UGO FOSCOLO
BIOGRAFIA
Nasce a Zante il 6 febbraio 1778 e muore a Londra il 9 settembre 1827.
Il padre è un medico e con la famiglia, nel 1785, Foscolo si trasferisce a Spalato. Il padre muore
però quasi subito, quando lui ha soli dieci anni (nel 1788).
Nel 1793, insieme alla madre e ai fratelli, Ugo va Venezia, dove, giovanissimo, viene accolto
all'interno dei salotti aristocratici della città. Non solo viene accolto, ma viene anche iniziato al
sentimento, all'amore dalla nobildonna Isabella Teotochi Albrizzi. La donna era già sposata e lo
terrà con sé prima come amante, pur avendo lui soli 15 anni, poi invece sarà un amico di tutta una
vita. Foscolo è un uomo che nel corso della propria vita avrà moltissime, moltissime relazioni
amorose, quasi sempre con donne già sposate e appartenenti all'aristocrazia.
La seconda grande relazione di Foscolo sarà con Antonietta Fagnani Arese a Milano.
Con queste donne lui manterrà sempre prima una relazione sentimentale amorosa, poi più tardi,
invece una grandissima amicizia. Il suo atteggiamento non è mai di chiusura nei confronti del
mondo femminile, ma al contrario di trasformazione al limite della relazione, il fatto che lui venga
accolto all'interno di questi salotti aristocratici gli permette e, pur essendo un ragazzo che proviene
da un'altra cultura e di cultura greca, (anche se in realtà Zante era un'isola che dipendeva da
Venezia, in ogni caso lui si sentirà molto greco), di fare delle amicizie importanti e di avere aperte
le porte della cultura, anche veneziana.
Lui è un appassionato di classici greci, latini, italiani e anche un appassionato dei grandi
illuministi, come per esempio Rousseau.
Fin dall'età della ragione, nutre delle idee giacobine, per cui è convinto che Napoleone libererà
tutto il Lombardo-Veneto è convinto di potersi fidare di lui ed è anche pronto a combattere per
Napoleone. Certo è che si mette un poʼ in luce e quindi naturalmente crea dei sospetti anche
nel governo austriaco, tanto che a un certo punto della sua vita dovrà allontanarsi da Venezia,
trasferendosi sui Colli Euganei per eludere appunto i sospetti del governo veneto.
Nel 1797 dovrà allontanarsi invece direttamente dal Veneto e fuggirà a Bologna, dove verrà a
sapere qualche tempo dopo, il 17 ottobre del 1797, che Napoleone ha firmato il trattato di
Campoformio che cede Venezia all'Austria. Naturalmente questo per Foscolo rappresenterà un
fortissimo disinganno nei confronti della figura di Napoleone.
Per questo motivo scapperà a sua volta da Bologna si trasferirà a Milano, dove si legherà ai
giacobini più attivi. Collaborerà anche a una rivista, appunto illuminista, che è il Monitore Italiano.
Ritornerà più tardi a Bologna e nel 1799, nonostante tutto quello che lui pensava di Napoleone,
probabilmente avendo perdonato questa azione di Napoleone, si arruolerà proprio nell'esercito e
combatterà per i francesi.
Lo ritroveremo poi a Milano fra il 1801 e il 1803, dove appunto integrerà questa relazione con
Antonietta Fagnani Arese.
Tra il 1804 e il 1806 si trasferirà in Bretagna, pronto a combattere e a sbarcare in quello che oggi
noi chiamiamo il Regno Unito, al seguito di Napoleone. In realtà è una cosa che non avverrà mai,
lui sarà insieme all'esercito pronto a combattere, ma questo combattimento e questo sbarco in
Inghilterra non avverrà assolutamente.
Sono anni però, nei quali innanzitutto Foscolo traduce moltissimo (traduce il primo libro
dell'Iliade di Omero, traduce anche altre opere dal tedesco).
È interessato a tutto quello che sta accadendo intorno ed è interessato anche a ciò che sta
accadendo in Italia, nonostante il fatto che lui in quel momento si trovi in Francia. Torna, convinto
di dover combattere di lì a poco, a Venezia a salutare gli amici, in particolare Isabella Teotochi
Albrizzi e Ippolito Pindemonte, e viene a sapere di una cosa che lo lascerà abbastanza
sconvolto, l'editto di Saint Cloud.
