende Lucrezio, che la descrive come genitrice degli
eneadi.
Il sonetto, così come In morte del fratello Giovanni, presenta una struttura circolare,
evidenziata da alcuni aspetti:
L’utilizzo, nel primo e nell’ultimo verso, del tempo futuro, con toccherò e avrai;
La presenza di due apostrofi, rispettivamente Zacinto mia nella prima quartina e o
materna mia terra nella seconda terzina;
L’utilizzo della negazione ne più mai all’inizio e non altro alla fine.
All’interno del sonetto si crea una contrapposizione tra il poeta e Ulisse, eroe omerico,
espresso dal contrasto tra i versi 1 e 11, il primo e l’ultimo del lungo periodo: Foscolo
non toccherà mai più le rive di Zante, mentre Ulisse baciò la sua petrosa Itaca. I loro
viaggi sono stati entrambi voluti da fato, ma hanno avuto conclusioni diverse: gli dei
concessero il ritorno in patria di Ulisse, ma lo negarono a Foscolo, motivo per il quale il
sonetto si chiude con la previsione della morte di Foscolo lontana da Zacinto: il fato
prescrisse a noi un’illacrimata sepoltura. Foscolo, dunque, non celebra solo la sua
patria, ma anche la Grecia classica, proprio tramite le figure di Ulisse e di Venere.
Ma oltre al riferimento ad Omero, è presente anche un riferimento al De rerum
natura: la terra genera e distrugge in un ciclo senza fine, ed è probabile che qui
Foscolo evochi un passo dell’opera lucreziana. Il parallelismo è reso evidente anche
dalla presenza in entrambi i testi dell’immagine delle rive bagnate, oltre che a quelle
delle acque fatali.
Il sonetto può quindi essere letto secondo un duplice punto di vista:
L’eroe classico conclude felicemente il proprio viaggio;
L’eroe romantico non può concluderlo felicemente.
È un tema prettamente romantico quello dell’eroe che non può concludere il proprio
viaggio e proprio questi viaggi sono la proiezione simbolica di una condizione di
smarrimento. L’eroe romantico, non sentendosi parte della società, ama dipingersi
come un esule, come estraneo al mondo e segnato da una maledizione che lo
condanna alla sconfitta.
Dei Sepolcri
I Sepolcri sono un poema scritto in endecasillabi sciolti, sotto forma di epistola
poetica indirizzata all’amico Ippolito Pindemonte. Gli spunti per la stesura del
poema furono 2:
L’editto di Saint Cloud, con il quale si imponeva la sepoltura fuori dai confini
della città e con il quale si eliminava qualsiasi distinzione nelle tombe in base alle
classe sociale. L’editto aveva già suscitato in Francia un’ampia discussione sul
valore delle tombe e Pindemonte sosteneva il valore della sepoltura, mentre
Foscolo, seguendo il materialismo, negò la loro importanza. Nel carme Foscolo
riprese proprio questa tematica, inizialmente ribadendo le sue tesi materialistiche
sulla morte, intesa come nulla assoluto.
Una conversazione nel salotto di Isabella Teotochi Albrizzi con Pindemonte,
che portò Foscolo a riflettere sul rapporto tra vivi t morti e tra presente e passato,
e quindi sul senso di continuità tra presente e gloria del passato, che è ciò che
ispirò e infiamma gli uomini.
Nei Sepolcri è possibile notare la volontà di superare il nichilismo, che aveva portato
alla delusione storica di Foscolo di fronte all’Italia napoleonica. Il carme ha comunque
al centro il motivo della morte, ma viene superata l’idea del nulla eterno: a questo
Foscolo contrappone l’illusione di una sopravvivenza dopo la morte, garantita
dalla tomba che conserva il ricordo del defunto. La tomba diventa quindi il centro
degli affetti familiari e dei valori civili.
Mentre l’Ortis finiva con il suicidio di Jacopo ora, attraverso l’illusione, Foscolo
ripropone quella possibilità dell’azione politica che la razionalità portava ad
escludere e introduce la prospettiva di un riscatto da parte dell’Italia proprio tramite le
memorie tenute vive proprio dalle tombe.
