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Seneca

Seneca, nato a Cordova nel 5 o 4 a.C., fu un importante filosofo e oratore romano, noto per il suo coinvolgimento nella politica e per le sue opere filosofiche. Dopo un'esistenza segnata da esilio e conflitti con il potere, si dedicò alla filosofia, scrivendo opere che trattano temi come la clemenza, la vita beata e la serenità interiore. Le sue opere, tra cui i Dialoghi e i trattati, riflettono la sua ricerca di equilibrio tra vita attiva e contemplativa, evidenziando la complessità della sua personalità e del suo pensiero.
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Seneca

Seneca, nato a Cordova nel 5 o 4 a.C., fu un importante filosofo e oratore romano, noto per il suo coinvolgimento nella politica e per le sue opere filosofiche. Dopo un'esistenza segnata da esilio e conflitti con il potere, si dedicò alla filosofia, scrivendo opere che trattano temi come la clemenza, la vita beata e la serenità interiore. Le sue opere, tra cui i Dialoghi e i trattati, riflettono la sua ricerca di equilibrio tra vita attiva e contemplativa, evidenziando la complessità della sua personalità e del suo pensiero.
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LA VITA

Seneca nacque nel 5 o nel 4 a. C. a Cordova, nella Spagna Betica.


Apparteneva alla ricca famiglia equestre degli Annei. Suo padre era Seneca
il Vecchio, autore di declamationes.
A Roma Seneca ricevette una perfetta educazione retorica. Si avvicinò alla
filosofia neopitagorica e grande influsso ebbe su di lui Papirio Fabiano,
oratore famoso e esponente di rilievo della scuola neostoica dei Sesti, che
Tiberio fece chiudere.
Seneca, che tra l'altro soffriva di malattie alle vie respiratorie, si ritirò per
qualche anno in Egitto, ospite di una zia.
Ritornò a Roma verso il 31, intraprese la carriera forense e il cursus
honorum, divenne uno degli oratori più ammirati della capitale. Ottenne
dopo il 32 la questura.
Sotto Caligola, invidioso della sua abilità oratoria, Seneca tenne in senato un
discorso troppo libero e rischiò la condanna a morte, dalla quale si salvò
rinunciando a tenere discorsi in pubblico.
Nel 41 d. C., sotto Claudio, fu accusato di adulterio con Giulia Livilla,
sorella di Caligola. Venne condannato a morte, ma Claudio commutò la
pena in relegazione in Corsica. Negli otto anni di solitudine sull'isola
Seneca ritornò agli studi filosofici.
Grazie ad Agrippina Minore, altra sorella di Caligola divenuta da poco
moglie di Claudio dopo la morte di Messalina, tornò a Roma. La donna
infatti pensava a Seneca come precettore del figlio Nerone, nato dal
suo primo matrimonio e che voleva far diventare imperatore.
Nel 54 morto Claudio, Agrippina ottenne l'investitura ufficiale per il
diciassettenne Nerone. Toccò a Seneca la laudatio funebre per Claudio, ma
si vendicò del defunto che lo aveva esiliato, stendendo la dissacrante parodia
dell'Apokolokyntosis.
Fu Seneca a governare di fatto l'impero fra il 54 e il 58, nacque allora il
De claementia che Seneca dedicò a Nerone. Quest'ultimo però non
obbediva all'utopia senecana del governo illuminato: l'imperatore uccise
Britannico, figlio di Claudio e Messalina, e suo potenziale rivale. Nel 59
uccise la madre.
Gli oppositori accusarono Seneca di complicità nell'assassinio e il fatto
segnò una svolta nel rapporto tra il filosofo e il princeps: la politica
spettacolo di Nerone e la sua tendenza verso l'autarchia non potevano
non scontrarsi con l'atteggiamento filosenatorio di Seneca e del
prefetto del pretorio Afranio Burro.
Dopo la morte di quest'ultimo per avvelenamento, Seneca si staccò
dalla corte, rifugiandosi negli studi filosofici.
Seneca visse gli ultimi anni nel sospetto, guardato con rancore da Tigellino, il
nuovo prefetto del pretorio.
Forse non fu complice, ma solo al corrente della congiura di Pisone
contro Nerone. Scoperto il complotto nel 65, gli giunse da Nerone
l'ordine di uccidersi. Seneca si tagliò le vene e bevve cicuta per
accelerare una fine che fu lunghissima.
UNA PERSONALITÀ CONTROVERSA

