Leopardi
Leopardi
“La ragione è un lume; la natura vuol essere illuminata dalla ragione, non incendiata”.
Anche con la cultura romantica entrerà in aperto contrasto in particolar modo con quella
italiana. Egli si interroga, infatti, sull’io lirico e sul senso dell’esistenza segnata
dall’impossibile conseguimento della felicità, e lo fa attraverso la poesia soggettiva e
universale. Egli aspira alla creazione di un modello di pensiero che faccia funzionare
insieme ragione e immaginazione. Il risultato è una “poesia sentimentale loso a” che trae
alimento dalle sensazioni e dai sentimenti e si allarga alla meditazione e alla ri essione
sull’io e sul genere umano nel suo complesso. La sua è una poesia- loso ca, una poesia
pensante con un pensiero poetante (de nito così fa alcuni critici, ossia un pensiero che,
mentre viene concepito, si fa immediatamente poesia. Leopardi la de nirà “ultra loso a”.
L’INFELICITÀ
I temi principali sono: l’infelicità, l’uomo tra l’in nito e il nulla, il ri uto dell’antropocentrismo.
Egli ri ette sul desiderio di felicità dell’uomo e sulle ragioni della sua infelicità, questo
pensiero si sviluppa in vari momenti, anche contraddittoriamente, in fondo, infatti, la
contraddizione è intrinseca alla Natura stessa che alimenta nell’uomo l’aspirazione al
piacere ma poi gli nega la possibilità di raggiungerlo.
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• Pessimismo individuale: Durante i suoi primi anni Leopardi sostiene la tesi della
superiorità degli antichi sui moderni che vivevano in uno stato di spontaneità,
vivendo in armonia con la Natura. Secondo questa teoria, la Natura aveva donato
benignamente ai primi uomini le illusioni per allietare la loro pene. Esse, infatti,
nascondevano sotto il velo della speranza la reale condizione di nitezza, mortalità
e sofferenza degli uomini. Illusioni quali la gioia, l’amore, l’amicizia spronavano gli
uomini a compiere grandi azioni. Stando a ciò “lo stato originario dell’umanità non
era uno stato di felicità obiettiva, ma piuttosto di infelicità velata” (Timpanaro). Per
questo Leopardi chiamerà la Natura “madre”.
• Pessimismo storico: Successivamente egli si avvicina al sensismo, attestando
che l’infelicità umana dipenda dal distacco dell’uomo moderno dalla Natura.
Attraverso il progresso scienti co l’uomo allontanandosi dalla natura cerca di
appropriarsi di ciò che non gli appartiene: i bisogni umani si ampliano rendendo
l’individuo perennemente insoddisfatto e quindi infelice. La scienza, inoltre, con la
sua razionalità ha distrutto le illusioni rivelando l’inconsistenza dei sogni.
• Nel 1822 c’è il ri uto di ogni dogmatismo e di ogni pretesa umana di conoscere in
termini assoluti la verità. L’infelicità non era dunque la conseguenza di un distacco
dalla Natura ma era insita nella Natura stessa che è indifferente.
• Leopardi ora si accosta al materialismo: la materia si aggrega e interagisce
secondo leggi immutabili. Qui si saldano anche le teorie del sensismo (dati raccolti
con i sensi). Si lega a queste ri essioni la teoria del piacere: l’uomo desidera la
felicità e identi ca quest’ultima con il piacere, ma un piacere in nito in durata ed
estensione. La Natura ha dotato l’essere umano di sensi limitati che non
consentono all’uomo di soddisfare il suo desiderio illimitato determinandogli
infelicità. Di fronte al tale scoperta egli deve accettare la dura verità rigettando ogni
illusione.
• Pessimismo cosmico: La Natura, infatti, è un’entità regolata dal principio di
conservazione generale dell’ordine cosmico: per salvaguardare l’equilibrio
dell’insieme bisogna sacri care il bene dell’individuo. Leopardi la de nisce
“matrigna” e non “madre”, poiché la Natura è la principale responsabile dell’umana
infelicità.
In questo periodo si stavano diffondendo le varie ideologie politiche miranti alla “felicità
delle masse”. Leopardi sarà molto severo con queste ideologie ma in particolar modo con
il cattolicesimo liberale, una sintesi tra idee cattoliche, risorgimentali e ducia nel
progresso. Egli muoverà una critica contro chi diceva di garantire alla felicità delle masse:
come si può permettere la felicità alle masse, se essa è preclusa ai singoli? // “rido della
felicità delle masse, perché il mio piccolo cervello non concepisce una massa felice,
composta da individui non felici” (Tozzetti).