I Sepolcri, pur avendo alle spalle la poesia cimiteriale, non possono essere inseriti in
questo genere: come Foscolo si preoccupa di precisare in risposta al critico francese
Guillon, il suo carme è poesia civile. Esso si presenta quindi come una meditazione
filosofica e politica, composta attraverso miti e immagini.
Il discorso del carme ha una struttura rigorosa e armonica e i passaggi da un
concetto all’altro avvengono lasciando impliciti alcuni dettagli. Ciò dà al carme un
effetto lirico, ma ne rende difficile la lettura. Il poema è costruito anche su diversi
cambi di toni, che vanno dall’inizio problematico, alla polemica, all’argomentazione e
alla celebrazione.
Il linguaggio è estremamente aulico e il lessico rimanda alla poesia classicheggiante
e, in particolare, al modello di Parini e Alfieri.
L’opera è strutturata in quattro sezioni per un complesso di 295 endecasillabi sciolti:
1. Nella prima il poeta esprime il legame tra vivi e morti, riconducibile all’eredità
affettiva della tomba;
2. Nella seconda vi è una descrizione dei rituali funebri classici ed inglesi;
3. La terza descrive le tombe dei grandi protagonisti del passato, conservate a
Firenze nella chiesa di Santa Croce;
4. L’ultima parte del carme è riservata invece al valore della poesia intesa come
memoria nel tempo.
Prima sequenza (vv 1-90)
Il testo si apre con una lunga domanda retorica che occupa tre versi: Foscolo si
chiede se il sonno della morte è meno duro se la tomba si trova all’ombra dei cipressi
o dentro l’urna (v. 1). È una domanda che equivale ad una negazione che afferma
che il pianto dei vivi e la cura della tomba non servono al defunto, poiché non possono
evitare che la morte sia annullamento.
Segue una riflessione sulle tombe, infatti Foscolo si chiede come potrà compensare
la morte un sasso (v. 13-metonimia per indicare le tombe) che non distingue le sue
ossa da altre migliaia, quando non potrà mai più vedere il Sole che feconda una
famiglia d’erbe e animali
(v. 4-5), ovvero flora e fauna, o le ore future non porteranno più illusioni, quando non
udirà mai più la mesta armonia (v. 9) del suo dolce amico (v. 8) Ippolito Pindemonte
e non potrà più dedicarsi alla poesia, la quale capacità di purificare è indicata dalla
perifrasi vergini Muse
(v. 11).
Al v. 16 Foscolo si rivolge direttamente all’amico Pindemonte per l’ultima riflessione
sull’inevitabilità della morte e dell’oblio (v. 18), quindi l’oscurità, a cui lo scorrere del
tempo condanna; quando gli dèi scelsero di prendere dimora sull’Olimpo solo la
Speranza rimase sulla terra a consolare gli uomini ma, di fronte alla morte, anch’essa
fugge, concetto espresso nel testo con la frase anche la Speme fugge i sepolcri (v. 16-
17). La speme, espressa in personificazione e latinismo, è indicata come ultima dea
poiché, secondo il mito, fu l’ultima ad uscire dal vaso di Pandora.
Dal v. 23 si apre una proposizione interrogativa che si estende fino al v. 25 e che
ha un valore diverso da quelle precedenti, in quanto apre un discorso in cui il punto di
vista diventa soggettivo: il poeta si chiede infatti perché l’uomo dovrebbe privarsi di
quell’illusion (v. 24) che lo trattiene fuori dalle porte di Dite (v.25), ovvero il regno dei
morti, e quindi nel ricordo dei cari. L’uomo deve dunque mantenere l’illusione di una
sopravvivenza dopo la morte.
Si parla dunque di materialismo, dopo la morte c’è il nulla eterno, tuttavia il ricordo
del defunto deve sopravvivere nei ricordi delle persone ancora in vita: è proprio per
questo che è necessaria la presenza di una tomba che mantenga viva questa
memoria.
Introduce poi il celeberrimo verso: Celeste è questa corrispondenza d’amorosi sensi,
celeste dote è negli umani (vv. 29-31). Questa corrispondenza affettiva dà cioè agli
uomini una forma di immortalità che li accomuna agli dei e, proprio grazie a questa,
si può continuare a vivere con il defunto. Ciò può accadere a patto che la terra, pia,
accolga nel suo grembo materno le sacre spoglie del defunto e a patto che un sasso
(v. 38-metonimia per la tomba) conservi il suo nome.
