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Aristotele ? ?

Aristotele, nato nel 384 a.C. a Stagira, fu allievo di Platone e tutore di Alessandro Magno, fondando successivamente il Liceo ad Atene. La sua filosofia si concentra sull'idea di un ordine stabile e immutabile nell'universo, riflettendo la conoscenza attraverso la logica e la categorizzazione degli enti. Le sue opere, influenti ma soggette a perdite e rimaneggiamenti, hanno avuto un impatto duraturo sulla filosofia e sulla scienza, con un focus particolare sulla logica e sulla definizione dell'essenza degli oggetti.

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Aristotele, nato nel 384 a.C. a Stagira, fu allievo di Platone e tutore di Alessandro Magno, fondando successivamente il Liceo ad Atene. La sua filosofia si concentra sull'idea di un ordine stabile e immutabile nell'universo, riflettendo la conoscenza attraverso la logica e la categorizzazione degli enti. Le sue opere, influenti ma soggette a perdite e rimaneggiamenti, hanno avuto un impatto duraturo sulla filosofia e sulla scienza, con un focus particolare sulla logica e sulla definizione dell'essenza degli oggetti.

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ARISTOTELE

Dopo Socrate e Platone, ci occupiamo adesso di Aristotele, il terzo grandissimo della filosofia greca. Egli
nacque nel 383 a.C. circa (383 per qualcuno, 384 per altri), ma sappiamo che ci sono delle incertezze su
queste date. Dicevo, nel 383 a Stagira nella Calcide (ecco perché sentirete magari dire lo Stagirita
riferendosi a lui). Poco più che sedicenne, entrò nell'Accademia di Platone, con il quale rimase per ben
vent’anni. Successivamente, si allontanò dall'Accademia dopo la morte di Platone e abbiamo una fase in
cui la sua filosofia si dimostra legata al grande maestro. Venne in seguito chiamato da Filippo di
Macedonia a fare da tutore per il figlio di questi, cioè per Alessandro, che si guadagnerà nella storia il
titolo di Alessandro Magno. L’istruttore di Alessandro Magno è stato Aristotele, e non è stata una cosa da
niente, perché pare proprio che l’idea dell’impero universale e della società di tutti sia stata infusa nella
mente del giovane principe proprio dallo Stagirita.

Dopo la morte di Filippo e l’avvento di Alessandro al trono, Aristotele si reca ad Atene, dove fonda la sua
scuola, la più celebre che egli abbia fondato e che lo ha caratterizzato nella storia di tutti i tempi,
ovverosia il Perípatos (o Liceo), così chiamato perché in questa scuola, come anche tipico della tradizione
greca, l’insegnamento avveniva attraverso lunghe passeggiate e discussioni con i ragazzi e gli allievi. Il
Liceo, infatti, prende il nome dalla statua dedicata ad Apollo Liceio, e ora, cari ragazzi, sapete perché la
vostra scuola si chiama Liceo.

Alla morte di Alessandro Magno, tuttavia, i seguaci di Demostene costrinsero Aristotele all’esilio, e
quindi egli morì nella Calcide nel 322 a.C.

È veramente difficile dire in poche parole cosa rappresenti Aristotele nella storia della cultura mondiale
di tutti i tempi. Vi richiamo velocemente alcune cose che ho già detto in classe, a dire il vero. La sua
visione della natura, del mondo e dell’universo in qualche modo ci ha raggiunti, e addirittura dobbiamo
ricordarci che se Einstein è riuscito a un certo punto a rifondare la visione dell’intero universo nel
Novecento, è anche perché gli ha fatto giustizia di uno degli ultimi concetti aristotelici che ancora
occupavano la mente degli scienziati. Mi riferisco all’etere, presunto materiale di cui erano fatti i corpi
celesti. Poco tempo prima, infatti, i chimici avevano abbandonato un altro concetto di derivazione
aristotelica, cioè quello per cui esisteva il flogisto come motore delle trasformazioni chimiche.

In modo tipicamente aristotelico di pensare, Aristotele aveva previsto che per avvenire una reazione fra
due elementi ci voleva un terzo ente che facesse da motore della trasformazione, e per quel tipo di
trasformazioni aveva previsto il flogisto. Fino all’Ottocento, quindi, il flogisto veniva ancora considerato
il motore delle reazioni chimiche.

