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Decostruzione: Derrida

Il documento analizza il concetto di decostruzione di Jacques Derrida, evidenziando come questa pratica filosofica sfidi le strutture tradizionali del pensiero occidentale, rivelando le opposizioni e le gerarchie insite nel linguaggio e nella metafisica. Attraverso la nozione di 'différance', Derrida propone che il significato sia sempre in divenire, mai definitivo, e che la scrittura sia fondamentale per la comprensione del pensiero. La decostruzione ha influenzato vari ambiti, dalla critica culturale agli studi di genere, sottolineando la fluidità delle identità e la necessità di riconsiderare le categorie tradizionali di sapere e potere.

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Decostruzione: Derrida

Il documento analizza il concetto di decostruzione di Jacques Derrida, evidenziando come questa pratica filosofica sfidi le strutture tradizionali del pensiero occidentale, rivelando le opposizioni e le gerarchie insite nel linguaggio e nella metafisica. Attraverso la nozione di 'différance', Derrida propone che il significato sia sempre in divenire, mai definitivo, e che la scrittura sia fondamentale per la comprensione del pensiero. La decostruzione ha influenzato vari ambiti, dalla critica culturale agli studi di genere, sottolineando la fluidità delle identità e la necessità di riconsiderare le categorie tradizionali di sapere e potere.

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Decostruzione

Aprite un libro di filosofia e dopo tre passi di Hegel in epigrafe, collocati in forma
triangolare, trovate un testo che occupa i tre quarti della pagina mentre il restante
spazio è occupato da una colonna di testo autonoma. Il testo principale è un
saggio di Jackie “Jacques” Derrida del 1972, corredato di note e illustrazioni,
mentre a lato per oltre venti pagine corre come controcanto una lunga e visionaria
digressione di Michel Leiris dedicata a Persefone tratta da Biffures (1948).

Timpano è il saggio che apre il volume Margini di Derrida (1972) ed è un manifesto


programmatico che illustra le ragioni della decostruzione nel momento in cui le
mette in atto: tutte le occorrenze del lemma ‘tympan’ vengono fatte risuonare, dal
tympaniser (= ridicolizzare) al timpano come tamburo (che è anche timbre) e
come parete dell’orecchio umano su cui il significato si inscrive nell’ascolto, fino al
significato tipografico di “timpano” come telaio di legno, parte di un congegno
che produce scrittura. E “timpano” è, nell’architettura del tempio greco, la
superficie triangolare iscritta nella cornice del frontone, la parte superiore della
facciata, ciò che “annuncia” il tempio e ne è l’ingresso.

Tutto questo, e il surplus di senso che viene generato dall’insieme, è una pratica
filosofica antifilosofica che mina il territorio del logos e costringe a muoversi in
esso come camminando sulle uova; essa dice come la filosofia tradizionale si sia
presentata con le caratteristiche di un luogo “sacrale” che ha la pretesa di
superare ogni limite e di potere fare proprio, discorsivamente, ogni forma di
alterità. Decostruzione è allora il processo inverso che entra, anche
topologicamente e tipograficamente, nella macchina testuale della scrittura
filosofica con l’obiettivo di profanarla in nome di una asistematica e deliberata
espropriazione:una insistenza interpretativa sui “margini” del testo e del suo
significato che ne fa saltare i confini e le frontiere, per cogliere in fallo le pretese
della filosofia mostrando l’impossibilità di giungere a conclusioni definitive e a un
sapere che sia assoluto.

