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Sistemi Eolici

Il documento descrive i componenti e il funzionamento degli aerogeneratori, evidenziando le differenze tra turbine eoliche ad asse orizzontale e verticale, con un focus sulla potenza e l'efficienza. Viene analizzata la curva caratteristica delle macchine eoliche, il potenziale eolico e l'impatto ambientale degli impianti. Infine, si discute l'importanza dei sistemi a velocità variabile rispetto a quelli a velocità fissa, sottolineando i vantaggi e le sfide associate a ciascun tipo.

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Sistemi Eolici

Il documento descrive i componenti e il funzionamento degli aerogeneratori, evidenziando le differenze tra turbine eoliche ad asse orizzontale e verticale, con un focus sulla potenza e l'efficienza. Viene analizzata la curva caratteristica delle macchine eoliche, il potenziale eolico e l'impatto ambientale degli impianti. Infine, si discute l'importanza dei sistemi a velocità variabile rispetto a quelli a velocità fissa, sottolineando i vantaggi e le sfide associate a ciascun tipo.

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SISTEMI EOLICI

L’insieme di tutti i componenti necessari alla produzione di energia elettrica da fonte eolica sono contenuti in
un unico apparato chiamato aerogeneratore. Fra le fonti di energia rinnovabili l’energia eolica consente di
produrre delle potenze elevate se confrontate con quelle ottenute tramite altre fonti rinnovabili. Infatti, la
potenza dei generatori eolici è andata costantemente aumentando fino a raggiungere i 3 - 5 MW attuali.
Il mozzo (2), a cui sono collegate le pale giranti (1), è collegato ad
una navicella (11) (o gondola), ossia una cabina contenente tutta la
strumentazione necessaria alla conversione dell’energia. All’interno
della navicella hanno sede un sistema frenante (4) per il blocco del
rotore in caso di eccessiva velocità del vento, un moltiplicatore di
giri (6) per adattare la velocità del rotore a quella della macchina
elettrica, il generatore (7) ed un controllore elettronico (8), che
riceve dati sulla velocità e direzione del vento dall’anemometro (9)
e dalla banderuola segnavento (10). La navicella, fissata a terra
tramite una torre (15) e delle fondamenta, è dotata di un sistema di
imbardata (13 - 14) che permette all’aerogeneratore di disporsi
nella direzione del vento, massimizzando così la potenza captata.
Per massimizzare la potenza estratta è necessario mantenere l'asse
di rotazione parallelo alla velocità del vento: per le piccole turbine si può utilizzare una banderuola, altrimenti è
necessario un sistema in grado di ruotare l'asse di rotazione della turbina. Controllo passivo (banderuola),
controllo attivo (attuatore elettrico e/o idraulico, con dinamica lenta).

Esistono svariate tipologie di turbine eoliche, tuttavia la classificazione principale viene fatta in base alla
disposizione dell’asse di rotazione rispetto alla direzione del vento; si possono, cioè, avere due tipi di turbine:

• ad asse orizzontale,

• ad asse verticale.

Le turbine ad asse orizzontale hanno l’asse di rotazione parallelo alla direzione del vento e sono le più diffuse.
Nel campo della generazione elettrica vengono utilizzate quasi esclusivamente turbine ad asse orizzontale.
Le turbine ad asse verticale sono meno comuni e il loro asse di rotazione è ortogonale alla direzione del vento.
Macchine ad asse orizzontale hanno densità di potenza maggiori di quelle ad asse verticale. Si hanno due alberi,
una parte lenta e una veloce, quella lenta è lato rotore e quella veloce lato macchina elettrica, perché è
incorporata nella cella per essere interfacciata alla rete. Si ha quindi l’albero lento, un moltiplicatore di giri, il
freno, poi l’albero veloce con i vari giunti e un supporto cuscinetto, a fine si ha il generatore. L’insieme che
raccoglie tutta la parte rotante viene chiamata Navicella, che poggia su un sostegno. Quella ad asse verticale è
di interesse minore, i componenti base sono gli stessi (non ne parla).
Generalità sulle curve caratteristiche delle macchine eoliche: si riferiscono a macchine a velocità fissa
generalmente. Velocità fissa perché macchina elettrica interconnessa alla rete elettrica, quindi la frequenza
della macchina con la sua velocità di rotazione per tramite del numero delle coppie polari sono vincolate alla
frequenza di rete. Il grafico è una caratteristica della macchina che dà la potenza prodotta rispetto alla velocità
del vento. Qualunque tipo di macchina ha un valore minimo di velocità alla quale al di sotto non si ha la
produzione, viene chiamata velocità di inserimento. Superato questo valore la macchina eroga potenza e ha un
primo tratto crescente in cui aumentando la velocità aumenta la potenza erogata. La potenza aumenta finché la
velocità del vento non diventa quella nominale che è quella nominale di rotazione della macchina elettrica.
Sempre del discorso che si è vincolati dalla rete la potenza avrà un valore costante. Si vede quindi una curva
troncata anche se la velocità è superiore questa potenza, comunque, non la posso sfruttare. C’è una velocità
che si chiama di stacco in cui la macchina viene disaccoppiata per evitare danneggiamenti. Si trova quindi in
folle ed è lasciato libero di ruotare senza alcuna produzione. È una misura di protezione. La curva successiva si
riferisce a una macchina reale di 2 MW, si vede che l’andamento ideale è rappresentativo. La velocità di
inserimento di circa 5 m/s e una di stacco di circa 25 m/s.

Il sito viene caratterizzato in termini della velocità del vento, in base al numero di giorni (anche in ore) in cui il
sito stesso sta sopra a un valore considerato di velocità. Si deve inoltre accoppiare insieme alla curva di durata
del vento insieme alla curva caratteristica della macchina. La curva di durata del vento è una curva che ha in
ascisse la durata in ore e in ordinata la velocità del vento. Per confrontare le due curve quindi si scambiano le
ascisse con le ordinate nella curva caratteristica, in modo che sia ha in ordinate su entrambi i grafici la velocità
del vento.
Poi moltiplico punto per punto il valore della potenza a una velocità per il numero di ore ottengo l’energia.
Ottengo così la curva di durata dell’energia. Si nota talaltro un taglio dell’area dovuto al taglio della potenza.
L’area sottesa quindi è l’energia estraibile una volta “troncato” il valore nominale della macchina. Anche la
punta a sinistra viene troncata e levata dalla parte estraibile. I troncamenti si riferiscono uno alla velocità di
inserimento e uno a quello di stacco.
La potenza estraibile è esprimibile tramite formula come:

𝑃𝑚𝑎𝑥 = 0.593 ∗ 𝑃

Il potenziale eolico può essere espresso da:

1
𝑃= ∗ 𝜌𝑉 3 ∗ 𝐴
2

dove 𝜌 è la densità dell’area. Questa rappresenta il potenziale che è reso disponibile dal fluido che ha una certa
velocità e densità. La formula successiva invece è relativa a quella estraibile.

1
𝑃 = 𝐶𝑃 ∗ ∗ 𝜌 ∗ 𝐴 ∗ 𝑉3
2

Vi è un coefficiente che ha un massimo teorico che nelle applicazioni reali è circa il 75% del valore di Betz 0,593.
Il coefficiente è chiamato coefficiente di potenza 𝐶𝑃 ed è definito come il rapporto tra la potenza resa e quella
contenuta nella vena fluida indisturbata di sezione “A”, a monte della macchina. Nella curva caratteristica il
coefficiente di potenza avrà valore massimo nel punto in cui la velocità del vento ha il massimo valore di
potenza. Esprimendo l’espressione precedente in funzione del diametro si ottiene che:

𝑃 = 𝐻 ∗ 𝐶𝑃 ∗ 𝜌 ∗ 𝐷 2 ∗ 𝑉 3

Si può ottenere anche il coefficiente di capacità 𝐶𝑓 , che è il valore aggregato, come se fosse una media, dato dal
rapporto dell’energia netta fornita, fratto le ore totali in un anno per la potenza nominale della macchina in
Kilowatt.

𝑒𝑛𝑒𝑟𝑔𝑖𝑎 𝑓𝑜𝑟𝑛𝑖𝑡𝑎 𝑑𝑎𝑙𝑙′𝑎𝑒𝑟𝑜𝑔𝑒𝑟𝑎𝑡𝑜𝑟𝑒


𝐶𝑓 =
8760𝑃

L’energia netta presente sul numeratore può essere espressa come:

𝑉𝑜𝑢𝑡

𝑒𝑛𝑒𝑟𝑔𝑖𝑎 𝑛𝑒𝑡𝑡𝑎 = 𝐾1 𝐾2 ∫ 𝑓 (𝑉 ) 𝑝( 𝑉 )𝑑𝑉


𝑉𝑖𝑛

È il prodotto di due coefficienti, uno che esprime la disponibilità operativa, ossia un fattore di riduzione
dell’energia prodotta dalla macchina a causa di periodi di arresto per guasti e/o manutenzione; mentre il
secondo è un fattore di riduzione dell’energia prodotta dalla macchina a causa delle interazioni con ostacoli e/o
con le altre macchine presenti. Questi due fattori sono moltiplicati per l’integrale dalla velocità in ingresso e
quella in uscita della densità di probabilità della velocità del vento (in un anno) per la curva caratteristica di
potenza della macchina misurata all’uscita del generatore elettrico. Inoltre, 𝑓(𝑉 )𝑑𝑉 è la frazione di tempo
nell’ambito di un anno in cui la velocità vale V (ore). Le interferenze avvengono nelle wind farm a seconda della
disposizione delle singole macchine.

Un tema molto attuale è anche quello della soluzione off-shore, ovvero di impianti su piattaforme marine. Vi è
anche uno studio sui materiali sia per la durabilità che, per quanto riguarda installazioni con condizioni
metereologiche avverse. Una soluzione sperimentale è ad esempio pale riscaldate per evitare la formazione di
ghiaccio. Dal grafico di Terna si nota di importante che negli anni non solo sono aumentati il numero di impianti,
ma anche delle potenze installate.

Il primo impatto ambientale riguarda l’occupazione del territorio, anche se può sembrare ridotto il suolo
occupato, in realtà ci stanno distanze di sicurezza e impianti di supporto e protezione in sito che vanno
considerate. Inoltre, si predilige un’installazione vicino alle vie principali per questioni logistiche.

Per quanto riguarda il rumore, è uno degli aspetti più discussi, ad oggi ci sono macchine che soddisfano i
requisiti acustici. Il rumore generato deve essere inferiore di 45 dB in prossimità delle vicine abitazioni.

Vi sono anche interferenze elettromagnetiche e sono dovute alla rotazione delle pale, dovuto al materiale
metallico o riflettente. La soluzione è quella di non installare in prossimità di aeroporti o ripetitori.

Per quanto riguarda l’impatto visivo, si riduce utilizzando sistemi semi trasparenti per il palo come, ad esempio,
tralicci o che si mimetizzino con l’ambiente circostante.

Ci sono effetti anche sulla flora e la fauna locale, come interferenza delle rotte migratorie.

L’ angolo di imbardata è l’angolo con cui è orientata la macchina rispetto alla direzione
del vento per massimizzare l’efficienza. Esistono macchine che hanno un controllo
passivo (banderuola), oppure con controllo attivo tramite un attuatore, tipicamente per
macchine più grandi.

Da ricordare che tipicamente il campo di variazione della velocità media del vento per
una macchina eolica è compresa fra i 5-10 e i 25-30 m/s.

L’elica, per poter avere un rendimento costante ed elevato, deve sempre potersi orientare
nella direzione del vento. I metodi utilizzati sono due: con un timone di opportune dimensioni che orienta
l’aerogeneratore (elica sopravento), oppure ponendo l’elica sottovento e utilizzando la coppia giroscopica del
rotore stesso per orientare il mulino.

Per quanto riguarda le turbine ad asse verticale sono caratterizzate da una bassa velocità di rotazione e da un
modesto rendimento. Tuttavia, possiedono il vantaggio di non doversi orientare secondo la direzione del vento,
evitando così la necessità di inserire il dispositivo di imbardata.

Per ogni tipo di turbina, esiste un valore ottimale del rapporto tra la max velocità periferica (𝑢 = 𝜔 ∗ 𝑟, con 𝜔
velocità di rotazione e 𝑟 raggio della pala), e la velocità del vento, 𝑣0 (𝑢/ 𝑣0 = 𝜆 = 𝑇𝑖𝑝 𝑆𝑝𝑒𝑒𝑑 𝑅𝑎𝑡𝑖𝑜”, indicato
anche come TSR), cui corrisponde il massimo valore dell’efficienza rotorica (ovvero di 𝐶𝑝 ). Quindi non è
importante la velocità del vento di per sé, ma la velocità del vento a seconda di come varia la velocità delle pale.
Le più diffuse sono le macchine ad asse orizzontale a tre pale.
I sistemi eolici possono essere suddivisi in due categorie principali: sistemi a velocità fissa o sistemi a velocità
variabile. I sistemi a velocità fissa, pur essendo molto semplici, presentano numerosi svantaggi, come
l’impossibilità di poter controllare le potenze attiva e reattiva dell’impianto. Inoltre, tali sistemi devono
sopportare elevati carichi meccanici poiché le fluttuazioni di potenza sono direttamente trasmesse come
fluttuazioni di coppia al moltiplicatore di giri, che quindi risulta fortemente sollecitato. Si hanno inoltre notevoli
fluttuazioni della potenza erogata. I sistemi moderni sono soprattutto a velocità variabile, per merito degli
innumerevoli vantaggi che consentono di ottenere. Lo sviluppo dell’elettronica di potenza ha portato numerosi
vantaggi come la regolazione della potenza reattiva e il disaccoppiamento tra generatore e rete. Quest’ultimo in
particolare ha reso possibile lo sviluppo di sistemi eolici a
velocità variabile. Questa soluzione, oltre a ridurre il logorio
delle parti meccaniche, consente di aumentare la quantità di
energia catturata dal vento (specialmente durante le raffiche) e
introdurre il controllo di potenza attiva e reattiva. Come
contropartita, a causa della complessità del sistema, i sistemi a
velocità variabile sono molto costosi. Inoltre, i convertitori
sono fonte di perdite e di distorsione armonica. Dal grafico si
vede che, se lavora a velocità costante, sia se la velocità
aumenta o diminuisce, inevitabilmente vado a tagliare la curva
di potenza in punti di massimo ottenibile. Quindi ho delle perdite di producibilità. Per lavorare sempre in
condizioni di buona efficienza, e per la protezione dalle eccessive sollecitazioni meccaniche, sono importanti le
modalità di regolazione del rotore: in particolare, per ottenere sempre la massima potenza possibile si
dovrebbe poter regolare la velocità di rotazione in funzione di quella del vento, per mantenere sempre il rotore
al punto di massima efficienza.

Ne consegue che, se un generatore eolico deve lavorare necessariamente a velocità costante (produzione di
energia in corrente alternata, in assenza di inverter), l’efficienza media sarà bassa, rispetto ad un sistema nel
quale, per la presenza di un inverter, è possibile inseguire far variare la velocità di rotazione, inseguendo, fin
quando possibile, il punto di max efficienza.
I primi impianti eolici venivano realizzati a velocità fissa, collegando, tramite un moltiplicatore di giri, la turbina
al generatore elettrico asincrono, che è direttamente collegato alla rete. Il dispositivo “soft starter” consente un
corretto avviamento del generatore, limitando l’elevato valore della corrente di inserzione e il conseguente
buco di tensione. È opportuno l’inserimento di una batteria di condensatori per la compensazione della potenza
reattiva consumata dal generatore.

Lo scopo del controllo delle turbine eoliche è quello di rendere massima l’energia catturata e ridurre i picchi di
coppia prodotti dalle raffiche di vento, le quali provocano notevoli sollecitazioni nelle parti meccaniche e anche
fluttuazioni di tensione. Nei sistemi a velocità fissa, raggiunta la potenza per la quale la turbina è stata
progettata (𝑃𝑛 ) essa viene mantenuta costante utilizzando adeguati metodi di controllo. I metodi di controllo di
una turbina eolica a velocità fissa sono essenzialmente di tre tipi: a stallo passivo, a regolazione del passo, a
stallo attivo.

Nel controllo a stallo passivo le pale sono rigidamente collegate al mozzo e non consentono alcun movimento
attorno al loro asse longitudinale. La geometria dell’elica è realizzata in modo che, quando la velocità del vento
diventa troppo elevata, si creino delle turbolenze che ostacolano la spinta sulle pale limitando la produzione di
potenza captata. La notevole semplicità ed il basso costo di realizzazione sono i principali vantaggi di questo
tipo di controllo, che viene spesso utilizzato nei sistemi a velocità fissa.

