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Ungaretti

Il documento esplora la vita e le opere di Giuseppe Ungaretti, con particolare attenzione alla sua poesia 'In memoria' dedicata al compagno Moammed Sceab, simbolo di crisi culturale e identitaria. Ungaretti riflette sull'influenza di autori come Baudelaire e Nietzsche, mentre il titolo della sua raccolta 'Il Porto Sepolto' rappresenta un segreto interiore e una ricerca poetica. La sua scrittura è segnata dal trauma bellico e dalla riflessione sull'esistenza, evidenziando il legame tra l'individuale e il collettivo.

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Ungaretti

Il documento esplora la vita e le opere di Giuseppe Ungaretti, con particolare attenzione alla sua poesia 'In memoria' dedicata al compagno Moammed Sceab, simbolo di crisi culturale e identitaria. Ungaretti riflette sull'influenza di autori come Baudelaire e Nietzsche, mentre il titolo della sua raccolta 'Il Porto Sepolto' rappresenta un segreto interiore e una ricerca poetica. La sua scrittura è segnata dal trauma bellico e dalla riflessione sull'esistenza, evidenziando il legame tra l'individuale e il collettivo.

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Giuseppe Ungaretti

(da Il Porto Sepolto, 1916 poi in Allegria di naufragi, 1919)

1. I modelli

IN MEMORIA.

Si chiamava
Moammed Sceab

Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome

Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè

E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono

L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa.

Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera
E forse io solo
so ancora
che visse

Con Mallarmé, naturalmente c'è stato anche Baudelaire, e come faceva a non esserci, se
c'era di mezzo Racine? Baudelaire era argomento di discussioni interminabili con uno dei
miei compagni, che un giorno trovarono morto, perché in nessun paese si poteva
accasare, in una stanza dello stesso albergo che abitavamo, in rue des Carmes a Parigi:
Moammed Sceab. A lui è dedicata la poesia che apre Il Porto Sepolto. Era un ragazzo dalle
idee chiare e prediligeva Baudelaire. Non dico che Baudelaire sia uno scrittore chiaro; è uno
scrittore che ama aggirarsi nelle sue caverne, ed è difficile esser chiari e introspettivi nello
stesso tempo, ma è di sicuro più chiaro di Mallarmé [..]. L'altro suo autore era Nietzsche,
che lo aveva addirittura soggiogato, I suoi autori erano Baudelaire e Nietzsche; io rimanevo
fedele a Mallarmé e a Leopardi, a Mallarmé che sentivo anche se non tutto capivo, a
Leopardi che capivo un po' di più benché anche lui abbia, nel punto sublime, la necessaria
sostanza ermetica. Con Nietzsche sentivo un certo legame, tra certe tendenze della mia
natura e ciò che quel nome sommo può evocare. Devo riconoscerlo, c'è uno stimolo
eruttivo, non so quali ingiunzioni alla rivolta, all'anarchia sempre, in me. Ne ebbi coscienza
e spavento, pure aderendovi, verso i miei diciott'anni.
(G. Ungaretti, Introduzione)

«I miei antenati» è la cosa che in questi giorni più mi rimugina nell'anima. Sarà una serie di
saggi per una concezione epica della vita, che se potrò avere un po' di libertà e di mezzi di
documentazione (non per fare un'opera d'erudizione, ohibò!) in avvenire, condurrò a termine
con un certo profitto dell'arte patria. Parlerò in un primo capitolo di mia madre lucchese, e
dell’Africa araba; un altro lo dedicherò a Sceab, e questo sarà come una novella, una fiaba,
ma una cosa rude sebbene fantastica; poi vorrei dire una parola esatta su Nietzsche, per
togliermelo definitivamente dal cuore; parlerei poi, in due capitoli, di Leopardi e Mallarmé,
e infine di Soffici e di te e anche forse della guerra.
(G. Ungaretti, lettera a G. Papini del 20 gennaio 1918)

Concludendo, In memoria, rievocazione del suicidio del mio compagno Moammed Sceab, è
il simbolo d'una crisi delle società e degli individui che ancora perdura, derivata
dall'incontro e scontro di civiltà diverse e dall'urto e conseguenti sconvolgimenti tra le
tradizioni politiche e il fatale evolversi storico dell'umanità.
(G. Ungaretti, Ungaretti commenta Ungaretti)
2. Il significato della poesia

IL PORTO SEPOLTO.
Mariano il 29 giugno 1916.

