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Cap 2

Il documento tratta delle relazioni di equivalenza e di ordine negli insiemi numerici, definendo le proprietà fondamentali e le classi di equivalenza. Viene introdotto l'insieme dei numeri razionali e reali, evidenziando la loro struttura algebrica e le proprietà di separazione di Dedekind. Infine, si discute la densità dei razionali e l'esistenza dell'estremo superiore negli insiemi limitati superiormente.

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Cap 2

Il documento tratta delle relazioni di equivalenza e di ordine negli insiemi numerici, definendo le proprietà fondamentali e le classi di equivalenza. Viene introdotto l'insieme dei numeri razionali e reali, evidenziando la loro struttura algebrica e le proprietà di separazione di Dedekind. Infine, si discute la densità dei razionali e l'esistenza dell'estremo superiore negli insiemi limitati superiormente.

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Domenico Mucci Appunti di Analisi Matematica – 5

2 Insiemi numerici
Relazioni di equivalenza e ordine
Una relazione su un insieme X è un sottinsieme R del prodotto cartesiano X × X, e scriviamo xRy se
(x, y) ∈ R. Ricordiamo le seguenti proprietà:
1. riflessiva: ∀ x ∈ X, xRx ;
2. simmetrica: ∀ x, y ∈ X, xRy =⇒ yRx ;
3. antisimmetrica: ∀ x, y ∈ X, xRy e yRx =⇒ x = y ;
4. transitiva: ∀ x, y, z ∈ X, xRy e yRz =⇒ xRz .

Relazioni di equivalenza
Definizione 2.1 Una relazione è di equivalenza se gode delle proprietà riflessiva, simmetrica e transitiva.
Una relazione di equivalenza si denota con il simbolo ””. Data una relazione di equivalenza poniamo
per ogni x ∈ X
[x] := {y ∈ X | x  y} ,
l’insieme [x] è detto classe di equivalenza di x.

Proposizione 2.2 Data una relazione di equivalenza su X, allora per ogni x, y ∈ X tali che [x] ∩ [y] = ∅
risulta [x] = [y].

Quindi le classi di equivalenza determinano una partizione di X. Possiamo dunque definire l’insieme
quoziente
X/  := {[x] : x ∈ X} .
Esempio 2.3 Consideriamo l’insieme delle frazioni X = {m/n | m, n ∈ Z, n = 0}. Si prova facilmente
che la relazione su X definita da m/n  m /n ⇐⇒ mn = m n è di equivalenza. Per ogni m/n ∈ X
la classe di equivalenza [m/n] è data da tutte le frazioni equivalenti a m/n. Quindi, l’insieme quoziente
definisce l’insieme Q dei numeri razionali.

Relazioni di ordine
Definizione 2.4 Una relazione è di ordine se gode delle proprietà riflessiva, antisimmetrica e transitiva.

Una relazione d’ordine si denota con il simbolo ”≤ ”.


Definizione 2.5 Una relazione d’ordine si dice totale se due elementi sono sempre confrontabili, i.e. se
risulta: ∀ x, y ∈ X, x ≤ y o y ≤ x .

Esempio 2.6 Se X = P(U ), dove U è un insieme non vuoto, la relazione di inclusione ”⊂” è di ordine,
ma in generale non è totale. L’inclusione stretta  invece non è una relazione d’ordine.

Esempio 2.7 Se X = N, Z, Q, R, la relazione usuale ”≤” è di ordine totale.

Sia ≤ una relazione d’ordine totale su X. Come modello teniamo in mente l’ultimo esempio fatto.
Definizione 2.8 Se A ⊂ X, si dice che un elemento M ∈ X [[m ∈ X]] è un maggiorante [[minorante]]
di A se
∀ a ∈ A, a ≤ M [[a ≥ m]] .
Indicheremo poi l’ insieme dei maggioranti [[minoranti]] di A con MA [[mA ]].

Definizione 2.9 Si dice che un insieme A ⊂ X è limitato superiormente [[inferiormente]] se ha dei


maggioranti [[minoranti]], i.e. se MA = ∅ [[mA = ∅]]. Inoltre A si dice limitato se è limitato sia
superiormente che inferiormente, i.e. se

∃ m, M ∈ X : ∀ a ∈ A, m ≤ a ≤ M .
Domenico Mucci Appunti di Analisi Matematica – 6

 := max{|m|, |M |}, segue facilmente che A ⊂ R è limitato se e solo se


Se X = R, posto M

 ∈ R : ∀ a ∈ A, |a| ≤ M
∃M .

Definizione 2.10 Se A ⊂ X, si dice che un numero M ∈ X [[m ∈ X]] è il massimo [[il minimo]] di A se
appartiene ad A ed è un maggiorante [[minorante]] di A. In tal caso si scrive M = max A [[m = min A]].
Quindi  
M ∈A m∈A
M = max A ⇐⇒ m = min A ⇐⇒
∀ a ∈ A, a ≤ M ∀ a ∈ A, a ≥ m .

Osservazione 2.11 Il massimo [[minimo]] può non esistere, anche se A è limitato superiormente [[infe-
riormente]]. Si consideri ad esempio A = [0, 1[, per cui risulta MA = [1, +∞) e quindi A ∩ MA = ∅.
Se però esiste, allora il massimo [[minimo]] di A è unico. Infatti, se M1 = max A e M2 = max A,
risulta M1 ≤ M2 e M2 ≤ M1 , per cui M1 = M2 .
Valgono infine le seguenti proprietà:
1) se A1 ⊂ A2 allora MA2 ⊂ MA1 [[mA2 ⊂ mA1 ]]
2) se A1 ⊂ A2 allora max A1 ≤ max A2 [[min A1 ≥ min A2 ]] qualora i massimi [[minimi]] esistano
3) se A e B hanno massimo [[minimo]], allora anche l’unione A ∪ B ha massimo [[minimo]] e risulta

max(A ∪ B) = max{max A, max B} [[min(A ∪ B) = min{min A, min B}]] .

I numeri reali
Assiomi algebrici
L’insieme Q dei numeri razionali gode delle seguenti propretà algebriche:
1. l’addizione, +, è associativa
2. l’addizione è commutativa
3. l’addizione ha elemento neutro, 0
4. ogni numero ha inverso rispetto alla addizione (detto l’opposto)
5. la moltiplicazione, ·, è associativa
6. la moltiplicazione è commutativa
7. la moltiplicazione ha elemento neutro, 1
8. ogni numero diverso da zero ha inverso rispetto alla moltiplicazione (detto il reciproco)
9. la moltiplicazione è distributiva rispetto all’addizione
10. se a ≤ b, allora per ogni c si ha a + c ≤ b + c
11. se a ≤ b, allora per ogni c ≥ 0 si ha a · c ≤ b · c.
L’ insieme R dei numeri reali è definito in modo assiomatico come un insieme X = R munito di due
leggi di composizione interna, addizione e moltiplicazione, e di una relazione d’ordine totale tali che
valgano le proprietà algebriche 1.–11. sopra elencate ed in più la seguente proprietà di separazione.