Ma non è così per tutti: chi non lascia eredità d’affetti (v. 41) non può gioire dalla
tomba e non può quindi sperare di sopravvivere nel ricordo. I templi acherontei del
verso 43 non si riferiscono a un’idea pagana in contrasto con l’aldilà cristiano. Foscolo,
citando Lucrezio e i suoi Acherusia templa, li vede come un'area circondata dal fiume
Acheronte, simbolo dell'Inferno. La vera opposizione è dunque tra dannazione e
salvezza. Chi è stato malvagio in vita non riceve nulla in morte, e non avrà infatti
nessuna donna innamorata che preghi sul suo tumulo (v. 50-tomba).
Il v. 51 inizia con un Pur che segna un distacco forte rispetto al discorso precedente,
e con il quale Foscolo fa riferimento alla nuova legge dei francesi, ovvero l’editto di
San Cloud , che prevedeva che le tombe andassero collocate al di fuori delle mura
cittadine e, ispirandosi ai valori illuministici, che fossero tutte uguali.
Introduce in seguito una perifrasi, che si estende dal verso 53 al verso 58, per
indicare Parini. Egli, poeta del Giorno, ovvero una satira sulla nobiltà milanese a cui
Foscolo allude con il lombardo Sardanapalo (v.58), è sepolto in una tomba senza
nome. L’autore, in questa parte, si rivolge direttamente a Talia (v. 54), musa della
commedia, e le chiede dove sia (v. 62): la risposta a tale domanda inizia al verso 70
ed è carica di toni lamentosi. In essa a Parini, definito come sacro, vengono
contrapposti quei plebei tumuli (v. 70) in cui la musa cerca inutilmente il poeta; così
come al tiglio (v.66), immagine già presente nell’Ortis ma stavolta proposta in tono
negativo, si contrappone la descrizione seguente che risulta orrida, attuata nel versi
75-90, in cui il corpo del poeta viene descritto iperbolicamente come sepolto chissà
dove, e con le ossa insanguinate dal capo mozzato di un ladro, mentre in superficie
una cagna (v. 79) si aggira e scava in cerca di ossa e l’aria si riempie del verso
dell’upupa, uccello associato dalla tradizione greca alla morte in senso negativo.
La carica retorica di questo passaggio ha una duplice funzione:
Da un lato Foscolo esprime il suo sdegno nei confronti dei milanesi e di come
trattarono Parini, visto che non avevano offerto rifugio a Parini;
Ma mira soprattutto a dimostrare come senza il legame emotivo dato dalle
sepolture, anche un personaggio come Parini possa essere dimenticato. La
descrizione riproduce il gusto tipico della poesia preromantica e dei poeti
cimiteriali.
Seconda sequenza (vv 91-150)
Foscolo inizia la seconda parte del discorso citando Giambattista Vico, un filosofo e
storico italiano, e afferma che i tribunali, le nozze (v. 91), ovvero i matrimoni, e la
religione sono le cose che distinguono l’uomo dagli animali, permettendogli di elevarsi
dalla condizione di belve feroci. Foscolo elenca poi alcuni esempi significativi della
funzione delle tombe nella società del mondo antico, affermando che esse erano
testimonianza di fasti (v. 97), ossia delle glorie antiche, e altari per i figli (v. 98). In
questa parte nomina infatti i Lari, ossia le divinità protettrici della casa. Ciò che
Foscolo vuole dire è che intorno al culto dei morti si concentravano tutti i valori di una
società, poiché le tombe serbano il ricordo del passato.
Dal verso 104, Foscolo inizia a descrivere una serie di riti sepolcrali, attuando così una
riflessione sul ruolo civile e sentimentale delle sepolture e di come queste siano state
intese presso le varie civiltà, in particolare fino al verso 114 parla del Medioevo.
L’obbiettivo di Foscolo è dimostrare come il culto dei morti non necessariamente ha
usi macabri e contrari all’igiene, e che quindi non sono necessarie le rigide norme
imposte dall’editto di Saint Cloud: infatti i defunti non erano sempre sepolti nelle
chiese, come avveniva durante il Medioevo, periodo durante il quale i fedeli erano
spinti a pagare per le messe in favore dei cari defunti. Il tono, in questo passaggio, si
fa di nuovo orrido, e la descrizione al verso 109 delle madri che balzan ne’ sonni
esterrefatte è di ispirazione dantesca.