Vi arriva il poeta
E poi torna alla luce con i suoi canti
E li disperde

Di questa poesia
Mi resta
Quel nulla
Di inesauribile segreto.

Locvizza il 30 settembre 1916.

[Link]

Si vuole sapere perché la mia prima raccoltina s'intitolasse Il Porto Sepolto. Verso i sedici,
diciassette anni, forse più tardi, ho conosciuto due giovani ingegneri francesi, i fratelli
Thuile, Jean e Henri Thuile. Entrambi scrivevano [..]. Quegli amici avevano ereditato dal
padre una biblioteca raccolta con precisione di curiosità e di gusto, una biblioteca romantica
ch'essi avevano arricchita con opere dei poeti e degli scrittori contemporanei.
Non credo esistano molte biblioteche private che dimostrino altrettanta competenza, finezza
e passione. Abitavano fuori d'Alessandria, in mezzo al deserto, al Mex. Mi parlavano d'un
porto, d'un porto sommerso, che doveva precedere l'epoca tolemaica, provando che
Alessandria era un porto già prima d'Alessandro, che già prima d'Alessandro era una città.
Non se ne sa nulla. Quella mia città si consuma e s'annienta d'attimo in attimo. Come
faremo a sapere delle sue origini se non persiste più nulla nemmeno di quanto è successo un
attimo fa? Non se ne sa nulla, non ne rimane altro segno che quel porto custodito in fondo al
mare, unico documento tramandatoci d'ogni era d'Alessandria. Il titolo del mio primo libro
deriva da quel porto: Il Porto Sepolto.
(Ungaretti, Il Porto Sepolto, Note dell'autore a L'Allegria, in M 70, pp. 519-520).

Se poi, dal referente esplicito, si vuole ricavare la sottesa funzione simbolica, non mancherà
anche qui di precisare lo stesso Ungaretti: «IL PORTO SEPOLTO. Il porto sepolto è ciò che
di segreto rimane in noi indecifrabile» […]. Ma la poesia eponima si incarica soprattutto di
ripetere il gesto primordiale della quête poetica, la discesa agli
inferi, la prova d'Orfeo, il topos già virgiliano e dantesco, - più recentemente, la tentazione
d'«abisso» di Baudelaire e di Nietzsche, l'equivalenza anzi di «parola e «abisso» stabilita dal
primo e fissata, nella misura dell'aforisma, dal secondo.
[dal commento di Carlo Ossola a G. Ungaretti, Il porto sepolto, Marsilio, Venezia 2020]
Dino Campana, dai Canti orfici (1914)

La notte

[…]

Oh! ricordo!: ero giovine, la mano non mai quieta poggiata a sostenere il viso indeciso, gentile di
ansia e di stanchezza. Prestavo allora il mio enigma alle sartine levigate e flessuose, consacrate
dalla mia ansia del supremo amore, dall'ansia della mia fanciullezza tormentosa assetata. Tutto era
mistero per la mia fede, la mia vita era tutta «un'ansia del segreto delle stelle, tutta un
chinarsi sull'abisso». Ero bello di tormento, inquieto pallido assetato errante dietro le larve del
mistero. Poi fuggii. Mi persi per il tumulto delle città colossali, vidi le bianche cattedrali levarsi
congerie enorme di fede e di sogno colle mille punte nel cielo, vidi le Alpi levarsi ancora come più
grandi cattedrali, e piene delle grandi ombre verdi degli abeti, e piene della melodia dei torrenti di
cui udivo il canto nascente dall'infinito del sogno. […]

Arthur Rimbaud, Una stagione all’inferno (1873)


II
Alchimia del verbo

A me. La storia di una delle mie follie.