Il successo, e anche un certo abuso, della decostruzione si lega alla vasta fortuna
che l’opera di Derrida ha avuto, imitato e idolatrato come profeta di un nuovo
verbo arcano e seduttivo o vituperato e ridotto a macchietta come il funambolo di
una diavoleria post-moderna, astrusa e [Link] Stati Uniti fin dagli
anni settanta il “decostruzionismo” ha travalicato gli ambienti accademici,
uscendo dal dibattito filosofico per investire la cultura nel senso più ampio: è assai
raro che a un filosofo, per di più contemporaneo, siano ispirati un documentario
(Derrida di K. Dick e A. Z. Kofman, USA, 2002, premiato al Sundance Film
Festival), un gruppo alternative-rock (i californiani Deconstruction di D. Navarro,
ex Jane’s Addiction, tra 1993-4) e un film di Woody Allencome Deconstructing
Harry (1997, noto in Italia come Harry a pezzi). Come è successo?

La parola francese déconstruction è usata da Derrida fin dal 1967 per tradurre il
tedesco Destruktion e Abbau con cui Heidegger (Sein und Zeit, 1927) indica la
necessità di “distruggere” i contenuti stratificati nella storia dell’ontologia per
farne emergere il perduto senso originario: oltre quelle intenzioni la decostruzione
diventa la pratica filosofica – più che un “metodo” – legata al pensatore franco-
algerino e al suo stile personale, “un’operazione concernente la struttura o
l’architettura tradizionale dei concetti fondatori dell’ontologia e della metafisica
occidentale” (1987) volto a farne emergere la genesi, con particolare riguardo al
ruolo del linguaggio e della sua logica.

Rifacendosi a Nietzsche e Freud e rileggendo la filosofia da Platone a Husserl,


Derrida individua nella presenza la nozione che regge l’idea della metafisica come
“fondamento” e riconosce nel logocentrismo e nel fonocentrismo i suoi correlati:
la filosofia ha cioè sempre pensato il logos come sede della verità, elemento
intelligibile e interiore che si contrappone alla sensibilità e all’esteriorità; allo
stesso modo ha inteso la voce (phoné) con la sua attualità e vitalità come
strumento della verità, contrapponendola alla scrittura, condannata dallo stigma
della morte e dell’assenza di ciò che designa: così dal Fedro platonico, che con la
condanna della scrittura sanciva il legame scienza-verità-logos nella parola viva.
La scrittura è allora cristallizzazione e momento negativo, separata dal suo autore,
presso il quale non è più, e quindi destinata a circolazione autonoma, eccedente
ed aberrante.

La centralità del logo-fonocentrismo, parallela alla svalutazione della scrittura,


manifesta la concezione dell’essere come pienezza, perfezione e stabilità: ma
idee, sostanze e concetti non si danno mai nella loro aseità, in quanto sono il
risultato di una dinamica differenziale posta alla base della costituzione della
soggettività, con la quale Derrida, rileggendo la dialettica hegeliana intende
portare alle estreme conseguenze lo strutturalismo. Come nel linguaggio, non
esistono termini autoposizionali in quanto essi, se pur si presentano come tali, si
definiscono solo attraverso rapporti di differenza reciproca: se significato e
significante si manifestano sempre insieme ogni segno è “segno di segno” che
rinvia ad altri segni senza che vi possa essere approdo e riposo.

La scrittura dunque è il paradigma di riferimento, modello su cui pensare


filosoficamente l’attività di pensiero: essa non è il vettore esterno che rappresenta
e comunica contenuti interiori ma è la condizione trascendentale costituente del
pensare. L’inscrizione di una traccia sensibile – scrittura che rende la mente simile
alla tavoletta di cera su cui si imprime ogni “segno” nella percezione – rende
possibile il senso come risultato dei processi di significazione: la necessità
dell’inscrizione delle differenze è dinamica fondante di ciò che un giorno si
chiamerà “significato”, “presenza”, “autocoscienza”.