Foscolo esamina dunque gli effetti psicologici di questa presenza ossessiva dell’idea
della morte nella civiltà medievale. L’aggettivo venal (v. 113) traduce infatti
l’atteggiamento sprezzante di Foscolo nei confronti dei preti che si facevano pagare
per recitare preghiere ai defunti: bisogna infatti ricordare che nel Medioevo era diffusa
la credenza secondo cui le offerte ad una chiesa avevano il potere di diminuire la
permanenza di un’anima nel Purgatorio. Tale critica al clero non è però originale:
anche nell’Ortis era già presente una polemica al clero, che della religione fa bottega.
Ma una polemica è implicita anche nell’allusione agli eredi (v. 113): il defunto ha
lasciato un’eredità, ma esige che con quel denaro vengano effettuate delle messe,
terrorizzando gli eredi per averle. A questa si associa anche una polemica, di stampo
illuministico, contro le superstizioni irrazionali.
Agli usi cristiani del Medioevo, Foscolo contrappone come più civili quelli pagane
dell’età classica. Diversamente dai medievali, essi davano riposo ai loro cari in luoghi
verdeggianti, dove gli zeffiri (v.115) soffiano dolcemente e riempiono l’aria di profumi;
nomina anche l’usanza di inserire nelle tombe di vasi lacrimali, che si credeva
contenessero le lacrime versate dai familiari, quando in realtà contenevano dei
profumi. Al verso 119 Foscolo fa riferimento alle sepolture tipiche delle civiltà antiche,
come gli Egizi, e alla necessità di lasciare nelle tombe delle lampade (favilla al Sole-
v.119) per permettere ai vivi di fare visita ai defunti: metaforicamente quelle lampade
sono scintille di luce, cioè di vita, che i vivi rubano al Sole per donarle ai defunti. Per
Foscolo l’idea della morte nel mondo classico è collegata alla luce e, secondo lui, la
vita vince sulla morte. al verso 129, Foscolo nomina i Campi Elisi che, nella
mitologia classica, erano la tomba dei beati: ecco che torna la corrispondenza
d’amorosi sensi del verso 30.
La sepoltura pagana associa alla morte l’idea di un rapporto affettuoso con i vivi e
l’idea della pace e della felicità; la sepoltura cristiana, invece, evoca l’idea di atroci
sofferenze, proprio come si deduce dall’espressione gemer lungo al verso 112.
Dal verso 130 comincia invece a parlare delle sepolture inglesi che, come quelle
classiche, avvengono nei giardini e hanno le stesse funzioni affettive e civili,
suscitando sentimenti di pietà verso i morti e ricordando le loro gesta in modo che
fungano da esempio. In questo passo, la corrispondenza d’amorosi sensi viene
paragonata ad una pietosa insania (v. 130), ossia ad una follia che nasce dall’amore e
dalla pietà per i defunti e che serve all’uomo per continuare a vivere nell’illusione di
un possibile rapporto con i defunti. Inoltre, quando Foscolo al verso 134 parla del
prode, fa riferimento all’ammiraglio Nelson, che fece tagliare l’albero maestro alla
nave vinta per costruire la propria bara.
Foscolo si riferisce poi all’Italia, affermando che queste funzioni non hanno ragione di
esistere dove gli ideali su cui si basa la società sono solo la ricchezza e la
vigliaccheria e nella quale dorme la voglia di compiere gesta eroiche. In un contesto
simile, i sepolcri sono altro che inutil pompa (v. 129) e inaugurate immagini dell’Orco
(v. 140), dove l’Orco è l’aldilà pagano.
Al verso 142-143, il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo di cui il porta parla sono i tre
Collegi che nel Regno d’Italia raggruppavano i ceti politicamente più importanti, a
cui era affidato il compito di eleggere i membri del Corpo legislativo.
In questi versi, Foscolo attua un’aspra critica nei confronti del ceto dirigente italiano,
che comincia già dall’ossimoro dispregiativo patrizio vulgo, al verso 142, e si
conclude constatando che questo, seppure già vivo (v.145), è moralmente morto e
sepolto in quelle reggie (v. 144) dove ha come tomba gli stemmi nobiliari (v. 145).
