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Micro Economia

L'economia politica, originariamente una branca della filosofia morale, è stata formalizzata da Adam Smith nel 1776 con la sua opera 'Indagine sulla natura e sulle cause della ricchezza delle nazioni'. Oggi, la ricchezza è vista come il risultato dell'attività imprenditoriale e delle condizioni favorevoli per le imprese, con politiche che tendono a ridurre le imposte e privatizzare i servizi pubblici. La misurazione della ricchezza di una nazione si basa sul reddito nazionale, che è influenzato dalla produttività e dalla quantità di beni prodotti, e non solo dal denaro guadagnato dagli individui.

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Micro Economia

L'economia politica, originariamente una branca della filosofia morale, è stata formalizzata da Adam Smith nel 1776 con la sua opera 'Indagine sulla natura e sulle cause della ricchezza delle nazioni'. Oggi, la ricchezza è vista come il risultato dell'attività imprenditoriale e delle condizioni favorevoli per le imprese, con politiche che tendono a ridurre le imposte e privatizzare i servizi pubblici. La misurazione della ricchezza di una nazione si basa sul reddito nazionale, che è influenzato dalla produttività e dalla quantità di beni prodotti, e non solo dal denaro guadagnato dagli individui.

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Economia politica – lezione 1

Fino al 1776 l’economia politica era considerata una branca della filosofia morale, infatti, nel corso della
storia si sono diffuse numerose interpretazioni in merito all’oggetto di tale disciplina. Il fondatore
dell’economia politica è considerato Adam Smith, il quale era già noto per l’opera filosofica “teoria dei
sentimenti morali”; nel 1776 Smith pubblica il libro “Indagine sulla natura e sulle cause della ricchezza
delle nazioni”. Ma perché Smith, come tanti successivi studiosi, era interessato alla natura e alle cause della
ricchezza delle nazioni? Perché se fosse semplice individuare la natura e le cause della ricchezza di una
nazione, si potrebbe disegnare l’organizzazione economica di un Paese in modo da massimizzare la
ricchezza degli individui che lo abitano (infatti tutti i presidenti hanno lo scopo di migliorare le condizioni di
vita dei cittadini).

Quali sono oggi le idee circa la natura e le cause della ricchezza delle nazioni?

La ricchezza è creata fondamentalmente da imprese orientate alla ricerca del guadagno dei propri
proprietari, infatti, nota è l’espressione “l’impresa crea posti di lavoro” e i proprietari investono per
guadagnare; le imprese produrranno tanta più ricchezza quanto più favorevoli saranno le condizioni in cui
operano quindi dobbiamo consentire alle imprese di lavorare in condizioni ottimali per evitare di creare un
circolo vizioso. La signora Thatcher, politica britannica e primo ministro del Regno Unito, ha avuto un ruolo
importante nello sviluppo di tale concetto, nota è per l’espressione “Let the rich get richer” ossia lasciate
che chi ha già una ricchezza si arricchisca in modo che tale ricchezza si riversi anche sugli altri (l’acqua alta
solleva tutte le barche) teoria dello sgocciolamento.

Come si sostanzia questa idea?

Per aumentare la ricchezza di un Paese occorre

 Ridurre le imposte (scopo di tutti i capi di governo) anche se ciò significherebbe ridurre i servizi
pubblici quali organizzazione delle scuole, riparazione delle strade etc., ciononostante anche i ceti
medi hanno col tempo elaborato nel loro immaginario l’idea di dover abbassare il valore delle tasse
per aumentare la ricchezza del Paese
 Chiudere le agenzie governative deputate alla produzione di beni e servizi pubblici affidando tali
compiti ad imprese private (privatizzazione) poiché lo stato non ha interesse ad arricchirsi quindi
conviene affidare questi compiti a chi ha interesse ad arricchirsi
 Abbassare i salari concetto presente anche nelle “opinioni” della commissione europea in merito ai
progetti (presentati ogni sei mesi) relativi all’economia di ogni stato membro
 Aumentare l’età pensionabile altro concetto presente nei pareri della commissione europea nei
confronti dell’Itali, della Grecia e del Portogallo; ciò significa che le imprese avrebbero a
disposizione un serbatoio di manodopera ampio per un periodo di tempo maggiore
 Smontare le misure di sostegno ai poveri ipotesi presa in considerazione numerose volte dal
governo precedente e ripresa anche dall’attuale governo

Tutte le istituzioni hanno lo scopo di raggiungere tutti questi obiettivi. Alla base di questa visione del
funzionamento dell’economia vi è un’antropologia negativa: se la vita è troppo facile le persone si adagiano
e si impigriscono dal punto di vista intellettuale e fisico, invece, la difficoltà di sopravvivere aguzza l’ingegno
a spingere le persone ad “uscire dalla tana e cercare da mangiare” (Freud). Si tratta di una interpretazione
realistica del funzionamento dell’economia? Le opinioni sul punto sono molto controverse, è oggettivo che
veniamo da 40 anni di politiche basate sull’dea che per indurre le persone a lavorare con lena bisogna
impedire che diano per scontata la propria sopravvivenza ma le cose non vanno meglio di 40 anni fa. In
questo corso ci si confronterà sul quesito di Adam Smith 250 anni fa senza preconcetti.
È doveroso avere le idee chiare su cosa debba intendersi per “ricchezza delle nazioni” e su come vada
misurata. Uno dei motivi per cui le classi dirigenti di un Paese riescono ad ingannare le classi subalterne sui
temi economici è che l’economia politica fa uso dei numeri che hanno agli occhi una natura magica cioè agli
occhi del profano rappresenta la verità oggettiva e che quindi non può essere messa in discussione. In realtà
i numeri non rivelano fatti oggettivi perché

 Esistono molti indicatori numerici diversi dello stato di salute di una nazione. A seconda di quali
scegli per raccontarlo puoi dare all’interlocutore un’impressione diversa di come stiano andando le
cose. Se aumenta l’occupazione aumenta anche l’inflazione ciò significa che sono direttamente
proporzionali anche se per valutare la natura della salute della nazione in base al settore in cui ci
troviamo dobbiamo prendere in considerazione o l’occupazione o l’inflazione.
 È vero che l’economia politica ha a che fare con la dimensione quantitativa però dobbiamo imparare
anche ad interpretarli perché anche i numeri hanno dei limiti conseguentemente non sono sempre
totalmente esaustivi.

Iniziamo dal capire come misurare la ricchezza di un singolo individuo, è corretto considerare il denaro?

Se guadagno 40.000 euro all’anno ed ottengo un aumento di stipendio del 10% quindi guadagno 44.000
euro (40.000+10%). Durante l’anno i prezzi dei beni che consumo abitualmente aumentano del 20%
(inflazione) quindi divento più “povero” in quanto ricevo l’aumento del 10% ma ciò che consumo
abitualmente aumenta del 20%, ciò significa che influisce negativamente su di me. Si esclude quindi che la
ricchezza del singolo individuo non si misura in denaro perché siamo interessati ai beni e non alla
moneta. (leggenda re mida chiese agli dèi di poter trasformare tutto ciò che toccava in denaro ma il tutto
non andò a buon fine perché anche il cibo e le bevande si trasformavano in oro l’oro e la moneta è solo
uno strumento per arrivare i beni). Bisognerebbe deflazionare la cifra relativa ossia depurarla dall’inflazione
in modo da ricondurla al suo valore effettivo in termini di possibilità di acquisto dei beni sul mercato:
riperdendo il precedente esempio, se guadagno 44.000 euro e c’è stato l’aumento del 20% devo sottrarre al
salario l’aumento dei beni consumati abitualmente.