Per rendere massima l’energia captata dal vento è necessario ottimizzare il valore di 𝐶𝑃 . Questo si può ottenere
mediante il controllo a regolazione del passo, utilizzando un rotore in cui sia possibile variare l’angolo di
calettamento delle pale (si agisce sull’angolo dell’incidenza). Quando la velocità del vento è a valori medio bassi
l’angolo di calettamento viene controllato in modo da massimizzare 𝐶𝑃 , mentre quando la velocità del vento
raggiunge valori elevati viene aumentato l’angolo di calettamento delle pale in modo che la potenza captata
non superi il valore nominale.

Il controllo a stallo attivo tecnicamente è riconducibile al controllo a regolazione del passo, cioè, prevede
l’impiego di un rotore nel quale sia possibile variare l’angolo di calettamento delle pale. Per venti deboli e medi
il controllo è analogo al controllo a regolazione del passo, mentre quando il vento cresce di intensità le pale
ruotano in direzione opposta; cioè, si vuole aumentare l’angolo di attacco delle pale sul vento in modo da
innescare una condizione di stallo. È essenziale che le turbine eoliche si fermino automaticamente in caso di
malfunzionamento di un componente, di un guasto in rete o di velocità del vento troppo elevata. Solitamente ci
sono due sistemi di frenatura: uno aerodinamico, consistente nella rotazione dell’estremità delle pale, e uno
meccanico, usato in particolare nei lunghi disservizi.
Dal grafico del controllo delle turbine a velocità fissa si nota che La potenza in uscita dal generatore è limitata
dalla potenza nominale del generatore elettrico collegato alla turbina. Quando la velocità del vento è minore di
quella di cut-in il generatore non è in grado di produrre energia. Quando la velocità del vento è maggiore di
quella di cut-off il generatore viene fermato per motivi di sicurezza (sollecitazioni meccaniche troppo elevate).

Esistono diverse tipologie di sistemi eolici a velocità variabile, ma tutti usano un controllo della turbina eolica a
regolazione del passo. Un primo schema fa uso di un generatore asincrono a rotore avvolto ad anelli con
controllo della resistenza di rotore. Variando il valore della resistenza di rotore è possibile variare la pendenza
della curva coppia-velocità e quindi lo scorrimento; di conseguenza varia la velocità del rotore. Si possono
ottenere variazioni di velocità intorno al 10%. Il principale svantaggio di questo metodo è dovuto alle perdite
aggiuntive causate dalle resistenze inserite in serie ai circuiti di rotore. Il controllo dinamico dello scorrimento
consente di poter variare la coppia e la potenza trasferite dal rotore allo statore, e quindi alla rete, mediante le
seguenti equazioni (ottenute trascurando le perdite):

𝑃𝑅 = 𝑃𝑊 ∗ 𝑠
𝑃𝑆 = 𝑃𝑊 ∗ ( 1 − 𝑠)

Dove 𝑃𝑅 e 𝑃𝑆 sono rispettivamente le potenze di rotore e di statore, 𝑃𝑊 è la potenza sviluppata dalla turbina e s
è lo scorrimento. Lo scorrimento viene controllato variando la resistenza rotorica. Quando la potenza captata
dal vento aumenta, il controllore cambia il valore dello scorrimento in modo da compensare le variazioni e
mantenere la potenza trasferita alla rete costante. L’eccesso di energia estratta dal vento viene convertita in
energia di rotazione (cinetica) della turbina, causando così un aumento della velocità del rotore. Il processo sarà
inverso se la potenza 𝑃𝑊 diminuisce.

Un’estensione del metodo precedente è l’uso di resistenze di rotore il cui valore viene variato tramite
convertitori statici; gli avvolgimenti sono dunque collegati ai morsetti di
ingresso di un cicloconvertitore oppure di un raddrizzatore a diodi
trifase con in cascata un chopper. Variando la potenza assorbita dal
carico resistivo collegato ai morsetti di uscita del chopper (o del
cicloconvertitore) si può ottenere una variazione di velocità intorno al
25%. Il convertitore può essere controllato in maniera tale da ottenere
un profilo della caratteristica coppia-velocità che assicuri in alternativa
una generazione costante di potenza, una coppia costante oppure un avviamento caratterizzato da uno sviluppo
di coppia costante. La regolazione del passo delle turbine eoliche solitamente è eseguita da un sistema di
attuazione meccanico e presenta pertanto un’inerzia molto elevata. Nel caso di grosse turbine si usano dei
generatori il cui scorrimento nominale è metà di quello che si ha a coppia massima. Quando arriva la raffica di
vento il sistema di controllo fa aumentare lo scorrimento in modo da permettere al generatore di ruotare più
velocemente durante il tempo necessario a variare l’inclinazione delle pale. Successivamente, raggiunta la
nuova condizione di regime, lo scorrimento viene diminuito.

Utilizzando una macchina asincrona con rotore avvolto è possibile


collegare gli avvolgimenti di rotore con la rete attraverso un sistema di
conversione ca-ca (sistema di Kramer). Tale sistema permette il
disaccoppiamento tra la frequenza della rete e quella meccanica di
rotore, consentendo quindi alla turbina di funzionare a velocità
variabile. Controllando le correnti di rotore è possibile controllare la
potenza attiva e reattiva trasferite alla rete. Inserendo un ponte a diodi,
per il raddrizzamento, ed uno a tiristori, per la riconversione, il flusso di potenza è solo uscente dal rotore; ciò
consente una regolazione di velocità solo in funzionamento ipersincrono. Utilizzando invece un sistema di
conversione bidirezionale (costituito ad esempio da due convertitori a PWM) è possibile il funzionamento
subsincrono. La variazione di velocità ottenibile è del ±30%. Il ponte collegato con gli avvolgimenti della
macchina viene controllato in modo da regolare la coppia elettromeccanica e fornire la potenza reattiva
necessaria a magnetizzare la macchina; mentre quello collegato con la rete consente di effettuare un
opportuno scambio di potenza, attiva e reattiva, con la rete. Equazioni della macchina nel sistema di riferimento
dq orientato secondo il flusso di statore:

𝑃𝑠 = −𝑎𝑣𝑠 𝑖𝑟𝑞

𝑣𝑠2
𝑄𝑠 = 𝑣𝑠 ( − 𝑣𝑠 𝑖𝑟𝑑 )
𝑏

Con 𝑣𝑠 : tensione di statore e di rete. a, b: coefficienti dipendenti dai parametri della macchina. 𝑖𝑟𝑞 , 𝑖𝑟𝑑 : correnti
di rotore in dq.

Il vantaggio dei sistemi appena descritti è che i convertitori sono dimensionati per il 20-30% della potenza
nominale dell’impianto. Tuttavia, il generatore deve essere eccitato attraverso la rete, rendendolo così
fortemente dipendente dalle caratteristiche (stabilità, potenza di corto circuito, ecc.) della rete stessa. Esiste
anche la possibilità di usare una macchina asincrona con rotore a gabbia. Con questa configurazione i
convertitori sono collegati alla linea e ai morsetti di statore della macchina e devono essere dimensionati per
l’intera potenza del sistema. Se vengono utilizzati
convertitori a PWM si può ottenere la
bidirezionalità del flusso di potenza, la regolazione
del fattore di potenza e un basso contenuto
armonico delle grandezze di uscita. Questa
soluzione consente di variare la velocità in un
intervallo molto ampio e può arrivare fino al 60% nel funzionamento subsincrono. Il controllo dei due ponti
solitamente segue le stesse modalità della soluzione con sistema di Kramer: uno viene utilizzato per il controllo
della coppia, mentre l’altro per il controllo del trasferimento di potenza in rete.
L’ultima, e più moderna, tipologia di sistemi eolici a velocità
variabile ricorre all’uso di un generatore sincrono, connesso alla
rete tramite un sistema di conversione ca-ca. Per eliminare il
moltiplicatore di giri si può ricorrere all’uso di un generatore
sincrono con un elevato numero di poli. Alcune delle soluzioni
più moderne impiegano generatori sincroni a magneti
permanenti con un elevato numero di poli (in questo modo si
elimina anche il sistema di eccitazione). In questo caso, se viene
utilizzato un raddrizzatore a diodi, nel collegamento in continua
del sistema di conversione viene posto un boost; esso ha lo
scopo di innalzare la tensione raddrizzata nei momenti in cui la
velocità del vento è relativamente bassa, in modo da assicurare
una 𝑉𝑑𝑐 di valore sufficiente.

Le macchine elettriche utilizzate nei generatori eolici sono: Generatori asincroni, realizzati o con il rotore a
gabbia di scoiattolo o con il rotore avvolto. Direttamente connessi alla rete e funzionanti quindi a velocità
costante, oppure, connessi alla rete mediante un convertitore in modo da funzionare a velocità variabile. Il
convertitore può essere collegato al circuito di statore, ma preferibilmente viene collegato sul circuito di rotore
(macchina asincrona a doppia alimentazione). Generatori sincroni: sono realizzati o con magneti permanenti o
con il rotore avvolto e sono collegati alla rete mediante un convertitore in modo da poter funzionare a velocità
variabile. Nuova tecnologia per utilizzo senza gear-box che consente accoppiamento diretto lato turbina detto
direct drive technology. Le variazioni delle condizioni del vento avvengono su tempi lunghi rispetto alle costanti
di tempo caratteristiche dei generatori e per la regolazione del sistema si può fare riferimento alla caratteristica
elettromeccanica dei generatori a regime.

Generatore asincrono con connessione diretta: La macchina asincrona a gabbia di scoiattolo funziona da
generatore per velocità di rotazione superiori a quella si sincronismo: 𝑛 = 60𝑓/𝑝
(p= numero di coppie di poli). La regione di funzionamento stabile permette variazioni di velocità piccole (s=2%)
rispetto alla velocità di sincronismo. Il generatore asincrono assorbe potenza reattiva di tipo induttivo. Il
compensatore di potenza reattiva è un banco di condensatori che riduce la potenza reattiva assorbita dalla rete.
A causa del magnetismo residuo il generatore asincrono può autoeccitarsi (fenomeno che gli permette di
operare alimentando un carico isolato ma è da evitare per problemi di sicurezza nel collegamento alla rete).
Durante la fase di avviamento il generatore asincrono si comporta da motore ed assorbe una corrente di spunto
sensibilmente maggiore di quella nominale. Il «soft starter» è un dispositivo per ridurre la corrente
all’avviamento. Una alternativa è collegare alla rete il generatore solo dopo che il vento lo ha portato alla
velocità di sincronismo (per fare ciò è necessario avere il controllo dell’angolo di pitch).

Quando la macchina asincrona ha il rotore avvolto, mediante un collettore ad anelli si può collegare in serie agli
avvolgimenti di rotore una stella di resistori (reostato) la cui resistenza viene controllata elettronicamente. È
così possibile ridurre le correnti di spunto e variare leggermente la velocità di rotazione (s = 0-10 %).

Generatore asincrono connesso alla rete mediante un convertitore:


Mediante l’introduzione di un convertitore elettronico è possibile disaccoppiare la frequenza del generatore da
quella della rete, consentendo alla turbina di operare alla velocità di massimo rendimento.
Il convertitore (back-to-back PWM) permette il controllo della potenza reattiva.

Generatore asincrono a doppia alimentazione: Alimentando il rotore, collegandolo alla rete mediante un
convertitore, si può controllare la frequenza delle correnti di rotore; si può quindi controllare la velocità di
rotazione del rotore (e di conseguenza della turbina) con una variazione massima di circa il ± 30 % della velocità
di sincronismo. È possibile fare funzionare la macchina asincrona a doppia alimentazione da generatore anche a
velocità minori di quella di sincronismo (in tali condizioni il rotore assorbe potenza dalla rete mentre eroga
potenza alla rete quando la macchina opera da generatore a velocità supersincrona). È possibile controllare la
potenza reattiva.
Per un generatore asincrono a velocità variabile è preferita la soluzione del double fed (doppia alimentazione)
in quanto, anche se il campo di variazione della velocità è minore, risulta notevolmente minore (20-30 %) la
potenza che attraversa il convertitore e di conseguenza risultano notevolmente minori il suo costo e le sue
perdite.
Generatore sincrono, con rotore avvolto, connesso alla rete mediante un convertitore: La connessione diretta
del generatore sincrono alla rete non viene utilizzata perché, a causa della costanza della velocità, in condizioni
di violente raffiche di vento, il generatore viene sottoposto a sollecitazione meccaniche troppo elevate. Si
utilizza un convertitore back-to-back per controllare la frequenza del generatore sincrono al variare della
velocità del vento. Questa soluzione permette la maggiore variazione della velocità della turbina ed è quindi la
più efficiente per la realizzazione delle condizioni di massimo rendimento. Viene usato un convertitore per
controllare la corrente di eccitazione.

Generatore sincrono, con magneti permanenti, connesso alla rete mediante un convertitore:
Efficienza generatore sincrone > asincrono. La macchina con eccitazione mediante magneti permanenti può
essere realizzata con diametri sufficientemente grandi in modo da consentire velocità di rotazione del rotore
tali da consentire l’accoppiamento diretto del generatore sincrono alla turbina senza uso di riduttore di giri.

È possibile la realizzazione dell’accoppiamento diretto del rotore con il generatore eliminando il riduttore di giri.
Una centrale eolica è costituita da un numero elevato di generatori eolici che erogano potenza alla rete di
trasmissione in AT attraverso un unico punto di connessione. Normalmente i singoli generatori eolici sono
collegati in parallelo ad una rete locale in MT. Negli impianti onshore la rete locale è collegata alla rete in AT
mediante un trasformatore posto nella sottostazione della centrale. Negli impianti offshore, la rete locale viene
collegata alla sottostazione sulla terra ferma per mezzo di un cavo sottomarino in AT che può essere in corrente
continua o alternata. È possibile anche collegare i singoli generatori in parallelo ad una rete dc (MT) o in serie ad
una rete dc (AT).

Connessione alla rete elettrica di centrali offshore (HVAC): Quando si utilizza una connessione mediante un
cavo sottomarino HVAC è necessario introdurre dei sistemi per la compensazione della potenza reattiva.
(immagine a sinistra).

Connessione alla rete elettrica di centrali offshore (HVDC): Quando si utilizza una connessione con un cavo
sottomarino HVDC sono necessariamente presenti i convertitori (ac/dc in prossimità delle turbine offshore e
dc/ac onshore) che possono essere realizzati con la tecnologia VSC o LCC. (immagine a destra).

Esiste un valore limite della distanza del collegamento per la convenienza economica della connessione HVDC
rispetto a quella HVAC.
RIFASAMENTO

Introduzione con un riferimento del segnale sinusoidale, ricordando tramite schema il valore di picco, picco -
picco ed efficace. Inoltre, da ricordare che il valore efficace è dato dal rapporto del valore di picco fratto radice
di 2. Come si ottiene una corrente alternata in via teorica? Una spira di materiale conduttore rotante a
velocità uniforme immersa in un campo magnetico: la variazione nel tempo del flusso magnetico (d𝜙/dt)
concatenato con la spira produce una forza elettromotrice che mette in moto gli elettroni. Tale f.e.m. ha una
forma sinusoidale. Se tracciamo sullo stesso grafico in asse verticale oltre alla tensione V anche la corrente I,
vedremo due forme d’onda: quella della tensione e quella della corrente. Anche la forma d’onda della corrente
sarà sinusoidale se il carico è di tipo lineare. Non sarebbe sinusoidale se nel carico ci fossero componenti non
lineari (come ad esempio i diodi).

Cosa succede con carico resistivo? La corrente è in fase con la tensione (sfasamento NULLO). (img. Sinistra)

Cosa succede con carico induttivo? La corrente è in ritardo di 1/4 di periodo sulla tensione: 𝜙=360°/4=90. I in
ritardo su V. Lo sfasamento 𝝓 tra tensione e corrente è espresso in termini di angolo. Se le posizioni reciproche
di V e I si mantengono costanti allora 𝝓 costante anche variando la frequenza. (img. Centro)

Cosa succede con carico capacitivo? La corrente è in anticipo di 1/4 di periodo sulla tensione, 𝜙=360°/4=90, I in
anticipo su 𝑉. (img. Destra)

Cosa succede con carico misto? La corrente è sfasata rispetto alla tensione di una certa quantità 𝝓 che dipende
da quanto pesano, nel carico, le 3 componenti: resistiva capacitiva e induttiva.

