HENRI BERGSON (1859-1941)
Lo spiritualismo
● Henri Bergson è il principale esponente di una corrente che si diffonde tra la fine
dell’800 e l’inizio del ‘900, lo spiritualismo: ha il suo epicentro in Francia, poi si
diffonde nel resto d’Europa —> lo spiritualismo si può considerare una reazione
verso il positivismo (1830-1870), che offre un nuovo modo di vedere la realtà. Dopo il
1870, infatti, il positivismo inizia ad essere messo in discussione e lo spiritualismo lo
attacca in maniera diretta.
● Gli spiritualisti non sono antiscientifici e ammettono l’utilità della scienza, ma
contestano la convinzione che essa possa essere l’unica forma di conoscenza valida
e che gli altri saperi debbano adattarsi alla scienza. Combattono il riduzionismo,
ovvero l’idea per la quale tutto deve avere una connotazione scientifica.
● Gli spiritualisti ritengono che esista una realtà (spirito o coscienza) che ha a che fare
con il pensiero e la mente dell’uomo, ma che non è trattabile a livello scientifico —> è
immateriale, non è spiegabile solo con il cervello, che ha un ruolo nella realizzazione
dei pensieri, ma il pensiero stesso è immateriale
● è necessario trattare in maniera filosofica ciò che non è trattabile in maniera
scientifica
● per il positivismo, la filosofia dava una visione globale delle altre scienze, riuscendo
ad unirle. Per gli spiritualisti, invece, la filosofia non deve più essere “ancella della
scienza”, ma vogliono affermare al contrario l’autonomia della filosofia. La visione del
mondo positivistica indica inoltre una concezione deterministica, in quanto il rapporto
causa-effetto è sempre valido. Questa visione è inaccettabile dagli spiritualisti, che
vogliono rivendicare il concetto di libertà (in senso filosofico, ovvero come capacità di
sottrarsi al rapporto causa-effetto) e di contingenza (gran parte della realtà è
contingente e non necessaria) —> c’è un ribaltamento totale della prospettiva che
influenza la cultura dell’epoca (inizio ‘900)
Bergson
La vita
● Bergson ha influenzato molto la cultura tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900. Egli era
francese, di famiglia ebraica e ricca. La madre era polacca mentre il padre era
inglese
● molto conosciuto e apprezzato in vita —> le sue conferenze erano considerate quasi
come degli eventi sociali.
● Nel 1927 vince il premio nobel per la letteratura
● anche se era di origine ebrea, nel corso della sua vita le sue riflessioni l’hanno
portato più verso il cattolicesimo: a un certo punto ha l’idea di convertirsi, ma negli
anni ‘30, quando sorge il nazismo, rinuncia alla conversione per non abbandonare il
suo popolo in un momento difficile. Nel 1940 la Francia viene invasa dai tedeschi:
alcuni ebrei potevano essere esentati dalle misure discriminatorie, ma Bergson non
vuole.
● Egli ottiene due lauree, una in filosofia e una in matematica —> nelle sue riflessioni
non ignora l’ambito scientifico.
Il pensiero
Il tempo
● Nel 1889 pubblica la sua tesi di dottorato, intitolata “Saggio sui dati immediati della
coscienza”. I dati immediati della coscienza sono tutti gli stati mentali (idee, ricordi,
desideri, paure) ed egli si propone di studiarli in modo immediato, ovvero senza che
siano soggetti ad alcun tipo di concettualizzazione —> vuole osservare come la
coscienza percepisce il mondo e come questi stati mentali si manifestano nel tempo.
La coscienza ha infatti un andamento temporale.
● Il tempo vissuto (ovvero il tempo della coscienza) non è il tempo come lo pensiamo
normalmente (quello è infatti il tempo della scienza). È presente un dualismo tra
tempo della scienza e tempo della coscienza. Il tempo della scienza è il tempo
percepito in ambito fisico o quotidiano, mentre il tempo della coscienza è il tempo
che avvertiamo dentro di noi concentrandoci sui nostri stati mentali.
● Il tempo della scienza può essere identificato nel tempo di un esperimento fisico: se
la temperatura di un corpo varia di un certo valore in un dato intervallo di tempo, il
tempo che viene analizzato è un tempo lineare ed omogeneo, che può essere
suddiviso in molte parti uguali tra loro —> gli attimi si distinguono in base a dei
numeri e viene attribuito al tempo un carattere quantitativo. È possibile isolare un
singolo istante dagli altri ed è discontinuo, in quanto si può fermare o fotografare un
determinato momento. Inoltre, è reversibile, perché si può ripetere. Secondo questa
concezione di tempo vige il determinismo: la condizione nel primo istante influenza
quella nel secondo istante eccetera.