Utilizzando in maniera dispregiativa vulgo per riferirsi alle classi nobiliari, risulta
sarcastica la definizione di decoro e mente al bello Regno napoleonico d’Italia (v.
143).
Alla viltà dei suoi compatrioti, Foscolo contrappone la propria figura di uomo libero.
Se le loro tombe sono infatti inutili, la sua deve scaturire un esempio civile:
l’affermazione offre al poeta lo spunto per passare a trattare, nei versi successivi, la
funzione di esempio che possiedono le tombe dei grandi uomini.
Terza parte (vv 151-212)
Rivolgendosi di nuovo a Pindemonte (v. 152), Foscolo evidenzia come le tombe dei
personaggi che si sono ricoperti di gloria spronino gli uomini dall'animo forte a
compiere grandi imprese, e contemporaneamente fanno bella e santa la terra che le
ospita (vv. 152-154).
Successivamente, con una serie di perifrasi, descrive le tombe di questi uomini forti
sepolti nella basilica di Santa Croce a Firenze, partendo da Machiavelli, ovvero colui
che a detta di Foscolo priva il potere del re dalle apparenze di gloria che lo circondano.
È inoltre evidente una ripresa al Principe, secondo cui Machiavelli, con l’intenzione di
dare consigli, avrebbe voluto svelare la crudeltà celata dietro il potere, e nel quale
rivela al popolo come il potere sia basato sui lutti e sul sangue (v. 158).
Nomina poi Michelangelo Buonarroti, ovvero colui che nuovo Olimpo alzò in Roma
a’ Celesti
(v. 159-160), riferendosi ovvero alla cupola di San Pietro e paragonandola al monte
Olimpo, facendo dunque emergere il classicismo laico di Foscolo, che accosta concetti
cristiani e pagani. Inserisce anche una perifrasi per indicare Galilei, che confermò la
teoria geocentrica, in quanto fu colui che vide rotarsi più mondi e il Sole irradiarli
immoto (vv. 160-162) e anche Newton, definito come l’Anglo che sgombrò per primo
le vie del firmamento (v. 163-164).
Dal verso successivo inizia l’esaltazione di Firenze, descritta come una città beata
(v.165) perché la sua aria è salubre e pregna di vita (v.166), ma anche perché ospita
appunto le tombe dei grandi. La Luna illumina i suoi colli e le vallate, popolate di case,
mandano al cielo mille fiori, espressione iperbolica: Firenze viene quindi anche
esaltata per la sua bellezza naturale, ma soprattutto perché è stata la prima città ad
ascoltare i versi del ghibellin fuggiasco (v. 174), ovvero Dante. Egli non era ghibellino,
bensì guelfo ma viene definito tale poiché, come visto dal VI canto del Purgatorio,
critica il potere temporale della Chiesa. Firenze non è solo patria di Dante, ma anche
di Petrarca, che nacque ad Arezzo ma da genitori fiorentini ed usò la lingua fiorentina
per scrivere il Canzoniere. Egli viene definito come dolce labbro di Calliope (v. 176),
come se attraverso di lui fosse la stessa musa della poesia ad esprimersi.
Coerentemente a quanto detto in precedenza, cioè che le spoglie delle più grandi
personalità rendono sacra la terra che le ospita, Foscolo asserisce che Firenze è beata
(v. 180) perché in una sola chiesa conserva quelle che sono le uniche glorie italiane (v.
181) da quando la forza delle armi è venuta a mancare e la Penisola divenne terreno
di conquista, facendo quindi perdere la patria a gli italiani, le ricchezze e gli altari,
tranne la memoria (v. 185). Si augura quindi che gli italiani, seguendo l’esempio dei
grandi, possano risvegliarsi e combattere contro gli stranieri, ossia Napoleone.
Fino ad ora ha parlato per mezzo di perifrasi, ma da ora comincia a rivolgersi ad
Alfieri, chiamandolo addirittura Vittorio, che rappresenta l’alter ego di Foscolo:
entrambi infatti avevano un animo tormentato ed erano amanti della libertà. Avendo
questi elementi in comune, Foscolo si sentiva strettamente legato ad Alfieri, motivo
per il quale si permette di chiamarlo per nome. Proprio per questo suo ruolo era sulle
rive dell’Arno che Alfieri veniva a cercare rifugio e conforto quando era in collera con
gli dèi protettori della patria (v. 190), colpevoli di averla abbandonata, e ora che è
morto anche le sue ossa riposano nella basilica di Santa Croce, ancora frementi di
amor di patria (v. 197): anche Alfieri accennò infatti all’idea di nazione, come
possiamo notare dal suo Misogallo, nel quale sperava che l’Italia potesse riunificarsi.