Seneca svolse per alcuni anni una funzione attiva come uomo di cultura
a servizio del potere.
In seguito trovò la propria vera vocazione, che non era quella di brillante
oratore o di consigliere del principe, bensì quella di scopritore
dell'interiorità.
Come uomo Seneca non fu esente da debolezze e compromessi. Mentre
predicava rassegnazione e pazienza verso le disgrazie, si piegò ad
adulare dalla Corsica il potente liberto di Claudio, Polibio, per ottenere
inutilmente il richiamo a Roma.
Nell'arco della sua vita rimase sempre sostanzialmente indeciso fra vita
attiva e vita contemplativa: allettato dalla quiete dell'otium filosofico,
fu però sempre sensibile ai richiami della vita mondana e del potere.
Gli avversari gli rimproveravano avarizia, ambizione, gusto per i
piaceri, ma egli si difendeva invitandoli a guardare non al suo
comportamento, ma al suo insegnamento.

LE OPERE

Seneca scrisse molto e si cimentò in generi diversi, in prosa e in poesia.

Le opere filosofiche

-Consolatio ad Marciam (39-40 d. C.): per consolare Marzia, figlia di


Cremuzio Cordo, che aveva appena perduto un figlio.
-De ira (41) su come tenere a freno le passioni, cioè gli istinti, e in particolare
l'ira.
-Consolatio ad Helviam matrem (42 o 43): consolare la madre Elvia,
afflitta dall'esilio comminato all'autore.
-Consolatio ad Polybium (43): per consolare Polibio, potente liberto di
Claudio, a cui era morto un fratello;
-De brevitate vitae (48-49): la vita non è breve, siamo noi che sprechiamo
il tempo dedicandoci a cose inutili.
-De tranquillitate animi (51-54): la serenità interiore è lo strumento per
distaccarsi dalle sofferenze della vita.
-De constantia sapientis (55): sull'imperturbabilità del saggio di fronte a
sciagure, ingiustizie ecc.
-De vita beata (dopo il 50 e prima del 62): la vera felicità è vivere secondo
virtù.
-De providentia (62): sul fato che governa il mondo e su come affrontare le
disgrazie.
-De otio (dopo il 62): il sapiente può giovare agli altri sia nella vita attiva, sia
dedicandosi all'otium.

Queste opere sono comprese nei Dialoghi (Dialogorum libri), ma non


presentano struttura dialogica; l'aspetto del dialogo si limita al fatto che
l'autore si rivolge con frequenza al destinatario e talora anche a un
interlocutore fittizio; di quest'ultimo introduce le possibili obiezioni,
cui seguono le contro-obiezioni dell'autore. È un andamento tipico
dello stile diatribico.

Oltre ai Dialoghi ci sono pervenute altre opere filosofiche di Seneca, i


trattati:

-De clementia (55-56): indirizzato a Nerone, la clemenza è la virtù primaria


del buon monarca.
-De beneficiis (64): come fare e come ricevere atti di benevolenza nel
contesto della società.
-Epistulae morales ad Lucilium (62-64): raccolta di lettere filosofiche
indirizzate all'amico e discepolo Lucilio, per insegnargli ad avvicinarsi
gradualmente alla filosofia e alla virtù.

Scrisse altre opere filosofiche ma ne conosciamo solo i titoli.

Le opere scientifiche e letterarie

A documentare il reale interesse di S. verso la scienza sono:

-le Naturales quaestiones (62-63): tratta di fenomeni atmosferici, celesti e


terrestri. I contenuti nascono non dall'osservazione diretta ma da un ampio
lavoro di compilazione da fonti diverse. Seneca va sempre oltre le dirette cause
fisiche dei singoli fenomeni, per orientarsi verso la causa ultima di essi, ovvero
verso quella ratio divina che permea e muove il cosmo;
-una serie di operette di cui possediamo solo i titoli e che trattavano
dell'Egitto e della sua religione, delle pietre, dei pesci, dei terremoti
ecc.

