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Kant

Il documento analizza il pensiero di Kant, suddividendo il suo lavoro in tre critiche principali: la Critica della ragion pura, che esplora la conoscenza umana e la distinzione tra fenomeno e noumeno; la Critica della ragion pratica, che delinea la legge morale e l'autonomia della volontà; e la Critica del Giudizio, che introduce il giudizio estetico e la bellezza come esperienze universali. Kant sostiene che la conoscenza è una sintesi di impressioni sensibili e forme mentali, e che la moralità è guidata da principi razionali universali. La sua filosofia si distingue per il formalismo etico, l'importanza dell'intenzione e l'universalità dei giudizi estetici.
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Il documento analizza il pensiero di Kant, suddividendo il suo lavoro in tre critiche principali: la Critica della ragion pura, che esplora la conoscenza umana e la distinzione tra fenomeno e noumeno; la Critica della ragion pratica, che delinea la legge morale e l'autonomia della volontà; e la Critica del Giudizio, che introduce il giudizio estetico e la bellezza come esperienze universali. Kant sostiene che la conoscenza è una sintesi di impressioni sensibili e forme mentali, e che la moralità è guidata da principi razionali universali. La sua filosofia si distingue per il formalismo etico, l'importanza dell'intenzione e l'universalità dei giudizi estetici.
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Kant

il periodo pre critico comprende una prima fase caratterizzata da interesse per le scienze
naturali e per la fisica newtoniana e una seconda fase caratterizzata dall'interesse per la
filosofia e l'avvicinamento all'empirismo inglese i quali culminano in una concezione critica
dello spazio del tempo.

Il criticismo si fonda sull'intelletto di interrogarsi sul fondamento delle esperienze umane,


come la vita conoscitiva, la vita pratica, la produzione e riflessione estetica, la
religione e la politica, con lo scopo di chiarire le possibilità, la validità e i limiti. Sfocia
in tre capolavori filosofici: la critica della ragion pura, la critica della ragion pratica e la critica
del giudizio.

Con il criticismo si distingue da empirismo, perché spinge più a fondo l'analisi critica e rifiuta
gli esiti scettici; e dall'Illuminismo perché parla di fronte al tribunale della ragione la ragione
stessa.

La concezione della conoscenza La Critica della ragion pura è un'analisi della conoscenza
umana, di cui Kant vuole individuare condizioni di possibilità, validità e limiti. Kant sottopone
dunque a indagine i due gruppi di discipline che costituiscono l'universo del sapere del suo
tempo, ossia la scienza (matematica e fisica) e la metafisica. Constatando che la
matematica e la fisica hanno ormai raggiunto uno statuto scientifico, egli si propone di
individuare il fondamento della loro scientificità, in modo da poter poi verificare se esso fondi
anche la metafisica, ovvero se la metafisica possa costituirsi come scienza.

Giudizi sintetici a priori principi assoluti (ossia le verità universali e necessarie) che stanno
alla base della scienza. Sono giudizi perché connettono un soggetto con un predicato; sono
sintetici perché il predicato dice qualcosa di nuovo rispetto al soggetto e quindi sono "fecondi
per il sapere”; sono a priori perché non derivano dall'esperienza, infatti sono universali e
necessari.
In quanto fecondi, i giudizi sintetici a priori si differenziano dai giudizi analitici a priori
giudizi in cui il predicato non fa che esplicitare, con un processo di analisi basato sul
principio di non-contraddizione, quanto è già implicitamente contenuto nel soggetto (come
nel caso dell'affermazione "i corpi sono estesi"). Pur essendo universali e necessari, questi
giudizi sono infecondi, perché non ampliano la nostra conoscenza.

In quanto universali e necessari, i giudizi sintetici a priori si distinguono dai:


• giudizi sintetici a posteriori giudizi in cui il predicato dice qualcosa di nuovo rispetto al
soggetto, aggiungendosi o sintetizzandosi a quest'ultimo in virtù dell'esperienza, ovvero a
posteriori (come nel caso dell'affermazione "i corpi sono pesanti"). Pur essendo fecondi,
questi giudizi sono particolari e non valgono necessariamente.

