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Elementi Di Sicurezza Elettrica

Il documento analizza la pericolosità della corrente elettrica, evidenziando che è la corrente, e non solo la tensione, a causare danni al corpo umano, con effetti variabili in base all'intensità, alla frequenza e alla durata del contatto. Vengono descritti i diversi tipi di contatto (diretto e indiretto) e gli effetti della corrente continua e alternata, con particolare attenzione alle soglie di pericolosità e alle curve di sicurezza. Infine, si discutono le misure di protezione contro i contatti diretti e indiretti, inclusi sistemi di messa a terra e interruttori differenziali.

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Elementi Di Sicurezza Elettrica

Il documento analizza la pericolosità della corrente elettrica, evidenziando che è la corrente, e non solo la tensione, a causare danni al corpo umano, con effetti variabili in base all'intensità, alla frequenza e alla durata del contatto. Vengono descritti i diversi tipi di contatto (diretto e indiretto) e gli effetti della corrente continua e alternata, con particolare attenzione alle soglie di pericolosità e alle curve di sicurezza. Infine, si discutono le misure di protezione contro i contatti diretti e indiretti, inclusi sistemi di messa a terra e interruttori differenziali.

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ELEMENTI DI SICUREZZA ELETTRICA

Pericolosità della corrente elettrica, normalmente si è abituati a far riferimento alla tensione quale causa dei
danni, in realtà, anche se è dalla tensione che parte il meccanismo, quella che produce direttamente i danni
è la corrente. È la corrente elettrica che, attraversando il corpo umano, provoca danni in funzione del suo
valore e della durata del fenomeno. La corrente elettrica, attraversando il corpo umano, produce effetti che
possono essere dannosi, fino a portare alla morte, a seconda del valore della intensità della corrente, della
frequenza (sopra o sotto i 100 Hz) e del tempo di contatto.

Il contatto può essere diretto o indiretto. Il contatto diretto avviene con parti metalliche normalmente in
tensione (parti attive). Il contatto indiretto avviene con masse normalmente non in tensione ma che
possono, in caso di guasto o cedimento dell'isolamento, trovarsi in tensione (la massa metallica può essere
in continuità elettrica con l’impianto).

Comunque sia il tipo di contatto elettrico, il corpo umano, o animale in genere, subisce il fenomeno dello
shock elettrico, più semplicemente detto elettrocuzione o folgorazione. La genesi del danno è di due diverse
nature, la prima è data dall’interazione elettrica con il sistema neurologico (coinvolge i movimenti volontari
ma anche quelli involontari come il cuore, che viene intaccato dalla corrente alternata) mentre altra è
l’ustione, la componente resistiva del carico dà origine a perdite per effetto Joule con il riscaldamento del
conduttore stesso.

L’effetto della corrente DC sul corpo umano è differente da quello della corrente AC LF ed HF. Infatti, il corpo
umano è un pessimo conduttore e si comporta in modo diverso a seconda della frequenza della corrente
che lo attraversa. Ad esempio, la corrente continua non ha effetto pelle e “vede” solo la resistenza R del
corpo, mentre la corrente alternata LF ha un piccolo effetto pelle, che cresce al crescere della frequenza, per
raggiungere il massimo alle HF. In pratica questo comporta il fatto che sia la corrente continua che la
corrente alternata a bassa frequenza penetrano di più all’interno del corpo umano rispetto alla corrente ad
alta frequenza, provocando immancabilmente molti più danni agli organi vitali. Per CA le pulsazioni a
frequenza 50 Hz risultano particolarmente dannose per il sistema nervoso (provocano la tetanizzazione dei
muscoli), mentre la corrente continua ha quasi esclusivamente un effetto di riscaldamento resistivo dei
tessuti. In definitiva le correnti alternate a bassa frequenza sono le più pericolose per l’uomo.

È possibile costruire delle curve di sicurezza in cui si va ad individuare delle zone differenti in base al grado
di pericolosità. Il grafico mette in relazione il tempo (ms) e la corrente (mA).
Zona 1 → la corrente è inferiore alla soglia di percezione (0.5mA),
il fenomeno non viene percepito.
Zona 2 → la corrente è inferiore alla soglia di tetanizzazione (10
mA), la persona riesce a sottrarsi volontariamente al contatto
senza conseguenze, evitando effetti dannosi. Questa fona però
dipende dal tempo di esposizione, all’aumentare del tempo di
esposizione diminuiscono i mA.
Zona 3 → se la corrente supera la soglia di tetanizzazione il
contatto deve essere interrotto da un dispositivo esterno prima di
un tempo limite, individuato dalla curva di sicurezza, affinché la
persona non abbia conseguenze (tetanizzazione e disturbi
reversibili al cuore, aumento della pressione sanguigna, difficoltà respiratorie).
Zona 4 → si può arrivare alla fibrillazione ventricolare e alle ustioni.
Un altro fattore molto importante, non considerato nella curva di
sicurezza all’esposizione alla corrente è il percorso che effettua la corrente
nel corpo umano. Influisce sul valore della corrente che interessa la zona
cardiaca ed individua anche la direzione del campo elettrico che agisce sul
cuore; e la probabilità di innesco della fibrillazione ventricolare varia con
la direzione del campo elettrico. Fattori di percorso F definiti come il
rapporto tra la corrente di riferimento nel percorso di riferimento (ad
esempio mano sinistra-piedi) e la corrente che scorre nel corpo umano nel percorso che si considera. Il
percorso più pericoloso, nei confronti della fibrillazione è quello mano sinistra/torace.

È necessario scrivere un’espressione matematica che consenta di descrivere l’andamento della curva in
modo da individuare la soglia di pericolosità (si individua anche un margine di sicurezza, a sinistra della
curva blu) in funzione del tempo di esposizione. Ribaltando gli assi si definisce la soglia di pericolosità in
funzione del tempo di esposizione.

Per una data frequenza, la corrente pericolosa I p e la permanenza ∆t sono tra loro correlate, potendo essere
tollerate correnti tanto maggiore quanto minore è la loro durata. Tale correlazione può essere espressa
dalla soglia media di pericolosità. Essa individua il limite al di sotto del quale la corrente è percepibile ma
non pericolosa. Al di sopra di tale limite la corrente deve considerarsi potenzialmente pericolosa, iniziando a
manifestarsi la tetanizzazione.

Il tempo di intervento è critico per la tecnologia disponibile, ad esempio nel caso delle abitazioni abbiamo
una soglia di differenza di correnti (corrente dispersa dovuta al passaggio tramite la persona e quindi shock
elettrico) pari a 30mA che corrisponde ad un tempo di esposizione massimo di mezzo secondo. Siccome
l’esigenza è quella di verificare i tempi effettivi di intervento dobbiamo rovesciare il problema e quindi
determinare la soglia di corrente in funzione del tempo di esposizione, ecco perché passiamo dal primo
grafico al secondo. La relazione è la seguente:

𝑄
𝐼𝑝 = 𝐼0 +
Δ𝑡
I parametri di I 0 e Q (carica elettrica) dipendono dalla frequenza della corrente. A frequenza industriale si
può assumere I 0 pari a 10 ÷ 30 mA e Q 10 mAs mentre per frequenze minori la curva di pericolosità presenta
valori più elevati fino a raggiungere I 0 pari a 60 mA in corrente continua. Per frequenze elevate risultano
pure tollerabili correnti maggiori, perché esse, diventando superficiali per l’effetto pelle, tendono a non
interessare gli organi interni. Pertanto, la maggiore pericolosità della corrente elettrica si presenta proprio
alle frequenze industriali, con le quali interagisce la maggior parte delle persone.
La curva di corrente di pericolosità si può portare in termini di soglia di tensione pericolosa, basta
moltiplicare il grafico di prima per la resistenza. Individuiamo delle soglie di pericolosità che sono del di 45-
50 V in corrente alternata e arriviamo a 120 V nel caso di corrente continua.

Esistono altri grafici che indicano le zone degli effetti prodotti sull’uomo dalla:

1) corrente elettrica continua (DC)

2) Corrente elettrica impulsiva (PC)

3) inoltre, per quanto riguarda la corrente alternata si ha una suddivisione in corrente alternata a
bassa frequenza (LF, < 100 Hz) e corrente alternata ad alta frequenza (HF, > 100 Hz).

Limite di sicurezza per la corrente: 30 mA mantenuti per un tempo massimo di 0.5 secondi. Tale valore è il
risultato di un compromesso tra la limitazione della probabilità di danno alle persone ed i limiti tecnologici
delle apparecchiature elettriche di interruzione. Nella pratica risulta più comodo riferirsi a valori di tensione
anziché di corrente. È necessario introdurre un altro parametro: la resistenza del corpo umano. Essa è molto
variabile e dipende dal passaggio della corrente elettrica, dipende dal tipo di contatto e da una serie di altri
fattori quali: Condizioni fisiche generali, abbigliamento, callosità delle mani, umidità, varia anche al variare
della tensione.
Resistenza corpo umano: 1÷5 kΩ. Con tensioni sinusoidali di valore efficace di qualche decina di volt
difficilmente si ha Ruomo < 2 kΩ.
Ruomo= 3 kΩ. resistenza media di un individuo del peso di almeno 50 kg ed in condizioni fisiche buone.
Tensioni pericolose: V>45 V.

Tenendo conto dei diversi fattori, sono stati previste tabelle di valori massimi ammissibili per la tensione di
contatto in funzione della rapidità di sgancio dell’interruttore, valori che partono da 50 V in su. Tali valori
sono considerati per gli impianti a bassa tensione situati in luoghi normalmente bagnati o molto umidi o
nella prossimità di grandi masse metalliche. Il DPR 547 non riporta alcuna indicazione per i valori massimi
ammissibili della tensione di contatto in ambienti normali.

Limiti di tensione: Il corpo umano presenta un comportamento prevalentemente resistivo. Peraltro, la


tensione 𝑉𝑝 = 𝑅𝑢𝑜𝑚𝑜 ∗ 𝐼𝑝 che corrisponde alla corrente pericolosa è di difficile definizione perché la
resistenza del corpo 𝑅𝑝 può variare in un campo molto ampio, dipendendo da molteplici fattori quali i punti
di contatto, l’estensione della superficie di contatto, la pressione di contatto, lo spessore della pelle e il suo
grado di umidità. Inoltre, 𝑅𝑝 decresce al crescere della tensione e varia nel tempo durante la persistenza del
contatto. Con tensioni sinusoidali di valore efficace di qualche decina di volt 𝑅𝑢𝑜𝑚𝑜 < 2 kΩ. Per questo
motivo si considera che, per la media degli individui, non siano pericolose tensioni sinusoidali con valore
efficace minore di 50 V e tensioni continue minori uguali a 120 V, applicate per un tempo illimitato. Invece i
sistemi di categoria 1 (50 ÷ 1000 V in c.a. e 120 ÷ 1500 V in c.c.) presentano livelli di tensione pericolosi.
Dato che con essi interagisce la quasi totalità della popolazione, generalmente priva di competenze
tecniche, questi sistemi richiedono misure di protezione particolarmente efficaci contro gli infortuni
elettrici. Con i sistemi di categoria 2 e 3, aventi tensioni maggiori, interagisce solo personale specializzato e
specificamente addestrato.
La distribuzione della energia elettrica in BT viene fatta mediante linee elettriche trifase (𝑉𝐶 = 380 V) con il
filo neutro collegato a terra. Il problema è che la categoria di questi impianti (a bassa tensione) ha questo
range di tensione di utilizzo (da 50 a 1000 V in alternata e da 120 a 1500 V in continua) e quindi sopra la
soglia di pericolosità. Dunque, bisogna proteggerci visto che siamo esposti a corrente decisamente
superiore alla soglia di pericolosità.