Economia politica – lezione 2


Misurare la ricchezza di un individuo in denaro è alquanto difficile quindi per farlo occorre
depurare il reddito monetario dell’inflazione. Una volta compiuta questa operazione, per calcolare
la ricchezza della nazione dobbiamo sommare i redditi (indicato con il simbolo y) di tutti gli
individui y= ya+yc+yb… si tratta del cd REDDITO NAZIONALE definito da Smith RICCHEZZA
DELLE NAZIONI
Mentre questo metodo ci permette di misurare con una certa precisione la ricchezza di una
nazione, non si risolve il problema di comprenderne le cause. Da cosa dipendo i valori di ya, yc,
yb… ossia da dove nascono i redditi dei singoli individui? Non ci sono solo redditi da lavoro
dipendente bensì diverse sono le tipologie. I redditi nascono dal fatto che gli individui stessi
collaborano, in ruoli variegati, all’attività di qualche organizzazione produttiva (impresa). La
collaborazione degli individui all’attività di produzione di beni o servizi delle imprese viene
retribuita o meglio remunerata con un reddito. I redditi assumono una denominazione diversa a
seconda della natura del contributo produttivo fornito da ogni individuo.
IMPRESA l’impresa è un’organizzazione produttiva di natura varia ossia industriali es fiat,
agricole, terziarie (producono servizi a differenza delle altre due che producono cose materiali).
Tutte le imprese per produrre hanno bisogni di lavoratori, proprietari immobiliari e proprietari di
capitale. Al momento non esistono imprese prive di lavoratori, spazio fisico, proprietari immobiliari
e persone che garantiscono capitale monetario es di chi fornisce macchinari etc. I proprietari
immobiliari danno in uso uno spazio fisico (terreni, fabbricati) e le imprese conseguentemente
devono garantire loro rendita; i proprietari del capitale possono cederlo in qualità di prestito es
obbligazioni quando l’impresa non vuole far entrare altri soci e conseguentemente ottengono
interessi da parte dell’impresa (gli interessi vengono stabiliti ex ante) ma i proprietari del capitale
possono anche investire quest’ultimo acquistando delle quote ossia a titolo di partecipazione
divenendo socio ovviamente il guadagno non viene stabilito ex ante bensì varia a seconda
dell’attività dell’azienda si discorre in tal caso di profitti; i lavoratori cedono forza lavoro in cambio
di salari.
Ma le imprese come si procurano il denaro per remunerare il contributo di ognuno degli operatori
partecipanti al processo produttivo? Se lo procurano vendendo alla clientela i beni e i servizi
prodotti. Il problema è che mentre i proprietari del capitale e immobiliari possono ricevere
pagamento anche in seguito alla produzione dei beni e dei servizi dell’impresa, i lavoratori vanno
pagati subito ed è qui che entrano in gioco le banche che colmano un divario temporaneo tra il
pagamento dei prodotti dei lavoratori venduti e il pagamento dei proprietari immobiliari e del
capitale. Vedi quaderno
Quindi all’origine dei redditi individuali vi sono i ricavi di vendita delle imprese.
Immaginiamo che in un Paese x esistano n imprese ognuna delle quali produce un bene diverso ed
immaginiamo che ogni impresa produca una quantità q del bene in cui si è specializzata e lo venda
ad un prezzo p. Potremmo allora descrivere la somma dei ricavi di tutte le imprese con la seguente
formula ossia moltiplicando il prezzo per la quantità di prodotto ottenendo il fatturato e la somma
dei fatturati delle diverse imprese otteniamo il PIL quindi l’origine dei redditi di tutti:
PIL: Pa Qa+ Pb Qb+ Pc Qc …
Il PIL è esattamente uguale al REDDITO NAZIONALE  y=PIL
Una parte del PIL remunera i lavoratori, un’altra parte i proprietari degli immobili, un’altra parte ai
proprietari del capitale e infine se risulta un residuo questo va ai proprietari delle imprese. Si tratta
dello stesso fenomeno (il valore dei beni e servizi prodotti) guardato da due angoli visuali diversi.
Se guardiamo al momento in cui le imprese vendono la produzione alla clientela, vediamo il PIL
(la somma di denaro che fa da contropartita della vendita cioè la somma pagata dalla clientela). Se
guardiamo al momento in cui le imprese remunerano i contributi produttivi, vediamo il REDDITO
NAZIONALE (la somma dei redditi corrisposti a chi ha contribuito alla produzione).
Quindi se vogliamo capire qualcosa sull’origine della ricchezza delle nazioni dobbiamo mettere il
focus sul fenomeno della produzione; la ricchezza di una nazione non è altro che il valore di ciò
che si produce al suo interno. Immaginiamo per semplicità un Paese in cui si produca soltanto
grano ed immaginiamo che le imprese produttrici di grano impieghino complessivamente alle loro
dipendenze 250.000 lavoratori agricoli. Si immagini anche che ogni lavoratore sia in grado di
produrre in media 3 quintali di grano all’anno (produttività media di lavoro). La produttività indica
quanto produce in media ogni singolo lavoratore ma sulla base di queste informazioni è possibile
prevedere approssimativamente quanto grano verrà prodotto nel paese in oggetto nel corso
dell’anno?
È sufficiente moltiplicare la produttività per il numero dei lavoratori y= 250000 x 3= 750000 il
tutto può essere generalizzato nel seguente modo: y= π L dove y è reddito nazionale, π è
produttività e L è il numero dei lavoratori. La semplicità di ciò deriva dalla struttura produttiva ossia
la composizione interna dell’economia del Paese in oggetto. Proviamo ad immaginare che nel
Paese in oggetto si produca oltre il grano anche l’olio e che le imprese produttrici di olio
impieghino alle loro dipendenze 100.000 lavoratori i quali producano 5 litri d’olio. Ovviamente per
calcolare il reddito nazionale non è possibile effettuare la somma tra produzione di olio e
produzione di grano perché si tratta di due unità di misura differenti (kg e l) quindi per sommare
due grandezze fisiche eterogenee occorre convertirle in una unità di misura comune. In quale unità
di misura possiamo tradurre grano e olio? Dobbiamo calcolare il loro valore in denaro quindi
possiamo tradurli in valore economico semplicemente moltiplicando le quantità fisiche per i
relativi prezzi: y=Pg Qg + Po Qo.
Economia politica – lezione 3
Come affrontato nella lezione precedente, se l’economia oggetto di analisi è specializzata nella
produzione di un solo bene (monosettoriale) è sufficiente moltiplicare la produttività del lavoro per
il numero di lavoratori occupato (Y= π x L) in modo da avere un’idea abbastanza precisa ella
ricchezza creata in un certo intervallo temporale. Ma non appena la struttura produttiva diventa
leggermente più complessa, le cose si complicano. Infatti, in un Paese in cui si producono ad
esempio solo grano e olio, per calcolare il PIL occorre tenere in considerazione non solo le quantità
prodotte dei singoli beni ma anche i relativi prezzi:
(1) Y= P(g) Q(g)+ P(o) Q(o).
Adesso però bisogna andare più a fondo nell’analisi. È possibile fare un primo passo avanti grazie
ad una conoscenza che è già in nostro possesso. Si sa infatti che la quantità prodotta di ogni bene è
pari al prodotto del numero dei lavoratori impiegati nel relativo settore per la produttività media
del lavoro. In simboli:
(2) Q(i)= π (i) L(i)
Sostituendo l’equazione (2) nella (1) si ottiene:
(3) Y= P(g) π L(g) + P(o) π(o) L(o)
Tante volte si sente dire che per migliorare la situazione economica bisognerebbe essere più
produttivi. Tale affermazione viene sempre letta in modo parziale perché la si connette quasi
sempre ad una valutazione sull’operosità dei lavoratori, da qui discende una morale di natura
punitiva, bisogna quindi mettere i lavoratori in condizione di farli lavorare di più.
Quell’assimilazione della produttività all’operosità dei lavoratori nella maggior parte dei casi non
ha molto senso perché quello che realmente conta in riferimento al PIL non è la produttività fisica
in quanto posso produrre anche molti prodotti di quel bene ma se quel bene non è abbastanza
richiesto e il prezzo del suddetto bene è basso, posso pure far lavorare di più i lavoratori ma se il
valore del bene non è alto non si risolve nulla. È possibile ottenere un incremento dell’operosità
dei lavoratori senza ottenere un incremento della produttività in valore. Questa nuova
formulazione del PIL:
Y= P(g) π(g) L(g)+P(o) π(o) L(o)
permette di introdurre un nuovo concetto di grande importanza che fa sì che la produttività passi
da una dimensione fisica a una dimensione economica. La PRODUTTIVITA’ IN VALORE è il valore in
moneta della quantità delle merci prodotte da un singolo lavoratore. Questo aiuta a capire perché
certe volte i governi dei Paesi fanno politiche di RICONVERSIONE STRUTTURALE cioè tentano di
spostare forza-lavoro da certi settori ad altri. Pensiamo all’Italia, se guardassimo al panorama
economico italiano trent’anni fa, ci renderemo conto che l’Italia all’epoca aveva una
specializzazione produttiva chiara nel settore tessile, in quello della meccanica e in quello delle
automobili. Poi da un certo momento è iniziato il processo di riconversione strutturale che è come
già detto tentativo di spostare forza-lavoro, capitale, risorse ed altri assets verso altre
specializzazioni produttive che sono più promettenti. Il problema si “indovina” per così dire i
quanto il futuro è sempre un po’ un’incognita; in Italia non è andato benissimo, il PIL ivi è
stagnante nonostante un intensissimo sforzo di riconversione strutturale. In Italia, i settori della
meccanica e dell’abbigliamento sono scomparsi o quanto meno quel poco che è rimasto di questi
settori nelle mani del capitale straniero. Spostare forza-lavoro verso altre specializzazioni
produttive all’aspetto più promittenti sembrava più conveniente perché i prezzi di quegli altri beni
e servizi tendevano ad aumentare perché da parte del pubblico sapevano che vi sarebbe stata una
grande richiesta (si pensi al turismo col fenomeno della globalizzazione). Esempio: immaginiamo
che ogni lavoratore in media sia in grado di produrre 2,5 quintali di grano. In realtà questa
informazione è di scarsissimo interesse per il calcolo della ricchezza della nazione, infatti, come
sappiamo, ciò che davvero rileva è il suo valore in moneta. Immaginiamo che il grano possa essere
venduto al prezzo di 120 euro al quintale. In tal caso, per calcolare il valore della produttività di un
singolo lavoratore basterà moltiplicare la sua produttività fisica per il prezzo del grano quintale
(4) P(g) π(g)= 120x2.5=300 euro
(3) Y= P(g) π(g) L(g)+ P(o) π(o) L(o)
Un modo diverso di indicare i lavoratori impiegati nei due diversi settori produttivi consiste
nell’esprimerli come quote percentuali del numero di occupati complessivi:
(5) L(g)= λ(g) L
L(g) numero dei lavoratori impiegati nella produzione di grano
λ(g) quota percentuale della forza lavoro impiegata nel settore produttivo del grano
L numero di lavoratori complessivi occupati nell’economia
ESEMPIO
L= 15.000
λ(g)= 0.60
λ(o)= 0.40
Ognuno dei due λ è il complemento a uno dell’altro. Se conosciamo ad esempio λ(g), se
ovviamente i settori sono solo due, per trovare λ(o) basta fare (1-λg). La somma dei due λ deve
essere 1.
λ(g)= 0.60 vuol dire che il 60% dei 15.000 occupati lavorano nel settore del grano e cioè 15.000 x
0.60 x 100= 9000 unità lavorative e che il restante 40% (λo=0.40) lavora nel settore dell’olio, e cioè
15.000x0.40x100=6000 unità lavorative.
Si tenga presente che per definizione λ(g)+λ(o)=1 ma allora λ(o)=(1-λg).
Sostituendo nella (5) si ottiene il numero dei lavoratori impiegati nel settore del grano senza sapere
la percentuale dei lavoratori che lavorano nel settore del grano cioè:
(6) L(g)= (1-λg) L= (1-0.6) 15.000= 0.4x15.000=6000
Alla luce delle (5) e (7), riprendendo l’equazione (3):
Y= P(g) π(g) L(g)+ P(o) π(o) L(o)
Possiamo scrivere L(g) come λ(g) L mentre L(o) come (1-λg) L quindi Y= P(g) π(g) L+ P(o) π(o) (1-λg)
L.
Sviluppando il prodotto otteniamo Y= P(o) π(o) L+ P(g) π(g) λ(g) L- P(o) π(o) λ(g) L; mettendo in
evidenza λ(g) e L otteniamo Y=L (Po πo+ λg (Pg πg- Po πo)).
Provando ad introdurre un nuovo concetto, immaginiamo che questo Paese sia popolato da un
numero A di abitanti, e scomponiamo questo valore A nel modo seguente:
A= L(g)+ L(o)+ NO=L + NO
L(g) abitanti che lavorano nel settore del grano
L(o) abitanti che lavorano nel settore dell’olio
NO non occupati
TASSO DI OCCUPAZIONE corrisponde al rapporto tra il numero dei lavoratori occupati e la
popolazione, si tratta di un importante indicatore ai fini delle nostre istruzioni di governance
economica. Tuttavia, il profano è convinto che il tasso di occupazione sia l’opposto del tasso di
disoccupazione.
e = Lg + Lo/A
se moltiplichiamo il tasso di occupazione (e) per 100 otteniamo il numero di lavoratori per ogni 100
abitanti: es in un ipotetico paese risiedono 2.000 abitanti e 1.200 sono occupati in un’attività
lavorativa, il tasso di occupazione sarà 1.200/2000=0,60x100=60%.
NO =DISOCCUPATI INVOLONTARI+INATTIVI+INABILI AL LAVORO
È possibile esprimere il numero di lavoratori come prodotto della popolazione per il tasso di
occupazione L= e x A ossia la formula inversa del tasso di occupazione. Es in un paese risiedono
20.000 abitanti e il tasso di occupazione è del 70% per ricavare il numero dei lavoratori utilizziamo
questa formula L= 70% x 20.000.
Sostituendo questa formula in quella del PIL otteniamo

