Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
8 visualizzazioni1 pagina

"FRENCH THEORY" Recensito Su La Lettura e Il Manifesto

Il documento analizza la ricezione della 'French Theory' negli Stati Uniti, evidenziando come autori francesi come Foucault e Derrida siano stati reinterpretati in un contesto accademico americano che ha trasformato il loro pensiero in strumenti per politiche identitarie. François Cusset, nel suo saggio, esplora le implicazioni culturali e politiche di questa teoria, sottolineando la sua autoreferenzialità e il distacco dai radicalismi politici originali. Infine, si discute come la French Theory abbia contribuito a un'anestetizzazione del pensiero critico, limitando il suo impatto politico e sociale.

Caricato da

tawaxoy951
Copyright
© All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato PDF, TXT o leggi online su Scribd
Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
8 visualizzazioni1 pagina

"FRENCH THEORY" Recensito Su La Lettura e Il Manifesto

Il documento analizza la ricezione della 'French Theory' negli Stati Uniti, evidenziando come autori francesi come Foucault e Derrida siano stati reinterpretati in un contesto accademico americano che ha trasformato il loro pensiero in strumenti per politiche identitarie. François Cusset, nel suo saggio, esplora le implicazioni culturali e politiche di questa teoria, sottolineando la sua autoreferenzialità e il distacco dai radicalismi politici originali. Infine, si discute come la French Theory abbia contribuito a un'anestetizzazione del pensiero critico, limitando il suo impatto politico e sociale.

Caricato da

tawaxoy951
Copyright
© All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato PDF, TXT o leggi online su Scribd

“FRENCH THEORY” recensito su La

Lettura e Il Manifesto

Il Manifesto – 04/01/2013

Massimiliano Guareschi

Quel pastiche addomesticato

DERIVE TEORICHE

Tradotto il saggio di François Cusset sulla «French Theory». Un testo sulla


ricezione accademica statunitense dell’opera di alcuni filosofi francesi. Una
ricostruzione che aiuta a ripensare criticamente il ruolo del radicalismo politico
americano Le tesi di autori tra loro così diversi assemblate come un improbabile
corpus teorico L’emergere di uno stile enunciativo assertivo teso a legittimare
politiche delle identità e del riconoscimento

Ascoltare un angloparlante che cita Foucault è spesso un’esperienza straniante.