Assioma di Dedekind
Definizione 2.12 Se A, B sono due sottoinsiemi non vuoti di R tali che

∀ a ∈ A, ∀ b ∈ B, a ≤ b (2.1)

allora
∃ c ∈ R : ∀ a ∈ A, ∀ b ∈ B, a ≤ c ≤ b .
Un tale c si dice elemento separatore di A e B.
Domenico Mucci Appunti di Analisi Matematica – 7

Retta reale estesa e intervalli


Definiamo la retta reale estesa come R = R ∪ {−∞, +∞}. Ricordando che x < y ⇐⇒ x ≤ y e x = y,
l’ insieme R diventa totalmente ordinato se si pone
−∞ < x < +∞ ∀x∈R.
Estendiamo inoltre le operazioni di addizione e moltiplicazione ponendo
∀ x < (+∞), x + (−∞) = −∞ , ∀ x > (−∞), x + (+∞) = +∞ ,
∀ x > 0, x · (+∞) = +∞ , ∀ x > 0, x · (−∞) = −∞ ,
∀ x < 0, x · (+∞) = −∞ , ∀ x < 0, x · (−∞) = +∞ .
Osservazione 2.13 Non sono definite (e quindi non hanno senso) le operazioni
(+∞) + (−∞) e 0 · (±∞) .
Definizione 2.14 Un sottoinsieme I di R si dice un intervallo se
∀ x, y ∈ I con x < y ⇒ {z ∈ R : x < z < y} ⊂ I .
Si verifica facilmente che gli intervalli di R sono tutti del tipo
[a, b] = {x ∈ R : a ≤ x ≤ b} ]a, b] = {x ∈ R : a < x ≤ b}
[a, b[= {x ∈ R : a ≤ x < b} ]a, b[= {x ∈ R : a < x < b}
dove a, b ∈ R, con a ≤ b. Parlando poi di intervalli I ⊂ R di numeri reali, le scritture [−∞, b], [a, +∞]
non hanno senso, come tutte quelle che comprendono −∞ o +∞ nell’ insieme I.

I numeri razionali
L’insieme Q dei numeri razionali è definito mediante classi di equivalenza di frazioni, cf. l’esempio 2.3.
Tutti i numeri razionali sono reali, ma l’ insieme dei numeri reali contiene strettamente l’ insieme dei
razionali, Q  R. Mostriamo intanto che:

Proposizione 2.15 2 ∈ / Q.
√ √
Dimostrazione: Se per assurdo 2 ∈ Q, possiamo scrivere 2 = m/n, con m, n ∈ N+ e primi tra
loro. Si avrebbe m2 /n2 = (m/n)2 = 2, quindi m2 = 2n2 , dunque m è pari, essendolo il suo quadrato.
Scritto m = 2s, con s ∈ N+ , abbiamo 4s2 = m2 = 2n2 , da cui n2 = 2s2 ed anche n dovrebbe essere pari,
essendolo il suo quadrato. Questo non è possibile, perchè m ed n sono primi tra loro. 

Dall’assioma di Dedekind, risulta poi che 2 ∈ R:
Esempio 2.16 Poniamo A := {x ∈ Q | x < 0 o x2 ≤ 2} e B = Q \ A. Gli insiemi √ A e B sono entrambi
non vuoti e verificano (2.1). Un elemento separatore
√ di A e B esiste ed è c = 2. Dato che tale elemento
separatore è unico, cf. la (2.2), concludiamo che 2 ∈ R.

La proprietà di Dedekind non vale sui razionali


L’insieme Q dei razionali non verifica la proprietà di Dedekind. Infatti, esistono sottinsiemi A, B ⊂ Q
che verificano (2.1) ma che non hanno elemento separatore in Q, i.e. per i quali
 ∃ c ∈ Q : ∀ a ∈ A, ∀ b ∈ B, a ≤ c ≤ b . (2.2)
Presi infatti A e B come nell’esempio 2.16, se esistesse un elemento separatore c in Q, allora c ∈
A o c ∈ B. In entrambi i casi otteniamo un assurdo.

Supposto c ∈ A, si ha c > 0 e c2 < 2, in quanto 2 ∈/ Q. Si dimostra che
∃ n ∈ N+ : (c + 1/n)2 < 2 .
Questo dà l’assurdo, in quanto a := c + 1/n ∈ Q e a2 ≤ 2, quindi a ∈ A, ma a > c, per cui c non sarebbe
elemento separatore di A e B. Quindi c ∈ / A.
Analogamente, supposto c ∈ B si ottiene un assurdo mostrando che:
∃ n ∈ N+ : (c − 1/n)2 > 2 .
Domenico Mucci Appunti di Analisi Matematica – 8

Osservazione 2.17 La non esistenza di un elemento separatore razionale si verifica in maniera analoga
in prossimità di tutti i punti della retta reale. Questo corrisponde al fatto che l’insieme dei razionali è
”bucherellato” e che i buchi vengono riempiti dai numeri reali, grazie all’assioma di Dedekind.

Densità dei razionali


Si dimostra che l’insieme dei numeri reali che hanno rappresentazione decimale periodica coincide con Q.
Osservazione 2.18 Si noti però che, ad esempio, 0, 9 = 1.
Anche se l’insieme Q è ”bucherellato”, vicino ad ogni reale si trova sempre un razionale. Grazie al
principio del minimo intero, cf. la proposizione 2.54, si dimostra infatti la seguente
Proposizione 2.19 Ogni intervallo aperto non vuoto di R contiene almeno un numero razionale.
Dalla definizione 2.14 di intervallo, segue che la densità dei razionali è equivalente alla proprietà

∀ α, β ∈ R : α < β , ∃q ∈ Q : α < q < β



la quale permette di approssimare i numeri irrazionali con razionali (ad es., 2  1.4142).

Estremo superiore
Sia X un insieme dotato di un ordinamento totale. La nozione di estremo superiore generalizza il concetto
di massimo di un insieme.
Definizione 2.20 Se A ⊂ X è un insieme non vuoto e limitato superiormente [[inferiormente]], si dice
che un numero L [[l]] in X è estremo superiore [[inferiore]] di A se è il più piccolo dei maggioranti [[il più
grande dei minoranti]] di A. In tal caso si scrive L = sup A [[l = inf A]].
Essendo sup A = min MA e inf A = max mA , l’estremo superiore [[inferiore]] se esiste è unico. Inoltre:
Proposizione 2.21 Se A ha massimo [[minimo]], allora questo è anche l’estremo superiore [[inferiore]].

Teorema di esistenza dell’estremo superiore


L’assioma di Dedekind implica l’esistenza dell’estremo superiore in R.
Teorema 2.22 Ogni insieme A ⊂ R non vuoto e limitato superiormente ha estremo superiore.
Dimostrazione: Posto B = MA , gli insiemi A e B sono entrambi non vuoti, in quanto A è limitato
superiormente. Inoltre vale (2.1), dal momento che

∀ a ∈ A, ∀ M ∈ MA , a≤M.