Editto Saint Cloud = prima era stato fatto solo per la Francia, poi esteso anche all'Italia. Era un
editto con il quale Napoleone spostava i cimiteri al di fuori delle mura cittadine. All'apparenza a noi
sembra può sembrare di poco interesse tutto questo, ma intanto la cultura cimiteriale sappiamo
che era un elemento precipuo per il romanticismo. E poi perché andare a visitare un cimitero al di
fuori delle mura cittadine significava comunque fare un lungo viaggio e questo voleva dire quindi
allontanare i vivi dai loro cari defunti.
Tutto questo aveva sconvolto moltissimo, in generale, i suoi amici e, in particolare, Ippolito
Pindemonte, tanto che Ippolito aveva cominciato a scrivere un'ode intitolata I cimiteri. Pindemonte
fa leggere la prima parte a Foscolo che viene ispirato da questa lettura e quindi nel rientrare in
Francia, scriverà un'ode abbastanza lunga - 395 versi - dal titolo Dei sepolcri, carme dei sepolcri.
Nel leggere quello che ha scritto Foscolo, Pindemonte si bloccherà e non scriverà più nulla, perché
si renderà conto che ciò che ha scritto Foscolo è di ben maggiore levatura rispetto a quello che
avrebbe potuto produrre lui.
Successivamente Foscolo ritornerà a Milano nel 1813, ma poi sarà costretto di lì a due anni a
scappare perché teme di essere catturato, come è successo a tanti altri suoi amici, dal governo
austriaco, proprio perché si mostra abbastanza ribelle, e non incline ad accettarlo.
Per cui scapperà prima in Svizzera e poi si trasferirà a Londra, dove rimarrà fino alla morte nel
1897. Una morte avvenuta in solitudine, presente solo la figlia e in totale povertà.
LE ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS
Una delle opere più importanti di Foscolo è Le ultime lettere di Jacopo Ortis, che è un'opera in
prosa.
É un'opera epistolare che lui scrisse nel periodo in cui si trova a Bologna.
Nel 1798 lavora allʼOrtis, poi però nel 1799 fugge da Bologna, lasciando 45 lettere già scritte e
l'editore fa completare l'opera da Angelo Sassoli. Questo perché naturalmente l'editore non vuole
perderci e quindi vuole che l'opera venga pubblicata e vuole guadagnarci, per cui la pubblica con
un titolo, che non sarà poi quello che gli darà successivamente Foscolo, cioè La vera storia di due
amanti infelici.
È un'opera in cui Jacopo, che è il protagonista, appare come un innamorato malinconico,
languido, sentimentale. Non c'è quasi nulla della parte importante a livello politico, che poi Foscolo
aggiungerà successivamente, naturalmente al rientro a Bologna.
Foscolo protesta perché l'opera non è sua. Sostanzialmente diciamo che gli è stata rubata ed è
stata completata da un altro; per cui rivede integralmente l'opera nel 1801 ,poi la pubblica appunto
ancora una volta. L'opera verrà riveduta più volte. In realtà la redazione definitiva è del 1817 ed è a
Londra.
La parte relativa a Jacopo è una parte molto, molto romantica. Si tratta di un giovane comunque
molto triste, molto abbattuto, abbacchiato da un amore che non viene quasi completamente
corrisposto e che soffre in questa sua situazione.
Comunque è un'opera, epistolare, quindi prevede due persone, Jacopo da un lato, che
rappresenta completamente Foscolo, quindi un giovane appassionato di politica, è un giovane
che sta dalla parte di Napoleone, che si scontra o comunque non ha idee simili a quelle austriache.
Vorrebbe la libertà di Venezia, che è la sua città e che, proprio a causa del fatto che Venezia è
comunque controllata dagli austriaci, si deve allontanare dalla città, soprattutto perché la mamma
ha paura che possano arrestarlo, per cui si ritira sui Colli Euganei, esattamente come ha fatto
Foscolo, e lì si innamora di una ragazza che si chiama Teresa, la quale però è già stata promessa
in sposa ad un'altra persona e quindi ovviamente i due che si amano in realtà non possono
vivere il loro amore.
Alla fine dell'opera noi vedremo Jacopo suicidarsi a causa del fatto che Teresa si è sposata con
Odoardo, che era appunto il ragazzo al quale era stata promessa in sposa da suo padre, il signor
T, di cui si dice solo questo.