● Questa concezione di tempo non è quella reale e nasce perché è utile e universale
—> deriva dal fatto che la scienza confonde il tempo con lo spazio e rappresenta un
tempo come se fosse spazio. La visione arbitraria porta a una confusione tra spazio
e tempo e vige un concetto imbastardito del tempo.
● nel 1922 c’è una querelle tra Bergson e Einstein sullo scorrere del tempo: la teoria di
Einstein rimane legata al tempo oggettivo e spaziale.
● Bergson ritiene utile basarsi su questa concezione del tempo, che è però astratta —>
non è il tempo come veramente si manifesta a noi, ma è un tempo che distorciamo
rendendolo spazializzato e che non serve a comprendere sé stessi e i propri stati
d’animo e mentali. Paragonato a una collana di perle, che una dopo l’altra posso
separare.
● Il tempo della coscienza/dell’interiorità è una durata, e dunque è continuo. Viene
paragonato a un gomitolo intrecciato o a una valanga di neve. Questo non è
omogeneo, perché gli attimi non sono identici e viene percepito in maniera diversa:
conta l’intensità con cui viviamo il tempo e ogni esperienza è diversa (Eraclito, fiume
in cui non ci si può mai bagnare allo stesso modo). È continuo, perché non si può
isolare un unico istante da tutti gli altri e non si riesce ad identificare un momento
preciso. Nella coscienza, i dati mentali si compenetrano continuamente e non
scompaiono: il flusso (valanga) è determinato da tutte le esperienze interiori avute
prima —> il passato e il presente non sono distinguibili e il tempo non è reversibile, in
quanto ogni esperienza non è ripetibile. L’esperienza di oggi influenzerà quella di
domani —> non ci sarà mai la stessa esperienza. Il passato rimane comunque nel
presente e ogni esperienza si inserisce nel flusso totale. Il tempo della coscienza è
dinamico.
● Il tempo della coscienza è l’unico che permette di parlare di libertà, in quanto non è
deterministico e tutto è fuso insieme.
● Ciò che accade nella durata è contingente e da questo deriva l’infondatezza della
psicologia positivista, che era basata sul principio di stimolo-risposta. Bergson la
considera infondata, in quanto non si può determinare in modo deterministico come
uno stimolo influenzi le relazioni di un essere umano —> Le esperienze si
inseriscono in una serie di altri vissuti e le decisioni non sono determinate, ma
contingenti —> introduce una visione spiritualistica della filosofia, per la quale non c’è
una legge scientifica sugli stati di coscienza.
● Il tempo della coscienza è il vero tempo che viviamo; è un tempo filosofico, non
scientifico, e la filosofia è concreta, in quanto parla della vita reale, mentre la scienza
è astratta e serve a fare dei modelli utili.
● Anche la musica viene spazializzata attraverso il pentagramma, ma quando la
ascoltiamo non percepiamo la divisione in note, ma la compenetrazione dei suoni
—> questo è ciò che ci dà piacere. È concreto il tempo della coscienza con cui lo
percepiamo tutto insieme, mentre è astratto il tempo in cui la musica è divisa in note,
in quanto questa non è la vera esperienza della musica.
● Bergson influenza molto l’arte e la letteratura, in quanto già in vita era molto
popolare: il linguaggio rimanda al tempo della scienza (successione di lettere,
punteggiatura…): si diffonde, soprattutto in Inghilterra, la tecnica del flusso di
coscienza e del monologo interiore, con il quale gli autori cercano di riprodurre ciò
che succede nella coscienza dei personaggi (James Joyce): viene eliminata la
punteggiatura per ricercare una compenetrazione tra i pensieri
La percezione
● Nella seconda opera del 1896, “Materia e memoria”, Bergson tratta dei rapporti tra
corpo e spirito, legato alla percezione, al ricordo e alla memoria. La percezione per
Bergson è un fatto fisico, un’immagine del mondo circostante fatta attraverso il corpo.
● Mentre percepiamo, la nostra coscienza (che è spirituale, non corporea) è attiva: la
percezione è infatti un’opera di selezione e noi percepiamo solo alcuni stimoli.
