FRIEDRICH NIETZSCHE
-Il contesto storico-culturale
Tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento le
scienze fisico-matematiche sono scosse da una profonda CRISI, che
si ripercuote a livelli diversi, dalla filosofia alla psicologia.
Con Friedrich Nietzsche cadono progressivamente tutte le certezze di
cui si era nutrita la tradizione filosofica occidentale: dall'idea di Dio
e di un ordine razionale del mondo alla nozione di "io" o di "coscienza", ai
valori "sovrumani" della morale cristiana. Lo scenario risulta così liberato da
illusioni e mistificazioni, pronto per l'avvento del «superuomo», cioè di un
essere capace di affermare un ideale di salute, forza e pienezza di vita. A
partire dal secondo Ottocento, gli scienziati si trovano costretti a ripensare
alcune categorie fondamentali (come quelle di spazio, tempo, causalità ecc.) e
a interrogarsi sulle basi della matematica e della fisica. Da ciò deriva
quell'affascinante avventura intellettuale che trova le proprie manifestazioni
più emblematiche nella nascita delle geometrie non euclidee e nell'avvento
della teoria della relatività e della fisica dei quanti.
Seguendo la via inaugurata da Nietzsche, Sigmund Freud scopre e
"smaschera", sotto i meccanismi consapevoli della coscienza, le forze profonde
che la dirigono, concludendo che l'io non è «padrone in casa propria». La
psicoanalisi si configura così come la terza «umiliazione» inflitta al narcisismo
dell'umanità, dopo quelle dovute a Copernico (che aveva tolto alla Terra la sua
centralità spaziale) e a Darwin (che aveva mostrato le origini animali della
specie umana).
-la vita
Friedrich Wilhelm Nietzsche nasce a Röcken, presso Lipsia (in Sassonia), il 15
ottobre 1844. Suo padre era un pastore protestante che morì (per una malattia
al cervello) quando il filosofo aveva solo 5 anni e, seguendo le sue orme,
Friedrich studiò teologia e filologia a Pforta, Bonn e Lipsia. Non ancora
venticinquenne occupò la cattedra di filologia classica all’Università di Basilea,
dove strinse una forte amicizia con il famoso compositore Richard Wagner.
Allo scoppio della guerra franco-prussiana (più importante conflitto combattuto
in Europa tra l’epoca delle guerre napoleoniche e la Prima guerra mondiale,
conclusosi con la completa vittoria della Prussia e l’umiliazione della Francia. La
conseguenza più rilevante fu la creazione dell’impero tedesco) si arruola come
infermiere volontario, ma ammalatosi di difterite viene poco dopo congedato.
Tra i suoi primi scritti vi è “la nascita della tragedia”, opera che incontra
l’ostilità dei filologi. Nel frattempo, la sua amicizia con il compositore si va
affievolendo e con l’opera “Umano, troppo umano. Un libro per spiriti liberi”
segna un distacco definitivo da Wagner e da Schopenhauer, da lui prima molto
ammirato. Intanto la salute del filosofo si va indebolendo, è spremere più
spesso colpito da episodi di emicrania, attacchi di vomito e disturbi alla vita.
Nel 1879 rinuncia definitivamente alla cattedra di Basilea. Da allora in poi la
sua vita sarà quella di un malato inquieto e nervoso, in perpetuo
vagabondaggio alla ricerca di climi favorevoli e di un benessere che non verrà
mai. Visse in solitudine tra la Svizzera, l’Italia e la Francia meridionale, preso
dalla composizione delle sue opere e dalla speranza che queste raccolgano
intorno a lui una schiera di discepoli e seguaci.
Nel 1883 pubblica la prima e la seconda parte di “Così parlò Zarathustra”. Nel
frattempo, si stabilisce a Torino, città di cui si dichiara entusiasta e nella quale
dà i primi segni di squilibrio mentale. Alla morte della madre Nietzsche viene
preso in custodia dalla sorella Elisabeth, la quale dopo il suicidio del marito
aveva fondato un archivio a Weimar, con il proposito di gestire l’eredità
letteraria del fratello. Intanto la fama di Nietzsche cresce proprio quando il
filosofo, immerso nella notte della follia, non può più rendersene conto. Alla sua
morte, avvenuta a Weimar il 25 agosto 1900, i libri che egli aveva dovuto
pubblicare a proprie spese corrono per tutta l’Europa.