Le lettere che Jacopo scrive sono scritte al suo migliore amico Lorenzo. Lorenzo è rimasto a
Venezia, è colui al quale Jacopo ha affidato praticamente sua madre ed è un giovane che
somiglia a Jacopo, nel senso che come lui ha una passione per la politica come lui è contrario al
governo austriaco.
Però la differenza fra Jacopo e Lorenzo è che Lorenzo è una persona molto più razionale, che
non vuole assolutamente cedere all'impulso irrazionale, anche un po' eroico, che invece guida
Jacopo e che razionalmente decide di stare distante dalla politica. Quindi Jacopo scrive a Lorenzo
e Lorenzo risponde alle sue lettere. È vero però che le lettere di Lorenzo sono pochissime
all'interno dell'opera e vengono inserite solo quando, fra una lettera e l'altra di Jacopo non si
capirebbe cosa è successo, quindi servono sostanzialmente solo da raccordo all'opera.
Il destinatario è uno solo, questo Lorenzo Gallerani. E su Lorenzo Jacopo riversa praticamente
tutte le sue inquietudini e tutte le sue gioie. Inquietudini che sono determinate naturalmente
dalla preoccupazione che lui nutre nei confronti della vita politica dell'Italia del Nord in quel
momento, dalle speranze che aveva nutrito in Napoleone e dalla delusione che Napoleone gli ha
dato con la firma del trattato di Campoformio. E poi, naturalmente, anche inquietudini, date proprio
dall'amore che lui nutre nei confronti di Teresa e dalla percezione che questo amore non potrà mai
avere un finale positivo, perché lui si sente comunque come un po' un eroe alfieriano, quindi
comunque un uomo titanico, costretto a combattere contro un mondo borghese che è il mondo al
quale appartiene Teresa, che non lo accetta, che non può accettarlo perché lui rappresenta la
diversità, rappresenta l'elemento estraneo appunto a questo mondo.
ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS = romanzo epistolare, diviso in due parti:
I. La prima dalla prima lettera, datata 11 ottobre 1797 fino al 20 luglio 1798 (n questo anno lui si
trova sui colli Euganei e poi a padova).
II. La seconda parte va dal 20 luglio fino alla notte tra il 25 e il 26 marzo 1799. Nella seconda
sezione viaggia per l’Italia perché ha saputo che Teresa vuole sposarsi e vorrebbe che lei
capisse che lo sta perdendo. Lei è costretta a sposarsi dal padre a Odoardo. Lei non avrà mai
il coraggio di opporsi alle volontà del padre. Lui torna sui colli Euganei, la saluta e si suicida.
Dal 2 giugno 1798 cominciamo ad avere dei resoconti di Lorenzo, amico di Jacopo. Fino a quella
data non abbiamo lettere di Lorenzo, poi si fanno via via più frequenti perché le lettere di Jacopo
diminuiscono. La corrispondenza di Jacopo viene sempre meno, le lettere di Lorenzo riempiono i
vuoti temporali dal punto di vista letterario.
TEMI FONDAMENTALI
I. Jacopo è mosso dal desiderio di valori assoluti, in opposizione con la mediocrità della sua
vita sociale, della vita che meglio la società nella quale inserita Teresa. Sente dentro di sé,
però, una tensione autodistruttiva che lo porta verso la morte. Questa tensione
autodistruttiva porta alla rottura tra la relazione il rapporto tra Io, cioè appunto Jacopo, e il
mondo che gli sta attorno. Molto probabilmente i critici dicono che con questo romanzo Foscolo
abbia proprio sublimato la sua tensione e quindi che lui sia riuscito a non suicidarsi perché ha
fatto suicidare Jacopo (questo spiegherebbe anche il motivo per cui l'opera è stata rivista più
volte).
Certamente è un dato di fatto che Foscolo, in una lettera del 1802 che scrive a Melchiorre
Cesarotti, il traduttore per intenderci dei Canti di Ossian, dice queste parole "Ortis è il mio libro del
cuore. Posso dire di averlo scritto con il mio sangue". Ecco una frase del genere ci mostra come
sicuramente sia Jacopo sia Ugo e i due si intercambino perfettamente. D'altra parte, Jacopo
fugge sui Colli Euganei, Foscolo era fuggito sui Colli Euganei. Jacopo ha una passione politica
smodata, Foscolo aveva una passione politica smodata. Jacopo e Foscolo "si innamorano" di
Napoleone e quindi vediamo che c'è veramente un elemento comune.