Potenza in corrente continua: In corrente continua (DC) la potenza 𝑃 è il prodotto di tensione 𝑉 per corrente 𝐼.
Infatti, la potenza è la capacità di fare una certa quantità di lavoro nell’unità di tempo: 𝑉 è lavoro per unità di
carica e 𝐼 è quantità di carica che passa nell’unità di tempo quindi 𝑉 ∗ 𝐼 è lavoro su tempo.
Potenza in corrente alternata: In corrente alternata (AC) lo stesso concetto vale istante per istante quindi la
potenza istantanea l tempo t è il prodotto di tensione al tempo t per corrente al tempo t, ove V e I variano nel
tempo e sono sinusoidali:

𝑣(𝑡) = 𝑉𝑝 ∗ 𝑐𝑜𝑠(2𝜋𝑡/𝑇 )

𝑖(𝑡) = 𝐼𝑝 ∗ 𝑐𝑜𝑠(2𝜋𝑡/𝑇 + 𝜙)

Sostituendo 𝑉 e 𝐼 nel tempo si ha che:

𝑃(𝑡) = 𝑉 ∗ 𝑐𝑜𝑠(2𝜋𝑡/𝑇) ∗ 𝐼 ∗ 𝑐𝑜𝑠(2𝜋𝑡/𝑇 + 𝜙)

𝑉 e 𝐼 sono i valori di picco, T è il periodo, 𝜙 è lo sfasamento della corrente rispetto alla tensione e può essere:
positivo (corrente in anticipo sulla tensione – carico C), negativo (corrente in ritardo sulla tensione – carico L).
Se tensione e corrente in fase si ha stesso segno in ogni istante e quindi il loro prodotto è sempre >0. Se c’è uno
sfasamento allora nell’arco del tempo di un periodo, vi sono dei momenti in cui la potenza è negativa.
Come visto sopra per carichi puramente induttivi o puramente capacitivi, tensione e corrente sono tra loro
sfasate di 1/4 di periodo. Nei carichi puramente induttivi la corrente è 1/4 di periodo in ritardo rispetto alla
tensione. Nei carichi puramente capacitivi la corrente è 1/4 di periodo in anticipo rispetto alla tensione. In
ambedue i casi (carico puramente induttivo o capacitivo, ϕ=±90), la potenza istantanea è una sinusoide a
frequenza doppia in cui la parte negativa è uguale a quella positiva e pertanto la potenza va avanti e indietro,
cioè, rimbalza tra generatore e carico. La potenza media scambiata tra generatore e carico è zero. Ma la
corrente comunque è presente e quindi produce sulle linee elettriche delle perdite pari a 𝑅 ∗ 𝐼 2. Nel caso
generale (0<ϕ<90) una parte della potenza fluttua avanti e indietro tra generatore e carico. Potenza reattiva Q
si misura in VAr (voltampere reattivi). La potenza netta che viaggia da generatore verso il carico è chiamata
Potenza attiva P e si misura in W (watt).

La potenza apparente (S) è il prodotto della corrente per la tensione applicata. In base ad essa gli impianti
elettrici devono essere dimensionati. La potenza che assorbe l’apparecchio e che fornisce all’esterno come
lavoro o calore è minore di S e si chiama potenza attiva (P). La potenza scambiata con gli elementi reattivi
(induttanze-condensatori) è la potenza reattiva (Q). Importante è comprendere che La parte reattiva, misurata
in VAr (voltampere reattivi), è invece parassita, non produce lavoro, ma produce perdite e riscaldamenti nei
cavi. Si cerca di eliminarla effettuando il cosiddetto rifasamento del carico.

Potenza in alternata monofase: La somma di potenza attiva e reattiva è chiamata potenza apparente. Simbolo
S, unità di misura VA.

Potenza apparente: 𝑆 = 𝑉 ∗ 𝐼 = 𝑃 + 𝑗𝑄 [𝑉𝐴]

Potenza attiva: 𝑃 = 𝑉 ∗ 𝐼 ∗ 𝑐𝑜𝑠 (𝜙) [𝑊 ]

Potenza reattiva: 𝑄 = 𝑉 ∗ 𝐼 ∗ 𝑠𝑒𝑛(𝜙) [𝑉𝐴𝑟]

𝐶𝑜𝑠(𝜙) è definito “cosfi" o fdp Fattore di Potenza o PF (Power Factor). Il fattore di potenza indica la qualità di
sfruttamento della potenza a disposizione. Il fattore 𝑐𝑜𝑠(𝜙) è un numero che nei casi pratici può andare da
0 a 1. Vale 1 quando 𝜙 = 0, cioè quando lo sfasamento tra tensione e corrente è zero.
Calcolo della corrente in un Sistema Monofase: Data la potenza attiva (W) e il cosfi di una elettropompa
monofase vogliamo calcolare la corrente. Da 𝑃 = 𝑉 ∗ 𝐼 ∗ 𝑐𝑜𝑠(𝜙), ricavo 𝐼 = 𝑃 / [𝑉 𝑐𝑜𝑠(𝜙)]. Calcolo della
corrente in un carico monofase, utile per dimensionare cavi, salvamotori, fusibili.

Penale e fatturazione potenza reattiva: Il 𝑐𝑜𝑠(𝜙) ideale è 1. Il prelievo di energia reattiva pari al 33% dell’attiva
corrisponde a un 𝑐𝑜𝑠(𝜙) di 0,95. Se 𝑐𝑜𝑠𝜑 < 0,95 si paga la penale per ogni Kvarh prelevato in più rispetto al
limite imposto. Se l’energia reattiva è pari al 75% dell’attiva (𝑐𝑜𝑠(𝜙) < 0,8) la penale applicata è maggiore. Il
rifasamento può essere anche parziale fino a 0,95 induttivo, che è un buon valore. Con valori superiori si rischia
di avere un carico leggermente capacitivo che è proibito assolutamente.

Fasori: Qualsiasi grandezza sinusoidale può essere rappresentata graficamente mediante un vettore rotante
chiamato Fasore e disegnato come una freccia. Il fasore è un vettore che contiene due informazioni: intensità e
direzione. La lunghezza della freccia è proporzionale all’intensità. L’angolatura indica la fase. Come riferimento
per gli angoli si usa solitamente l’asse x (Est) e gli angoli positivi vengono misurati in senso antiorario. In questo
grafico, l’angolo di 𝑉 è 0° mentre quello di 𝐼 è -45° (o 315°). Lo sfasamento tra i due è 45°. Qualunque grandezza
può essere scelta come riferimento e disegnata a 0°. In questo caso 𝑉. Ciò che importa è lo sfasamento
reciproco tra le grandezze.

Rifasamento: Il rifasamento di un carico serve a ridurre la potenza reattiva e consiste nel rimettere il più
possibile in fase corrente e tensione, cioè a ridurre il loro sfasamento reciproco in modo da minimizzare la
potenza reattiva. Per rifasare un carico di tipo resistivo-induttivo come, ad esempio una elettropompa (corrente
in ritardo rispetto alla tensione), semplicemente aggiungiamo un’opportuna quantità di condensatori in
parallelo al motore, in modo da riportare la corrente I il più possibile allineata con 𝑉 quindi con 𝜙 piccolo vicino
a zero. 𝐼𝑡 data da somma vettoriale di 𝐼𝑚 e 𝐼𝑐 . Per calcolare il condensatore si può partire dalla corrente 𝐼𝑐 o
dalla potenza reattiva di tipo capacitivo da aggiungere. Qui parto da 𝐼𝑐 e uso solo i moduli:

𝐼𝑐 = 𝑉/𝑍𝑐

1
𝑍𝑐 = ove 𝜔 = 2𝜋𝑓 = 314
𝜔𝐶

𝐼𝑐 = 𝑉 ∗ 𝜔𝐶

da cui si ricava il valore di C:

𝐼𝑐
𝐶= [𝑓𝑎𝑟𝑎𝑑, 𝐹]
𝑉∗𝜔
Impianti elettrici, sistema trifase:

Sia gli alternatori che i motori trifase hanno tre avvolgimenti che
possono essere collegati in due modi distinti: a stella (Y) e a triangolo
(∆). Nel collegamento a stella, ciascuno dei tre avvolgimenti ha uno dei
2 poli in comune con gli altri. Tale polo è detto Centrostella o Neutro.
Gli altri 3 poli sono le fasi denominate R S T o 𝐿1 𝐿2 𝐿3. Nel sistema
europeo se misuriamo con un multimetro in alternata le tensioni tra
ciascuna delle fasi e il centrostella o neutro, leggeremo 230V. Le
tensioni delle tre fasi 𝐿 1 𝐿2 𝐿3 rispetto al neutro N si chiamano tensioni
stellate o di fase e si indicano con la lettera E. Se le tre tensioni sono uguali, il sistema è detto simmetrico . Se in
Europa misuriamo le tensioni tra due fasi qualsiasi in B.T. leggeremo 400V. Queste tensioni si chiamano tensioni
concatenate e si indicano con la lettera 𝑉 o 𝑈. La tensione concatenata 𝑉 si ottiene, per le proprietà dei
triangoli equilateri, moltiplicando la tensione stellata 𝐸 per √3.

Per quanto riguarda il collegamento a triangolo, il collegamento dei generatori è normalmente a triangolo e così
anche i trasformatori sul lato in cui non bisogna avere un riferimento a terra. In prossimità delle utenze è a
stella per mettere il centrostella a terra. Il Neutro è utile per potere alimentare utenze monofase.

La potenza e corrente in un sistema trifase simmetrico ed equilibrato si ha che:

𝑃𝑎 = 𝑃𝑎1 + 𝑃𝑎2 + 𝑃𝑎3 = 3 ∗ 𝐸 ∗ 𝐼 ∗ 𝑐𝑜𝑠(𝜙) = √3 ∗ 𝑉 ∗ 𝐼 ∗ 𝑐𝑜𝑠(𝜙)

da cui:

𝐼 = 𝑃 / [3 ∗ 𝐸 ∗ 𝑐𝑜𝑠(𝜙)] = 𝑃 / [√3 ∗ 𝑉 ∗ 𝑐𝑜𝑠(𝜙)]

Dove 𝑃 è la potenza attiva e si misura in W, 𝐸 è la tensione di fase o stellata (es. 230V in BT), 𝑉 è la tensione
concatenata (es. 400V in BT).
Vantaggi dei sistemi Trifase:
Tre carichi monofase, 6 fili con resistenza R, la potenza persa nel trasporto è 6 ∗ 𝑅 ∗ 𝐼 2 . Invece se ho tre carichi
trifase 3 fili ciascuno con resistenza R, la potenza persa nel trasporto è: 3 ∗ 𝑅 ∗ 𝐼 2 quindi il 50%. Ma, usando la
stessa quantità di rame dell’esempio precedente per le linee, si dimezza R e le perdite scendono al 25% del
sistema monofase. Quindi il sistema trifase a parità di corrente riduce le perdite del 75%. Un altro vantaggio è il
campo magnetico rotante ottimale per i motori. La maggior parte dei rifasatori è trifase perché i carichi e i
consumi più alti sono prevalentemente trifase. Inoltre, quasi tutti i carichi da rifasare sono parzialmente
induttivi (motori) quindi il rifasatore è formato molto spesso da condensatori (più raramente da induttori).

Rifasamento automatico: Il rifasatore ha un controller che inserisce o disinserisce i condensatori per tendere ad
ottenere un 𝑐𝑜𝑠(𝜙) il più possibile alto (vicino a 1). Un valore di 0,95 induttivo è considerato buono. Sono
vietati carichi capacitivi, cioè con corrente in anticipo. Un controller “a 5 gradini” inserisce o disinserisce fino a 5
banchi di condensatori.

L’unica differenza tra rifasatore mono e trifase è che nel trifase i condensatori sono a gruppi di 3 collegati in
parallelo al carico (di solito a triangolo).

Installazione: I condensatori vengono inseriti o esclusi mediante dei contattori. Sono presenti anche delle
resistenze o impedenze che limitano la corrente di picco nei condensatori. Tra i guasti più frequenti: lo
sfiammamento dei contatti dei contattori e l’esplosione dei condensatori. Il rifasatore deve essere installato in
parallelo al carico da rifasare. Il rifasatore usa un TA o CT (Trasformatore Amperometrico o Current Transformer)
come sensore di fase della corrente che deve essere installato a monte sia del rifasatore che del carico. Il TA nel
caso di sistemi trifase deve essere inserito nella fase indicata dal costruttore ad es. 𝐿 1. Importante è ricordare
che la corretta installazione del TA è a monte dell’inserzione del parallelo.

Come calcolare l’installazione di un rifasatore automatico (esercitazione): Per acquistare un rifasatore bisogna
dimensionarlo, cioè, calcolare la potenza reattiva massima 𝑄𝑟 . Normalmente non si fa un rifasamento totale a
𝑐𝑜𝑠(𝜙)=1 ma parziale a 𝑐𝑜𝑠(𝜙)=0,95 (è più economico e non rischi di rendere il carico capacitivo). La formula
per calcolare la potenza reattiva necessaria ad effettuare un rifasamento parziale dal valore iniziale 𝑐𝑜𝑠(𝜙𝑖 ) a
quello finale 𝑐𝑜𝑠(𝜙𝑓 ) è:

𝑄𝑟 = 𝑃 ∗ [𝑡𝑎𝑛𝑔 (𝜙𝑓 ) − 𝑡𝑎𝑛𝑔 ( 𝜙𝑖 )] [𝑘𝑉𝐴𝑟]

Dove 𝑃 è la potenza attiva del carico, 𝑄𝑟 è la potenza reattiva da aggiungere al carico, cioè quella del rifasatore.
L’angolo 𝜙 si ricava (tranne il segno) dal 𝑐𝑜𝑠(𝜙) usando la funzione arcocoseno: 𝜙 = 𝑎𝑟𝑐𝑐𝑜𝑠 [𝑐𝑜𝑠 ( 𝜙)].
Se il pacco di condensatori non lavora alla tensione 𝑈𝑛𝑟 di progetto ma alla tensione 𝑈𝑛 , la potenza reattiva
erogata risulta inferiore (𝑄𝑟 ). Di conseguenza si deve scegliere un pacco di potenza maggior in un rapporto:
𝑈𝑛𝑟 2
𝑄𝑛𝑟 = 𝑄𝑟 ( )
𝑈𝑛

𝑄𝑟 = 𝑉 2 /𝑍𝑐 = 𝑉 2 𝜔𝐶

La capacità totale del rifasatore è:

𝐶 = 𝑄𝑟 / 𝜔𝑉 2

Se la calcolo con 𝑉𝑐𝑜𝑛𝑐𝑎𝑡𝑒𝑛𝑎𝑡𝑎 (=400V) è da collegare a triangolo. Se la calcolo con 𝑉𝑠𝑡𝑒𝑙𝑙𝑎𝑡𝑎 (=230V) è da
collegare a stella. La 𝐶 totale è poi da suddividere per 3 (per ogni fase se a stella, o per ogni coppia di fasi se a
triangolo).

Metodi di rifasamento: A seconda della “posizione nell’impianto” del pacco rifasante si distinguono tre metodi
di rifasamento: Rifasamento distribuito, Rifasamento per gruppi, Rifasamento centralizzato. Si possono anche
utilizzare metodi di rifasamento “misti”, cioè vie intermedie tra quelle su citate.

Rifasamento distribuito: Soluzione


migliore, permette di ridurre la potenza
reattiva richiesta alla rete di alimentazione
e di migliorare lo sfruttamento
dell’impianto. Soluzione piuttosto costosa
e risulta solitamente conveniente solo per
grossi carichi concentrati.

Rifasamento per gruppi: Consente un miglior


sfruttamento dei cavi per tutta la rete a valle del
punto di collegamento del condensatore. Si utilizza
solo quando è possibile suddividere l'impianto in
gruppi di utilizzatori con caratteristiche di
funzionamento omogenee, adoperando un'unica
batteria di condensatori.

Rifasamento centralizzato: Sistema più


economico e migliore in efficienza se
installato in impianti in cui si ha un
assorbimento costante di potenza
reattiva. Nascono problemi se vi è la
possibilità di avarie ad un carico: rete
subisce un surplus di energia reattiva
proveniente dal pacco di condensatori.
TRASMISSIONE DELLA ENERGIA ELETTRICA
Energia elettrica, prodotta in centrali di norma ubicate lontano dai centri abitati, deve essere trasportata fino ai
centri di consumo e distribuita poi alle utenze. Per avere elevato rendimento di trasmissione bisogna ridurre le
perdite:
- Per effetto Joule prodotte dalla corrente di linea, 𝑃 = 𝑅𝐼 2 (R resistenza di linea)
- Per effetto corona prodotte dalla tensione di linea. L’effetto corona è quel fenomeno dove la corrente fluisce
tra un conduttore a una determinata tensione e un fluido circostante come l’aria, si manifesta quando si ha una
differenza di potenziale tale da generare la ionizzazione del fluido circostante.

Per tensioni < 500kV si ha che 𝑃𝐽𝑜𝑢𝑙𝑒 >> 𝑃𝑐𝑜𝑟𝑜𝑛𝑎 . A parità di potenza trasmessa, se 𝑉 aumenta, diminuisce 𝐼 e
dunque si avrà una diminuzione di 𝑃𝑗𝑜𝑢𝑙𝑒 .