Kant intende la conoscenza (scientifica) come sintesi di due elementi:


• materia il "contenuto" della conoscenza, ovvero la molteplicità caotica e mutevole delle
impressioni sensibili che provengono dall'esperienza;
• forma l'insieme delle modalità fisse attraverso le quali la mente ordina le impressioni
sensibili.
I rapporti tra soggetto e oggetto
Nella concezione della conoscenza Kant introduce pertanto un radicale cambiamento di
prospettiva, che egli stesso paragona alla • rivoluzione copernicana l'introduzione dell'idea
che non siano le strutture mentali a modellarsi sulla realtà esterna (sulla natura), ma che sia
la realtà esterna a essere "ordinata" secondo le nostre strutture mentali. Come Copernico
aveva ribaltato il rapporto fra la Terra e il Sole, così Kant ribaltò i rapporti tra soggetto
conoscente e oggetto conosciuto. Questa nuova impostazione comporta la distinzione tra
due elementi:
Secondo Kant, possiamo distinguere due aspetti della realtà: il fenomeno e il noumeno.

1. Fenomeno: È il modo in cui la realtà ci appare, cioè come la percepiamo attraverso i


nostri sensi e la nostra mente. La nostra mente usa delle "forme" (spazio, tempo, causalità)
per organizzare e dare senso a ciò che vediamo. In altre parole, il fenomeno è la realtà così
come la conosciamo, e siccome queste "forme" sono le stesse per tutti gli esseri umani, ciò
che vediamo è oggettivo e valido per tutti.

2. Noumeno: È la realtà "in sé", quella che esiste indipendentemente da come la


percepiamo o la pensiamo. Non possiamo conoscerla direttamente, perché la nostra mente
può afferrare solo i fenomeni, cioè la realtà filtrata dalle nostre "forme". Il noumeno è dunque
qualcosa di reale, ma per noi resta un "mistero", una "x sconosciuta".

In sintesi, Kant dice che vediamo solo una versione della realtà (il fenomeno), ma dietro a
essa c'è qualcosa di più profondo (il noumeno), che non possiamo conoscere direttamente.

LA CRITICA DELLA RAGION PRATICA

I caratteri e il "contenuto" della legge morale


• La ragione pratica e la sua legge
Nella Critica della ragion pratica, Kant analizza l'ambito morale, distinguendo tra:
• Ragione pratica pura, che orienta l'azione umana a priori (cioè dal punto di vista della
sola ragione, indipendentemente dall'esperienza). Si occupa dell'analisi dei principi pratici
che disciplinano la nostra volontà.
• Ragione pratica empirica, che tiene conto dei condizionamenti concreti. È quella che
opera sulla base dell'esperienza e della sensibilità.
L'essere umano è visto come una sintesi tra sensibilità e ragione, evidenziando così la
bidimensionalità della sua natura.
Se in ambito teoretico era da criticare l'uso "puro" della ragione (slegato dall'esperienza), in
ambito pratico è da criticare l'uso "empirico" (condizionato dall'esperienza e dalla "materia").
La tesi dell'esistenza di una «ragion pura pratica» coincide con l'esistenza di una legge etica
assoluta, o «incondizionata», cioè indipendente dalle sollecitazioni particolari e contingenti
della sensibilità. Kant sostiene che questa legge morale a priori, fondata sulla ragione e
valida per tutti, è un "fatto" della ragione: non dobbiamo dimostrarla o "inventarla", ma
constatarla.
• Il carattere assoluto e incondizionato della legge morale
Questo implica la libertà dell'agire, ossia la possibilità per l'uomo di autodeterminarsi,
sottraendosi agli istinti. La legge morale, indipendente dagli impulsi particolari, è quindi
universale e necessaria, sempre uguale a sé stessa in ogni tempo e luogo.
• Tensione tra ragione e sensibilità
Anche se la morale è indipendente dalla sensibilità, non può ignorarla del tutto: c'è
sempre una tensione tra ragione e impulsi sensibili. La legge morale assume perciò
la forma di un comando (etica prescrittiva) che chiede all'uomo di superare i suoi
impulsi egoistici.

