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Ovidio

Ovidio, nativo di Sulmona, fu un poeta romano esiliato a Tomi da Augusto, probabilmente a causa della sua opera Ars Amatoria e di uno scandalo legato alla famiglia imperiale. Le sue opere principali includono le Metamorfosi, un poema epico, e le elegie Tristia ed Epistole ex Conto, scritte durante l'esilio, in cui esprime il desiderio di tornare a Roma. Ovidio esplora temi di amore, seduzione e psicologia femminile, utilizzando uno stile innovativo che si distacca dai suoi predecessori elegiaci.

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Ovidio, nativo di Sulmona, fu un poeta romano esiliato a Tomi da Augusto, probabilmente a causa della sua opera Ars Amatoria e di uno scandalo legato alla famiglia imperiale. Le sue opere principali includono le Metamorfosi, un poema epico, e le elegie Tristia ed Epistole ex Conto, scritte durante l'esilio, in cui esprime il desiderio di tornare a Roma. Ovidio esplora temi di amore, seduzione e psicologia femminile, utilizzando uno stile innovativo che si distacca dai suoi predecessori elegiaci.

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Ovidio
Ovidio è nativo di Sulmona e proviene da una famiglia equestre. Poté studiare a Roma, dove passò gran
parte della sua vita, ed entrare a contatto con i circoli più prestigiosi. Fece parte del circolo di Messalla,
ma mai del circolo di Mecenate. La sua presenza nella corte fu probabilmente ciò che gli costò la
condanna da parte di Augusto, ossia la relegazione a Tomi nel Mar Morto: mentre l’esilio comportava la
perdita dei diritti civili e politici, la relegatio contemplava la possibilità di recuperarli. Tuttavia Ovidio non
tornerà mai a Roma e morì a Tomi, per quello si parla anche di esilio nel suo caso.
Nei Tristia, una sua opera elegiaca, egli fa riferimento al motivo della condanna e parla di un “error” e di
un carmen, facendo intendere che fu condannato a causa di un qualcosa presente in un testo che aveva
scritto, ma non fa riferimento al nome del testo per non inimicarsi ulteriormente Augusto (non perde mai la
speranza di tornare a Roma, infatti nelle elegie c’è la costante richiesta di tornare in patria, con la
speranza che i destinatari delle epistole riuscissero a convincere l’imperatore), e di un errore commesso.
Secondo i critici, il carmen potrebbe essere l’Ars Amatoria, in quanto tocca argomenti in cui si parla
dell’amore in senso fisico e nell’ambito di relazioni extraconiugali. Dunque, quest’opera poteva essere
intesa come una normalizzazione dell’adulterio, quindi in contrasto con l’ideale del programma di Augusto
della famiglia e del matrimonio, compresa la fedeltà tra coniugi. Tuttavia Ovidio, aveva chiarito che con
l’opera lui si rivolgeva a donne non appartenenti all’aristocrazia, ma liberte e popolane. L’ars amatoria
inoltre era stata pubblicata pochi anni prima della condanna, e quindi appare poco plausibile che Augusto
abbia deciso anni dopo di condannare Ovidio per l’opera. Quindi è probabile che sia stato condannato
maggiormente per l’errore: egli infatti era stato testimone di uno scandalo, l’adulterio della nipote di
Augusto, che fu tra l’altro allontanata nello stesso periodo della relegazione di Ovidio.
Egli si sposò tre volte. Il primo matrimonio fu voluto dalla famiglia quando era giovane, nel secondo ebbe
una figlia, ma il matrimonio più importante è l’ultimo ed è da questa donna che cerca di ottenere un
ritorno.

Le opere
Ovidio non solo è un poeta elegiaco come gli altri tre, ha scritto anche le Metamorfosi, un poema epico
mitologico molto ampio non i distici elegiaci (tra i più grandi di Roma, con il DRN e l’Eneide).
Le opere elegiache in distici di Ovidio sono numerose, oltre alle opere minori abbiamo: gli “Amores”, la
prima opera composta, “Heroides”, l’Ars Amatoria (famosissima perchè causò un grosso scandalo), i
Fasti, il Tristia e le epistole ex Conto.