Questa selezione è compiuta dalla coscienza: la percezione è un fatto fisico, ma in
cui interviene la coscienza spirituale. Selezioniamo solo gli stimoli più
immediatamente utili al nostro corpo e ogni percezione porta a una reazione
corporea.
● Gli schemi motori si possono attivare in modi diversi:
1. Possono essere azioni totalmente automatiche, per cui non abbiamo bisogno di
ricordarci come si svolgono: per le azioni semplici e meccaniche nella coscienza c’è
già l’azione (abitudine).
2. A volte è necessario generare un ricordo consapevole, ovvero un’immagine di una
serie di esperienze passate: la coscienza deve infatti materializzare le informazioni. Il
ricordo è una funzione cerebrale, che però non coincide con la memoria, che è
immateriale e corrisponde all’intera coscienza. Per ottenere un ricordo, il cervello
prende una porzione di coscienza e la trasforma in immagine.
- continuamente il cervello prende alcune immagini, ma la memoria è l’intera
coscienza, la valanga —> il ricordo dipende da quello che è presente nell’intera
coscienza, dove tutti gli elementi si fondono insieme e che corrisponde all’intera vita
interiore.
- Nella memoria sono presenti molte cose che noi non ricordiamo: la memoria è più
vasta del ricordo. Quando cerchiamo di ricordare qualcosa, non sempre questo viene
fatto nel modo più utile —> ci sono infatti casi in cui il ricordo va a una dimensione
più profonda e la persona agisce in maniera non funzionale, ma capisce molto di più
di sé, perché il ricordo è più profondo. (Immagine del cono rovesciato: il piano è il
presente, il cono è la nostra coscienza, il punto di contatto è la percezione)
- La percezione comporta un ricordo, una sezione del cono che si materializza: questo
ricordo può essere più vicino alla percezione (in questo caso è meno profondo ma
più utile), oppure più vicino alla memoria (così è più profondo, meno utile sul
momento ma serve a capire meglio noi stessi e la nostra coscienza).
L’evoluzione
● Nell’opera del 1907 “L’evoluzione creatrice” Bergson applica tutti i concetti precedenti
all’intera natura. Il tema trattato è la teoria dell’evoluzionismo darwiniano, che Darwin
esponeva nell’opera “L’origine delle specie” del 1859. Da qui Bergson vuole rileggere
il modello di evoluzione, in quanto non è convinto delle teorie di Darwin che ritiene
materialiste e meccaniciste.
● Bergson non sostiene neanche il modello evoluzionistico che si era sviluppato in
seguito a quello di Darwin come reazione, ovvero la teoria del disegno intelligente: la
Chiesa sosteneva infatti che le mutazioni che avvengono e che portano
all’evoluzione non fossero casuali, ma fossero volute da Dio, che aveva già
un’immagine di come le specie sarebbero diventate. Questa è invece una teoria
finalistica.
● Bergson ritiene inadatte entrambe le teorie, sia quella meccanicistica che quella
finalistica. Egli propone l’immagine di un tavolo coperto da limatura di ferro, in cui un
braccio invisibile fa muovere la limatura: per la teoria meccanicistica, c’è qualcosa
che fa muovere la limatura e casualmente si genera l’immagine di un braccio. Per i
finalisti, c’è un’intelligenza che fa muovere i granelli e li dispone con quella forma.
Nessuna delle due teorie, però, coglie la vera causa del movimento.
● Secondo Bergson, l’evoluzione ha avuto origine da una forza che egli chiama
“slancio vitale”: la materia sarebbe passiva e priva di vita, ma lo stato vitale irrompe
nella materia e la rende viva: da qui inizia la vita.
● L’origine dell’evoluzione è quindi spirituale, è un’energia: la materia è passiva e
l’energia libera e imprevedibile si ramifica nella materia, in modo diverso in base alle
specie e ai regni della vita. Le specie si classificano in base alla resistenza della
materia: in alcuni rami la resistenza è più forte e lo slancio vitale si esaurisce prima:
queste specie si estinguono o smettono di evolversi. In altri rami, lo slancio vitale
rimane attivo e queste sono ancora in trasformazione in maniera contingente e
libera. Nell'essere umano lo slancio vitale si rinnova sempre.