I PRINCIPI PRATICI
Per Kant, la ragione pratica coincide con la volontà, cioè la facoltà di agire secondo la
rappresentazione delle leggi, ossia secondo principi. I principi pratici si dividono in due
categorie:
• Massime, regole di comportamento soggettive, valide solo per la volontà individuale.
• Imperativi, prescrizioni con valore oggettivo, valide per tutti.
Gli imperativi si dividono a loro volta in:
• Imperativi ipotetici, comandi in vista di un fine (es. "se vuoi... allora devi..."):
• Regole dell'abilità, istruzioni tecniche per raggiungere uno scopo.
• Consigli della prudenza, mezzi per ottenere benessere o felicità.
• Imperativo categorico, comando che prescrive un dovere incondizionato: rappresenta
un'azione come necessaria di per sé, senza riferimento a un altro fine. Questo imperativo ha
la forma del "devi" puro e semplice ed è l'unico con la forma di una legge in ambito pratico,
cioè valida in modo universale e necessario.

LE TRE FORMULAZIONI DELL'IMPERATIVO CATEGORICO


• Prima formulazione: «Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre
valere come principio di una legislazione universale».
Un comportamento è morale solo se universalmente generalizzabile.
• Seconda formulazione (Fondazione della metafisica dei costumi): «Agisci in modo da
trattare l'umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e
mai semplicemente come mezzo».
Questo principio istituisce il regno dei fini: una comunità ideale di esseri liberi e ragionevoli,
dove ciascuno è legislatore e suddito.
• Terza formulazione: «Agisci in modo tale che la volontà, in base alla massima, possa
considerare sé stessa come universalmente legislatrice».
Qui si sottolinea l'autonomia della volontà

I CARATTERI DELL'ETICA KANTIANA


• Formalismo: La legge morale prescrive non una specifica azione (materia), ma la forma
del comportamento universale. Questa è la base del formalismo etico, secondo cui il motivo
che determina l'azione morale non è la sua materia, ma la sua forma, cioè la massima della
universalizzabilità.
• Rigorismo: L'etica di Kant è caratterizzata dal rigorismo: ogni azione deve essere
compiuta solo in vista della legge morale. Il dovere è il principio che esclude ogni emozione
o sentimento dalla condotta morale. Non si agisce per un utile, ma per dovere, cioè per il
dovere-per-il-dovere.
• Rispetto per la legge: L'unico sentimento ammesso nell'etica kantiana è il rispetto per la
legge, sentimento a priori prodotto dalla ragione, che umilia le inclinazioni egoistiche.

ETICA DELL'INTENZIONE
Kant propone un'etica dell'intenzione, dove la moralità di un'azione dipende dall'intenzione
interiore, cioè dal dovere-per-il-dovere.
• Legalità: un'azione conforme alla legge solo esteriormente.
• Moralità: un'azione in cui la volontà stessa si conforma alla legge senza alcun impulso
sensibile.
Da questa distinzione nasce il concetto di volontà buona, cioè la volontà che vuole il bene in
senso assoluto. La volontà buona è incondizionata e rende buono il contenuto di un'azione.

AUTONOMIA E POSTULATI DELLA RAGION PRATICA


• Autonomia: La legge morale kantiana si caratterizza per la sua autonomia. La volontà
buona si determina in conformità alla sola legge morale. L'etica kantiana si oppone alle
morali eteronome, dove la virtù dipende ina legge esterna (educazione, piacere,
volontà di Dio).

