LE GRANDEZZE FISICHE (CAP.
1)
Una grandezza fisica è una caratteristica di un oggetto o di un fenomeno che può essere misurata.
DEFINIZIONE OPERATIVA DI UNA GRANDEZZA
Per definire operativamente una grandezza bisogna:
1) Stabilire un procedimento di misura per quella grandezza;
2) Scegliere un campione, cioè un’unità di misura.
L’unità di misura deve soddisfare due requisiti fondamentali:
1) Deve essere accessibile a tutti (e quindi facilmente riproducibile).
2) Deve essere invariabile, cioè non deve cambiare da un luogo all’altro nel tempo, in modo che sia
garantito lo stesso risultato tutte le volte che lo si confronta con la medesima grandezza.
QUINDI: Che cos’è la lunghezza:
la lunghezza è la grandezza fisica che si misura, ad esempio, per mezzo di un regolo graduato, e che ha un
campione chiamato metro.
GRANDEZZE OMOGENEE E NON OMOGENEE
Due grandezze sono omogenee, cioè dello stesso tipo, se si possono esprimere mediante le stesse unità di
misura. Due grandezze omogenee possono essere sommate, sottratte o confrontate.
Due grandezze non omogenee non possono essere espresse con la stessa unità di misura e non possono
essere né sommate, né sottratte e né confrontate.
Le operazioni che sono sempre valide, qualunque siano le grandezze coinvolte, sono la moltiplicazione e la
divisione.
GRANDEZZE FONDAMENTALI O DERIVATE
Tra le grandezze fisiche è possibile individuarne alcune che vengono dette grandezze fondamentali, dalle
quali sono derivabili le altre, che per questo prendono il nome di grandezze derivabili.
Le grandezze fondamentali più comuni sono: la lunghezza il tempo la massa e la temperatura.
Tra le grandezze derivate ci sono l’area, il volume, la densità, la velocità e l’accelerazione.
IL SISTEMA INTERNAZIONALE DI UNITÀ (S.I)
Un sistema di unità di misura fissa le grandezze fondamentali e le rispettive unità di misura.
Il sistema internazionale di unità (S.I) è costituito da 7 unità fondamentali, da cui si ottengono tutte le altre
unità di misura delle grandezze fisiche.
GRANDEZZA UNITÀ DI MISURA SIMBOLO
lunghezza Metro m
Tempo Secondo s
Massa Kilogrammo kg
Intensità di corrente Ampere A
Temperatura Kelvin K
Quantità di materia Mole mol
Intensità luminosa candela Cd
POTENZA PREFISSO SIMBOLO POTENZA PREFISSO SIMBOLO
1015 Peta P 10-1 Deci d
1012 Tera T 10-2 Centi c
109 Giga G 10-3 Milli m
106 Mega M 10-6 Micro µ
103 Kilo k 10-9 Nano n
102 Etto H 10-12 Pico p
101 Deca da 10-15 femto f
LA NOTAZIONE SCIENTIFICA
Nella notazione scientifica ogni numero è scritto come prodotto di due fattori:
- Un numero decimale compreso tra 1 e 10;
- Una potenza di 10, con esponente intero positivo o negativo.
0,0035= 3,5 x 10-3 / 280.000= 2,8 x 105
LE GRANDEZZE FONDAMENTALI
IL TEMPO
La grandezza fisica che misuriamo è l’intervallo di tempo tra due eventi, o la durata di un fenomeno.
L’intervallo di tempo è la grandezza che si misura con gli orologi.
Gli orologi atomici sono i più accurati misuratori di tempo e il loro funzionamento è basato sulla frequenza
della radiazione emessa da certi atomi.
Nel Sistema Internazionale l’unità di misura dell’intervallo di tempo è il secondo (s), definito a partire dalla
frequenza fCs della transizione iperfine dell’atomo di cesio, mediante la relazione: 1 s= [Link]/ fCs.
1 giorno= 86.400 s. / 1 h= 3600 s. / 1 min= 60 s.
LA LUNGHEZZA
La lunghezza è la grandezza che si misura mediante un regolo graduato.
Nel Sistema Internazionale l’unità di misura della lunghezza è il metro (m), definito mediante la relazione
tra velocità della luce c e frequenza del cesio fCs.
1 m= [Link]/ 299.792.458 (c/fCs)
LA MASSA: La massa è la grandezza che si misura con una bilancia a bracci uguali.
Nel Sistema Internazionale l’unità di misura della massa è il kilogrammo (kg), definito a partire dalla
costante di Planck h, dalla velocità della luce c e dalla frequenza del cesio fCs, mediante la relazione:
1 kg= (299.792.458)2/ (6,62607015 10-34) ([Link]) (hfCs/ c2)
LE GRANDEZZE DERIVATE L’AREA
L’area di una superficie è il prodotto di due lunghezze.
La sua unità di misura è il metro quadrato (m2): 1 m2 è l’area di un quadrato il cui lato è lungo 1 metro.
1 cm2 = (1cm) (1cm) = (10-2 m) (10-2 m) = 10-4 m2 = 0,0001 m2
1 mm2 = (1mm) (1mm) = (10-3 m) (10-3 m) = 10-6 m2 = 0,000001 m2
1 km2 = (1km) (1km) = (103 m) (103 m) = 106 m2 = 1.000.000 m2
IL VOLUME
Il volume di un corpo è il prodotto di tre lunghezze. La sua unità di misura è il metro cubo (m 3): 1m3 è il
volume di un cubo il cui spigolo è lungo 1 metro.
1m3= (1m) (1m) (1m)
1L = 1 dm3 = (1 dm) (1 dm) (1 dm) = (0,1 m) (0,1 m) (0,1 m) = 0,001 m3 oppure:
1L = 1 dm3 = (10-1 m) (10-1 m) (10-1 m) = 10-3 m3
Quindi 1 m3= a 1000 litri. 1 mL = 10-3L = 10-3 dm3 = 10-3 x (103 cm3) = 1 cm3
DENSITÀ
La densità di un corpo è il rapporto fra la sua massa (m) e il suo volume (V). d= m/V / m=d x V / V= m/d
Nel Sistema internazionale si misura in kilogrammi al metro cubo (kg/m3).
I VETTORI E LE FORZE (CAP.3)
GRANDEZZE SCALARI:
Una grandezza scalare è una grandezza fisica espressa da un numero accompagnato da un’unità di misura.
La massa di un oggetto, il volume di un recipiente, la durata di un evento e la densità di u materiale sono
grandezze scalari.
GRANDEZZE VETTORIALI:
Una grandezza vettoriale è una grandezza fisica rappresentata matematicamente da un vettore.
Sono grandezze vettoriali lo spostamento, la velocità, l’accelerazione di un oggetto e le forze.
UN VETTORE è un ente matematico definito da:
- un modulo (che è un numero non negativo),
- una direzione
- un verso.
OPERAZIONI CON I VETTORI
SOMMA DI VETTORI: METODO PUNTA CODA
Per sommare i vettori A e B si dispone la coda di B sulla punta di A.
La somma C= A + B è il vettore che va dalla coda di A alla punta di B.
SOMMA DI VETTORI CHE HANNO LA STESSA DIREZIONE
Nel caso particolare in cui si sommano due vettori che hanno = DIREZIONE, il vettore somma ha la stessa
direzione. Per il modulo e il verso si seguono le seguenti regole:
- se i due vettori hanno versi uguali, il vettore somma ha come modulo la somma dei moduli dei due
vettori e lo stesso verso.
- Se i due vettori hanno verso opposto, il vettore somma ha come modulo la differenza dei moduli
dei due vettori e come verso quello del vettore che ha modulo maggiore.
REGOLA DEL PARALLELOGRAMMA
Per sommare i vettori A e B si fanno coincidere le loro code e si disegna il parallelogramma che ha i due
vettori come lati.
La somma C=A+B è la diagonale del parallelogramma che unisce la comune origine dei due vettori con il
vertice opposto.
SOMMA DI PIÙ VETTORI
Dati i vettori A, B e C, disponendo tutti i vettori secondo il metodo punta-coda, il vettore somma è il vettore
R che va dalla coda del primo vettore alla punta dell’ultimo.
Oppure, usando la regola del parallelogramma si sommano due vettori qualunque, ad esempio A e B, poi si
somma il vettore risultante A+B con il vettore C.
DIFFERENZA DI DUE VETTORI
Per sottrarre un vettore B da un vettore A si costruisce il vettore -B, che è l’opposto di B.
Il vettore differenza D= A-B è la somma dei vettori A e -B. A+(-B)
L’opposto di un vettore è rappresentato da una freccia avente la stessa lunghezza e la stessa direzione del
vettore originale, ma orientata nel verso opposto.
PRODOTTO DI UN VETTORE PER UN NUMERO
Per moltiplicare un vettore per un numero si moltiplica il suo modulo per il valore assoluto di quel numero.
La direzione del vettore prodotto non cambia, mentre il suo verso rimane lo stesso se il numero è positivo
oppure si inverte se il numero è negativo.
COMPONENTI CARTESIANE DI UN VETTORE
SCOMPOSIZIONE DI UN VETTORE
Scomporre un vettore lungo due rette assegnate significa dover trovare due vettori diretti lungo queste
rette, la cui somma sia uguale al vettore dato. Per farlo si ricorre alla regola del parallelogramma.
Se A è il vettore da scomporre lungo le rette r1 e r2:
si pone la coda di A nel punto
di intersezione di r1 e r2.
Si tracciano le parallele a r1 e r2
passanti per la punta di A.
I lati del parallelogramma che
si ottiene, orientati a partire
dalla coda di A, rappresentano
i vettori cercati, cioè i vettori A1
e A2 che hanno come somma
A: A1+ A2= A
SCOMPOSIZIONE DI UN VETTORE LUNGO GLI ASSI CARTESIANI
Scegliendo un’origine, O, un verso positivo per l’asse x (asse delle ascisse) e per l’asse y (asse delle
ordinate), ponendo la coda di un vettore A nell’origine e disegnando le parallele agli assi x e y che passano
per la punta di A, si trovano due vettori perpendicolari Ax e Ay la cui somma è A. A= Ax + Ay
La direzione di A nel sistema cartesiano è individuata dal quadrante in cui giace il vettore e dall’angolo θ
che esso forma con l’asse delle ascisse (x).
Le coordinate A x e Ay della punta del vettore A sono le componenti cartesiane di A.
A esse è attribuito un segno positivo o negativo a seconda del quadrante del sistema cartesiano in cui si
trova A.
LE FUNZIONI GONIOMETRICHE
Il seno di angolo (sen) è il rapporto fra la lunghezza del cateto opposto all’angolo e la lunghezza
dell’ipotenusa. Sen θ= lunghezza del cateto opposto/ lunghezza dell’ipotenusa
Il coseno di angolo (cos) è il rapporto fra la lunghezza del cateto adiacente all’angolo e la lunghezza
dell’ipotenusa. Cos θ = lunghezza del cateto adiacente/ lunghezza dell’ipotenusa
La tangente di un angolo (tg) è il rapporto fra la lunghezza del cateto opposto all’angolo e la lunghezza del
cateto adiacente. Tg θ= lunghezza del cateto opposto/ lunghezza del cateto adiacente
Senθ= b/a
b= a x senθ
c= a x cosθ
Cosθ= c/a b= c x tgθ
c= b/ tgθ
Tgθ= b/c
CALCOLO DELLE COMPONENTI CARTESIANE DI UN VETTORE
Applicando le relazioni tra le lunghezze dei cateti e dell’ipotenusa è possibile calcolare le componenti
cartesiane A x e A y di un vettore A conoscendo il suo modulo A e la sua direzione θ, cioè l’angolo che il
vettore A forma con l’asse delle ascisse (x). La procedura è la seguente:
- Si disegna un riferimento cartesiano con l’origine nella coda
del vettore A.
- Si individua l’angolo acuto θ che il vettore A forma con l’asse
delle x.
- Si individua il cateto adiacente all’angolo θ, che rappresenta
la componente A x, è il cateto opposto all’angolo θ, che
rappresenta la componente A y.
Il modulo A del vettore è la lunghezza dell’ipotenusa.
- Si utilizzano le relazioni tra le lunghezze dei cateti e dell’ipotenusa, tenendo conto dei segni di A x e
A y. Ci sono 4 casi possibili a seconda del quadrante in cui si trova A.
CALCOLO DEL MODULO E DELLA DIREZIONE DI UN VETTORE
Le relazioni tra le lunghezze dei lati di un triangolo si utilizzano anche per risolvere il problema inverso, cioè
per calcolare il modulo del vettore A e l’angolo θ che, insieme al quadrante in cui si trova il vettore,
identifica la direzione del vettore stesso, conoscendo le componenti cartesiane A x e A y del vettore.
- Conoscendo le componenti, si individua il quadrante in cui si trova il vettore, quindi si determina
l’angolo acuto θ che il vettore A forma con l’asse delle x.
- Si calcola il modulo A del vettore applicando il teorema di Pitagora al triangolo rettangolo:
A= V (Ax)2 + (Ay)2
- Si calcola l’ampiezza dell’angolo acuto θ che (insieme al quadrante) determina la direzione del
vettore A utilizzando la relazione che esprime la tangente dell’angolo come rapporto fra le due
componenti (DA TENER PRESENTE CHE LE COMPONENTI POSSONO ESSERE POSITIVE O NEGATIVE, E
QUINDI OCCORRE CONSIDERARE IL LORO VALORE ASSOLUTO): tg θ = |Ay|/|Ax|
tg θ = lunghezza del cateto opposto/ lunghezza del cateto adiacente.
La funzione inversa si determina con la calcolatrice, ed è indicata con tg-1:
θ = tg-1 (|Ay|/|Ax|)
SOMMA VETTORIALE PER COMPONENTI
Per sommare due o più vettori basta sommare le
loro componenti.
Se C è la somma di A e B, cioè C= A + B, le
componenti cartesiane di C sono date da:
Cx = Ax + Bx Cy = Ay + By
E per calcolare il modulo di C si applica la formula:
C= V (Cx)2 + (Cy)2
LE FORZE
Il mondo che ci circonda è costituito da oggetti che esercitano delle azioni gli uni su gli altri. Queste azioni
vengono chiamate forze.
Le forze possono agire per contatto, o a distanza.
L’effetto delle forze è modificare lo stato di moto dei corpi, in particolare la loro velocità, sia in modulo che
in direzione.
Le forze possono produrre anche delle deformazioni, ma a livello microscopico sono comunque
riconducibili a cambiamenti dello stato di moto delle molecole.
LE FORZE SONO GRANDEZZE VETTORIALI
Le forze sono grandezze vettoriali descritte matematicamente da vettori.
La coda della freccia che rappresenta graficamente il vettore forza va collocata nel punto in cui agisce la
forza, ovvero nel punto di applicazione.
LA MISURA DELLE FORZE
Per misurare le forze si sfruttano i loro effetti, in particolare la deformazione che esse causano sugli oggetti.
Lo strumento di misura delle forze è il dinamometro a molla, il cui funzionamento è basato
sull’allungamento che una forza produce quando viene applicata ad una molla.
Due forze hanno uguale intensità se, applicate al dinamometro, producono lo stesso allungamento.
Per tarare lo strumento si applica una massa campione al dinamometro e si pone convenzionalmente
uguale ad 1 il valore della forza indicata dalla scala. Si appende un’altra massa campione uguale alla prima
si assegna il valore 2 alla forza corrispondente.
Procedendo in questo modo, si costruisce una scala graduata e si può misurare qualsiasi forza confrontando
l’allungamento che la forza produce con l’allungamento dovuto alle masse campione.
L’unità di misura della forza è il newton (N). 1 N è la forza che produce un allungamento della molla di un
dinamometro uguale a quello prodotto da una massa appesa di (1/9,81) kg. Forza=N= kg x m/s2
RISULTANTE DI PIÙ FORZE
Quasi sempre su un corpo agiscono contemporaneamente più forze.
Un libro fermo su un tavolo è soggetto a una forza verso il basso dovuta alla forza di gravità e una forza
verso l’alto (Normale) dovuta al tavolo. Se si spinge il libro sul tavolo, esso è soggetto anche ad una forza
orizzontale dovuta alla nostra spinta. La forza totale, o risultante, esercitata sul libro è la somma vettoriale
delle singole forze che agiscono su di esso.
Poiché le forze si sommano vettorialmente, è possibile che su un corpo agiscano delle forze singolarmente
non nulle, ma la cui risultante è nulla.
In questo caso le forze non producono alcun effetto complessivo e si dice che il corpo è in equilibrio.
LA FORZA PESO
Il peso P di un oggetto sulla superficie terrestre è la forza gravitazionale esercitata su di esso dalla Terra.
Il peso è dunque una forza, la forza peso, e nel SI si misura in newton (N).
Maggiore è la massa di un’oggetto, maggiore è il suo peso.
Il peso P e la massa m di un oggetto sono direttamente proporzionali, cioè: P= mg
g è una costante di proporzionalità che sulla superficie terrestre vale 9,81 N/kg.
Una massa di 1 kg pesa 9,81 N.
Il coefficiente g dipende:
Dal punto della superficie terrestre in cui si trova (ai poli è maggiore che all’equatore di circa lo 0,5%).
Dall’altitudine (g diminuisce all’aumentare dell’altezza rispetto al livello del mare).
Poiché il peso è una forza, è una grandezza vettoriale, cioè ha un modulo (P), una direzione e un verso.
- Il modulo della forza peso P vale mg.
- La direzione è perpendicolare alla superficie terrestre.
- Il verso è diretto verso il basso.
DIFFERENZA FRA PESO E MASSA
- Il peso è la forza gravitazionale misurata in newton.
- La massa è una quantità invariante tipica di ogni corpo, misurata in kilogrammi.
Se ci trovassimo sulla luna la nostra massa non cambierebbe perché avremmo sempre la stessa quantità di
materia, ma poiché la costante g sulla luna ha un valore più piccolo rispetto a quello della Terra, sulla Luna
peseremo meno di quanto pesiamo sulla terra. g lunare= 1.62 N/kg, circa 1/6 della g terrestre.
Quindi il peso di un corpo sulla luna è circa un sesto del peso sulla Terra.
Esempio: una persona ha una massa di 55,1 kg, il suo peso sulla Terra e sulla Luna è:
- PTerra = m x 9,81 N/kg = (55,1 kg) (1,62 N/kg) = 541 N.
- PLuna = m x 1,62 N/kg = (55,1 kg) (1,62 N/kg) = 89,3 N.
LA FORZA ELASTICA
Per allungare una molla si deve compiere un certo sforzo.
Ciò è dovuto al fatto che, quando viene allungata, la molla esercita sulla nostra mano una forza di richiamo,
detta forza elastica, che tende a riportarla alla lunghezza iniziale.
LA LEGGE DI HOOKE
La forza elastica risulta direttamente proporzionale all’allungamento.
Si suppone che, allungando una molla di una quantità x, essa eserciti una forza di intensità F.
Se si allunga la molla di una quantità doppia 2x, la forza elastica diventa 2f, e così via.
Se si comprime la molla di una quantità x, la molla spinge la mano con una forza elastica di intensità F, dove
F ha lo stesso valore del caso precedente.
Una compressione di 2x comporta una spinta della molla di intensità 2F.
La differenza rispetto al caso dell’allungamento è che il verso della forza è opposto dal momento che la
molla tende comunque a tornare alla sua lunghezza iniziale.
Esiste una relazione di proporzionalità diretta tra la forza esercitata da una molla e l’allungamento, o la
compressione, che essa subisce. Questa relazione è nota come LEGGE DI HOOKE.
Poiché il verso della forza elastica cambia a seconda che la molla venga allungata o compressa, conviene
scrivere la legge di Hooke in forma vettoriale indicando con x il vettore spostamento dell’estremità della
molla dalla posizione di equilibrio e con F la forza elastica. F = -kx
Il segno meno nella relazione esprime il fatto che la forza elastica è sempre opposta allo spostamento della
molla dalla posizione di equilibrio.
Scritta in termini dell’intensità F della forza elastica e del modulo x dello spostamento, la legge di Hooke ha
la forma: F = kx. Inverse: x = F/k e k = F/x
La costante di proporzionalità k prende il nome di costante elastica della molla.
Essendo f misurata in Newton e x misurata in metri, l’unità di misura di k è il Newton al metro (N/m).
Più grande è il valore di k, più rigida è la molla, cioè maggiore è la forza alla quale si deve sottoporre la
molla per ottenere lo stesso allungamento.
La legge di Hooke è una legge empirica, non una legge universale e non può valere per ogni valore di x.
Se si allunga una molla oltre un certo limite, essa rimane deformata permanentemente e non ritorna più
alla sua lunghezza iniziale. Per allungamenti e compressioni abbastanza piccoli, la legge di Hooke è
sufficientemente accurata.
Si parla di molle ideali per indicare le molle prive di massa che obbediscono esattamente alla legge di
Hooke.
Se si applica una forza all’estremo libero di un dinamometro, la molla al suo interno si allunga di una
quantità direttamente proporzionale alla forza applicata.
LE FORZE DI ATTRITO
Anche la più liscia delle superfici se viene osservata a livello atomico è irregolare e possiede avvallamenti.
Per far scorrere due superfici l’una sull’altra, occorre superare la resistenza dovuta agli urti fra i loro
microscopici avvallamenti. Questa resistenza è l’origine della forza d’attrito.
Poiché l’attrito dipende da molti fattori, come il materiale, la presenza di lubrificanti, la finitura della
superficie… non esiste una legge fisica semplice e universale che lo descriva.
Ci sono alcune leggi empiriche che permettono di calcolare le forze d’attrito. I tipi di attrito più comuni:
- l’attrito radente, che si manifesta quando un corpo scivola su una superficie.
- l’attrito volvente, che si manifesta quando un corpo rotola su una superficie.
- L’attrito viscoso o attrito del mezzo, si oppone al moto di un corpo in un mezzo fluido (cioè in un
gas o in un liquido). Questo attrito dipende dalla velocità del corpo.
L’attrito volvente è molto meno intenso dell’attrito radente tra le stesse superfici.
L’ATTRITO RADENTE, STATICO E DINAMICO
La forza di attrito radente si distingue in:
- Attrito statico, che si oppone al distacco di un corpo da una superficie.
- Attrito dinamico, che si oppone allo scorrimento di un corpo su una superficie.
LEGGI EMPIRICHE DELL’ATTRITO STATICO
La forza di attrito statico tra un corpo e una superficie:
- È parallela alla superficie di contatto e il suo verso è opposto a quello in cui si muoverebbe il corpo
in assenza di attrito.
- È indipendente dall’area della superficie di contatto.
- Il suo modulo può assumere un qualsiasi valore tra zero e il modulo della forza massima di attrito
statico. Fs,max= μs x N.
LEGGI EMPIRICHE DELL’ATTRITO DINAMICO
La forza di attrito dinamico tra un corpo e una superficie:
- È parallela alla superficie di contatto e il suo verso è opposto a quello dello scivolamento del corpo
sulla superficie.
- È indipendente dall’area della superficie di contatto e dalla velocità del corpo.
- Il suo modulo è direttamente proporzionale al modulo della forza premente sulla superficie Fd= μd N
N è il modulo della forza NORMALE (di reazione vincolare del piano di appoggio).
μs e μd sono rispettivamente i coefficienti di attrito statico e dinamico. Sono grandezze adimensionali e
dipendono dalle due superfici a contatto.
Il coefficiente di attrito statico μs è maggiore del coefficiente di attrito dinamico μd.
Ciò significa che per mettere in moto un corpo inizialmente fermo occorre una forza maggiore di quella
necessaria a mantenere in moto il corpo a velocità costante.
L’EQULIBRIO DEI SOLIDI (CAPITOLO 4)
L’EQUILIBRIO STATICO
Se un corpo inizialmente fermo continua a rimanere fermo permanentemente, diremo che quel corpo è in
equilibrio statico.
PUNTI MATERIALI, CORPI ESTESI, CORPI RIGIDI
Un punto materiale è un oggetto le cui dimensioni sono trascurabili rispetto a quelle dello spazio in cui si
muove e la cui struttura interna è irrilevante per la descrizione del suo moto.
Un punto materiale può essere rappresentato come un punto geometrico dotato di massa.
Un corpo esteso è un oggetto le cui dimensioni e la cui struttura non possono essere trascurate, perché
influenzano il suo moto.
Mentre i punti materiali possono solo spostarsi da una posizione a un’altra, cioè sono soggetti
esclusivamente a un moto traslatorio, i corpi estesi, oltre a spostarsi, possono ruotare attorno a un asse,
cioè hanno un moto rotatorio.
La distinzione tra punti materiali e corpi estesi non è assoluta perché lo stesso oggetto può comportarsi
talvolta come un punto materiale, talvolta come un corpo esteso. ESEMPIO: una palla da tennis
Nel momento in cui è colpita da una racchetta, la palla va considerata come un corpo esteso, poiché
l’impatto con le corde della racchetta la deforma.
Quando è in volo, se si muove solo di moto traslatorio, la palla è un punto materiale, che obbedisce alle
leggi del moto dei punti materiali.
Ma se il tennista le ha impresso un effetto, la palla, oltre a traslare, ruoterà e dovremo trattarla come un
corpo esteso e applicare le leggi del moto dei corpi estesi.
I corpi estesi che non si deformano sono i corpi rigidi.
In un corpo rigido la distanza tra due punti qualsiasi rimane invariata.
Oltre all’equilibrio statico esiste anche l’equilibrio dinamico:
un punto materiale è in equilibrio dinamico quando trasla con velocità costante.
L’EQUILIBRIO DI UN PUNTO MATERIALE
La condizione generale di equilibrio di un punto materiale è la seguente:
un punto materiale è in equilibrio se è fermo, cioè se la risultante R delle forze che agiscono su di essa è
nulla: R = 0
VINCOLO E REAZIONE VINCOLARE:
un vincolo è un corpo che impedisce ad altri corpi di compiere alcuni movimenti, esercitando su di essi una
forza chiamata genericamente reazione vincolare.
L’EQUILIBRIO SU UN PIANO ORIZZONTALE
Considerando un barattolo appoggiato su un tavolo: poiché il barattolo è fermo, cioè è in equilibrio statico,
la forza risultante R che agisce su di esso deve essere nulla.
Quindi la sua forza peso P, diretta verso il basso, deve essere compensata da una forza verso l’alto
esercitata dal tavolo, perpendicolare alla superficie del tavolo.
Questa forza viene detta forza o reazione normale (FN), perché è normale, cioè perpendicolare, alla
superficie del piano.
La forza normale è dovuta all’interazione fra gli atomi di un solido che tendono a opporsi alle variazioni di
forma del solido stesso.
Quando il barattolo è posto sul tavolo, causa un’impercettibile compressione della superficie del tavolo,
simile alla compressione di una molla e, proprio come una molla, il tavolo esercita una forza per opporsi
alla compressione.
Quindi maggiore è la forza
premente sul tavolo, maggiore è la
forza normale esercitata dal tavolo
per opporsi alla compressione.
La forza normale FN che il tavolo
esercita è la reazione vincolare del
tavolo.
Poiché il punto materiale è inteso come un punto geometrico dotato di massa, accanto alla situazione
fisica, in cui la forza normale FN agisce sulla superficie inferiore del barattolo, viene rappresentato anche lo
schema delle forze in cui tutte le forze sono applicate nello stesso punto, quello in cui si suppone che sia
concentrata tutta la massa del corpo (il cosiddetto centro di massa).
Si impone la condizione di equilibrio: in questo caso le forze sono dirette una verso l’alto e una verso il
basso, in direzione perpendicolare al tavolo.