Differanza(termine che traduce il francese différance) è il gioco delle differenze e


dei rinvii, differimento continuo in cui ogni segno rimanda a un altro: condizione
della concettualità poiché ogni concetto diventa tale sulla base degli scarti
reciproci, in assenza di senso assoluto. La différance da luogo a un
organizzazione di sistemi a partire dalla rimozione della loro legalità interna e così
la metafisica tradizionale può presentarsi come origine e fondazione diventando il
discorso che informa e innerva ogni istituzione: il discorso apofantico è il perno
che istituisce la concezione dell’essere su cui la cultura occidentale ha eretto la
propria razionalità diventando l’ovvietà del mondo e la sua naturalità; ma questo è
il risultato di un processo storico “politico” prima ancora che teorico.

Derrida è in sintonia con la stagione culturale tra gli anni sessanta e settanta che,
con la sintesi di marxismo e di antropologia, vede la semiolinguistica come
scienza della (contro)cultura e strumento privilegiato della critica dell’ideologia.
La sua grammatologia (“scienza del gramma”) è una delle forme più radicali di
analisi del linguaggio e del pregiudizio conservatore che assume come ipostasi
extrastoriche quelle che sono istituzioni culturali specifiche di una determinata
organizzazione sociale: la stessa canonizzazione della cultura europea coincide
con il processo di trasformazione della metafisica classica in volto necessario
della verità.

L’“imperialismo” della filosofia occidentale opera attraverso la divaricazione tra


termini che la pratica della decostruzione, analisi del movimento della
differenza,mette in [Link] linguaggio della metafisica si articola in coppie
oppositive: termini come realtà e immagine, presenza e rappresentazione,
autenticità e rappresentazione, originale e derivato, modello e copia, visibile e
invisibile,intelligibile e sensibile, verità e errore, spirito e materia, anima e corpo,
natura e cultura, bene e male, appaiono sovrapponibili alla diade voce/scrittura.
Esse non sono simmetriche ma gerarchicamente situate in modo tale che un
termine prevalga sull’opposto per nascondere la loro relazione, sancendo al
tempo stesso l’impossibilità di una diversa declinazione del medesimo orizzonte
concettuale.

Sembra impossibile uscire dal paradosso per cui la “scoperta” delle leggi dello
spirito umano avviene attraverso una razionalità che comporta l’obliterazione della
specifica forma di mitologia su cui si è costruito l’Occidente: la stessa filosofia
altro non sarebbe che una mitologia che si pretende forma universale della
ragione. Per Derrida l’aspetto ornamentale, metaforico e mitico del discorso
filosofico si è progressivamente occultato mediante un processo di
ipostatizzazione dei significanti che muove progressivamente dal verosimile al
vero. Come leggiamo in Margini, “la metafisica – mitologia bianca che concentra e
riflette la cultura dell’Occidente: l’uomo bianco prende la sua propria mitologia,
quella indoeuropea, il suo logos, cioè il mythos del suo idioma, per la forma
universale di ciò che egli deve ancora chiamare la Ragione. [...] Mitologia bianca –
la metafisica ha cancellato in se stessa la scena favolosa che l’ha prodotta e che
tuttavia resta attiva, irrequieta, inscritta in inchiostro bianco, disegno invisibile e
nascosto nel palinsesto”.

Decostruire significa allora smontare un sapere che si presenta come immediato e


legittimo mostrando le opposizioni concettuali che costituiscono il linguaggio
filosofico e le mancanze su cui erigono, i giudizi di valore inavvertitamente o
implicitamente incorporati nei discorsi filosofici; ma la decostruzione, come si è
visto, è soprattutto pratica metacognitiva di scrittura: performance intepretativa e
artistica sul testo che fa esplodere il potenziale sovversivo taciuto dalle sue righe,
inattingibile se non superficialmente dal linguaggio metafisico.