Sia L ∈ R un elemento separatore di A e B. Abbiamo

∀ a ∈ A, ∀ M ∈ MA , a≤L≤M.

La prima disequaglianza ci dice che L è un maggiorante di A mentre la seconda che L è il più piccolo tra
i maggioranti di A, dunque L = sup A. In particolare, l’elemento separatore di A e MA è unico. 

Se A ⊂ R non è vuoto, la scrittura sup A = +∞ [[inf A = −∞]] significa che A non è limitato
superiormente [[inferiormente]]. Quindi:

sup A = +∞ ⇐⇒ ∀ M ∈ R, ∃ a ∈ A : a > M , inf A = −∞ ⇐⇒ ∀ m ∈ R, ∃ a ∈ A : a < m .

Le proprietà dell’estremo inferiore sono legate a quelle dell’estremo superiore.


Definizione 2.23 Se A ⊂ R, chiamiamo opposto di A l’ insieme −A = {−a : a ∈ A} degli opposti degli
elementi di A.
Osservando infatti che M−A = −mA e m−A = −MA si ottiene la seguente
Domenico Mucci Appunti di Analisi Matematica – 9

Proposizione 2.24 Se A è un sottoinsieme non vuoto di R, allora

sup A = − inf(−A) , inf A = − sup(−A) .

Di conseguenza, dal Teorema 2.22 si ottiene facilmente l’esistenza dell’estremo inferiore in R.


Proposizione 2.25 Ogni insieme A ⊂ R non vuoto e limitato inferiormente ha estremo inferiore.
Ricordando poi che MA ⊃ MB e mA ⊃ mB se A ⊂ B, si ottiene la seguente
Proposizione 2.26 Se A, B sono sottoinsiemi non vuoti di R, con A ⊂ B, allora

inf B ≤ inf A ≤ sup A ≤ sup B .

Proprietà di Archimede
Dall’esistenza dell’estremo superiore si ottiene la seguente
Proposizione 2.27 Se a, b ∈ R con a, b > 0 allora esiste un numero naturale positivo n ∈ N+ tale che
na > b.
Dalla proprietà di Archimede segue un utile
Corollario 2.28 Se x > 0, allora esiste n ∈ N+ tale che 1/n < x.
Se invece x ∈ R verifica ∀ n ∈ N+ , x ≤ 1/n, allora x ≤ 0.

Osservazione 2.29 Dalla proprietà di Archimede segue che N, e quindi anche Z e Q (e ovviamente R)
non sono limitati superiormente. Poiché −Z = Z e −Q = Q, allora Z e Q (e ovviamente R) non sono
limitati inferiormente.

Caratterizzazioni
Nel caso di estremi reali, abbiamo
 
L ∈ MA l ∈ mA
L = sup A ∈ R ⇐⇒ l = inf A ∈ R ⇐⇒
∀ λ < L, λ ∈
/ MA ∀ μ > l, μ ∈
/ mA .
In modo equivalente si può dunque scrivere
 
∀ a ∈ A, a ≤ L ∀ a ∈ A, a ≥ l
L = sup A ∈ R ⇐⇒ l = inf A ∈ R ⇐⇒
∀ λ < L, ∃ a ∈ A : a > λ ∀ μ > l, ∃ a ∈ A : a < μ .

Vale infine la seguente caratterizzazione di maggiore utilità pratica



∀ a ∈ A, a ≤ L
L = sup A ∈ R ⇐⇒
∀ ε > 0, ∃ a ∈ A : a > L − ε

∀ a ∈ A, a ≥ l
l = inf A ∈ R ⇐⇒ (2.3)
∀ ε > 0, ∃ a ∈ A : a < l + ε .
Esempio 2.30 Se a < b, allora sup[a, b[= b e inf[a, b[= min[a, b[= a.

Esempio 2.31 Posto A = {n/(n + 1) : n ∈ N}, mostriamo che inf A = min A = 0 e che sup A = 1.
La prima affermazione è di facile verifica, in quanto 0 è minorante di A ed appartiene ad A. Per la
seconda, osserviamo che 1 ∈ MA . Infatti, per ogni n ∈ N, n/(n + 1) ≤ 1 ⇐⇒ n ≤ n + 1 ⇐⇒ 0 ≤ 1.
Per provare che 1 è il più piccolo dei maggioranti di A, verifichiamo che
n
∀ ε > 0, ∃ n ∈ N : > 1 − ε.
n+1
Infatti, supposto ε < 1, altrimenti il fatto è ovvio, si ha
n 1 1 1 1
> 1 − ε ⇐⇒ 1 − > 1 − ε ⇐⇒ ε > ⇐⇒ n + 1 > ⇐⇒ n > − 1 .
n+1 n+1 n+1 ε ε
Basta quindi applicare la proprietà di Archimede con a = 1 e b = (1/ε) − 1.
Domenico Mucci Appunti di Analisi Matematica – 10

Estremi di funzioni
Mediante la nozione di immagine e controimmagine, si introduce la seguente
Definizione 2.32 Sia A ⊂ R e sia f : A → R una funzione reale; allora
1. si dice che la funzione f è limitata superiormente [[o inferiormente, o limitata]] se la sua immagine
f (A) è un insieme limitato superiormente [[o inferiormente, o limitato]];
2. si dice che un numero reale ξ è il massimo [[o minimo, o estremo superiore, o estremo inferiore]]
di f se ξ è il massimo [[o minimo, o estremo superiore, o estremo inferiore]] dell’ immagine f (A) di
f , e in tal caso si scrive ξ = max f [[oppure min f , sup f , inf f ]];
3. se f non è limitata superiormente [[o inferiormente]] si scrive sup f = +∞ [[oppure inf f = −∞]];
4. se f ha massimo [[o minimo]], un elemento x0 ∈ A si dice punto di massimo [[o minimo]] per f se
f (x0 ) = max f [[se f (x0 ) = min f ]].

Osservazione 2.33 I punti di massimo o di minimo possono non essere unici.