Ma davvero non si saprebbe da dove cominciare se ci mettessimo in mente di ripercorrere tutte le


influenze aristoteliche. Diciamo che Aristotele ha dato al mondo, tra le tante cose che ci ha lasciato,
proprio questa tendenza alla mente ordinatrice nei confronti della natura, alla mente che ritrova nella
natura un sistema ordinato e cerca di esprimerlo secondo le leggi che la caratterizzano. E, in effetti,
dobbiamo pensare che non c’è aristotelismo senza quella che è la caratterizzazione più grande di questa
filosofia: esiste un ordine nella natura e nell’universo, quest’ordine è stabile, immutabile e valido
ovunque, e viene garantito da Dio, anche se il concetto di Dio che si riferisce ad Aristotele è uno dei più
peculiari che la storia del mondo possa ricordare.

Questo ordine stabile, coerente e immutabile, caratterizzato da leggi che sono date e come dicevo,
immutabili, valgono ovunque ed è rispecchiato all’interno dell’uomo attraverso la conoscenza, grazie alla
facoltà dell’intelletto, che è l’astrazione. Dunque, ripeto e sottolineo: aristotelismo significa che c’è un
ordine coerente, stabile e immutabile nelle cose dell’universo. Quest’ordine deve essere rispecchiato
all’interno del nostro intelletto, e l’intelletto, seguendo regole ben precise, compie questo
rispecchiamento e quindi raggiunge la conoscenza attraverso la facoltà dell’astrazione.

Ogni volta che nella storia del mondo si presenterà una versione dell’aristotelismo, manterrà questo
punto di vista come centrale e come pietra angolare di tutta la propria filosofia.

Parlando di Aristotele nella storia, non possiamo certamente fare a meno di riferirci alla fortuna delle
sue opere. Le cose coincidono anche in questo caso: abbiamo un corpus teorico aristotelico che è
decisamente vasto, ma la cui fortuna è stata alterna. Sono state perdute e ritrovate già nell’antichità. Nel
I secolo d.C., Andronico di Rodi, per esempio, ha potuto ripristinare le opere aristoteliche dopo un
ritrovamento. Anche nel periodo latino è stato necessario ricostituire questo corpus teorico. Come
abbiamo già accennato in classe, Aristotele ha avuto una fortuna alterna per quello che riguarda il
mondo cristiano. Quando c’è stato il traghettamento delle opere antiche nella nuova cultura cristiana,
Aristotele subì pesanti rimaneggiamenti. Gran parte della sua opera filosofica venne considerata eretica,
molte opere vennero occultate o manipolate, e quindi si persero le opere originarie.

Abbiamo già affrontato questo discorso, ma il vero Aristotele ritorna in Europa con il contatto con la
cultura araba. Dopo il VII secolo, si diffonderà la verità che si riferisce a un filosofo arabo che, però,
venne considerato materialista ed eretico dalla Chiesa e quindi perseguitato. Soltanto con l’opera di San
Tommaso, alla fine del XIII secolo, Aristotele avrà una piena cittadinanza nel mondo cristiano. L’opera di
San Tommaso è la Summa Theologica. Abbiamo anche di questo già parlato, facendo riferimento a Dante
Alighieri e alla sua conversione dal verismo all’aristotelismo nella versione di San Tommaso d’Aquino.

Tornando in generale alla questione della catalogazione delle opere di Aristotele, abbiamo delle opere
definite esoteriche(con doppia "s"), che sono dialoghi e sono soprattutto caratterizzanti del periodo in
cui la sua filosofia si riferiva ancora a Platone. Sono chiamate esoteriche perché erano rivolte agli iniziati,
a coloro che intendevano apprendere la filosofia in maniera più profonda. Tra queste, ci sono delle vere e
proprie opere, anche se a volte si tratta di raccolte di più opere. Accanto a queste opere, abbiamo un
corpus sterminato di quelli che erano appunti, percorsi, mappe concettuali (come diremmo oggi)
destinate all’insegnamento. Sono tantissimi documenti destinati all’insegnamento nella scuola del
Perípatos.

La prima cosa di cui dobbiamo occuparci per addentrarci nella filosofia di Aristotele è però chiarire lo
strumento del conoscere. Per questo motivo, ci occupiamo dell’"Organon". Organon non significa solo
strumento, ma si presenta come una raccolta di opere, alcune delle quali sono effettivamente appunti
destinati all’insegnamento, come gli Analitici Primi e gli Analitici Secondi. Dal titolo "Organon", già vi
renderete conto della dimensione empirica che Aristotele vuole assegnare al procedimento conoscitivo:
conoscere bene, senz’altro.