II. Elemento dell’amore = l’amore per Teresa rappresenta probabilmente l'elemento aggiunto.
Sappiamo che Foscolo amasse profondamente e amasse anche con una fortissima
inquietudine.
C'è un libro Lacrime d'amore che è la raccolta di tutte le lettere che lui ha scritto, in particolar modo
alla Fagnani, in cui si racconta veramente questo amore che è un amore che in certi punti è
proprio quello che lui utilizza per raccontare Teresa. Cioè ci sono delle frasi che lui scrive alla
propria amante, che sono le frasi che fa scrivere da Jacopo a Teresa, per cui comunque,
evidentemente quello che lui provava per Antonietta Fagnani Arese praticamente lo trasporta
su Teresa. Quindi davvero Jacopo è Ugo.
III. Jacopo è un eroe alfieriano. Questo perché noi sentiamo in quello che lui dice, uno scontro
molto forte tra la sua virtù, la virtù individuale di essere umano e il limite che gli è
imposto dalla realtà esterna.
(Per realtà esterna si intende la società borghese della quale Teresa fa parte, ma anche della
realtà precisa di quel momento, quindi di un mondo dominato dagli austriaci, di un mondo nel
quale tutto appare politicamente immobile e in cui, se si vuole fare la propria parte, bisogna
rischiare anche la propria vita o comunque, se va molto bene, semplicemente il carcere, quella la
realtà borghese. Lui la interpreta come una realtà che si basa solo sulle necessità quotidiane. Lui
vede Teresa, il padre di Teresa, e tutti coloro che stanno loro intorno come persone che si
interessano solo alla necessità, a soddisfare i propri bisogni, che sono quasi sempre
comunque legati all'aspetto dell'ascesa economica)
Jacopo, al contrario, aspira all'eroico, ma non trova spazio in un mondo del genere. Il suo
eroismo, il suo modo di intendere la realtà, non vengono percepiti e comunque vengono, diciamo,
derubricati come delle stranezze. Quindi lui non viene riconosciuto come eroe e non non viene
riconosciuto e non viene nemmeno integrato, diciamo così, in questa realtà. Jacopo, così come
Foscolo, ha avuto fiducia nei valori illuministi del progresso e della realizzazione della ragione nella
storia, ma si è reso conto che tutto questo è impossibile a realizzarsi. Si è reso conto che la storia
è solo un meccanismo di pura sopraffazione degli uni sugli altri e che non accade nulla se non per
motivi fisici, cioè meccanicistici. Le leggi fisiche dominano tutto quello che accade e non c'è
certamente un al di là. Non c'è una divinità, non c'è una provvidenza.
IV. Le relazioni fra gli esseri umani sono dominate esclusivamente dall'utilità. Teresa sposa
Odoardo non perché lo ami, ma perché Odoardo ha denaro e quindi lui si sente spurio rispetto
al mondo nel quale si trova, direi casualmente a vivere. Certo, Iacopo deve cercare di
sopravvivere almeno per un poʼ di tempo. Lo fa e lo fa semplicemente ricercando dei valori
positivi da contrapporre a tutta questa negatività. Nascono per questo motivo le illusioni. Le
illusioni sono per lui tutte le cose che permettono l'individuo di continuare a
sopravvivere, pur riconoscendo la realtà come qualcosa di negativo e quindi esempio di
illusioni sono sicuramente: l'amicizia, l'arte, la letteratura, la bellezza della natura e
naturalmente l'amore e soprattutto Teresa è la massima illusione. Lui le chiama illusioni
significa che sono qualcosa che non si può realizzare. Lui vede in Teresa la donna, Angelo
vede la donna meravigliosa. La bellezza di Teresa è l'immagine dell'armonia assoluta. E fino a
che Teresa lo tiene con sé, o comunque non si sposa, lui continua ad avere l'illusione di poter
un giorno essere felice e di poter un giorno quindi affrancarsi da questa ansia autodistruttiva.
Però Teresa è inafferrabile ed essendo inafferrabile lei, lo diventano anche tutti i valori di cui
lei è l'espressione massima, la sintesi massima. E questo porta Jacopo, prima di tutto quando
si accorge che lei non potrà essere sua, ad andarsene dai Colli Euganei e a vagare per l'Italia.