Magari il nostro interlocutore si sta soffermando su testi che ben conosciamo, e
che tuttavia possiamo stentare a riconoscere nelle sue parole. Concetti che ci
sono sempre apparsi problematici assumono la veste di asserzioni nette e
perentorie. La tentazione immediata è quella di attribuire tale effetto alla
potenza formatrice della lingua. Come noto, gli anglofoni dicono
assertivamente «is» mentre in altre lingue, specie in quelle romanze come
l’italiano, l’inerenza del predicato al soggetto tende a essere espressa
attraverso forme verbali più circostanziate e vaghe. Quando poi entra in gioco il
termine «power», per loro è tutto chiaro, mentre noi immediatamente ci
chiediamo se si sta parlando di potere, potenza, autorità, influenza, pressione
ecc. Detto ciò, per comprendere il motivo per cui una serie di autori francesi del
tardo Novecento ci appaiono così diversi da come pensiamo di conoscerli
quando a parlare di loro sono studiosi di provenienza statunitense, o comunque
interni ai circuiti accademici a dominanza culturale nordamericana, è senza
dubbio necessario non limitarsi a una risposta incentrata sul determinismo
linguistico. E per farlo il volume di François Cusset dal titolo French Theory.
Foucault, Derrida, Deleuze and Co. all’assalto dell’America (il Saggiatore, pp.
426, euro 28) si rivela una strumento prezioso.
Che cos’è la French Theory? «Una pratica americana», rispondeva Sylvère
Lotringere, animatore di imprese editoriali quali Semiotext(e) e Autonomedia
che hanno svolto un ruolo fondamentale nella ricezione statunitense di autori
come Gilles Deleuze, Felix Guattari, Michel Foucault, Baudrillard o Paul Virilio.
Più in dettaglio, con la formula si intende il progressivo affermarsi, nelle
università statunitensi, di un corpus così denominato che raccoglie una serie di
autori francesi affermatisi nel secondo dopoguerra, nella fase successiva a
quella egemonizzata da Sartre e dai fasti dell’esistenzialismo.
L’artefatto del declino
Ovviamente, sulla base dei criteri della storia della filosofia, unire sotto la stessa
etichetta il marxismo strutturalista di Althusser e il tortuoso percorso teorico di
Foucault, il sensazionalismo apocalittico di Baudrillard e la sociologia della
scienza di Latour, l’elusione della filosofia nella pratica della scrittura di Derrida
o la filosofia, pervicacemente rivendicata come tale, di Deleuze può apparire
una forzatura al limite del non senso. E tuttavia, al di là della sua implausibilità
teorica, l’artefatto French Theory esiste, in quanto corpus di testi, problemi,
stilemi, percepito come tale sia da coloro che a esso si richiamano sia da chi lo
stigmatizza come principale responsabile della decadenza della cultura e dei
costumi americani. Da questo punto di vista, Cusset procede in una prospettiva
di sociologia della cultura, tenendo fermo il carattere prettamente americano
dell’oggetto French Teory, interrogandosi non tanto sulla sua coerenza teorica o
il grado di fedeltà al pensiero degli autori a cui fa riferimento quanto sulle
modalità e i passaggi storici attraverso i quali una serie di nomi propri si è
costituita come canone e sulle sue ricadute politiche e culturali.
Tutto inizia con un convegno tenuto nel 1966 alla Johns Hopkins, a cui
partecipa un ampio spettro di pensatori francesi, da Lacan a Derrida passando
per Barthes e Girard, dal quale si genererà l’etichetta «poststrutturalismo». Poi
si avrà la vicenda della ricezione statunitense di Jacques Derrida, che procurerà
una fama al filosofo francese che non trova riscontri nel Vecchio continente. Già
in questo caso, emerge un tratto che si rivelerà una costante nelle avventure
della French Theory. A manifestare interesse verso l’autore di La scrittura e la
differenza sono i dipartimenti di letteratura e non, come ci si sarebbe potuto
aspettare, quelli di filosofia. In questi ultimi, infatti, dominava (e domina tuttora)
una stretta aderenza al modello analitico, per il quale da Hegel in poi, se non
addirittura da Kant, gli approcci filosofici rubricati come continentali altro non
sarebbero se non fumisterie metafisiche o un incessante interrogazione su
problemi mal posti o risolvibili attraverso l’analisi della proposizione. A ciò si
potrebbe aggiungere che in ambito sociologico l’egemonia del funzionalismo e
degli approcci quantitativi non costituiva certo il contesto ideale per
l’affermazione di problematiche passibili di suscitare perplessità in termini di
scientificità.
All’interno di tale paesaggio, non stupisce che ai dipartimenti di letteratura e
inglese sia stata consegnata negli Stati uniti la funzione di luogo per eccellenza
di elaborazione di saperi di sintesi, di ambito privilegiato di generalizzazione e
di presa di posizione sul presente che in altri contesti spetta ai dipartimenti di
filosofia e scienze sociali. Cusset ricostruisce i principali passaggi in cui,
all’interno dell’enciclopedia americana, il campo letterario afferma una
particolare vocazione egemonica in cui all’impegno teoretico si accompagna
una postura critica, anche se spesso di tipo elitario o paternalistico, nei
confronti della cultura di massa o degli imperativi utilitaristici, lungo un itinerario
che dagli arnoldiani giunge fino ai «New Critics». Ed è proprio il testualismo di
questi ultimi che dissoda il terreno per la ricezione/elaborazione della French
Theory. In tal senso, l’innesto di nuovi schemi teorici, in primis la decostruzione
derridiana, permette al primato letterario di riconfigurarsi in termini
«colonizzatori» attraverso la diffusione di una prospettiva pan-narrativista: se
ogni disciplina si esprime attraverso retoriche e narrazioni, se tutto è