Lo strumento principe della conoscenza è la logica, e la logica è determinata dagli strumenti linguistici,
quindi dal linguaggio. Aristotele si spingerà fino all’analisi delle funzioni linguistiche. Dobbiamo chiarire
che, al contrario di quanto la tradizione porterebbe a considerare, a causa delle esagerazioni che si sono
determinate in alcuni periodi della storia dell’Europa, in realtà nell'Organon, Aristotele affronta tutte le
tipologie di strumenti logici, analizzandoli e illustrandone le possibilità conoscitive.

Tra questi strumenti logici, ciascuno dei quali risponde a una determinata condizione in cui si svolge la
conoscenza, Aristotele proporrà e esaminerà, tra le altre cose, il sillogismo, che è senza dubbio il più
famoso degli strumenti aristotelici.

Per iniziare la riflessione sulla logica, vi invito a immaginare la classica situazione di discussione tra due
persone che siano ovviamente sincere nel loro scopo, ma che sono in disaccordo riguardo le conclusioni
conoscitive su un tema. In questa situazione, le due persone non riescono a giungere a una conclusione
condivisa. Questo tipo di diatriba conoscitiva e incertezza sulle nostre conoscenze è un fenomeno che
ha sempre accompagnato la storia dell'uomo.

Tuttavia, Aristotele non intende ridurre questa situazione a una visione sofistica. Nella sofistica, la
dialettica viene interpretata come la capacità di argomentare qualsiasi opinione. Ma questo non è
l’obiettivo di Aristotele. Per lui, la dialettica è quella che emerge dalle leggi rigorose della logica che egli
propone.

La prima riflessione che si deve fare, secondo Aristotele, è che le due persone in discussione potrebbero
trovarsi in disaccordo perché usano lo stesso nome, ma con significati diversi. Ciò accade molto spesso
nella vita quotidiana, quando parliamo di concetti apparentemente identici, ma che ognuno di noi
intende in modo differente. Questo fenomeno deriva dal fatto che un nome può avere differenti
accezioni.

La propedeutica di qualsiasi discussione è quindi rendersi conto che un nome può avere diversi
significati. Aristotele definisce questi significati diversi attraverso le sue dieci categorie, che sono i modi
semplici di significazione. Le dieci categorie di Aristotele sono:

1.​ Sostanza
2.​ Quantità
3.​ Qualità
4.​ Relazione
5.​ Luogo
6.​ Tempo
7.​ Situazione
8.​ Stato
9.​ Azione
10.​ Passione

Secondo Aristotele, la discussione deve seguire delle regole precise. La prima di queste regole è che,
quando vogliamo discutere di un ente, dobbiamo prima decidere da quale angolatura lo analizziamo,
ovvero in quale categoria lo inseriamo.

Se non facciamo questa scelta, potrebbe succedere che una persona stia parlando di un ente dal punto di
vista della sostanza, mentre un’altra lo stia considerando da un’altra prospettiva, come ad esempio
quella della qualità. In questo caso, rischiamo di non capire che stiamo parlando di cose diverse, anche se
usiamo lo stesso termine. La discussione diventa inutile, oppure finirà in un conflitto, che potrebbe
essere solo apparente, ma senza una vera ragione.

Una volta stabilito il termine e la categoria di riferimento, bisogna attribuire delle qualità a un ente.
Aristotele ci ricorda che verità e falsità riguardano solo l’attribuzione di qualità a un soggetto. Ad
esempio, l'affermazione "gli asini volano" è chiaramente falsa, perché non è vero che gli asini possiedono
la qualità di volare.

