Heaven
Heaven
Seni e uova
Edizioni e/o
Via Camozzi, 1
00195 Roma
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Titolo originale:
(Hevun)
Copyright © 2019 by Mieko Kawakami
Copyright © 2021 by Edizioni e/o
Art direction: Emanuele Ragnisco
[Link]/emanueleragnisco
Immagine in copertina: © David James Grinly –
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ISBN 9788833573977
Mieko Kawakami
HEAVEN
Traduzione dal giapponese
di Gianluca Coci
HEAVEN
AVVERTENZA
U
n giorno, verso la fine di aprile, trovai un bigliettino nel portapenne. Era
infilato tra due matite, dritto come se fosse in piedi.
Lo aprii e lo lessi.
C’era scritto: “Io e te siamo uguali”. Nient’altro.
La grafia era molto sottile, faceva venire in mente le spine di un pesce.
Doveva essere stato scritto con un portamine.
Rimisi in fretta il bigliettino nel portapenne e, dopo aver fatto un bel
respiro, mi guardai intorno cercando di apparire disinvolto. Era tutto
come sempre: i compagni che ridevano e scherzavano ad alta voce, il
chiacchiericcio fitto, il solito trambusto che regnava tra una lezione e
l’altra. Nel tentativo di recuperare la calma, sistemai per bene il libro e il
quaderno sul banco, impilandoli uno sull’altro, e temperai piano piano la
matita. Poi, finalmente, suonò la campanella della terza ora. Un rumore di
sedie smosse riecheggiò in tutta l’aula, il professore entrò in classe e la
lezione ebbe inizio.
Sulle prime pensai che il bigliettino fosse uno scherzo, un tranello, non
riuscivo a spiegarmelo in nessun altro modo. Ma perché si prendevano la
briga di sprecare così il loro tempo? Possibile che non avessero nient’altro
di meglio da fare? Trassi un lungo sospiro silenzioso, mi sentivo molto
avvilito. Sempre uguale, ormai andava avanti così da parecchio.
Quel messaggio fu il primo di una lunga serie, l’unico nascosto nel
portapenne. Gli altri li trovai attaccati con del nastro adesivo sotto il
banco. Arrivavano a raffica, uno dopo l’altro. Ogni volta che infilavo la
mano e ne sentivo uno nuovo, mi si accapponava la pelle e mi guardavo
intorno con circospezione. Ero convinto che qualcuno mi tenesse d’occhio
per sondare la mia reazione e farsi beffe di me. Non sapevo come
comportarmi, ero terrorizzato.
I messaggi erano sempre molto brevi e scritti su pezzi di carta
rettangolari, grandi suppergiù quanto una cartolina. Spesso consistevano
in domande molto generiche, banali: “Che cosa stavi facendo ieri quando è
venuto a piovere?”, “Quale paese ti piacerebbe visitare?”. Me li infilavo in
tasca, attento a non farmi vedere, e aspettavo di andare in bagno per
poterli leggere con meno apprensione. All’inizio avevo pensato di
liberarmene subito ma, non sapendo dove gettarli, finii per conservarli
dentro la foderina blu del tesserino studentesco.
A eccezione di quei misteriosi bigliettini, non era cambiato niente.
Ninomiya e gli altri continuavano a obbligarmi a portare i loro zaini, a
riempirmi di calci e schiaffi, a rincorrermi e colpirmi con i loro flauti di
plastica. Fatto curioso: i messaggi arrivavano puntuali tutte le volte che
venivo bullizzato. Non erano firmati, non contenevano né il mio nome né
quello del mittente, nessun riferimento a dati concreti e riconoscibili.
Tutto restava vago, ma come spiegare quello strano legame con le
prepotenze dei miei compagni di classe? Non poteva essere una semplice
coincidenza. A un certo punto cominciai a pensare: e se Ninomiya e la sua
banda non c’entrassero niente? Se si trattasse di qualcuno che vuole farmi
capire che non sono solo? Ma poi scossi la testa e mi dissi che nessuno
sarebbe stato tanto idiota da schierarsi dalla mia parte e che non valeva la
pena illudersi. Risultato finale: ero sempre più triste e con il morale a
terra.
Al mattino, non appena mettevo piede in classe, guardavo sotto il banco
e controllavo se ci fosse qualche nuovo messaggio. Era diventata
un’abitudine, non vedevo l’ora di compiere quel gesto. Arrivavo per primo
nell’aula deserta e silenziosa, in cui aleggiava un lieve odore di grasso
lubrificante che si sprigionava dalle assi di legno del pavimento, e leggere
quelle brevi frasi costituiva per me una piccola fonte di gioia. Sia chiaro,
continuavo a pensare che si trattasse di una specie di scherzo ed ero
tutt’altro che ottimista, eppure quei messaggi mi offrivano un angolo di
pace in un mondo pieno di angoscia e tormento.
All’inizio di maggio ne ricevetti uno molto diverso dal solito. Diceva:
“Vorrei parlarti. Vediamoci dopo scuola nel giorno e nel luogo sotto
indicati, tra le cinque e le sette”.
In basso c’era una data. Sentii il cuore pulsare forte nel petto e nelle
orecchie; le parole del messaggio mi si erano impresse a fuoco nella
mente, tanto le avevo lette e rilette. Chiudevo gli occhi e le vedevo davanti
a me come fossero in rilievo. Accanto alla data c’era una piccola mappa del
luogo dell’appuntamento, disegnata a mano in modo approssimativo.
Agitatissimo, passai quasi l’intera giornata a chiedermi cosa fare. E
continuai a pensarci durante il lungo ponte di festività della prima
settimana del mese, fino a farmi venire il mal di testa e a perdere
l’appetito. Ero convinto che all’appuntamento avrei trovato ad attendermi
Ninomiya e i suoi guardaspalle. Immaginavo già la scena: loro che
saltavano fuori dall’ombra e si piegavano in due dalle risate, urlando che
ero il solito sfigato e prendendomi a spintoni. Non potevo fare a meno di
pensare che facesse tutto parte di un nuovo piano malvagio, escogitato
per sottopormi all’ennesima serie di angherie. Al contempo non riuscivo a
fare finta di non aver mai ricevuto quel messaggio. Ormai nella mia testa
non c’era altro.
Quando arrivò il giorno stabilito mi prese un’ansia indescrivibile fin dal
risveglio. Andai a scuola scosso da un tremore impercettibile, non riuscivo
a fermarlo.
Attento a non farmi scoprire, tenni d’occhio Ninomiya e gli altri per
tutta la giornata, ma non notai niente di sospetto. A un certo punto uno di
loro, accortosi dei miei sguardi insistenti, si tolse una scarpa e me la lanciò
contro. «Che hai da guardare, idiota?» urlò. Dopo di che mi intimò di
raccogliere la scarpa e riportargliela. E io, incapace di fare altrimenti,
eseguii gli ordini senza fiatare.
Più si avvicinava la fine delle lezioni e più diventavo nervoso. Non mi
ero mai sentito così teso e di cattivo umore, mi girava la testa. Strinsi i
denti per resistere fino al suono della campanella e tornai a casa quasi
correndo. Lungo il tragitto mi chiesi ripetutamente cosa fare, se fosse
davvero il caso di andare all’appuntamento. Ma più riflettevo e più mi si
confondevano le idee. Non vedevo vie d’uscita, qualsiasi soluzione mi
appariva sbagliata. Una sensazione di angoscia e oppressione mi divorava
dentro, mi sembrava di impazzire.
Aprii la porta e mia madre, seduta sul divano in soggiorno a guardare la
TV, mi salutò con il solito «Ciao, bentornato». «Ciao, mamma» risposi,
mentre nella casa silenziosa risuonava solo la voce del conduttore del
telegiornale. Regnava la quiete, come sempre.
«Oggi ti ho preparato un sacco di cose buone» mi disse mia madre.
Senza rispondere, presi il succo di pompelmo dal frigorifero, me ne
versai un bicchiere e lo bevvi in piedi. «Perché non ti siedi?» mi esortò lei,
voltandosi verso di me. Dopo di che mi giunse all’orecchio il ticchettio del
tagliaunghie. Chissà se stava tagliando le unghie delle mani o quelle dei
piedi.
«Ti riferisci alla cena di stasera?» replicai a scoppio ritardato.
«Sì, non senti che profumino? Ho fatto un roast beef coi fiocchi. È la
prima volta che provo questa ricetta, ho legato la carne con lo spago come
da manuale».
Significava che mio padre sarebbe rientrato per cena? Forse. Ma
preferii astenermi dal domandarglielo.
«Tu vuoi mangiare presto?» mi chiese mia madre.
«No, no… Devo fare un salto in biblioteca per una ricerca. Meglio cenare
più tardi».
Nel quartiere in cui abitavo c’era un viale alberato lungo alcune
centinaia di metri. Per andare a scuola lo percorrevo quasi tutto, da
un’estremità all’altra. Il luogo dell’appuntamento era in un piccolo parco
sul lato sinistro, grossomodo a metà del viale. Si trattava di un posto
trascurato e poco frequentato, tanto da assomigliare a un terreno incolto
più che a un giardino pubblico.
Ero uscito di casa alle quattro in punto e quando arrivai non c’era
ancora nessuno. Meno male, mi sentii almeno un po’ sollevato. In un
angolo spiccavano una specie di panchina fatta con degli pneumatici e una
balena di cemento, con nel mezzo una sabbiera di circa due metri per tre,
zeppa di vecchie scatole per dolci e buste di plastica semisepolte. Notai
anche un escremento di cane o di gatto, completamente essiccato e
cosparso di sabbia: faceva pensare a un pezzo di tenpura. E dove c’era un
escremento di solito ce n’erano anche altri, perciò immaginai che quella
sabbionaia dovesse essere piena di sterco. Di colpo mi balzò alla mente
una scena raccapricciante: Ninomiya e i suoi che mi spingevano con la
testa nella sabbia e mi costringevano a mangiare la cacca. Mi vennero i
conati di vomito, sentii un rigurgito acido fino in gola. Feci un respiro
profondo e cercai di allontanare da me quell’immagine stomachevole.
Eppure, per quanto espirassi, mi sentivo sempre più fiacco e pesante.
Le fauci spalancate della balena erano abbastanza grandi da accogliere
un paio di persone suppergiù della mia altezza. La pittura era talmente
scrostata che non si riusciva a distinguere il colore originale. Il dorso e la
testa erano costellati di scritte e graffiti tracciati col pennarello nero.
Quello spazio sorgeva in prossimità di un vecchio complesso di case
popolari; era sporco, pieno di polvere, e la terra umida e nera evocava un
senso di cupa disperazione.
Tornai sul ciglio del viale alberato e decisi di aspettare.
Poi andai a sedermi su una panchina di ferro e feci un altro respiro
molto lento e profondo. Mi ripetei non so quante volte che sarei dovuto
restare a casa. Ma subito dopo pensai che se non mi fossi fatto vivo
Ninomiya me l’avrebbe fatta pagare cara. Il problema era che non
dipendeva da me: qualunque fosse stata la mia scelta, il risultato non
sarebbe cambiato.
Sospirai e alzai la testa. Sui rami degli alberi, fino a poco tempo prima
ancora spogli e neri, erano apparse piccole foglie verdi che stormivano
piano a ogni soffio di vento. Mi tolsi gli occhiali per stropicciarmi gli occhi
e diressi lo sguardo al lungo filare di alberi. Non vedevo altro che la solita
immagine piatta e schiacciata, priva di profondità. Come sempre, quel
paesaggio mi fece pensare a una scena delimitata da una cornice
rettangolare, simile a un teatrino di cartone: ogni volta che battevo le
palpebre avevo l’impressione che le scene si succedessero una dopo l’altra
e cadessero ai miei piedi.
Dopo un po’, senza stare a pensarci troppo, tornai al luogo
dell’appuntamento e scorsi una figura seduta di spalle sulla panchina di
pneumatici. Era una ragazza con indosso la divisa della scuola media. Che
diavolo stava succedendo? Perplesso e confuso, mi guardai intorno alla
ricerca di Ninomiya e la sua banda. Ma non c’era anima viva.
Mi avvicinai con molta prudenza fermandomi davanti alla balena di
cemento. La ragazza si voltò: era Kojima, una mia compagna di classe! Si
alzò, mi guardò negli occhi e abbozzò un cenno d’intesa abbassando piano
la testa e incurvando le labbra leggermente all’insù. E io, più per istinto,
feci altrettanto.
«I messaggi…» mi disse con un filo di voce, facendomi restare a bocca
aperta.
Kojima era una ragazza minuta, scura di carnagione e taciturna. Aveva
sempre la camicetta tutta sgualcita e indossava una vecchia divisa logora e
consunta. Spesso se ne stava sulle sue, a testa bassa e con la schiena un po’
ingobbita. Aveva una gran massa di capelli corvini pieni di ciuffi ribelli e
una sottile peluria scura tra il naso e il labbro superiore, che soprattutto
da una certa distanza sembrava sporcizia. Tutti la prendevano in giro per
questo, dicendo che era lurida e brutta perché apparteneva a una famiglia
povera. Le altre ragazze della classe le davano il tormento, era il loro
zimbello.
«Credevo che non saresti venuto» mi disse con un sorriso impacciato.
«Ti ho messo in difficoltà? Hai pensato a qualcosa di strano?».
Incapace di trovare le parole per rispondere, mi limitai a scuotere la
testa. Restammo in silenzio per diversi secondi.
«Perché non ti siedi?» mi propose, esortandomi con un gesto della
mano. Non me lo feci ripetere due volte, ma mi sedetti rigido come un
palo, lo sguardo puntato in avanti. Non mi ero mai sentito così a disagio in
tutta la mia vita.
«In realtà non ho niente di particolare da dirti, ma avevo voglia di
parlare con te» continuò lei, incespicando tra una parola e l’altra.
«Finalmente da soli… Ho pensato che ne avessimo bisogno, era da un po’
che aspettavo questo momento».
Mi sembrava tutto così strano, era la prima volta che mi rivolgeva la
parola e ascoltavo bene la sua voce. Ed era anche la prima volta che la
vedevo così da vicino. La prima volta che parlavo con una ragazza. Avevo
le mani umide, grondavo di sudore e non sapevo in che direzione
guardare.
«Comunque ti ringrazio per essere venuto» aggiunse. La sua voce non
suonava né acuta né grave. Ma era ferma, molto. Quando si diffondeva
nell’aria sembrava che fosse dotata di un nucleo solido e vivido, come se
fosse in grado di stagliarsi nel vuoto. Annuii più volte, senza dire una
parola. Ed ebbi l’impressione che lei fosse molto rassicurata da quel mio
gesto silenzioso.
«Sai come si chiamano questi giardini?» mi chiese a bruciapelo.
Feci di no con la testa.
«I giardini della Balena. Perché, come puoi vedere, c’è una grande
balena con la bocca spalancata» disse con un sorriso. «In realtà il nome me
lo sono inventato, è che io li ho sempre chiamati così».
I giardini della Balena… Ripetei quel nome nella mente, scandendo le
parole.
«Te l’ho già detto, avevo voglia di parlare con te da molto tempo. È per
questo che ti ho scritto quei messaggi. Sarò sincera, sono molto sorpresa,
non riesco a credere che tu sia qui. Ero convinta che non ti saresti fatto
vivo… Grazie» sussurrò grattandosi la punta del naso e articolando le
parole con una certa rapidità, senza eccessiva timidezza.
Invece io ero ancora impietrito. Annuii di nuovo, come prima.
«Mi piacerebbe che diventassimo amici» disse voltandosi di scatto verso
di me. «Se ti va, è ovvio».
Non riuscivo raccapezzarmi, ero stordito, ma feci per l’ennesima volta
di sì con la testa. Non avevo mai avuto un vero amico, non conoscevo il
significato della parola amicizia. A che cosa serviva essere amici? Come si
faceva a diventare amico di qualcuno? All’improvviso una serie di dubbi
prese a vorticarmi nella mente. Ma non potevo esprimere i miei pensieri a
voce alta e chiedere aiuto a Kojima per schiarirmi le idee. Intanto il sudore
mi colava lungo la schiena e avevo la gola secca, non sapevo cosa fare. Per
fortuna lei mi sorrideva, sembrava contenta. Di colpo si lasciò sfuggire un
sospiro soddisfatto e si alzò, sistemandosi con entrambe le mani il dietro
della gonna plissettata. Era vecchia e malconcia, chissà da quanto tempo
ce l’aveva: alle pieghe verticali del tessuto se ne sommavano altre oblique
e di lunghezze diverse, a creare come una fitta ragnatela di linee grinzose.
E le tasche della giacca della divisa, rovinata come tutto il resto, erano
gonfie e zeppe di oggetti. Da una delle due spuntava goffamente qualcosa
che assomigliava a un fazzoletto di carta stropicciato.
«Ah, sono proprio contentopamina! Che esplosione di dopamina!»
esclamò euforica, lasciandosi andare a un nuovo sospiro senza smettere di
sorridere. Dopo di che abbassò lo sguardo.
Contentopa… cosa? Esplosione di che? Avrei voluto chiederle di ripetere, ma
persi l’attimo e desistetti.
«Posso continuare a scriverti?» mi chiese.
«Sì…» risposi con voce strozzata, come se mi stesse sanguinando la gola.
Abbassai gli occhi e sentii le guance avvampare.
«E posso smettere di farlo di nascosto?».
«Sì…».
«Mi risponderai?».
«Sì, va bene» dissi finalmente con voce chiara e sicura, sollevato.
Poi restammo per un po’ in silenzio. In lontananza si udì un corvo
gracchiare.
«Perfetto… Grazie!» disse Kojima, fissandomi per un attimo negli occhi,
le labbra increspate in un mezzo sorriso.
Sollevò appena la mano in segno di saluto, girò sui tacchi con un
movimento brusco e andò via di corsa lungo il viale alberato.
Non si voltò indietro neanche una volta. La sua sagoma di spalle, che mi
appariva come un’immagine sdoppiata man mano che si allontanava,
rimpiccioliva a vista d’occhio. Mi venne spontaneo chiedermi per quanto
tempo fosse lecito restare fermi a guardare una persona mentre andava
via, ma, senza darmi una risposta, la seguii con lo sguardo fino a che non
scomparve dalla mia vista. L’immagine dell’orlo squadrato della gonna che
ondeggiava al vento e le sbatteva contro i polpacci mi si impresse a fuoco
nella memoria. Anche dopo che Kojima se ne fu andata, quell’unica
immagine mi rimase a lungo nella mente: la gonna che fluttuava con
movimenti armoniosi e pesanti allo stesso tempo, infrangendosi con una
regolarità impressionante contro le sue gambe.
«Dove credi di andare, Occhi storti?!».
Era un pomeriggio dopo le lezioni. Mi voltai già sapendo cosa mi
aspettava: uno degli scagnozzi di Ninomiya mi afferrò per il collo e mi
riportò di peso in classe. Sempre lo stesso copione, come una scena che si
ripeteva all’infinito. Al centro dell’aula, il solito ghigno beffardo stampato
in volto, Ninomiya era stravaccato su un banco e mi fissava.
«To’, chi si rivede! Già di ritorno?» mi fece con una risata perfida. Dopo
di che aggiunse in tono imperativo: «Ora ficcati due gessetti nel naso e
disegna qualcosa di divertente alla lavagna, qualcosa che ci faccia pisciare
sotto dalle risate per almeno un minuto!».
I suoi amici scoppiarono a ridere. Uno di loro mi costrinse ad
avvicinarmi alla lavagna spingendomi da dietro e gli altri si disposero a
semicerchio alle mie spalle.
Ero in classe con Ninomiya anche alle elementari. Lui era già il migliore,
il numero uno. Imbattibile in tutti gli sport, voti alti in tutte le materie,
lineamenti fini e regolari. L’unico a indossare un pullover di un colore
diverso da quello degli altri, capelli lunghi più o meno fino alle spalle. E un
fratello di tre anni più grande e molto in gamba, capace di essere al top in
tutto ciò che faceva. In poche parole erano due numeri uno nati, famosi in
tutta la scuola: i due superbros. Questo permetteva a Ninomiya di essere
avvolto da un’aura speciale e circondato da una vasta schiera di studenti
che desideravano essere suoi amici. Al primo anno delle medie aveva
preso l’abitudine di legarsi i capelli in una coda di cavallo e raccontare
frottole e spacconate che facevano divertire le ragazze. Anzi, non solo le
ragazze: quando Ninomiya si metteva a fare il gradasso e cominciava a
sparare le sue stupidaggini non c’era anima viva che non scoppiasse a
ridere. Sempre il migliore in tutte le materie, frequentava un noto e
costoso doposcuola privato, così da essere sicuro di non perdere mai quel
primato. Tutti lo ammiravano, professori compresi. O almeno questa era
l’impressione che dava, come se il ruolo di leader gli fosse stato cucito
addosso fin dalla nascita.
«Dobbiamo aspettare ancora molto? Non ti avevo detto di disegnare
qualcosa?» mi sollecitò ad alta voce, facendomi trasalire.
Rimasi zitto, a testa bassa come al solito. Pietrificato.
«Non ci siamo proprio… Eppure stiamo facendo tutto il possibile per te,
per renderti una persona migliore» insisté in tono di scherno, scuotendo
piano il capo e alzando le braccia al cielo. Al che gli altri scoppiarono in
una nuova fragorosa risata, come se avessero ascoltato una battuta di
irresistibile comicità. In fondo, dietro la massa compatta di fedeli accoliti,
notai che era presente anche Momose, in piedi e con le braccia conserte.
Momose proveniva da una scuola elementare diversa ed era in classe
con noi dalla prima media. Era bravo quasi quanto Ninomiya e
frequentava lo stesso doposcuola privato. Non ci eravamo mai scambiati
una parola. Stava sempre con Ninomiya, faceva parte della sua
combriccola in pianta stabile, ma non era un gran chiacchierone né lo
avevo mai visto fare casino insieme agli altri. Insomma, non era un tipo da
prima linea. Durante l’ora di ginnastica, non so per quale motivo, se ne
stava puntualmente in disparte e si limitava ad assistere. Pur senza
eguagliare Ninomiya, apparteneva in ogni caso alla categoria dei belli:
erano entrambi ben piantati e alti almeno dieci centimetri più di me. Però
Momose era diverso, non riuscivo mai a capire cosa gli passasse per la
testa, il suo sguardo era impenetrabile. Quando mi tormentavano se ne
stava nelle retrovie, non osava mai sfiorarmi né rivolgermi la parola. Si
accontentava di guardare, sempre nella stessa posizione a braccia
conserte.
«Sbrigati, non farmi perdere la pazienza. Abbiamo altro da fare» mi
incalzò Ninomiya in tono minaccioso. «Se farai fuori i tre gessetti che sono
lì davanti a te, ti perdonerò e per oggi la passerai liscia. Ma devi muoverti,
altrimenti saranno guai!».
Se farai fuori i tre gessetti… Voleva che me ne infilassi due nelle narici,
bene in profondità, e poi che ne prendessi un altro a morsi. Mi si avvicinò,
raccolse uno dei gessetti e me lo agitò sotto il naso.
«E mi raccomando, Occhi storti, non dimenticare di ringraziare per il
delizioso banchetto che ti stiamo offrendo» aggiunse, sferrandomi un
calcio sulle ginocchia.
Calci, pugni, schiaffi: Ninomiya e la sua banda stavano sempre attenti a
dosare i colpi in modo da non lasciare segni. Quando tornavo a casa e mi
accorgevo di non avere lividi né altro mi chiedevo come diamine
facessero. Forse conoscevano tecniche segrete di pestaggio che non
lasciavano conseguenze visibili sul corpo?
Dopo una raffica di calci sulle cosce e sulle rotule cominciarono a
mollarmi uno spintone dietro l’altro fino a farmi cascare per terra supino.
Mi salirono sopra e presero a schiacciarmi l’addome con la suola di
gomma delle scarpe da ginnastica, come per testare l’elasticità del corpo e
la mia soglia di resistenza al dolore. Poi mi aiutarono a rialzarmi e mi
mandarono di nuovo al tappeto svariate volte, in tutti i modi e in tutte le
posizioni immaginabili, mi scaraventarono contro il muro, mi
strattonarono da una parte e dall’altra, mi fecero sbattere contro i banchi
e le sedie con gran fracasso. Non è niente, sta’ tranquillo, è la solita roba,
tra poco smetteranno – mi ripetevo in un angolo della mente, nell’attesa
che si stufassero e mi lasciassero in pace.
Alla fine mi presero per i capelli, mi fecero piegare la testa all’indietro e
mi infilarono due gessetti nelle narici, mentre frantumavano il terzo
contro i miei incisivi.
E intanto ridevano, ridevano come matti, le loro risate perfide e infami
che mi rimbombavano nel cervello.
Avevo bevuto l’acqua putrida di uno stagno e quella delle latrine,
mangiato pesci rossi e rimasugli di verdure prelevate dalla gabbia dei
conigli, ma era la prima volta che mi costringevano a ingurgitare gesso.
Era inodore, insapore. «Presto, mastica e ingoia!» mi ripeteva Ninomiya
con voce rabbiosa. E io masticavo più in fretta possibile a occhi chiusi,
cercavo di ridurre il gessetto in frammenti e ingoiavo. Lo sentivo
crocchiare tra i denti, la sua estremità aguzza pungermi l’interno delle
guance e il palato. Eppure continuavo a masticare più forte che potevo,
senza pensare ad altro che a triturare e inghiottire.
Alla fine, dopo che ebbi ingerito anche i due gessetti che inizialmente
mi avevano ficcato nel naso, qualcuno si mise a gridare «Calpis! Calpis!
Calpis!»1 e portò un bicchiere di plastica imbrattato di pittura, pieno fino
all’orlo di acqua sporca. Ancora gesso, stavolta ridotto in polvere e diluito
in acqua. Mi spinsero con le spalle al muro, mi tapparono forte il naso per
obbligarmi ad aprire la bocca e mi fecero bere quell’intruglio rivoltante
d’un fiato, fino all’ultima goccia. Di colpo sentii lo stomaco contrarsi in
uno spasmo violento e vomitai tutto. Fluidi e lacrime mi colavano dal naso
e dagli occhi, ridotto carponi a tossire e vomitare tutto ciò che avevo in
corpo. «Occhi storti, ma che maniere sono queste? Che schifo!» urlarono
Ninomiya e compagni tra una sghignazzata e l’altra, fingendosi inorriditi e
battendo le mani come ossessi. Poi mi costrinsero faccia a terra e
impartirono l’ordine finale: «E ora lecca! Lecca il tuo vomito schifoso
senza lasciarne traccia!».
Erano tutti lì intorno a me, i volti distorti in un ghigno soddisfatto.
L’eco delle loro risa a trapanarmi il cervello.
A partire dal giorno stesso dell’incontro ai giardini della Balena, io e
Kojima iniziammo un fitto scambio epistolare.
Era la prima volta che scrivevo delle lettere a qualcuno, non avevo la
più pallida idea di cosa dire e come dirlo. Facevo la punta alla matita e
scrivevo più o meno ciò che mi passava per la testa, senza rifletterci
troppo. Poi cancellavo, ricominciavo da capo e, a forza di tentare e
ritentare, alla fine riuscivo a mettere insieme qualcosa. Ma non andavo
mai oltre una paginetta: per quanto mi sforzassi, quello era il mio limite
invalicabile. Il contenuto era quasi sempre molto banale, ma almeno io e
Kojima iniziavamo a conoscerci e comprenderci a vicenda. Al mattino,
siccome ero il primo ad arrivare in classe, fissavo le mie lettere sotto il suo
banco con il nastro adesivo, in modo che nessuno potesse scoprire la
nostra corrispondenza segreta. E il giorno dopo ricevevo puntuale la
risposta e andavo a leggerla in bagno. Non avevamo stabilito niente a
priori, ma rispettavamo in maniera del tutto spontanea una sorta di tacita
regola: non scrivevamo mai dei soprusi che subivamo dai nostri compagni
di classe.
Quando finivo di scrivere una lettera mi toglievo gli occhiali, avvicinavo
il foglio all’occhio sinistro e rileggevo con la massima attenzione parola
per parola. A forza di rileggere, avvertivo delle fitte nella parte posteriore
del bulbo oculare e alla tempia sinistra.
Ero affetto fin dalla nascita da una grave forma di strabismo.
Il contorno di ciò che percepiva il mio occhio destro, quello più debole,
si sovrapponeva in modo impreciso a ciò che vedeva l’occhio sinistro,
come fosse un’immagine sdoppiata sullo schermo del televisore. Di
conseguenza tutto mi appariva piatto, senza profondità, e non avevo mai
un’idea precisa delle distanze, neanche per le cose molto vicine. Quando
dovevo afferrare un oggetto ero sempre insicuro, allungavo la mano e lo
toccavo piano prima di stringere la presa, mi restava il dubbio fino
all’ultimo.
Ciao Kojima,
ho riletto anche oggi più di una volta la tua lettera. Sbaglio o per scrivere usi un
portamine? Invece io uso una matita.
Per rispondere alla tua domanda, non saprei dirti quale sia il libro che amo di
più né il genere che prediligo, ma penso che la lettura sia il mio hobby preferito.
Grazie e a presto!
Hello!
grazie per avermi risposto. Hai visto che pioggia? È stato un vero diluvio, il
rumore delle gocce sull’ombrello era assordante. Sembrava un bombardamento, a
un certo punto ho pensato che l’ombrello stesse per bucarsi. Sulla via del ritorno
da scuola, mentre camminavo sul ciglio della strada, un camioncino è passato a
tutta velocità su una grossa pozzanghera e mi ha bagnata dalla testa ai piedi.
Cavolo, sembrava la scena di un fumetto! Tu cosa ci metteresti nel balloon in un
caso del genere? Comunque, non so se e quanto io sia brava nella scrittura, però
posso dirti che scrivere lettere mi piace da morire.
Non vedo l’ora di ricevere una tua risposta. Ciao!
Buongiorno,
anche se dovrei dire buonasera, perché in questo momento è già notte. Tira un
vento molto forte, da far tremare le finestre.
Continuo a pensare che scrivere non sia per niente facile. Senza dubbio è molto
più difficile che parlare. A furia di scrivere riuscirò mai a migliorare? Io ci provo,
ce la metto sempre tutta. Ma mi prende un mucchio di tempo… Adesso, per
esempio, sono seduto alla scrivania da più di un’ora e ho scritto solo poche righe.
Pazienza, per il momento va bene così.
Ciao, alla prossima.
Hello!
Grazie per la tua risposta. Sono ancora sotto shock per i risultati dei test di metà
quadrimestre: 360 punti risicati, appena sopra la sufficienza! Che delusione… A te
come è andata? Non oso chiedertelo, sicuramente te la sei cavata molto meglio di
me. Io sono una vera schiappa. A proposito, la tua idea per il balloon mi è piaciuta
moltissimo! La prossima volta che pioverà e una macchina mi bagnerà come un
pulcino, griderò esattamente quello che hai scritto.
Questa è la seconda lettera che ti scrivo oggi. La prima non mi stava venendo
bene e ho lasciato perdere più o meno a metà. Per rilassarmi mi sono messa a
ricamare un po’, a punto croce. È facile: si infila l’ago e si formano tante crocette,
una dopo l’altra. A dire il vero mi piacerebbe realizzare una bella federa per un
cuscino, ma mi manca l’essenziale: il materiale per l’imbottitura. Al momento ho
solo la tela per il punto croce e mi sono accontentata di ricamare dei fiorellini.
Adoro il ricamo. Scrivere lettere e ricamare: le mie due grandi passioni!
Scrivimi, mi raccomando!
Ciao, come va?
Nella lettera precedente non sono riuscito a trovare le parole giuste per
esprimere ciò che volevo dire a proposito della tua voce. Me ne sono reso conto solo
dopo, e perciò te lo scrivo adesso: la tua voce è come una matita…
In genere utilizzo una 6B perché la mina è solida e non si spezza facilmente.
Quando scrivo penso spesso che la tua voce assomigli alla mina di una matita 6B.
Ti suona strano come paragone? Non so bene come spiegarlo, ma entrambe sono
morbide, dense, e allo stesso tempo molto solide e compatte all’interno. Scusa, forse
anche stavolta non sono riuscito a rendere bene l’idea, ma spero tu abbia capito lo
stesso. In un primo momento avevo pensato di cancellare queste righe, ma alla fine
ho cambiato idea e ora le starai leggendo.
È sera, sono le otto e mezzo. Mi conviene fare i compiti per domani, devo ancora
finire la cartina per geografia.
A presto!
Hello! Hello!
Buonasera. Anche se sarà mattina quando leggerai questa lettera. Che tempo fa
da te? Qui piove. La stagione delle piogge non è ancora iniziata, ma le notti sono
già molto umide. Piove a dirotto.
A proposito, non mi hai ancora detto qual è il tuo libro preferito. Eppure te l’ho
già chiesto un paio di volte. Non è che per caso ti piace fare il misterioso? Sono solo
curiosa, ecco tutto. Anche perché non credo di aver mai letto sul serio un libro…
Vediamo, che libri ho letto? Sai che non mi ricordo? Ah, sì, un volume di storie e
leggende cinesi o qualcosa del genere, preso dalla biblioteca di classe alle
elementari. Mi è venuto in mente adesso. Se non stessi scrivendo questa lettera,
credo che non me ne sarei mai ricordata, non avrei mai pensato al passato.
Cosa ci trovi di interessante e piacevole nei libri? Mi piacerebbe tanto saperlo…
È davvero così bello leggere? Io trovo pesante dover leggere i libri che ci assegnano
a scuola, mi costa molta fatica, ma se tu ne conosci altri più belli, ti prego di
dirmelo. Sbaglio o una volta mi hai scritto che spesso quando sei a casa ti annoi
perché non hai niente di interessante da fare? Vale esattamente lo stesso anche
per me. E quando non ho niente da fare ho la strana sensazione di combattere
contro qualcosa di invisibile. Combatto senza sosta, mentre me ne sto ferma e
immobile a letto, o anche mentre cammino o faccio altro. Non smetto mai di
pensarci… Durerà ancora molto? Quanto a lungo dovrò combattere? Ancora un
anno e mezzo prima di finire le medie, e poi, se tutto andrà bene, tre anni di liceo.
La strada è ancora molto lunga… Ce la farò ad arrivare fino in fondo? Non so come
la pensi tu, ma per me tutto questo è terribile.
Chissà come sarà quel momento, quando non dovremo più andare a scuola.
Ogni tanto ci penso. E chissà se quel giorno arriverà mai, visto che molti dicono che
nel 1999 ci sarà la fine del mondo. Ma sai che ti dico? Secondo me, anche se non
verrà la fine del mondo e saremo ancora vivi, non credo che le cose cambieranno
granché. In fondo tutto sarà più o meno uguale a prima.
Prima che me ne dimentichi vorrei farti una proposta. Ma se non ti va devi
dirmelo, okay? Mi viene il batticuore già solo a pensarci, ma te lo scrivo lo stesso: il
mese prossimo, non il primo ma il secondo mercoledì, ti andrebbe di rivederci? Era
mercoledì anche la prima volta che ci siamo incontrati, ai giardini della Balena. Ho
pensato di scegliere lo stesso giorno della settimana di modo che sia come una
ricorrenza speciale. Non mi dire che non sei d’accordo: è vietato rifiutare! Ma no,
sto scherzando, è ovvio che puoi rifiutare, se non ti va.
Non vedo l’ora di leggere la tua risposta. Ciao!
Buongiorno,
oggi sembrava piena estate. Siamo già a fine maggio, le vacanze non sono
lontane.
Prima di tutto, grazie per la carta da lettere, è molto carina. Non appena avrò
finito i fogli che sto utilizzando adesso userò sicuramente i tuoi.
Grazie anche per aver accettato la mia controproposta di incontrarci alla scala
d’emergenza. Scusami, non so dirti bene il perché, ma credo che come posto sia
molto più comodo e tranquillo. Tra l’altro non c’è mai nessuno, è silenzioso e tira
sempre un bel venticello fresco. Devi prendere l’ascensore fino all’ultimo piano: a
destra troverai una porta, aprila e vedrai la scala davanti a te. È facilissimo, non
puoi sbagliare. Io ti aspetterò in cima alla scala. Mancano ancora due settimane,
ma non sto già più nella pelle.
A presto!
Da quando avevamo iniziato a scriverci vedevo Kojima sotto tutt’altra
luce. Non eravamo più due semplici estranei. E, anche se ne ero al
corrente già prima, mi risultava sempre più straziante assistere ai
maltrattamenti che subiva dalle altre ragazze della classe. Così come non
riuscivo a sopportare il pensiero che lei assistesse ai maltrattamenti che
subivo io a opera di Ninomiya e la sua banda. Non avrei voluto vedere né
sentire niente, ma era impossibile, perché eravamo compagni di classe.
Purtroppo vedevamo e sentivamo quasi tutto.
Mi prendevano in giro e mi chiamavano di continuo Occhi storti, mi
obbligavano a fare un mucchio di cose stupide, mi facevano lo sgambetto e
finivo quasi sempre per terra, mi imponevano di correre a più non posso
lungo la pista di atletica durante l’intervallo e mi sottoponevano a mille
altre torture. E loro, Ninomiya e compagni, guardavano come se stessero
assistendo a uno spettacolo comico, gridando e ridendo a crepapelle. La
stessa sorte toccava anche a Kojima, tutti i giorni: le affibbiavano
nomignoli offensivi, le dicevano che puzzava come una fogna e che dava il
voltastomaco, la costringevano ad andare a comprare varie cose
trattandola come una serva. E spesso la picchiavano per puro
divertimento: calci, schiaffi e tirate di capelli. Le si avvicinavano
tappandosi il naso e le urlavano dietro: «Perché non ti lavi?!». Una volta
due compagne di classe l’avevano sorpresa a guardare i pesci dell’acquario
che avevamo a scuola e le avevano detto: «Vuoi vederli più da vicino?». Al
che, senza neanche lasciarle il tempo di voltarsi, l’avevano messa con la
testa sott’acqua per più di dieci secondi.
Nelle sue lettere, Kojima era quasi sempre allegra e vivace, sembrava
un’altra persona rispetto alla ragazza schiva e taciturna che incrociavo
tutti i giorni a scuola. Soffrivo, stavo male al vederla presa di mira da tutta
la classe. Eppure non facevo niente, soffrivo e basta. Anzi distoglievo il più
possibile lo sguardo, immaginando che non le facesse piacere che la
guardassi mentre la tormentavano. In altre parole a scuola fingevo che
non esistesse, perché tra quelle pareti c’era solo sofferenza e ormai il
nostro mondo era un altro.
Come tutti gli anni, presso la nostra scuola si teneva un importante
concorso di canto corale e le normali attività curriculari subivano
continue modifiche in vista dei preparativi. Riunioni, prove e quant’altro
si susseguivano a ritmo frenetico. Alcune lezioni venivano addirittura
sospese per consacrare più tempo al concorso. Il che però dava adito a
Ninomiya e la sua banda di agire indisturbati e perseguitarmi ancora più
del solito. Dopo le lezioni, nei corridoi e in cortile regnava un gran
fermento, tutti erano euforici e indaffarati, ma io non potevo fare altro
che sottostare agli ordini di Ninomiya e dei suoi amici e subire le loro
violenze senza fiatare. Durante l’intervallo del pranzo, per esempio, mi
spedivano a comprare dolcetti e focaccine e se li facevano servire come
fossero i miei padroni. Dopo di che mi lasciavano mangiare tutto solo in
un angolino. Inutile dire che la medesima sorte toccava anche a Kojima:
pure lei tutta sola in un altro angolino.
«I tuoi occhi fanno paura, sembri un mostro. Perciò meriti una bella
punizione!» mi redarguì un sabato Ninomiya, col solito ghigno stampato
in volto e mollandomi un colpo secco sulla testa con la riga di plastica
trasparente. Le lezioni della giornata erano terminate da poco. In genere,
il sabato, gli studenti che non erano coinvolti in attività sportive o
ricreative tornavano subito a casa. Tuttavia quel sabato pomeriggio erano
in programma importanti prove in vista del concorso e, nell’attesa, a tutti
fu consentito di restare a scuola più a lungo del solito. Dopo quel primo
insulto Ninomiya rincarò la dose e mi ordinò di chiudermi nell’armadietto
delle scope in fondo all’aula e restarci fino a che non mi avesse dato il
permesso di uscire.
«Fai schifo solo a guardarti, Occhi storti!» disse con astio profondo,
seduto su un banco, mentre si legava i capelli con un elastico nero. Poi si
rivolse a un gruppetto di ragazze poco appariscenti, cui non dava mai
confidenza, e aggiunse: «Siete d’accordo con me? Ho esagerato forse?».
Le nostre tre o quattro compagne di classe, per il solo fatto che
Ninomiya aveva rivolto loro la parola, arrossirono all’istante e annuirono,
guardandosi l’un l’altra con risolini imbarazzati.
«Vedi, Occhi storti, la tua sola presenza ci mette a disagio e ci deprime»
continuò Ninomiya. «Perciò è meglio che per un po’ ti togli dai piedi!».
Fece un cenno ai suoi guardaspalle e loro mi legarono le mani dietro la
schiena con la corda per saltare, mi infilarono uno strofinaccio in bocca e
mi costrinsero a entrare nel mobiletto.
«Tieni lo strofinaccio stretto tra i denti e non farlo cadere» concluse in
tono più che mai minaccioso Ninomiya. «Se non ci riuscirai saranno guai,
ti chiuderemo lì dentro tutti i giorni, per una settimana intera!».
Uno dei suoi amici mi spinse all’interno dell’armadietto e chiuse la
porta di ferro sbattendola forte.
Non era la prima volta che mi rinchiudevano nell’armadietto delle
scope. Quel buio e quell’odore di polvere mi erano familiari, ci ero
abituato. Fermo, immobile, non pensavo a niente e mi mettevo a contare.
E quando arrivavo a cento ricominciavo subito da capo, in automatico.
Non riflettevo né sul tempo che passava, né su quante volte avevo contato
da uno a cento. Non pensavo a niente di niente, vuoto totale, non sentivo
niente, non provavo niente, continuavo solo a contare nella mia mente,
sempre le stesse cifre, da uno a cento, una nenia infinita. Uno, due, tre,
quattro… novantanove, cento. Uno, due, tre, quattro… novantanove,
cento. La voce nella mia mente, la mia voce che ripeteva un numero dopo
l’altro e diventava via via più alta, fino a coprire tutto il resto, il
chiacchiericcio e le risate degli altri studenti, le prove del coro e qualsiasi
altro suono e rumore. Uno, due, tre, quattro… novantanove, cento. Uno,
due, tre, quattro… novantanove, cento.
Da quanto tempo ero rinchiuso lì dentro? Non ne avevo la più pallida
idea. Nell’attimo in cui smisi di contare e mi posi la domanda mi resi conto
che tutt’intorno c’era solo silenzio. Avevo un bisogno urgente di andare al
bagno, stavo per esplodere e mi si accapponò la pelle. Provai a trattenere
il fiato per diversi secondi, nella speranza di captare qualcosa, una voce,
un rumore, ma non si sentiva assolutamente niente. Dovevo essere in
quell’armadietto da almeno un’ora, ma forse anche da due o tre, se non
addirittura di più. Non avevo nessuna certezza.
Intanto i dolori addominali erano diventati insopportabili, dovevo fare
qualcosa. Ma, se fossi uscito dall’armadietto senza permesso, Ninomiya
non me l’avrebbe fatta passare liscia. Per un attimo fui sfiorato dall’idea di
farmela addosso, ma ci ripensai e, sperando che Ninomiya e i suoi fossero
andati via, provai a spingere la porta con la punta del piede, piano piano.
Poi diedi un colpo più deciso e finalmente la porta si aprì, emettendo un
cigolio metallico molto acuto. La luce forte mi abbagliò la vista e fui
costretto a tenere gli occhi socchiusi per un bel po’. L’aula era vuota, non
c’era nessuno. Avanzai in punta di piedi fino al corridoio, mi avvicinai alla
finestra e diedi un’occhiata in basso: alcuni miei compagni di classe,
ragazzi e ragazze che prima erano in aula a ridere e scherzare, erano in un
angolo del campo sportivo e si divertivano a giocare con un pallone.
Provai a guardare meglio per capire se ci fossero anche Ninomiya e la sua
banda, ma non sembravano essere da quelle parti. Chissà dov’erano. Il solo
pensiero che potessero cogliermi in flagrante mi terrorizzava.
Riuscii a liberarmi della corda che mi teneva legati i polsi, percorsi a
passo veloce il corridoio deserto e raggiunsi le toilette. Mi infilai subito in
una delle cabine e svuotai la vescica provando un sollievo enorme. Poi
rimasi immobile a pensare. Che cosa mi sarebbe successo se si fossero
accorti che ero uscito dall’armadietto? A quale altra tortura mi avrebbero
sottoposto? Una serie di immagini raccapriccianti mi attraversò la mente
a velocità inaudita, frammenti di ricordi brutali delle mille sevizie subite.
Non ne potevo più, ero esausto, disperato. Nel tentativo di fronteggiare
quella sofferenza mentale alla quale non mi sarei mai abituato, mi
aggrappavo alla speranza che Ninomiya chiudesse un occhio riconoscendo
che non potevo fare a meno di andare al bagno, o, meglio ancora, sognavo
che si fosse dimenticato di me e avesse già fatto ritorno a casa.
A un certo punto, per scacciare i brutti pensieri, provai a concentrarmi
sull’appuntamento con Kojima. Aspettavo quel giorno con incredibile
impazienza, ne mancavano ancora una decina prima del secondo
mercoledì del mese. Tirai fuori dalla tasca le sue lettere e le rilessi. Non
tutte, ma solo quelle che amavo di più e portavo sempre con me, nascoste
nella foderina del tesserino studentesco. Le altre le conservavo in camera
mia, nella custodia del dizionario che tenevo su un ripiano della libreria.
Le rileggevo spesso, tutte, anche le ultime.
Quando mi avevano rinchiuso nell’armadietto delle scope non avevo
fatto caso se in classe ci fosse anche Kojima, ma speravo che fosse
rientrata a casa senza problemi. Di colpo mi balzarono alla mente il suo
viso e la capigliatura folta e crespa. E subito dopo ricordai una volta in cui
le altre ragazze le avevano attaccato una grossa striscia di nastro adesivo
sulla bocca dicendo che le puzzava l’alito. Sentii una stretta al cuore,
soffrivo da morire quando la maltrattavano. Mi sembrò di rivivere il
momento esatto in cui la più terribile delle nostre compagne di classe, una
ragazza alta e robusta, l’aveva presa per le spalle e aveva cominciato a
strattonarla a più non posso, sghignazzando, staccandole brutalmente il
nastro adesivo dalla bocca e urlandole in faccia: «Ecco, così ti strappiamo
via un po’ di puzza e di sporco!». Feci un sospiro profondo e rimisi le
lettere al loro posto. Chissà se Kojima provava le stesse cose che provavo
io quando Ninomiya e compagni mi tormentavano. Il pensiero che si
angosciasse per me mi faceva molto male.
Tutt’a un tratto sentii delle voci che si avvicinavano e capii che
qualcuno stava entrando in bagno. D’istinto trattenni il fiato e rimasi più
immobile che potevo. Dopo una breve esitazione tolsi il lucchetto per
evitare che dall’esterno si notasse l’indicatore rosso che segnalava
“occupato” e bloccai la porta solo con la mano. Poi rimasi di nuovo fermo
come una statua, senza muovermi di un solo millimetro e in completa
apnea.
Erano voci maschili. Due. All’inizio non avevo capito a chi
appartenessero, ma presto mi resi conto che una delle due era quella di
Ninomiya, nonostante il tono e il modo di parlare leggermente diversi dal
solito. Il cuore prese a battermi con una violenza tale che temetti si
potesse sentire a dieci metri di distanza. Strinsi forte i denti. Una miriade
di immagini mi vorticava nella testa a velocità impressionante, mi
pulsavano le tempie e non riuscivo a respirare.
Ninomiya era al di là della porta, a pochi metri da me, insieme a un
altro studente.
L’altro parlava a voce molto bassa, lì per lì non riuscii a capire chi fosse.
Ninomiya rideva sommessamente e diceva: «Devi farlo meglio, capito?
Così non va bene, non è il massimo». Chissà a cosa si riferiva, non era
chiaro e non riuscivo ad afferrare tutte le parole. In ogni caso dovevano
essersi rintanati in bagno apposta per parlare, visto che li sentivo
confabulare in modo fitto e non si sentivano né rumori di porte che si
aprivano e chiudevano, né di acqua o di urina. «Non va proprio, hai ancora
parecchio da imparare» disse a un certo punto Ninomiya. Era una
conversazione strana, criptica, a tratti il tono di voce di Ninomiya suonava
un po’ melenso e persino stucchevole, ma al contempo sembrava anche
arrogante e canzonatorio. Il suo interlocutore rispondeva punto per
punto, ma era impossibile comprendere ciò che diceva, perché parlava a
voce troppo bassa. Tutt’a un tratto mi giunse all’orecchio un rumore
d’acqua: evidentemente uno dei due aveva aperto il rubinetto per lavarsi
le mani. Poi sentii Ninomiya ridacchiare per l’ennesima volta. Dopo di che
più niente, silenzio assoluto. Che cosa stava succedendo? Provai a tendere
l’orecchio e di nuovo, dopo una decina di secondi, udii la risata
inconfondibile di Ninomiya. Terrorizzato, con la mano tesa contro la
porta, chiusi gli occhi e cominciai a ripetermi in mente: io non sono qui, là
fuori non c’è nessuno. Calma, calma, va tutto bene… Quasi che la mia
preghiera fosse stata esaudita, sentii le due voci allontanarsi. Erano andati
via, per fortuna. Rimasi ancora per qualche attimo immobile, fino a che
non fui sicuro che non ci fosse più nessuno. Dopo di che tornai di corsa
verso l’aula e, una volta accertatomi che Ninomiya non ci fosse, entrai,
presi lo zaino e scappai.
La prima settimana di giugno si concluse e finalmente arrivò il tanto
atteso secondo mercoledì del mese. Vidi Kojima in cima alla scala
d’emergenza, così come avevamo stabilito per lettera. Non appena mi
notò sollevò la mano in segno di saluto e io feci subito altrettanto. Avevo
immaginato che sarei stato molto teso e imbarazzato, e invece non fu
affatto così, ero tranquillo, rilassato, come se ci fossimo visti poco prima.
Forse era grazie alle lettere, che ci avevano uniti a nostra insaputa, ma
non riuscivo a esserne sicuro. In ogni caso la forza di quelle missive era
formidabile, avevano qualcosa di magico.
«Vieni spesso qui?» mi chiese Kojima.
«Uhm, ogni tanto» le risposi.
Il vento forte che soffiava lassù sembrava renderla spensierata e
leggera, sorrideva con aria felice. Aveva le guance chiazzate da un velo di
sporco e la divisa scolastica spiegazzata. In apparenza era la solita Kojima
che incrociavo tutti i giorni, con i capelli così ispidi e dritti da sembrare
vivi, le sopracciglia all’ingiù e gli occhi neri e luminosi che mi fissavano
con gioia. Affacciati alla ringhiera, ci mettemmo a guardare la città in
basso, e intanto un’altra folata di vento accarezzò il suo viso sudicio
facendola ridere sottovoce. Il rumore del vento e la risata sommessa e
cristallina di Kojima si sovrapposero alla perfezione e risuonarono a lungo
nelle mie orecchie.
Ci sedemmo su due gradini differenti della scala di cemento e
chiacchierammo in totale scioltezza, come se ci conoscessimo da sempre.
Stavamo bene, sembrava che esistessimo solo noi e che potessimo
continuare a parlare per ore, per giorni. Discutevamo del più e del meno,
ci raccontavamo piccole storie del nostro quotidiano col sorriso sulle
labbra, elettrizzati. Ero contento, e anche Kojima aveva un’aria distesa e
briosa.
Su sua richiesta, avevo portato con me il quaderno di giapponese.
«È tutto disordinato, non scrivo molto bene» biascicai a mezza voce.
«Non preoccuparti. Dài, fa’ vedere» mi disse, allungando la mano.
«È un quaderno come tutti gli altri, non ha niente di speciale. E se vuoi
guardare la mia grafia è uguale a quella delle lettere».
Kojima scosse piano la testa e disse che voleva guardare come scrivevo
in verticale. Mi strappò quasi di mano il quaderno e mi diede il suo,
appoggiandomelo sulle ginocchia.
«Facciamo a cambio» disse con voce vispa.
Il suo quaderno presentava la stessa grafia delle lettere, minuta e
sottile. Usava sempre il portamine e scriveva un sacco, le pagine erano
fitte di caratteri. Aprì il mio quaderno e se lo avvicinò agli occhi per
guardare meglio. Lo osservò con molta attenzione per un po’, sfogliando le
pagine, dopo di che cominciò ad annuire e inarcò le sopracciglia in modo
esagerato.
«In linea di massima credo di aver capito» mormorò con un sorriso.
«Eh? Cosa avresti capito?» chiesi perplesso.
«Non posso dirtelo, è un segreto».
Si alzò di scatto in piedi e si lasciò scappare uno sbadiglio senza coprirsi
la bocca. Le si vedevano la lingua e il palato rosso, al che istintivamente
distolsi lo sguardo. Un tuono riecheggiò in lontananza, come per
sottolineare il silenzio.
«Un tuono…» sussurrò Kojima con un filo di voce, il mento appoggiato
alla ringhiera e gli occhi al cielo.
Poi si voltò verso di me come al rallentatore.
«Sì, un tuono…» risposi anch’io a bassa voce.
«A proposito, ti ricordi della tenda e del libro tascabile?» mi chiese di
colpo. «E anche del fatto della cordicella del cassino e tutto il resto?».
«Sì…» risposi d’istinto. Ma cosa c’entrava?
Verso la fine di aprile si era verificata una serie di strani episodi: alcuni
oggetti, accessori e arredi della nostra aula o appartenenti a nostri
compagni di classe erano stati tagliuzzati e danneggiati, e naturalmente
questo aveva causato una grande agitazione. A me sembravano eventi già
lontani nel tempo, ma in effetti erano abbastanza recenti, dopotutto
risalivano a meno di due mesi prima. Tutto era iniziato una mattina in cui
avevamo trovato l’orlo della tenda tagliato. Poi era stata la volta della
sacca sportiva di una nostra compagna, della copertina di un tascabile,
della cordicella del cassino e delle setole di una scopa. Ogni volta che
qualcuno scopriva un nuovo misfatto in classe si scatenava il panico. Non
erano mai danni eclatanti, ma solo piccoli tagli effettuati con la punta
delle forbici, sempre uguali e di un paio di centimetri al massimo. Tutti si
erano trasformati in detective a caccia del colpevole, ma, in mancanza di
indizi, lo zelo investigativo si era dissipato piuttosto in fretta, nel giro di
pochi giorni. E dopo due settimane, visto che il misterioso tagliatore
seriale non era più entrato in azione, il caso era stato archiviato. In quei
giorni ero molto preoccupato, avevo paura che qualcuno potesse
puntarmi il dito contro e trascinarmi sul banco degli imputati, anche se
non c’entravo niente. Poi, per fortuna, tutto era passato e non ci avevo più
pensato. Ma ecco che quel mercoledì di giugno Kojima aveva tirato di
nuovo in ballo l’argomento, di punto in bianco, facendo riaffiorare in
superficie l’angoscia che avevo provato a fine aprile.
«Sono stata io…».
«Davvero?» replicai, cercando di non mostrarmi troppo sorpreso. «Ma
non ti hanno scoperta, giusto?».
Kojima rimase in silenzio per qualche secondo. Poi, guardandosi la
punta delle scarpe da ginnastica, mi disse: «Non mi chiedi perché l’ho
fatto?».
«Perché lo hai fatto?».
«Ehi, non pensare che abbia voluto costringerti a domandarmelo» ci
tenne a precisare, rivolgendomi un sorriso molto dolce. «Del resto non
l’ho fatto per una ragione precisa… Non so come dire, ma tagliare qualcosa
con le forbici – non una cosa qualsiasi, sia chiaro – mi dà un po’ la
sensazione di essere finalmente capace di fare qualcosa di… normale».
«Qualcosa di normale?».
«Sì».
«Nel senso che ti dà sollievo, conforto?».
«Direi piuttosto il contrario…».
«Il contrario? Quindi un senso di ansia e di angoscia? Per te questo è
normale?».
«Ma no, è ovvio…» rispose Kojima, battendo un paio di volte i talloni
per terra. «Io vivo nell’angoscia tutti i giorni. Sono in uno stato di ansia
perenne, sia a scuola che a casa. Ogni tanto mi capitano anche momenti
piacevoli, per esempio quando scrivo o leggo una lettera, o quando parlo
con te, come adesso. Per me si tratta di eventi rari, che per fortuna
bastano a darmi un minimo di sollievo e un po’ di sicurezza. Non so come
spiegarmi, ma questo senso di sicurezza corrisponde alla mia felicità.
Tuttavia nessuno dei due sentimenti che provo, né l’angoscia abituale né
questa sicurezza che sento di tanto in tanto, sono sentimenti normali…
Perché sono legati a eventi straordinari, che non rientrano nella
quotidianità… Insomma, i momenti in cui mi sento un po’ sollevata e felice
sono sporadici e durano sempre troppo poco, e d’altra parte non ho
nessuna voglia di considerare l’ansia e l’angoscia come il mio stato
normale, solo perché fanno parte della vita… Mi rendo conto che è un
discorso un po’ astratto, ma spero che tu riesca a seguirmi lo stesso. In
poche parole, vorrei che esistesse una via di mezzo, qualcosa che non
fosse né bene né male. Qualcosa che non fosse né angoscia né sollievo
assoluto, e vorrei che quello fosse il mio stato normale».
Kojima si ammutolì e mi guardò per un attimo negli occhi, come in
cerca di aiuto.
«Il tuo stato normale?» ripetei a bassa voce.
«Sì… Desidero trovare la mia normalità, averne piena coscienza, perché
solo allora potrò iniziare a essere me stessa e dire: ecco, questo è il mio
stato normale, questa sono io. Finché non ci sarò riuscita non troverò mai
un equilibrio e andrà sempre tutto male».
«Quindi la tua normalità, il tuo stato normale si manifesta quando tagli
qualcosa con le forbici?».
«Sì, più o meno… Quando le forbici tagliano e fanno zac-zac-zac è come
se pensassi: sto facendo qualcosa di veramente normale… E in quel breve
istante, mentre taglio e quel fruscio metallico mi risuona nella testa, non
provo né angoscia né sollievo assoluto. È come se la normalità fosse
sospesa sulla punta delle forbici…».
Mentre parlava, Kojima si lasciava sfuggire continui risolini, forse
consapevole dell’astrusa vaghezza del discorso.
«Eppure a un certo punto ti sei fermata» le dissi.
L’agitazione causata dalla sua ricerca di normalità era durata solo pochi
giorni, dopo di che le sue forbici avevano smesso di tagliare.
«Sì, ho smesso perché mi sono resa conto che non era una buona idea
farlo a scuola» replicò con un sospiro. «In fondo è qualcosa di molto
intimo e personale, e non è giusto servirsi di oggetti che appartengono ad
altre persone e che tutti possono vedere».