Questi concetti si possono poi localizzare ad un sottoinsieme non vuoto B ⊂ A come segue.
Definizione 2.34 Si dice che f è limitata superiormente su B se l’ immagine f (B) di B tramite f è un
insieme limitato superiormente; inoltre ξ è il massimo di f su B se ξ è il massimo di f (B), e in tal caso
si scrive ξ = max f ; se infine f ha massimo su B, un punto x0 ∈ B si dice punto di massimo per f su B
B
se f (x0 ) = max f .
B

Quindi abbiamo

∃ x0 ∈ dom f : f (x0 ) = M
M = max f ⇐⇒
 x ∈ dom f, f (x) ≤ M

∃ x0 ∈ dom f : f (x0 ) = m
m = min f ⇐⇒
 ∀ x ∈ dom f, f (x) ≥ m
∀ x ∈ dom f, f (x) ≤ L
L = sup f ∈ R ⇐⇒
 ε > 0, ∃ x ∈ dom f : f (x) > L − ε

l = inf f ∈ R ⇐⇒ ∀ x ∈ dom f, f (x) ≥ l
∀ ε > 0, ∃ x ∈ dom f : f (x) < l + ε
sup f = +∞ ⇐⇒ ∀ M ∈ R, ∃ x ∈ dom f : f (x) ≥ M
inf f = −∞ ⇐⇒ ∀ m ∈ R, ∃ x ∈ dom f : f (x) ≤ m
f è limitata ⇐⇒ ∃ H, K ∈ R : ∀ x ∈ dom f, H ≤ f (x) ≤ K
⇐⇒ ∃M > 0 : ∀ x ∈ dom f, |f (x)| ≤ M

e le analoghe proprietà localizzate ad un sottoinsieme non vuoto B di dom f , sostituendo dom f con B
dappertutto (e M = max f , etc.).
B
Una funzione monotona su un intervallo chiuso assume massimo e minimo agli estremi dell’intervallo.
Proposizione 2.35 Se f : [a, b] → R è debolmente crescente, allora min f = f (a) e max f = f (b); se f
[a,b] [a,b]
è debolmente decrescente, allora min f = f (b) e max f = f (a).
[a,b] [a,b]

Vale anche la seguente


Proposizione 2.36 Date due funzioni reali f, g : A → R e dato B ⊂ A non vuoto, allora:
1. supB (−f ) = − inf B f e inf B (−f ) = − supB f ;
2. inf A f ≤ inf B f ≤ supB f ≤ supA f ;
3. se f ≤ g su B, allora inf B f ≤ inf B g e supB f ≤ supB g;
4. inf f + inf g ≤ inf(f + g) ≤ inf f + sup g ≤ sup(f + g) ≤ sup f + sup g
(se f e g sono limitate, e analogamente con inf B e supB ovunque).
Domenico Mucci Appunti di Analisi Matematica – 11

I numeri complessi
Sono introdotti per risolvere equazioni polinomiali che non hanno soluzioni reali, come le equazioni di
secondo grado con discriminante negativo, tipo x2 + 1 = 0.

Forma algebrica
Definizione 2.37 L’ insieme C dei numeri complessi è dato da tutti i numeri della forma a + ib, dove
a, b ∈ R e i è l’unità immaginaria, che verifica la proprietà

i2 = −1 .

Per ogni numero complesso z = a + ib definiamo la parte reale e la parte immaginaria

(a + ib) = a ∈ R , (a + ib) = b ∈ R .

Quindi R  C, dove z ∈ C è un numero reale se e solo se z = 0. Inoltre a + ib = c + id se e solo se a = c


e b = d. In particolare, z = 0 se e solo se z = 0 e z = 0.
Sui numeri complessi si estendono le operazioni di addizione e moltiplicazione in R come segue:

(a + ib) + (c + id) = (a + c) + i(b + d)


(a + ib) · (c + id) = ac + iad + ibc + i2 bd = (ac − bd) + i(ad + bc) .

Osservazione 2.38 Nell’insieme C non è possibile definire una relazione d’ordine totale per la quale
valgano ancora le proprietà algebriche 10. e 11. dei numeri reali.
Sui numeri complessi valgono quindi le proprietà algebriche 1.–9. dei numeri reali, dove l’elemento
neutro della addizione e della moltiplicazione sono sempre 0 e 1, rispettivamente. In particolare, il
reciproco di un numero a + ib = 0 è dato dalla formula
1 a −b
= 2 +i 2 , a 2 + b2 > 0 .
a + ib a + b2 a + b2

Coniugato e modulo
Definizione 2.39 Si dice coniugato del numero z = a + ib ∈ C il numero complesso

z̄ = z − iz = a − ib .

Valgono quindi le seguenti proprietà di facile verifica, dove z, w ∈ C:


1. (z + w) = z + w, (z + w) = z + w
2. z̄ = z , z̄ = −z
3. z + w = z̄ + w̄ , zw = z̄ w̄
4. z̄ = z , z ∈ R ⇐⇒ z = z̄
z + z̄ z − z̄ i
5. z = , z = = − (z − z̄).
2 2i 2
Definizione 2.40 Si dice modulo del numero complesso z = a + ib ∈ C il numero reale non negativo
 
|z| = (z)2 + (z)2 = a2 + b2 .

Quindi z → |z| è una funzione da C in R, con |z| ≥ 0 sempre e |z| = 0 ⇐⇒ z = 0. Si noti che se
z ∈ C è reale, allora z = 0 e quindi il modulo di z coincide con il valore assoluto del numero reale z.
Valgono le seguenti proprietà:
Proposizione 2.41 Per ogni z, w ∈ C si ha:
1. |z| = |z̄|
2. |z| ≤ |z|
Domenico Mucci Appunti di Analisi Matematica – 12

3. |z| ≤ |z|

4. z z̄ = |z|2

5. |zw| = |z||w|

6. |z + w| ≤ |z| + |w| (diseguaglianza triangolare)

7. |z| ≤ |z| + |z|.

Dalla proprietà 4. si ottiene poi un importante risultato sul quoziente di numeri complessi.

1 z̄ w w z̄
Corollario: per ogni z ∈ C \ {0} si ha = 2 , di conseguenza per ogni w ∈ C risulta anche = 2.
z |z| z |z|

Piano di Gauss e forma trigonometrica


I numeri complessi si rappresentano nel piano di Gauss associando al numero z = a + ib, dove a, b ∈ R,
il punto di coordinate (a, b) = (z, z). L’asse delle ascisse, di equazione z = 0, corrisponde ai numeri
reali, mentre l’asse delle ordinate, di equazione z = 0, corrisponde ai numeri con parte reale nulla (detti
immaginari puri). Vengono quindi detti asse reale e asse immaginario. Il modulo |z| è la distanza del
punto z dall’origine, mentre la distanza tra i punti del piano z e w è data dal modulo della differenza:
dist(z, w) = |z−w|. Inoltre, la somma tra complessi corrisponde alla somma tra vettori e la diseguaglianza
triangolare 6. descrive una nota proprietà dei triangoli.

Definizione 2.42 Chiamiamo argomento arg z di un numero complesso z ∈ C \ {0} la misura in radianti
dell’angolo che la semiretta uscente da 0 e passante per z forma con il semiasse positivo reale.
 
Quindi se z è diverso da 0 si può scrivere z = |z| cos(arg z) + i sen(arg z) .

Definizione 2.43 Si chiama forma trigonometrica di un numero complesso z ∈ C \ {0} la scrittura

z = ρ(cos θ + i sen θ) ,

dove ρ > 0 e θ ∈ R.