I Tristia e le epistole ex Conto


Le ultime 2 opere (Tristia e epistole ex Conto) furono scritte nel periodo in cui Ovidio era stato relegato a
Tomi, nel Conto, per cui sono molto simili tra di loro: sono entrambe in distici in forma di lettera. Le
epistole hanno un destinatario, mentre le elegie di Tristia non lo hanno. Tra gli argomenti c’è il desiderio di
tornare a Roma e la costante richiesta di poter tornare dopo il perdono di Augusto; cerca di fare arrivare
questo appello ad Augusto attraverso i destinatari delle sue opere, ma non gli fu mai consentito il perdono
e il rientro. Le due opere dunque sono simili anche per i contenuti: contengono gli stati d’animo, la
nostalgia, l’amarezza per la condanna ingiustificata, infatti sono piuttosto monotone. Dice anche di temere

Ovidio 1
per la vita Barbara, terza moglie, e la sua sicurezza, ed è in particolare con lei che cerca di ottenere il
perdono. Nei Tristia Ovidio non dice il nome dei destinatari per evitare di mettere in mezzo altre persone e
la loro sicurezza, in modo da proteggerle da Augusto. Grazie a queste elegie sappiamo molte sue notizie
autobiografiche. I Tristia sono fatti da 10 libri , invece le epistole da 4 libri.

L’autobiografia, pag 304


Nel 4 libro dei Tristia abbiamo la decima elegia in cui Ovidio si preoccupa di ciò che può arrivare ai posteri
della sua persona: si riferisce ai posteri per evitare di passare come una figura negativa anche a loro.

È una poesia autobiografica in versi: parte dalla nascita, ci da indicazioni precise sulla famiglia, sui
matrimoni ecc. sino ad arrivare al momento più difficile, quello della condanna. Anche qui si può vedere
come la poesia sia uno strumento di conforto quando non c’è nulla di positivo, anche dove Ovidio è
circondato da persone ignoranti che non lo capiscono. Considera la sua poesia imponente, dato che
anche in vita ebbe raggiunto il successo.

Nell’ambito dei matrimoni, parla di Corin, che è la protagonista degli Amores, la sua opera giovanile che
risulta vicina alle elegie di Properzio e Tibullo. Corin, diversamente da Delia e Cinzia che sono realmente
esistite, non è la musa ispiratrice della poesia, come era stato per Tibullo e Properzio, ma é più un
personaggio letterario ed è il sunto di una serie di caratteristiche femminili apprezzate nelle donne e
attinte da una serie di esperienze, quindi probabilmente non è una donna realmente esistita.

Gli Amores
Gli amores invece sono un’opera giovanile intitolata così in onore di Cornelio Gallo, in quanto iniziatore
della poesia elegiaca. Nell’ambito degli amores, Ovidio prende una strada differente da quelli che lo
hanno preceduto, come Properzio e Tibullo, in quanto si riallaccia alla lirica greca e a Catullo. L’oggetto
della poesia è Corin, sunto di una serie di caratteristiche femminili che Ovidio ha avuto modo di
conoscere nell'ambito di tutte le sue relazioni. L’amore non è più servitium ma militiam; Ovidio propone il
modello dell'amante guerriero che armato va all'assalto della donna con lo scopo di sedurla. La visione
dell'amore è diversa da quella di Tibullo e di Properzio, l'amore è vissuto come un gioco ed è
un’esperienza da cui trarre piacere. Ovidio in realtà non è un poeta superficiale (lo vediamo in altre opere,
come l’heroides), anzi è spesso molto interessato alla psicologia femminile e si cala nei panni del
personaggio per capire la mente delle donne. C'è però anche la parte meno simpatica dove descrive la
donna come qualcosa da conquistare a qualunque costo e tutto è lecito se finalizzato al piacere.

Il collezionista di donne
“Il collezionista di donne” è un brano di Ovidio tratto dagli Amores, dove parla di una sorta di don Giovanni
ante litteram, un grande conquistatore. Fa capire il tipo di rapporto che Ovidio descrive nell’ambito di
Amores. E’ un atteggiamento diverso da quello dei suoi colleghi: l’atteggiamento non è di servitium; è
bello conquistare ed è bello conquistare qualsiasi donna, perchè in ogni donna si può trovare qualcosa di
attraente.

Pag 276
Dal terzo libro degli amores, troviamo un passaggio che ci fa notare la somiglianza con Catullo, in
particolare con il carme “Odi et Amo”. Le differenze riguardano principalmente il modo di amare: si ispira
a Corin e descrive un amore fisico, che appare più superficiale in quanto afferma addirittura che sarebbe
in grado di superare un tradimento in quanto l’attrazione per lei è più forte. Inoltre non è presente la
sofferenza e l’odio tipici di Catullo, perchè Ovidio tiene sempre un distacco intellettuale dalle situazioni
amorose e da tutte quelle che richiedono un forte coinvolgimento.