Mi limitai ad assentire con un cenno del capo, in attesa che continuasse.
«A casa mia non c’è niente di interessante, la solita roba, e allora non
faccio altro che tagliare carta. Ma ciò non contempla alcun rischio,
nessuno avrà mai niente da ridire se tagli solo carta inutile. Quando hai
finito non devi fare altro che raccogliere tutto e gettarlo nell’immondizia.
Invece con altri oggetti è diverso, perché tagliare qualcosa che non è
concepito per essere tagliato ti dà una sensazione vera, intensa… Lo so, è
difficile da capire, ma solo tagliando qualcosa di insolito puoi andare oltre
e sondare le tue capacità, individuare il confine tra ciò che è normale e ciò
che non lo è… Ecco perché c’è bisogno di qualcosa che non sia semplice
carta e non si possa gettare con tanta facilità… Non so come spiegare, ma
per sentire appieno l’atto di tagliare e il suo significato occorre agire su
qualcosa che abbia un minimo di importanza, qualcosa che, ripeto, non si
tagli tutti i giorni… Non so bene nemmeno io quello che voglio dire, sto
provando a dare forma ai miei pensieri, ora, in questo preciso
momento…».
Mentre ascoltavo mi sforzavo di riflettere. Non era facile cogliere il
senso di quelle parole.
«Tagliare cosa, per esempio?» provai a chiedere.
«Non lo so, te l’ho detto» mormorò tra i denti Kojima, grattandosi con
insistenza il sopracciglio sinistro. «È molto complicato, non ho ancora
soluzioni concrete».
«E le unghie? Sono abbastanza importanti e ce ne sono un sacco, no?».
«Sì, ma non sarebbe interessante» rispose con aria afflitta. «Il punto
non è tagliare la prima cosa che ti viene in mente e in un modo qualsiasi.
Bisogna scegliere e tagliare solo un po’, con un certo criterio. Cerca di
ricordare, concentrati… A scuola, se hai notato, ho tagliato solo l’estremità
degli oggetti, sempre nella stessa maniera, con assoluta regolarità e non
più di un paio di centimetri. Se tagli come viene, in modo approssimativo,
non serve a niente, fai solo un danno. Lo scopo, per farti capire, non è
privare gli oggetti della loro funzione essenziale».
«Privare gli oggetti della loro funzione essenziale? Scusa, ma non credo
di capire…».
«Per esempio, nel caso di una tenda, il taglio deve essere fatto in modo
da non impedirle di svolgere la sua funzione di tenda. Il taglio si deve
vedere, un po’, altrimenti non avrebbe alcun senso farlo, ma il suo
significato acquisisce un valore concreto e assoluto proprio perché quella
tenda continua a essere una tenda… Invece con le unghie è diverso: prima
di tutto ricrescono, e quindi la parte tagliata, rigenerandosi, le riporta allo
stato iniziale rendendo il taglio insignificante. Inoltre, se le tagli male, ad
esempio oltre il dovuto, rischiano di incarnirsi e fare infezione, il che può
essere molto pericoloso. Mio nonno e mia nonna, tanto per dirtene una,
avevano delle microlesioni intorno alle unghie e avevano commesso
l’errore di trascurarle. A poco a poco i batteri hanno cominciato a
proliferare, le lesioni si sono infettate di brutto e il problema si è diffuso in
tutto il corpo. In poche parole si sono beccati il tetano, è stato terribile, i
batteri sono arrivati al cervello e gliel’hanno come prosciugato. Alla fine si
sono ridotti a uno stato vegetativo e avevano sempre la bava alla bocca,
perché il cervello continuava a seccarsi e attorcigliarsi su se stesso. Sono
morti rinsecchiti come due mummie, poverini».
«Hai detto che il cervello continuava a seccarsi? Com’è possibile? Non
credo di aver mai sentito una cosa simile».
«Ma come? Non ci posso credere, succede spesso. È tipo come con la
rabbia e il cimurro, ma negli esseri umani quando il cervello si secca si
determinano anche una grave atrofia cerebrale, lacerazioni profonde e
una specie di attorcigliamento del cervello. È una cosa tremenda, roba da
film dell’orrore».
«I tuoi nonni sono veramente morti così?» le chiesi trattenendo una
risata, incerto se credere o meno alle sue parole.
«Sì, te lo giuro, non racconto mica cavolate!» replicò assumendo un’aria
molto seria e fissando un punto preciso della mia fronte, in mezzo alle
sopracciglia. «Ecco perché le unghie non vanno bene, bisogna trovare
qualcos’altro…».
Dopo parlammo di un sacco di altre cose. Le macchie delle coccinelle,
l’altezza giusta del sellino per andare bene in bicicletta, le palle di vetro
con la neve, il perché non basta stampare altre banconote quando servono
soldi e così via. Discutemmo anche delle cattive condizioni del pianeta,
dello scarso rispetto dell’uomo nei confronti dell’ambiente e della fine del
mondo. Non ero mai stato così bene, mi sembrava di poter continuare
all’infinito, ma intanto il tempo passava veloce e si stava facendo tardi. A
un certo punto ci mettemmo a guardare il cielo in silenzio, a ovest
cominciava a tingersi dei colori del crepuscolo. Il giorno stava per cedere
il passo alla notte. I corvi gracchiavano a più non posso, come se
inseguissero qualcosa. Avrei voluto restare ancora a lungo insieme a
Kojima, chiederle di rivederci, ma non ne ebbi il coraggio. Era così dolce e
allegra, andandosene mi faceva lentamente “ciao” con la mano e si
nascondeva a metà dietro la scala. Ripeté quel gesto più di una volta,
facendomi morire dal ridere. Poi sollevò la mano in alto, l’agitò con
maggiore decisione e andò via.
Incontrai per la prima volta la mia seconda madre quando avevo sei
anni. Era inverno.
Fino ad allora avevo vissuto solo con mio padre e sua madre, mia nonna.
Poi, poco dopo la morte della nonna, lei si trasferì a casa nostra. Per me fu
uno shock. Mio padre non mi disse niente, neanche una parola, che so?,
del tipo: «Ecco, lei è la tua nuova mamma» o «D’ora in poi lei abiterà con
noi e si prenderà cura di te». Arrivò all’improvviso, da un giorno all’altro.
E, come se fosse la cosa più normale del mondo, si mise fin da subito a
cucinare, fare le pulizie e mangiare con noi.
Era passato ormai un anno quando mi disse per la prima volta, con aria
un po’ imbarazzata: «Bene, ora siamo una famiglia. Spero che andremo
sempre d’accordo…». Eravamo seduti l’uno di fronte all’altra e stavamo
mangiando un pesce molto tenero e dolciastro; in televisione, decine di
bellissimi canguri saltavano veloci verso un grande sole rosso calante.
Dopo un paio di secondi che mi parvero durare un’eternità dischiusi piano
le labbra e mormorai a stento: «Sì, lo spero anch’io, grazie…». Poi ripresi a
mangiare in assoluto silenzio, lo sguardo basso.
Da quel lontano giorno erano trascorsi circa sette anni e mia madre
sembrava sempre uguale, non cambiava mai. Stessa identica acconciatura,
né dimagrita né ingrassata, gonne simili l’una all’altra, calzettoni di
cotone risvoltati con una precisione maniacale fino a poco sopra la
caviglia.
«Tutto bene? Qualcosa non va?» mi chiese un giorno, dopo la scuola,
alzando gli occhi nella mia direzione senza smettere di riavvolgere il filo
dell’aspirapolvere.
«Tutto bene» risposi. Dopo di che aggiunsi che avevamo ripreso ad
andare in piscina e che erano iniziate le verifiche di fine quadrimestre.
«E come sta andando?» mi chiese ancora lei, con una voce piatta che
rivelava scarso coinvolgimento.
«La piscina o le verifiche?».
«Be’, le verifiche, no?».
«Non male, credo. Più o meno come al solito».
«Sono molto difficili?».
«Qualcuna sì, dipende dalla materia».
«Ah, ho capito».
Poi mi diede le spalle e si chinò, intenta a fare non so che, e aggiunse
ridacchiando: «Comunque, secondo me, il peggio del peggio è prendere
venti su cento o giù di lì. A quel punto è molto meglio prendere zero, no?
Almeno è qualcosa di netto e inequivocabile».
«Uhm, però non è mica facile prendere zero… Ho sentito che in alcune
materie ti possono mettere zero se per esempio dimentichi di scrivere il
nome sul foglio, ma dipende soprattutto dall’insegnante».
«Di queste cose non me ne intendo, lo sai, ma tu continua a studiare, mi
raccomando» disse mia madre rimettendosi dritta, l’aspirapolvere in
mano. «Dopo le verifiche inizieranno le vacanze estive, no?».
«Sì, certo».
«A proposito, c’è una cosa che non ho mai capito» disse cambiando
tono, voltandosi di scatto verso di me. «Sul filo dell’aspirapolvere, verso la
fine, c’è un segno rosso che indica il punto oltre il quale non bisogna tirare
il cavo. Ma poco prima ce n’è anche uno giallo: a cosa diamine serve? Non
basta quello rosso?».
Mentre parlava mi guardava con un’aria veramente perplessa, come se
si trattasse di una questione di vitale importanza.
«In effetti hai ragione» risposi, senza sapere cos’altro dire. «Chissà a
cosa serve il segno giallo…».
Non aggiunse altro e si avviò in cucina scuotendo la testa.
Seconda metà di giugno: si susseguivano giornate di pioggia intensa e
caldo umido. Spalancare le finestre per far cambiare aria serviva a poco o
niente, finiva per entrare soprattutto una cappa di umidità densa e
opprimente. Si sudava anche da fermi, a casa, a scuola e in qualunque
altro posto.
Un giorno, durante l’ora di disegno, Ninomiya mi aveva puntato con il
solito ghigno e aveva impartito uno dei suoi ordini: «Oggi costruiremo una
bella “strada ferrata”…». Dopo di che, mentre i suoi scagnozzi mi tenevano
fermo e mi costringevano a tenere le mani aperte, aveva impugnato la
pinzatrice e mi aveva piantato una serie di punti metallici dall’estremità
delle dita fino al polso, come fosse un binario ferroviario in miniatura.
Avevo sentito un dolore atroce, non so nemmeno io come avessi fatto a
non urlare. Ormai avevo imparato a soffrire in silenzio. Erano passati
diversi giorni e le sottili cicatrici rossastre mi facevano ancora molto male.
E intanto le nuvole scure fluttuavano a bassa quota nel cielo plumbeo dal
mattino alla sera, un odore perenne di pioggia nell’aria.
Per fortuna proseguiva senza sosta anche lo scambio epistolare con
Kojima. Era il mio unico svago, il solo motivo per cui riaprivo gli occhi al
mattino con una certa voglia di vivere. Mi impegnavo al massimo per
risponderle, ora scrivevo con molta più disinvoltura, utilizzando la carta
da lettere che mi aveva regalato. La custodia del mio dizionario era zeppa
di sue missive. A tarda sera, disteso a letto, quando non riuscivo a
prendere sonno a causa della troppa ansia e il pensiero della scuola e del
futuro mi faceva sprofondare in un abisso di disperazione, volgevo lo
sguardo a quella piccola scatola di cartone e restavo a fissarla a lungo. Lì
dentro dimoravano centinaia e migliaia di parole che Kojima aveva scritto
apposta per me. Quel piccolo parallelepipedo dai contorni sfumati si
stagliava nel buio e sembrava emettere un bagliore caldo ed evanescente
nella mia direzione. E mi bastava allungare il braccio per toccare quella
luce e percepirne il calore avvolgente. In quei momenti speravo con tutto
me stesso che anche le mie lettere avessero il medesimo effetto su Kojima,
dandole conforto quando era triste e un tepore dolce e rassicurante
ogniqualvolta il suo cuore ne avesse bisogno.
Buongiorno,
come va? Incredibile, è già luglio e finalmente le verifiche di fine quadrimestre
stanno per finire. Non ne posso più, voglio ricominciare a respirare.
L’altro giorno mi sono messa a contare le lettere che ci siamo scambiati in questi
due mesi, sono tantissime. Secondo te quante sono di preciso? Prova a contarle
anche tu, rimarrai sorpreso.
La cosa più strana delle lettere è che se per caso ti viene voglia di rileggere
quelle che hai scritto non puoi farlo, a meno che tu non chieda al destinatario di
fartele rivedere. Una volta che ne scrivi una e te ne separi è come dirle addio per
sempre. Non ci avevi mai pensato? È buffo, no? In ogni caso, sappi che conservo
tutte le tue lettere in un posto sicuro, come fossero un vero tesoro, nel caso in cui
un giorno, in futuro, dovesse venirti voglia di rileggere le lettere che scrivevi
quando avevi quattordici anni. A proposito, mi è appena venuta un’idea… Non so
dove saremo e cosa faremo in quel momento, ma che ne dici se ci promettessimo di
rivederci nel 1999, il secondo mercoledì di luglio, portandoci dietro le nostre
vecchie lettere? Non è un’idea fantastica? Che ne pensi? E dove potremmo vederci?
Dài, fammi sapere, non vedo l’ora di leggere la tua risposta.
Buongiorno,
qualche giorno fa, in libreria, ho visto il libro delle profezie di Nostradamus.
Quello di cui mi avevi parlato, con le fotografie di quello strano sole rettangolare e
della statua della Vergine Maria che piange lacrime di sangue. A essere onesto,
non ho ben capito quale rapporto possa esserci tra immagini del genere e la fine
del mondo. Comunque, devo dire che evocava qualcosa di molto macabro. Chissà
cosa ci riserverà il futuro, nessuno può dirlo. Ma quel che è certo è che verso la fine
di ciascun secolo nel mondo si diffonde una certa agitazione. Figuriamoci poi a fine
millennio… Scusa, non volevo metterti ansia. Ma se nel 1999 verrà la fine del
mondo, chissà se potremo tener fede al nostro appuntamento. A presto!
Hello!
Chissà come sarai a ventidue anni. Che tipo di persona diventerai? Cosa
penserai? Me lo chiedo spesso, ormai da un po’. Sarebbe meraviglioso se
continuassimo a scriverci fino ad allora…
Oggi ti scrivo soprattutto per chiederti una cosa, anzi per farti una proposta.
Dopo la fine del quadrimestre mi piacerebbe mostrarti un posto. Dobbiamo
approfittare di queste vacanze estive, altrimenti potrebbe essere troppo tardi.
È un posto meraviglioso, Heaven…
Pensaci, mi raccomando, sono sicura che ti piacerà. Spero non mi dirai di no. A
presto!
Buongiorno,
non so perché, ma qualcosa mi dice che non mi anticiperai molto su questo
“posto meraviglioso”. Chissà dov’è, sono curioso, ma proverò a non chiederti niente
finché non mi ci porterai. Così sarà come una grande sorpresa.
A proposito, stai ripassando per le ultime verifiche? Tutto sommato per
matematica la vedo meno dura del previsto, visto che gli argomenti non sono poi
così tanti. Ma scienze è un disastro, non so nemmeno da dove cominciare.
Speriamo di cavarcela e di ottenere almeno il punteggio minimo. Altrimenti ci
toccherà seguire i corsi di recupero e ci rovineremo l’estate. Dài, diamoci sotto! A
presto!
Ciau, ciau,
ormai resta solo inglese. Chissà come è andata finora, ti giuro che non ne ho la
più pallida idea. So solo che mi tremano le gambe.
A proposito, che ne dici se in quel posto ci andassimo il primo giorno di
vacanze? Meglio, no?, così potrai goderti presto la sorpresa.
Vediamoci alla stazione, davanti ai varchi automatici alle nove del mattino. Ti
aspetto!
Da quando io e Kojima avevamo stabilito di vederci il primo giorno delle
vacanze estive mi sentivo irrequieto. Non stavo più nella pelle, non
vedevo l’ora di aprire gli occhi e scoprire che quella mattina era
finalmente arrivata.
Mi domandavo di continuo cosa e dove fosse il posto in cui voleva
condurmi: Heaven, suonava così misterioso. Ma più del posto in sé, per me
contava soprattutto il fatto di andare da qualche parte con lei. Cosa
dovevo portare? Come dovevo vestirmi? Di quanti soldi c’era bisogno? Ero
su di giri e in ansia allo stesso tempo, in particolare riguardo
all’abbigliamento. Prima di tutto perché fino a quel momento era stata
sempre mia madre a scegliere i vestiti per me. Non avevo mai espresso
preferenze particolari, lei comprava e io indossavo, punto. Ma stavolta era
diverso e, dopo averci riflettuto, ero giunto alla conclusione che fosse
meglio non mettere roba con troppi colori e disegni. Non era un’impresa
facile, perché avevo soprattutto indumenti di quel tipo, piuttosto infantili,
e dovetti scavare non poco nel guardaroba e nei cassetti per trovare
qualcosa di decente. Dopo di che impiegai un altro paio d’ore per decidere
gli abbinamenti, cambiai idea non so quante volte, accostando e
riaccostando i pochi capi che avevo tirato fuori e ammassato sul letto. Alla
fine optai per una T-shirt blu scuro, i soliti jeans vecchi di un anno e le
Converse All Star Hi che non mettevo mai per andare a scuola. Una volta
sistemato il look, andava affrontata la questione soldi. Tra regali per le
festività e ricorrenze varie e risparmi sulla paghetta mensile, avevo
accantonato un gruzzoletto di circa diecimila yen: non era moltissimo, ma
poteva bastare. Misi tutto nel portafoglio, nella tasca posteriore dei
pantaloni, e provai una certa soddisfazione. Mi sentivo abbastanza sicuro,
pronto a far fronte a qualsiasi imprevisto. In fondo era dal vestiario che
scaturivano i tormenti maggiori, ci pensavo giorno e notte, non ero affatto
convinto.
L’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze andai come al solito in
bagno per leggere la nuova lettera di Kojima e metterla al sicuro nella
foderina blu del tesserino studentesco. Mentre tornavo in classe,
camminando a testa bassa rasente al muro del corridoio, sentii le voci e le
risate di Ninomiya e compagni. Tanto per cambiare, lui era seduto
spavaldo su un banco al centro dell’aula, circondato dagli altri come fosse
un re. La loro conversazione, che volente o nolente mi giungeva
all’orecchio, riguardava i corsi estivi del doposcuola. Non avendo alcuna
voglia di entrare in contatto né con i loro discorsi né tantomeno con i loro
sguardi, andai a sedermi al mio posto cercando di non fare rumore,
trattenendo il respiro. Dopo di che, senza mai alzare gli occhi, infilai le
mani sotto il banco, dove l’aria era appena un po’ più fresca.
Finalmente il trillo della campanella decretò la fine dell’ultima ora di
lezione e i miei compagni si alzarono di scatto, pronti a sciamare fuori
dall’aula schiamazzando a più non posso. Con la coda dell’occhio vidi una
ragazza del gruppetto delle terribili mollare un calcio contro la sedia di
Kojima, che come di consueto restava seduta fino all’ultimo momento.
Ebbe un sussulto, dopo di che rimase immobile, in attesa che le sue
aguzzine andassero via. Quando fu sicura che non ci fosse più pericolo si
alzò, raccattò in fretta le sue cose e uscì anche lei dall’aula, con lo zaino
gonfio e pesante in spalla.
La seguii con lo sguardo fino a che non ebbe oltrepassato la porta,
tirando un sospiro di sollievo e sperando che non le capitasse niente di
brutto. L’attimo successivo, mentre infilavo nello zaino i fogli che tenevo
sul banco, uno degli amici di Ninomiya mi si avvicinò da dietro e mi mollò
uno scapaccione sulla nuca. Involontariamente, mi morsi la lingua così
forte che sentii come uno scricchiolio. Subito dopo una fitta violenta mi si
propagò in tutta la bocca, tanto che non riuscivo a tenerla chiusa, e in
breve il sapore di sangue misto a saliva prese il sopravvento su ogni altra
sensazione. Avevo la lingua completamente intorpidita. Sentivo le tempie
che pulsavano, un dolore lancinante che rimbalzava da un lato all’altro del
cranio, e la sola cosa che potevo fare era ingoiare il sangue e la saliva che
mi riempivano la bocca a ogni spasmo.
Presto rimasi solo, incapace di muovermi, seduto sulla mia sedia
nell’aula deserta. Tutt’a un tratto sentii un flebile fischiettio provenire dal
corridoio. Si faceva via via più vicino, qualcuno stava per entrare in classe.
Preso dal panico, pensai di nascondermi sotto il banco, ma non feci in
tempo. Era Momose. Come mai era tornato in aula? Di nuovo immobile,
come paralizzato, mi limitai ad abbassare gli occhi. Inutile dire che in quel
momento avrei voluto sparire. Dopo un paio di secondi sollevai piano la
testa per guardarlo, ma lui non mi degnò della minima attenzione, quasi
fossi invisibile. Continuava a fischiettare una certa melodia, le mani nelle
tasche dei pantaloni, mentre si dirigeva al suo posto con passo elegante e
leggero. Si sedette dandomi la schiena e prese a battere il tempo col piede
per accompagnare il fischiettio. Sembrava molto allegro, tutto assorto nel
suo mondo: possibile che non si fosse accorto della mia presenza? Tirò
fuori un quaderno dallo zaino e si mise a scrivere qualcosa. Di tanto in
tanto alzava la testa, annuiva tra sé e sé e ricominciava a far correre la
matita sul foglio. Guardavo la sua schiena e il gomito muoversi e cambiare
posizione, e ascoltavo distratto la canzone che continuava a fischiettare.
Non conoscevo quella melodia, ma la modulava con eccezionale sicurezza,
una nota dopo l’altra, era bravissimo. Avrei potuto alzarmi e andare via,
ma non lo feci, non so nemmeno io il perché.
Di colpo una voce chiamò Momose e mi voltai verso la porta: era una
ragazza. La frangia tagliata dritta le scendeva folta fino a sfiorare le
sopracciglia, sopra due grandi occhi neri puntati in direzione del mio
compagno di classe. Nell’insieme sembrava poco più che una bambina,
minuta di statura e nei lineamenti del viso, ma la divisa della nostra scuola
media non lasciava adito a dubbi. Non l’avevo mai vista, chissà in che
sezione era. Di certo non aveva niente in comune con le ragazze della
nostra classe: era bellissima, dolce, da non riuscire a staccarle gli occhi di
dosso. Era diversa da tutte le ragazze che avevo visto fino a quel momento
e, curioso particolare, assomigliava tantissimo a Momose. Lui l’aveva
notata, si era voltato per un attimo dalla sua parte quando aveva sentito
chiamare il proprio nome, ma non le aveva dato retta continuando a
scrivere chissà cosa. Neanche la ragazza sembrava essersi accorta della
mia presenza, o comunque per lei era come se non esistessi, non mi
rivolse nemmeno uno sguardo di sfuggita. Si avvicinò a Momose, appoggiò
le mani sul banco e diede un’occhiata al quaderno. Lo fissava mentre
scriveva e dondolava la testa al ritmo del suo melodioso fischiettio, i
lunghi capelli che oscillando gli lambivano il braccio. Poi si accovacciò e lo
guardò dritto negli occhi. L’istante successivo, Momose lasciò la matita sul
banco e si alzò, e anche la ragazza si rimise subito in piedi in silenzio.
Faccia a faccia, si fissarono per un lungo attimo senza dire una parola,
dopo di che lei infilò la mano sotto il braccio di lui e uscirono insieme
dall’aula. Momose non smise di fischiare neanche per un attimo, quella
melodia continuò a risuonarmi nella testa molto a lungo.
Rimasi fermo al mio posto, sbalordito, indeciso se fosse stato solo un
sogno a occhi aperti. Momose era stato veramente lì fino a pochi istanti
prima? Quella ragazza sconosciuta era arrivata sul serio ed erano andati
via insieme? O era tutto frutto della mia immaginazione? In quello stato
d’animo così strano e incerto, non riuscivo più a ricordare la splendida
melodia fischiettata da Momose, né tantomeno il viso minuto e
incantevole della ragazza.
Nell’attimo in cui finalmente mi alzai dalla sedia, Ninomiya entrò in
classe. Incassai la testa nelle spalle, pronto a subire l’ennesima violenza,
ma per fortuna sembrava avere fretta: diede un’occhiata rapida e, una
volta accertatosi che non ci fosse nessuno a parte me, fece subito
dietrofront. Tempo due o tre secondi lo vidi riapparire sotto l’arco della
porta: «Per caso hai visto Momose?» mi chiese. Scossi la testa e lui andò
via definitivamente, il rumore dei suoi passi che si allontanavano rapidi
lungo il corridoio.
1
Bevanda giapponese analcolica che prende il nome dalla ditta produttrice, la cui versione
originaria è composta da acqua, latte in polvere e acido lattico. Ha colore bianchiccio, un vago
sapore di latte e yogurt alla vaniglia ed è molto dissetante. Lanciata sul mercato nei primi decenni
del XX secolo, conta oggi diverse varietà al gusto di frutta e una versione gassata. [Tutte le note
sono del Traduttore.]
2
I
l mattino seguente uscii di casa calcolando i tempi in modo da raggiungere
la stazione con un quarto d’ora di anticipo. Dissi a mia madre che dovevo
andare in biblioteca, quella grande del quartiere vicino.
Mi misi ad aspettare Kojima accanto alla biglietteria automatica. Ero
nervoso, continuavo a voltarmi a destra e a manca. Finalmente, alle nove
in punto, la vidi arrivare. Aveva la stessa capigliatura di sempre, le stesse
scarpe da ginnastica, una gonna beige a metà polpaccio e una camicia
hawaiana. Quest’ultima era talmente sgargiante e variopinta da far
passare in secondo piano e l’enorme chioma corvina al vento e la gonna
sgualcita. La portava con i lembi annodati all’altezza dell’ombelico, una
fantasia tropicale di foglie verdi appuntite e grossi frutti rossicci tipo
mango. Era la prima volta che vedevo una camicia hawaiana dal vivo, così
come era la prima volta che vedevo qualcuno indossarne una. Kojima mi
riconobbe da lontano, sollevò la mano per salutarmi e mi raggiunse a
passo spedito. Nell’altra mano stringeva una borsa di tela con stampato il
muso di un bel gatto, a metà strada tra un disegno e una fotografia.
«Eccomi!» mi disse con un sorriso dolce e un po’ imbarazzato non
appena fu al mio fianco. A dire il vero anch’io ero teso e intimidito, ma mi
sforzai di non darlo a vedere.
«Ciao, come stai?» la salutai, cercando di suonare spigliato. Ora che
potevo osservarla da vicino notai che aveva fissato la frangia da un lato
con un grazioso fermaglio smaltato.
«Mi sono svegliata prestissimo…» mi disse, grattandosi come al solito il
sopracciglio sinistro.
«A che ora?».
«Alle quattro».
«Come mai? Ora non hai sonno?».
«In effetti verso le sette stavo per riaddormentarmi, ma ora è tutto
okay. E tu? Parli in modo strano, sei sicuro di stare bene?» mi chiese con
aria dubbiosa. «Sembra che tu abbia difficoltà ad articolare le parole».
«Niente, mi sono morso la lingua e mi fa un po’ male».
«Quando è successo?» mi chiese ancora, stavolta con un vistoso solco in
mezzo alle sopracciglia.
«Ieri».
«Te la sei morsa forte?».
«Fortissimo…».
«Hai sentito molto dolore?» mi domandò aggrottando ancora di più la
fronte.
«Sì…».
«E hai pianto?».
«No, per niente!».
«Come mai? Hai appena detto di aver sentito molto dolore… Forse ti sei
trattenuto?».
«No, che c’entra? Non è che quando si prova dolore bisogna piangere
per forza».
«Tu dici?» ribatté, inclinando la testa da un lato con aria poco convinta,
prima di fare un passetto indietro come se un ricordo spiacevole le avesse
appena attraversato la mente. Poi mi guardò molto seria e aggiunse,
cambiando completamente argomento: «Ora che ci penso, è la prima volta
che ti vedo senza la divisa scolastica… Stai bene, sai?».
«Ma no, non è niente di speciale. Dài, non mi guardare così! Tu,
piuttosto, sei diversa… Stai benissimo».
«Davvero?» esclamò, chinando la testa per guardarsi. «Forse ho un look
un po’… tropicale».
«Eh, puoi ben dirlo!».
«Comunque questi sono i miei abiti migliori».
«In che senso?».
«Nel vero senso della parola!» esclamò Kojima con gli occhi spalancati.
«Non ho niente di meglio, tengo molto a questa camicia».
«Ah, certo, è molto carina. E ribadisco che ti sta a meraviglia» le dissi
con un sorriso.
«Grazie! Volevo vestirmi carina perché oggi è un giorno speciale. Sono
sicura che sarà indimenticabile» disse guardandosi la camicia hawaiana,
come se volesse trovare una conferma in quella fantasia vivace e
appariscente.
«Ne sono sicuro anch’io. E la tua camicia è perfetta, è così… estiva»
replicai fissando quell’indumento con attenzione, come se fossi alla
ricerca di nuovi dettagli tra i frutti rossi e la giungla fitta.
«Sì, infatti!» disse ad alta voce Kojima, sollevando la testa con
un’espressione raggiante. «Stamattina, quando mi sono svegliata era
ancora buio, ma finalmente ho sentito che l’estate era arrivata…
Quest’anno l’estate comincia da oggi!».
Ci sedemmo su una panchina in attesa del treno. Arrivò presto, con i
suoi vagoni verde scuro tutti uguali. Nel frenare emise uno sbuffo che
faceva pensare al respiro affannoso di una bestia enorme, dopo di che
tutte le porte si aprirono contemporaneamente e salimmo a bordo in fila
indiana. Il nostro vagone era pressoché vuoto, ospitava solo un’anziana
coppia, un impiegato in giacca e cravatta e una donna con i capelli lunghi
e lisci. Il treno si rimise subito in marcia, beccheggiando pian piano a
destra e sinistra come fosse in cerca di stabilità, e io e Kojima restammo
per un bel po’ in silenzio ad ammirare il panorama fuori dal finestrino. Mi
batteva forte il cuore al pensiero che stessimo lasciando la città insieme e
che nessun altro ne fosse al corrente.
Dopo poco anche lei iniziò a mostrare chiari segni di euforia. Inutile
dire che era molto più allegra di quando eravamo in classe, ma anche più
di quando ci eravamo visti in cima alla scala d’emergenza. E lo stesso
valeva per me: mentre osservavo il paesaggio e il suo viso sereno, l’ansia
di poco prima si dissipò in fretta e fu sostituita da un’ineffabile
spensieratezza, che si diffuse in tutto il mio essere e mi riempì il petto di
gioia.
Eravamo seduti l’uno accanto all’altra, forse non eravamo mai stati così
a stretto contatto e potevo guardarla a distanza ravvicinata. Mi sentivo in
imbarazzo, a volte non sapevo dove dirigere lo sguardo ed ero costretto ad
abbassare gli occhi. Invece lei non sembrava avere problemi: a parte
quando contemplava il panorama, teneva lo sguardo fisso su di me,
puntato come sempre in un punto preciso tra le mie sopracciglia, e mi
parlava di un mucchio di cose gesticolando e sorridendo a tutto spiano.
Alzava la voce senza accorgersene, tanto era entusiasta e contenta, e io
non mi sentivo per niente a disagio, anzi mi piaceva vederla così felice. A
un certo punto se ne rese conto, fece una smorfia buffa e si portò la mano
davanti alla bocca, abbassando di colpo il tono della voce. Ma poi, di nuovo
senza farci caso, si rimise a parlare a pieni polmoni e scoppiammo tutti e
due in una grande risata.
«Ah, sono propria contentopamina, devo avere la dopamina a mille!»
disse esultando.
«Contentopamina… Dopamina… Si può sapere che cosa significa?» le
chiesi, stavolta senza imbarazzo.
«La dopamina, non ne hai mai sentito parlare? È un ormone, quando si è
felici il cervello ne produce un sacco».
«Ah, non lo sapevo».
«Contentopamina! È bella come parola, suona bene e rende molto l’idea,
non trovi? Quando invece sono di malumore a volte mi viene da dire che
mi sento “malopamina”…».
«E quando sei triste?».
«Tristopamina, no?» rispose di getto, ridendo come una matta.
Kojima rivolse lo sguardo fuori dal finestrino e la nostra conversazione
si interruppe per qualche istante. Teneva le mani ferme sulla borsa di tela,
a sua volta appoggiata sulle ginocchia. A ben vedere, però, muoveva
impercettibilmente la punta dell’indice, come per assicurarsi una volta di
più che la borsa fosse lì.
Il treno sfrecciava non lontano dalle case che si succedevano una dopo
l’altra, attraversava campi coltivati, procedeva dritto nel mezzo della
fragranza inconfondibile di un’estate appena iniziata.
Kojima cominciò a raccontarmi con dovizia di particolari una lunga
serie di straordinari aneddoti sul gatto che aveva da bambina, doveva
essergli molto affezionata. Mi disse che era un batuffolo nerissimo, dolce e
morbido, e che andava d’accordo e giocava spesso con il cane buono e
intelligente che avevano in casa nello stesso periodo. Da piccola aveva
avuto un sacco di animali e ne conservava un bellissimo ricordo.
«Non abbiamo avuto solo un cane e un gatto» continuò in tono vivace,
con gli occhi che le brillavano. «In realtà il mio vero padre amava
soprattutto gli animali di piccola taglia, creaturine graziose e guizzanti
come pesci rossi, tartarughe verdi, cobiti e così via. Ah, e anche i carassi,
ne aveva un sacco».
«Doveva essere bello avere tanti pesci in casa».
«Sì, ma avere un acquario come si deve costa una fortuna. All’epoca
eravamo molto poveri, e allora lui aveva recuperato non so dove
un’enorme scatola di plastica con una specie di coperchio e l’aveva
riempita d’acqua, di pesci e vari accessori. Le pareti erano opache e si
poteva guardare solo dall’alto, ma almeno assomigliava a un vero
acquario. Aveva fatto tutto da solo, incredibile! Ci aveva messo un
ossigenatore che produceva tante bollicine, un ponticello per i pesci rossi
e anche una specie di mulino: era fantastico, avevamo comprato insieme
un pezzo alla volta, in un negozio vicino casa. Mi incantavo a guardare il
nostro acquario per ore e ore, tutti i giorni, e adoravo soprattutto far
nuotare le tartarughine. A proposito, tu hai mai avuto degli animali?».
«No… Non credo che i miei abbiano mai considerato l’idea di averne
uno».
«Non vi piacciono gli animali?» mi chiese Kojima a occhi sgranati, le
sopracciglia che si muovevano come se fossero vive.
«Non è una questione di piacere o non piacere, almeno per quanto mi
riguarda. Il fatto è che non sono abituato agli animali, non ne ho mai
neanche sfiorato uno».
«Sì, ho capito quello che vuoi dire».
«Però sarebbe bello, l’idea di avere un cucciolo tutto mio non mi
dispiacerebbe. Certo che vivere insieme a un animale, che ovviamente non
parla, deve essere molto diverso rispetto a vivere con delle persone» dissi,
lo sguardo perso lontano.
«In che senso? Secondo te, che cosa sarebbe diverso?».
«Be’, prima di tutto ci sarebbe molto più silenzio».
«Vuoi dire che le persone sono rumorose anche quando stanno zitte?».
«Non lo so, in ogni caso noi pensiamo sempre a qualcosa, la nostra
mente non si ferma mai. Da questo punto di vista, gli animali sono molto
meno irrequieti».
«Però anche loro abbaiano e si lamentano».
«Sì, ma sono solo versi e nient’altro».
«In effetti non è un problema di decibel e rumore».
«Già…».
«Anche quando dormiamo non ci fermiamo, perché sogniamo, e spesso
al risveglio ci mettiamo a riflettere sul significato dei sogni, cosa che può
creare stress e agitazione. Secondo te, noi esseri umani siamo capaci di
starcene buoni senza pensare a niente?» mi chiese Kojima dubbiosa, il
capo inclinato da un lato.
«Forse sì, ma solo per un periodo di tempo molto breve. Poi la mente si
rimette in moto da sola, non siamo fatti per non pensare» risposi con una
sicurezza che mi lasciò alquanto stupito.
«Per un periodo di tempo molto breve…» ripeté Kojima a fior di labbra,
reprimendo uno sbadiglio. «Equivale a dire che non ne siamo capaci. Forse
hai ragione, non siamo fatti per non pensare».
Il calore tiepido dei raggi del sole si diffondeva piacevolmente sulle
nostre nuche. Volsi lo sguardo a Kojima e pensai che doveva avere sonno,
dopotutto mi aveva detto che si era svegliata molto presto. Il treno
attraversava una risaia dopo l’altra a velocità costante, cullandoci con un
ritmo dolce e regolare.
«A volte mi domando come sarebbe se anche noi non fossimo dotati di
parola, proprio come gli animali» dissi senza rifletterci troppo.
«In effetti siamo una vera eccezione» osservò Kojima alzando di colpo la
voce e voltandosi verso di me. «I cani, le divise, i tavoli, i vasi da fiore e
tutto il resto non parlano».
«Sì, rappresentiamo una netta minoranza su questo pianeta».
«Già… E se penso che solo noi esseri umani ci poniamo un sacco di
domande e ci scervelliamo alla ricerca di risposte, mettendo in fila
miliardi di parole tutti i giorni, mi viene da ridere e non posso fare a meno
di concludere che siamo davvero stupidi e ridicoli… Non sei d’accordo?»
mi chiese alla fine, abbozzando una risata nasale.
«Assolutamente sì».
Il treno continuava la sua corsa regolare, sempre alla stessa velocità,
tanto che ciascuna stazione sembrava equidistante dall’altra. La voce del
conducente annunciava ogni volta la fermata successiva con il medesimo
tono, e nel medesimo modo gracchiava il microfono ogni volta che
terminava la comunicazione.
«Che ridere, è divertente, no?» disse Kojima alla fine di uno di quegli
annunci, portandosi la mano davanti alla bocca e ridacchiando.
Le risaie, verdi e uniformi, si susseguivano a ripetizione; piccole case
apparivano qua e là d’improvviso, come fosse un gioco di prestigio; e il
luccichio intenso sulla punta dell’erba si spegneva non appena il treno
andava oltre, sempre alla stessa velocità, creando davanti ai nostri occhi
una linea orizzontale di luce continua.
«A proposito, Kojima» le dissi come se d’un tratto mi fossi ricordato di
qualcosa, «il Paradiso dove siamo diretti…».
«Paradiso?» ripeté lei perplessa, interrompendomi e scuotendo la testa.
«Heaven, vuoi dire?».
«Ah, certo, Heaven…».
«Sì, Heaven, con l’acca davanti».
«Heaven» ripetei ancora una volta, sforzandomi di aspirare bene l’acca.
Finalmente Kojima mi sorrise.
«Scusa, ma non posso dirti ancora niente. Capirai tutto quando
arriveremo, stai tranquillo. Per ora ti chiedo di avere un altro po’ di
pazienza».
Feci un piccolo cenno di assenso con la testa, e lei fece subito
altrettanto, sorridendo contenta. Restammo per un po’ in silenzio,
l’attenzione rivolta di nuovo al paesaggio che sfilava rapido fuori dal
finestrino. E intanto ci lasciavamo cullare dal movimento del treno senza
opporre alcuna resistenza.
«Credo di aver capito cosa intendevi dire prima» proruppe di colpo
Kojima. «Un tavolo o un vaso, anche se sono rovinati e graffiati,
continuano a stare lì in silenzio e a essere utilizzati come se fossero più o
meno integri».
«Vuoi dire che quel tavolo e quel vaso, siccome non parlano e non
possono rivelare a nessuno di essere rovinati e graffiati, è come se non lo
fossero anche se oggettivamente lo sono? Ho capito bene?» le chiesi.
«Non lo so, forse» rispose sottovoce, dopo di che aggiunse: «Quel tavolo
e quel vaso possono essere malridotti e pieni di graffi e ammaccature in
superficie, ma non sono mai feriti dentro».
«Sì, è vero» concordai all’istante.
«Mentre noi, all’esatto contrario, possiamo essere terribilmente feriti
all’interno e non mostrare niente all’esterno. Spesso le nostre ferite sono
invisibili» disse Kojima con voce ancora più flebile di prima.
Poi si ammutolì per un po’. Se ne stava a testa bassa e grattava con una
certa frenesia la sua borsa di tela con la punta dell’indice, più o meno al
centro del muso del gatto. La vedevo chiaramente, ma preferii non dirle
niente. Alla stazione successiva il treno si fermò, le porte si aprirono e
diversi passeggeri scesero come per lasciare il posto a quelli che salivano.
Poi il convoglio si rimise in marcia e riprese lentamente la sua corsa.
«Se continuiamo così, se lasciamo che gli altri ci facciano tutte quelle
cose senza dirlo a nessuno, senza parlare» mi disse tutt’a un tratto Kojima,
soppesando le parole una a una, «credi che un giorno potremo diventare
anche noi dei semplici oggetti?».
Non sapendo cosa rispondere, mi limitai a tenere lo sguardo fisso per
terra. Ero sconvolto. Non mi sarei mai aspettato che Kojima potesse fare
un discorso del genere. Nel vagone investito dalla luce del sole che
entrava dai finestrini, le sue scarpe da ginnastica erano talmente sudicie e
nere che non si vedeva neanche una traccia di bianco.
«In realtà» dissi alla fine, con voce tremante, «non diventeremo né un
vaso, né un tavolo, né nient’altro… Non diventeremo mai veri oggetti, ma
potremmo fare finta, forse… Perché in effetti noi…».
«Perché in effetti noi…» ripeté Kojima.
«Perché in effetti noi…» dissi ancora una volta io, ma lei mi interruppe
di nuovo.
«…Siamo già più o meno delle cose» sussurrò completando la frase,
mentre si mordicchiava nervosa il labbro inferiore. E poi aggiunse: «Non
diventeremo mai veri oggetti, ma per certi versi lo siamo già».
Infilò la mano destra nella gran massa di capelli corvini e prese a
massaggiarseli piano, senza dire niente. Continuava a fissare il gatto
stampato sulla sua borsa di tela. Allora diressi anch’io lo sguardo nello
stesso punto preciso.
«In fondo per gli altri noi siamo come delle cose» dissi.
«Sì, è vero…».
«E non possiamo farci granché, per il fatto stesso che in un certo senso
siamo delle cose e le cose non possono né muoversi, né parlare, né
pensare, o sbaglio?».
Kojima apprezzò la mia ironia e rise a bassa voce; le vibrazioni della sua
risatina si propagarono fin dentro la mia anima e mi misi a ridere anch’io.
Intanto il treno fece un’ampia curva, le case che si vedevano fuori dal
finestrino sembrarono inclinarsi di lato e allontanarsi una dopo l’altra.
«Il problema» disse Kojima dopo aver fatto un lungo sospiro, «è che gli
oggetti, quelli veri, li lasciano in pace… Pensa a un orologio appeso al
muro, per esempio, che può starsene lì e fregarsene di tutto e tutti». Fece
una pausa, volse lo sguardo verso il paesaggio all’esterno e aggiunse,
ridendo: «Non tutte le cose del mondo sono uguali, e quelle come noi,
purtroppo, sono molto diverse da quelle vere».
Infine si voltò di nuovo nella mia direzione e annunciò: «Siamo quasi
arrivati, Heaven ci aspetta!».
Uscimmo dalla stazione, ci incamminammo per una via dritta seguendo
un vecchio cartello stradale di legno e a un certo punto svoltammo a
sinistra. Poi proseguimmo di nuovo dritto per un po’ e giungemmo in vista
di un grande edificio bianco.
Era un museo.
Anche all’interno predominava il bianco. Bianche erano le pareti, il
pavimento e l’alto soffitto. Ed era già abbastanza pieno di visitatori,
nonostante fosse ancora mattina, ciascuno che avanzava col proprio passo
guardandosi intorno. Un chiacchiericcio sommesso rimbombava
nell’ambiente simile al fruscio di un tessuto e veniva inghiottito a poco a
poco dal biancore intenso dell’edificio. Alle lunghe pareti spiccava una
gran quantità di quadri di varie dimensioni, ciascuno bene illuminato da
appositi faretti a luce calda. Kojima si avvicinò al primo dipinto e si voltò
solo per un istante dalla mia parte. Poi assunse un’espressione austera e
prese a contemplare il quadro in assoluto silenzio, prima di passare a
quello successivo.
La seguivo a una certa distanza, osservavo il quadro e al contempo
anche lei mentre ammirava la stessa opera. Dapprima guardava a distanza,
poi si avvicinava lentamente di due o tre passi e studiava i dettagli, a
labbra serrate, dopo di che si voltava per un attimo verso di me. Osservava
i dipinti con la fronte corrugata, come se soffrisse, senza provare gioia o
piacere. Infine leggeva con molta attenzione la targhetta con il titolo e le
altre informazioni e all’improvviso si allontanava quasi di scatto, come
spinta da una sorta di impulso istintivo, emetteva un piccolo sospiro e
passava al dipinto successivo, quasi che qualcuno o qualcosa la pressasse.
I quadri erano tutti molto strani.
Su uno sfondo in cui predominavano il rosso e il verde, degli animali,
una sposa e altre figure danzavano tenendosi per mano; un personaggio
che sembrava una capra impugnava un violino; sotto un enorme bouquet
in fiamme, un uomo e una donna si abbracciavano. Sembravano
rappresentazioni di sogni, immagini sovrapposte senza alcuna coerenza.
Ma non erano sogni felici e tranquilli. E, anche quando riuscivo a
intravedere un barlume di gioia, si trattava sempre di una gioia violenta,
fredda e pervasa di profonda tristezza. Il blu impresso con veemenza sulla
tela entrava in collisione con il giallo che vorticava come un tornado; un
frenetico numero circense si svolgeva nel mezzo di una folla multicolore
che assisteva a bocca aperta. Al di sopra di una cittadina innevata, un
uomo con indosso una misera tunica bianca pregava a occhi chiusi.
Ciascuna tela evocava l’istante preciso di una distruzione e allo stesso
tempo la gioia di una nascita. Diversi mondi erano innestati l’uno
nell’altro, concatenati oltre ogni parvenza di razionalità. Persone
rinchiuse nel cerchio di un sole che sembrava un mulino a vento. Pesci
trascinati a riva dal mare in tempesta. Un cavallo placido e tranquillo con
occhi più umani di quelli di un essere umano. Una sposa dalla carnagione
incredibilmente pallida.
«Stai guardando con attenzione?».
La voce di Kojima mi riportò alla realtà, mentre ero immerso nella
contemplazione di un quadro.
«Sì…» risposi esitante.
«Allora, hai trovato il tuo preferito?» mi chiese a bassa voce,
sorridendo.
«Non lo so, non ancora».
Sembrava più rilassata rispetto a prima, il suo sorriso mi rassicurò.
«Quindi Heaven è qui, ti riferivi a questo museo?» provai a chiederle.
«No!» rispose aggrottando le sopracciglia e sbuffando aria dal naso.
«Heaven è un quadro, il mio preferito».
«Ma non era un posto?… Heaven è il titolo?».
«Non esattamente…» disse scuotendo la testa. «I quadri di questo
pittore sono tutti molto belli, ma i titoli lasciano parecchio a desiderare, li
trovo insignificanti. Guarda qui» mi fece indicando la targhetta del dipinto
davanti a noi. E in effetti, rispetto al contenuto della tela, il titolo suonava
parecchio insulso.
«Bruttino, vero?».
«Sì, hai ragione» risposi ridendo.
«Perciò ho provveduto io stessa a sceglierne uno per il mio quadro
preferito… Heaven».
«Quindi vuoi dire che hai dato tu stessa un titolo alternativo al tuo
quadro preferito?».
«Esatto!» esultò tutta contenta. «Perché è stupendo e meritava un titolo
adeguato, in grado di restare impresso nella memoria. Ritrae una coppia di
fidanzati che mangia una deliziosa torta in una stanza. Il tappeto rosso e la
tavola sono bellissimi. E poi è evidente che i fidanzati possano allungare il
collo a loro piacimento, qualunque cosa facciano e ovunque si trovino,
così da potersi vedere e sfiorare in ogni momento. Pratico, no?».
«Sì, decisamente».
«E la stanza non è una stanza come le altre…» aggiunse Kojima con una
risata un po’ impertinente. «Nel senso che se la si guarda così, senza
andare oltre le apparenze, può sembrare anche una stanza normale, di
una casa normale. Ma in realtà è… Heaven!».
«Vuoi dire che si tratterebbe del paradiso?».
«No, Heaven!» replicò alzando la voce e fissandomi con uno sguardo di
rimprovero.
«Nel senso che secondo te i due fidanzati sono morti e si trovano
nell’aldilà?» chiesi ancora.
«No! A quei due giovani è successo qualcosa di terribile, una cosa
tristissima e molto dolorosa» rispose Kojima guardandomi dritto negli
occhi, con una voce che sembrava venire dal profondo dell’anima. «Ma
alla fine sono riusciti a superarla insieme, restando uniti, e per questo
vivono nella felicità più grande che esista. Si sono lasciati alle spalle la
tristezza e la sfortuna e sono arrivati lì, in quella stanza che all’apparenza
non ha niente di speciale, ma che in realtà per loro è puro Heaven». Si
interruppe, emise un sospiro e si stropicciò gli occhi. Dopo di che
aggiunse: «Heaven… L’ho cercato e guardato così spesso nei libri d’arte. Ho
passato tanto di quel tempo a guardarlo e riguardarlo».
«Sì…» assentii sottovoce.
«Ma a forza di guardare quei libri per inseguire il mio Heaven, a un
certo punto i quadri originali hanno cominciato ad apparirmi anche un
po’ innaturali… Guarda» mi esortò, puntando il dito verso il quadro
successivo, «mungono il latte dalla guancia del cavallo. E il cavallo porta
una collana».
«I colori sono molto belli» osservai. Quei colori esprimevano un calore
vivido e intenso, ma in effetti il quadro era davvero strano e surreale.
Grandi facce, grandi colori…
Restammo per un po’ in silenzio a osservare quel dipinto.
«E poi» aggiunse Kojima serafica, «l’uomo verde e gli occhi del cavallo
sono collegati da una sottile linea bianca».
Non so perché, ma avvertii come un rumore sordo provenire dal petto
quando Kojima pronunciò la parola “occhi”. Se ne stava immobile e
continuava a fissare il quadro in silenzio. Alle sue spalle, un bambino che
doveva avere poco più di un anno e si reggeva a stento in piedi lasciò di
colpo la mano della madre e si mise a correre traballando. Finì per
sbattere contro la gamba di Kojima, crollò al suolo e scoppiò a piangere. Al
che lei ebbe un sussulto e si voltò con un’espressione rigida, senza sapere
cosa fare. Per fortuna la madre del bambino si avvicinò all’istante, riprese
il figlio per mano e chiese scusa con ripetuti inchini. Allora Kojima, ancora
intontita, non riuscì a fare altro che imitarla e inchinarsi più o meno allo
stesso modo. La donna e il bambino si allontanarono e lei li seguì con lo
sguardo, poi sospirò ancora e si voltò verso di me senza cambiare
espressione. In quel momento nei suoi occhi albergavano una tristezza e
un dolore immensi, ma prima che avessi modo di chiederle il perché, si
avvicinò di nuovo al quadro e la seguii senza aprire bocca.
«Ma qual è di preciso Heaven?» le chiesi dopo un po’. «È ancora
lontano?».
Nell’attimo in cui si voltò verso di me, per un breve istante ebbi
l’impressione di vedere me stesso, come se stessi guardando la mia faccia
riflessa nello specchio.
«Sì, è l’ultimo in fondo» mi disse in tutta calma. «Ci vuole ancora un
po’… Se non ti dispiace, vorrei fare una pausa, sono stanca».
Uscimmo all’aperto e Kojima andò subito a sedersi su una panchina,
immobile, senza dire una parola.
Le chiesi se volesse qualcosa da bere, ma fece di no con la testa e disse
che non aveva sete. Al che mi avvicinai al distributore automatico e presi
una bibita solo per me. Il sole splendeva ormai alto nel cielo e cominciava
a fare molto caldo. Non appena presi posto sulla panchina sentii il sudore
colarmi sotto le ascelle e sulla nuca. Minute gocce di sudore imperlavano
la pelle scura di Kojima tra il naso e il labbro superiore, brillando come
fossero dotate di luce propria. Dal posto in cui ci trovavamo si vedeva un
ampio prato leggermente in pendenza, dove famiglie, coppie di fidanzati e
piccoli gruppi mangiavano e chiacchieravano in allegria seduti su
coloratissimi teli da picnic. Altre persone giocavano con un pallone, altre
ancora se ne stavano distese a torso nudo e prendevano il sole. C’era
anche un grande albero, sotto la cui ombra, con la schiena appoggiata al
tronco, qualcuno leggeva un libro. Era una magnifica scena estiva, il cielo
blu sembrava estendersi all’infinito riversando sulla gente il suo colore
intenso. Intanto Kojima continuava a starsene ferma e in silenzio,
stringendo con entrambe le mani la borsa con il gatto che teneva
appoggiata come al solito sulle ginocchia. Mandai giù un sorso della mia
bibita e solo allora mi accorsi che neanch’io avevo molta sete.
«Non ti senti bene?» provai a chiederle alla fine, dopo aver titubato per
un po’. Lei fece più volte di no con la testa, molto lentamente, e poi ripeté
lo stesso gesto ancora una volta, come per darsene definitiva conferma. Mi
limitai ad assentire con un sorriso e ripresi a osservare la gente sul prato.
Sembrava un quadro. Poi alcune persone, uomini e donne, passarono
davanti alla nostra panchina. E senza pensare mi tersi più volte il sudore
dalla fronte con il dorso della mano.
Dopo un bel pezzo chiesi a Kojima se non fosse il caso di tornare a casa.
Ma lei non aprì bocca e scosse solo la testa, proprio come aveva fatto
prima.
«Sei… tristopamina?» mi sforzai di chiederle, cercando di suonare
allegro. Niente, nessuna reazione, non funzionò neanche quello. Mi pentii
subito di aver pronunciato quella strana parola e decisi di restare seduto
in silenzio.
Dopo un po’ mi accorsi che stava piangendo. Senza fare il minimo
rumore, dandomi la schiena, si asciugò gli occhi con le mani. Strinsi tra le
dita la lattina di bibita ormai tiepida e abbassai lo sguardo. Avrei voluto
dirle qualcosa, lei continuava a piangere in silenzio accanto a me, le sue
esili spalle scosse da lievi sussulti, eppure non riuscii ad aprire bocca.
«Lo sapevo…» disse da un momento all’altro, con un filo di voce appena
udibile. «Era troppo bello per essere vero…». Poi, dopo essersi massaggiata
le guance con il palmo delle mani, si voltò verso di me e mormorò:
«Scusa».
Intanto non smetteva di singhiozzare e mi guardava sforzandosi di
sorridere. Forse voleva dissimulare il pianto, ma non ci riusciva, era
impossibile. Aveva gli occhi arrossati e del muco vischioso e trasparente
che colava e risaliva dalle narici al ritmo della respirazione. Il fermaglio
che teneva ferma da un lato la frangia spessa e crespa stava per caderle
dalla fronte e a ben guardare, sulla guancia destra, si distingueva una zona
più chiara di forma ellittica, una specie di chiazza, come se si fosse abrasa
la pelle solo in quel punto. La Kojima che vedevo in quel momento, e che
non avevo mai avuto occasione di vedere così da vicino, appariva
estremamente fragile. Faceva pensare a un animaletto debole e indifeso,
pervaso solo da un tenue soffio di vita e in attesa di essere portato chissà
dove. In fondo eravamo due ragazzini, più o meno deboli e indifesi come
tutti i nostri coetanei, ma lei, seduta su quella panchina, mi pareva la
creatura più fragile della Terra, la più debole che avessi mai visto in vita
mia. Persino più debole e indifesa della Kojima che ero abituato a vedere
tutti i giorni a scuola. Quella scena mi rese molto triste. E alla fine, quando
mi resi conto che non ero capace di fare altro che guardarla senza fare
alcunché, mi sentii fragile e debole almeno quanto lei.
Non sapevo perché si fosse messa a piangere, così continuammo a
restare lì in silenzio, noi due da soli, isolati dal resto del mondo. Grattava
con insistenza maniacale il muso del gatto stampato sulla sua borsa, come
aveva già fatto in treno. Non si fermava più, sembrava un moto perpetuo.
Poi finalmente, come se di colpo si fosse liberata dalla tensione, levò gli
occhi al cielo e disse: «Oggi il tempo è bellissimo… Con tutto questo sole
viene voglia di restare fermi qui e non muoversi più».
Il cielo terso e sereno di luglio sembrava aver assorbito la pura essenza
dell’estate e gravava sulle nostre teste, perfettamente immobile.
«Non hai la sensazione di essere rinchiuso dentro qualcosa?» mi chiese
Kojima subito dopo.
«Sì, sembra come se ci fosse un grande coperchio» risposi.
Kojima infilò la mano nella borsa e tirò fuori un pacchetto di fazzoletti.
Me ne mostrò uno e chiese: «Ti dispiace, posso?».
«Prego, fa’ pure» risposi senza esitare. Al che si soffiò forte il naso,
facendo un rumore tremendo.
«Meno male che ho portato i fazzoletti, adesso va molto meglio» disse,
tirando su col naso per assicurarsi che fosse ben libero.
«Bene».
«Di solito non li porto mai».
«Ah…».
«Ma oggi ho fatto proprio bene, mi sono serviti».
«Sì».
«Vuoi soffiarti anche tu il naso? Ne vuoi uno?».
«Non ora, grazie. Invece io non porto niente con me quando esco» dissi
tastandomi le tasche. «Niente a parte il portafoglio, è ovvio».
«Neanche la tua matita preferita? Non te la porti sempre dietro?».
«No… A cosa servirebbe una matita senza un quaderno o qualcosa per
scriverci su?».
«Ah, forse è per questo che tutti hanno sempre un’agenda a portata di
mano» disse Kojima ridacchiando.
«Un’agenda sarebbe troppo grande, non ci starebbe nella tasca dei
pantaloni. E anche una di quelle piccole darebbe fastidio» dissi gettando
uno sguardo alle tasche davanti dei miei jeans.
«Io comunque non ho quasi niente» fece lei mostrandomi l’interno
della borsa. «Il borsellino, il pacchetto di fazzoletti e le forbici».
«Le forbici?» le chiesi stupefatto.
Kojima abbassò lo sguardo e assentì con aria impacciata. Poi alzò gli
occhi di colpo e, parlando a raffica, disse: «No, non è come credi, non ho
tagliato niente, sta’ tranquillo».
«Ma figurati, non ci sono problemi… Per me sei libera di tagliare quello
che vuoi, se ti fa stare meglio. Sono rimasto solo un po’ sorpreso, perché
non pensavo che te le portassi dietro anche per andare al museo».
«Infatti non le porto per andare al museo…» replicò molto imbarazzata.
«Nel senso che le ho sempre con me, non le lascio mai a scuola. Non mi
servono a niente, le tengo in borsa e basta. E non so nemmeno il motivo,
non lo faccio perché mi danno sicurezza o qualcosa del genere… Boh?».
Chiuse la borsa, la ripiegò su se stessa e se la rimise come al solito sulle
ginocchia.