La risultante R è data dalla somma vettoriale della forza peso e della forza normale: R = P+FN
Poiché R = 0, abbiamo: P+FN = 0 cioè FN = -P
Nel caso in cui sul barattolo agisce un’altra forza F diretta
verso il basso, ad esempio quella esercitata dalla nostra
mano, la risultante è: R = P+F+FN
Da cui, imponendo la condizione di equilibrio R = 0, si
ottiene: P+F+FN = 0 cioè FN = -(P+F)
La forza normale è maggiore del peso del barattolo ed è uguale e opposta a P+F, che è la forza premente F ⟂
sulla superficie: FN = -F⟂
In generale quindi: la forza normale FN esercitata da una superficie è uguale e opposta alla forza premente
F⟂ che agisce sulla superficie: FN = -F⟂
Se le forze che agiscono su un punto materiale hanno direzioni diverse, la condizione di equilibrio richiede
che entrambe le componenti cartesiane della risultante R siano nulle, cioè: R x = 0 ed Ry = 0
Nel caso in cui sul barattolo agiscono due forze, una orizzontale F1, esercitata da una mano che spinge verso
destra, e una inclinata di 30 gradi rispetto alla superficie del tavolo F2, esercitata da un’altra mano che
spinge in direzione inclinata verso il basso, si sceglie il sistema di assi cartesiani come nella successiva foto e
si scrivono le componenti delle forze nelle direzioni x e y:
F1x = F1 e F1y = 0
F2x = -F2 cos300 e F2y = -F2 sen300
Per la scelta degli assi, le componenti lungo y di P e FN sono rispettivamente -P e FN:
Py = -P
FNy = FN
Le componenti della risultante R delle
forze sono:
Rx = F1x+F2x
Ry = F1y+F2y+Py+FNy
Cioè tenendo conto delle espressioni
delle componenti delle forze:
Rx = F1+F2x
Ry = F2y–P+FN
Se il barattolo è fermo le componenti Rx e Ry devono essere entrambi nulle, quindi la condizione di
equilibrio è:
Rx = 0 F1 = -F2x = F2 cos300
Ry = 0 FN = P-F2y = P+F2 sen300
L’ATTRITO STATICO
L’attrito statico tende a impedire che un oggetto fermo su una superficie si distacchi da essa, cominciando a
scivolare: ciò è dovuto alle microscopiche irregolarità delle superfici a contatto.
Il coefficiente di attrito statico è maggiore di quello dinamico perché quando le superfici sono in contatto
statico, i loro microscopici avvallamenti possono aderire maggiormente l’uno all’altro, determinando una
forte interazione fra le due superfici dovuta ai legami molecolari.
ESEMPIO: Si considera un mattone fermo su un
tavolo:
se si tira il mattone con una forza così piccola da
non riuscire a farlo muovere sul mattone agisce
una forza di attrito statico Fs che tende a
mantenerlo fermo, essendo uguale e opposta
alla forza che si applica sul mattone.
Dopodiché si aumenta gradualmente l’intensità
della forza applicata.
Fino a quando il mattone rimane fermo,
aumenta anche la forza di attrito statico che
continua a compensare quella applicata.
A un certo punto il mattone comincia a muoversi
e in quell’istante la forza di attrito statico
raggiunge il suo valore massimo, che viene
indicato con Fs,max. successivamente l’attrito
diventa dinamico.
La Fs,max è detta forza massima di attrito statico o
forza di attrito di distacco.
Il modulo della forza massima di attrito statico
non dipende dall’area della superficie di
contatto ed è direttamente proporzionale al
modulo della forza premente (che è uguale al
modulo della forza normale):
FORZA MASSIMA DI ATTRITO STATICO = Fs,max = μs F⟂ = μs FN
La costante di proporzionalità μs è il coefficiente di attrito statico.
Per determinare FN, occorre imporre che la componente della risultante delle forze nella direzione
perpendicolare al piano di appoggio sia nulla (può accadere che FN > P, FN = P o FN < P).
Le leggi empiriche dell’attrito statico:
la forza di attrito statico tra un corpo e una superficie:
- È parallela alla superficie di contatto e il suo verso è opposto a quello in cui si muoverebbe il corpo
in assenza di attrito.
- È indipendente dall’area della superficie di contatto.
- Il suo modulo può assumere un qualsiasi valore tra zero e il modulo della forza massima di attrito
statico Fs,max = μs F⟂ = μs FN (è una relazione tra moduli, non tra vettori).
L’EQUILIBRIO SU UN PIANO INCLINATO
Quando si è in presenza di superfici orizzontali si ha una forza normale verticale.
In un piano inclinato la forza normale è inclinata rispetto alla verticale.
Si considera un corpo appoggiato su un piano inclinato:
è preferibile scegliere gli assi x e y rispettivamente parallelo e perpendicolare alla superficie stessa.
Con questa scelta del sistema di coordinate non c’è alcun moto in direzione y e la forza normale F N punta
nel verso positivo delle y.
Se la superficie del piano è inclinata di un angolo θ, le componenti del peso P lungo gli assi sono:
Px = P senθ Py = -P cosθ
La condizione di equilibrio R = 0 equivale a:
Rx = 0 e Ry = 0
La condizione Rx = 0 richiede che la componente x del peso, Px = P senθ, sia compensata da una forza
opposta, che nel caso della foto è la forza di attrito statico Fs:
Rx = 0 P senθ - Fs = 0 cioè Fs = P senθ
La condizione Ry = 0 richiede che la componente y del peso, Py = -P cosθ, sia compensata dalla forza
normale FN, perpendicolare alla superficie del piano inclinato.
Ry = 0 FN – P cosθ = 0 cioè FN = P cosθ
L’EQUILIBRIO DI UN CORPO APPESO
Si suppone di prendere un pezzo di corda sottile e di tirare uno degli estremi verso destra con una forza T e
l’altro verso sinistra con una forza di uguale intensità. La corda si tende e c’è una tensione T.
Se si taglia la corda in un punto qualsiasi, la
tensione T sarebbe la forza necessaria a tenere
insieme le due parti.
In un qualsiasi punto della corda la tensione è la
stessa a destra e a sinistra e, se la corda ha una
massa trascurabile, la tensione è la stessa in ogni
punto.
ESEMPIO: si considera una corda attaccata con un estremo al soffitto e l’altro a una scatola ferma.
Per la condizione generale di equilibrio, la tensione nel punto in cui è attaccata la scatola deve essere
uguale al peso della scatola stessa: T=P.
Trascurando la massa della corda, la tensione sul soffitto ha la stessa intensità T ma è diretta verso il basso
ed è bilanciata dalla reazione vincolare Fv.
Spesso per modificare la direzione della forza esercitata da una corda, vengono utilizzate delle carrucole.
Nel caso ideale, una carrucola non ha massa, né attriti negli ingranaggi.
Una carrucola ideale cambia semplicemente la direzione della tensione in una corda, senza modificare
l’intensità.
ESEMPIO: una persona regge un secchio d’acqua,
utilizzando una fune che scorre su una carrucola.
Poiché il secchio e la carrucola sono in equilibrio, la
forza risultante su ciascuno di essi deve essere nulla.
Nella foto si può notare che sul secchio agiscono 2
forze: il peso P diretto verso il basso e la tensione della
fune T1, diretta verso l’alto.
Con la scelta dell’asse y diretto verso l’alto, la
condizione d’equilibrio è:
T1-P = 0 cioè T1 = P
Quindi la tensione e il peso devono avere la stessa
intensità.
L’intensità della forza che la persona deve esercitare
sulla fune verso il basso è uguale all’intensità della
tensione e del peso.
Sulla carrucola agiscono 3 forze:
- la tensione T2 nel cavo, diretta verso l’alto.
- La tensione T1, nella parte di fune attaccata al secchio, verso il basso.
- La tensione T1 nella parte di fune tirata dalla persona, verso il basso.
Non viene incluso il peso della carrucola perché viene considerata ideale, cioè priva di massa.
La risultante delle forze deve essere nulla: T2-T1-T1 = 0 cioè T2 = 2 x T1 = 2P
La tensione T2 nel cavo che sostiene la carrucola è il doppio del peso del secchio.
L’EQUILIBRIO DI UN CORPO RIGIDO
Le forze applicate ad un corpo esteso rigido possono imprimere al corpo un moto solo traslatorio oppure
anche un moto rotatorio: ESEMPI: due studenti spingono un banco.
A differenza di un punto materiale, un corpo rigido
può anche ruotare intorno ad un asse.
Per descrivere l’equilibrio e il moto di un corpo
rigido è necessario sapere come comporre due forze
agenti su punti diversi di un corpo rigido e introdurre
una nuova grandezza fisica, chiamata momento
torcente.
COMPOSIZIONE DI FORZE AGENTI SU UN CORPO RIGIDO
Usando i metodi di somma vettoriale non vengono ancora formulate le regole che permettono di comporre
due forze agenti su punti diversi di un corpo rigido.
La retta di azione di una forza è la retta parallela alla forza e contenente il punto di applicazione della forza.
Lungo questa retta la forza può essere traslata senza che venga modificato il suo effetto.
Si distinguono 4 casi:
Forze che agiscono sulla stessa retta di azione:
se due forze agenti su un corpo rigido hanno la stessa retta di azione, è possibile
spostare una delle due forze lungo la retta, in modo da far coincidere i punti di
applicazione delle due forze.
Forze concorrenti:
Due forze si dicono concorrenti se le loro rette d’azione si intersecano.
Per comporre le due forze bisogna spostarle lungo le loro rette d’azione fino al punto d’intersezione e
tracciare la risultante con il metodo del
parallelogramma.
Nel caso in cui il punto di intersezione sia
fuori dal corpo, si trasla la risultante lungo la
sua retta d’azione, fino a un punto qualsiasi
all’interno del corpo.
Forze parallele e concordi:
Due forze sono parallele se hanno le rette di azione parallele.
Due forze parallele sono concordi se hanno lo stesso verso.
La risultante di due forze parallele e concordi F1 e F2, applicate rispettivamente nei punti A e B, è una forza
che ha la stessa direzione e lo stesso verso di F ed F e intensità uguale alla somma delle intensità delle due
forze: R = F1+F2
Il punto di applicazione C della risultante
divide la congiungente AB in due segmenti
(AC e CB) che stanno tra loro in
proporzione inversa a quella di F1 ed F2:
AC:CB = F2:F1
La risultante è interna alle due forze e il
suo punto d’applicazione è più vicino alla
forza d’intensità maggiore.
Forze parallele e discordi:
Due forze parallele sono discordi se hanno versi opposti.
La risultante di due forze parallele e discordi F1 ed F2, applicate rispettivamente nei punti A e B, è una forza
che la stessa direzione di F1 ed F2, verso concorde con quello della forza maggiore e intensità uguale alla
differenza delle intensità delle due forze: R = F1 -F2
La risultante è esterna alle due forze e il
suo punto di applicazione è dalla parte
della forza di intensità maggiore.
Il punto di applicazione C si trova sul
prolungamento di AB dalla parte della
forza maggiore, e i due segmenti AC e CB
stanno tra loro in proporzione inversa a
quella di F1 e F2: AC:CB = F2:F1
Due forze parallele e discordi di uguale intensità, che agiscono su due
punti diversi di un corpo rigido, formano una coppia di forze.
La risultante di una coppia di forze è una forza di modulo 0.
MOMENTO TORCENTE
La capacità di una forza di causare una rotazione cresce con la distanza r tra l’asse di rotazione e il punto di
applicazione della forza.
Il momento torcente, o momento di una forza M, è una grandezza che tiene conto sia dell’intensità della
forza F sia della distanza r dall’asse di rotazione.
È molto più facile aprire una porta girevole se si spinge in un punto più lontano dall’asse di rotazione.
Con una chiave inglese si fa ruotare un bullone in senso antiorario per allentarlo.
Il bullone si svita più facilmente se viene applicata la forza il più lontano possibile da esso.
Se invece viene applicata una forza vicino ad esso si nota che non ha un grande effetto perché lo sforzo
impiegato per allentare il bullone è molto maggiore.
MOMENTO TORCENTE DI UNA FORZA PERPENDICOLARE AL RAGGIO
Viene applicata una forza alla piattaforma di una giostra in direzione
perpendicolare a quella di una semiretta che congiunge l’asse di
rotazione con il punto di applicazione.
In questo caso, si definisce momento torcente il prodotto del raggio r
della giostra e della forza F applicata, cioè: M = r F momento di una forza
F (forza perpendicolare al raggio)
Nel SI il momento torcente si misura in newton per metri (Nm).
MOMENTO TORCENTE DI UNA FORZA IN DIREZIONE QUALSIASI
Supponendo di applicare una forza alla piattaforma della giostra in
direzione radiale, cioè lungo la direzione di una semiretta con l’origine
nell’asse di rotazione, la forza non causa alcuna rotazione e il momento è
nullo: M = 0.
La forza non tende ad imprimere una rotazione; il perno della giostra
esercita una forza uguale e opposta, che annulla la forza applicata. Come
risultato la giostra rimane ferma.
Se si spinge o si tira una porta girevole in direzione radiale, la porta non
ruoterebbe.
Una forza radiale produce un momento torcente nullo.
Se la forza forma un angolo θ con la direzione radiale, si
scompone il vettore forza F nelle sue componenti: una
parallela a r (radiale) e un’altra perpendicolare a r
(tangenziale).
La componente radiale ha intensità F cosθ.
La componente tangenziale ha intensità F senθ.
Poiché è solo la componente tangenziale che causa la
rotazione, il momento torcente è: M = r x (F senθ).
Momento torcente o momento di una forza M:
una forza F applicata a una distanza r dal centro di rotazione di un corpo rigido può provocare una
rotazione.
L’effetto della rotazione è descritto dal momento torcente M, o momento della forza, dato da:
M = r x (F senθ)
Il momento torcente è sempre relativo a un punto, solitamente il centro di rotazione, cioè il punto di
intersezione tra l’asse di rotazione e il piano che contiene la forza e il vettore r.
La formula M = r x (F senθ) comprende anche i due casi particolari (θ = 00 e θ = 900):
- θ = 00 M = r x (F x 0) = 0 M=0
0
- θ = 90 M = r x (F x 1) = rF M = rF
Il momento torcente si può definire anche con il braccio
della forza b, che è la distanza della retta di azione della
forza dall’asse di rotazione.
b = r sen θ
Il momento torcente può essere espresso come il
prodotto del braccio della forza per la forza:
M = bF relativo a un punto 0 (il centro di rotazione)
Ai momenti torcenti viene attribuito un segno, secondo la
seguente convenzione:
M > 0: se il momento causa una rotazione antioraria.
M < 0: se il momento causa una rotazione oraria.
In un sistema su cui agiscono più momenti torcenti, il segno di ognuno di essi è determinato dal tipo di
rotazione che produrrebbe se fosse l’unico momento applicato.
MOMENTO DI UNA COPPIA DI FORZE
Se il corpo rigido ruota attorno a un asse equidistante dai punti di applicazione delle due forze, l’effetto di
una coppia di forze sarà doppio rispetto a quello di una sola forza.
Se due persone spingono una porta girevole con forze
di uguale intensità e di verso opposto applicate a
uguale distanza dall’asse di rotazione, la porta ruoterà
più facilmente rispetto al caso in cui una sola persona
spinga con la stessa forza.
Per descrivere l’effetto di una coppia di forze
applicate nei punti A e B di un corpo rigido si
introduce una grandezza chiamata momento di una
coppia, dato dalla somma dei momenti delle due
forze calcolati entrambi rispetto al punto medio del segmento AB.
Se si considera l’esempio della porta girevole precedente, e si indica con d = 2r la distanza tra le rette
d’azione delle forze, il momento della coppia è dato da:
M = rF+rF = (2r) F cioè M = dF.
Se le forze sono perpendicolari alla congiungente i loro punti di applicazione, d è anche la distanza tra
questi punti. (come nella foto delle porte scorrevoli).
Se invece le forze non sono perpendicolari
alla congiungente, la distanza d tra le loro
rette di azione si determina come la foto
successiva.
La convenzione sul segno è uguale a quella
per il momento di una forza:
- il momento di una coppia è positivo
se causa una rotazione antioraria.
- Il momento di una coppia è negativo
se causa una rotazione oraria.
CONDIZIONI DI EQUILIBRIO DI UN CORPO RIGIDO
Un bambino è seduto su una tavola di legno, di peso trascurabile, che
è sorretta dai suoi genitori.
Se il peso del bambino è P, le forze esercitate dai suoi genitori verso
l’alto devono dare come somma P:
F1+F2 = P.
Questa condizione assicura che la forza risultante che agisce sulla
tavola sia nulla.
La condizione non garantisce che la tavola rimanga ferma.
Basta pensare che il padre del bambino se ne vada e che la madre
aumenti la forza applicata fino a un valore uguale a quello del peso
del bambino.
In questo caso si ha F1 = P ed F2 = 0 e l’equazione delle forze scritta sopra è ancora soddisfatta.
Ma, poiché l’estremità destra della tavola non è più sostenuta, cade verso terra, mentre l’estremità sinistra
rimane in alto. La tavola ruota in senso orario.
Per fare in modo che la tavola rimanga completamente ferma, senza traslazione o rotazione, si devono
imporre due condizioni:
La forza risultante che agisce sulla tavola deve essere nulla, in modo che non ci sia traslazione. R = 0.
Il momento torcente totale esercitato sulla tavola, calcolato rispetto a un punto qualsiasi, deve essere
uguale a 0, in modo che non ci sia rotazione. MTOT = 0
Se entrambe queste condizioni sono soddisfatte, un oggetto esteso, come la tavola di legno dell’esempio,
rimane in quiete se inizialmente è in quiete.
Le due condizioni sono indipendenti e il fatto che una sia soddisfatta non implica necessariamente che lo sia
anche l’altra.
CENTRO DI MASSA ED EQUILIBRIO
IL CENTRO DI MASSA DI UN CORPO
Un corpo esteso può essere immaginato come un insieme di tanti piccoli volumetti, ognuno dei quali è
soggetto a una certa forza peso.
La forza peso risultante è la somma di tutte queste forze peso parallele e concordi ed è applicata in un
punto particolare, detto centro di massa o baricentro del corpo.
L’importanza del centro di massa sta nel fatto che il corpo si comporta come se tutta la sua massa fosse
concentrata in quel punto.
Quindi per equilibrare il sistema è sufficiente sospenderlo ad un filo che passa per il suo centro di massa o
appoggiarlo su un sostegno proprio nel centro di
massa.
In un oggetto di forma regolare e omogeneo (cioè
con la stessa densità in ogni punto), il centro di
massa è situato nel centro geometrico dell’oggetto,
anche se questo punto è esterno all’oggetto.
DETERMINAZIONE DEL CENTRO DI MASSA
Se un oggetto è di forma irregolare, la determinazione del suo centro di massa è in generale più complicata.
È possibile individuare il centro di massa mediante un calcolo basato sulle condizioni di equilibrio dei corpi
rigidi.
Un bilanciere asimmetrico costituito da un’asta leggera e due masse m e m.
Se il bilanciere è in equilibrio, la somma dei momenti torcenti che agiscono su di esso deve essere uguale a
zero. Scegliendo l’asse di rotazione nel punto in cui il filo è legato all’asta, la condizione di momento nullo
diventa: m1gx1-m2gx2 =0
Cioè m1x1 = m2x2 Da cui: x1 = (m2/m1) x2
Se le due masse sono uguali, allora x1 = x2, cioè il centro di massa si trova nel centro geometrico del sistema.
- Se m1 è maggiore di m2, x1 è minore di x2, cioè il centro di massa si trova più vicino alla massa m1.
- Se m1 è minore di m2, x1 è maggiore di x2, cioè il centro di massa si trova più vicino alla massa m2.
In ogni caso il centro di massa è più
vicino alla massa maggiore.
In un oggetto irregolare il centro di
massa si trova là dove la massa
dell’oggetto è più concentrata.
L’EQUILIBRIO DI UN OGGETTO SOSPESO
Per determinare sperimentalmente il centro di massa, se un oggetto di forma qualsiasi viene sospeso in un
punto, esso si dispone sempre in modo che il suo centro di massa si trovi su una retta verticale che passa
per il punto di sospensione.
Quando il centro di massa è esattamente sotto il punto di sospensione, il momento torcente dovuto alla
forza peso è nullo, poiché la forza peso agisce lungo una retta passante per l’asse di rotazione.
Se l’oggetto viene ruotato leggermente, la forza peso agisce lungo una retta che non è allineata con l’asse di
rotazione, quindi il peso produce un momento torcente che tende a far ruotare l’oggetto, riportando il
centro di massa sotto il punto di sospensione.
Sfruttando l’equilibrio del corpo appeso si può determinare il centro di massa di un oggetto di forma
irregolare.
Esempio della sagoma di legno:
se si sospende la sagoma di legno nel punto A, praticando un piccolo foro a un chiodo infisso nel muro.
Quando la sagoma è in equilibrio, il suo centro di
massa si trova in qualche punto sulla retta aa’.
Se viene fatto un altro forno nel punto B e si
sospende la sagoma in tale punto, si può
osservare che il centro di massa si trova sulla
retta bb’.
L’unico punto che appartiene a entrambe le
rette aa’ e bb’ è il punto CM che individua la
posizione del centro di massa della sagoma.
EQUILIBRIO DI UN OGGETTO APPOGGIATO
Per un oggetto che è in quiete su una superficie si possono fare delle considerazioni simili a quelle fatte per
un oggetto appeso in un punto.
Nel caso di un oggetto appoggiato, l’oggetto è in equilibrio finché il suo centro di massa appartiene ad una
retta che cade all’interno della base sulla quale l’oggetto è appoggiato.
LA STABILITÀ DELL’EQUILIBRIO
Se un corpo rigido viene spostato dalla sua posizione di equilibrio in alcuni casi tornerà nella sua posizione
iniziale. In altri casi se ne allontanerà. In altri casi ancora, assumerà una nuova posizione di equilibrio.
ESEMPIO: un pannello appeso al muro con un chiodo piantato in un punto sulla verticale del suo centro di
massa. Sono possibili tre soluzioni:
- L’equilibrio è stabile quando il punto di sospensione è posto al di sopra del centro di massa e se si
sposta di poco il pannello dalla sua posizione di equilibrio la forza peso tende a riportarlo in quella
posizione.
- L’equilibrio è instabile quando il punto
di sospensione è posto al di sotto del
centro di massa e se si sposta il
pannello dalla sua posizione di
equilibrio, la forza peso tende a farlo
allontanare da quella posizione.
- L’equilibrio è indifferente quando il
punto di sospensione coincide con il
centro di massa e se si sposta il
pannello dalla sua posizione di
equilibrio, esso assume una nuova posizione di equilibrio.
LE LEVE
Una leva è un meccanismo costituito da un’asta rigida che può ruotare attorno a un punto fisso, detto
fulcro. Su una leva agiscono due forze:
- La forza resistente FR, che è la forza da equilibrare.
- La forza motrice FM, che è la forza che viene esercitata sulla leva in modo da vincere la forza
resistente.
Una leva si dice:
- Vantaggiosa, se la forza motrice è minore della forza resistente, cioè FM < FR
- Svantaggiosa, se la forza motrice è maggiore della forza resistente, cioè FM > FR
- Indifferente, se la forza motrice è uguale alla forza resistente, cioè FM = FR
Un semplice modello di leva:
considerando il semplice modello di leva mostrato in figura si
nota che:
la forza resistente F è rappresentata dal peso dell’oggetto da
sollevare, mentre la forza motrice F è la forza esercitata
dall’uomo sull’asta.
Chiamando bR e bM rispettivamente il braccio della forza
resistente e il braccio della forza motrice rispetto al fulcro.
Il sistema è in equilibrio se i momenti delle due forze sono uguali e opposti, cioè se vale la condizione:
bR FR = bM FM che si può scrivere nella forma bR/bM = FM/FR
dalla relazione precedente si può osservare che:
- Se il braccio della forza motrice è maggiore del braccio della forza resistente bM < bR, la forza
motrice è minore della forza resistente, cioè la leva è vantaggiosa.
- Se il braccio della forza resistente è maggiore del braccio della forza motrice bR > bM, la forza
motrice è maggiore della forza resistente, cioè la leva è svantaggiosa.
- Se i bracci delle due forze sono uguali bR = bM, la leva è indifferente.
Le leve vengono classificate in leve di primo, secondo o terzo genere a seconda della posizione del fulcro
rispetto ai punti di applicazione della forza motrice e della forza resistente.
LEVE DI PRIMO GENERE
In questa tipologia di leve il fulcro si
trova tra il punto di applicazione della
forza resistente e il punto di applicazione
della forza motrice.
Le leve di primo genere possono essere
vantaggiose, svantaggiose o indifferenti,
a seconda della lunghezza dei bracci.
Ad esempio l’altalena disegnata in figura è una leva indifferente perché i bracci delle due forze sono uguali.
Le forbici che tagliano la carta, invece sono una leva vantaggiosa perché il braccio della forza resistente è
minore di quello della forza motrice.
LEVE DI SECONDO GENERE
In questa tipologia di leve il punto di applicazione
della forza resistente si trova tra il fulcro e il punto
di applicazione della forza motrice.
Sono sempre vantaggiose, perché il braccio della
forza motrice è sempre più lungo del braccio della
forza resistente.
Per sollevare una carriola o per togliere un tappo con un apribottiglie ci mettiamo il più lontano possibile
dal fulcro e dalla forza resistente.
LEVE DI TERZO GENERE
In questa tipologia di leve il punto di
applicazione della forza motrice si trova tra il
fulcro e il punto di applicazione della forza
motrice.
Il nostro avambraccio, ad esempio, è una leva svantaggiosa, così come le pinzette che utilizziamo, infatti,
solo per prendere oggetti poco pesanti.
L’EQUILIBRIO DEI FLUIDI (CAP.5)
I FLUIDI
Un fluido è una sostanza che può scorrere da un punto all’altro e non ha forma propria, ma assume quella
del recipiente che la contiene. I fluidi comprendono sia i liquidi che i gas.
Un fluido è in equilibrio se è in quiete nel suo complesso, cioè se i moti delle sue molecole non
determinano un movimento d’insieme dell’intera massa del fluido.
I liquidi hanno un volume proprio e possono occupare solo una parte del recipiente che li contiene.
I gas hanno un volume variabile e possono occupare liberamente tutto lo spazio a disposizione.
La superficie del liquido che non è a contatto con il recipiente è detta superficie libera.
In un liquido in equilibrio la superficie libera è piana e orizzontale.
I fluidi possono essere in equilibrio sotto l’azione di forze perpendicolari alla loro superficie.
Forze di questo genere esercitano sul fluido una pressione.
La variabilità di forma dei fluidi fa si che essi non possano rimanere in equilibrio sotto l’azione di forze
tangenziali, cioè di forze dirette parallelamente (o quasi) alla loro superficie, perché i loro strati
scivolerebbero l’uno sull’altro a causa di tali forze.
LA PRESSIONE
La pressione p è una misura della forza esercitata sull’unità di area. p = F⟂/A
È definita come il rapporto fra l’intensità della forza premente sulla superficie e l’area A della superficie.
(la forza premente F⟂ è la componente perpendicolare della forza che agisce su una superficie)
Se una forza F è perpendicolare alla superficie, la forza premente F⟂ coincide con F, e quindi la pressione è:
p = F/A
la pressione è una grandezza scalare e nel SI si misura in N/m2. Questa unità di misura è chiamata Pascal, è
indicata con il simbolo Pa. 1 Pa = 1 N/m2. Gli strumenti di misura della pressione sono i manometri.
La pressione è direttamente proporzionale alla forza e inversamente proporzionale all’area, quindi
raddoppia se raddoppia la forza esercitata su una data area o se una data forza viene esercitata su un’area
dimezzata.
LA PRESSIONE NEI FLUIDI
Un fluido esercita una pressione sulle pareti del recipiente che lo contiene e su ogni
oggetto immerso.
Ogni parte del fluido esercita una pressione sulle altre parti del fluido.
Se il fluido è in equilibrio, su ogni superficie al suo interno, comunque sia orientata,
si esercitano forze perpendicolari (e quindi pressioni) uguali e opposte, che si
compensano in modo che il fluido rimanga in quiete.
LA PRESSIONE ATMOSFERICA
La pressione esercitata dall’area è detta pressione atmosferica pat e in unità SI ha il seguente valore:
pat= 1,013 x 105 Pa = 1013 hPa = 1013 mbar
la pressione atmosferica varia con l’altitudine (diminuisce all’aumentare dell’altitudine) e dipende anche
dalle condizioni metereologiche.