V. Il tema del suicidio Jacopo e Foscolo lo interpretano non come un atto di viltà, come spesso
diciamo noi oggi, ma al contrario come un atto di autoaffermazione. Jacopo si suicida perché
vuole affermare la propria forza e vuole affermare la propria ribellione a quei valori e a
quella società borghese non sta scappando. Sta semplicemente dicendo che lui non è come
tutti gli altri. Certo è che, come vedono anche i critici quando leggono quest'opera, Jacopo si fa
amare dal suo pubblico e quindi i suoi lettori, mano a mano che lo leggono, si interfacciano con
lui, si specchiano in lui e nel momento in cui lui arriva a suicidarsi è come se chiudesse la porta
in faccia ai suoi lettori che lo hanno fino a quel momento sostenuto, che sono stati in maniera
netta dalla sua parte, ma che si trovano di fronte ad una realtà che improvvisamente li taglia
fuori, li lascia dove sono. Non vengono abbandonati solo i lettori, ovviamente, ma in tutto
questo viene abbandonato anche il solito Lorenzo che però, pur disperato da questa morte,
riesce a raccontarla e a raccontare la fine della vita di Jacopo con l'ultima lettera che è sua. Per
cui sarà Lorenzo a raccontare com'è andata la parte finale della vicenda di Jacopo.
VI. Altro tema importante, quello è il sentimento individualistico, l'insofferenza dei limiti. Il
motivo anche del sepolcro come un luogo che sarà confortato dagli altri esseri viventi. Cioè chi
ama Jacopo, una volta che Jacopo è morto, continuerà ad amarlo attraverso il suo sepolcro,
attraverso la sua tomba. Perché quel luogo e questo Foscolo ce lo dice nelle ultime lettere di
Jacopo Ortis, ma ce lo dirà anche molto di più nei sepolcri, nel carme dei sepolcri, quel luogo, il
luogo nel quale Jacopo viene ritrovato ed è il luogo nel quale quindi l'autore, lo stesso Foscolo,
spera che le persone che lo hanno amato possano ritrovarlo e possano non farlo morire del
tutto.
IL SACRIFICO DELLA PATRIA NOSTRA È CONSUMATO
È il testo che apre le ultime lettere di Jacopo Ortis.
= prima lettera che scrive a Lorenzo. È una lettera pregna di significato.
“La patria è stata sacrificata” ( = apre con un vocabolo religioso )
= I sentimenti nella frase (che è una “sententia”) sono sentimenti esasperati. Parla di sacrificio,
solitamente in riferimento di una vittima innocente, e ci dice che è stato consumato, non c’è più
niente che si possa fare. È un apertura alfieriana, lui è un tiranno, non può fare niente ma non
abbassa la testa. Tutto è quindi perduto e lui non ha alcuna speranza.
“Se ci verrà concesso”
= Si sente in una condizione di inferiorità, rispetto ad una di forza, rispetto agli occupanti. Non ha
senso continuare a vivere poiché la nostra vita servirà solo a piangere sciagure e infamia.
Tratta di un nuovo tema: aggiunge la vergogna, l’infamia. Non è quindi solo una situazione di
occupazione e distruzione (e lui non può fare altro se non disperarsi), ma c’è qualcosa che anche
gli italiani hanno fatto e che è vergognoso.
= molti sono sotto l’attenzione degli austriaci, il governo straniero aveva stilato una lista di persone
persone sediziose, pericolose, quelli che devono essere tenuti sotto controllo, e in tanti finiscono in
carcere. Fa una domanda retorica ( = ci dice che c’è qualcosa che completa l’infamia, ovvero parla
di tradimento. Il popolo italiano è disperato e lui è stato messo in una situazione di schiavitù. Ci
dice però anche che ci sono italiani che hanno tradito la loro patria.
“Consola mia madre”
= Lorenzo si trova ancora a Venezia e anche la mamma di Jacopo. Lorenzo è stato lasciato lì in
modo che potesse sostenere sua madre.
( La madre sa che lui è posto sotto attenzione da parte degli austriaci e lo ha quindi supplicato di
allontanarsi da Venezia per salvarsi e lui lo fa )
“Tu hai diritto di vivere, vuoi che me ne vada dai colli euganei?”
= Lorenzo gli ha detto di espatriare, andarsene via, ma Jacopo vuole avere ancora sotto gli occhi
la sua patria.
“Solitudine antica” = colli, luogo antico, sembra non vivere in quel sconquasso che è la storia.
“Sventurati” = coloro nella lista e che si trovano a Venezia, sono stati presi.