«Scusa, mi dispiace…» disse senza una ragione apparente, portandosi le
mani davanti alla bocca e mettendosi a ridere timidamente.
Dal prato giungevano le voci allegre di uomini e donne che si fondevano
in un unico suono festante. Di tanto in tanto una o più biciclette ci
passavano davanti e si allontanavano in fretta. A un certo punto una luce
abbagliante simile a un flash improvviso ci costrinse a chiudere gli occhi.
Li riaprimmo pian piano e ci accorgemmo che il bagliore accecante
proveniva dal lato opposto del prato: qualcuno stava stendendo per terra
un telo da picnic argentato e la luce forte del sole si era riflessa in un sol
colpo su di noi.
«Kojima, mi mostreresti le tue forbici?» le chiesi, dopo averci riflettuto
qualche attimo. D’istinto si strinse la borsa al petto e sollevò moltissimo le
folte sopracciglia. Che strana reazione.
«Perché?» mi chiese a sua volta, guardandomi con aria allarmata.
«Niente, voglio solo vederle».
«Sì, ma perché?» mi domandò di nuovo, una miriade di minuscole
pieghe tra le sopracciglia.
«Non c’è un motivo… Voglio solo vederle, te l’ho detto» risposi ridendo.
«Perché ridi?» mi fece con un’espressione contrariata, come se non
capisse cosa stesse succedendo. «Smettila di ridere, non c’è niente di
divertente».
«Va bene, scusa! Ma non volevo prenderti in giro».
«E allora perché ridi?» insisté, il viso sconvolto.
«Ma non sto ridendo!».
«E invece sì!».
«Perché non vuoi mostrarmi le forbici?».
«Non ho detto che non voglio mostrartele. Ti ho solo chiesto perché
vuoi vederle, ma tu non rispondi…».
Si interruppe e non aggiunse altro.
Restammo in silenzio, immobili, con lo sguardo rivolto alla punta delle
scarpe. I miei piedi erano grandi quasi il doppio dei suoi. I piedi hanno
proprio una forma strana, avevo sempre pensato che fossero una delle
parti più buffe del corpo umano. Mentre mi perdevo nei miei pensieri
Kojima mi mollò un calcetto sul bordo della scarpa e io feci altrettanto.
Ripetemmo la stessa azione più volte, fino a che non rimase con la scarpa
incollata alla mia e disse: «Wow, hai un piedone enorme!». «Be’, è
normale» replicai ridendo, «sono un ragazzo». Dopo di che annuì, mi
lanciò uno sguardo fugace e ci chiudemmo di nuovo nel silenzio.
«Se ti va» le proposi dopo un po’, «puoi tagliarmi i capelli… Ricordo
molto bene il tuo discorso sulla normalità, sulla ricerca di uno “stato
normale” e l’azione di tagliare le cose, e vorrei poterti aiutare… Se i miei
capelli ti vanno bene, fa’ pure».
«I tuoi capelli?» ribatté Kojima, dopo avermi fissato interdetta per un
lungo istante. «Perché?».
«Non lo so… Ho pensato che i capelli potessero essere abbastanza
importanti e corrispondessero a ciò che cercavi».
«I capelli… Dove? In che punto e come dovrei tagliarli?».
«Dove e come vuoi. L’importante è che non combini un disastro… Come
hai detto tu stessa, dovresti tagliarli in modo che non perdano la loro
funzione: il taglio si deve vedere, altrimenti non avrebbe senso, ma i
capelli devono continuare a essere capelli e non qualcosa di informe. Così
mi andrebbe bene, e spero possa andare bene anche a te».
Kojima rimase ad ascoltarmi con attenzione, poi si grattò il dorso della
mano sinistra e schiuse per un attimo le labbra come per dire qualcosa,
ma forse ci ripensò e restò in silenzio.
«Quando ti senti triste e inquieta, o anche quando ti senti troppo
tranquilla» continuai allora io, «potresti prendere le forbici e… zac!
Tagliarmi una piccola ciocca di capelli. Invece di tagliare qualcosa di
nascosto o volantini pubblicitari, potresti avere a disposizione i miei
capelli. Che ne pensi?».
Kojima mi guardava a bocca aperta, gli occhi stralunati. Aveva il viso
completamente imperlato di sudore, una minuscola goccia per ogni
singolo poro, tanto che la pelle sembrava gonfia. E sembrava anche che la
temperatura dell’aria avesse fretta di aumentare e raggiungere un certo
livello prima di mezzogiorno. In cielo non si vedeva una nuvola, né c’era
un solo spicchio d’ombra intorno alla nostra panchina. Di tanto in tanto,
forse solo quando ne aveva voglia, un venticello mite veniva ad
accarezzarci. Alla fine, stanca e senza smettere di guardarmi, Kojima mi
fece piano di sì con la testa.
A occhi bassi, con gesti molto lenti, aprì la borsa e prese le forbici con la
mano destra. La folta capigliatura le nascondeva il viso quasi per intero e
non riuscivo a scorgere la sua espressione. Mi sembrava solo che fissasse
le forbici come se non esistesse nient’altro al mondo. Si trattava di un paio
di forbicine da carta con la punta leggermente arrotondata e
l’impugnatura di plastica gialla. Erano un po’ sporche di pittura e la parte
in plastica appariva scolorita: si intuiva al volo che non erano nuove ed
erano state usate parecchio.
«Le ho dal primo anno» disse Kojima con un filo di voce, tenendole nel
palmo della mano e continuando a fissarle.
«Quindi dall’anno scorso?» le chiesi.
«No, dal primo anno delle elementari!».
«Incredibile, da quasi otto anni2» dissi un po’ sorpreso.
«Sei sicuro? Posso?» mi chiese con voce calma. «Posso tagliarti sul serio
i capelli?».
«Sì, certo».
Impugnò bene le forbici con la mano destra, l’altra mano stretta intorno
all’estremità delle lame argentate, e rimase a guardarle immobile per un
lungo momento, come se avesse un’ultima cosa su cui riflettere.
«Dài, cos’aspetti? Non è difficile!» la esortai in tono scherzoso, dopo di
che mi girai di spalle e raddrizzai bene la schiena, i palmi delle mani sulle
ginocchia.
Kojima restò per alcuni istanti dietro di me senza fare niente, poi di
colpo sentii la sua mano tra i capelli. Lasciò scivolare le dita sopra
l’orecchio e afferrò stretto una ciocca tra l’indice e il medio, poi appoggiò
l’altra mano, quella in cui impugnava le forbici, contro la parte posteriore
della mia testa, infilò la ciocca di capelli tra le due lame e… zac! Un colpo
secco e deciso. Mi venne la pelle d’oca e al contempo sentii un piccolo
sospiro sfuggire dalle labbra di Kojima.
Mi voltai piano e vidi che stringeva un ciuffetto di capelli nella mano
sinistra e le forbici nella destra, le lame un po’ aperte. Teneva gli occhi
bassi e non diceva una parola. Aveva tagliato i capelli piuttosto vicino alla
radice, ovvero per una lunghezza di oltre dieci centimetri e una larghezza
di due. Restammo in quella posizione per diversi secondi, senza muoverci
di una virgola, come paralizzati.
Kojima mi allungò la ciocca di capelli sotto il naso e voltò la testa da un
lato per non farsi guardare.
«E no, così non vale! Non voglio vedere solo la tua mano» le dissi
ridendo.
Come se le mie parole avessero fatto scattare una molla, Kojima alzò la
testa all’istante e mi mostrò il viso timido e imporporato, ma al contempo
raggiante di felicità, gli occhi velati di lacrime.
«Scusa, ma…» mormorò a bassa voce, tanto per dire qualcosa,
guardandomi ancora tutta rossa in viso. Poi distolse lo sguardo per
qualche istante e lo diresse di nuovo su di me, cercando di non muoversi
neanche di un millimetro. Teneva ancora la mano con i capelli appena
tagliati vicino alla mia bocca, al che feci finta di addentarli come fossero
un ciuffo d’erba. Lei scoppiò a ridere ad alta voce, finalmente sollevata, e
io la imitai all’istante.
«Per fortuna ne ho ancora parecchi» dissi passandomi la mano tra i
capelli, intorno alla zona dove li aveva tagliati, «se vuoi, puoi continuare».
Naturalmente non avvertivo alcuna differenza tra prima e dopo, eccetto
per il fatto che Kojima stringeva in pugno una ciocca dei miei capelli. D’un
tratto prese un fazzoletto di carta, vi avvolse dentro i capelli e fece per
riporlo in borsa.
«Che cosa ne fai delle cose che tagli?» le domandai.
«Di solito le butto» rispose, la mano con il fazzoletto e i capelli sospesa a
mezz’aria.
«Be’, allora devi gettare anche i miei capelli».
«No… stavolta non è come le altre volte…».
«Ma sì che lo è, sono solo capelli».
«No, stavolta è diverso, non voglio che sia come sempre…».
Non doveva esserne convinta appieno, visto che continuava a fissare il
fazzoletto in cui erano racchiusi i miei capelli.
«Dài, buttali» provai a insistere.
«No!».
«Ma sì, dài. Puoi tagliarmene altri, tutte le volte che vuoi».
Nel frattempo aveva stretto forte in pugno il fazzoletto con i capelli,
quasi temesse che volessi sottrarglielo.
«No… non posso».
«Ma certo che puoi!».
Kojima se ne stava immobile come una statua, i muscoli del corpo
contratti, e sembrava molto nervosa, ma continuai a parlarle e da un
momento all’altro, come per riflesso, aprì la mano. Sembrò quasi una
piccola esplosione, accompagnata dal gridolino che Kojima si lasciò
sfuggire nel vedere i capelli disperdersi nell’aria e svolazzare prima di
ricadere dolcemente al suolo.
Rinunciammo a continuare la visita del museo e andammo via.
Nel treno del ritorno ci mettemmo a giocare a shiritori. Kojima
riacquistò un po’ alla volta il buonumore mentre io facevo del mio meglio
per risollevarle il morale, lasciandomi andare a battute e innocenti prese
in giro. Non avevamo mangiato niente, i nostri stomaci sembravano fare a
gara a quale brontolasse più forte. Sembrava un piccolo concerto, una
serie di buffe scale musicali: ogni volta che un brontolio si diffondeva dai
nostri corpi, ci guardavamo negli occhi e scoppiavamo a ridere. Poi, man
mano che la nostra stazione si avvicinava, la conversazione cominciò a
languire. Tenevamo lo sguardo rivolto distrattamente fuori dal finestrino,
il paesaggio non ci interessava più come all’andata, e ben presto
restammo in silenzio lasciandoci cullare dai movimenti del treno.
Quando arrivammo alla stazione tutto era disperatamente uguale a
prima. La sera si avvicinava e le nostre ombre si allungavano sbiadite
sull’asfalto. Niente sembrava avere senso. L’estate di poco prima, quando
eravamo seduti sulla panchina fuori dal museo, e quella che ci aspettava
nel nostro quartiere e nelle nostre case sembravano del tutto diverse,
come se non fossero composte dagli stessi elementi. Il sudore tra la pelle e
gli indumenti si era asciugato, quasi che volesse passare inosservato, e i
nostri corpi avevano cominciato a irrigidirsi. Non ci eravamo scambiati
una parola, ma sia io sia Kojima sapevamo fin troppo bene come stavano
le cose e che la giornata era già finita.
Kojima mi disse “ciao” agitando la mano, e io feci subito lo stesso. Mi
guardò fisso negli occhi per un ultimo istante prima di mettersi in marcia,
poi svoltò l’angolo e scomparve.
Rimasi fermo per qualche istante, lì impalato a guardarmi intorno. Era
l’inizio dell’estate e mi trovavo accanto ai varchi automatici della stazione
vicino casa. Stentavo a credere che fosse lo stesso posto dove al mattino
mi ero dato appuntamento con Kojima. Era tutto così irreale.
2
Il sistema scolastico giapponese prevede sei anni di elementari, tre di medie inferiori e
altrettanti di medie superiori.
3
D
opo circa una settimana, finiti tutti i compiti per le vacanze, non avevo più
molto da fare e trascorrevo la maggior parte del tempo a leggere nella mia
stanza. Non avevo niente di particolare in programma, nessun posto dove
andare.
Mia madre mi dava una voce quando erano pronti il pranzo e la cena e
mangiavamo insieme, noi due da soli. Mio padre non rientrava quasi mai.
E, quelle rare volte che lo faceva, andava subito via.
Non essendoci la scuola, potevo passare giornate intere senza vedere
nessuno e senza che nessuno mi vedesse, la mia vita era tranquilla al pari
di quella di un pezzo di mobilia. Il pensiero di non riflettermi negli occhi
altrui mi procurava un senso di sicurezza indicibile. Erano solo pochi
istanti di fugace tranquillità, eppure bastavano ad assicurarmi un grande
conforto, perché ero consapevole di essere solo, certo che nessuno
avrebbe potuto sfiorarmi. Questo sottintendeva che neanche io avrei
potuto sfiorare gli altri, ma mi andava bene lo stesso.
Spesso mi sorprendevo a fantasticare su come sarebbe stato bello se
Ninomiya e gli altri mi avessero lasciato in pace. A volte finivo per
crederci sul serio: la fine delle vacanze, il ritorno a scuola e Ninomiya e i
suoi amici lì per i fatti loro, completamente dimentichi della mia
esistenza. Mi mettevo a fare mille ipotesi, pensavo che magari durante
l’estate succedesse qualcosa che li cambiasse tanto da eliminare qualsiasi
interesse nei miei confronti. Speravo che diventassero altre persone e non
ispirassi loro alcuna emozione, come se ai loro occhi fossi invisibile. Mi
rendevo conto che quel genere di fantasticherie non faceva altro che
intristirmi ancora di più, eppure insistevo come fosse l’ultima spiaggia,
dalla mattina alla sera, e a volte mi mettevo persino a pregare perché il
mio sogno si realizzasse. Sarebbe stato un vero miracolo, la mia vita
sarebbe cambiata. Alla fine, giusto per farmi coraggio, cercavo di
convincermi che tutto ciò che succedeva a scuola non appartenesse al
mondo reale, come se fosse una vecchia storia che avevo letto per caso in
un libro. In effetti sono tutte cose che non mi riguardano, pensavo,
sforzandomi di assumere un’aria di superiorità. Soprattutto che non
riguardano il mio io di adesso, rinchiuso qui in questa stanza.
Mentre mangiavamo io e mia madre guardavamo la TV in silenzio. Tutti
i giorni, alla stessa ora, il telegiornale dava la solita sfilza di notizie:
processi, matrimoni di personaggi famosi, sondaggi d’opinione e indici di
gradimento, controversie e accordi saltati, omicidi, trombe d’aria,
nubifragi e così via.
Uno studente delle medie vittima di episodi di bullismo si era suicidato
giusto qualche giorno prima. Una luce illuminava un foglio appoggiato su
una scrivania immersa nella penombra, qualcuno leggeva con voce calma
un estratto dal suo diario, molto simile a una lettera d’addio. Subito dopo
era stato inquadrato il preside della scuola che, insieme ad alcuni colleghi
e altre persone, si era inchinato più volte in segno di scuse. Erano seguite
interviste a compagni di classe con il volto rigorosamente pixellato.
Stando alle informazioni rese note, lo studente subiva con frequenza
quotidiana ricatti, furti e molestie di ogni tipo. Tutti – famiglia, professori
e compagni – avevano dichiarato di non avere il minimo sospetto di
quanto accadeva.
Una volta spento il televisore, tempo qualche minuto e quella storia
orribile era sparita, non aveva più niente a che fare con me. Ma la mia vita
continuava uguale a prima, era impossibile spegnerla. Quel pensiero mi
fece accapponare la pelle, per poco non mi lasciai sfuggire un urlo
disperato. Cercai subito di calmarmi, ripetendomi che in fondo la mia
situazione era diversa e non così drammatica. Ma la verità era l’esatto
opposto: la mia situazione era anche peggiore. Prima di tutto perché
bisognava essere dei veri vigliacchi per sentirsi rassicurati dal suicidio di
qualcun altro, e in secondo luogo perché il conforto che mi illudevo di
provare poggiava su basi assolutamente false e non risolveva un bel
niente.
Continuai a riflettere e cercai di metterla su un piano diverso,
ragionando secondo una logica molto elementare: un giorno queste
vacanze finiranno, no? E prima o poi finiranno per sempre anche la scuola
e le mie sofferenze. Per fortuna non si va a scuola per tutta la vita… Ma
non servì a molto, avevo il morale più a terra che mai.
La causa di tutti i problemi erano i miei occhi. Un giorno la scuola
sarebbe finita, avrei cambiato ambiente, ma i miei occhi sarebbero rimasti
per sempre uguali, affetti da un grave strabismo. Niente si sarebbe mai
aggiustato, ero condannato a soffrire per tutta la vita per colpa di un
difetto fisico. Anzi, sarebbe potuta andare anche peggio… Forse era tutto
già scritto, solo che non sapevo ancora nulla. Forse ero destinato a fare la
stessa fine dello studente di cui avevano parlato in televisione, forse
qualcuno mi avrebbe ammazzato, o forse, ancora, ero già morto e non me
ne rendevo conto… Quell’idea assurda cominciò a impossessarsi di me, e
poco a poco provai un senso di disorientamento devastante, mi sentivo
frastornato e non riuscivo più a seguire i miei pensieri. Una sensazione di
nausea e orrore si era impadronita del mio essere.
Dopo un po’ mi misi in piedi davanti allo specchio e mi guardai. L’occhio
destro tendeva completamente da un lato, impossibile stabilire dove
guardasse. Era orripilante, faceva ribrezzo. Provai ad avvicinare il viso allo
specchio. Ma più mi avvicinavo e meno riuscivo a distinguere la presenza
dell’altro occhio nel mio campo visivo, era come se ne avessi uno solo.
Sembravo una misteriosa creatura degli abissi, lì a scrutare l’oscurità
impenetrabile dei fondali marini.
Come faceva Kojima a camminare al mio fianco senza vergognarsi?
Come aveva fatto, quel giorno in treno e al museo, a stare in compagnia di
un tipo con due occhi mostruosi? D’altra parte, forse non era proprio
perché provava disgusto nei miei confronti che a scuola non osava mai
avvicinarsi e scambiare due parole con me? Cosa pensava in realtà di me e
dei miei occhi? Mi posi e riposi quella stessa domanda non so quante
volte, senza mai riuscire a darmi una risposta.
E io? Cosa pensavo davvero di Kojima? Perché neanch’io le rivolgevo
mai la parola a scuola? Perché evitavo perfino di incrociare il suo sguardo?
Be’… perché avevo paura di Ninomiya e della sua banda, è ovvio. Ma
perché avevo paura di loro? Temevo che potessero farmi del male, forse?
Ma se davvero era così, se ero terrorizzato all’idea di soffrire, perché non
reagivo e non facevo qualcosa per tentare di cambiare la situazione? E in
fin dei conti che cosa significava veramente provare dolore e soffrire? Mi
maltrattavano, mi sottoponevano a ogni tipo di tortura, eppure non
facevo altro che obbedire. Che cosa significava, esattamente, obbedire?
Perché avevo paura? Cos’era la paura?… Queste e altre domande mi
vorticavano nella mente senza requie, ma le risposte continuavano come
al solito a farsi attendere.
Quando finalmente quei pensieri strazianti mi lasciarono in pace e non
ebbi più voglia di rimettermi a leggere né di riflettere, rimasi
imbambolato come fluttuando nel nulla, la schiena appoggiata contro la
parete della stanza. Tolsi gli occhiali e mi stropicciai gli occhi, forte e a
lungo. Ma, come sempre, i libri sugli scaffali, i piedi della scrivania e gli
altri oggetti si sovrapposero in modo instabile, in una triste confusione di
immagini doppie. Nella stanza non si sentiva alcun odore in particolare.
Abbassai la chiusura lampo dei pantaloni, tirai fuori il sesso e cominciai a
far scorrere piano la mano su e giù. Poi presi un fazzoletto di carta, lo
avvicinai al glande e aumentai la velocità fino a venire. Di colpo ebbi la
sensazione che il marasma di angosce ed emozioni negative in cui
annaspavo fino a poco prima si fosse almeno in parte dissipato. Mi sentivo
meglio, svuotato. Presi altri due o tre fazzoletti, vi arrotolai dentro quello
pieno di sperma e li posai accanto al cuscino, dicendomi che dopo sarei
andato in bagno e avrei gettato tutto nel water. Accadeva sempre così:
ogni volta che mi sentivo prendere da quell’angoscia indicibile, ma al
contempo molto familiare, finivo per masturbarmi. Non volevo
assolutamente che i miei atti di autoerotismo e il desiderio di godere si
mescolassero con fatti piacevoli e in grado di mettermi di buonumore.
Quando mi masturbavo non pensavo mai a Kojima, ne ero del tutto
incapace.
Di tanto in tanto, mentre me ne stavo rintanato nella mia stanza,
sentivo mia madre che passava l’aspirapolvere o lavava i piatti. Per
fortuna non osava mai entrare in camera all’improvviso. Restai per un po’
con gli occhi chiusi per ascoltare meglio i rumori e capire dove si trovasse
e cosa stesse facendo in quel momento. Di colpo, mentre ancora mi stavo
toccando il pene ormai piccolo e raggrinzito, ebbi la sensazione che il mio
intero corpo si inabissasse non so dove. Diventava man mano più pesante,
simile a piombo, sprofondava nel mezzo della moquette, penetrava nel
pavimento e continuava la sua discesa verso il basso. La sensazione si fece
via via più spiacevole, al che mi rimisi in piedi, infilai il pene al suo posto
nei pantaloni e andai ad aprire la finestra. Poi mi affacciai e osservai il
panorama. Vedevo un mucchio di cose, ma niente e nessuno vedeva me.
L’estate, immensa, era sempre la stessa, non si era mossa di un solo passo,
proprio come me. Chissà che cosa stava facendo Kojima in quel momento.
Arrivò agosto. Dopo l’Obon fu evidente che le vacanze volgevano ormai
al termine. In più di un’occasione ebbi la sensazione che mia madre
volesse dirmi qualcosa, ma mi sbagliavo, restava zitta. Ogni tanto
guardavamo la televisione insieme, seduti uno accanto all’altra. Mi
chiedeva di andare a controllare la cassetta della posta e vedevo spesso i
bambini del vicinato, alcuni con indosso il costume da bagno e altri nudi,
lanciare grida incredibili mentre si spruzzavano a vicenda con i tubi per
innaffiare il giardino o sguazzavano in piccole piscine gonfiabili.
Avevo voglia di rivedere Kojima.
Restava una decina di giorni prima del ritorno a scuola.
Non potevo più aspettare. Pensai di telefonarle (durante il primo anno
ci avevano consegnato una lista con i numeri di telefono di tutta la classe
e doveva esserci per forza anche il suo), ma ero molto titubante perché
continuavo a ripetermi che anche lei avrebbe potuto farlo, se avesse avuto
voglia di sentirmi e vedermi. Però forse pensava esattamente la stessa
cosa e aspettava che fossi io a chiamarla. Che strazio, non riuscivo a
decidermi. Che cosa mi conveniva fare? Mentre mi lambiccavo il cervello
alla ricerca di una risposta, continuando a girare in tondo, mi sforzavo di
ricordare ogni dettaglio del nostro ultimo incontro. Quando aveva pianto,
quando aveva preso una ciocca dei miei capelli tra le dita e l’aveva
tagliata, il viaggio in treno all’andata e al ritorno. E, ancora, le mie
sensazioni mentre calpestavo l’asfalto bollente o la terra inaridita dal sole.
I capelli che svolazzavano nell’aria prima di ricadere al suolo… Piano
piano mi resi conto che avevamo condiviso importanti momenti di
intimità e mi sentii il cuore come stretto in una morsa. Non ci sarebbe
stato niente di strano se le avessi telefonato e chiesto di vederci, eppure
non ne ebbi il coraggio. Decisi di adottare un’altra strategia, molto meno
diretta: cercare il suo indirizzo nella lista dei compagni di classe,
appostarmi da qualche parte e attendere che uscisse di casa. Dopo di che
l’avrei seguita per un po’ e, al momento opportuno, l’avrei chiamata
inscenando un incontro del tutto casuale.
Kojima abitava oltre il lungo viale alberato dove c’erano i giardini della
Balena. Quella strada mi ricordava la scuola, non mi mise granché di
buonumore. Ancora dieci giorni e mi sarebbe toccato fare e rifare quello
stesso tragitto un’infinità di volte, trascinando i piedi in uno stato d’animo
a dir poco pessimo. Alla fine uscii di casa e mi misi in marcia, dopo essermi
dato un paio di schiaffetti sulle guance per risvegliarmi e rimettermi in
sesto, sperando di trovare un po’ di coraggio.
Prima di uscire mi ero premurato di studiare bene il percorso su una
mappa del quartiere e arrivai a destinazione senza problemi. Trovai subito
la casa di Kojima, una bella villetta unifamiliare rivestita di mattoncini
marroni, con un’enorme targa di marmo all’ingresso che recava inciso il
nome della famiglia. Era la prima volta che mi imbattevo in una targa del
genere, era stranissima, più la guardavo e più mi dava l’idea di una piccola
lapide. Al di là del cancello si estendeva il giardino con alberi imponenti di
cui ignoravo il nome, provvisti di lunghi rami nodosi che creavano un
effetto tortuoso e labirintico. E oltre gli alberi si ergeva la casa, grande e
massiccia, a tre piani. Tende di pizzo bianco spiccavano a tutte le finestre.
Era senza alcun dubbio una casa molto signorile e di grande valore, non
nuovissima ma nemmeno vecchia. Ero sorpreso, lo ammetto.
Mi nascosi in un posto da cui potevo tenere d’occhio l’ingresso della
casa e restai in attesa. Gli occhiali mi scivolavano fin sulla punta del naso a
causa del sudore ed ero costretto a spingerli di continuo su con l’indice.
Sembrava una gara di resistenza, una prova per testare la mia pazienza.
A un certo punto ebbi la sensazione di essere fermo lì da un tempo
infinito, ma in realtà erano passati sì e no dieci minuti. Provavo un disagio
tremendo, pensai che stavo commettendo un atto irreparabile, una
sciocchezza enorme. Sentii stillare da tutti i pori un sudore diverso da
quello dovuto al gran caldo, un sudore maligno che mi avvolse in una
membrana di cupa inquietudine. Avevo la sensazione che qualcuno o
qualcosa se ne stesse acquattato da qualche parte alle mie spalle e mi
osservasse mentre spiavo la casa di estranei. Avvertii una tensione
indicibile accumularsi al livello dell’addome, come gas, poi una serie di
fitte lancinanti che dallo stomaco salivano fino in gola facendomi mancare
il respiro. Spasmi violenti che si propagavano anche lungo le braccia e mi
causavano un formicolio terribile alle mani. Incapace di sopportare un
solo attimo di più quella vera e propria crisi d’ansia, decisi di battere
subito in ritirata.
Del resto ignoravo completamente il modo in cui Kojima trascorreva le
sue giornate e gli orari in cui usciva di casa. Restare appostato lì fuori
senza la minima informazione era un comportamento da idioti. Mentre mi
allontanavo mi voltai più volte indietro, come un fuggitivo che volesse
assicurarsi di non essere inseguito. Se Kojima fosse uscita in quel preciso
momento mi avrebbe colto in flagrante e non avrei potuto dirle che mi
trovavo lì per caso. Che cosa avrei dovuto risponderle se mi avesse visto e
chiesto che cosa ci facevo davanti a casa sua? Avrebbe capito subito che
ero andato lì per vederla, anche se era la prima volta che mi lasciavo
andare a un comportamento del genere. Sapevo che le probabilità che
uscisse di casa proprio in quell’istante erano pochissime, eppure non
riuscivo a tranquillizzarmi, perché talvolta le cose accadono quando meno
te l’aspetti e spesso anche l’impossibile diventa possibile. Dovevo andare
via in fretta, allungare il passo fin quasi a correre, perché qualcosa mi
diceva che stavo rischiando grosso. Più riflettevo e più mi sentivo confuso,
l’irrazionalità prendeva il sopravvento, panico totale. Dopo aver
oltrepassato l’ingresso della scuola, una volta imboccato il viale alberato,
mi sentii mancare le forze e per poco non mi accasciai al suolo. In piedi
per miracolo, ansimante, mi accorsi di avere le gambe e l’intero corpo
ricoperti da una patina di sudore freddo. Rimasi per un po’ immobile,
incapace di muovere un solo passo.
Due giorni dopo ricevetti una telefonata da Kojima.
Il telefono era squillato già al mattino, ma quando mia madre aveva
risposto avevano riattaccato.
«Hanno messo giù, chissà chi era…» aveva detto mia madre come
parlando tra sé e sé prima di riporre il ricevitore al suo posto e tornare in
cucina.
Dopo un po’ era uscita dicendo che aveva alcune commissioni da
sbrigare e che il mio pranzo era in frigorifero e non dovevo fare altro che
tirarlo fuori al momento opportuno. Più tardi ero andato a curiosare e
avevo trovato un piatto di soba coperto con la pellicola trasparente, ma
non avevo molta fame e mi ero seduto sul divano a non fare niente. Ed
ecco che pochi minuti dopo il telefono si era messo a squillare di nuovo.
Era Kojima.
Capii che era lei fin dalla prima sillaba che sentii pronunciare dall’altro
capo della linea. «È tanto che non ci sentiamo, eh?» mi disse, ma restai
zitto per la sorpresa. «Pronto, ci sei?» insisté. E finalmente risposi, ma fui
capace a stento di ripetere la sua frase iniziale: «Sì, è tanto che non ci
sentiamo…». Rimanemmo in silenzio per un paio di lunghi istanti, come se
volessimo ascoltare il lieve sfrigolio di sottofondo della linea telefonica,
poi Kojima mormorò: «Non è facile parlare al telefono, vero?». E io,
stavolta senza esitazione: «Già… Però il telefono è molto utile». Poi lei
disse qualcos’altro e io mi dichiarai subito d’accordo, con una voce che
suonò strana persino alle mie orecchie. A quel punto Kojima fece
un’osservazione sulla mia voce, io replicai non so che e lei scoppiò a
ridere. Infine ci accordammo per vederci prima che ricominciasse la
scuola.
«Quando? Ti andrebbe bene domani?» mi chiese.
«Sì, va bene».
«Dove?».
«Alla scala d’emergenza».
«D’accordo, affare fatto».
Decidemmo l’orario e, prima di riattaccare, mi venne in mente di
chiederle un’ultima cosa: «Per caso hai provato a chiamarmi anche
stamattina?».
«No, no… A domani!».
Era circa un mese che non ci vedevamo e Kojima mi parve leggermente
cambiata. La capigliatura era folta e ribelle come al solito, e indossava le
solite scarpe da ginnastica e un vestitino marrone a campana che
assomigliava a un grembiule da cucina. Ma le braccia sbucavano sottili e
abbronzate dalle maniche a sbuffo, e le gambe altrettanto magre e scure
sembravano due bastoni.
«Come va? Tutto bene?» mi chiese.
«Sì, e tu?».
«Non c’è male, grazie».
In piedi al suo fianco, guardavo la città affacciato alla ringhiera della
scala d’emergenza. Ero salito in ascensore, ma avevo percorso un lungo
corridoio a passo svelto ed ero in un bagno di sudore. Mi asciugai la fronte
con un fazzoletto e feci il possibile per apparire disinvolto e avvicinarmi a
Kojima con naturalezza, ma proprio non ci riuscivo, mi sentivo a disagio.
Anche lei era tutta sudata. Avrei voluto allungare il braccio e asciugarle il
viso con il mio fazzoletto, ma ovviamente non ne fui capace. Ero teso,
nervoso, mi sentivo in colpa per essere andato davanti a casa sua di
nascosto, come se le avessi rubato qualcosa. Il canto delle cicale e i
rintocchi di una campana si fondevano tra loro e risuonavano da qualche
parte come fossero un unico suono, insieme al caldo intenso che ci
avvolgeva.
Cominciammo a raccontarci quello che avevamo fatto durante le
vacanze. Le dissi che non ero andato da nessuna parte ed ero rimasto
perlopiù a casa a leggere. Al che mi chiese che cosa avessi letto in
particolare e le elencai alcuni titoli che mi vennero in mente lì per lì.
«Ti sono piaciuti, erano interessanti?» mi chiese.
«Non tutti».
Scoppiò a ridere e disse: «Certo che sei un vero eremita!».
E scoppiai a ridere anch’io.
«Invece io sono stata una settimana al mare» aggiunse subito dopo.
«La tua famiglia è originaria della provincia?» le chiesi.
«No, no…» rispose scuotendo la testa. «Sono andata a trovare il mio
vero padre… Ti ho già raccontato di lui, o sbaglio? Ah, no, forse non ti ho
detto ancora tutto».
«Esatto. Mi hai solo accennato qualcosa».
«Vive da solo da parecchio. Lui e mia madre si sono separati quando ero
in quarta elementare. Poco dopo la separazione io e mia madre ci siamo
trasferite qui. In realtà avrei voluto restare con lui, ma era impossibile,
perché economicamente non se la passava molto bene, e in effetti questo è
stato uno dei motivi del divorzio… Ma non credo che questa storia ti
interessi più di tanto, giusto? Dài, parliamo d’altro, è un pezzo che non ci
vediamo».
«Ma no, figurati, mi fa piacere ascoltarti. Sentiti libera di parlare di ciò
che vuoi».
Kojima serrò le labbra, si guardò le mani che teneva appoggiate sulla
ringhiera, vi adagiò sopra il mento e riprese con calma il suo racconto.
«Mio padre gestiva una piccola fabbrica, ma poi qualcosa è andato
storto e ha dovuto chiuderla. È rimasto da un giorno all’altro senza lavoro,
più o meno nel periodo in cui avevo cominciato a frequentare la scuola
elementare. Aveva un sacco di debiti e, per fartela breve, ci siamo ritrovati
completamente al verde, poveri da non avere quasi di che sfamarci. Del
resto, da quando sono nata non ce la siamo mai passata bene, e non ci
voleva molto a capirlo». Kojima fece una breve pausa e si grattò a lato del
naso con la punta dell’indice. «Anche se lavorava dalla mattina alla sera,
fino allo sfinimento, la situazione non cambiava mai. Eravamo disperati…
Scusa, non voglio annoiarti con questa storia triste. Dico sul serio,
parliamo d’altro, è un secolo che non ci vediamo».
«Non devi preoccuparti, ti dico che mi fa piacere ascoltarti» le dissi,
appoggiando anch’io il mento sulla ringhiera e restando in attesa che
continuasse.
«Mio padre è un uomo molto buono e gentile» ricominciò a raccontare
a bassa voce, dopo avermi fissato negli occhi come se stesse riflettendo su
qualcosa. «È un tipo taciturno, parla poco, ma è buono, forse anche
troppo. Non è colpa sua se la fabbrica ha chiuso e ha perso il lavoro, per
esempio, e invece lui pensa l’esatto contrario, è convinto che avrebbe
dovuto impegnarsi di più e che gran parte della responsabilità sia sua. Ma
non è affatto così: come poteva impegnarsi di più se lavorava dalla
mattina alla sera, dodici ore al giorno e forse anche oltre? Non ha mai
ricevuto una nota di biasimo, tutti lo apprezzavano e stimavano
tantissimo. Con me era sempre dolce e sorridente, non faceva mai
trasparire la sua sofferenza, si preoccupava e mi chiedeva spesso come
stavo: “Tutto bene, piccolina?” mi diceva, anche dieci o venti volte al
giorno. Come del resto continua a fare ogni volta che ci vediamo. Mi ha
sempre voluto un gran bene, ci tiene veramente a me. Forse lo faceva
anche un po’ per scherzare, come si fa di solito con i bambini, ma a me
non dava per niente fastidio e aspettavo con ansia le sue attenzioni
esagerate, mi facevano stare bene, al punto che andavo a scuola tutta
soddisfatta e piena di entusiasmo. Anche allora molti compagni di classe
mi prendevano in giro perché ero povera, ma a me non importava, niente
poteva scalfirmi. Mi preparavo per bene ogni mattina, mi vestivo di tutto
punto, lavavo da sola i miei fazzoletti di stoffa e li stiravo insieme a tutto il
resto ogni tre giorni, indossavo la camicetta sempre linda e senza una
piega e le scarpe da ginnastica che pulivo con acqua e sapone tutte le
domeniche. Non avevamo soldi, ce la passavamo davvero male, ma facevo
volentieri e senza mai stancarmi tutto ciò che non dipendeva
strettamente dall’essere ricchi o meno. E mi pettinavo i capelli tutti i
giorni, a lungo, perché non mi costava nessuna fatica e mi rendeva felice.
Si può avere un aspetto curato e decoroso anche quando si è a corto di
denaro, basta solo volerlo. E tu? La tua famiglia come se la passa? Siete
ricchi?».
«No, siamo una famiglia normale, viviamo in un appartamento
normalissimo».
«Tua madre lavora?».
«No, fa la casalinga».
«Ah, ecco…» disse Kojima con sufficienza, come a voler sottolineare
qualcosa. Si grattò la tempia con l’indice e aggiunse: «Quindi siete
abbastanza ricchi».
«Tu dici?».
«Sì, certo. Mia madre ora non lavora più, ma all’epoca era stanca di
vivere nella miseria, era disperata. Lei e mio padre non facevano altro che
litigare. O meglio, io li chiamo litigi, ma si trattava più che altro di
invettive a senso unico, lei che gliene diceva di tutti i colori mentre lui se
ne stava zitto e muto prendendosi tutte le colpe. Tutti i giorni, sempre lo
stesso copione, mia madre che lo aggrediva e lui che non reagiva, chiuso
nel silenzio. Evidentemente preferiva non dire niente, forse non riusciva a
dire niente, ma a mia madre quel suo atteggiamento non piaceva e lo
disprezzava ancora di più. Anzi, forse non era tanto una questione di
piacere o non piacere, ma il fatto è che quando il tuo interlocutore non
parla e non reagisce resti bloccato, la discussione si arena e continua a
girare in tondo senza portare a niente. Sì, forse era questo che mia madre
non sopportava di mio padre, il suo essere così taciturno e incapace di
discutere. Alla fine, esasperata, le veniva quasi sempre una crisi di nervi e
scoppiava a piangere come una pazza. Afferrava tutto ciò che le capitava
sottomano e lo scagliava per terra. Poi si avvicinava a mio padre come una
furia, lo prendeva a schiaffi e a calci e si metteva a urlare: “È tutta colpa
tua! Perché ti ho sposato? Mi hai rovinato la vita!”. Sembrava la scena di
un film che si ripeteva all’infinito. Era terribile, lei dava di matto e lo
colpiva con tutta la forza che aveva in corpo, a volte facendogli davvero
male. Anche il modo in cui si metteva a piangere e urlare era
agghiacciante, perdeva letteralmente il controllo, da far venire i brividi.
Ricordo che continuavo a chiedermi come fosse possibile che una persona
potesse manifestare così tanta collera e violenza per una questione di
soldi, ma evidentemente doveva esserci sotto dell’altro, per forza.
Comunque, per fartela breve, la situazione continuava a peggiorare e
spesso mia madre si assentava anche dal suo lavoro part-time, eravamo al
verde e rischiavamo di morire di fame. Ormai regnava il caos più totale e
non si poteva più andare avanti, urgeva prendere una decisione
importante… Non potrò mai dimenticarmene, io e mia madre eravamo
sedute fianco a fianco in un angolo di un piccolo parcheggio vicino casa,
dopo che tra lei e mio padre si era scatenato il putiferio. Quel giorno il
tempo era bello, c’era un sole magnifico, avevamo steso il bucato insieme
e a un certo punto le avevo detto che sarei andata a giocare con il pogo
stick – a proposito, ce l’avevi anche tu? A me piaceva un sacco saltellare
con il pogo stick. Comunque, quando più tardi tornai a casa mi resi subito
conto che era ricominciata la solita tiritera. Mia madre scagliò una ciotola
di ceramica contro mio padre e lo colpì in mezzo alla fronte,
procurandogli un taglio profondo che iniziò a sanguinare all’istante. Per
inciso la ciotola era mia, decorata con il disegno di una specie di zucca
allungata verde chiaro, e dopo aver colpito mio padre finì per terra e solo
per miracolo non si ruppe. Rotolò sul pavimento arrivando fin quasi ai
miei piedi e rimettendosi dritta. Mi sembra di rivederla ancora adesso,
come se fosse successo ieri. Credimi, ho vissuto e rivissuto quella scena
centinaia, anzi migliaia di volte».
«Uhm…» biascicai annuendo, senza sapere cosa dire.
«Nonostante tutto il sangue che gli colava dalla fronte, mio padre se ne
stava lì immobile e in silenzio, come sempre. E mia madre, in lacrime,
cominciò a tremare come una foglia e uscì di casa correndo. Era peggio
delle altre volte, qualcosa mi diceva che la classica linea di non ritorno era
stata superata in via definitiva. Difatti ebbi un brutto presentimento,
gridai a mio padre: “Resta lì, torno subito!”, e mi lanciai all’inseguimento
di mia madre. La trovai seduta nel parcheggio che ti dicevo prima,
esattamente su uno di quei cordoli fermaruote di cemento che servono
anche per delimitare i posti auto, con lo sguardo perso nel vuoto. La notai
subito perché indossava un grembiule da cucina rosso vivo. Corsi da lei e
mi sedetti al suo fianco, ma non mi disse una parola, continuava a starsene
in silenzio con gli occhi fissi su un punto indefinito in lontananza. Provai a
chiamarla più volte: “Mamma! Mamma!”, ma non rispondeva, come se
non mi sentisse. Allora la scossi per un braccio, forte, ma il risultato non
cambiò. Cominciai a sentirmi persa, non sapevo cosa fare, e sulle prime
pensai di tornare indietro e chiedere aiuto a mio padre. Ma capii subito
che non era una buona idea e ripresi a chiamarla con disperazione,
piangendo e mollandole ripetuti pugni sul ginocchio: “Mamma! Mamma!
Rispondimi, ti prego!”. Niente da fare, per quanto provassi a chiamarla e
colpirla, continuava a non mostrare alcun segno di reazione. Mi prese una
paura tremenda, temevo che fosse impazzita e non fosse più in grado né di
sentire né di parlare. All’epoca, a scuola, andava di moda una specie di
gioco che chiamavamo “L’incantesimo del sole”. Era molto semplice, e in
realtà anche un po’ stupido: dovevi esprimere un desiderio e, se riuscivi a
fissare il sole per trenta secondi senza chiudere gli occhi, il tuo desiderio si
sarebbe realizzato. E fu esattamente quello che feci in quel momento, tra
le lacrime che non smettevano di scorrere: “Ti prego, fa’ che mia madre
torni subito normale, non voglio che impazzisca!” mormoravo tra me e
me, e intanto fissavo il sole a occhi spalancati. Nel cielo non c’era una
nuvola, proprio come oggi, e il sole era caldo e accecante. Ma non
m’importava, continuavo a fissarlo senza mai distogliere lo sguardo,
ripetendomi che sarei stata disposta a perdere la vista pur di vedere
esaudito il mio desiderio. Non ero certa che i trenta secondi fossero
passati, e nel dubbio restai con gli occhi rivolti al sole fino a che le
palpebre non presero a tremarmi e le lacrime a scendere a più non posso.
Finalmente mia madre dischiuse piano le labbra e mormorò a bassa voce:
“Non avrei mai pensato che potesse finire così…”. Non capii affatto a cosa
si riferisse, ma provai un sollievo immenso nel sentire la sua voce.
L’incantesimo del sole sembrava aver funzionato. Ripeté la stessa frase
ancora una volta, nello stesso tono spento di prima: “Non avrei mai
pensato che potesse finire così…”. Rimasi in silenzio, non sapendo cosa
rispondere, e lei aggiunse, lo sguardo come sempre perso nel vuoto:
“Stavolta non c’è più niente da fare…”. E ancora, dopo qualche secondo:
“Niente, niente, è finita per sempre”. Allora mi resi conto che non si stava
rivolgendo a me, quelle erano parole che sgorgavano da sole dal profondo
della sua anima ed esprimevano un sentimento di disperata
rassegnazione».
Kojima restò per qualche istante in silenzio. Eravamo entrambi lì, col
mento appoggiato sulla ringhiera e lo sguardo rivolto alla città in basso.
«Scusa, c’è una cosa che non ho capito: finché tuo padre aveva un
lavoro e gli affari andavano bene i rapporti in famiglia erano buoni?»
chiesi dopo qualche istante.
«Il punto non è questo» rispose Kojima guardandomi e lasciandosi
andare a un sospiro. «Il fatto è che il lavoro di mio padre non è mai andato
bene, l’attività non è mai decollata. Come ti ho detto, lui si spaccava la
schiena dalla mattina alla sera, ma la nostra situazione economica non è
mai stata granché, poi la chiusura della fabbrica e i debiti hanno fatto il
resto. La verità, al di là di tutto questo, è che io e mio padre andavamo
d’accordo perché ci volevamo bene, ero felice e me ne fregavo di essere
povera. Ti assicuro che non sto esagerando, eravamo poveri sul serio,
ridotti in miseria. La gente che non ha mai avuto problemi di soldi e non
sa cosa sia la povertà spesso dice: “Non importa essere poveri, se c’è
l’amore”. Ma in realtà è vero solo a livello ideale, perché quando sei
povero hai dei problemi enormi di ordine pratico che relegano tutto il
resto in secondo piano. Avevo un rapporto speciale con mio padre,
nonostante le difficoltà, ma quando la situazione è peggiorata non c’è
stato più nulla da fare, non abbiamo più potuto restare insieme. Mia
madre insisteva che era tutta colpa di mio padre se le cose non andavano
bene, e del resto lui non reagiva e si assumeva anche le responsabilità che
non aveva. Lei ripeteva che non si poteva più andare avanti così e
bisognava prendere seri provvedimenti. Ormai erano tre anni, se non di
più, che ce la passavamo malissimo e che loro non facevano altro che
litigare. Ricordo che fu costretta a intervenire mia zia, la sorella maggiore
di mia madre, e alla fine si decise per il divorzio».
Kojima pronunciò le ultime parole con voce tremante, interrompendosi
di tanto in tanto per asciugarsi la saliva agli angoli delle labbra.
«Ancora oggi» proseguì, «mi chiedo cosa diavolo c’entrasse mia zia. Non
poteva farsi gli affari suoi? Forse, anche se la situazione era disperata, se
lei non si fosse messa in mezzo magari i miei non avrebbero divorziato.
Non lo so, comunque mio padre non disse una parola, non si oppose
minimamente, neanche quando l’ipotesi della separazione cominciò a
venir fuori le prime volte. Era come se fossero rassegnati già in partenza,
come se avessero smarrito fin da subito la voglia di lottare. Ma è ovvio che
c’entrava anche un altro fattore: negli ultimi tempi, prima del divorzio,
mia madre aveva già un altro uomo, quello con cui sta tuttora. Non me
l’ha mai detto chiaramente, ma a poco a poco l’ho capito… Molto ma molto
tempo prima, quando la situazione non era precipitata e tutto sommato
eravamo ancora una famiglia, io e mia madre mangiavamo spesso insieme
per conto nostro. Un giorno, tutt’a un tratto, ci mettemmo a parlare di
mio padre. Non ricordo di preciso come e perché, forse fui io a rivolgerle
le solite domande innocenti sui genitori che fanno i bambini e a mettere
in mezzo il discorso. Comunque, a un certo punto, le chiesi: “Mamma,
perché tu e papà vi siete sposati?”. Al che lei, dopo aver posato sulla tavola
la ciotola di riso che teneva in mano e le bacchette, mi guardò negli occhi
seria e rispose, sue testuali parole: “Ho sposato tuo padre perché mi faceva
pena”. Inutile dire che rimasi scioccata. Mia madre che affermava di aver
sposato mio padre solo perché gli faceva pena. Non replicai e
continuammo a mangiare come sempre, ma dopo, mentre
sparecchiavamo la tavola, le domandai: “In che cosa papà ti faceva pena?”.
E lei, fissandomi negli occhi con uno sguardo rabbioso, rispose: “In
tutto!”». Kojima rimase in silenzio per un po’, come riflettendo tra sé e sé.
«Dopo quell’episodio» proseguì, «per un bel pezzo continuai a chiedermi:
“Ma che cosa significa esattamente fare pena?”. Insomma, conoscevo il
significato generale di quell’espressione, ma cosa voleva dire in realtà mia
madre? L’essenza di quella frase mi sfuggiva, soprattutto in relazione a
mio padre. Il senso delle parole non sempre è scontato…».
«Sì, è vero» concordai sottovoce.
«Mia madre si risposò e cambiò moltissimo, sembrava un’altra persona.
Di colpo era diventata ricca, e non perché si fosse inventata chissà quale
business, ma semplicemente perché si era messa con un tizio pieno di
soldi, che era in tutto e per tutto l’opposto di mio padre. Lei era felice,
forse perché era ciò cui aspirava fin dall’inizio. Fu capace di cancellare il
passato con un colpo di spugna, come se tutto quello che era successo
prima appartenesse a una vita precedente. Quando mi capitava di dire
qualcosa su mio padre lei mi guardava con occhio torvo e andava in bestia.
Non voleva neanche sentirlo nominare, per lei era come morto, anzi come
se non fosse mai esistito. Il suo comportamento era fin troppo elementare:
voleva ricominciare da zero, perciò dentro di sé si sforzava di eliminare
ogni traccia di mio padre e di ciò che lo riguardava. Ma nella realtà, a
livello pratico, era una pretesa irrealizzabile, già solo per il semplice fatto
che c’ero io… Ero viva, ed era vivo anche mio padre: lei poteva fingere e
alterare la sua realtà interiore, ma non quella oggettiva. E comunque io
continuo a vivere con lei, a carico dell’attuale marito, ed è ovvio che anche
per questo lei si trovi in una posizione molto delicata. Suo marito, il mio
patrigno, è quello che mette mano al portafoglio, no? Lei è obbligata a
compiacerlo e assecondarlo il più possibile, non può permettersi di
contraddirlo. Non voglio parlare male di lui a tutti i costi, però neanche
voglio nascondere la verità, e la verità è che lo detesto… Non riesco a
sopportarlo, è un vecchio balordo, è antipatico già solo a guardarlo. È un
bastardo, uno di quelli che pensano solo ai soldi e non hanno la più pallida
idea di quali siano le cose importanti della vita. Prova a immaginare che
significa essere costretta a vivere sotto lo stesso tetto con quei due, tutti i
giorni. È una vera tortura, te l’assicuro». Kojima fece una breve pausa, ma
solo per riprendere fiato, non per sollecitare un mio eventuale commento.
Parlava come un treno, ormai non la fermava più nessuno. «Comunque,
approfittando di queste vacanze estive, sono andata a trovare mio padre.
L’avevo chiesto a mia madre già da un po’, e lei non si era mostrata molto
entusiasta, ma alla fine mi ha lasciata andare. È stato bellissimo, che
felicità. Mio padre lavora in una cittadina termale vicino al mare e si
occupa di massaggi. I massaggi non li fa lui in prima persona, diciamo che
gestisce l’aspetto organizzativo: accompagna i massaggiatori dai clienti
nei ryokan, li va a riprendere quando hanno finito, fa da intermediario,
calcola il compenso e cose di questo tipo. È venuto a prendermi alla
stazione e all’inizio, siccome non ci vedevamo da parecchio, eravamo
entrambi molto imbarazzati e parlavamo a monosillabi. Ma è bastato poco
per ritrovare la complicità».
«Ti sei divertita?».
«Di giorno, mentre mio padre era al lavoro, lo aspettavo a casa o uscivo
a fare una passeggiata. Quando rientrava guardavamo la TV insieme,
cenavamo e andavamo a dormire. La casa era molto piccola, in pratica si
trattava di una stanza di appena quattro tatami e mezzo. C’era un
televisore minuscolo nero, ma per lavarsi bisognava andare in un bagno
pubblico nei dintorni. In vista del mio arrivo, mio padre aveva chiesto in
prestito a un collega un futon e il necessario per dormire e mi aveva fatto
trovare tutto pronto. Comunque ha preso due giorni di permesso apposta
per me e mi ha portata un po’ in giro: supermercato, libreria, negozio di
mobili ed elettrodomestici e qualche passeggiata. Niente di speciale, ma
siamo stati bene. Lui indossava tutti i giorni una specie di tuta da lavoro e
un paio di scarpe consumate. All’inizio mi sono sentita un po’ a disagio,
ma poi, a forza di andare in giro a vedere cose e chiacchierare, non ci ho
fatto più caso. In fondo l’aspetto esteriore non conta niente, mio padre mi
sorrideva sempre ed era dolce e gentile come ai vecchi tempi. Ah, siamo
andati anche in un negozio di animali e abbiamo visto dei cuccioli di cani e
gatti molto carini, e allora abbiamo parlato dei cobiti, dei carassi e degli
altri pesci che avevamo prima e sono rimasta piacevolmente stupita nel
constatare che lui ricordava un mucchio di dettagli ed episodi su di me da
bambina. Dopo mi ha proposto di andare da qualche parte per riposarci un
po’ e io gli ho detto che a quel punto potevamo anche tornare a casa, ma
ha insistito e mi ha portata in una specie di caffè. Quando ci siamo seduti
mi ha sorriso e ha detto che potevo ordinare tutti i dolci che volevo. “Ti
piacciono i succhi di frutta?” mi ha chiesto poi. E, non appena mi ha vista
annuire, ha aggiunto ridendo: “Bene, puoi berne a volontà, anche tre o
quattro bicchieri!”. “Sei sicuro, papà? Guarda che mangio e bevo un sacco”
gli ho risposto con altrettanta ilarità. E alla fine, anche se i dolci non mi
fanno impazzire, ne ho mangiati due di fila: un cheesecake e uno
shortcake alla fragola».
Di tanto in tanto folate di vento soffiavano improvvise sopra le nostre
teste. Duravano poco, come fossero solo di passaggio e senza lasciare
alcuna traccia nel cielo, che si apriva immenso davanti a noi, cosparso qua
e là di sottili nuvole bianche simili a brandelli di stoffa.
«Secondo te» mi chiese Kojima di punto in bianco, dopo un lungo
silenzio, «Dio esiste?».
«Dio?» ripetei. «Quale Dio?».
«Non importa quale di preciso. Un Dio onnisciente, un Dio capace di
comprendere ogni cosa in modo assolutamente esatto. Che sappia
riconoscere tutto, l’ipocrisia, le bugie, la malvagità; un Dio che ci capisca e
ci giudichi per ciò che siamo davvero».
«E tu?» ribattei ambiguo senza rispondere alla domanda. «Secondo te,
Dio esiste?».
«Sì, certo!» rispose decisa, senza voltarsi dalla mia parte. «Un Dio o un
qualcosa, un’entità che definiamo tale, deve esistere per forza, altrimenti
troppe cose sarebbero inspiegabili. I soldi, per esempio… Perché mio
padre, che lavorava fino a sfiancarsi per la famiglia e non per se stesso, si è
ritrovato da solo e continua a vivere in modo così modesto, senza potersi
neanche permettere un paio di scarpe nuove, mentre io e mia madre, che
in effetti siamo scappate via, viviamo bene e senza problemi? Come è
possibile una cosa tanto assurda? Da sola non me lo saprei mai spiegare.
Invece, dando per scontato che esista un Dio che vede e sa tutto, è chiaro
che verrà un giorno in cui ciascuno, o meglio chi lo merita, sarà
ricompensato per tutte le sofferenze e le ingiustizie subite. Ecco perché
sono sicura che un Dio esiste».
Guardai Kojima stupefatto, senza sapere cosa dire. Poi le chiesi: «Non ho
capito bene ma, secondo te, la ricompensa arriverebbe quando si è ancora
in vita? O solo dopo la morte?».
«Mah, forse qualcosa lo si può ottenere già durante la vita. Soprattutto
si giunge a una certa comprensione delle cose» rispose Kojima con molta
calma, soppesando ogni parola, mentre spostava da una parte i capelli che
le si erano appiccicati al viso. «E molte altre cose si potranno
comprendere dopo la morte… “Ah, ecco, quindi era questo il vero
significato!” ci diremo, liberi dal fardello della quotidianità, come fosse
una sorta di illuminazione. Insomma, cose del genere… E comunque il
quando non è così importante, perché ciò che conta è che la sofferenza,
l’amarezza e l’angoscia abbiano un senso».
Dopo che ebbe finito, Kojima rimase in silenzio e io feci altrettanto,
come al solito in attesa che continuasse. Faceva molto caldo. Scostai la
maglietta dalla schiena sudata e mi feci vento nella speranza di provare un
po’ di sollievo. Intanto Kojima allontanò dalla ringhiera la mano su cui
aveva tenuto appoggiato il mento per tutto il tempo, raddrizzò bene la
schiena e, dopo aver stretto di nuovo la ringhiera con entrambe le mani,
sollevò lo sguardo al cielo.
«Perché…» disse. «Perché, secondo te, tutti ci trattano in quel modo?».
Distolsi subito lo sguardo, istintivamente. Sentii una specie di rumore
nel petto e mi resi conto che il cuore aveva preso a battere più forte.
Ingoiai un grosso grumo di saliva.
«In realtà gli altri» continuò Kojima, «non pensano a niente. Imitano,
prendono il testimone da qualcun altro in modo del tutto automatico, e
applicano gli stessi schemi senza riflettere. Ma questo che cosa significa?
Qual è il senso di tutto questo? Pensaci bene… Per loro, individui incapaci
di pensare veramente e privi di immaginazione, noi siamo solo uno sfogo,
un diversivo». Si interruppe e sospirò. «Ma deve esserci un significato,
deve esserci un motivo per cui subiamo le loro prepotenze. Come posso
spiegarti? Ah, sì, è come se fosse una grande prova: dopo aver sopportato
tutto, alla fine, ci aspettano un luogo o un evento speciali, qualcosa in cui
non ci saremmo mai imbattuti se non avessimo sopportato tutto e
resistito fino alla fine. Io ne sono convinta. Tu no?… Loro, i nostri
compagni di classe, non capiscono niente. Non capiscono il senso di ciò
che fanno. Non hanno mai riflettuto sulle conseguenze che le loro azioni
provocano negli altri, sulla sofferenza enorme che il loro comportamento
scellerato può generare. Si agitano e si uniscono agli altri per fare come
tutti, senza un motivo particolare. All’inizio anch’io soffrivo e me la
prendevo molto, mi sembrava impossibile resistere, ma alla fine ce l’ho
fatta. E sai perché continuo a vestirmi in modo trasandato, a non curare il
mio aspetto e a restare sporca? Perché non voglio dargliela vinta, è ovvio,
ma anche e soprattutto perché così mi sento povera e legata a mio padre.
Perché non voglio dimenticarlo, perché questo è il segno che ho vissuto
con lui e che gli voglio bene. Un segno molto importante e che solo io
conosco. Lontano, nella cittadina in cui abita adesso, mio padre indossa un
paio di scarpe vecchie e consumate, e allora anch’io, qui, voglio mettere
solo scarpe luride e nere. La sporcizia e la povertà assumono per me un
valore inestimabile, perché mi ricordano mio padre e il nostro legame. Ma
agli altri non posso spiegarlo, perché non sarebbero mai in grado di
capirmi. Loro non hanno immaginazione, non pensano, sono tutti uguali».