Seneca si cimentò anche nella satira e nella tragedia, scrivendo:

-l'Apokolokyntosis (Deificazione di una zucca, di uno zuccone, 54): un


componimento satirico in prosa e versi scritto subito dopo la morte di Claudio:
è lui lo zuccone che vanamente aspira a essere accolto nell'oltretomba dagli
dei;
-nove tragedie cothurnatae (Herculens furens, Trades, Phoenissae,
Medea, Phaedra, Oedipus, Agamennon, Thyestes, Hercules Oetaeus,
datazione molto incerta): che mettono in scena i mali che dilaniano l'umanità
quando è assente la ragione.

Riassunto delle opere filosofiche: i Dialoghi

Consolatio ad Marciam: è dedicata a Marcia, figlia di Cremuzio Cordo, lo


storico morto suicida, per consolarla della morte del figlio; Seneca ne fa
un'occasione per affrontare il delicato tema del suicidio, che, coerentemente
con i princìpi della dottrina stoica, è visto come positivo se motivato da una
scelta compiuta razionalmente: la vita non è un bene in assoluto, ma è utile e
positiva solo se vissuta in modo decoroso; il suicidio dunque può essere
strumento di affermazione della libertà individuale. Modello di questo dialogus
è la Consolatio ad se ipsum di Cicerone.

De ira in 3 libri: in base ai princìpi stoici, sommo bene è il lògos, e quindi


tutto ciò che non è razionale è male e va evitato. L'ira è scelta di proposito fra
le emozioni da evitare, in contrapposizione alla tesi aristotelico-peripatetica che
ne fa uno strumento di stimolo all'azione. Per Seneca essa è semplicemente
desiderio di punizione che si esprime in modo sbagliato; la giusta volontà
punitiva è invece una lucida decisione maturata "a freddo", razionalmente.
Seneca dunque mette in guardia sulle circostanze che provocano l'ira, onde
prevenirla.

Consolatio ad Helviam Matrem: è dedicata a sua madre per la "perdita" del


figlio, costretto in esilio in Corsica. Segue la topica consueta della consolatio ed
espone le argomentazioni di consolazione tipiche del saggio stoico (autàrkeia =
autosufficienza).

Consolatio ad Polybium: dedicata a Polibio, potente liberto e consigliere di


Claudio, per la morte di un fratello. L'intento è evidentemente adulatorio nei
confronti del princeps, nel tentativo di convincerlo a richiamarlo in Roma
dall'esilio forzato.

De vita beata: la felicità, considerata come il sommo bene dalle filosofie


ellenistiche, si ottiene, secondo gli epicurei, attraverso la hedonè, il piacere, ed
il rifiuto della sofferenza, identificata con il male; secondo gli stoici, invece, il
dolore non è un male, è anzi necessario all'uomo per migliorarsi. Seneca
identifica il sommo bene con la virtus, ossia l'autodisciplina che l'uomo deve
imporre alla propria componente emotiva. In questo Seneca, esponente del
Terzo Stoicismo, è perfettamente coerente con i princìpi della dottrina stoica;
egli è però conscio che le sue azioni non sono sempre coerenti con il suo
pensiero, ma si giustifica affermando che il saggio stoico non deve incarnare la
verità, bensì solo indicarla agli altri ("fate quel che dico, non fate quel che
faccio").

De otio: in quest’opera tarda, posteriore al ritiro a vita privata, Seneca, per


quanto riguarda la problematica relativa all’otium (ossia alla vita
contemplativa), prende le distanze dalla rigorosa etica stoica: quando
l'impegno politico diviene impossibile o richiede compromessi troppo squallidi,
meglio ripiegare su altre attività, quali letteratura e filosofia (posizione, questa,
già di Sallustio). Il saggio stoico deve essere utile alla collettività; se ciò gli è
impedito, lo sia almeno a se stesso e alla cerchia dei suoi amici.