Postulati della ragion pratica:


• Immortalità dell'anima, perché la perfezione morale non e realizzabile in questo mondo.
• Esistenza di Dio, perché ci sia una volontà che faccia corrispondere la felicità alla virtù.
• Libertà dell'essere umano, perché la legge morale prescrive un dovere, e quindi l'uomo
deve essere libero di seguirla.
Kant conclude che la ragion pratica ha il primato e che i postulati non sono conoscenze
scientifiche, ma condizioni del retto agire morale.

La facoltà del sentimento

La Critica del Giudizio nasce dal tentativo di conciliare il mondo deterministico della
conoscenza con il mondo libero della morale. Oltre alle due attività del conoscere e
dell'agire, studiate rispettivamente nella Critica della ragion pura e nella Critica della ragion
pratica, Kant riconosce l'esistenza di una terza facoltà, autonoma rispetto alle precedenti: si
tratta del sentimento e la capacità di cogliere la finalità del mondo.

Grazie al sentimento, noi formuliamo un tipo di giudizio che si differenzia dai giudizi teoretici.
Kant distingue infatti tra:

- Giudizi determinanti: i giudizi conoscitivi o scientifici studiati nella Critica della ragion
pura; sono chiamati "determinanti" perché "determinano" gli oggetti fenomenici mediante le
forme a priori dello spazio, del tempo e delle categorie;
- Giudizi riflettenti: i giudizi formulati mediante il «sentimento» e studiati da Kant nella
Critica del Giudizio; sono chiamati "riflettenti" perché si limitano a "riflettere" su un mondo
naturale già "determinato" dai giudizi teoretici, e ad interpretarlo attraverso le esigenze di
finalità e di armonia proprie di tutti gli esseri umani.

Kant divide poi i giudizi riflettenti in:

- Giudizi estetici, o giudizi di gusto: giudizi riflettenti in cui la finalità della natura è colta in
modo intuitivo o immediato, attraverso la sua soggettività o forma, mediato attraverso il
sentimento di piacere o dispiacere che essa suscita;

- Giudizi teleologici: giudizi in cui la finalità della natura è "pensata" concettualmente


mediante l'intelletto e la ragione, i quali attribuiscono agli enti naturali un "fine" (finalità
oggettiva o reale).

Definizione della bellezza

Diversamente da quanto fatto nella Critica della ragion pura, nella Critica del Giudizio
Kant restituisce al termine estetica il suo significato tradizionale di dottrina dell'arte e della
bellezza. Egli definisce dunque il bello come ciò che piace nel giudizio di gusto, ovvero ciò
che «piace senz'altro», distinguendosi sia dal piacevole (ciò che piace ai sensi), sia dal
buono (ciò che piace alla ragione, per il suo concetto).

Dopo aver ricondotto la bellezza all'ambito del giudizio estetico, Kant ne offre quattro
definizioni, elaborate sulla base della tavola delle categorie:

- Qualità: il bello è ciò che piace «senza alcun interesse»;


- Quantità: il bello è ciò che piace «universalmente senza concetto»;
- Relazione: il bello è ciò che piace per la sua finalità, ma «senza la rappresentazione di uno
scopo»;
- Modalità: il bello è ciò che, «senza concetto, è riconosciuto come oggetto di un piacere
necessario».

L'universalità dei giudizi estetici

Kant sottolinea che l’universalità è un carattere fondamentale della bellezza. Secondo lui, il
giudizio estetico riconosce la bellezza come qualcosa che dovrebbe essere condiviso da
tutti, perché il piacere estetico puro deriva esclusivamente dalla contemplazione della
"forma" di un oggetto. Questo è diverso dal piacere sensibile, che è legato a contenuti
sensoriali specifici e alle inclinazioni individuali, quindi a elementi mutevoli e soggettivi.

Kant distingue tra la bellezza aderente e la bellezza libera. La bellezza aderente dipende da
un modello o concetto di perfezione, che varia nel tempo e secondo considerazioni
intellettuali o pratiche. Al contrario, la bellezza libera non presuppone alcun concetto di ciò
che l'oggetto "dovrebbe essere"; è una bellezza che si manifesta indipendentemente da tali
concetti.