Y = e A [Po 𝞹o + 𝝀g (Pg 𝞹g - Po 𝞹o)]


Infine, dividiamo tutto per A
Y/A= y = e [𝝀g (Pg 𝞹g - Po 𝞹o) + Po 𝞹o ]
Per valutare correttamente la ricchezza di una nazione bisogna dividere il PIL per il numero di
abitanti per individuare la porzione del PIL di cui gode il cittadino, si discorre di PIL pro-capite (y).
Il reddito pro-capite dipende da

Produttività in valore (Pg 𝞹g - Po 𝞹o) nei settori produttivi


 Tasso di occupazione (e) al suo aumentare aumenta anche il PIL pro-capite

 Distribuzione dell’occupazione (𝝀g) nei due settori produttivi
Esempio

e=0.65 𝝀g=0.70 Pg=5euro Po=3euro 𝞹g=3 𝞹o=4


y = 0.65 [0.70 (15 - 12) + 12]
y = 0.65 [0.70 x 3 + 12]
y = 0.65 [2.10 + 12]
y = 0.65 x 14.10
y = 9.165
Interpretazione alcuni abitanti che prima non lavoravano adesso sono impegnati nella
produzione, il PIL aumenta a parità di popolazione, quindi, aumenta il PIL pro-capite. Cambia tutto
se all’aumentare del numero di lavoratori occupati fa riscontro anche un aumento della
popolazione come nel caso dell’immigrazione.
Esempio. Un giorno arrivano in un paese ipotetico 5 immigrati e tutti trovano lavoro, la situazione
si modifica nel seguente modo:
e= 75/105=0.714 cioè e aumenta da 0.70 a 0.714
il tasso di occupazione aumenta determinando un aumento del PIL pro-capite. Ora immaginiamo
che i 5 immigrati corrispondano ad una coppia di coniugi con un figlio maggiorenne, uno di età
scolare e nonno non autosufficiente. Padre e figlio maggiorenne trovano lavoro, l’altro va a scuola
e la madre bada all’anziano quindi
e= 72/105=0.685
in tal caso il tasso di occupazione diminuisce e l’immigrazione riduce la ricchezza del paese.
Fino a che il numero di lavoratori (L) e le bocche da sfamare (A) aumentano ad un ritmo uniforme,
il tasso di occupazione cresce e il PIL pro-capite aumenta. Ma quando le bocche da sfamare
aumentano ad un ritmo significatamene più intenso delle braccia disponibili per la produzione, il
tasso di occupazione si riduce e il PIL pro-capite declina. Questo è il motivo per cui alcuni Paesi
adottano una politica di grande apertura circa la concessione dei visti per chi lavora ma restringe
drasticamente il diritto al ricongiungimento familiare.
PIL pro-capite PRODUTTIVITA’ DEL LAVORO+PREZZI DEI BENI+DISTRIBUZIONE SETTORIALE
DELL’OCCUPAZIONE+TASSO DI OCCUPAZIONE
Economia politica – lezione 4
PRODUTTIVITA’ (FISICA) DEL LAVORO
Si tratta della maggiore influenza sul PIL pro-capite e di tale rilevanza era consapevole Adam Smith,
il quale nell’opera “DELLA RICCHEZZZA DELLE NAZIONI” parla inizialmente delle cause degli
incrementi della produttività del lavoro. Secondo Adam Smith la produttività del lavoro è correlata
alla profondità della DIVISIONE DEL LAVORO. La divisione del lavoro è un’espressione di contenuto
generale, infatti, sono 3 i significati principalmente utilizzati:
 DIVISIONE DEL LAVORO TRA UNITA’ PRODUTTIVE esempio se ho un pezzo di terra situato
sotto una collina sarà ottimo per la produzione del grano ma non per la produzione del
vino, quindi, è più opportuno acquistare il vino da un contadino che possiede un pezzo di
terra migliore per la produzione di esso.
 DIVISIONE DEL LAVORO INTERNA ALLE UNITA’ PRODUTTIVE cioè in un’azienda non tutti
svolgono lo stesso ruolo ma ognuno è specializzato in qualcosa
 DIVISIONE INYERNAZIONALE DEL LAVORO esempio un Paese piovoso dovrebbe
specializzarsi nell’allevamento mentre un Paese più soleggiato in altro
Adam Smith fa riferimento alla seconda interpretazione cioè ad un modello di organizzazione della
produzione caratterizzatt6o dalla scomposizione del processo produttivo come nella catena di
montaggio ossia un nastro meccanico che trasporta i singoli componenti del prodotto lungo i
reparti della fabbrica dove vengono sottoposti ad altri stadi di lavorazione e viene an mano
assemblato. Quindi lungo la catena di montaggio ogni lavoratore svolge una sola e semplicissima
operazione.
L’idea di Adam Smith è che, man mano che ci si sposta dal modello meno specializzato al modello
sempre più specializzato, la produttività del lavoro aumenta inesorabilmente. Le ragioni sono
variegate:
 Dividendole tra più individui diversi, le differenti operazioni produttive possono essere
svolte contemporaneamente o, al limite, ad una piccolissima distanza di tempo l’una
dall’altra
 È possibile sfruttare nel modo migliore le differenze nelle attitudini personali
 Se mi applico su una singola operazione produttiva, a furia di reiterarla, imparo a svolgerla
in maniera sempre più veloce ed efficace
 Scomponendo il lavoro in movimenti elementari diventa più semplice inventare macchine
che possono fare quel lavoro più velocemente degli uomini
Perché l’umanità ha cominciato ad applicare la divisione del lavoro dei processi produttivi solo
intorno alla fine del XVII secolo?
Lezione 5
Nella lezione precedente abbiamo cominciato ad occuparci delle determinanti della dinamica della
produttività del lavoro. Alla fine della lezione vi ho lasciato in eredità una teoria e un’evidenza
empirica di problematica conciliazione: da un lato l’idea di Smith secondo cui «la produttività del
lavoro tende ad aumentare con l’approfondimento della divisione del lavoro>> dall’altro l’evidenza
secondo cui la produttività del lavoro
DINAMICA è rimastaDELLA
SECOLARE stagnante per circa 600 anni
PRODUTTIVITA' DELprima dell’impennata
iniziata in corrispondenza con la cosiddetta “rivoluzione
LAVORO industriale”.
5
4.5
4
3.5
3
2.5
2
1.5
1
0.5
0
1200 1400 1600 1800 2000

Serie 1 Colonna1

Come mai per tutto il Medioevo e gran parte dell’età moderna la produttività del lavoro è stata
sostanzialmente stagnante? In altre parole, come mai l’umanità ha cominciato ad applicare la
divisione del lavoro ai processi produttivi soltanto intorno alla fine del XVIII secolo? È possibile
rispondere esaurientemente a questo quesito a partire da un’altra osservazione che Adam Smith
formula nelle prime pagine della “Ricchezza delle nazioni”: «la divisione del lavoro è limitata
dall’estensione del mercato».
Per spiegare il senso di questa espressione, proviamo a usare ancora una volta la tecnica
dell’aneddotica. Proviamo ad immaginare che il Sig. Tizio decida di mettere su una fabbrica di
pasta.
✔ Si immagini che Tizio abbia fatto le sue valutazioni di convenienza e sappia che per minimizzare i
costi di produzione, egli deve dotarsi di una catena di montaggio che richiede un organico di
dimensione pari a 100 unità di manodopera.
✔ Immaginiamo che tale impianto consenta all’impresa di Tizio di raggiungere una produttività del
lavoro pari a 200 kg di pasta.
✔ Se Tizio riterrà conveniente l’investimento, sarà quindi in grado di produrre nell’unità di tempo
considerata 200 x 100 = 20.000 kg di pasta.

a 20 kg (in simboli 𝜃p = 20).


✔ Ipotizziamo che ogni individuo abbia un fabbisogno di pasta nell’unità di tempo considerata pari

Poiché i lavoratori in organico sono 100, la richiesta di pasta da parte dei lavoratori alle dipendenze
dell’impresa ammonterà a 20 x 100= 2000kg di pasta pari soltanto a un decimo della produzione.
Problema: chi comprerà i restanti 18.000 kg di pasta? È quindi evidente che, se non esistessero nei
dintorni altre imprese con maestranze di dimensione sufficiente ad assorbire i residui 18.000 kg, la
fabbrica di pasta in oggetto non avrebbe modo di garantirsi la sopravvivenza.
✔ Proviamo adesso ad immaginare un “ambiente” economico più adatto ad ospitare attività
economiche. Ad esempio, la immaginaria cittadina di Vattelapesca, dove operano 4 fabbriche che
producono rispettivamente pasta, calzature, cucine e automobili.
✔ Immaginiamo che le 4 imprese in oggetto operino sulla base dei seguenti parametri tecnici:

PASTA 𝞹p = 200 Lp = 100

CUCINE 𝞹c = 3,33 Lc = 300

SCARPE 𝞹s = 40 Ls = 200

AUTOMOBILI 𝞹a = 2,5 La = 400

tempo considerata siano rispettivamente: 𝜃p = 20, 𝜃s = 8, 𝜃c = 1 e 𝜃a = 1


Immaginiamo inoltre che i fabbisogni individuali di pasta, scarpe, cucine e automobili nell’unità di