In tal caso allora ρ è il modulo di z e θ è argomento di z. Quindi se z ∈ C \ {0} si scrive (in forma
algebrica) come z = a + ib, per passare alla forma trigonometrica si risolve

 ⎪ cos θ = z = √ a


|z| a 2 + b2
ρ = |z| = a2 + b2 e z

⎪ b
⎩ sen θ = =√ .
|z| a + b2
2

z b
In particolare se a = z = 0 allora tan θ = = . Se θ = arg z, allora ogni numero del tipo θ + 2kπ,
z a
con k ∈ Z, è ancora un argomento di z. Definiamo quindi l’argomento minimo di z come

θ = arg min z ⇐⇒ [θ = arg z e 0 ≤ θ < 2π] .

Operazioni in forma trigonometrica


Proposizione 2.44 Se z = 0 si scrive nella forma z = ρ(cos θ + i sen θ), allora
  1 1 
z̄ = ρ cos(−θ) + i sen(−θ) e = (cos(−θ) + i sen(−θ) .
z ρ

Dimostrazione: Infatti z = ρ(cos θ − i sen θ) = ρ(cos(−θ) + i sen(−θ)), mentre z −1 = |z|−2 z, da cui


otteniamo |z −1 | = |z|−2 |z| = |z|−1 e dunque la seconda formula. 
Domenico Mucci Appunti di Analisi Matematica – 13

Proposizione 2.45 Se z, w ∈ C \ {0} si scrivono in forma trigonometrica come

z = ρ(cos θ + i sen θ) , w = R(cos φ + i sen φ)

allora il loro prodotto si scrive


 
zw = (ρ R) cos(θ + φ) + i sen(θ + φ)

il quoziente
z ρ 
= cos(θ − φ) + i sen(θ − φ)
w R
e la potenza n-esima di z come

z n = ρn (cos(nθ) + i sen(nθ) , n∈N.

Dimostrazione: La formula del prodotto segue dalle formule di duplicazione di seno e coseno:

zw = ρ R (cos θ + i sen θ)(cos φ + i sen φ)


= ρ R [(cos θ cos φ − sen θ sen φ) + i(cos θ sen φ + sen θ cos φ)]
= ρ R [cos(θ + φ) + i sen(θ + φ)] .

La formula del quoziente si ottiene da quella del prodotto scrivendo z/w = z w−1 e ricordando che
w = R−1 (cos(−φ) + i sen(−φ)).
−1

La formula della potenza n-esima è ovvia per n = 0, 1, mentre per n = 2 segue applicando la formula
del prodotto con w = z. Assumendo poi che vale per un grado n ∈ N e scrivendo z n+1 = z n z, si ottiene
facilmente che vale anche per n + 1. Quindi per il principio di induzione, che vedremo nel teorema 2.59,
vale per ogni n ∈ N. 

Osservazione 2.46 Se in particolare w ha modulo R = 1, allora il prodotto wz sta sulla circonferenza


di centro l’origine cui appartiene z, e si ottiene ruotando z in verso antiorario di un angolo di φ = arg w
radianti. Ad esempio, iz si ottiene ruotando z di un quarto dell’angolo giro. Quindi in generale wz si
scrive a partire da z mediante una rotazione di φ = arg w seguita da un’omotetia di ragione R = |w|.

Radici complesse
Definizione 2.47 Se n ∈ N+ e z ∈ C, un numero complesso w è radice n-esima di z se wn = z.

Dalla formula della potenza n-esima otteniamo quindi il seguente


Teorema 2.48 Per ciascun valore di n ∈ N+ ogni numero complesso z diverso da zero ha esattamente
n radici n-esime distinte. Inoltre, in forma trigonometrica, se z = ρ(cos θ + i sen θ), le radici n-esime di
z sono i numeri complessi wk = R(cos φk + i sen φk ) di modulo R = ρ1/n e argomento
θ k · 2π
φk = + , k = 0, 1, . . . , n − 1 .
n n
Dimostrazione: Sia w = R(cos φ + i sen φ). Se wn = z, allora Rn = |w|n = |wn | = |z| = ρ, quindi
R = ρ1/n . Inoltre dalla formula della potenza n-esima wn = Rn (cos(nφ) + i sen(nφ)) per cui, essendo
Rn = ρ, si ha

wn = z ⇐⇒ Rn (cos(nφ) + i sen(nφ)) = ρ(cos θ + i sen θ) ⇐⇒ cos(nφ) + i sen(nφ) = cos θ + i sen θ .

Uguagliando parte reale e parte immaginaria, ne segue che l’argomento φ deve essere soluzione del sistema

cos(nφ) = cos θ
sen(nφ) = sen θ

che è risolto da φk = θ/n + k · 2π/n per ogni valore di k ∈ Z. Dalla periodicità delle funzioni seno e
coseno concludiamo che i valori di k per i quali si ottengono distinti numeri complessi cos φk + i sen φk
sono esattamente n, dati ad esempio da k ∈ {0, 1, . . . , n − 1}. 
Domenico Mucci Appunti di Analisi Matematica – 14

Osservazione 2.49 Si noti quanto segue:

1. se n = 2 le due radici quadrate sono l’una l’opposta dell’altra;

2. se n = 2m è pari, trovate le prime m radici w0 , . . . , wm−1 , le altre m sono le opposte di queste, i.e.
wk+m = −wk per k = 0, . . . , m − 1;

3. se z è reale positivo la prima radice n-esima è la radice n-esima reale;

4. le radici n-esime di z stanno sui vertici di un n-agono regolare inscritto nella circonferenza di centro
l’origine e raggio |z|1/n ;

5. uno dei vertici si trova dividendo in n parti uguali l’angolo θ che corrisponde all’argomento di z.

Equazioni complesse
Grazie all’esistenza delle radici quadrate complesse, possiamo risolvere le equazioni di secondo grado.
Come nel campo reale, dati a, b, c ∈ C, con a = 0, e denotato con Δ := b2 − 4ac il discriminante,
scriviamo
b c b b2 Δ b 2 Δ 
az 2 + bz + c = a z 2 + z + = a z2 + z + 2 − 2 =a z+ − .
a a a 4a 4a 2a 4a2
Quindi un numero z ∈ C risolve l’equazione az 2 + bz + c = 0 se e solo se il numero w = z + b/2a è una
2 2
radice quadrata
√ complessa del numero Δ/4a √ . Si vede facilmente che le due radici quadrate di Δ/4a
sono ± Δ/2a, dove abbiamo indicato con Δ una delle due radici quadrate in C del discriminante Δ.
In conclusione l’equazione az 2 + bz + c = 0, dove a = 0, ha due soluzioni complesse date da
√ √
−b + Δ −b − Δ
z1 = , z2 = , Δ := b2 − 4ac .
2a 2a

Teorema fondamentale dell’algebra


Come conseguenza, si deduce che l’insieme dei numeri complessi è algebricamente chiuso:

Teorema 2.50 Sia Pn (z) un polinomio di grado n ∈ N a coefficienti complessi. Allora l’equazione
Pn (z) = 0 ha esattamente n soluzioni complesse (contate con la loro molteplicità).