Si definisce massa ogni conduttore, accessibile dalle persone, che è separato dai conduttori attivi
dall’isolamento principale e che quindi normalmente non è in tensione rispetto al terreno, ma va in
tensione quando si rompe l’isolamento principale.
Il contatto di una persona con un conduttore in tensione, con conseguente elettrocuzione, può avvenire,
con una massa, in presenza della rottura dell’isolamento principale (contatto indiretto, figura a) o
direttamente con i conduttori attivi (contatto diretto, figura b).

L’impianto di messa a terra è un sistema di protezione per contenere l’incremento di potenziale nel
momento in cui una massa è in continuità elettrica con l’impianto elettrico e ci vorrà un impianto di messa a
terra in modo da far disperdere la carica nel terreno in modo di ridurre l’aumento di potenziale sennò la
massa si porta alla stessa tensione dell’impianto. Nel caso in cui si verifica questa situazione si crea un
anello di guasto (sostanzialmente chiudiamo un circuito e quindi abbiamo corto circuito) e in accordo alle
impedenze di questo circuito si stabilisce la corrente che transita e può essere anche molto elevata.

PROTEZIONE CONTRO I CONTATTI DIRETTI

1. isolamento delle parti attive (ossia in tensione) con materiali isolanti non rimovibili;
2. involucri o barriere tali da impedire ogni contatto con parti attive;
3. ostacoli o distanziamento tali da impedire il contatto accidentale con le parti attive;
4. interruttori differenziali ad alta sensibilità (salvavita), con correnti differenziali di sogli 𝐼𝑠 30 mA. Si tratta
di un metodo di protezione addizionale: questi interruttori possono infatti intervenire efficacemente contro
i contatti diretti che si verificassero malgrado gli accorgimenti precedenti.

Il grado di protezione di un involucro o barriera è identificato in sede IEC dalle lettere IP (International
Protection) seguite da due o al massimo da 3 cifre:
La prima cifra indica il grado di protezione dell’involucro o della barriera rispetto ai corpi solidi, la seconda
quello rispetto ai liquidi e la terza rispetto alle sostanze aeriformi.
Quando si vuole indicare solo uno o due tipi di protezione, le cifre mancanti sono sostituite dalla lettera X. al
crescere della cifra cresce il grado di protezione.
Le parti attive devono essere poste entro involucri, o dietro barriere, tali da assicurare almeno il grado di
protezione IP2X, salvo le eccezioni previste per alcuni apparecchi per i quali le norme relative richiedono un
grado inferiore di protezione. Distanze minime di sicurezza in presenza di linee o parti attive non isolate.

2.50 m

1.25 m

0.75 m

PROTEZIONE CONTRO I CONTATTI INDIRETTI

1. messa a terra delle masse, realizzata connettendole all’impianto di terra, che ha lo scopo di evitare che, in
caso di guasto, esse assumono potenziali elevati rispetto a terra. Può essere prevenzione e/o protezione.
Rispetto all’eventualità del contatto indiretto è prevenzione perché in caso di cedimento del conduttore a
contatto con la massa metallica fa sì che il potenziale della massa venga mantenuto entro certi valori e
quindi diminuisce l’entità del danno.
2. interruzione automatica dell’alimentazione: è garantita da interruttori automatici che intervengono in
caso di guasto in modo da impedire che le masse assumano potenziali elevati per tempi tali da divenire
pericolose. Se si verifica una dispersione che arriva a 30 mA, l’interruttore fa si che si apra il circuito con un
tempo inferiore al mezzo secondo.
3. doppio isolamento delle parti in tensione che rende bassissima la probabilità di un cedimento completo
dell’isolamento e permette di non ricorrere a dispositivi di interruzione.
4. separazione elettrica, che si attua in alternativa all’interruzione automatica, fornendo l’alimentazione
attraverso un trasformatore di isolamento e permette di evitare l’interruzione in caso di guasto. Questo
sistema è specifico per ambienti come con il trasformatore in modo da non avere, nel caso in cui succedano
problemi, un distacco della rete elettrica. Esso viene utilizzato nei locali ad uso medico.
IMPIANTO DI TERRA

Con il termine terra si indica la massa del terreno assunta convenzionalmente a potenziale nullo ovunque.
un impianto di terra è costituito dall’insieme dei dispersori e dei conduttori di terra. Gli scopi dell’impianto
di terra sono:

- Offrire una via di ritorno alle correnti di guasto diverso da quelli offerti dal corpo umano. Tutti i flussi
avvengono verso la via a minor resistenza, la corrente tende a passare dove c’è minore resistenza elettrica.
Nel mentre si mantiene un potenziale ridotto che però superiore a quello della terra (c’è comunque una
differenza di potenziale). L’impianto di terra deve essere una via preferenziale, oltre a ridurre il potenziale,
la via di terra deve essere la via a minor resistenza. Nel caso passasse un po' di corrente interviene
l’interruttore automatico.

- Determinare l’intervento delle protezioni in tempi opportuni. Si riduce la corrente che passa attraverso
l’uomo dopo il contatto e si consente l’intervento dell’interruttore automatico (il tempo di intervento
dipende dalla corrente passante).

- Rendere equipotenziali strutture metalliche suscettibili di essere toccate contemporaneamente. Anche


grandi masse metalliche, nonostante non siano interessate da passaggio di conduttori elettrici tipicamente
sono messi a terra visto che ci potrebbe essere aumento di potenziale per via elettrostatica e non per un
contatto con conduttore.

Un dispositivo di terra è un corpo metallico posto ad una certa profondità nel terreno, in buon contatto con
questo e destinato a disperdervi eventuali correnti.
Il conduttore di terra provvede a realizzare il collegamento fra le parti da proteggere ed il dispersore di
terra.

Un impianto di terra è costituito da un sistema di conduttori che permettono di collegare a terra, in modo
sicuro, determinati elementi conduttori (messa a terra).

Il collettore o nodo può essere anche un anello equipotenziale a cui poi sono collegati dei conduttori
collegai a loro volta ai singoli dispersori.
Si ha il collegamento di tutte le masse al collettore o nodo principale di terra, dopo di che si avranno dei
conduttori, quest’ultimi avranno dei nomi differenti a seconda delle masse che vanno a collegare.
Il conduttore di protezione sono dei cavi che collegano le masse suscettibili di un potenziale contatto con
parte elettrica in tensione.
I conduttori equipotenziali sono invece quelli che collegano le masse metalliche (tipo cancello, finestre, ecc)
sono suscettibili a parti in tensione al collettore o al nodo di terra.
Dal collettore principale, ogni tot distanza, si avranno dei conduttori che collegano questo anello principale
ai dispersori.

Ci possono essere impianti più complessi di quello appena descritto e strutture diverse. Ad esempio,
l’impianto di messa a terra di una cabina di trasformazione ha funzioni particolari e può essere classificato
in una maniera differente.

Il collegamento può avere le seguenti funzioni:

1. Messa a terra di potenza

All’impianto di terra sono collegate le masse metalliche delle apparecchiature che fanno parte dell’impianto
elettrico. Cioè, è relativo alle masse metalliche suscettibili di un potenziale contatto con parti in tensione.
Questo collegamento mantiene le masse al potenziale di terra in condizioni di normale funzionamento e
limita le loro tensioni rispetto a terra in caso di guasto. In assenza di guasto tutte le masse metalliche sono
allo stesso potenziale; invece, in caso di guasto il sistema fa si che diminuisca la crescita di potenziale e
quindi diminuisce la possibile corrente che scorre tramite il corpo umano. Questa messa a terra non
riguarda invece le masse non suscettibili. Esso realizza la protezione mediante messa a terra, descritta nel
seguito.

2. Messa a terra di funzionamento

All’impianto di terra possono essere collegate parti attive di un impianto o di un sistema elettrico. È una
parte dell’impianto messo a terra, è la terra elettrica. Ad esempio, questo è il caso della cabina di
trasformazione per quel che riguarda il secondario (neutro dell’avvolgimento a stella) del trasformatore
dalla media alla bassa. In altri casi la connessione permette di sfruttare il terreno come conduttore sede di
corrente.

3. Messa a terra per lavori

Quando una porzione di sistema elettrico viene portata fuori servizio per eseguire lavori, essa deve essere
sezionata dalla parte dell’impianto che resta in tensione e collegata a terra in maniera sicura e visibile.
A tale scopo essa viene collegata all’impianto di terra per mezzo di sezionatori di terra o di connessioni
provvisorie.

Ogni edificio è dotato di un impianto di terra. Negli schemi circuitali il collegamento a terra è indicato con:

Nell’analisi dei componenti dell’applicazione 1, ovvero della messa a terra di potenza. Si ha:

• il dispersore, totalmente immerso nel terreno, è costituito da uno o più elementi conduttori
collegati tra loro;

• conduttori di terra, che collega gli elementi del dispersore tra loro ed al collettore di terra;

• collettore (o nodo principale) di terra, costituito da un morsetto o sbarra collegata sia al dispersore
che alle masse. A partire da questo elemento si ha la connessione con tutte le masse che
contengono e non contengono parti elettriche;
• conduttori di protezione, indicati con PE, che collegano il collettore di terra alle masse delle
apparecchiature elettriche;

• conduttori equipotenziali che collegano il collettore di terra alle masse estranee (es. cancelli).

L’impianto di messa a terra ha un ruolo fondamentale nella sicurezza elettrica degli edifici, ma svolge anche
un'altra funzione: quella di rete di captazione per la protezione dalla folgorazione. Infatti, qualunque edificio
può essere soggetto a fulminazioni, motivo per cui si realizza una griglia posizionata superiormente, nota
come rete di captazione. Questa rete agisce in modo simile alle funi di guardia degli elettrodotti, creando
una gabbia di Faraday che protegge l’edificio sia dalle scariche atmosferiche sia dalle radiazioni
elettromagnetiche.

Per disperdere la carica intercettata dalla rete di captazione, è necessario collegarla tramite opportuni
conduttori all’anello equipotenziale di terra. I conduttori di protezione possono essere collegati
singolarmente al collettore oppure accorpati tramite nodi equipotenziali e poi condotti fino all’anello
equipotenziale attraverso percorsi comuni.

L’impianto di messa a terra può essere suddiviso in tre parti principali:

1. Rete di captazione – Costituita da una griglia o da una gabbia di Faraday, ha il compito di proteggere
l’edificio dalle fulminazioni e dalle radiazioni elettromagnetiche.

2. Collegamenti equipotenziali – Sono i conduttori che assicurano l’equipotenzialità tra le varie parti
dell’impianto.

3. Dispersori – Elementi che permettono di disperdere le correnti nel terreno.

L’anello equipotenziale, noto anche come collettore o nodo principale di terra, è collegato al sistema dei
dispersori tramite i conduttori di terra. Le discese esterne connettono la rete di captazione all’anello
equipotenziale e formano il cosiddetto impianto parafulmine. Le discese interne (conduttori equipotenziali
e di protezione) collegano a terra le carcasse metalliche al cui interno vi sono impianti elettrici presenti
nell’edificio (conduttori di protezione) e altre masse metalliche presenti (conduttori equipotenziali).
I conduttori equipotenziali sono sempre isolati con una guaina giallo-verde, un colore specificamente
destinato a questo utilizzo per evitare confusioni con altri tipi di conduttori. Essi percorrono generalmente
tratti comuni con altri conduttori all’interno dell’edificio.

In sintesi, l’impianto di messa a terra, attraverso la rete di captazione, i collegamenti equipotenziali e i


dispersori, garantisce la protezione dell’edificio sia dalle scariche atmosferiche che dai rischi elettrici,
assicurando la sicurezza di persone e impianti.
3.1. Dispersore di terra

Dispersore costituito da un elettrodo immerso nel terreno e utilizzato per ottenere una voluta resistenza tra
l’anello equipotenziale e il punto all’infinito.