«Sì…» concordai con un filo di voce, lo sguardo basso.
«E lo stesso identico discorso vale per i tuoi occhi» continuò Kojima, nel
medesimo tono solenne. «Prima di scriverti, prima di lasciarti quel
bigliettino nel portapenne, ero riuscita a procurarmi un libro sullo
strabismo e l’avevo letto. Provoca dolore? Come si vede? È un difetto
curabile? E altri fatti di questo tipo. Naturalmente esistono un sacco di
cose che non riesco a capire, di cui non conosco la ragione e che forse
resteranno per sempre un mistero, ma volevo a tutti i costi capirti e
conoscerti. Davvero, non me lo sto inventando. Fin dalla prima volta che ti
ho notato mi sono accorta subito che eravamo molto simili… Io e te siamo
uguali».
Ci guardammo negli occhi e restammo tutti e due immobili e in silenzio,
per alcuni istanti che mi parvero interminabili.
«E come lo hai capito? Perché?» le chiesi. Avrei voluto porle la domanda
in modo neutro, senza lasciar trasparire l’emozione, ma mi venne fuori
una voce molto strana, che addirittura non sembrava la mia. In un gesto
più che altro istintivo, presi il fazzoletto di stoffa e me lo passai più volte
intorno alla bocca.
«Perché i tuoi occhi…» cominciò a dire Kojima, ma la interruppi.
«Perché ero… strabico? O perché gli altri mi prendevano in giro e mi
maltrattavano di brutto?» le chiesi ancora.
«Entrambe le cose» rispose con espressione seria. «Credo siano
inscindibili. Sei strabico e gli altri ti tormentano per questo, è terribile, ma
il tutto contribuisce a forgiare il tuo carattere e a formarti come persona. I
maltrattamenti che subisci a causa del tuo strabismo sono come quelli che
subisco io per proteggere il legame segreto con mio padre. Se mancasse
uno dei due elementi non sarebbe la stessa cosa. Ecco perché sono
convinta di poterti capire meglio di chiunque altro, siamo così simili… E
ovviamente credo che lo stesso valga anche per te, anche tu puoi capirmi
meglio di chiunque altro. Non mi sbagliavo, tra noi c’è qualcosa di molto
importante, infatti hai risposto al mio invito e sei venuto
all’appuntamento ai giardini della Balena. Sei un ragazzo gentile,
sensibile, in grado di comprendere i sentimenti e le emozioni altrui. Sei
stato ferito a sufficienza per capire cosa significhi realmente essere feriti.
Anche per me è così, forse non sono stata ferita quanto te, ma anch’io
conosco il significato della sofferenza, sicuramente molto più degli altri».
Kojima si allontanò dalla ringhiera, si avvicinò alla scala e sedette sul
terzo scalino dell’ultima rampa. La scala era tutta all’ombra, e vedere
Kojima entrare in quella zona più scura mi diede i brividi. Era seduta con i
gomiti appoggiati sulle ginocchia e il mento sulle mani e mi guardava
fisso, immersa in quell’ombra azzurrina in netto contrasto con i raggi del
sole estivo che diffondevano ovunque un biancore abbacinante.
«Adoro i tuoi occhi, sono bellissimi» sussurrò lentamente, con tono
sicuro. «Non te l’aveva mai detto nessuno?».
«No… è la prima volta».
Kojima mi guardava con uno sguardo intenso, come non mi aveva mai
guardato nessuno. Tuttavia ero stranamente calmo, forse perché mi ero
espresso in modo sincero, senza alcun timore. Era tutto così bello e
spontaneo, a parte la mia voce, che ancora non sembrava appartenermi.
«È un bene che sia stata proprio io a dirtelo per la prima volta, no?» mi
disse Kojima con un sorriso dolce.
Annuii piano, più di una volta. Ero confuso. E mi sentivo leggero, le
gambe molli, come se stessi per perdere l’equilibrio. Non mi era mai
capitato, era una sensazione stranissima, mi sarei lasciato cadere al suolo
come una piuma, privo di forze.
«Non è facile, i problemi sono tanti» continuò Kojima, «ma dobbiamo
tener duro e andare avanti. È grazie allo stratagemma che mi sono
inventata per sentirmi vicina a mio padre e ai tuoi occhi strabici che ci
siamo incontrati e abbiamo potuto parlare e stare insieme come adesso.
Stiamo soffrendo molto, è vero, ma non dobbiamo mollare, perché verrà
un momento in cui capiremo tutto. E anche gli altri, un giorno, capiranno.
Un giorno tutte le cose saranno come devono essere, ne sono certa».
Non appena ebbe pronunciato l’ultima parola si alzò e fece un passo in
avanti con la gamba destra. Il suo corpo e la testa erano ancora nella zona
d’ombra azzurrognola della scala, solo la punta della scarpa da ginnastica
si trovava nel pieno biancore del sole. Poi cominciò ad avanzare piano
verso di me. In quel preciso momento una brezza leggera prese a soffiare
creando un movimento soffice e delicato tutt’intorno a noi, e persino i
suoi capelli, che di solito avevano un’aria così arruffata, si gonfiarono
morbidi simili a un fazzoletto di stoffa sottile.
Ora Kojima era a mezzo passo da me e guardava il mio occhio sinistro a
distanza ravvicinata. E anch’io, con quello stesso occhio, guardavo i suoi.
Mi tolsi gli occhiali e avvicinai ancora di più l’occhio sinistro al suo viso.
Notai che i suoi occhi, in apparenza nerissimi, avevano una sfumatura che
tendeva al marrone, e vidi anche una minuscola macchia di luce, simile
alla punta di uno spillo, che tremolava nel mezzo della zona più scura.
Restammo a lungo così, senza dire una parola, solo a guardarci negli
occhi. Poi, dopo una lieve esitazione, lei mi prese la mano destra e
cominciò ad accarezzarmi i polpastrelli. Mi fece allargare le dita e guardò
per alcuni istanti il mio palmo, che subito dopo strinse forte tra le sue
mani. Erano più fredde delle mie, appena un po’ umide di sudore, così
piccole e graziose. Ricambiai la stretta e socchiusi gli occhi. Era la prima
volta che la toccavo.
Il canto delle cicale risuonava più debole rispetto a prima, come se
all’improvviso fossero state portate via lontano, non si sentivano quasi
più. E anche il caldo soffocante che percepivo in precedenza sembrava
essere scomparso. Il viso di Kojima era accanto al mio, vicinissimo, la sua
espressione completamente diversa da quella che ero stato abituato a
vedere fino a quel momento.
4
P
iù si avvicinava il primo settembre, giorno del rientro a scuola, e meno mi
sentivo bene. Qualsiasi cosa guardassi o pensassi, non riuscivo a metterla a
fuoco, era come se non fossi in grado di cogliere il senso materiale della
realtà. Il mio umore peggiorava di giorno in giorno. Immobile nel letto,
sentivo anche un dolore pungente alla gola, un’oppressione al petto, e a
volte anche dei brividi di febbre. Avrei potuto sfruttarlo come pretesto
per ritardare il ritorno a scuola, ma due o tre giorni di tregua non
sarebbero serviti a niente e soprattutto, assentandomi, avrei rischiato di
attirare l’attenzione di Ninomiya e degli altri, cosa che non desideravo
affatto. Evitare di stimolare la loro curiosità era il mio obiettivo numero
uno.
«Ehi, non ti sarai mica beccato l’influenza?» mi chiese mia madre,
mentre mi infilavo le scarpe all’ingresso. «Vabbè, prova ad andare, ma se
non dovessi sentirti bene torna subito a casa».
L’estate perdurava imperterrita e il gran caldo non accennava a
placarsi. Sembrava che la stagione estiva volesse protrarsi in eterno, fino a
ricominciare da capo l’anno successivo. Era come se l’energia del sole, l’afa
e le temperature massime dell’estate si ripetessero a ciclo continuo, tutti i
giorni e senza mutare di una virgola.
A scuola era tutto uguale a prima: i miei compagni di classe erano
chiassosi e scapestrati come al solito, le stesse scene si ripetevano
all’infinito. Tutti indossavano la stessa tenuta estiva, avevano la stessa
carnagione bruna, lo stesso aspetto e raccontavano le stesse storie con lo
stesso tono di voce. Di tanto in tanto mi giungevano all’orecchio stralci di
conversazione: chi era andato in vacanza all’estero, chi aveva assistito al
concerto di questo o quell’altro cantante famoso. Ma le voci erano
anonime, indistinguibili l’una dall’altra. Le solite voci dei miei compagni di
classe, che parlavano sempre delle stesse cose, nello stesso identico modo.
Durante l’intervallo, mentre mi sventolavo con la cartella portablocco
di plastica rigida, una delle ragazze della classe mi si avvicinò e mi urlò
minacciosa in un orecchio: «Sta’ attento a quello che fai, Occhi storti!». Un
secondo più tardi qualcun altro mi disse ad alta voce, scatenando l’ilarità
di tutti i presenti: «Ehi, Occhi storti, sei ancora vivo?». E infine, a seguire,
da un angolo dell’aula qualcuno lanciò un succo di frutta aperto, che
venne a schiantarsi contro di me schizzando dappertutto. Il solito
copione.
Kojima era seduta al suo posto, in una fila più avanti. Continuavo a
guardare da dietro la sua massa di capelli arruffati perfettamente
immobile. Nessuno le rivolgeva la parola, né tantomeno lei la rivolgeva
agli altri. A un certo punto, lei ferma come una statua e tutti gli altri in
movimento, immaginai di chiederle: «Ciao, come va? Qualche novità
rispetto alla settimana scorsa?». Al che, nella mia mente, mi sembrò quasi
di vederla voltarsi verso di me, sollevare come al solito le sopracciglia con
aria stupita e sorridermi con infinita dolcezza. Aveva come sempre una
peluria scura tra il naso e il labbro superiore e il collo sporco, ma stavolta
era diverso, perché sapevo che si trattava del suo “travestimento”
speciale, dei “segni particolari” che le permettevano di sentirsi vicina a
suo padre. Per un attimo fui sfiorato dall’idea di gridare a tutti la verità,
così da evitarle i maltrattamenti che le infliggevano con bieco
accanimento. Ehi, voi – immaginai di dire alzandomi di scatto, a gran voce
–, statemi bene a sentire! Dovete smetterla di tormentare Kojima! La
prendete in giro a causa del suo aspetto, dite che è sporca e puzza, ma in
realtà lei lo fa di proposito, si concia in quel modo per un motivo ben
preciso, un motivo molto importante: quello sporco, quei segni
rappresentano il ricordo e il legame con suo padre. Anche voi avrete
certamente qualcosa a cui tenete molto, no? Una fotografia, per esempio,
o una lettera. Una foto o una lettera di per sé sono pezzi di carta, ma
assumono un significato speciale quando rappresentano un ricordo,
un’emozione o un sentimento. In questo caso non sono più semplici pezzi
di carta, diventano segni e simboli di qualcosa che va oltre la materialità.
In poche parole diventano per il loro possessore la fotografia o la lettera
che si distinguono da tutte le altre e rivestono una straordinaria
importanza. Ora, lo stesso discorso vale per l’aspetto sudicio e trasandato
di Kojima. La sua sporcizia volontaria è per l’appunto un segno, un
simbolo. Certo, non è un comportamento comune, ma va compreso per il
suo significato. D’altra parte se tutti sono pronti a riconoscere che una
fotografia, una lettera o qualsiasi altro oggetto possano rappresentare
qualcosa di speciale per un individuo, allora non vedo perché non
considerare allo stesso modo anche la scelta di Kojima di restare sporca.
Cambiano la forma e il mezzo, ma il fine resta lo stesso. I sentimenti non si
discutono, ciascuno di noi deve essere libero di esprimerli come gli pare…
Dopo una simile arringa, di primo acchito tutti sarebbero rimasti
sorpresi. Ah, incredibile – avrebbero pensato – non avrei mai detto che
potesse esserci dietro tutto questo. Poi, a poco a poco, avrebbero
cominciato a capire e sospirare in maniera empatica. Al che Kojima,
finalmente risollevata, mi avrebbe sorriso felice e avremmo parlato con
disinvoltura e straordinario piacere di tutto ciò che avevamo fatto
durante le vacanze estive, di tutto il tempo in cui non ci eravamo visti.
Mentre ero immerso in mille fantasticherie qualcuno inciampò nel mio
banco facendomi trasalire e mi accorsi che la campanella stava suonando.
Subito dopo il professore responsabile della classe entrò in aula; indossava
una polo arancione e aveva il viso e le braccia molto abbronzati. Tenevo
come d’abitudine le mani sotto il banco, in quello spazio angusto dove la
temperatura era sempre un po’ più fresca, e guardavo l’insegnante senza
badare a ciò che diceva, anche se le sue parole suscitavano di tanto in
tanto qualche risata. Kojima se ne stava immobile, rigida come una statua
di pietra. Guardavo la sua figura di spalle e provavo una tristezza
impossibile da esprimere. Mi sentivo impotente e disperato, oltre che
pervaso da uno stato d’animo del tutto negativo. A cosa servivano i miei
sogni a occhi aperti? Come al solito mi ero lasciato trascinare alla deriva
dai miei pensieri inutili, così lontani dalla realtà e da Kojima. In quel modo
non sarei mai stato in grado di aiutarla né di offrirle il minimo conforto.
Ero lì, a pochi metri da lei, eppure ero incapace di rivolgerle la parola e
farle sentire la mia vicinanza.
Buongiorno,
come stai? Quest’anno il caldo non vuole proprio saperne di andarsene, eh?
Sono contenta che ti abbiano cambiato di posto e che ora sei vicino alla finestra.
Era un po’ che volevo dirtelo, e anche per questo mi sono decisa a scriverti questa
lettera. Ci incrociamo tutti i giorni a scuola, siamo per tutto il tempo nella stessa
aula, eppure mi sembra come se non ci vedessimo da un pezzo. Non hai anche tu la
stessa sensazione? Sia a casa sia a scuola, ripenso spesso al giorno in cui siamo
andati insieme al museo, o all’ultima volta in cui abbiamo parlato in cima alla
scala d’emergenza. E tu? È lo stesso anche per te? Scusa se te lo dico in modo così
diretto, ma tu sei un ragazzo molto gentile. Lo penso sul serio. Mi fa quasi male
quando ci penso, perché non riesco mai a dirtelo come vorrei. Abbiamo già parlato
di tante cose e spero con tutto il cuore che continueremo a farlo, come nel primo
quadrimestre. Che ne pensi? Anche tu credi che abbiamo ancora molte cose da
dirci e di cui discutere, noi due da soli? Al di là di tutto, sono convinta che non
appena avremo modo di rivederci per davvero, troveremo all’istante molti
argomenti di cui parlare, perché insieme stiamo benissimo. Non andrebbe anche a
te di vederci ancora una volta alla scala d’emergenza?
A proposito, alla fine qualche giorno fa ho litigato con il nuovo marito di mia
madre (nuovo per modo di dire, dato che non lo è né dal punto di vista del tempo
da cui stanno insieme né da quello dell’età anagrafica). Anche “litigato” forse non
è il termine giusto… Diciamo che ho approfittato di un pretesto per dirgli in faccia
quello che penso. L’idiota mi ascoltava sogghignando con aria di superiorità,
credendosi chissà chi con una presunzione che sulle prime mi ha mandata
letteralmente in bestia. Ma poi devo dire che mi ha fatto anche un po’ pena, perché
quel suo modo di ascoltare ridendo sotto i baffi e rispondere dilungandosi tutte le
volte in un piccolo sermone infarcito di pedanteria rivelava una superficialità
sconcertante. L’ho guardato bene in faccia e ho capito che si tratta di una persona
che non ha mai avuto esperienze degne di nota né occasione di riflettere sulle cose
importanti della vita. Questo mi ha resa molto triste, anche se continua a non
piacermi più di tanto. Però ho pensato che tutto sommato non è colpa sua se è fatto
in un certo modo e alla fine ho deciso di perdonarlo. In fondo non è soprattutto una
povera vittima?
Forse quello che sto per dire ti lascerà ancora più spiazzato, ma ora penso più o
meno la stessa cosa anche dei nostri compagni di classe. Non c’è dubbio che io e te
siamo loro vittime, ma secondo me anche loro sono vittime di qualcosa di molto più
grande.
Quando le altre ragazze mi insultano o mi tormentano nei bagni di scuola, le
guardo con i loro ghigni distorti stampati in volto e mi fanno solo pietà. Ma, come
forse ti ho già detto, non vale la pena tentare di parlare con loro, perché ora non
capirebbero. Un giorno impareranno da sole, si accorgeranno dell’assurdità delle
loro azioni, così come io ho imparato dal loro comportamento. D’altra parte queste
cose non si possono apprendere in altri modi, bisogna arrivarci per conto proprio.
Un giorno quelle ragazze si ravvedranno e capiranno quello che mi hanno fatto, si
pentiranno dei loro errori e forse diventeranno persone migliori. E anche questo
servirà a dare un senso alla mia sofferenza quotidiana. Per il momento è
impossibile, è ancora troppo presto, sono immature. Bisogna stringere i denti e
aspettare. Avrei molto altro da dirti, ma preferisco fermarmi qui, altrimenti questa
lettera rischia di diventare troppo lunga e finirei per annoiarti. Scusa, il resto
preferisco dirtelo dal vivo. Ormai sono quasi cinque ore che penso e scrivo. Mi
fermo qui, va bene? Ciao, a presto!
La lettera di Kojima arrivò l’ultima settimana di settembre. Era scritta
in modo diverso dal solito, lo stile era abbastanza complesso, tanto che mi
ci volle non poco tempo per leggerla tutta. Del resto era la prima volta che
mi scriveva una lettera così lunga.
Provai a risponderle, ma non ci riuscii. La lettera toccava diversi
argomenti che facevano riferimento al nostro ultimo incontro, capivo ciò
che voleva dire, eppure non sapevo cosa pensare e mi sentivo confuso.
Seduto alla scrivania davanti al foglio bianco, riflettevo senza riuscire a
giungere a conclusioni sensate, i miei pensieri restavano informi e solo
abbozzati. Riflettevo su Kojima, e anche su me stesso. Dopo un po’ presi la
custodia del dizionario dal ripiano della libreria e mi misi a rileggere le
lettere che mi aveva mandato in precedenza. Il modo in cui erano scritte
mi dava la sensazione che Kojima si trovasse al mio fianco e chiacchierasse
con me, in tono molto spensierato e leggero. E, man mano che rileggevo
quelle lettere, mi domandavo come io mi ero rivolto a lei nelle mie
risposte e che tono avevo usato. Che cosa le avevo scritto? Come aveva
detto lei stessa in una delle sue lettere, anche se si trattava di cose scritte
di proprio pugno, una volta che si finiva per separarsene diventavano
parte di un altro mondo, un mondo a cui noi non appartenevamo più.
Aveva ragione, ero d’accordo con lei.
Riposi le lettere al loro posto, mi distesi supino sul letto e fissai il
soffitto. Avevo una gran voglia di rivedere Kojima.
Tutt’a un tratto mi sollevai sui gomiti, ma subito dopo mi sdraiai di
nuovo e chiusi gli occhi. Il desiderio di rivederla crebbe al punto da non
riuscire più a stare fermo e fui costretto ad alzarmi. Che cosa mi stava
succedendo? Mi avvicinai allo scaffale, presi di nuovo la custodia del
dizionario e rilessi tutte le sue lettere, dalla prima all’ultima. Mi soffermai
soprattutto sull’ultima, quella lunga, e capii che in fondo non mi
interessava più di tanto risponderle per iscritto, perché morivo dalla
voglia di rivederla, il più presto possibile. Mi aveva detto che le piacevano
i miei occhi. Mi ero ripetuto quella frase nella mente centinaia, migliaia di
volte. Adoro i tuoi occhi, sono bellissimi… Ogni volta che ci pensavo e mi
sembrava di sentire la sua voce avvertivo come una fitta al petto. Una fitta
al contempo di gioia e di tristezza. Ed era così intensa che restavo a lungo
avvolto in quel dolore, soffrendo da matti, ripetendomi che così non
poteva andare avanti. Forse avevo bisogno di parlarle in modo più diretto?
In me era cresciuto qualcosa che non era più possibile racchiudere in una
semplice lettera, un sentimento che voleva esplodere e faceva male al
cuore. Mi sdraiai a pancia sotto, affondai la faccia nel cuscino e, nella
penombra attenuata solo da una luce soffusa, continuai a pensare a
Kojima.
5
V
erso l’inizio di ottobre giunse la triste notizia della morte di mia zia, la
sorella maggiore di mia madre. Partecipai per la prima volta a un funerale.
Quella zia, che non avevo mai incontrato, era di sette anni più anziana
di mia madre, non si era mai sposata e non aveva figli.
Mio padre non potette assistere alla cerimonia funebre a causa del
lavoro e toccò a me accompagnare mia madre. Non conoscevo la defunta,
non sapevo niente di lei, e mio padre mi disse che non ero obbligato ad
andarci, ma non mi sembrava giusto lasciare mia madre da sola in una
circostanza del genere. A dire il vero, anche lei insisté che non c’era
bisogno che mi forzassi, ma quando le dissi che l’avrei accompagnata
volentieri notai un leggero sollievo nella sua espressione. Solo alla fine mi
rivelò che il posto era un po’ lontano.
I funerali si svolsero in modo molto discreto e riservato, presso una
piccola sala comunale. Eravamo in tutto una dozzina, parenti più o meno
stretti, tutti seduti sui talloni e a capo chino con la schiena ben dritta,
come da tradizione. Nell’ambiente imperavano l’odore forte di incenso e
la voce cantilenante del monaco che recitava i sūtra. Di tanto in tanto si
sentivano il fruscio dei grani di un rosario che scorrevano tra le dita, il
tintinnio di una campanella e altri piccoli rumori. Poi, secondo il rituale,
venne il mio turno di accendere e offrire un bastoncino d’incenso. A un
certo punto sentii qualcuno singhiozzare sommessamente, ma non osai
sollevare la testa. Rimasi con gli occhi bassi per tutta la durata della
cerimonia, lo sguardo fisso sulle mie ginocchia.
Alla fine giunse il momento più straziante, quello dell’ultimo saluto.
Ciascuno dei presenti depose un fiore nella bara, me compreso. La povera
zia aveva le labbra appena dischiuse e due batuffoli di ovatta nelle narici.
Il suo viso era molto comune, non aveva niente di particolare: era sempre
stato così? O era la morte a infondergli un aspetto tanto scialbo e
anonimo? Era la prima volta che vedevo un cadavere e provavo anche un
misto di spavento e ribrezzo. Ma se da una parte non avrei voluto fare un
solo passo in più verso la bara, dall’altra sentivo lo strano desiderio di
avvicinarmi il più possibile, così da constatare con la massima attenzione
quale differenza vi fosse tra il viso di una persona morta e quello di una
viva. Rimasi a lungo a osservare la salma di mia zia, senza mai distogliere
lo sguardo.
Mi sforzai di pensare a qualcosa che riguardasse quella donna priva di
vita, perfettamente immobile nella bara, ma non mi venne in mente nulla.
Tuttavia, non appena pensai che in fondo mi trovavo a dire addio per caso
a una persona che non conoscevo, riuscii a riafferrare il senso della realtà
e provai un certo sollievo.
Dopo la partenza del feretro era previsto che i membri della famiglia
mangiassero il bentō tutti insieme. Ma mia madre disse che non poteva
restare oltre e ci preparammo ad andare via, senza neanche passare al
tempio crematorio. I parenti mi squadravano in silenzio e distoglievano di
scatto gli occhi non appena alzavo i miei verso di loro. Alcune persone si
avvicinavano, rivolgevano la parola a mia madre e lei me le presentava.
Ma non riuscivo minimamente a capire chi fossero e neanche mi
interessava. Tutto aveva un’aria così formale, erano puri convenevoli.
Riconobbi solo mia nonna, la madre di mia madre, che però non si
avvicinò affatto a noi. Lasciammo la sala prima che venissero distribuiti i
bentō.
«È del comune sale da cucina» disse mia madre in treno, sulla via del
ritorno verso casa, rispondendo a una domanda che le avevo appena
posto. «Si usa gettarsene una manciata addosso prima di entrare in casa,
dopo aver assistito a un funerale».
«A che scopo?».
«Per purificarsi».
Poi rimanemmo in silenzio per quasi tutto il resto del viaggio, mia
madre sembrava esausta. Comunque, a parte la stanchezza e il fatto di
aver partecipato a un funerale, era un bel pomeriggio. Prima di mettere
piede in treno avevo fatto molta fatica a liberarmi dall’impressione che mi
avevano suscitato i dettagli della pelle, della carnagione e delle rughe del
volto che avevo visto nella bara. Poi, nell’istante in cui il treno si era
messo in marcia, avevo dimenticato tutto in un colpo solo. Cullato dal
movimento del treno, pensavo a Kojima. Anche se la luce che entrava dai
finestrini e il paesaggio all’esterno erano molto diversi, mi parve di
tornare come per magia all’estate appena trascorsa. Ricordai ogni minima
parola che io e Kojima ci eravamo scambiati a bordo del treno, all’andata e
al ritorno dal museo, seduti contenti l’uno accanto all’altra.
«Comunque è stato proprio strano, eh?» disse di punto in bianco mia
madre, come se un’idea le fosse balzata di colpo alla mente. La sua voce mi
fece tornare in me, ma poi rimase zitta e non aggiunse altro.
«Cosa è stato strano, mamma?» le chiesi, incuriosito.
«Be’…» mugugnò colta alla sprovvista, come se avesse smarrito il filo
del discorso. Dopo di che aggiunse con un piccolo sussulto: «Oggi! Questa
giornata… è stata strana».
«Strana?».
«Sì, molto… E poi sono così stanca».
Tacque di nuovo, chiuse gli occhi e si addormentò.
Arrivati alla stazione, passammo per il supermercato. Gli altri clienti ci
guardavano con aria mesta, mia madre in abito da lutto e io con indosso la
divisa scolastica. Senza esserne minimamente infastidita, mia madre
lasciò cadere in rapida successione nel cestino un mazzo di spinaci, delle
cipolle e una confezione di carne di maiale a fette sottili. A proposito,
prima di mettere piede nel supermercato non ci eravamo cosparsi di sale.
Quando provai a dirglielo, mia madre mi rispose che non era il caso
perché il supermercato era sufficientemente solido e sicuro. Pagammo alla
cassa e toccò a me portare le due buste della spesa fino a casa. Nell’atrio
del palazzo, mentre eravamo in attesa dell’ascensore, mia madre mi disse:
«Grazie per avermi accompagnata». E io le risposi: «Non ti preoccupare,
l’ho fatto volentieri. Se ce ne sarà bisogno, verrò con te anche la prossima
volta». Sospirò, mi cinse le spalle con un braccio e mi sorrise un po’
imbarazzata.
Dopo il funerale mi venne una specie di influenza e mi assentai da
scuola per tre giorni di fila. Avrei tanto voluto che la mia assenza si
protraesse a tempo indeterminato, ma ovviamente non era possibile.
Il mattino del rientro, come tutti i giorni, uscii di casa prima del
necessario e avanzai con passo costante e meccanico lungo la strada
asfaltata. Attraversai al semaforo, percorsi il solito viale alberato e mi
diressi verso la scuola. Tra un albero e l’altro, a causa dell’umidità, la
striscia di terreno che ricopriva la pavimentazione stradale aveva assunto
una tinta marrone scuro. Provai ad annusare forte, ma non si sentiva
odore di pioggia. Eppure il suolo era umido e molliccio, come se avesse
piovuto durante la notte o all’alba, e avevo quasi la sensazione di
sprofondare nella terra, insieme a tutto ciò che mi stava intorno. La strada
era deserta, in lontananza si sentiva solo il rumore del traffico.
Fuori scuola non c’era ancora nessuno e, come sempre a quell’ora, il
cancello d’ingresso era socchiuso. Attraversai il cortile e raggiunsi
l’edificio principale in fondo, che ricordava lo scheletro invecchiato di una
creatura gigantesca. La pedana utilizzata per le assemblee all’aperto,
malridotta e con la pittura scrostata, giaceva abbandonata lì davanti,
come un osso che si fosse staccato da quello scheletro enorme e fosse
caduto in quel punto per puro caso. In giro non si vedeva anima viva.
Entrai in aula e mi sedetti al mio posto, ma mi resi subito conto che
qualcosa non quadrava. Infilai la mano sotto il banco e notai il lembo
penzolante di un vecchio straccio, tutto sporco e cencioso. Mi abbassai per
guardare meglio e mi accorsi che c’era un mucchio di roba, infilata a forza
fino al fondo. Provai a tirare fuori lo straccio e cascò tutto per terra con un
rumore sordo, come fosse un unico blocco, sparpagliandosi intorno al
banco e alla sedia. C’era di tutto: tozzi di pane raffermo, spicchi rinsecchiti
di mandarino simili a larve d’insetto, scarpe da ginnastica, maglietta e
pantaloncini sportivi appallottolati (a ben vedere erano i miei!), un
portachiavi, uno strano peluche, una mascherina, delle fotocopie, una
patata raggrinzita e piena di germogli, un libro tascabile con l’etichetta
della biblioteca della scuola sul dorso, un bruschino, un cassino, un brick
di latte alla frutta mezzo pieno con la cannuccia infilata nell’apposito foro
da cui fuoriuscivano continue gocce. Puzzava tutto da morire, da far
venire il vomito. Inclinai il banco in avanti per controllare ancora una
volta e vidi che restava un ultimo oggetto, in un angolo in fondo. Infilai
piano la mano e lo tirai fuori, afferrandolo tra l’indice e il pollice: un
assorbente igienico usato, avvolto alla meno peggio in un sacchetto scuro
sottile.
In piedi, immobile, rimasi per un po’ a fissare tutta quella roba sparsa
sul pavimento. Poi mi sedetti e continuai a guardare, provando una
sensazione molto vaga, inspiegabile. Anche la mia sedia, la sedia su cui
prendevo posto tutti i giorni, mi appariva strana e distorta, instabile in
ogni sua parte, sedile, spalliera, parti metalliche, tutto. Provai a cambiare
posizione, ad alzarmi e sedermi di nuovo, ma era inutile, quella sensazione
di ignoto disagio non voleva proprio abbandonarmi.
Quanto tempo restai a guardare gli oggetti disseminati ai miei piedi? Di
colpo sentii un rumore di passi nel corridoio e trattenni il fiato. Non so
perché, pensai che potesse trattarsi della ragazza che avevo visto l’ultimo
giorno prima delle vacanze. Allo stesso tempo, mentre i passi
continuavano ad avvicinarsi e sentivo il cuore battere all’impazzata, nella
mente mi si stagliarono anche il volto di Momose, la sua divisa scolastica, i
capelli lunghi e lisci. Ero molto teso, avrei voluto sparire. Una ragazza
entrò in aula, ma non era quella dell’altra volta. Non appena mi vide
distolse lo sguardo, appoggiò le sue cose sul banco e andò subito via.
Arrivava sempre poco dopo di me. Ormai era uscita, ma rimasi a lungo
come paralizzato, incapace di muovere anche un solo muscolo. Guardai
l’orologio appeso sopra la lavagna: nel giro di dieci minuti al massimo
sarebbero arrivati tutti gli altri. Finalmente mi alzai, presi un sacchetto
dell’immondizia dall’armadietto delle scope e ritornai accanto al mio
banco. Raccattai gli oggetti da terra uno a uno e li infilai nel sacchetto.
Dopo un po’, uno dietro l’altro, entrarono in aula tutti i miei compagni
di classe. Gli amici di Ninomiya, non appena mi videro, si precipitarono su
di me come al solito e mi colpirono dappertutto con i loro portablocchi di
plastica. «Ehi, che cosa hai combinato, Occhi storti?» mi rimproverò
sghignazzando uno di loro. «Oggi puzzi come la peste!». «Che cosa c’è
sotto il tuo banco?» gridò a ruota un altro, scoppiando a ridere.
Rimasi seduto sulla sedia, immobile e a testa bassa, senza rispondere.
«Occhi storti, sbaglio o ti è morto qualcuno? Abbiamo pensato che
sarebbe stato carino darti un… come diavolo si dice? Un…» disse ancora un
altro nel solito tono beffardo, mentre mi colpiva ripetutamente sulla testa
col suo portablocco e guardava i compagni.
«Un messaggio di condoglianze!», «Un telegramma funebre!»
strepitarono quasi in contemporanea due di loro, come facendo a gara a
chi urlava di più.
Con ogni probabilità si stavano riferendo al cosiddetto kōden, la
tradizionale offerta in denaro alla famiglia del defunto in segno di
condoglianze, ma evidentemente nessuno di loro conosceva bene quella
parola e il suo significato. Kōden… mormorai piano nella mente, di modo
che nessuno potesse sentirmi.
Qualche minuto dopo Ninomiya, che chiacchierava e rideva a
squarciagola con una ragazza nel lato opposto dell’aula, si avvicinò e mi
guardò aggrottando esageratamente le sopracciglia.
«Cos’è questa puzza?» si lamentò, sventolandosi con la mano e ridendo
sotto i baffi. «Occhi storti, ma che mi combini? Sei un pericolo pubblico!
Forse non ti piace lavarti? Hai mai sentito parlare di docce e vasche da
bagno?».
Gli altri esplosero in una risata fragorosa, tutti si voltarono dalla nostra
parte.
«Veramente quella che non si lava è Kojima!» gridò uno di loro,
incrementando l’ilarità generale.
Nel sentir pronunciare quel nome ebbi un sussulto e mi sentii raggelare.
«Certo che non è bello avere due impiastri del genere in classe»
commentò affettato Ninomiya, incrociando le braccia. Mi guardò
assumendo una falsa espressione pensierosa e aggiunse: «Occhi storti,
voglio essere generoso e darti un’altra possibilità: togliti subito tutto
quello che hai addosso e fila a lavarti nella fontana qui fuori, altrimenti a
fine giornata ti aspetterà una bella sorpresa… A te la scelta: o il bagno
nudo nella fontana, o un bel giochetto dopo la scuola».
Rimasi seduto e non dissi una parola.
«Non rispondi?» mi fece Ninomiya con il solito ghigno. «Nessun
problema, vuol dire che hai scelto il giochino a sorpresa. Tu non lo sai, ma
ho letto un libro che mi ha fatto venir voglia di provare una certa cosa… Ti
divertirai, vedrai, l’importante è che ti piaccia giocare e farci divertire.
Dopotutto sei stato tu a scegliere, no? E non cercare di svignartela, mi
raccomando, sennò sarà peggio per te… A più tardi, Occhi storti!».
Io, tra le risate generali, continuai a starmene a testa bassa e in silenzio
nel mio banco.
Mentre le parole scritte alla lavagna col gessetto bianco si
moltiplicavano e sparivano in rapida successione, la voce del professore
che spiegava e rimbombava nell’aula, mi domandavo per quale motivo
dovessi andare a scuola e subire tutti i giorni le torture di Ninomiya e
compagni. Quante volte mi ero fatto quella stessa domanda senza mai
trovare una risposta? In ogni caso, ammesso che avessi voluto smettere di
andare a scuola, prima di tutto avrei dovuto trovare una spiegazione
valida da dare a mia madre. Ma come? Quando? Il problema era che lei
non sapeva e non sospettava niente, come la maggior parte dei genitori di
ragazzi vittime di bullismo. Non avevo la più pallida idea di cosa dirle,
nonostante avessi provato a immaginarmelo un’infinità di volte…
Mamma, devo dirti una cosa molto importante… Ma la mia confessione si
impantanava sul nascere, neanche nella mia mente riuscivo ad andare
oltre quella frase iniziale. Il fatto era che non volevo che sapesse. E ancor
meno volevo che sapesse mio padre. Avrei preferito sopportare le pene
dell’inferno, piuttosto che rivelare tutto ai miei genitori. Non osavo
nemmeno immaginare cosa sarebbe successo se avessero appreso la
verità. Nell’istante in cui avessi confessato come stavano le cose mi
avrebbero giudicato debole e incapace di affrontare la realtà e farmi
strada in questo mondo. Parlare di ciò che Ninomiya e gli altri mi facevano
a scuola equivaleva a un’ulteriore condanna, o almeno era così che vedevo
le cose. Non avrei risolto niente.
Da una parte sognavo e speravo che succedesse qualcosa che mi
consentisse di non andare più a scuola, ma dall’altra sapevo che si trattava
di una pura chimera. Le medie rientravano nella scuola dell’obbligo, non
potevo smettere di frequentarle di punto in bianco. Se ne avessi parlato
con mia madre e l’avessi convinta, che cosa ne avrei fatto poi della mia
vita, senza neanche lo straccio di un diploma? Tutte le volte che provavo a
riflettere sulla questione e giungevo a quel punto, mi sentivo sprofondare
in un mare di cupa disperazione. Se non avessi terminato la scuola media
non avrei potuto frequentare il liceo, né tantomeno l’università. Ne ero
ben consapevole, eppure non riuscivo minimamente a immaginare il mio
domani, era come se il mio futuro non andasse oltre la fine della scuola
media, di lì a poco più di un anno. Oltre vedevo nero, c’era solo il baratro.
Sarei stato capace, nel caso, di sopravvivere grazie a una sfilza di lavori
precari e non qualificati per il resto dei miei giorni? Sarebbe stato
possibile? E ogni volta che ricapitavo sulla questione ecco che se ne
ripresentava subito un’altra, puntuale come la morte: a parte il problema
di smettere di andare a scuola o continuare a subire e sopportare le
angherie della banda di Ninomiya, al di là del fatto che andare al liceo,
all’università e poi entrare nel mondo del lavoro mi avrebbe permesso di
cambiare ambiente, chi mi garantiva che non avrei trovato ad attendermi
gli stessi tormenti anche in quei nuovi mondi, per tutta la vita? Nessuno,
era ovvio. Finché avessi avuto quella faccia e quegli occhi la mia
condizione di base non sarebbe mai cambiata. Come sperare, allora, che
sarebbe potuto cambiare l’atteggiamento degli altri nei miei confronti?
Ovunque andassi, qualunque fosse il mio futuro, quella stessa situazione
atroce e terrificante mi attendeva, volente o nolente, nascosta come una
belva nell’ombra.
La giornata di lezioni giunse al termine. Mi sentii travolgere da un
terrore tale da non riuscire più a stare fermo. Approfittai della confusione
che regnava in aula, riuscii a eludere l’attenzione di Ninomiya e compagni
e sgattaiolai fuori stringendo lo zaino al petto. Avevo i crampi allo
stomaco. Che cosa avevo mangiato a mezzogiorno? Non riuscivo neanche
a ricordare se avessi pranzato. Dovevo assolutamente mescolarmi agli
altri, a coloro che si dirigevano verso le varie attività extrascolastiche o
che tornavano a casa chiacchierando, altrimenti avrei rischiato di farmi
notare e il mio tentativo di fuga sarebbe andato a monte. Pensavo solo a
scappare il più in fretta possibile, non mi interessava nient’altro, in quel
momento il futuro non esisteva.
Non appena svoltai l’angolo del corridoio mi ritrovai faccia a faccia con
Kojima, per poco non ci scontrammo. Mi guardò con una smorfia sorpresa
e indietreggiò di un passo. Teneva le labbra serrate strette, solo i suoi
occhi sorridevano con aria allegra. Presi un respiro talmente forte che
quasi sentii l’aria penetrare fino in fondo al corpo, insieme a una vampata
di calore umido intorno alle guance e agli occhi. Kojima stringeva in mano
un cestino dell’immondizia che assomigliava a un piccolo barile, sporco e
pieno di macchie. Mandavano sempre lei a gettare i rifiuti nei bidoni sul
retro della scuola. Intanto si sfregava con insistenza la pancia con la mano
libera.
«Kojima…» la chiamai. Era la prima volta che pronunciavo il suo nome
tra le pareti della scuola. Nessuno degli altri studenti che percorrevano il
corridoio in un senso o nell’altro sembrò notarci. Lei posò a terra il cestino
dell’immondizia e continuò a fissarmi in silenzio, lanciando qualche
rapida occhiata intorno per assicurarsi che nessuno ci guardasse. Feci un
altro respiro profondo e sussurrai di nuovo il suo nome: «Kojima…». E poi
un’altra volta ancora: «Kojima…». Al che aggrottò le sopracciglia, come
per chiedere cosa mi stesse prendendo. Abbassò leggermente lo sguardo,
si limitò a guardare a destra e sinistra con la coda dell’occhio e riprese
subito a fissarmi.
Mi umettai più volte le labbra con la punta della lingua, intenzionato a
chiederle scusa per non aver risposto alla sua lettera e cercando di
mettere insieme due parole.
«Kojima, mi dispiace molto, ti chiedo scusa per…». In quel preciso
istante, giusto il tempo di notare che il suo sguardo si era spostato
repentinamente verso un punto alle mie spalle, avvertii un colpo e una
fitta di dolore lancinante all’altezza dei reni e mi vidi proiettato in avanti
nel corridoio. Per evitare di travolgere Kojima persi l’equilibrio e finii
dritto per terra, la spalla e poi la guancia a impattare con violenza contro
il pavimento.
«Volevi farla franca, eh, Occhi storti?» mi apostrofò seccato Ninomiya,
in piedi accanto all’amico che mi aveva appena mollato un calcio nella
schiena.
Mi condussero di forza fuori dall’edificio, attraversammo il cortile
principale, superammo un’altra costruzione più piccola e il rispettivo
cortile interno e infine arrivammo davanti alla palestra.
Di solito quel posto pullulava di studenti iscritti ai vari circoli sportivi
che utilizzavano la palestra per allenarsi, soffermandosi lì per fare
stretching o simulare i movimenti con la racchetta prima di entrare. Ma
stranamente in giro non si vedeva nessuno in tenuta sportiva. Si
sentivano solo gli altoparlanti in lontananza che diffondevano la
musichetta di fine giornata invitando gli studenti a lasciare la scuola e
tornare a casa, le risate giulive delle ragazze e la voce di un tale che
chiamava un altro tale.
Come mai non c’era nessuno? Ero stupefatto, non riuscivo a
raccapezzarmi. Poi finalmente ricordai: era il giorno della riunione
mensile degli insegnanti, tutte le attività ricreative erano sospese e noi
studenti dovevamo andare via subito dopo la fine delle lezioni. Inutile dire
che la porta principale della palestra era chiusa a chiave. Facemmo il giro
verso sinistra rasentando il muro e raggiungemmo una delle uscite
d’emergenza, una piccola porta argentata di alluminio che sembrava
molto leggera. Uno dei guardaspalle di Ninomiya girò il pomello ed
entrammo uno dopo l’altro in palestra. Mi trattavano come un
prigioniero, tenendomi stretto per la spalla della giacca, e mi spinsero
dentro con i soliti modi bruschi. La porta d’emergenza dava su uno spazio
in prossimità di una scaletta da cui si accedeva al palcoscenico, situato su
uno dei lati corti della palestra, dove si svolgevano cerimonie e spettacoli.
Entrando ci ritrovammo accanto al sipario di pesante velluto rosso, aperto
e ben raccolto da una parte e dall’altra. Era vecchio e odorava di polvere e
di chiuso. A un certo punto mi fermai, ma mi mollarono uno spintone e
per poco non mi spedirono dritto al suolo. Rimasi in piedi per miracolo,
ma lo zaino mi cadde dalle spalle e il libro che era nella tasca davanti
scivolò ai miei piedi. Lo raccolsi in fretta e lo rimisi al suo posto.
Conoscevo la palestra, ci ero stato in diverse occasioni per assistere a
lezioni speciali o partecipare ad assemblee e altri eventi, eppure mi
sembrava di metterci piede per la prima volta. Era molto più grande di
quanto ricordassi, e il soffitto era altissimo.
Gli altri avevano un’aria eccitata, si misero a fare subito gli idioti. Uno di
loro lanciò una specie di grido di battaglia che risuonò in tutta la palestra
e Ninomiya lo fulminò con lo sguardo e lo richiamò all’ordine. Dopo quella
breve ramanzina, il rumore dei passi, parole appena sussurrate, risate e
voci smorzate sembravano rimbalzare lenti nel vuoto, come se fossero
gonfi e perdurassero più a lungo del normale prima di sparire.
A un tratto si sentì un rumore provenire dalla porta di emergenza. Tutti
tacquero e si voltarono in quella direzione: era Momose. Lo vidi anch’io,
mentre richiudeva la porta molto adagio. Subito dopo, il rumore metallico
di una chiave che girava nella serratura echeggiò debolmente
nell’ambiente. Ninomiya lasciò trapelare un sorriso all’angolo delle labbra
e sollevò piano una mano verso il nuovo arrivato, in segno di saluto.
Tuttavia Momose non mostrò alcuna reazione e si avvicinò senza dire una
parola, le mani infilate nelle tasche della giacca. Mi sembrava che stesse
fischiettando, ma forse era solo una mia impressione. Di sicuro mi guardò
per un breve istante, ma soltanto perché ero entrato nel suo campo visivo
e non perché volesse farlo di proposito, o almeno fu quella la mia
sensazione. Era uno sguardo gelido, inespressivo, privo di qualsiasi
emozione. In tutto erano sei, inclusi Ninomiya e Momose. Che intenzioni
avevano?
Ninomiya si diresse verso l’ingresso principale, nascosto da un’enorme
e spessa tenda, e infilò la mano dietro una pila di materassini per prendere
qualcosa.
«Ora ti metterai questo sulla testa» mi disse tornando e mostrandomi
un pallone mezzo squarciato, «e noi ci faremo una bella partita a calcio!».
Che cosa voleva dire? Tra l’altro si trattava di un pallone da pallavolo e
non da calcio. D’istinto scossi il capo a destra e sinistra, avevo un brutto
presentimento. «Avrei preferito un vero pallone da calcio» continuò tutto
tronfio Ninomiya, «ma purtroppo ho trovato solo questo. Peccato,
bisognerà accontentarsi. Del resto in palestra non si gioca a calcio, vero
Occhi storti?». Fece una pausa e mi guardò sghignazzando ad alta voce. «I
palloni da calcio costano parecchio, molto più di quelli da pallavolo. Sono
preziosi, e infatti vengono numerati col pennarello indelebile e alla fine
dell’allenamento bisogna cercarli finché non vengono fuori tutti. Quando
se ne perde uno sono soprattutto i membri più giovani della squadra della
scuola a farne le spese, quelli del primo anno, perché poi i più grandi e
l’allenatore li mettono sotto di brutto la volta successiva». Mentre parlava
infilava con insistenza le dita nello squarcio del pallone, come se volesse
rivoltarlo al contrario. «Ma, come dicevo, per questa volta andrà bene
anche un pallone da pallavolo. Di palloni da pallavolo ce ne sono sempre
parecchi, anche se non a centinaia come le palline da ping-pong, e
comunque devo dire che fra tutti i tipi di palloni sono i miei preferiti. Non
costano tanto e soprattutto sono morbidi al tatto, non come quelli da
calcio, che sembrano di pietra. È piacevole toccarli, a me piacciono le cose
morbide, mi ricordano quasi una di quelle belle fasciature imbottite…».
Ninomiya fece un’altra pausa e l’ennesima risata. E intanto io continuavo
a non dire una parola, gli occhi fissi sui suoi piedi e il pavimento intorno.
«Durante le vacanze, come ti accennavo stamattina, ho letto un bel libro e
mi è venuta una grande idea» proseguì. «In realtà non mi succede molto
spesso, la lettura non fa per me, diciamo pure che detesto leggere, va’.
Ogni tanto però, più che altro per caso, mi capita di leggere qualche
librettino – roba di poche pagine, sia chiaro, non quei mattoni noiosi che
non finiscono mai. A proposito, Occhi storti, a te piace leggere? Ti
piacciono i libri?» mi chiese di punto in bianco. «Sbaglio o prima te n’è
caduto uno dallo zaino? Cos’era? Roba interessante?».
Ora parlava a raffica, ma io continuai a rimanere muto, incapace di
rispondergli. Avevo la lingua paralizzata, quasi tremavo di paura.
«In fondo i romanzi non fanno altro che raccontare la vita delle
persone» disse Ninomiya nel consueto tono altezzoso. «Ma tutti noi
abbiamo già tra le mani una vita reale, giusto? E allora a che serve leggere
e complicarsi l’esistenza accollandosi i problemi di vite inventate, di
persone che non esistono?». Si fermò per un istante e mi guardò negli
occhi, ma di nuovo non aprii bocca. «È come la magia, non c’è niente di
vero, è tutto un trucco. Mi chiedo quale piacere si possa trovare in una
roba del genere. Cosa può mai esserci di interessante in un romanzo? È
solo un gioco di prestigio, qualcosa di falso che si vuole far passare per
vero, una mera questione di tecnica. Anche se quel trucco lo si guardasse o
lo si rifacesse un’infinità di volte, la realtà non cambierebbe, resterebbe
sempre la stessa, anzi rischierebbe di diventare sempre più brutta e odiosa
a confronto con quella falsa. Tutto apparirebbe triste e opaco. Perché i
romanzi sono come falsa magia, trucchi, bugie, non fanno altro che
ingannare con storie e fatti di persone che non esistono. È una magia che
non porta niente di buono, ecco perché non la trovo interessante».
Dopo aver concluso il suo lungo discorso, Ninomiya mi intimò di
togliermi la cravatta e gli occhiali. Poi chiamò uno dei suoi scagnozzi e gli
disse di prendere gli occhiali e legarmi le mani dietro la schiena con la
cravatta.
«Fa’ piano, mi raccomando» gli fece ridacchiando, «altrimenti va a
finire che non possiamo più giocare col nostro caro Occhi storti!».
Intanto Momose se ne stava un po’ in disparte, a braccia conserte, e mi
guardava passandosi l’indice della mano sinistra sulle labbra.
«Bene, direi che finalmente siamo pronti per il fischio d’inizio, il primo
torneo di… calcio umano sta per cominciare!» si infervorò Ninomiya, come
rivolgendosi a una vasta platea. «Sì, d’accordo, è solo un pallone da
pallavolo, ma fa lo stesso, perché lo prenderemo comunque a calci a più
non posso. La sostanza non cambia, si giocherà solo con i piedi, vinca il
migliore! Ah, le regole sono molto semplici, Occhi storti» aggiunse
volgendo lo sguardo verso di me. «Si gioca in due, uno contro uno, e il
primo che ti spedisce in rete vince. Tre partite per il primo turno a
eliminazione diretta, nell’ultima gioco io contro Momose. I vincitori delle
tre sfide accedono al turno successivo… Allora, è tutto chiaro? Forza, che
aspettate? Fate due porte!» ordinò ai suoi accoliti. «E poi via le scarpe, si
gioca a piedi nudi!».
Senza farselo ripetere, due dei quattro guardaspalle utilizzarono le
scarpe che si erano appena tolti a mo’ di pali e improvvisarono delle porte
di un paio di metri di larghezza, a una distanza di una decina di metri
l’una dall’altra. Cercai di liberarmi le mani, muovendole in un verso e
nell’altro con la forza della disperazione, ma fu inutile. E comunque, anche
se fossi riuscito a slegarmi, mi avrebbero preso e legato ancora più forte di
prima. Non avevo vie di scampo, ero in trappola. Di colpo mi accorsi che il
sudore aveva cominciato a colarmi da tutte le parti, sotto le ascelle, lungo
la schiena e nell’interno coscia.
«Occhi storti, sei pronto?» mi disse Ninomiya. «Voglio che ti
immedesimi il più possibile nel tuo ruolo, devi pensare di essere un
pallone con tutto te stesso. Dimentica di essere una persona, ora tu e il
pallone siete una sola cosa, è chiaro?».
Squarciò ancora un po’ il pallone da pallavolo che aveva in mano e me
lo infilò sulla testa, cercando di farlo scendere il più in basso possibile, fin
sotto le tempie.
«Merda, perché non scende di più?» si lamentò facendo schioccare la
lingua, mentre continuava a calcarmi il pallone sulla testa. «Forse hai le
orecchie troppo grandi, eh, Occhi storti? Che nervi, giuro che adesso mi
incazzo sul serio!».
Momose si avvicinò in silenzio, prese il pallone con molta flemma,
allargò ulteriormente lo squarcio e me lo infilò di nuovo sulla testa.
Stavolta, ahimè, scese fin giù, emettendo un fastidioso stridio di gomma e
tirandomi i capelli. Mi sentivo la testa avvolta come in uno stretto
cappuccio, non vedevo più niente e percepivo un forte odore di polvere e
muffa. Ero terrorizzato, irrigidito fino al midollo, e vedevo come una
specie di macchia luminosa e abbagliante davanti agli occhi, una sagoma
astratta e indefinita che lampeggiava come un flash e mi trapanava il
cervello. Scossi forte la testa, tentai di scappare, ma qualcuno mi mollò un
calcio negli stinchi. «Non farlo più, provaci di nuovo e sei morto!» mi urlò
una voce rabbiosa all’altezza dell’orecchio. Il pallone mi ricopriva la faccia
fino a metà bocca, mi dava un fastidio enorme ma per fortuna riuscivo a
respirare.
«I palloni da pallavolo sono piccoli, la differenza con quelli da calcio è
netta» disse a un certo punto Ninomiya con voce seria, come se stesse
disquisendo di una questione filosofica. «Ma ripeto che andrà bene lo
stesso. Forza, vogliamo cominciare? Non è bello fare aspettare il nostro
pallone vivente!».
Nelle tenebre assolute, ormai rassegnato al peggio, venivo sballottato in
tutte le direzioni, mi facevano ruotare a più non posso. Ero incapace di
reggermi in piedi e non riuscivo più a controllare i movimenti. Ero
completamente in balìa di Ninomiya e dei suoi amici, mi sembrava di
essere all’interno di un vortice impazzito, non riuscivo neanche più a
capire in che modo mi facessero muovere, né a distinguere l’alto dal basso
e la destra dalla sinistra. Di colpo mi sembrò di vedere un fluido denso e
nero avanzare verso di me, bagnarmi i piedi e salire sempre più su. Poi mi
si insinuò nella bocca, scese giù e prese a riempirmi i polmoni. Mi sentivo
pieno di melma, come se dovessi sciogliermi da un momento all’altro,
sempre più pesante e impacciato. Eppure cercavo di muovere le gambe nel
tentativo disperato di sfuggire a quel fluido nero, volevo scappare il più
lontano possibile, ma alla fine persi l’equilibrio e mi schiantai al suolo con
un gran tonfo. Piano piano mi rimisi in ginocchio, raddrizzai la schiena e
provai a rialzarmi, ma stavolta caddi all’indietro urtando forte il sedere.
Circondato da risate grottesche, grida strozzate e respiri affannosi,
ripetevo gli stessi gesti all’infinito e finivo immancabilmente per crollare
a terra.
«Mi sa che come pallone lascia un po’ a desiderare, forse lo abbiamo
sopravvalutato» commentò Ninomiya ridendo. «Però è sempre meglio di
niente, no?».
Qualcuno mi afferrò per le braccia, mi aiutò a rialzarmi e, dopo avermi
trascinato non so dove, mi ordinò di accovacciarmi e restare fermo.
«Finalmente siamo pronti, al mio segnale il primo torneo di calcio umano
può cominciare!» urlò Ninomiya. «Mi raccomando, deve essere una vera
partita di calcio, datevi da fare con i piedi e puntate dritto al goal!».
Le mani, intrecciate dietro la schiena, e le ginocchia mi tremavano
senza soluzione di continuità, sentivo il corpo vibrare e un sibilo
persistente in fondo alle orecchie. Chiusi gli occhi e strinsi i denti più forte
che potei, nella speranza che servisse ad attutire il dolore. La faccia
distorta in una smorfia, sentivo le labbra dischiudersi a fatica e il soffio del
respiro passare attraverso le fessure tra i denti. Il cuore batteva
all’impazzata, come se da un momento all’altro dovesse sfondare la cassa
toracica e schizzare fuori. Mi pulsavano le orecchie, era come un palpito
compatto, vivo, al punto che se avessi potuto infilare le dita fino in fondo
forse avrei toccato qualcosa. Forse era il suono di un brivido di terrore,
che non avevo mai sentito prima di allora.
«Pronti… via!» urlò Ninomiya. L’istante successivo avvertii uno
spostamento d’aria intorno a me. Irrigidii tutti i muscoli del corpo e mi
raggomitolai su me stesso. Ed ecco che l’attimo seguente, dopo il segnale
di Ninomiya, sentii un colpo sferzante alla testa, così forte da andare oltre
il concetto stesso di dolore e oscurare tutto il resto, un’esplosione in fondo
agli occhi simile a un bagliore ustionante di luce metallica. Sulle prime
non riuscii a capire cosa fosse successo, ero frastornato, sapevo solo che i
miei piedi non toccavano più terra. Mi sembrò di rimanere sospeso nel
vuoto per alcuni lunghi istanti, il corpo che fluttuava per aria come privo
di peso. Ricaddi al suolo di schianto, non riuscivo più a respirare. Ora
sentivo un dolore atroce, l’intera faccia pulsava come fosse in fiamme, e in
breve il dolore si propagò in ogni angolo del corpo e della mia coscienza a
una velocità inaudita, accompagnato da un suono chiaro e distinto.
Sapevo perfettamente da dove proveniva quel suono, potevo quasi
vederlo, per quanto fosse invisibile, e lo sentivo anche se non sapevo cosa
fosse. L’istante ancora successivo, stordito dal dolore intenso, cominciai a
provare un’altra sensazione molto strana e spiacevole: non so come
spiegarmi, ma non riuscivo più a percepire i confini materiali della mia
faccia, come se di colpo me ne avessero estirpato una parte. Abbandonato
sul pavimento, mi rannicchiai come meglio potevo, la testa a sfiorare le
ginocchia mentre quel dolore bruciante continuava ad aumentare.
Ormai avevo perso la nozione del tempo, non riuscivo più a capire se
fossero passati solo pochi secondi oppure ore intere. A un certo punto mi
parve di udire in lontananza la voce di Ninomiya: «No, merda! Non
bisognava calciare così forte già al primo colpo! E adesso come si fa? Siete
i soliti cazzoni, avete rovinato il torneo! Possibile che siate così idioti?!».
I miei occhi strabordavano di lacrime, come quando si tossisce troppo
forte. Mi sentivo la faccia tutta bagnata, le lacrime colavano senza sosta
lungo le guance, lambivano le labbra e scorrevano fino al mento,
formando una piccola pozzanghera sul pavimento. Ero immobile, non
riuscivo a muovermi. Tutt’a un tratto sentii una mano afferrarmi la testa,
tirare verso l’alto e strappare via il pallone. Nuove e violente fitte di
dolore mi si irradiarono fino al cervello, non ero in grado di riaprire gli
occhi, eppure mi sembrò di essere investito da un bagliore improvviso e
accecante, come se qualcosa fosse esploso a pochi metri da me. Non mi
sentivo più la faccia, ma sentivo le lacrime che continuavano a fluire
inarrestabili dalle palpebre chiuse. Non si fermavano più, scendevano giù
da sole. Nel frattempo mi avevano slegato le mani, riuscii ad aprire gli
occhi di una fessura e intravidi un piede che mi passava gli occhiali
colpendoli con un calcio. Allungai la mano per raccoglierli e notai del
sangue per terra. Ce n’era tanto, un lago, come quando si rovescia una
bacinella piena d’acqua. Sangue fresco, rosso vivo, fino all’estremità del
mio campo visivo. Feci uno sforzo e aprii gli occhi più che potevo: ero
sconvolto dalla quantità di sangue sgorgata dal mio corpo. Nel prendere
gli occhiali sfiorai la superficie di quel liquido rosso cupo con la punta
dell’indice e ne percepii la consistenza. Era diversa da quella delle lacrime,
molto più vischiosa, al che avvicinai il dito all’occhio sinistro per guardare
meglio: quel sangue era così vivo che pareva doversi animare da un
momento all’altro e mettersi a parlare. Non riuscivo a capire se fosse
uscito dal naso, in seguito a un’emorragia, o da un taglio sul volto. Sapevo
solo che avevo un dolore atroce tutt’intorno al naso e alla bocca, un dolore
stordente, acuto, che non accennava minimamente a diminuire.