1013 hPa si riferisce alla pressione atmosferica normale, o standard, rilevata al livello del mare.
- L’ettopascal (hPa) è pari a 100 Pa.
- Il bar è pari a 105 Pa
Approssimativamente, pat ≈ 1 bar.
Poiché 1 Pa = 1 N/m2 si può anche scrivere:
pat ≈ 105 Pa = 105 N/m2 = 10 N/cm2
10 N è all’incirca la forza peso di una massa di 1 kg, e quindi la pressione atmosferica è pari al peso di una
colonna d’aria di 1 kg per ogni centimetro quadrato.
Gli strumenti per misurare la pressione atmosferica sono i barometri.
Il motivo per cui noi non avvertiamo la pressione atmosferica è che la pressione in un fluido agisce
ugualmente in tutte le direzioni.
Quindi se la mano è in posizione orizzontale, la pressione atmosferica esercita su di essa una forza verso
l’alto e una verso il basso che hanno praticamente la stessa intensità e quindi si annullano.
Se la mano è in posizione verticale, la pressione atmosferica spinge verso destra e verso sinistra in modo
uguale, quindi la forza risultante è ancora nulla.
Indipendentemente da come è orientata la mano, la pressione atmosferica determina sempre forze
opposte che si cancellano a vicenda.
LA PRESSIONE RELATIVA
La pressione relativa pr è la differenza tra una data pressione e la pressione atmosferica. pr = p-pat
Il manometro che misura la pressione degli pneumatici misura la pressione relativa e per ottenere la
pressione reale si deve aggiungere a pr la quantità pat. p = pr+pat.
PRESSIONE E PROFONDITÀ NEI FLUIDI
LA LEGGE DI STAVINO
La pressione ad una profondità h dalla superficie libera di un fluido è data dalla somma della pressione
atmosferica e di una quantità proporzionale alla profondità h e alla densità d del fluido: p = pat +dgh
La pressione in un fluido in equilibrio dipende solo dalla profondità e dalla densità del fluido e non dalla
forma e dalle dimensioni del recipiente.
ESEMPIO: si consideri un contenitore cilindrico riempito con un fluido di densità d come in foto.
La superficie superiore del fluido è soggetta alla pressione atmosferica pat. Se l’area di questa superficie è A,
la forza esercitata dall’atmosfera sulla superficie superiore del fluido è: Fsup = patA
A una profondità h dalla superficie del fluido, agisce una forza F verso il basso uguale a Fsup più il peso del
fluido sovrastante. (ricorda che la relazione tra massa e volume è m = dV. Ricorda anche che per un cilindro
di altezza h e area di base A, si ha V = hA)
- Il peso della colonna di fluido di altezza h è: P = mg = dVg = dhAg
- quindi si può scrivere che la forza che agisce a una profondità h è: F = Fsup +P = patA + dhAg
- dividendo F per l’area A si ottiene la pressione alla profondità h dalla superficie del fluido: p at + dgh
la relazione p = pat + dgh può essere applicata a qualsiasi punto del fluido.
Se la pressione in un punto è p1, la pressione a una profondità Δh al di sotto di quel punto è: p2 = p1+dgΔh
Che è un altro modo di enunciare la legge di Stevino:
la differenza di pressione in due punti con dislivello Δh è proporzionale alla densità d del fluido e al dislivello
Δh: p2-p1 = dgΔh
LA MISURA DELLA PRESSIONE ATMOSFERICA
A livello del mare e in condizioni atmosferiche normali, la pressione atmosferica è uguale alla pressione
esercitata da una colonna di mercurio alta 0,760 m.
Una delle unità di misura della pressione atmosferica, l’atmosfera (atm), è definita in termini di millimetri di
mercurio (mmHg): 1 atm = pat = 760 mmHg.
quindi i valori della pressione atmosferica nelle diverse unità di misura sono:
- pat = 1 atm
- pat = 760 mmHg
- pat = 1,013 x 105 Pa
- pat = 1,013 x 105 N/m2 = 1,013 bar
I VASI COMUNICANTI
L’acqua o qualsiasi altro liquido tende a livellarsi.
Questa affermazione è vera però soltanto se la pressione è la stessa in ogni punto della sua superficie.
ESEMPIO: si hanno due vasi comunicanti, cioè due recipienti collegati da un tubo, contenenti una certa
quantità di liquido di densità d.
Il liquido ha lo stesso livello in entrambi i recipienti, che sono aperti nella parte superiore.
La pressione alla base di ogni recipiente, che non dipende dalla forma e dalle dimensioni del recipiente, è la
stessa, e vale pat + dgh.
Quindi il liquido che si trova nel tubo inferiore viene spinto con uguale forza dai due lati e rimane fermo.
Nell’esempio (b) i due recipienti sono riempiti a livelli differenti.
In questa situazione la pressione alla loro base è diversa, con una pressione maggiore alla base del
recipiente di destra.
Il liquido che si trova nel tubo sentirà una forza risultante verso sinistra che lo farà muovere in quella
direzione, riequilibrando i livelli nei due rami.
LIQUIDI NON MISCIBILI
Si suppone di riempire i due vasi comunicanti con liquidi diversi, che non si possono mescolare.
In questo caso i livelli nei recipienti non sono uguali. Tuttavia, in condizioni di equilibrio, le pressioni alla
base di ciascun recipiente devono ancora essere uguali.
Nel punto A e nel punto B l’uguaglianza delle pressioni dei liquidi 1 e 2 p1 = p2 implica che:
pat + d1gh1 = pat + d2gh2
Dove d1 e d2 sono le densità dei liquidi.
Sottraendo a entrambi i membri e dividendo per g, si ottiene:
d1h1 =d2h2
questa è la cosiddetta legge dei vasi comunicanti che può essere espressa nel seguente modo:
i livelli di liquidi non miscibili in due vasi comunicanti sono inversamente proporzionali alla densità dei
liquidi: h1/h2 = d2/d1
IL PRINCIPIO DI PASCAL
Il principio di pascal ci dice che una pressione esterna, applicata a un fluido racchiuso in un recipiente, si
trasmette inalterata in ogni punto del fluido.
Il principio si può verificare sperimentalmente con un recipiente sferico con il collo cilindrico, dotato di uno
stantuffo e riempito con un fluido.
Applicando allo stantuffo una pressione, i manometri sulla superficie del recipiente segnalano che il fluido
ha trasmesso questa pressione in tutte le direzioni con uguale intensità.
DIMOSTRAZIONE: La legge di Stevino stabilisce che, se sulla superficie di un fluido di densità d agisce solo la
pressione atmosferica pat, la pressione a una profondità h al di sotto della superficie è p = pat + dgh
Si suppone che la pressione atmosferica venga aumentata da pat a pat + Δp, come conseguenza la pressione
alla profondità h sarà: p = pat +Δp+dgh = (pat + dgh) + Δp
Perciò aumentando la pressione sulla superficie del fluido di una quantità Δp, aumenta della stessa quantità
la pressione in ogni punto del fluido.
LA BOTTE DI PASCAL
Pascal inserì in una botte piena d’acqua un sottile tubo verticale lungo 10 m attraverso un foro praticato nel
coperchio e cominciò a versare acqua nel tubo.
Man mano che versava acqua, la pressione aumentava e ad un certo punto la botte si rompeva.
Se si versa acqua nel tubo molto stretto, la pressione idrostatica dentro la botte aumenta velocemente, in
modo proporzionale all’altezza raggiunta dall’acqua.
Una piccola quantità d’acqua in più può produrre un aumento notevole di pressione sulla base del tubo, ma
la pressione si trasmette in tutta la botte, esercitando sulle sue pareti una forza tale da romperla.
Se il tubo è abbastanza stretto si può rompere la botte anche solo aggiungendo un bicchiere d’acqua.
APPLICAZIONE DEL PRINCIPIO DI PASCAL: IL SOLLEVATORE IDRAULICO
Un esempio di applicazione del principio di Pascal è il torchio o sollevatore idraulico.
Il torchio idraulico è un sollevatore formato da due cilindri, uno di area di base A 1, l’altro di area di base A2
maggiore di A1.
I cilindri, contenenti ciascuno un pistone, sono collegati attraverso un tubo e riempiti con un fluido.
Inizialmente i pistoni sono allo stesso livello e sottoposti alla pressione atmosferica.
Se si preme sul pistone 1 con una forza F1 verso il basso, si ha un aumento di pressione nel cilindro 1 pari a:
Δp= F1/A1
Per il principio di Pascal, la pressione nel cilindro 2 aumenta della stessa quantità.
Pertanto sul pistone 2 agisce una forza verso l’alto pari a: F2 = ΔpA2
Sostituendo in questa formula Δp = F1/A1, si ha: F2 = (F1/A1) x A2 = F1 x (A2/A1)
Cioè poiché A2 > A1: F2 > F1
In questo modo è possibile sollevare dei carichi utilizzando una forza molto inferiore alla loro forza peso.
IL PRINCIPIO DI ARCHIMEDE
Una conseguenza del fatto che la pressione di un fluido aumenti la profondità è che:
un fluido esercita una spinta verso l’alto su qualsiasi oggetto immerso in esso.
Questa forza viene detta forza di galleggiamento, o anche forza (spinta) di Archimede.
ESEMPIO) un blocco di forma cubica immerso in un fluido di densità df:
il fluido circostante esercita su ogni faccia del blocco delle forze perpendicolari alla superficie.
- Le forze orizzontali che spingono verso destra e verso sinistra sono uguali e quindi si eliminano a
vicenda, non avendo nessun effetto sul blocco.
- Per le forze verticali la situazione è diversa: la forza verso il basso esercitata sulla faccia superiore è
minore di quella verso l’alto esercitata sulla faccia inferiore, poiché la pressione sulla faccia
inferiore è maggiore. Questa differenza tra le forze dà luogo a una forza risultante verso l’alto, che
è proprio la forza di galleggiamento.
Supponendo che il lato del blocco abbia lunghezza L e che la pressione sulla faccia superiore sia p 1, la forza
verso il basso è quindi: F1 = p1A = p1L2
La pressione sulla faccia inferiore è data dalla legge di Stevino, con una differenza di profondità h = L e
densità di fluido df: p2 = p1 + dfgL
Pertanto, la forza verso l’alto esercitata sulla faccia inferiore del blocco è:
F2 = p2A = (p1 + dfgL) x L2 = p1L2 + dfgL3 = F1 + dfgL3
Se si fissa la direzione positiva verso l’alto, la forza verticale risultante esercitata dal fluido sul blocco è:
Fg = F2 -F1 = dfgL3
L3 è il volume del blocco e quindi la quantità dfgL3 = dfgV è il peso del fluido che occuperebbe lo stesso
volume del blocco. La forza di galleggiamento Fg è uguale al peso del fluido spostato dal blocco.
PRINCIPIO DI ARCHIMEDE: un oggetto immerso in un fluido risente di una forza di galleggiamento verso
l’alto di intensità uguale al peso del fluido spostato dall’oggetto.
La forza di galleggiamento per un oggetto di volume V immerso in un fluido di densità df è: Fg = dfVg
EQUILIBRIO DI UN CORPO IN UN FLUIDO
Sul corpo immerso in un fluido agisce la forza di Archimede diretta verso l’alto a la forza peso P diretta
verso il basso. Se la densità del corpo è dc e il suo volume è V, il peso è P = dcVg
Un corpo è in equilibrio sul fluido se la sua forza peso compensa la spinta di Archimede, cioè se il suo peso è
uguale al peso del fluido spostato.
Se il corpo è totalmente immerso nel fluido, la condizione di equilibrio diventa:
dcVg = dfVg cioè dc = df
dunque se la densità del corpo è uguale alla densità del fluido, il corpo rimane in equilibrio all’interno del
fluido.
- Se la densità del corpo è uguale alla densità del fluido, alla spinta di Archimede uguaglia la forza
peso e il corpo rimane sospeso nel fluido. dc = df il corpo è sospeso
- Se la densità del corpo è maggiore della densità del fluido, la forza peso è maggiore della spinta di
Archimede e il corpo va a fondo. dc = df il corpo affonda
- Se la densità del corpo è minore della densità del fluido, la forza peso del corpo è minore della forza
di Archimede che agisce su un volume pari a quello del corpo.
Il corpo se all’inizio è totalmente immerso, riceve una spinta verso l’alto che lo fa emergere, fin o a
quando non raggiunge la condizione di equilibrio, in cui il suo peso è uguale al peso del fluido
spostato. Quindi solo una parte del volume del corpo è immersa e il corpo galleggia:
dc < df il corpo galleggia.
IL GALLEGGIAMENTO
Un oggetto galleggia in un fluido se la spinta di Archimede è uguale al suo peso e questa condizione è
verificata se la densità dell’oggetto è minore di quella del fluido. È questa la ragione per cui è molto più
facile restare a galla nell’acqua salata che nell’acqua dolce e in particolare nell’acqua del Mar Morto, che è
molto densa a causa della grande quantità di sale disciolto in essa.
ESEMPIO: Si suppone di immergere lentamente un blocco di legno in un recipiente d’acqua.
All’inizio solo una piccola quantità d’acqua viene spostata e la spinta di Archimede è una frazione del peso
del blocco.
Se si continua ad immergere il blocco di legno lentamente, esso sposta una maggior quantità d’acqua,
facendo aumentare la spinta di Archimede.
Infine si raggiunge la situazione nella quale il blocco inizia a galleggiare.
In questo caso la spinta di Archimede uguaglia il peso del blocco di legno, cioè il peso del volume d’acqua
spostato (che è inferiore al volume del blocco) è uguale al peso del blocco di legno. ESEMPIO 2:
Il blocco di legno galleggia se esso e il volume d’acqua hanno lo stesso peso.
Il blocco di metallo affonda se esso e il volume d’acqua hanno peso uguale.
Se il metallo ha la forma di una scodella può spostare più acqua e può galleggiare.
OTTICA GEOMETRICA (CAP.6)
I RAGGI LUMINOSI
Un raggio luminoso è un fascio di luce molto sottile, che si rappresenta con un tratto di retta.
Diversi fenomeni legati alla luce, per esempio la produzione delle immagini da parte di specchi e lenti, sono
descritti dal modello dei raggi.
Secondo questo modello la luce attraversa lo spazio, colpisce gli oggetti e arriva ai nostri occhi viaggiando
come fanno i raggi laser, cioè sempre in linea retta.
SORGENTI DI LUCE E CORPI ILLUMINATI
Le lampadine, il sole e tutti i corpi che emettono luce sono detti corpi luminosi o sorgenti di luce.
I loro raggi possono arrivare ai nostri occhi direttamente o dopo essere stati deviati da altri oggetti,
chiamati corpi illuminati.
Riusciamo a vedere tutti e due questi tipi di corpi proprio perché da essi riceviamo raggi di luce.
LA PROPAGAZIONE RETTILINEA DELLA LUCE
La formazione delle ombre dimostra che la luce si propaga in linea retta.
- Se si mette una moneta tra una sorgente luminosa puntiforme e uno schermo, i raggi di luce
proiettano sullo schermo una zona d’ombra che ha la forma ingrandita della moneta.
La parte di spazio in cui non arrivano raggi è detta cono d’ombra.
- Se si mette la stessa moneta davanti ad una sorgente luminosa estesa, per esempio una lampadina,
si ha in questo caso che il contorno dell’ombra non è netto, ma è circondato da una zona più chiara,
chiamata zona di penombra.
Nella zona d’ombra la moneta copre la sorgente completamente.
Nella zona di penombra, la sorgente è oscurata parzialmente.
Il punto P della foto a destra appartiene alla zona di penombra: in esso arriva il raggio che esce dal punto S
della sorgente.
LA VELOCITÀ DI PROPAGAZIONE
La luce viaggia con una velocità costante nel tempo, che però cambia a seconda del mezzo trasparente
attraversato: nell’aria ha un valore, nell’acqua ne ha un altro e nel vetro un altro ancora.
Gli esperimenti mostrano che la velocità della luce è massima nel vuoto.
La velocità della luce nel vuoto, che viene indicata con c, è la seguente:
velocità della luce nel vuoto = c = 2,99792458 * 108 m/s
la velocità della luce nell’aria è più piccola di c solo di 3 parti su 10000. Arrotondando a tre cifre
significative, il valore di queste due velocità è lo stesso: c = 3,00 * 108 m/s
nel vuoto e nell’aria la luce percorre trecentomila kilometri al secondo.
LA RIFLESSIONE DELLA LUCE
Uno specchio è una superficie su cui i raggi rimbalzano, cioè si riflettono.
Una superficie metallica ben levigata è uno specchio.
LE LEGGI DELLA RIFLESSIONE
ESEMPIO: Si invia un sottile fascio di luce su una lamina di metallo piana e liscia, da essa esce un fascio
riflesso, ugualmente sottile e ciascuno dei due fasci è ben rappresentato da un singolo raggio.
Si può fare in modo che un foglio di cartone perpendicolare alla lamina sia sfiorato dal raggio incidente e da
quello riflesso. Entrambi i raggi appartengono allo stesso piano.
Se si misura l’angolo i, tra il raggio incidente e la perpendicolare alla lamina, e l’angolo r, tra la
perpendicolare e il raggio riflesso, si può verificare che i due angoli sono sempre uguali tra loro.
Le osservazioni fatte in precedenza nell’esempio sono in accordo con le seguenti leggi sperimentali:
1) Il raggio incidente, il raggio riflesso e la perpendicolare alla superficie riflettente nel punto di
incidenza appartengono allo stesso piano.
2) L’angolo di incidenza i è uguale all’angolo di riflessione r.
Le leggi della riflessione valgono anche per ogni singolo raggio che colpisce una superficie scabra, cioè
ruvida e irregolare.
Poiché in questo caso ogni piccola parte della superficie ha una diversa inclinazione, i raggi riflessi sono
sparpagliati in tutte le direzioni e producono una luce diffusa.
LA RIFLESSIONE SU UNO SPECCHIO PIANO
Una sorgente puntiforme S irraggia luce in tutte le direzioni.
Se si mette questa sorgente puntiforme S davanti a uno specchio, oltre a ricevere i suoi raggi diretti,
vengono ricevuti anche quelli riflessi.
I raggi riflessi arrivano ai nostri occhi come se provenissero da un punto S’ posto dietro lo specchio, alla
stessa distanza d dalla superficie riflettente alla quale, davanti, si trova S.
- I raggi diretti ci fanno vedere la sorgente S come un punto luminoso.
- I raggi riflessi ci fanno vedere come un punto luminoso anche S’, che è l’immagine di S prodotta
dallo specchio.
S’ è un’immagine virtuale, perché la vediamo come se da essa uscissero i raggi di luce riflessi, ma in realtà
per S’ non passa alcun raggio.
In un’immagine virtuale convergono i prolungamenti dei raggi di luce che ci giungono agli occhi.
Se davanti allo specchio si pone un oggetto esteso (una sorgente di luce che emette raggi o anche un corpo
illuminato che diffonde raggi), lo specchio produce, punto per punto, un’immagine virtuale di tutto
l’oggetto.
L’immagine virtuale di un oggetto esteso prodotta da uno specchio piano ha le stesse dimensioni
dell’oggetto, è diritta, cioè orientata con l’oggetto, e si trova nella posizione simmetrica a quella
dell’oggetto rispetto allo specchio.
L’oggetto e la sua immagine si trovano faccia a faccia e dunque non sono sovrapponibili.
ESEMPIO: se l’oggetto sei tu che guardi dentro lo specchio, la tua immagine guarda te, verso l’esterno dello
specchio; non ti rivolge la nuca come se ti precedesse in fila indiana, ma ti rivolge la faccia.
GLI SPECCHI SFERICI
ESEMPIO: se ti specchi in un mestolo da cucina di acciaio, puoi vedere un‘immagine molto diversa da quella
prodotta da uno specchio piano. Il mestolo ha due superfici riflettenti curve:
- La superficie interna è uno specchio concavo, in cui, se sei abbastanza lontano, vedi la tua
immagine capovolta.
- La superficie esterna è uno specchio convesso, che ti dà un’immagine diritta e rimpicciolita.
IL FUOCO DI UNO SPECCHIO SFERICO
Uno specchio sferico ha la forma di una calotta sferica. In esso si definiscono:
- Il centro C e il raggio r, che sono il centro e il raggio della sfera a cui appartiene la superficie
riflettente.
- L’asse ottico, cioè l’asse di simmetria.
- Il vertice V, intersezione dell’asse ottico con la superficie riflettente.
a questo tipo di specchio è inoltre associato un punto F, chiamato fuoco e posto sull’asse ottico, che ha le
due seguenti proprietà:
- I raggi emessi da una sorgente puntiforme posta in F, dopo essersi riflessi, si allontanano dallo
specchio in un fascio di raggi paralleli all’asse ottico.
- In maniera simmetrica, i raggi che arrivano sullo specchio parallelamente all’asse ottico si
intersecano tutti in F dopo la riflessione.
Dalle leggi della riflessione e dalla geometria della sfera si può dimostrare che, per avere un fuoco ben
definito, uno specchio sferico deve essere di piccola apertura, cioè poco incurvato.
In altre parole deve costituire una porzione molto piccola della superficie sferica di raggio r.
Invece uno specchio parabolico (a forma di paraboloide), indipendentemente da quanto è grande e quanto
è incurvato, ha sempre un fuoco caratterizzato con esattezza dalle due proprietà descritte.
Per questa ragione gli specchi parabolici sono preferiti in molte applicazioni tecnologiche, per esempio nelle
centrali solari termodinamiche, che li sfruttano per concentrare l’energia del Sole.
Il fuoco F di uno specchio sferico di piccola apertura è a metà tra il vertice V e il centro C.
In questo tipo di specchio la distanza f di F da V, detta distanza focale, è dunque la metà di r. f = r/2.
LE IMMAGINI PRODOTTE
Per disegnare l’immagine di un punto P di un oggetto, basta seguire il percorso di alcuni dei raggi uscenti da
P, che vengono riflessi dallo specchio.
- Il raggio che arriva parallelo all’asse ottico è riflesso nel fuoco.
- Il raggio che passa per il fuoco è riflesso parallelamente all’asse.
- Il raggio che passa per il centro è riflesso su sé stesso.
L’immagine del punto P si forma nel punto P’ in cui si incontrano due qualsiasi di questi raggi riflessi, detti
raggi principali. Nello stesso punto, dopo la riflessione, si incontrano anche tutti gli altri raggi.
Nella tabella nella foto seguente le proprietà dei raggi principali sono utilizzate per costruire le immagini di
un oggetto esteso (una piccola freccia).
Sono esaminati i vari casi che possono presentarsi con uno specchio sferico concavo e, nell’ultima riga,
l’unico tipo di risultato prodotto da uno specchio sferico convesso.
Come si vede nella tabella, si ha:
- Un’immagine reale se attraverso di essa passano i raggi riflessi.
- Un’immagine virtuale se attraverso di essa passano i loro prolungamenti, come succede quando i
due raggi principali, invece di convergere uno verso l’altro, divergono.
Uno specchio convesso, che ha il centro e il fuoco dalla parte opposta rispetto a quella da cui provengono i
raggi di luce, produce solo immagini virtuali.
LA LEGGE DEI PUNTI CONIUGATI
Come nella foto, si indica con p = AV la distanza di un oggetto AB dal vertice di uno specchio e con q = A’V la
distanza dal vertice alla quale si forma l’immagine A’B’.
Se per esempio si conosce p e si vuole determinare q, si può costruire l’immagine dell’oggetto con il
metodo grafico, ma si può anche applicare la legge dei punti coniugati: ((1/p) + (1/q)) = 1/f
- 1/p è la distanza oggetto-specchio (in metri)
- 1/q è la distanza immagine-specchio (in metri)
- 1/f è la distanza focale (in metri)
Per usare l’equazione della legge dei punti coniugati, bisogna considerare le distanze f, p e q come
grandezze precedute da un segno:
- Il segno di f è positivo per gli specchi concavi e negativo per gli specchi convessi.
- Il segno di q è positivo per le immagini reali e negativo per le immagini virtuali.
- Il segno di p è sempre positivo.
ESEMPIO: si consideri uno specchio convesso di raggio r.
La sua distanza focale f, che ha valore assoluto uguale alla metà di r (f = r/2), è negativa.
Perciò, in questo caso, si pone f = - (r/2) e si riscrive la legge dei punti congiunti nel seguente modo:
(1/p) + (1/q) = - (2/r) da cui si ottiene 1/q = - ((1/p) + (2/r))
Poiché p e r sono grandezze positive, il risultato ottenuto mostra che q è negativa, cioè che l’immagine è
virtuale. Si arrivava alla stessa conclusione anche con il metodo grafico.
L’INGRANDIMENTO
L’ingrandimento è il numero G che ha come valore assoluto il rapporto tra l’altezza h’ dell’immagine e
l’altezza h dell’oggetto: |G| = h’/h = A’B’/AB
- Quando l’immagine è più grande dell’oggetto, si ha |G| > 1.
- Quando l’immagine è più piccola dell’oggetto, si ha |G| < 1.
Per tutti gli specchi, concavi o convessi, vale la seguente equazione: G = - (q/p) dove:
G è l’ingrandimento (n puro) // q è la distanza immagine-specchio (m) // p è la distanza oggetto-specchio (m)
Il segno – che compare nella formula fa si che, prendendo q con il segno appropriato (positivo per le
immagini reali e negativo per le immagini virtuali), G sia positivo quando l’immagine è diritta rispetto
all’oggetto e negativo quando è capovolta.
LA RIFRAZIONE DELLA LUCE
Una cannuccia in un bicchiere d’acqua sembra piegata se vista dall’alto e sembra spezzata se vista di lato,
attraverso la parete del bicchiere. Questo fenomeno è dovuto alla rifrazione.
I raggi di luce diffusi dalla cannuccia, passando dall’acqua all’aria, non proseguono in linea retta ma si
rifrangono, cioè si piegano.
Un raggio che passa dall’acqua all’aria si allontana dalla perpendicolare alla superficie di separazione.
Un raggio che passa dall’aria all’acqua si piega verso la perpendicolare alla superficie di separazione.
- Viene chiamato raggio incidente il raggio che arriva sulla superficie tra i due mezzi trasparenti e
angolo di incidenza il suo angolo i con la perpendicolare alla superficie.
- Viene chiamato raggio rifratto il raggio che emerge dalla superficie nell’altro mezzo e angolo di
rifrazione l’angolo r che esso forma con la perpendicolare alla superficie.
Assieme al raggio rifratto si produce anche un raggio riflesso.
L’INDICE DI RIFRAZIONE
Oltre a cambiare direzione, nel passare dal vuoto a un mezzo trasparente o da un mezzo trasparente a un
altro, la luce cambia velocità.
In ogni mezzo trasparente la luce si propaga con una velocità v minore della velocità della luce c che ha nel
vuoto (c = 3,00 * 108 m/s).
Il rapporto tra c e v è un numero puro n caratteristico del mezzo, chiamato indice di rifrazione: n = c/v
L’indice di rifrazione del vuoto è 1 e anche quello dell’aria è praticamente uguale a 1.
Tutti i mezzi trasparenti più densi hanno indici di rifrazione maggiori di 1.
LE LEGGI DELLA RIFRAZIONE
NOTA: Chiamo n1 e n2 gli indici di rifrazione di due mezzi trasparenti.
Il comportamento di un raggio di luce che passa dal primo mezzo al secondo è descritto dalle due leggi
sperimentali della rifrazione.
PRIMA LEGGE: il raggio incidente, il raggio rifratto e la perpendicolare alla superficie di separazione dei due
mezzi, condotta per il punto di incidenza, appartengono allo stesso piano.
SECONDA LEGGE: il rapporto tra il seno dell’angolo di incidenza i e il seno dell’angolo di rifrazione r è uguale
al rapporto tra l’indice di rifrazione n2 del mezzo in cui si propaga il raggio rifratto e l’indice di rifrazione n1
del mezzo di provenienza del raggio incidente.