-filosofia e malattia
Nel passato la filosofia di Nietzsche ha rappresentato un argomento di cui si è
servita certa critica per screditare il suo pensiero. Una sola era l’alternativa
presa in considerazione: o si interpretava la filosofia di Nietzsche come
“risultato” della sua malattia, o la sua malattia come “risultato” della sua
filosofia. In ogni caso, la malattia gettava un’ombra funesta sui prodotti della
sua speculazione, a causa del pregiudizio positivistico secondo cui una filosofia
dovuta a una mente malata è anch’essa malata. In seguito la situazione è
radicalmente cambiata. Anzi, in alcuni settori della critica si è teso piuttosto a
valorizzare la malattia del filosofo, scorgendo in essa una condizione favorevole
alla sua creatività filosofica. È un fatto ormai universalmente ammesso che la
filosofia di Nietzsche, come quella di qualsiasi altro pensatore , va giudicata per
quello che oggettivamente dice e non per le vicissitudini esistenziali che ne
stanno alla base.
-nazificazione e denazificazione
Il nome di Nietzsche è stato associato, per lungo tempo, alla cultura
nazifascista, al punto che si è giunti a parlare del fascismo come di un
“esperimento nietzscheano”. Questa lettura è stata agevolata dalle operazioni
della sorella di Nietzsche, Elisabeth. Tuttavia, la tradizione diffusa di <<una
sorella maledetta intenta ad aggiungere inni antisemiti o protonazisti al
discorso del fratello>> ha finito per assumere i tratti di una vera e propria
leggenda. Certo, nel processo di “nazificazione” del pensiero filosofico,
Elisabeth ha sicuramente le sue responsabilità, ben esemplificate dal noto
episodio della visita di Hitler all’”Archivio Nietzsche” al termine del quale il
dittatore, dopo aver ricevuto da Elisabeth un bastone appartenuto al fratello,
uscì tra due ali plaudenti di folla. Ma attribuire a questa sorella maligna la
totale responsabilità della nazificazione di Nietzsche sembra eccessivo, così
come è eccessivo attribuire a Nietzsche la paternità dell’ideologia
nazionalsocialista.
-il pensiero e la scrittura
Il pensiero di Nietzsche è caratterizzato da una critica radicale della civiltà e
della filosofia dell’Occidente, una sorta di distruzione delle certezze del
passato. Tale opera non si risolve in un semplice rifiuto delle teorie e dei
comportamenti tradizionali, in quanto risulta essere la base per la costruzione
di un nuovo tipo di umanità, tratteggiato da Nietzsche nell’immagine del
“superuomo” o “oltre uomo”.
-le fasi della filosofia
L’opera di Nietzsche viene convenzionalmente suddivisa in alcune fasi, che
sono da intendere come delle tappe transitorie di un pensiero in divenire:
o Gli scritti giovanili o del periodo wagneriano-schopenhaueriano, di cui
fa parte “La nascita della tragedia”;
o Gli scritti intermedi o del periodo “illuministico”, che comprendono
“Umano, troppo umano”;
o Gli scritti del meriggio o di “Zarathustra”, di cui fa parte “Così parlò
Zarathustra”;
o Gli scritti degli ultimi anni o “del tramonto” comprendono “Al di là del
bene e del male” e “Genealogia della morale”
-il periodo giovanile
La prima fase della riflessione nietzschenana È incentrata sulla critica della
civiltà occidentale che, secondo il filosofo, si trova ormai in uno stato di
decadenza. Tale decadenza riguarda senz’altro la civiltà europea nel suo
complesso ma è particolarmente evidente, per Nietzsche, nel caso del mondo
tedesco che, entusiasta dei successi militari ottenuti nella guerra franco-
prussiana (combattuta tra il 1870 e il 1871 e conclusasi con la vittoria delle
truppe tedesche), non è affatto consapevole del proprio stato e si percepisce
come una nazione avanzata anche sul piano culturale. Nietzsche, quindi,
assume il ruolo del pensatore che annuncia verità “scomode” e si ritrae,
proprio per tale motivo, come un filosofo destinato a rimanere inascoltato e
incompreso.