Osserviamo ora che se Pn (z) ha coefficienti reali, allora il suo coniugato è Pn (z) = Pn (z). Quindi,
Pn (z) = 0 ⇐⇒ Pn (z) = 0, da cui segue:

Corollario 2.51 Sia Pn (z) un polinomio di grado n ∈ N a coefficienti reali. Se un numero z ∈ C \ R è


soluzione dell’equazione Pn (z) = 0, allora anche il coniugato z è soluzione dell’equazione Pn (z) = 0 (con
la stessa molteplicità di z).

Forma esponenziale
Osservazione 2.52 L’esponenziale complesso z → ez è una funzione con dominio e codominio C definita
in modo tale che per ogni b ∈ R risulta eib = cos b + i sen b, cf. l’osservazione 6.83. Inoltre valgono le
proprietà delle potenze, nel senso che ez = ez+iz = ez eiz ed anche ez ew = ez+w .
Quindi un numero complesso z di modulo ρ e argomento θ si scrive in forma esponenziale come
z = ρ eiθ . Dalle formule note si ottiene dunque, in coerenza con le proprietà delle potenze: z = ρ e−iθ ,
z −1 = ρ−1 e−iθ , z n = ρn einθ ed infine, se w = R eiφ , allora zw = ρ R ei(θ+φ) . Poiché ad esempio −1 ha
modulo 1 e argomento π, si ottiene la famosa equazione di Eulero eiπ + 1 = 0, che comprende i cinque
numeri più importanti dell’analisi matematica.

Esempio 2.53 Un’onda elettromagnetica piana agisce su un conduttore elettrico rettilineo e si propaga
nella direzione delle x. Dalle equazioni di Maxwell si deduce che il campo elettrico e il campo magnetico
sono ortogonali fra loro. L’onda è dunque descritta dalla funzione complessa φ(x, t) = φ(x) eiωt , dove
ω > 0 è la frequenza angolare dell’onda e φ(x) = A eiαx , dove A > 0 ed il numero complesso α ∈ C
dipende dalla conducibilità elettrica σ, dalla permeabilità elettrica ε e dalla permeabilità magnetica μ
Domenico Mucci Appunti di Analisi Matematica – 15

tramite la formula α2 = ω 2 εμ − iωδμ, con α > 0 e α > 0. Abbiamo eiαx = ei(α)x e−(α) x , per cui
possiamo scrivere
 
φ(x, t) = A e−(α) x ei[(α)x+ωt] = A e−(α) x cos((α)x + ωt) + i sen((α)x + ωt) .

Quindi l’onda elettromagnetica si trasferisce lungo il conduttore come una oscillazione smorzata, con uno
sfasamento tra parte reale (campo elettrico) e immaginaria (campo magnetico).

I principi del minimo intero e di induzione


Il principio del minimo intero esprime il buon ordinamento dei naturali. Il principio di induzione dà
senso alle definizioni ricorsive ed è utile nella verifica di proprietà che dipendono da un numero naturale.

Principio del minimo intero


Applicando il teorema di esistenza dell’estremo superiore si dimostra la seguente

Proposizione 2.54 Ogni insieme A ⊂ N non vuoto ha minimo.

Come conseguenza, si ottiene facilmente l’analoga proprietà sugli interi relativi:

Corollario 2.55 Sia A ⊂ Z un insieme non vuoto. Se A è limitato inferiormente, allora ha minimo.
Analogamente, se A è limitato superiormente, allora ha massimo.

Possiamo quindi definire il successivo di un numero intero e la parte intera di un numero reale:

Definizione 2.56 Successivo di un intero n ∈ Z è il minimo dell’insieme A := {m ∈ Z | m > n}. La


parte intera x di un numero x ∈ R è definita come il massimo dell’insieme B := {n ∈ Z | n ≤ x}.

Osservazione 2.57 Nell’esempio 2.31, se ε ∈]0, 1[, il più piccolo n per il quale n/(n + 1) > 1 − ε è dato
da nε := ε−1 − 1 + 1 e quindi dipende da ε. In particolare la funzione ε → nε è decrescente su ]0, 1[.

Osservazione 2.58 L’esistenza del successivo, che vale sugli interi relativi, non vale per l’insieme dei
numeri razionali, in quanto dipende dal principio del minimo intero, anch’esso falso in Q, in quanto ad
esempio non esiste il più piccolo numero razionale positivo.

Principio di induzione
Teorema 2.59 Sia S ⊂ N un insieme che verifica:
1) 0 ∈ S
2) per ogni n ∈ S, anche n + 1 ∈ S.
Allora S = N.

Dimostrazione: Se S = N, allora l’insieme di numeri naturali A := N \ S è non vuoto. Per il principio


del minimo intero A ha minimo: ∃ m = min A. Dalla 1) sappiamo che 0 ∈ / A, quindi m ∈ N+ e scriviamo
m = n + 1, con n ∈ N. Poiché n ∈
/ A, in quanto n < m = min A, allora n ∈ S. Ma allora, per la 2) si
ottiene che m = n + 1 ∈ S. Ma questo è un assurdo, in quanto m ∈ A e per definizione A ∩ S = ∅. 

Usiamo il principio di induzione per definire il fattoriale.

Definizione 2.60 La funzione fattoriale f : N → N è data da



f (0) = 1
f (n + 1) = (n + 1) · f (n) se n ≥ 0

e si denota f (n) = n!. Quindi 0! = 1 mentre n! = 1 · 2 · · · (n − 1) · n per ogni n ∈ N+ . Si noti poi che il
simbolo ! di fattoriale ha la precedenza sulle altre operazioni: ad esempio 2 · (n!) = 2n! = (2n)!.
Domenico Mucci Appunti di Analisi Matematica – 16

Sommatorie
Il simbolo di sommatoria permette di abbreviare le notazioni.
Definizione 2.61 Dati i numeri reali a1 , a2 , . . . , an , denotiamo con
n
  k+n

ai = aj = ah−k = a1 + a2 + · · · + an
i=1 1≤j≤n h=k+1

la somma
 di tali n numeri, dove gli indici i, j, h, k sono muti. Se I è un insieme finito di indici, denotiamo
con i∈I ai la somma di tutti i numeri ai , dove l’ indice i assume tutti i valori compresi nell’ insieme I.
Se I, J sono insiemi di indici, e tutti i numeri che compaiono sono numeri reali, allora:
  
1. se I e J sono disgiunti, ai = ai + aj
i∈I∪J i∈I j∈J
  
2. (ai + bi ) = ai + bi
i∈I i∈I i∈I
 
3. c · ai = c · ai ∀c ∈ R.
i∈I i∈I

Principio di induzione applicato ai predicati


Se P(n) denota un predicato che dipende dal numero naturale n – questo significa che P(n) è una
proposizione, vera o falsa, per ogni fissato n – la verità della proposizione P(n) per ogni n può essere
dimostrata facendo uso della seguente forma equivalente del principio di induzione, ottenuta ponendo
S := {n ∈ N | P(n) è vera }.
Proposizione 2.62 Sia P(n) un predicato definito per ogni n ∈ N e che verifica le seguenti proprietà:
1) P(0) è vero
2) per ogni n ∈ N, supponendo vero P(n) risulta vero anche P(n + 1).
Allora P(n) è vero per ogni n ∈ N.