De providentia: Seneca non intende in questa sede dimostrare l'esistenza di


un dio e della Provvidenza, di cui è convinto; l'interrogativo che si pone, e a cui
cerca di dare risposta, è piuttosto come possa un dio provvidenziale
ammettere l'esistenza del male. Seneca riprende qui la tematica della
sofferenza, che non è un male, ma è una sorta di banco di prova su cui la
divinità saggia la tempra umana; male è per Seneca contrastare la volontà
divina (il che è peraltro impossibile: aporìa concettuale).

De constantia sapientis: Seneca vi espone nuovamente la tesi stoica


dell'imperturbabilità del saggio; il sapiente non può subire offesa perché è in
possesso dell’unico vero bene: la serenità interiore.

De tranquillitate animi: sappiamo per certo che questo dialogo è posteriore


al De constantia sapientis; è l'unico in forma effettivamente dialogica. Tratta
della serenità dell'anima. Il destinatario, Anneo Sereno, è introdotto a parlare
per chiedere aiuto in un momento di turbamento psicologico: come si può
raggiungere la serenità? Non certo cambiando luogo o viaggiando di continuo
("ovunque tu vada ti porti dietro te stesso"), bensì facendo il bene, vivendo in
modo frugale, frequentando buone compagnie, accettando la necessità della
sofferenza e della morte.

De brevitate vitae: la vita dell'uomo non è mai troppo breve se vissuta


intensamente. Non in quantità, ma in qualità si misura il valore della vita
umana: "longa est vita si plena".

Riassunto delle altre opere filosofiche: i trattati

De clementia: non è un vero e proprio trattato di politica: risale ai primi anni


del regno di Nerone, e il suo scopo è l'educazione del giovane principe. La
posizione di Seneca nei confronti della monarchia denota una lucida coscienza
politica: non hanno ormai più senso le nostalgie repubblicane e con esse
l'opposizione stoica al principato. Seneca accetta dunque la forma istituzionale
del principato, che peraltro è specchio dell’ordinamento cosmico: un unico dio,
un unico princeps; ciò che contesta è la sua degenerazione e l'abuso di essa;
per essere una figura positiva, il princeps dev’essere come un padre per i suoi
sudditi (paternalismo illuminato).

De beneficiis: ci mostra un Seneca ormai disincantato e deluso, che ha visto


fallire in pieno il suo programma pedagogico e politico. Seneca si rivolge perciò
ora, con gli stessi ideali di fondo, a un nuovo pubblico: la classe abbiente, la
sola che possa opporre un rimedio alla povertà e alla miseria delle masse, se
educata alla generosità e alla benevolenza. E' la stessa ottica paternalistica in
cui si inquadrava il suo programma politico, e possiede già in nuce gli elementi
della non lontana dottrina cristiana. È incentrato sul significato del beneficio
(che cosa significa "fare del bene"?) e soprattutto sulla disposizione d’animo di
chi lo fa e di chi lo riceve.

Naturales quaestiones, in 7 libri: per la datazione si fa riferimento a una


cometa apparsa nel 60 d. C. e ad un terremoto che danneggiò Pompei nel 62.
Rispondono anch'esse alla necessità di ripiegare su attività alternative
all'impegno politico diretto. Sono di fatto un tentativo di collegare scienza e
morale, evidente già dalla struttura delle singole quaestiones, ciascuna
introdotta da un problema di carattere etico e conclusa in una specie di
"morale" o comunque dalle conseguenze etiche della quaestio trattata. L’opera
ha come argomento la scienza della terra, la fisica e i fenomeni atmosferici.
Solo con lo studio dei fenomeni fisici si può vincere la paura e l’ignoranza:
quindi la fisica è pertinente alla morale. Ha carattere dossografico (vengono
cioè riportate le opinioni di filosofi greci e latini). Si deplora il comportamento
di chi mette le scoperte scientifiche al servizio dei propri vizi. Seneca conclude
l’opera con la certezza che le scoperte scientifiche continueranno e che le
generazioni future conosceranno cose che ora non si conoscono

