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OVIDIO

Ovidio, nato a Sulmona nel 43 a.C., si trasferì a Roma per ricevere una formazione letteraria, diventando un poeta di fama con opere come 'Amores', 'Heroides', e 'Ars Amatoria', che esplorano l'amore in modo ironico e leggero. La sua vita cambiò drammaticamente nel 8 d.C. quando fu esiliato a Tomi per motivi legati alla moralizzazione di Augusto, dove scrisse opere come 'Tristia' ed 'Epistulae ex Ponto' in un tono più malinconico. Il suo capolavoro, 'Metamorfosi', è un poema epico che narra storie di trasformazione, riflettendo la sua abilità narrativa e il suo stile innovativo, ma anche la sua triste condizione esistenziale durante l'esilio.

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OVIDIO

Ovidio, nato a Sulmona nel 43 a.C., si trasferì a Roma per ricevere una formazione letteraria, diventando un poeta di fama con opere come 'Amores', 'Heroides', e 'Ars Amatoria', che esplorano l'amore in modo ironico e leggero. La sua vita cambiò drammaticamente nel 8 d.C. quando fu esiliato a Tomi per motivi legati alla moralizzazione di Augusto, dove scrisse opere come 'Tristia' ed 'Epistulae ex Ponto' in un tono più malinconico. Il suo capolavoro, 'Metamorfosi', è un poema epico che narra storie di trasformazione, riflettendo la sua abilità narrativa e il suo stile innovativo, ma anche la sua triste condizione esistenziale durante l'esilio.

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OVIDIO

LA VITA
Nato a Sulmona nel 43 a.C., Ovidio si trasferì a Roma su sollecitazione del padre, un ricco
cavaliere che sognava per il figlio la migliore educazione possibile. Non vi era altro luogo
che Roma, d'altronde, dove un ingegno brillante potesse dare i suoi frutti. Dal figlio il padre
si aspettava che egli sarebbe diventato un grande oratore, il giovane Ovidio segui, fra
l'altro, i corsi dei massimi retori e completò la sua formazione con il consueto soggiorno in
Grecia. Ma sin da giovanissimo fu chiara l'innata predilezione di Ovidio per gli studi
letterari, che lo condussero a frequentare gli intellettuali del Circolo di Messalla Corvino. A
renderlo popolare contribuirono la sofisticata raffinatezza del suo aspetto e dei suoi modi
e la spontaneità e l'eleganza dei suoi versi. Amico di Orazio, Properzio e Tibullo, Ovidio
conduceva una vita accompagnata da una movimentata vita sentimentale. Ovidio si
presentava come il marito fedele delle sue tre mogli, delle quali peraltro l'unica amata fu
la terza: scrive che rimase con lui anche in età avanzata. Egli fu felice solo nell'ultima parte
della vita. Esattamente al contrario fu invece la sua vita sociale, desolata negli ultimi,
tristissimi, anni, ma brillante e felice in gioventù, in una Roma che era stata pacificata dal
potere di Augusto. La classe dirigente poteva godere dei piaceri che la vita ricca e
cosmopolita dell'epoca poteva offrire: ivi compreso l'amore, vissuto come momento di
una vita galante, dove le relazioni si intrecciavano lievi e piacevoli come un gioco. Di
questo cantavano i suoi Amores, le sue Heroides e l'Ars amatoria. Proprio negli anni in cui
Ovidio era all'apice della sua fama, Augusto era impegnato in un'azione di moralizzazione
della vita familiare. Forse convinto che la crisi delle nascite fosse dovuta allo scarso
desiderio dei Romani di impegnarsi nella vita familiare, ma tentò di far rivivere gli antichi
con un serie di provvedimenti legislativi. Per risolvere il problema della denatalità stabilì
che tutti gli uomini tra i venticinque e i sessant'anni e tutte le donne tra i venti e i
cinquanta dovessero contrarre matrimonio. Chi non lo faceva era punito con la perdita di
alcune capacità patrimoniali. Nel 18 a.C., l'imperatore introdusse la lex lulia de adulteriis,
una legge che considerava l'adulterium, ovvero l'insieme di tutte le relazioni
extramatrimoniali intrattenute da una donna, coniugata, vergine o vedova che fosse, un
crimine, a meno che questa non fosse una prostituta. Per secoli, la punizione dei
comportamenti sessuali illeciti era stata una questione familiare. Con la lex Iulia de
adulteriis essi diventarono un reato pubblico, giudicato da un apposito tribunale. Ovidio
ne fu vittima. Poco importava che Augusto fosse il primo a infrangerle: ufficialmente egli
era il marito devoto e fedele della perfettissima Livia. Considerato un autore diseducativo
e immorale, nell'8 d.C. venne improvvisamente condannato alla relegatio a Tomi. Il
carmen era con tutta probabilità l'Ars amatoria. E l'errore? É possibile si trattasse della sua
vicinanza al gruppo degli amici di Giulia, la figlia di Augusto, condannata all'esilio per il suo
comportamento licenzioso. Si trattava di persone di rango così elevato da far pensare ai
membri di una vera e propria congiura contro Augusto. Quel che è certo è che Augusto
non gli concesse mai il perdono, così come non glielo concesse neppure Tiberio. Ovidio
passò gli ultimi anni della sua vita a Tomi, dove tra il 9 e il 12 d.C. compose cinque libri di
Tristia e le Epistulae ex Ponto. Così tristemente consumò i suoi ultimi anni in quella
cittadina desolata. Qui morì tra il 17 e il 18 d.C.