La formula che esprime la seconda legge, conosciuta come legge di Snell, è la seguente:
(sin i/sin r) = n2/n1
Fissato l’angolo di incidenza (i), l’angolo di rifrazione (r) dipende dagli indici di rifrazione dei due mezzi:
- Se n2 è maggiore di n1 si ha sin i > sin r, cioè i > r (perché il seno è una funzione crescente
dell’angolo, per valori dell’angolo compresi tra 0° e 90°).
- Se n è maggiore di n si ha sin r > sin i, cioè r > i.
in tutti i casi r aumenta all’aumentare di i (fintanto che entrambi gli angoli sono minori di 90°).
LA RIFLESSIONE TOTALE
Si consideri un raggio di luce che si propaga in un blocco di vetro e si rifrange uscendo nell’aria.
Poiché il vetro ha indice di rifrazione maggiore rispetto all’aria, il raggio che esce si allontana dalla
perpendicolare alla superficie di separazione dei due mezzi.
Oltre al raggio rifratto si forma anche un raggio riflesso, che resta nel vetro.
- All’aumentare dell’angolo di incidenza, aumenta anche l’angolo di rifrazione.
Il raggio rifratto nell’aria si piega sempre di più verso la superficie di separazione tra vetro e aria.
- Per un certo valore dell’angolo di incidenza, il raggio rifratto diventa radente alla superficie.
Per angoli di incidenza ancora maggiori, il raggio rifratto manca e c’è solo quello riflesso.
L’angolo di incidenza a cui corrisponde un angolo di rifrazione di 90° è chiamato angolo limite.
- Se l’angolo di incidenza è minore dell’angolo limite, il raggio incidente si divide in un raggio rifratto
e un raggio riflesso, entrambi più deboli del raggio incidente.
- Se l’angolo di incidenza è maggiore dell’angolo limite, tutta la luce del raggio incidente passa al
raggio riflesso e resta nel vetro. Questo fenomeno prende il nome di riflessione totale.
Si può avere riflessione totale solo quando un raggio di luce proviene da un mezzo con indice di rifrazione
maggiore e incontra un mezzo con indice di rifrazione minore.
Il valore dell’angolo limite dipende dagli indici di rifrazione dei due mezzi.
I dati della tabella seguente riguardano il caso particolare in cui il secondo mezzo (dove si propaga
l’eventuale raggio rifratto) è il vuoto oppure è l’aria, cioè ha indice di rifrazione uguale a 1: in questo caso
l’angolo limite è completamente determinato dall’indice di rifrazione n, maggiore di 1, del primo mezzo.
La figura descrive la riflessione totale che avviene in un prisma ottico, quando un raggio di luce colpisce
dall’interno una faccia con un angolo di incidenza maggiore dell’angolo limite.
Un prisma ottico è un blocco di vetro o altro materiale trasparente delimitato da facce piane non parallele.
Nel caso illustrato, la faccia laterale da cui entra la luce è rettangolare e quella anteriore ha la forma di un
triangolo rettangolo isoscele.
LA FIBRA OTTICA
Una fibra ottica è un filo flessibile e trasparente, che trasferisce luce da un’estremità all’altra.
Il nucleo trasparente della fibra (chiamato core) ha un indice di rifrazione più grande di quello di guaina che
lo circonda (chiamata cladding).
Così, quando un raggio di luce entra nel nucleo con un’inclinazione piccola rispetto all’asse longitudinale,
esso colpisce la guaina dall’interno con un angolo di incidenza maggiore dell’angolo limite e resta confinato
nella fibra per riflessione totale.
Modulando la luce in ingresso, si possono codificare segnali televisivi e telefonici da far viaggiare lungo una
fibra per kilometri, con attenuazione trascurabile ed è per questa ragione che la fibra ottica è oggi
impiegata nelle telecomunicazioni.
LE LENTI
Una lente è un mezzo trasparente delimitato da due superfici curve (o una curva e l’altra piana), che
produce immagini ingrandite o rimpicciolite degli oggetti.
Un raggio di luce che colpisce una lente subisce due rifrazioni: la prima quando entra nella lente e la
seconda quando riemerge nell’aria.
Le lenti sottili hanno uno spessore piccolo rispetto ai raggi di curvatura delle loro superfici.
Se una lente è sottile, non è necessario studiare in dettaglio il cammino della luce al suo interno e la
descrizione del comportamento dei raggi è più semplice.
Le lenti sottili possono essere convergenti, come la lente di ingrandimento o divergenti, come le lenti degli
occhiali da miope.
- Le lenti convergenti sono più spesse al centro che ai bordi.
Fanno convergere in un punto, detto fuoco, i raggi paralleli al loro asse di simmetria, o asse ottico.
- Le lenti divergenti sono più spesse ai bordi.
Fanno divergere i raggi paralleli all’asse ottico come se essi uscissero da un punto (il fuoco).
Le lenti hanno due facce e la luce può arrivare sull’una o sull’altra. Perciò i fuochi di ogni lente sono due,
uno per faccia.
I due fuochi F e F’ di una lente sottile sono equidistanti dal centro 0, cioè dal punto dell’asse ottico che
divide a metà lo spessore della lente.
Si chiama distanza focale la distanza di f di F e F’ da 0.
LE IMMAGINI PRODOTTE
Per disegnare l’immagine di un punto P prodotta da un a lente sottile, bisogna seguire il percorso di alcuni
dei raggi uscenti da P.
- Il raggio che arriva parallelo all’asse ottico converge in un fuoco.
- Il raggio che passa per l’altro fuoco diventa parallelo all’asse.
- Il raggio che passa per il centro prosegue nella stessa direzione.
Per qualunque punto di un oggetto è sufficiente tracciare due di questi raggi (raggi principali) e vedere dove
intersecano. Lì si forma l’immagine del punto considerato.
La seguente tabella descrive le immagini di un oggetto esteso, prodotte da una lente convergente nei vari
casi e da una lente divergente nell’unico caso possibile.
LA LEGGE DEI PUNTI CONIUGATI
La seguente foto illustra il procedimento geometrico con cui si può determinare l’immagine A’B’ di una
freccia AB.
Si indica con p = A0 la distanza tra l’oggetto e il centro 0 della lente e con q = A’0 la distanza tra 0 e
l’immagine.
L’equazione che lega assieme p, q e la distanza focale f della lente ha la stessa forma della legge dei punti
coniugati che vale per gli specchi sferici: ((1/p) + (1/q)) = 1/f
La grandezza 1/f è detta potere diottrico della lente ed è misurata in m-1 o diottrie.
Per esempio una lente con f = 0,50 m ha un potere diottrico di 1/0,50m = 2,0 diottrie.
Quando si usa l’equazione precedente della legge dei punti coniugati si deve considerare che:
- f è positiva per le lenti convergenti e negativa per le lenti divergenti.
- q è positiva se l’immagine è reale e negativa se l’immagine è virtuale.
- A p si deve assegnare sempre un valore positivo.
L’INGRANDIMENTO
Come la legge dei punti coniugati, anche la formula per l’ingrandimento G è la stessa sia per gli specchi
sferici che per le lenti sottili: G = - (q/p)
Il significato del segno G e del suo valore assoluto |G| è già stato spiegato in precedenza.
- Prendendo q con il suo segno convenzionale, G risulta positivo o negativo a seconda che l’immagine
sia diritta o capovolta.
- |G| è maggiore di 1 se l’immagine è ingrandita ed è minore di 1 se l’immagine è rimpicciolita.
La tabella riassume le convenzioni sui segni di f, q e G per gli specchi sferici e per le lenti.
ALCUNI STRUMENTI OTTICI
Gli specchi e le lenti sono esempi di strumenti ottici, dispostivi che sfruttano la luce per qualche scopo
pratico.
IL MICROSCOPIO
Il microscopio produce immagini virtuali e ingrandite di oggetti molto piccoli, che sfuggono all’osservazione
diretta.
È costituito da due lenti o due sistemi di lenti convergenti:
- L’obiettivo, più vicino all’oggetto.
- E l’oculare, più vicino all’occhio.
L’oggetto che si vuole osservare, AB, è posto appena al di là del primo fuoco F’ob dell’obiettivo.
- L’obiettivo produce un’immagine A1B1, reale, ingrandita e capovolta, posta tra il primo fuoco
dell’oculare, F’oc, e l’oculare stesso.
- L’immagine A1B1 è l’oggetto per l’oculare, che produce l’immagine A2B2, virtuale e ingrandita, diritta
rispetto ad A1B1 e capovolta rispetto ad AB.
IL CANNOCCHIALE
Anche il cannocchiale è costituito da un obiettivo e un oculare e con questo strumento si osservano gli
oggetti molto lontani.
L’immagine A1B1 prodotta dall’obiettivo di un cannocchiale è reale, capovolta e rimpicciolita e si forma in
corrispondenza del secondo fuoco Fob dell’obiettivo.
Il punto Fob è compreso tra l’oculare e il suo primo fuoco F’oc.
Così l’oculare funziona da lente d’ingrandimento e produce un’immagine A 2B2 di A1B1 che è virtuale,
ingrandita e diritta, cioè capovolta rispetto all’oggetto osservato.
Il cannocchiale terrestre contiene altre lenti, oppure dei prismi, che raddrizzano l’immagine lungo il
percorso dei raggi.
Il binocolo è formato da due cannocchiali terrestri fissati l’uno all’altro alla distanza degli occhi.
L’INGRANDIMENTO ANGOLARE DEL CANNOCCHIALE
A differenza del microscopio, il cannocchiale non ingrandisce gli oggetti.
Per esempio, l’immagine della Luna vista con il cannocchiale è piccolissima in confronto alla Luna.
Però è molto più vicina all’occhio.
Facendo uso del cannocchiale, si può osservare un oggetto lontano sotto un angolo visuale più grande e
distinguere più dettagli.
Il rapporto (maggiore di 1) tra l’angolo sotto cui l’osservatore vede l’immagine con il cannocchiale e l’angolo
sotto cui vede l’oggetto a occhio nudo è detto ingrandimento angolare.
LA MACCHINA FOTOGRAFICA
La macchina fotografica è uno strumento che utilizza la luce per registrare le immagini.
In essa la luce entra nel diaframma, un’apertura che si trova dietro l’obiettivo, e arriva su un sensore.
- Nelle macchine digitali il sensore è un rilevatore elettronico, detto CCD (Charge-Coupled-Device).
- Nelle vecchie macchine analogiche e invece costituito dalla pellicola, un sottile strato di plastica
rivestito di una sostanza sensibile alla luce.
L’obiettivo produce un’immagine reale e capovolta.
Quando la macchina è inattiva, l’immagine è oscurata da un otturatore.
Quando invece viene scattata una fotografia, l’otturatore si apre e resta aperto per il tempo di esposizione.
Così l’immagine viene ricevuta dal CCD, che la trasforma in un segnale elettrico, poi convertito da un
circuito integrato nell’informazione digitale da memorizzare.
Per ottenere una fotografia nitida è necessario che l’immagine si formi esattamente sul CCD.
A questo scopo, un dispositivo di messa a fuoco regola la distanza dell’obiettivo, spostandolo in fuori o in
dentro.
L’OCCHIO
Come una macchina fotografica, l’occhio ha un sistema di lenti, costituito da vari mezzi trasparenti separati
da superfici curve, e forma le immagini su un sensore.
Quando guardiamo un corpo luminoso o illuminato, alcuni dei raggi emessi o diffusi entrano nell’occhio
attraverso la pupilla.
Dopo essersi rifratti sulle superfici tra i diversi mezzi trasparenti, essi formano un’immagine reale e
capovolta sulla rètina, una superficie sul fondo dell’occhio coperta di elementi sensibili alla luce.
Nell’occhio sano l’immagine di un oggetto molto lontano si forma sulla rètina.
- L’occhio miope è troppo convergente e produce l’immagine davanti alla rètina.
Per correggere il difetto si deve usare una lente divergente.
- L’occhio ipermetrope è poco convergente e produce l’immagine dietro la rètina.
Il difetto si corregge con una lente convergente.
Le lenti che correggono la miopia e l’ipermetropia riportano l’immagine proprio sulla rètina.
LA DESCRIZIONE DEL MOTO (CAP.7)
IL MOTO DI UN PUNTO MATERIALE
Il moto è il più elementare esempio di cambiamento.
Un corpo è in moto quando la sua posizione cambia nel tempo.
Nel descrivere il moto, faremo 2 semplificazioni:
Verranno trattati gli oggetti fisici come punti materiali o particelle, cioè si supporrà che tutta la loro massa
sia concentrata in un punto. Nel suo moto, un punto materiale descrive una linea chiamata traiettoria.
La traiettoria di un corpo puntiforme è la linea che unisce le posizioni occupate successivamente dal corpo.
Il modello del punto materiale è applicabile quando l’oggetto è piccolo rispetto allo spazio in cui si muove e
la sua struttura interna è ininfluente.
La seconda semplificazione consiste nel considerare solo moti rettilinei, cioè moti che avvengono lungo una
linea retta.
SISTEMI DI RIFERIMENTO
Il primo passo nella descrizione del moto di un corpo consiste nello stabilire un sistema di assi cartesiani, o
sistema di coordinate, che individuino la posizione del corpo.
Nello spazio tridimensionale, per individuare la posizione di un corpo sono necessari tre assi cartesiani.
Se il moto avviene in una dimensione, basta un solo asse cartesiano.
Gli assi cartesiani sono sempre solidali con un sistema fisico che fa da riferimento (la stanza, la strada …):
è rispetto a questo sistema che si misurano le grandezze cinematiche, cioè la velocità e l’accelerazione.
Quando un’auto si muove viene sottinteso che si muove rispetto alla strada.
Rispetto ad un camion che viaggia parallelamente nello stesso verso e alla stessa velocità, l’auto invece è
ferma (questa non è un’illusione ottica del guidatore perché rispetto al camion, l’auto è davvero ferma).
Gli assi cartesiani, con il sistema fisico cui sono collegati, e un cronometro, costituiscono un sistema di
riferimento.
QUINDI: il moto di un corpo è sempre relativo a un sistema di riferimento.
Cambiando sistema di riferimento, la descrizione del moto cambia.
DISTANZA PERCORSA
La distanza percorsa è la lunghezza complessiva del tragitto e si misura in metri (m).
La distanza è sempre positiva e ad essa non è associato alcun verso.
ESEMPIO: Marco va in drogheria e poi ritorna a casa, lungo una via dritta dove è anche indicato un sistema
di coordinate.
La distanza percorsa nel suo tragitto è (1,3km +1,3km) = 2,6 km. = 2,6 x 103 m
SPOSTAMENTO
Lo spostamento Δx di un punto materiale è il cambiamento di posizione, cioè la differenza tra la posizione
finale xf e la posizione inziale xi: Δx = xf-xi Si misura in metri (m). Δx può essere:
- Δx è positivo se la posizione finale è maggiore della posizione iniziale (xf > xi).
- Δx è negativo se la posizione finale è minore della posizione iniziale (xf < xi).
- Δx è nullo se la posizione finale e quella iniziale coincidono (xf = xi).
Distanza percorsa e spostamento sono grandezze fisiche diverse. ESEMPIO:
la distanza percorsa da Marco da casa sua alla drogheria è 2,6 km, mentre lo spostamento è uguale a 0
perché xf = xi.
Distanza percorsa e spostamento sono grandezze diverse quando il moto rettilineo avviene nei due versi,
cioè quando ci sono percorsi di andata e ritorno.
Se il moto avviene sempre nello stesso verso, che si sceglie come verso positivo, la distanza percorsa e lo
spostamento coincidono.
ESEMPIO: Marco va da casa sua alla drogheria e poi va a casa di un suo amico che si trova sulla stessa via
dritta della drogheria e della casa di Marco a 500 metri da essa.
- Distanza percorsa = (1,3+1,3+0,5) km = 3,1 km
- Spostamento x = = 0 km-0,5km = -0,5 km (il verso meno indica che lo spostamento di Marco è nel
verso negativo, cioè verso sinistra).
LA LEGGE ORARIA DEL MOTO
La legge oraria del moto è una funzione x(t) che descrive la posizione di un punto materiale al variare del
tempo (in funzione del tempo).
DIAGRAMMI SPAZIO TEMPO
È utile visualizzare il moto di un corpo rappresentando graficamente la sua posizione in funzione del tempo.
Un diagramma spazio tempo è un grafico cartesiano in cui sull’asse orizzontale è riportato il tempo t e
sull’asse verticale è riportata la posizione x. Ogni punto nel diagramma rappresenta un evento.
L’origine degli assi rappresenta la partenza all’istante t = 0 dal punto x = 0.
Un errore da non commettere è quello di scambiare il diagramma spazio tempo del moto di un corpo con la
traiettoria del corpo.
LA VELOCITÀ
Quanto più è alta la velocità, tanto più breve è il tempo che si impiega a percorrere una certa distanza.
VELOCITÀ SCALARE MEDIA
ESEMPIO: si suppone di percorrere una distanza di 160 km in 2 ore. Quanto siamo veloci?
Una distanza di 160 km percorsa in 2 ore corrisponde mediamente ad una distanza di 80 km percorsa in
un’ora. La nostra velocità è di 80 km/h e si chiama velocità scalare media:
velocità scalare media = distanza percorsa/tempo impiegato.
Il tempo impiegato è definito come l’intervallo di tempo tra l’istante iniziale e l’istante finale, cioè è Δt = t f-ti
La velocità scalare media ha le dimensioni fisiche di una lunghezza divisa per un tempo e nel SI si misura in
metri al secondo (m/s). Sia la distanza sia il tempo impiegato sono grandezze positive, perciò la velocità
scalare media è sempre positiva.
1 km/h = 1000 m/3600 s = (1/3,6) m/s inversamente 1 m/s = 3,6 km/h
Quindi per convertire la misura della velocità si possono utilizzare le seguenti regole:
- Per passare da km/h a m/s si divide per 3,6.
- Per passare da m/s a km/h si moltiplica per 3,6.
ESEMPIO: la velocità scalare media di un velocista è di 10 m/s corrispondenti a:
3,6 ((km/h) / (m/s)) x 10 m/s = 36 km/h.
Invertendo la relazione che definisce la velocità scalare media, si può calcolare la distanza percorsa da un
oggetto conoscendo la sua velocità scalare media e il tempo impiegato, che è:
distanza percorsa: velocità scalare media x tempo impiegato
analogamente conoscendo la velocità scalare media e la distanza percorsa, il tempo impiegato è:
tempo impiegato = distanza percorsa/velocità scalare media.
VELOCITÀ MEDIA
Per descrivere un moto, in molte situazioni, si utilizza la velocità media vm anziché la velocità scalare media.
vm è il rapporto tra lo spostamento e il tempo impiegato a compierlo. vm = Δx/Δt = (xf-xi) /(tf-ti)
Nel SI la velocità media si misura in metri al secondo (m/s).
Invertendo la relazione che definisce v, si può calcolare lo spostamento conoscendo la velocità media e il
tempo impiegato: Δx = vm x Δt
Oppure si può calcolare il tempo impiegato conoscendo la velocità media e lo spostamento: Δt = Δx/vm
DIFFERENZA TRA VELOCITÀ SCALARE MEDIA E VELOCITÀ MEDIA
La velocità media non ci informa soltanto su quanto rapidamente l’oggetto si sta muovendo, ma ci dice
anche in quale verso esso si muove. Ad esempio:
- Se un oggetto si muove nel verso positivo dell’asse cartesiano di riferimento, allora xf > xi e vm > 0.
- Se l’oggetto si muove nel verso negativo, e quindi xf < xi e vm < 0.
La velocità media, quindi, fornisce più informazioni rispetto alla velocità scalare media.
La velocità media coincide con la velocità scalare media solo se il corpo si muove sempre nello stesso verso,
scelto come verso positivo.
INTERPRETAZIONE GRAFICA DELLA VELOCITÀ MEDIA
ESEMPIO 1: si consideri il moto rappresentato nel diagramma spazio-tempo della foto.
Si vuol determinare la velocità media della particella nell’intervallo
di tempo fra t = 0 s e t = 3 s.
Poiché la posizione all’istante t = 0 s è x = 1 m e all’istante t = 3 s è x
= 2 m, applicando la definizione di velocità media si ottiene: vm =
Δx/Δt = (2m – 1 m) / (3 s – 0 s) = 0,3 m/s
Nel grafico si disegna il segmento che unisce la posizione della
particella al tempo t = 0 (punto A) con la posizione al tempo t = 3 s
(punto B).
Il coefficiente angolare (cioè la pendenza) della retta che congiunge
i punti A e B è uguale all’incremento di x rispetto a t, cioè:
coefficiente angolare = Δx/Δt
Ma Δx/Δt è la velocità media, perciò si conclude dicendo che:
il coefficiente angolare della retta che congiunge due punti del grafico spazio-tempo è uguale alla velocità
media nell’intervallo di tempo tra i due punti.
ESEMPIO 2: calcolare la velocità media fra l’istante t = 2 s e l’istante t = 3 s della foto.
Si può osservare dal grafico che la retta ha un coefficiente angolare negativo, quindi vm < 0, cioè la particella
si sta muovendo nel verso negativo.
La retta è molto più inclinata rispetto a quella dell’esempio precedente e pertanto, il suo coefficiente
angolare è maggiore in valore assoluto.
Infatti se si calcola il coefficiente angolare in questo intervallo di tempo si ottiene:
vm = Δx/Δt = (2 m – 4 m) / (3 s – 2 s) = -2 m/s
quindi dal grafico spazio-tempo si ottiene un’informazione immediata sulla velocità media in un
determinato intervallo di tempo.
VELOCITÀ ISTANTANEA
La velocità istantanea v è il valore limite della velocità media vm = Δx/Δt quando Δt tende a zero.
La velocità media è utile per caratterizzare il moto, ma a volte considerare solo tale grandezza può portare
a conclusioni sbagliate.
ESEMPIO: si suppone di viaggiare in automobile su una lunga strada rettilinea e di percorrere 136 km in 2 h.
La velocità media è di 68 km/h, ma sicuramente solo in pochi istanti durante il viaggio la velocità è stata
effettivamente di 68 km/h.
Si può aver viaggiato a 90 km/h per la maggior parte del tempo, ma per tutto il tempo durante il quale il
guidatore è stato fermo alla stazione di servizio la velocità è stata uguale a 0 km/k.
Per avere una rappresentazione più accurata del viaggio, si deve calcolare la velocità media su intervalli di
tempo più piccoli.
Se ad esempio si calcola la velocità media ogni 15 minuti, si ottiene una migliore rappresentazione del
viaggio, ma per ottenere una rappresentazione ancora più realistica si calcola la velocità media ogni minuto,
o ogni secondo.
Avendo a che fare con il moto di una qualsiasi particella, l’ideale sarebbe conoscere la sua velocità in ogni
istante e questa idea di una velocità corrispondente a ogni istante di tempo è proprio ciò che si intende con
velocità istantanea.
In termini matematici, la velocità istantanea è definita come il limite della velocità media Δx/Δt quando Δt
tende a zero, cioè la velocità media calcolata su intervalli di tempo Δt sempre più piccoli, tendenti a zero.
Man mano che l’intervallo Δt diventa piccolo, anche Δx diminuisce, ma il rapporto Δx/Δt tende a un valore
definito, che è la velocità istantanea. Nel SI la velocità istantanea si misura in metri al secondo (m/s).
Mentre la velocità media si riferisce sempre a un determinato intervallo di tempo, la velocità istantanea si
riferisce a uno specifico istante.
La velocità istantanea, proprio come la velocità media, può essere positiva, negativa o nulla.
Se si effettua un analogo limite sulla velocità scalare media, si ottiene la velocità scalare istantanea.
Questa velocità non è indipendente dalla velocità istantanea, si trova infatti che:
la velocità scalare istantanea è uguale al valore assoluto della velocità istantanea.
ESEMPIO: Il tachimetro di un’automobile fornisce una lettura della velocità scalare istantanea del veicolo.
Mentre la velocità scalare media e la velocità media possono avere valori assoluti diversi, la velocità scalare
istantanea e la velocità istantanea hanno sempre lo stesso valore assoluto.
INTERPRETAZIONE GRAFICA DELLA VELOCITÀ ISTANTANEA
ESEMPIO: si consideri un generico diagramma spazio-tempo, come quello nella foto.
Per dare un’interpretazione grafica della velocità istantanea, ad esempio all’istante t = 0,50 s, si calcoli la
velocità media per una successione di intervalli di tempo.
Se si considera l’intervallo tra 0,50 s e 1,50 s, la velocità media, data dal coefficiente angolare della retta che
congiunge i punti A e B è: vm = (28 – 17,2) m / (1,50 – 0,50) s = 10,8 m/s
Ora si riduce l’intervallo di tempo: la velocità media tra 0,50 s e 1,00 s (coefficiente angolare della retta che
congiunge i punti A e C) è: vm = (25,6 – 17,2) m / (1,00 – 0,50) s = 16,8 m/s
Se si riduce ancora l’intervallo di tempo si trova che la velocità media tra 0,50 s e 0,75 s è 20,4 m/s e così via.
Procedendo in questo modo, si arriva a un valore limite che rappresenta il coefficiente angolare della retta
tangente alla curva x(t) nel punto di ascissa t = 0,50 s.
La velocità istantanea in un dato istante è uguale al coefficiente angolare della retta tangente al grafico
spazio-tempo nel punto corrispondente a tale istante.
Dunque il diagramma spazio-tempo fornisce
informazioni non solo sulla posizione della
particella, ma anche sulla sua velocità.
In particolare si nota che il coefficiente
angolare di una retta è uguale a zero quando
la retta è parallela all’asse delle ascisse.
Quindi:
la velocità istantanea è uguale a zero nei punti
in cui la tangente alla curva x(t) è orizzontale:
questi sono i punti in cui la curva x(t) ha un
massimo o un minimo.
Nel diagramma della foto precedente, la velocità è nulla nel punto B, cioè nell’istante t = 1,50 s.
La lettura del grafico è dunque la seguente:
il corpo si sposta nel verso positivo delle x fin o al tempo t = 1,50 s e alla posizione x = 28,0 m, poi si ferma
per un istante e torna indietro.
IL MOTO RETTILINEO UNIFORME
Un moto rettilineo uniforme è un moto che avviene lungo una traiettoria rettilinea con velocità costante.
ESEMPIO: un corpo che si muove con una velocità costante di 2 m/s.
Se il corpo passa dal punto x = 0 m nell’istante t = 0 s, la sua posizione nell’istante t = 1 s corrisponde a x =
2m, nell’istante t = 2 s a x = 4 m e così via.
Riportando questo moto in un diagramma spazio-tempo, si ottiene una retta.
Le rette che congiungono due punti qualsiasi di questa retta e le tangenti in un punto qualsiasi coincidono
con la stessa retta.
In altri termini, se la velocità è costante, la velocità media vm in qualunque intervallo di tempo è uguale alla
velocità istantanea v in ogni istante.
Il coefficiente angolare è costante e può essere calcolato prendendo un generico intervallo di tempo Δt e
dividendo per esso lo spostamento corrispondente Δx: v = vm = Δx/Δt
ESEMPIO: Il coefficiente angolare della retta 1 nella foto è 2 m/s.
La retta 2, rappresenta un moto uniforme con una velocità minore, pari a 1 m/s.
Il corpo passa dal punto x = 0 m nell’istante t = 0 s; la sua posizione nell’istante t = 1 s corrisponde a x = 1m,
nell’istante t = 2 s a x = 2 m e così via.
La retta 2, meno inclinata della retta 1, rappresenta un moto uniforme con velocità minore.
LA LEGGE ORARIA DEL MOTO RETTILINEO UNIFORME
La legge oraria generale del moto rettilineo uniforme si ottiene dalla relazione scritta in precedenza,
ponendo ti = 0 / tf = t / xi = x0 / xf = x:
v = Δx/Δt = xf-xi) / (tf-ti) v = (x-x0) / t
moltiplicando primo e secondo membro per t e isolando a sinistra la x si ottiene:
vt = ((x-x0) / t)) x t x = x0 + vt
se per t = 0, x0 = 0 x = vt
in un diagramma spazio tempo la legge del moto rettilineo uniforme è rappresentata da una retta di
coefficiente angolare v, che interseca l’asse delle ordinate nel punto x0.