Il dispersore garantisce un buon contatto elettrico tra l’impianto di messa a terra e il terreno sotto una
voluta resistenza elettrica. È necessario avere almeno 2 dispersori, posti a distanza più o meno grande,
affinché avvenga la chiusura del circuito e la corrente possa essere dispersa nel terreno.
Quando, in caso di guasto, la corrente di terra 𝐼𝑡 attraversa il dispersore, essa produce nel terreno un campo
di corrente. La distanza tra i due dispersori deve essere opportuna. Infatti, se i due dispersori sono a
distanza elevata rispetto alle loro dimensioni, il campo di corrente in prossimità di ciascuno non è
influenzato dall’altro e tutto avviene come se la corrente si richiudesse a distanza infinita.
Il campo elettrico che si genera dipende dalla tipologia del dispersore (geometria), dalla profondità in cui è
interrato e dalla natura del terreno (poiché essendo il terreno poco omogeneo si avranno diverse resistenze
elettriche). Tutte queste caratteristiche influenzano quella che è la bontà del contatto tra l’impianto di terra
e il terreno, ovvero la resistenza di contatto che si ottiene. Minore è la resistenza e migliore sarà la capacità
di dispersione.

Nella pratica si utilizzano strutture costituite da un picchetto, da una piastra o da una grata:

Nel caso in cui il dispersore entra in funzione si ha una corrente che crea un campo elettrico. Questo vuol
dire che si crea un andamento del potenziale elettrico (V) che andrà a decrescere man mano che ci si
allontani dal dispersore stesso, questo effetto produce anche la limitazione della tensione di contatto. Il
potenziale assume sempre il valore massimo in corrispondenza del dispersore e decresce in funzione della
distanza da esso. Dunque, se una persona è distante dal dispersore sarà soggetto ad una differenza di
potenziale più grande.

Vediamo come la forma, la profondità di interramento e resistenza elettrica del terreno influiscono sulla
resistenza elettrica equivalente del contatto dispersore-terreno. Esso è un parametro che permette di
valutare la dispersione di una corrente al crescere del potenziale rispetto alla terra. La resistenza elettrica
equivalente di ciascuna tipologia si ricava da formule di dimensionamento di tipo empirico:

Dispersore semisferico

La dispersione della corrente sarà influenzata dalla forma del dispersore. Si avrà
sulla superficie del dispersone una densità di corrente J pari a corrente I diviso la
superficie. La superficie è 2𝜋𝑟 2. 𝐼 è la corrente che si irradia all’infinito mentre 𝑟 è
una generica distanza.

𝐼
𝐽=
2𝜋𝑟 2
Il campo elettrico E è proporzionale al prodotto tra la resistività del terreno 𝜌 e la densità di corrente J.

𝐸 = 𝜌𝐽
Si ipotizza che la resistività del terreno sia costante rispetto alla resistenza equivalente R (in realtà non così
perché varia a seconda della profondità del terreno). Si vuole calcolare la curva del potenziale (presente
nell’immagine c), in modo così da poter calcolare la resistenza elettrica equivalente R, essa sarà pari al
potenziale diviso per la corrente che si disperde.
Il potenziale del dispersore viene calcolato tramite il campo elettrico, integrandolo rispetto al raggio (da R1
dove inizia la superficie di dispersione del dispersore fino a infinito).
∞ ∞
𝜌𝐼
𝑉 = − ∫ 𝐸 𝑑𝑟 = ∫ 𝑑𝑟
𝑅1 𝑅1 2𝜋𝑟 2

Dividendo il potenziale per la corrente si calcola R. si considera la densità del terreno costante poiché si
considera il terreno omogeneo. La resistenza equivalente del dispersore riferita al punto all’infinito:

𝑉 𝜌 𝜌
𝑅= = −∫ 𝑑𝑟 =
𝐼 𝑅1 2𝜋𝑟 2 2𝜋𝑅1

Si ottiene una formula approssimata ma permette di comprendere le relazioni con i parametri caratteristici.
La resistenza elettrica equivalente del contatto dispersore-terreno riferita all’infinito (chiudo il circuito
all’infinito) aumenta linearmente con la resistività del terreno 𝜌 e diminuisce in maniera lineare con il raggio
del dispersore 𝑅1. Più è piccolo è il dispersore, maggiore è resistenza. Più è grande il raggio, minore è la
resistenza elettrica equivalente.

Ne due casi seguenti cambia solo la formula della densità perché si ha una forma differente:

Dispersore cilindrico Dispersore a disco

Dispersore a griglia o graticcio

Procedendo in modo analogo a prima, cioè, calcolando la densità di coerente,


il campo elettrico e integrando quest’ultimo per trovare il potenziale,
determina la corrente dispersa. Essa dipenderà da due termini, dove in
entrambi si ha una proporzionalità diretta tra resistenza elettrica equivalente e
la densità del terreno.
𝜋𝜌 𝜌
𝑅= +
4(𝑎 + 𝑏) ∑𝑖 𝑙𝑖

Il primo termine dipende perimetro del graticcio mentre il secondo dipende dallo sviluppo del conduttore
ovvero la lunghezza. La sommatoria rappresenta lo sviluppo di tutto il conduttore impiegato per realizzare la
rete di dispersione.
A parità di perimetro, se si ha una griglia più fitta, la sommatoria diventa più grande e quindi diminuisce il
secondo contributo facendo diminuire la resistenza elettrica per contatto dispersore-terreno (aumenta la
quantità di materiale che si ha e quindi aumenta la capacità di condurre e disperdere corrente nel terreno).

Il senso è di capire come i parametri condizionino la resistenza elettrica equivalente che è la resistenza del
contatto dispersore-terreno, quella sotto cui avviene la dispersione all’infinito di una determinata corrente
di dispersione e quindi data la corrente che si deve disperdere implica un determinato potenziale al
dispersore. In realtà la resistività del terreno è esternamente variabile sia con la profondità, sia muovendosi
lungo la superficie del terreno. Tale variazione di resistività è inoltre più forte nei primi strati del terreno, e
varia a seconda delle condizioni climatiche e stagionali. Pertanto, le formule fin qui viste sono di scarsa
utilità per il dimensionamento dell’impianto di terra. Si effettua quindi la misura della resistenza del
dispersore: le norme prevedono per tale misura il metodo cosiddetto “volt-amperometrico”.

3.2. Misura della resistenza di terra di un dispersore

Il metodo volt-amperometrico consiste nel misurare sia la corrente iniettata nel dispersore 𝐼𝐷 sia la tensione
che conseguentemente il dispersore assume rispetto ad un punto all’infinito 𝑉𝐷∞ .

Dato il basso valore di conducibilità del terreno in confronto a quello di un conduttore metallico, gli effetti
induttivi delle correnti sul terreno sono trascurabili e l’impedenza è costituita unicamente dalla resistenza,
anche per frequenze di 50 – 60 Hz. Quindi le misure possono essere fatte sia in DC che in AC. Quindi dal
rapporto tra 𝐼𝐷 e 𝑉𝐷∞ si determina la resistenza di terra del dispersore.

Nella pratica il punto all’infinito non è accessibile (nelle formule precedenti non si era considerato ciò). Per
la determinazione di 𝑅𝐷 si adotta quindi un metodo basato sullo schema di figura dove:

D è il dispersore di cui si vuol conoscere la resistenza del contatto D-terreno. A è un elettrico ausiliario. S è
un elettrodo mobile che si infigge nel terreno lungo la congiungente DA.
Tramite l’elettrodo S si misura il potenziale, mentre nell’altro circuito con l’amperometro A si misura la
corrente. La tensione che si misura è riferibile, con approssimazione adeguata, al valore all’infinito. Si
misura il potenziale, la corrente dispersa e quindi la resistenza del contatto dispersore-terreno.

𝑉𝐷∞ 𝑉𝑡
𝑅𝐷 = 𝑅𝑡 = =
𝐼𝐷 𝐼𝐷

Dunque, scelto il dispersore e la profondità si avrà una determinata resistenza di terra 𝑅𝑡 . Questa ultima è
data dal rapporto tra la tensione verso terra dell’impianto 𝑉𝑡 (tensione a cui si porta il dispersore) diviso la
corrente dispersa 𝐼𝐷 .

Si devono definire dei parametri, che derivano dalla curva di potenziale, che varino a seconda della distanza
e della corrente di dispersione. Si deve capire effetto si ha sulla tensione di contatto ovvero sulla tensione a
cui è sottoposto l’uomo che ha i piedi sul pavimento, ad una certa distanza dal dispersore, e le mani su una
massa. La mano dell’uomo sul dispersore starà al potenziale del dispersore mentre i piedi avranno un
potenziale differente in base a dove si trovano.
𝑉𝑎 , dunque, considerata la posizione dei dispersori rispetto al posizionamento delle apparecchiature. Si crea
in corrispondenza del dispersore una curva di potenziale che dipende dalla resistenza elettrica di contatto
dispersore-terreno. Invece, dalla posizione del dispersore rispetto alle masse (considerando la distribuzione
del potenziale), si determinerà un diverso potenziale di riferimento di terra a seconda di dove stanno si
trovano i piedi dell’uomo.

La scelta del dispersore e la sua profondità di interramento oltre alle condizioni locali del terreno, ci danno
impatto sulla resistenza equivalente del contatto dispersore-terreno. La scelta del numero di dispersori (le
cui curve di potenziale non devono interagire tra loro) e il posizionamento rispetto alle masse metalliche a
cui sono collegate, produce un effetto sulle tensioni di riferimento della terra calpestata per il soggetto che
può subire un contatto indiretto. Il posizionamento, quindi, ha effetto sulla protezione.

Si introducono i parametri di tensione: la tensione di contatto 𝑉𝑐 che è la tensione alla quale è sottoposto il
corpo umano a seguito di contatto con parti metalliche andate in tensione (norme 𝑉𝑐 < 50 𝑉). La massa
metallica si porta al potenziale del dispersore. Inoltre, si deve considerare che si hanno due piedi, mentre si
cammina ad esempio, si avrà una differenza di potenziale (tensione di passo 𝑉𝑃 ) tra due i due punti del
pavimento dove poggiano i piedi (distanza di un metro circa ovvero distanza di passo), dunque la differenza
di potenziale tra i due piedi deve essere contenuta dentro certi valori.

Inoltre, si ha una tensione totale di terra 𝑈𝑡 , essa è la tensione che si stabilisce tra il dispersore e punti
sufficientemente lontani da potersi considerare all’infinito, quando è presente la corrente di terra 𝐼𝑡 . La
tensione all’infinito è considerata nulla, dunque la tensione di terra sarà pari alla tensione al dispersore 𝑉𝐴 .

𝑈𝑡 = 𝑉𝐴 − 𝑉 (∞) = 𝑉𝐴

Si definisce resistenza di terra 𝑅𝑡 il rapporto tra la tensione di terra e la corrente di terra.

𝑈𝑡
𝑅𝑡 =
𝐼𝑡

Se il terreno è costituito da un mezzo lineare la resistenza di terra non dipende dalla corrente ma soltanto
dalla resistività del terreno e dai parametri geometrici che caratterizzano il dispersore stesso.

È detta tensione di contatto 𝑈𝑐 quella alla quale può essere soggetta una persona in caso di contatto
indiretto. Essa si manifesta il più delle volte tra una mano che tocca una massa e i piedi che sono a contatto
con il terreno. Esempio:

La massa è in continuità elettrica con il dispersore (causata ad esempio dal cedimento di un isolante) quindi
avrà potenziale pari a 𝑉𝐴 ed è presente la corrente di terra 𝐼𝑡 . Assumendo che le masse stesse siano
equipotenziali con il dispersore, la tensione di contatto è la differenza di potenziale a cui si trova il soggetto
e quindi sarà pari a 𝑉𝐴 meno 𝑉𝐵 (ovvero il potenziale del dispersore meno il potenziale del punto di contatto
a terra). Tramite la curva di potenziale in basso si trova il potenziale rispetto al dispersore.

𝑈𝑐 = 𝑉𝐴 − 𝑉𝐵

La tensione di contatto risulta una frazione della tensione totale di terra, dunque, si ha 𝑈𝑐 ≤ 𝑈𝑡 .