Ovidio 2
I Fasti
I fasti sono un’opera in distici elegiaci interrotta a metà perchè Ovidio fu condannato; dovevano essere 12
libri, dedicati ai mesi dell’anno, infatti Fasti è collegato con Dies, quindi Ovidio voleva esaminare i singoli
giorni dell’anno del calendario romano. Riuscì a trattare 6 mesi, da gennaio a giugno, quindi 6 libri che
compongono un’opera eruditissima con grande uso della mitologia.
I fasti hanno lo stesso scopo delle Odi romane di Orazio e delle elegie romane di Properzio: il fine è
quello celebrativo del principato augusteo, sebbene non abbia fatto parte del circolo di Mecenate, ma
venne sollecitato alla produzione di un’opera di questo tipo. Attraverso quest’opera, si propone lo scopo di
spiegare l’origine di determinati culti e usanze, principalmente volti alla celebrazione di Roma.

L’Ars Amatoria
Questa è una delle opere più famose di Ovidio, è estremamente provocatoria e per quanto concerne gli
argomenti trattati e lo scopo per i quali viene fatto entra in conflitto con le posizioni augustee. L’Ars
Amatoria, letteralmente l’arte di amare, è un poemetto in distici elegiaci che rientra nell’ambito della
produzione erotico-didascalica; Ovidio si propone come un maestro di seduzione, infatti indica tutta una
serie di atteggiamenti e soluzione che facilitano la seduzione.
Il manuale è composto da 3 libri: i primi 2 hanno come destinatari gli uomini, quindi Ovidio si pone come
obbiettivo quello di insegnare agli uomini come conquistare una donna utilizzando sistemi che non
sempre sono eticamente corretti; il terzo è invece dedicato alle donne, ma lo scopo è lo stesso.
L’obbiettivo non è soltanto sedurre, ma anche fare in modo che la fiamma del desiderio rimanga nel
tempo; l’amore di cui si parla non è sicuramente spirituale, ma un amore fisico. Per quelli che erano i
capisaldi del programma di restaurazione di Augusto (pose al centro la famiglia e il rispetto del contratto
matrimoniale), l’opera non era minimamente adatta. Infatti Ovidio, parlando del Carmen che gli fece
guadagnare la relegazione, si riferisce sicuramente a questo, sebbene sia improbabile che sia l’unico
motivo.
Ovidio probabilmente valutò il rischio della pubblicazione di quest’opera e difatti specifica più volte che, le
donne a cui si riferisce non sono sicuramente le donne altolocate o già sposate ma bensì liberte.

Sempre riguardanti lo stesso argomento, ci sono una serie di operette in distici di tipo didascalico, come i
“remedia amoris”, in cui Ovidio insegna a tutelarsi dai rischi, e i “medicamina facei”, insieme di
suggerimenti relativi alla cura del corpo e del viso che è collegato all’Ars Amatoria ma importante anche
perchè parla delle abitudini dei romani.

L’arte di ingannare pag 298


E’ un passo del primo libro dell’ars amatoria, quindi rivolto agli uomini, in cui Ovidio giustifica l’inganno
poichè finalizzato alla conquista della donna; il brano comincia con “devi”, quindi Ovidio assume proprio il
ruolo di precettore dell’amore, seguito da recitare: l’uomo deve recitare di essere innamorato, in modo
tale da attrarre l’oggetto della passione nella propria rete, allo stesso modo in cui il principe di Machiavelli
dovrà fingere di essere buono o cattivo. Infatti le donne, belle o brutte che siano, sono convinte di
meritare l’amore.

Ovidio propone in particolare l’esempio di Giove, padre degli dei, che serve a giustificare l’uso di
stratagemmi, come giurare il falso, che in realtà giusti non sono; Ovidio condanna l’inganno in vari
contesti, ma lo ammette se a essere ingannate sono le donne. Questo trova un’ulteriore giustificazione
con il binomio “Fallite fallentes”: ingannate coloro che ingannano; siccome le donne sono gli essere
ingannatori per eccellenza, le donne meritano di essere ingannate e ciò non è riprovevole. Questo

Ovidio 3
atteggiamento misogino è un altro collegamento a Machiavelli, dimostrato in vari componimenti come la
Mandragola ma soprattutto la novella Belfagor Arcidiavolo.

Heroides
Heroides è un termine greco che significa “eroine”; nell’ambito delle Heroides, opera costituita da 21
componimenti sempre in distici elegiaci, in cui cogliamo il grande interesse di Ovidio per la donna ma non
solo per il campo dell’erotismo, bensì troviamo anche l’aspetto più serio e attento nei confronti della
psicologia femminile.
In questo componimento parla delle eroine, nella maggior parte dei casi tratte dalla mitologia greca:
sceglie personaggi femminili molto noti, come Medea e Fedra e in una parte costruisce 15 lettere, come
se fossero scritte dalle donne stesse, dedicate ai mariti o amanti, caratterizzati dal lamento. Gli altri 6
sono delle coppie, quindi botta e risposta tra donna e uomo: Paride ed Elena, Ero e Leandro, Aconzio
e Cidippe.