Esempio 2.63 Proviamo mediante il principio di induzione che per ogni naturale n la somma dei numeri
interi da 0 ad n vale n(n + 1)/2.

Detto P(n) il predicato


n
 n(n + 1)
j= ,
j=0
2

dimostriamo per induzione che P(n) è vera per ogni n ∈ N. Ovviamente P(0) è vera. Proviamo quindi
che ∀ n ∈ N+ , P(n − 1) ⇒ P(n). Sostituendo n − 1 al posto di n, abbiamo che per ipotesi induttiva vale
n−1  
 (n − 1) (n − 1) + 1 (n − 1)n
j= = .
j=0
2 2

A questo punto, isolando l’ultimo termine nella sommatoria, e usando l’ ipotesi induttiva, risulta
n
 n−1
 (n − 1)n n(n − 1) + 2n n(n + 1)
j= j+n= +n= = .
j=0 j=0
2 2 2

Quindi, valendo P(n) abbiamo la dimostrato la tesi.

Esempio 2.64 Dimostriamo per induzione la formula


n
 1 − q n+1
qk = ∀n∈N se q = 1 (2.4)
1−q
k=0

sulla somma di una progressione geometrica.


Domenico Mucci Appunti di Analisi Matematica – 17

n 1−q n+1
Fissato q = 1, e detto P(n) il predicato k=0 qk =
verifichiamo che P(0) è vera, in quanto
1−q ,
1−q n+1 n+2
1= 1−q . Supposta vera P(n), proviamo allora che vale P(n + 1), i.e. che k=0 q k = 1−q1−q . Infatti
calcoliamo
n+1
 n
 1 − q n+1 1 − q n+1 + q n+1 − q n+2 1 − q n+2
qk = q k + q n+1 = + q n+1 = = ,
1−q 1−q 1−q
k=0 k=0

per cui dal principio di induzione segue l’asserto.

Forma equivalente del principio di induzione


Nelle applicazioni risulta utile la seguente forma equivalente del principio di induzione, ottenuta ponendo
P(n) = Q(n + n0 ) nella proposizione 2.62:

Proposizione 2.65 Dato n0 ∈ N, sia Q(n) un predicato definito per ogni naturale n ≥ n0 e che verifica
le seguenti proprietà:
1) Q(n0 ) è vero
2) ∀ n ≥ n0 , Q(n) ⇒ Q(n + 1).
Allora Q(n) è vero per ogni n ≥ n0 .

Esempio 2.66 Dimostriamo la diseguaglianza di Bernoulli

∀ a ≥ −1, ∀ n ∈ N+ ⇒ (1 + a)n ≥ 1 + na . (2.5)

Fissato a ≥ −1, chiamiamo Q(n) il predicato (1 + a)n ≥ 1 + na. Ovviamente Q(1) è vera, in quanto
diventa 1 + a ≥ 1 + a. Proviamo ora che Q(n) ⇒ Q(n + 1) per ogni n ∈ N+ . Poiché Q(n + 1) si scrive
come (1 + a)n+1 ≥ 1 + (n + 1) a, e (1 + a) ≥ 0 se a ≥ −1, usando Q(n) abbiamo che

(1 + a)n+1 = (1 + a)(1 + a)n ≥ (1 + a)(1 + na) ,

per cui Q(n + 1) è vera in quanto

(1 + a)(1 + na) ≥ 1 + (n + 1) a ⇐⇒ 1 + a + na + na2 ≥ 1 + na + a ⇐⇒ na2 ≥ 0 .

Calcolo combinatorio
Permutazioni, disposizioni e combinazioni
Definizione 2.67 Dati n oggetti distinti, disposti in fila in un certo ordine, ogni altro modo di metterli
in fila si chiama permutazione della collocazione ordinata di partenza. Se indichiamo con Pn il numero di
permutazioni di n oggetti, allora risulta P1 = 1. Inoltre, presi n + 1 oggetti da mettere in fila, possiamo
scegliere (in n + 1 modi diversi) il primo oggetto e poi, per ognuno di questi casi, sistemare gli altri n
oggetti in Pn modi. Quindi Pn+1 = (n + 1) Pn da cui segue che

Pn = n! ∀ n ∈ N+ .

Definizione 2.68 Le disposizioni di n oggetti presi a k per volta, dove 1 ≤ k ≤ n, sono i modi distinti
in cui possiamo mettere in fila k oggetti scelti tra un gruppo di n. Il loro numero si denota con Dn,k ed
è dato da
n!
Dn,k = = n · (n − 1) · · · (n − k + 1) .
(n − k)!

Infatti, possiamo mettere in fila gli n oggetti (in Pn modi diversi) e scartare gli ultimi n − k. Inoltre,
ad ogni disposizione dei primi k oggetti ottenuta corrispondono Pn−k modi diversi di disporre gli ultimi
n − k, per cui
n! = Pn = Dn,k · Pn−k = Dn−k · (n − k)!
Domenico Mucci Appunti di Analisi Matematica – 18

Osservazione 2.69 Ricordiamo il simbolo di produttoria: dati i numeri a1 , a2 , . . . , an


n
  k+n

ai = aj = ah−k = a1 · a2 · · · an
i=1 1≤j≤n h=k+1

n
 k−1

Poiché per ogni n ∈ N+ risulta n! = i, allora si ottiene Dn,k = (n − i) ∈ N per ogni 1 ≤ k ≤ n.
i=1 i=0

Definizione 2.70 Le combinazioni di n oggetti presi a k per volta, dove 1 ≤ k ≤ n, sono i modi distinti
in cui possiamo scegliere (senza badare all’ordine) k oggetti tra un gruppo di n. Il loro numero si denota
con Cn,k ed è dato da
n! n · (n − 1) · · · (n − k + 1)
Cn,k = = .
k!(n − k)! 1 · 2 · · · (k − 1) · k
Infatti, presa una combinazione di k oggetti tra n, facendo permutare gli oggetti in Pk modi si
ottengono le corrispondenti disposizioni, per cui Cn,k · Pk = Dn,k , da cui segue la formula. Si noti che
Cn,k ∈ N+ .
Osservazione 2.71 Le combinazioni si denotano anche usando i coefficienti binomiali, che studieremo
in seguito, definiti per ogni n ∈ N e k ∈ Z da

  ⎪
⎨1 se k = 0
n n!
:= C n,k = se 1≤k≤n (2.6)
k ⎪
⎩ k!(n − k)!
0 se k > n oppure k < 0.