È interessante notare come il ritratto di Alfieri, dipinga un uomo solitario,
meditabondo, dal portamento austero e il viso pallido ma, al tempo stesso,
speranzoso: cioè il perfetto ritratto dell’eroe romantico.
Con trapasso improvviso Foscolo collega le tombe di Santa Croce alle tombe di
Maratona. Nella battaglia di Maratona del 490 a.C. i Greci fermarono i Persiani che
avevano invaso la loro terra. Dai sepolcri di questi grandi personaggi si alza infatti una
voce divina che è la stessa che diede forza alla virtù dei Greci (v. 201) nella battaglia
di Maratona.
Questa parte dei Sepolcri si conclude con una leggenda: lo spunto è preso dallo
scrittore Pausania che afferma che i naviganti, passando di notte lungo l’isola di
Eubea vedevano ombre di guerrieri morti urlare e dare battaglia di nemici (vv. 201-
212). La citazione classica ha il compito di annullare le distanze temporali e di
equiparare le glorie greche a quelle italiane, costruendo così un discorso che verrà
approfondito nell’ultima parte del carme.
Quarta parte (vv. 213-295)
Un nuovo riferimento a Pindemonte, all’inizio del v. 214 segna l’inizio di una nuova
sezione dell’opera. In questo caso non si tratta di una semplice invocazione, ma
l’autore si rivolge direttamente all’amico agganciandosi alla precedente allusione a
Pausania: il collegamento tra i due è la poesia, capace di rendere eterno il ricordo
delle gesta degli uomini ben più dei sepolcri che ne custodiscono le spoglie, poiché
anch’essi sono destinati a essere rovinati dal tempo.
Foscolo fa riferimento ad un viaggio effettuato da Pindemonte in gioventù, durante il
quale ebbe modo di visitare i luoghi nominati alla fine della terza parte del carme, e
nei quali ebbe modo di sentir riecheggiare le gesta degli eroi omerici. Pindemonte
aveva infatti navigato per l’Egeo, proprio come Pausania, e se avesse navigato vicino
allo stretto dei Dardanelli, cioè l’Ellesponto del v. 217, certamente avrebbe sentito
quelle spiagge rumoreggiare mentre riportavano l’armi di Achille (v. 219) sulla tomba
di Aiace Telamonio. Il riferimento classico e mitologico qui diventa più complesso, e
si rifà ad un passaggio dell’Iliade di Omero: alla morte di Achille, le sue armi
sarebbero dovute toccare al più forte dopo di lui, ovvero Aiace; ma Ulisse riuscì a farle
assegnare ingiustamente a sé e Aiace, dopo essere tornato in sé, si uccise. Leggenda
narra che mentre Ulisse stava tornando in patria, un naufragio fece cadere in mare le
armi, e le onde le portarono proprio sul sepolcro di Aiace. Ciò che Foscolo vuole far
intendere tramite questo passaggio è che la tomba garantisce il riconoscimento dei
meriti e il trionfo della giustizia. Infatti Aiace, con il suo suicidio, ottenne il giusto
riconoscimento del proprio valore.
D’altronde, il ruolo evocativo della poesia viene enunciato esplicitamente ai vv.
226-234, quando Foscolo chiede che proprio che a lui le Muse affidino il compito di
cantare le gesta degli eroi che vivificano il pensiero umano. Il poeta intende cioè
continuare l’operato dei poeti del passato, come Omero.
Le Muse custodiscono i sepolcri e, quando il tempo arriva a cancellarne anche le
rovine, esse riempiono quei deserti del lor canto (v. 233) sconfiggendo anche quei
silenzi che durano mille secoli (v. 234). Le muse vengono qui chiamate Pimplee (v.
232) dal monte Pimpla, a loro sacro.