”E noi, pur troppo, noi stessi italiani” (anadisplosi = raddoppiamento, ripete per sottolineare
l’ignominia)
= È tra di noi che avviene il tradimento, (lo dice attraverso una metafora), ci sono coloro che hanno
tradito i propri connazionali, con cui lui stesso e e altri hanno condiviso la patria, la cultura.
“Per me segue che può”
= Aggiunge una frase molto breve, Foscolo ci vuole mostrare la partecipazione emotiva di Jacopo:
egli riflette velocemente, le frasi sono sconnesse così come lo sono i suoi pensieri. Foscolo vuole
farci capire cosa sente, è come se scrivesse a se stesso.
“aspetto tranquillamente la prigione e la morte”
= “Succeda quello che deve capitare, non mi interessa più niente” Lui aveva altri valori, non gli
interessa più niente. Egli è l’emblema della libertà; in maniera assurda e inaspettata i suoi
concittadini non condividono i suoi valori ( c’è chi si é avvicinato gli austriaci e quindi ha tradito per
ottenere l’essere ben visto ).
Siccome ha capito che non c’è più nulla da fare perché gli austriaci hanno occupato il veneto, lui
spera tanto in Napoleone. Le sue speranze in lui però cedono con la firma l’11 ottobre del trattato
di Campoformio nel quale Napoleone cede il Veneto agli austriaci. Foscolo ci sperava tantissimo,
ora gli austriaci hanno il veneto, lui ha perso ogni speranza e quindi preferirebbe la morte.
Napoleone, che era sempre sembrato un difensore a Jacopo, in realtà aveva interesse a inglobare
l’Italia del nord nel suo territorio. Essenzialmente Foscolo preferirebbe Napoleone agli austriaci,
ma capisce di essersi illuso e davanti a lui si è palesata la realtà.
Manzoni è salvo, Foscolo no (?)
“Aspetto tranquillamente la prigione e la morte”
= Disperato, Jacopo aspetta la prigione e la morte. “tranquillamente” è la parola più lunga nel
brano. L’autore vuole che chi legge si soffermi su quella parola ( La parola giusta in questo caso
sarebbe rassegnazione )
“Il mio cadavere… braccia straniere”
= “io piuttosto mi ammazzo ma non voglio che siano loro ad ammazzarmi”
“Il mio nome non sarà sulle labbra di coloro che tradiscono, ma su quelle delle persone che non
hanno tradito al patria e i miei amici”
“Le mie ossa riposeranno sulla terra dei miei padri”
= Lorenzo gli dice di scappare ma lui non vuole essere preso dagli stranieri, vuole che il suo corpo
riposi nella sua patria.
Foscolo veramente espatrierà prima a Zurigo e poi a Londra. La vicenda di Jacopo si interseca alla
vicenda dell’autore. Jacopo è Ugo, ciò che succede a uno succede anche all’altro. Alcuni passaggi
del bacio sono ad esempio tratti dalle lettere che Foscolo ha scritto ad Antonietta Fagnani Arese. I
sentimenti che ha Jacopo sono gli stessi di Ugo.
• Il tema politico è dominante, così come quello sentimentale e l’amicizia tra Jacopo e
Lorenzo, un’amicizia fraterna perché Jacopo si appoggia moltissimo a Lorenzo. Vediamo inoltre
l’affetto per la madre.
• Tema dell’immortalità nelle ultime righe, dato dal ricordo delle poche persone buone che lo
ricorderanno.
• Tema della morte compianta (se è una morte che avviene in patria). La sua paura è di non
essere compianto da nessuno, lo dice anche nel sonetto “In morte del fratello Giovanni” e in ”A
Zacinto”. È un tema fortissimo in lui
( il suo corpo si trova in Santa Croce a Firenze, il luogo in cui sono sepolti i grandi italiani )
Foscolo ritiene che le persone che hanno agito bene in vita, i grandi, coloro che hanno reso grande
l’Italia, vivano nei cuore degli altri e lascino un esempio indelebile. Foscolo si proponeva come
poeta italiano, il suo desiderio era quello di non essere mai dimenticato.
ILLUSIONI E MONDO CLASSICO (pag 609)
= la lettera descrive lo stato d’animo di Jacopo dopo che ha baciato Teresa
Bacio, tema del paysage d’ame ( = la natura rispecchia lo stato d’animo dei personaggi ). La
natura partecipa alla vicenda.
Descrive la bellezza del bacio tra Jacopo e Teresa, l’unico tra i due nella storia.