Valori standard europei per la trasmissione sono 400-380 kV per AAT; 220-150 kV per AT. In Italia i valori
utilizzati per la trasmissione sono di (132), 220, 380 kV, intesi come valore della tensione concatenata. In alcuni
Paesi esteri, a causa di distanze maggiori, talvolta si usano valori ancora maggiori (in Canada anche 765 kV). La
rete a 380 kV è stabilmente interconnessa a livello Europeo, ciò migliora stabilità e affidabilità di rete (in pratica
è un'unica rete di potenza pari alla somma di tutte le potenze delle reti dei vari Paesi; pertanto, un'eventuale
perdita di un generatore è meno problematica). Inoltre, sulle reti che connettono l’Italia con i Paesi confinanti,
transita l’energia che viene acquistata dall’estero. Ovviamente l’insieme di queste reti è interconnesso in svariati
punti, tramite l’impiego di opportuni trasformatori. Tali punti prendono il nome di stazioni primarie. ENTSO-E
European Network of Transmission System Operators for Electricity è un’associazione di 43 operatori di reti di
trasmissione (TSO) di 36 paesi europei.

Nelle sottostazioni/cabine primarie, di regola sono contenute tutte le apparecchiature di manovra e controllo, e
possono coesistere sistemi a diversa tensione, per esempio linee a 220 e 380 kV con interconnessione (caso
delle sottostazioni), possono inoltre essere presenti svariate linee in media tensione per la distribuzione M.T.
locale (cabine primarie). Le utenze più grosse (stabilimenti industriali, acciaierie, carichi comunque imponenti)
possono essere alimentati direttamente in alta tensione (fino a 220 kV). Ovviamente devono fornire certe
garanzie tecniche. Le linee di trasmissione sono di regola realizzate con elettrodotti, cioè conduttori nudi,
sospesi tramite isolatori a tralicci metallici; l’utilizzo di cavi sotterranei è poco praticato sopra i 132 kV, a causa
delle difficoltà tecniche e dei costi esorbitanti che comporta con il crescere della tensione. Le linee A.T. sono
alimentate con trasformatori con avvolgimento A.T. collegato a stella, con centro stella collegato a terra. Ad
oggi, dato l’assorbimento di potenza elevato, nelle grandi città si entra con cavi sotterranei a 132 ed anche 220
kV, e le cabine sono di tipo “blindato in SF6”, al fine di poterle realizzare negli spazi ristretti disponibili in città.
Praticamente l’unica struttura appariscente risulta essere il trasformatore A.T.-M.T.
DISTRIBUZIONE

La distribuzione è realizzata per mezzo di una infrastruttura di rete capillare che arriva fino nelle sedi degli
utenti. Le reti di distribuzione in MT (tra 10 e 20 kV) e BT (di norma 400 V) costituiscono il mezzo attraverso cui
le utenze sono alimentate in MT o direttamente in BT. Presso le utenze alimentate in MT è necessaria una
cabina di trasformazione MT/BT in quanto i carichi operano di norma in BT. La direttiva ENEL DK 5600 chiarisce
che la scelta della tensione di alimentazione non è strettamente correlata alla potenza elettrica (sopra 100 kW
di norma MT) ma deve essere valutata caso per caso. La rete di distribuzione deve garantire:

- Qualità della tensione (definita da costanza della frequenza e del suo valore), purezza della forma d’onda
(mancanza di armoniche di entità non trascurabile), assenza di squilibri.
- Continuità, cioè continua disponibilità dell’energia elettrica, caratterizzazione della qualità del servizio.
- Elasticità, possibilità di ampliamenti per aumenti di carico e acquisizioni di nuove utenze.
- Gestione semplice ed economica.

Classificazione reti MT e BT di distribuzione:

RETI RADIALI: L’elemento base è il punto di consegna in MT (centro di


alimentazione) da cui partono le linee principali a cui sono poi connesse le
diramazioni. I guasti posso essere individuati facilmente. Interruzione
della fornitura in caso di malfunzionamento sia della linea che delle
apparecchiature di manovra e protezione.

RETI AD ANELLO (es. rete MT in zone con densità di carico elevata):


Carico alimentato da 2 lati con rete che assume forma chiusa.
Minori variazioni di tensione al variare dei carichi. Maggiore
sicurezza di alimentazione per l’utilizzatore. Maggior costo di
impianto e di calcolo correnti nei tronchi e protezioni. A più anelli
viene detta «rete magliata».

Linee MT: si dipartono dalle cabine primarie, vale a dire strutture nelle quali arriva un’alimentazione AT e,
tramite un trasformatore, viene prodotta la MT che alimenta le linee in uscita. La distribuzione MT di regola è
realizzata mediante cavi nei centri abitati, ed in elettrodotto in zone rurali. I cavi MT vengono ricoperti da
plastica rossa per renderli più evidenti nel caso di operazioni di scavo. Ogni linea MT andrà ad alimentare o
un’utenza MT (stabilimenti, grossi centri residenziali), oppure ad alimentare le cabine pubbliche MT–BT, che si
possono facilmente vedere in città. Le linee MT sono alimentate da trasformatori connessi (secondario) a
triangolo o centro stella isolato, e quindi non connesse a terra in alcun punto.

È presente un trasformatore MT‐BT con secondario connesso tipicamente a stella, in modo da poter alimentare
un sistema di distribuzione a 4 fili, il quale viene portato nei punti di fornitura all’utente (illuminazione stradale,
piccole industrie, esercizi commerciali, utenze domestiche). Le linee BT moderne sono di regola realizzate in
cavo (insieme di conduttori raggruppati, ognuno isolato separatamente), che può essere posato in modi diversi:
in canaletta murata, in canaletta interrata e sospeso con fune portante, etc. Per la distribuzione all’interno di
impianti industriali vengono utilizzate le cosiddette blindosbarre, che sono delle strutture prefabbricate in
lamiera metallica, che contengono sbarre conduttrici nude, isolate tra loro e dalla canaletta metallica; tali
strutture costituiscono moduli standardizzati (lineari, angolari, derivazioni, etc.) e permettono la veloce
realizzazione e modifica di impianti di distribuzione interna.
Le norme dispongono che il colore del rivestimento isolante dei cavi di bassa tensione deve corrispondere alla
funzione assegnata al cavo: Conduttore di protezione, di terra, equipotenziale di colore giallo‐verde, conduttore
di neutro di colore blu chiaro e fasi di colore nero, marrone, grigio, bianco.
COMPONENTI DEGLI IMPIANTI ELETTRICI DI TRASPORTO E DISTRIBUZIONE

Linee elettriche: Sono costituite da più conduttori mutuamente isolati che si sviluppano parallelamente per
connettere apparecchiature elettriche (generatori, trasformatori, carichi). Sono impiegati per sistemi elettrici di
potenza e sistemi elettrici di segnale. Le tipologie variano a seconda del numero di conduttori: linee bifilari,
linee unifilari e linee a 3 o 4 fili; a seconda dell’isolamento: Linee aeree (conduttori nudi distanziati. Linee di
trasmissione), linee in cavo (conduttori dotati di guaine isolanti. Di norma le linee di distribuzione in BT e MT); a
seconda delle estensioni: fino a varie centinaia di km nei grandi elettrodotti per la trasmissione dell’energia.

Linee elettriche AEREE (trasmissione AT 132-220 kV; AAT 380-400 kV):


Conduttori riferiti al potenziale di terra per protezione
della linea (tramite effetto gabbia di Faraday) dai fulmini.
Realizzano isolamento dei conduttori dai tralicci tramite
sostegni in materiale ceramico o vetro temperato. Il
conduttore nudo è una «corda» (filo intrecciato) a 7,19,37
o 61 fili per maggiore flessibilità nella posa in opera. I fasci
di conduttore sono per ogni fase e devono essere
opportunamente distanziati. Le funi di guardia sono
conduttori non alimentati che hanno un effetto di
schermatura. Il materiale è in alluminio che in peso e costo
è minore del rame, però è più delicato e la conducibilità
elettrica è minore. Ha una scarsa resistenza a flessione
(dispositivi rinforzo nei punti di attacco) maggiore facilità di fusione in caso di arci elettrici necessita quindi
maggiore distanza tra i conduttori. Utilizzo acciai per migliorare le caratteristiche meccaniche dell’Alluminio:

- Conduttori bimetallici→ fili acciaio zincati e cordati con, intorno, fili di Alluminio cordati, acciaio all’interno
conferisce resistenza meccanica senza schiacciare l’Alluminio. Alluminio all’esterno perché per effetto «pelle» la
corrente tende a passare all’esterno sfruttando la maggiore conducibilità dell’Alluminio.

- Conduttori in lega di alluminio→ più utilizzata aldrey 98.8% Al, 0.25% Fe, 0.6% Si, 0.45% Mg. Trattamento
termico per migliorare le caratteristiche meccaniche dell’Alluminio. Per AT è utilizzato un solo conduttore per
fase elettrica. Per AAT adottati conduttori a fascio, cioè più conduttori Alluminio-acciaio in parallelo per
ciascuna fase, 3 conduttori (trinato) collegati tra loro da opportuni distanziatori o 2 conduttori (binato). Singolo
conduttore composto da una corda alluminio-acciaio formata da (nel caso di TRINATO): 19 fili di acciaio con
diametro ciascuno di 2,1 mm e complessivo del fascio di 10,5 mm, 54 fili all’esterno di alluminio con D = 3,45
mm ciascuno e con D complessivo del conduttore di 31,5 mm (la configurazione del binato è tale che D totale
sale a 40,5 mm).
In generale vengono impiegati conduttori nudi sospesi mediante supporti isolati detti isolatori a pali o tralicci.
Per quanto riguarda la distanza fra conduttori e altezza minima devono garantire la tenuta dielettrica nelle
condizioni atmosferiche più sfavorevoli.

La fune di guardia collega l’estremo superiore dei tralicci ed è equipotenziale con essi e con il terreno e serve a
proteggere l’elettrodotto dalle scariche atmosferiche. Sempre sulle funi di guardia è importante sapere che
ciascuna fune di guardia (in acciaio – norma CEI 7-2 - o acciaio rivestito di alluminio – CEI 7-11) crea
inferiormente un settore cilindrico di angolo π /3 di protezione. I conduttori sono posti quindi al di sotto della
fune di guardia in modo da esse all’interno di tale settore. Migliora anche la messa a terra dei sostegni.

Gli isolatori collegano meccanicamente isolando elettricamente connettore nudi rispetto ai sostegni. Materiale:
ceramico o vetro temprato che ha ottima rigidità dielettrica e adeguata resistenza meccanica e alla dilatazione.
Due tipologie di isolatori: rigidi in vetro e con limite di applicazione la media tensione e sospesi del tipo a
«cappa e perno», in ceramica e per alte e altissime tensioni. I primi sono a forma a campana. Superiormente è
presente una scanalatura in cui è fissato il conduttore. Realizzati in un unico pezzo di materiale (vetro) isolante
fino a 1 kV o più pezzi cementati tra loro per consentire l’aumento della distanza tra le parti a differente
tensione richiesto per tensioni > 1kV, ciò per evitare imperfezioni (causa di cariche locali) in un unico «grande»
pezzo di isolante. Oltre le MT le dimensioni necessarie darebbero origine a un elemento troppo ingombrante.
Quelli a cappa sono formati da una cappa: collega l’isolatore al sostegno o a un isolatore superiore. Perno:
agganciato al conduttore o a isolatore inferiore. Tra cappa e perno disposto un unico materiale isolante (di
norma ceramico). All’aumentare della tensione, l’isolamento tra parti a diversa tensione (es. sostegno e
conduttore) è garantito non aumentando le dimensioni del singolo isolatore, ma disponendo in serie più
elementi detta catena di isolatori, per migliorarne le prestazioni sono inseriti nella parte inferiore e superiore
rispettivamente un anello metallico (anello di guardia) e corna metalliche «spinterometriche».

Linea aerea 220 kV con isolatori di sospensione in vetro:


- Linee aeree 380 kV: Palificazione con tralicci di tipo a portale e a Y. Ciascuna fase è costituita da 3 (trinato) o 2
(binato) conduttori collegati tra loro da distanziatori a una distanza di 40 cm. Ciascun conduttore è costituito da
una corda di alluminio-acciaio con le caratteristiche già discusse. Principali caratteristiche elettriche: Tensione
nominale 380-400 kV, frequenza nominale 50 Hz, intensità di corrente nominale 1500 A (per fase), potenza
nominale 1000 MVA (per terna).
- Linee aeree a 220 kV e a 132-150 kV: Palificazione con sostegni a traliccio a tronco piramidale, ciascuna fase
costituita da 1 conduttore formato da una corda alluminio-acciaio con diametro di 31,50 mm. Principali
caratteristiche elettriche: Tensione nominale 220kV (132-150 kV) in corrente alternata, frequenza nominale 50
Hz, intensità di corrente nominale 500 A (per fase), potenza nominale 200 MVA (120-130 MVA) per terna.

Palificazione in cemento armato o legno. ciascuna fase costituita da 1 conduttore che può essere sia a filo unico
che a «corda» per maggiore flessibilità e facilità di posa in opera. Conduttori nudi distanziati e isolati dai
sostegni tramite uso di «isolatori». Garantiscono connessione meccanica al sostegno e isolamento elettrico.
Distanza tra i conduttori e questi verso la massa α tensione della linea. Usati di norma isolatori rigidi (tensione
NON superiore ai 20-30 kV). La linea assume andamento a «catenaria»: luogo dei punti lungo cui si dispone una
fune pesante, omogenea, inestensibile e perfettamente flessibile, sospesa ai suoi estremi e soggetta
unicamente al proprio peso.
Riferimenti normativi in materia di campi elettromagnetici generati da linee aeree di trasmissione in AAT e AT:
International Commission on Non-Ionizing Radiation Protection (ICNIRP), Organismo non governativo di esperti
scientifici indipendenti riconosciuto dall’OMS, 1 commissione principale di 4 membri + 4 commissioni
permanenti(Epidemiologia, Biologia, Dosimetria, Radiazione Ottica). Sede in Germania. ICNIRP elabora linee
guida, costantemente aggiornate, che raccomandano i limiti di esposizione alle grandezze elettromagnetiche,
per evitare danni alla salute della popolazione esposta. Livelli di riferimento raccomandati per linee elettriche
alla frequenza di rete di 50 Hz: Campo elettrico 5 kV/m (valori efficaci), Campo magnetico 200 μT (valori efficaci)
Sulla base di tali valori i singoli Stati promulgano normative che definisco i valori massimi. In Italia, la legge n. 36
del 22/02/2001 e il successivo D.P.C.M. dell’8/07/2003 introduco i seguenti limiti di esposizione: Campo
elettrico 5 kV/m (valori efficaci), Campo magnetico 100 μT (valori efficaci).

Linee elettriche in CAVO:


Possono essere aeree (per linee BT in zone extraurbane e rurali) o interrate. Cavo costituito da uno o più
conduttori, isolati da uno o più strati di materiale dielettrico, e provvisti di uno o più rivestimenti di protezione
per resistere alle azioni meccaniche (possono essere usati in ambienti con presenza di cose e persone senza
produrre danni e pericolo).

Sono usati fino a qualche centinaio di kV e per estensioni L minori di poche decine di km. Le guaine sono o in
gomma sintetica, polietilene o PVC. Se manca protezione allora si dispone di corde elettriche isolate con posa in
cavidotti. Avvolgimento con nastro o armatura conduttrice (cavi schermati). Singolo conduttore a filo unico o
più fili riuniti insieme per aumentare flessibilità nella posa. Specifiche caratteristiche per posa in ambiente
umido o immersi.
Specifiche tecniche: Sezioni unificate da frazioni di mm2 a centinaia di mm2, tensioni di esercizio per cavi BT, MT,
AT, AAT (di raro impiego). Tensioni nominali di isolamento con valori efficaci (kV) della tensione max applicabile
tra conduttore e la terra e fra 2 conduttori, alla frequenza nominale e per un tempo indefinito.
Circuito equivalente LINEA MONOFASE:
Parametri di linea:
- Resistenza elettrica = resistenza opposta dai conduttori alla circolazione di corrente, caduta di tensione lungo
la linea, conseguente perdita di potenza attiva per effetto Joule.
- Reattanza induttiva = tensioni indotte nei vari punti della linea per effetto di auto e mutua induzione, caduta di
tensione lungo la linea (per carattere conservativo campo magnetico), No perdita di potenza attiva.
- Conduttanza = correnti di dispersione tra conduttori e conduttore-massa (correnti trasversali) per non perfetto
isolamento, diminuzione corrente lungo la linea, perdita potenza attiva.
- Suscettanza capacitiva = capacità parassite tra i conduttori della linea, diminuzione corrente lungo la linea, NO
perdita potenza attiva (per carattere conservativo del campo elettrico.

No parametri concentrati, interessano l’intera linea, no modello a parametri concentrati, ma a costanti


distribuite.

Le differenze tra impedenza e ammettenza è che l'impedenza (proprietà del materiale), come dice il nome,
ostacola al circolo della corrente, al contrario, l'ammettenza facilità il circolo di corrente, 𝑌 = 1 / 𝑍. Inoltre:

𝑍 = 𝑅 + 𝑗𝑋 (𝑂ℎ𝑚)

𝑌 = 𝐺 + 𝑗𝐵 (𝑆)

𝑅 è la resistenza, 𝑋 la reattanza, associata a fenomeni di accumulo dell’energia;

𝑋 = 𝑋𝐿 − 𝑋𝐶 ;

𝑋𝐿 = 𝜔 𝐿;

𝑋𝐶 = −1/ 𝜔𝐶.