DOMANDA OFFERTA

PASTA 𝜃p x L 𝞹p x Lp

SCARPE 𝜃s x L 𝞹s x Ls

CUCINE 𝜃c x L 𝞹c x Lc

AUTOMOBILI 𝜃a x L 𝞹a x La

Applicando alla tabella sinottica i dati del nostro modello, si ottiene

DOMANDA OFFERTA

PASTAS 20 X 1.000= 20.000 200 X 100= 20.000

CARPE 8 X 1.000= 8.000 40 X 200= 8.000

CUCINA 1 X 1.000= 1.000 3,33 X 300= 1.000

AUTOMOBILI 1 X 1.000= 1.000 2,5 X 400= 1.000


Questa struttura produttiva consente un equilibrio tra domanda e offerta di tutti i beni prodotti. In
questa situazione, tutte e quattro le fabbriche sanno di avere un potenziale mercato; poi
ovviamente il problema è convincere la gente a comprare offrendo prodotti di qualità e a prezzi
allettanti. Potenzialmente tutti e quattro i business sono economicamente sostenibili. Queste
considerazioni spiegano perché, per un lungo periodo della storia del capitalismo, le industrie non
si sono insediate nei deserti ma sempre in prossimità degli agglomerati urbani dove c’è già una
presenza di attività produttive ed è più facile trovare un mercato potenziale.
✔ Ora proviamo ad immaginare che il proprietario della fabbrica di pasta abbia pensato di
scomporre alcune operazioni produttive e di dividerle tra un numero più elevato di addetti per
poter realizzare un incremento della produttività del lavoro
✔ Ad esempio, ipotizziamo che aumentando la dimensione dell’organico da 100 a 110 unità di
personale, egli possa ottenere un incremento della produttività da 200 a 220 kg di pasta per unità
di lavoro. In tal modo, la produzione di pasta passerebbe da 20.000 a 24.200 kg
Chi comprerà i 4.200 kg di pasta in più? Ovviamente un piccolo contributo all’assorbimento della
produzione di pasta potrà venire dai nuovi 10 addetti nella fabbrica, che consumeranno
complessivamente 20 x 10 = 200 kg in più di pasta. Ma chi comprerà gli altri 4.000 kg?
Questo è il problema su cui Smith intendeva richiamare l’attenzione scrivendo che «La divisione del
lavoro è limitata dall’estensione del mercato»: per operare riorganizzazioni produttive finalizzate
ad approfondire la divisione del lavoro bisogna poter contare su un mercato di sbocco in
espansione in grado di assorbire l’aumento della produzione.
✔ Ma a Vattelapesca il mercato di sbocco si potrebbe espandere solo se contemporaneamente le
altre 3 imprese operassero riorganizzazioni analoghe, approfondendo la divisione del lavoro e
assumendo quindi nuovo personale
✔ Se il proprietario della fabbrica di pasta non ha nessun motivo di pensare che i suoi colleghi
stiano progettando analoghe espansioni dimensionali, non ha neanche alcuna convenienza ad
approfondire la divisione del lavoro nella sua impresa.
Quindi in un mondo come quello che abbiamo descritto nell’esempio, l’approfondimento della
divisione del lavoro è un evento rarissimo; c’è un elemento di somiglianza con il mondo del periodo
che va dal XIII al XVIII sec? È sicuramente di un mondo economicamente chiuso dove tutto ciò che
si produce a Vattelapesca deve essere necessariamente venduto a Vattelapesca. Si tratta
esattamente dell’organizzazione mercantile delle economie antecedenti al XVIII secolo
caratterizzate dallo stato primitivo della tecnologia di trasporto e dai conseguentemente altissimi
costi di transazione ossia tutte le spese connesse al marketing, alla negoziazione, al
perfezionamento del contratto, all’assicurazione, al trasporto.
✔ Le cose cambiano alla fine del XVIII secolo, con l’invenzione della macchina a vapore e la sua
applicazione alla tecnologia di trasporto via mare e via terra
✔ Il miglioramento dei trasporti rende possibile il commercio a media e a lunga distanza: La
divisione del lavoro smette di essere condizionata dalla dinamica delle industrie “contigue”, perché
si possono andare a cercare mercati lontano dalla propria localizzazione.
Queste considerazioni potrebbero aiutarci a capire un sacco di fatti interessanti della nostra storia
economica e politica:
 La formazione degli stati nazionali es se in Italia ci sono 8 stati ognuno di essi si occupa dei
propri fattori interni provocando una riduzione della divisione del lavoro
 Il fenomeno del colonialismo verificatosi proprio alla fine del 1700 quando aumenta
produttività in seguito alla divisione del lavoro
 Perché ad un certo punto la localizzazione nelle città perde “appeal” agli occhi
dell’industria cioè diviene più importante essere vicini ad un’autostrada, ad un porto etc.
PREZZI DEI BENI
La determinazione dei prezzi dei beni è una delle questioni su cui più si è concentrato il dibattito
nella professione, e anche uno dei temi su cui sono stati ottenuti i risultati analiticamente più
raffinati ed empiricamente più affidabili. Infatti, se aprite un qualunque manuale di
microeconomia, prima o poi vi imbattete senz’altro in questa proposizione:
«Il prezzo di un qualunque bene negoziato su mercati perfettamente concorrenziali, a parità di
altre condizioni sarà tanto più elevato quanto maggiore la domanda e quanto minore l’offerta»
Si definiscono mercati perfettamente concorrenziali modelli di interazione tra produttori e
consumatori caratterizzarti da:
 ATOMISMO i singoli agenti partecipanti alle negoziazioni sono troppo piccoli in rapporto
alla dimensione complessiva del mercato per poter esercitare un’influenza significativa sul
prezzo della merce ossia vi sono così tanti piccoli venditori della stessa merce che la
variazione del prezzo da parte di uno di essi non comporterebbe alcuna modifica rilevante
sul mercato
 OMOGENEITA’ DEL PRODOTTO la merce prodotta da ogni impresa è indistinguibile da
quella prodotta dalle sue concorrenti ossia non è possibile capire se le merci siano
realmente uguali oppure no
 ASSENZA DI BARRIERE ALL’ENTRATA E ALL’USCITA ogni operatore può entrare ed uscire
dal mercato sostenendo costi sostanzialmente inapprezzabili ossia se per vendere un
prodotto è necessario un brevetto allora non è possibile discorrere di mercato
perfettamente concorrenziale
Lezione 6
MERCATI PERFETTAMENTE CONCORRENZIALI
[a] Atomismo (i singoli agenti partecipanti alle negoziazioni sono troppo piccoli in rapporto alla
dimensione complessiva del mercato per poter esercitare un’influenza significativa sul prezzo della
merce)
[b] Omogeneità del prodotto (la merce prodotta da ogni impresa è indistinguibile da quella
prodotta dalle sue concorrenti)
[c] Assenza di barriere all’entrata e all’uscita (ogni operatore può entrare e uscire dal mercato
sostenendo costi sostanzialmente inapprezzabili)
COME FUNZIONANO QUESTI MERCATI?
Per facilitarci la comprensione, struttureremo l’analisi in 3 stadi:
[a] Analisi del comportamento di coloro che partecipano al mercato in qualità di compratori
(DOMANDA)
[B] Analisi del comportamento di coloro che partecipano al mercato in qualità di venditori
(DOMANDA)
[c] Analisi dell’interazione tra compratori e venditori

Il comportamento dei compratori può essere descritto dalla…

CURVA DI DOMANDA
Immaginiamo che il
diagramma a sinistra
descriva il comportamento
dei consumatori di birra

Questa correlazione inversa tra


prezzo e quantità domandata
dai consumatori vale non solo
per la birra, ma per la gran parte
dei beni in commercio. Le
eccezioni sono molto rare.

✔ Come si spiega questa regolarità empirica? ✔ Proviamo a riassumere in poche slides la


spiegazione del fenomeno fornita dalla teoria economica più accreditata
✔ I beni vengono richiesti dai consumatori perchè soddisfano “bisogni”
✔ I “bisogni” sono stati di privazione da cui deriva un disagio

ESEMPI

✔ Mi manca cibo, e quindi ho fame


✔ Mi manca un maglione, e quindi ho freddo
✔ Mi mancano delle scarpe, e quindi quando cammino mi si fanno le piaghe sotto i piedi
✔ Mi manca l’I-Phone, e poichè tutti i miei colleghi ce l’hanno mi sento a disagio

- Quando un individuo entra in possesso di un bene che rimuove una di queste lacune, soddisfa un
bisogno.
- La soddisfazione di un bisogno dà luogo ad un fenomeno che gli economisti chiamano utilità

✔ L’utilità è uno strumento concettuale un pò scivoloso, perchè non si può misurare in senso
cardinale
✔ Cioé, mentre esiste un modo di misurare le patate prodotte da un team di lavoratori coltivando
un podere (in quintali), un modo per misurare il latto munto da un gruppo di mucche in un
allevamento (in litri), non esiste un modo per esprimere il livello di utilità ottenuto da un individuo
mangiando una patata o bevendo una tazza di latte

✔ Tuttavia, noi usiamo spesso concetti non misurabili in senso


cardinale per fare valutazioni di natura quantitativa
✔ L’utilità somiglia molto a bellezza, simpatia e intelligenza: non
esiste un’unità di misura per valutarle, ma possiamo sicuramente ordinare gerarchicamente le
persone in base ad una qualunque di queste caratteristiche
✔ Pensate ad esempio alla bellezza, alla simpatia e all’intelligenza
✔ Allo stesso modo, possiamo ordinare delle combinazioni dibeni in base al livello di utlità che ci
conferiscono
✔ Ad esempio, proviamo a confrontare le due combinazionidi beni A e B

✔ Ognuno di noi sarà sicuramente in grado di scegliere quale delle due combinazioni di beni gli
conferisce l’utilità più elevata, a dispetto del fatto che non sia possibile misurare l’utilità associata
ad A e B con un metro “oggettivo”
✔ Ma possiamo provare a dire anche qualcosa di più. Immaginiamo che Tizio, spinto dalla sete,
entri in un pub, ordini una pinta di birra e la beva.
✔ Però proviamo ad immaginare che decida di bere una seconda pinta…
✔ Di certo quella pinta di birra ridurrà il suo stato di disagio associato alla sete, anche se non siamo
in grado di quantificare l’utilità che quella bevuta gli provocherà
✔ Ovviamente, come non eravamo in grado di quantificare
l’utilità goduta grazie alla prima pinta, non siamo in grado di quantificare neanche l’utilità goduta
per effetto della seconda.
Però, di una cosa possiamo essere certi: la seconda pinta di birra conferirà a Tizio una utilità
sicuramente inferiore a quella associata alla prima
✔ Il motivo è che la prima pinta ha già ridotto in una qualche misura lo stato di disagio (il bisogno)
di Tizio dovuto alla sete. Tizio adesso ha meno sete di quando è arrivato al pub, e quindi la seconda
pinta risulterà per lui meno “soddisfacente” della prima
✔ Nel linguaggio della teoria economica, questa idea viene etichettata come principio dell’utilità
marginale decrescente
✔ …dove con l’espressione UTILITA’ MARGINALE si indica l’incremento di utilità che un individuo
ottiene dal consumo di una unità addizionale di un bene
✔ Una volta attrezzati con il concetto di “utilità marginale” e con il “principio dell’utilità marginale
decrescente”, è possibile costruire una teoria semplice ed elegante del modo in cui gli individui
scelgono la quantità di birra (o di qualunque altro bene) da acquistare
✔ Ogni volta che un individuo si trova di fronte alla prospettiva di acquistare una pinta di birra in
più, egli sa che con quella decisione otterrebbe un beneficio e subirebbe un costo.