Compresenza di due sentimenti, gioia enorme, esplosione nel cuore di Jacopo che corrisponde
all’esplosione del cuore di Teresa.
C’è anche tristezza, è infatti l'ultima volta che Jacopo bacerà Teresa. Nell’animo di Jacopo c’è la
speranza che lei si ribelli al padre. Non andrà a buon fine.
LA PROSA
Per quanto riguarda la prosa dellʼOrtis, è sicuramente una prosa che prende di petto il lettore,
cioè non cerca la misura o l'equilibrio formale. È una prosa molto forte, molto intensa, di
impatto, É una prosa paratattica, cioè fatta di tante principali e di coordinate e quindi di
subordinate. Ma questo perché vuole sembrare un dialogo con il suo lettore, vuole sembrare
qualcosa di colloquiale, quindi non ha bisogno, nonostante argomenti, non ha bisogno di
subordinate per far capire le motivazioni, ma porta per mano il lettore. É una paratassi, anche fatta
di scatti improvvisi e di sospensioni, come se lui stesse parlando con il lettore. Fatta di
domande fatta anche di risposte. Proprio perché la lettera in sé, come modello proprio letterario,
serve a far sentire chi scrive vicino a chi legge. E quindi lui anche se parla con Lorenzo, non
sta parlando con lui, ma sta parlando con tutti i suoi contemporanei, sta parlando anche con noi, in
realtà.
WERTHER
Il modello, a livello letterario, è il Werther di Goethe. Hanno moltissime similitudini. Anche il
Werther vede un giovine, un giovane che si suicida per l'amore di una donna destinata ad un altro.
Vede un intellettuale in forte conflitto con la società e vede l'impossibilità di concludere la relazione
con un matrimonio. Ci sono però delle differenze, nel senso che nell'Ortis il conflitto sociale che
c'è nel Werther diventa invece un conflitto politico. Werther non si integra nella sua società
perché è un artista sensibile, un artista veemente, ecc. E si vede a scontrarsi con una borghesia
calcolatrice razionale, dalla quale peraltro proviene anche lui, ed è anche respinto dall'aristocrazia.
Jacopo, invece, sente il senso di una mancanza. Sente di non avere un luogo o anche una
patria nella quale inserirsi come se fosse ai margini della società.
Altra cosa Werther è scritto prima della rivoluzione e scritto in una Germania caratterizzata da
dell'assolutismo principesco, in una Germania in cui si sente la disperazione di chi ha bisogno di
un mondo diverso, ma che non intravede la possibilità di realizzazione di questo mondo. Jacopo
invece vive dopo la rivoluzione in un'Italia napoleonica che va però incontro al tiranno
straniero. E la disperazione di Jacopo nasce dal tema della delusione, della delusione
rivoluzionaria prima e dal tradimento di Napoleone poi. Per cui l'unica via che Jacopo sente di
poter perseguire è la via della morte intesa come la morte nulla è eterno. Foscolo e Jacopo non
vedono dopo la morte una soluzione, in quanto qualcuno può premiarli di qualcosa che hai fatto.
No, la morte è il nulla e quindi la morte è la fine di tutte le passioni, della fine, di tutto e di tutto. Il
senso autodistruttivo che ha appunto il nostro Jacopo, ma anche Ugo provano.
DEI SEPOLCRI: sequenze del carme
Nel 1806 Ugo Foscolo è pronto a sbarcare in Inghilterra, ma nel frattempo è stato emanato l'editto
di Saint-Cloud e crea dissapori in Francia e in Italia perché gli intellettuali credono che si allontani il
defunto dai loro cari e dato che non ci sarebbero state lapidi sulle tombe, non si sarebbe potuto
riconoscere i morti.
Foscolo viene a sapere di tutto quando incontra Isabella Teotochi Albrizzi ed Ippolito Pindemonte a
Venezia, e quest'ultimo aveva già scritto il primo capitolo dell'opera Dei Cimiteri. Foscolo ne rimane
colpito e tornato sulla Manica scrive il carme Dei Sepolcri.
Sono 295 versi e divisi in 4 sezioni:
- La parte iniziale, i primi 22 versi, hanno un Foscolo con un atteggiamento meccanicista,
prende le parti di Napoleone. Se uno è morto cosa gli importa di come viene sepolto. Foscolo era
materialista, dopo la morte non c'è nulla, ma anche i vivi contano. Esprime il primo pensiero
anche il lettore rimanga sconvolto.