Didone a Enea
In questa lettera Ovidio propone la figura di Didone in modo da modificare quella che è la concezione
tipica di Enea. Il sentimento della pietas, la pensosità dell'eroe virgiliano e la sua obbedienza al fato, che
lo costrinse al misfatto nei confronti della regina, viene completamente cancellato da Ovidio. Il
personaggio ovidiano di Enea è sostanzialmente un traditore, per cui tra i lamenti di Didone si trova
l'accusa di aver abbandonato anche sua moglie Creusa, di non interessarsi del figlio e del figlio che da
Lei potrebbe avere. Ovidio, sul tragico virgiliano, compie un intervento e lo abbassa di tono, perdendo il
tratto epico ed avvicinandolo ai temi del dramma borghese, descrivendolo sostanzialmente come
bugiardo e libertino insofferente, sempre a caccia di storie d’amore.

Le metamorfosi
Le metamorfosi sono il grande poema epico-mitologico di Ovidio; l’opera è scritta in esametri, metro
classico dell’epica, e sceglie come filo conduttore dell’opera la “trasformazione”. Al poema da un titolo
greco, Metamorphosĕon libri, ed è composto da circa 12mila versi, all’interno dei quali vengono collocati
circa 250 miti. Ovidio parte da una situazione di caos iniziale, fino ad arrivare ai suoi tempi e concludere
con la morte di Giulio Cesare e la sua ascesa all’olimpo, quindi la divinizzazione riconosciuta agli
imperatori: l’ultima trasformazione è proprio quella di Giulio Cesare trasformato in astro. I miti sono
collegati l’uno all’altro, per evitare un racconto disomogeneo, attraverso la tecnica del racconto nel
racconto o con i miti cerniera.

I libri in tutto sono 15 e si possono dividere per periodo trattato.


Quest’opera ebbe da subito grande successo: finì di comporre l’opera prima della relegazione, quindi
ebbe un’accoglienza molto positiva ed è sicuramente l’opera più famosa di Ovidio. Di particolare
importanza è la divulgazione della cultura classica che quest’opera permise.

Il proemio
Il proemio delle metamorfosi è composto da 4 versi che contengono gli elementi fondamentali del proemio
epico: invocazione delle divinità per richiedere ispirazione e sommariamente l’intenzione con cui si scrive
l’opera, ossia narrare le trasformazione di creature in altre creature dall’origine fino ai suoi tempi.

Il mito di Narciso

Ovidio 4
Narciso si sarebbe dovuto voltare per rendersi conto che non si trattava di una creatura vera ma della
propria immagine riflessa, di cui si innamora. Il mito fu ripreso da Dante nel canto III del Paradiso.

Il mito di Ecuba
Il brano è tratto tratto dal tredicesimo libro, appartenente al ciclo troiano; la protagonista è Ecuba,
moglie di Priamo. Ecuba diventa furiosa, impazzisce per il dolore insopportabile nel momento in cui
prigioniera scorge il cadavere di Polidoro, suo figlio. Nella furia medita la vendetta, che la porta a
compiere un’azione crudele e insensata, misurata sul dolore che prova. Cava gli occhi al responsabile
dell’assassinio ma non si accontenta, si accanisce su di lui e scatena la sua furia crudele. Avviene la
trasformazione in una cagna, viene accennata la metamorfosi con il riferimento alla voce, che produce
solo latrati quando cerca di esprimersi a
parole. Ovidio si ispira ad Euripide, che tra i 3 grandi poeti tragici greci fu quello prescelto (anziché
Sofocle ed Eschilo) dai romani Ennio, Pacuvio e Accio. Questo poiché i romani guardavano
principalmente al pathos (che emerge particolarmente dalle tragedie di Euripide) realizzato tramite le
scene cruente e brutali che coinvolgevano il pubblico; questo dimostra la scelta degli autori latini che si
diressero verso opere con un’alta carica di pathos. Sotto Nerone, si assiste alla rinascita della tragedia
(messa da parte), che avviene attraverso uno dei personaggi più imponenti della letteratura latina,
Seneca (famoso per l’impegno politico e per la filosofia, ma anche per i trattati in cui espose le sue idee).
Nelle sue tragedie sono diverse le descrizioni macabre e quasi orride. Di Ennio solo frammenti, Pacuvio e
Accio si conoscono per nome indirettamente, le uniche tragedie della letteratura Latina arrivate
integralmente sono quelle di Seneca, della prima età imperiale. Ovidio, riproponendo miti con queste
caratteristiche, è stato un ispirazione per Seneca.

Ovidio 5

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