✔ …dove il beneficio è l’utilità marginale della eventuale pinta di birra in più


✔ …e il costo è l’utilità associata ai beni che egli potrebbe permettersi di acquistare con i soldi
eventualmente risparmiati rinunciando a comprare quella pinta di birra in più
✔ Sceglierà di comprare una pinta di birra in più solo se il beneficio supera il relativo costo

ESEMPIO
✔ Immaginiamo che esistano solo due beni: birra e patatine fritte. Immaginiamo che il prezzo di
una pinta di birra sia 4 € e il prezzo di un piatto di patatine fritte 2 €
✔ Nell’ambito di questa ipotesi, se rinunciasse a comprare una pinta di birra, con i soldi risparmiati
Tizio potrebbe comprare 2 piatti di patatine fritte.
✔ Quindi, il beneficio di comprare una pinta di birra sarà pari all’utilità marginale della birra
✔ Il costo di comprare una pinta di birra sarà invece pari al doppio dell’utilità marginale delle
patatine fritte
✔ Fino a che l’utilità marginale
della birra è maggiore del doppio
dell’utilità marginale delle
patatine fritte, a Tizio converrà
continuare a comprare birra.

✔ Nel punto H gli converrà


fermarsi (beneficio e costo si
eguagliano)

✔ Ma adesso immaginiamo
che il prezzo della birra
aumenti da 4 a 6 €.
✔ Il costo della pinta di birra
in termini di patatine
aumenterà
✔ Stavolta, infatti, con i soldi
risparmiati rinunciando a
comprare una birra si possono
comprare ben 3 piatti di
patatine

✔ Quindi il costo della pinta di birra in termini di patatine stavolta è 3 UMGp


✔ Pertanto, stavolta beneficio e costo della birra si eguaglieranno in corrispondenza della seconda
pinta.
✔ L’aumento del prezzo della birra indurrà Tizio a bere di meno.
lezione 7
Nelle lezioni precedenti abbiamo affrontato i seguenti concetti
1. Concetto di BISOGNO stato di mancanza da cui deriva un bisogno che spinge l’individuo a
soddisfarlo mediante il consumo di un bene
2. Concetto di UTILITÀ soddisfacimento del bisogno
3. Concetto di UNITÀ MARGINALE incremento di utilità che un individuo ottiene dal
consumo di un’unità addizionale di un bene
4. Principio di UTILITÀ MERGINALE DECRESCENTE man mano che si consuma un bene, il
bisogno siiì attenua comportando una riduzione della sua utilità
Inoltre, abbiamo affrontato il confronto tra costo e beneficio al margine come criterio per la scelta
della quantità da acquistare; sorgono spontanei due quesiti “il costo è compensato dal beneficio?”
“ne vale la pena?”.
Saggio marginale di sostituzione di un bene ad un altro  se ho 4 euro con cui ho intenzione di
comprare una pinta di birra, rinunciando ad essa posso comprare 2 piatti di patatine fritte quindi il
beneficio di una pinta di birra è pari al doppio utilità marginale delle patatine seguentemente il
costo di comprare una pinta di birra sarà pari al doppio dell’utilità marginale delle patatine perché
con il prezzo di una pinta di birra posso comprare 2 piatti di patatine fritte.

Finché bevo 3 pinte di birra l’utilità


marginale della birra è superiore al
doppio dell’utilità marginale delle
patatine, quindi, conviene bere birra
ma nel momento in cui esse
convergono (precisamente punto H)
conviene fermarsi e non andare
oltre altrimenti l’utilità marginale
della birra sarà inferiore al doppio
dell’utilità marginale delle patatine.

Immaginiamo che il prezzo della birra aumenti da 4 euro a 6 euro: se prima era possibile sostituire
una pinta di birra con due piatti di patatine ora può essere sostituita da tre piatti di patatine.
Quindi comprando una pinta di birra in più si rinuncia a 3 piatti di patatine fritti conseguentemente
è conveniente fermarsi a 2 pinte di birra.
Da questi esempi si deduce che la domanda di un bene di consumo è correlata inversamente al suo
prezzo (comportamento dei consumatori). Finora abbiamo analizzato il comportamento dei
consumatori (domanda) quindi ora è doveroso analizzare il comportamento dei produttori
(offerta). Questa branca dell’economia politica viene comunemente etichettata come TEORIA
DELL’OFFERTA Il processo di trasformazione del bene è interno all’impresa che ha prima contatti
con i fornitori e in seguito con i clienti

 Fornitori conferiscono all’impresa i fattori produttivi che non corrispondono sol alle
materie prime ma anche a mano d’opera, energia, attrezzature… Quindi l’impresa si reca
sul mercato per acquistare tali fattori, si discorre dei cd costi di produzione
 Clienti una volta prodotto il bene, esso viene messo sul mercato ed acquistato dai clienti
che conferiscono gli introiti ossia i ricavi all’impresa stessa

L’obiettivo dell’impresa è rendere il più ambio possibile lo scarto tra gli introiti di vendita e i costi
di produzione cioè lo scopo è capire se gli introiti sono superiori e quindi compensano i costi di
produzione in quanto il profitto è dato dagli introiti meno i costi di produzione.
Poiché l’obiettivo dell’impresa corrisponde alla massimizzazione dei profitti bisogna soffermarci sui
costi e i ricavi in rapporto alla quantità da produrre ma è doveroso specificare il suddetto
fenomeno non si verifica nei mercati perfettamente concorrenziali. Effettuiamo quindi un’analisi
dell’andamento dei costi di produzione.
Esempio. Prendiamo in considerazione un’impresa che produce un bene con l’impiego di capitale
fisso (impianti e macchinari), capitale circolante (materie prime) e manodopera. Immaginiamo che
questa impresa produca precisamente grano su un grande appezzamento di terra. L’attività si
divide in tre fasi: ARARE, SEMINARE, FALCIARE attraverso strumenti tecnologici. Immaginiamo che
il proprietario abbia acquistato 20 motozappa e 20 falciatrici ma in magazzino ha già 30 vecchie
motozappa e 30 vecchie falciatrici. Se si assumono altri lavoratori non avranno a disposizione una
motozappa quindi ci sarà un contributo produttivo inferiore (man mano che aumentano i lavoratori
non ci sarà un grande aumento nella produzione perché non tutti i lavoratori coinvolti hanno a
disposizione strumenti tecnologici che permettono di produrre velocemente il grano).

NUMERO DI LAVORATORI QUANTITÀ DI GRANO PRODOTTA

10 70

20 140

30 190

40 220

50 240

La quantità di grano non aumenta proporzionalmente all’aumentare della quantità di lavoro


impiegata ma con una dinamica irregolare. Dobbiamo definire il concetto di PRODUTTIVITÀ
MARGINALE DEL LAVORO: incremento della quantità prodotta ottenuta con l’aumento di una unità
dell’impiego di manodopera ossia quanto aumenta la quantità all’aumentare dei lavoratori.
PMGl= ∆Q/∆L

Rapporto tra la variazione della quantità prodotta e la variazione dei lavoratori impiegati

NUMERO DI LAVORATORI QUANTITÀ PRODOTTA PRODUTTIVITÀ MARGNALE

10 70 7

20 140 7

30 190 5

40 220 3

50 240 2

Es la produttività alla terza riga aumenta di 50 quintali mentre il numero dei lavoratori aumenta di
10 quindi PMGl= 50/10=5.
Questo andamento è dovuto da due fattori
 Quando c’è abbondanza di fattori produttivi fissi ogni lavoratore in più impiegato
nell’impresa fornisce un contributo produttivo pari a quello degli addetti già in servizio
 Quando la disponibilità di fattori produttivi si esaurisce, i nuovi lavoratori sono costretti ad
utilizzare strumenti di produzione meno efficaci e quindi il loro contributo produttivo
individuale tende a diminuire.
Economia politica-
lezione 8
Per

un’impresa non è particolarmente interessante sapere quanti lavoratori addizionali servano per
produrre dati quantitativi addizionali di beni anzi l’informazione realmente rilevante è quanto costa
assumere i lavoratori addizionali necessari a produrre quei dati quantitativi addizionali di beni.
Pertanto, le informazioni illustrate nella lezione precedente sono utili ai fini della comprensione del
comportamento dell’impresa solo se possono essere tradotte in costi monetari. È possibile ricavare
facilmente questa informazione introducendo un nuovo concetto ossia il COSTO MARGINALE DI

produttive necessarie a produrre una unità addizionale del bene. In simboli: CMG = 𝛥CT/𝛥Q.
PRODUZIONE incremento dei costi totali che l’impresa deve sostenere per acquistare le risorse

Adesso si immagini che per assumere un lavoratore occorra corrispondergli un salario di 1000
euro, l’andamento del costo marginale potrà essere facilmente ricostruito per mezzo della tabella
seguente:

NUMERO DI QUANTITÀ PRODUTTIVITÀ MONTE SALARI COSTO


LAVORATORI PRODOTTA MARGINALE MARGINALE

10 70 7 10.000 142.8

20 140 7 20.000 142.8

30 190 5 30.000 200

40 220 3 40.000 333.3

50 240 2 50.000 500


Una volta nota la funzione di costo marginale, diventa facile afferrare la logica che muove l’impresa
nella decisione circa la quantità di merci da produrre e mettere sul mercato. L’impresa avrà
convenienza a spingere in avanti la produzione fino a quando la produzione di una eventuale unità
aggiuntiva gli garantisce un margine positivo tra il prezzo di vendita e il relativo costo marginale di
produzione cioè quando il costo marginale eguaglia il prezzo, per l’impresa è giunto il momento di
fermarsi. La quantità corrispondente all’incontro tra prezzo e costo marginale è quella ottimale.
Si immagini ad esempio un contesto di concorrenza perfetta e si assuma che il prezzo si sia stabilito
al livello di 200 euro:

ma adesso proviamo ad immaginare che per un qualunque motivo (ad es un aumento della
richiesta), il prezzo della merce in oggetto aumenti fino a raggiungere il valore di 333 euro.
L’impresa avrà convenienza ad aumentare la produzione perché un certo numero di merci oltre la
190esima potranno essere prodotte ad un costo marginale inferiore al nuovo prezzo di mercato.
Tuttavia, man mano che aumenta la produzione vengono utilizzate attrezzature meno moderne ed
efficienti, la produttività del lavoro cala ed i costi marginali aumentano. Quando il costo marginale
raggiunge i 333 euro, all’impresa conviene fermarsi: il suo nuovo punto di ottimo si troverà in
corrispondenza della quantità 220.
Possiamo ripetere questo esperimento concettuale infinite volte. Ad esempio, possiamo
immaginare che il prezzo aumenti fino a raggiungere il valore di 500 €. Anche in questo caso,
l’impresa avrà convenienza ad aumentare la produzione perché un certo numero di merci fino alla
220esima potranno essere prodotte ad un costo inferiore al nuovo prezzo di mercato. Tuttavia,
man mano che aumenta la produzione, vengono utilizzate le attrezzature meno moderne ed
efficienti, la produttività del lavoro cala ed i costi marginali aumentano. All’impresa converrà
fermarsi quando il margine tra prezzo e costo marginale sarà scomparso cioè in corrispondenza del
livello di produzione 240.