IL PENSIERO FILOSOFICO

La scelta dello stoicismo

Seneca è il maggiore filosofo di Roma antica, insieme a Cicerone e ad


Agostino.
Ebbe più maestri: i Sesti, Papirio Fabiano, Attalo. Ritroviamo poi in Seneca
elementi epicurei e altri provenienti dal medioplatonismo, ritorni di
pitagorismo e il tema dell'esame di coscienza quotidiano.
Seneca opera una netta presa di posizione a favore della dottrina stoica.
La sua filosofia obbedisce a due principi stoici: la natura e la ragione.
Quest'ultima è la ratio, il logos dei greci, divino principio che regge il
mondo. L'uomo deve conformarsi alla natura e obbedire alla ratio a
ogni livello.

Il sapiente e il graduale itinerario verso la sapienza

Il pensiero di Seneca ha per protagonista il sapiens. Ma Seneca, essendo


romano, è dotato di spirito pragmatico, perciò evita le esasperazioni dell'antica
Stoà, secondo la quale il sapiens è immune persino dal dolore fisico o
psicologico.
Per Seneca la vera grandezza non consiste nel disprezzare gioie e
dolori, ma nel saperli dominare con la ragione.
A tale scopo il sapiens deve allenarsi all'autocontrollo e a una continua
pratica meditativa.
La prima tappa è il trionfo sulle passioni, in particolare sul dolore e
sulla paura.
La seconda è la conquistata consapevolezza di possedere in sé
qualcosa di divino, di essere insomma parte del lógos, il cui progetto
provvidenziale sul mondo e sugli uomini è il nostro destino.
Infine giungeranno l'accettazione e la serena condivisione di tale
destino.
Anche la ricerca scientifica acquista una valore filosofico e morale:
studiando i fenomeni della natura, l'uomo perviene alla conoscenza
della ratio universale che muove il cosmo; la conosce e si assimila a
essa.
Impara così a vivere meglio, senza sciocchi timori e vincendo le
passioni dell'animo.
Ma per Seneca la sapienza non è il fine ultimo: va cercata per raggiungere la
vera meta, che è quella libertas interiore che appartiene al saggio ed è il
suo vero segno distintivo.

LE EPISTOLE A LUCILIO

Le Epistulae morales ad Lucilium sono le 124 lettere, divise in 20 libri, che


Seneca scrisse all’amico Lucilio, per lo più dopo il 62.
Seneca non è più un personaggio pubblico, e si esprime in questa sede con
un linguaggio più discorsivo e colloquiale di quello a cui ci aveva abituati;
nonostante la forma privata dell'epistolario, avvertiamo comunque che Seneca
teneva in considerazione la futura pubblicazione delle sue lettere.
I temi trattati sono molteplici e vari e già presenti in alcuni Dialogi, ma due
sono i motivi ricorrenti: la figura del saggio stoico e la morte.
La filosofia senecana trova nell'epistolario un'esposizione pressoché
completa, anche se non sistematica. E' questo un "difetto" riconosciuto al
pensiero senecano da alcuni critici: facilmente contestabile, però, se si
considera che una filosofia focalizzata sull'etica, come tipico della Terza Stoà,
non necessita di sistematicità in senso classico.
Seneca vuole soprattutto favorire nell'interlocutore l'abitudine alla
riflessione filosofica che deve sempre portare all'esame di coscienza.
Le sue epistole inoltrano soprattutto consigli spirituali.
Non mancano però riferimenti alla realtà, a episodi di vita privata, alle
lettere di risposta di Lucilio.
L'epistolario delinea un itinerario filosofico che gradualmente conduca
l'allievo Lucilio all'autocoscienza e alla libertà interiore, intesa alla maniera
degli stoici, come accettazione totale del proprio destino, buono o
cattivo che sia.
Seneca si fa guida morale, anche se confessa di non avere raggiunto
neppure lui la piena sapientia.
Le lettere iniziali sembrano avviarsi con cautela, presentando talora
insegnamenti di scuole filosofiche diverse da quella stoica.
L'autore abitualmente offre a Lucilio una sententia, cioé una massima
facilmente memorizzabile, su cui meditare.
La fonte privilegiata di queste frasi celebri è Epicuro, forse perché Lucilio
inclinava inizialmente per l'epicureismo e a conferma della fondamentale
larghezza di vedute di Seneca.
In seguito l'autore lavora per arricchire il patrimonio spirituale
dell'allievo. In seguito il tono della discussione pare elevarsi in spessore
teorico e adeguarsi alla maturazione del discepolo.
Infine nelle lettere dell'ultima fase Seneca sembra dare corpo a
quell'esigenza di rivisitazione sistematica di tutta la filosofia che aveva
animato i Dialoghi.
IL PROGETTO POLITICO