𝐺 è la conduttanza (Siemens, S): attitudine di un conduttore a essere percorso da corrente, quindi:

𝐺 = 𝑅 / (𝑅2 + 𝑋 2 )

B è la suscettanza:

𝐵𝐿 = − 1/ 𝜔 𝐿 (< 0) induttiva
𝐵𝐶 = 𝜔𝐶 (> 0) capacitiva

Quindi
𝐵 = − 𝑋 / (𝑅 2 + 𝑋 2 )

Si denota il circuito a costanti concentrate se si considera un tratto di lunghezza molto piccola, è possibile
approssimare tale tratto a un circuito a costanti concentrate.
𝑟’, 𝑙’, 𝑔’ e 𝑐’ sono i parametri elettrici per unità di lunghezza.
𝑟’ è la resistenza per unità di lunghezza che modella le perdite per effetto Joule. 𝑔’ è la conduttanza trasversale
che modella le eventuali perdite nel dielettrico isolante. 𝑙′ è l’induttanza per unità di lunghezza. 𝑐’ è la capacità
per unità di lunghezza.

𝑅𝐿 = 𝑟 ′ 𝐿 𝑋𝐿 = 𝜔 𝑙 ′ 𝐿

1
𝑋𝐶 = 𝐺𝐿 = 𝑔′ 𝐿
𝜔𝑐 ′ 𝐿

La conduttanza 𝐺𝐿 (𝐼̅𝐺 ) e la suscettanza 𝐵 (𝐼̅𝐵 ), in parallelo, producono l’ammettenza trasversale 𝑌 = 𝐺 + 𝑗𝐵,


𝐼̅𝐵 + 𝐼̅𝐺 = 𝑌̅̅̅̅
𝑉2 = ( 𝐺 + 𝑗𝐵 ) 𝑉̅1

Per lunghezze < 100km e tensioni fino a 35 kV, la corrente derivata 𝐼̅𝐵 + 𝐼̅𝐺 può essere
trascurata. Nelle linee aeree MT-BT a frequenza 50 Hz, 𝑋𝑐 e 𝐺𝐿 sono trascurabili. Nelle
linee in cavo MT-BT a frequenza 50 Hz, per estensioni modeste 𝑋𝑐 e 𝐺𝐿 sono
trascurabili.

Circuito equivalente di linea BT-MT e caduta di tensione sulla linea:

𝑝𝑜𝑡𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑎𝑝𝑝𝑎𝑟𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑃̅ = 𝑉̅1 𝐼̅∗ = 𝑃1 + 𝑗𝑄1

𝑉̅𝑜 = 𝑉̅1 + (𝑅𝐿 + 𝑗𝑋𝐿 ) 𝐼 ̅

Δ𝑉 = 𝑉𝑜 − 𝑉1
𝑉𝑜 − 𝑉1
Δ𝑉% = 100
𝑉1

Vediamo la rappresentazione del diagramma vettoriale di linea BT o MT con carico induttivo: 𝑉1 = ̅̅̅̅
𝑂𝐴

Δ𝑉 = ̅̅̅̅
𝑂𝐷 − ̅̅̅̅
𝑂𝐴 ≈ ̅̅̅̅
𝑂𝐶 − ̅̅̅̅
𝑂𝐴 = ̅̅̅̅
𝐴𝐶 = ̅̅̅̅
𝐴𝐵 + ̅̅̅̅
𝐵𝐶 = 𝑅𝐿 𝐼 𝑐𝑜𝑠φ + X L 𝑠𝑒𝑛𝜑

Il carico è alimentato da una linea di tipo ohmico-induttivo, si ha la corrente, rispetto alla tensione 𝑉̅1 , ritarda di
un angolo 𝜑.

𝑅𝐿 𝐼 𝑐𝑜𝑠𝜑 + 𝑋𝐿 𝐼 𝑠𝑒𝑛𝜑 𝑅𝐿 𝑃1 + 𝑋𝐿 𝑄1
Δ𝑉% = ∗ 100 = ∗ 100
𝑉1 𝑉12
Rendimento di linea BT o MT:
Parametri trasversali linea BT o MT trascurabili, si ha perdita di potenza dovuta solo a componente resistiva.
Potenza persa linea monofase equivale a 𝑃𝑝 = 𝑅𝐼 2, 𝑅 resistenza di fase e neutro di lunghezza complessiva 2𝑙;
𝐼 corrente di linea.
Potenza persa linea trifase equivale a 𝑃𝑝 = 3 𝑅𝐼 2, 𝑅 resistenza di 1 fase di lunghezza 𝑙 (la presenza del neutro
non ha effetto in quanto con corrente nulla-carico equilibrato; I corrente di linea.

Bilancio potenza: 𝑃𝑖 , 𝑃𝑢 potenze rispettivamente all’ingresso e all’uscita della linea.

𝑃𝑖 = 𝑃𝑢 + 𝑃𝑝

Potenza persa percentuale:

𝑃𝑝
𝑃𝑝 % = ∗ 100
𝑃𝑢

Rendimento di linea:

𝑃𝑢 𝑃𝑢 𝑃𝑢 (1 − η)
𝜂 = = → 𝑃𝑝 =
𝑃𝑖 𝑃𝑢 + 𝑃𝑝 η

Resistenza unitaria linee BT e MT:

Parametri trasversali linea BT o MT trascurabili. Parametri elettrici di interesse solo quelli longitudinali (𝑅, 𝑋𝐿 ) e
𝑟, 𝑥 per unità di lunghezza. Resistenza unitaria:

𝜌𝑇
𝑟=
𝑆

𝑆 = sezione dei conduttori della linea (in mm2), 𝜌𝑇 = resistività del materiale dei conduttori (in Ωmm2 /m). In
genere è nota la resistività a 20°C (Cu: 0,0178 Ωmm2 ; Al: 0,0284 Ωmm2) da cui si ricava 𝑟20 . È di interesse
conoscere “𝑟” alla temperatura di servizio T = massima temperatura ammessa in regime permanente, in
condizioni ordinarie con corrente pressoché costante. Nota 𝑟20 è possibile conoscere 𝑟𝑇 tramite le specifiche
relazioni lineari dei materiali di variazione della resistenza con la temperatura.
APPARECCHI DI MANOVRA E INTERRUZIONE

La gestione e la sicurezza di una rete elettrica è affidata a queste apparecchiature che devono provvedere a:
Realizzare manovre richieste dalle esigenze dell’utenza in condizioni di esercizio ordinario e far fronte in
maniera automatica ad anomalie di funzionamento che possono costituire pericolo per le cose o persone. I
sistemi AAT, AT e MT utilizzano separatamente sia interruttori che sezionatori.

Interruttori:
Apertura e chiusura di una linea sottocarico anche in condizioni di corto circuito. Un interruttore è
generalmente realizzato mediante due elettrodi: uno fisso ed uno mobile. Nella posizione di interruttore chiuso
l’elettrodo mobile è pressato contro l’elettrodo fisso. Nella posizione di interruttore aperto l’elettrodo mobile è
separato dall’elettrodo fisso da uno spessore di materiale isolante.

Durante il processo di apertura dell’interruttore, al momento del distacco dell’elettrodo mobile da quello fisso,
nasce un arco elettrico (𝐸 = 𝑉/𝑑 > 𝐾 = rigidità dielettrica del materiale isolante) che si estingue prima che
l’elettrodo mobile abbia raggiunto la posizione di fine corsa, corrispondente allo stato di interruttore aperto.
Esempio di interruttore in olio per MT:

Conseguentemente tra i 2 punti di interruzione si crea una sovratensione di manovra 𝑣𝑚 (𝑡) che si ottiene
dall’espressione nel dominio del tempo.

𝑑𝑖
𝑣𝑚 = 𝐿 − 𝑅𝑖 − 𝑣
𝑑𝑡
Il primo termine (differenziale) può essere quello predominante nei primi attimi successivi a chiusura e
apertura.

L’arco elettrico può arrivare a provocare la rottura del dielettrico interposto tra i
2 punti di interruzione. Si adottano accorgimenti che tendono a eliminare l’arco
elettrico (soprattutto in AAT, AT, MT). Contatto fisso e mobile possono essere
racchiusi in una camera di estinzione, riempita con sostanze (liquidi, es. olio, o
gas), oppure sottoposta all’azione di un campo magnetico che evita o limita lo
sviluppo dell’arco elettrico.
Problema dell’arco elettrico:
All’apertura di un contatto il campo elettrico presente può superare il valore di rigidità dielettrica del mezzo in
cui i contatti sono immersi. Si può innescare un arco voltaico che si può mantenere anche ad un successivo
aumento della distanza tra i contatti. Per effetto dell’arco il flusso di corrente non viene interrotto: viene a
mancare lo scopo dell’interruttore e la temperatura del plasma causa il danneggiamento del dispositivo. È
importante una rapida estinzione dell’arco.

Tipi di interruttori: In accordo al tipo di sostanza utilizzata nella camera di estinzione o di altro metodo
(soffiatura magnetica) utilizzato per l’inibizione o limitazione dell’arco elettrico:
-Interruttori in olio (olio raffredda, deionizza e quindi annulla arco elettrico),
-Interruttori ad aria compressa (estinzione dell’arco soffiando aria sui contatti),
-Interruttori ad esafluoruro di zolfo (SF6, ha proprietà di deionizzazione > di olio e aria che si riducono a contatto
con l’aria quindi camera di estinzione ermetica)
-Interruttori a soffio magnetico, es. in aria a deionizzazione magnetica - DEION (l’arco viene investito da un
campo magnetico perpendicolare, tende sempre più ad allargarsi, quindi a raffreddarsi e ad estinguersi).

Caratteristiche funzionali degli interruttori:


-Tensione nominale (𝑉𝑒 ): tensione che l’interruttore è in grado di sostenere indefinitamente nella posizione di
interruttore aperto.
-Tensione nominale di isolamento: tensione a cui è garantito l’isolamento dell’apparecchio.
-Corrente nominale: corrente che l’interruttore è in grado di sostenere indefinitamente nella posizione di
interruttore chiuso.
-Potere di interruzione: massima corrente (valore efficace se in corrente alternata) che l’interruttore è in grado
di interrompere ad una tensione superiore non oltre il 10% Ve.

Contattori:
Interruzione delle sole correnti di normale esercizio.
Sezionatori:
Interruzione della continuità elettrica (in modo visibile e stabile) in linee a vuoto (I=0), pur potendo essere e
rimanere in tensione.

Nella fase di interruzione del circuito si apre prima l’interruttore e poi il sezionatore. Sezionatori realizzano
l’apertura visibile di un circuito. Sono sempre abbinati ad un interruttore. Formati da: 2 elementi conduttori
mobili (parti attive), un supporto isolante per garantire l’isolamento del sistema e un organo di manovra
manuale o a motore che apre o chiude le parti attive. Nello stato aperto le parti attive devono essere a una
distanza tale che, in caso di sovratensione nel circuito, non si inneschi una scarica elettrica.
Norma riferimento per sezionatori in AAT e AT: IEC 62271-102.
I sezionatori possono essere di vari tipi: Sezionatori a coltello; Sezionatori a pantografo; Sezionatori rotativi.

Schema sezionatore in MT con lame a coltelli:

I sezionatori sono destinati ad interrompere la continuità elettrica per le sole linee a vuoto. Pertanto, sono
sempre inseriti a monte e a valle di un interruttore. I loro contatti, spesso del tipo a coltello, sono generalmente
visibili e forniscono, in tal modo, una sorta di assicurazione visiva sullo stato di apertura della linea.
Scaricatori: Componenti di protezione contro le sovratensioni transitorie (causa: manovre di apertura e di
chiusura nelle reti elettriche fulminazioni). Sono installati in prossimità delle apparecchiature da proteggere.
Negli schemi impiantistici sono indicati con i simboli:

Nella versione spinterometrica, alla catena di isolatori, sono aggiunti nella


parte inferiore e superiore rispettivamente un anello metallico (anello di
guardia) e corna metalliche «spinterometriche», costituite da 2 elettrodi
affacciati posti ad una certa distanza: uno di essi fa capo alla linea da
proteggere mentre l’altro è collegato direttamente a terra. Quando la
tensione di linea supera la rigidità dielettrica dell’aria interposta fra gli
elettrodi, si verifica un arco elettrico, che costituisce la via preferenziale
attraverso la quale si scarica la sovratensione: la distanza fra le punte
dipende dal valore della tensione per la quale si desidera che avvenga
l’innesco dell’arco.

Nelle linee AAT e AT sono utilizzati scaricatori a resistenza non lineare, realizzati
ponendo in serie uno scaricatore spinterometrico con una resistenza non lineare
ad ossido di Zinco (ZnO2). Quando si ha sovratensione tra i 2 elettrodi, si genera
l’arco e il resistore, grazie alla sua non linearità, mantiene praticamente costante
la tensione ai capi della protezione indipendentemente dalla corrente circolante.

Circuito scaricatore per sistemi a BT realizzati all’interno e con linee in conduttore isolato.

Componenti di protezione attiva e passiva: Es. interruttori automatici, salvavita, fusibili. (più avanti)
CABINE DI TRASFORMAZIONE AAT/AT e AT/MT E DISTRIBUZIONE MT/BT

Generalità stazioni elettriche

Le stazioni elettriche sono cabine di trasformazione MT/BT classificate in:


- Cabine pubbliche, di pertinenza del distributore, alimentano utenze private in corrente alternata (monofase
230 V, trifase 200 V); di tipo urbano (in muratura) o rurale (anche sui pali MT).
- Cabine private, di proprietà dell’utente per l’alimentazione di utenze civili (ospedali, scuole) o industriali.
L’utente mette a disposizione del distributore un apposito locale per l’installazione di tutte le apparecchiature
necessarie al punto di consegna e misura (gruppi di misura, relativi trasformatori, apparecchiature di manovra
di competenza del distributore).

Inoltre, vengono classificate anche in:


1. Stazioni di trasformazione, AAT/AT o AT/MT, trasformano la tensione dei sottosistemi elettrici consentono di
avere in ogni punto del sistema di trasmissione il valore più opportuno di tensione.
2. Stazioni di smistamento, ripartiscono l’energia elettrica tra vari sistemi, tutti alla stessa tensione.
3. Stazioni di conversione, trasformano la forma d’onda della tensione, ad es. da alternata a continua come
avviene in apposite stazioni delle ferrovie dello stato.
4. Stazioni di rifasamento, effettuano il rifasamento degli impianti al fine di rispettare i limiti di cosϕ come da
normativa, riducendo anche cadute di tensione in rete.

1.1. Stazione di trasformazione:

Vengono dette sottostazioni o stazioni di trasformazione primaria quando si ha


trasformazione da altissima tensione ad alta. Da alta a media tensione sono
chiamate cabine primarie o stazioni di trasformazione secondaria.
Le sbarre collettrici o sbarre, sono conduttori nudi di grande sezione (Cu o Al) a
cui sono collegati i montanti dei trasformatori e i raccordi verso la linea di AAT/AT.
I conduttori delle sbarre possono avere varia forma (rettangolare, circolare,
tubolare, a C e doppia C) e distanziate per garantire: Resistenza a sollecitazioni
elettrodinamiche per potenziali cortocircuiti (tendono ad avvicinare le sbarre se
correnti nello stesso verso, ad allontanarle se in verso opposto); Corretto
funzionamento con temp. Fino a ΔT 35°C rispetto a T amb. Sbarre fissate a
strutture metalliche messa a terra, sostenute da opportuni isolatori (ceramici)
per garantire l’isolamento elettrico. Sbarre 1, 2: gruppi di 3 sbarre, 1 per fase. Di
norma sono utilizzate 1 sbarra per fase. In centrali di elevata potenza possono
essere utilizzate più sbarre (tra cui è distribuita la corrente) per ogni fase. I
Montanti del trasformatore sono un sistema di conduttore, più dispositivi che
connettono rispettivamente primario e secondario del trasformatore alle barre di AAT/AT e AT/MT
rispettivamente. Ciascun montante include 1 sezionatore e 1 interruttore, in modo da poter consentire
l’interruzione dell’energia elettrica per svolgere in sicurezza manutenzioni. Il Trasformatore è una macchina
elettrica statica che consente di portare la tensione al valore opportuno per il trasporto. Schema semplificato
(trasformatore monofase): 2 o più avvolgimento, più un nucleo di materiale magnetico che migliora
l’accoppiamento magnetico tra gli avvolgimenti stessi.
Primario, avvolgimento che riceve l’energia da trasformare.
Secondario, avvolgimento che eroga energia.

V1 : tensione alternata di alimentazione del primario,


Φ : flusso magnetico alternato generato nel nucleo da v 1,
V2: f.e.m. alternata indotta nel secondario dal concatenamento del campo magnetico Φ con il secondario.