Aristotele distingue cinque modalità per attribuire qualità a un soggetto:

1.​ Genere: gli attributi che si riferiscono al più ampio gruppo a cui un ente appartiene. Ad esempio,
un essere umano è un mammifero, e quindi possiede tutte le caratteristiche che definiscono un
mammifero.
2.​ Specie: le caratteristiche che definiscono una sottocategoria all’interno di un genere. La specie
umana, ad esempio, include tutti gli esseri umani, ma esclude altri mammiferi.
3.​ Differenza: le qualità che distinguono una specie da un’altra all’interno dello stesso genere. La
differenza fra un cane e un gatto è che il cane ha un tipo di comportamento sociale diverso
rispetto al gatto.
4.​ Proprio: le qualità individuali che caratterizzano un soggetto, ma che non sono essenziali per la
sua appartenenza alla specie. Un cavallo potrebbe avere una macchia bianca sulla fronte, ma
non è quella macchia che lo definisce come cavallo.
5.​ Accidente: quelle qualità che un soggetto possiede temporaneamente, in maniera accidentale.
Ad esempio, un uomo potrebbe temporaneamente avere il muso gonfio a causa di un’infezione,
ma questa non è una caratteristica che definisce la sua essenza.

Per Aristotele, l’essenza di un ente non è data dalle sue qualità accidentali o proprie, ma dal nesso
imprescindibile di qualità che determinano ciò che quell'ente è. L’essenza è ciò che rende un cavallo un
cavallo e non un altro animale, anche se quest’altro animale può avere quattro zampe come un cavallo.
L’essenza è quindi ciò che definisce l’identità dell’ente.

La conoscenza per Aristotele è un lavoro di catalogazione e classificazione. Quando vogliamo conoscere


un ente, dobbiamo prima definirne la categoria e poi attribuirgli le qualità relative al genere, alla specie,
alla differenza, al proprio e all’accidente. Questo processo di catalogazione è fondamentale per arrivare
a una comprensione accurata di ciò che stiamo cercando di conoscere.

Le qualità che definiscono l’essenza di un ente sono un nesso imprescindibile e necessario di


caratteristiche che non possono essere separate senza alterare l’identità dell’ente. L'essenza non è
qualcosa di individuale, ma è il complesso di qualità che rendono quell'ente ciò che è.

Tuttavia, Aristotele riconosce che non sempre è possibile conoscere tutte le qualità di un ente attraverso
l’esperienza diretta. In questi casi, occorre ricorrere ad altri strumenti, come il sillogismo. La logica del
sillogismo diventa fondamentale quando non possiamo raggiungere la definizione completa delle qualità
di un ente tramite l’esperienza sensibile.

Per Aristotele, la conoscenza deve essere guidata da regole precise, che governano l’uso dello strumento
principale per la comprensione: la logica. La logica, infatti, è una forma organizzata dell’uso del
linguaggio e contiene le regole per applicare correttamente il linguaggio nella conoscenza.

Per arrivare alla conoscenza di un ente, la prima operazione da compiere è quella di determinare le
categorie. Ogni ente che vogliamo conoscere si presenta dal punto di vista linguistico con un sostantivo,
e queste categorie sono i modi attraverso i quali intendiamo analizzare tale soggetto. Aristotele
definisce queste categorie come "modi di significazione semplice", che sono cruciali per stabilire
un’analisi rigorosa dell’ente.

Un altro punto importante della logica aristotelica è che la verità e la falsità sono legate all’affermazione
di una qualità appartenente a un soggetto. Un’affermazione è vera o falsa in base alla qualità che le viene
attribuita. Questo porta a una comprensione più chiara della realtà, in quanto solo attraverso un
processo di attribuzione di qualità possiamo determinare se ciò che affermiamo corrisponde alla realtà o
meno.

Aristotele distingue cinque modalità di attribuzione delle qualità a un soggetto. Tra queste, genere,
specie, e differenzasono quelli che definiscono l’essenza di un ente, mentre proprio e accidente
descrivono caratteristiche individuali.
1.​ Genere: gli attributi che appartengono alla classe più ampia di un ente.
2.​ Specie: le caratteristiche che definiscono una sottocategoria all’interno del genere.
3.​ Differenza: le qualità che distinguono una specie da un’altra all’interno dello stesso genere.
4.​ Proprio: le qualità individuali che, pur essendo caratteristiche di un ente, non sono essenziali per
definirlo come tale.
5.​ Accidente: qualità temporanee o accidentali che non determinano l’essenza dell’ente.

Una volta stabiliti i concetti base relativi alle categorie e all’attribuzione delle qualità, Aristotele
introduce lo strumento logico fondamentale per arrivare alla conoscenza: il sillogismo.

Cos'è il sillogismo?