- Dal verso seguente, al morto non importa di come è sepolto, ma la lapide mantiene un
rapporto tra il morto e il vivo, ovvero la corrispondenza di amorosi sensi. Permette di non
andare oltre il limite di Dite, se una persona pur morta viene ricordata quella persona non varcherà
la soglia del mondo dell'oltretomba perché si vive attraverso l'affetto dei cari e se si ha fatto azioni
degne di nota.
- Foscolo identica Firenze, la chiesa di Santa Croce dove sono sepolti personaggi illustri e cita
alcuni individui, che non verranno dimenticati perché hanno cambiato il mondo nei loro ambiti. La
tomba non è solo il luogo in cui rendere onore a qualcuno, ma anche un motivo d'ispirazione e
di emulazione per fare il meglio possibile. La tomba diventa elemento di memoria.
- La parte finale vede il ricordo di Omero che brancola tra le tombe dei defunti di Troia e viene
ispirato a scrivere l'Iliade. Dalla tomba si può trarre ispirazione poetica e attraverso la poesia
rende eterne le gesta di qualcuno e di chi le racconta (poesia eternatrice). Foscolo parla di Omero
perché pensa come Omero è stato il padre della poesia greca, lui spera di essere il padre della
letteratura italiana.
Il momento centrale del Carme è in cui cita Parini, che non sarebbe stato rispettato dalla città di
Milano, che l'ha sepolto in una fossa comune, aspetto da cui Foscolo è molto infastidito.
SONETTI
Dante CANTO XVII
Nel XVII Virgilio parla a Dante della teoria dellʼamore e del sistema morale del Purgatorio.
Proseguendo oltre il cerchio degli iracondi, la nebbia si dirada e si scorge il tramonto, proprio come
accade in alta montagna quando si oltrepassa un banco di nubi. Dante è stanco e la sua mente si
confonde in visioni tra la veglia e il sonno, finché la voce dellʼangelo guardiano non lo ridesta e lo
invita a salire oltre.
Virgilio lo incalza a non essere pigro, anche perché si trovano proprio nella cornice degli accidiosi
(pigri nel bene). Scende però la sera e Dante ha bisogno di riposarsi ancora (—> manca la luce
divina che lo fa andare avanti). In cielo brillano le stelle, lʼelemento verticalizzante tipico di tutto il
poema. I due pellegrini si fermano sulla soglia della quarta cornice dove sono puniti gli accidiosi.
Con questo spunto, Virgilio spiega a Dante la teoria dellʼamore e il sistema morale di tutto il
purgatorio. Virgilio spiega che né Dio, né alcuna creatura furono mai privi dʼamore, o naturale, cioè
istintivo, o d'animo, cioè scelto consapevolmente. L'amore naturale non può mai essere errato;
quello che si sceglie può errare o perché si rivolge al male, o perché è insufficiente, o perché è
eccessivo. Fin quando l'amore è rivolto verso il primo bene (verso Dio) e finché è rivolto con giusta
misura verso i beni terreni (i beni secondi), il piacere che ne deriva è giusto; ma se l'amore si
rivolge al male o se lʼamore per i beni terreni è eccessivo, o quello rivolto a Dio è insufficiente,
allora la creatura commette peccato contro il suo creatore. È però impossibile odiare se stessi e,
dato che nessuno può pensarsi diviso da Dio, è altrettanto impossibile odiare Dio.
Perciò, prosegue Virgilio, se si ama il male, il male che si ama è sicuramente quello verso il
prossimo; delinea i tre modi in cui può accadere. Cʼè chi vuole avere fama opprimendo il prossimo
(i superbi); cʼè chi teme di perdere potere, grazia, onore e fama per l'innalzarsi degli altri, e perciò
si rattrista del bene altrui e si rallegra del male (gli invidiosi); c'è infine chi si sdegna del male
ricevuto ed è bramoso di vendicarsi (gli iracondi). Superbia, invidia e ira si espiano nelle prime tre
cornici del purgatorio.
Tutti, poi, tendono almeno confusamente al sommo bene; ma se ci si rivolge con pigrizia a vederlo
o a raggiungerlo, si cade nel peccato di accidia, che si espia nella quarta cornice. Infine, l'amore
che si rivolge con eccessivo impeto al bene terreno, che non può dare la vera felicità, è punito
nelle tre cornici superiori. Dante dovrà investigare da sé come esso si divida in tre parti (vv.
82-139).