Il risultato dell’esperimento sarà sempre lo stesso: OGNI VOLTA CHE IL PREZZO DELA MERCE
AUMENTA, L’IMPRESA REAGISCE AUMENTANDO LA QUANTITÀ PRODOTTA. Il tutto può essere
sintetizzato con la CURVA DI OFFERTA.
Disponiamo ora di due strumenti analitici in grado di rappresentare sinteticamente le modalità di
comportamento di CONSUMATORI (curva di domanda) e IMPRESE (curva di offerta). Ora però
abbiamo il problema di capire qualcosa dell’INTERAZIONE tra imprese e consumatori. Abbiamo una
tecnica di analisi?
A seconda del prezzo che si stabilisce sul mercato, si possono verificare tre diverse tipologie di
situazioni:
1. EQUILIBRIO
2. ECCESSO DI OFFERTA
3. ECCESSO DI DOMANDA

EQUILIBRIO Analizziamo il comportamento dei consumatori e delle imprese descritto da queste


due ipotetiche curve di domanda e offerta. Immaginiamo che, per avventura, il prezzo si sia
stabilito a 333 euro. In tal caso, le imprese produrranno sul mercato 220 unità di merce e i
consumatori richiederanno 220 unità di merce. Diremo quindi che il mercato esibisce un equilibrio
dato dal fatto che domanda e offerta sono esattamente uguali.

L’equilibrio ha implicazioni molto importanti per l’analisi del comportamento degli agenti.
EQUILIBRIO significa che le imprese riescono a vendere tutte le merci che hanno prodotto e che i
consumatori riescono ad acquistare tutte le merci che desiderano acquistare. Quindi EQUILIBRIO
significa che tutti gli operatori saranno soddisfatti dell’esito delle interazioni di mercato che hanno
intrapreso. Quindi EQUILIBRIO significa che nessuno degli agenti operanti sul mercato avrà
interesse a mettere in discussione lo “status quo”.
ECCESSO DI OFFERTA Adesso analizziamo una diversa ipotesi. Immaginiamo che stavolta il
prezzo si sia stabilito al livello di 500 €. In tal caso, le imprese produrranno e porteranno sul
mercato 240 unità di merce mentre i consumatori richiederanno soltanto 190 unità di merce. Le
imprese non riusciranno vendere ben 50 unità di merci prodotte. In tal caso, diremo che il mercato
esibisce un ECCESSO DI OFFERTA, che si può misurare con l’ampiezza del segmento AB: un bel po’
delle merci prodotte dalle imprese gli rimarranno sullo stomaco. Non si tratta di una bella
situazione per le imprese. Infatti, per produrre quelle 50 unità di merci hanno sostenuto costi, e se
non le vendono quei costi non saranno recuperati. L’eccesso di offerta è quindi un chiaro sintomo
dell’allontanamento delle imprese dall’ottimo risultato economico. È quindi presumibile che le
imprese saranno indotte a modificare la propria strategia pur di “rimediare” al problema.

Presumibilmente qualcuna di esse taglierà i prezzi, in modo da accaparrarsi i clienti delle imprese
concorrenti. È anche probabile che, pur di non perdere i propri clienti, le altre imprese reagiranno
tagliando a loro volta i propri prezzi. Si innescherà quindi una tendenza generale alla diminuzione
dei prezzi. Gli studiosi sostengono che, nella gran parte dei casi, questa caduta dei prezzi determina
uno spontaneo aggiustamento verso l’equilibrio. Infatti, da un lato la caduta del prezzo induce i
consumatori ad aumentare la richiesta… Dall’altro, la caduta del prezzo induce le imprese a
ridimensionare i propri piani di produzione… Quando il prezzo sarà sceso a 333 €, la domanda sarà
aumentata fino a 220 unità di merci, l’offerta sarà caduta fino a 220, e quindi il mercato ritroverà
spontaneamente l’equilibrio.
ECCESSO DI DOMANDA Adesso analizziamo l’ipotesi opposta. Immaginiamo che stavolta il
prezzo si sia stabilito al livello di 200 €. In tal caso, le imprese produrranno e porteranno sul
mercato 190 unità di merce, mentre i consumatori richiederanno ben 260 unità di merce. Pertanto,
non tutti i consumatori riusciranno a trovare sul mercato i beni che hanno deciso di acquistare. In
tal caso, diremo che il mercato esibisce un ECCESSO DI DOMANDA, che si può misurare con
l’ampiezza del segmento CD: ci sono consumatori desiderosi di acquistare merci che non trovano
soddisfazione ai propri desideri. Poiché le merci disponibili sono insufficienti a soddisfare tutti i
consumatori, è probabile che i consumatori che le desiderano più intensamente tenteranno di
accaparrarsele offrendo alle imprese prezzi più alti di quelli correnti. I prezzi esibiranno quindi una
tendenza all’aumento. Gli studiosi sostengono che, nella gran parte dei casi, questo aumento dei
prezzi determinerà uno spontaneo aggiustamento verso l’equilibrio. Infatti, da un lato l’aumento
dei prezzi induce alcuni consumatori a rinunciare all’acquisto… Dall’altro, l’aumento dei prezzi
rende conveniente per le imprese aumentare la produzione…Quando il prezzo sarà salito a 333
euro la domanda sarà caduta fino 220 unità di merce, l’offerta sarà aumentata fino a 220 e quindi il
mercato ritroverà spontaneamente l’equilibrio.
In sintesi UNA TEORIA DEI PREZZI DELLE MERCI
 In presenza di un eccesso di offerta il prezzo tenderà a scendere (le imprese tentano di
vendere il venduto strappando i clienti alla concorrenza)
 In presenza di un eccesso di domanda il prezzo tenderà ad aumentare (i consumatori che
desiderano la merce con maggiore intensità tentano di accaparrarsi offrendo una
contropartita di maggiore valore)
 In situazioni di equilibrio il prezzo tenderà a rimanere stabile (nessuno ha convenienza ad
alterare lo status quo con offerte di vendita o di acquisto a prezzi differenti da quelli
correnti)
Economia politica- lezione 9
Allocazione delle risorse e ruolo dei prezzi
A chi tocca decidere come impiegare le risorse esistenti? Qual è il meccanismo decisionale che
permette di realizzare in massimo grado il benessere della collettività?
Nel dibattito contemporaneo, le risposte a questi quesiti che si contendono l’egemonia sono
sostanzialmente due:
 GOVERNO i cittadini con potere decisionale ripartito in parti uguali
 MERCATO i cittadini ma con potere decisionale graduato in base al censo
I VANTAGGI DEL MERCATO
Il prezzo di un bene è il risultato dell’equilibrio tra domanda e offerta. Pertanto, esso riflette
contestualmente l’intensità del desiderio dei consumatori e il consumo di risorse collettive
necessarie per produrlo. Quindi i orezzi di mercato sono in grado di raccogliere e veicolare agli
operatori economici una immane quantità di informazioni disperse nella comunità che permettono
di selezionare l’uso più adeguato per ogni risorsa (HAYEK 1945). Il risultato economico è dato dai
ricavi di vendita ossia il prezzo che i consumatori sono disposti a pagare per acquistare i beni e i
costi di produzione ossia il salario a cui i lavoratori sono disposti a lavorare per produrre beni;
attraverso il risultato economico si elaborano le decisioni di produzione. Se si permette ai prezzi di
rivelare correttamente le informazioni che implicitamente veicolano verranno prodotti solo i beni il
cui desiderio nella comunità è tale da controbilanciare la fatica necessaria a produrli.
ESEMPIO. Immaginiamo che i consumatori siano disposti a comprare banane solo se il prezzo è
inferiore o uguale a 2 € a chilo (preferenze di consumo) ed immaginiamo che i lavoratori siano
disposti a raccogliere le banane solo se il salario è superiore o uguale a 2.5 € a chilo raccolto (costi
di produzione). Le imprese non troveranno conveniente produrre banane (subirebbero una perdita
di 0.5 € per ogni kg di banane prodotto). Le imprese potranno:
 rinunciare alla produzione di banane e riallocare i relativi appezzamenti di terra alla
produzione di altri beni (es: pomodori)
 cercare una tecnologia produttiva con cui produrre le banane a un costo più basso (es:
meccanizzazione)
 cercare un altro mercato (es: vendere il raccolto in un altro Paese, dove le banane sono
più apprezzate dai consumatori)
è come se la comunità stesse dicendo alle imprese “non vogliamo banane, provate con
qualcos’altro”.
Ad esempio, le imprese potrebbero scoprire che i consumatori abbiano una migliore disposizione
nei confronti dei pomodori: sono disposti a comprare pomodori a 3 € a chilo, se i lavoratori sono
disposti a raccogliere anche i pomodori per un salario di 2.5 € a chilo raccolto, allora… alle imprese
converrà dismettere la coltivazione delle banane e riallocare i terreni alla coltivazione dei
pomodori.
Ma i prezzi possono trasmettere anche informazioni distorte, se la loro determinazione non viene
lasciata alla libera interazione tra gli agenti. Quindi immaginiamo uno sviluppo diverso dell’esempio
precedente.
Un’impresa produttrice di banane si accorge che la produzione le costa 2.5 € a chilo e che può
venderle a 2 € a chilo. Ma stavolta il governo locale - che teme che l’impresa chiuda (e magari che
500 persone perdano il lavoro) - decide di sovvenzionare la produzione di banane con un sussidio
di 1 € a chilo finanziato con un’imposta sulla vendita di mele. Stavolta l’impresa realizzerà un
profitto, e quindi non avrà motivo di convertire la piantagione ad altro uso produttivo, né di cercare
un modo meno costoso di produrre le banane. Il benessere della comunità sarà aumentato o
diminuito? Secondo Hayek e von Mises, il benessere sarà sicuramente diminuito. Infatti
 Il governo ha deciso di produrre a forza un bene che la comunità non riteneva meritevole
di produzione
 Per far produrre banane che i consumatori non desideravano, il governo ha imposto un
prezzo più alto ai consumatori di mele
 La piantagione di banane poteva essere riconvertita alla coltivazione di pomodori (e magari
si sarebbe scoperto che la comunità era disposta a pagare per pomodori ciò che non
voleva pagare per pagare le banane)
Analoghi effetti distorsivi si realizzeranno se il governo decide di fissare in via autoritativa i prezzi a
cui si scambiano certi particolari tipi di merci. Ad esempio, immaginiamo che il governo decida di
fissare un prezzo “politico” per un certo bene (ad esempio 200 euro). In tal caso, ci saranno 70
consumatori che desiderano il bene, e che sarebbero senz’altro disposti a pagare il prezzo imposto
dal governo, ma che non riusciranno a procurarselo. La fissazione di un prezzo al di sotto del valore
di equilibrio determinerà cioè una artificiale scarsità del bene in oggetto. Secondo i teorici
“liberisti”, la collettività avrebbe quindi un beneficio se il governo lasciasse gli individui liberi di
comprare e vendere il bene in oggetto al prezzo che preferiscono (equilibrio nel punto E).