Nel caso in cui al tempo t = 0 il corpo si trovi nel punto x0 = 0, la retta corrispondente passa per l’origine
degli assi.
L’ACCELERAZIONE
- La velocità è una misura della variazione della posizione nel tempo.
- L’accelerazione è una misura della variazione della velocità del tempo.
ESEMPIO: quando si preme sull’acceleratore, la velocità dell’auto aumenta: si dice allora che l’auto
accelera.
Quando invece si preme sul pedale del freno, la velocità dell’auto diminuisce e l’auto decelera o frena.
Dal punto di vista della fisica, l’auto è soggetta a un’accelerazione, cioè a una variazione di velocità.
Un oggetto accelera ogni volta che la sua velocità cambia, non importa in che modo:
l’oggetto accelera sia quando la sua velocità aumenta sia quando la sua velocità diminuisce.
ACCELERAZIONE MEDIA
L’accelerazione media am di un corpo è il rapporto tra la variazione Δv della velocità istantanea del corpo e
l’intervallo di tempo Δt in cui avviene tale variazione: am = Δv/Δt = (vf-vi) / (tf-ti)
Come la velocità media, l’accelerazione media può essere positiva, negativa o nulla.
Le dimensioni dell’accelerazione media sono le dimensioni di una velocità divisa un tempo.
L’unità di misura è il metro al secondo diviso secondo, cioè il metro al secondo quadrato. (m/s2).
Invertendo la relazione che definisce l’accelerazione media am, si può calcolare la variazione della velocità
Δv nell’intervallo di tempo Δt: Δv = am x Δt
Oppure l’intervallo di tempo Δt in cui la velocità varia di Δv: Δt = Δv/am
SEGNO DELLA VELOCITÀ E DELL’ACCELERAZIONE
Se non sono nulle, la velocità e l’accelerazione possono essere sia positive che negative, a seconda che
siano nel verso positivo o negativo del sistema di coordinate scelto.
Perciò, la velocità e l’accelerazione di un oggetto possono avere segni uguali oppure opposti.
Si hanno le due possibilità seguenti:
- Quando la velocità e l’accelerazione di un oggetto hanno lo stesso segno, il modulo della velocità
aumenta.
- Quando la velocità e l’accelerazione di un oggetto hanno segno opposto, il modulo della velocità
diminuisce.
Nella foto si può osservare che quando
il modulo della velocità aumenta, la
velocità può diventare “più positiva”,
oppure più negativa (b).
Quando il modulo della velocità
diminuisce si dice che l’oggetto sta
decelerando (c e d).
Decelerazione non vuol dire
accelerazione negativa, ma solo
accelerazione di segno opposto alla
velocità.
ACCELERAZIONE ISTANTANEA
Si considerano intervalli più piccoli (come fatto prima per la velocità istantanea) e si definisce
l’accelerazione istantanea come il valore al quale tende l’accelerazione media Δv/Δt quando l’intervallo di
tempo tende a zero.
L’accelerazione istantanea a è il valore limite dell’accelerazione media am = Δv/Δt quando Δt tende a zero.
Nel SI l’accelerazione istantanea si misura in metro al secondo quadrato (m/s2).
L’accelerazione istantanea può essere positiva, negativa o nulla.
- L’accelerazione media, come la velocità media si riferisce sempre a un intervallo di tempo.
- L’accelerazione istantanea, come la velocità istantanea, si riferisce ad uno specifico istante.
IL MOTO UNIFORMEMENTE ACCELERATO
Un moto uniformemente accelerato è un moto rettilineo con accelerazione costante.
ESEMPIO: trascurando la resistenza dell’aria, gli oggetti che cadono si muovono di moto uniformemente
accelerato.
RELAZIONE TRA VELOCITÀ E TEMPO
Se l’accelerazione è costante, essa ha lo stesso valore in tutti gli istanti.
Quindi si può dire che quando l’accelerazione è costante, l’accelerazione istantanea e l’accelerazione media
sono uguali.
Ricordando la definizione di accelerazione media: am = Δv/Δt = (vf-vi) / (tf-ti)
Si può scrivere che: a = (vf-vi) / (tf-ti)
Gli istanti iniziale e finale possono essere scelti arbitrariamente.
Quindi se si pone ti = 0 come istante iniziale, v i = v0 come velocità iniziale come velocità nell’istante iniziale,
tf = t come istante finale e v f = v come velocità corrispondente, la relazione precedente diventa:
a = (v-v0) / (t-0) = (v-v0) / t cioè v- v0 = at dove v è la velocità nell’istante generico t.
Dalla relazione precedente, portando v0 al secondo membro, si ricava l’espressione della velocità del moto
uniformemente accelerato: v = v0+at
Nel diagramma velocità tempo, la relazione v = v 0+at è l’equazione di una retta che interseca l’asse della
velocità nel punto di ordinata v0 e ha pendenza a.
ESEMPIO:
la retta 1 rappresenta un moto uniformemente accelerato
con:
- Accelerazione a = Δv/Δt = ((2-1,5) (m/s)) / (4-2) s = 0,5
(m/s) / 2 s = 0,3 m/s2
- velocità iniziale v0 = 1 m/s.
la sua equazione è: v = v0+at = 1 m/s + (0,25 m/s2) x t
la retta 2 rappresenta un moto uniformemente accelerato
con:
- accelerazione a = Δv/Δt = ((0-0,5) (m/s)) / (2-1) s = -
(0,5 m/s) / 1 s = -0,5 m/s2
- velocità iniziale v0 = 1 m/s.
la sua equazione è: v = v0+at = 1 m/s – (0,5 m/s2) x t
LA LEGGE ORARIA DEL MOTO UNIFORMEMENTE ACCELERATO
Nel diagramma velocità tempo la distanza percorsa da un oggetto dall’istante t1 all’istante t2 è uguale
all’area della parte di piano sottesa alla curva della velocità tra questi due istanti.
Nel moto uniformemente accelerato, il grafico velocità tempo è il seguente:
Lo spazio percorso (pari alla differenza x-x0 tra la posizione del corpo all’istante t e la
posizione all’istante iniziale) è l’area del trapezio evidenziata nella foto.
Si ha quindi: x-x0 = ((v+v0) x t) /2 = ((v0+at+v0) x t) /2 = v0t+1/2 at2
In cui si è utilizzata la legge della velocità, per esprimere la velocità all’istante t.
Legge oraria del moto uniformemente accelerato (con a costante): x = x0+v0t+ ½ at2
In un diagramma spazio tempo, questa è l’equazione di una parabola che interseca l’asse x nel punto x = x 0.
Se all’istante t = 0 il corpo si trova a x0 = 0, la parabola passa per l’origine.
- Se l’accelerazione è positiva (a > 0), la curva la concavità rivolta verso l’alto.
- Se l’accelerazione è negativa (a < 0), la curva ha la
concavità rivolta verso il basso.
- Se un oggetto si muove con velocità costante (a = 0),
la dipendenza da t2 scompare e il diagramma spazio
tempo si riduce a una linea retta.
ESEMPIO: nella seguente foto sono rappresentati tre diversi
moti in un diagramma spazio tempo.
Le due parabole rappresentano due moti uniformemente
accelerati, rispettivamente con a1 = 0,25 m/s2 e a2 = -0,5
m/s2. La retta rappresenta un moto rettilineo uniforme con
velocità costante v = 5 m/s.
RELAZIONE TRA VELOCITÀ E SPOSTAMENTO
Ora si deriva un’ultima legge del moto uniformemente accelerato ovvero quella che mette in relazione lo
spostamento e la velocità.
Si consideri un corpo che parte da fermo (quindi v0 = 0) dalla posizione x = 0 (quindi x0 = 0).
Con queste condizioni la legge oraria e la relazione velocità-tempo sono, rispettivamente:
x = ½ at2 e v = at
ricavando il tempo dalla seconda relazione, t = v/a, e sostituendolo nella prima, si ottiene:
x = ½ * a * (v/a) 2 = ½ * a * (v2/a2) = v2/2a
questa è la relazione che dà lo spostamento x in funzione della velocità v.
Se la si inverte, si ottiene il quadrato della velocità in funzione di x: v2 = 2ax
In sintesi nel caso particolare in cui un corpo parte da fermo (v0 = 0) dall’origine dell’asse x (x0 = 0), si ha:
x = v2/2a v2 = 2ax
nel caso generale in cui un corpo parte dal punto x0 con velocità v0, la relazione tra la velocità v è lo
spostamento Δx = x -x0 diventa:
Δx = v2-v02/2a v2 = v02 + 2a * Δx
Ovviamente nel caso x0 = 0 e v0 = 0, queste formule si riducono a quelle precedenti.
Leggi del moto uniformemente accelerato:
- a = costante - v = v0+at
2
- x = x0 + (v0 * t)+ ½at - v2 = v02 + 2a * Δx
LA CADUTA LIBERA
Un esempio di moto uniformemente accelerato è la caduta libera, cioè il moto di un oggetto che cade
liberamente sotto l’influenza della gravita.
EFFETTO DELLA RESISTENZA DELL’ARIA SULLA CADUTA LIBERA
Per illustrare l’effetto della resistenza dell’aria, si considera la caduta di un foglio di carta e di una palla di
gomma:
la carta scende lentamente al suolo, impiegando molto più tempo a cadere rispetto alla palla.
Se però si accartoccia il foglio di carta fino a farlo diventare una palla e si ripete l’esperimento, si può notare
che la palla di carta e quella di gomma raggiungono il suolo più o meno nello stesso istante.
Quando il foglio di carta è stato ridotto ad una palla, l’effetto della resistenza dell’aria è notevolmente
diminuito, così che entrambi gli oggetti cadono più o meno come se fossero nel vuoto.
La caduta libera è il moto di un oggetto sottoposto solo all’influenza della forza di gravità.
Le leggi del moto di caduta libera non si applicano soltanto alla caduta di un corpo intesa in senso stretto,
ma a qualsiasi moto sotto l’influenza della sola forza di gravità, quindi anche al moto di un oggetto lanciato
verso l’alto.
L’ACCELERAZIONE DI GRAVITÀ
L’accelerazione prodotta dalla forza di gravità sulla superficie terrestre è g ed è detta accelerazione di
gravità.
Il valore g varia al variare della posizione sulla superficie della Terra e al variare dell’altitudine.
g = 9,81 m/s2 (mai -9,81 m/s2):
- se si sceglie un sistema di coordinate con direzione positiva verso l’alto, l’accelerazione nella caduta
libera è: a = -g.
- se si sceglie un sistema di coordinate con direzione positiva verso il basso, l’accelerazione nella
caduta libera è: a = g.
CADUTA LIBERA CON PARTENZA DA FERMO DA UN’ALTEZZA H
Il caso della caduta libera con partenza da fermo, cioè con v0 = 0, è molto frequente e si incontra in
numerosi contesti, AD ESEMPIO: un oggetto lasciato cadere da un’altezza h rispetto a terra:
si pone l’origine 0 dell’asse cartesiano a terra, si sceglie un sistema di coordinate con direzione positiva
verso l’alto e si chiama h la posizione iniziale dell’oggetto (x0 = h).
l’accelerazione a cui è sottoposto l’oggetto in caduta libera sarà allora a = -g, perché diretta verso il basso.
ESEMPIO 2: si consideri una pallina lasciata cadere da un’altezza di 100 m rispetto a terra.
Il modulo della velocità cambia linearmente con il tempo in modo direttamente proporzionale al tempo e
che lo spazio percorso cresce con il quadrato del tempo.
Le leggi del moto rettilineo uniformemente accelerato per l’oggetto che cade da fermo da un’altezza h sono:
a = -g a = -g
v = 0 – gt cioè v = -gt
x = h + 0 -½gt2 x = h – ½ gt2
dalle leggi orarie si può ricavare il tempo che il corpo impiega per arrivare a terra ponendo x = 0 nella
relazione x = h – ½ gt2: 0 = h - ½ gt2 h = ½ gt2 t = V (2h)/g
Sostituendo t nell’equazione v = -gt si ottiene la velocità con cui il corpo arriva a terra:
v = -gt = -g x V (2h)/g v = - V2gh
dove il segno meno indica che è rivolta verso il basso, cioè nel senso opposto a quello scelto come positivo.
LANCIO VERSO IL BASSO DA UN’ALTEZZA H
ESEMPIO: Si suppone di lanciare un oggetto verso il basso con una velocità iniziale v 0.
Se si sceglie l’asse x in modo che l’origine coincida con la terra e il verso positivo sia verso l’alto, la posizione
iniziale dell’oggetto è l’altezza h dalla quale viene lanciato.
L’accelerazione è sempre a = -g, ma ora si ha una velocità iniziale. La velocità, quindi, cresce linearmente in
modulo, a partire dal valore iniziale v0, man mano che l’oggetto scende.
Anche in questo caso v = -v0 – gt perché la velocità iniziale è un vettore rivolto verso il basso.
Le leggi del moto rettilineo uniformemente accelerato dell’oggetto lanciato verso il basso da un’altezza h
sono le seguenti: a = -g / v = -v0-gt / x = h-v0t-½gt2
il segno meno nel termine – v0t dell’ultima equazione è dovuto al fatto che la velocità inziale è diretta verso
il basso e quindi fa diminuire l’altezza più velocemente.
LANCIO VERSO L’ALTO
ESEMPIO: si suppone di lanciare un oggetto verso l’alto con una velocità iniziale v 0.
Si sceglie l’asse x in modo che l’origine coincida con la posizione iniziale dell’oggetto e il verso positivo sia
verso l’alto.
La velocità diminuisce man mano che l’oggetto sale.
Quando l’oggetto raggiunge la massima altezza, la sua velocità diventa uguale a zero per un istante e poi
aumenta in modulo, perché l’oggetto comincia a cadere.
Le leggi del moto dell’oggetto in questo caso sono: a = -g / v = v0-gt / x = v0t-½gt2
Il tempo tmax impiegato dall’oggetto per arrivare alla massima altezza si ottiene ponendo v = 0 nella
relazione velocità tempo: 0 = v0-gtmax tmax = v0/g
tmax quindi è uguale al tempo che impiega per ritornare al punto di partenza.
Il tempo di salita e di discesa, sarà quindi: tvolo = 2v0/g
Per calcolare la massima altezza alla quale arriva l’oggetto, si sostituisce l’espressione di tmax a t
nell’equazione della posizione:
xmax = v0t-½ gt2 xmax = v0 * (v0/g) -½g * (v0/g)2 = (v02/g) – ((1/2) * ((v02/g)) = v02/2g
MOTI IN DUE DIMENSIONI (CAP.8)
IL MOTO DI UN PUNTO MATERIALE NEL PIANO
Per descrivere un moto nel piano bisogna introdurre un sistema di coordinate bidimensionale.
Bisogna scegliere un’origine O e un verso positivo per l’asse x e per l’asse y.
Se il sistema fosse tridimensionale si dovrebbe indicare anche l’asse z.
La posizione di un oggetto è indicata dalle coordinate x e y.
Le grandezze cinematiche che descrivono i moti nel piano, cioè la posizione, lo spostamento, la velocità e
l’accelerazione sono grandezze vettoriali.
VETTORE POSIZIONE
In un sistema di coordinate bidimensionale, la
posizione di un oggetto è indicata da un vettore che
va dall’origine al punto in cui si trova l’oggetto.
Questo vettore si chiama vettore posizione e si
indica generalmente con r.
Il modulo r del vettore posizione si ottiene
applicando il teorema di Pitagora al triangolo
rettangolo che ha come lunghezza dei cateti le componenti x e y di r: r = x2 + y2
Nel SI il modulo dirsi misura in metri (m).
VETTORE SPOSTAMENTO
Se si è nella posizione iniziale indicata dal vettore posizione r1 e ci
si sposta nella posizione finale rappresentata dal vettore posizione
r2, il vettore spostamento r rappresenta la variazione di posizione.
Il vettore spostamento r è determinato come differenza fra il
vettore r2 e il vettore r1: Δr= r2 – r1.
Nel SI il modulo di Δr si misura in metri (m,).
Se le componenti di r2 e di r1 venissero chiamate (x2; y2) e (x1; y1),
le componenti (Δx; Δy) del vettore spostamento saranno: Δx = x2 – x1 e Δy= y2 -y1.
VETTORE VELOCITÀ
Il vettore velocità media è definito come il rapporto fra il vettore spostamento Δr e il tempo Δt impiegato a
compiere tale spostamento: Vm= Δr/Δt
Nel SI il modulo del vettore Vm si misura in metri al
secondo (m/s).
Essendo Δr un vettore, anche Vm è un vettore:
è il vettore Δr moltiplicato per lo scalare 1/Δt.
Vm è parallelo a Δr e il suo modulo si misura in m/s.
Per visualizzare Vm, si immagina un oggetto che si
muove in due dimensioni lungo la traiettoria
indicata dalla linea rossa. Se l’oggetto si trova nel
punto P1, nell’istante t1 e nel punto P2 nell’istante t2,
il suo spostamento è indicato dal vettore Δr.
Il vettore velocità media è parallelo a Δr; dal punto di vista fisico ciò ha senso perché nell’intervallo di
tempo fra t1 e t2, l’oggetto si è spostato, in media, in direzione Δr.
In altre parole, un oggetto che parte da P1 nell’istante t1 e si muove con velocità Vm fino all’istante t2,
arriverà esattamente nello stesso punto P2 di un’oggetto che abbia seguito la traiettoria rossa della figura.
Calcolando il vettore velocità media su intervalli di
tempo sempre più piccoli, si ottiene il vettore velocità
istantanea. Al limite, per intervalli di tempo piccolissimi
(tendenti a 0), il vettore velocità media tende al vettore
velocità istantanea, che punta nella direzione del moto.
Nel SI il modulo di v si misura in metri al secondo (m/s).
Il vettore velocità istantanea in un determinato istante
è tangente alla traiettoria della particella in quell’istante.
VETTORE ACCELERAZIONE
Il vettore accelerazione media in un dato intervallo di tempo Δt, è definito come il rapporto tra la variazione
del vettore velocità Δv e lo scalare Δt: am= Δv/Δt
Nel SI il modulo di am si misura in metri al secondo quadrato (m/s2).
Il vettore accelerazione media ha la stessa direzione e lo stesso verso del vettore Δv.
Quando un oggetto si muove lungo una traiettoria nel piano, il suo vettore velocità può cambiare in modulo
e/ o direzione.
Considerando intervalli di tempo infinitesimi (al limite tendenti a zero), possiamo definire l’accelerazione
istantanea:
il vettore accelerazione istantanea a è il vettore a cui tende il vettore accelerazione media am= Δv/Δt
quando Δt tende a 0. Nel SI il modulo di a si misura in metri al secondo quadrato (m/s2).
- Il vettore velocità v è sempre nella direzione del moto e quindi tangente alla traiettoria.
- Il vettore accelerazione a in generale ha direzione diversa da quella del modulo.
Un oggetto può quindi accelerare anche se la sua velocità scalare è costante, infatti, variando la direzione
della velocità, si ottiene una variazione Δv. ESEMPIO:
Si consideri un’automobile che viaggia a velocità di modulo costante su una traiettoria non rettilinea.
La velocità finale dell’auto è uguale in modulo alla velocità iniziale, ma la sua direzione è diversa.
Pertanto esiste un’accelerazione diretta verso il centro della curva.
Infatti, la componente dell’accelerazione nella direzione della velocità è nulla, mentre è diversa da 0 la
componente perpendicolare alla direzione della velocità.
LA COMPOSIZIONE DEI MOTI
La descrizione del moto di un corpo in due dimensioni è riconducibile alla descrizione di due moti
unidimensionali indipendenti, lungo la direzione x e la direzione y.
Il moto bidimensionale risulta dalla composizione dei moti unidimensionali lungo i due assi cartesiani.
ESEMPIO: Una tartaruga parte dall’origine nell’istante t = 0 e si muove con velocità costante v0 = 0,26 m/s
nella direzione che forma un angolo di 25o sopra l’asse x.
Di quanto si è spostata la tartaruga nelle direzioni x e y dopo 5 secondi?
Si può osservare che la tartaruga percorre in linea retta una distanza d = v0t = (0,26 m/s) (5 s) = 1,3 m.
Per la definizione di seno e coseno si può scrivere che: x = d cos25o = 1,2 m y = d sen 25o = 0,55 m
Un modo alternativo per affrontare il problema è quello di trattare separatamente i moti nelle due direzioni
x e y. Per prima cosa si determina la velocità della tartaruga in ciascuna direzione. Si può osservare che:
- La componente x della velocità è v0x = v0 cos 25° = 0,26 (sen25o) = 0,24 m/s
- La componente y della velocità è: v0y = v0 sen 25° = 0,26 (sen25o) = 0,11 m/s
Ora si determina la distanza percorsa dalla tartaruga in direzione x e in direzione y moltiplicando la velocità
in ciascuna direzione per il tempo:
- x = v0x t = (0,24 m/s) (5 s) = 1,2 m
- y = v0y t = (0,11 m/s) (5 s) = 0,55 m
Principio d’indipendenza dei moti: i moti lungo l’asse x e lungo l’asse y sono indipendenti e la loro
composizione fornisce il moto bidimensionale complessivo.
IL MOTO DI UN PROIETTILE
Si applica ora l’indipendenza dei moti orizzontale e verticale al moto di un corpo genericamente chiamato
proiettile, che viene lanciato in direzione non verticale ed è soggetto all’accelerazione di gravità.
Nello studio del moto di un proiettile si suppone che la resistenza dell’aria possa essere ignorata e che
l’accelerazione di gravità (diretta verso il basso) abbia il valore costante di g = 9,81 m/s2.
LE LEGGI DEL MOTO DI UN PROIETTILE
Le grandezze vettoriali coinvolte nello studio del moto di un proiettile sono:
- il vettore posizione
- il vettore velocità, con:
componente orizzontale vx costante.
componente verticale vy diretta verso l’alto o verso il basso a seconda che l’oggetto salga o scenda.
- Il vettore accelerazione, con:
componente orizzontale ax nulla.
Componente verticale ay = -g, cioè pari all’accelerazione di gravita e negativa se si sceglie l’asse y
con il verso positivo verso l’alto.
ESEMPIO: si consideri una palla da baseball, lanciata con un angolo θ rispetto all’orizzontale e si suppone
che la palla parta da un punto di coordinate (x0; y0).
Le componenti della velocità iniziale v0 sono: v0x = v0 cosθ v0y = v0 senθ
La palla si muove di moto uniforme con velocità v0x = v0 cosθ nella direzione x e di moto uniformemente
accelerato con velocità iniziale v0y = (+ o -) v0 senθ (il segno + o – è dovuto al verso della componente
verticale della velocità iniziale) e accelerazione ay = -g nella direzione y.
Le sue leggi del moto sono dunque:
ax = 0 ay = -g
in direzione x: vx = v0x in direzione y: vy = v0y -gt
x = x0 + v0x * t y = y0 + v0y * t – ½ gt2
TRAIETTORIA
La seguente foto mostra il moto di un proiettile per una serie di istanti, a intervalli di 0,10 s.
Si può notare che i punti riportati in figura non sono ugualmente spaziati, anche se si riferiscono a intervalli
di tempo uguali. La traiettoria mostrata nella foto è una parabola.
Si può dimostrare che la traiettoria del moto di un proiettile è sempre una traiettoria parabolica.
Per questo motivo il moto di un proiettile viene anche chiamato moto parabolico.
Si suppone che il punto di arrivo del proiettile si trovi più in basso del punto di lancio.
In tal caso, se y = 0 è l’ordinata del punto di arrivo, l’ordinata del punto di lancio y 0 è positiva e rappresenta
l’altezza h da cui è lanciato il proiettile.
La posizione del proiettile a un generico istante t è data dalle equazioni del moto:
x = v0t y = y0 + v0y * t – ½ gt2
se si ricava t dalla prima equazione e si sostituisce nella seconda, si ottiene:
t = x/v0x y = y0+v0y * (x/v0x) – 1/2 g * (x/v0x)2 cioè y = y0 + (v0y/v0x) * x – (g/2v0x2) * x2
2
y è legata a x da un’equazione del tipo: y = ax +bx+c
con a = -(g/2v0x2) = costante // con b = v0y/v0x = costante // c = y0 = costante
che è l’equazione di una parabola con la concavità rivolta verso il basso (a < 0), passante per il punto (0; y 0).
ESEMPIO: nella foto seguente sono riportate le traiettorie di un proiettile con la stessa velocità iniziale e lo
stesso angolo, ma lanciato da due altezze diverse.
Se invece si suppone che il punto di arrivo si trovi allo stesso livello del punto di lancio, si può scegliere un
sistema di riferimento cartesiano con l’origine coincidente con il punto di lancio.
In questo caso, y0 = 0 e l’equazione della traiettoria diventa: y = (v0y/v0x) * x – (g/2v0x2) * x2
Cioè un’equazione del tipo: y = ax2 + bx che è l’equazione di una parabola passante per l’origine degli assi
con concavità verso il basso (a < 0).
ESEMPIO 2: nella seguente foto sono riportate le traiettorie di un proiettile con velocità iniziale di 20 m/s
per due diversi angoli di lancio: θ = 30° e θ = 45°.
LANCIO ORIZZONTALE
Un caso particolare del moto di un proiettile è quello in cui l’oggetto viene lanciato orizzontalmente, cioè in
modo che l’angolo fra la velocità iniziale e l’orizzontale sia θ = 0°.
ESEMPIO: si suppone che una pallina sia lanciata da un tavolo da ping-pong di altezza h con velocità di
modulo v0, come nella foto.
Se si sceglie il livello del suolo come y = 0 e il punto di lancio della palla direttamente al di sopra dell’origine,
la posizione iniziale della palla è data da: x 0 = 0 y0 = h
Poiché la velocità iniziale è orizzontale, la componente x della velocità iniziale è semplicemente il modulo
della velocità iniziale: v0x = v0 cos 0° = v0
E la componente y della velocità iniziale è zero: v0y = v0 sen 0° = 0
Sostituendo questi valori di v0x e v0y nelle leggi del moto parabolico di un proiettile si ottengono i seguenti
risultati per il lancio orizzontale (θ = 0°) da un’altezza h:
ax = 0 ay = -g
in direzione x: vx = v0 in direzione y: vy = -gt
x = v0t y = h –½gt2
si può osservare che la componente x della velocità rimane la stessa in ogni istante e che la componente y
decresce in modo direttamente proporzionale al tempo.
Di conseguenza, x cresce linearmente nel tempo e Δy = y-h decresce proporzionalmente a t 2.
IL MOTO CIRCOLARE
Il moto circolare è un moto la cui traiettoria è circolare, cioè un moto che avviene lungo una circonferenza.
ESEMPIO: si immagini di far girare sopra la nostra testa una pallina legata ad un filo in modo da farle
descrivere una circonferenza di raggio r pari alla lunghezza del filo.
Il moto della pallina è un esempio di moto circolare di un punto materiale.
POSIZIONE ANGOLARE
Per descrivere un moto circolare è conveniente introdurre delle grandezze cinematiche “angolari”.
La posizione angolare viene definita collocando l’origine di un sistema di assi cartesiani nel centro della
circonferenza.
La posizione angolare di un punto materiale è definita come l’angolo θ formato dal raggio passante per il
punto con l’asse x.
Per convenzione l’angolo θ è positivo se misurato in senso antiorario rispetto all’asse x ed è negativo se
misurato in senso orario. POSIZIONE ANGOLARE Θ = angolo misurato rispetto all’asse x.
Per i calcoli scientifici è più conveniente il radiante (rad) come unità di misura dell’angolo, anche se l’unità
più utilizzata per esso è il grado (o).
Il radiante è definito come l’ampiezza di un angolo che, su una circonferenza con il centro nel vertice
dell’angolo, intercetta un arco di lunghezza uguale al raggio della circonferenza.