Il sillogismo è una forma di deduzione che unisce due proposizioni universali per generare una terza
conclusione. Il termine “sillogismo” deriva da due parole greche che significano "unire insieme" e
"proposizione". In altre parole, il sillogismo implica unire due proposizioni per ottenere una terza
proposizione che ne risulti logicamente.

Ad esempio, partiamo da due proposizioni valide:

1.​ Ogni uomo è un animale.


2.​ Ogni animale è mortale.

Da queste due proposizioni, otteniamo una conclusione:

●​ Ogni uomo è mortale.

In questo caso, il termine medio ("animale") collega le due proposizioni, portando alla conclusione che
"ogni uomo è mortale".

Un altro esempio famoso di sillogismo è:

1.​ Tutti gli uomini sono razionali.


2.​ Socrate è un uomo.
3.​ Socrate è razionale.

Questa conclusione è il risultato di un processo deduttivo, in cui il termine medio (l'“uomo”) collega le
due premesse per arrivare a una conclusione.

Il sillogismo è valido solo se le premesse iniziali sono veramente universali. Se entrambe le premesse
sono vere, la conclusione sarà anche vera. Tuttavia, è importante sottolineare che validità logica e verità
non sono la stessa cosa. Un sillogismo può essere logicamente valido, ma se le premesse non sono vere,
la conclusione, pur essendo valida, non sarà vera.

Quindi, la validità di un sillogismo dipende solo dalla sua struttura logica. La verità della conclusione,
invece, dipende dalla verità delle premesse. Per esempio, se le premesse sono vere (come nei nostri
esempi), la conclusione sarà vera, ma se le premesse sono false, la conclusione, pur essendo logicamente
valida, sarà falsa.

Il problema che Aristotele solleva è come possiamo essere certi che le premesse di un sillogismo siano
veramente universali e vere. Come possiamo sapere che le affermazioni su cui si basano i nostri
sillogismi sono realmente corrette?
Aristotele ci propone un ragionamento per risolvere questo problema: le due premesse di un sillogismo
non sono mai completamente indipendenti. Ciascuna di esse può essere la conclusione di un sillogismo
precedente. Questo significa che possiamo risalire a sillogismi precedenti per confermare la verità delle
nostre premesse, creando una sorta di "catena" di deduzioni.

Il rischio, quindi, è che anche se un sillogismo è valido e la conclusione appare logicamente corretta, non
possiamo essere sicuri della verità di quella conclusione senza verificare la verità delle premesse.
Questo problema di verifica delle premesse ci porta a un aspetto centrale del pensiero aristotelico: la
necessità di fondare le premesse su principi indiscutibili, che siano autoevidenti.

Aristotele ci offre un potente strumento di conoscenza logica, ma ci mette anche in guardia riguardo ai
limiti della logica, in particolare riguardo alla verità delle premesse. Il sillogismo è essenziale per la
deduzione, ma il rischio di una conclusione non vera emerge se le premesse non sono effettivamente
vere. Per Aristotele, la vera sfida della conoscenza è quindi non solo dedurre correttamente, ma anche
garantire che le nostre premesse siano fondate sulla verità, creando una solida base per la nostra
comprensione del mondo.

Nel processo di deduzione aristotelico, abbiamo visto che i sillogismi generano conclusioni valide a
partire da due premesse. Tuttavia, la questione fondamentale è la verità di queste premesse. Come
possiamo essere certi che le premesse di ciascun sillogismo precedente siano veramente vere?

Se ogni sillogismo successivo si fonda sulle conclusioni di sillogismi precedenti, il problema diventa un
ciclo infinito: come possiamo verificare se le premesse iniziali siano veramente vere, se la validità di ogni
sillogismo dipende da sillogismi ancora più precedenti?

Aristotele riconosce che se continuassimo a scendere in un "regresso infinito" di sillogismi, non


arriveremmo mai a una base solida per la conoscenza. Tuttavia, egli sostiene che questo regresso non è
possibile per l’essere umano, poiché ci sarebbe una necessità di arrivare a principi fondamentali e
immediati.

Aristotele propone che, oltre ai sillogismi, l'essere umano possieda una facoltà speciale dell’intelletto,
capace di intuire direttamente verità universali. Questa facoltà speciale viene chiamata "inductions
noetica".