𝑉1 𝑁1
= rapporto delle tensioni gestito in funzione del rapporto delle spire.
𝑉2 𝑁2

Nei sistemi trifasi 3 trasformatori monofase (1 per fase). G/AAT: secondario lato AAT con centro stella connesso
a terra. Linea AAT a triangolo. AAT/AT: secondario lato AT con centro stella connesso a terra. Linea AT a
triangolo. AT/MT: secondario lato MT a triangolo o con centro stella isolato. Linea MT a triangolo.

Schema di distribuzione con alimentazione diretta:


3 locali: 1 per apparecchiature di sezionamento, 1 per gruppi di misura dell’energia, 1 per alloggiare
trasformatore e apparecchiature di BT.

Varie soluzioni costruttive:


- Disposizione a giorno: alimentazione MT (aerea o in cavo) accede a
vista fino al trasformatore. Per sicurezza locali accessibili solo a
personale autorizzato.
- Disposizione in celle (cabine prefabbricate), ogni elemento è sistemato
all’interno di una cella, più celle combinate formano la cabina.

ALIMENTAZIONE:
- Diretta→ per cabina terminale (posta nel punto terminale della rete).
Linea MT radiale arriva direttamente alla cabina. Tramite interruttore T1
e sezionatore S1 è possibile isolare la cabina dalla rete. S1 in questo
caso ha coltelli di terra interbloccati con quelli di linea, mettono la line a
MT a TERRA quando S1 è aperto. Segue un gruppo T2-S2 con stessa
funzione lato utente, poi SBARRE MT.
- In derivazione→ Linea MT ad anello, maggiore continuità di servizio.
Ogni arrivo ha sezionatore S1 (interrompe a vuoto e visibilmente la
continuità del circuito) e sezionatore di messa a terra ST, che ha il
compito di mettere a terra le linee sezionate (scarica eventuali tensioni).

S2 : sezionatore previsto dal punto di unione delle due linee di


alimentazione verso l’interno della cabina di trasformazione, allo scopo
di separare meccanicamente la cabina dall’anello, senza interromperne
la continuità.
Interruttore T1 : interrompe la continuità del circuito anche con carichi
inseriti, interrompe la potenza che può essere richiesta dalla cabina, che
nelle peggiori condizioni di guasto coincide con la potenza erogabile
dalla rete a seguito di corto circuito in quel punto (valore indicato dalla
società distributrice di energia).

Essendo tale interruttore non visibile, la manovra del sezionatore S 2


viene resa dipendente dalla manovra dell’interruttore T 1 in modo da essere certi che non venga aperto il
sezionatore prima dell’interruttore.
Gruppi di misure (collegano i contatori trifasi di energia attiva e reattiva mediante i riduttori amperometrici TA e
voltmetrici TV) inseriti tra S2 e T1.

L’uscita dell’interruttore si collega ad un sistema di sbarre MT, dalle quali si derivano i diversi trasformatori
previsti in cabina.

- Montante MT trasformatore: Tra sbarre MT e trasformatore, include un elemento di sezionamento: la


soluzione più economica è quella di utilizzare un sezionatore (S 3), che si apre in caso di funzionamento a vuoto
prolungato nel tempo del trasformatore, e una valvola fusibile (F 1), che si apre in caso di sovracorrente di
guasto. I trasformatori possono funzionare in parallelo e normalmente hanno il primario collegato a triangolo
ed il secondario collegato a stella o a zig-zag, con quarto morsetto per il neutro.
- Montante BT trasformatore: uscita trasformatore, sul lato BT, sono previsti degli interruttori in aria che
consentono l’inserzione in parallelo dei trasformatori su un sistema di sbarre BT.
- Sbarre BT: Da queste si diramano le varie linee di distribuzione, ognuna dotata di un interruttore, con
protezione di massima corrente, e di strumenti di misura (generalmente almeno di un amperometro).

In ogni cabina inoltre devono essere previste opportune protezioni, imposte dalla legge, dalle normative
tecniche e da esigenze di continuità di servizio e di sicurezza:
- Impianto di messa a terra. Tutte le parti metalliche della cabina debbono essere collegate a dispersori di terra
con conduttori di sezione opportuna.
- Scaricatori. Per proteggere la cabina da eventuali sovratensioni di origine interna o esterna, è opportuno
prevedere, derivati fra ogni fase delle linee in arrivo e terra, degli elementi scaricatori capaci di limitare le
sovratensioni a valori non pericolosi per le apparecchiature. Il morsetto di terra degli scaricatori va collegato alle
terre di protezione prima descritte.
- Relè. Per proteggere gli impianti da possibili sovracorrenti o da variazioni di tensione intollerabili, è opportuno
ricorrere ai relè, dispositivi che comandano il distacco dei carichi, o istantaneamente (relè a scatto istantaneo) o
dopo un tempo finito (relè a tempo).
- Protezioni meccaniche. Nelle cabine, tutte le parti in tensione, accessibili alle persone, debbono essere
protette con opportune reti di protezione a maglie sottili, poste ad opportuna distanza dalle parti in tensione
connesse all’impianto di terra della cabina.
Di queste protezioni attive e passive si darà maggior conto nelle sezioni seguenti, specificatamente per gli
impianti BT.

DIMENSIONAMENTO DEI COMPONENTI MT:

Conduttori circuiti MT→ in Cu o Al, di norma con sezione circolare, il diametro permette specifiche correnti
ammissibili – ad es. 8mm : 140 A Cu; 110 A Al). Conduttori nudi montati rigidamente, terne distanziate di 1-2
mm (adeguata distanza in aria garantisce isolamento).
Apparecchi di manovra→ scelti in base a tensione di esercizio, corrente nominale e potere di interruzione.
Corrente totale su latoMT:

𝐴𝑛
𝐼= 2
√3 𝑉𝑛

Con 𝐴𝑛 potenza apparente 𝑉𝑛 ∗ 𝐼 (considerate in fase), 𝑉𝑛 tensione nominale. Corrente di cortocircuito:

𝐴𝐶𝐶
𝐼𝐶𝐶 =
√3𝑉𝑚

𝐴𝐶𝐶 potenza di cortocircuito della rete di alimentazione nel punto di installazione della cabina, 𝑉𝑚 tensione
massima di isolamento.
Fusibili MT→ tipo a cartuccia cilindrica.
Trasformatore→ partizione della potenza in 1 o 2 unità.
Vantaggi unica unità: Costo per kVA diminuisce con l’aumentare della potenza e diminuisce anche numero
apparecchi di manovra e conduttori (minore complessità impianto).
Vantaggi ripartizione tra 2 unità: maggiore continuità di servizio. Se ho profilo di lavoro su livello variabile di
potenza conviene avere 2 unità in modo da evitare che il trasformatore principale operi a basso regime (forte
parzializzazione) con calo del rendimento.
Generalmente fino a 100-1000 kVA unica unità; > 1000 kVA ripartizione.

Caratteristiche elettriche trasformatori di cabina:


- Rapporto di trasformazione: rapporto tensione nominale del primario e del secondario a vuoto.
- Collegamenti avvolgimento: lato MT a triangolo «D»; lato BT a stella con neutro «yn» (si hanno 2 tensioni a
disposizione: quella concatenata fase-fase e quella fase-neutro).
- Gruppo CEI di collegamento: angolo (in gradi) ritardo tensione di fase lato BT rispetto a quella lato MT. Ci sono
4 gruppi: 0, 5, 6, 11; 0°, 150°, 180°, 330° sfasamento.
- Tensione di cortocircuito percentuale, V1cc/V1n (per il primario; V1cc tensione che fa circolare la corrente
nominale nel funzionamento in cortocircuito).
- Perdite e rendimenti, dovute a perdite nel ferro (riferite a V nom) e nel rame (I nom) a una specifica
temperatura (75°C o T esercizio macchina).
- Correnti a vuoto, assorbita a vuoto lato MT alimentato a V nom. E’ 1-2.5% della I nom; diminuisce
all’aumentare della potenza.

DIMENSIONAMENTO DEI COMPONENTI BT:

Configurazioni circuitali lato BT di cabina di trasformazione, caratterizzate da:


- Numero linee di partenza per trasformatore (1 o più linee),
- Numero trasformatori e in caso di più di 1 trasformatori opzione di stesse barre, barre separata e barre
sezionate con possibilità di parallelo dei trasformatori,
- Tipo distribuzione BT (3 o 4 fili),
- Valori delle correnti di cortocircuito.

Conduttori:
Sbarre in Cu o Al nudo , sezione rettangolare e fissate in adeguate porta sbarre. Più sbarre in parallelo per
ciascuna fase e distanziate in caso di corrente intense. Per correnti basse sono utilizzati anche cavi isolati in PVC,
ecc… Il neutro quando presente ha sezione pari a metà di quella delle fasi.

Apparecchi di manovra (in aria):


- Interruttori automatici con protezione magnetotermica o elettronica di massima corrente,
- Interruttori di manovra con fusibili,

Apparecchi di misura: voltmetri (inserzione diretta) e amperometri (connessione indiretta mediante TA).

Protezioni da:
- Sovratensioni lato MT→ isolamento e scaricatori (di cui 1 in genere all’ingresso cabina) sul lato MT per
protezione da fulminazione.
- Sovraccarichi lato BT→ montante BT trasformatore protetto con relè termico agente su interruttore
automatico lato BT. Analoga modalità per protezione derivazione (relè termico dedicato agente su relativo
interruttore).
- Cortocircuiti lato BT e MT→ Lato MT: sganciatori magnetici agenti su interruttore automatico MT o fusibili
accoppiati a interruttore di manovra-sezionatore. Lato BT: relè magnetici agenti su interruttore automatico BT.
Per le derivazioni interruttori con sganciatore magnetico o fusibili.
- Guasti interni al trasformatore→ trasformatore a olio: controllo temperatura, se sale troppo interruzione del
primario del trasformatore. Diffuso il relè Buchholz (lo sviluppo di gas all’interno del trasformatore – sintomo
danno grave – causa l’intervento del relè). Protezione differenziale a squilibrio di corrente per trasformatori di
maggior potenza (>1000-2000 kVA).
- Tensioni di contatto→ impianti di messa a terra.
- Incendio→ normativa specifica (estintori). Presenza pozzetto di raccolta per mettere in sicurezza l’olio del
trasformatore.
DIMENSIONAMENTO E VERIFICA DELLE LINEE DI DISTRIBUZIONE IN BT

Gli impianti di distribuzione in BT hanno lo scopo di: distribuzione efficiente dell’energia elettrica con continuità
di servizio, ridotte perdite di dispersione possibili, sicuri per apparecchiature e persone.

Le linee di distribuzione in BT sono monofasi (fase + neutro) o trifasi (con e senza neutro). Tipologie di posa
(varia la capacità del cavo di smaltire il calore prodotto dal passaggio di corrente):
- Posa in aria libera, effettuata solo per i cavi a doppio isolamento;
- Posa in cavidotti plastici o metallici.

Con riferimento alla sicurezza, sia dell’esercizio che del personale, la miglior soluzione è quella di realizzare le
linee in cavo. Cavi: unipolari o multipolari. Tipologie:
- Cavi a doppio isolamento,
- Corde isolate senza guaina di protezione (è necessario utilizzare cavidotti di protezione),
- Cavidotti metallici (da connettere a terra a terra).

Possibili schemi di distribuzione:


- A circuiti indipendenti (es. abitazioni), elementi di protezione e di misura sono ubicati
nello stesso punto, linee di uscita seguono percorsi distinti completamente
indipendenti.
- A colonna montante (es. ospedali), elementi di protezione e di misura ubicati in
prossimità di ciascuna utenza.
Per utenze industriali si hanno linee trifasi, per potenze installate di norma maggiori di
100 kW (anche potenze inferiori in accordo allo specifico caso) opportuno prevedere
una propria cabina di trasformazione, in posizione possibilmente baricentrale rispetto ai carichi.

Dimensionamento delle linee in considerazione di:


esigenze termiche → portata dei cavi
esigenze elettriche → caduta di tensione a pieno carico nel punto più lontano

Verifica portata cavi:


Conduttore percorso da corrente: Si porta a temperatura 𝑇𝑐 > 𝑇𝑎 (temp. Ambiente), calore sviluppato per
effetto joule (𝐼 2) nel conduttore. Uguagliando il calore prodotto dal conduttore a quello trasmesso all’esterno:

𝐼2𝜌 𝑟𝑎
𝑇𝑐 − 𝑇𝑎 = ln ( )
2𝜎𝑇 𝜋 2 𝑟𝑐2 𝑟𝑐

Con 𝑟𝑐 raggio conduttore cilindrico, ρ resistività elettrica, 𝐼 valore efficace corrente uniformemente distribuita
che percorre il conduttore, 𝑟𝑎 – 𝑟𝑐 spessore strato omogeneo di dielettrico che avvolge il conduttore, 𝜎𝑇
conducibilità termica. 𝑇𝑐 − 𝑇𝑎 aumenta con 𝐼 2 e con (𝑟𝑎 – 𝑟𝑐).
Isolante scaldato dal conduttore: durata di vita dell’isolante a una certa temperatura equivale al tempo per cui
l’isolante può sopportare in modo continuo tale temperatura prima che le sue caratteristiche (soprattutto
meccaniche) decadano fino alla rottura. Diminuisce all’aumentare della temperatura.

Massima temperatura di servizio 𝑇𝑠 : temperatura massima che non deve essere superata nel servizio ordinario,
per assicurare al cavo una conveniente durata.

Portata di un cavo: lo strato di isolante a contatto con la superficie del conduttore assume la stessa temperatura
Tc del conduttore; TS è la temperatura limite stabilita in base al tempo di vita desiderato→ 𝑇𝑐 < 𝑇𝑆

2(𝑇𝑆 − 𝑇𝑎 )𝜎𝑇
𝐼𝑧 = 𝜋𝑟𝑐 √
𝜌 ln(𝑟𝑎 ⁄𝑟𝑐 )

Portata di corrente del cavo: valore di corrente efficace massima (corrisponde al caso limite 𝑇𝑐 = 𝑇𝑆 ). Formula
semplificata e solo indicativa (non tiene conto dell’effetto pelle, dell’influenza di un conduttore sugli altri, delle
perdite dielettriche, di eventuali guaine, ecc.).

La portata dipende:
- dall’attitudine dell’isolante a sopportare la temperatura (𝑇𝑠 );
- dai parametri che influiscono sulla produzione di calore (resistività);
- dai fattori che influenzano lo scambio termico tra cavo e ambiente circostante, temperatura ambiente (𝑇𝑎 ),
numero e modalità di posa dei conduttori: in cunicolo, in canaletta, in condotto, in tubo, ecc., (conducibilità
termica 𝜎𝑇).
- La portata non varia proporzionalmente alla sezione S, ma secondo una legge del tipo:

𝐼𝑧 = 𝑎𝑆 𝑏
b = 0.75 nel calcolo semplificato sopra esposto (fissato a 0.625 dalla norma CEI 20-21). Quale conseguenza la
densità di corrente ammissibile diminuisce all’aumentare della sezione (A/cm^2).
Le portate sono riferite a una temperatura ambiente di riferimento (zona circostante il cavo) 𝑇𝑎𝑟 = 30°C. Se la
temperatura ambiente 𝑇𝑎 è diversa da quella di riferimento.

𝑇𝑆 − 𝑇𝑎
(𝐼𝑧 ) 𝑇𝑎 = ( 𝐼𝑧 ) 𝑇𝑎𝑟 √
𝑇𝑆 − 𝑇𝑎𝑟

Dalle tabelle si ricava la portata a 𝑇𝑎𝑟 → ( 𝐼𝑧 ) 𝑇𝑎𝑟


Con: 𝑇𝑎 temperatura ambiente, 𝑇𝑎𝑟 temperatura ambiente rif. (tabelle precedenti: 30°C), (𝐼𝑧 ) 𝑇𝑎 portata alla
temperatura di riferimento 𝑇𝑎𝑟 , (𝐼𝑧 ) 𝑇𝑎 portata alla temperatura 𝑇𝑎 .

Transitori termici cavi:


Cavo percorso da corrente 𝐼𝑧 → all’interfaccia conduttore/isolante, a regime termico, assume la max
temperatura di servizio 𝑇𝑠 . All’istante T0 si verifica una sovracorrente a cui segue un transitorio termico:
bilancio termico (semplificato) nell’intervallo di tempo elementare 𝑑𝑡.

𝜌
𝐼 2 𝑑𝑡 = 2𝜎𝑇 𝜋𝑟𝑐 (𝑇 − 𝑇𝑎 ) 𝑑𝑡 + 𝜋𝑟𝑐2 𝑐 𝑑𝑇
𝜋𝑟𝑐2
Con: 𝜌 è la resistività del conduttore, 𝑟𝑐 è il raggio della sezione del conduttore, 𝑙 è la lunghezza del conduttore,
𝐼 è l’intensità di corrente, 𝜎𝑇 è il coefficiente di conducibilità termica tra conduttore e ambiente, 𝑇𝑎 è la
temperatura ambiente, 𝑐 è il calore specifico cavo riferito all’unità di volume.
il primo termine è il calore prodotto dal passaggio di 𝐼, il secondo è il calore ceduto all’ambiente e l’ultimo
termine è il calore immagazzinato nel cavo.