Inoltre, si ha la tensione di passo 𝑈𝑝 che, in seguito alla presenza di corrente di terra 𝐼𝑡 , può risultare
applicata tra i piedi di una persona posti alla distanza di passo, convenzionalmente pari ad un metro. La
tensione di passo coincide quindi con la massima differenza di potenziale tra due punti distanti un metro,
come C e D.

𝑈𝑝 = 𝑉𝐶 − 𝑉𝐷

Se cambio l’area cambia la tensione di passo mentre la tensione di contatto rimane stabile dopo aver
collocato il dispersore. Se l’apparecchiatura si trova a notevole distanza dal dispersore a cui è collegata, la
tensione di contatto viene quasi a coincidere con la tensione totale di terra, mentre è piccola la tensione di
passo. Maggiore è la profondità di interramento del dispersore, minore sarà la tensione di passo (tenderà ai
valori 𝑈𝐶 = 𝑈𝑡 e 𝑈𝑝 = 0), mentre la tensione di contatto aumenterà.

In pratica aumentando la distanza fisica del dispersore rispetto all’apparecchiatura e aumentando la


profondità si avrà un aumento della tensione di contatto e una diminuzione della tensione di passo.

Si deve dimensionare rispettando i 50V di tensione massima di contatto, mentre per la tensione di passo si
hanno limiti e tempi di intervento da rispettare.

Tensione di passo: tensione che può risultare applicata tra i piedi di una persona a distanza di un passo
durante (1 m) un cedimento dell’isolamento.
IMPIANTI ELETTRICI UTILIZZATORI

Quello visto fin ora è un caso specifico della messa a terra che si riferisce alle abitazioni. Si deve distinguere
tra un utilizzatore e una rete di distribuzione.

Un impianto utilizzatore è l’insieme dei circuiti di alimentazione degli apparecchi utilizzatori e delle prese a
spina (comprese le relative apparecchiature di manovra, di sezionamento, di interruzione, di protezione,
ecc.) che stanno a valle di un punto di fornitura (il contatore).
Esso viene anche detto rete di distribuzione interna poiché tutte le masse che si hanno a valle del contatore
vengono collegate tramite un impianto di messa a terra ed esse vengono connesse ad una terra differente
rispetto a quella della fornitura. Dunque, si avrà una rete di distribuzione interna ed una esterna in cui il
punto di allaccio è il confine. Esistono impianti utilizzatori in media tensione, ovvero appartenenti alla
categoria 2 ed impianti utilizzatori in bassa tensione, ovvero appartenenti alle categorie 1 e 0.

Fin ora ci siamo riferiti alla terra elettrica della fornitura (rete di distribuzione esterna) che è distinta dalla
terra utilizzata per la rete di distribuzione interna. L’impianto di messa a terra di un’abitazione, collegata alla
bassa tensione, deve occuparsi di tutte le masse a valle del punto di fornitura e deve essere collegato ad una
terra diversa da quella della fornitura elettrica che è a carico del distributore. La cabina di trasformazione ha
un impianto di messa a terra per mettere a terra gli avvolgimenti del secondario collegati a stella (con il
centro stella collegato a terra), questa messa a terra ricordiamo che svolge un'altra funzione, infatti, viene
definita messa a terra di funzionamento (2) pag. 5).

Dobbiamo definire bene la categoria degli impianti di utilizzazione a seconda delle tensioni di esercizio. Tutti
gli impianti in bassa tensione sono in categoria 1. Per questa lo schema è quello visto precedentemente.

Nelle abitazioni private (bassa tensione) la terra elettrica viene gestita dal distributore ed essa può trovarsi
anche a notevole distanza dall’abitazione. Quindi se si collegassero le masse non alla terra propria ma alla
terra elettrica si potrebbe avere una notevole distanza fisica tra il luogo dove avviene il contatto indiretto e il
luogo dove è situata la terra elettrica.
Mentre, nella media tensione ciò non avviene. Le strutture collegate alla media tensione hanno una cabina
di media e quindi la terra elettrica è in prossimità dei punti dove sono collocate le masse. Le masse possono
essere collegate alla terra propria o alla terra elettrica, cioè si ha la possibilità di connettere le masse
elettriche alla terra elettrica e quindi disperdere tramite l’impianto di messa a terra della cabina di
trasformazione e non della terra propria.

Se l’utente ha una cabina di trasformazione può decidere di non avere la messa a terra elettrica o, meglio,
ha il collegamento a terra degli avvolgimenti del trasformatore connessa a terra tramite un’impedenza
molto grande che fa sì che gli avvolgimenti siano isolati rispetto alla terra. In questo caso l’utente è
obbligato a fare un impianto di messa a terra con tutte le masse connesse con terra propria.

Ricapitolando si hanno 3 casi. Il primo in cui si ha una fornitura con terra elettrica e masse tutte collegate ad
una terra distinta da quella elettrica (impianti collegati a bassa tensione, piccoli utilizzatori). Il secondo caso
è quando si ha un’alimentazione elettrica con terra elettrica e le masse collegate non tramite terra propria
ma tramite terra elettrica ovvero si ha la messa a terra di funzionamento (grandi utenti con propria cabina
di trasformazione). Il terzo caso è quello in cui si ha la necessità di continuità di fornitura e non si ha la terra
elettrica ma si ha un collegamento del neutro del centro stella degli avvolgimenti del secondario del
trasformatore messo a terra con un’impedenza grande quindi isolato e in questo caso si deve avere per
forza una messa a terra proprietaria, distinta come nel caso delle utenze di bassa tensione.
CLASSIFICAZIONE DEI SISTEMI DI DISTRIBUZIONE DELL’ENERGIA ELETTRICA

Gli impianti utilizzatori in bassa tensione, che tipicamente alimentano carichi trifase a 380 V (o monofasi a
220 V) e hanno neutro distribuito insieme alle fasi. Ai fini antinfortunistici le norme prevedono che i sistemi
elettrici con tensioni alternate fino a 1000 V (BT) rispettino specifiche modalità di messa a terra del neutro e
delle masse. In relazione alle modalità di messa a terra, tali norme distinguono i sistemi elettrici in base ad
una sigla composta da gruppi di lettere, con i seguenti significati:

Prima lettera definisce la condizione del sistema di alimentazione rispetto a terra ovvero se è presente una
terra propria oppure no. Se un punto del sistema (in genere il neutro) è collegato direttamente a terra, verrà
indicato con la lettera T. Mentre se il sistema è isolato da terra, oppure un suo punto (in genere il neutro) è
collegato a terra tramite un’impedenza elevata, verrà indicata con la lettera I.

La seconda lettera ci dice come sono collegate le masse rispetto alla terra. La lettera T indica che le masse
sono collegate a terra tramite un impianto di messa a terra proprio (già visto con conduttori di protezione,
nodo equipotenziale, conduttori di terra e dispersori). La lettera N indica che le masse sono collegate al
punto di messa a terra del sistema di alimentazione.

Se si usa come conduttore proprio il neutro oppure si sdoppia il neutro in due e se si usa un conduttore
dedicato come conduttore di protezione è possibile avere delle lettere aggiuntive. Queste lettere aggiuntive
stabiliscono la condizione del conduttore di neutro e di protezione. Nel caso in cui si hanno due conduttori
separati si aggiunge la lettera S (separati) e quindi si avrà un conduttore (N) che svolge la funzione di neutro
e ne un altro che svolge la funzione di protezione elettrica (PE). Nel caso in cui si ha un unico conduttore
(PEN) che fa da protezione elettrica e da neutro allora esso viene indicato con la lettera C (comune).

Dato che la normativa impone il collegamento a terra delle masse, risultano possibili le seguenti
combinazioni delle prime due lettere: TT, TN e IT.

Nel caso in cui si abbia una fornitura elettrica messa a terra è possibile avere due casi, o avere il caso TT,
cioè, due terre distinte (terra elettrica e terra propria) o il caso TN, ovvero linea elettrica messa a terra e la
messa a terra della cabina di trasformazione. Questo è possibile farlo agganciando tutti i conduttori al
neutro oppure ritirando fino alla cabina un conduttore aggiuntivo a cui sono collegate tutte le masse così da
fungere da conduttore di protezione, una volta arrivato in cabina questo conduttore, come il neutro, sarà
collegato alla terra della cabina.

Se è presente il conduttore di protezione (PE) e il neutro (N) si avrà impianto TNS. Se invece tutte le masse le
vengono collegate direttamente al neutro e si ha un conduttore unico che svolge tutte le funzioni, (PEN) si
avrà TNC.
SISTEMA TT

Nel sistema TT il neutro (N) è collegato direttamente a terra (impianto di terra della cabina elettrica, che
appartiene all’ente erogatore) e le masse sono collegate ad un impianto di terra locale (proprio degli
utilizzatori), elettricamente indipendente da quello del neutro. All’impianti di terra proprio dell’utilizzatore
sono connesse le masse delle proprie apparecchiature tramite i conduttori di protezione (PE).

Lo schema elettrico seguente è il classico caso di un’utenza legata alla linea di bassa tensione. Si ha che la
cabina elettrica è di proprietà del gestore con una sua messa a terra, è formato da una linea trifase di bassa
tensione con il suo neutro. L’utente si aggancia ad una fase e al neutro ed ha il suo impianto di messa a terra
con tutte le masse.

In questo caso, sia ha l’utenza trifase connessa alla linea di bassa e un’utenza monofase. In entrambi i casi è
presente un conduttore di protezione, i collettori, i conduttori di terra e i dispersori. Il sistema TT viene
sempre impiegato per alimentare gli impianti di utilizzatori di piccola potenza, privi di cabina di
trasformazione propria, cioè le utenze domestiche ma non solo perché ci sono anche utenze trifase. Si
hanno correnti di guasto a terra dell'ordine di qualche ampere, o, al massimo, di qualche decina di ampere.
Il sistema TT è inoltre caratterizzato dal pericolo che il neutro vada in tensione sia per guasti in cabina che
per effetto di tutte le correnti di dispersione delle utenze servite.

Un guasto fase-terra (linea rossa), causato dal cedimento dell’isolamento tra una fase e la massa di
un’apparecchiatura, può dare luogo ad un infortunio per contatto indiretto.

Quando si lesiona un isolante, per effetto della dispersione nel terreno, si chiude la terra propria
dell’impianto realizzato presso l’utenza con la terra della cabina elettrica. Si crea un anello di guasto che
comprende i due dispersori ed il terreno e quindi presenta impedenza complessiva 𝑍𝑡 .
𝑅𝑡 è la resistenza di terra del dispersore dell’utenza (contatto dispersore terra) e si chiude nella resistenza di
terra del dispersore di cabina 𝑅𝑛 . Il circuito equivalente è l’impedenza longitudinale della linea, quindi, è
inclusa nell’impedenza di linea fino al punto di guasto (𝑍𝑙 ) e nell’impedenza del secondario del
trasformatore (𝑍𝑔 ). L’anello di guasto include questi componenti appena descritti, dunque, è possibile
calcolare (se conosco l’impedenza messa in serie lungo il circuito di guasto) la corrente dispersa poiché è
nota la forza elettromotrice 𝐸𝑔 (f.e.m.) del circuito che è quella indotta nel secondario del trasformatore.

Quindi si avrà 𝐸𝑔 forza elettromotrice indotta nel secondario del trasformatore diviso l’impedenza totale di
tutto il circuito di guasto 𝑍𝑡 data dalla somma della resistenza di terra 𝑅𝑡 del dispersore dell’utenza, della
resistenza di terra 𝑅𝑛 del dispersore di cabina, dell’impedenza 𝑍𝑔 a secondario del trasformatore e
dell’impedenza 𝑍𝑙 della linea fino al punto di guasto. Pertanto, a regime, viene a stabilirsi la corrente di
guasto 𝐼𝑔 :

𝐸𝑔 𝐸𝑔
𝐼𝑔 = =
𝑍𝑡 𝑅𝑡 + 𝑅𝑛 + 𝑍𝑔 + 𝑍𝑙

Sapendo la corrente che circola e possibile calcolare il potenziale di terra, ovvero il potenziale che si ha al
dispersore e che si ha nella carcassa (𝑉𝐴 ). La tensione di contatto ovviamente sarà minore di 𝑉𝐴 . Si avrà che
la tensione di contatto è minore o uguale alla tensione di terra.