Dalla res publica alla civitas universale

Seneca, come ministro-filosofo si trova a dover suggerire, esortare, indicare la


via di conciliazione in un contesto di dispotismo più o meno manifesto.
Deriva da ciò il carattere utopistico e ideale del progetto politico di
Seneca.
Quando l'intervento diretto nella prassi politica si fa più difficile, al
filosofo rimane possibile l'ammonimento e l'analisi delle forme di
convivenza.
Seneca non guarda più solo alla res publica Romana, ma alla civitas
universale.
La vita politica diventa uno dei momenti in cui può attuarsi la personalità
morale dell'individuo. Seneca non mira a modificare concretamente le strutture
della società, ma pone la questione in termini filosofici e morali: la generosità,
la riconoscenza, il beneficio devono avere un significato anzitutto morale e
interiore.

L'utopia del De clementia

Lo sforzo di influire sulle vicende dello stato attraverso la formazione di un


principe saggio è il tema del De clementia. Seneca lo scrisse per inculcare
nel giovane Nerone un metodo di governo ispirato a giustizia,
ragionevolezza e soprattutto clementia.
Il progetto politico di Seneca si ispira allo stoicismo. Il principe si trova
infatti a dover rispondere di ogni sua azione alla divinità-ragione, della
quale è l'interprete e il ministro sulla terra; lo scopo di ogni suo atto e
decisione è tutelare l'ordine e l'armonia del lógos divino. Benché
eserciti un potere assoluto sugli uomini, non deve esercitare un
arbitrio irrazionale e dispotico grazie alla sua vicinanza al divino.
All'origine del De clementia c'è l'utopia delle Leggi di Platone, il quale aveva
auspicato uno stato ideale la felice collaborazione tra un signore
desideroso di imparare, coraggioso, magnanimo e un legislatore filosofo.
Anche nel De clementia il saggio (quindi Seneca) assume un ruolo
preminente. È il consigliere del sovrano, una figura necessaria al
princeps saggio.
L'illusione o l'utopia del De Clementia sembrò inizialmente funzionare. Il
giovane Nerone governò nei primi anni con moderazione, docile ai
suggerimenti di Seneca e Burro.
Più avanti le cose cambiarono e il potere del princeps divenne una tirannia.
A proposito della partecipazione o meno del sapiente alla vita politica
Seneca si avvicina allora all'otium epicureo sia nel De otio che nelle
Epistulae ad Lucilium.
LE TRAGEDIE

Le tragedie di S. sono un gruppo di opere consistente, le uniche tragedie


coturnate giunte fino a noi per intero di tutto il teatro latino.
I soggetti sono tutti ricavati dai miti greci, scelti fra i più efferati. Il
modello prediletto è Euripide, che mostra a S. la via per rappresentare lo
scatenarsi delle passioni e i loro effetti deleteri sulla psiche degli
uomini e persino degli dei; ma non mancano influenze dei poeti latini
arcaici.
In generale S. tende a essenzializzare le vicende, anche attraverso la
soppressione dei personaggi di contorno e, sulla scia di Ovidio, indaga
soprattutto personaggi femminili (Medea, Fedra).
Ancora si discute se tali tragedie vennero pensate dall'autore per la
rappresentazione scenica o per la lettura.
Delle tragedie di Seneca sono incerte la data e l'ordine di composizione.
Forse si tratta di opere risalenti all'ultima fase di vita del filosofo; secondo
alcuni invece potrebbero essere state scritte come un insegnamento rivolte a
Nerone per metterlo in guardia dagli errori dell'assolutismo; altri infine le fanno
risalire agli anni in Corsica.
Stabilire l'epoca di stesura aiuterebbe a spiegare lo scopo ultimo delle
tragedie. Il loro pessimismo, le situazioni atroci, il crogiolarsi nella
sofferenza, persino quel perverso gusto del male di cui sembrano preda
alcuni personaggi, hanno o no un legame con l'insegnamento offerto da Seneca
nelle opere filosofiche? Sono cioè drammi didattici, concepiti allo scopo di
rendere Nerone più consapevole della sua missione di sovrano sapiente?
Oppure siamo davanti a un'amara denuncia, alla disincantata presa di
coscienza del fallimento del progetto pedagogico tentato presso il giovane
principe?

