La reazione anti-positivistica
L’idealismo e il positivismo costituiscono le più importanti manifestazioni filosofiche della prima
metà del XIX secolo, entrambe dominate da una stessa tesi di fondo, ovvero dall’affermazione
dell’esistenza di un’unica realtà che si evolve e progredisce in modo necessario:
la Ragione o lo Spirito per l’idealismo,
la materia e la forza per il positivismo.
La concezione positivista, in particolare, perdura per tutto il secolo e oltre, almeno come sfondo o
riferimento di un gran numero di elaborazioni filosofiche.
Tratti caratterizzanti
A partire però dagli ultimi decenni dell’Ottocento, si manifesta nel pensiero filosofico una svolta
anti-positivistica, caratterizzata dai seguenti tratti:
negazione che la scienza sia l’unica forma di conoscenza autentica;
ammissione, al di là dei fatti materiali, dell’esistenza di una realtà di natura spirituale;
affermazione che tale realtà sia conoscibile attraverso la coscienza e l’introspezione.
Lo spiritualismo
Entro questo orizzonte culturale si sviluppa lo spiritualismo, movimento filosofico che assume
come specifico oggetto d’indagine l’interiorità umana, ovvero i dati della coscienza.
Eccone i tratti specifici:
irriducibilità dell’uomo alla natura;
l’uomo è interiorità, libertà, coscienza e riflessione;
i due poli della filosofia spiritualistica sono Dio e l’uomo.
Il maggior rappresentante della corrente spiritualista, in Francia, è Henri Bergson.
Henri Bergson
Il punto di vista di uno scienziato
Per comprendere correttamente la posizione filosofica di Bergson, occorre tener presente un
elemento fondamentale della sua biografia.
Pur scegliendo l'indagine filosofica, e pur essendo influenzato dallo spiritualismo, Bergson possiede
una solida preparazione scientifica (ricordiamo che si era laureato anche in matematica). Per tutta
la vita si tiene dunque aggiornato sui maggiori dibattiti suscitati dal progresso delle scienze.
Egli analizza dunque le metodologie d'indagine e i presupposti epistemologici delle diverse
discipline, cercando di vagliare criticamente l'idea che le rappresentazioni della realtà fornite dalla
psicologia, dalla fisica o dalla biologia siano complete ed esaustive.
In particolare, il filosofo è scettico rispetto al fatto che esse riescano a rendere ragione della nostra
esperienza quotidiana, cioè del modo in cui noi conosciamo e viviamo la realtà.
Scienza e filosofia
Per comprendere appieno la complessa realtà umana non ci si può affidare unicamente al metodo
delle scienze naturali, ma occorre servirsi di un diverso approccio metodologico. Per Bergson,
infatti, esistono due modalità di conoscenza della realtà:
l’intelligenza analitica, che analizza, dividendo l’oggetto indagato in parti e astraendo dalle
sue proprietà specifiche alcune costanti al fine di ottenere leggi universali;
l’intuizione, che afferra l’oggetto nella sua interezza e unicità, immediatamente e con un
solo atto, collegando i dati raccolti nella loro totalità.
A questo punto è evidente che la scienza si basa sull’intelligenza, mentre la filosofia sull’intuizione:
scienza e filosofia sono pertanto due modi diversi di accedere alla realtà.
L’indagine sulla coscienza
Uno dei temi fondamentali della riflessione bergsoniana concerne la vita e l’attività della
coscienza.
Nel Saggio sui dati immediati della coscienza, Bergson polemizza contro l’approccio sperimentale
adottato in ambito psicologico da Fechner (studioso tedesco che, insieme a Wundt, è considerato
uno dei fondatori della psicologia sperimentale), il quale sosteneva che le sensazioni fossero
riducibili a stati fisiologici e che la loro intensità fosse esprimibile in termini quantitativi e, dunque,
misurabili.
Bergson, al contrario, sostiene che la vita della coscienza sia libera e che non possa essere indagata
con gli stessi strumenti usati per studiare la materia e per descrivere il mondo esterno. L’errore di
Fechner sta appunto in questa pretesa.
Il «flusso di coscienza»
Tale visione erronea sembra confermata dal fatto che il «flusso di coscienza» si presenta a noi
come un susseguirsi nel tempo di sensazioni, emozioni e pensieri.
La consapevolezza di questo fluire viene restituito alla nostra esperienza interiore come una
successione temporale di unità distinte e indipendenti; tuttavia questo modo di concepire l’attività
della nostra coscienza, pur essendo spontaneo, porta a falsificare la realtà, poiché applica ai dati
mentali categorie di carattere fisico-spaziali.
In realtà la coscienza è una di «corrente» unitaria non divisibile in parti, nella quale ogni elemento
fluisce in quello successivo senza soluzione di continuità.
Tempo esteriore e tempo interiore
Per spiegare meglio quest’affermazione, Begson introduce la distinzione fra il tempo studiato dalla
scienza (tempo spazializzato) e il tempo che caratterizza la vita della coscienza (durata).