𝑅𝑡
𝑈𝑐 ≤ 𝑈𝑡 = 𝑅𝑡 𝐼𝑔 = 𝐸𝑔
𝑍𝑡

𝐼𝑔 è uguale alla forza elettromotrice indotta nel secondario del trasformatore diviso l’impedenza totale
dell’anello di guasto che si crea. Quindi abbiamo che la tensione di contatto sarà una quota parte della
tensione di terra. Quindi con il sistema TT la tensione di contatto 𝑈𝑐 risulta una frazione del valore efficace
della tensione stellata 𝐸𝑔 , tanto minore quanto minore è la resistenza 𝑅𝑡 dell’impianto di terra rispetto alla
totale impedenza dell’anello di guasto.

Le impedenze del trasformatore e della linea sono di solito trascurabili rispetto alle resistenze di terra dei
dispersori e quindi:

𝑅𝑡 ∗ 𝐸𝑔
𝑈𝑡 =
𝑅𝑡 + 𝑅𝑛

Dunque, aver separato le terre introduce un vantaggio. Infatti, se avessimo 𝑅𝑡 = 𝑅𝑛 oterremo 𝑈𝑡 = 𝐸𝑔 /2 .


Grazie a questa architettura si riesce almeno a dimezzare la forza elettromotrice indotta del secondario nel
trasformatore.

Se la resistenza di terra 𝑅𝑡 non è sufficientemente piccola (minore di 50V), 𝑈𝑐 può raggiungere valori
pericolosi per le persone: è allora necessario predisporre un dispositivo di protezione, tipicamente un
interruttore automatico, capace di interrompere tempestivamente la corrente di guasto. Da normativa si ha:

𝑅𝑡 𝐼𝑎 ≤ 50

dove 𝑅𝑡 è espressa in Ω e 𝐼𝑎 è la corrente, espressa in Ampére, che provoca l’intervento automatico del
dispositivo di protezione. Quindi, essendo 𝑈𝑐 ≤ 𝑈𝑡 , in caso di contatto indiretto a seguito di un guasto
faseterra, una persona non può essere sottoposta ad una tensione di contatto maggiore di 50 V per tempi
maggiori a quelli di intervento. Per questi valori di corrente sono particolarmente indicati gli interruttori
differenziali.
SISTEMA TN

In questo sistema all’impianto di terra della cabina elettrica sono collegati sia il neutro che il conduttore di
protezione delle masse delle utenze. Il sistema TN viene sempre impiegato nel caso di forniture di potenza
medio-alta, che alimentano impianti utilizzatori dotati di cabina di trasformazione propria, quali sono i
grandi impianti utilizzatori (condomini, piccole imprese, ecc.)

Si ha una cabina di media, viene rappresentato il secondario da medio-bassa tensione con centro stello
connesso a terra. Si ha un’utenza monofase con la sua linea e l’utenza trifase con la sua linea trifase.

In questo caso abbiamo la messa a terra delle masse tramite terra elettrica. Nell’immagine sopra viene
rappresentato un sistema TNC visto che si hanno tutte le masse collegate allo stesso conduttore che funge
anche da neutro. Conduttore PEN comune che svolge sia funzione di neutro che di conduttore di
protezione.

Nell’immagine sotto invece connetto le masse ad un conduttore separato rispetto al neutro. La massa
metallica viene collegata al PE e poi il PE è connesso con il neutro alla terra elettrica. In questo caso si ha il
sistema TNS.

In caso di guasto fase-terra (causato dal cedimento dell’isolamento tra una fase e la massa di
un’apparecchiatura), rimane individuato un anello di guasto che non interessa il terreno, ma comprende il
conduttore di protezione (PEN o PE). Ci aspettiamo delle correnti di guasto molto più elevate.
SISTEMA IT

Utilizzato dalle grandi utenze allacciate alla media tensione. Il sistema IT viene utilizzato solo dove
sussistono particolari esigenze di continuità di esercizio (sale operatorie, aeroporti, impianti a ciclo
continuo, impianti di bordo, ecc.) e richiede che l’impianto utilizzatore sia dotato di cabina di trasformazione
realizzata dall’utente; il neutro generalmente non viene distribuito. Il centro stella del secondario del
trasformatore è connesso a terra tramite una grande impedenza. Questo significa che normalmente la linea
è isolata elettricamente (in assenza di guasto).

In caso di guasto fase-terra (causato dal cedimento dell’isolamento tra una fase e la massa di
un’apparecchiatura), si forma un anello di guasto che, comprendendo 𝑍𝑛 , ha alta impedenza e quindi la
corrente di guasto 𝐼𝑔 nei conduttori di protezione e nel terreno è modesta.

Nel caso di cedimento dell’isolante si hanno quindi delle correnti, che circolano nell’anello di guasto, molto
piccole. La tensione di contatto sarà una quota parte della resistenza di terra per la corrente di guasto. Se
quest’ultima è piccola può avvenire che sia sotto i 50 V senza il bisogno dell’intervento dell’interruttore
automatico ed è per questo viene utilizzato nelle sale operatorio o nelle utenze particolari.

Avendo questa resistenza di terra, il potenziale che si crea nel dispersore e quindi nella massa metallica è
tale da avere ad una tensione inferiore ai 50 V ovvero la soglia di pericolosità. Qui non deve venire meno la
continuità di fornitura. Questo si può fare dove è presente una cabina propria.
CONTATTO INDIRETTO CON MASSA A TERRA

Massa metallica messa a terra propria, si ha l’alimentazione che si chiude sul neutro della parte elettrica
contenuta nella massa metallica. È nel caso TT. Da un punto di vista circuitale, possiamo avere cha la
dispersione può andare in un circuito o nel circuito dove è presente il soggetto.

Sul ramo sinistro del circuito si ha il ramo dell’alimentazione elettrica quindi la tensione indotta al
secondario del trasformatore e la resistenza della messa a terra della rete elettrica (𝑅𝑛 ). Nel ramo centrale si
ha la resistenza di terra (𝑅𝑡 ) e la corrente che viene dispersa verso terra (𝐼𝑡 ). La parte appena descritta è il
circuito di guasto e in parallelo si ha l'altro circuito. Il circuito di guasto è presente prima ancora di toccare la
massa metallica e dunque si ha un solo anello, quello di sinistra.

Nel momento in cui si entra in contatto con la massa viene a formarsi il circuito di destra posto in parallelo.
Entrambi i rami sono sottoposti alla stessa tensione, ovvero la tensione indotta meno la caduta di tensione
prodotta dalla resistenza dell’impianto di messa a terra della cabina elettrica.
In questo caso i valori delle correnti sono diversi. Innanzitutto, la corrente 𝐼𝑔 si divide nella corrente che si
disperde a terra e quella che passa attraverso il soggetto. Il valore di 𝐼𝑔 cambia poiché è la corrente
risultante che passerà nei due rami, tra loro messi in parallelo.
Le resistenze vengono calcolate come se fossero in un circuito in parallelo, dunque, si avrà una resistenza
risultante. Si ottiene una corrente di guasto:

𝐸
𝐼𝑔 =
𝑅 (𝑅 + 𝑅𝑐𝑡 )
𝑅𝑛 + 𝑡 𝑐
𝑅𝑡 + 𝑅𝑐 + 𝑅𝑐𝑡

Dal punto di vista circuitale si avrà che la resistenza dell’impianto di messa a terra della cabina 𝑅𝑛 (del
neutro) viene messa in serie con una risultate, questa risultate è ottenuta mettendo in parallelo la
resistenza prodotta dalla messa a terra delle masse (𝑅𝑐𝑡 , resistenza legata al contatto con il terreno) e dalla
resistenza del corpo umano (𝑅𝑐 ).

È possibile calcolare il potenziale di terra ovvero il potenziale dove è presente il dispersore. Si trova tramite
la risultante del parallelo per la corrente di guasto:

𝑅𝑡 (𝑅𝑐 + 𝑅𝑐𝑡 )
𝑉𝑡 = ∗ 𝐼𝑔
𝑅𝑡 + 𝑅𝑐 + 𝑅𝑐𝑡

I due rami vedono lo stesso potenziale di terra. Dunque, è possibile calcolare la corrente che scorre nel
soggetto 𝐼𝑐 , come il potenziale di terra fratto la serie di resistenze:

𝑉𝑡 𝑅𝑐
𝐼𝑐 = = ∗ 𝐼𝑔
𝑅𝑐 + 𝑅𝑐𝑡 𝑅𝑡 + 𝑅𝑐 + 𝑅𝑐𝑡
La resistenza del corpo umano è molto piccola rispetto alla resistenza dell’impianto di messa a terra.
Approssimando per eccesso 𝐼𝑐 ≈ 𝐼𝑔 , (in realtà la corrente di contatto è più piccola di quella di guasto,
condizione sfavorevole) si avrà che la tensione di contatto sarà pari alla resistenza del soggetto per la
corrente di guasto:

𝑉𝑐 = 𝑅𝑐 ∗ 𝐼𝑔

Si sta trascurando, per sicurezza, la corrente che fluisce attraverso l’impianto di messa a terra. Infatti,
l’impianto di messa a terra deve costituire una via preferenziale per il passaggio di corrente nel caso in cui
avvenga un contatto indiretto. La tensione di contatto in realtà sarà più bassa, ma continuando ad analizzare
il caso più sfavorevole si avrà che la resistenza di terra dell’impianto farà si che la tensione di contatto sia
una quota parte della tensione di contatto che si avrebbe se non ci fosse la messa a terra delle masse.

𝑉𝑐 (𝑇) 𝑅𝑡
𝐾𝑣 = ≈ 𝑐𝑜𝑛 𝑉𝑐 (𝑇) < 𝑉𝑐 (𝑆𝑇)
𝑉𝑐 (𝑆𝑇) 𝑅𝑛 + 𝑅𝑡

Più è piccola 𝑅𝑡 e più è eccessiva l’ipotesi di sicurezza che si è fatto nel considerare la corrente di contatto
uguale alla corrente di guasto. Inoltre, al diminuire di 𝑅𝑡 aumenta il peso della resistenza di contatto e il
grado di sicurezza mentre, fissata la corrente di guasto, cala la tensione di contatto.

Ovviamente si dovrà avere un sistema che protegge a prescindere così da avere lo scatto automatico anche
senza contatto. Si deve avere una condizione di rischio di esposizione minore in caso di contatto perché
minore è 𝑅𝑡 minore sarà la quota parte di 𝐼𝑔 che circola per il corpo del soggetto mentre aumenta la quota
di 𝐼𝑔 che si disperde verso terra e quindi si avrà un fattore esposizione ancora minore.

Però avere una 𝑅𝑡 piccola può incidere negativamente quando aumenta la corrente di guasto. Per avere
una protezione del corpo in caso di contatto indiretto si utilizza una 𝑅𝑡 piccola che fa si che la 𝐼𝑔 non superi i
50 V.
L’interruttore automatico scatta se si ha una tensione maggiore della tensione di pericolosità. Mentre
l’impianto di terra, oltre a produrre la corrente che circola nell’anello di guasto nel caso di dispersione e
assenza di contatto, va a produrre la tensione di terra (moltiplicando per 𝑅𝑡 ). Inoltre, nel caso in cui avvenga
un contatto, l’impianto di terra, tramite la resistenza di terra, fa si che una quota parte della corrente di
guasto passi tramite la resistenza del terreno e non tramite il corpo umano.
Alla fine, quindi si lavorerà con 𝑅𝑡 piccoli per avere che il sistema di terra sia utilizzato come via
preferenziale di dispersione delle correnti di guasto. Ma ciò implica che si avranno valori elevati di 𝐼𝑔 per cui
alla fine scatta l’automatico (o perché si è superato il massimale della corrente differenziale su cui è tarato
oppure perché pur avendo una corrente più piccola ma moltiplicata per 𝑅𝑡 , si è superato i 50V), ecco perché
servono misure di prevenzione e protezione.
CONTATTO INDIRETTO CON MASSA NON A TERRA

Si ha solo alimentazione elettrica, quindi non si ha 𝑅𝑡 , non esiste l’impianto di messa a terra.