Il punto di partenza della riflessione di Nietzsche è l’idea che l’immagine
tradizionale della Grecia, vista come patria dell’equilibrio, dell’armonia e della
misura, sia sostanzialmente un’immagine falsa. Il filosofo, infatti, sostiene che
a fondamento della cultura greca ci siano due elementi opposti, due impulsi
dicotomici: dionisiaco e apollineo.
o L’impulsivo dionisiaco deriva il suo nome da Dioniso, il dio della musica,
del vino e dell’ebrezza. Tale impulso si concretizza negli aspetti istintuali
e irrazionali della natura umana: la tendenza al caos, la vitalità. Proprio in
questa istintualità l’elemento dionisiaco tende a generare violenza,
dolore e morte: non è difficile vedere qui la vicinanza della riflessione di
Nietzsche alla concezione schopenaueriana della vita, come
manifestazione crudele e violenta di forze irrazionali, prive di senso e di
finalità;
o L’impulso apollineo prende il nome da Apollo, il dio della luce e delle
arti, e nasce sul terreno del dionisiaco come tentativo di contenerne il
caos, sublimandolo nella forma, nel definito. È, quindi, un tentativo di
razionalizzare gli eventi, che ha come scopo ultimo quello di conferire un
significato all’esistenza, rendendola più sopportabile.
È nel quadro dell'opposizione tra dionisiaco e apollineo che occorre
reinterpretare, secondo Nietzsche, una delle produzioni artistiche più alte della
cultura greca, ossia la tragedia. Secondo l'interpretazione nietzscheana, la
tragedia greca arcaica sarebbe infatti nata dal ditirambo, un canto corale
dedicato a Dioniso, che veniva accompagnato da flauti, tamburi e danze
collettive. Gradualmente, all'interno del ditirambo sarebbero state inserite parti
recitate, che con il tempo avrebbero acquistato uno spazio sempre maggiore,
portando un elemento di razionalità e ordine nell'esuberante vitalità del canto
corale. Con la tragedia attica di Eschilo e di Sofocle, l'arte greca avrebbe poi
operato quello che Nietzsche descrive come il «miracolo metafisico» di far
coesistere in perfetta armonia l'impulso dionisiaco e quello apollineo. Tale
armonia, però, avrebbe avuto per il filosofo una breve durata. Già con Euripide
l’impulso apollineo avrebbe iniziato a prevalere su quello dionisiaco. È il
razionalismo socratico ad aver determinato, secondo il filosofo, la rimozione del
dionisiaco in favore dell’apollineo. Quindi con Euripide, che ha fatto proprio il
socratismo, la tragedia “muore suicida”, segnando l’inizio della decadenza
artistica e culturale del mondo greco.
L’analisi nietzscheniana non si limita alla cultura greca ma si estende all’intera
storia del mondo occidentale. Per il filosofo, la comprensione delle cause
dell’attuale decadenza del mondo occidentale è necessaria proprio per uscire
da questa situazione. Si tratta, quindi, di recuperare l’eredità greca che è stata
rimossa, di ravvivare quell’impulso vitale, dionisiaco, da cui la civiltà ellenica
ha avuto origine: una missione che per Nietzsche può essere realizzata
unicamente dalla cultura tedesca.