Da molto tempo mi vantavo di possedere tutti i paesaggi possibili e trovavo irrisorie le celebrità
della pittura e della poesia moderna. Mi piacevano i dipinti idioti, sovrapporte, scenari, tele di
saltimbanchi, insegne, miniature popolari, la letteratura fuori moda, il latino di chiesa, i libri erotici
senza ortografia, i romanzi dei nostri nonni, i racconti di fate, i libretti per bambini, le vecchie
opere, i ritornelli semplici, i ritmi ingenui. Sognavo crociate, spedizioni di cui non si hanno
documenti, repubbliche senza storia, guerre di religione soffocate, rivoluzioni di costumi,
spostamenti di razze e di continenti: credevo a tutti gli incantesimi.
Inventai i colori delle vocali! – A nera, E bianca, I rossa, O blu, U verde. – Regolai la forma e il
movimento di ogni consonante, e, con ritmi istintivi, mi illusi d’inventare un linguaggio poetico
accessibile, un giorno o l’altro, a tutti i sensi. Tenevo in serbo la traduzione.
Fu dapprima uno studio. Scrivevo dei silenzi, delle notti, annotavo l’inesprimibile. Fissavo
vertigini.
***

«Io dico che bisogna essere veggente, farsi veggente (voyant). Il poeta si fa veggente mediante un
lungo, immenso e ragionato sregolamento dei sensi. Tutte le forme d'amore, di sofferenza, di
pazzia: cerca egli stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza.
Ineffabile tortura nella quale ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale
diventa fra tutti il grande infermo, il grande criminale, il grande maledetto - e il sommo Sapiente -
Egli giunge infatti all'Ignoto (l'inconnu)! Poiché ha coltivato la sua anima, già ricca, più di
qualsiasi altro! Egli giunge all'ignoto, e quand'anche, sbigottito, finisse col perdere l'intelligenza
delle proprie visioni, le avrebbe pur viste! […] Questa lingua sarà dell’anima per l’anima,
riassumerà tutto: profumi, suoni, colori»
(dalla Lettera del Veggente 15 maggio 1871- Arthur Rimbaud)
3. L’individuale abbraccia il collettivo; il trauma bellico

SONO UNA CREATURA.

Come questa pietra


del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata
Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede

La morte
si sconta
vivendo

Valloncello di Cima 4 il 5 agosto 1916

«Pensavo: c’è qualchecosa di gratuito al mondo, Papini, la vita; c’è una pena
che si sconta, vivendo, la morte.
Pensavo: gl’imbecilli è una merce che si piazza bene – Proverbio!
Pensavo: non ci sono più foglie sul monte, né cicale, né grilli; e c’è rimasta la
mia morte viva», G. Ungaretti, da una lettera a Papini dell’8 luglio 1916

4. Il diarismo

PELLEGRINAGGIO.

In agguato
in queste budella
di macerie
ore e ore
ho strascicato
la mia carcassa
usata dal fango
come una suola
o come un seme
di spinalba

Ungaretti
uomo di pena
ti basta un'illusione
per farti coraggio
Un riflettore
di là
mette un mare
nella nebbia

Valloncello dell’albero isolato il 16 agosto 1916

***

Vittorio Sereni, dal Diario d’Algeria (1947)

ITALIANO IN GRECIA

Prima sera d’Atene, esteso addio

dei convogli che filano ai tuoi lembi

colmi di strazio nel lungo semibuio.

Come un cordoglio

ho lasciato l’estate sulle curve

e mare e deserto è il domani

senza più stagioni.

Europa Europa che mi guardi

scendere inerme e assorto in un mio

esile mito tra le schiere dei bruti,

sono un tuo figlio in fuga che non sa

nemico se non la propria tristezza

o qualche rediviva tenerezza

di laghi di fronde dietro i passi

perduti,

sono vestito di polvere e sole,

vado a dannarmi a insabbiarmi per anni.


Pireo, agosto 1942

Vittorio Sereni, da Stella variabile (1981)

Un posto di vacanza

Un giorno a più livelli, d’alta marea

– o nella sola sfera del celeste.

Un giorno concavo che è prima di esistere

sul rovescio dell’estate la chiave dell’estate.

Di sole spoglie estive ma trionfali.

Così scompaiono giorno e chiave

nel fiotto come di fosforo

della cosa che sprofonda in mare.

Mai la pagina bianca o meno per sé sola invoglia

tanto meno qui tra fiume e mare.

Nel punto, per l’esattezza, dove un fiume entra nel mare

Venivano spifferi in carta dall’altra riva:

Sereni esile mito

filo di fedeltà non sempre giovinezza è verità

………

Strappalo quel foglio bianco che tieni in mano.

Fogli o carte non c’erano da giocare, era vero. A mani vuote

senza messaggio di risposta tornava dall’altra parte il traghettatore.


[…]

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