Il soggetto non viene in contatto con la tensione che si ha ai capi di 𝑅𝑛 , diventa parte dell’anello di guasto.
Non si ha l’anello di guasto finché il soggetto non tocca la massa e produce un aumento del potenziale della
carcassa. Nel momento in cui il soggetto tocca la massa, l’anello di guasto si chiude sul soggetto stesso, la
corrente che passerà attraverso l’uomo è pari alla tensione indotta diviso la serie delle resistenze (messa a
terra della linea elettrica, resistenza del mio corpo e la resistenza del contatto piedi-terra). Noto ciò e
possibile calcolare la corrente di guasto. La tensione di contatto 𝐼𝑔 è la corrente di guasto moltiplicato la mia
resistenza 𝑅𝑐 . La tensione di contatto coincide quasi con l’intera tensione indotta mentre nel caso
precedente (con la messa a terra), anche con la condizione sfavorevole di 𝑅𝑡 grande, si ha una riduzione
della tensione di contatto.

Tensione di contatto Corrente di guasto


𝐸 ∗ 𝑅𝑐 𝐸
𝑉𝑐 = 𝐼𝑔 =
𝑅𝑐 + 𝑅𝑛 + 𝑅𝑐𝑡 𝑅𝑛 + 𝑅𝑐 + 𝑅𝑐𝑡

In base ai valori assunti si può avere o meno una situazione di pericolo. Es:
PROTEZIONE DAI CONTATTI INDIRETTI

È sempre presente un interruttore automatico perché il tutto potrebbe non bastare. Nell’impianto
connesso a terra la 𝑅𝑡 gioca a favore nel ridurre la quota parte di corrente che passa attraverso il corpo ma
in assenza di contatto fa sì che si abbia una 𝐼𝑔 maggiore. Grazie all’interruttore automatico otteniamo
un’interruzione della fornitura anche in assenza di contatto.

Considerando lo schema con integrato aspetto circuitale, considerando l’anello di messa a terra che
interviene in presenza di guasto e in presenza di contatto e considerando come è interconnesso all’impianto
elettrico con il salvavita, si misura la differenza di corrente tra quella entrante e quella uscente (la soglia di
30mA si gioca su questa differenza, se è maggiore allora si apre il circuito chiudendo la fornitura).

Si considera un circuito, analogo a quello già visto, in presenza di guasto e di contatto indiretto. È presente
una f.e.m. e la resistenza di terra (sono trascurate l’impedenza del generatore e della linea). In un ramo si ha
l’impianto di messa a terra delle masse e nell'altro ramo, in parallelo, si ha il contatto con l’uomo. Il contatto
con l’uomo è caratterizzato dalla resistenza del corpo e dalla resistenza del contatto piede-terra. I due rami,
quindi, sono alla stessa tensione, quella di terra.

La protezione dai contatti indiretti secondo la norma CEI 64-8 si realizza mediante:

• Installazione di un interruttore differenziale con corrente di intervento differenziale non superiore a


30 mA.

• Collegamento a terra di tutte le masse del sistema.

• Coordinamento dei valori della resistenza di terra e della corrente di intervento differenziale
dell’interruttore.

All’massimo la corrente che può attraversare un uomo è pari a 30mA.

In caso di guasto, il neutro non è parte del circuito perché quest’ultimo è formato dal conduttore (in assenza
di contatto), dall’impianto di messa a terra, dalla terra propria e infine dalla linea. Mentre in caso di contatto
è presente un ulteriore circuito in parallelo.

Quello che incide sulla sicurezza del soggetto non è la 𝑅𝑛 ma la 𝑅𝑡 (resistenza dell’impianto di messa a terra
e non quello della rete elettrica). Questo viene dimensionato garantendo anche il coordinamento delle
protezioni.
SISTEMA ELETTRICO

Per mantenere la rete in funzione è necessario che la frequenza sia mantenuta al valore nominale con un
range molto stretto e che, a seconda della porzione della infrastruttura elettrica, questa sia tenuta ad un
determinato livello di tensione. La potenza va sempre dalla rete a tensione più elevata a quella a tensione
più bassa. La rete è costituita da maglie multiple, per cui in ogni nodo convergono diverse linee: queta
struttura a maglie contribuisce ad aumentare la ridondanza, quindi l’affidabilità del sistema. Quando si
interrompe una linea, sono poche le utenze che restano isolate

Per mantenere la frequenza al valore nominale è necessario garantire il bilancio istantaneamente tra la
potenza immessa e quella prelevata in un determinato segmento della rete. Se si avesse uno
sbilanciamento, questo causerebbe un aumento o diminuzione della frequenza.
Ci sono degli impianti di generazione che intervengo in modo tale da mitigare lo sbilanciamento della rete in
termini di potenza. Essi devono essere impianti programmabili, in cui si può decidere la potenza che vanno a
generare. Dunque, questa gestione non si può fare mediante gli impianti RES, essendo per loro natura non
programmabili e per questo tendono ad aumentare lo sbilanciamento. Essendo sempre maggiore la quota
di energia prodotta da RES, si avrà sempre più bisogno di grandi impianti di generatori alternatori rotativi
dotati di grande inerzia in modo da compensare questi sbilanciamenti.
Una delle possibili soluzioni è l’accumulo oppure creare un’inerzia virtuale (non fisica come quella degli
alternatori) o ancora puntare sulle comunità energetiche così da avere il pareggio di immissione/prelievo
prima dell’interfaccia con la rete.

SISTEMA ELETTRICO SENZA GENERAZIONE DISTRIBUITA

In figura è riportato lo schema del sistema elettrico tradizionale, senza generazione distribuita, dove è
presente una centrale di produzione programmabile connessa alla rete di trasmissione tramite una cabina di
elevazione dalla media alla alta tensione. La rete di trasmissione è in alta e altissima tensione (130-400 kV).
Dopo di che è presente la cabina che porta dall’alta alla media tensione, così che nel secondario della cabina
inizia la rete di distribuzione. Infine, dalla media tensione è possibile avere due casistiche: o si hanno gli
utilizzatori direttamente allacciati alla media oppure si avranno delle cabine, sotto la gestione del
distributore, che permettono il passaggio dalla media alla bassa tensione ed a essa saranno allacciati i vari
utenti.

Livelli di tensione:

• Alta e altissima: 380 -220 kV (alta tensione parte dai 60 kV). All’alta possono essere collegati carichi
industriali di grande potenza.

• Media: 20 kV livello standard. Alla media possono essere collegati carichi industriali.

• Bassa: 400 V o 230 V, dipende se ci riferiamo alla tensione concatenata o di fase. Tutti i carichi
residenziali sono collegati alla bassa.
SISTEMA ELETTRICO CON GENERAZIONE DISTRIBUITA

Con la transizione energetica la situazione risulta essere più complessa, poiché si hanno dei sistemi di
produzione interfacciati anche nella distribuzione, allacciati alla media tensione oppure alla bassa tensione
(es. fotovoltaico nelle case).
Il sistema elettrico sta mutando verso uno schema ad isole energetiche interconnesse in cui ciascuna di
queste è indipendente a livello energetico ovvero è in grado di mantenere istantaneamente il bilanciamento
tra potenza immessa e prelevata ma è comunque possibile uno scambio energetico tra le varie isole in
modo tale da avere una certa flessibilità del sistema. Infatti, con l’aumento del rinnovabile, non
programmabile, si perde di flessibilità, verranno utilizzati di meno i grandi alternatori (volani) che possono
andare a regolare la frequenza (accumulano energia cinetica rotativa che viene restituita in un secondo
momento). Per quel che riguarda l’impianto eolico si hanno dei generatori rotativi, alternatori, ma con non
molta inerzia, mentre il solare ha solo un inverter e quindi l’inerzia è assolutamente nulla.

Il primo vantaggio della generazione distribuita rispetto alla generazione centralizzata è la riduzione delle
perdite: l’energia elettrica viene utilizzata vicino al punto di generazione e non deve quindi essere
trasportata e distribuita.

Problemi derivanti dalla generazione distribuita:

• Può capitare che in una rete in BT sia generata più potenza attiva di quella assorbita dai carichi su
tale rete: in questo caso nella cabina di trasformazione si ha l’inversione del flusso di potenza attiva,
non più dalla rete MT a quella BT ma viceversa. In questo caso il sistema di protezione può non
essere più adeguato.

• In caso di malfunzionamento della rete AT/MT si potrebbero creare micro-reti MT/BT, alimentate
unicamente dalla generazione distribuita presente (isola indesiderata) che però non sarebbero in
grado di controllare la frequenza e la tensione provocando malfunzionamenti sulle apparecchiature
ad esse collegate e problemi di sicurezza al momento del collegamento alla rete AT/MT

RETE DI TRASMISSIONE-INTERCONNESSIONE EUROPEA

La rete di trasmissione ovviamente non è solo connessa a livello nazionale ma ci sono vari punti di
interconnessione con la rete europea di trasmissione. Esiste un consorzio, di nome ENTSO-E (the European
Network of Transmission System Operators for Electricity), di tutti gli operatori delle reti nazionali europee
(in Italia è presente solo TERNA come operatore di rete). Questo ente, da direttive per garantire l’operatività
della rete europea (stabilità e funzionamento della rete). Ovviamente nei vari paesi ci sono diversi valori di
tensione ma la frequenza deve essere la stessa. In Europa la rete è a 50 Hz, mentre in altri paesi non sono in
continuità elettrica con noi ma hanno 60 Hz (USA).

CONTROLLODELLA RETE ELETTRICA DI POTENZA: REGOLAZIONE DELLA FREQUANZA

L’intervallo di tolleranza della frequenza di circa ± 100 mHz. Ma ciò non vale, ad esempio, per le isole come
la Sicilia e la Sardegna che essendo debolmente interconnesse alla rete nazionale, avranno pochi punti di
collegamento, e dunque si hanno delle bande di tolleranza più ampie poiché può accadere che ci sia un
minimo sbilanciamento. La bada per le isole è di 0.5 Hz in condizioni normali. Inoltre, è possibile avere una
variazione maggiore in condizioni di emergenza e ripristino che va dai 47.5 e i 51.5 Hz.
La potenza attiva assorbita dagli utilizzatori varia nel tempo, sia nella giornata che nella settimana e nel
periodo dell'anno e quindi per mantenere la frequenza prossima al valore nominale è necessario variare la
potenza prodotta al variare di quella dei carichi. La potenza attiva, sia generata che assorbita subisce
brusche variazioni, non previste, in occasione dei guasti, nelle centrali di produzione, nelle linee di
trasmissione/distribuzione, negli impianti utilizzatori. Per mantenere inalterato il valore della frequenza di
rete è necessario che in ogni istante la potenza attiva immessa in rete dai generatori uguagli quella assorbita
dagli utilizzatori: quando la potenza attiva assorbita dai carichi supera quella fornita dai generatori la
frequenza diminuisce, mentre quando la potenza attiva assorbita dai carichi risulta minore di quella fornita
dai generatori la frequenza aumenta.
Se si ha uno sbilanciamento, che produce un istantaneo aumento della potenza immessa rispetto alla
prelevata, può non essere dovuto alla variazione del carico o alla variazione produzione (RES). La
regolazione della frequenza funziona grazie ad una quota consistente di produzione da termoelettrico o da
impianti di grande potenza dotati di alternatori e quindi di elevata inerzia. Viene dosata la potenza che è
iniettata nella rete, se crolla un carico e si verifica un aumento della potenza iniettata rispetto a quella
prelevata e quindi si avranno degli impianti che ridurranno la potenza immessa. Se si ha la situazione
opposta, cioè, crolla una wind farm o semplicemente il vento va sopra la velocità di stacco si avrà una
disconnessione e viene meno la potenza che stavo producendo e quindi gli impianti termoelettrici deputati
alla regolazione, in maniera autonoma e automatica, dovranno aumentare il livello di potenza che viene
iniettato in rete.