L’idea della decadenza dell’Occidente e della sua tradizione culturale, viene
sviluppata da Nietzsche nelle quattro “Considerazioni intellettuali”, così
chiamate perché contengono tesi che risultano in contrasto con i valori e il
sentore dell’epoca destinate quindi, come il loro autore, a restare incomprese
se non del tutto inascoltate. Quella solitamente ritenuta la più importante è
“Sull’utilità e il danno della storia per la vita”. Qui, la decadenza del mondo
occidentale viene presentata come l’esito di quella che Nietzsche chiama
“malattia storica”. Nell’Ottocento è stato accumulato un enorme sapere
storico, ma questo imponente bagaglio di conoscenze ha finito per trasformare
gli uomini in <<enciclopedie ambulanti>>, passivi spettatori di eventi,
incapaci di diventare protagonisti della propria epoca e di creare così nuova
storia. L’eccesso di storicismo avrebbe avuto come conseguenza, secondo
Nietzsche, la paralisi della modernità. Nietzsche sa bene che, senza il ricordo
del passato, la vita degli uomini non sarebbe diversa da quella degli animali,
ma è convinto che un eccesso di ricordo finisca per procurare danno. Tre sono,
per Nietzsche, gli atteggiamenti che si possono assumere nei confronti della
storia:
1. La storia monumentale è una storiografia “per esempi”, ovvero un
modo di ricostruire il passato attraverso la biografia dei suoi maggiori
protagonisti. Questo tipo di storia è utile a chi, pur volendo agire nella
propria epoca, ha bisogno di modelli, maestri e consolatori;
2. La storia antiquaria: si tratta del modo di fare storia di chi è interessato
a tutelare la tradizione e il patrimonio culturale del passato, per
comprendere meglio le proprie radici e la propria identità;
3. La storia critica: giudicare e condannare la storia significa comprendere
che non dobbiamo semplicemente imitare i modelli positivi che essa ci
offre, riproponendoli nel presente, ma che possiamo anche superarli. Ciò
che è accaduto in passato non è mai totalmente buono, e dunque è
sempre migliorabile.
Per Nietzsche ciascuno di questi tre modi di fare storia presenta risvolti positivi;
non è quindi la storia in sé ad essere dannosa per l’umanità, ma l’attribuirvi
troppa importanza facendosene schiacciare e imprigionare. La soluzione,
quindi, sta nel rifuggire gli eccessi.
-il periodo illuministico
Il motivo per cui la fase del pensiero nietzscheniano che da “Umano, troppo
umano” giunge fino a “La gaia scienza” è stata definita “illuministica” consiste
nel fatto che, come gli intellettuali illuministi nel secolo precedente avevano
condotto una battaglia contro il fanatismo e la superstizione, così Nietzsche
sembra volersi impegnare in un’opera di smascheramento dei pregiudizi e dei
valori della sua epoca. A questo periodo corrisponde innanzitutto un
cambiamento nello stile espositivo. Il filosofo passa, infatti, dal tipico saggio
filosofico all’aforisma, termine che indica un pensiero breve capace di
sintetizzare in poche parole un’osservazione significativa. L’aforisma era la
forma espressiva preferita dai moralisti francesi del Sei-Settecento, che in
questi anni Nietzsche legge assiduamente. Durante la fase illuministica, per
Nietzsche, lo scopo del filosofo non deve essere quello di descrivere
oggettivamente e argomentare, ma di offrire un’immagine, una visione che
inviti il lettore a riflettere ed interpretare.
Gli anni illuministici sono anche quelli in cui Nietzsche matura il suo distacco da
Wagner e da Schopenhauer. Per il filosofo, la musica di Wagner stava
diventano un’espressione della decadenza dell’Ottocento perché desiderosa di
avvicinarsi ai gusti degli ascoltatori e non più espressione di liberà, originalità e
purezza.
Al venir meno della fiducia nella possibilità dell’arte di produrre un
rinnovamento della società corrisponde una inedita fiducia nella scienza. Tale
fiducia non è un elogio alle sue pretese conoscitive, bensì al metodo scientifico.
Il filosofo è quindi chiamato a un compito di smascheramento, per svolgere il
quale deve farsi “scienziato” adottando un metodo contemporaneamente
critico e storico:
o Critico perché non accetta supinamente ciò che insegna la tradizione,
ma considera con sospetto ogni certezza;
o Storico perché considera qualunque verità come il risultato del contesto
in cui è stata elaborata, e dunque cerca di ricostruire tale contesto.
Nietzsche applica questo suo metodo alla morale Occidentale. Egli sostiene che
analizzando a fondo la società ci possiamo rendere conto che la gerarchia dei
valori non è immutabile ma che le azioni che noi giudichiamo morali potevano
essere considerate immorali in altre epoche storiche e viceversa. Il sistema
morale che Nietzsche prende di mira è in particolare quello del cristianesimo.