Si può dire che: la misura in radianti di un angolo θ è il rapporto fra la lunghezza l dell’arco AB individuato
dall’angolo sulla circonferenza e il raggio r della circonferenza: θ = l/r
Perciò la lunghezza l dell’arco corrispondente a un angolo θ misurato in radianti è: l = r * θ
In un giro completo, la lunghezza dell’arco è uguale alla lunghezza della circonferenza C = 2πr.
Confrontando questa relazione con l = r * θ, si può notare che un giro completo corrisponde a un angolo di
2π radianti: 1 giro = 360° = 2π rad
Da cui si ottiene la misura in gradi di un angolo di 1 rad: 1 rad = 360°/2π = 57,3°
I radianti come i gradi, sono unità adimensionali.
Nella relazione l = r * θ, la lunghezza dell’arco e il raggio hanno entrambi come unità di misura il metro e
affinchè l’equazione sia dimensionalmente corretta, è necessario che θ non abbia dimensioni.
Se un angolo θ è di 3 radianti, si scrive θ = 3 rad per ricordare l’unità di misura angolare che si sta utilizzando.
VELOCITÀ ANGOLARE
Al passare del tempo, la posizione angolare del punto materiale che si muove su una traiettoria circolare
cambia, come illustrato nella foto. Lo spostamento angolare Δθ del punto materiale è: Δθ= θ 2-θ1
Se si divide lo spostamento angolare per l’intervallo di tempo t durante il quale avviene lo spostamento, si
ottiene la velocità angolare media ωm: ωm = Δθ/Δt Nel SI ωm si misura in radianti al secondo (rad/s = s-1).
Questa definizione è analoga a quella della velocità lineare media vm = Δx/Δt.
Si può definire la velocità angolare istantanea come il valore della velocità angolare media ω m quando
l’intervallo di tempo Δt diventa piccolissimo (tende a 0).
La velocità angolare istantanea è uguale a: ωm = Δθ/Δt quando Δt tende a 0.
Nel SI si misura in radianti al secondo (rad/s = s-1).
Si può osservare che la velocità angolare può essere positiva o negativa a seconda del verso del moto. Se il
punto materiale si muove in verso antiorario, la posizione angolare θ aumenta, quindi Δθ è positivo e ω è
positiva.
Analogamente, a un movimento in verso orario corrisponde uno spostamento Δθ negativo e quindi una
velocità ω negativa. ω > 0: moto antiorario ω < 0: moto orario.
VELOCITÀ TANGENZIALE
In ogni istante un punto materiale in moto circolare uniforme si muove in direzione tangenziale alla
traiettoria e ha dunque una velocità tangenziale v.
Si suppone che il punto materiale effettui, in un intervallo di tempo Δt tendente a 0, uno spostamento
angolare infinitesimo Δθ, come mostrato in foto.
Lo spostamento Δs, dato dalla corda che sottende l’angolo Δθ, è all’incirca uguale all’arco di circonferenza
Δl, che è: Δl = r * Δθ
Dividendo per Δt si ha approssimativamente (cioè nel limite di angoli molto piccoli):
Δs/Δt = Δl/Δt = r * (Δθ/Δt)
Il modulo v della velocità tangenziale è il valore limite a cui tende il rapporto Δs/Δt quando Δt tende a 0 ed
è quindi dato dal prodotto di r per ω (che è il valore limite a cui tende la velocità angolare media Δθ/Δt):
v = r * ω (relazione tra il modulo della velocità tangenziale e la velocità angolare)
IL MOTO CIRCOLARE UNIFORME
Un moto circolare uniforme è un moto circolare con velocità angolare costante.
La legge di questo moto è molto simile a quella del moto rettilineo uniforme, a differenza che, al posto delle
grandezze lineari bisogna considerare le corrispondenti grandezze angolari.
Se all’istante iniziale t = 0 il corpo ha una posizione angolare θ0, all’istante generico t la sua posizione
angolare sarà: θ = θ0 + ωt con ω costante
Il moto circolare uniforme è un esempio di moto periodico, cioè di moto che si ripete ciclicamente nel
tempo. In generale, in un moto periodico, un oggetto torna a occupare la stessa posizione dopo un
intervallo di tempo T, detto periodo.
Il periodo (T) è il tempo necessario per compiere un ciclo completo. Nel SI si misura in secondi (s).
In un moto circolare uniforme, un giro corrisponde a Δθ = 2π e l’intervallo di tempo impiegato è Δt = T.
Pertanto la velocità angolare è: ω = Δθ/Δt = 2π/T
Risolvendo rispetto a T si ottiene il periodo del moto circolare uniforme: T = 2π/ω
Un’altra grandezza tipica dei moti periodici è la frequenza f che è l’inverso del periodo T.
La frequenza è il numero di cicli completi per unità di tempo, cioè è l’inverso del periodo: f = 1/T
Nel SI la frequenza si misura in hertz (Hz): 1 Hz = 1 ciclo/secondo = 1 s-1
Poiché ω = 2π/T e f = 1/T, si ha anche ω = 2πf.
ACCELERAZIONE CENTRIPETA
In un moto circolare uniforme sono costanti la velocità angolare e il modulo della velocità tangenziale.
La direzione del vettore velocità tangenziale invece varia. Ciò significa che c’è un’accelerazione.
Quest’accelerazione, che descrive la continua variazione nel tempo della direzione della velocità, è diretta
verso il centro della circonferenza e prende il nome di accelerazione centripeta (verso il centro dal latino).
La sua direzione è perpendicolare a quella della velocità.
Si può dimostrare che il modulo dell’accelerazione centripeta è dato da: ac = v2/r = r * ω2
L’accelerazione centripeta non è un’accelerazione costante: il suo modulo è costante, ma la sua direzione
varia continuamente.
Si può notare che l’accelerazione centripeta è inversamente proporzionale al raggio r a velocità tangenziale
fissata, mentre è direttamente proporzionale al raggio r a velocità angolare fissata.
Tornando all’esempio della pallina fatta girare sopra la testa, se si mantiene costante il numero di giri al
secondo (cioè la velocità angolare della pallina) e si allunga la corda, l’accelerazione centripeta della pallina
aumenterà in modo proporzionale.
LE LEGGI DELLA DINAMICA (CAP.9)
LA DINAMICA NEWTONIANA
Finora abbiamo studiato le forze in condizioni di equilibrio, cioè in assenza di moto.
E abbiamo studiato il moto da un punto di vista puramente cinematico, cioè indipendente dalle forze.
È arrivato il momento di stabilire il collegamento tra le forze e il moto dei corpi.
La dinamica è la parte di meccanica che studia la relazione tra le forze e il moto.
I problemi della dinamica sono due:
- Date le forze che agiscono su un corpo, determinare il moto del corpo.
- Dato il moto di un corpo, determinare le forze che agiscono su di esso.
La dinamica si basa su tre leggi fisiche enunciate da Isaac Newton. Esse trovarono subito un’applicazione
nei moti celesti e vennero verificate accuratamente in laboratorio.
Le leggi di Newton richiedono delle correzioni soltanto in due casi estremi:
- Nel primo caso la meccanica newtoniana è sostituita dalla meccanica relativista di Einstein quando
la velocità dei corpi è molto alta (dell’ordine di grandezza della velocità della luce).
- Nel secondo caso viene sostituita dalla meccanica quantistica quando si considerano fenomeni
atomici e subatomici.
Le leggi di Newton coinvolgono tre grandezze:
- La forza, che descrive le interazioni di un corpo con un altro corpo o con il resto dell’universo.
- L’accelerazione è una grandezza cinematica, cioè una grandezza che caratterizza il moto.
- La massa è una proprietà intrinseca dei corpi.
Le leggi di Newton attribuiscono alla massa un ruolo particolare: essa rappresenta la misura di quanto sia
difficile cambiare la velocità dell’oggetto, cioè di quanto sia difficile metterlo in movimento se è fermo,
fermarlo se è in movimento o cambiare la direzione del suo moto.
LA PRIMA LEGGE DELLA DINAMICA
Secondo la prima legge del moto di Newton, una forza è necessaria solo per cambiare il moto di un oggetto.
- Un oggetto fermo rimane fermo se nessuna forza agisce su di esso.
- Un oggetto in movimento con velocità costante continua a muoversi con la stessa velocità se
nessuna forza agisce su di esso.
È importante notare che l’espressione nessuna forza utilizzata nell’affermazione precedente può anche
voler dire che sull’oggetto agiscono delle forze la cui risultante è nulla.
I due enunciati sperimentali esposti sono sintetizzati nella prima legge della dinamica o di Newton:
se la forza risultante che agisce su un oggetto è nulla, la velocità è costante in modulo e direzione.
L’equilibrio statico è un caso particolare di applicazione di questa legge.
Se la risultante delle forze è nulla e il corpo è inizialmente in quiete, esso rimane in quiete.
Quando invece la risultante delle forze è nulla e il corpo si muove con velocità costante diversa da 0, si parla
di equilibrio dinamico.
La prima legge di Newton, che in realtà era già nota a Galileo, è anche conosciuta come legge (o principio)
di inerzia, in quanto esprime una particolare proprietà della materia, chiamata appunto inerzia.
Si può dire che la materia “è pigra”, cioè non cambia il suo moto a meno che non sia forzata a farlo.
Se un oggetto è fermo, non inizia a muoversi spontaneamente e se è già in movimento con velocità
costante, non cambia il modulo o la direzione della sua velocità a meno che una forza non causi questo
cambiamento.
SISTEMI DI RIFERIMENTO INERZIALI
Secondo la prima legge di Newton, la quiete e il moto uniforme sono situazioni perfettamente equivalenti.
Un sistema di riferimento inerziale è un sistema in cui vale la legge di inerzia.
Se un sistema di riferimento è inerziale, allora qualsiasi sistema di riferimento che si muove con velocità
costante rispetto a quel sistema è un sistema inerziale.
Perciò se un oggetto si muove con velocità costante in un sistema inerziale, è sempre possibile trovare un
altro sistema inerziale nel quale l’oggetto è fermo.
È in questo senso che non esiste alcuna differenza fra l’essere fermi e l’essere in movimento con velocità
costante perché è tutto relativo al sistema di riferimento dal quale è osservato il moto.
ESEMPIO: si considerino due osservatori: uno è su un treno che si muove con velocità costante e l’altro è
fermo a terra, vicino ai binari, come mostrato in foto.
L’osservatore sul treno pone un cubetto di ghiaccio su un vassoio e dal suo punto di vista, cioè nel suo
sistema di riferimento, sul cubetto di ghiaccio non agisce alcuna forza e il cubetto è fermo sul vassoio, in
accordo con la prima legge di Newton.
Anche nel sistema di riferimento dell’osservatore a terra sul cubetto di ghiaccio non agisce alcuna forza e il
cubetto si muove con velocità costante, ancora in accordo con la prima legge.
Perciò la prima legge di Newton vale per entrambi gli osservatori.
entrambi vedono il cubetto di ghiaccio, non soggetto ad alcuna forza, muoversi con velocità costante.
Per il primo osservatore, in particolare, la velocità costante è uguale a zero.
Ognuno dei due osservatori costituisce un sistema di riferimento inerziale, cioè un sistema di riferimento
nel quale vale la legge di inerzia.
SISTEMI DI RIFERIMENTO NON INERZIALI
Qualsiasi sistema di riferimento che accelera rispetto a un sistema inerziale è un sistema non inerziale.
ESEMPIO: si suppone che il treno che trasporta il primo osservatore improvvisamente freni e si fermi.
Dal punto di vista di questo osservatore, continua a non esserci alcuna forza risultante che agisce sul
cubetto di ghiaccio ma, tuttavia, a causa della rapida frenata, il cubetto di ghiaccio vola fuori dal vassoio
perché continua semplicemente a muoversi in avanti con la stessa velocità costante, mentre il treno si è
fermato.
All’osservatore sul treno sembra che il cubetto di ghiaccio abbia accelerato in avanti, anche se nessuna
forza agisce su di esso e ciò costituisce una violazione della prima legge di Newton.
Il sistema di riferimento dell’osservatore sul treno è in questo caso un sistema non inerziale, perché in esso
non vale la legge d’inerzia.
La Terra può essere considerata con buona approssimazione un sistema di riferimento inerziale, in quanto,
anche se accelera a causa del suo moto di rotazione e di rivoluzione, l’accelerazione è molto piccola rispetto
alle accelerazioni tipiche dei fenomeni di laboratorio.
L’accelerazione massima della Terra è 3,4 * 10-2 m/s2, cioè circa 300 volte più piccola dell’accelerazione di
gravità.
IL PRINCIPIO DI RELATIVITÀ GALILEIANO
Le leggi della dinamica sono le stesse in tutti i sistemi di riferimento inerziali. Ovvero:
tutti i sistemi di riferimento inerziali sono equivalenti e non esiste un sistema di riferimento privilegiato.
Anche se la descrizione del moto di un corpo cambia da un sistema di riferimento a un altro, le leggi della
dinamica hanno la stessa forma in tutti i sistemi di riferimento inerziali.
Di conseguenza, i sistemi di riferimento inerziali sono perfettamente equivalenti, cioè non è possibile
distinguere un sistema di riferimento inerziale da un altro per mezzo di esperimenti di meccanica.
Galileo osservò che una nave ferma in porto e una nave in moto rettilineo uniforme sono sistemi di
riferimento equivalenti: stando chiusi nella stiva è impossibile stabilire mediante un esperimento se la nave
è attraccata o si sta muovendo con velocità costante.
Secondo il principio di relatività einsteiniano, le leggi della fisica sono le stesse in tutti i sistemi di
riferimento inerziali o sono invarianti rispetto al cambiamento del sistema di riferimento inerziale.
LA SECONDA LEGGE DELLA DINAMICA
Quando si tiene un oggetto in mano, si esercita una forza verso l’alto per opporci alla forza di gravità, o
meglio, “per bilanciarla”.
Se improvvisamente si toglie la mano, in modo che l’unica forza che agisce sull’oggetto sia la forza di
gravità, esso accelera verso il basso.
Questo è un esempio della seconda legge della dinamica newtoniana, la quale stabilisce che forze non
bilanciate producono un’accelerazione.
ESEMPIO: un dinamometro viene agganciato a un carrello della rotaia a cuscino d’aria.
Se si tira il dinamometro con una forza f1, si osserva che il carrello accelera con un’accelerazione a1.
Se si tira con una forza F2 = 2 * F1, l’accelerazione che si osserva è a2 = 2 * a1.
Perciò l’accelerazione è direttamente proporzionale alla forza: se raddoppia la forza, raddoppia anche
l’accelerazione.
Ora invece di raddoppiare la forza, viene raddoppiata la massa del carrello, collegando fra loro due carrelli,
come mostrato in foto.
In questo caso se si tira con una forza F1 si può osservare che i due carrelli accelerano con un’accelerazione
½ * a1.
Perciò l’accelerazione è inversamente proporzionale alla massa: se raddoppia la massa, l’accelerazione si
dimezza.
Combinando i due risultati ottenuti, si può dire che l’accelerazione è data da: a = F/m
Da questa relazione si ottiene la seconda legge della dinamica (o di Newton): F = ma.
La massa è quindi la costante di proporzionalità tra forza e accelerazione.
La forza è un vettore che può avere una qualunque direzione.
L’accelerazione ha allora la stessa direzione e lo stesso verso della forza e vale la legge vettoriale: F = ma
Se sul corpo agiscono più forze, bisogna porre al primo membro la risultante di queste forze, cioè la forza
totale Ftot e si ottiene così: Ftot = ma.
L’espressione più generale della seconda legge di Newton si può quindi enunciare nel modo seguente:
Se su un oggetto di massa m agisce una forza risultante Ftot, l’oggetto subisce un’accelerazione a
direttamente proporzionale alla forza risultante, che ha la stessa direzione e lo stesso verso: Ftot = ma
La costante di proporzionalità m è la massa dell’oggetto.
La seconda legge in forma vettoriale si può scrivere in termini di componenti cartesiane del vettore Ftot,
mediante le tre relazioni seguenti:
- Ftotx = max
- Ftoty = may
- Ftotz = maz
E vale indipendentemente per ciascuna componente.
Quando si considerano moti unidimensionali si scrive sempre la seconda legge nella forma F = ma,
intendendo con F la componente della forza nella direzione del moto.
Nel Sistema Internazionale le forze sono misurate in Newton (N) e usando la seconda legge della dinamica
si può ridefinire il Newton nel modo seguente:
Il newton è la forza necessaria per dare a un corpo di massa 1 kg un’accelerazione di 1m/s2:
1 N = (1 kg) (1 m/s2) = 1 kg * (m/s2)
CASO PARTICOLARE DELLA SECONDA LEGGE: Ftot = 0
Si suppone che su un oggetto agisca una forza risultante uguale a 0.
Ciò significa che sull’oggetto non agisce alcuna forza oppure che la somma delle forze che agiscono su di
esso è nulla. Matematicamente, si può esprimere questa situazione scrivendo: F tot = 0
Per la seconda legge di Newton si può dire che l’accelerazione dell’oggetto deve essere 0.
Ftot = 0 a = Ftot/m = 0
Ma se l’accelerazione di un oggetto è nulla, la sua velocità è costante. In altre parole:
se la risultante delle forze che agiscono su un corpo è nulla, il corpo o è fermo o si muove con velocità
costante. È stata ritrovata così la prima legge di Newton.
SISTEMI NON INERZIALI E FORZE APPARENTI
Nei sistemi inerziali vale la seconda legge di Newton, cioè Ftot = ma, dove Ftot è la risultante delle forze che
agiscono su un oggetto.
Nei sistemi di riferimento non inerziali compaiono delle forze apparenti, o fittizie, così chiamate perché non
sono forze reali (per un osservatore in un sistema inerziale non esistono), ma sono dovute unicamente alla
non inerzialità del sistema di riferimento.
Se si vuole estendere la validità della seconda legge di Newton ai sistemi non inerziali, occorre tenere conto
delle forze apparenti, che vanno sommate a quelle reali.
L’accelerazione di un corpo in un sistema di riferimento non inerziale è determinata quindi non solo dalla
risultante delle forze reali, ma anche dalla risultante delle forze apparenti.
LA TERZA LEGGE DELLA DINAMICA
La natura non produce mai una sola forza alla volta: le forze si presentano sempre in coppia.
Inoltre, le due forze di questa coppia, che agiscono sempre su oggetti diversi, hanno la stessa intensità e
direzione ma verso opposto.
Le considerazioni precedenti esprimono la terza legge della dinamica, enunciata nel seguente modo:
Se un oggetto 1 esercita una forza F sull’oggetto 2, allora l’oggetto 2 esercita una forza di uguale intensità e
verso opposto -F sull’oggetto 1.
Questa legge, nota come principio di azione e reazione (per ogni azione esiste una reazione uguale e
contraria), completa le leggi di Newton.
C’è sempre una forza di reazione, sia che la forza di azione spinga su un oggetto difficile da muovere, come
un frigorifero, sia che spinga su qualcosa che si muove in assenza di attrito, come il carrello sulla rotaia a
cuscino d’aria.
In alcuni casi la forza di reazione può essere ignorata perché produce un’accelerazione trascurabile, come
nel caso della Terra che esercita una forza gravitazionale verso il basso sulla navicella spaziale (azione)
mentre la navicella spaziale esercita sulla Terra una forza uguale e opposta verso l’alto (reazione).
La reazione esiste sempre, anche se i suoi effetti possono essere trascurabili.
Le forze di azione e reazione agiscono sempre su oggetti diversi, quindi le due forze non si eliminano a
vicenda.
ESEMPIO: l’automobile che accelera da ferma mostrata nella foto.
Non appena il motore dell’automobile fa girare le ruote, gli pneumatici esercitano una forza sulla strada e
per la terza legge, la strada esercita una forza uguale e contraria sugli pneumatici dell’auto.
È questa seconda forza, che agisce sull’automobile attraverso i suoi pneumatici, che spinge in avanti l’auto.
Poiché le forze di azione e reazione agiscono su oggetti differenti, generalmente producono accelerazioni
molto diverse.
APPLICAZIONE DELLE LEGGI DELLA DINAMICA
CADUTA LIBERA
Ogni corpo è soggetto alla forza di gravità esercitata dalla Terra.
Questa forza, diretta verso il basso, è la forza peso del corpo.
La sua intensità è il peso P che è uguale a: P = mg
All’inizio g era una semplice costante di proporzionalità (misurata in N/kg) tra P ed m.
Poi è stata reinterpretata come l’accelerazione alla quale sono sottoposti i corpi nel moto di caduta libera
ed è stata espressa in m/s2.
Ora si può definire la seconda legge di Newton per un corpo in caduta libera.
Il corpo è soggetto alla sola forza F data dal suo peso, F = P = mg, e quindi la seconda legge F = ma assume la
forma: mg = ma
Da cui dividendo entrambi i membri per m, si ottiene: a = g
Quindi dalla seconda legge di Newton si deduce che:
Tutti i corpi in caduta libera, indipendentemente dalla loro massa, hanno la stessa accelerazione, pari
all’accelerazione di gravità g, e raggiungono terra con la stessa velocità.
g = 9,81 N/kg = m/s2
MOTO LUNGO UN PIANO INCLINATO
ESEMPIO: Si consideri un corpo che scivola lungo un piano inclinato, che per semplicità si suppone liscio
(quindi senza attrito). Si sceglie l’asse x parallelo al piano inclinato e con il verso positivo rivolto in basso.
Sul corpo agisce la forza peso P, che è verticale.
Se si scompone P lungo x e lungo la direzione perpendicolare y, la componente P x = P*senθ, contribuisce
all’accelerazione del corpo, mentre la componente Py = -P*cosθ è equilibrata dalla forza normale esercitata
dal piano.
Si analizza separatamente il moto nelle due direzioni:
ASSE x: direzione del moto. ASSE y: direzione perpendicolare al piano.
FORZE: Px = P*senθ FORZE: Py = -P*cosθ e FN
SECONDA LEGGE DI NEWTON: Px = m*a P*senθ = m*a RISULTANTE: Py + FN = 0 FN = P * cosθ
Il corpo scivola lungo il piano.
La seconda legge di Newton per la componente della forza peso nella direzione del moto è:
Px = m*a P*senθ = m*a
Da cui, poiché P = mg, si ottiene: m*g*senθ = m*a
La massa m compare a fattore in entrambi i membri e può essere eliminata. Si ottiene: a = g*senθ
Quindi si può concludere dicendo che:
l’accelerazione di un corpo che scivola lungo un piano inclinato in assenza di attrito non dipende dalla
massa del corpo ed è pari a: a = g * senθ
nel caso limite in cui θ = 90°, il piano inclinato diventa un piano verticale e il moto diventa di caduta libera.
Poiché sen 90° = 1, si ritrova a = g.
L’ATTRITO DINAMICO
L’attrito dinamico si manifesta quando un corpo si muove scivolando su una superficie.
La forza di attrito dinamico Fd, dovuta al contatto tra la superficie del corpo e quella su cui esso si muove,
agisce in modo da opporsi allo scivolamento del corpo.
Si può verificare sperimentalmente che il modulo della forza di attrito dinamico non dipende né dall’area
della superficie di contatto né dalla velocità del corpo, ma solo dal modulo della forza che agisce
perpendicolarmente alla superficie (che è uguale al modulo FN della forza normale).
In termini matematici, la legge dell’attrito dinamico è: Fd = μd * F⟂= μd * FN Dove:
- FN è il modulo della forza normale al piano di appoggio
- e la costante di proporzionalità μd è il coefficiente di attrito dinamico.
Le leggi empiriche dell’attrito dinamico ci dicono che la forza di attrito dinamico tra un corpo e una
superficie:
- È parallela alla superficie di contatto e il suo verso è opposto a quello dello scivolamento del corpo
sulla superficie.
- È indipendente dall’area della superficie di contatto e dalla velocità del corpo.
- Il suo modulo è proporzionale al modulo della forza premente sulla superficie, che è uguale al
modulo della forza normale al piano di appoggio, Fd = μd * F⟂= μd * FN.
Per determinare la forza d’attrito è necessario conoscere FN.
MOTO IN PRESENZA DI ATTRITO
OGGETTI A CONTATTO
Quando due oggetti si toccano, le forze di azione e reazione sono forze di contatto.
ESEMPIO: si considerino due scatole 1 e 2, di massa diversa, spinte con una forza F.
Per analizzare questa situazione bisogna tener presente che la seconda legge di Newton deve essere
soddisfatta sia per ciascuna scatola sia per l’intero sistema formato dalle due scatole.
L’accelerazione a delle singole scatole e del sistema nel suo complesso è la stessa, ma le forze sulle due
scatole sono diverse.
- Se la forza esterna è applicata sulla scatola 2, l’unica forza che agisce sulla scatola 1 è la forza di
contatto che, per la seconda legge di Newton, deve avere intensità F1 = m1*a.
- Se la forza esterna è applicata sulla scatola 1, l’unica forza che agisce sulla scatola 2 è la forza di
contatto che, per la seconda legge di Newton, deve avere intensità F2 = m2*a.
Come si vede, le forze di contatto sono diverse a seconda che venga spinga l’una o l’altra scatola.
Per calcolare il valore numerico di una forza di contatto in un sistema come quello considerato occorre
applicare la terza legge di Newton.
OGGETTI COLLEGATI
Si suppone che una forza di intensità F tiri due scatole, collegate fra loro da un filo, lungo una superficie
priva di attriti.
Il filo ha una determinata tensione T e le due scatole hanno la stessa accelerazione a.
Date le masse delle scatole e la forza F applicata, si possono determinare l’accelerazione delle scatole e la
tensione nel filo.
Per prima cosa si deve capire quali siano le forze che agiscono su ciascuna scatola.
Sulla scatola 1 agiscono due forze: la tensione T verso sinistra e la forza F verso destra.
Sulla scatola 2 agisce solo una forza orizzontale ovvero la tensione T verso destra.
Se si prende la direzione positiva verso destra, si può scrivere la seconda legge di Newton per le due
scatole: F-T = m1a1 = m1a (scatola 1) T = m2a2 = m2a (scatola 2).
Da queste due leggi si possono ricavare l’accelerazione a e la tensione T.
IL MOTO ARMONICO
L’OSCILLATORE ARMONICO
IL PENDOLO SEMPLICE
LAVORO ED ENERGIA (CAP 10)
IL LAVORO DI UNA FORZA COSTANTE: FORZA NELLA DIREZIONE DELLO SPOSTAMENTO
Quando si spinge un carrello della spesa in un grande magazzino, si compie un lavoro.
Più grande è la forza, maggiore è il lavoro.
Più grande è lo spostamento dell’oggetto, maggiore è il lavoro.
Queste semplici osservazioni sono alla base della definizione di lavoro.
ESEMPIO: si suppone di spingere uno scatolone con una forza costante F, come mostrato in foto.
Se lo spostamento s è nella stessa direzione di F, il lavoro L che viene compiuto è Fs.
Il lavoro L di una forza F costante che agisce nella stessa direzione dello spostamento s (forza parallela allo
spostamento) è il prodotto dei moduli della forza e dello spostamento: L = F*s
Il lavoro è una grandezza scalare e dimensionalmente è il prodotto di una forza (N) per uno spostamento
(m) e quindi, l’unità di misura del lavoro è N*m, alla quale si dà il nome di joule (J).
1 Joule = 1 J = 1 N * m = 1 (kg * (m/s2)) * m = 1 kg * m2/s2
Si compie il lavoro di 1 Joule quando si solleva 1 litro di latte per poco più di 10 cm, oppure quando si
solleva una mela per 1m.
1 J di lavoro tiene accesa una lampadina da 100 watt per 0,01 secondi o riscalda un bicchiere d’acqua di
0,00125°C. Nella vita quotidiana, 1 Joule è una quantità modesta di lavoro.