Disposizioni e combinazioni con ripetizioni


Dati n, k ∈ N+ , le disposizioni con ripetizione Dn,k
r
di k oggetti scelti tra n sono ovviamente nk .
Invece, per calcolare le combinazioni con ripetizione, partiamo dall’esempio di n scatole numerate in
fila in cui collochiamo k oggetti uguali tra loro. Messi n + 1 paletti a separare le n scatole, dobbiamo
mettere i k oggetti all’interno dei paletti. Quindi contiamo le posizioni di k oggetti indistinguibili in una
r
stringa di (n − 1) + k entrate. Le combinazioni con ripetizione Cn,k di k oggetti scelti tra n sono dunque
 
r n−1+k
uguali alle combinazioni di k oggetti scelti tra n − 1 + k, i.e. Cn,k = ∀ n, k ∈ N+ .
k

Probabilità finita
Nella probabilità finita si contempla il caso di eventi che variano in un insieme finito di possibilità, che
assumeremo tutte equiprobabili. In tal caso definiremo la probabilità di un evento tramite il numero
razionale compreso tra 0 e 1 dato dal rapporto
numero di eventi favorevoli
p= ∈ Q ∩ [0, 1] .
numero di eventi possibili
Esempio 2.72 Calcoliamo la somma più probabile ottenuta lanciando due dadi a sei facce. Abbiamo
62 = 36 eventi possibili, suddivisi nelle possibili somme da 2 a 12. Si verifica che alle somme 2 e 12
corrisponde un solo evento favorevole, alle somme 3 e 11 ne corrispondono 2, alle somme 4 e 10 ne
corrispondono 3, alle somme 5 e 9 ne corrispondono 4, alle somme 6 e 8 ne corrispondono 5 e, infine, alla
somma 7 ne corrispondono 6. Le corrispondenti probabilità sono rispettivamente 1/36, 1/18, 1/12, 1/9,
5/36 e infine 1/6 per la somma 7. Quindi è più probabile ottenere somma 7.
Esempio 2.73 Data una tavola rotonda con n ≥ 3 posti, su cui n persone si siedono a caso, qual è la
probabilità p = p(n) che Tizio e Caio si siedano in due posti affiancati?
Conviene fissare il posto in cui è seduto Tizio. A questo punto le altre n − 1 persone si possono sedere
in Pn−1 = (n − 1)! modi, il numero di eventi possibili. Tra questi, gli eventi favorevoli sono dati da quelli
in cui Caio è a destra o a sinistra di Tizio, ad ognuno dei quali corrispondono Pn−2 modi in cui si siedono
le restanti n − 2 persone. Quindi gli eventi favorevoli sono 2 (n − 2)! e la probabilità richesta è
2 (n − 2)! 2
p = p(n) = = .
(n − 1)! n−1
Si noti che p(3) = 1 e che p(n) è decrescente (i.e. decresce al crescere di n).
Domenico Mucci Appunti di Analisi Matematica – 19

La probabilità condizionata di un evento A, sapendo che sia certo un evento B, è definita da

P(A ∩ B)
P(A | B) := , P(B) > 0 .
P(B)

Esempio 2.74 Un’urna contiene 3 palline bianche e 5 rosse (numerate). Estraendo due palline a caso,
calcolate:

1. la probabilità che siano entrambe rosse;

2. la probabilità che siano entrambe rosse, sapendo che almeno una è rossa.
 
8 8·7
L’insieme degli eventi possibili Ω ha cardinalità #Ω = C8,2 = = = 28 e detto A l’evento
2 2
”entrambe le palline estratte sono rosse”, abbiamo
 
5 5·4
#A = C5,2 = = = 10 , P(A) = #A/#Ω = 10/28 = 5/14 .
2 2

Nel secondo caso, denotiamo con B l’evento ”almeno una delle due palline estratte è rossa”, per cui

#B 25
#B = C5,2 + C5,1 C3,1 = 10 + 5 · 3 = 25 , P(B) = = .
#Ω 28

Pertanto, essendo A ∩ B = A, calcoliamo la probabilità condizionata

P(A ∩ B) P(A) 10/28 2


P(A|B) = = = = .
P(B) P(B) 25/28 5

Si noti che diversa cosa è dire che, avendo già estratto una pallina rossa, nell’urna ci sono 7 palline di
cui 3 bianche e 4 rosse, estraendone una delle quali a caso, la probabilità che sia rossa è 4/7.

Per eventi indipendenti, la probabilità si calcola mediante il prodotto delle probabilità dei singoli eventi.
Infatti, se la conoscenza che si è verificato B non cambia la probabilità che si verifichi A, allora si deve
avere P(A|B) = P(A). Quindi, supposto ancora P(B) > 0, se A e B sono indipendenti risulta

P(A ∩ B)
= P(A) ⇐⇒ P(A ∩ B) = P(A) · P(B) .
P(B)

Esempio 2.75 In una gara di lancio di una moneta, vince il primo tra Tizio e Caio che arriva a quota
5 ”testa” o cinque ”croce”, rispettivamente. Dopo sei lanci, Tizio è a 4 punti e Caio a 2 punti. Qual è la
probabilità che vinca Caio?
Al settimo lancio, Caio ha probabilità 1/2 andare sul punteggio di 4 a 3 per Tizio. Nel caso a
lui favorevole, all’ottavo lancio Caio ha probabilità 1/2 di pareggiare 4 a 4. Nel caso a lui favorevole,
all’ottavo lancio ha ancora probabilità 1/2 di vincere per 5 a 4. In definitiva, dopo i primi sei lanci Caio
ha probabilità (1/2)3 = 1/8 di vincere, mentre in tutti gli altri casi vince Tizio, che dunque ha probabilità
di vittoria 1 − 1/8 = 7/8.

Coefficienti binomiali
Ricordiamo la definizione (2.6) dei coefficienti binomiali. Vale la seguente:

Proposizione 2.76 Per ogni n ∈ N si ha:


   
n n
1. =1e =1
0 n
   
n n
2. ∀ k, =
k n−k
     
n+1 n n
3. ∀ k, = + .
k k k−1
Domenico Mucci Appunti di Analisi Matematica – 20

Il nome di coefficienti binomiali deriva dalla formula seguente, in cui si pone per convenzione 0 0 = 1
per trattare direttamente i casi banali in cui ab = 0 o a + b = 0.
Proposizione 2.77 (Formula del binomio di Newton). Per ogni a, b ∈ R e n ∈ N si ha:
n  

n n
(a + b) = an−k bk . (2.7)
k
k=0

Osservazione 2.78 La formula (2.7) si dimostra usando il principio di induzione e la proprietà 3.


Quest’ultima permette di costruire il triangolo di Tartaglia con il quale si ricavano i coefficienti della
potenza (n + 1)-esima sapendo i coefficienti della potenza n-esima di un binomio. Notiamo inoltre che
applicando (2.7) con a = b = 1 si ottiene la formula sulla somma della riga n-esima del triangolo di
Tartaglia:
n  
n
= (1 + 1)n = 2n ∀ n ∈ N+ .
k
k=0

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