«Fine della partita, stop, si chiude qui» dichiarò Ninomiya con voce
apatica, battendo le mani una sola volta.
Il chiacchiericcio eccitato di sottofondo cessò all’improvviso, poi
qualcuno fece uno sbadiglio e le voci ripresero a farsi udire, ma stavolta
senza oltrepassare i limiti di un debole mormorio.
«Il primo torneo di calcio umano è giunto al termine» disse ancora
Ninomiya. «Che delusione, magari il prossimo sarà più bello».
Mi alzai sui gomiti e provai a tastarmi il volto per accertarmi che il naso
si trovasse ancora al suo posto. Il dolore al tatto era terribile, ma riuscii
non so come a sopportarlo e mi rimisi gli occhiali. Non appena la
montatura toccò il naso mi si mozzò il fiato. Sollevai pian piano le
palpebre tremanti e strizzai più volte gli occhi. Ninomiya mi guardava
dall’alto, e alle sue spalle, a braccia conserte e con il peso del corpo
appoggiato su una sola gamba, mi guardava anche Momose. Gli altri si
stavano divertendo come al solito: dietro di me sentivo echeggiare di
tanto in tanto risate concitate e uno scalpiccio di suole di gomma sul
pavimento.
«Stammi bene a sentire, Occhi storti» mi fece Ninomiya, nel solito tono
minaccioso. «Nessuno dovrà vederti quando andrai via di qui. Uscirai…
una mezz’ora dopo di noi. I prof saranno ancora in riunione, ma dovrai
fare lo stesso molta attenzione, altrimenti saranno guai. Ovviamente non
dovrai fiatare con anima viva, men che mai con i tuoi, e cerca di inventarti
una buona scusa. Quando uscirai di qui ti troverai di fronte l’edificio con la
sala degli audiovisivi, no? Il muro sul retro è più basso, dovrai scavalcarlo
e andare via da lì, così nessuno ti vedrà. Non è facilissimo, soprattutto per
una larva come te, ma non c’è altra soluzione. E te lo ripeto per un’ultima
volta: niente passi falsi, o stavolta ti pentirai di essere nato».
Seduto per terra, gli occhi bassi, fissavo il sangue sul pavimento. Era
rosso più o meno come la macchia che avevo sulla camicia bianca,
all’altezza del petto. Mentre il colore di quello che si era rappreso qua e là
sulla giacca scura risultava indistinguibile.
Ninomiya e gli altri si avviarono verso la porta strascicando i piedi, poi
di colpo lui si voltò indietro come se avesse dimenticato qualcosa e mi
disse: «Prima di andare via pulisci e rimetti tutto in ordine». Fece una
pausa, indicò un punto accanto alla porta principale e aggiunse: «E non
andare a prendere l’acqua fuori, usa quel rubinetto laggiù. Non deve
restare neanche una macchia, capito?».
La porta si richiuse con un leggero scatto e, dopo essermi assicurato che
Ninomiya, Momose e compagni fossero andati via, mi allungai di nuovo
sulla schiena e mi misi a fissare distrattamente il soffitto.
Non riuscivo a pensare a niente.
Spalancai la bocca per respirare meglio. Di colpo, tra le linee che
correvano parallele sul soffitto, mi sembrò di vedere me stesso disteso
mentre continuavo a perdere sangue a fiotti. Il mio doppio sul soffitto era
proprio sopra di me, lo guardavo dal basso coricato supino. Poi cominciò a
scendere lentamente, restando nella stessa identica posizione. Portava i
miei stessi occhiali e la stessa divisa scolastica, e aveva il viso coperto di
sangue dagli occhi fino al mento. Si avvicinava a poco a poco, finché
all’improvviso si fermò, a circa due metri di distanza. Immobile, mi
osservava senza fare né dire niente. I suoi occhi nero carbone sembravano
liquidi, davano l’impressione di colare impercettibilmente dietro le lenti.
Non si capiva bene in che direzione guardassero. «Si può sapere che cosa
stai guardando?» immaginai di chiedergli sottovoce. Poi, tutt’a un tratto,
rimpicciolì. Le braccia, le gambe, il collo si fecero piccoli e fragili, come
privi di forza. I vestiti gli stavano enormi: la giacca troppo larga di spalle,
la camicia bianca macchiata di sangue con le maniche lunghissime, i
pantaloni ampi che quasi gli cadevano di dosso. E il corpo, dentro quegli
abiti, appariva sproporzionato, rigido e sghembo.
Rimasi immobile per qualche istante, senza spostarmi di un solo
millimetro, fermo a fissare l’altro me stesso sospeso nel vuoto. Lui
cominciò a muovere piano le labbra e capii che forse voleva dirmi
qualcosa. Ma i movimenti labiali erano troppo lenti e vaghi e non riuscivo
a tradurli in parole di senso compiuto. Dopo un po’ cambiò espressione,
sembrava quasi che mi stesse sorridendo. Sì, non mi sbagliavo, l’altro me
stesso con il viso coperto di sangue mi stava rivolgendo un debole sorriso.
Non sapevo cosa potesse significare, ma restai immobile a guardarlo. Tirai
su col naso e una certa quantità di saliva mi si accumulò in bocca. Dopo
una lieve esitazione mi voltai da una parte e sputai. Tra la saliva
schiumosa mista a sangue spiccava un grumo nerastro.
Nello stesso istante sentii una sorta di scricchiolio provenire dalla porta
e rimasi come paralizzato. Chi poteva essere? Un professore che aveva
sentito qualche rumore e voleva sincerarsi che fosse tutto a posto?
Mi sbagliavo, era Kojima.
Restò per un attimo sull’uscio della porta a guardarmi con
un’espressione attonita. Poi, all’improvviso, corse verso di me.
«Che ti hanno fatto? Cos’è tutto questo sangue?» disse mettendosi in
ginocchio, mentre non smetteva di scuotere la testa. «Ti fa male da
qualche parte? E adesso che cosa facciamo?» aggiunse disperata,
mordendosi le labbra.
«Non ti preoccupare, è tutto finito» risposi, il volto distorto in una
smorfia di dolore.
«Prima vi avevo seguiti… Poco fa li ho visti uscire e mi sono decisa a
entrare». Le tremava la voce, scandiva le parole a scatti, come se parlasse
controvento. Mi appoggiò una mano sulla spalla con dolcezza e aggiunse:
«Mi dispiace tantissimo, sono sconvolta… Riesci ad alzarti?».
«Sì, dovrei farcela» risposi, e lei annuì più volte e deglutì
rumorosamente. «È la prima volta in vita mia che perdo tutto questo
sangue» dissi a occhi bassi mentre mi asciugavo sotto il naso con il dorso
della mano, lasciandomi andare a una risatina.
Qua e là, sul volto, il sangue non si era ancora del tutto rappreso, ma
nelle narici si era già trasformato in grumi solidi. Un dolore pulsante mi si
irradiava in tutta la testa come un’onda continua, era molto forte, riuscivo
a stento a tenere gli occhi aperti. Kojima si mise seduta sul pavimento e
rimase per un po’ ferma in silenzio. Allora mi alzai piano e mi risistemai la
camicia dentro i pantaloni, dopo di che raccolsi la cravatta da terra,
l’arrotolai e la infilai in una tasca della giacca.
Mi diressi verso il rubinetto accanto all’ingresso che Ninomiya aveva
indicato poco prima. Dopo un paio di passi mi si offuscò la vista, non
vedevo quasi più nulla, ma andai avanti lo stesso, barcollando con le mani
protese in avanti. A ogni passo sentivo una fitta tremenda al centro del
cranio.
In corrispondenza del rubinetto c’era un lavatoio di ceramica bianca
con una vistosa crepa sul fondo, e nel lavatoio c’era un secchio con dentro
un bruschino e un mocio completamente asciutti. Aprii il rubinetto, feci
scorrere un filo d’acqua nel palmo della mano e mi bagnai piano piano il
viso. Sentivo un dolore acuto a ogni minimo contatto, dovevo muovere le
dita con estrema cautela, come se maneggiassi una sostanza esplosiva. Poi
immersi uno straccio sudicio e rinsecchito nel secchio che avevo riempito
d’acqua, attesi qualche secondo e tornai nel punto sporco di sangue. Nel
frattempo anche Kojima prese uno straccio, lo bagnò per bene e
cominciammo a lavare insieme il pavimento, senza dire una parola. Più
sfregavamo e più diventava sporco, perché gli stracci erano troppo pieni
d’acqua e il sangue si diluiva ed espandeva a macchia d’olio. Non appena
ce ne rendemmo conto, Kojima strizzò al massimo il suo straccio e
cominciò ad assorbire quel liquido rossastro. In alcuni punti il sangue era
già secco e dovetti grattare con le unghie per rimuoverlo. L’acqua nel
secchio si colorò in un baleno, non si distingueva più il fondo.
«Ho visto più o meno tutto» confessò a un certo momento Kojima con
un filo di voce, continuando a passare lo straccio sul pavimento. «Mi ero
nascosta dietro la vetrata, laggiù». Annuii in silenzio, anch’io senza
smettere di pulire. «Ho visto fino a quando ti hanno dato il calcio sulla
testa… Poi non ce l’ho più fatta, tremavo tutta».
«Uhm» annuii di nuovo, chiudendo per un attimo gli occhi, mentre
strizzavo lo strofinaccio sopra il secchio.
«Una volta anche a me è capitata una cosa simile» disse Kojima a voce
ancora più bassa. «Mi hanno trascinata di peso nei bagni e mi hanno
picchiata… Per fortuna non è uscito sangue, ma mi hanno fatto molto
male. Riescono sempre a cavarsela perché fanno in modo che non restino
segni evidenti. È incredibile, non so come facciano… Secondo te
conoscono tecniche particolari?».
«Sì, sono sicuro che esistono libri che spiegano per filo e per segno
come fare» risposi senza guardarla negli occhi.
«In poche parole apprendono la teoria e fanno pratica su di noi» disse
lei in un mormorio ansioso.
Stavolta rimasi in silenzio, mi faceva male anche solo pensarci.
«Secondo te per loro è come una sorta di allenamento o fanno sul
serio?» insisté Kojima.
Tutte e due le cose, pensai dentro di me, avviandomi verso il lavatoio
per sciacquare lo straccio e cambiare l’acqua del secchio. Poi mi rimisi in
ginocchio a sfregare con forza il pavimento, lo straccio ben strizzato. Alla
fine mi alzai in piedi e guardai in basso: la macchia di sangue era sparita.
«Che cosa pensi di fare con i vestiti?» mi chiese Kojima fissandomi in
volto. Sembrava esausta, per quanto tempo eravamo rimasti a lavare il
pavimento? Da quanto tempo ero lì dentro? Non ne avevo la più pallida
idea. Provai a guardare il cielo attraverso i finestroni nella parte superiore
della palestra, ma non ne ricavai alcun suggerimento. Avevo la sensazione
che tutto fosse uguale a prima, come se il tempo si fosse fermato, anche se
qualcosa mi diceva che non doveva mancare molto al tramonto.
«Ti ringrazio di avermi dato una mano, senza di te non ce l’avrei mai
fatta» dissi a Kojima, gli occhi rivolti in basso. Poi sollevai appena lo
sguardo e mi accorsi che mi stava fissando, soprattutto il naso e la bocca.
Chissà che faccia avevo in quel momento, dovevo essere ridotto proprio
male.
«Non c’è bisogno di ringraziarmi. Piuttosto, come farai con i vestiti?
Sono sporchi di sangue» mi disse ancora una volta.
«In qualche modo me la caverò, non preoccuparti» risposi.
Ci avvicinammo alla porta d’emergenza, l’aprimmo con molta cautela e,
una volta certi che non ci fosse nessuno nei paraggi, facemmo una corsa
fin sul retro dell’edificio di fronte. Lo spazio tra la parete della costruzione
e il muro di cinta formava uno stretto corridoio buio e silenzioso, pieno di
erba simile a muschio, con un paio di vecchi guanti da lavoro e delle
lattine vuote abbandonati per terra. Costeggiammo il muro per un po’
finché, come aveva preannunciato Ninomiya, giungemmo in un punto in
cui l’altezza diminuiva di circa un quarto.
«Non dirmi che hai intenzione di scavalcare il muro» mormorò Kojima
perplessa, non appena mi fermai lì davanti. «Perché vuoi fare una cosa del
genere? Che bisogno c’è?».
«Sono tutto sporco di sangue, non posso uscire dal cancello principale.
Rischierei di incrociare qualcuno e sarebbe la fine» risposi con prontezza,
lo sguardo fisso alla sommità del muro di cemento. Mentre pronunciavo
quelle frasi avevo la strana sensazione che le braccia e le gambe si
svuotassero di ogni energia e diventassero flaccide e inerti. Mi sentivo
molto confuso, come se non sapessi con chi stessi parlando e di cosa.
«Che cosa c’è dall’altra parte?» mi chiese Kojima, stavolta con voce
preoccupata.
«Non lo so, non sono mai passato per di qua. So solo che è all’esatto
opposto dell’ingresso principale. Ci sarà una strada, qualcosa» dissi senza
troppa convinzione, pronunciando le parole così come mi venivano in
mente.
«Vuoi che scavalchi anch’io o è meglio di no?».
«No, non ce n’è bisogno, tu puoi uscire senza problemi dal cancello
principale. Anche se qualcuno dovesse vederti, poco male. Puoi sempre
inventarti che ti eri attardata in aula o qualcosa del genere».
Restammo per qualche istante fermi, in silenzio e senza fare niente.
Non volevo che Kojima mi guardasse un solo attimo di più nello stato in
cui ero ridotto. Anzi, a dirla tutta, avrei voluto sparire seduta stante. Non
proferii parola e rimasi in attesa che andasse via. Ma lei non aveva per
niente l’aria di volermi lasciare da solo, sembrava intenzionata a restare lì
per assicurarsi che riuscissi a scavalcare. E infatti non mi sbagliavo.
«Aspetterò qui e andrò via quando sarai dall’altra parte» mi disse un
attimo dopo. «Così potrò tornarmene a casa tranquilla».
Mi sarei messo a gridare, avrei voluto dirle che non era il caso e che
avrei preferito che facesse subito dietrofront, ma non ne ebbi il coraggio.
Non sarei stato capace di dirglielo neanche a occhi chiusi o dandole le
spalle.
«La faccia ti fa male? Senti molto dolore?» mi chiese poi, con voce
flebile ed esitante. «Dovresti andare all’ospedale» aggiunse, dopo aver
atteso invano una mia risposta.
«Sì, lo farò» le dissi, annuendo piano.
«Bene».
«Ora è meglio che vada» dissi sollevando le mani e aggrappandomi alla
sommità del muro. Non ebbi neanche bisogno di alzarmi sulle punte dei
piedi, ma mi sentivo pesante e amorfo come un pezzo di piombo in un
blocco di argilla. Appoggiai un piede contro il muro e rimasi fermo, senza
avere la minima idea di quale fosse il passo successivo e quale muscolo
azionare. Mi vergognavo da morire, di nuovo avrei voluto sprofondare
sottoterra e sparire. Le mie mani sul muro tremavano, erano tutte
indolenzite. Nella mente riuscivo a inquadrare la mia sagoma che
scavalcava il muro, ma all’atto pratico era diverso, non sapevo quale fosse
il movimento successivo da compiere. Cercavo di fare leva sul piede
puntato contro il muro e salire su facendo forza, ma non bastava e
ricadevo impietosamente giù, riappoggiando ogni volta il piede al suolo.
Alle mie spalle, Kojima mi teneva lo zaino senza dire una parola e
assisteva a quello spettacolo ridicolo. Continuavo ad avere un mal di testa
insopportabile, fitte lancinanti mi martellavano le tempie come se
dovessero esplodere da un istante all’altro. E intanto non smettevo di fare
forza su gambe e braccia nell’inutile tentativo di issarmi sul muro,
aggrappato al bordo sempre nella stessa posizione. In breve avvertii una
vampata di calore salire dal bassoventre e diffondersi rapida fino alla gola.
Oltre a dolermi e pulsare, ora la testa cominciava a scottare come se avessi
la febbre, le onde di calore continuavano a salire senza trovare vie di
sfogo. A ogni respiro, il sangue coagulato nelle narici formava una
membrana impenetrabile e il dolore si intensificava. Ero incapace di
voltarmi indietro verso Kojima, in quel momento incrociare il suo sguardo
era l’ultimo dei miei desideri. Volevo solo sparire, avrei dato tutto pur di
superare quel maledetto muro il più in fretta possibile. Le mie scarpe da
ginnastica producevano un rumore secco e raschiante contro il cemento
grezzo e facevano cadere ogni volta un mucchietto di sabbia grigiastra. E
tutte le volte ero costretto a rimettere il piede a terra, sull’erba che
ricopriva il suolo a chiazze, trattenendo a stento le lacrime.
«Ascolta…» mi fece a un certo punto Kojima mentre tentavo per
l’ennesima volta di arrampicarmi sul muro, afferrandomi per un braccio e
costringendomi a voltarmi dalla sua parte. Mi guardava dritto negli occhi,
un solco profondo tra le sopracciglia. «Devo dirti una cosa».
La sua voce suonava molto più grave del solito. Osservavo i suoi piedi in
silenzio, le stringhe delle scarpe sudicie e nere erano mezze slacciate e
toccavano per terra.
«Prima, mentre guardavo te e gli altri» riprese a parlare molto
lentamente, «ho riflettuto e credo di aver capito una cosa importante, una
cosa che riguarda te e anche me. Noi e loro abbiamo la stessa età, in fondo
fisicamente non siamo così diversi e, se solo volessimo, ricorrendo ai loro
stessi metodi potremmo provare a opporci, se non addirittura a
vendicarci. Eppure non lo facciamo, e lo sai perché?».
«Perché siamo deboli, ecco perché!» la interruppi con una certa
irruenza, affannando leggermente.
«No, non c’entra niente» ribatté convinta. «Non è perché siamo deboli
che ci trattano così. Non è solo perché obbediamo sempre e facciamo tutto
ciò che vogliono. O meglio, forse all’inizio sì, ma qui non è più una
questione di debolezza e mera sottomissione. Perché in realtà noi
accettiamo in maniera attiva che ci facciano ciò che vogliono farci. Non so
se mi sono spiegata, ma ormai conosciamo perfettamente il trattamento
che subiamo ed è come se dessimo il nostro consenso, in modo
consapevole e volontario. Questo non sarebbe possibile se non avessimo
dentro di noi la forza di farlo».
«Consenso? In modo consapevole e volontario? Scusa ma non ti
seguo…».
«Dall’esterno, a prima vista, sembra che ci limitiamo a subire
passivamente, ma in realtà agiamo, compiamo un atto che ha un suo
significato». Rimasi in silenzio, cercando di riflettere sulle parole di
Kojima. «Non lo nego, forse siamo deboli, e anche molto. Ma non c’è
niente di male nell’essere deboli, perché si tratta di una debolezza che ha
un suo senso. E poi siamo pienamente consapevoli di essere deboli,
dobbiamo solo accettarlo e capire che non è solo un male, dobbiamo
concentrarci sui nostri lati positivi, sulla nostra sensibilità. Noi sappiamo
ciò che conta e ciò che è insignificante e privo di valore, riusciamo a
distinguere le cose belle da quelle brutte, il bene dal male. Non siamo
come loro, non siamo come quelli che restano a guardare facendo finta di
niente e disprezzandoci in silenzio, o peggio ancora che ridono come
matti per farsi notare e pensano di non essere nel torto solo perché non
alzano le mani. In realtà non capiscono niente, sono esattamente come
quelli che ci tormentano e riempiono di botte, se non addirittura peggio.
Nella nostra classe, se proprio vogliamo dirla tutta, gli unici a non essere
dalla loro parte siamo io e te, solo noi due non apparteniamo al gruppo. Tu
ti fai prendere a calci e pugni e non dici mai niente, lo accetti, accogli la
loro violenza. Quando ti ho visto, in palestra, di colpo ho sentito che tutti i
nodi che avevo dentro cominciavano a sciogliersi e ho provato… come
dire?, un senso di liberazione, come se l’enorme peso che avevo sullo
stomaco uscisse fuori e si disperdesse nel nulla. Il tuo modo di agire è
quello giusto, è l’unico valido in questa situazione».
«Il mio modo di agire? Ma di che parli? Giuro che non ti capisco»
mormorai con estrema lentezza, come se mettessi in fila una a una parole
di carta sottile che svolazzavano nello spazio davanti a me.
«Voglio dire che il tuo atteggiamento è giustissimo, bisogna fare come
fai tu» rispose Kojima mettendosi a piangere. «Devi continuare così, è
l’unico modo».
«Non piangere, ti prego» le dissi guardandola in viso. Tra le sue mani,
con cui cercava di coprirsi la faccia, riuscivo a intravedere la bocca aperta
e contratta in una smorfia, e i denti che apparivano molto piccoli. Le si
erano anche imporporate le guance, solo in parte nascoste sotto le dita. Mi
ricordai della prima volta che l’avevo vista piangere, sulla panchina
davanti al museo all’inizio delle vacanze estive. Seduta su quella panchina
aveva pianto a lungo, immobile e in silenzio. Quella volta avrei tanto
voluto dirle qualcosa, avrei dovuto farlo, ma non ne avevo avuto il
coraggio. E ora non era molto diverso, me ne stavo lì immobile, incapace
di parlarle.
«Non piangere…» riuscii a biascicare a stento, lo sguardo basso.
«Non sto piangendo!» reagì lei, alzando di scatto la testa e sfregandosi
gli occhi con il dorso delle mani. «Cioè, sto piangendo, ma non è come
pensi tu, non sono soltanto lacrime di tristezza» aggiunse subito dopo,
esibendo un sorriso mentre tirava su col naso. «È la prova che tu sei nel
giusto, è la pura verità. Questa non è tristezza!».
Mi limitai ad annuire con un lieve cenno del capo. Lei chiuse gli occhi,
ispirò tutta l’aria che riusciva a fare entrare nei polmoni e la cacciò fuori
dalla bocca piano piano.
«Mi credi quando ti dico che sei nel giusto e il tuo modo di agire è
l’unico che vada bene?» mi chiese sollevando le palpebre e fissandomi
dritto nelle pupille. «Io ne sono convinta, lo penso con tutta me stessa».
«Sì, ti credo» risposi con un filo di voce, abbassando solo un po’ la testa.
«Gli altri, tutti… hanno paura di te, dei tuoi occhi» mi disse senza
smettere di guardarmi, con voce fioca ma sincera. «Dicono che i tuoi occhi
sono ripugnanti, ma è una bugia. In realtà hanno paura, sono terrorizzati.
Quando ti guardano se la fanno sotto, e non perché i tuoi occhi siano in sé
orrendi e spaventosi – non è affatto così, credimi – ma per il fatto che non
riescono a comprendere l’origine e la natura del loro timore. Ti guardano,
hanno paura e non capiscono come mai. Presi individualmente non
valgono niente, sono pure nullità, ed è per questo che si nascondono
dietro il gruppo. Ma è tutto finto, la loro stupida banda non è altro che un
falso raggruppamento, una forzatura, e alla base non c’è un vero spirito di
aggregazione. Agiscono insieme solo per fini utilitaristici, e quando
vengono a contatto con qualcuno diverso da loro hanno paura e tentano
di distruggerlo. Vogliono isolarlo ed espellerlo con la forza, perché sanno
di non poter reggere il confronto in nessun altro modo. Si uniscono per
mascherare il loro terrore e si servono sempre delle stesse armi facendo
finta di niente. Lo fanno per sentirsi sicuri, per dimenticare la paura. Ora è
ovvio che a un certo punto, a furia di reiterare all’infinito la stessa
strategia, diventano insensibili e apatici, è come se si stordissero. Eppure,
siccome non riescono a superare la paura iniziale, quel senso di terrore
ignoto e inspiegabile, non hanno altra scelta e ripetono sempre le stesse
azioni. Giorno dopo giorno continuano a tormentarci e picchiarci,
inventandosi piccole e insulse varianti del medesimo copione. E, anche se
può sembrare paradossale, il fatto che non confessiamo mai niente ai
nostri genitori e ai professori e torniamo tutti i giorni a scuola non fa altro
che incrementare la loro grande paura. Se ci mettessimo a piagnucolare in
classe, a supplicarli di smetterla prostrandoci ai loro piedi, potrebbe anche
darsi che finalmente la finirebbero di perseguitarci. Ma sarebbe una resa
bella e buona, e io e te non vogliamo e non dobbiamo arrenderci. Infatti ci
comportiamo all’esatto opposto, resistiamo, combattiamo. Perché c’è una
precisa volontà dietro il nostro comportamento, il nostro consenso è
volontario, attivo. In poche parole è una scelta. E tutto questo mette loro
addosso una paura e una pressione indicibili, non possono più concederci
la minima libertà e sono costretti ad aggredirci di continuo. Sono come
bestie spaventate, impazzite, fuori controllo…».
Kojima si sfiorò più volte le labbra con la punta dell’indice, poi si toccò
con insistenza la palpebra destra come per verificare la forma del bulbo
oculare. Sul viso scuro, ora illuminato da una luce fioca, spiccavano le
tracce sottili delle sue lacrime.
«Ma, come credo di averti già detto» continuò sorridendo, «verrà un
giorno in cui anche loro capiranno».
Ero in piedi sulla terra umida e nera, di colpo mi parve di scorgere un
piccolo vortice di aria fredda alzarsi lento dal suolo. Da un po’ il cielo si
era coperto di nuvole spesse e grigie e i tuoni risuonavano in lontananza.
Che ora era? Non ne avevo la minima idea. Quando respiravo col naso i
grumi di sangue mi facevano un male pazzesco e cominciavo a sentire
diversi odori mescolarsi tra loro. Non riuscivo a identificarli uno per uno,
ma mi sembravano tutti molto familiari. C’era anche l’odore del mio alito,
che però a un certo punto scomparve.
«Adoro i tuoi occhi» sussurrò Kojima. «Te l’ho già detto una volta, ma è
molto importante. I tuoi occhi sono te, sono quello che sei».
Mi guardava senza smettere di sorridermi, strizzando gli occhi ancora
velati di lacrime.
«Li adoro» disse ancora una volta, «sono bellissimi».
Quella notte non riuscii a dormire. Mi sentivo spossato e pesante,
sopraffatto dalla nausea. Fui più volte sul punto di vomitare. Quando
chiudevo gli occhi e restavo immobile sentivo i nervi che si risvegliavano
e vedevo le tenebre davanti a me farsi ora più scure e ora più tenui, senza
la minima traccia di sonno all’orizzonte. Avevo un senso di oppressione
tremendo alla gola e sentivo molto caldo, mi sembrava di soffocare. Più mi
sforzavo di addormentarmi e più il sonno si allontanava.
Avevo detto a mia madre che avevo attraversato la strada senza
guardare ed ero stato investito da una bicicletta che procedeva a tutta
velocità. Nel vedere le macchie di sangue sulla camicia era rimasta
scioccata, anche se il colore si era molto sbiadito. Quando le avevo detto
che non era il caso di preoccuparsi e che in fondo avevo perso solo un po’
di sangue dal naso lei mi aveva guardato a lungo, il volto contratto in una
smorfia angosciata, ma poi aveva finito per credermi, apparentemente
senza più nutrire alcun dubbio. Dopo essersi accertata che non avessi
ferite gravi mi aveva detto che forse era il caso di andare in ospedale,
perché magari potevo aver battuto la testa senza accorgermene. Ma le
avevo risposto che stavo bene e poteva stare tranquilla. Ogni volta che
pronunciavo una parola avvertivo fitte dolorose al naso e non potevo fare
a meno di mordermi le labbra, ma mi ripetevo che non poteva trattarsi di
una frattura, perché altrimenti avrei sentito un dolore ancora più forte e
non ce l’avrei fatta a resistere senza farmi portare al pronto soccorso.
Dopotutto cominciavo a stare già un po’ meglio rispetto a qualche ora
prima. Alla fine ero andato a rinchiudermi in camera mia dicendo che
avevo bisogno di riposare e conveniva in ogni caso aspettare fino al giorno
dopo. Volevo stare solo, non avevo più voglia di parlare con anima viva.
In camera mi ero cambiato ed ero uscito giusto per andare a mettere la
camicia sporca in lavatrice, ma mia madre mi aveva sentito e mi era
venuta incontro. «Dài qua, quella va buttata, è inutile lavarla» mi aveva
detto indicando la camicia. Al che gliel’avevo allungata senza pensarci due
volte, in silenzio. Lei l’aveva afferrata con una mano, facendo una smorfia
un po’ contrariata, e l’aveva appallottolata. Dopo di che, senza smettere di
guardarmi, mi aveva chiesto di spiegarle bene cosa fosse successo e come
si fosse comportato il tizio che mi aveva investito. Cercando di nuovo di
minimizzare, avevo risposto che non c’era molto altro da aggiungere
rispetto a quanto le avevo già riferito e che il tizio era andato subito via. E
quando lei, insistendo, mi aveva chiesto che aspetto avesse quel tipo, mi
ero limitato a dire che era un ragazzo abbastanza giovane, uno nella
media. Per fortuna, a dare parvenza di verità alla mia bugia, giocava il
fatto che sin da bambino spesso andavo a sbattere contro cose e persone, a
causa del forte strabismo che non mi permetteva di calcolare bene le
distanze. Tra l’altro in precedenza avevo già avuto un piccolo incidente
con una bicicletta. Più di una volta mi ero ritrovato per terra,
cavandomela solo con qualche graffio, e anche mia madre lo sapeva
benissimo.
«Meno male che era solo una bicicletta» aveva commentato alla fine,
tirando un sospiro di sollievo. «E se fosse stata una macchina? Oddio, non
voglio neanche pensarci».
«Mi sarei fatto qualche livido in più, forse avrei perso più sangue e a
quest’ora mi troverei in ospedale. Ma me la sarei cavata lo stesso, sta’
tranquilla» le avevo detto, senza neanche capire da dove mi fosse uscita
una risposta del genere.
Il mattino successivo mia madre riprese a insistere perché mi recassi in
ospedale prima di andare a scuola, ma le dissi che ci sarei passato nel
pomeriggio, al ritorno, e uscii di casa alla solita ora. Quando avevo
riaperto gli occhi, poco prima di alzarmi, ero rimasto per qualche istante
come paralizzato, incapace di muovermi a causa di un dolore violento alla
gola e al petto. Non mi era mai capitato, per fortuna era passato in fretta.
Sarebbe stato molto meglio se avessi potuto dire la verità a mia madre,
pensai lungo la via che portava a scuola. Anzi, no, mi corressi, l’ideale
sarebbe stato poter rimanere in camera mia tutto il giorno senza dovermi
giustificare. Ma non potevo, era impossibile, perché Kojima aveva bisogno
di me e io di lei. A scuola eravamo impotenti, non ci scambiavamo
neanche mezza parola, ma spesso il solo guardarla di spalle bastava a
darmi un po’ di sollievo e a salvarmi dalla disperazione. E forse valeva
anche per lei lo stesso discorso, forse la mia presenza era la sua unica
àncora di salvezza. Non potevo lasciarla sola.
Mentre camminavo provai a ricordare per filo e per segno tutto ciò che
Kojima mi aveva detto il giorno prima. Aveva pianto, aveva riso, aveva
ripetuto per ben due volte che adorava i miei occhi. Non era la prima volta
che lo diceva e, anche se non ne capivo fino in fondo il perché, quelle
parole avevano lo straordinario potere di proiettarmi in un luogo felice,
lontano anni luce dal calcio alla testa che avevo ricevuto in palestra.
Mi aveva detto che gli altri avevano paura dei miei occhi. Aveva
precisato che ne erano terrorizzati perché vi vedevano qualcosa di
incomprensibile, forse anche perché era impossibile giudicare dove fosse
puntato il mio sguardo, e per scongiurare questo timore dell’ignoto si
accanivano contro di me e mi perseguitavano. In altre parole mi
attaccavano per difendersi, per tenermi alla larga da loro. Kojima aveva
anche detto: «I tuoi occhi sono te, sono quello che sei». E aveva ripetuto
più di una volta che noi non obbedivamo passivamente agli altri per mera
debolezza, ma che agivamo per scelta, consci di ciò che facevamo.
Qualunque cosa ci facessero, a qualunque supplizio ci sottoponessero, noi
non ci lamentavamo mai e tornavamo puntuali a scuola il giorno dopo. Al
che loro ricominciavano a perseguitarci e noi accettavamo in maniera
attiva e consapevole le loro angherie. E tutto questo era molto importante
e aveva un significato preciso.
Ero sempre più convinto di dover riflettere da solo e a fondo su di me e
su Kojima, nonché su quanto era accaduto in palestra e tutto il resto.
Dovevo concentrarmi e pensare con la mia testa, ma il problema era che
non sapevo neanche da dove partire e a quale scopo farlo. Ero ancora
troppo confuso, la nebbia che avevo dentro non voleva diradarsi. Era
davvero necessario riflettere su ciò che ero costretto a subire da Ninomiya
e compagni? E su cosa, nello specifico, avrei dovuto riflettere per tentare
di fare un ragionamento utile e sensato? Sul mio strabismo? Sullo
stratagemma di Kojima per sentirsi vicina al padre? Ero avvilito, avrei
avuto voglia di chiudere gli occhi e lasciarmi sprofondare in abissi
profondi, bui e melmosi, dove non giungesse alcun suono né si percepisse
alcuna temperatura. La luce dolce e avvolgente che scorgevo quando
leggevo le lettere di Kojima, quando ero in sua compagnia o pensavo a lei,
in quel momento era molto lontana, in un luogo semplicemente
irraggiungibile.
Avanzavo con passiva indifferenza lungo il viale alberato. Suppergiù a
metà, mi arrestai e feci un grande respiro. Un respiro lungo e profondo,
che mi provocò una sorta di dolore opprimente nei polmoni. Alzai la testa
e guardai in alto. Nel cielo azzurro non c’era niente, sensazione di vuoto.
Come sempre, un’infinità di foglie stormiva piano sopra la mia testa, come
un immenso tappeto di morbido cotone appena smosso da impercettibili
movimenti. Di tanto in tanto immaginavo quelle foglie scure venire giù
tutte insieme, avvolgermi dalla testa ai piedi fino a togliermi il respiro e
portarmi via lontano, in un altro mondo. Gli ultimi scampoli d’estate,
ancora percepibili fino a qualche giorno prima, erano completamente
scomparsi lasciando posto all’autunno. La pioggia aveva inumidito tutto in
maniera uniforme, la luce, la terra, gli odori. Senza che me ne accorgessi,
senza fare il minimo rumore, di colpo la stagione era cambiata e il freddo
autunno aleggiava già ovunque.
«Che cosa ti è successo?» mi chiese sorpreso l’insegnante responsabile
della classe al termine della lezione, dopo avermi fatto segno di
avvicinarmi alla cattedra.
«Sono stato investito da una bicicletta» risposi secco. Il professore, che
aveva indosso una polo bianca immacolata, mi guardò dritto negli occhi
mentre si grattava il naso con l’estremità di un foglio arrotolato.
«Quando? Ieri?» mi chiese ancora.
«Sì».
«Mentre tornavi a casa?».
Feci di sì con la testa. Poi mi domandò di raccontargli bene l’accaduto, a
che ora e dove si era verificato l’incidente, come si era comportata la
persona che mi aveva investito e altri dettagli del genere, e io gli diedi le
stesse identiche spiegazioni che avevo fornito a mia madre.
«Sono cose che capitano…» commentò il professore. «Ma devi stare più
attento quando attraversi la strada, mi raccomando. La parte è ancora
molto gonfia, sei stato in ospedale?».
«Non ancora».
«Dovresti farti visitare, subito. Intanto perché non vai in infermeria?».
Il professore sollevò un po’ il braccio sinistro e lo scosse per riportare
l’orologio nella giusta posizione sul polso e guardare l’orario.
«A proposito» disse rivolgendosi a tutta la classe, «ho dimenticato di
comunicarvi che oggi pomeriggio non farete ginnastica. Al suo posto
avrete educazione sanitaria, presenza obbligatoria».
Dopo che il professore fu uscito dall’aula, gli amici di Ninomiya mi
circondarono seduta stante e mi fecero il terzo grado per sapere di che
cosa avessimo parlato. Mi guardavano di sbieco e ghignavano per
mettermi paura. Parlavano a raffica, dicendomi frasi del tipo: «Non hai
vuotato il sacco, vero?», «Mica sospetta qualcosa?», «Se scopriamo che hai
spifferato tutto dovrai scavarti la fossa!». Cercando di restare calmo, dissi
per filo e per segno ciò che avevo riferito al professore e giurai che avevo
parlato solo dello stretto necessario, senza fare il minimo accenno a
quanto era accaduto in palestra. Intanto, con la coda dell’occhio, notai che
Kojima si voltava di continuo dalla mia parte con aria inquieta, ma
purtroppo non ebbi modo di ricambiare i suoi sguardi e rassicurarla.
Tra l’altro, ora che ci pensavo, non mi ero ancora guardato allo
specchio. In realtà era da tempo che non lo facevo, per scelta. Evitavo di
proposito di guardarmi allo specchio o in qualunque altra superficie
riflettente, sia a casa che a scuola. In fondo non era così difficile, mi ero
abituato molto presto a una vita senza specchi.
Dopo la scuola passai un attimo da casa e poi andai in ospedale, l’unico
della zona.
Era un ospedale come tanti, la solita atmosfera, e c’era un sacco di
gente. Un tizio di mezza età con un vistoso bendaggio alla testa parlava al
telefono gesticolando. Persone anziane sedute davanti a un grande
televisore in una saletta d’attesa ascoltavano con attenzione le spiegazioni
di un’infermiera sulle modalità di somministrazione dei medicinali.
L’infermiera parlava ad alta voce e molto lentamente, quasi al
rallentatore, come se scrivesse nell’aria a caratteri cubitali tutto ciò che
diceva.
Consegnai allo sportello dell’accettazione la tessera sanitaria e un
semplice modulo che avevo appena compilato e andai a sedermi in sala
d’attesa insieme alla folla di anziani. Mi misi a guardare senza troppa
attenzione le news che scorrevano sullo schermo del televisore. Accanto a
me era seduta una vecchina con la schiena ingobbita e le mani poggiate
una sull’altra sul bastone, perfettamente immobile. Non riuscivo a capire
se avesse gli occhi aperti o chiusi, né se fosse sveglia o dormisse.
Quando chiamarono il mio nome all’altoparlante mi avvicinai di nuovo
allo sportello e mi consegnarono una tessera di plastica rigida dicendomi
di recarmi in Ortopedia. Giunto al reparto, un’infermiera mi spiegò le
procedure da seguire come se recitasse, senza mai alzare lo sguardo oltre
le mie mani. I pazienti in attesa erano molti, e nella maggior parte dei casi
non era facile indovinare a prima vista che tipo di problema avessero. Mi
diedero un questionario e lo riconsegnai dopo aver barrato le caselle
necessarie, poi rimasi in piedi aspettando che arrivasse il mio turno.
Quando finalmente mi chiamarono entrai a passo veloce
nell’ambulatorio che mi era stato indicato. Nel vedermi avvicinare, il
medico mi squadrò da capo a piedi e disse, a occhi spalancati: «Non siamo
messi molto bene… Deve farti parecchio male, eh?». Era un uomo di
bell’aspetto, elegante e con un viso ovale, suppergiù della stessa età di mio
padre, o forse appena un po’ più anziano. Nella stanza dalle pareti
annerite e piena di strumenti e apparecchiature tutt’altro che nuovi, il
camice bianco del medico spiccava come se emanasse una luce azzurrina.
Nel taschino sul petto aveva diverse penne e matite munite di gomma da
cancellare.
«Devi aver sanguinato molto, suppongo» disse il medico indicando una
sedia e facendo segno di sedermi.
«Sì…».
«Quanto?».
«Parecchio».
«Lo immaginavo» annuì il medico, mentre gettava un’occhiata al
questionario che avevo compilato. Mi chiese se avessi avuto mal di testa
forte o nausea e voglia di vomitare, e anche contro quale parte della
bicicletta avessi sbattuto. Risposi che non ricordavo la parte esatta, ma
specificai che mi ero fatto male soprattutto cadendo, al momento
dell’impatto con il suolo. Il medico emise un suono gutturale molto grave,
mi si avvicinò senza alzarsi dalla sedia e, mentre mi teneva ferma la testa
con una mano, con l’altra mi sollevò il mento e illuminò l’interno del naso
con una piccola torcia metallica. Poi mi divaricò le narici con le dita e le
infilò dentro muovendole in vari modi e direzioni, come per pulirle.
Sentivo il suo alito, era leggermente acidulo. Subito dopo prese a tastarmi
il naso dall’esterno, esercitando una certa pressione su entrambi i lati, in
diversi punti e cominciando dall’alto. Di volta in volta mi chiedeva se
provassi dolore, al che rispondevo di sì, visto che mi faceva un male cane
dappertutto, tanto che gli occhi mi si inumidirono e a un certo momento
sentii una lacrima tracimare e rigarmi la guancia. Alla fine il medico si
girò verso la scrivania facendo cigolare la sedia, scrisse qualcosa e mi disse
che c’era bisogno di fare una radiografia e attendere nel corridoio.
Dopo aver fatto la radiografia, tempo pochi minuti e l’infermiera mi
disse di rientrare nell’ambulatorio. Andai dentro con una certa
apprensione, ma il medico mi mostrò la lastra e mi tranquillizzò subito
affermando che l’osso era a posto.
«Niente di rotto, per fortuna» disse sorridendo, «ma hai preso una
brutta botta e il dolore persisterà ancora per un po’». Si portò la mano
davanti alla bocca e tossì. Dopo di che aggiunse: «Ti darò qualche farmaco
e starai meglio».
«Dottore, dovrò tornare da lei altre volte?» chiesi timido con un filo di
voce e senza avere il coraggio di guardarlo negli occhi.
«Be’, se vuoi tornare per un controllo, nessuno te lo impedisce» rispose
il medico sorridendo di nuovo. «Vediamo come andrà nei prossimi giorni,
ma non dovresti avere problemi. Guarirai presto, sta’ tranquillo. Ti darò
un analgesico e dei cerotti medicati. L’analgesico va preso quando il
dolore è forte, mentre i cerotti puoi applicarli durante la notte. O meglio,
se non ti danno particolare fastidio puoi metterli anche di giorno, ma
vanno bene anche solo di notte» precisò, tamburellando piano sulla
scrivania con la punta della penna. «I cerotti sono piuttosto grandi,
conviene tagliarli nella misura idonea. Ah, l’analgesico non più di due
volte al giorno, mi raccomando».
«Va bene, grazie, dottore» dissi alzandomi.
«Anche dopo che si sarà sgonfiato» aggiunse il medico, «ricorda di non
fare attività sportive e motorie per un po’. La parte è molto fragile e non è
il caso di correre rischi. Non temere, quando il tuo insegnante di
educazione fisica ti vedrà non opporrà alcuna resistenza».
Accompagnò le ultime parole con un ampio sorriso. Gli si vedevano i
denti bianchi e ben allineati, erano molto grandi, forse quasi quanto
l’unghia di un pollice.
«Facciamo così» concluse prima di salutarmi, «torna da me tra una
settimana e vedremo come sei messo, d’accordo?».
Poi si batté le mani sulle ginocchia con uno schiocco secco e prolungato
e mi rivolse un ultimo sorriso. Quasi fosse un segnale, l’infermiera che si
trovava nell’altra parte della stanza aprì la tenda con un gesto deciso e mi
fece strada in corridoio tutta sorridente, dopo di che chiamò il paziente
successivo. Aveva una voce stranissima, molto nasale.
6
I
ntanto i giorni passavano e l’autunno avanzava sempre di più.
Quando arrivai a scuola, dall’altra parte del viale alberato, fiori di cui
ignoravo il nome erano sbocciati a profusione nella grande aiuola in
prossimità del cancello d’ingresso. Erano tondi e avevano grandi petali
bianchi o rosa pallido, e si ergevano dritti e spensierati in mezzo all’erba
verde scuro, simile a un tappeto di alghe essiccate. Dovevano essere tipici
fiori autunnali, puntuali all’appuntamento della fioritura. Tuttavia, per
quanto indugiassi a guardarli, avevo la sensazione che si trattasse di un
evento di un mondo del quale non facevo e non avrei mai fatto parte.
L’unica cosa che ero in grado di sentire distintamente era il dolore al naso.
E, anche se finalmente quel dolore cominciava pian piano a diminuire,
purtroppo il mio morale non ne traeva beneficio e restava a terra come
sempre.
Poco dopo il 10 ottobre Kojima mi scrisse che voleva vedermi. Stavolta
non era una vera lettera, ma un breve messaggio. Diceva più o meno così:
“Domani, dopo la scuola, ti aspetto in cima alla scala”.
Avevo trovato il messaggio attaccato sotto il banco, come le prime
volte, e lo lessi in bagno. La grafia era diversa dal solito, apparteneva
senza dubbio a Kojima, ma i caratteri fragili e sottili tracciati col
portamine a punta fine avevano lasciato spazio a caratteri spessi, grandi e
decisi, in cui si poteva cogliere addirittura la stretta delle dita intorno alla
matita e la pressione sul foglio. Rimasi a fissare quel messaggio a lungo,
provando un sentimento ambiguo e sfuggente, e dopo aver esitato per un
po’ scrissi la risposta dicendo che avevo da fare ed era meglio rimandare.
Il giorno dopo trovai un altro biglietto sotto il banco: “Per me va bene
sempre. Dimmi tu quando, voglio vederti”. E il giorno dopo ancora me ne
arrivò un altro, succinto al massimo: “Ho bisogno di parlarti”. Ma non
risposi, entrambe le volte.
Non avevo nessuna voglia di vedere Kojima.
Nei giorni seguenti dormii molto male. Quando mi alzavo al mattino mi
dolevano la gola e il petto, sempre nello stesso punto, sempre lo stesso
dolore, che aumentava dopo che bevevo un bicchiere d’acqua. Intontito,
reggendomi in piedi per miracolo, mi sforzavo di andare a scuola e finivo
per addormentarmi sul banco, e così i professori mi richiamavano di
continuo e Ninomiya e compagni se la ridevano alle mie spalle. A causa
della grave mancanza di sonno, ero fiacco e accaldato tutto il giorno,
sudavo da matti e avevo la pelle perennemente umida e appiccicaticcia.
A casa era un tormento essere costretto a parlare, mi costava una fatica
enorme persino dire buongiorno e buonasera. Rinchiuso in camera mia,
non leggevo più, non sfioravo un libro. Me ne stavo per tutto il tempo
abbandonato sul letto, senza muovermi, le tende chiuse. Avevo poco
appetito, non mi andava di mangiare, come se avessi bisogno solo di
svuotarmi. Avevo sempre le membra pesanti e la sensazione di avere la
testa imbottita di ovatta. Quando facevo il bagno la sera non sapevo da
quale parte cominciare a lavarmi, e allora restavo immobile nell’acqua
fumante, la pelle arrossata, senza insaponarmi.
«Quando ti deciderai ad andare in ospedale per la visita di controllo? Si
può sapere che cosa ti prende?» mi disse mia madre una mattina, tra
l’isterico e il disperato. «Se non farai come ti ha detto il medico, ti verrà
un’infezione e il naso si ridurrà a carne marcia!».
Biascicai una risposta molto evasiva e mi diressi difilato verso la porta.
In effetti era trascorso del tempo e non ero più tornato in ospedale.
«Se l’infezione peggiora, lo sai che cosa potrebbe succederti?» continuò
a tuonare mia madre alle mie spalle.
«Cosa? Mi taglieranno un pezzo di naso?» ribattei, stavolta con stizzita
ironia.
«Stupido! Dovranno amputartelo!» mi rispose lei furibonda. «Almeno
sai qual è la differenza tra tagliare e amputare, eh? Amputare significa…».
La interruppi farfugliando la prima cosa che mi venne in mente, aprii la
porta e me ne andai senza salutarla.
Verso la fine di ottobre i miei problemi di insonnia peggiorarono
ulteriormente. Mi addormentavo al massimo per un’oretta, mi svegliavo
nel cuore della notte e non riuscivo più a chiudere occhio. Allora mi
alzavo, mi avvicinavo alla finestra e guardavo il panorama avvolto nel
buio, dopo di che tornavo a letto e provavo invano a riaddormentarmi.
Trascorrevo l’intera notte così, facendo avanti e indietro tra il letto e la
finestra, come nel peggiore degli incubi.
Un giorno, prima dell’alba, mi misi a fissare il calendario sulla scrivania:
era circa un mese che non riuscivo più a dormire. Ottobre 1991. Disteso a
letto nel buio, cercai di ricordare ciò che era successo nel corso di
quell’ultimo mese, eppure non mi affiorò alla mente nulla di concreto. Un
nuovo pensiero si era impadronito di me da qualche tempo, e a poco a
poco era diventato un chiodo fisso: il suicidio.
Prima, “suicidio” rappresentava per me una parola come un’altra,
piatta e priva di consistenza, senza alcun legame concreto con la mia vita
e che associavo solamente al “modo in cui qualche sconosciuto sceglieva
di morire da qualche parte nel mondo”. Poi, da quando avevo cominciato a
pensarci in prima persona, quella parola aveva preso a gonfiarsi piano
piano e ad assumere una nuova forma. Il suicido aveva smesso di
rappresentare una questione oggettiva che riguardava solo gli altri ed era
diventato qualcosa di cui potevo appropriarmi anch’io, se solo l’avessi
voluto. In breve le mie idee avevano superato i confini della semplice
astrazione e avevano cominciato ad assumere connotati via via più
concreti.
Ora, incapace di dormire, gli occhi sbarrati nella penombra che
precedeva il nuovo giorno, mi sfioravo i polsi immaginando il taglio che
avrei potuto farmi con il coltello da cucina. Mi sembrava quasi di vedere la
lama che incideva lentamente il polso sinistro, il sangue che cominciava a
scorrere una goccia dopo l’altra. Era come se la mano che tagliava e quella
che veniva tagliata non appartenessero alla stessa persona. Quale delle
due era mia? Una sola? Nessuna? In ogni caso riuscivo ugualmente a
rendermi conto che la quantità di sangue sarebbe stata dieci, cento volte
superiore rispetto a quella che avevo perso dal naso in palestra. In
quell’occasione ero sopravvissuto, ma se mi fossi tagliato le vene sarei
quasi certamente morto.
Subito dopo immaginai di ammazzarmi ingerendo un’intera scatola di
pillole. Mi figuravo un mucchio di compresse bianche nel palmo della
mano, le mandavo giù tutte insieme e quasi le sentivo accumularsi in
fondo allo stomaco prima di sciogliersi nei succhi gastrici. E dopo? Cosa
sarebbe successo al mio corpo? Come sarei morto, esattamente? Morire
senza più riaprire gli occhi sarebbe stato il miglior modo per andarsene,
non me ne sarei neanche accorto. Anche in questo caso, però, mi
mancavano diversi elementi per conferire un senso di piena realtà ai miei
pensieri. Tanto per cominciare non avevo la più pallida idea di quali
pillole prendere. Dove e come procurarmele? In che modo ingerirle?
L’unica cosa su cui non avevo dubbi era che il mio corpo, dopo che il cuore
avesse smesso di battere, sarebbe diventato via via più gelido.
Che cos’era la morte? Che cosa significava di preciso essere morti?
Interrogativi per i quali non avevo risposte soddisfacenti, ma che
nonostante tutto continuavo a pormi nell’oscurità della mia stanza. A un
certo punto, nel tentativo di giungere a una conclusione, provai a
cambiare prospettiva e mi misi a pensare che in quel preciso momento, da
qualche parte nel mondo, qualcuno stava morendo. Non era una
supposizione, né tantomeno uno scherzo o una semplice fandonia, ma la
pura verità. Ogni istante, in ogni parte del mondo, molte vite finivano: era
una realtà innegabile e assoluta. Il fatto stesso di nascere e vivere
implicava che prima o poi si doveva morire: ma allora vivere significava
semplicemente attendere la morte? Stando così le cose, a che serviva
vivere? Che senso aveva la vita? Non ci capivo più niente, non facevo che
pormi una domanda dopo l’altra, mentre mi giravo e rigiravo nel letto.
Feci un lungo sospiro e pensai che forse morire era un po’ come dormire.
Difatti è solo al risveglio che ci si rende conto di aver dormito, per cui la
morte può essere paragonata proprio a un sonno eterno, come se la
mattina non arrivasse mai più. Ma allora chi era morto non si accorgeva di
esserlo? E, se non era possibile essere coscienti della propria morte,
significava che in un certo senso era come non essere ancora morti? Cosa
si percepiva esattamente? Si provava ancora qualcosa? Non riuscivo più a
fermarmi, i pensieri mi si affastellavano nella mente a una velocità
inaudita, e a un certo punto scossi forte la testa nella speranza di
allontanarli. Avrei dato tutto pur di smettere di pensare e addormentarmi.
All’inizio il mio desiderio di morire equivaleva molto semplicemente
alla volontà di sparire da questo mondo. Sparire nel vero senso della
parola, cessare di esistere e non avere più alcun nesso con niente e
nessuno, diventare uno zero assoluto. Ma, nel caso in cui morire fosse
stato come non essere ancora morti o qualcosa del genere, sarebbe stato
impossibile sparire fino in fondo. E se la morte – mi chiesi – fosse più che
altro come una sorta di eterno vagare, come in un sogno? Altro che
sparire, sarebbe stata una condanna senza fine. E quale sarebbe stata, in
questo caso, la differenza tra il mondo di quel sogno e quello della realtà
in cui vivevo? Niente, non avevo risposte. Ma forse nessuno poteva
risolvere un dubbio del genere.
Di colpo immaginai di essere disteso in una bara con indosso la divisa
scolastica. Immobile, gli occhi chiusi, due batuffoli di ovatta nelle narici.
La sala era quella della cerimonia funebre di mia zia, diverse persone
stavano in piedi intorno alla mia salma. Mi scappò un sorriso. Pensai che
se fossi morto per davvero non sarei stato in grado di vedere niente, e il
fatto di immaginare il mondo dopo la mia morte mi appariva in qualche
modo comico. Che cosa avrebbero pensato i miei compagni di classe? Chi
lo sa, forse molto sarebbe dipeso dal contenuto della lettera d’addio che
avrei scritto prima di togliermi la vita. Ninomiya e gli altri sarebbero stati
puniti? O, grazie alla complicità del resto della classe, avrebbero trovato
con facilità un modo per sbarazzarsi del problema e non essere accusati?
Avrebbero pensato tutti che il mio suicido era ingiustificato, o per meglio
dire, che non ci si poteva togliere la vita solo perché gli altri ti avevano
preso di mira? Certo che lo avrebbero pensato, non c’erano dubbi.
Qualcuno avrebbe affermato: «Era un debole, si vede che doveva andare a
finire così, ora è inutile farsi troppi scrupoli». Qualcun altro avrebbe
aggiunto addirittura: «Meglio così, non c’è spazio in questo mondo per tipi
del genere». Sì, se mi fossi suicidato, la maggior parte dei miei compagni
di classe non si sarebbe meravigliata più di tanto, lo avrebbe ritenuto
l’epilogo più appropriato della mia inutile esistenza. Almeno sarebbe
servito a far cessare gli atti di bullismo nei confronti di Kojima? O al
contrario si sarebbero accaniti ancora di più contro di lei? Mentre
continuavo a starmene disteso a letto con gli occhi chiusi questi e altri
interrogativi mi attraversavano la mente, si incrociavano tra loro,
sparivano e riapparivano senza darmi tregua. Di una sola cosa ero certo:
tutti si sarebbero dimenticati di me molto in fretta, per loro non contavo
niente. La mia morte a causa delle violenze scolastiche non avrebbe
cambiato le cose.
Durante la notte piangevo spesso. Quasi non me ne accorgevo, le
lacrime prendevano a scorrermi da un momento all’altro, da sole, come
fossero gocce di sudore. Mi succedeva perché ero triste? Ma che cosa
significava essere tristi? Che cos’era veramente la tristezza? Non riuscivo
a darmi una risposta, forse non lo avevo mai saputo. Se piangevo,
significava che in qualche modo dovevo essere triste, d’accordo, ma
venivano prima la tristezza o le lacrime?
Le lacrime scorrevano senza motivo, incessanti, il petto mi si gonfiava e
sgonfiava al ritmo del respiro, e quel movimento le faceva straripare dagli
occhi e colare lungo le guance. E io, abbandonato sul mio letto, senza quasi
più sapere chi fossi, continuavo a scrutare la notte ormai prossima alla
fine.
Kojima non si arrese e continuò a scrivermi, alternando brevi messaggi
a lettere un po’ più lunghe. Era dolce e gentile, come sempre, e spesso
mentre leggevo le sue parole pensavo: sì, va bene, accetterò il suo invito e
parleremo in tutta tranquillità di un sacco di cose. Ma subito dopo ci
ripensavo e rinunciavo persino a scriverle una semplice risposta. Proprio
non ci riuscivo, era più forte di me. La visita al museo durante le vacanze
estive, le lunghe chiacchierate in cima alla scala d’emergenza e tutto ciò
che mi aveva dato un po’ di sollievo e calore aveva assunto contorni via
via più evanescenti e si era come disperso nell’aria, e ormai non ero più in
grado di riafferrarlo.
In classe, la voce del professore si sgretolava prima di giungere alle mie
orecchie. Me ne stavo seduto fermo al mio posto, incapace di
concentrarmi. Mi sentivo di giorno in giorno più fiacco, ma in modo molto
vago e distaccato, quasi che la cosa non mi riguardasse. Per fortuna le
lettere di Kojima non mi lasciavano indifferente, mi infondevano
comunque coraggio, assicurandomi una forza maggiore della mia
disperazione, una forza sconosciuta che cresceva dentro di me ora dopo
ora. Era una strana energia che proveniva da lei, e a cui cercavo di
aggrapparmi con tutto me stesso, ma che purtroppo non serviva ancora a
smuovermi dal torpore e non mi conduceva da nessuna parte.
Mi rendevo perfettamente conto che anche Kojima stava cambiando,
anche se continuavano a tormentarla e insultarla, sia in classe che nei
corridoi. Mentre fino a poco prima faceva pensare a un vecchio futon
floscio e sformato, ora irradiava la stessa energia che trasudava dalle sue
lettere, un’energia potente che sembrava appartenerle da sempre. In
classe tutto andava come al solito, solo lei era cambiata, e io ero l’unico
che riusciva ad accorgersene. Le altre ragazze continuavano a molestarla e
trattarla come la loro serva, e lei in apparenza non faceva nulla per
opporsi. Tuttavia, a ben vedere, in alcuni momenti veniva spontaneo
domandarsi quale fosse la verità e chi dominasse chi.