Una piccola forza che agisce per un lungo tratto compie lo stesso lavoro di una forza più intensa che agisce
per una distanza più breve. Ad esempio: L = (1 N) (400 m) = (400 N) (1 m) = 400 J
Dalla definizione L = F*s, si deduce che se lo spostamento s è uguale a 0 il lavoro L è uguale a 0,
indipendentemente dall’intensità della forza, cioè: se s = 0 L = F*s = 0
ESEMPIO: se si spinge contro una parete solida, dal punto di vista fisico non viene compiuto alcun lavoro
sulla parete, oppure se si sta fermi in piedi tenendo sollevata una scatola non viene compiuto nessun lavoro
sulla scatola.
Il fatto che ci si stanca quando si spinge contro la parete o quando si tiene sollevato un oggetto pesante è
dovuto alle continue contrazioni ed espansioni delle cellule dei muscoli, i quali, anche quando si è fermi,
compiono un lavoro meccanico a livello microscopico.
FORZA CHE FORMA UN ANGOLO CON LO SPOSTAMENTO (caso generale rispetto a quello di prima)
Il lavoro L di una forza costante F che forma un angolo θ con lo spostamento s è il prodotto della
componente della forza nella direzione dello spostamento e del modulo dello spostamento:
L = (F cosθ) * s = F*s * cosθ
ESEMPIO: nella foto si osserva una persona che tira una valigia su una superficie piana con una cinghia che
forma un angolo θ rispetto all’orizzontale.
È questo il caso in cui la forza F forma un certo angolo con lo spostamento s.
In questa situazione il lavoro non è più il prodotto della forza per il modulo dello spostamento, ma il
prodotto della componente della forza nella direzione dello spostamento per il modulo dello spostamento.
La componente della forza nella direzione dello spostamento è F cosθ e il modulo dello spostamento è s.
Pertanto, il lavoro è il prodotto di F cosθ per s. L = (F cosθ) * s
Se la forza è nella direzione del moto, cioè θ = 0°, poiché cos 0° = 1 si ritrova il caso particolare considerato
in precedenza: L = Fs cos 0° = Fs
Quando la forza e lo spostamento sono perpendicolari tra lor, θ = 90° e cos 90° = 0, quindi il lavoro
compiuto dalla forza è nullo: L = Fs cos 90° = 0
Quando si calcola un lavoro si deve prestare attenzione al segno, che può essere positivo o negativo.
- Il lavoro è positivo, se la forza ha una componente nella direzione e nel verso del moto.
- Il lavoro è nullo, se la forza non ha alcuna componente nella direzione del moto.
- Il lavoro è negativo, se la forza ha una componente nella direzione del moto, ma nel verso opposto.
Se la forza è opposta allo spostamento, il lavoro è L = - Fs.
Quando su un oggetto agisce più di una forza, il lavoro totale è la somma del lavoro compiuto da ciascuna
forza separatamente. Esso si ottiene sommando i lavori delle singole forze oppure determinando prima la
risultante delle forze e poi calcolando il lavoro compiuto da essa.
IL LAVORO DELLA FORZA PESO
ESEMPIO: si suppone di far cadere una mela. Man mano che la mela cade, la forza di gravità compie su di
essa un lavoro positivo, come mostrato in foto.
Se invece la mela viene lanciata verso l’alto, man mano che la mela sale, la forza di gravità compie un lavoro
negativo. In entrambi i casi è la forza di gravità che compie un lavoro:
- Quando lanciamo un oggetto verso l’alto ci limitiamo ad imprimere una velocità iniziale al corpo,
che comincia a muoversi con accelerazione costante, ma è la forza di gravità che compie un lavoro
negativo sulla mela.
- Quando invece si sposta un corpo, sollevandolo o abbassandolo verticalmente o spostandolo
orizzontalmente, anche la forza che viene applicata dal soggetto compie un lavoro, oltre alla forza
di gravità.
LAVORO COMPIUTO PER SOLLEVARE UN CORPO
ESEMPIO: viene sollevata una scatola per una certa distanza verso l’alto, come mostrato in foto.
La forza applicata Fapp è diretta verso l’alto, mentre la forza peso P è diretta verso il basso.
Per poter sollevare la scatola si deve applicare una forza maggiore della forza peso.
La forza applicata agisce nello stesso verso del moto, perciò il lavoro compiuto da essa (Lapp) è positivo:
- Lapp > 0 perché la forza è nel verso del moto.
La forza peso si oppone al moto, perciò il suo lavoro Lpeso è negativo:
- Lpeso < 0 perché la forza è nel verso opposto al moto.
Il lavoro totale è la somma di Lapp e Lpeso e risulta positivo.
LAVORO COMPIUTO PER ABBASSARE UN CORPO
ESEMPIO: viene spostata la stessa scatola del caso precedente per la stessa distanza, ma verso il basso,
come mostrato in foto.
La forza applicata Fapp, a differenza della forza peso P, è diretta verso l’alto.
Per poter abbassare il corpo senza farlo cadere, bisogna applicare una forza minore della forza peso.
La forza applicata agisce nel verso opposto al moto, perciò il lavoro che compie Lapp è negativo:
- Lapp < 0 perché la forza è nel verso opposto al moto.
La forza peso agisce nello stesso verso del moto, perciò il suo lavoro Lpeso è positivo:
- Lpeso > 0 perché la forza è nel verso del moto.
Poiché la risultante delle forze è verso il basso, il lavoro totale, somma di Lapp e Lpeso, risulta positivo.
LAVORO PER SPOSTARE ORIZZONTALMENTE UN CORPO
ESEMPIO: viene spostata una cassa in direzione orizzontale e verso destra, come nella foto.
La forza applicata Fapp è diretta orizzontalmente, mentre la forza peso P è diretta verso il basso.
La forza applicata agisce nello stesso verso del moto, perciò il lavoro che compie Lapp è positivo:
- Lapp > 0 perché la forza è nel verso del moto.
La forza peso è perpendicolare allo spostamento, perciò il suo lavoro Lpeso è nullo:
- Lpeso = 0 perché la forza è perpendicolare allo spostamento.
Anche la forza normale FN del piano non compie lavoro perché è perpendicolare allo spostamento.
Il lavoro totale è quindi dato dal solo lavoro della forza applicata.
L’ENERGIA CINETICA
IL TEOREMA DELL’ENERGIA CINETICA
ESEMPIO: si consideri un’automobile che accelera su una strada orizzontale.
Mentre l’auto accelera, la forza del motore, che agisce nella stessa direzione e nello stesso verso dello
spostamento, compie sull’auto un lavoro positivo, come mostrato nella foto, e il modulo della velocità
dell’auto aumenta.
Se l’automobile inizia a frenare, man mano che decelera la forza dei freni, che agisce nella stessa direzione
dello spostamento ma in verso opposto, compie un lavoro negativo e il modulo della velocità
dell’automobile diminuisce.
Nella figura a sinistra l’automobile è soggetta soltanto alla forza F del motore.
In questo caso, l’auto di massa m ha un’accelerazione costante: a = F/m
Dal momento che la forza totale è verso destra è il moto avviene verso destra, il lavoro compiuto dal
motore sull’auto è positivo.
Si suppone ora che il modulo della velocità iniziale dell’auto sia vi e che, dopo un tratto s, il modulo della
velocità sia aumentato fino a vf.
Il moto è uniformemente accelerato, e quindi si può scrivere che: vf2 = vi2 + 2as da cui 2as = vf2 – vi2
Si sostituisce in questa equazione l’espressione a = F/m: 2 * (F/m) * s = vf2 -vi2
Si moltiplicano entrambi i membri per m/2 e si ottiene:
2 * (F/m) * s * (m/2) = (m/2) * (vf2 -vi2) Fs = ½ mvf2 – ½ mvi2
Dove Fs è il lavoro compito sull’auto. Si può perciò scrivere: L = ½ mvf2 – ½ mvi2
Dunque, il lavoro è legato alla variazione del modulo della velocità, e si può osservare che:
- L > 0 significa che vf > vi
- L < 0 significa che vf < vi
- L = 0 significa che vf = vi
La grandezza ½ mv2 che compare nell’equazione ha un significato speciale in fisica, infatti è un’energia di
movimento e viene chiamata energia cinetica K. Energia cinetica K = ½ mv2
Nel SI l’energia cinetica si misura in Joule (J = kg * m2/s2).
La relazione ricavata tra il lavoro, la massa e la velocità iniziale e finale può essere espressa in termini
dell’energia cinetica ed è nota come teorema dell’energia cinetica:
Il lavoro compiuto su un oggetto è uguale alla variazione della sua energia cinetica:
L = ΔK = ½ * mvf2 – ½ * mvi2
Quando una forza compie un lavoro su un oggetto, il risultato è una variazione del modulo della velocità
dell’oggetto e, di conseguenza, della sua energia cinetica.
Sebbene il teorema dell’energia cinetica sia stato ricavato nel caso di una forza costante in direzione e in
modulo, esso è valido per qualsiasi forza.
Se sull’oggetto agiscono più forze, è il lavoro totale delle forze che è uguale alla variazione dell’energia
cinetica. Il teorema dell’energia cinetica, ha una validità generale e ciò lo rende uno dei più importanti e
fondamentali risultati della fisica, oltre che un potente strumento per la risoluzione dei problemi.
L’ENERGIA CINETICA: ENERGIA DI MOVIMENTO
L’energia cinetica di un oggetto è l’energia dovuta al suo movimento.
È una grandezza scalare che si misura in Joule, la stessa unità di misura del lavoro.
A differenza del lavoro, l’energia cinetica non è mai negativa perché K è sempre maggiore o uguale a 0,
indipendentemente dalla direzione del moto e dalle direzioni delle forze.
ESEMPIO: calcola l’energia cinetica che si possiede quando si corre.
Si assume per la nostra massa un valore di 62 kg e per la velocità un modulo di 2,5 m/s, l’energia cinetica è:
k = ½ mv2 = ½ * (62 kg) * (2,5 m/s)2 = 1,9 * 102 J
IL LAVORO DI UNA FORZA VARIABILE
La maggior parte delle forze in natura varia con la posizione.
ESEMPIO: la forza esercitata da una molla dipende da quanto la molla è allungata o compressa.
La foto mostra il grafico di una forza costante in funzione della posizione x.
Se la forza agisce nella direzione positiva dell’asse x e muove un oggetto per un tratto s, da x 1 a x2, il lavoro
che compie è: L = Fs = F (x2 – x1)
Osservando il grafico si può notare che il lavoro è uguale all’area in colore compresa fra la retta che
rappresenta la forza nell’intervallo x1, x2 e l’asse x.
Questo risultato può essere esteso al caso di una forza generica, variabile con la posizione, come quella del
grafico a sinistra nella foto. Si può concludere dicendo che:
Il lavoro compiuto da una forza per spostare un oggetto da x1 a x2 è uguale all’area della regione di piano
compresa fra la curva che rappresenta la forza nell’intervallo x1, x2 e l’asse x.
IL LAVORO DELLA FORZA ELASTICA
La forza elastica è un caso interessante di forza variabile.
La forza esercitata da una molla, che subisce uno spostamento x dalla posizione di equilibrio x = 0 è F = -kx.
Quindi la forza che bisogna esercitare sulla molla per mantenerla nella posizione x è: F = +kx.
Nella foto è mostrata anche la corrispondente curva della forza, che in questo caso è una retta che parte
dall’origine.
Il lavoro compiuto per allungare una molla da x = 0 (posizione di equilibrio) alla posizione generica x è dato
dall’area del triangolo colorato mostrato in figura.
Quest’area è uguale a ½ (base) * (altezza), dove la base è x e l’altezza è kx.
Di conseguenza il lavoro è: L = ½ (x) * (kx) = ½ kx2
Quindi il lavoro per allungare o comprimere una molla è: L = ½ kx2
Il lavoro necessario per comprimere o allungare una molla varia con il quadrato dello spostamento x dalla
posizione di equilibrio.
Quando allunghiamo o comprimiamo una molla, il lavoro che noi facciamo è sempre positivo.
Il lavoro compiuto dalla molla può essere sia positivo sia negativo, a seconda della situazione.
ESEMPIO: si consideri la situazione illustrata nella foto, in cui:
- un blocco, muovendosi con velocità v0, comprime una molla (a).
- La molla esercita sul blocco una forza verso sinistra, che si oppone al moto del blocco e compie su
di esso un lavoro negativo, causando una diminuzione della velocità (b).
- Quando una molla inizialmente compressa da un blocco si espande (c), compie sul blocco un lavoro
positivo, facendone aumentare la velocità.
LA POTENZA
La potenza sviluppata nel tempo t è il rapporto fra L e t: P = L/t
La potenza è una misura di quanto rapidamente viene compiuto un lavoro.
Le dimensioni della potenza sono quelle di un lavoro diviso un tempo e la sua unità di misura, definita come
1 J al secondo, è detta watt (W). 1 watt = 1 W = 1 J/s
Un’altra unità di misura della potenza, non appartenente al SI, è il cavallo vapore, (hp o Cv), storicamente
definito come la potenza sviluppata da un cavallo. 1 cavallo-vapore = 1 hp = 735 W.
ESEMPIO: si consideri la potenza che si può sviluppare quando si sale una rampa di scale.
Si suppone che una persona di 60,0 kg salga una rampa di scale in 20,0 s e che il dislivello tra i due piani sia
di 3,66 m.
Si sa che il lavoro compiuto da questa persona è: L = mgh = (60,0 kg) (9,81 m/s2) (3,66 m) = 2154 J
Per determinare la potenza, si divide il lavoro per il tempo impiegato: P = L/t = 2154 J/ 20,0 s = 108 W.
ESEMPIO 2: con un calcolo analogo, si può verificare che la potenza sviluppata da un velocista che scatta dai
blocchi di partenza è circa 750 W e che la massima potenza che la maggior parte delle persone può
sviluppare per un certo intervallo di tempo varia approssimativamente da 250 W a 400 W.
Dalla definizione di potenza segue che, se viene sviluppata una potenza P per un tempo t, si produce un
lavoro L dato da: L = Pt
Quindi, moltiplicando i watt per un tempo, si ottiene l’unità di misura del lavoro o, equivalentemente,
dell’energia.
L’unità di misura comunemente utilizzata è il wattora (Wh), con i suoi multipli, il kilowattora (kWh), il
megawattora (MWh) ecc.
1 Wh = 1 W * 1 ora = 1 W * 3600 s = 3600 (1W * 1s) = 3600 J.
ESEMPIO: una comune lampadina da 100 W accesa per un’ora consuma 100 Wh, cioè 0,1 kWh di energia.
Esistono oggi in commercio lampadine a basso consumo energetico, fluorescenti o a LED, che consentono
un notevole risparmio di energia.
A parità di luminosità, una lampadina a LED consuma 14 Wh, con un risparmio del 86% rispetto a una
lampadina comune.
POTENZA PRODOTTA DA UNA FORZA SU UN CORPO IN MOTO
ESMEPIO: si consideri il caso di un oggetto che si muove con velocità costante v, ad esempio un’auto.
Per mantenere sempre la stessa velocità, il motore dell’auto deve esercitare una forza costante F per
vincere l’attrito e la resistenza dell’aria.
Se l’auto percorre una distanza s, il lavoro compiuto dal motore è L = Fs e quindi la potenza sviluppata è
P = L/T = Fs/t.
Poiché l’auto ha una velocità costante v, la distanza percorsa nel tempo t è s = vt, perciò:
P = Fs/t = Fvt/t = Fv
La potenza prodotta da una forza costante F che agisce su un corpo in moto con velocità costante v nella
stessa direzione della forza è: P = Fv
La potenza è direttamente proporzionale sia alla forza sia alla velocità.
Se ad esempio, si spinge un carrello con una forza F a una velocità costante di 2 m/s, si produce il doppio
della potenza di quando si spinge il carrello con la stessa forza a una velocità costante di 1 m/s.
FORZE CONSERVATIVE ED ENERGIA POTENZIALE
FORZE CONSERVATIVE E NON CONSERVATIVE
Quando agisce una forza conservativa, il lavoro compiuto viene immagazzinato in una forma di energia, che
può essere liberata in un momento successivo. Il più semplice caso di forza conservativa è la forza di gravità.
ESEMPIO: si solleva una scatola di massa m dal pavimento fino a un’altezza h, come mostrato in foto.
Per sollevarla con una velocità costante, si deve esercitare contro la forza di gravità una forza uguale a mg.
Poiché h è lo spostamento verso l’alto, il lavoro che si compie sulla scatola è L = mgh.
Se a questo punto si lascia ricadere la scatola sul pavimento, la forza di gravità compie lo stesso lavoro,
L = mgh, e in questo processo fornisce alla scatola un’equivalente quantità di energia cinetica.
Confrontiamo il caso appena esaminato con quello di una forza non conservativa, ovvero la forza d’attrito.
Per far scorrere una scatola di massa m sul pavimento con velocità costante, come mostrato in foto,
bisogna esercitare una forza di intensità μdP.
Se si sposta la scatola di un tratto s, si compie un lavoro uguale a L = μdPs.
In questo caso però, quando si lascia la scatola, questa rimane ferma e l’attrito non compie più alcun lavoro.
Perciò il lavoro compiuto da una forza non conservativa non può essere recuperato in seguito come energia
cinetica, ma viene trasformato in altre forme di energia, ad esempio, nel caso esaminato, provoca un
leggero riscaldamento del pavimento e della scatola.
Un importante criterio che permette di riconoscere se una forza è conservativa è il seguente:
se il lavoro compiuto da una forza per spostare un oggetto da un punto A qualsiasi a un punto B è
indipendente dal percorso scelto per andare da A a B, allora la forza è conservativa.
Sono forze conservative la forza di gravità e la forza elastica. Sono forze non conservative la forza di attrito
e la tensione in una fune.
L’ENERGIA POTENZIALE
La forma di energia in cui viene immagazzinato il lavoro di una forza conservativa è chiamata energia
potenziale.
ESEMPIO: si suppone di sollevare una palla da bowling da terra e di riporla su uno scaffale.
Il lavoro compiuto per sollevare la palla non è andato perso, infatti, se si permette alla palla di cadere dallo
scaffale, il lavoro che abbiamo fatto viene “recuperato” sotto forma di energia cinetica.
Si può dire che quando la palla viene sollevata c’è un aumento di energia potenziale e che questa energia
potenziale può essere trasformata in energia cinetica quando la palla cade.
Man mano che si solleva la palla, il lavoro compiuto viene immagazzinato sotto forma di energia potenziale.
Questo sistema di immagazzinamento è perfetto, nel senso che questa energia non verrà mai persa, finche
l’altezza rimane la stessa. La palla può rimanere sullo scaffale per milioni di anni, ma quando cadrà,
riguadagnerà la stessa energia cinetica.
Il lavoro fatto contro la forza di attrito, invece non viene immagazzinato come energia potenziale, ma viene
dissipato in altre forme di energia, come il calore.
Lo stesso avviene per le altre forze non conservative.
Dunque, si può parlare di energia potenziale solo per le forze conservative.
Mentre l’energia cinetica è sempre data dall’espressione K = ½ mv2, indipendentemente dalla forza
coinvolta, ogni forza conservativa ha una propria espressione per l’energia potenziale.
Quando una forza conservativa compie una certa quantità di lavoro L, la corrispondente energia potenziale
U varia, secondo la seguente definizione:
il lavoro compiuto da una forza conservativa è uguale alla variazione dell’energia potenziale cambiata di
segno: L = Ui -Uf = - (Uf – Ui) = - ΔU ad esempio:
- Quando un oggetto cade, la forza di gravità compie un lavoro positivo e l’energia potenziale
dell’oggetto diminuisce.
- Quando un oggetto viene sollevato, la forza di gravità compie un lavoro negativo e l’energia
potenziale aumenta.
Come il lavoro, anche l’energia potenziale è una grandezza scalare e si misura in joule.
La definizione data ci permette di determinare soltanto la differenza di energia potenziale tra due punti,
non il valore vero e proprio dell’energia potenziale ed è per questa ragione che si può scegliere
arbitrariamente il livello zero di energia potenziale, cioè la posizione in corrispondenza della quale porre
l’energia potenziale uguale a 0 (U = 0).
L’ENERGIA POTENZIALE GRAVITAZIONALE
Nell’esempio verrà applicata la definizione di energia potenziale alla forza di gravità nelle vicinanze della
superficie terrestre.
ESEMPIO: Si suppone che una persona di massa m si lasci cadere in una piscina da un trampolino posto a
una distanza h dalla superficie dell’acqua, come mostrato in foto.
Mentre la persona cade, la forza di gravità compie un lavoro: L = mgh
La corrispondente variazione dell’energia potenziale è: - ΔU = Ui -Uf = L = mgh In questa espressione:
- Ui è l’energia potenziale quando la persona è sul trampolino.
- Uf è l’energia potenziale quando la persona entra in acqua.
Dall’espressione precedente si ottiene: Ui = mgh + Uf e si può osservare che Ui è maggiore di Uf.
Ora si è liberi di scegliere U = 0 nel punto che si preferisce, perché ciò che ci interessa è la variazione di U (e
quindi quel che conta è la differenza di altezza, non l’altezza in sé).
In generale, si sceglie U = 0 in una posizione conveniente.
Nella foto, una posizione ragionevole per U = 0 è la superficie dell’acqua, dove h = 0.
Con questa scelta Uf = 0, e quindi Ui = mgh.
Se si omette l’indice in Ui, in modo che U rappresenti l’energia potenziale a un’altezza arbitraria h, si ottiene
U = mgh.
L’energia gravitazionale di un corpo di massa m che si trova a un’altezza h è: U = mgh.
L’ENERGIA POTENZIALE ELASTICA
ESEMPIO: si consideri una molla che viene allungata di un tratto x, come mostrato in foto.
Il lavoro richiesto per produrre questo allungamento è L = ½ kx2.
Se la molla viene rilasciata e torna nella posizione di equilibrio, essa compirà lo stesso lavoro, ½ kx2.
Ricordando la definizione di energia potenziale, si può scrivere che: L = ½ kx2 = Ui – Uf
In questo caso Uf è l’energia potenziale quando la molla è in x = 0 (posizione di equilibrio) e Ui è l’energia
potenziale quando la molla è allungata di un tratto x.
Una scelta conveniente per U = 0 è la posizione di equilibrio della molla.
Con questa scelta si ha Uf = 0 e l’equazione precedente diventa Ui = ½ kx2.
Omettendo l’indice i, si può considerare U come l’energia potenziale di una molla che subisce un
allungamento arbitrario x.
L’energia potenziale elastica di una molla di costante elastica k, che subisce un allungamento x è: U = ½ kx2
Poiché U dipende da x2, che è positivo anche se x è negativo, l’energia potenziale elastica è sempre
maggiore o uguale a 0, indipendentemente dal fatto che la molla sia allungata o compressa.
LA CONSERVAZIONE DELL’ENERGIA MECCANICA
APPLICAZIONE DELLA CONSERVAZIONE DELL’ENERGIA MECCANICA NELLA RISOLUZIONE DEI PROBLEMI
LAVORO DI FORZE NON CONSERVATIVE
Le forze non conservative fanno variare la quantità di energia meccanica di un sistema.
Esse possono ridurre l’energia meccanica, trasformandola in energia termica, oppure farla aumentare,
convertendo ad esempio un lavoro muscolare in energia potenziale o cinetica.
In alcuni sistemi entrambi i processi avvengono contemporaneamente.
Il lavoro di una forza non conservativa è semplicemente uguale alla variazione dell’energia meccanica.
Lavoro di una forza non conservativa Lnc = ΔE = Ef -Ei da cui Ei = Ef – Lnc
Se agiscono più forze non conservative, per ottenere Lnc si sommano semplicemente i lavori non
conservativi compiuti da ciascuna forza.
Si può osservare che un lavoro non conservativo positivo fa aumentare l’energia meccanica di un sistema,
mentre un lavoro non conservativo negativo la fa diminuire, trasformandola in altre forme.
LA CONSERVAZIONE DELL’ENERGIA TOTALE
TEMPERATURA E CALORE (CAP.11)
TEMPERATURA ED EQUILIBRIO TERMICO
Il calore è l’energia trasferita tra due oggetti a causa della loro differenza di temperatura.
Si associano alti valori di questa grandezza agli oggetti caldi e bassi valori agli oggetti freddi.
ESEMPIO: quando si pone una pentola d’acqua fredda su un fornello, si dice che il calore passa dal fornello
caldo all’acqua fredda.
Quando c’è un trasferimento di calore o un flusso di calore da un oggetto A ad un oggetto B, si afferma che
l’energia totale dell’oggetto A diminuisce e quella dell’oggetto B aumenta.
Quindi un oggetto non contiene calore, ma una certa quantità di energia.
L’energia che esso scambia con altri corpi, a causa della differenza di temperatura, è chiamata calore.
Due oggetti sono in contatto termico se tra loro può avvenire un passaggio di calore.
Quando un oggetto caldo è posto in contatto termico con un oggetto freddo viene scambiato del calore.
Il calore fluisce dall’oggetto più caldo a quello più freddo, fino a quando non raggiungono entrambi la stessa
temperatura.
Due oggetti sono in equilibrio termico quando hanno la stessa temperatura.
La temperatura è la grandezza fisica che determina se due corpi sono in equilibrio termico oppure no.
LA MISURA DELLA TEMPERATURA
Per misurare la temperatura si usano strumenti chiamati termometri, che sfruttano gli effetti fisici
determinati dalla temperatura stessa, come ad esempio, la dilatazione che subisce un liquido (alcol o
mercurio) posto all’interno di un sottile tubo di vetro, quando viene riscaldato.
LE SCALE TERMOMETRICHE
Per far diventare il termometro uno strumento di misura è necessario fissare convenzionalmente due
temperature di riferimento, ad esempio quella di fusione del ghiaccio e quella di ebollizione dell’acqua.
Bisogna fissare anche un intervallo unitario di temperatura. Ciò equivale a scegliere una scala termometrica.
Non esiste alcun limite superiore al valore che può assumere la temperatura.
Esiste una temperatura al di sotto della quale non è possibile raffreddare un oggetto, ovvero lo zero
assoluto, che corrisponde allo zero della scala kelvin.
Sebbene sia possibile avvicinarsi sempre più allo zero assoluto, è impossibile raggiungerlo.
LA SCALA CELSIUS
La scala Celsius si basa su due valori:
- 0° C (0 gradi Celsius), che è il valore assegnato alla temperatura del ghiaccio fondente.
- 100° C (100 gradi C), che è il valore assegnato alla temperatura dell’acqua in ebollizione.
L’intervallo tra queste due temperature è suddiviso in 100 gradi Celsius.
Nella scala Celsius il limite inferiore dello zero assoluto corrisponde a -273,15° C.
LA SCALA FAHRENHEIT
La scala Fahrenheit si usa comunemente nei paesi anglosassoni e si basa anch’essa su due valori:
- 32° F (32 gradi Fahrenheit), che è la temperatura del ghiaccio fondente.
- 212° F (212 gradi Fahrenheit), che è la temperatura dell’acqua bollente.
L’intervallo tra queste due temperature è suddiviso in 180 gradi Fahrenheit.
Per passare dalla temperatura in Fahrenheit T (°F) alla temperatura in Celsius T (°C) e viceversa, si utilizza la
proporzione T (°C): [T (°F) – 32] = 100: 180
LA SCALA KELVIN
La scala Kelvin si basa sull’esistenza dello zero assoluto.
Lo zero della scala Kelvin, indicato come 0 K (0 Kelvin), è posto in corrispondenza dello zero assoluto.
Nella scala kelvin non esistono temperature negative.
Le suddivisioni della scala Kelvin sono uguali a quelle della scala Celsius:
1 grado Celsius è uguale a 1 grado Kelvin. (1°C = 1 K).
Sapendo che lo zero assoluto è a -273,15°C, la conversione tra una temperatura espressa nella scala Celsius
T (°C) e una temperatura espressa nella scala kelvin T (K) si basa sulla seguente relazione:
T (K) = T (°C) + 273,15 T (°C) = T (K) – 273,15
Sebbene le scale Celsius e Kelvin differiscono semplicemente per la scelta del livello dello zero, la scala
Kelvin porta in sé l’informazione dell’esistenza dello zero assoluto e per questo è maggiormente utilizzata in
fisica. Ma se si tratta di esprimere una differenza di temperature, il valore è lo stesso sia in °C sia in K.