La sconfitta della ragione

Sul piano letterario l'elemento caratterizzante delle tragedie senecane è la


forte componente passionale che li attraversa. Padroni della scena sono
l'odio, la violenza, il sangue, l'infelicità dei personaggi: il filosofo stoico
rappresenta nel suo teatro tutto il contrario della virtus, raffigurando la
divorante crudezza delle passioni umane e il raccapriccio che esse destano.
Il male di questo mondo viene esibito senza schermi, con enfasi
esasperante e grande uso di mezzi retorici: dialoghi serrati,
sentenziosità, frasi semplici e scarnificate riprendono e amplificano i moduli
asiani degli scritti di prosa.
Le vicende si svolgono ossessivamente nel palazzo del potere e i
protagonisti sono sempre re, eroi, condottieri (il popolo resta
costantemente assente): vittime esemplari, tutti, del furor regni
smisurato dei tiranni, contrario alla sicura quiete spesso lodata nei
cori.
Siamo di fronte a esplorazioni del male e a una diagnosi dei suoi effetti.
L'insegnamento che ne consegue è solo indiretto, emerge in controluce:
abbandonando la via della ratio e quindi della virtus, si diventa
incapaci di indirizzare rettamente la propria ragione e per Seneca
senza ratio non c'è salvezza.

Contenuto delle tragedie (sintesi)

Hercules Furens: Ercole impazzito uccide moglie e figli, poi, rinsavito, va ad


Atene (modello è l' "Eracle" di Euripide).

Troades: descrive il dramma delle donne troiane destinate alla schiavitù


presso i capi greci (modello sono le "Troiane" di Euripide).

Phoenissae: tratta il mito di Edipo e la rivalità dei figli Eteocle e Polinice per
succedere al trono (modello sono le "Fenicie" di Euripide).

Medea: Medea, per vendicarsi dell’abbandono da parte di Giasone, uccide i


figli che ha avuto da lui (modello è la "Medea" di Euripide).

Phaedra: tratta dell’amore incestuoso di Fedra per il figliastro Ippolito. La


tragedia è di estremo interesse documentario perché non rispecchia affatto la
trama dell’"Ippolito coronato" di Euripide, che dovrebbe esserne il modello; la
critica suppone pertanto che il prototipo di questa tragedia fosse il perduto
"Ippolito velato", dramma giudicato troppo scandaloso dal pubblico ateniese e
pertanto "rifatto" da Euripide l’anno successivo (428 a.C.) con il titolo di
"Ippolito coronato".

Oedipus: Edipo scopre di essere l’uccisore del padre Laio e di avere sposato la
madre Giocasta (modello è l' "Edipo re" di Sofocle).

Agamemnon: vi è rappresentato l’assassinio di Agamennone da parte di


Clitennestra (modello è l' "Agamennone" di Eschilo).

Thyestes: è la più celebre (e truculenta) fra le tragedie senecane: riprende


l’atroce misfatto di Atreo, che imbandisce a Tieste le carni dei suoi figli.

Hercules Oetaeus: Ercole è ucciso dalla tunica intrisa del sangue velenoso del
centauro Nesso, inviatagli dalla moglie Deianira con l’intenzione di riportarlo al
suo amore (modello sono le "Trachinie" di Sofocle).