Di tanto in tanto, anche se non così spesso, i nostri sguardi si
incrociavano e lei sollevava impercettibilmente gli angoli delle labbra in
un sorriso. Mi sentivo in colpa perché non rispondevo alle sue lettere, ma
quei sorrisi non sembravano darvi alcuna importanza, e lei continuava a
guardarmi con gioia finché non distoglievo lo sguardo.
Tornai in ospedale il giovedì pomeriggio della settimana successiva.
Erano da poco passate le cinque e, come l’ultima volta, c’era abbastanza
folla; le persone, i colori, il programma alla televisione, i rumori e gli odori
apparivano pressoché identici. Era normale, dato che era lo stesso
ospedale, eppure provavo una nostalgia inspiegabile, come se in qualche
modo c’entrasse il mio passato. Ma non si trattava di un déjà-vu o
qualcosa del genere, mi sentivo molto confuso, come se d’un tratto avessi
perso la nozione del tempo e non sapessi più che giorno, mese e anno
fosse. Fu una sensazione davvero strana, di quelle che lasciano a lungo
allibiti.
Quando mossi il primo passo verso lo sportello dell’accettazione
riconobbi subito Momose, seduto in sala d’attesa, in fondo. Era lui, non
c’erano dubbi, indossava ancora la divisa scolastica e se ne stava tranquillo
in mezzo agli altri pazienti. Sentii il cuore balzare in gola e d’istinto mi
nascosi dietro un telefono pubblico. La donna di mezza età che stava
telefonando tutta sorridente, il ricevitore stretto tra il mento e la spalla,
trasalì per lo spavento. Poi mi lanciò un’occhiata torva e mi diede la
schiena. Momose non poteva vedermi dal posto in cui era seduto, ma era
lui al cento percento, e questo bastava a mettermi addosso un’ansia
indescrivibile. Mi accorsi che stavo addirittura tremando.
A pensarci bene, era la prima volta che mi imbattevo per caso, lontano
da scuola, in Ninomiya, Momose o qualcun altro del loro gruppo. Gli
eventi scolastici riguardavano e si svolgevano solo ed esclusivamente
entro i confini della scuola. L’esistenza di Ninomiya, Momose e degli altri
mi rendeva la vita un inferno, costretto com’ero a patire le loro
persecuzioni quotidiane, ma ciò interessava solo una parte delle mie
giornate e sapevo che almeno a casa ero al sicuro. Perciò incontrare
Momose al di fuori della scuola mi aveva messo subito in grave
apprensione. Non sapevo cosa fare, ero nel panico più totale. Avrei potuto
rinunciare a farmi visitare, uscire in fretta dall’ospedale attraverso la
porta automatica e tornarmene difilato a casa. Il problema era che mi
sentivo come paralizzato e non riuscivo ad allontanarmi di un solo passo
dall’angolino in cui mi ero rintanato, tra i telefoni pubblici verde chiaro e
alcune piante in vaso.
L’istante successivo, senza quasi rendermene conto, mi diressi verso
Momose. Era come se le gambe si muovessero da sole, un passo dopo
l’altro. Ero sbalordito di me stesso, che cosa mi prendeva? Tutt’a un tratto
mi ritrovai a calpestare con la suola delle mie scarpe da ginnastica il
pavimento dell’atrio, di un materiale sintetico che non saprei meglio
definire, né duro né morbido, continuando a procedere dritto in direzione
di Momose. Mi sentivo la testa completamente vuota, era come se una
forza irresistibile mi spingesse ad annullare in un sol colpo lo spazio
immenso che esisteva tra noi, come se dovessi a tutti i costi accertarmi di
qualcosa. Anche se non avevo nessuna voglia di vedere la sua faccia né di
chiedergli alcunché.
Momose era seduto comodamente su una delle sedie dell’ultima fila in
sala d’attesa, a braccia conserte e con gli occhi bassi. Mi avvicinai fin quasi
a sfiorargli la punta delle scarpe e mi fermai. Le mie scarpe da ginnastica
erano entrate nel suo campo visivo: alzò la testa molto piano, come al
rallentatore, e vidi il suo sguardo salire dai miei piedi alle ginocchia, poi
dalle ginocchia alle cosce e così via. Finché arrivò suppergiù all’altezza
delle clavicole, si fermò per un breve attimo e raggiunse il viso. Dopo che
ebbe emesso un sospiro silenzioso, Momose mosse solo i suoi occhi neri,
lentamente, come l’ombra delle nuvole in un giorno senza vento. A parte
questo, eccetto un lieve cenno del mento verso l’alto, rimase del tutto
immobile.
Non dissi niente, restai in piedi a guardarlo. Lui mi fissò per qualche
secondo con uno sguardo disinteressato, lo stesso che forse avrebbe avuto
davanti a uno di quei poster che recitano slogan del tipo: «Vaccinatevi!»,
dopo di che riprese a guardarsi la punta delle scarpe. Se fosse stato
possibile misurarla, la sua intensità espressiva avrebbe superato di
pochissimo lo zero, paragonabile tutt’al più a un paio di guanti bianchi
nuovi di zecca.
Mi sedetti sulla sedia a fianco, prestando attenzione a non inciampare
nei suoi piedi. La spalliera era tutta scolorita, e sul sedile era appoggiato
un giornale spiegazzato che aveva l’aria di essere stato letto e riletto
decine di volte. Momose non si mosse di un solo millimetro e non mi
degnò del minimo sguardo. Non perché si fosse messo sul chi va là, ma
semplicemente perché sembrava del tutto indifferente alla mia presenza.
Incrociai le braccia e diressi lo sguardo verso la punta dei miei piedi,
proprio come lui. Era assorto nei suoi pensieri, ma di certo non stava
pensando a me. Chissà a chi o cosa erano rivolte le sue riflessioni.
Intanto il tempo passava e dagli altoparlanti non risuonavano né il mio
nome né quello di Momose. Non sapevo se fosse anche lui in attesa di una
visita, o se avesse già finito e dovesse solo pagare e ritirare le medicine.
Almeno all’apparenza non sembrava né malato né affetto da altri
problemi di natura fisica. Continuavamo a starcene lì seduti, ciascuno
sulla propria sedia, fermi e in silenzio. Invece tutt’intorno a noi sembrava
regnare un’agitazione maggiore rispetto a prima, come se ci fosse bisogno
di fare da contrappeso alla nostra immobilità. Porte automatiche che si
aprivano e chiudevano senza sosta, lo scalpiccio leggero dei passi delle
infermiere che si spostavano rapide da un posto all’altro, ringraziamenti e
saluti pronunciati a voce troppo alta, e io lì nel mezzo, seduto senza
muovermi né fiatare accanto a Momose.
Da quanto tempo ero in quella sala d’attesa? Pochi minuti o molto di
più? Non ne avevo la più pallida idea. Eppure, nonostante la tensione,
sentivo un certo torpore e avevo una voglia pazzesca di dormire. Mi
sembrava di pesare un quintale, le palpebre mi si abbassavano da sole e
dovevo fare uno sforzo enorme per restare sveglio. A forza di combattere
contro il sonno mi venne un leggero mal di testa. Del resto, come mi
capitava ormai da diverso tempo, la notte precedente non avevo quasi
chiuso occhio. A scuola durante le lezioni o il pomeriggio tardi verso
quell’ora mi prendeva un sonno pazzesco e desideravo solo dormire.
Seduto sulla vecchia sedia della sala d’attesa, il capo cominciò a
ciondolarmi da una parte all’altra, i contorni delle scarpe da ginnastica
bianche che diventavano via via più confusi, gli occhi che volevano
chiudersi a tutti i costi. E io che continuavo a lottare per non
addormentarmi, sollevando la fronte e le sopracciglia con tutte le mie
forze di modo che le palpebre non si abbassassero una volta per tutte.
D’un tratto, come se gli fosse venuto in mente qualcosa, Momose si alzò
di scatto. Neanche il tempo di rendermene conto e si era già allontanato di
una decina di metri, al che balzai anch’io in piedi e lo seguii. Procedeva
senza mai voltarsi indietro, a passo abbastanza svelto, infilandosi tra una
persona e l’altra. Poi superò la porta automatica e uscì, e io lo seguii anche
all’esterno. Era diventato buio, la notte aveva mandato via il giorno,
oscurando impietosamente gli ultimi barlumi di luce. La temperatura si
era abbassata non poco, tirava un vento forte e freddo che faceva stormire
le foglie degli alberi. Momose aumentò l’andatura, i suoi capelli lunghi e le
spalle fasciate dalla giacca della divisa scolastica si distinguevano a
malapena nella penombra della sera, nascosti dalla folla di persone che
veniva dalla direzione opposta. Faticai un po’ a non perderlo di vista,
dovetti quasi mettermi a correre. L’ospedale era enorme, c’erano un
grande parcheggio con una quantità incredibile di biciclette che
sembravano formare un unico ammasso metallico, piccoli lampioni che
diffondevano una luce azzurrina disposti a intervalli regolari lungo un
prato, e più o meno una panchina accanto a ciascun lampione. Prima che
Momose potesse varcare il cancello principale dell’ospedale, lo raggiunsi
senza quasi riflettere, allungai le braccia, lo afferrai per il colletto della
giacca e lo tirai verso di me con tutte le mie forze. L’attimo successivo vidi
le sue mani pallide ondeggiare nel blu scuro della notte, come se cercasse
un appiglio, ma perse l’equilibrio e cadde all’indietro. Riuscì a non battere
la schiena e la testa per terra perché all’ultimo momento appoggiò un
avambraccio sull’asfalto. Alzò gli occhi, mi guardò per un breve istante e
distolse lo sguardo, dopo di che si rimise in piedi senza dire una parola e
mi allontanò da sé con un gesto calmo. Poi prese a fissarmi, voltando solo
la testa verso di me e restando con il corpo di profilo. Stavolta nessuno dei
due distolse lo sguardo e rimanemmo a guardarci negli occhi per un
tempo che mi parve interminabile.
«Si può sapere che cosa ti passa per la testa?» mi chiese Momose, le
mani infilate nelle tasche della giacca, il capo leggermente inclinato da un
lato. Era la prima volta che sentivo la sua voce così da vicino, suonava
diversa da come me la ricordavo. «Che diavolo ti è preso?» insisté, visto
che tardavo a rispondere.
«Devo dirti una cosa» gli dissi continuando a fissarlo dritto negli occhi,
anche se stavo mentendo.
«A me?» ribatté lui senza cambiare più di tanto espressione.
«Sì, a te».
«Ne sei proprio sicuro?».
«Certo che ne sono sicuro».
Momose mi guardava fisso, senza muoversi. E io facevo altrettanto,
incapace di afferrare il senso delle mie stesse parole. Era come se avessi
perso il controllo sulla mia mente, mi tremavano le mani e le gambe.
«Perché dovrei ascoltarti?».
«Non sei obbligato, fa’ come ti pare».
«Ci siamo incrociati per caso, no? Non vedo per quale motivo
dovremmo metterci a parlare qui, adesso. Sarà per la prossima volta,
magari a scuola, ammesso che la cosa che vuoi dirmi sia davvero così
importante».
Momose mi guardò negli occhi e piegò le labbra in un leggero ghigno.
«Veramente non direi che è successo per caso, ti stavo aspettando»
ribattei mentendo di nuovo.
«Mi stavi aspettando? Per parlarmi?» disse lui squadrandomi in volto
con aria perplessa, lasciandosi sfuggire un sospiro frustrato. «Quasi quasi
mi fai paura, sai?» aggiunse a mo’ di battuta, ridacchiando. «Ma è una cosa
breve o lunga? Mi riguarda?».
«Non lo so, forse. Però devo parlarti, è importante».
«Va bene, spara, ma muoviti».
Si avvicinò a una panchina e si sedette sotto la luce azzurrognola di un
lampione. Lo seguii ma preferii restare in piedi.
«Non riesco più a dormire» biascicai di punto in bianco. Non avevo
nient’altro da dire, quelle parole mi uscirono di bocca quasi da sole, come
se parlassi a me stesso. Mi erano affiorate alla mente e le avevo
pronunciate ad alta voce all’istante, senza girarci intorno. Non riesco più a
dormire… Del resto era la pura verità, stavolta non mi ero inventato niente.
«Dormo sì e no un’ora a notte, da circa un mese» aggiunsi con voce cupa,
lo sguardo perso in lontananza.
«Ah…» replicò Momose, guardandosi le mani incrociate sulle ginocchia.
«Non riesci più a dormire?».
«Sì, esatto».
«E io cosa c’entro, se posso permettermi?» mi chiese fingendosi serio.
«Non dormo più a causa vostra».
«A causa vostra? Cioè di chi?» chiese ancora, come se non capisse.
«Voi…».
«Voi chi? Non ti capisco, ti dispiacerebbe essere più chiaro?».
«Voialtri, tutti…».
«Certo che sei strano forte, eh?» disse stropicciandosi con insistenza
l’angolo dell’occhio. «Comunque, ammesso che questi “voialtri” e questi
“tutti” esistano, si può sapere che cosa ti avrebbero fatto?».
Voi mi tormentate, mi perseguitate!, stavo per sbottare, ma mi
trattenni. Pensai che non fosse il modo giusto per esprimere i miei
sentimenti, quelle semplici parole sarebbero state inadeguate per
descrivere ciò che provavo. Mi tremavano le labbra, i denti cozzavano tra
loro. Ingoiai la saliva che mi si era accumulata in bocca, contrassi le
mascelle nel tentativo di bloccare il tremore e, dopo aver fatto un respiro
profondo, pensai di dire che non era giusto che mi trattassero male e mi
facessero soffrire, ma di nuovo cambiai idea e preferii tacere. Esistevano
parole per manifestare la mia disperazione e tutto il male che subivo?
Forse no, o almeno non le conoscevo.
«Allora? Ti decidi a dire qualcosa?» mi sollecitò Momose con voce
inespressiva.
«Io… Voi…» balbettai, infilandomi le mani nelle tasche della giacca per
nascondere il tremore. «Tutti i giorni… a scuola… mi fate del male».
«Ti facciamo del male?» ripeté Momose, come se cadesse dalle nuvole.
«Sì… Mi obbligate a obbedirvi, mi picchiate, calci, pugni… Mi
costringete a subire la vostra violenza, solo perché sono strabico».
«E vorresti che tutto questo finisse?».
«Sì… se possibile».
«Se possibile? Che cosa significa, vuoi spiegarti meglio?» disse Momose
sogghignando.
«Perché… Perché voi…» cominciai a dire, ma mi interruppi. Ero
incapace di proseguire, di nuovo non riuscivo a trovare le parole adatte.
«Perché voi cosa? Non possiamo restare qui in eterno, parla!» mi esortò
ancora una volta Momose, stavolta in tono esasperato e sbuffando.
«Perché…» ripetei. «Perché mi trattate così? Perché mi fate tutte quelle
cose senza motivo, per niente? Nessuno… ha il diritto di essere violento
nei confronti degli altri. Non è giusto…» dissi articolando ogni singola
parola con estrema lentezza. «Non vi ho fatto niente… Perché mi fate del
male? Non ne avete il diritto».
Momose sciolse le mani, le appoggiò sulle cosce per alcuni istanti e poi
le incrociò di nuovo, lo sguardo fisso all’altezza delle mie ginocchia.
«Sono strabico, è vero» continuai, «e non pretendo che facciate finta di
niente e non mi vediate per come sono…». Mentre mettevo in fila le
parole, molto lentamente, sentivo la saliva accumularsi in bocca con
incredibile rapidità. Era stranissimo: avevo il palato e le labbra secchi,
tanto che dovevo umettarli di continuo, e allo stesso tempo ero costretto a
ingoiare senza sosta la saliva in eccesso, altrimenti sarebbe sgorgata fuori
dalla bocca a fiumi. Intanto, seduto sul bordo della panchina, Momose
giocherellava nervoso con le unghie.
«Tutti, quando vedono la mia faccia, restano sorpresi» proseguii, dopo
aver mandato giù l’ennesimo fiotto di saliva. «Distolgono subito lo
sguardo. Per me è normale, ci ho fatto l’abitudine, e non mi interessa ciò
che provate e pensate di me. Vorrei solo che mi lasciaste in pace, che mi
lasciaste vivere la mia vita… Non ho deciso io di nascere così, con questi
occhi. Nessuno sceglie di venire al mondo in un corpo o nell’altro.
Neanche tu hai scelto di nascere con i tuoi occhi, o sbaglio? In questo
senso, io e te siamo uguali… Siamo tutti uguali. Non è colpa mia se provoco
spavento, ribrezzo o altro nella gente. Non posso farci niente… Ma non per
questo avete il diritto di farmi del male. Né voi né nessun altro al mondo
ne ha il diritto».
Strinsi forte i pugni dentro le tasche della giacca per contenere il
tremore, che a poco a poco era aumentato. Alcune signore in bicicletta
passarono alle mie spalle chiacchierando allegre.
«Non ci sto capendo niente» mormorò Momose, sollevando un solo
sopracciglio e volgendo per un attimo lo sguardo verso di me. «Non
capisco neanche una parola di quello che stai dicendo».
«Che cosa non capisci?» gli chiesi.
«Tanto per cominciare hai detto che siamo uguali perché non abbiamo
scelto di nascere così come siamo. Ma non è affatto vero. Guardami, non
ho gli occhi storti come te, io non sono te e tu non sei me. Siamo diversi,
c’è poco da fare». Momose si interruppe per un istante e fece una risatina.
«Noi due siamo opposti, non abbiamo niente in comune… Poi, che altro
avevi detto? Ah, sì, che nessuno ha il diritto di fare del male ed essere
violento, e che vuoi essere lasciato in pace perché non hai fatto niente a
nessuno, giusto? No, non riesco a capirlo, non condivido questo modo di
pensare…».
«Che cos’è che non capisci? Che cosa non condividi?» chiesi ancora.
«Non si fa qualcosa perché se ne ha il diritto, ma perché si ha voglia di
farlo». A queste parole, pronunciate in modo solenne, Momose fece un
paio di colpi di tosse per schiarirsi la voce e riprese a parlare
accarezzandosi la nocca dell’indice destro: «Comunque, se non sbaglio, hai
anche detto che tutti ti fanno certe cose senza motivo, per niente. Sì, sono
d’accordo, sono cose insensate, hai ragione. Ma te le fanno proprio per
questo, perché non hanno alcun senso e quindi sono ancora più
divertenti. Vorresti essere lasciato in pace, va bene, ma non è facile. Hai
tutto il diritto di chiederlo e pretenderlo, ma anche gli altri hanno il
diritto di reagire come vogliono. Siamo liberi in questo mondo, e in ogni
caso tu e gli altri siete su posizioni diametralmente opposte. Non dirmi
che non ci avevi mai pensato… Non puoi lamentarti di tutto e tutti solo
perché le cose non vanno come vorresti. È fuori da ogni logica, non spetta
a te decidere come deve girare il mondo. Puoi sperare che una cosa vada
in un certo modo, ma non puoi pretendere che gli altri la pensino come te,
e la loro reazione non ti riguarda, non puoi deciderla tu. Sono due cose
distinte e separate, tu da una parte e gli altri dall’altra». Fece una pausa e
ne approfittai per ripetermi nella mente le sue ultime parole, mentre
continuavo a guardargli le mani. «In ogni caso» proseguì, «il problema è
un altro… Prima hai detto che la causa di tutto sono i tuoi occhi, il tuo
strabismo, ma in realtà non è così».
Quella frase mi lasciò pietrificato, non riuscivo a credere alle mie
orecchie. Ero sempre stato convinto che se la prendessero con me perché
ero strabico. Di colpo sentii il cuore salire fino in gola e il battito
risuonarmi nelle orecchie come un martello. Mi bagnai più volte le labbra
con la punta della lingua, feci un paio di respiri profondi e mi sforzai di
dire qualcosa.
«Che cosa significa? Non capisco» domandai, la voce incrinata dalla
tensione.
Momose mi guardò e si mise a ridere. Evidentemente la mia voce, che in
quel momento assomigliava a uno strano lamento, lo aveva divertito.
«Mi sa che tu pensi troppo e tendi a farti idee sbagliate» disse. «È vero, a
scuola tutti ti prendono in giro e ti maltrattano, questo nessuno può
negarlo. Io non mi diverto per niente, sia chiaro, anzi la cosa mi lascia
alquanto indifferente, ma la quasi totalità della classe ci gode a dirtene di
tutti i colori, guardarti dall’alto in basso e prenderti a botte. Succede più o
meno tutti i giorni, lo riconosco, e ti chiamano “Occhi storti” perché sei
strabico. Ma è solo un caso, nel senso che il tuo strabismo non è il motivo
principale per cui sei stato preso di mira, anzi c’entra ben poco».
«Giuro che non riesco a capire cosa intendi dire… Mi prendete sempre
in giro a causa dei miei occhi, lo dite apertamente, mi chiamate “Occhi
storti”… Come fai a dire che non c’entra? Mi fate soffrire, mi picchiate a
sangue, e non puoi dirmi che non sia per colpa del mio aspetto, dei miei
occhi».
«Il fatto è che tu proprio non ci arrivi, non capisci» insisté Momose,
ridacchiando come al solito. «Tu o un altro non cambia granché,
l’importante è avere qualcuno da mettere sotto. Potrebbe essere
chiunque, basta avere un pretesto qualsiasi. Tu, come dire?, ti sei trovato
al posto giusto nel momento giusto. Sei lì, a portata di mano, e fai venire
voglia di tormentarti. Tutto coincide, è fin troppo facile».
«Scusa, ma continuo a non capire…» dissi con ulteriore sforzo.
«Cosa non capisci? È così semplice, non c’è niente di complicato»
ribatté Momose, sospirando un po’ spazientito. «Te lo ripeto: i tuoi occhi
non sono la ragione per cui vieni preso di mira».
«E allora perché, tra tutti i nostri compagni di classe, tormentate
proprio me?». Dopo un attimo di esitazione aggiunsi: «In realtà non sono
l’unico… Anche Kojima viene tartassata, con il pretesto che è sporca,
puzza e non si lava. Se tutto succede per caso, come dici tu, perché
dobbiamo subire sempre soltanto io e Kojima?» chiesi con voce tremante.
«Kojima?… Ah, sì, quella con tutti quei capelli, non ricordavo neanche il
suo nome» disse Momose, inclinando dubbiosamente il capo da un lato.
Intanto una robusta folata di vento fece stormire le foglie degli alberi per
alcuni secondi. «Quando dico “per caso”, tanto per capirci, voglio dire
semplicemente che è così che va il mondo, che le cose funzionano in un
certo modo e non tocca a noi cambiarle, perché non possiamo. È un
sistema molto più grande di noi. In questo mondo, se ci pensi, tutto ciò
che esiste è frutto del caso. La gente si affanna a cercare ragioni più o
meno per tutte le cose, ci si inventa di tutto pur di dare una spiegazione a
ciò che abbiamo davanti agli occhi e non solo. E comunque, che sia fittizia
o meno, alla fine una ragione la si trova. Ma in realtà è solo per caso che le
cose cominciano, e nessuno può prevedere più di tanto come e quando.
Tu, per esempio, non sei nato per caso? E lo stesso vale per me e chiunque
altro. Prima di venire al mondo non esistiamo, è solo grazie a
un’incredibile concatenazione di circostanze casuali che nasciamo. Io e te,
ora, siamo qui insieme per caso e per nessun altro motivo. Ci sono, come
dire?, delle tendenze, o meglio dei processi che possono innescare il caso e
far sì che qualcosa avvenga, ammesso che si abbia voglia di fare quel
qualcosa. È ciò che chiamiamo desiderio, no? Ma il desiderio stesso nasce
per caso, e per caso, se la situazione oggettiva lo consente e tutto coincide,
quel certo qualcosa diviene realtà. Lo stesso vale per te e per tutto ciò che
subisci a scuola, in fondo è il risultato di una fortuita serie di coincidenze».
«Per caso… Una fortuita serie di coincidenze…» ripetei a fior di labbra,
ma continuavo a non capire.
«Sì, per caso e basta, non c’è altro. Tu mi sei completamente
indifferente e, se devo dirtela tutta, quello che Ninomiya e gli altri ti fanno
non mi interessa. Spesso sono con loro, è vero, ma è come se non ci fossi,
nel senso che non penso a quello che fanno, non penso a niente. Per me
non c’è altro, credo sia tutto».
«Per caso e basta…» mormorai sottovoce, interrompendomi per un
breve istante. «E solo per questo, per caso, credi sia giusto tormentare una
persona?».
«Continui a vederla troppo dal tuo punto di vista, continui a inseguire
chissà quale spiegazione» rispose Momose sospirando per l’ennesima
volta. «Qui non stiamo parlando della questione del bene e del male, se sia
giusto o sbagliato e di altra roba così complicata. Ripeto, tendi a metterla
su un piano molto più difficile di quanto non sia. Invece è molto semplice
e sto cercando solo di spiegarti la situazione».
Non riuscivo a muovermi, non sapevo più cosa dire. Me ne stavo lì, in
piedi, lo sguardo rivolto verso le ginocchia del mio compagno di classe.
«Non c’è nessun significato profondo» disse convinto, giocherellando
con le dita. «Ti fanno quelle cose solo e unicamente perché hanno voglia
di fartele, o almeno è così che la penso. Prima di tutto in loro nasce un
desiderio, dopo di che agiscono in base al caso. E nel momento in cui quel
semplice desiderio appare non ci sono né bene né male. È solo grazie a una
fortuita serie di casualità che viene a crearsi una situazione favorevole alla
realizzazione del loro desiderio. Senza l’intervento del caso, quel desiderio
resterebbe irrealizzato. Tu, in poche parole, rappresenti la loro situazione
favorevole, è il caso che ti mette davanti a loro. Ed ecco che, per soddisfare
il desiderio, passano all’azione e ti sottopongono alle loro sevizie. È così,
non c’è altro, e ripeto che non voglio giudicare se sia giusto o sbagliato,
non m’importa. Mettiamo che anche tu abbia il desiderio di fare qualcosa,
no? Se ti si presenta l’occasione concreta di farlo, lo fai e basta, no? Il
principio è lo stesso, non cambia niente».
«No, non è così» replicai d’istinto, mentre sfregavo le unghie tra loro
all’interno delle tasche. «Scusa se te lo dico, ma credo sia solo un modo
per giustificare le vostre azioni. Andare da qualche parte perché si ha
voglia di farlo e picchiare qualcuno solo perché lo si desidera non sono la
stessa cosa».
«La forma è diversa, è ovvio, ma il principio alla base è lo stesso. Cosa
cambia? Spiegamelo».
«Cambia il fatto che certe azioni sono oggettivamente sbagliate, perché
arrecano danno agli altri. Picchiare e fare del male sono azioni
inammissibili, non puoi negarlo. Tu ne fai un discorso molto generale e
astratto, parli solo di assecondare i propri desideri, in modo
indiscriminato, ma non sempre è possibile».
«E perché?» ribatté Momose piegando il capo da un lato. «Continuo a
dire che è solo una questione di punti di vista. E comunque che
importanza vuoi che abbia?».
«Se fosse come dici tu, che bisogno avreste di agire di nascosto? La
verità è che siete consapevoli di fare qualcosa di male, avete la coscienza
sporca. Altrimenti non mi direste di non farne parola con i professori, non
mi minaccereste ordinandomi di tenere la bocca chiusa… Per non parlare
del fatto che mi picchiate stando sempre attenti a non lasciare segni, o a
fare in modo che possa sembrare tutt’al più un incidente. Se fosse un
desiderio come un altro, perché non agite alla luce del sole, davanti a
tutti? Non lo fate perché è evidente che si tratta di azioni malvagie e
sareste subito accusati… Se secondo te mi sbaglio, la prossima volta fatelo
in pubblico. Che problema c’è?».
«Problema o non problema non vedo perché scatenare un inutile
casino» replicò Momose infastidito. «E comunque continuo a non
condividere il tuo punto di vista molto soggettivo».
«Non è soggettivo… In ogni caso ti ripeto che se tu e gli altri pensate di
essere nel giusto non dovreste porvi alcun problema».
«Non vuoi proprio capire, è una questione di libertà e punti di vista.
Non è che una cosa si possa fare solo se fa del bene ed è giusta. E poi, a
parte tutto, cosa è bene e cosa è male? Cosa è giusto e cosa non lo è? Chi lo
stabilisce? Tu, forse? In linea di massima, se si ha voglia di fare una cosa,
bisogna farla e basta… Ci arrivi o no?».
«No, mi dispiace ma non ci arrivo».
«È un vero peccato. Vivresti meglio se la pensassi come me».
Feci un lungo sospiro, alzai lo sguardo e scossi la testa in segno di
disapprovazione. Intanto l’aria diventava via via più fredda e la notte più
buia. Strizzai gli occhi e notai fitti nugoli di piccoli insetti bianchi che
svolazzavano intorno ai lampioni. Mi tolsi gli occhiali e mi stropicciai gli
occhi. Provai a ripassare nella mente il contenuto del discorso di Momose,
cercando di sintetizzare i punti principali, ma il risultato non fu dei
migliori. Ero molto stanco, riuscivo a malapena a reggermi in piedi.
«Se fossi al mio posto e qualcuno ti dicesse quello che hai appena detto
a me, ti convinceresti subito, saresti d’accordo?» chiesi dopo un po’.
«Non ho mai detto di volerti convincere, non pretendo che tu sia a tutti
i costi d’accordo con me» rispose seccato Momose. «Se non ti sta bene,
continua a pensarla come vuoi e prova a risolvertela da solo».
«No, ma mi farebbe piacere se…».
«Niente se, non c’è un solo mondo, dovresti saperlo bene anche tu. Non
esiste un mondo unico e perfetto dove tutti la pensano e ragionano allo
stesso modo. A volte si può finire per credere che un mondo del genere, o
almeno simile, esista per davvero, ma poi ci si rende conto che non è così
e che si trattava solo di un’illusione momentanea. Perché
fondamentalmente ognuno vive in un suo proprio mondo e la pensa in
modo diverso. Dal principio alla fine, tutti, nessuno escluso. È ovvio che
poi sono possibili diverse combinazioni, un pezzo di questo e un pezzo di
quell’altro, modi di vedere le cose simili tra loro, gente che in qualche
modo viene a contatto… Ma ti ripeto che in fin dei conti ciascuno di noi è
un mondo a sé».
«Be’, questo è il tuo…» cominciai a dire, ma Momose mi interruppe di
nuovo e riprese subito la parola.
«E nell’ambito di queste combinazioni, venendo al tuo modo sbagliato
di vedere le cose, tu credi che tra ciò che accade nel tuo mondo e nel
nostro esista un qualche legame e si possa arrivare a un compromesso, ma
non è così, perché non esiste alcun legame. Pensaci bene, mi raccomando.
Fino a poco fa, per esempio, eri convinto che tutti ti bullizzassero a causa
del tuo strabismo. E invece, come ti ho spiegato, le cose stanno
diversamente. Dici che i maltrattamenti che subisci ti impediscono di
dormire, e invece ti dico che non c’entrano nulla e che la tua insonnia è
dovuta solo al caso. Non è niente di così clamoroso, niente per cui provare
sensi di colpa. A essere onesto, non credo che tu stia subendo chissà quali
torture. Preferisco non pensare a niente, non farne un dramma e
ricordare che tutto è relativo e dipende in gran parte dal caso. E questo
vale per tutti, non solo per me e te. Si tratta semplicemente di qualcosa
che non va come tu vorresti. Alla fin fine, tra ciò che pensi tu e gli altri
non esiste alcuna relazione. Mondi diversi e distanti che si incrociano solo
per caso. Poi, una volta che il contatto è avvenuto, è ovvio che ciascuno
cerca di attirare gli altri entro la propria orbita, nel proprio sistema di
valori, così da aumentare la massa e il peso specifico e farsi notare in
questo nostro piccolo universo». Momose si schiarì la gola e riprese il
discorso, dopo avermi lanciato un’occhiata dal basso. «Venendo al
dunque, se non ho capito male e guardandola dal tuo punto di vista, non
vuoi più essere tormentato, giusto? Allora non ti resta altro che fare in
modo che Ninomiya e gli altri perdano la voglia di tormentarti. Altre vie
non ce ne sono, credimi. Come ti ho già detto, in tutta questa storia non ci
trovo niente di strano, ma neppure di divertente, e non c’entro più di
tanto. Spesso sono con loro per puro caso, e solo per caso do qualche
suggerimento e assisto a ciò che accade. Né più né meno come sta
succedendo adesso tra me e te, qui a parlare liberamente senza che niente
e nessuno ci abbia detto di farlo».
«Ma… Ma allora i sentimenti, quello che proviamo… non contano
niente?» mormorai come se parlassi tra me e me.
«Questo non lo so, ma a me non interessa. Nel senso che ognuno deve
occuparsi dei propri sentimenti. Non mi importa quello che provano gli
altri, a me importa di me stesso. Non ti chiedo e non ti chiederò mai di
preoccuparti dei miei sentimenti, capito? Non lo chiederò mai a nessuno.
Io sono io e gli altri sono gli altri».
Momose scoppiò a ridere. Rimasi lì a guardarlo in silenzio, per un bel
po’.
«Alla fine vale lo stesso discorso più o meno per tutte le cose, dall’arte
alla guerra e a tutto il resto» proseguì nello stesso tono un po’ esaltato, il
sorriso ancora sulle labbra. «Si discute di tutto e di più, non si finisce mai,
la gente ama solo discutere e giudicare. Si disquisisce sui gusti, su ciò che è
buono da mangiare e ciò che non lo è, su ciò che è bello e ciò che è
orrendo, fino ad arrivare a definire ciò che è autentico e ciò che non lo è,
questo è vero e quest’altro è solo menzogna, tutti a voler imporre la
propria opinione e pretendere di avere ragione. Ovunque, in qualsiasi
situazione e contesto, c’è sempre gente che non la smette più di blaterare,
fingendo di avere esperienza da vendere e di sapere come va il mondo. E il
bello è che non ne hanno mai abbastanza, sarebbero capaci di andare
avanti a oltranza, come se non avessero nient’altro da fare. In effetti non
ce la fanno a restare con la bocca chiusa, è più forte di loro, devono
sparare menate a destra e a manca dalla mattina alla sera, tutti i giorni.
Perché in fondo per loro è questa la vita, solo così possono sentirsi vivi.
Fanno finta di essere arrabbiati o contenti, tristi o felici, ma in fondo è
tutto quel discutere e ridiscutere senza sosta a divertirli e farli sentire
appagati». A quel punto si interruppe per un paio di secondi, fece
spallucce e, dopo aver inclinato un po’ la testa all’indietro, aggiunse:
«D’altra parte, quando ci penso, è proprio quello che mi fa più paura, quel
desiderio intenso di vivere. Sì, certe volte vivere mi fa paura, perché so
che in fondo anch’io sono solo e nessuno sarebbe disposto a difendermi se
mi prendessero di mira».
Momose fece un’altra pausa, smosse un po’ i capelli con le mani e
scoppiò di nuovo a ridere, più forte di prima, come se avesse detto la cosa
più stramba e divertente del mondo. Gli si vedevano tutti i denti, bianchi e
perfetti.
«Senti, per quanto ancora dobbiamo stare qui a parlare?» disse subito
dopo, cercando di incrociare il mio sguardo e continuando a sorridere.
«Credo che abbiamo chiacchierato abbastanza, no? Ti ho dato un bel po’ di
risposte».
Lo guardai in silenzio, senza preoccuparmi di rispondere alla sua
domanda. Poi gli dissi: «Come reagiresti se mi suicidassi?».
Mi fissò per un lungo istante e si lasciò andare all’ennesima risata. Ma
non mi lasciai scoraggiare e continuai dicendo: «Non sto scherzando. Che
fareste tu e gli altri se mi suicidassi e lasciassi un messaggio per dire che è
tutta colpa vostra e raccontassi quello che mi avete fatto?».
«Bah!» esclamò lui, smettendo finalmente di ridere. «Forse la cosa
potrebbe crearmi qualche problema, ma non sarebbe niente di che. Lo
sanno tutti, finché si è minorenni non si rischia più di tanto. Tempo
qualche mese e sarebbe come se non fosse successo niente, tutto
tornerebbe tale e quale a prima. Bullismo, violenza scolastica: sono
questioni molto ambigue, ti becchi al massimo una bella punizione e la
storia finisce lì. E poi molto dipende da come si interpretano i fatti».
«Ma tu non ti senti mai in colpa?» gli chiesi con un filo di voce.
«In colpa? Io?».
«Non mi riferisco a quando sei con Ninomiya e gli altri… Quando sei da
solo, per esempio, non ti senti mai in colpa per quello che hai fatto o
pensato?».
«No, mai» rispose secco.
«E se qualcuno della tua famiglia fosse trattato come me ne
soffriresti?».
«Certo, per chi mi hai preso?» ribatté, stavolta mostrando
un’espressione meravigliata. «Non so se lo sai, ma ho una sorella più
piccola molto carina, ci assomigliamo. La adoro e non permetterei mai che
qualcuno le facesse del male».
«E allora perché fai o lasci che si faccia agli altri quello che non vorresti
venisse fatto a te o a qualcuno della tua famiglia?».
«Ma che c’entra? Sono due cose ben diverse! Mia sorella non ha niente a
che fare con gli altri» disse Momose alzando la voce, gli occhi quasi fuori
dalle orbite. «Se non voglio che gli altri facciano qualcosa a me o ai miei
cari, io faccio di tutto per difendermi, agisco per respingere l’attacco. Mi
proteggo da solo, come è normale che sia. Non vedo niente di più semplice
e sensato. Quanto alla logica del “non fare agli altri ciò che non vorresti
fosse fatto a te”, secondo me è un’emerita stronzata. Non ci ho mai
creduto, sono tutte fesserie. È solo una scusa di cui si servono i deboli e
tutti quelli che sono incapaci di vedere le cose come stanno e non sanno
né pensare né difendersi da soli. Ma chi volete prendere in giro? Idioti!»
disse ridendo. «Non sei d’accordo? Guarda quei tre per esempio» mi fece
indicando col mento alle mie spalle. Mi voltai e, a una decina di metri di
distanza, scorsi una coppia sulla quarantina e una ragazza un po’ più
grande di me in divisa da liceale che avanzavano verso il cancello
dell’ospedale. «Lui, il padre» proseguì Momose, «chissà che tipo è…
Ovviamente non l’ho mai visto in vita mia, ma metti per esempio che un
bel giorno la figlia gli confessi che si prostituisce e fa video porno...
Reagirebbe di sicuro molto male e scatenerebbe un gran casino. Ora, però,
è probabile che lui stesso veda o abbia visto video di quel genere, con
ragazze che sono figlie di qualcun altro, o che addirittura frequenti locali
dove adolescenti, ugualmente figlie di qualcun altro, si esibiscono nude e
intrattengono i clienti con giochini erotici. E tutto questo non lo disturba
affatto, perché lo fa e gli piace. Se il criterio di mettersi nei panni degli
altri fosse predominante e riconosciuto, quell’uomo dovrebbe rispettare i
sentimenti dei padri delle ragazze che si spogliano nude, aprono le cosce e
si lasciano fare varie cose, e dovrebbe placare i suoi desideri seduta stante.
Ma questo non avviene, per il semplice fatto che sono due cose del tutto
differenti. Un padre non pensa mai al padre della ragazza nuda che ha
davanti a sé. Figurati cosa gliene può fregare dei sentimenti di un perfetto
sconosciuto, per giunta in una situazione come quella. In fondo penso che
sia normale, è un fatto naturale. Non si tratta di giusto o sbagliato, non è
una questione di bene o male, sono solo due cose distinte e separate fin
dall’inizio. È così che va il mondo, nessuno può farci niente. Bisogna
accettarlo e basta» disse mentre si stropicciava gli occhi. «Quelli che
sostengono che occorre mettersi nei panni degli altri forse abitano in un
mondo ideale dove quella differenza non esiste. Uomini di sani princìpi e
senza contraddizioni… che però non esistono da nessuna parte, non nella
nostra realtà! Perché non esiste un mondo ideale e perfetto… C’è tanta
ipocrisia nella nostra società, alla fine tutti la pensano come meglio
credono e agiscono solo ed esclusivamente a proprio vantaggio. Non ha
senso parlare di morale, la morale esiste solo nelle favole. Altro che non
fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te e immedesimarsi nel
prossimo, sono tutte cazzate, roba che la gente si è inventata per poter
fare ancora di più i cavoli propri. Lo ripeto, è tutta ipocrisia, c’è poco da
fare. Ognuno agisce solo in base alla propria convenienza. Non sei
d’accordo? Nella realtà accade l’esatto contrario: tutti fanno agli altri ciò
che non vorrebbero mai fosse fatto a loro stessi, con una facilità
sconcertante. I carnivori divorano gli erbivori, la scuola è un sistema
basato sulla competizione che serve a gerarchizzare e classificare gli
individui secondo le loro capacità e parametri ben definiti, i forti
schiacciano i deboli… È stato e sarà sempre così, non cambierà mai niente.
Nessuno può sfuggire a questa realtà, neanche coloro che si appigliano in
modo pretestuoso a norme morali e si vantano di uno stile di vita
apparentemente sano e irreprensibile. Non sto parlando a vanvera, ti
giuro che su queste questioni ci ho riflettuto a lungo».
«Ma allora, a prescindere da quello che uno fa, resta sempre tutto
uguale? A questo punto conviene fare davvero ciò che si vuole?» dissi
sottovoce, lo sguardo basso, senza rendermi conto se mi stessi rivolgendo
a Momose o a me stesso.
«Quando eravamo bambini» rispose lui, «spesso ci dicevano che
facendo i cattivi saremmo andati all’inferno e roba simile, no? Ma
ovviamente erano tutte bugie, lo facevano per spaventarci e tenerci buoni.
In fondo funziona tutto così: siccome niente ha senso, bisogna sempre
inventarsene una». Fece una breve pausa per lasciarsi andare a una delle
sue risate. «I deboli» continuò serio, «non sopportano la verità. La
sofferenza, la sfortuna, l’infelicità… La vita è questo, lo sanno tutti che non
è niente di che, eppure loro non riescono a sopportarlo, perché sono
incapaci di reagire e continuano a farsi solo del male».
«Lo sanno tutti? E chi sarebbero questi tutti?» mi sforzai di chiedere, di
nuovo a voce bassa.
«Tutti quelli che hanno un po’ di sale in zucca» rispose Momose ridendo
a crepapelle. «Se davvero esiste un inferno, è qui davanti ai nostri occhi,
in questa realtà; così come è qui anche il paradiso, ammesso che esista. È
tutto da questa parte, nel nostro mondo, perché al di là non c’è altro e in
fondo niente ha senso. Questa cosa mi diverte da matti, mi fa impazzire».
Nel pronunciare l’ultima frase aveva assunto un’espressione esaltata,
sembrava posseduto, e io me ne restai lì a guardarlo in silenzio. «Invece di
credere a tutte quelle cazzate, menzogne da quattro soldi, la gente
dovrebbe imparare a pensare con la propria testa e difendersi da sola».
«E… se io…» mormorai articolando le parole molto lentamente, tra un
respiro e l’altro, come per sfuggire alla confusione che regnava nella mia
testa. «Se io… ti uccidessi?».
«Provaci, uccidimi se ci riesci» rispose all’istante Momose, senza la
minima esitazione. «Fallo, che aspetti? Fa’ ciò che vuoi. Nessuno può
impedirti di agire, la volontà è tua, e solo tu ne hai il pieno controllo. Il
problema, e non lo dico tanto per dire, è: perché finora non lo hai mai
fatto? Hai avuto centinaia di occasioni e ragioni per ammazzare uno di
noi, me compreso, eppure non ci hai mai provato. Come mai? Uccidere,
essere uccisi… forse stiamo esagerando, ma voglio giusto ricordarti un
episodio molto recente, in palestra. Sbaglio o Ninomiya, io e gli altri ti
abbiamo infilato un pallone da pallavolo sulla testa e ti abbiamo preso a
calci? L’abbiamo fatto, no? Ti sei beccato un calcione da paura in piena
faccia… Ecco, noi possiamo farlo e tu no. Noi ne siamo capaci, tu no, come
mai? Te lo sei mai chiesto? È molto importante, è questo il punto cruciale,
la questione sta tutta qui. Potresti rispondere che noi ci riusciamo perché
siamo di più, mentre tu sei uno solo, e io potrei dirti che un po’ c’entra
anche questo, ma solo in teoria. E lo sai perché? Perché se anche ti dicessi,
ora, in questo preciso istante: “Ehi, eccoti il pallone, ficcamelo sulla testa e
tirami un calcio più forte che puoi, giuro che dopo non ti farò niente”, tu…
ti tireresti indietro, non lo faresti mai. Ci scommetto tutto quello che
vuoi».
«Io…» balbettai a stento, come se avessi un nodo alla gola. Poi mandai
giù una gran quantità di saliva e dissi tutto d’un fiato: «Non lo farei mai
perché non ho veramente voglia di farlo».
«Esatto! Finalmente ci sei arrivato» gridò Momose, ridendo con aria
trionfante. «E perché non hai voglia di farlo? È semplice: perché sei debole
e non ne sei capace. È questo il problema! Perché non te ne vai in giro con
un bel coltello nascosto in tasca, così da piantarcelo nello stomaco alla
prima occasione favorevole? Se lo facessi, la tua vita cambierebbe da un
momento all’altro, le torture finirebbero. Eppure non lo fai. Perché? Come
mai? Forse hai paura di essere arrestato? Ma no, sei minorenne, sai bene
che non verresti condannato e non finiresti in galera. E allora, si può
sapere qual è il tuo problema?».
«La condanna e la galera non c’entrano niente» risposi con voce quasi
tremante. «È solo che non voglio farlo».
«Sì, ma perché? Forse perché avresti rimorsi e sensi di colpa? Io di sensi
di colpa non ne ho mai, perché dovresti averli tu? Forse pensi di essere
migliore di me?… Ah-ah-ah!». Quella sua risata cominciava a darmi sui
nervi, era irritante. Ma strinsi i denti e rimasi in silenzio. «C’è poco da
fare, sei debole, certe cose non sei capace di farle. Ammazzare qualcuno?
Ma se non faresti del male neanche a una mosca. Calcio umano, schiaffi,
pugni, anche solo prendere in giro gli altri… Tutte queste cose non ti viene
voglia di farle perché hai paura e sei diverso. Noi, anche se non abbiamo
mai ammazzato nessuno, i nostri rischi ce li prendiamo e al calcio umano
con te ci abbiamo giocato… Ah-ah-ah! In questo mondo ci sono miliardi di
individui, certe cose alcuni sono capaci di farle e altri no. Al doposcuola
che frequento io, per esempio, c’è un tipo che si lascia ricattare tutti i
giorni e porta soldi da casa per non essere picchiato. È un figlio di papà, un
debole anche lui. C’è gente di tutti i tipi, fino a quelli che per esempio si
masturbano in pubblico… Noi roba di questo tipo non la facciamo, non mi
fraintendere, te lo dico solo per farti capire che al mondo esistono un
sacco di persone che fanno un sacco di cose diverse. E non sta né a te, né a
me, né a nessun altro giudicare cosa vada bene e cosa no. Ma soprattutto
te lo dico per sottolineare che c’è chi è in grado di compiere certe azioni e
chi no, chi ha voglia di fare una cosa e chi ha voglia di farne un’altra, chi
ha certe tendenze e chi ne ha altre… Il mondo è immenso e molto vario, la
vita è breve, e nessuno dovrebbe osare dire a un altro questo sì e quello
no. Comunque sto parlando di una cosa molto semplice, elementare, e cioè
del fatto di aver voglia ed essere capace di fare qualcosa. Non c’è altro,
non è una faccenda complicata». Momose si fermò un istante e soffocò a
stento uno sbadiglio. «Ma ricorda bene, te lo dico ancora una volta: tutto
questo succede solo per volere del caso. Noialtri, per caso, siamo capaci di
fare certe cose; tu, sempre per caso, non sei capace di farle. È così, ora, in
questo momento. Poi, tra sei mesi o un anno, non lo so, nessuno può
saperlo. E ancora meno possiamo sapere come sarà in futuro».
7
A
llora, come andiamo?» disse il medico nel vedermi entrare.
Dopo che ero rimasto a lungo sovrappensiero, nel sentire pronunciare il
mio nome ad alta voce dall’infermiera ero scattato in piedi come una
molla e avevo varcato a passo spedito la porta dell’ambulatorio. Il medico,
lo stesso della volta precedente, mi aveva accolto con un ampio sorriso.
«Mi ricordo molto bene di te» continuò in tono ilare. «Sai, tranne in casi
abbastanza gravi, non chiediamo mai ai pazienti di tornare».
«Sì, grazie, dottore» dissi sottovoce chinando il capo, come per
scusarmi.
«Ottimo, ormai sei a posto» esclamò lui, avvicinando di colpo il suo viso
al mio e puntando lo sguardo all’altezza del mio naso, le pupille che si
muovevano veloci a destra e a sinistra. «Direi che sei quasi guarito. Ti fa
ancora male?».
«No, solo un po’».
«In effetti non avevi niente di rotto…».
«Sì, per fortuna».
«Hai preso l’antidolorifico?».
«Una sola volta, di sera».
«Bene» disse il medico annuendo. «Ma sappi che con una frattura non
te la saresti cavata così facilmente». Si voltò verso la scrivania facendo
ruotare la sua sedia girevole e cominciò a scrivere qualcosa. Poi, dandomi
le spalle, aggiunse: «Anch’io da ragazzo mi sono rotto il naso». Si girò di
nuovo verso di me, si strinse il naso tra l’indice e il pollice e me lo mostrò
facendo una strana smorfia. «Successe durante una scazzottata» continuò.
«Era tutto storto, faceva paura. Ma all’inizio, mentre ci riempivamo di
botte, l’adrenalina a mille, non me n’ero neanche accorto. Non sentivo
niente, nessun dolore, era come anestetizzato. Dopo, quando mi guardai
allo specchio, non ti dico: era completamente piegato da un lato, tutto
ammaccato, irriconoscibile. Faceva ribrezzo, uno spettacolo orrendo.
D’altronde era normale, lo avevo sempre visto bello dritto in mezzo alla
faccia, era la prima volta che l’osservavo ridotto in quello stato. Non
sembrava più un naso, ecco, era tutto deformato e rivolto da una parte, e
cominciava a fare un male cane. Alla fine mi portarono da un medicastro
da quattro soldi, uno che forse non aveva neanche finito la
specializzazione. Tieni presente che all’epoca ce n’erano molti così,
soprattutto nelle province più sperdute, erano tempi duri… Comunque,
mentre il sangue usciva a fiotti, il tizio mi infilò due bacchette di legno
nelle narici e mi raddrizzò il naso in un colpo solo. Non ti dico il dolore,
così, senza anestesia, vidi le stelle. Ancora adesso, se solo ci ripenso, mi
viene la pelle d’oca… Ecco, guarda, li vedi tutti i peli dritti?» disse mentre
si tirava su la manica del camice e mi mostrava il braccio. Mi limitai a
mugugnare un mezzo sì e a fare un cenno affermativo con la testa. «Ti
assicuro che il dolore durò per mesi, ci volle quasi un anno perché
scomparisse del tutto. Prendevo un analgesico quasi tutti i giorni. Durante
la notte, non appena l’effetto del medicinale diminuiva e sfioravo la
coperta o il cuscino, mi svegliavo e cominciavo a contorcermi per il
dolore. Fu un periodo terribile, uno dei peggiori della mia vita. Eh, che ci
vuoi fare? Quel vecchio medicastro apparteneva a un’altra generazione,
non era colpa sua, all’epoca la medicina era tutt’altra cosa. E ora, grazie a
lui, mi ritrovo con questo bel naso storto».
In effetti, guardando meglio, si vedeva che il suo naso tendeva un po’ da
una parte. Restava comunque un bel naso, dignitoso e ben definito,
posizionato al posto giusto, molto più aggraziato di tanti altri e con una
punta che trasmetteva determinazione. Non che mi intendessi di nasi e
avessi mai dedicato il mio tempo a osservarli, ma dal punto di vista
estetico quello mi sembrava decisamente superiore alla media.
«Bisogna fare molta attenzione al proprio naso» disse il medico
ridendo. «Anche tu non devi trascurarlo, mi raccomando».
«Sì, certo» risposi. «Anche perché di naso ne abbiamo uno solo».
«Esattamente, bravo. Ne abbiamo uno solo» ripeté lui ridendo di nuovo.
Mi disse che nel giro di poco tempo il dolore sarebbe scomparso e
aggiunse che, se per caso così non fosse stato, sarei potuto tornare senza
farmi problemi. Lo ringraziai, mi alzai dalla sedia e mi diressi verso la
porta, ma all’ultimo momento mi richiamò.
«Aspetta un attimo…» mi fece. «I tuoi occhi… da quand’è che sono
così?».
Non mi sarei mai aspettato una domanda del genere. Rimasi pietrificato
con lo sguardo rivolto al medico, incapace di rispondere.
«Non hai mai pensato di farti operare?» mi chiese ancora lui, incurante
del mio silenzio.
Accanto alla porta, l’infermiera teneva la tenda aperta per permettermi
di uscire. Anche lei aveva rivolto lo sguardo al medico, un po’ sorpresa.
«Non deve essere facile, eh?» proseguì lui. «Per tanti motivi… Certo,
dipende dai casi, ma a volte si può anche soffrire di forti mal di testa».
Continuai a non aprire bocca, limitandomi a rispondere con timidi
cenni del capo, gli occhi chiusi. A un certo punto sollevai lentamente le
palpebre, percepii un lieve ronzio nelle orecchie, poi il silenzio. Di colpo
mi accorsi di avere le labbra e la bocca molto secche. Avevo una sete
pazzesca, mi pentii amaramente di non aver bevuto niente dopo la lunga
discussione con Momose.
«Purtroppo, da piccolo…» cominciai finalmente a dire, balbettando. «Mi
hanno operato, ma non è andata bene».
«Quanti anni avevi?».
«Cinque».
«Si può riprovare, sai?» mi disse il medico in tono più che convinto,
come se parlasse della cosa più scontata e facile del mondo. «Magari il
medico che ti ha operato era una schiappa» aggiunse con evidente ironia.
«Scherzo, ovviamente. Ma devi sapere che la medicina fa passi da gigante
tutti gli anni e in ogni caso ci sono medici più bravi di altri, nel senso che
conoscono bene i trucchi del mestiere. D’altra parte stiamo parlando di
chirurgia di precisione, è vero, ma dal punto di vista della tecnica
chirurgica si tratta di un intervento molto semplice, tant’è che spesso lo si
lascia eseguire ai medici più giovani, freschi di laurea».
«Ma… a me l’hanno fatto in anestesia generale» dissi con una voce
strana, che io stesso stentai a riconoscere.
«È ovvio, perché eri piccolo!» esclamò il medico mettendosi a ridere.
«Si può fare più di una volta?» chiesi con un certo timore, dopo aver
inghiottito tutta la saliva che avevo in bocca.
«Dipende dal paziente, ma in genere sì. In alcuni casi sono necessari
anche più interventi per rimettere tutto a posto. Comunque adesso si fa
senza problemi in anestesia locale. Per farla breve, questo genere di
strabismo si risolve tirando un po’ i muscoli oculari in modo da correggere
la posizione del bulbo, non ci vuole molto tempo. Bisogna essere precisi al
millimetro per riportare l’occhio bene al centro. A volte i chirurghi
giovani e con poca esperienza tirano un po’ troppo forte o magari non
abbastanza, e di conseguenza il risultato non è dei migliori. Per fortuna in
quest’ospedale, al reparto di Oculistica, abbiamo un ottimo specialista.
Perché non ne parli con i tuoi genitori? L’importante è che i tuoi occhi
funzionino entrambi regolarmente, perché in questo caso è davvero tutto
molto semplice. Hai mai avuto una visione binoculare normale? In poche
parole, per intenderci, quand’eri più piccolo vedevi le immagini bene,
senza che si sdoppiassero?».
«Non lo so, ma credo di sì…» risposi timido, la voce che si udiva a
stento. «Il mio strabismo si è manifestato intorno ai tre anni, o almeno
questo è quanto mi hanno detto i miei genitori».
«Perfetto, allora non dovrebbero esserci problemi» disse il medico
grattandosi forte il cuoio capelluto. «Giusto qualche giorno fa è stato
operato un ragazzino un po’ più piccolo di te. Sogna di diventare un
giocatore di baseball, e ovviamente il suo strabismo glielo avrebbe
impedito in partenza, non sarebbe mai stato in grado di colpire o afferrare
una palla al volo».
«Impossibile…».
«Già. Forse tu non aspiri a diventare un campione di baseball o altri
sport, ma almeno operandoti potresti evitare di andare a sbattere contro
biciclette in corsa o altro e romperti il naso. L’intervento e la successiva
riabilitazione oculare ti obbligherebbero a frequentare per un po’
l’ospedale, ma ti assicuro che ne varrebbe la pena. Non voglio forzarti,
parlane con i tuoi e decidi con calma, va bene?» disse tamburellando
ritmicamente le dita sulla scrivania, un sorriso benevolo in volto.
«Sì…».
Non riuscii a dire altro. Intanto l’infermiera continuava a tenere la
tenda aperta e guardava un po’ il medico e un po’ me.
«E comunque non costa molto» aggiunse il medico qualche istante
dopo.
«Ah, davvero?» replicai meravigliato, a voce molto più alta di quanto
avrei voluto.
Non avevo la più pallida idea di quanto avessero speso i miei la volta
precedente, né ero al corrente di altri dettagli, dopotutto avevo solo
cinque anni. Ma così, di primo acchito, il fatto di associare i miei occhi a
una questione di soldi suscitò in me una sensazione molto strana, che non
saprei definire. Pagando una certa cifra avrei potuto farmi operare e
correggere il grave difetto agli occhi. Non avevo mai immaginato che fosse
possibile, non avevo mai pensato a niente del genere. D’altra parte avevo
perso ogni speranza: visto che l’operazione era andata male una volta, mi
ero rassegnato ad avere gli stessi occhi per tutta la vita. Ma il discorso di
quel medico aveva capovolto tutto, era stato come uno shock, una
sorpresa incredibile. Sì, ero sconvolto, l’idea di avere occhi normali mi
aveva messo in grande agitazione. Me ne stavo lì impalato, incapace di
pronunciare una sola parola, con la mano davanti alla bocca. Senza
rendermene conto mi stavo rosicchiando le unghie. Non sapevo neanche
cosa pensare, diverse immagini mi attraversavano la mente: la faccia di
Momose, la sua ombra sotto la luce azzurrognola del lampione; la
penombra della mia stanza, il mio viso riflesso in un specchio, con l’occhio
sinistro più o meno di fronte e quello destro che invece tendeva tutto da
un lato, come se volesse scappare chissà dove. E, se avvicinavo un dito,
nello specchio vedevo solo una macchia color carne vaga e indistinta.