Ipotesi semplificativa: 𝜌, 𝜎𝑇 , 𝑐 costanti al variare di 𝑇:

𝑑 (𝑇 − 𝑇𝑎 ) 2𝜎𝑟 𝜌𝐼 2
+ 𝛿 (𝑇 − 𝑇𝑎 ) = 𝛽 𝑑𝑜𝑣𝑒 𝛿= 𝑒 𝛽=
𝑑𝑡 𝑟𝑐 𝑐𝜋 2 𝑟𝑐4

Risolvendo:

(𝑇 − 𝑇𝑎 ) = 𝐴𝑒 −𝛿𝑡 + 𝛽/𝛿

Imponendo a 𝑡 = 0 la condizione iniziale 𝑇 = 𝑇𝑆 → 𝐴 = 𝑇𝑆 − 𝑇𝑎 − 𝛽/𝛿

Per 𝑡 = ∞ si ha sistema a regime e 𝑇 = 𝑇𝑟 → (𝑇𝑟 − 𝑇𝑎 ) = 𝛽/𝛿

Da cui si ottiene: 𝐴 = 𝑇𝑆 − 𝑇𝑟

2𝜎𝑇
− 𝑡 𝜌𝐼 2 𝜌𝐼 2 −
2𝜎𝑇
𝑡
𝑇 = 𝑇𝑟 − (𝑇𝑟 − 𝑇𝑆 ) 𝑒 𝑟𝑐 𝑐 = 𝑇𝑎 + − (𝑇𝑎 + − 𝑇𝑆 )𝑒 𝑟𝑐 𝑐
2𝜎𝑇 𝜋 2 𝑟𝑐3 2𝜎𝑇 𝜋 2 𝑟𝑐3

Sovraccaricabilità di cavo:

Un cavo percorso a regime da una corrente pari alla sua portata 𝐼𝑧 , se è installato nelle condizioni cui la portata
si riferisce, assume la temperatura 𝑇𝑠 , corrispondente a una conveniente durata di vita.
Nel caso di sovracorrente 𝐼 > 𝐼𝑧 per tempo 𝑡:
𝑇 cavo > 𝑇𝑠 , variabile nel tempo in accordo all’equazione (𝑇), vita cavo si riduce rispetto a quella corrispondente
a 𝑇𝑠 .

Se 𝑡 sovracorrente è sufficientemente lungo in relazione alla costante di tempo termica del cavo, il cavo
raggiunge la temperatura di regime 𝑇𝑟 . Per t di minore durata il cavo raggiunge una temperatura 𝑇 intermedia
tra 𝑇𝑠 e𝑇𝑟 . In entrambi i casi, a favore della sicurezza, si può assumere che la temperatura finale raggiunta dal
cavo permanga per tutta la durata 𝑡 della sovracorrente. Questo è tanto più vero, quanto maggiore è il rapporto
tra la durata t e la costante di tempo termica del cavo. A partire dall’evento di sovracorrente caratterizzato da
corrente e durata (𝐼, 𝑡), è così determinata la corrispondente sollecitazione termica in termini di temperatura
raggiunta e tempo di permanenza alla stessa (𝑇, 𝑡). Tale condizione deve essere valutata in riferimento alla
perdita di vita accettabile.

Una sovracorrente 𝐼 che duri il tempo 𝑡 è allora tollerabile. Se produce una temperatura non superiore a quella
corrispondente allo stesso tempo 𝑡 sulla retta dello 0,1% della durata di vita. Operando con tale principio si
ricava la curva di sovraccaricabilità di un cavo specifico con specifica posa in opera.
Perdita di vita tollerabile: 10% per l’insieme degli eventi di sovraccarico nella vita del cavo, 0,1% per singolo
evento, supponendo 100 il numero complessivo di tali eventi.

Significato della curva di sovraccaricabilità di un cavo installato in condizioni specifiche. Le coppie di valori 𝐼, 𝑡
delle curve (ottenute al variare della sezione del cavo), corrispondono tramite l’equazione:
2𝜎𝑇
− 𝑡
𝑇 = 𝑇𝑟 − (𝑇𝑟 − 𝑇𝑠 ) 𝑒 𝑟𝑐 𝑐

A coppie di valori T, t che si trovano sulla retta dello 0,1% di durata della vita (con l’approssimazione che la
temperatura T duri per tutto il tempo t).
Verifica massima caduta di tensione: circuito monofase

3% 𝑝𝑒𝑟 𝑙𝑖𝑛𝑒𝑒 𝑙𝑢𝑐𝑒


ΔV = |𝑉𝑖 − 𝑉𝑓̇ | ≤ {
5% 𝑝𝑒𝑟 𝑙𝑒 𝑙𝑖𝑛𝑒𝑒 𝑓𝑜𝑟𝑧𝑎 𝑚𝑜𝑡𝑟𝑖𝑐𝑒

ΔV = 𝑅𝑙 𝐼𝑐𝑜𝑠𝜑 + 𝑋𝑙 𝐼𝑠𝑒𝑛𝜑

Di norma nei circuiti BT si ha 𝑋𝑙 < 𝑅𝑙 ed i carichi sono rifasati 𝑐𝑜𝑠𝜑 > 𝑠𝑒𝑛𝜑. Allora:
𝑛
𝑙𝑖
Δ𝑉 ≈ 𝑅𝑙 𝐼𝑐𝑜𝑠𝜑 = 2 ∗ ∑ 𝜌 𝐼𝑖 𝑐𝑜𝑠𝜑𝑖 ≤ Δ𝑉𝑙𝑖𝑚𝑖𝑡𝑒
𝑆𝑖
𝑖 =1

Verifica massima caduta di tensione: circuito trifase a sbalzo:


Caduta di tensione massima per fase () ≤ circa 8% della tensione nominale.

Calcolo della caduta di tensione nel punto più lontano


complesso. Somma vettoriale di fasori sfasati tra loro. Ipotesi
semplificative: carichi funzionino tutti contemporaneamente e a
pieno carico. Si effettua la stessa semplificazione fatta per il caso
monofase. In riferimento alla singola fase si ha:

𝐼𝑖 ≈ 𝐼𝑖 𝑐𝑜𝑠𝜙𝑙𝑖

Δ𝐸𝑖 = 𝑅𝐼𝑖 𝑐𝑜𝑠𝜙𝑖

𝑙𝑙
Δ𝐸 = ∑𝑛𝑖=1 Δ𝐸𝑖 = ∑𝑛𝑖=1 𝜌 𝐼 cosφ𝑖  Tensione nel
𝑆𝑙 𝑖 VC punto di consegna

𝑃𝑖
Dove 𝐼𝑖 = sono le correnti attive assorbite dai carichi, note la tensione nominale 𝑉 e le
√3𝑉
potenze 𝑃𝑖 ed 𝑖 fattori di potenza di ciascun carico. Si considerano solo le parti attive delle 
correnti assorbite dai carichi rappresentate a destra.  I3 
I4 I2 
. I1
 E1
.
E'1 .
. V12
V'12

.
E'2
.
 E2
Risulta:

Δ𝑉 Δ𝐸
=
𝑉 𝐸
Nel circuito trifase è come se ci fosse il solo filo di andata (𝐼𝑁 = 0) ed il coefficiente 2 presente nel caso
𝑙𝑖
monofase deve essere omesso (nel monofase Δ𝑉 ≈ 𝑅𝑙 𝐼𝑐𝑜𝑠𝜑 = 2 ∗ ∑𝑛𝑖=1 𝜌 𝐼 𝑐𝑜𝑠𝜑𝑖 ≤ Δ𝑉𝑙𝑖𝑚𝑖𝑡𝑒 ).
𝑆𝑖 𝑖

𝜌
Δ𝑉 = [𝑙 (𝐼 + 𝐼2 + 𝐼3 + 𝐼4 ) + (𝑙2 − 𝑙1 )(𝐼2 + 𝐼3 + 𝐼4 ) + ( 𝑙3 − 𝑙2 )(𝐼3 + 𝐼4 ) + (𝑙4 − 𝑙3 ) 𝐼4 ]
𝑆 1 1
𝑛
𝜌
Δ𝑉 = ∑ 𝑙𝑖 𝐼𝑖 ≤ Δ𝐸 ≈ 8%
𝑆
𝑖 =1

Si trova il punto di inversione O dell’alimentazione, si trasforma l’anello in due linee a sbalzo. Si separano i
carichi alimentati da un lato (𝐼’𝑎 ), rispetto a quelli alimentati dall’altro (𝐼’’𝑎 ).
P1
P I'a I"a
2
O
l'i l"i
C C
1 2
Punto di
consegna P
3
P
O P 5
1 P
3
P
P P4 2 P4
5

Ipotesi: sezione 𝑆 del cavo costante, punto di inversione individuato con il bilanciamento dei momenti elettrici.

Δ𝑉𝑐1𝑐2 = 0 → 𝑀𝑎′ = 𝑀𝑎′′ = 0

Dove:
𝑛 𝑛

𝑀𝑎′ = 𝐼𝑎′ 𝑙 −∑ 𝐼𝑖 𝑙𝑖′′ =0 𝑀𝑎′′ = 𝐼𝑎′′ 𝑙 − ∑ 𝐼𝑖 𝑙𝑖′ = 0


𝑖 =1 𝑖 =1

Da cui si ottiene:
𝑛 𝑛
𝑙𝑖′′ 𝐼𝑖 𝑙𝑖′ 𝐼𝑖
𝐼𝑎′ =∑ 𝐼𝑎′′ =∑
𝑙 𝑙
𝑖 =1 𝑖 =1

Individuato il punto di inserzione O si procede per ciascuna delle 2 linee individuate come nel caso di
distribuzione a sbalzo.
SOVRATENSIONI

Si definisce sovratensione una tensione che supera il valore di picco della massima
tensione in regime permanente, presente in un impianto nelle condizioni ordinarie
di funzionamento. Le sovratensioni rappresentano la principale causa di guasto
delle apparecchiature elettriche ed elettroniche, nonché di interruzione
dell’attività produttiva. Gli isolamenti devono essere dimensionati in modo da
offrire adeguata sicurezza anche nei confronti di eventuali sovratensioni. Le
conseguenze possono essere: Cedimento dell’isolamento, fusione dei conduttori,
distruzione di componenti essenziali e corto circuiti che possono provocare
incendi e/o esplosioni. Le cause interne (variazioni di regime) sono: manovre sugli
impianti (apertura o chiusura interruttori), improvvisa riduzione del carico,
risonanze, contatti accidentali di un impianto con un altro a tensione di esercizio
maggiore. Le cause esterne sono invece fenomeni di origine atmosferica
(fulminazioni dirette e indirette).

𝑖 ( 𝑡) = 𝐼0 [exp (−𝑡/𝑇𝑒 ) − exp(−𝑡/𝑇𝑓 )]

𝐼0 = 10 − 200𝑘𝐴
𝑇𝑓 = 0.5 − 1.5𝜇𝑠
𝑇𝑒 = 50 − 100𝜇𝑠

I fulmini sono di due tipi:

Discendente e si ha polarità negativa Ascendente (polarità negativa)

Si parla di fulminazione diretta quando i fulmini Si dice indiretta quando il fulmine colpisce una zona
colpiscono direttamente una componente in limitrofa, avviane un accoppiamento induttivo che
tensione: genera le sovratensioni:
Protezioni:
Protezione preventiva che non impedisce le sovratensioni: schermatura con funi di guardia (per fulminazione),
principio di coordinamento degli isolamenti: proporzionamento del dell’isolamento sul confronto fra capacità di
tenuta dei vari elementi e sollecitazioni cui è sottoposto il dielettrico (non economicamente vantaggioso).
Protezione repressiva (limita le sovratensioni): dispositivi di protezione (SPD: Surge Protection Devices).

Spinterometri Scaricatori ad asta:

• Alta capacità di assorbimento dell'energia della sovratensione

• Tensione che decresce rapidamente dopo l'intervento

Scaricatori a gas (Migliore controllo della tensione di intervento)

Varistori ad ossido di metallo

• Tensione quasi costante sul carico in presenza della sovratensione

Diodi soppressori

• Non possono condurre correnti elevate

• Tensione costante sul carico in presenza della sovratensione

Spinterometri in aria:
Lo spinterometro è costituito da due elettrodi metallici separati da un certo intervallo di aria e collegati in
derivazione fra conduttore e terra. Presenta un’impedenza elevata in assenza di sovratensione (assenza di
corrente di fuga alla tensione di esercizio). Quando avviene l’innesco riduce rapidamente a pochi volt la
tensione ai capi. Il valore della tensione di innesco non è sempre costante perché dipende dalle condizioni di
pressione, umidità e presenza di impurità nell’aria. Robusto, semplice e poco costoso. Una volta adescato, non è
generalmente in grado di interrompere la corrente (conseguenze mitigate dall’installazione di interruttori a
richiusura automatica).

Spinterometro a gas:
Migliore controllo della tensione di intervento. Costituiti da due o più elettrodi metallici ermeticamente chiusi
all’interno di un contenitore pieno di gas: Negli spinterometri in gas la tensione d'innesco risulta generalmente
più costante perché la scarica avviene in un involucro protetto
rispetto l’ambiente. Si riduce però, rispetto ad uno spinterometro in
aria, la capacità di scarica perché diventa più problematico smaltire
il calore prodotto dall’arco.
Scaricatori ad asta (spinterometri):

Quando il campo elettrico supera la rigidità dielettrica dell’aria, si verifica un arco tra le punte dell’asta che
costituisce la via preferenziale attraverso cui si scarica la sovratensione.

Scaricatori ad ossido di zinco (varistori):

Caratteristica tensione‐corrente non lineare: alta impedenza rispetto a terra durante le condizioni normali di
funzionamento, corto circuito a terra in presenza di una sovratensione.

Esempio:
SOVRACORRENTI

Protezione degli impianti elettrici da sovraccarichi e guasti:

Sovracorrenti: Linea elettrica e carico utilizzatore devono essere protetti elettricamente, la massima corrente di
funzionamento 𝐼𝑚𝑎𝑥 < 𝐼𝑍 .

𝐼𝑧 → portata del cavo = valore più elevato di corrente che a regime il cavo può trasmettere.

𝐼𝑚𝑎𝑥 → stabilita dai dati di targa del carico più carichi si effettua una media delle correnti in relazione al
funzionamento contemporaneo o meno dei carichi, individuando la condizione più gravosa di trasporto
dell’energia a cui corrisponde 𝐼𝑚𝑎𝑥 .

Sovracorrente = quando i valori di corrente superano 𝐼𝑧 .


Conseguenze: potenziale repentino deterioramento delle caratteristiche meccaniche e dielettriche dell’isolante,
nonché un danneggiamento del carico.

Si ha sovracorrente quando la corrente assorbita da un carico (e quindi la potenza) supera quella che può
essere fornita e sopportata dalla linea. Le sovracorrenti possono essere derivare da:
- Sovraccarico→ Superamento dei valori di corrente per i quali una linea o un’apparecchiatura sono
dimensionate (In). (e.g. Spunto dei motori asincroni in fase di avviamento; per errore si erroneo funzionamento
contemporaneo di un numero di utilizzatori maggiore di quello per il quale la linea stessa è stata progettata).
- Corto circuito (guasto)→ Contatto tra due elementi dell’impianto non equipotenziali. Le correnti di
cortocircuito possono essere molto elevate in quanto limitate solo dall’impedenza a monte del guasto.
e.g. si ha quando si verifica un corto circuito tra due o più fasi tra di loro e/o tra una fase ed il neutro e/o tra una
fase e la terra, che provoca una sovracorrente. La causa del guasto può essere ad esempio un difetto di
isolamento dei conduttori).

Corrente di corto circuito = risultante di due componenti: una permanente sinusoidale con frequenza f uguale
alla frequenza di rete, una transiente (di tipo aperiodico smorzato o periodico oscillatorio smorzato) con
frequenza maggiore di quella di rete → si calcola tramite complessa analisi del sistema nel dominio del tempo.
Calcolo approssimato ampiezza max corrente cortocircuito = componente permanente corrente cto 𝑋 fattore 𝑘
dipendente dalle caratteristiche della rete e dal tipo di guasto ipotizzato.