●​ Induzione noetica: Non è un processo attivo di costruzione, ma una forma passiva in cui
l'intelletto si illumina di una verità che si impone su di esso senza che essa venga costruita
coscientemente. In altre parole, l’intelletto "accoglie" la verità come un'intuizione immediata, e
non come una conclusione derivata da un processo logico.

Questa facoltà è quella che ci permette di arrivare a verità universali che diventano la base per la
costruzione delle nostre catene sillogistiche.

Nel corso della storia, questa capacità di dedurre e di intuire le verità universali tramite l’induzione e i
sillogismi è stata applicata e, in alcuni casi, abusata dalla cultura filosofica e teologica, specialmente nel
medioevo. In particolare, la Chiesa cattolica, con filosofi come San Tommaso d'Aquino, ha adottato
l’aristotelismo come il principale strumento di conoscenza.

Questa tradizione ha fatto del sillogismo il metodo principale di analisi filosofica e teologica, fino a
quando la rivoluzione scientifica nel Seicento non ha introdotto un approccio diverso, più empirico, alla
conoscenza.

Aristotele divide le scienze in diverse categorie, ognuna con un proprio oggetto di studio:
1.​ Matematica: studia gli enti astratti, che non sono soggetti al mutamento o al movimento. La
matematica per Aristotele non è l’oggetto principale della sua filosofia, che è più incentrata sugli
aspetti qualitativi della realtà, mentre la filosofia platonica si caratterizza maggiormente per un
interesse quantitativo.
2.​ Fisica: studia gli enti concreti che esistono nel mondo fisico e che sono soggetti a cambiamenti,
movimenti e mutamenti. Questi enti sono situati nella sfera sublunare, la parte dell'universo che
comprende la Terra, e sono soggetti a fenomeni come la generazione, la corruzione, la nascita, la
morte, l'accrescimento, e la diminuzione.
3.​ Metafisica (o filosofia prima): si occupa degli enti che non sono soggetti a mutamento, ossia
degli enti che appartengono alla sfera oltre lunare, che Aristotele associa agli enti divini. Questi
enti non sono composti da materia come gli esseri fisici, ma da etere. Il loro movimento è un
movimento circolare uniforme, perfetto, privo di imperfezioni come accelerazione e
decelerazione, e non è soggetto a nascita o morte. La filosofia prima, o metafisica, esplora questi
enti divini, che rappresentano una forma di conoscenza trascendente.

Aristotele distingue tra due parti principali dell’universo:

1.​ Sfera sublunare: la Terra e gli enti fisici, soggetti a mutamenti, nascite, morti e generazioni.
Questa è la parte dell’universo che la fisica studia.
2.​ Sfera oltre lunare: una sfera che non è soggetta a mutamento, dove si trovano gli enti divini, e il
loro movimento è perfetto, simmetrico e uniforme.

Questa distinzione risponde all’idea che gli enti fisici sono soggetti a imperfezioni, mentre gli enti divini
sono perfetti e immutabili.

La filosofia prima, che Aristotele definisce come lo studio degli enti che non sono soggetti al movimento,
è quella che oggi conosciamo come metafisica. La metafisica si occupa delle cause prime, delle leggi
fondamentali che governano l’esistenza, al di là del cambiamento fisico. Questo concetto di filosofia
prima avrà una grandissima influenza sulla cultura occidentale e sulla tradizione cristiana, come si
evince dal suo utilizzo nella teologia scolastica.

La logica aristotelica, con il suo uso del sillogismo, è un metodo potente per giungere a conclusioni valide,
ma Aristotele riconosce che la vera conoscenza non può essere costruita esclusivamente tramite la
deduzione. È necessaria una facoltà speciale dell’intelletto, che ci permette di intuire direttamente delle
verità universali. Questo approccio è alla base del suo sistema delle scienze, che comprende non solo la
fisica e la matematica, ma anche la metafisica, che esplora gli enti divini e immutabili, la cui conoscenza è
essenziale per comprendere l'universo e la realtà.