«Se deciderai di operarti» disse il medico, riportandomi alla realtà,
«non dovrai fare altro che venire in ospedale accompagnato da uno dei
tuoi genitori. Ti assicuro che non costa troppo, sta’ tranquillo».
«Quanto… verrebbe a costare?» chiesi attingendo a tutto il mio
coraggio, il cuore che batteva a mille.
Il medico incrociò le braccia, chiuse gli occhi in un’espressione
meditabonda, come se raccogliesse frammenti di non so che sparpagliati
dietro la fronte, emise una specie di mugugno e infine mi fissò dritto negli
occhi.
«Circa quindicimila… Solo quindicimila yen».
«Quindicimila yen…» ripetei senza neanche accorgermene.
«È già pieno autunno!» esclamò Kojima sorridendo.
Con l’inizio di novembre il vento era diventato all’improvviso più
freddo. La giacca di lana che Kojima indossava sopra la camicetta bianca
emanava un lieve odore di naftalina, cui si mescolava un sentore
d’inverno ancora più lieve.
Gli odori evocano i ricordi. Li richiamano alla memoria direttamente dal
cuore, senza passare attraverso il cervello, impregnano a fondo le narici o
il palmo della mano e diffondono una sensazione primigenia che anticipa
le emozioni.
Ero un po’ teso fin dalla sera precedente, perché io e Kojima avevamo
deciso di rivederci da soli dopo molto tempo, e mentre l’aspettavo in cima
alla scala d’emergenza non riuscivo a ritrovare la calma. Il mio stato
d’animo in quel momento mi ricordò l’ansia che avevo provato in
occasione del nostro primo incontro ai giardini della Balena. Quella volta
si approssimava la sera, il blu della notte scendeva a poco a poco dal cielo.
Mi sembrava un evento così remoto e lontano, e invece erano passate solo
un paio di stagioni.
«Sai» mi disse Kojima, «anche se non ci siamo più visti per un bel pezzo,
sono riuscita a cavarmela lo stesso. Però mi sei mancato molto».
Appoggiata alla ringhiera, incrociava e scioglieva di continuo le braccia,
mentre la città e il crepuscolo alle sue spalle sembravano avvicinarsi.
A scuola me n’ero reso conto solo in modo vago ma, ora che la vedevo a
un passo da me, ebbi la certezza che era parecchio dimagrita. Non che in
precedenza fosse grassa, però, in confronto a ora, prima poteva essere
considerata abbastanza in carne. Aveva perso tutto il grasso nei punti
visibili, soprattutto gambe e braccia, ma anche intorno al mento, tanto da
sembrare quasi un’altra persona. La divisa scolastica le stava grande, ci
ballava dentro. E, a giudicare dal colorito e dall’espressione del viso,
sembrava stanca. Tuttavia, sotto le sopracciglia all’ingiù, i suoi occhi
apparivano più grandi e vivi di prima, brillavano più che mai, evocando
una straordinaria energia. I capelli, che di tanto in tanto attorcigliava e
poi tirava con le dita, una ciocca per volta, erano diventati molto lunghi e
andavano in tutte le direzioni. Alcuni ciuffi, più secchi e crespi di altri,
facevano pensare a una scopa di saggina. Fili e frammenti di tessuto erano
impigliati qua e là e pendevano flosci, talvolta staccandosi da
quell’enorme massa corvina e svolazzando brevemente nell’aria. C’era
poco da fare, anche se pensavo a lei tutto il tempo, era come se esistessero
due persone diverse: la Kojima che vedevo solo da lontano e quella che
vedevo da vicino. Presi posto sul terzo o quarto gradino della rampa e
continuai a guardarla, costretto a sollevare solo un po’ la testa.
«In realtà» disse poco dopo, «ho letto e riletto le tue lettere un’infinità
di volte, e questo è bastato a tranquillizzarmi un po’. Anche tu hai riletto
le mie?».
«Sì» risposi all’istante.
«Ah, bene» disse lei senza particolare entusiasmo, anche se
dall’espressione del viso era facile intuire che fosse molto contenta. Non
feci nessun accenno al fatto che non avevo risposto alle sue ultime lettere,
e neanche lei vi fece alcun riferimento.
«Anche se di recente non ci siamo più visti e non abbiamo avuto modo
di parlare» continuò, «immaginavo lo stesso i tuoi sentimenti e ciò che
pensavi… Più o meno, eh». Dopo aver pronunciato le ultime parole rise
imbarazzata e abbassò lo sguardo.
Rimasi in silenzio, senza sapere cosa replicare. Poi cambiai argomento e
le chiesi: «Sbaglio o sei dimagrita?».
«No, non sbagli» rispose con voce cristallina. «Ultimamente non sto
mangiando molto».
«Come mai? Non hai fame, hai qualche problema?».
«No, fa parte della mia strategia».
«La tua strategia?».
«Sì» replicò con un leggero sorriso.
«Ma bisogna mangiare, è importante».
«Certo che mangio, sta’ tranquillo. È solo che preferisco rinunciare al
superfluo… Te l’ho detto, rientra nella mia strategia» sussurrò strizzando
gli occhi. «Mangio poco, a volte digiuno per un giorno intero. È una cosa
recente che ho voluto aggiungere al fatto di non curarmi e non lavarmi
più di tanto».
«Ah, scusa, non avevo capito… La strategia, il legame con tuo padre!».
«Sì, esatto» disse mettendosi a ridere. «Solo che adesso il significato
della mia scelta è cambiato…».
«È cambiato? In che senso?».
«All’inizio, come ben sai, era più che altro un modo per non
dimenticarmi di lui. Le mie scarpe da ginnastica sporche e consumate mi
ricordavano le sue scarpe, erano le sue scarpe; il fatto di non lavarmi,
restare sporca, l’odore… erano la sua pelle e il suo odore. Tutto per
sentirlo il più vicino possibile, ogni istante, anche se vive lontano. Ma ora
non è più solo questo… Non è più un semplice stratagemma per non
dimenticare, non lo faccio più solo per mio padre… Finalmente ho capito
che tra lui e me non era soltanto una questione legata al ricordo… C’era
anche dell’altro, la debolezza… Sì, siamo legati dalla debolezza, come noi
due, io e te… Ed è una cosa meravigliosa… Ciò che ci protegge, sempre e
ovunque, ciò che non ci lascia mai soli e ci difende da tutto e tutti è la
bellezza di essere deboli…».
Kojima parlava molto piano, staccando una parola dall’altra come se
volesse porgermele con delicatezza nel palmo della mano. Mi faceva
pensare a uno strano dipinto animato che si stagliava in un placido
paesaggio crepuscolare.
«È l’unico elemento a nostra disposizione…» continuò nello stesso tono
soave. «Ma ce l’hanno più o meno uguale anche gli altri, solo che non se
ne rendono conto… Peccato. L’importante, per adesso, è che almeno noi
due riusciamo a capire esattamente cosa significhi… La bellezza di essere
deboli… Sì, io e te ne conosciamo il significato, ormai lo abbiamo
imparato… Avere la capacità di accettare le cose così come sono grazie alla
debolezza, vivere e amare la vita, è la forza più importante del mondo…
Per gli altri, per noi, per mio padre… Ma non solo… Per tutte le debolezze e
per tutti i deboli del mondo, che in realtà sono la vera forza e i veri forti…
È per questo che ho deciso di cominciare il mio semidigiuno, è come se
fosse un rito… Per tutti coloro che soffrono e sono oppressi ma che si
sforzano di resistere e superare i problemi, che sanno bene che è questo
ciò che conta, per non dimenticarli. È un piccolo sacrificio, una prova.
Bisogna resistere e andare avanti, sempre…». Kojima era in piedi davanti a
me, mi parlava tenendosi a breve distanza, guardandomi dritto negli
occhi. «Del resto tu lo sai meglio di chiunque altro, nessuno è abituato a
resistere e lottare più di te… Ma sei dimagrito un po’ anche tu, o sbaglio?
Non stai mangiando? Ormai ci capiamo anche a distanza, siamo in perfetta
sintonia… Che bello!».
«Io…» cominciai a dire, ma mi interruppi subito, come se di colpo avessi
dimenticato le parole che avevo in mente. Kojima mi guardò con un
sorriso che sembrava dire: “Non preoccuparti, va bene così”. Soffiò una
folata di vento improvvisa, e subito dopo distinsi chiaramente l’odore di
Kojima. Non l’avevo mai sentito così forte, neanche quando ero al suo
fianco. Chissà da quanti giorni non si lavava. Abbassai la testa e tenni lo
sguardo rivolto alla punta delle mie scarpe.
«Amo tutti quelli che, come mio padre, soffrono perché hanno deciso di
vivere nella forza della debolezza. Me per me sei tu il più importante di
tutti…» disse Kojima con un sorriso radioso, una luce intensa nei grandi
occhi. «A proposito, come va il tuo naso, è guarito?».
«Sì».
«A vederlo così mi pare sia tornato come prima. All’inizio deve essere
stata dura, eh?».
«Uhm».
«Eri conciato proprio male… Ma se l’osso si fosse rotto cosa sarebbe
successo? Sarebbe uscito fuori?».
«No, no, si sarebbe piegato tutto da un lato».
«Da un lato?».
«Sì».
«Nel tuo caso lo capisco, perché hai un naso abbastanza grande. Ma cosa
succederebbe al mio, per esempio, che è piccolo e a patata? Un naso così
non si può mica piegare da una parte» disse Kojima ridacchiando. «Forse
finirebbe col piegarsi su stesso, si schiaccerebbe fino ad appiattirsi del
tutto? Ah-ah-ah!».
«Ti auguro di non romperti mai il naso, ma secondo me si piegherebbe
lo stesso, come tutti gli altri».
Poi, dopo una certa titubanza, finalmente le raccontai della mia recente
visita all’ospedale. Le dissi che ci ero tornato dopo parecchi giorni, che il
medico era molto simpatico e gentile e mi aveva raccontato che da
ragazzo si era rotto il naso. Le riferii per filo e per segno tutta la storia,
dalla scazzottata fino ai metodi rozzi e primitivi con cui lo avevano curato.
Ma non le rivelai nulla a proposito dell’incontro e della lunga
chiacchierata con Momose. Anche se avessi voluto, non avrei saputo come
parlargliene, e in ogni caso ero convinto che non sarebbe stata una buona
idea.
Dovunque mi trovassi, a casa o a scuola, mi sorprendevo spesso a
ricordare i dettagli della conversazione con Momose. Ormai era diventata
una specie di ossessione, ci pensavo giorno e notte. Da una parte mi dicevo
che il suo modo di pensare era contorto e fuori di testa, ma dall’altra non
lo trovavo poi così assurdo e mi suonava persino sensato. Dove stava la
ragione? Sapevo solo che mi ritrovavo nel mezzo, a oscillare tra un
opposto e l’altro, e non riuscivo a capire per quale delle due conclusioni
propendere. Su cosa dovevo riflettere, esattamente? Come trovare una
soluzione per uscire dall’impasse? A volte finivo col dubitare del mio
stesso modo di ragionare, temendo che l’approccio fosse sbagliato già in
partenza e che di conseguenza, per quanto mi spremessi le meningi, non
riuscissi a ottenere altro che risposte errate.
In ogni caso, al di là di tutto, quella sera Momose mi aveva detto alcune
cose che non potevo ignorare, non potevo far finta di non averle sentite e
metterci una pietra sopra. Il suo discorso, per quanto astruso, conteneva
senza dubbio alcuni spunti interessanti e barlumi di verità. Ma erano
perlopiù lontani dalla mia portata, non riuscivo ad arrivarci, per quanto
mi sforzassi di afferrarli. Frammenti di verità sparpagliati in un luogo
buio, ruvido e sinistro, dove Momose era seduto proprio come quella sera,
su una panchina sotto una fioca luce azzurrognola, a guardarmi in silenzio
col suo sorriso ambiguo. E mentre vagavo incerto e impaurito in quei
luoghi oscuri, ecco che mi affiorava alla mente Kojima, lì pronta a
intervenire in mio soccorso. Lei mi ripeteva fino alla noia che tutto aveva
un senso. Diceva che dovevamo resistere e superare insieme le difficoltà,
senza mai arrenderci, e tutte le volte che ci vedevamo non smetteva mai
di incoraggiarmi. Mi scriveva. Nessuno mi aveva mai rivolto la parola
come aveva fatto lei. Parlavamo a lungo, di tutto e in totale armonia, come
se esistessimo solo noi due al mondo. E poi, che ci vedessimo o meno,
aveva continuato a stare in pena per me, a pensarmi e ad accompagnarmi
verso la luce. Anche quando avevo smesso di rispondere alle sue lettere,
anche se non ci vedevamo più da un pezzo, non aveva mai desistito e
aveva continuato a scrivermi una lettera dopo l’altra. Non mi aveva mai
fatto sentire solo. E aveva anche detto che adorava i miei occhi. In tutta la
mia vita nessuno mi aveva mai detto niente del genere, nessuno aveva mai
parlato dei miei occhi in quel modo. Lei era unica, e io lo sapevo.
Tuttavia, dopo quello che era successo nella palestra della scuola, non
riuscivo più a guardarla in faccia. Più lei mi rincuorava, più cercava come
sempre di infondermi energia, nonostante continuassero a prenderla in
giro e a tormentarla, e meno ero capace di guardarla negli occhi. Non
riuscivo a spiegarmene del tutto il perché. Eppure, fino alla fine
dell’estate, il suo modo di esprimersi un po’ vago e insicuro, i suoi sorrisi
timidi e il suo comportamento mi avevano in qualche modo
tranquillizzato. Grazie a lei ero stato bene, e quando ci pensavo sentivo
come una leggera fitta al cuore. Poi a poco a poco era cambiata, e da
lontano, nel periodo in cui non ci eravamo visti, più percepivo quel suo
cambiamento e più mi bloccavo. La sua piccola metamorfosi generava
senza sosta nuvole grigie che oscuravano l’angolo di luce che lei stessa
aveva creato in precedenza e che rischiarava le mie giornate. Ora mi
sentivo rinchiuso in uno spazio sempre più buio, le pareti intorno a me
che si inspessivano a vista d’occhio.
E alla fine mi ero deciso a scriverle una breve lettera, un messaggio,
perché finalmente avevo qualcosa d’importante da dirle.
«Ehi, mi stai ascoltando?» mi chiese a un certo punto Kojima,
scrutandomi in viso come se volesse leggermi nel pensiero.
«Sì, certo».
Aveva ascoltato in religioso silenzio la mia storia sulla visita in ospedale
e sul medico che si era rotto il naso da giovane. L’avevo raccontata chissà
perché a bassa voce, nonostante non ci fosse anima viva a parte noi due,
mentre di tanto in tanto soffiavano forti raffiche di vento che impedivano
di afferrare bene le parole. Allora lei mi si era avvicinata il più possibile e
avevo sentito un odore molto forte, un odore di saliva misto a sudore.
Odori acri. Poi mi aveva fatto una domanda che non c’entrava niente: «Per
caso sai come mai in un ospedale così grande non hanno il reparto di
Ginecologia?». Le avevo risposto che non ne avevo la più pallida idea, al
che aveva fatto finta di assumere un’aria contrariata e aveva detto che
non era corretto rispondere con un semplice “Non lo so” a una domanda
così importante, senza neanche riflettere. Ci eravamo fatti una risata e
dopo mi aveva raccontato di uno strano incidente che era accaduto in
quell’ospedale una decina di anni prima, e stavolta era toccato a me
ascoltarla con estrema attenzione, limitandomi a brevi cenni di assenso
col capo.
Era molto dimagrita, più la guardavo e più me ne stupivo. Era diversa,
sembrava davvero un’altra persona, ma sprizzava sempre allegria e
vivacità da tutti i pori quando raccontava qualcosa, era coinvolgente come
pochi altri. Mentre la guardavo e l’ascoltavo ero contento, ma provavo al
contempo una tristezza e una nostalgia indicibili. C’era qualcosa che mi
sfuggiva, qualcosa che non riuscivo a cogliere.
«Comunque» le dissi, approfittando di un momento in cui si era fermata
per riprendere fiato, «ti ho scritto perché devo dirti una cosa».
«Sì, lo so, e mi fa molto piacere» rispose. «Ma sappi che sto già bene per
il fatto che ci siamo rivisti… Sono contentopamina!».
A quelle parole mi adombrai e per poco non scoppiai in singhiozzi.
Kojima mi guardò stranita, come se si chiedesse che cosa stesse
succedendo. Poi, distendendo il viso, quel viso così diverso da prima, mi
sorrise con molta dolcezza.
«Però ci terrei molto a dirti quella cosa…» mormorai sottovoce, dopo
aver stretto i denti ed essere riuscito bene o male a ristabilire il controllo
sulle mie emozioni.
«Ma certo, ti ascolto» mi disse continuando a sorridere.
«Riguarda i miei occhi…».
Il sorriso che spiccava nel suo sguardo e sulle labbra si dissolse in un sol
colpo, come se qualcuno l’avesse strappato via di forza, e di punto in
bianco cominciò a guardarmi come fossi un alieno. Annuì in modo
ambiguo con piccoli e rapidi movimenti del capo, emettendo un mugugno
incomprensibile. Forse era un gesto affermativo, ma sembrava più che
altro frutto di un riflesso inconscio.
E così iniziai a parlarle dei miei occhi e della possibilità di correggere lo
strabismo grazie all’intervento chirurgico. Mi ascoltò in silenzio, senza
mai interrompermi, e si astenne dal fare commenti anche dopo che ebbi
finito. Restammo per un po’ tranquilli, senza dire nulla, mentre
cominciava a cadere una pioggerella sottile e la temperatura scendeva.
Non le vedevo, ma sentivo piccole gocce portate dal vento che mi
picchiettavano le guance. Mi strinsi nelle spalle e misi le mani in tasca.
Anche Kojima, ancora in piedi, infilò in fretta le mani nelle tasche della
giacca.
«Così ti bagnerai. Perché non vieni a sederti qui?» le dissi. Ma non
rispose e restò ferma al suo posto, gli occhi bassi.
«Però…» biascicò subito dopo, alzando solo per un attimo lo sguardo e
interrompendosi subito. Preferii non dire niente e attendere che
continuasse. «Perché vuoi farti operare?» mi chiese finalmente con un filo
di voce, come parlando tra sé e sé.
«In realtà non ho ancora deciso…».
«Se non hai ancora deciso, perché me ne parli? Forse mi stai chiedendo
un consiglio?».
«No… È solo che ci tenevo a fartelo sapere. Non immaginavo che ci
potesse essere le possibilità di operarmi».
«Sì, ma come mai ci tenevi a farmelo sapere?» mi chiese con voce cupa.
«Perché…». Mi bloccai, non riuscivo ad andare avanti. Allora mi
inumidii più volte le labbra, cercai di ritrovare un minimo di calma e
guardai Kojima dritto in viso. «Perché mi avevi detto che i miei occhi ti
piacevano…».
Restammo di nuovo in silenzio per diversi lunghi attimi.
«Ti farai operare?» mi chiese poi a testa bassa, senza guardarmi. «Tu…».
Si fermò, ma ancora una volta non intervenni e attesi che proseguisse. «Tu
non hai capito niente».
«Sì, è vero, forse non ho capito niente…».
«Togli pure quel forse… Lo dico perché altrimenti non avresti mai preso
in considerazione l’idea di operarti» mi disse alzando lo sguardo e
fissandomi. «I tuoi occhi sono la parte più importante di te, ti
differenziano dagli altri. Io non ho niente di particolare, ed è per questo
che mi sono inventata quegli stratagemmi, perché non avevo altre
possibilità, mentre tu hai quel segno caratteristico fin dalla nascita, ed è
grazie a quel segno che noi due ci siamo incontrati. Come puoi pensare di
volerlo eliminare? I tuoi occhi… Forse per te non conta niente esserci
incontrati?».
«Ma certo che conta! È la cosa più importante della mia vita, anche ora,
in questo preciso momento. Non ho deciso se farmi operare o no, non ci
ho ancora pensato, ma non è per questo che ho voluto parlartene. Volevo
solo farti sapere ciò che mi ha detto il medico e che il mio strabismo si può
correggere. Ma ti ripeto che non ho ancora deciso niente».
«Bugiardo!» urlò all’improvviso. «Invece sei contento, ammettilo! Ti ha
fatto piacere sapere che puoi operarti! Vuoi farlo per fuggire!».
«Per fuggire? E da cosa?».
«Da tutto!» urlò di nuovo. «Da quello che ti fanno Ninomiya e gli altri,
dal presente, da te stesso… da tutto!».
Si stropicciò gli occhi, forse per cercare di frenare le lacrime. Ma era
troppo tardi.
«Non piangere, per favore…».
«E vuoi fuggire anche da me» disse con voce di colpo molto calma.
«No, non è vero» replicai scuotendo la testa. «Non è così, te lo giuro».
«Basta, non aggiungere altro». Mi guardò dritto negli occhi, rivoli di
lacrime le rigavano le guance; sembrava quasi che brillassero. «Io andrò
avanti lo stesso, non mi fermerò» aggiunse, mentre le lacrime
accumulatesi negli occhi formavano come una patina bianchiccia che
tremolava alla luce, al ritmo del suo respiro. «Mai, non mi fermerò mai».
«Kojima…».
«Non posso fermarmi!». Fiumi di lacrime presero a inondarle il viso.
«Vai, fatti operare, se è quello che vuoi!» cominciò a dire in tono
accusatorio, tra un singhiozzo e l’altro. «Così farai esattamente ciò che
vogliono gli altri. Sì, sì, obbedisci a Ninomiya! Operati, fatti togliere ogni
traccia di strabismo e di’ al medico che dovrai avere occhi normalissimi,
perché è proprio quello che vogliono loro! Così la smetteranno di
prenderti in giro e tormentarti, non ti torceranno più un capello. Ti
sentirai finalmente come tutti gli altri, una persona normale, forte e
felice… Se questa è la tua scelta, non so che dirti».
«Ma di che parli? Non ti capisco. Farmi operare e correggere lo
strabismo significherebbe obbedire a Ninomiya e agli altri?».
«Sì! Non è un problema che riguarda solo me e te! Se per assurdo noi
due dovessimo morire nessuno potrebbe più bullizzarci, ma da qualche
parte, qui o altrove, oggi o domani, ci sarebbe sempre qualcuno che
continuerebbe a subire violenze e soprusi. I deboli sono destinati a essere
oppressi, c’è poco da fare. Questa cosa non cambierà mai. Credi forse che
sia sufficiente imitare loro, i forti, e schierarsi dalla loro parte perché i
deboli scompaiano? È questo quello che pensi? Se è così ti dico che ti
sbagli, e anche di grosso. La nostra è una prova, una prova molto dura per
superare il problema. Resistere e superare: è questo l’importante! Eppure
ne avevamo già parlato, più di una volta!».
«Kojima, calmati, ti prego…».
Finalmente tacque. Tirò su col naso, forte. Un flusso inarrestabile di
lacrime continuava a colare dai suoi grandi occhi neri. Eravamo lì uno di
fronte all’altra, io seduto e lei in piedi, in silenzio. Da qualche parte
giunsero il suono lacerante della sirena di un’ambulanza e, appena
percettibili, le urla di un bambino che piangeva. Restammo così per
diversi minuti, immobili, come avvolti da una sottile membrana di vetro.
«Io…» disse finalmente Kojima sottovoce, «credevo che io e te fossimo
uguali».
«Ma sì che lo siamo» replicai subito.
«Mi sono sbagliata…».
«No!».
Lei scosse piano la testa.
«Kojima…».
«Sono sicura che alla fine ti farai operare» mormorò con voce incrinata
dal pianto.
«Kojima…».
«Non pronunciare più il mio nome, per favore» disse incespicando tra
una parola e l’altra. Poi chiuse forte gli occhi, le spalle scosse da violenti
singhiozzi silenziosi. Non sapevo che piangere potesse rendere un viso
così afflitto e addolorato. I denti serrati, le mani avvinghiate sulle cosce,
continuava a versare lacrime come se non dovesse più smettere, il corpo
contratto dalla testa ai piedi. Di tanto in tanto le sfuggiva un gemito di
sofferenza, lacrime miste a muco precipitavano dritte al suolo. Non
sapevo cosa fare. La guardavo, impotente, senza essere capace di dirle una
parola né di fare un piccolo gesto.
Non smetteva più di piangere. E io continuavo a non sapere cosa fare, lì
impalato a guardare il suo pianto infinito e silente.
Dopo diverso tempo il tremore alle spalle cessò e credetti che fosse
cessato anche il pianto. Ma mi sbagliavo: flebili e strazianti singhiozzi mi
giungevano all’orecchio a intervalli più o meno regolari, era come un
lungo calvario. Che cosa dovevo fare? Ero disperato, tentai più volte di
alzarmi e avvicinarmi a lei, ma ogni volta rimasi seduto sullo stesso
gradino freddo della scala d’emergenza. E non era solo colpa mia: sentivo
chiaramente che il suo corpo così teso, irrigidito, mi respingeva e rifiutava
nella maniera più assoluta che facessi qualcosa. L’unica cosa che potevo
fare era guardarla con aria assente e aspettare.
Finalmente, non so neanch’io dopo quanto tempo, dischiuse piano le
labbra.
«Quest’estate…» sussurrò con una voce così fioca che si udiva appena.
«Quest’estate?» ripetei, come se volessi afferrare quelle parole per non
lasciarle sfuggire.
«Quest’estate ti ho parlato di mia madre, ricordi?».
«Sì, certo».
«Ti ho detto perché si era sposata con mio padre».
«Sì…».
«Che lo aveva fatto perché le faceva pena… Almeno questo è quello che
mi ha raccontato. Te l’ho detto, no?».
«Sì».
«Che le faceva pena».
«Sì, me l’hai detto».
«Che lo aveva sposato solo e unicamente perché le faceva molta pena».
«Sì, sì».
«Non glielo perdonerò mai, anche se è mia madre…».
Kojima alzò la testa e mi guardò. Le lacrime le avevano bagnato tutto il
viso, sudicio e stanco; gli occhi erano gonfi e iniettati di sangue. Le
palpebre inferiori sembravano due piccole sacche ed erano più pallide
rispetto al resto del viso. Mi fissava senza fare il minimo movimento,
assolutamente immobile. Un sottile ciuffo di capelli le si era attaccato alla
guancia, ma non faceva nulla per spostarlo.
«Non è tanto per il fatto che lo abbia lasciato e si sia messa subito con
un altro» proseguì Kojima, mentre annuivo con piccoli cenni del capo.
«Ma…». Si interruppe di nuovo e io annuii ancora. «Ma non riesco a
perdonarle di non aver avuto pietà di lui fino alla fine».
Non appena ebbe concluso l’ultima frase si avviò giù per le scale e andò
via. Così, senza la minima esitazione, senza nemmeno salutarmi. Non feci
nulla per fermarla, non riuscii neanche a pronunciare il suo nome.
Sentivo i suoi passi che scendevano un gradino dopo l’altro, tesi
l’orecchio per seguirli il più a lungo possibile, ma a un certo punto
scomparvero del tutto. Al loro posto si udiva solo il fragore della pioggia,
che ora veniva giù con una certa veemenza. Rimasi ancora lì fermo,
incapace di fare alcunché. Senza che me ne rendessi conto, l’acquerugiola
di prima si era trasformata quasi in un temporale. Era una pioggia fitta e
pesante, che sferzava tutte le superfici su cui si infrangeva e in breve
avrebbe bagnato ogni cosa. A un tratto mi parve di sentire l’urlo tremante
di una creatura sconosciuta, da qualche parte tra l’immenso cielo buio e la
città.
8
D
urante il fine settimana mia madre si procurò un brutto taglio al braccio.
Stando alle sue parole, aveva fatto un movimento brusco mentre lavava i
piatti e il coltello da cucina che era appoggiato da qualche parte in alto era
caduto ferendola. Io, in camera mia a leggere, avevo sentito un certo
fracasso ed ero corso a vedere: mia madre se ne stava con il braccio
sinistro sollevato in aria e la mano destra che lo stringeva più o meno
all’altezza del gomito.
«Se continua a uscire sangue» mi disse ridendo, forse per non farmi
preoccupare, «mi sa che dovremo chiamare l’ambulanza».
Il sangue le colava lungo il braccio e colorava di rosso la camicetta, dalla
manica risvoltata fino al petto. Senza pensarci due volte, mi precipitai al
telefono e chiamai il pronto soccorso.
«Uhhh! Quanto ne esce, morirò dissanguata!» urlò mia madre
scherzosamente, facendomi innervosire non poco.
«Intanto non possiamo fare qualcosa?» le chiesi.
Così l’aiutai ad annodare un piccolo asciugamano intorno al braccio, in
alto, dopo di che mi misi a fare avanti e indietro per la stanza, come un
animale in gabbia. E lei, vedendomi, scoppiò a ridere e mi disse di
calmarmi.
Mentre aspettavamo l’ambulanza mi accorsi che mi tremavano le
ginocchia. Ero in ansia, inutile negarlo.
«Dovrebbero essere in arrivo…» disse mia madre. «Confesso di essere
un po’ preoccupata, il coltello si è conficcato abbastanza in profondità.
Abbiamo fatto bene a chiamare l’ambulanza. Chissà dove mi porteranno,
se non sbaglio oggi l’ospedale qui vicino non fa servizio di pronto
soccorso».
«Perché ridi, mamma?» le chiesi.
«Rido sempre quando ho paura».
«Hai paura?».
«Certo! Non vedi quanto sangue sta uscendo? Ho paura, mi è salita
l’ansia. È normale. Però non mi fa male… Lo sai che succede quando
continua a uscire sangue e non si interviene?».
«Uhm… Si può anche morire?».
«Bravo, risposta esatta!» gridò lei, scoppiando nell’ennesima risata
isterica.
Finalmente sentimmo la sirena dell’ambulanza in avvicinamento e,
dopo neanche un minuto, bussarono alla porta. Due uomini entrarono uno
dietro l’altro, diedero un’occhiata alla ferita e cominciarono a fare le
prime medicazioni. Poi presero mia madre e si avviarono verso la porta.
Avrei voluto seguirli, ma lei mi chiese di restare a casa e non feci
obiezioni. «È inutile che perda tempo anche tu» mi disse mentre andava
via. «Sta’ tranquillo, mi farò ricucire a dovere e tornerò presto». Ebbi un
attimo di esitazione, poi riaprii la porta e le domandai se non fosse il caso
di avvertire mio padre.
«Assolutamente no» rispose voltandosi indietro, agitando la mano
destra in segno di diniego.
Rimasi per un momento sotto shock, seduto sul divano in soggiorno. Mi
rialzai con uno scatto, presi un secchio e uno straccio e andai in cucina a
lavare il pavimento. Non mi ci volle molto, in effetti c’era meno sangue di
quanto avessi immaginato. Feci davvero in fretta, un paio di passate e
tutto tornò come prima. Evidentemente la maggior parte del sangue
uscito era stata assorbita dai vestiti di mia madre. Ero ancora molto
scosso, non avevo voglia di rimettermi a leggere. Così mi abbandonai di
nuovo sul divano e rimasi a lungo senza far niente.
Mia madre rientrò poco dopo le quattro del pomeriggio.
«Era un taglietto niente male, non c’è che dire» esclamò dopo avermi
salutato, mentre mi mostrava il braccio avvolto in una vistosa fasciatura
bianca.
«Ti hanno messo qualche punto?» le chiesi.
«Qualche? Ben cinque!» rispose alzando la voce, accarezzandosi piano il
braccio fasciato.
Quella sera mi occupai io della cena. In passato avevo già provveduto in
più di un’occasione a farmi da mangiare, ma era la prima volta che
cucinavo anche per qualcun altro. Mia madre disse che avremmo potuto
ordinare qualcosa a domicilio, ma non le diedi ascolto e me la cavai con
quello che c’era in casa. Del resto non dovetti fare altro che cuocere il riso,
preparare una semplice zuppa di miso e tagliare e soffriggere in padella le
verdure che erano in frigo, seguendo a puntino le istruzioni di mia madre.
Infine riscaldai al microonde un paio di pietanze precotte, disposi tutto
per bene in tavola ed ecco che la cena era bell’e pronta.
«Forse è un po’ presto» disse mia madre guardando soddisfatta la tavola
imbandita, «ma la fame non mi manca e possiamo anche cominciare».
Mangiammo come al solito con il televisore acceso, era un’abitudine
irrinunciabile, una specie di rito. Che prestassimo o meno attenzione alle
immagini che scorrevano sullo schermo, il televisore andava acceso non
appena prendevamo posto a tavola.
«Per fortuna non è il destro» disse a un certo punto mia madre, lo
sguardo rivolto al braccio sinistro.
«Sì, meno male».
«Le emozioni forti provocano un grande stress» mi fece lei
guardandomi, lasciandosi andare a un lungo sospiro. «Detesto quando
capita qualcosa all’improvviso. Non mi piacciono le sorprese, mi fanno
andare nel panico».
«Sì, hai ragione».
«Senti l’ansia che ti assale, la tensione, non sai che cosa fare… No, no, è
terribile. E non serve a niente tentare di calmarsi, perché finisci per
innervosirti ancora di più. Bisogna solo aspettare che passi… È
bruttissimo, non lo sopporto».
«Quindi preferiresti restare impassibile?».
«Se ci riuscissi, sì, assolutamente. Quando mi succede una roba del
genere non solo mi prende l’ansia, ma sento anche una violenza
incredibile crescere dentro di me. Non so come spiegarti, ma è come se
volessi esplodere, sfogarmi contro qualcosa, contro tutto ciò che mi sta
intorno… Perdo quasi il controllo, in quei momenti non mi interessa
nient’altro».
Rimasi in silenzio mentre mangiavo il riso bianco e il cavolo saltato in
padella. Non avevo granché appetito, anzi non mi rendevo neanche conto
se avessi fame o no, ma avevo la sensazione di poter continuare a
mangiare in eterno, un boccone dopo l’altro. Quando finimmo toccò a me
sparecchiare. Di solito ciascuno prendeva il proprio piatto, le posate e il
resto e li portava nel lavello, ma quella sera feci tutto io. Non avevo molta
sete, ma misi l’acqua a bollire e preparai lo stesso il tè, esattamente come
faceva mia madre dopo ogni pasto.
«Grazie» mi disse in tono affettuoso, mentre sorseggiava il suo tè. Poi
aggiunse sottovoce: «Senti, è solo un’idea, ma se per caso io e tuo padre
divorziassimo che cosa penseresti?».
«Avete deciso di divorziare?» ribattei secco.
«Veramente… non abbiamo ancora stabilito niente».
Abbassai lo sguardo e rimasi di nuovo in silenzio. Ormai era un bel po’
che mio padre non dormiva più a casa, ma non ci avevo mai dato molto
peso, forse preferivo fare finta di niente. All’inizio, le rare volte in cui
rientrava e mi capitava di incrociarlo perché non ero a scuola, avevo il
vago ricordo della sua voce e dell’espressione un po’ triste mentre diceva
che aveva molto da fare e doveva stare a lungo fuori per lavoro. Ma
quanto tempo era passato da quei nostri brevi scambi di parole?
Parecchio, ormai. Una volta, parlando di non so quale argomento, avevo
usato l’espressione “tanto tempo fa” a proposito di qualcosa che mi
riguardava, e lui mi aveva guardato negli occhi con una smorfia
contrariata e aveva borbottato: «Smettila di dire “tanto tempo fa”, sei un
ragazzino, non sei mica così vecchio».
«Ripeto, non è niente di sicuro» proseguì mia madre, riprendendo il
discorso. «Ma… Insomma, non credo sia necessario chiedere a tutti i costi
il parere dei figli nel caso i genitori vogliano separarsi, però… non voglio
nasconderti che ho la netta sensazione che prima o poi io e tuo padre
arriveremo a quella decisione».
«Uhm…» mi limitai a mugugnare.
Continuammo a guardare per un po’ la televisione, in silenzio. Stavano
dando uno di quei film abbastanza movimentati e turbolenti, ma non vi
dedicavamo molta attenzione, ce ne stavamo più che altro passivi davanti
allo schermo. Pensai che se i miei avessero divorziato mi sarebbe toccato
vivere con mio padre. Non riuscivo proprio a immaginare come sarebbe
stata la nostra vita in due, da soli, ma ero sicuro che sarebbe andata a
finire così, perché nelle mie vene scorreva il suo stesso sangue. Non avevo
la più pallida idea di cosa avesse nella testa, e non lo vedevo quasi mai, ma
non riuscivo a concepire delle alternative. Mia madre guardava la
televisione immobile, seduta con il busto leggermente inclinato da una
parte e il mento appoggiato sul palmo della mano. Qualcuno era appeso a
testa in giù a una specie di gru, gli immergevano la testa in un secchio
pieno di inchiostro di china e se ne servivano come fosse un pennello.
«Forse non avrei dovuto parlartene ora, scusa. Mi è preso un po’ di
panico» disse mia madre ridendo. «Sono proprio una stupida, mi
dispiace».
«Ma figurati, non c’è problema».
Poi, non so perché, di punto in bianco mi venne di parlarle dei miei
occhi e del discorso che mi aveva fatto il medico in ospedale. Le dissi che
un nuovo intervento avrebbe potuto correggere il mio strabismo. Quando
ebbi finito lei restò senza parole, mi guardava sconvolta e non si muoveva
di un solo millimetro.
«E tu che hai intenzione di fare?» mi chiese finalmente, dopo un lungo
silenzio.
«Non lo so, non ho ancora deciso niente» risposi.
Mia madre si rigirò più volte la tazza di tè fra le mani, come per
riscaldarsi e riprendersi dallo shock. Io intanto mi alzai, andai al lavello e
mi versai anch’io una tazza di tè, dopo di che tornai a sedermi al mio
posto.
«Non c’è fretta, non devi decidere subito. L’intervento potrai farlo
quando vorrai, anche quando sarai un po’ più grande» disse mia madre. «È
una cosa importante, bisogna rifletterci con calma».
«Sì… sono d’accordo».
Volsi lo sguardo al vapore bollente che saliva dalla tazza stretta tra le
mie mani, in attesa che il tè si raffreddasse per poterlo bere.
Kojima non mi degnava più della minima attenzione. Niente lettere, né
brevi messaggi, né tantomeno uno sguardo o una sola parola. Di quando in
quando provavo a guardarla, ma lei non ricambiava mai. Pensavo spesso a
lei. Al mattino, non appena mettevo piede in classe e prima che
arrivassero gli altri, infilavo la mano sotto il banco per controllare se mi
avesse lasciato qualcosa. E, non trovando niente, sentivo una fitta al petto
pensando che quello era il posto in cui in passato fissava le sue lettere con
il nastro adesivo, la mia speciale cassetta postale. Una mattina ricordai
anche che una volta mi aveva telefonato, durante le vacanze estive,
mentre ora era già autunno inoltrato.
A scuola era in pieno svolgimento l’annuale festival dello sport e
fervevano già i preparativi per quello della cultura, regnava un’atmosfera
di grande euforia. Mi giungevano tutti i giorni all’orecchio notizie e
dettagli che non avevo alcuna voglia di sapere, per il semplice motivo che
non mi interessavano. E tutti i giorni, tanto per cambiare, Ninomiya e gli
altri mi trattavano come sempre, senza mai stufarsi: mi costringevano a
correre avanti e indietro, mi picchiavano e si prendevano gioco di me.
Non mi davano tregua, era una routine che si ripeteva inalterata, come se
fosse la cosa più normale del mondo. Anche Momose non aveva mutato di
una virgola il suo atteggiamento. Dopo quello che era successo
all’ospedale temevo che in qualche modo volesse farmela pagare, e invece
niente, tutto restò uguale a prima. Tra l’altro nessuno sembrava essere al
corrente del nostro incontro, persino lui dava l’impressione di aver
dimenticato tutto. Era come se non fosse accaduto nulla, come se la nostra
lunga conversazione sotto quella luce azzurrognola non fosse mai
avvenuta.
Dopo aver esitato per diversi giorni alla fine decisi di scrivere a Kojima.
Le dissi che volevo vederla a tutti costi perché avevo bisogno di chiarire,
sottolineando che non mi ero spiegato bene e che per colpa mia si era
creato un grave malinteso. Specificai che sapevo che i miei occhi
significavano molto per lei e che proprio per questo desideravo parlarle e
risolvere ogni equivoco. E in chiusura aggiunsi: “Ti chiedo scusa per non
averti detto tutto fino in fondo e con chiarezza. Non avevo nessuna
intenzione di ferirti”.
Ma lei mi ignorò. Al che le scrissi una seconda volta, nonostante mi
mettesse a disagio insistere senza aver ricevuto la minima risposta. “Ti
aspetto domani pomeriggio alle cinque al solito posto, alla scala
d’emergenza. Vieni, se puoi, ho bisogno di parlarti” furono le precise
parole che le scrissi. Attaccai il foglietto con il messaggio sotto il suo
banco, agendo indisturbato prima che arrivassero gli altri. Attesi invano
un suo segnale per tutta la giornata. Poi, il pomeriggio seguente, salii sulla
scala d’emergenza un po’ prima delle cinque e rimasi ad aspettarla per due
ore buone, ma non si fece viva.
Kojima diventava sempre più magra, ormai dovevano essersene accorti
tutti. Era passata al digiuno totale? Ora le altre ragazze della classe la
prendevano in giro anche per questo, le urlavano dietro insulti di tutti i
tipi, parole talmente ingiuriose da far provare vergogna al solo ripeterle
sottovoce. La guardavano e ridevano come matte, tormentarla era il loro
passatempo preferito.
Qualche giorno dopo le scrissi l’ennesimo messaggio: “Vediamoci, per
favore. Non ti va di parlare dei miei occhi? Va bene, d’accordo. Ma
vediamoci e parliamo di tutto quello che vuoi, come facevamo prima. Tra
l’altro non mi hai più mostrato Heaven, il quadro… Ripenso spesso a quel
giorno al museo”.
Le scrissi ancora e ancora, come in primavera, parlandole delle idee che
mi passavano per la testa, dei libri che leggevo, attento a scegliere i
dettagli che pensavo potessero farle piacere e darle un po’ di gioia e
allegria. Una marea di lettere e messaggi, tutti senza risposta.
Un giorno, durante l’intervallo, qualcuno le fece lo sgambetto e lei
cascò per terra proprio davanti a me, in un frastuono infernale di legno e
metallo. Lì, in mezzo a sedie e banchi rovesciati, si raggomitolò con le
gambe al petto e rimase immobile, sotto le grida e le risate sprezzanti
delle altre ragazze. Trasalii per lo spavento e tenni anch’io lo sguardo
puntato su di lei, ma non feci nulla per aiutarla a rimettersi in piedi, mi
sentivo come paralizzato. «Alzati, idiota!» le urlò una ragazza infilandole
l’estremità del manico di una scopa nel colletto della giacca come per
sollevarla. Kojima emanava un odore forte e sgradevole, lo sentivo da oltre
un metro di distanza. A testa bassa, avvilita e senza forze, cercava
disperatamente di rialzarsi, i capelli davanti alla faccia. E io ancora lì
fermo sulla sedia, incapace di muovere anche un solo dito, non facevo
altro che guardarla. Quando finalmente si fu rimessa in piedi scorsi il suo
viso attraverso i capelli. Era un bel po’ che non lo vedevo così da vicino,
me ne rendevo conto solo in quel momento. Trattenni il fiato e continuai a
scrutarle occhi e viso in silenzio, come se pregassi. Le guance emaciate, lo
sporco intorno alla bocca, le labbra screpolate e cosparse di pellicine
bianchicce. Per un breve istante, prima che le altre la afferrassero per le
braccia e la strattonassero da una parte e dall’altra, anche lei mi guardò.
Aveva uno sguardo che non le avevo mai visto prima, stentavo a
riconoscerla.
«Kojima…» mormorai sottovoce.
Non rispose. I suoi occhi sembravano persi nel nulla, come se non
vedesse, eppure sorrideva. Non sapevo a chi o a cosa, ma sorrideva.
Un mercoledì mi arrivò finalmente un messaggio da Kojima.
Dopo aver visto quel suo sorriso non ero più riuscito a scriverle una sola
riga, ma quando trovai il suo messaggio sotto il banco provai una gioia
infinita. Lo lessi e rilessi non so nemmeno io quante volte, con le lacrime
agli occhi. Mi tremavano le mani.
Era molto breve. Diceva: “Sabato, alle tre del pomeriggio. Ti aspetto ai
giardini della Balena”.
I giardini della Balena, il posto dove ci eravamo incontrati per la prima
volta. Il ricordo del profumo intenso di quel tramonto primaverile, la
compattezza della panchina di pneumatici su cui mi ero seduto, le crepe
nella grande balena di cemento, l’odore della terra nera e umida mi
affiorarono alla mente in un sol colpo. Osservando la grafia ferma e decisa
di Kojima non potei fare a meno di ripensare al suo primo messaggio e ai
tratti molto sottili che componevano ciascun carattere. Di colpo mi sentii
prendere da un accesso di nostalgia, e al contempo provai anche un po’ di
tristezza. Nel riconoscere quel sentimento, come avevo già fatto più di una
volta in passato, presi le vecchie lettere di Kojima e le rilessi una a una.
Parlavano di un sacco di cose, con una naturalezza e una sincerità rare.
Erano meravigliose. Dopo aver finito le ripiegai con cura e le rimisi al loro
posto nella custodia del dizionario.
Il sabato mattina successivo, evento più unico che raro, mio padre era a
casa. Mentre andavo in cucina lo vidi seduto sul divano a guardare la
televisione. Mi salutò con una specie di rapido mugugno, rivolgendomi
uno sguardo distratto. Poi riprese a fare zapping a tutta velocità, il tipo di
rumore e il volume che variavano a seconda del canale e del programma.
Dopo facemmo colazione tutti e tre insieme, in assoluto silenzio,
pensando solo a mangiare. Mia madre aveva ancora il braccio sinistro
fasciato, avvolto in un bendaggio di un bianco immacolato dal gomito fin
quasi alla spalla. Quel braccio aveva un aspetto falso, artificiale, eppure al
di sotto delle bende c’era una ferita vera, da cui era uscita una notevole
quantità di sangue. Lo sapevo, avevo visto tutto con i miei occhi. Intanto la
televisione continuava a sbraitare da sola, come a voler rimediare alla
nostra incapacità di essere una famiglia e intrattenere una normale
conversazione a tavola. Non era la prima volta che mi lasciavo andare a
riflessioni del genere.
Mio padre leggeva il giornale, non riuscivo neanche a vedere la sua
faccia. Il fruscio che faceva la carta quando girava le pagine o le piegava
per leggere meglio mi dava sui nervi, avevo addirittura la nausea. Sentivo
crescere dentro di me una rabbia inaudita, un’ondata di violenza tale che
gli avrei strappato di mano quel maledetto giornale e glielo avrei ridotto
in mille pezzi. Per reprimere la voglia di vomitare masticavo molto
lentamente la colazione, mi sforzavo di mantenere il respiro il più
regolare possibile, eppure continuavo a pensare la stessa cosa,
immaginavo di alzarmi e strappare tutte le pagine del giornale. E se lo
avessi fatto per davvero? Come avrebbe reagito mio padre? Mi avrebbe
mollato un ceffone, c’era da giurarci. Ma non m’importava, l’avrei fatto lo
stesso. In quel momento avrei dato tutto pur di afferrare quel giornale e
distruggerlo senza pietà, come in un raptus di follia. Quando finalmente
riuscii a calmarmi ingurgitai in fretta e furia quel che restava nel piatto e
mi alzai da tavola. Mio padre sollevò per un attimo gli occhi dal giornale,
guardò nel mio piatto e fece un lieve cenno col capo. Al che ringraziai mia
madre per la colazione in un farfuglio incomprensibile e filai dritto in
camera mia.
Provai a fare i compiti di matematica, ma a un certo punto mi stufai e
mi misi a leggere un libro. Poi, una volta che ne ebbi abbastanza del libro,
tornai per un po’ alla matematica. Mi aspettava una giornata difficile: con
mio padre in casa e l’appuntamento nel pomeriggio con Kojima non
riuscivo a stare tranquillo.
Trascorsi l’intera mattinata con i nervi a fior di pelle, roso dalla
tensione e senza sapere cosa fare, del tutto incapace di concentrarmi.
Subito dopo pranzo sentii mio padre che si preparava ad andare via. Poco
dopo, quando uscii dalla mia stanza per andare al bagno, mia madre mi
venne incontro e mi disse che a breve sarebbe uscita anche lei. «Visto che
abbiamo appena finito di mangiare, preparerò la cena al mio ritorno,
verso le sette» sussurrò con aria un po’ colpevole. «Va bene?». «Certo»
risposi, «per me non ci sono problemi». Dopo di che tornai difilato in
camera. Non appena sentii mia madre che chiudeva la porta dell’ingresso
mi abbassai la lampo dei pantaloni e tirai fuori il pene. Stavo scoppiando,
non mi presi neanche la briga di stendermi a letto e mi masturbai in piedi
accanto alla porta. Era la prima volta che lo facevo in quel modo. Strinsi il
pene più forte che mai pensando a soffici e procaci curve femminili,
raggiunsi subito il culmine e venni. E, siccome non avevo avuto il tempo di
preparare i fazzoletti, mi venni in mano. Uscì così tanto sperma che per
poco non mi colò tra le dita, ma provai all’istante un certo sollievo e
finalmente ritrovai un po’ di calma. Andai in bagno a lavarmi le mani,
rientrai in camera e mi sdraiai sul letto con l’intenzione di rimettermi a
leggere, ma ebbi subito una nuova erezione. Provai a non pensarci e a
lasciar passare un po’ di tempo, ma il pene non si sgonfiava, pulsava e mi
faceva quasi male tanto era duro. Sentivo come delle fitte a intervalli più o
meno regolari, sembrava che mi lanciasse dei segnali. Non so se per via
della tensione, dell’ansia o del desiderio, fatto stava che non ricordavo di
averlo mai avuto così grosso e duro, come se tutte le energie del corpo
confluissero lì. Alla fine, non riuscendo a trattenermi, lo ripresi in mano e
cominciai a pensare a Kojima. Non lo facevo mai pensando a lei, per me
era impossibile. Non mi veniva, proprio non ci riuscivo. Anzi, era ancora
più semplice: non ne avevo voglia e non lo facevo. L’idea di Kojima e l’idea
di masturbarmi appartenevano a due mondi diversi, due mondi lontani e
in netta antitesi.
Subito dopo, senza sapere né come né perché, mi sentii prendere da una
sorta di corrente misteriosa, un flusso inarrestabile. Stavolta l’immagine
di Kojima mi si era affacciata alla mente con una insolita naturalezza e
non si decideva ad andare via, come se volesse imporsi addirittura con
prepotenza, ma senza mai perdere il sorriso… Eravamo seduti fianco a
fianco sulla panchina davanti al museo, avvicinavo il mio viso al suo e
cominciavo a baciarla. Poi, a partire dal contorno delle labbra, le leccavo il
sudore dalla faccia con la punta della lingua. Provavo una sensazione del
tutto sconosciuta. Dopo la spogliavo fino a lasciarla completamente nuda e
le facevo il bagno. Le lavavo bene i capelli, eliminavo tutta la sporcizia con
sapone in abbondanza e, quando finalmente la sua pelle era liscia e di un
bel colore, iniziavo a palparle i seni con passione. A un certo punto
scendevo in basso, le facevo aprire piano piano le cosce e mi infilavo
dentro di lei… E fu in quel momento preciso che cominciai a muovere la
mano avanti e indietro, stringendola per bene intorno al pene eretto al
massimo… La leccavo dappertutto, mi spingevo con la lingua in ogni
angolo del suo corpo, poi ricominciavo a baciarla sulle labbra, stavolta con
più foga. Ma di colpo mi accorgevo che non era più lei, bensì la ragazza
che avevo visto entrare un giorno in classe e avvicinarsi a Momose. Lei
non poteva vedermi, eppure continuavo a baciarla e accarezzarla. I suoi
grandi occhi neri sotto la frangia perfettamente dritta guardavano
altrove… Intanto non smettevo di fare avanti e indietro con la mano,
sempre più veloce, immaginando di penetrarla fino a venire. E, tra un
fiotto di sperma e l’altro, l’immagine di Kojima mi tornò di nuovo in
mente, sostituendosi a poco a poco a quella dell’altra ragazza. Mentre
assaporavo gli ultimi scampoli di piacere Kojima era dolce e in carne come
in passato, mi guardava un po’ imbarazzata, sorridendo. Quando sorrideva
così l’adoravo, era quella la Kojima di cui non potevo fare a meno.
All’ultimo spasmo di piacere, una goccia perlacea di sperma che sgorgava
lenta dal glande, il suo viso radioso cominciò a diventare via via più algido
e freddo, fin quasi a deformarsi, gli occhi vuoti simili a due buchi neri, e in
breve assunse l’aspetto della Kojima recente, le guance incavate e il mento
scarno. Però continuava a sorridere e a un certo punto mi diceva: «Allora
io e te siamo uguali!». E, dopo una breve pausa, aggiungeva: «Adoro i tuoi
occhi!». Poi un nuovo sorriso, lo stesso dell’ultima volta a scuola. Sollevai
la schiena e rimasi seduto a letto, appoggiato contro la parete senza
muovermi. Non si sentiva volare una mosca, era un sabato pomeriggio
molto tranquillo. Feci un respiro profondo per buttare fuori l’aria pesante
che mi si era accumulata nei polmoni e mi rimisi disteso supino. Mi
sentivo un verme, sporco e ripugnante oltre ogni dire. Ma come ho
potuto? Devo essere impazzito!, pensai. Inerte, il cuore vuoto, mi sentivo
sospeso nel nulla, una voragine nera e senza fondo sotto di me. Chiusi gli
occhi e attesi che quella sensazione negativa si allontanasse. Poi
all’improvviso sentii il telefono squillare, ma non mi alzai, rimasi
immobile. E, dopo qualche frazione di secondo, mi resi conto che mi ero
addormentato senza neanche ripulirmi dallo sperma.
Correvo. Al semaforo il verde tardava a scattare e passai col rosso, dopo
aver guardato rapidamente a destra e a sinistra, ma un’auto sbucò fuori
come dal nulla e per poco non mi mise sotto; il tizio al volante si sporse
dal finestrino e me ne urlò di tutti i colori. In realtà fu solo in quel
momento che mi accorsi che stavo correndo a perdifiato. Eppure le grida
furiose del conducente della vettura mi sembravano arrivare da un luogo
lontano, che non aveva niente a che fare con me, e la sua voce suonava
estranea e distante.
Il cielo era sereno, neanche una nuvola in vista, eppure si udivano i
tuoni in lontananza, accompagnati dal sibilo del vento. Quando arrivai ai
giardini della Balena trovai Kojima seduta ad attendermi. Non appena la
vidi smisi di correre e ripresi fiato, piegato in due. Ero tutto sudato, il
cuore che mi scoppiava nel petto, ma non provavo affatto la sensazione di
aver corso, né di essere uscito dalla mia stanza. Era stranissimo. Eppure
ero lì, ai giardini della Balena, e vedevo Kojima in divisa scolastica seduta
sulla panchina di pneumatici. Perché indossava la divisa anche nel
finesettimana? Avanzai lentamente, con l’affanno. Davanti a me tutto era
piatto come sempre, privo di profondità, e anche se muovevo dei passi in
direzione di Kojima non avevo nessuna certezza che mi stessi avvicinando
per davvero. Avevo quasi la sensazione di camminare sul posto, non
percepivo le distanze. Nondimeno, per quanto avessi l’impressione di
restare sempre nello stesso punto, alla fine mi ritrovai davanti a lei e la
chiamai.
«Kojima…».
Passarono un paio di lunghi istanti, poi si voltò piano verso di me, come
che si fosse accorta della mia presenza in ritardo. Mi fissava a labbra
serrate, battendo più volte le palpebre, lentamente, pesantemente. Una
volta, e poi un’altra ancora. Avevo quasi l’impressione di sentire il rumore
delle sue palpebre quando si chiudevano. Poi abbassò lo sguardo, sempre
senza dire niente. Io intanto presi posto al suo fianco, col respiro ancora
ansante che sembrava riecheggiare tutt’intorno.
«Quindi hai letto tutti i miei messaggi?» provai a dirle. «L’altra volta
non ci siamo capiti, è stata colpa mia…».
Niente, silenzio.
Kojima restava con gli occhi puntati al suolo, non faceva nulla per
rivolgermi anche un solo sguardo fugace o una mezza parola. Ferma,
immobile, la bocca cucita. E io, seduto accanto a lei, avevo sempre più la
sensazione che il mio corpo fosse ancora nella mia stanza a dormire. Se
provavo a muovere un dito, il dito si muoveva, ma era come se non lo
sentissi, in qualche modo il gesto mi appariva incompleto. Chiusi e riaprii
gli occhi più volte, velocemente, sbattendo forte le palpebre nel tentativo
di risvegliarmi per bene. Ma era inutile, avevo la sensazione di avere la
testa imbottita di ovatta, e non avrei saputo dire se la sentissi leggera o
pesante. Non riuscivo a percepire in modo corretto la distanza tra me e
tutto ciò che era al di fuori di me. Non ero neanche in grado di distinguere
appieno l’esistenza stessa del concetto di distanza. Mi sentivo più o meno
come in un sogno, spazio e tempo come annullati, e io lì, davanti ai miei
occhi, come se mi vedessi dall’esterno.
Rimasi seduto per un altro po’ in silenzio e immobile accanto a Kojima,
limitandomi a fissarle le ginocchia. Poi allungai una mano e provai a
sfiorare una piega della gonna, giusto al di sopra delle ginocchia. Volevo
accertarmi che fossi capace di toccare ciò che vedevo. Le mie dita sfocate
toccarono l’orlo della gonna, salirono un po’ più su e toccarono anche le
mani di Kojima, appoggiate l’una sull’altra. Sì, quelle mani, di cui
distinguevo il colore, potevo toccare anche quelle. Non erano né fredde né
calde, ma erano vere, le sue mani, le mani di Kojima. Lei non si mosse di
una virgola, non disse niente. Lasciai la mia mano sulle sue, anch’io senza
proferire parola. E intanto guardavo le sue scarpe da ginnastica sporche e
consumate.
Tutt’a un tratto avvertii una presenza. Alzai gli occhi e vidi Momose. Ma
non era solo, con lui c’erano anche Ninomiya e gli altri, tutti a fissare me e
Kojima con un ghigno malvagio. Per un istante mi parve di sentire l’odore
della palestra della scuola. A ben vedere c’erano anche tre ragazze della
nostra classe, con le quali non avevo mai scambiato una parola. Non
riuscivo a raccapezzarmi, non capivo cosa stesse succedendo. In tutto
erano sette. Ero confuso, sotto shock. Perché erano lì? Come ci erano
arrivati? Che cosa volevano da noi?
«Su, continua a fare quello che stavi facendo, Occhi storti!» mi disse uno
dei due amici di Ninomiya ridendo. Dopo di che mi mollò un calcio sulle
ginocchia sporcandomi di fango i jeans. Sentii una delle ragazze sbellicarsi
dalle risate, non la smetteva più. Con l’occhio sinistro guardavo nella
direzione da cui era arrivato il calcio, mentre con le dita della mano
sinistra toccavo la macchia sui pantaloni. Quel fango era vero, reale.