IL POETA D’AMORE
L'amore è una militia, una guerra da vincere con ogni mezzo. Tale concezione attinge alla
tradizione elegiaca ma, in Ovidio, assume un'accezione assolutamente nuova: non c'è più
struggimento o dolore in questa “guerra”. L'amore in Ovidio diviene piuttosto un gioco,
una schermaglia in cui non sono mai realmente coinvolte le anime degli amanti. I
componimenti di Ovidio sono formalmente perfetti. Dai suoi versi filtra una nozione
leggera, ironica dell'amore. Lo scenario di fondo di questa poesia coincide con la Roma
della buona società.

GLI AMORES
La prima prova poetica di Ovidio fu una raccolta di elegie erotiche in metro elegiaco, gli
Amores, che l'autore pubblicò in cinque libri dopo il 20 a. C. Successivamente ne pubblicò
una seconda edizione, in tre libri, che è quella giunta sino a noi. Le composizioni
riproducono il campionario di situazioni dell'elegia amorosa tradizionale ma interpretato
in una chiave assolutamente nuova. Al centro degli Amores c'è la storia d'amore con una
domina chiamata Corinna. Emerge negli Amores quanto sia le situazioni sia il personaggio
siano fittizi. Corinna non è infatti una donna reale, ma il pretesto per costruire contesti
letterari, in cui i topoi dell'elegia erotica sono investiti di una nuova luce, perché cantati
con l'ironia. Non c'è quindi una vera storia d'amore, ma piuttosto un gioco galante. In
Ovidio si percepisce la tendenza a cogliere dell'amore l'attimo fuggevole in cui una
relazione, nel momento stesso in cui comincia, si esaurisce. Non è, tuttavia, il carpe diem
epicureo e oraziano ma piuttosto una dissipazione del piacere, che viene vissuto e poi
gettato alla ricerca di nuove emozioni.