In sostanza, Hayek e gli altri aderenti al movimento interpretano i prezzi di mercato come uno
straordinario sistema segnaletico in grado di raccogliere tutte le informazioni disperse nella società
circa i desideri degli individui e la quantità di risorse necessaria per soddisfarli.

 Ogni volta che un’autorità pubblica sussidia un gruppo di operatori economici (e


specularmente ne tassa un altro) di fatto alza una cortina di fumo, impedendo alle imprese
di percepire correttamente desideri dei membri della comunità e costi delle risorse
 Tutte le politiche di natura “selettiva”, ossia volte a favorire o a scoraggiare la produzione e
il consumo di particolari beni (sussidi, imposte sulla produzione o sul consumo, divieti,
tariffe doganali, prezzi politici) andrebbero quindi accuratamente evitate
 I governi dovrebbero limitarsi a fornire quei (pochi) beni che - a causa dell’impossibilità di
escludere i cittadini dal relativo godimento - non danno luogo alla formazione di mercati
(beni pubblici: difesa, giustizia, ordine pubblico)
Tuttavia, la questione è molto controversa. Ad esempio, torniamo al caso della fissazione di un
prezzo “politico”. Guardate la curva di domanda. Se il governo abbandona il controllo dei prezzi, e il
prezzo schizza a333, ci saranno 40 individui che non acquisteranno più il bene. I liberisti dicono che
«se rinunciano al bene è perché non lo desiderano abbastanza intensamente». Ma non è detto che
le cose stiano così. Potrebbero rinunciare al bene perché non hanno un reddito sufficiente per
comprarlo (pensate ai farmaci antitumorali). Distinguere le due situazioni non è semplice. Quindi
fissare il prezzo o lasciarlo decidere “al mercato” cambia la distribuzione del benessere tra membri
della comunità a differente livello di reddito.

Ma purtroppo non si tratta dell’unico problema… Tutta la discussione precedente si è basata su un


presupposto che non abbiamo finora mai provato a discutere criticamente: che i prezzi che si
formano sui mercati siano sempre in grado di riflettere correttamente l’intensità dei desideri degli
individui e il consumo di risorse necessario a soddisfarli.
 In alcuni casi i prezzi non si formano affatto (BENI PUBBLICI)
 In altri casi i prezzi si muovono in maniera perversa ostacolando il raggiungimento di un
equilibrio (ASIMMETRIE INFORMATIVE)
 In altri casi ancora, i prezzi riflettono in maniera distorta l’intensità dei desideri e il costo
della loro soddisfazione (ESTERNALITÀ)
In questi casi si discorre del cd FALLIMENTO DEL MERCATO.

Con l’espressione BENI PUBBLICI gli economisti fanno riferimento ai beni che per loro natura
intrinseca devono essere di proprietà dello stato. In merito a questa categoria di beni è doveroso
introdurre due concetti fondamentali:

 ESCLUDIBILITÀ un bene si definisce escludibile se è tecnicamente possibile escludere gli


individui dal suo godimento a costi ragionevoli
 RIVALITÀ un bene si definisce rivale se il suo godimento da parte di un individuo
impedisce agli altri di goderne (gli individui devono rivaleggiare per poterne godere)

BENI ESCLUDIBILI BENI NON ESCLUDIBILI

CIBO STRADE

ABITI ILLUMINAZIONE STRADALE

MUSEI DIFESA

SERVIZI SANITARI GIUSTIZIA E SICUREZZA


BENI RIVALI BENI NON RIVALI

CIBO SERVIZI SANITARI

ABITI MUSEI

BICICLETTE ISTRUZIONE

Lezione 10

FALLIMENTI DEL MERCATO

 In alcuni casi i prezzi non si formano affatto! (BENI PUBBLICI)


 In altri casi i prezzi si muovono in maniera “perversa”, ostacolando il raggiungimento di un
equilibrio (ASIMMETRIE INFORMATIVE)
 In altri casi ancora, i prezzi riflettono in maniera “distorta” l’intensità dei desideri e il costo
della loro soddisfazione (ESTERNALITA’)

BENI PUBBLICI

ESCLUDIBILITA’ - Un bene si definisce escludibile se è tecnicamente possibile escludere gli individui


dal suo godimento a costi ragionevoli
RIVALITA’ - Un bene si definisce rivale se il suo godimento da parte di un individuo impedisce agli
altri di goderne (in altre parole, se gli individui devono “rivaleggiare” per poterne godere)
Caratteristiche dei BENI PRIVATI
ESCLUDIBILITA’
 Permette al produttore di condizionare il trasferimento del bene all’effettuazione di una
prestazione corrispettiva
RIVALITA’
 Costringe i consumatori a “rivelare” - attraverso l’offerta della prestazione corrispettiva -
l’importanza che attribuiscono al bene (quanto lo ritengono “prezioso”)
I produttori sono in grado di recuperare i costi di produzione del bene / Inoltre, il segnale che gli
arriva dai consumatori è “nitido” (nel senso che riflette correttamente l’intensità del loro desiderio)

NON ESCLUDIBILITA’
Non permette al produttore di condizionare il trasferimento del bene all’effettuazione di una
prestazione corrispettiva - I consumatori avranno quindi convenienza a fruire del bene senza
sopportare i costi sostenuti dalle imprese per produrlo (TO FREE RIDE)
- Pertanto, i produttori non sono in grado di recuperare i costi sostenuti per produrre il bene, e
quindi non avranno alcun incentivo a produrli : La soluzione canonica è la FORNITURA PUBBLICA
Una istituzione sovraordinata alla comunità deve creare una organizzazione produttiva “ad hoc” e
finanziarne l’attività mediante risorse prelevate forzosamente dai cittadini (imposte)
Il mercato “fallisce”!

ASIMMETRIA INFORMATIVA
✔︎Due operatori concordano una transazione avente ad oggetto la vendita di un certo bene o
l’effettuazione di una certa prestazione
✔︎Alcune caratteristiche del bene venduto o della prestazione ceduta non sono osservabili
dall’acquirente al momento della conclusione del contratto (asimmetria informativa “ex ante”)
oppure, pur essendo osservabili all’atto della conclusione del contratto, sono suscettibili di essere
modificate da particolari azioni del venditore successive alla conclusione del contratto e non
osservabili dall’acquirente
ESEMPI
 Automobili usate (Akerlof 1970, “The market for lemons”)
 Mercato del credito (Stiglitz e Weiss 1981)
 Polizze assicurative (Rotschild e Stiglitz 1970)
 Asili infantili
 Scuola, formazione, università
 Operazioni chirurgiche e servizi sanitari in genere
 Assistenza agli anziani

ASIMMETRIA INFORMATIVA E DINAMICA DEI PREZZI

I consumatori leggono
la caduta del prezzo
come “segnale” di un
peggioramento della
qualità del prodotto
- Caduta della
domanda
- Caduta del
prezzo

Il mercato tende a diventare sempre più “sottile”, e può anche arrivare a sparire del tutto

ASIMMETRIE INFORMATIVE E FUNZIONAMENTO DEI MERCATI

 La distribuzione asimmetrica delle informazioni tra compratori e venditori inibisce l’operare


dei meccanismi di aggiustamento automatici basati sulla flessibilità dei prezzi
 La flessibilità dei prezzi non è in grado di eliminare gli squilibri tra domanda e offerta perché
gli operatori non sono in grado di accertare la qualità di ciò che acquistano, e quindi
possono essere indotti a interpretare i movimenti dei prezzi come indicatori di
modificazioni della qualità dei beni
 Tali mercati possono quindi esibire equilibri caratterizzati da “razionamento”: alcuni
operatori non riescono a realizzare le transazioni desiderate, senza che tuttavia si inneschi
uno spontaneo processo di riaggiustamento
 In alcuni casi limite, i mercati possono addirittura “collassare”

✔︎Finora abbiamo analizzato modalità di interazione tra agenti che:


 …danno luogo a prezzi che riflettono perfettamente i desideri degli agenti e il consumo di
risorse necessario a soddisfarli (mercati perfettamente concorrenziali)
 …non danno luogo a prezzi (beni pubblici)
 … danno luogo a prezzi che non riflettono i desideri degli agenti e il consumo di risorse
necessario a soddisfarli perché i consumatori li “caricano” di un’altra funzione (fornire
informazioni sulla qualità dei beni) che finisce per “disturbare” il segnale (asimmetria
informativa)

✔︎Adesso ci occuperemo di una nuova ipotesi di “fallimento del mercato”: l’interazione tra gli
agenti dà luogo a prezzi che non riflettono i desideri degli agenti e il consumo di risorse necessario
a soddisfarli per un motivo completamente diverso - ESTERNALITA’

✔︎Per comprendere il concetto di esternalità, conviene classificare l’insieme delle potenziali azioni
degli individui in tre diverse categorie:
 Azioni che non implicano interdipendenze tra gli agenti
 Azioni che implicano interdipendenze tra gli agenti che hanno riflessi di natura “pecuniaria”
 Azioni che implicano interdipendenze tra gli agenti che non hanno riflessi di natura
“pecuniaria”

1 AZIONI CHE NON IMPLICANO INTERDIPENDENZE TRA GLI AGENTI


ESEMPI:
 Michela desidera fumare una sigaretta nel suo ufficio, con la porta rigorosamente chiusa.
 Pippo vorrebbe esercitarsi a suonare la batteria nella sua casa di campagna lontana 1 km
dall’abitazione più vicina
In situazioni di questo tipo, SE OGNUNO ASSECONDA I PROPRI DESIDERI, aumenterà il proprio
benessere individuale, MA ANCHE IL BENESSERE COLLETTIVO
(tutti i membri della comunità staranno uguale a prima, tranne Michela e Pippo che staranno
meglio, quindi la somma delle utilità individuali aumenterà)
2 AZIONI CHE IMPLICANO INTERDIPENDENZE TRA GLI AGENTI E CHE HANNO RIFLESSI DI NATURA
“PECUNIARIA”
ESEMPI:
 Vincenzo e Simona possiedono due appartamenti adiacenti, di uguale pregio, che
vorrebbero vendere
 Vincenzo mette in vendita il proprio appartamento al prezzo di 300.000 €, e trova
immediatamente un acquirente, Ernesto
 Simona intercetta Ernesto sul pianerottolo e gli offre il suo appartamento al prezzo di
280.000 €.
 Vincenzo è costretto ad abbassare la propria richiesta a 280.000 €. Ernesto acquista
l’appartamento da Vincenzo.