La pratica decostruttiva di ogni scritto chiama in gioco anche l’occhio, a partire


dal fatto che la scrittura è grafia su spazio bianco che con il suo sparire permette
l’emersione del testo fino a rendere possibile il gioco interpretativo sugli elementi
non fonetici, come punteggiatura, spaziature, virgolette, corsivi, segni grafici,
margini. Decostruzione è la messa in atto della differanza nella lettura dei testi,
processo che inverte le logiche di codificazione testuale rovesciandone il tratto
autoritario, dogmatico e gerarchico, permettendo di leggere la filosofia come
letteratura e viceversa, di giocare sugli elementi testuali più marginali
(opposizioni, rinvii, consonanze, somiglianze). Ogni interpretazione è così simile
alla ricognizione sui resti di una civiltà ridotta in rovina da una catastrofe, che sono
riempiti di nuovo senso e di una cultura sempre “altra” nella ricezione: la
metafisica diventa una sorta di “inconscio teorico” all’interno del quale
l’interprete-decostruzionista fa emergere il rimosso.

Nonostante l’azione di disturbo, la dislocazione e l’esplosione dei significanti che


hanno come obiettivo polemico il sapere istituzionale, in Derrida rimane la
consapevolezza che la filosofia non può superare il suo linguaggio ponendo fine a
se stessa; la narratologia rigetta ogni metafisica affermando l’incapacità di uscire
dal suo stesso alveo. Come la scrittura è confinata nei suoi margini, la filosofia è
condannata a rimanere dentro ai suoi confini in un lungo interminabile addio.

Si è già detto come decostruzionismo si associ a post-strutturalismo e post-


modernismo, definizioni in cui l’autore peraltro non si è mai riconosciuto. Le linee
in cui l’influenza del filosofo si è articolata e ramificata sono di fatto già presenti
nel suo pensiero: nella teoria dell’interpretazione in particolare gli Yale Critics
hanno sottolineato il momento della ricezione, riprendendo suggestioni
romantiche nel riaffermare il ruolo creativo della critica intesa come prosecuzione
dell’opera. In chiave di sociologia della cultura, anche in virtù della profonda
affinità con il marxismo, una molteplicità di autori ha messo in discussione
l’autorità della e nella produzione culturale ad ogni livello (rapporto tra sapere e
potere, politiche editoriali, ruolo autorale), permettendo l’esplosione dei cultural
studies e lo studio di territori del conoscere svalutati dalla cultura “alta” (cinema,
televisione, fumetti, musica pop, videogiochi, internet).

Nell’ambito delle scienze umane, in particolare nella storia della storiografia e


nell’antropologia, il decostruzionismo rientra nella riflessione che sottolinea
l’importanza del momento soggettivo e autorale rispetto a quello ingenuamente
oggettivo: dichiarata impossibile ogni neutralità, l’oggetto di studi è inteso come il
risultato della disciplina che se ne occupa, capace nelle sue forme di scrittura di
una sovradeterminazione che può giungere sino all’“invenzione”. Analogamente la
radicalità della decostruzione ha influenzato i gender studies e il pensiero post-
coloniale che hanno visto in essa uno strumento per sottolineare la fluidità del
concetto di “identità”: maschile e femminile così come razza, etnia, nazionalità
diventano categorie inservibili e soggette a smobilitazione, mostrate nel loro
essere prodotti privi di contorni netti e di peso ontologico a favore di una
concezione oscillante e instabile dell’identità, irriducibile a categorie metafisiche e
oggetto di continua rinegoziazione da parte dei soggetti che se ne fanno
portatori.

Nella sua eredità la decostruzione è il coronamentodella critica alla cultura


occidentale e della “violenza metafisica” di cui questa si è resa protagonista:
smascherando i processi di finzione poietica che in ogni società presiedono alla
costruzione delle varie forme di umanità/sapere/cultura, il lavoro di
decostruzioneli rende palesi e li colloca all’interno delle vicende storiche, sociali e
politiche con cui interagiscono. Con essa la crisi del cogito e della soggettività
logentrica, antropocentrica ed eurocentrica è davvero completa. Il rinvio all’altro è
condizione di ogni identità, irriducibile e non passibile di risoluzione
hegelianamente intesa; perché solo la relazione istituisce la presunta
autotrasparenza che, in quanto tale, non si dà mai.

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