LE HEROIDES
Ancora più originale è la seconda raccolta di Ovidio, le Heroides. Si tratta di 21 lettere
fittizie, in cui personaggi femminili, le protagoniste del mito, si rivolgono per iscritto ai
propri amanti e raccontano in prima persona il proprio male d'amore. Le prime quindici
epistole sono scritte dalle eroine mitiche agli uomini mentre le ultime sei sono coppie di
lettere in cui i due innamorati corrispondono. Nelle Heroides emerge il mito greco. Le
Heroides presentano le eroine secondo una prospettiva particolare e nuova: diventano
donne comuni, che provano sentimenti tutti umani. D'altro canto, l'elaborazione
letteraria è elevatissima: non solo sono frequentissime le allusioni e citazioni letterarie,
spesso ironiche, ma molti dei componimenti sembrano richiamare il genere retorico delle
suasoriae, discorsi fittizi rivolti a personaggi del mito. Tra i modelli ci sono anche in
particolare le grandi tragedie femminili.
L’ARS AMATORIA
Il vero capolavoro della poesia erotica ovidiana è l'Ars amatoria, un'opera che fece enorme
scalpore ed ebbe un grandissimo successo. Organizzata in tre libri, anch'essi distici
elegiaci, fu pubblicata tra l'1 a.C. e I'1 d.C. Ovidio torna qui a parlare in prima persona; si
presenta al pubblico come il precettore dell'arte di amare. L'Ars amatoria si presenta
come un manuale teorico-pratico. La potremmo definire uno scherzo paradossale, una
libertà che Ovidio si permette con il suo pubblico. Nulla è meno sistematico e tecnico
dell'amore, affidato com'è al caso e al gusto degli innamorati, oltre che alla volontà di
Venere. La sua “Arte di amare” è in realtà un’“Arte di sedurre”. Ovidio s'ispirò per esempio
ad analoghe opere greche: si conservano frammenti di un'Arte d'amare della poetessa
Filenide di Samo. L'amore, inteso come affectio (‘sentimento”), è sostituito con il piacere
e la leggerezza. L'amore di Ovidio è il coronamento di un'esistenza spensierata. Lo scopo
principale dell'esperto d'amore è perciò sedurre. Al termine di quest' itinerario non c'è
quindi un grande amore ma amori sempre nuovi da cogliere per ricominciare il gioco. Il
libro I è dedicato alla conquista di un'amante. Di qui deriva tutta una serie di consigli: farsi
amica la servetta della ragazza per avere un'alleata, attendere il momento giusto, riempirla
di regalini ma scomparire al momento giusto. Il libro II è dedicato ai modi per fare durare
l'amore: i due innamorati devono evitare i litigi. Tra i due innamorati l'unica legge è
l'amore. Certo bisogna fingere un po', sempre tenendo conto che la sua natura è effimera.
Il libro III è invece rivolto alle donne. Si offre alle donne la possibilità di battersi ad armi
pari con l'altro sesso, con consigli per valorizzare la bellezza. Una serie di inserti mitologici
serve a interrompere la precettistica e introduce eroine del mito, assunte a esempio di
passioni infelici o soddisfatte. Ovidio scrisse anche un poemetto di circa 800 versi, i
Remedia amoris, che contiene una serie di consigli per guarire da un amore non
corrisposto, e un'altra opera, rimasta però incompiuta, i Medicamina faciei femineae,
dedicata alla cosmetica.

LE METAMORFOSI
Il capolavoro di Ovidio sono i quindici libri in esametri delle Metamorfosi, un poema
epico-mitologico. Nell'8 d.C., l'opera era stata appena terminata. Ovidio, quando seppe
della condanna bruciò le copie dell'opera che teneva in casa. Tuttavia altre ne circolavano.
E proprio come Virgilio, con l'Eneide così anche le Metamorfosi rappresentano l'ambizione
di Ovidio a creare un'opera di grande impegno che per dimensioni, contenuti e stile
costituisce una grande novità. Le Metamorfosi sono un'opera fastosa; è come avere
davanti agli occhi un grande affresco mitologico, in cui i temi e gli eroi del mito greco
assumono una vita del tutto nuova. Nelle Metamorfosi si manifesta il narratore, capace di
raccontare una sequenza di episodi complessi. La prospettiva con cui si guarda al mito è la
metamorfosi, ossia il prodigioso cambiamento di forma per cui un essere umano viene
trasformato dagli dèi in un animale, in una pianta o in una costellazione. L'idea che
un'anima umana viva in un animale o in una pianta è associabile a una fase animistica
della religione. Per questo, miti di metamorfosi circolavano nella letteratura greca sin dalle
epoche più antiche. In epoca ellenistica i poemetti di metamorfosi formavano un genere
letterario vero e proprio. Le Metamorfosi iniziano dalle origini del mondo. Di lì lo sviluppo
dell'umanità: le prime generazioni, il declino dell'umanità, il diluvio voluto da Zeus per
annientare gli uomini, e poi la più antica metamorfosi, quella che coinvolge Deucalione e
Pirra. I due sono gli unici uomini sopravvissuti al diluvio; essi ricevono l'ordine di gettare
dietro la schiena le prime pietre che vedono sulla terra, che, così, si trasformano in esseri
umani. Da questo episodio il racconto si sviluppa lungo una sequenza cronologica che
coinvolge diverse generazioni di uomini ed eroi. Si susseguono innumerevoli metamorfosi
entro una cornice di racconti nei racconti. Il poema si conclude con una digressione
filosofica. Il finale dell'opera è dedicato ai discendenti di Enea nel presente: la storia del
mondo fin qui narrata trova il suo punto d'arrivo nella divinizzazione di Cesare e nelle
immancabili lodi ad Augusto, che non bastarono a evitare la relegatio. Il valore letterario
delle Metamorfosi sta certamente nello splendore della forma: l'esametro di Ovidio scorre
elegante. A volte lo stile è accelerato e drammatico, a volte filtra una sottile ironia, a volte
il poeta si abbandona a immagini piene di colori e di dettagli.