Corto circuito (guasto) comportamento termico cavo: definita la portata del cavo il sistema deve essere in grado
di scollegarsi se la corrente supera un dato valore di sicurezza. Nello studio dei transitori termici dei cavi 𝑋
sollecitazioni lentamente variabili si è trovato come il fenomeno di trasporto di calore all’esterno riveste un
ruolo fondamentale nell’equilibrio del cavo.
Nel caso invece di guasto per corto circuito la costante di tempo è molto piccola:

𝜌
𝐼 2 𝑑𝑡 = 2𝜎𝑇 𝜋𝑟𝑐 (𝑇 − 𝑇𝑎 ) 𝑑𝑡 + 𝜋𝑟𝑐2 𝑐 𝑑𝑇
𝜋𝑟𝑐2

Il comportamento termico si può considerare adiabatico, l’aumento di 𝑇 è circa proporzionale all’energia


specifica passante.

Energia Specifica Passante = 𝐼 2 𝑡 = integrale, calcolato per il periodo di permanenza della corrente, della potenza
elettrica dissipata nel cavo o nell’utilizzatore. Moltiplicando per 𝑅 (resistenza del cavo per unità di lunghezza) si
ha 𝑅𝐼 2 𝑡=energia per unità di lunghezza. Se 𝑅 costante per un dato cavo → 𝐼 2 𝑡 𝛼 𝑊→ 𝐼 2 𝑡 𝛼 𝛥𝑇. Protezione da
fenomeni di sovraccarico e cortocircuito: fusibili interruttore automatico magnetotermico.

Interruttori automatici: interruttore accoppiato a sistema di sgancio automatico tramite relè. Asservendo un
interruttore ad un relè si ottiene un interruttore automatico, che interviene allorché l’azione del relè libera uno
sgancio.
Il relè è un dispositivo che serve per azionare gli interruttori. Classificazione in base alla grandezza alla quale
sono sensibili: Voltmetrici, Amperometrici, Wattmetrici, Frequenzimetrici, Ad impedenza, Termici, Tachimetrici.
Classificazione in base al principio di funzionamento: Elettromagnetici, Elettrodinamici, Ad induzione.
Classificazione in base alla grandezza da analizzare: Di massima, Di minima, Differenziale.

Relè Magnetico:

Quella a sinistra è una bobina di attrazione o repulsione che produce un campo magnetico proporzionale alla
corrente che vi fluisce, all’interno della quale è libero di muoversi un corpo metallico collegato allo sganciatore.
In = corrente nominale = corrente che l’interruttore può sopportare in servizio ininterrotto senza intervenire
Il relè magnetico è costituito da un nucleo di materiale ferromagnetico diviso in una parte fissa (EM) ed una
parte mobile (A). La parte mobile è tenuta in posizione da una forza di natura magnetica (F EM), proporzionale
alla corrente I, ed una forza di natura meccanica, dovuta alla molla M. Ad ogni valore della corrente
𝐼 corrisponde una posizione di equilibrio della parte mobile, tanto più prossima alla parte fissa quanto più
elevato è il valore della corrente. Quando la corrente raggiunge il valore di intervento, la posizione di equilibrio
della parte mobile fa sì che venga attivato il meccanismo di apertura dell’interruttore. Il tempo di intervento è
molto breve, praticamente indipendente dal valore della corrente.
Relè Termico:

Il relè termico è costituito da una lamina bimetallica. Ad ogni valore della corrente I corrisponde un valore della
temperatura di regime della lamina, tanto più alto quanto più elevato è il valore della corrente. Tanto più alta è
la temperatura della lamina, tanto maggiore è la curvatura della stessa, dovuta al diverso valore del coefficiente
di dilatazione termica dei metalli costituenti. Quando la temperatura raggiunge il valore di intervento, la
curvatura della lamina fa sì che venga attivato il meccanismo di apertura dell’interruttore. Il tempo di intervento
è tanto più breve quanto più alta è la sovracorrente.

Relè Magneto-Termico:

Il relè magneto‐termico è costituito da un relè magnetico ed un relè termico le cui correnti di intervento sono
coordinate in modo che:
1) Il relè termico interviene con un tempo di intervento inversamente proporzionale alla intensità della
sovracorrente in caso di sovracorrenti di modesta entità (sovraccarichi) che possono anche essere dovute a
“normali” transitori dell’impianto.
2) Il relè magnetico interviene rapidamente solo in caso di sovracorrenti di elevata intensità (15‐20 In),
sicuramente dovute a corto‐circuiti presenti nell’impianto. Il tempo di intervento è costante legato solo alla
velocità del dispositivo di sgancio e comunque minore di quello di dilatazione termica.
In realtà la caratteristica di intervento non è delimitata da una linea ma da un fascio di valori possibili. Ciò
perché il funzionamento dell’interruttore è subordinato anche alla temperatura dell’ambiente in cui esso è
posizionato.

Energia specifica passante attraverso un interruttore magnetotermico in funzione della corrente di corto
circuito. Si ricava dalla caratteristica di intervento dell’interruttore magnetotermico.

intervento termico → caratteristica ha tratto iperbolico con equazione 𝐼 ∗ 𝑡 = 𝑘 → 𝐼 2 𝑡 = 𝐼 ∗ 𝐼𝑡 (tratto lineare


1, tratto sinistro della curva più bassa nel grafico precedente).
Intervento magnetico → caratteristica con tratto a 𝐼 = 𝑐𝑜𝑠𝑡 → 𝐼 2 𝑡|𝐼∗ = 𝑘 ′ ∗ 𝑡
Dove 𝐼 ∗ è il valore di corrente per cui si ha la caduta verticale nella caratteristica di intervento con diminuzione
del tempo t a cui corrisponde calo dell’energia specifica passante con corrente costante (tratto 2 verticale,
tratto verticale costante nel grafico precedente). Caratteristica con
tratto a t = cost → 𝐼 2 𝑡 = 𝑘 ′′ ∗ 𝐼 2 , (tratto 3) parabolico, tratto
orizzontale nel grafico precedente).

Per essere sicuri che il cavo sia protetto dall’interruttore bisogna


confrontare la curva dell’energia specifica passante sopportabile dal
cavo con la curva dell’energia specifica lasciata passare dal dispositivo.
La protezione del cavo da parte dell’interruttore è garantita per tutti i
valori compresi tra le correnti 𝐼𝑐𝑐 𝑚𝑖𝑛 (corrente di corto circuito minima
presunta in fondo alla linea ) e 𝐼𝑐𝑐 𝑚𝑎𝑥 (corrente di corto circuito
massima presunta all’inizio della linea).
Se la caratteristica del cavo è completamente al di sopra di quella dell’interruttore, il cavo è protetto, altrimenti
si individuano i valori 𝐼1 e 𝐼2 . La protezione è assicurata se risultano verificate le seguenti relazioni:
𝐼2 > 𝐼𝑐𝑐 𝑚𝑎𝑥

𝐼1 < 𝐼𝑐𝑐 𝑚𝑖𝑛

Osservazione: I relè magnetico, termico, magnetotermico intervengono sempre per corrente superiore alla
corrente nominale dell’impianto (da 4 ad 8‐10 volte). Ad esempio, in un’utenza domestica con corrente
nominale di 15 A, la corrente di intervento non è inferiore a 60 A. La corrente pericolosa per l’uomo è di 50 mA.
Per proteggere l’uomo si usa il rele’ differenziale.

Rele’ differenziale (salvavita):

Il relè esegue un raffronto fra le correnti che attraversano due bobine del relè indipendenti fra loro ed
interviene al raggiungimento della differenza impostata in fase di progetto e taratura. Sono un esempio i
comuni salvavita. Le correnti in ingresso ed in uscita dal nostro circuito di casa verso la rete di distribuzione
devono essere uguali ed il salvavita lo verifica. Se una persona tocca un punto in tensione dell'impianto una
parte di corrente passa da una fase della rete a terra attraversando il corpo. Il salvavita rileva una corrente in
ingresso superiore alla corrente in uscita, dove la differenza è la corrente che sta attraversando il corpo, ed
interviene interrompendo l'erogazione di energia all'impianto. Ecco perché il relè differenziale, utilizzato per
quello specifico scopo, è comunemente definito salvavita. Corrente di intervento molto minore alla corrente
nominale dell’ impianto:
Costituito essenzialmente da un circuito magnetico toroidale con due avvolgimenti uguali e percorsi da correnti
uguali e contrarie. Nel funzionamento normale producono un flusso magnetico totale nullo, infatti, indicando
rispettivamente con 𝐼1̇ ed 𝐼2̇ i fasori rappresentativi della corrente entrante e della corrente uscente dal circuito
e con Φ̇ il fasore rappresentativo del flusso magnetico totale prodotto, si ha:

𝑁𝐼1̇ − 𝑁𝐼2̇
Φ̇ = =0
𝑅

Se si verifica una corrente di dispersione I D nella linea, il flusso magnetico totale non è più nullo. Si ha:

𝐼1̇ = 𝐼2̇ + 𝐼𝐷̇

𝑁 𝐼𝐷̇
Φ̇ =
𝑅

Sgancio rapidissimo (in 20, 30 o al più 50 msec). Esistono anche interruttori differenziali trifasi che sono
costituiti da un circuito toroidale con tre avvolgimenti relativi alle tre fasi; se la linea è a quattro fili bisogna
aggiungere il filo di neutro. Esistono anche relè differenziali di tipo elettronico, che riescono a funzionare con
forma d’onda non sinusoidale, ad esempio nel caso di correnti unidirezionali.

linea monofase

Relè polarizzato

. .
I1 I2

N N

.
ID
Carico

Fusibile:

Dispositivo di protezione dalle sovracorrenti: interrompe correnti di corto circuito elevate. È costituito da un filo
in lega metallica a basso punto di fusione (fusibile) immerso in una massa granulosa, che svolge funzione
raffreddante e deionizzante, in grado di soffocare l’esplosione del filo. L’elemento fusibile è in grado di
sopportare un certo valore di corrente per il quale viene tarato, per valori superiori tale elemento metallico si
scalda rapidamente fino alla fusione e si realizza l’interruzione del circuito. Caratterizzato da alcuni parametri
specifici, tra cui: corrente nominale 𝐼𝑁 = valore di corrente che l’elemento è in grado di sopportare per un
tempo indeterminato senza fondere. Corrente convenzionale di fusione, che è quel valore di corrente che
sicuramente provoca l’intervento del fusibile entro un tempo determinato. Tipologia più diffusa: fusibile a
cartuccia, con cartuccia in ceramica o plastica. Attenua l’effetto di dilatazione termica.
Curva di intervento di un fusibile avente corrente nominale In. Si osserva: Il tempo di intervento è sempre
inversamente proporzionale al valore di corrente. Per alti valori di corrente (cortocircuito) si hanno dei tempi di
intervento ridottissimi. Andamento simile a quello dello sganciatore termico dell’interruttore magnetotermico
ma risulta avere una pendenza più pronunciata.
10000

1000

100

t [sec] 10

0.1

0.01

0.001
1 2 5 10 20 30
corrente di intervento (multipli di IN )

I fusibili sono i più semplici dispositivi di protezione contro le sovracorrenti. Sono costituiti essenzialmente da
un corto conduttore in lega a basso punto di fusione alloggiato entro un apposito contenitore. Il simbolo del
fusibile è riportato in figura (a); il simbolo di figura (b) si riferisce invece al fusibile dotato di indicazione a tratto
spesso dell’estremo che rimane in tensione dopo l’intervento. Dopo l’intervento, il fusibile va sostituito per
ristabilire la connessione elettrica dell’impianto. I fusibili vengono sempre inseriti a monte dell’impianto seguiti
da un interruttore automatico. Il tempo di intervento dei due dispositivi viene scelto in modo che,
normalmente, la protezione venga garantita dall’interruttore automatico e quindi sia possibile, ad eliminazione
del guasto avvenuta, procedere al ristabilimento delle condizioni operative dell’impianto mediante la semplice
chiusura dell’interruttore.

Per una corretta scelta del dispositivo di protezione contro i sovraccarichi devono essere soddisfatte le seguenti
condizioni:

1) La corrente nominale (𝐼𝑛 ) del dispositivo deve


essere sempre maggiore o al massimo uguale
alla corrente di impiego (𝐼𝑏 ) transitante nel cavo;

2) la corrente nominale (𝐼𝑛 ) non deve essere


superiore alla portata del cavo (𝐼𝑧 );

3) la corrente convenzionale di funzionamento (o


di fusione) (𝐼𝑓 ) del dispositivo deve essere
sempre inferiore o al massimo uguale a 1.45 volte la portata del cavo (𝐼𝑧 ).
Protezione da Cortocircuito e valutazione 𝑰𝑪𝑪 :
In cortocircuito valore di corrente generalmente molto elevato. Situazione completamente diversa da quella
che si manifesta nel sovraccarico. Nel sovraccarico il conduttore percorso dalla corrente di sovraccarico trova
comunque il suo equilibrio termico (calore smaltito = calore prodotto). Durante il cortocircuito, per la notevole
corrente sviluppata e per la rapidità del fenomeno, il cavo non ha tempo di cedere calore all’esterno.
Comportamento adiabatico: tutta l’energia termica sviluppata contribuisce a innalzare la temperatura del
conduttore (𝛥𝑇 𝛼 𝐼 2 𝑡 aumento 𝑇 proporzionale all’energia specifica passante). Si ha possibilità di
compromettere l’isolante e conseguentemente di distruggere il cavo. Per una efficace protezione dal
cortocircuito, non potendo intervenire sulla corrente, che ovviamente dipende dalle caratteristiche
dell’impianto, occorrerà ridurre il più possibile l’energia termica sviluppata, installando all’inizio della
conduttura, e comunque entro i primi 3 metri, dispositivi in grado di intervenire in un tempo sufficientemente
breve.

Valutazione 𝐼𝐶𝐶 max: tipologia e taglie di trasformatori utilizzati dal Distributore nonché la conformazione delle
reti di distribuzione contribuiscono a far sì che nei punti di consegna dell’energia non si abbiano, di solito,
correnti di cortocircuito superiori ai seguenti valori: 4500 A per utenze monofase, 6000 A per utenze trifase.
(Tali valori sono da ritenersi validi per le forniture in bassa tensione con potenza impegnata fino a 30 kW).
Il dispositivo di protezione deve interrompere tali correnti, che corrispondono alla massima Icc riscontrabile
nell’impianto. Il dispositivo dovrà quindi avere un adeguato potere di interruzione.

Valutazione 𝐼𝐶𝐶 min: caso analizzato→ conduttura monofase con sezione 𝑆 (mm2) alimentata alla tensione 𝐸
(V), di lunghezza pari a 𝑙 m; si ipotizza un cortocircuito a fondo linea.

𝑉
𝐼𝐶𝐶 = (𝐻𝑝: 𝑑𝑢𝑟𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑟𝑡𝑜𝑐𝑖𝑟𝑐𝑢𝑖𝑡𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑖 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑎𝑏𝑏𝑎𝑠𝑠𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑑𝑖 𝑡𝑒𝑛𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒)
√𝑅𝑙2 + 𝑋𝑙2

𝐸
𝐼𝐶𝐶 = (𝐻𝑝: 𝑟𝑒𝑎𝑡𝑡𝑎𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑖 𝑙𝑖𝑛𝑒𝑎 𝑋𝑙 𝑡𝑟𝑎𝑠𝑐𝑢𝑟𝑎𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑟𝑖𝑠𝑝𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑎 𝑟𝑒𝑠𝑖𝑠𝑡𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑖 𝑙𝑖𝑛𝑒𝑎 𝑅𝑙 ,
𝑅𝑙
𝑅𝑙 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑖𝑑𝑒𝑟𝑎𝑡𝑎 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒, 𝑚𝑒𝑛𝑡𝑟𝑒 𝑠𝑖 ℎ𝑎 𝑎𝑢𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑜𝑣𝑢𝑡𝑜 𝑎 𝑇 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑎𝑙𝑒)

Valutazione Icc min: caso analizzato→ conduttura monofase con sezione 𝑆 (mm2) alimentata alla tensione 𝐸
(V), di lunghezza pari a 𝑙 m; si ipotizza un cortocircuito a fondo linea.
Considerati gli aspetti precedentemente trascurati, 𝐼𝑐𝑐 min si riduce tramite fattori correttivi.

0.8 ∗ 𝐸 ∗ 𝑆
𝐼𝐶𝐶 =
1.5 ∗ 𝜌 ∗ 2𝑙
0,8 è un fattore che tiene conto di abbassamento della tensione per effetto del cortocircuito. 1,5 è un fattore
per cui si moltiplica la resistenza della conduttura calcolata a 20 °C per tenere conto dell’aumento della
temperatura. 𝜌 è la resistività elettrica del conduttore a 20 °C in Ω ∗ 𝑚𝑚2 . 2 è il fattore per cui si moltiplica la
lunghezza della conduttura in quanto monofase.
Caso analizzato→ conduttura trifase. Ai fini della determinazione di 𝐼𝑐𝑐 min si considera sempre il guasto
monofase assumendo per 𝐸: in assenza del conduttore di neutro la tensione concatenata; In presenza del
conduttore di neutro la tensione di fase. Se il conduttore di neutro ha sezione pari a 𝑆/2 il valore di 𝐼𝑐𝑐 si
ottiene moltiplicando per 0,67 il risultato ottenuto.

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