Eppure per comprenderlo appieno ebbi bisogno di ripetermi nella mente
ciò che era appena accaduto: “Mi hanno dato un calcio, forte, sulle
ginocchia”. Ma non sentivo quasi dolore, che strano. Poi mi giunsero
all’orecchio risate cavernose e più voci sovrapposte che gridavano: «Su,
muoviti, che cosa stai aspettando?!».
Intanto Kojima continuava a starsene a testa bassa, non si era mossa di
un solo millimetro. Come faceva a restare così impassibile?
«Questo posto fa schifo, mi date la nausea» biascicò Ninomiya a denti
stretti, guardandomi negli occhi. «È qui che lo fate voi due?».
Le tre ragazze si portarono la mano alla bocca e scoppiarono a ridere, e
io mi beccai un altro calcio sulle ginocchia, sferrato con tutto l’odio e la
potenza possibili. Stavolta sì che vidi le stelle.
«Scopate per terra, nella bocca della balena?» aggiunse Ninomiya.
«Non ci posso credere, ma è tutto sporco, che schifo» disse una delle
ragazze con una voce acuta, producendosi in una smorfia esagerata,
mentre le altre due si sganasciavano dalle risate.
Momose se ne stava a braccia conserte, come Ninomiya, ma un po’ in
disparte, a osservare la scena dalle retrovie.
«Sappiamo tutto di voi» disse qualcuno con disprezzo. «Credevate di
farla franca?».
Non riuscii a capire a cosa si riferisse. Che diavolo avevano in mente?
Che cosa volevano farci?
«Ascolta, stammi bene a sentire… Ho una richiesta da farti, mio caro
Occhi storti» mi fece Ninomiya accovacciandosi davanti a me. Non avevo
mai visto la sua faccia così da vicino e per questo l’espressione mi appariva
un po’ diversa dal solito, ma era indubbiamente il suo volto, lo stesso di
sempre. In quel preciso momento, non so perché, pensai anche che era
stata quella stessa faccia, quella stessa bocca a pronunciare il mio nome
quando giocavamo insieme da piccoli, come due buoni e bravi compagni
di classe. «Non l’ho mai visto fare dal vivo…» continuò Ninomiya. «Perciò
ho pensato che tu e la tua amichetta potreste darmi una dimostrazione».
«Una dimostrazione… di cosa?» chiesi tremando, con voce a malapena
udibile. Ma lui, a pochi centimetri da me, aveva sentito perfettamente le
mie parole.
«Dovete scopare, Occhi storti!» urlò come un ossesso, scatenando per
l’ennesima volta le risate dei suoi compagni.
Mi si mozzò il fiato in gola, non riuscivo a respirare. Ripetei nella mente
la frase di Ninomiya sillaba per sillaba, al rallentatore: Dovete scopare, Occhi
storti!… Mi aveva appena chiesto di fare sesso con Kojima, lì, davanti a
tutti. Il cuore mi batteva all’impazzata, sentii i muscoli delle spalle e del
collo irrigidirsi e un dolore pulsante alle tempie. In quell’istante ricordai
che avevo goduto due volte prima di uscire di casa. Ingoiai una grande
quantità di saliva e distinsi il rumore della deglutizione come se fosse
amplificato. Avevo la lingua e il palato secchi e sentivo il soffio del mio
respiro diventare via via più caldo. Non riuscivo più a capirci niente, che
cosa stava succedendo? Panico totale. Come facevano a sapere che io e
Kojima eravamo ai giardini della Balena? Che cosa avevano in mente?
Perché volevano vedermi eiaculare? Non sapevo più cosa pensare, né
anche solo dove dirigere lo sguardo. Intanto Momose continuava a
starsene da un lato, non sembrava degnarmi della minima attenzione.
«Certo che siete incredibili, eh» disse Ninomiya rimettendosi in piedi e
ridacchiando. «Lo avete fatto anche a scuola? Scommetto di sì… Wow,
siete fenomenali!» aggiunse annuendo e storcendo il volto in
un’espressione di falsa ammirazione. «Dài, fateci vedere come si fa!».
«Noi… non abbiamo mai fatto niente» biascicai con un filo di voce.
Non appena ebbi pronunciato quella frase tutti si piegarono in due dal
ridere, tranne Momose. Perché? Che cosa c’era di strano? Avevo solo
risposto a una domanda, dicendo la pura e semplice verità. Non l’avevamo
mai fatto, io e Kojima ci eravamo a stento sfiorati la mano. Sentii il sudore
scorrermi lungo la schiena e il battito cardiaco risuonare come un grande
tamburo nelle mie orecchie, un colpo dopo l’altro, così forte da far
tremare il mondo intero. Nel frattempo tenevo ancora la mano destra
appoggiata su quelle di Kojima, e all’improvviso mi resi conto che gliele
stavo stringendo. Ma lei continuava a non mostrare la minima reazione.
«Che cosa ci fate qui?» riuscii a chiedere con voce rauca a Ninomiya,
trovando non so dove il coraggio.
«Un uccellino ci ha detto che avevi appuntamento con la tua
fidanzatina… Ah-ah-ah!».
«Siete stati voi a costringerla a scrivermi il messaggio?».
«Per caso ci stai accusando di giocare sporco, Occhi storti? Boh? Chi lo
sa se c’entriamo qualcosa…» rispose Ninomiya ridendo di nuovo.
«Comunque non abbiamo tempo da perdere, sbrigatevi!».
Uno dei suoi guardaspalle si avvicinò a me e mi mollò un altro calcio,
stavolta sulle cosce e con una violenza bestiale.
«Non possiamo, ti ripeto che non lo abbiamo mai fatto» dissi con la voce
incrinata dal dolore, le lacrime agli occhi, mentre mi tenevo le gambe.
«Ma se lo fanno anche i cani!» replicò Ninomiya con disarmante
prontezza. «I cani e le altre bestie lo fanno senza nessuna vergogna, perciò
non vedo perché non dobbiate riuscirci anche tu e la tua amichetta
puzzolente… Ah-ah-ah! Però dovete fare presto, abbiamo un altro
impegno e non possiamo aspettare in eterno. E soprattutto non vogliamo
perdere la pazienza, non ti conviene farci arrabbiare… Su, muoviti,
continua a fare quello che stavi facendo e dacci sotto!».
Mi sorrideva con un ghigno tremendo, sembrava una maschera di un
film dell’orrore. Le pieghe del suo sorriso sprigionavano un piacere sadico
senza pari. Una maschera? O un vero volto umano nella sua piena
autenticità? Gli angoli delle labbra sparati all’insù, una gioia affettata e
posticcia, come quando ci si ritrova in situazioni di circostanza a fare le
congratulazioni a qualcuno, addirittura con gli occhi umidi e brillanti.
«Tu…» gli dissi, «sei pazzo».
E lui si voltò verso gli altri e scoppiò nella risata più fragorosa e
perversa che avessi mai sentito.
«Ora basta, devi fare come ti dico, hai capito?!» mi urlò in faccia, dopo
di che fece un rapido cenno col mento e uno dei suoi amici mi afferrò per
le spalle e mi obbligò ad alzarmi. Fui costretto a lasciare la mano di
Kojima, ma mi piegai subito verso di lei, gliela ripresi e la strinsi di nuovo.
Ciò suscitò l’ennesimo scoppio di risa.
«Forza, muoviti!» gridò Ninomiya. Scossi la testa e mi rimisi a sedere,
stringendo ancora più forte la mano di Kojima. Poi, approfittando di un
attimo di distrazione da parte di Ninomiya e degli altri due che ci
tenevano d’occhio più da vicino, diedi uno scossone a Kojima per farle
capire che era il momento di alzarsi e tentai di scappare. Ma qualcuno mi
afferrò per il lembo della camicia, mi tirò con forza all’indietro e mi fece
cadere per terra. Anche Kojima, la sua mano ancora intrecciata alla mia,
cascò al suolo al mio fianco. «Ehi, ti sei fatta male?» le chiesi sottovoce. Lei
sollevò la schiena e, senza guardarmi direttamente negli occhi, fece di no
con la testa. Tutti gli altri erano in piedi intorno a noi e ci guardavano
dall’alto. Io e Kojima, sotto i loro sguardi fissi, ce ne stavamo rannicchiati
per terra e non ci muovevamo.
«Occhi storti, ma Kojima ti piace sul serio? Non ti fa schifo? È sempre
tutta sporca» disse Ninomiya. «È da quando siamo arrivati che sento una
puzza tremenda, qui c’è qualcuno che non si lava. Chissà chi sarà…».
«È lei, è lei, questa puzza come la morte!» urlò una delle ragazze
ridendo, indicando Kojima e strofinando la suola delle scarpe sulla sua
schiena come fosse uno zerbino. «Ah, scusa, prima di venire qui credo di
aver pestato una cacca di cane…».
«Cosa vuoi che le importi? Tanto non c’è grande differenza tra lei e una
merda di cane! Ah-ah-ah!».
«Puzza peggio di un cesso pubblico! A confronto con lei la spazzatura
profuma! Ah-ah-ah!».
Costretta a piegare la testa e la schiena sotto la pressione del piede della
nostra compagna di classe, che continuava imperterrita a pulirsi la suola
della scarpa, Kojima appoggiò entrambe le mani per terra. Alzai gli occhi e
lanciai uno sguardo alla ragazza.
«Occhi storti, non ti permettere di fissarmi in quel modo!» gridò lei
ridendo. «E poi hai ben poco da fissare con quegli occhi che guardano da
tutte le parti!».
«Che coppia, fate vomitare! Occhi storti e Miss Monnezza… Ah-ah-ah!».
Io e Kojima restammo nella posizione in cui eravamo, senza muoverci. Il
cielo era ancora sereno, ma l’intervallo di tempo tra un tuono e l’altro
tendeva a diminuire.
Mi venne spontaneo domandarmi: “Ma tutto questo è reale?”.
Quello che stava accadendo era vero? Fino a poco tempo prima ero
nella mia stanza, poi ero uscito e avevo corso fino ai giardini della Balena
per raggiungere Kojima. Come sempre, come tutte le altre volte, perché
avevamo appuntamento. Quello era il nostro mondo, mio e di Kojima, cosa
c’entravano gli altri? Come potevano succedere certe cose? Non facevamo
mai del male a nessuno, né io né lei, niente di niente. E allora, perché?
Perché gli altri invadevano il nostro mondo? Perché non ci lasciavano
stare? Avevo solo voglia di rivedere Kojima, ero andato lì per quell’unica
ragione, eppure stavano accadendo cose che non c’entravano niente.
Perché dovevano prendermi a calci? Perché dovevano calpestarla come
uno zerbino? Perché dovevamo starcene accucciati per terra come due
poveri sfigati?
Doveva esserci per forza qualcosa sotto. La realtà non poteva essere
quella, così distorta. Forse non c’era di mezzo nessun appuntamento.
Forse Kojima non aveva nessuna voglia di vedermi. Ninomiya e gli altri
dovevano aver scoperto che ci scrivevamo e dovevano averla costretta a
lasciarmi quel messaggio. Ed era colpa mia se lei si era ritrovata coinvolta
in quella brutta faccenda, ero stato io a scriverle tutti i giorni perché ci
vedessimo. Se non avessi insistito, se non le avessi scritto tutti quei
messaggi, forse non ci avrebbero mai scoperti.
Mentre riflettevo, i miei pensieri mi suonavano deboli e vuoti, come se
le parole che mi passavano per la mente non bastassero a infondervi la
potenza necessaria. Kojima non si muoveva, era come pietrificata. Mi
sembrò di sentire qualche goccia di pioggia sulla punta del naso. Alzai la
testa e scrutai il cielo. Di nuvole, soprattutto quelle grigie che portano
pioggia, non c’era neanche l’ombra. Mi pareva solo che il cielo fosse un po’
meno terso e luminoso rispetto a prima. L’aria sembrava pregna di un
chiarore vago e indistinto, come una tinta nostalgica che avevo la
sensazione di aver già visto in passato ma di cui non avevo alcun ricordo
concreto. Fino a poco prima faceva abbastanza fresco, ma ora una sorta di
cappa tiepida e umida sembrava fluttuare tutt’intorno a noi. I tuoni
echeggiavano più vicini e in rapida sequenza, come se si rispondessero
l’un l’altro.
«Farò tutto quello che vuoi» dissi a Ninomiya, «ma lascia andare
Kojima, per favore. Lei non aveva nessuna intenzione di vedermi, non
c’entra niente. Sono stato io ad assillarla scrivendole un sacco di lettere e
messaggi. Ho fatto tutto da solo, lei non mi ha mai rivolto la parola
seriamente, non le ho dato tregua».
Sentii un groppo alla gola, una stretta al petto e non riuscii più a dire
una sola parola. Provai a ingoiare la saliva più volte di seguito, a regolare il
ritmo della respirazione nella speranza di ritrovare un minimo di calma.
«Credimi, lei non c’entra niente, sono stato io a insistere» riuscii ad
aggiungere dopo un po’.
«Piantala di dire cazzate, abbiamo le prove!» disse a voce alta uno dei
due amici di Ninomiya.
«Ma è vero, lo giuro».
«Basta, smettetela» intervenne Ninomiya in tono autorevole,
incrociando le braccia e mettendo tutti a tacere. «Questi dettagli non
hanno nessuna importanza». Poi si rivolse solo a me e disse: «Te lo ripeto
per un’ultima volta con le buone: ti decidi a calarti le brache? Lo hai capito
o no che non abbiamo tempo da perdere?».
«Prima lascia andare Kojima».
«Non è possibile, non puoi mica scopare da solo!» ribatté Ninomiya
ridendo a squarciagola.
«Lasciala andare, ti prego» ripetei mentre, senza quasi rendermene
conto, mi ero inginocchiato ai suoi piedi e lo supplicavo con la fronte che
toccava terra.
«Spiacente, Occhi storti, ma non posso accontentarti» disse lui con una
voce comica e artefatta, mollandomi un calcetto giusto al centro del
cranio con la punta della scarpa. «E poi non vedo con chi altri tu possa
farlo, non certo con me… Ah-ah-ah! Allora, ti decidi? Ti spogli da solo o
vuoi che dica ai miei amici di darti una mano?».
Sollevai la testa, guardai Momose tra le due macchie di terra nera che
mi si erano formate sulle lenti degli occhiali e lo chiamai a gran voce.
«Momose! Perché non intervieni? Tu lo sai che tutto questo non ha
alcun senso. Farlo o non farlo non cambia niente! Tu lo sai!… Momose!
Momose!».
Mi ero messo a gridare senza volerlo e, subito dopo, Ninomiya mi mollò
un manrovescio da paura. Gli occhiali mi rimasero appesi a un orecchio
per miracolo, sentii la guancia bruciare di dolore e il sapore acre del
sangue in bocca.
«Devi stare zitto, idiota!» mi urlò in faccia Ninomiya. «Nessuno ti ha
autorizzato a parlare! Ne ho abbastanza di te, ora mi hai fatto perdere la
pazienza!… Avanti, spogliatelo!» ordinò ai suoi. «Deve restare nudo come
un verme!».
Cercai di opporre resistenza, ma non servì a niente: i due scagnozzi mi
afferrarono subito da dietro, mi immobilizzarono e cominciarono a
slacciarmi la cintura. Mentre mi dibattevo sentivo le tre compagne di
classe che ridevano come matte, tutte su di giri.
«Kojima, scappa, torna a casa tua!» dissi, stringendo i denti e
voltandomi a fatica verso di lei, ancora accoccolata per terra nella stessa
posizione di prima. Ma non si mosse, sembrava che non sentisse né
vedesse nulla, il suo corpo ridotto a un semplice involucro. «Corri, va’ via!
Fa’ come ti dico!» urlai, dibattendomi più che potevo. Ma non ci fu niente
da fare, continuò a restare completamente immobile.
Mi abbassarono i jeans e me li sfilarono di forza, senza togliermi le
scarpe. «Anche sopra!» ordinò Ninomiya, e i due mi strapparono di dosso
anche la camicia, lasciandomi in mutande. Sentii Ninomiya che diceva:
«Le scarpe non gliele togliete, sarà più divertente». Una delle ragazze mi
guardava e rideva tenendosi la pancia. Le altre due parlottavano con la
mano davanti alla bocca, finché una fece una smorfia ed esclamò a gran
voce, indicandomi col braccio teso: «Che schifo, è disgustoso!». Cercai di
riprendere possesso dei miei vestiti, ma uno dei due amici di Ninomiya mi
anticipò, li appallottolò alla meno peggio e li appoggiò sulla balena di
cemento. Inutile dire che mi impedirono nel modo più assoluto di
avvicinarmi. Ero circondato, lì in piedi tra una marea di risate gravi e
acute. Non avevo né caldo né freddo, sentivo solo l’aria farsi più densa e
pesante, quel suo chiarore particolare che a poco a poco diminuiva e
assumeva tinte via via più fosche.
«Forza, ora tocca a Kojima!» urlò Ninomiya.
Non riuscivo a credere alle mie orecchie. Diceva sul serio?
«No… Non puoi farlo» mormorai, la voce che mi tremava. «Non puoi…».
«Non posso?… Ah-ah-ah! E chi me lo impedisce? Tu, forse, Occhi
storti?».
«Io… Io…».
«Stammi bene a sentire» mi fece, serissimo, «ora la spoglierai tu stesso
la tua cara amichetta e non oserai aprire bocca, è chiaro?!».
«Ma…».
«Ho detto di stare zitto, non devi fiatare!» mi urlò in un orecchio. Poi,
spalancando la bocca e articolando lentamente ogni singola sillaba, ribadì:
«Devi spogliare Kojima, hai capito? Tutta, deve restare nuda!».
Percepii una vampata di calore salire dal petto fino alla gola, ma rimasi
immobile, incapace di dire alcunché.
Un tuono rimbombò nell’aria e cominciò a piovere, nonostante il cielo
fosse ancora terso.
«Merda, sta piovendo!» esclamò una delle ragazze con voce seccata.
«Eppure c’è il sole… Com’è che si dice? Da qualche parte si staranno
sposando due… topi!».
«Ma quali topi? Stupida!» replicò una delle sue amiche ridendo.
«Quando piove col sole si dice che da qualche parte si stanno sposando
due volpi!».3
Pioveva, ma in effetti la luce del sole era ancora più intensa di prima.
Neanche una nuvola in vista, al punto che veniva spontaneo chiedersi da
dove cadesse tutta quell’acqua. La pioggia aveva sfumature dorate, come
se scaturisse direttamente dal sole e dall’aria. Formava lunghi fili che
s’infrangevano tintinnando piano sul dorso della balena, sulla panchina di
pneumatici e anche sulla mia pelle.
«Allora, Occhi storti, ti decidi o no?» mi incalzò Ninomiya. «Se non lo
farai tu, ci penseremo noi a spogliare la tua dolce fidanzatina. Lo sai che
non scherzo, sbrigati, che sta anche piovendo!».
Non dissi una parola, non feci alcun movimento.
«Per caso stai perdendo tempo di proposito? Pensi forse che toglieremo
il disturbo e vi lasceremo stare?» continuò Ninomiya. «Hai fatto male i
conti, caro mio. Non ce ne andremo di qui finché non avrete fatto quello
che ti ho chiesto, ficcatelo bene in testa. Non mi piacciono le cose lasciate
a metà, vado sempre fino in fondo, sono un vero perfezionista. E non se ne
parla di rimandare, si fa oggi e basta, pioggia o non pioggia. Perciò, mettiti
l’anima in pace e fai subito quello che ti ho detto… Ora!».
«No, non voglio farlo».
«Nessun problema, ci pensiamo noi» reagì lui ridacchiando come al
solito. «E comunque, conciato come sei, in scarpe e mutande, non sei
molto convincente».
Rimasi ancora in silenzio, immobile.
Intanto le ragazze iniziarono a lamentarsi per la pioggia e a
battibeccare con i due tirapiedi di Ninomiya. «Basta, sono stufa di
aspettare», «Non ne posso più, mi sono rotta le scatole di stare qui…». Le
loro voci si fecero via via più forti e contrariate, al che Ninomiya si voltò
dalla loro parte e disse: «Nessuno vi trattiene. Se volete, potete anche
andarvene». Si misero a confabulare tra loro e a poco a poco cambiarono
tono. A quanto pareva, avevano deciso di restare.
«Non vuoi farlo? Bene, peggio per te» mi disse Ninomiya guardandomi
negli occhi. Dopo di che diede ordine a uno dei suoi amici di far rimettere
in piedi Kojima. Senza riflettere, raccolsi una pietra da terra. Era enorme,
pesante, tanto che non riuscivo a reggerla con una sola mano. «Che cosa
credi di fare, idiota? Metti giù quella pietra!» gridò Ninomiya. Ma non gli
diedi ascolto e non dissi una parola, continuai solo a guardare quella
pietra enorme stretta fra le mie mani, incapace di metterla bene a fuoco.
Da un lato era umida e nera, leggermente acuminata, e di colpo mi fece
pensare al sangue. La tenevo dalla parte asciutta e non smettevo di fissare
la sua punta.
Tutt’a un tratto mi si affacciarono alla mente sprazzi della lunga
conversazione con Momose all’ospedale, lui seduto sulla panchina e io in
piedi, nella penombra di un lampione. Certe cose non sei capace di farle… Non
ne ero capace sul serio? O forse avrei potuto almeno provarci? Se ci avessi
provato, forse qualcosa sarebbe cambiato… Ma tu non ti senti mai in colpa?
Ero stato io a porgli quella domanda. E lui aveva risposto con la massima
nonchalance: No, mai. Aveva insistito molto sul fatto che compiere una
determinata azione, essere in grado di fare una cosa o un’altra non aveva
un particolare significato e dipendeva soprattutto dal caso. Fare una cosa
significava farla e basta, perché in generale, a suo avviso, niente aveva
senso. Aveva ripetuto più volte che non era importante giudicare se un
comportamento fosse giusto o sbagliato, perché l’unica cosa che contava
era la propria volontà, il proprio interesse… Alla fine tutti la pensano come
meglio credono e agiscono solo ed esclusivamente a proprio vantaggio. Non ha
senso parlare di morale, la morale esiste solo nelle favole… Ciascuno cerca di
attirare gli altri entro la propria orbita, nel proprio sistema di valori, così da
aumentare la massa e il peso specifico e farsi notare in questo nostro piccolo
universo…
Ma… ma… io non voglio attirare nessuno nella mia orbita, né voglio
essere attirato nelle orbite degli altri!, immaginai di gridare a Momose,
come se stessimo proseguendo la conversazione all’ospedale. No, non è
possibile, toglitelo dalla testa!, mi rispose lui nella mia mente, ridendo. Sto
cercando di farti capire come funziona il mondo, non è niente di così
complicato. Non stiamo parlando di un ideale, del bene e del male. Il mio è
un discorso reale e concreto su come funziona questo fottuto sistema,
dalla notte dei tempi, da sempre! E non c’è, né ci sarà mai nulla che possa
cambiarlo. Rassegnati, altrimenti vivrai male, perché è così che vanno le
cose… Allora, quella pietra che hai in mano vuoi scagliarla o no contro
Ninomiya? Fallo, è facile, se solo lo vuoi. Tra l’altro hai dalla tua l’effetto
sorpresa, perché né lui né nessun altro ti riterrebbero mai capace di
un’azione del genere. Avvicinati, stringi bene la pietra e colpiscilo alla
testa, più forte che puoi. Finirà dritto per terra mezzo tramortito e potrai
fracassargli il cranio e spedirlo all’altro mondo. Così tu smetterai di
soffrire e la tua Kojima sarà salva. E non preoccuparti degli altri, perché se
la faranno sotto e scapperanno a gambe levate, avranno per sempre paura
di te e non ti daranno più alcun fastidio, me compreso, è ovvio. Nessuno
potrà biasimarti, tutti ti rispetteranno e la tua vita cambierà finalmente in
meglio, come hai sempre sognato. Il mondo intero ti compatirà e si
schiererà dalla tua parte… Su, che aspetti? Fallo, basta volerlo! Perché non
ne sei capace? Perché non lo fai e basta?…
La pioggia era aumentata. Ora il rombo dei tuoni si faceva udire con
prepotenza. Il cielo color ocra era rischiarato qua e là da una luce
opalescente, e la pioggia che cadeva fitta faceva risplendere tutte le cose.
Piccole pozzanghere cominciavano a formarsi qua e là. Con la pietra
stretta fra le mani, mi sforzai a più riprese di immaginarmi mentre la
sollevavo in alto e mi lanciavo contro Ninomiya, ma il mio corpo restava
piantato al suolo, incapace di agire. Qual era il problema? Forse la forza
della mia immaginazione era insufficiente? Si trattava di semplice
mancanza di coraggio? Provai e riprovai ancora, con tanto di variazioni
sul tema, per esempio immaginando di scagliare la pietra da un paio di
metri di distanza, ma non servì a niente. Fissai la pietra e trassi un lungo
sospiro. Dopotutto aveva ragione Momose, era una questione di volontà:
basta volerlo, volere è potere! Fallo, che aspetti? Fa’ ciò che vuoi. Nessuno può
impedirti di agire, la volontà è tua, e solo tu ne hai il pieno controllo… Non era un
problema di giusto o sbagliato, il bene e il male non c’entravano niente.
Posso perché voglio farlo: era questa la formula esatta. E in quel momento
la cosa da farsi non era forse battermi per difendere me stesso e Kojima?
Non era forse sollevare quella pietra e affrontare Ninomiya con tutte le
mie forze? Avevo tra le mani un’arma, una pietra pesante e acuminata. Se
fossi rimasto lì impalato, senza sfruttare il potere distruttivo di
quell’oggetto, non sarebbe mai cambiato niente. Ormai mi era fin troppo
chiaro, non avevo altra scelta. Alzai in alto la pietra a due mani e mi
preparai a muovere il primo passo. Sennonché, l’istante successivo,
Kojima si rimise lentamente in piedi e mi afferrò le braccia.
Ci guardammo negli occhi in silenzio, il tempo sembrò fermarsi. La
pioggia colava lungo i suoi capelli corvini e le brillava nelle folte
sopracciglia. Pian piano, come se volesse assicurarsi che mi fossi calmato,
lasciò la presa sulle mie braccia. Continuavo a guardarla senza dire una
parola, e lei continuava a guardare me allo stesso modo. Non avevo
bisogno di parlare, mi bastava guardare per sapere e capire. In quel
momento che sembrò eterno ebbi la sensazione di sapere tutto, percepii le
centinaia e migliaia di sguardi che si erano posati su di me fino al
presente. Gli sguardi che cercavano di evitarmi, gli sguardi di puro
disgusto, gli sguardi canzonatori. Quanti sguardi sconosciuti mi erano
stati rivolti fin da bambino, sguardi che non potevano fare a meno di
evidenziare la mia anormalità? Sentivo il loro peso enorme e non riuscivo
a liberarmene. Per fortuna avevo ricevuto anche qualche sguardo dolce e
gentile, pochi a dire il vero, ma erano pur sempre arrivati ad alleviare
almeno un po’ la mia sofferenza. Sguardi che dicevano di amare i miei
occhi, sguardi che mi scrutavano con somma attenzione. Sguardi che mi
tenevano per mano e che non avevano timore di fissarmi dritto negli
occhi. In quel preciso momento sapevo e capivo tutto questo. Lo capivo
perché in quel frangente gli occhi di Kojima erano diversi da prima e non
esprimevano niente. Erano vuoti, del tutto privi di emozioni, non
guardavano nulla. Me ne rendevo conto senza ombra di dubbio.
Kojima, dopo avermi sfiorato per un’ultima volta le braccia con cui
sostenevo il peso della pietra, si avvicinò molto lentamente a Ninomiya,
fino a ritrovarsi faccia a faccia con lui. Quest’ultimo, un’ombra di spavento
sul volto, indietreggiò di un passo senza pronunciare una parola. I suoi
due fedeli seguaci si scambiarono un’occhiata nervosa, come se non
sapessero cosa fare, ma poi restarono fermi sul posto, anche loro in
silenzio. Quanto a Momose, la schiena appoggiata alla balena, incrociò le
braccia per l’ennesima volta e abbassò il capo.
Kojima si sfilò le scarpe, poi le calze e restò a piedi nudi sulla terra
bagnata. Si sciolse la cravatta della divisa, l’arrotolò con scarsa cura
intorno al palmo della mano e la infilò in una delle tasche della giacca. I
suoi movimenti erano lenti fino all’esasperazione. Si tolse la giacca, la
lasciò cadere per terra e cominciò a sbottonarsi la camicetta bianca,
partendo dall’alto. Poi si sganciò la gonna e la lasciò cadere di peso ai suoi
piedi. Si formò come un cerchio blu e rigonfio intorno a lei, suppergiù
all’altezza delle caviglie, e la parte inferiore assunse tinte più scure al
contatto col terreno bagnato dalla pioggia. Era a piedi nudi, in canotta
bianca e pantaloncini aderenti blu. Si tolse anche questi ultimi e rimase in
slip bianchi. La pioggia bagnava il tessuto e lo faceva attaccare sempre più
alla pelle, e numerose gocce scorrevano lungo il corpo di Kojima prima di
precipitare al suolo. Regnava il silenzio, nessuno si azzardava a dire una
parola. Kojima si sollevò la canotta, sfilò prima un braccio e poi l’altro, la
testa e infine la lasciò cadere per terra. Ora il suo busto era nudo, le si
vedevano le costole al punto da poterle quasi contare. Era così minuta,
così magra. Si tolse anche gli slip e rimase completamente nuda. Ma
nessuno osò dire nulla, si sentiva solo il rumore della pioggia. Kojima se ne
stava in piedi lì in mezzo. La pioggia dorata cadeva sui suoi indumenti
sparsi per terra e sul suo corpo. I raggi del sole si riflettevano nelle
pozzanghere creando giochi di luce abbaglianti, mentre l’intensità della
pioggia continuava ad aumentare.
Kojima, nuda, se ne stava dritta e immobile di fronte a Ninomiya,
vicinissima.
Sorrideva.
Nessuno fiatava.
Distendendo le labbra in un sorriso ancora più ampio, Kojima fece un
giro completo su se stessa, molto adagio, e si rimise di nuovo faccia a
faccia con Ninomiya. Poi allargò le braccia, stralunò i suoi grandi occhi e si
mise a ridere, la bocca spalancata. Erano risate vibranti, spaventose, che
andavano dai toni gravi a quelli più acuti. Quando tutto il suo fiato si fu
trasformato in risate e non ebbe più voce andò verso gli altri, un passo alla
volta come per passarli bene in rassegna, fino a raggiungere la ragazza più
a sinistra e accarezzarle piano la guancia con la mano destra. Quest’ultima
emise un breve grido e fece un saltello indietro, terrorizzata. Nel
medesimo istante le altre due ragazze si scambiarono uno sguardo e
scapparono via. I due guardaspalle di Ninomiya dapprima si sforzarono di
ridere, come se fosse tutto uno scherzo, poi sul loro volto si disegnò
un’espressione atterrita, respinsero la mano di Kojima e se la diedero
anche loro a gambe levate. Le loro voci impaurite mentre fuggivano
risuonarono per alcuni istanti nell’aria, prima di essere risucchiate dal
nulla. Rimasero solo Ninomiya e Momose, impalati e in silenzio. Sotto la
pioggia dorata e sferzante, che ormai si era tramutata in un vero
temporale, continuavo a restarmene fermo in scarpe e mutande, con la
pietra in mano. Non un movimento, non una parola, anch’io immobile a
guardare.
Lì, a pochi metri da me, c’era una Kojima che non avevo mai visto.
Una Kojima che aveva in volto qualcosa di peculiare, qualcosa di
sconosciuto e molto più potente del sorriso che avevo visto alcuni giorni
prima, quando era caduta accanto al mio banco.
Non credevo ai miei occhi: nuda, sotto il temporale, Kojima rideva a
squarciagola. Tese le braccia verso Ninomiya, lo guardò per un lungo
attimo in silenzio e riprese a ridere senza ritegno. Quel gesto e soprattutto
quelle risate racchiudevano un significato speciale, immenso: quella era la
voce di Kojima che adoravo, la sua fantastica “voce 6B”, come le avevo
scritto una volta in una lettera. Lo stava facendo per me, stava ridendo per
me! Era come se mi stesse parlando! Come se potessimo comunicare
telepaticamente!… Kojima, ti prego, dimmi se tutto questo ha un
significato… Ma certo che lo ha! Noi obbediamo e facciamo tutto ciò che
vogliono loro. Obbediamo ma accettiamo in modo attivo, ben sapendo ciò
che è giusto. Perché c’è dietro una precisa volontà, solo che loro non lo
sanno, non essendo ancora in grado di comprendere granché. Te ne avevo
già parlato, ricordi? Finalmente un giorno anche loro capiranno… Mi
lanciò un sorriso e ricominciò a ridere. Era tanto che non sentivo le sue
risate cristalline. Poi riprese a parlarmi nella mente e mi concentrai solo
sulla sua voce, dimenticando tutto il resto… Te l’ho già detto ma te lo
ripeto: la debolezza è molto importante e ha un suo preciso significato.
Tuttavia se la debolezza vuol dire qualcosa allora anche la forza non è da
meno. Ma il senso della forza, attenzione, non è soltanto quello di
permettere ai deboli di compensare la loro debolezza… La guardai, ora il
suo viso era quello di Momose! Momose si voltò dalla mia parte
sorridendo e cominciò anche lui a rivolgersi a me nello stesso modo… Se
qualcosa ha un senso, allora tutto ha un senso. Al contrario, niente in
questo mondo può avere un senso se non esiste almeno una piccola cosa
che ne abbia. Te l’ho già detto, no?, che in fin dei conti tutto è uguale. Io,
tu, tutti noi concepiamo il mondo in funzione dei nostri interessi. È come
un grande puzzle, combinazioni perlopiù casuali, un pezzo di questo e un
pezzo di quell’altro. È tutto molto più semplice di quanto possa sembrare.
Ed è per questo che l’unica opzione valida è combattere e diventare forti.
Per non soccombere, per non farsi sfruttare e vivere appieno la vita. La
forza è necessaria, almeno la forza sufficiente per non lasciarsi dire dagli
altri come agire, per non assuefarsi al modo di pensare altrui, né alle loro
regole né al loro sistema di valori… Ma io non voglio questa forza! Non ne
ho bisogno! Non voglio che gli altri mi attraggano nella loro orbita e non
voglio subire il loro modo di vedere le cose, così come non voglio che loro
entrino nel mio mondo e abbiano a che fare con il mio modo di pensare…
No, ti sbagli, non è così – ora era di nuovo Kojima a parlarmi, la sua voce, il
suo dolce sorriso. Perché noi, e non mi stancherò mai di ripeterlo,
sappiamo ciò che è giusto. Bisogna dimostrare che la sofferenza e il dolore
meritano e avranno un’equa ricompensa. Non è un problema che riguarda
solo noi, non dimenticarlo mai. È per questo che tu hai i tuoi occhi e io la
mia strategia. È per questo che ci siamo incontrati. Tutti gli eventi
posseggono un significato. La sofferenza e la tristezza esistono per essere
superate… Perciò è necessario convincere tutti a diventare forti –
aggiunse Momose sottovoce. Ebbi un sussulto e mi voltai verso Kojima: il
viso era suo, ma la voce apparteneva indubbiamente a Momose! Mentre
mi chiedevo cosa stesse succedendo, Momose mi guardò e mi parlò con la
voce di Kojima: Non è qualcosa di ideale, è tutto reale! Non bisogna fare
leva sull’immaginazione per accorgersene, basta inquadrare bene la
realtà, la realtà che abbiamo tutti i giorni davanti agli occhi!… Poi scoppiò
in una grassa risata. Ora era difficile, se non impossibile, distinguere le
voci di Momose e Kojima, che si sovrapponevano e risuonavano come
fossero un unico suono. Strinsi forte le palpebre e scossi la testa. E quando
riaprii gli occhi, lentamente, vidi Kojima che continuava a ridere.
Ninomiya la guardava con gli occhi sbarrati, senza dire una parola.
Kojima prese ad accarezzargli piano la guancia con la mano destra. Dalla
posizione in cui mi trovavo riuscivo a vedere che era molto teso. Senza
smettere di sorridere, Kojima sollevò la mano e cominciò ad accarezzare la
testa a Ninomiya con estrema dolcezza. Al che lui fece un’espressione che
non gli avevo mai visto prima, le guance imporporate da un improvviso e
diffuso rossore. In breve, mentre continuava a starsene immobile, i pugni
serrati lungo i fianchi, l’intera faccia e il collo assunsero la stessa tinta, un
rosa molto carico che tendeva al fucsia. Dopo avergli accarezzato per un
po’ la testa, come una sonnambula ma con passo fermo Kojima si diresse
verso Momose. Nell’attimo in cui tese la mano nella direzione di
quest’ultimo, come se di colpo si fosse risvegliato, Ninomiya le si avvicinò
di corsa, l’afferrò da dietro per i capelli e la fece cadere per terra. Finì in
una pozzanghera, l’acqua schizzò dappertutto e si sentì un tonfo
infernale. Lasciai la pietra e mi precipitai da lei, mentre Ninomiya ci
guardava dall’alto col volto infuocato di rabbia. Intanto Momose sciolse le
braccia e si passò piano l’indice sulle labbra, fissando Kojima a occhi
socchiusi e mostrando un ghigno soddisfatto.
«Ehi, che state combinando?» gridò all’improvviso qualcuno dalla
strada. Mi voltai di soprassalto e scorsi una donna di mezza età che ci
guardava da una certa distanza allungando il collo, l’ombrello aperto in
una mano e una busta del supermercato nell’altra. Ninomiya diede un
colpetto a Momose con il dorso della mano e se la svignò per primo.
L’altro, tempo mezzo secondo, scappò di corsa nella direzione opposta.
«Si può sapere che cosa sta succedendo?» insisté la donna, avanzando a
passo svelto verso di noi. Kojima era ancora tutta sorridente, distesa
supina nel fango. La presi per le braccia e l’aiutai a rimettersi in piedi,
raccolsi i suoi vestiti zuppi d’acqua e le appoggiai la giacca sulle spalle. Per
fortuna la pioggia era diminuita e il sole splendeva di nuovo con forza,
facendo brillare di un colore pallido e ambrato la pelle nuda di Kojima. Si
aggrappò a me e si mise a piangere ridendo. Mi guardava e rideva, mentre
dai suoi grandi occhi neri scorrevano fiumi di lacrime che si mescolavano
alla pioggia e al fango. «Ti sei fatta male, eh?» le dissi. «Ti sei fatta male?
Ti sei fatta male?» continuavo a chiederle senza essere capace di
fermarmi, scoppiando anch’io a piangere.
«Ma voi siete nudi! Che cosa è successo? Perché lei è tutta nuda?»
esclamò sconvolta la donna non appena ci ebbe raggiunti, indicando
Kojima e facendo frusciare la busta del supermercato che stringeva in
mano. «Tu resta qui e non ti muovere!» mi disse, scuotendomi per una
spalla. Non le risposi, non le diedi retta. «Kojima, Kojima…» continuavo
soltanto a ripetere sottovoce, accarezzandole il braccio. Me lei non mostrò
il minimo segno di reazione, continuò solo a ridere e piangere. Le gettai le
braccia al collo, mentre le lacrime sgorgavano dai miei occhi senza
soluzione di continuità e cadevano goccia dopo goccia sul suo viso,
scomparendo per sempre nell’istante in cui si univano alle sue e alla
pioggia. Non erano lacrime di tristezza. Piangevamo perché in questo
mondo non avevamo un posto tutto per noi e non potevamo vivere in
modo diverso, come avremmo davvero voluto. Forse erano lacrime di
protesta, contro la realtà che non ci offriva alternative e ci costringeva a
vivere in quell’unico mondo a disposizione, contro tutto e tutti. E intanto
continuavo a sussurrare il suo nome: «Kojima, Kojima…».
In breve arrivarono altre persone. Lei mi guardò fino all’ultimo istante,
fino a che non l’avvolsero in una coperta e non la portarono via, chissà
dove.
Quella fu l’ultima volta in cui la vidi.
Kojima, la mia migliore e unica amica.
3
Riferimento al detto Kitsune no yomeiri (lett. «Il matrimonio della volpe»), che indica pioggia
improvvisa a ciel sereno e si rifà a un’antica credenza secondo cui, quando piove col sole, da
qualche parte si stanno celebrando le nozze tra due volpi, ossia un evento infausto e di cattivo
auspicio. Nel folklore nipponico la volpe (kitsune) è considerata un essere dotato di grande astuzia e
poteri soprannaturali, spesso con connotazioni malvagie.
9
E
ro seduto di fronte a mia madre, come quando mangiavamo insieme.
Restammo per un bel pezzo senza parlare. Mi preparò un tè, poi ci ripensò
e andò in cucina per versarsene anche lei una tazza. Fece più volte avanti
e indietro: non appena si accorgeva che la mia tazza era vuota la prendeva
e andava in cucina a riempirla.
Erano passati due giorni dagli eventi ai giardini della Balena. Non ero
più andato a scuola. Alcuni insegnanti e genitori dei miei compagni di
classe si erano presentati a casa chiedendo spiegazioni con una certa
irruenza, ma mia madre non li aveva lasciati entrare e aveva promesso
che presto si sarebbe recata a scuola per chiarire ogni cosa. Inutile dire
che ero rimasto chiuso in camera mia per tutto il tempo, nell’attesa che
andassero via.
«In televisione, nelle fiction» mi disse di punto in bianco mia madre,
«hai notato che quando c’è un ragazzino che se ne sta sempre rinchiuso in
camera i genitori gli lasciano i pasti davanti alla porta? Forse tranne
quando si avvicinano gli esami di ammissione, nel qual caso di solito glieli
fanno trovare sulla scrivania. Altrimenti li lasciano fuori, e lui esce solo
per un attimo e li porta dentro. Poi, quando ha finito, mette i piatti
sporchi e tutto il resto nello stesso posto e la madre o chi per lei li riporta
in cucina… Per me si è trattato della prima volta, e allora ho fatto più o
meno come avevo visto fare in TV… Non so come dire, ma mi sembra che
sia andata abbastanza bene, no?» mi disse alla fine, ridendo un po’
imbarazzata.
«Sì, certo» risposi, senza quasi pensarci.
«Insomma, voglio dire che sono contenta che tu abbia mangiato tutto lo
stesso, anche se non lo abbiamo fatto insieme come al solito».
«Uhm…».
«Come sai, oggi ho l’incontro a scuola, ma volevo parlare un po’ con te
prima di andarci».
«Sì, va bene».
«Perché… sai com’è?, alla fine ognuno dice la sua e pretende di avere
ragione».
«Sì, sì, certo».
«E io vorrei che tu mi spiegassi bene come stanno le cose…».
«Sì».
«Ti ascolto, di me puoi fidarti. Ma se non vuoi dirmi niente non insisto,
va bene anche così».
Le parlai dei maltrattamenti che subivo a scuola. Di tutto ciò che era
successo nell’ultimo anno e anche prima. All’inizio pensavo che mi
sarebbe occorso un mucchio di tempo, e invece non ci misi più di tanto.
Questo, quello, ciò che avevo provato, il dolore, la vergogna, la
sofferenza… Di volta in volta bastava cambiare solo un po’ la forma, le
parole erano quasi sempre le stesse, e alla fine ebbi la sensazione che tutti
quegli eventi si riducessero a un periodo di poche decine di minuti. Mia
madre ascoltò la mia storia senza dire niente, con la guancia appoggiata
sul palmo della mano, assentendo di tanto in tanto.
Dopo un lungo silenzio, mentre si rigirava la tazza di tè fra le mani,
mormorò a bassa voce: «Se posso dirti la mia, non vale la pena che
continui ad andare a scuola. Ma al liceo sarà diverso, e se vorrai
proseguire gli studi sono sicura che troveremo una soluzione, insieme».
«Sì…».
«Nessuno ti obbligherà a tornare a scuola, di questo puoi esserne certo»
mi rassicurò sorridendo.
«Sì…».
«Niente e nessuno può costringerti a subire certe cose. Ora sarà molto
importante riflettere bene. Di soluzioni ce ne sono molte, vedrai. Però
ripeto che bisogna pensarci con calma, perché è questo che è mancato
finora».
Continuava a sorridermi, come se non dovesse più smettere.
Poi le parlai anche dei miei occhi. Le raccontai tutto con calma, del fatto
che neanche io ne sapevo più di tanto, le promesse fatte a Kojima, che
l’intervento non garantiva una correzione al cento percento e così via. Le
confessai anche che avevo molti dubbi, perché temevo che operarmi
avrebbe significato darla vinta agli altri, in quanto i miei occhi erano
importanti e mi rappresentavano. Le dissi che i miei occhi erano me
stesso, perché costituivano ciò che mi contraddistingueva dagli altri e mi
rendeva unico e originale, contribuendo a forgiare in maniera
inequivocabile la mia personalità, e specificai che tutto questo me lo aveva
ripetuto Kojima decine di volte, fino a convincermi, e che le sue parole mi
avevano dato la forza di andare avanti e rappresentavano per me qualcosa
di fondamentale. Mia madre mi ascoltò anche stavolta in religioso
silenzio, prestando la massima attenzione e senza mai interrompermi. Alla
fine, dopo aver titubato un po’, le parlai anche della mia vera madre. Le
dissi che avevo conservato una sua fotografia e che era strabica come me.
Mia madre non disse niente, restò per un lungo momento immobile, lo
sguardo fisso sulle proprie mani appoggiate sul tavolo. Poi si alzò, prese le
tazze e andò in cucina per preparare dell’altro tè. Sentii il rumore del
bollitore che si riempiva d’acqua, lo schiocco del fornello che si accendeva
e, dopo un po’, il gorgoglio dell’acqua che cominciava a bollire. Io e mia
madre ascoltammo quei semplici suoni senza dire una parola, come se per
un motivo o per l’altro avessero acquisito un significato importante.
«Conoscevo la tua madre naturale» disse a un certo punto mia madre.
«Perciò so come erano i suoi occhi…».
«Eravate amiche?» chiesi.
«No, ci conoscevamo poco più che di vista» cominciò a raccontare,
restando in piedi. «Credevo che tuo padre o qualcun altro ti avesse detto
che lei aveva i tuoi stessi occhi… Insomma, non pensavo che lo sapessi solo
grazie a una fotografia. Ti ricordi quando mi hai parlato dell’intervento la
prima volta e hai detto che non sapevi bene cosa fare? Ero sicura che fosse
a causa dei tuoi sentimenti per la tua vera madre, perché quello è il vostro
punto in comune. Anche per questo ho preferito non dirti più di tanto, al
di là del fatto che in ogni caso trovo che lo strabismo e altri difetti simili
siano qualcosa che dipende dalla natura».
Si interruppe e restammo di nuovo per un bel pezzo in silenzio.
«Comunque…» riprese con lo stesso tono dopo un po’, «secondo me devi
farlo». Alzai la testa e la guardai dritto negli occhi. «Sì, l’intervento, penso
che tu debba farlo» aggiunse sorridendo. «È vero, sono i tuoi occhi, ma in
fondo sono solo una parte del tuo corpo. Non credo che cambierebbe
chissà quanto, ti resterebbe comunque tutto il resto, e soprattutto saresti
sempre te stesso. I tuoi occhi sarebbero diversi, sì, ma in fondo che
importa?».
«Uhm…».
«Bisogna restare ricoverati a lungo in ospedale?» chiese mia madre
mettendosi a sedere.
«No, pare che per i ragazzi della mia età sia sufficiente una sola notte».
«Così poco? Che peccato!» scherzò. «Neanche il tempo di uscire dalla
sala operatoria ed è già tutto bell’e finito. A questo punto sarebbe stato
meglio qualche giorno in più, per un’esperienza grandiosa e
indimenticabile!».
«Bah, dipende dai punti di vista…».
Ci guardammo negli occhi e scoppiammo a ridere.
«Però bisognerà rivolgersi al miglior oculista di tutto il Giappone!
Occorre informarsi alla svelta».
«Non credo sia il caso… È un intervento talmente semplice che spesso lo
lasciano fare ai medici più giovani».
«Davvero?».
«Sì, così mi ha detto il medico dell’ospedale. È un intervento di routine,
alla portata di tutti».
«Ma costerà parecchio… È pur sempre un intervento agli occhi, no?»
disse mia madre aggrottando le sopracciglia. «Quanto?».
«Indovina un po’… Non ci crederai, solo quindicimila yen».
«Quindicimila yen…» ripeté lei restando a bocca aperta.
«Salve!» ci salutò il medico in tono molto gioviale e con un ampio
sorriso, sollevando la mano non appena ci vide arrivare. Io e mia madre
ricambiammo il saluto eseguendo un inchino all’unisono. Quel pomeriggio
era bel tempo, splendeva il sole e il cielo era sereno. L’atrio dell’ospedale
era affollato come al solito e nell’aria aleggiava il tipico odore acre di
disinfettante. Giunti di fronte al medico mia madre si inchinò altre due o
tre volte e recitò una delle solite frasi di circostanza: «Dottore, la ringrazio
fin da ora per tutto quello che potrà fare per mio figlio». Dopo di che partì
a raffica con una serie di domande sull’operazione, al che mi avvicinai più
che potei e le bisbigliai all’orecchio: «Mamma, non è lui il medico che
opera…».
«Ah, no? Chiedo scusa!» fece portandosi la mano davanti alla bocca e
piegandosi in un altro paio di profondi inchini.
«Di niente, signora, si figuri» replicò il medico con la consueta aria
cordiale. «Lo strabismo, quando è possibile, conviene correggerlo da
giovani. Direi che ora per suo figlio il timing è perfetto, avete preso la
decisione giusta». Io e mia madre annuimmo insieme, lo stesso sorriso
sulle labbra. «Vi assicuro che siete in ottime mani, dell’intervento si
occuperà un mio caro collega e amico, un oculista straordinario. È
specializzato in strabismo, la gente viene anche da molto lontano per farsi
operare da lui».
«Non so veramente come ringraziarla, dottore. Le sono molto
riconoscente per averci affidati a un medico così bravo e famoso. Grazie!»
disse mia madre ad alta voce, inchinandosi per l’ennesima volta fin quasi a
sfiorarsi le ginocchia.
«Di nulla, signora, ho fatto solo il mio dovere» replicò il medico
sorridendo.
Poi lui e mia madre si misero a chiacchierare del più e del meno, tirando
in ballo argomenti che non c’entravano niente con la mia operazione.
Intanto gli altoparlanti chiamavano di continuo i nomi dei pazienti;
alcune persone confabulavano con un parente che dovevano aver appena
accompagnato per un ricovero; un’infermiera che teneva per mano un
paziente molto anziano avanzava a passo di lumaca a breve distanza da
noi. Senza rendercene conto, lanciavamo di continuo occhiate a tutti
coloro che ci stavano intorno, in un misto di ansia e curiosità. Dopo un po’
finalmente chiamarono anche il mio nome e mia madre si avviò subito
verso lo sportello per sbrigare le formalità per il ricovero e l’intervento. Le
dissi ad alta voce che l’avrei aspettata fuori, davanti all’ingresso.
«Oggi non ha visite, dottore?» domandai al medico, mentre
camminavamo fianco a fianco in direzione dell’uscita.
«Il mercoledì pomeriggio no» rispose, trattenendo uno sbadiglio. Poi si
stiracchiò e mi chiese: «Alla fine hai deciso per l’anestesia locale?».
«No, veramente ho chiesto quella totale…».
«Siamo un po’ fifoni, eh?» commentò ridendo.
«Mah, diciamo che così non corro il rischio di scappare via all’ultimo
momento» risposi mettendomi a ridere anch’io.
«Sì, questo è sicuro… Ah-ah-ah!» ribatté lui, spalancando la bocca in un
grande sbadiglio, stavolta senza riuscire a reprimerlo. «Comunque oggi è
proprio una giornata fantastica, fa quasi caldo. E dire che fino a ieri faceva
così freddo».
Il tempo scorreva placido, nell’aria limpida e viva di quel bel
pomeriggio di dicembre. Ci sedemmo su una panchina e ci mettemmo a
guardare le persone che andavano e venivano. Bastava tendere appena un
po’ l’orecchio per sentire ogni sorta di rumore: i clacson delle automobili
nel traffico, il pianto disperato di un bambino, il frastuono di un cantiere
in lontananza e il cinguettio vicino di un uccello solitario. Un flebile refolo
di vento soffiava senza sosta, insinuandosi nei recessi più nascosti e
smuovendo tutto.
«Se proprio devo essere sincero, non so nemmeno io perché ho deciso
di farmi operare» dissi senza riflettere, come se le parole venissero fuori
da sole. «È la cosa giusta da fare? Me lo sono chiesto mille volte…».
Il medico rispose con un semplice mugugno. Poi restammo per un po’ in
silenzio.
«Perché mi faccio operare?» dissi riprendendo il discorso, come
parlando tra me e me.
«A volte non c’è bisogno di un motivo specifico per fare qualcosa»
rispose il medico dopo un paio di secondi. «Però, quando si è strabici, si
può avere semplicemente voglia di correggere il difetto e avere occhi
come quelli di tutti gli altri». Non dissi niente e rimasi in attesa che
continuasse. «Noi cambiamo di continuo, spesso senza neanche
accorgercene. Prendi il tuo naso, per esempio, era tutto gonfio e ora è
tornato normale. In fondo la tua operazione agli occhi è qualcosa di molto
simile». Si lasciò andare contro lo schienale della panchina, sollevò le
braccia e ruotò piano la testa da un lato e dall’altro per distendere i
muscoli del collo. «Sei ancora molto giovane, hai tanti anni davanti. Se
andrà tutto come previsto, ti abituerai ai tuoi nuovi occhi nel giro di
pochissimo tempo e presto non ricorderai nemmeno che eri strabico»
disse facendo una risata.
«Davvero? Dimenticherò tutto?».
«Sì, puoi starne certo» rispose mettendosi di nuovo a ridere. «Te ne
dimenticherai al punto che non ti accorgerai neanche di aver
dimenticato». Poi si toccò il naso e aggiunse: «Io, purtroppo, di questo non
mi sono mai dimenticato. Ma erano altri tempi…».
Ci guardammo e scoppiammo a ridere insieme.
Avvertii un odore forte di disinfettante, intravidi il letto bianco della
stanza d’ospedale e sentii tornare poco a poco la sensibilità nelle braccia e
nelle gambe. Mi resi conto che l’intervento era terminato e che mi ero
appena risvegliato dall’anestesia.
«Allora, come ti senti?» mi chiese una voce molto dolce. Mi voltai e vidi
mia madre che mi guardava con aria un po’ preoccupata. Poi provai a
toccarmi l’occhio destro, protetto da una grossa benda. Al di sotto riuscivo
a sentire l’occhio che si muoveva, come fosse irrequieto e volesse essere
liberato subito. Solo l’occhio destro era stato operato, mi dava un leggero
fastidio, ma non provavo vero e proprio dolore.
«Resterai qui solo una notte, come previsto, e domani mattina potrai
tornare a casa» mi disse mia madre.
Avevo la testa leggera, ero ancora molto confuso. Disteso su un fianco
annuii muovendomi il meno possibile.
Dopo un po’ arrivò l’oculista e mi chiese come mi sentissi e se avessi
dolore. Gli risposi che andava tutto bene, e intanto mi toccai ancora una
volta la benda sull’occhio. Disse che l’anestesia e l’intervento erano andati
a meraviglia e avrei dovuto mettere delle gocce più volte al giorno. Spiegò,
in un tono gentile e professionale, che per qualche tempo avrei dovuto
sottopormi a una piccola riabilitazione per allenare i muscoli oculari e
sarei dovuto tornare con regolarità in ospedale. Feci piano di sì con la
testa e abbozzai un sorriso per far capire al medico che mi era tutto
chiaro. Poi, senza neanche accorgermene, mi riaddormentai.
Il mattino dopo, prima di mezzogiorno, mia madre venne a prendermi.
Una volta sbrigate le formalità amministrative uscimmo insieme
dall’ospedale. Il cielo era terso, di un azzurro perfetto e sconfinato,
neanche una nuvola in vista. Nonostante l’occhio destro bendato, credevo
che non sarebbe stato granché diverso dal solito, perché in pratica avevo
sempre fatto affidamento solo sull’occhio sinistro, e invece mi accorsi
subito che avevo qualche difficoltà a camminare dritto. Lungo la strada,
mentre avanzavamo in silenzio, mia madre si rese conto di aver
dimenticato la mia tessera sanitaria in ospedale e disse che sarebbe
tornata indietro a recuperarla. «Va bene, io ti aspetto qui, fai con calma»
le dissi.
Ero più o meno al centro del lungo viale alberato, non lontano da casa.
Chiusi gli occhi e rimossi pian piano la benda che ricopriva il destro. Misi
gli occhiali e sollevai adagio le palpebre.
Mai e poi mai avrei immaginato di ritrovarmi davanti a un simile
paesaggio… Nell’aria fredda di dicembre, una moltitudine infinita di foglie
lucide e dorate brillava intensamente. Era come se ciascuna di quelle
piccole foglie risplendesse di una luce soave e melodiosa che fluiva verso
di me e mi attraversava. Rimasi col fiato sospeso, lasciai che il mio corpo
fluttuasse libero in quella corrente d’aria e di luce. Avevo la sensazione
che l’intervallo di tempo tra un secondo e l’altro venisse dilatato fino
all’inverosimile dalla mano gigantesca di un essere supremo. In estasi,
dimenticando persino di respirare e sbattere le palpebre, mi insinuai sotto
la corteccia scura e lucente di un albero e presi a sfiorare ogni cosa con le
parti più morbide e sensibili del mio corpo. Riuscivo a stringere una a una
tra le dita le minute particelle di luce che vibravano tra le foglie dorate e
potevo infilarmi al loro interno. Era mezzogiorno in punto. Non vedevo il
sole direttamente, ma ogni cosa brillava di luce propria. Tutto ciò che
avevo davanti agli occhi mi era talmente sconosciuto che non potevo fare
a meno di restare a bocca aperta continuando a scuotere piano la testa.
Era uno spettacolo sublime, meraviglioso. Mi inginocchiai, presi una foglia
tra le dita e la guardai. Era più pesante di quanto avessi mai immaginato,
più fredda di quanto mi fosse mai sembrato, e aveva un contorno preciso e
ben definito. Le lacrime non smettevano di scorrere e, davanti ai miei
occhi offuscati dal pianto, il mondo non smetteva di nascere.
Era tutto così bello. Per la prima volta in vita mia vedevo la luce bianca
in fondo al viale alberato che avevo percorso tante volte. Ora sapevo. Il
mondo, dentro le mie lacrime che non cessavano di scorrere, formava
un’immagine, e quel mondo aveva una sua profondità. C’era qualcosa alla
fine di quel mondo, c’era un aldilà. Spalancai gli occhi più che potevo, con
tutte le mie forze, e tutto ciò che vi si rifletteva era bello. Continuai a
piangere, in piedi nel mezzo di quell’ineffabile bellezza, senza pensare a
niente. Le lacrime scendevano incessanti sulle mie guance. Tutto era bello.
Senza nessuno a cui dirlo, senza nessuno a cui mostrarlo, semplicemente e
meravigliosamente bello.
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