In origine tutte le società - argomenta Nietzsche - erano rigidamente suddivise
in caste, e l'appartenenza di un individuo all'una o all'altra era determinata
dalla sua indole. La casta dominante era quella dei guerrieri, mentre coloro
che, per la loro debolezza, non riuscivano a ottenere un significativo ruolo
politico, spirituale o militare, erano gli schiavi. A un certo punto, però, nel
corso della storia si assistette a un rovesciamento dei valori, la cui
responsabilità, secondo Nietzsche, non è da attribuire agli schiavi, bensì alla
casta sacerdotale. Inferiori rispetto ai guerrieri ma nello stesso tempo
invidiosi per il potere da essi esercitato, i sacerdoti cominciarono a provare nei
confronti dei signori odio e desiderio di vendetta. Non potendo sfidarli
apertamente, cercarono di ottenere il potere in modo subdolo, ossia offrendo al
popolo una tavola di valori alternativa rispetto a quella vigente. Ai valori del
corpo vennero così contrapposti i valori dello spirito: l'umiltà prese il posto
della fierezza, la debolezza il posto della forza e della salute, la castità si
sostituì alla sensualità, la sottomissione allo spirito indomito, e così via. Istigati
dai sacerdoti e animati dalla sede di vendetta gli schiavi si ribellarono
definendo malvagi i loro precedenti dominatori. Alla morale dei signori si
sostituì così la morale degli schiavi o morale del <<gregge>> (esprime
l’atteggiamento dei deboli che si affermano soltanto grazie alla forza del
numero). Dal punto di vista storico, il rovesciamento della morale è avvenuto
innanzitutto nel corso della storia del popolo ebraico, che Nietzsche definisce
popolo sacerdotale per eccellenza. Ma la stessa dinamica si è riprodotta
successivamente con il cristianesimo. Il filosofo sostiene che l’aldilà cristiano
non sia altro che un inganno che aiuta a sopportare la caducità del mondo e
l’atrocità della vita, perché negare l’esistenza di un fine ulrimo significa
accettare che la vita non ha alcun senso. L’espressione maggiore di questo
pensiero si trova nell’aforisma 125, forse il più famoso della “Gaia scienza”. In
esso Nietzsche ci offre l’immagine di un uomo folle che, presentandosi al
mercato, dà ai presenti l’annuncio sconvolgente della morte di Dio. Con questo
evento il filosofo intende il superamento di tutti i valori della tradizione. L’unico
modo in cui Dio può morire è per mano degli uomini nel momento in cui essi
decidono coraggiosamente di vivere senza far derivare la propria vita da
un’entità trascendente o da principi superiori ed eterni. Tuttavia, i tempi in cui
l’umanità possa compiere questo passo non sono ancora maturi.
La conclusione della ricerca della verità che ha contraddistinto la metafisica
occidentale è il riconoscimento che al di sotto del velo delle apparenze non si
cela alcuna “realtà” più profondo. Questo genera angoscia, disperazione e
immobilismo. Tale mancanza di un fine e di un senso della realtà che per
Nietzsche è conseguenza della morte di Dio viene da lui indicato con il termine
nichilismo (dal latino nihil=nulla). Il filosofo individua due atteggiamenti
contrastanti nei vari uomini definendo i concetti di nichilismo attivo e passivo. Il
primo si trova negli “spiriti liberi”, in coloro che sanno cogliere le possibilità che
si aprono di fronte al venir meno dei valori e del senso del mondo e che, come
dei “viandanti”, sono capaci di apprezzare il viaggio pur consapevoli
dell’assenza di una meta. Il nichilismo passivo, invece, si trova negli uomini
“deboli” che di fronte alla morte di Dio e, quindi, al venir meno del senso del
mondo, sono sopraffatti dall’angoscia (stato psichico cosciente caratterizzato
da un sentimento intenso di ansia e apprensione) e dalla disperazione.
-la filosofia del meriggio: gli insegnamenti di Zarathustra
Il libro di Nietzsche più noto al grande pubblico è “Così parlò Zarathustra”.