SATIRA MENIPPEA

L’ultima opera del corpus senecano, prosimetrica (= mista di prosa e


versi), com’è tipico della satira menippea, è la Apokolokyntòsis divi
Claudii (già nel titolo parodistica: Apokolokyntòsis sta per Apotheòsis).
Il significato del titolo (Apokolokyntòsis = "inzuccatura", "trasformazione in
zucca") è controverso: secondo una diffusa ipotesi, esso significherebbe
che alla sua morte Claudio, invece di essere assunto fra gli dèi, è stato
assunto fra le zucche (o gli zucchini); nulla di simile accade però
nell’opera. Altri traducono "Infinocchiatura del divino Claudio",
essendo per lui l'apoteosi una vera fregatura (egli non sarà affatto
divinizzato).
La critica riconosce piuttosto uniformemente che, per essere una satira,
manca alla Apokolokyntòsis la vis polemica: più che un'invettiva sembra
un (pesante) scherzo, un ludus. E forse, a giudicare dal sottotitolo (Ludus
de morte Claudii), proprio questo voleva essere.

Contenuto

Dopo che Mercurio riesce ad ottenere che Claudio esali finalmente l’anima,
cessando così di sembrare vivo, si presenta a Giove un essere mostruoso,
zoppo e che parla in modo incoerente. Viene creduto un mostro e sottoposto
all’attenzione di Ercole, convinto di dover affrontare la sua tredicesima fatica.
Dopo aver interrogato Claudio, Ercole si esprime negativamente, ma Giove,
nonostante tutto, sarebbe dell’idea di divinizzarlo. Si avanza allora Augusto,
che elenca tutte le malefatte di Claudio, per cui si decide di inviarlo agli Inferi.
Accompagnato da Mercurio, passando per la via Sacra, Claudio assiste al suo
funerale e si rende finalmente conto di essere morto. Nell’Ade viene accolto da
tutte le sue vittime e viene condannato a giocare ai dadi con un bossolo senza
fondo. Caligola lo vorrebbe come suo schiavo, ma Claudio viene assegnato al
suo liberto Menandro.

Il tono è evidentemente, e pesantemente, parodistico: vengono messe alla


berlina le fissazioni maniacali di Claudio, la sua infermità fisica (era
probabilmente spastico) e la sua presunta stupidità.

LO STILE

La scelta dell'anticlassicismo

La preoccupazione primaria di Seneca, nei Dialoghi e nelle Epistulae ad


Lucilium, sta nell'invitare chi legge a seguire un itinerario.
Fondamentali sono quindi le res, i contenuti, non le parole, i verba.
Lo stile è perciò discorsivo, non letterario.
Seneca si rende protagonista di un'autentica rivoluzione nell'ambito della
prosa latina, al suo tempo ancorata al modello ciceroniano. Se la prosa di
Cicerone poggiava su una base e un'architettura retoriche, quella di Seneca
punta all'essenziale.
Perciò pone le parole al servizio del discorso filosofico e riesce a dire cose
grandi con naturalezza sconcertante e in forma apparentemente umile.
Il suo è in linguaggio anticlassico. S. rifiuta lo stile ciceroniano e augusteo e
preferisce l'asianesimo, e quindi asimmetria, emotività, drammaticità.
Seneca fu uno dei massimi rappresentai dello stile asiano o barocco.

Linguaggio dell'interiorità e stile drammatico

La prosa di S. Lascia campo libero agli elementi in conflitto. Perciò il suo è uno
stile drammatico, concitato, nervoso. Il periodo di S. poggia sulla
sententia. È qui che si accumulano tensioni e contraddizioni, acuite, non
nascoste dalle figure retoriche.
Attraverso il linguaggio di S. si ha da una parte l'emergere del tema della
libertà interiore, dall'altra le mire didattiche, sorrette dal frequente uso
dell'imperativo, da ipotetiche obiezioni dell'allievo e dagli accorgimenti
retorici utili a rendere efficace il messaggio (l'anafora, la variatio,
l'antitesi).
In sostanza la prosa di S. risponde a esigenze profondamente radicate
nell'animo del filosofo. Le scelte stilistiche si pongono al servizio dei contenuti.
S. offre la possibilità al lettore di osservare la realtà di tutti i giorni da una
prospettiva insolita.

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