LA POESIA DELL’ESILIO
“Quando penso a quella tristissima notte delle mie ultime ore a Roma ancora adesso il
pianto mi riga le guance”, scrive Ovidio nella struggente elegia che ricorda la condanna
all'esilio che lo colpì d'improvviso. Il viaggio per mare da Roma alla lontanissima Tomi durò
molti mesi; nel frattempo Ovidio scriveva poesie e ne traeva conforto. L'esilio segnò una
brusca svolta nella vita di Ovidio. Ora le sventure che il poeta aveva descritto nelle
Heroides e nelle Metamorfosi le provava sulla sua pelle; e questo ebbe ovviamente un
riflesso sul suo linguaggio, che divenne opaco. Il poeta si trovava in una terra fredda,
inospitale, al confine estremo dell'impero. Durante l'esilio, Ovidio pregò Augusto non
tanto di permettergli di tornare a Roma, ma almeno di assegnargli un luogo meno
terribile. Questo non accadrà. Ovidio continuò a fare l'unica cosa che poteva ancora fare:
scrisse poesia. Ritornò all'elegia, ma in modo del tutto nuovo. Sono due le raccolte di
elegie che Ovidio compone in esilio, i Tristia e le Epistulae ex Ponto. I Tristia sono cinque
libri di componimenti in distici elegiaci, che ricordano la struttura di una epistula. I
dedicatari non sono mai nominati. Il poeta si rivolge perciò ad amici, alla moglie, ma senza
farne il nome. La forma epistolare vera e propria si trova nelle Epistulae ex Ponto, in
quattro libri, in cui i destinatari sono quasi tutti menzionati con il loro nome. Ovidio chiede
spesso ai suoi lettori di perdonargli la mancanza di cura formale. In realtà, questa
mancanza di cura è una finzione letteraria: anche quella delle elegie dell'esilio è poesia
dotta. Queste elegie sul piano letterario sono una sperimentazione tutta nuova che Ovidio
fa sul genere elegiaco. L'esilio per lui è come una morte. Il poeta, dunque, torna a
utilizzare l'elegia come veicolo del canto e del lamento funebre, riallacciandosi al modello
dei carmi 65 e 68 di Catullo. Nelle sue ultime opere Ovidio riprende moltissimi temi della
sua poesia precedente, ma li trasforma. Le tecniche persuasive che aveva descritto
nell'elegia erotica diventano ora strumento di persuasione nei confronti del princeps o dei
suoi cari. Il linguaggio erotico viene quindi ricodificato, i lamenti delle sue Heroides
ritornano nelle parole che Ovidio ora si trova a dover usare per sé stesso. Echi e
l'erudizione mitologica sono largamente presenti nella poesia dell'esilio ma si ripresentano
trasformati.

LO STILE DI OVIDIO
L'estrema eleganza formale, unita al virtuosismo, costituisce la cifra stilistica della poesia
ovidiana. Spicca la cura minuziosa con cui Ovidio cesella i propri distici elegiaci, la cui
chiusa coincide con quella di un'unità di senso; gli esametri sono caratterizzati invece da
una fluidità ricca e sontuosa. Ovidio cerca di evitare gli arcaismi; la sua è una scrittura
programmaticamente “moderna” e nuova, dove c'è poco spazio per le reliquie della poesia
romana. Non mancano invece le parole create ad hoc. Spiccano i composti lunghi e gli
aggettivi in -ilis, che contribuiscono a rendere i versi più fluidi e musicali. La stessa sintassi
è molto piana e naturale. Ovidio è maestro nell'uso delle figure retoriche: il suo obiettivo
è quello di variegare il testo, renderlo rutilante e scintillante, con un effetto generale di
vivacità e brillantezza che esalta l'ironia. Il poeta, peraltro, è perfettamente conscio della
propria bravura, di cui spesso evidentemente si compiace.

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