letteratura, gli strumenti dell’analisi letteraria si propongono come
metadiscorso in grado di entrare criticamente, relativizzandoli, nei discorsi dei
vari specialismi, dal diritto alla storia, dalla scienza alla filosofia.
Una sinistra da campus
Cusset colloca l’insediamento della French Theory in una precisa congiuntura
politica, collocabile a partire dalla seconda metà degli anni Settanta. Con
l’esaurirsi della spinta del Mouvement e della controcultura, la dissidenza
manifesta la tendenza a ridefinirsi, nel contesto universitario, in termini di
politica dell’identità e dello stile di vita. Nello spazio separato – socialmente e
geograficamente – del campus (una sorta di versione friendly dell’istituzione
totale) la militanza assume forme esclusivamente culturali. Il materialismo
testuale, che in autori come Paul de Man si caratterizzava in termini di gioco
ermeneutico si carica così di una immediata politicità e la critica
all’oggettivismo, sulla scorta di Derrida, Lacan o Foucault, si muta in denuncia
dell’ubiquo imperialismo del «fallologocentrismo» del maschio bianco. Un
autore come Baudrillard, scarsamente preso sul serio in Europa o in altre parti
del mondo, viene investito dell’improbabile ruolo di fustigatore di un universo
simulatorio e mediatico che si sarebbe sovrapposto al mondo reale. Il concetto
di lingua minore proposto da Deleuze e Guattari diviene il fulcro per
rivendicazioni identitarie di tipo minoritario, in termini che difficilmente
avrebbero incontrato il consenso degli autori di Mille piani. La differenza o
differanza, svolge un ruolo fondamentale nell’elaborazione delle posizioni
differenzialiste del pensiero femminista e dei gender studies, con esiti spesso
reificanti e sostanzialisti, nei confronti dei quali reagiranno le punte più avanzate
dei queers tudies o del cyberfemminismo. Accanto ai dipartimenti di letteratura,
infatti, sono quelli di cultural studies a costituire il principale veicolo di
circolazione della French Theory, attraverso la costituzione proliferante di una
serie di campi (i chicanos studies contrapposti ai mexican studies) in cui
esigenze politiche identitarie si coniugano a strategie di
differenziazione/concorrenza accademica. Per una sorta di nemesi, il reietto
Hegel, del quale tutti invitano a sbarazzarsi, sembra regnare sovrano, in una
lotta per il riconoscimento, di sè, del gruppo di appartenenza, dei torti del
passato, del presente e del futuro, in cui non sembra esserci spazio per altre
istanze politiche. Indicativa, in proposito è anche la parabola dei cultural studies
dedicati all’analisi della cultura pop e dei consumi, in cui il ricercatore sembra
spesso rassicurarsi circa il proprio posizionamento politico attribuendo una
valenza di resistenza alle scelte in materia di abbigliamento, culto dei brand o
fruizione dei media.
L’intera ricerca di Cusset è percorsa da un’interrogazione: come si è potuta
verificare una totale autoreferenzialità del radicalismo politico statunitense,
integralmente consegnato a un ripiegamento testualista e a una dimensione di
posizionamento accademico o di conflitto sulla determinazione del canone?
Ma, soprattutto, come ciò è potuto avvenire assumendo come referenti autori
spesso associati, ad altre latitudini, a un ripensamento del conflitto e della
trasformazione sociale? Per Cusset a incidere è stata, in primo luogo, la realtà
separata del università che, unita alla debolezza della sfera pubblica e alla
mancanza di strutture politiche di sinistra radicate che potessero svolgere una
funzione di referente e di mediazione con il mondo sociale, avrebbe
condannato il radicalismo da campus a una dimensione verbale e verbosa, del
tutto aliena da contatti con poste in gioco politiche e sociali collocate al di fuori
dell’ambito culturale. Più nello specifico del ruolo della French Theory, poi, si
sottolinea come la ricezione di una serie di autori francesi all’interno dei
dipartimenti di letteratura abbia avuto la conseguenza di selezionare alcuni
aspetti del loro pensiero svincolandoli dal quadro filosofico e politico all’interno
dei quali erano stati concepiti. A ciò si aggiungerebbe, poi, il fatto che il
principale tramite per la conoscenza della teoria francese sarebbe stato
rappresentato soprattutto dai reader, da sillogi dedicate ad autori e correnti che
avrebbero selezionato e gerarchizzato i testi collocandoli all’interno di cornici
problematiche che ne avrebbero sovradeterminato la ricezione.
Verbosi narcisi
Dal punto di vista politico, il bilancio della French Theory tracciato da Cusset
appare decisamente negativo. In sintesi, essa avrebbe contribuito ad
anestetizare alcuni dei percorsi politico-teorici più radicali del tardo Novecento
finalizzandoli alla legittimazione di una pletora di generi e sottogeneri
accademici in uno strano mix cui presunzione, narcisismo ed estremismo
verbale fanno da contraltare all’impotenza politica. La diagnosi di Cusset, pur
per molti versi condivisibile potrebbe apparire ingenerosa. Ma il punto non è
questo. French Theory è uscito in Francia nel 2005. Manca quindi un capitolo,
relativo al movimento Occupy, che presumibilmente avrebbe rappresentato
l’occasione non per una semplice mise à jour dei temi del libro ma per
introdurre un mutamento di prospettiva. All’interno di quelle mobilitazioni,
infatti, temi, spunti e parole d’ordine riconducibili a Foucault, Deleuze o Derrida
hanno svolto un ruolo decisivo, e non certo nei termini disincarnati e testualisti
della campus left. A partire da ciò, ci sono tutti gli elementi per riaprire
un’interrogazione a proposito degli effetti della French Theory sul radicalismo
statunitense.