Le attività di regolazione della potenza dei generatori necessarie al controllo della frequenza di rete
vengono classificate a seconda delle modalità di attuazione e del tempo di intervento:

• Regolazione primaria: serve a limitare la deviazione della frequenza dalle condizioni nominali,
interviene in maniera automatica ed autonoma sugli alternatori abilitati nei primi 20-30 secondi
successivi al transitorio di frequenza.
• Regolazione secondaria: serve a riportare la rete nelle condizioni nominali, interviene in maniera
automatica mediante un controllo centrale in tempi dell'ordine dei minuti (15-20 minuti)
• Regolazione terziaria: interviene in maniera manuale, comandata da un controllo centrale in tempi
dell'ordine delle ore per ripristinare le riserve di potenza “erose” dalla regolazione secondaria.

Esempio: la generazione tramite idroelettrico a bacino, rispetto alle altre rinnovabili, ha un atteggiamento
opposto. Le rinnovabili creano il problema dello sbilanciamento mentre l’idroelettrico a bacino aiutano la
regolazione. Se è necessaria una potenza la posso produrre tramite l’idroelettrico riducendo il suo livello per
riportare la frequenza al target. Dopo di che, impiegando più tempo, si ripristina il livello del serbatoio in
modo da poterlo riutilizzare quando risulta essere necessario (regolazione terziaria).

Il "Codice di trasmissione, dispacciamento, sviluppo e sicurezza della rete" (Codice di Rete) è il documento
redatto dal gestore della rete di trasporto/interconnessione che disciplina le procedure relative alle attività
di connessione, gestione, pianificazione, sviluppo e manutenzione della rete di trasmissione nazionale,
nonché di dispacciamento e misura dell’energia elettrica.
Tipicamente per la regolazione ci si affida ai grandi alternatori (macchina sincrona) accoppiati tramite degli
alberi rotanti ad degli espansori rotativi (turbina a vapore o a gas). Si utilizza una turbina a gas se si deve
intervenire in tempo breve oppure una turbina di un impianto idroelettrico. Questi espansori rotativi sono
calettati a delle macchine sincrone (grossi alternatori). Dunque, una tipica struttura è data da: turbina,
albero, generatore e connessione alla rete.

La velocità di rotazione è direttamente proporzionale alla frequenza della rete: con 𝑝 numero di coppie di
poli, 𝜔𝑚 è la velocità angolare e 𝑛 numero di giri.
𝑛
𝜔 = 𝑝 ∗ 𝜔𝑚 𝑓=𝑝
60
Il bilancio meccanico all’albero, interconnessione tra espansore rotativo e generatore:

𝑑𝜔𝑚
𝐼 = 𝐶𝑇 − 𝐶𝐺
𝑑𝑡
Il momento di inerzia (𝐼) (del corpo rotante rispetto all’asse di rotazione) per l’accelerazione angolare è pari
alla differenza tra la coppia motrice generata dalla turbina (𝐶𝑇 ) e la coppia resistente di origine
elettromagnetica generata dall’alternatore (𝐶𝐺 ).
Più è elevato il momento di inerzia e minore è la variazione della velocità angolare che corrisponde ad una
determinata differenza tra coppia motrice e resistenza, maggiore è 𝐼 minore è la derivata temporale della
frequenza. Ciò significa che gli alternatori molto grandi con elevata inerzia riescono meglio ad aumentare o
diminuire la potenza istantaneamente immessa con variazioni angolari molto piccole.
Tanto maggiore è la potenza prodotta mediante alternatori connessi direttamente alla rete (riserva rotante),
tanto più il sistema risulta stabile rispetto alle brusche variazioni di frequenza, risponde in maniera più
pronta (se si vuole aumentare la potenza si aumenta la coppia meccanica istantaneamente, ciò avviene
variando pochissimo la velocità angolare avendo inerzia molto grande). In corrispondenza di un
calo/crescita della velocità di rotazione (frequenza) il sistema di regolazione automatica del generatore
agisce sulla valvola di immissione del fluido operatore in turbina, aprendola/chiudendola.

1. Regolazione primaria

Il servizio di regolazione primaria è obbligatorio per tutte le Unità di Produzione (UP) con potenza efficiente
non inferiore a 10 MW (esclusi gli impianti da fonte RES non programmabile come solare, eolico ed energia
idraulica limitata al caso ad acqua fluente, mentre quelli ad invaso vengono utilizzati per la regolazione). Le
centrali alimentate da fonti rinnovabili non programmabili non intervengono nella regolazione della
frequenza che viene svolta quindi solo dalle centrali programmabili (idroelettriche, termoelettriche). Con
l’introduzione dei dispositivi di accumulo della energia è possibile utilizzare anche le centrali alimentate da
fonti rinnovabili non programmabili per la regolazione della frequenza.

La potenza efficiente (Peff) è la potenza attiva massima di un impianto di produzione che può essere
immessa in rete (al netto dei servizi ausiliari) con continuità o per un determinato numero di ore.
La potenza nominale è la potenza apparente massima a cui un generatore elettrico o un trasformatore
possono funzionare con continuità in condizioni specificate (kVA)

Se un impianto deve in maniera istantanea, automatica e non coordinata, aumentare o diminuire la sua
potenza fino al minimo/massimo tecnico, si avrà una restrizione sulla sua operatività. Dunque, si dovrà
lasciare sempre un margine per la regolazione. Ecco che introduciamo: la riserva di regolazione di un
gruppo. Essa è la differenza tra la massima potenza attiva che l’UP può produrre in determinate condizioni
ambientali e la potenza attiva effettivamente prodotta in una data condizione di esercizio.

Le UP nel Continente e quelle in Sicilia, nei casi in cui è programmata interconnessa al Continente, che
partecipano alla regolazione primaria della frequenza devono garantire istantaneamente una riserva di
potenza attiva (riserva primaria) non inferiore a 1,5% della potenza efficiente (Peff). Posso quindi definire i
limiti che definiscono il campo di funzionamento effettivo.
La potenza minima (PMIN) sarà pari alla somma tra la potenza di minimo tecnico (PMT) e l’1.5% della
potenza efficiente (Peff). Mentre il massimo (PMAX) sarà pari alla differenza tra la potenza massima
erogabile (Pmax erogabile) e l’1.5% della potenza efficiente (Peff).

𝑃𝑀𝐼𝑁 = 𝑃𝑀𝑇 + 1.5% 𝑃𝑒𝑓𝑓


𝑃𝑀𝐴𝑋 = 𝑃𝑚𝑎𝑥 𝑒𝑟𝑜𝑔𝑎𝑏𝑖𝑙𝑒 − 1.5% 𝑃𝑒𝑓𝑓

Nei sistemi elettrici della Sardegna, sempre, e della Sicilia, per quest’ultima solo nei periodi in cui è
programmata l’apertura dell’interconnessione con il Continente (quindi quando non connessa), ciascuna UP
deve mettere a disposizione una riserva primaria non inferiore al 10% della propria Peff. Dunque, l’UP può
essere esercita nel campo di funzionamento ammissibile che può variare tra la PMAX e la PMIN.

𝑃𝑀𝐼𝑁 = 𝑃𝑀𝑇
𝑃𝑀𝐴𝑋 = 𝑃𝑚𝑎𝑥 𝑒𝑟𝑜𝑔𝑎𝑏𝑖𝑙𝑒 − 10% 𝑃𝑒𝑓𝑓

Questi sono gli effetti della regolazione primaria (della frequenza) in termini di possibilità di esercizio e
gestione degli impianti che hanno l’obbligo di contribuire a questo servizio.

Quando si verifica una deviazione della frequenza, l’impianto interviene in modo automatico e autonomo,
cioè, stabilisce la quantità di potenza che deve essere fornita dal singolo impianto. La parte fornita
dall’impianto (Δ𝑃𝑒 ) è una quota della banca di riserva primaria disponibile: con 𝑓 entità della variazione di
frequanza e 𝜎𝑃 grado di statismo permanente imposto nel regolatore.

Δ𝑓 𝑃𝑒𝑓𝑓
Δ𝑃𝑒 = − ∗ ∗ 100
50 𝜎𝑃

Entro 15 secondi dall’inizio della variazione di frequenza deve essere erogata almeno metà della
𝛥𝑃𝑒 richiesta ed entro 30 secondi dall’inizio della variazione di frequenza deve essere erogata tutta la
𝛥𝑃𝑒 richiesta. In condizioni di emergenza e per potenze generate comprese tra la potenza massima e
minima erogabili, ogni UP deve erogare, se richiesto dall’entità della variazione, tutto il margine di potenza
disponibile fino al raggiungimento di uno dei limiti operativi di massima, o minima potenza

Lo statismo di un’unità di produzione 𝜎𝑃 è il rapporto tra la variazione della frequenza Δ𝑓 (espressa in «per
unità» p.u. della frequenza nominale 50 Hz) e la corrispondente variazione della potenza elettrica (∆𝑃𝑒 )
misurata a regime e calcolata in p.u. della Peff del gruppo, conseguente all’azione del regolatore di velocità.
A transitorio di regolazione esaurito, si definisce il grado di statismo permanente come:

Δ𝑓
𝜎𝑃 = − 50 ∗ 100 [𝑎𝑑𝑚]
Δ𝑃𝑒
𝑃𝑒𝑓𝑓

Lo statismo è quindi il rapporto tra la variazione di frequenza registrata e la variazione di potenza che deve
essere immessa. È il rapporto è tra queste due variazioni ma ciascuna di essa è espressa in relazione a
condizione di riferimento. Lo spostamento della frequenza rispetto alla frequenza nominale di 50 Hz e la
variazione della potenza immessa (ovvero la quota della riserva primaria) rispetto alla potenza efficiente.
Lo statismo ci dà la prestazione del regolatore, è il gain (guadagno) del regolatore, è il valore a cui deve
tendere la risposta del mio sistema data una certa variazione della frequenza che è il parametro in ingresso.
Ci dice quanto deve variare la potenza immessa rispetto alla potenza efficiente data una certa variazione di
frequenza rispetto alla frequenza nominale di 50 Hz. Δ𝑓 è sostanzialmente la variazione a gradino
dell’ingresso, Δ𝑃𝑒 è la risposta che il regolatore e il sistema di attuazione devono ottenere a regime. Il
transitorio dipenderà dalla funzione di trasferimento del regolatore e attuatore.

L’energia regolante 𝐾𝑅 [MW/Hz] di una UP è il rapporto tra la variazione di potenza elettrica erogata [MW] e
la variazione di frequenza [Hz] che ha causato l’intervento del regolatore.

Δ𝑃𝑒 1 𝑃𝑒𝑓𝑓
𝐾𝑅 = − = ∗
Δ𝑓 𝜎𝑃 50

Si definisce l’energia regolante del sistema elettrico la somma dei contributi delle energie regolanti di tutte
le UP connesse alla rete elettrica ed in esercizio con potenza non inferiore alla potenza di minimo tecnico
dichiarata su RUP. Mentre in 𝜎𝑃 le variazioni erano riferite al valore nominale, questo è il guadagno vero che
ottengo in valore assoluto come variazione della potenza immessa data una determinata variazione in
valore assoluto della frequenza.
Definito per ogni unità di produzione l’energia regolante, lo statismo permanente e la potenza efficiente
installata e la frequenza, è possibile fare la somma delle energie regolanti di tutte le unità di produzione
connesse alla rete elettrica e calcolare quella complessiva del sistema elettrico. È possibile capire la capacità
di variazione complessiva di potenza del sistema elettrico.