LA DILATAZIONE TERMICA
La maggior parte delle sostanze si dilata quando viene riscaldata.
La dilatazione termica è alla base del funzionamento dei termometri a liquido (mercurio o alcol) compresi
quelli usati fino a qualche tempo fa per misurare la temperatura corporea.
Il liquido, messo a contatto con il corpo di cui si vuole misurare la temperatura, si espande o si contrae e ciò
provoca la variazione del suo livello all’interno del capillare del termometro.
La lettura di questo livello su una scala graduata fornisce il valore della temperatura.
Ci sono alcune eccezioni a questo comportamento dei liquidi e la più importante riguarda l’acqua.
LA DILATAZIONE LINEARE
ESEMPIO: si consideri una barra la cui lunghezza alla temperatura T0 sia L0.
Sperimentalmente si osserva che, quando la barra viene riscaldata o raffreddata, la variazione della sua
lunghezza ΔL = L-L0 è proporzionale alla variazione di temperatura ΔT = T-T0 e alla lunghezza iniziale L0.
La costante di proporzionalità, che dipende dalla sostanza di cui è fatta la barra, è detta coefficiente di
dilatazione lineare e viene in genere indicata con α.
Legge della DILATAZIONE TERMICA LINEARE = ΔL = α*L0*ΔT
Nel SI il coefficiente di dilatazione lineare α si misura in K-1, perché dal punto di vista delle dimensioni è
l’inverso di una temperatura.
Poiché una variazione di temperatura di 1°C è uguale a una variazione di temperatura di 1 K, quando si
calcola la dilatazione termica di un oggetto la variazione di temperatura ΔT può essere espressa
indifferentemente in gradi Celsius o in Kelvin.
LA DILATAZIONE VOLUMICA
Poiché la lunghezza di un oggetto varia con la temperatura, anche l’area e il volume dell’oggetto varieranno
con la temperatura.
La dilatazione volumica segue una legge simile a quella della dilatazione lineare:
Legge della DILATAZIONE TERMICA VOLUMICA = ΔV = β*V0*ΔT
La variazione ΔV è direttamente proporzionale al volume iniziale V0 e alla variazione di temperatura ΔT.
La costante di proporzionalità, indicata con β, è detta coefficiente di dilatazione volumica.
Nel SI il coefficiente di dilatazione volumica β si misura in K-1.
Il coefficiente di dilatazione lineare α e il coefficiente di dilatazione volumica β sono legati dalla relazione:
β = 3*α
IL COMPORTAMENTO DELL’ACQUA
La forma solida dell’acqua (il ghiaccio) è meno densa della sua forma liquida.
ESEMPIO: È per questo motivo che gli iceberg galleggiano.
Nella foto è riportato un grafico che mostra come varia la densità dell’acqua al variare della temperatura e
si può osservare che la densità diminuisce al crescere della temperatura, poiché il volume aumenta.
Se si ingrandisce la prima parte del grafico si può osservare che l’acqua, in questo intervallo di temperatura,
si comporta in modo diverso.
Infatti la densità aumenta quando l’acqua viene riscaldata da 0°C a 4°C. la massima densità dell’acqua si ha
a una temperatura prossima a 4°C.
Perciò se si riscalda l’acqua da 0°C a 4°C, essa si contrae invece di espandersi e diventa più densa, perché le
molecole dell’acqua che a 0°C erano parte della struttura cristallina “piuttosto aperta” del ghiaccio, a 4°C
possono impacchettarsi più vicine le une alle altre nel liquido.
CALORE E LAVORO MECCANICO
Il calore è energia trasferita da un oggetto a un altro e si deve tenere conto di questa forma di energia
quando si applica la legge di conservazione dell’energia totale.
ESEMPIO: sfregando un foglio di carta vetrata su un pezzo di legno, viene compiuto un lavoro al quale è
associata una certa energia. Tale energia non viene persa, ma produce un aumento di temperatura.
Se si tiene conto dell’energia associata alla variazione di temperatura, si può verificare che nel processo
l’energia si è effettivamente conservata.
Nessun esperimento ha mai scoperto situazioni nelle quali l’energia non sia conservata.
EQUIVALENZA TRA LAVORO E CALORE
Joule, in uno dei suoi esperimenti, studiò l’aumento di temperatura in uno strumento simile mostrato a
quello in foto, dove una massa totale di 2m cade da una certa altezza h, compiendo un lavoro meccanico di
2mgh. Mentre cade, la massa fa girare le palette nell’acqua e ne provoca un lieve riscaldamento.
Misurando il lavoro meccanico e l’aumento della temperatura dell’acqua ΔT, joule poté dimostrare che
l’energia effettivamente si conservava.
L’energia potenziale gravitazionale era convertita in aumento dell’energia dell’acqua, come indicato
dall’aumento della temperatura.
Prima del lavoro di Joule, il calore era misurato con un’unità chiamata caloria (cal).
Una caloria è definita come la quantità di calore necessaria per innalzare la temperatura di un grammo
d’acqua da 14,5°C a 15,5°C.
Con i suoi esperimenti joule riuscì a dimostrare che 1 cal è equivalente a 4,186 J di lavoro meccanico.
Questo valore è noto come equivalente meccanico del calore: 1 cal = 4,186 J
Se si leggono le informazioni nutrizionali sulle etichette degli alimenti, si può osservare che sono spesso
utilizzate le kilocalorie, kcal (1 kcal = 1 Cal = 103 cal).
Il fabbisogno energetico medio di una persona adulta è in genere indicato intorno a 1800-2000 kcal.
Il calore Q è l’energia trasferita a causa di una differenza di temperatura.
Nel SI il calore si misura in joule (J).
Utilizzando l’equivalente meccanico del calore come fattore di conversione, si può esprimere il calore sia in
joule sia in calorie.
CAPACITÀ TERMICA E CALORE SPECIFICO
Sono necessari 4,186 J di calore per aumentare di 1°C la temperatura di 1 g di acqua.
È importante precisare che si tratta di acqua, perché la quantità di calore richiesta varia considerevolmente
da una sostanza all’altra.
ESEMPIO: occorrono solo 0,128 J di calore per aumentare di 1°C la temperatura di 1 g di piombo.
La relazione tra la quantità di calore fornita a un corpo e la sua variazione di temperatura coinvolge due
grandezze, ovvero: la capacità termica e il calore specifico.
LA CAPACITÀ TERMICA
Si suppone di fornire il calore Q a un dato oggetto e si suppone che, conseguentemente, la sua temperatura
aumenti di ΔT.
La capacità termica C dell’oggetto è definita nel seguente modo: C = Q/ΔT
Nel SI la capacità termica si misura in joule/kelvin (J/K).
Poiché la variazione di temperatura è la stessa in K o °C, la capacità termica può anche essere espressa in J/°C.
La capacità termica è la quantità di calore necessaria per variarne la temperatura di 1 K.
Un oggetto con una grande capacità termica, come l’acqua contenuta in un secchio, richiede una grande
quantità di calore per ogni incremento di temperatura.
L’opposto si verifica per un corpo con una piccola capacità termica, come un pezzo di piombo.
Se si conosce la capacità termica C di un oggetto, il calore necessario per produrre un incremento di
temperatura ΔT si ottiene invertendo la formula che esprime la capacità termica: Q = C * ΔT
La capacità termica è per definizione sempre positiva. Perciò:
- Il calore Q è positivo se ΔT è positivo, cioè se si fornisce calore al sistema e la sua temperatura aumenta.
- Il calore Q è negativo se ΔT è negativo, cioè se il sistema cede calore e la sua temperatura diminuisce.
IL CALORE SPECIFICO
Poiché sono necessari 4186 J per aumentare di 1°C la temperatura di 1 kg d’acqua, ce ne vorrà il doppio per
aumentare di 1°C la temperatura di 2 kg d’acqua, e così via.
La capacità termica dipende dunque non solo dal tipo di sostanza, ma anche dalla massa di essa.
Il calore specifico c è la capacità termica di una sostanza per unità di massa. c = C/m.
Nel SI il calore specifico si misura in J/(kg * K).
Il calore specifico dipende solo dal tipo di sostanza e non dalla sua massa.
Ad esempio, il calore specifico dell’acqua è cacqua = 4186 J/ (kg * K).
LA LEGGE FONDAMENTALE DELLA TERMOLOGIA
Combinando la relazione Q = C * ΔT e la definizione di calore specifico c = C/m si ottiene: Q = C*ΔT = m*c*ΔT.
La legge fondamentale della termologia ci dice che il calore Q necessario per far aumentare la temperatura
di un corpo è direttamente proporzionale alla variazione di temperatura ΔT e alla massa m del corpo:
Q = m*c*ΔT.
Il calore specifico c è la costante di proporzionalità.
Maggiore è il calore specifico, maggiore è la quantità di calore che si deve fornire all’unità di massa di una
certa sostanza per produrre un dato aumento di temperatura.
ESEMPIO: si consideri l’esperienza mostrata in foto.
I due blocchi di metallo, alluminio e piombo, hanno lo stesso volume e sono stati riscaldati alla stessa
temperatura, prima di essere posti su un blocco di paraffina.
Si può osservare che l’alluminio scioglie una quantità maggiore di paraffina, poiché cede una quantità di
calore maggiore di quella ceduta dal blocco di piombo, anche se quest’ultimo è quattro volte più pesante di
quello di alluminio (perché la densità del piombo è circa 4 volte quella dell’alluminio).
La ragione di questo comportamento sta nel fatto che il blocco di piombo, pur avendo una massa quadrupla
rispetto alla massa dell’alluminio, ha un calore specifico circa 7 volte inferiore a quello dell’alluminio.
Il calore specifico dell’acqua è di gran lunga superiore a quello di qualsiasi altra sostanza comune.
Avendo un così grande calore specifico, l’acqua può cedere o acquistare calore cambiando di poco la
propria temperatura.
È questa la ragione per cui, se si prende un pezzo di torta appena sfornata, è più facile che ci si bruci la
lingua con la frutta di cui essa è farcita (che ha un contenuto d’acqua maggiore), piuttosto che con la crosta
che è più asciutta.
CALORIMETRIA
ESEMPIO: si suppone che un blocco di massa mb, calore specifico cb e temperatura iniziale Tb venga inserito
in un calorimetro, cioè in un contenitore termicamente isolato riempito con acqua.
L’acqua ha una massa ma, calore specifico ca e temperatura iniziale Ta.
Si suppone inoltre che la massa del calorimetro sia trascurabile e che non ci siano trasferimenti di calore dal
calorimetro verso l’esterno.
Si vuole determinare la temperatura finale del sistema blocco + acqua.
La soluzione di questo problema si basa su due principi:
- La temperatura finale del blocco e quella dell’acqua sono uguali, poiché il sistema raggiunge
l’equilibrio termico.
- Nell’ipotesi di trascurare le dispersioni, l’energia totale del sistema si conserva, cioè la quantità di
calore ceduta dal blocco è uguale all’opposto di quella acquistata dall’acqua, o viceversa, se la
temperatura iniziale dell’acqua è più alta.
Usando la legge della termologia e indicando con Teq la temperatura finale, si può scrivere:
- La quantità di calore Qacqua acquistata dall’acqua: Qacqua = ma*ca*(Teq - Ta)
- E la quantità di calore Qblocco ceduta dal blocco (negativa): Qblocco = mb*cb*(Teq – Tb)
Uguagliando la quantità di calore assorbita con l’opposto di quella ceduta:
Qacqua = - Qblocco maca*(Teq – Ta) = mbcb*(Tb – Teq)
Isolando al primo membro i termini che hanno a fattore la temperatura di equilibrio, si ottiene:
Teq (maca + mbcb) = macaTa + mbcbTb
Da cui si ricava la temperatura di equilibrio acqua + blocco: Teq = (macaTa + mbcbTb) / (maca + mbcb)
LA PROPAGAZIONE DEL CALORE
Il calore può essere scambiato in vari modi.
Il Sole, ad esempio, riscalda la Terra da 150 milioni di kilometri di distanza, attraverso uno spazio vuoto,
con un processo noto come irraggiamento.
Quando la luce del Sole colpisce il suolo e fa aumentare la sua temperatura, l’aria a contatto con il suolo
diventa più calda e comincia a salire, producendo un ulteriore scambio di calore attraverso un processo
noto come convezione.
Infine se si cammina a piedi nudi sul suolo si sente sui piedi l’effetto del calore che entra nel corpo
attraverso il processo di conduzione.
CONDUZIONE
La conduzione è il flusso di calore che avviene direttamente attraverso un materiale.
Se si tiene in mano l’estremità di una barra metallica e si pone l’altra estremità sul fuoco, ci si può
accorgere che dopo poco tempo inizia a riscaldarsi anche l’estremità che si ha in mano.
Il calore percepito viene trasportato lungo la barra per conduzione.
Se si ripete l’esperimento con una barra di legno, l’estremità calda della barra probabilmente prenderà
fuoco, ma l’estremità che si tiene in mano rimane abbastanza fresca.
La conduzione dipende dal tipo di materiale coinvolto: alcuni materiali conducono bene il calore, mentre
altri sono cattivi conduttori e sono chiamati isolanti.
ESEMPIO: si consideri il sistema mostrato nella foto, in cui una barra di lunghezza Δx e sezione di area A ha
un estremo alla temperatura T1 e l’altro alla temperatura T2 > T1.
Sperimentalmente si dimostra che la quantità di calore Q che fluisce attraverso la barra:
- Aumenta proporzionalmente all’area A della sezione della barra.
- Aumenta proporzionalmente alla differenza fra le temperature delle due estremità ΔT = T 2 – T1
- Aumenta costantemente con il tempo t.
- Diminuisce con la lunghezza Δx della barra.
Combinando queste osservazioni, si ottiene la legge della conduzione termica (o legge di Fourier).
Q = k * A * (ΔT/Δx) * t
Δx è la lunghezza o lo spessore del mezzo lungo il quale si propaga il calore.
La costante k è detta conduttività (o conducibilità) termica della barra e nel SI si misura in W/ (m * K), dove 1
W = 1 J/1s.
La conduttività termica varia da materiale a materiale e i valori più alti di questa grandezza sono quelli
dell’argento e del rame. Tutti i metalli sono buoni conduttori di calore.
La quantità ΔT/Δx, cioè la variazione della temperatura per unità di lunghezza, è il cosiddetto gradiente
termico di un mezzo.
La legge di Fourier può riscriversi come: ΔT/Δx = (1/k) * (Q/At)
Dove al secondo membro compare il flusso di calore, o potenza termica, Q/t, cioè il calore che attraversa il
mezzo per unità di tempo (misurato in W), diviso per l’area A.
CONVEZIONE
ESEMPIO: si suppone di voler riscaldare una piccola stanza con una stufa elettrica.
Quando la resistenza elettrica diventa incandescente, riscalda l’aria nelle sue vicinanze e, a mano a mano
che si scalda, l’aria si espande e diventa meno densa.
A causa di questa minore densità, l’aria calda sale ed è rimpiazzata dall’aria fredda più densa che si trovava
più in alto.
Si mette così in moto un flusso circolare di aria che trasporta calore dalla resistenza all’aria dell’intera
stanza. Uno scambio di calore di questo tipo viene chiamato convezione.
La convezione è la modalità di propagazione del calore tipica dei fluidi, cioè dei liquidi e dei gas.
Quando un fluido viene riscaldato in esso si determinano dei flussi convettivi, cioè movimenti fisici di
materia che trasportano calore attraverso il sistema.
Il fenomeno della convezione avviene su un ampio intervallo di scale.
La formazione, nelle zone costiere, della brezza di mare durante il giorno e della brezza di terra durante la
notte ne è un esempio.
La terra ha un calore specifico più basso di quello dell’acqua, perciò si scalda più rapidamente durante il
giorno e si raffredda più rapidamente di notte.
La differenza di temperatura determina quindi flussi convettivi di aria (le brezze) che hanno versi differenti.
IRRAGGIAMENTO
Tutti i corpi emettono una certa quantità di energia per irraggiamento.
L’energia è irradiata da un corpo sotto forma di onde elettromagnetiche, che comprendono sia la luce
visibile sia la radiazione ultravioletta e infrarossa.
L’irraggiamento non ha bisogno di un mezzo fisico per la trasmissione dell’energia, poiché le onde
elettromagnetiche si possono propagare nel vuoto.
Pertanto, il calore che proviene da un camino caldo ci può raggiungere anche se improvvisamente venisse
tolta l’aria, proprio come l’energia radiante proveniente dal Sole che raggiunge la Terra attraverso 150
milioni di kilometri di spazio vuoto.
Sperimentalmente si può verificare che l’energia irradiata nell’unità di tempo da un corpo, cioè la potenza
irradiata P, è proporzionale all’area A della superficie dalla qual è emessa e alla quarta potenza della
temperatura T4, dove T è la temperatura misurata in kelvin.
Questo comportamento è riassunto nella legge di Stefan-Boltzmann: P = eσAT4.
La costante σ (sigma) in questa espressione è una costante fisica fondamentale, nota come costante di
Stefan-Boltzmann e il suo valore è: σ = 5,67 * 10-8 W/ (m2 * K4)
L’altra quantità che compare nella legge di Stefan-Boltzmann è il coefficiente di emissione o emittività e.
L’emittività è una grandezza adimensionale che può assumere valori tra 0 e 1 e indica l’efficienza del corpo
nell’irradiare energia.
Un valore e = 1 significa che il corpo è un emettitore (o radiatore) perfetto.
Oggetti molto scuri hanno emittività vicina a 1, mentre oggetti molto chiari hanno emittività vicina a 0.
Le emittività dipendono in generale dalla lunghezza d’onda della radiazione, ma in molti casi possono
essere considerate costanti.
Un’altra importante grandezza adimensionale è il coefficiente di assorbimento a di un corpo, che è il
rapporto tra la radiazione assorbita dal corpo e quella incidente.
Se il corpo è opaco, cioè non fa passare la radiazione, la radiazione che non viene assorbita viene riflessa.
Quanto maggiore è a, tanto meno il corpo è riflettente (e viceversa).
Una legge dovuta a Kirchhoff, stabilisce che il coefficiente di emissione di un corpo è uguale al suo
coefficiente di assorbimento: e = a
Quindi un emettitore perfetto (e = 1) è anche un assorbitore perfetto (a = 1).
Un corpo di questo tipo, che emette tutta la radiazione e la assorbe, viene chiamato corpo nero.
Al contrario, un corpo riflettente ideale non assorbe nessuna radiazione (a = 0) e non emette nemmeno
energia (e = 0).
Questo è il motivo per cui l’interno di un thermos è altamente riflettente: essendo un riflettente quasi
ideale, l’interno del thermos irradia molto poco l’energia contenuta nel liquido caldo.
In un thermos c’è anche uno spazio vuoto tra la parete interna e quella esterna, (come mostrato in foto) e
limita il flusso di calore al solo irraggiamento, poiché la convezione e la conduzione non possono avvenire
nel vuoto.
GLI STATI DELLA MATERIA E I CAMBIAMENTI DI STATO (CAP.12)
LA STRUTTURA ATOMICA DELLA MATERIA
Oggi la materia è organizzata in maniera gerarchica, a livelli successivi.
Procedendo verso l’infinitamente piccolo, si incontrano nell’ordine: le molecole, gli atomi, i nuclei atomici e
le particelle subnucleari.
La materia è formata di molecole e atomi che si muovono in continuazione e interagiscono tra loro più o
meno intensamente.
Da un punto di vista microscopico, la temperatura di un corpo è una misura dell’energia cinetica, e quindi
della velocità, delle molecole che costituiscono quel corpo: all’aumentare della temperatura aumenta la
velocità delle molecole.
GLI STATI DI AGGREGAZIONE DELLA MATERIA
La materia ordinaria si presenta in tre forme fondamentali, dette stati di aggregazione e sono:
lo stato solido, lo stato liquido e lo stato gassoso.
Il passaggio di una sostanza da uno stato di aggregazione a un altro è detto cambiamento di stato.
Le caratteristiche dei diversi stati di aggregazione e i cambiamenti di stato di una sostanza molto comune
come l’acqua, sono sintetizzati nella seguente foto.
Da un punto di vista microscopico, le caratteristiche dei solidi, dei liquidi e dei gas sono una conseguenza
della maggiore o minore intensità delle interazioni tra le molecole.
In un solido, l’intensità delle forze intermolecolari è tale da impedire alle molecole di allontanarsi dalle loro
posizioni iniziali.
Nel caso dei solidi cristallini, le molecole formano reticoli geometrici molto ordinati.
Altri solidi, detti amorfi, non presentano reticoli regolari.
In un liquido, le forze intermolecolari sono più deboli e le molecole hanno una maggiore mobilità.
Ciò permette al liquido di modificare la propria forma.
In un gas, le forze intermolecolari sono trascurabili e le molecole sono libere.
Il loro volume complessivo è molto piccolo ed è per questo che il gas può essere facilmente compresso.
I CAMBIAMENTI DI STATO
Il passaggio di una sostanza da uno stato di aggregazione a un altro è detto passaggio di stato o cambiamento.
I sistemi che scambiano energia meccanica e calore con l’ambiente esterno si chiamano sistemi
termodinamici. Una parte fisicamente omogenea di un sistema termodinamico è detta fase.
Un sistema in un definito stato di aggregazione ha una singola fase, come l’acqua in un bicchiere, che si
presenta nella fase liquida.
Un sistema come quello dell’acqua che bolle in una pentola, ha due fasi (fase liquida e fase di vapore).
I cambiamenti di stato vengono anche chiamati transizioni di fase.
VAPORIZZAZIONE E CONDENSAZIONE
ESEMPIO: Si consideri un recipiente chiuso, parzialmente riempito con un liquido, come mostrato in foto.
Il sistema è mantenuto a temperatura costante T0 e in inizialmente lo spazio al di sopra del liquido è vuoto.
Tuttavia, alcune molecole del liquido, più veloci delle altre, iniziano presto a sfuggire all’attrazione
intermolecolare delle molecole vicine e vanno a formare un gas a bassa densità (il vapore) nello spazio al di
sopra del liquido.
Occasionalmente, qualche molecola del gas entra in contatto con il liquido e rientra, ma all’inizio è
maggiore il numero di molecole che vanno a formare il gas.
Quando il flusso di molecole che passa dallo stato liquido allo stato di vapore è uguale al flusso di molecole
che passa dallo stato di vapore allo stato liquido, si dice che si è raggiunto l’equilibrio di fase, nel senso che
le due fasi, liquida e gassosa, coesistono in maniera bilanciata.
La pressione del gas alla quale si stabilisce l’equilibrio è detta pressione del vapore saturo.
Il passaggio dallo stato liquido a quello di vapore è detto vaporizzazione.
Il passaggio inverso, dallo stato di vapore a quello liquido, è detto condensazione.
Che cosa succede se varia la temperatura?
Se la temperatura aumenta, nel liquido ci saranno più molecole ad alta velocità che riescono a sfuggire
verso il gas.
Perciò per avere un numero uguale di molecole che ritornano nel liquido, sarà necessario che la pressione
del vapore raggiunga un valore maggiore.
Quindi la pressione del vapore saturo aumenta con la temperatura.
A ogni valore della temperatura corrisponde uno specifico valore della pressione per la quale vi è equilibrio
tra le fasi liquida e gassosa.
Se si apre il contenitore della foto precedente e si soffia, in modo da rimuovere gran parte del gas la
vaporizzazione continua senza raggiungere l’equilibrio e, poiché le molecole vengono continuamente
rimosse, il liquido progressivamente evapora finché non si esaurisce.
Questo è il meccanismo alla base della vaporizzazione dei mari e, in scala ridotta, della vaporizzazione
dell’acqua che si usa per lavare i pavimenti.
EBOLLIZIONE
Nella situazione della vaporizzazione di un liquido della figura precedente, il fenomeno interessa solo la
superficie del liquido (si parla di evaporazione).
Se però si continua a riscaldare il liquido, a un certo punto si formano al suo interno delle bollicine di
vapore che si dilatano e salgono in superficie.
Aumentando ancora la temperatura, il fenomeno diventa turbolento e coinvolge l’intera massa del liquido.
Questa particolare modalità di passaggio allo stato gassoso è detta ebollizione e la temperatura alla quale si
verifica è chiamata punto di ebollizione.
Il punto di ebollizione di un liquido è determinato dalla sua curva del vapore saturo.
Il punto di ebollizione è la temperatura alla quale la pressione del vapore saturo eguaglia la pressione
esterna.
Per l’acqua, la pressione del vapore saturo uguaglia la pressione atmosferica, pat = 101 kPa, quando la
temperatura dell’acqua è di 100°C.
FUSIONE E SOLIDIFICAZIONE
Il passaggio dalla fase solida alla fase liquida è detto fusione o liquefazione.
Il passaggio dalla fase liquida alla fase solida è detto solidificazione.
Nel diagramma pressione-temperatura, una curva simile a quella della pressione del vapore saturo
rappresenta i punti in cui le fasi solida e liquida sono in equilibrio. Tale curva è detta curva di fusione.
Nella maggior parte delle sostanze, questa curva ha una pendenza positiva e ciò significa che all’aumentare
della pressione, anche la temperatura di fusione di una sostanza aumenta.
IL CALORE LATENTE
Quando vi è un passaggio di stato la temperatura del sistema rimane costante anche se forniamo del calore.
ESEMPIO: si consideri un cubetto di ghiaccio in un bicchiere, inizialmente a una temperatura inferiore a 0°C.
Fornendo una quantità di calore Q sufficiente, si può portare il cubetto di ghiaccio alla temperatura di 0°C.
Se a questo punto si fornisce ancora calore, non si osserva un ulteriore aumento di temperatura.
Il calore è utilizzato per trasformare una certa quantità di ghiaccio in acqua.
A livello microscopico, il calore fornito fa si che le molecole del solido oscillino attorno alle loro posizioni
reticolari, con un’energia sufficiente a rompere i legami con le molecole vicine, e diventino così parte del
liquido.
Perciò finché rimane del ghiaccio nel bicchiere e l’acqua e il ghiaccio sono in equilibrio, sia l’acqua e sia il
ghiaccio si trovano a 0°C.
Se si fornisce calore al sistema diminuisce la quantità di ghiaccio, se si sottrae calore, la quantità di ghiaccio
aumenta.
La quantità di calore necessaria per trasformare completamente in acqua una massa unitaria di ghiaccio
che si trova alla temperatura di fusione è chiamata calore latente di fusione dell’acqua.
Il calore latente L di una sostanza è il calore che deve essere fornito o sottratto a una massa unitaria di
quella sostanza, che si trova già alla temperatura del passaggio di stato, per farla passare da una fase a
un’altra, cioè: L = Q/m. Nel SI il calore latente si misura in joule/kilogrammo (J/kg).
Dalla formula precedente si può ricavare il calore Q necessario per far passare una massa m di sostanza da
una fase a un’altra: Q = m*L
Il calore latente dipende dalle fasi che sono coinvolte:
- Il calore latente necessario per fondere una sostanza è chiamato calore latente di fusione ed è
indicato con Lf.
- Il calore latente necessario per trasformare un liquido in un gas è il calore latente di vaporizzazione,
indicato con Lv.
- Il calore latente necessario per trasformare un solido direttamente in un gas è il calore latente di
sublimazione Ls.
CAMBIAMENTI DI STATO E CONSERVAZIONE DELL’ENERGIA
Nei problemi che coinvolgono la conservazione dell’energia viene scambiato calore all’interno del sistema,
cioè tra le sue parti, ma non con l’ambiente esterno e di conseguenza, l’energia totale del sistema è
costante. Il calore che fluisce all’interno del sistema può causare cambiamenti di temperatura e di fase.
L’idea di base per risolvere problemi che coinvolgono la conservazione dell’energia è la seguente:
Il calore ceduto da una parte del sistema è uguale al calore acquistato dal resto del sistema, cioè l’energia
totale del sistema è costante.
NOTA: il calore ceduto è negativo, il calore acquistato è positivo.