Il benessere della comunità (Vincenzo, Simona ed Ernesto) è aumentato o diminuito a causa della
decisione di Simone di “fare concorrenza” a Vincenzo?
 A causa della decisione di Simona di fare concorrenza a Vincenzo, alla fine della storia
Vincenzo ha perso 20.000 € ed Ernesto ha guadagnato 20.000 €
 Pertanto, l’azione di Simona, pur influenzando la distribuzione del benessere tra i membri
della comunità, non ha ridotto il benessere della comunità nel suo complesso
 Questo caso ha una rilevanza “generale”, perchè è cio che accade ogni volta che un agente
compete con un altro in un qualunque mercato per la vendita dei beni di sua proprietà o
delle sue prestazioni
REGOLA GENERALE
Ogni volta che le azioni di un individuo condizionano il benessere di un altro individuo mediante
modificazioni dei prezzi dei beni (ESTERNALITA’ PECUNIARIE), possiamo star certi che non ne
deriveranno alterazioni del benessere della comunità
(alcuni ci perdono, altri ci guadagnano, la somma algebrica di perdite e guadagni è zero)

3 AZIONI CHE IMPLICANO INTERDIPENDENZE TRA GLI AGENTI E CHE NON HANNO RIFLESSI DI
NATURA “PECUNIARIA”

ESTERNALITA’
Salvatore decide di fumare una sigaretta nell’ufficio CONSUMO-CONSUMO
che divide con Giulia, allergica al fumo
ESTERNALITA’CONSUMO-
PRODUZIONE
Giovanni arriva al lavoro dopo aver bevuto 2 litri di vino,
il che rallenta l’espletamento dei propri compiti
Un’acciaieria emette scarichi inquinanti nell’atmosfera
circostante, costringendo gli abitanti dell’area a ESTERNALITA’
respirare costantemente biossido di zolfo PRODUZIONE-CONSUMO

Un’industria chimica situata a monte di un fiume


scarica nell’acqua scorie tossiche, riducendo il volume ESTERNALITA’ PRODUZIONE-
del raccolto degli agricoltori che, a valle, usano l’acqua PRODUZIONE
del fiume per l’irrigazione dei campi
In tutti questi casi, l’influenza delle azioni individuali sugli altri membri della comunità non è
mediata dai prezzi. In questo caso si parla di ESTERNALITA

ESTERNALITA’ ED EFFICIENZA ALLOCATIVA


Quando ci sono esternalità, i “segnali” del mercato arrivano distorti, e quindi gli agenti vengono
deviati dai comportamenti socialmente ottimali
Gli agenti non “internalizzano” i costi sociali delle loro azioni, perchè non pagano per i danni che
producono al prossimo

ESEMPI:

∎ Salvatore intossica Giulia con le sue ∎ Giovanni si scassa col vino perchè lui
sigarette perché lui ne ricava un ne ottiene un beneficio, mentre i costi
beneficio, mentre i costi ricadono su - ricadono sull’impresa per cui lavora
Giulia

∎L’acciaieria inquina perché la Gli ∎ L’industria chimica inquina perché effetti


produzione di acciaio le permette di la sua produzione le permette di distorsivi
realizzare un lucro, mentre i costi ricavare un lucro, mentre i costi
ricadono sugli abitanti dell’area ricadono sugli agricoltori situati a valle
dell’esternalità possono essere ulteriormente chiariti
utilizzando due nuovi concetti:
Costo marginale PRIVATO
-Incremento del costo totale necessario a produrre una unità addizionale di merce CHE RICADE
SULL’IMPRESA PRODUTTRICE
Costo marginale SOCIALE
-Incremento del costo totale necessario a produrre una unità addizionale di merce
complessivamente a carico della comunità (quindi costo marginale privato + esternalità)
Un altro modo di definire l’esternalità è mettere il focus sull’eventuale divario tra costo marginale
privato e sociale

Lezione 11
Abbiamo chiuso la lezione precedente provando a tradurre in una diversa veste il concetto di
ESTERNALITA’ mediante il ricorso a due nuovi concetti:
Costo marginale PRIVATO
-Incremento del costo totale necessario a produrre una unità addizionale di merce CHE RICADE
SULL’IMPRESA PRODUTTRICE
Costo marginale SOCIALE
-Incremento del costo totale necessario a produrre una unità addizionale di merce
complessivamente a carico della comunità (quindi costo marginale privato + esternalità)
L’esternalità sarebbe l’eventuale divario tra costo marginale privato e sociale

ESEMPIO: emissioni inquinanti e produzione agricola

Esistono rimedi efficaci al problema delle esternalità?


Secondo Pigou (The Economics of Welfare, 1920), è possibile eliminare le distorsioni associate alle
esternalità istituendo meccanismi che rimettano i costi a carico di chi li produce
(“internalizzazione”)
-In tal modo si ricostituirebbe la struttura delle convenienze degli agenti corrispondente
all’allocazione socialmente ottimale
STRUMENTI CORRETTIVI
 Strumenti fiscali (imposta a carico del “danneggiante” e simmetrico sussidio a beneficio del
“danneggiato”)
 Strumenti civilistici (tutela risarcitoria o tutela inibitoria)

Nella letteratura sull’argomento, si fa generalmente riferimento a questi strumenti con


l’espressione “rimedi pigouviani”

EFFETTI DEI RIMEDI PIGOUVIANI

- Questo approccio al problema delle esternalità è stato condiviso dalla ampia maggioranza degli
studiosi fino alla fine degli anni ’50 del secolo scorso
- Alcuni studiosi avanzavano dubbi sulla possibilità di determinare la dimensione dell’esternalità (e
quindi di definire l’ammontare dell’imposta “correttiva” in maniera tale da ripristinare la struttura
delle convenienze socialmente ottimale), ma nessuno metteva in discussione la correttezza
dell’approccio di Pigou sul piano concettuale
- L’egemonia dell’approccio pigouviano venne invece indebolita e poi rovesciata in seguito al
dibattito aperto dall’articolo “The Problem of Social Cost”, pubblicato nel 1960 da Ronald Coase
Ne “Il problema del costo sociale”, Coase critica ferocemente l’approccio di Pigou con vari
argomenti:
A. L’imputazione della causa del danno ad una delle due parti coinvolta nell’interazione è in genere
un’operazione arbitraria
B. In molti casi i rimedi pigouviani riducono l’efficienza sistemica, invece di aumentarla
C. Quand’anche si sia venuta a determinare un’allocazione inefficiente, spesso non c’è alcun
bisogno di interventi correttivi, perchè il mercato è in grado di riallocare le risorse in maniera
ottimale
D. L’intervento di un’autorità pubblica è necessario solo quando i costi di transazione sono molto
elevati

A L’imputazione della causa del danno ad una delle due parti coinvolta nell’interazione è spesso
un’operazione arbitraria

«Il problema viene comunemente pensato nel modo seguente: A infligge un danno a B, e ciò che deve
essere deciso è come si dovrebbe porre un freno ad A. Ma questo è sbagliato, perché si sta trattando un
problema di natura simmetrica. Evitare il danno a B significa infliggere un danno ad A» (Coase, The Problem
of Social Cost)

BRIDGMAN STURGES

Produzione di dolci Ambulatorio medico

 Il pasticciere Bridgman e il dottor Sturges svolgono le rispettive attività in due locali contigui
 I macchinari usati da Bridgman per le sue lavorazioni sono rumorosi e disturbano l’attività di
Sturges (auscultare il cuore, misurare la pressione)
 Sturges cita in giudizio Bridgman per ottenere un’ingiunzione alla cessazione dell’uso dei
suoi macchinari

Il giudice gli dà ragione

 Motivazione della sentenza


«Benchè la stretta applicazione del principio su cui è stato fondato il nostro giudizio possa essere
fonte di difficoltà per qualche individuo, tuttavia la negazione del principio porterebbe a difficoltà
individuali anche maggiori, e produrrebbe allo stesso tempo un effetto pregiudizievole per lo
sviluppo del territorio a fini residenziali»

In sintesi:
 “E’ vero che con questa sentenza crea un problema al pasticciere che dovrà chiudere, ai
suoi dipendenti che perderanno il lavoro e ai golosi del quartiere che non potranno più
mangiare le gustose paste di Bridgman. Ci dispiace assai, però per la collettività i servizi
sanitari sono più importanti delle paste”
 ”E se questo argomento non bastasse, considerate anche il fatto che la produzione dolciaria
è in conflitto con la vocazione residenziale dell’area”

Riflettiamo criticamente su questa motivazione.
Come la commentereste?
1 E’ corretto dal punto di vista economico basare una sentenza sul principio secondo cui «i servizi
sanitari sono più importanti delle paste»?
 In che modo il giudice ha stabilito quale bene è più importante per la collettività?
 Per farlo, il giudice dovrebbe valutare l’incremento di benessere del medico e delle persone
bisognose di cure, la perdita di benessere del pasticciere, dei suoi dipendenti e dei golosi
del quartiere, e poi metterle a confronto. Dispone di strumenti adeguati allo scopo?
 In altre parole, il giudice è in grado di “interrogare” la collettività per conoscere le sue
preferenze al riguardo? E più in generale, questa funzione rientra nei compiti che la
comunità gli ha affidato?

2 E’ legittimo che un giudice si autoattribuisca poteri di pianificazione urbanistica?

B In molti casi i rimedi pigouviani riducono l’efficienza sistemica, invece di aumentarla


Immaginiamo che il medico sia in grado di guadagnare dallo svolgimento della sua attività 100.000
€ all’anno, e che invece il pasticciere sia in grado di guadagnare dalla vendita di paste 200.000 €
l’anno

L’intervento del giudice riduce il benessere della comunità


Il saggio di Coase segna una “inversione a U” nell’atteggiamento della teoria economica rispetto
alla questione delle emissioni nocive
Fino a quel momento, in letteratura si dava per scontato che il responsabile di un’emissione
(chimica, acustica, olfattiva, ecc.) nociva a carico di un altro agente provocasse un danno anche a
carico della collettività

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