Guardando l’intera rete di trasmissione europea è possibile vedere la partecipazione delle unità di
produzione collocate nel territorio. Il coefficiente di partecipazione è un parametro calcolato in ambito
UCTE, pari al prodotto tra l’energia regolante complessiva della rete appartenente all’UCTE e il rapporto tra
l’energia prodotta dall’Area di Controllo dell’Italia, in un anno, e l’energia prodotta, nello stesso periodo, da
tutte le Aree di Controllo della stessa rete UCTE:

𝐸𝐼𝑇
𝐾𝑅𝑆 = 𝐾𝑅𝑆𝑈𝐶𝑇𝐸 ∗
𝐸𝑈𝐶𝑇𝐸

UCTE sta per Union pour la Coordination du Transport de l'Electricitè, è l'organizzazione responsabile per le
raccomandazioni tecniche e di esercizio per i gestori di rete di trasmissione elettici in Europa.
Regolazione della frequenza primaria in sintesi:
In un sistema elettrico, ogni squilibrio tra generazione e fabbisogno in potenza causa un transitorio in cui,
nei primi istanti, si verifica una variazione dell’energia cinetica immagazzinata nei motori e negli alternatori
connessi e in esercizio. L’effetto evidente è una variazione di frequenza rispetto al valore nominale. Nei
secondi successivi alla variazione di frequenza, i regolatori di velocità delle unità di produzione agiscono
automaticamente, ed in maniera autonoma l’uno dall’altro, sulla potenza generata dai rispettivi motori
primi ad essi asserviti con una azione che modifica la potenza elettrica in modo da ristabilire l’equilibrio tra
la potenza generata ed il fabbisogno.

L’azione dei regolatori permette di contenere la variazione di frequenza, ma non ne ripristina il valore
nominale. Per ripristinarlo serve la regolazione secondaria.

2. Regolazione secondaria

Estinta la regolazione primaria si passa alla secondaria. Per ristabilire sia il valore nominale della frequenza,
che i valori di potenza di scambio programmati, è stata istituita una ulteriore regolazione, denominata
Regolazione Secondaria o Regolazione Frequenza-Potenza, che deve intervenire con tempi più lenti,
dell’ordine delle diverse decine di secondi (fino a 15 minuti). Anche questa regolazione agisce su un margine
di potenza dedicata, denominata riserva o banda secondaria, resa disponibile dalle unità di produzione in
servizio e la cui entità è stabilita da TERNA sempre in ottemperanza alle raccomandazioni definite dall’UCTE.

3. Regolazione terziaria

Nel caso di utilizzo permanente della banda di regolazione secondaria, TERNA può ripristinare una quota del
margine di potenza destinato a questa regolazione utilizzando un ulteriore potenza disponibile definita
Riserva di Regolazione Terziaria. Praticamente si va a fornire potenza con altri impianti al fine di ripristinare
le riserve di regolazione secondaria che si sono eroso precedentemente.

Tramite la regolazione primaria si riesce a contenere il divario della frequenza e a riportarlo in un punto in
cui la derivata si annulla e dunque si ha una situazione di bilanciamento (le unità produttive vengono gestite
localmente, non si vede la situazione nel complesso poiché si deve agire rapidamente). A questo punto
entra in gioco la regolazione secondaria, essa agisce in modo automatico ma coordinato tra tutte le unità di
produzione di una data area di controllo. La regolazione secondaria deve riportare il sistema elettrico a 50
Hz. Infine, interviene la regolazione terziaria che deve ripristinare la banda di regolazione secondaria
precedentemente erosa.
REGOLAZIONE DELLA TENSIONE

La regolazione della tensione è l’insieme delle attività necessarie per contenere entro limiti prefissati le
fluttuazioni di tensione in tutte le stazioni (nodi) della RTN, in particolare nei nodi di collegamento con
utenti (produttori, distributori, utilizzatori finali). I componenti di impianto che partecipano alla regolazione
di tensione sono i seguenti:

• gruppi di produzione e impianti di accumulo;

• trasformatori e autotrasformatori;

• condensatori di rifasamento e reattanze di compensazione trasversali.

1. Regolazione primaria della tensione

La tensione nei nodi della rete di trasmissione-interconnessione viene regolata variando la corrente di
eccitazione degli alternatori in modo da mantenere la tensione al suo valore di riferimento. Questa
regolazione viene fatta da un sistema automatico di regolazione (AVR: Automatic Voltage Regulator) che
interviene in maniera autonoma ed automatica a variare la corrente di eccitazione in modo da mantenere il
valore di tensione di riferimento.

2. Regolazione secondaria della tensione

I valori di riferimento della tensione per gli alternatori vengono modificati dal gestore della rete (non in
maniera automatica) in modo da mantenere la tensione in ogni nodo della rete ad un valore ottimale
variando le correnti di eccitazione degli alternatori.

La regolazione della tensione può essere fatta nelle stazioni/cabine di trasformazione mediante l’uso di
trasformatori con rapporto di trasformazione variabile.
La regolazione della tensione può essere fatta collegando/o in prossimità dei carichi o in prossimità dei
generatori unità che scambiano con la rete solo potenza reattiva. La potenza reattiva interviene sulla caduta
di tensione, è come se si immettesse energia reattiva tramite dei condensatori, si va a compensare la quota
reattiva dovuta ad un comportamento induttivo dei carichi e così si va a ridurre il Δ𝑉 , quindi si sta facendo
una regolazione della tensione.
GESTIONE DELL’ENERGIA ELETTRICA

Nella bolletta dell’energia elettrica, il costo è suddiviso in varie spese. Il fornitore guadagna sul costo
dell’energia ma questa è una quota minoritaria rispetto al totale della spesa. infatti, il resto della bolletta è
dato da una serie di spese, che il fornitore si fa carico, per remunerare gli altri operatori che si occupano
della rete stessa, tra cui:

• dispacciamento: sono tutte le azioni di coordinamento dell’intero sistema elettrico, chiamando al


funzionamento gli impianti e organizzando la capacità produttiva di riserva per garantire l’affidabilità
del servizio; è una funzione svolta di norma dal soggetto che gestisce la rete di trasmissione (in Italia
TERNA).

• trasmissione: consente il trasporto dell’energia elettrica su grandi distanze servendosi di linee ad


altissima tensione (AAT: Vn > 132 kV) e linee ad alta tensione (AT: 30 kV < Vn ≤ 132 kV); la
trasformazione da AAT a AT avviene nelle stazioni primarie.

• distribuzione provvede al trasporto e distribuzione della energia elettrica su distanze brevi (< 10 km)
mediante linee a media tensione (MT: 1 kV < Vn ≤ 30 kV) e linee a bassa tensione (BT: ≤ 1kV). Nelle
cabine primarie avviene la trasformazione da AT a MT; la distanza fra le cabine primarie è compresa
tra 2 e 30 km a seconda della densità di utenza e di potenza richiesta. La trasformazione da MT a BT
avviene nelle cabine secondarie; la distanza fra le cabine secondarie è compresa fra 0.1 ed 1 km, a
seconda della densità di utenza e di potenza richiesta.

• commercializzazione dell’energia elettrica, cioè l’acquisto dal produttore e la rivendita agli utenti.

In Italia:

• Generazione e importazione: i maggiori produttori sono Enel, Edison ed Eni.

• Trasmissione e dispacciamento: La rete di trasmissione-interconnessione viene gestita da TERNA


che deve garantire la sicurezza, la continuità e la qualità del servizio, facendo in modo che la
produzione eguagli sempre il consumo e che la frequenza e la tensione non si discostino dai valori
ottimali, nel rispetto dei limiti di transito sulle reti e dei vincoli sugli impianti di generazione.

• Distribuzione: La rete di distribuzione in MT/BT viene gestita principalmente da ENEL.

• Vendita: si divide in libero mercato e ritiro dedicato. Nel libero mercato si ha cessione mediante il
sistema della borsa elettrica gestita dal GME (Gestore dei Mercati Energetici), oppure cessione a
grossisti mediante contratti bilaterali (accordi privati tra le parti). Il ritiro dedicato è limitato ad
impianti alimentati da fonti rinnovabili programmabili di potenza inferiore a 10 MVA oppure ad
impianti alimentati da fonti rinnovabili non programmabili di potenza qualsiasi (ha priorità di
dispacciamento). Consiste nella cessione della energia elettrica ad un intermediario (Gestore dei
Servizi Energetici: GSE) che provvede a remunerarla in base ai prezzi zonali orari (evitando al
produttore il collegamento sulla borsa elettrica o la stipula di contratti bilaterali).

TERNA è un operatore indipendente di reti per la trasmissione di energia elettrica, quotato in borsa,
proprietario principale della Rete di Trasmissione Nazionale italiana dell’elettricità in alta e altissima
tensione. TERNA opera in un regime di monopolio naturale e svolge una missione di servizio pubblico per la
trasmissione e il dispacciamento dell’energia elettrica attraverso il Paese.

ARERA: Autorità per l'Energia Elettrica, il gas ed il sistema idrico. Garantisce la promozione della
concorrenza e dell'efficienza nei settori energetici. Assicura la fruibilità e la diffusione dei servizi in modo
omogeneo sull'intero territorio nazionale, a definire adeguati livelli di qualità dei servizi, a predisporre
sistemi tariffari certi, trasparenti e basati su criteri predefiniti, a promuovere la tutela degli interessi di
utenti e consumatori. Tali funzioni sono svolte armonizzando gli obiettivi economico-finanziari dei soggetti
esercenti i servizi con gli obiettivi generali di carattere sociale, di tutela ambientale e di uso efficiente delle
risorse.

Sono stati creati, all'interno del Gestore dei Servizi Energetici (GSE, di proprietà al 100% del Ministero
dell’Economia e delle Finanze) le società: Gestore dei Mercati Energetici (GME), che deve organizzare e
gestire i mercati dell'energia elettrica, del gas naturale e quelli ambientali e Acquirente Unico (AU) cui è
affidato il ruolo di garante della fornitura di energia elettrica alle famiglie e alle piccole imprese nel mercato
tutelato.

UTENTI CONSUMATORI/PRODUTTORI

Connessione alla rete elettrica BT/MT. È possibile per un utente consumatore e produttore funzionare in
isola, cioè in assenza di collegamento con la rete, alimentando il carico "privilegiato" con il proprio sistema
di generazione. Le regole per il collegamento alla rete di distribuzione di un utente consumatore e
produttore impongono la presenza di alcuni dispositivi di protezione fra il generatore, i carichi e la rete, in
modo da non produrre malfunzionamenti sulla rete di distribuzione.

• Dispositivo generale: separa l’intero impianto di generazione del cliente produttore dalla rete del
distributore elettrico locale (garantendo la protezione dalle sovracorrenti).

• Dispositivo di interfaccia: interruttore comandato dal sistema di protezione di interfaccia (mediante


relè di frequenza e tensione); deve interrompere il flusso di energia verso la rete in assenza di
tensione di rete.

• Dispositivo di generatore: uno per ogni generatore interviene in caso di guasto (garantendo la
protezione dalle sovracorrenti).

Carico privilegiato è il caso delle isole e dei sistemi di sicurezza.

SMART GRID è una rete elettrica che può integrare intelligentemente le azioni di tutti gli utenti ad essa
connessi-generatori, consumatori e prosumers, per consegnare in maniera efficiente, sicura e sostenibile la
fornitura di energia elettrica rete in cui viene fatta una gestione ottimizzata dei carichi e tutti i componenti
del sistema tendono all’autoconsumo in loco. Oltre dispositivi di generazione generalmente ho anche
accumulo. Lavoro sui carichi, fattori di contemporaneità e carichi programmabili.

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