● La prima divisione è quella tra animali e piante, sulla base della funzione autotrofa ed
eterotrofa: le piante traggono da sé l’energia necessaria alla sopravvivenza, gli
animali hanno bisogno di ricercarla altrove. Questo porta a una caratteristica tipica
delle piante, il torpore, ovvero l’assenza di movimento e di sensibilità.
● Gli animali hanno dovuto ricercare delle strategie per ricavare energia, sviluppando il
movimento e la sensibilità. Gli animali, specialmente alcuni, come gli insetti,
possiedono il massimo grado di istinto dallo slancio vitale; l’istinto è la capacità di
utilizzare al meglio gli strumenti organici, che comprendono sia i propri organi sia gli
elementi esterni, ed è inconsapevole.
● Gli esseri umani sono limitati e deboli per quanto riguarda l’istinto, in quanto i loro
organi sono meno sviluppati —> hanno dovuto sviluppare la facoltà dell’intelligenza,
ovvero una facoltà che garantisce la capacità di fabbricare strumenti artificiali. È
molto estesa e vasta e questa capacità costituisce la tecnica
● La tecnica ha la funzione di compensare le inefficienze organiche dell’uomo, creando
delle protesi che rimediano alla debolezza dell’uomo e lo potenziano
● L’intelligenza è utile, ma ha dei limiti: funziona in maniera analitica, ovvero l’oggetto
da ottenere attraverso la tecnica viene diviso in tante parti e ogni parte viene
rappresentata attraverso un simbolo (disegno o parola), poi si procede tappa per
tappa con un ordine preciso, seguendo un algoritmo (determinate operazioni in un
determinato ordine). L’intelligenza è adeguata finché si tratta di costruire qualcosa,
ma non può essere utilizzata per affrontare la vita e la coscienza: l’intelligenza è
inadatta a capire la vita e la coscienza.
● C’è una terza via di conoscenza, che è l’intuizione: è tipica dell’uomo ed è la capacità
di cogliere in un unico atto l’intera realtà ed esperienza: il problema è parlarne, infatti
il linguaggio è delineato sulla base dell’intelligenza, non dell’intuizione. L’intuizione è
la facoltà sulla quale si basano la filosofia (che Bergson chiama metafisica) e l’arte.
La scienza e la filosofia sono distinte e non possono trovare un punto di contatto: per
costruire qualcosa bisogna utilizzare la tecnica e la scienza, per capire la vita
bisogna utilizzare la filosofia
La morale e la religione
● Nel 1932 Bergson pubblica la sua ultima opera, “Le due fonti della morale e della
religione”, nella quale propone un dualismo, proponendo due diversi tipi di religione e
morale.
● Per quanto riguarda la morale, ne esistono di due tipi:
- morale dell’obbligazione: si fonda su delle regole rigide, degli obblighi, ben codificate
e tendenzialmente immutabili, non rivolte a tutti ma a un certo gruppo di persone,
sulla base dell’etnia, del gruppo sociale, dell’età… È il modo più comune di seguire la
morale, richiede obbedienza e ha come scopo l’ordine sociale.
- morale assoluta: è molto più rara e significativa, non si rivolge solo ad alcuni ed è
universale. Non è statica e si rinnova continuamente, è fondata sull’amore per
l’umanità
● Esistono anche due tipi di religione:
- religione statica: fatta di precetti, nasce dalla paura della morte, della natura, della
sofferenza… è basata su norme, precetti, narrazioni e racconti; questi ultimi hanno
una funzione fabulatrice.
- Religione dinamica: non è legata al racconto, ma a un’esperienza mistica: è il
misticismo, ovvero l’esperienza dello slancio vitale , un’esperienza mistica,
irrazionale e che non si può raccontare.
All’inizio del cristianesimo c'erano tanti mistici, che si sono persi con lo sviluppo della
tecnica: l’essere umano viene infatti potenziato nel corpo, ma la sua anima viene impoverita.
L’unico antidoto è ripotenziare l’anima con il ritorno del misticismo.
Da qui derivano due diverse società:
- società chiuse: conservatrici, caratterizzate da una religione statica e da obblighi. Qui
il singolo viene visto in funzione del tutto e si è disposti a sacrificare l’individuo: il
totalitarismo è l’apice di questo tipo di società
- società aperte: creative, prospettate verso il futuro, hanno un’immagine delle cose
che ancora non ci sono, basate sull’amore e che hanno a cuore la libertà.