Abbiamo parlato dell'importanza di Aristotele nella storia del sapere, dopo aver riflettuto sulla sua logica
e aver esaminato la partizione delle scienze da lui prese in considerazione. Cominciamo con questo file
una rassegna di quelle che sono state le teorie più famose dello Stagirita. Si tratterà di teorie relative al
mondo della natura, quindi alla fisica, ma anche alla metafisica, quindi alla filosofia. Come ricorderete, la
fisica si occupa degli enti presi di per sé stessi, ma si tratta di enti che sono soggetti al divenire e locali al
divenire, come l’accrescimento, la diminuzione, la nascita, la morte, la generazione, la corruzione,
l'accelerazione, la decelerazione: in sintesi, il movimento imperfetto. Potremmo dire, semplificando, che
quando Aristotele si riferisce agli enti naturali, li pensa come degli enti concreti, il cui principio di
movimento risiede dentro di loro e non all’esterno, né in un luogo lontano come l'iperurano, secondo la
visione di Platone.

Questi enti sono determinati da quattro cause che ne definiscono l’identità specifica e anche le
caratteristiche del movimento a cui sono assoggettati. Le quattro cause sono:
1.​ Causa materiale: rappresenta la materia per Aristotele, ed è comune a tutti gli enti naturali. È
una sorta di "pasta neutra" che li sostiene, è puramente potenziale e può essere plasmata dalla
causa formale.
2.​ Causa formale: è l’essenza dell'ente, quella che ne determina l’identità. La causa formale traduce
l'essenza dell’ente nel mondo fisico, come abbiamo visto nella logica. Senza la causa formale, un
ente non sarebbe ciò che è, poiché manca la connessione tra le qualità che ne esprimono la
forma.
3.​ Causa efficiente: è il motore che causa il movimento e il cambiamento. In un esempio come la
procreazione, la donna fornisce la materia (potenziale), mentre l'uomo fornisce la forma
(determinando la specie). In questo caso, l’uomo è la causa efficiente, cioè l'ente che dà la spinta
affinché nasca il movimento. Questo concetto dà ad Aristotele l’occasione di formulare una delle
sue più famose prove dell'esistenza di Dio, quella della dipendenza efficiente.
4.​ Causa finale: è il fine, l’obiettivo di un processo. Aristotele ritiene che ogni processo di divenire
sia determinato da ciò che l’ente deve diventare, ossia dal suo scopo finale. Il fine finale di un
processo subordina e include in sé tutti gli stati precedenti. Ad esempio, pensiamo al ciclo di vita
di una pianta che cresce da seme e si sviluppa in un organismo maturo. La causa finale non
riguarda solo gli aspetti morfologici, ma rappresenta anche lo scopo della sua esistenza. Ogni
ente nasce, si sviluppa e giunge alla sua conclusione in base a un determinato fine, che si inscrive
nella finalità dell'intero universo. Anche per Aristotele, l'universo è finalizzato, perché al di sopra
di tutto c'è Dio, che ha dato ordine, stabilità, coerenza e finalità al bene di tutti gli enti.

In questo contesto possiamo anche comprendere il concetto di entelechia, una delle teorie più celebri di
Aristotele. L'entelechia rappresenta il fine intrinseco che governa tutti gli avvenimenti relativi a un
singolo ente, che ha una missione da compiere. Quando la sua entelechia si esaurisce, cioè quando ha
compiuto il suo scopo, l'ente cessa di esistere. In altre parole, l'ente ha realizzato il fine per cui esisteva.

Aristotele è autore di una teoria anche piuttosto celebre e longeva nel tempo, che riguarda la
composizione di ogni ente naturale. Secondo Aristotele, gli enti naturali sono composti da quattro
qualità fondamentali: caldo, freddo, secco e umido. Queste qualità si combinano per formare i quattro
elementi: terra, acqua, aria e fuoco. Per esempio, il fuoco è caldo e secco, l'acqua è fredda e umida, la
terra è fredda e secca, mentre l'aria è calda e umida.

Questa teoria implica che, analizzando un singolo ente naturale, si possa "trovare la ricetta" che lo
compone, una combinazione di questi quattro elementi. In un certo senso, se fossimo in grado di
conoscere la composizione di un ente, potremmo ricrearlo, come in un laboratorio. Tuttavia, Aristotele
sottolinea che per innescare un cambiamento in un ente è necessario un motore esterno, un principio
che dà la spinta per la trasformazione.

Aristotele parla di questo motore come flogisto, una sostanza che aveva la funzione di innescare il
cambiamento continuo nelle combinazioni degli elementi naturali. Sebbene la teoria del flogisto sia stata
superata, essa influenzerà lo sviluppo dell’alchimia nel corso dei secoli, in particolare nei secoli XV, XVI,
XVII e XVIII.

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