Kant si chiede come sia possibile che un giudizio di gusto, basato solo sul sentimento
particolare per un oggetto e senza alcun concetto a priori, possa proclamare a priori, senza il
consenso altrui, che quel piacere è condiviso da ogni soggetto. La sua soluzione è che
l’universalità estetica si basa sulla struttura comune della mente umana.

Kant spiega che il giudizio estetico nasce da un "libero gioco" tra l’immaginazione e
l’intelletto, in cui l’immagine dell’oggetto sembra rispondere alle esigenze dell’intelletto,
creando un senso di armonia. Poiché questo meccanismo è identico per tutti gli uomini, si
spiega l'universalità del giudizio estetico e l'esistenza di un "senso comune" del gusto.

Kant risolve così l’antinomia del gusto affermando che, sebbene il giudizio di gusto non si
basi su concetti e non sia un giudizio di conoscenza, esso si fonda sulla facoltà del Giudizio
che intuì la finalità soggettiva della natura e che è comune a tutti gli esseri umani.

In questo modo, Kant applica anche all’estetica la sua "rivoluzione copernicana", simile a
quella raggiunta in ambito gnoseologico ed etico. In virtù di questo capovolgimento di
prospettiva, che pone il baricentro del giudizio estetico nel soggetto piuttosto che
nell’oggetto, il bello non è visto come una proprietà oggettiva delle cose, ma come qualcosa
che sorge solo nella mente umana e in relazione ad essa.

La bellezza artistica

Il giudizio di gusto non si riferisce soltanto alla bellezza naturale, ma anche a quella artistica,
prodotta dal genio, la facoltà umana che fa da tramite fra la natura e l'arte, in quanto si tratta
di un «talento», ovvero di un dono naturale mediante il quale l'artista «dà la regola all'arte»,
ovvero crea opere armoniche e piacevoli. Kant individua le caratteristiche peculiari del genio:

1. Nell'originalità o creatività, la capacità di produrre opere che servono da modelli o


esemplari per altri;
2. Nell'impossibilità di dimostrare scientificamente come si realizza la produzione
artistica.

Il sublime

Accanto alla trattazione del bello, nell'estetica di Kant trova posto anche la trattazione di un
tema che il filosofo di Königsberg riprende da Edmund Burke (1729-1797), ovvero il sublime,
l'oggetto di un giudizio estetico che nasce dal sentimento provato di fronte a entità naturali
smisuratamente grandi (sublime matematico) o potenti (sublime dinamico).

La grandezza e la potenza della natura ci rendono consapevoli della nostra finitezza e


piccolezza, ma ci fanno anche avvertire la nostra grandezza spirituale, testimoniata dal fatto
che siamo portatori delle idee della ragione, e in particolare dell'idea di infinito (suscitata dal
sublime matematico) e dell'idea di dignità morale (suscitata dal sublime dinamico). Sulla
base di questo legame tra estetica e morale, Kant afferma che il sublime per eccellenza è la
legge morale.

Il sublime per Kant si differenzia dal bello, perché quest'ultimo sgorga dalla consonanza e
dall'equilibrio tra immaginazione e intelletto, procurandoci serenità di fronte a una forma
armonica, mentre il sublime nasce dalla rappresentazione dell'informe e si nutre del
contrasto tra immaginazione sensibile e ragione, provocando in noi turbamento. Il bello e il
sublime sono però accomunati dal presupporre il soggetto, cioè la mente umana, come oro
condizione e fondamento.

I giudizi teleologici
Analizzando i «giudizi teleologici», Kant osserva che tutti gli esseri umani sentono l'esigenza
di scorgere negli enti naturali (soprattutto viventi) delle cause finali. Tuttavia la finalità della
natura non può essere provata scientificamente: il finalismo è necessario perché l'intelletto
incontra limiti ben precisi nella spiegazione meccanica del mondo, ed è perciò portato a una
considerazione di tipo teleologico; ma il giudizio teleologico deve essere utilizzato soltanto a
fini euristici e regolativi.

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