Composto in circa due anni, lo Zarathustra è un’opera in cui si trovano
pienamente sviluppati tutti i nuclei concettuali più originali del pensiero del
filosofo. Per questo rientra negli scritti del meriggio, in quanto le idee sorte e
seminate nelle opere precedenti giungono ora a piena maturazione. Anche in
quest’opera Nietzsche ricorre all’aforisma e sembra voler imitare anche nel
linguaggio i testi sacri e devozionali, primi fra tutti i vangeli. L’utilizzo di questo
stile è congruente con la scelta del filosofo di esporre il proprio pensiero
attraverso le parole di un profeta, Zarathustra appunto. I discorsi di tale profeta
si aprono con il racconto di tre metamorfosi o stadi che lo spirito umano è
destinato ad attraversare:
1. Inizialmente si fa cammello, bestia da soma capace di sopportare il
peso della tradizione;
2. Con il tempo il cammello si trasforma in leone, animale libero e non
addomesticabile. Questo animale è metafora della capacità di criticare,
di opporre al <<tu devi!>> un sonoro <<io voglio!>>;
3. Il destino del leone è quello di tramutarsi in fanciullo, simbolo per
eccellenza dell’innocenza e dell’oblio, condizioni necessarie perché si
realizzi una nuova umanità, portatrice di valori differenti.
Allora, attraverso questo racconto dal sapore mitologico, Nietzsche nasconde
un’analisi e una critica della storia e del mondo occidentale e della sua cultura.
Il termine tedesco utilizzato da Nietzsche per designare la nuova tipologia
umana annunciata da Zarathustra è Übermensch, che in italiano è stato
inizialmente tradotto come superuomo. Ma ciò che il filosofo voleva indicare
con questo termine non è un uomo estremamente forte e estremamente
intelligente, è piuttosto un uomo nuovo, capace di abbattere il sistema di valori
precedentemente accettato, ossia i valori cristiani, e di vivere secondo valori
nuovi. Per questo motivo oggi alcuni preferiscono la traduzione di oltreuomo.
Il superuomo è colui che è capace di accettare la “morte di Dio” e che invece di
reagire con rassegnazione di fronte a questo evento lo accoglie positivamente,
vedendo in esso una forma di liberazione, l’opportunità per esprimere la sua
vera natura. La sua grandezza sta proprio nel coraggio con cui accetta la
propria natura e dice sì alla vita, consapevole che non c’è nulla, al di là di essa,
che possa darle un senso. Il superuomo, inoltre, accetta con gioia l’<<eterno
ritorno dell’uguale>>: opponendosi alla visione lineare e teologica del
tempo, Nietzsche afferma che il tempo è un circolo in cui ogni istante si ripete
infinite volte sempre identico a sé stesso. Ciò significa che la storia non ha
alcuna meta ultima che possa darle significato, e che il senso dell’esistenza sta
nel vivere appieno ogni istante. Una caratteristica fondamentale dell’oltreuomo
nietzscheniano è, quindi, il suo amor fati (in latino amore del fato) ossia un
atteggiamento di accettazione attiva del proprio destino.
Un’altra delle caratteristiche peculiari del superuomo è il suo essere
incarnazione della volontà di potenza, ossia la volontà di imporre i propri valori
e la propria prospettiva sul mondo: venuto meno Dio la volontà umana è libera
di esprimersi. In questo quadro deve essere collocata anche la rivalutazione
dell’arte caratteristica dell’ultimo periodo nietzscheniano. Nei suoi ultimi scritti,
infatti, il filosofo torna su posizioni vicine a quelle espresse nella “Nascita della
tragedia”. Tuttavia, negli scritti giovanili l’arte era soprattutto un antidoto
contro il dolore prodotto dall’insensatezza della vita, mentre ora è esaltata in
quanto antidoto contro la ricerca della verità che caratterizza le scienze
moderne. In questo senso essa diventa l’incarnazione della volontà di potenza.
Il nazismo segnò una svolta nella storia della diffusione del pensiero
nietzscheniano, facendolo uscire dagli ambiti ristretti della filosofia e della
letteratura, e facendolo diventare parte integrante di un’ideologia e di un
progetto politico. Perché e come questo sia potuto avvenire è una delle
domande che hanno percorso la storia della filosofia del Novecento. In
particolare, la possibilità di interpretare la volontà di potenza come tendenza
alla sopraffazione e al dominio ha fatto si che l’opera di Nietzsche subisse una
lettura coerente con gli ideali del nazismo, specialmente in seguito alla
pubblicazione della “volontà di potenza” da parte di Elisabeth. Certamente la
teoria di Nietzsche è anti-democratica e anti-egualitaria, ma non condivide
l’idea della razza pura, tipica del nazismo.