TASSO
L’Italia che vive Tasso non è più l’Italia rinascimentale perché Tasso opera nella seconda
metà del 500, quando l’Italia e in generale l’Europa sta vivendo una nuova fase, una fase
legata a un evento storico importante: quello della riforma e della controriforma.
Siamo nell’epoca della controriforma, quando già si è concluso il concilio di Trento, quindi
sono già state poste in essere tutte le azioni della chiesa di reazione alla riforma.
La chiesa attua un controllo forte anche sulla cultura, per accertarsi che tutto avvenga nel
rispetto dell’ortodossia. Queste azioni della chiesa finiscono per influenzare fortemente la
cultura e la letteratura, che un po’ viene ingabbiata dal controllo della chiesa.
Per cui per gli intellettuali due saranno le vie: o rispettano fedelmente gli ordini della chiesa o
correre il rischio che i libri siano bruciati e una condanna per eresia.
Il panorama culturale è chiaramente cambiato, ed è in questo contesto che opera Tasso.
Tasso nacque a Sorrento nel 1544,da padre nobile di origine bergamasca e da madre nobile
napoletana. Vive a Sorrento perché il padre è al servizio del principe di Salerno.
Il padre è un uomo di corte dedito alla poesia e autore di un poema cavalleresco che
influenzerà Tasso.
Poiché il principe di Salerno si era rifiutato di far introdurre l’inquisizione spagnola nei territori
di sua competenza viene spogliato del titolo dai sovrani spagnoli e cacciato da Salerno, di
conseguenza anche il padre di Tasso deve lasciare Salerno.
Tasso seguirà il padre, la madre e la sorella (che nel frattempo si era sposata) invece
rimarranno a Salerno.
Tasso nella prima fase della sua vita comincia a peregrinare per le corti italiane,tra cui
Venezia. Venezia è impegnata nella lotta contro i turchi e questo in qualche modo toccherà
l'emotività di Tasso perché è proprio in questa fase che comincia la composizione di un
poema epico “la Gerusalemme” che rimane incompiuta.
Poi si trasferisce a Padova e qui comincia gli studi di giurisprudenza ma li lascia per
dedicarsi alla filosofia e alla letteratura.
Sono anni in cui comincia a dedicarsi anche alla poesia, soprattutto di argomento amoroso.
Finalmente giunge a Ferrara nel 1565, alla corte degli Estensi,durante un momento
particolare; infatti si stavano organizzando le nozze di Alfonso II d’Este e rimane
impressionato dalla corte ferrarese perché era una delle corti più splendenti del 500.
Da questo momento rimarrà la sua sede prediletta, lì dove dimora il cuore di Tasso.
Questi sono gli anni più felici e più fecondi della sua vita, infatti è in questo periodo che
scrive “l’aminta”, riprende il suo progetto giovanile “la Gerusalemme” e nascerà con lui una
Gerusalemme liberata.
Però Tasso comincia a sviluppare delle forme ossessive rispetto alla sua opera e rispetto a
se stesso e a un certo punto parte per Roma e sottopone la Gerusalemme liberata al
controllo di 8 grandi intellettuali scelti da lui.
Era fiducioso che l’avrebbero approvata, ma ottenne pesanti critiche.
Torna a Ferrara e comincia questa estenuante revisione dell’opera, da questo momento si
manifestano in maniera chiara le ossessioni e le manie di Tasso.
Nel 1577 si sottopose spontaneamente all’inquisizione di Ferrara per fugare i propri dubbi;
naturalmente fu assolto, ma questo non valse a placare i suoi tormenti.
A questi sintomi inquietanti si univano manie di persecuzione: un giorno ritenendosi spiato
da un servo, gli scagliò contro un coltello.
Di fronte a questi eventi il duca lo fece rinchiudere nel convento di San Francesco ma egli
fuggì. Giunto a Sorrento, si presentò alla sorella sotto mentite spoglie, annunciando la
propria morte per mettere alla prova il suo amore: dinanzi al dolore della sorella, il poeta
svelò la propria identità e poté trascorrere con lei alcuni giorni sereni.
Tornò a Ferrara nel 1579, proprio mentre si celebravano le nozze del duca Alfonso con
Margherita Gonzaga.
Non trovando l’accoglienza calorosa che si aspettava, diede in escandescenze, tanto che il
duca lo fece rinchiudere come pazzo furioso nell’ospedale di Sant’Anna dove rimase per
sette anni dedicandosi nei momenti di serenità alla letteratura.
Si è cercato di individuare il motivo che induceva il duca a tenere prigioniero un uomo di così
grande fama. Il motivo più plausibile può essere questo: Alfonso, in urto con la curia
pontificia, che pretendeva che alla sua morte Ferrara tornasse alla chiesa, voleva evitare
che si proiettasse sulla sua corte un qualunque sospetto di eresia, che poteva essere
pericoloso in quegli anni di oppressione controriformistica.
Negli anni in cui il poeta era rinchiuso a Sant’Anna la Gerusalemme fu pubblicata senza il
suo consenso e questo lo turbò profondamente.
La prigionia ebbe termine quando il duca Vincenzo Gonzaga di Mantova voleva che il poeta
fosse affidato alla sua custodia ma lui non ci rimarrà a lungo.
Nel 1594 il Papa Clemente VIII gli propose l’incoronazione poetica a Roma, ma si ammala e
muore nell’aprile del 1595.