Esempio della capacità della poesia di rendere eterna la funzione memoriale dei
sepolcri è la tomba della ninfa Elettra, sposa del dio Giove, dalla cui discendenza
sorsero Troia e la Giulia gente (v. 240), cioè i romani con il loro impero; in punto di
morte, la musa chiese a Giove di rendere eterna la sua memoria e il dio fece sacro
quel corpo e la sua tomba (v. 253) tramite l’ambrosia.
In quello stesso luogo venne seppellito Erittonio e Cassandra, figlia del re Priamo, si
recava per predire la rovina di Troia per mano degli Achei. Ma, nonostante la disgrazia,
in quello stesso sepolcro le divinità protettrici della città avrebbero avuto riparo (vv.
269-271), finché un mendico cieco (v. 280), cioè Omero, non sarebbe arrivato ad
ascoltare le storie di quelle tombe per raccontare la grandiosità di Troia, due volte
rasa al suolo e due volte risorta (v. 285), prima della distruzione definitiva per mano
degli Achei, un’impresa che eternerà (v. 290) con la sua poesia, rendendola nota su
tutta la Terra.
La quartina conclusiva è dedicata all’eroe troiano Ettore, morto difendendo la sua
città, che emerge così a simbolo di amore patriottico, e il cui sacrificio è destinato
ad essere ricordato ovunque si consideri santo il sangue per la patria versato (vv. 293-
294); in questo modo la tematica sviluppata nella IV sequenza, segnata dai fortissimi
riferimenti classici, si ricollega con quella civile e patriottica, trovando una sintesi
nella funzione e nel ruolo della poesia.
Le Grazie
La genesi dell’opera e il suo disegno concettuale
Alle Grazie Foscolo lavorò a più riprese, ma senza mai portarle a compimento. Egli,
nel 1803, ha scritto un commento su una traduzione latina della Chioma di Berenice
di Catullo e in questo, ha inserito alcuni versi di un poema, fingendo che fossero la
traduzione di un antico inno greco dedicato alle Grazie. In una lettera a Monti,
Foscolo annunciava il progetto di un inno alle Grazie in cui dovevano essere lodate
tutte le idee sul bello. Nonostante le varie riprese dell’opera, che andarono avanti
fino alla morte dello stesso poeta, questa rimase incompiuta e oggi si offre come una
serie di frammenti con innumerevoli varianti, che ne rendono difficile la
comprensione.
Nel progetto originario, il poema doveva articolarsi in tre inni dedicati
rispettivamente a Venere, dea della bella natura, a Vesta, custode del fuoco eterno
che anima i cuori gentili e a Pallade, dea delle arti consolatrice della vita e maestra
degli ingegni. Le Grazie sono un tramite tra gli dei e gli uomini, poiché hanno il
compito di suscitare in questi ultimi i sentimenti più puri attraverso la bellezza,
inducendoli così a superare il loro stato ferino. Questa idea che la bellezza e le arti
abbiano il compito di purificare le passioni è un tema caro alla cultura neoclassica.
Il primo inno narra la nascita di Venere e delle Grazie dal mar Ionio. Gli uomini
subiscono l’incanto della loro bellezza e percepiscono per la prima volta l’armonia.
Nel secondo inno la scena è collocata sui colli di Bellosguardo, a Firenze, in cui il
poeta immagina un ritorno delle Grazie celebrato da tre donne che rappresentano
la musica, la poesia e la danza.
Il terzo inno è collocato invece nell’isola di Atlantide, dove Pallade cerca rifugio
dopo lo scoppio della guerra. Atlantide rappresenta un mondo ideale, lontano dai
conflitti dell’uomo. Qui Pallade fa tessere un velo che protegga le Grazie dalle
passioni umane, in modo tale che esse possano tornare tra gli uomini per portare a
termine la loro opera civilizzatrice.
Nel poema, Foscolo intende creare un complesso disegno concettuale, incentrato
sull’idea di bellezza e di armonia: l’opera riprende quindi ciò che è già stato inaugurato
nelle odi, anche dal punto di vista stilistico. Nel verso, come dice Foscolo stesso, è
presente la ricerca di un’armoniosità musicale, ben diversa però dai Sepolcri. Ma alla
musicalità del verso, Foscolo vuole unire una grande forza di suggestione visiva: è
importante infatti ricordare che l’opera è dedicata allo scultore Canova, che in quel
periodo si stava dedicando alla realizzazione del gruppo scultoreo delle Grazie.