Il tempo della meccanica è spazializzato, reversibile; ogni istante è esterno e uguale
all’altro.
Nell’esperienza concreta la coscienza coglie il tempo come durata. Durata vuol dire che l’io
vive il presente con la memoria del passato e l’anticipazione del futuro; ogni istante è
irreversibile e nuovo. La durata implica la libertà: non è possibile determinare l’evento
successivo mediante il precedente.
Il rapporto fra spirito e corpo
Inoltre Bergson, nel suo saggio “Materia e memoria”, si occupa di indagare i rapporti tra lo spirito
(o anima) e la materia (corpo).
La domanda che il filosofo si pone é: il cervello e lo spirito sono la stessa cosa, come sostengono
gli psicologi fisici? È concepibile che la nostra vita interiore sia solo il risultato di un movimento di
neuroni?
Bergson rifiuta le soluzioni proposte in precedenza, che si possono così riassumere:
uno stato cerebrale e uno stato di coscienza sono le due facce della stessa medaglia;
gli statidi coscienza sono il prodotto, l’effetto del funzionamento del cervello.
Lo spirito è qualcosa di più rispetto alla materia
Bergson è di tutt’altro avviso. Secondo lui lo stato psicologico di un individuo va ben oltre il
movimento dei suoi neuroni nelle circonvoluzioni cerebrali. È chiaro, prosegue Bergson, che in
questo nostro mondo fatto di materia, anche la coscienza debba avere un sostrato di natura fisica,
ma le due cose non si identificano: «In una coscienza umana c’è infinitamente di più che nel
cervello corrispondente». Attraverso l’analisi della percezione, Bergson arriva alla conclusione che
percezione e memoria non sono mai nettamente distinte: anche la semplice percezione di un
oggetto richiede memoria, in quanto implica il riconoscerlo come un oggetto già percepito in
precedenza. Ciò non vuol dire però che siano la stessa cosa.
Materia e memoria
Nell’analisi sulla memoria e la percezione, Bergson distingue tra:
ricordi-immagine: sono funzionali all’azione e assomigliano a schemi motori che vengono
automaticamente richiamati dalla presenza di un stimolo esterno con determinate
caratteristiche (ad esempio, la vista di una scatola quadrata richiama i ricordi-immagine
appropriati per afferrarla).
ricordi puri: hanno invece valenza contemplativa: non sono finalizzati all'azione e sorgono
in maniera spontanea e libera, indipendentemente dal mondo materiale in cui siamo
immersi.
Le conclusioni del nostro filosofo sono quindi che spirito e corpo sono correlati, ma non riducibili
l’uno all’altro e che lo spirito, in un mondo come il nostro, senza il “veicolo” di un corpo non
potrebbe neppure esistere e avrebbe solo «la consistenza di un sogno».
Un’originale teoria evolutiva
Nell’Evoluzione creatrice, il concetto di «durata» diventa il modello per comprendere
l’intero mondo naturale, in un’originale prospettiva evoluzionistica che non vuole essere né
meccanicistica, né finalistica.
Per Bergson il metodo scientifico della biologia, che studia gli organismi viventi
analizzandoli e scomponendoli in parti, non permette di comprendere pienamente la vita,
nelle sue svariate forme e sviluppi. La vita biologica, infatti, non è una macchina, ma
perenne e imprevedibile creazione.
La vita può essere compresa solo a partire dallo «slancio vitale», forza libera e irrazionale,
immanente all’intera natura e a tutte le specie viventi, che si espande irrefrenabile in
molteplici direzioni, dando vita a forme e organismi sempre più complessi.
Lo slancio vitale
Lo "slancio vitale" (élan vital) è per Bergson come una sorta di grande corrente - libera e
imprevedibile - che penetra nella materia e tende a dominarla, riuscendovi meglio in una
direzione e peggio in un’altra, e progredendo soprattutto nelle due direzioni fondamentali
dell'istinto e dell'intelligenza.
La materia è slancio vitale che ha perduto di creatività. La vita si sventaglia in direzioni
divergenti (piante, animali ecc.), alcune delle quali si interrompono (molluschi) altre
conducono al perfezionamento (artropodi). L’intelligenza umana è il grado più elevato di
coscienza a cui giungono i vertebrati.
Confronto fra…
SPENCER
è il principio ultimo cui soggiace la realtà
consiste nell’adattamento degli organismi all’ambiente
BERGSON
riguarda tutti gli esseri viventi
consiste in uno sviluppo imprevedibile (incompatibile con il meccanicismo)
ha origine dallo slancio vitale (incompatibile con il finalismo)
Sostituisce l’idea dell’armonia finale con lo slancio vitale, una forza originaria che si pone
all’inizio e non alla fine del processo.
Lo slancio vitale incontra la resistenza della materia e, concretizzandosi, dà origine a tutta la
complessità delle forme viventi. I diversi percorsi evolutivi che la vita ha seguito nel suo
sviluppo sono manifestazioni della medesima forza vitale originaria. Il finalismo viene
perciò sostituito da un evoluzionismo che non è meccanicistico, come quello della scienza,
ma vitalistico.