Corriere della Sera – La Lettura – 25/11/2012


GUIDO VITIELLO

Derrida e Foucault oltre l’Atlantico E gli Usa ridiventarono una colonia

D ei morti non si dice che bene, ma il 10 ottobre 2004 il «New York Times»
pubblicava un obituary alquanto sarcastico: «Jacques Derrida, abstruse
theorist, dies at 74». Come mai un filosofo scomparso da neppure
ventiquattr’ore si beccava del «teorico astruso» dal primo quotidiano
statunitense? Che ci fosse dietro qualche vecchia inimicizia? Molto di più: c’era
dietro un’intera epopea, quella del pensiero francese più radicale – Foucault,
Deleuze, Derrida stesso – alla conquista delle università americane. È
un’epopea di cui ci è giunto il grido di dolore degli assediati, i difensori della
tradizione umanistica, da Allan Bloom a George Steiner, ma che può essere
raccontata altrettanto bene dal punto di vista dei gallici invasori. Lo storico delle
idee François Cusset lo ha fatto in un libro apparso in Francia nel 2003 e ora
tradotto in Italia, French Theory. Una ricerca minuziosa e avvincente, che
scandisce le tappe di un’egemonia conquistata negli anni Settanta, contrastata
dai conservatori nelle «guerre culturali» del decennio successivo, proseguita in
forme sempre mutate fino ai nostri giorni.
A ben vedere, la French Theory è meno francese di quanto l’etichetta
lascerebbe supporre, e la definizione migliore Cusset la dà nelle ultime pagine:
«Un’interpretazione americana di letture francesi di filosofi tedeschi». Per
restare in un registro avventuroso: Nietzsche, Heidegger e Freud furono fatti
ostaggio da Foucault, Deleuze e Derrida, e questi a loro volta caddero nelle
mani dell’accademia statunitense. Tra un passaggio e l’altro ci furono molti
malintesi, ma più che di equivoci si trattò di adattamenti a climi diversi, di usi e
abusi contestuali.
Il primo presidio della French Theory furono gli studi letterari: «Il dipartimento di
inglese diventa una nuova Roma da cui si dipartono conquiste prodigiose e
crociate per evangelizzare i territori lontani». Uno dopo l’altro, capitolano i film
studies, gli studi giuridici, la teologia; resistono (salvo sedizioni) la storia, le
scienze sociali, la filosofia, saldamente in mano agli analitici. Ma la marcia è
impressionante, e s’intreccia alle vicende della controcultura e delle
rivendicazioni identitarie, etniche e di genere. La French Theory occupa la
roccaforte dei cultural studies («l’incontro tra una recente macchina marxista
britannica e un ombrello teorico francese sul terreno della società americana
del tempo libero»), ispira gli studi postcoloniali, il nuovo femminismo, la cultura
queer. Il decostruzionismo diventa «il prodotto più redditizio che si sia mai visto
sul mercato dei discorsi universitari».
Poi, man mano che Derrida e gli altri declinano nel proprio paese a vantaggio
dei nouveaux philosophes (che Cusset detesta), la French Theory si fa ancor
meno francese – le sue star si chiamano Negri, Agamben o Zizek – e s’insedia
in America Latina, perfino in Giappone.
Da dove viene la forza espansiva di uno stile di pensiero all’apparenza così
esoterico, fatto di sottigliezze ermeneutiche defatiganti e di proliferazioni
gergali incontrollabili? Almeno in parte, dal fatto che trasforma qualunque cosa
in un testo che può essere interpretato (e frainteso) all’infinito, preservando da
spiacevoli incontri nel mondo reale. Tutto diventa letteratura, e la letteratura a
sua volta un’appendice della teoria. Cusset non sarebbe d’accordo, e propone
risposte ben più sottili, ma l’epopea della French Theory si può leggere come il
grande trionfo postumo di una certa filosofia. È la nottola di Minerva mutata in
aquila predatrice che artiglia, ad una ad una, tutte le scienze umane.

Potrebbero piacerti anche