Foscolo mira in realtà ad una poesia allegorica: egli rivaluta quindi l’allegoria, che fa
sì che le idee, personificate, agiscano più facilmente sull’immaginazione.
La poesia civile delle Grazie
Nonostante il poema sia di impronta neoclassica, non deve far pensare che questo
sia una poesia di fuga in un sogno di bellezza e di armonia lontano dalla realtà:
Foscolo non abbandona la sua idea di poesia civile. Sono numerosi all’interno
dell’opera i rimandi alla realtà e, soprattutto, agli istinti dell’uomo che sbocciano nelle
guerre di Napoleone. La tematica della bellezza diventa così una critica alla
situazione attuale, che necessita di un ordine più umano e libero dall’aggressività.
Nell’opera di Foscolo, Romanticismo e Neoclassicismo sembrano due correnti
opposte, ma sono in realtà complementari: il Romanticismo esprime la delusione
dovuta alla crisi e ai conflitti dell’epoca napoleonica, mentre il Neoclassicismo cerca di
offrire un rimedio, che risiede negli ideali di armonia e bellezza. Tuttavia, anche il
Neoclassicismo ha radici romantiche, ma si distingue dallo stile puramente
decorativo e freddo.
Le Tre Grazie di Foscolo e Canova
Tra il poema di Foscolo e il gruppo scultoreo di Canova si celebra uno dei maggiori
connubi tra arte e letteratura. Entrambi mirano al raggiungimento dell’armonia
capace di nobilitare l’uomo. Sebbene per Foscolo il gusto neoclassico implica una
riflessione autobiografica che porta al ritorno alle origini, per Canova rappresenta solo
un ideale estetico e formale.
Si pensa che Foscolo ebbe modo di una la copia del gruppo scultoreo realizzata dallo
stesso Canova a Londra, per la moglie di Napoleone. Le Grazie di Canova sono in
realtà le figlie di Zeus, ossia Agliaia, Eufrosine e Talia, che rappresentano castità,
bellezza e amore. Nell’esecuzione di Canova esse, che si presentano quasi come
sorelle delle Grazie di Foscolo, generano la atemporalità della bellezza classica e
con i loro volti inespressivi rappresentano il principio di bello ideale.
Goethe
L’artista e il borghese
Si scontrano in questo episodio due personaggi antitetici, ciascuno di una certa
collocazione ideologica e sociale: Albert è l’uomo borghese, normale e razionale,
anche se limitato; Werther è invece l’artista, l’uomo eccezionale, insofferente delle
convenzioni sociali. Emerge dunque quel conflitto dell’artista borghese con la sua
stessa classe sociale, già presente nei precedenti passi. La borghesia ha come valore
supremo la razionalità, e condanna come pazzia o ebrezza (r. 26) tutto ciò che è al di
fuori della norma. Nella forza del sentimento, vede infatti qualcosa di pericoloso,
mentre l’artista esalta la forza della passione e in essa vede una dimostrazione di
nobiltà d’animo, che si oppone al buon senso del borghese.
L’oggetto della discussione è il suicidio e si capisce qui come il pensiero della morte
nasca in Werther non appena si palesa la figura di Albert. Per quest’ultimo, che
ragiona seguendo il senso comune, il suicidio è segno di debolezza, e corrisponde
all’incapacità di sopportare una vita tormentata, come possiamo notare dalle righe 42
e 43 in cui Albert afferma che è senza dubbio più facile morire piuttosto che
sopportare coraggiosamente una vita tormentata. La risposta di Werther sembra in
primo luogo confermare la tesi di Albert. Ma, in realtà, per Werther il suicidio non è
affatto debolezza ma, al contrario, testimonia la forza di un uomo oppresso
dall’infelicità che trova rifugio e liberazione solo nella morte: paragona il suicidio ad
esempio ad un popolo che languisce sotto il giogo di un tiranno (v. 48-49), oppure a
chi lotta contro il fuoco o contro numerosi nemici. Il presupposto è che la vita è male e
per questo il suicidio è manifestazione di un animo titanico. L’esempio di Goethe
verrà ripreso in Italia da Alfieri nel trattato Della Tirannide, ma anche nel sonetto
Sublime specchio di veraci detti, che si chiude proprio con la frase Uom, se’ tu
grande o vil? Muori, e il saprai.