➢ L’ultimo pensiero leopardiano si fonda su una loso a “dolorosa ma vera”: essa
presenta l’infelicità come un dato immutabile che accomuna tutti destinati a perire
come tutta la materia vivente. L’uomo è una nullità di fronte all’immensità
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dell’universo. Ma non deve mostrare un atteggiamento arrendevole: la sofferenza è
per lui un formidabile strumento conoscitivo. La volontà di resistere alla Natura, di
affrontare no in fondo la “fatica del vivere”, diventa così il senso di una nuova
alleanza con i propri simili basata sul comune patire.
Conversione dall’erudizione al bello: l’unica cosa che rende l’uomo ricco non è
l’erudizione e la conoscenza ma l’immaginazione del bello.
Conversione dal bello al vero: tuttavia, il bello non esiste perché è un’illusione e quindi
dobbiamo accettare il vero che è brutto.
LE OPERETTE MORALI
Le Operette morali vengono composte nell’arco di tempo in cui Leopardi mette a punto la
teoria del piacere e de nisce la sua visione materialistica e meccanicistica della Natura. In
quest’opera troviamo vari personaggi che dialogano tra loro, staccati dal loro contesto
storico-culturale; su alcuni l’autore proietta direttamente sé stesso.
Sullo sfondo troviamo il rapporto tra poesia e loso a, l’una cerca il bello e l’altra il vero. I
nuclei tematici sono i seguenti:
• La meditazione sull’infelicità: se la felicità non è conseguibile, che almeno ci si
privi dell’infelicità anche se ciò comporta inevitabilmente la rinuncia alla vita. Del
resto, neanche la lunghezza della vita è una garanzia di possibile appagamento,
perché vivere non è un bene per sé stesso.
• Il piacere e la noia: nell’intensità delle sensazioni o nel gusto per il rischio e la
s da stanno apparentemente gli unici antidoti alla noia, ma è solo un’illusione; il
piacere, infatti, sta sempre nel passato o nel futuro, mai nel presente. (vd. Dialogo
di Tasso)
• La Natura: essa è indifferente nei confronti del patire umano e quindi si demolisce
l’antropocentrismo.
• L’infondatezza dei miti tradizionali e moderni: civiltà, perfettibilità della specie,
progresso, subiscono un processo di demisti cazione come anche la saggezza, il
sapere, la gloria e la letteratura.
• La morte e il suicidio.
L’opera è scritta in prosa e tra la una sottile ironia aprendo lo spazio al riso che esercita
una duplice funzione:
Leopardi inventa un nuovo tipo di prosa loso co-letteraria. Riprende il genere dialogico
di:
• Luciano
• Platone: coniugando la speculazione loso ca ed estro poetico.
• Galilei: la cui prosa è apprezzata da Calvino
• Cicerone
• Senofonte
• Voltaire: il conte philosophique.
LO ZIBALDONE
Lo Zibaldone si rivela come una ricchissima raccolta di materiali di vario genere:
ragionamenti loso ci e morali, discussioni letterarie ecc. Leopardi pose una data in
calce a queste annotazioni cosicché noi siamo in grado di risalirne al periodo
cronologico, e dunque sappiamo che vanno dal gennaio del 1820 no a tutto il 1832. Il
titolo “Zibaldone” signi cherebbe “prontuario”, “memoriale” ma anche “raccolta caotica
di scritti” e “miscuglio” per il carattere misto dell’opera. Egli raggruppa i suoi appunti
intorno a una serie di parole chiave. Il suo pensiero è continuo e spesso
contraddittorio; è un pensiero zigzagante, fulmineo. Quest’opera contiene per lo più
annotazioni di carattere linguistico, loso co e riferimenti alle scienze, così Leopardi dà
corpo alla natura asistematica della loso a leopardiana. Infatti, per la natura
asistematica con cui i pensieri vengono posti all’interno dell’opera, l’autore stila un vero
e proprio Indice del mio Zibaldone di pensieri.
Il compito a cui il lettore è chiamato è quello di dialogare con il pensiero dell’autore,
Leopardi stesso sembra talvolta chiamarlo in causa attraverso l’uso di domande non
retoriche.
Lo Zibaldone può essere considerato un diario abitualmente caratterizzato da
immediatezza, provvisorietà e analisi. Lo potremmo considerare un diario loso co o di
lavoro in cui si depositano spunti di natura varia, tutti compresi in una sfera
intellettuale.
Attua una differenza tra in nito e nito, apportata già in precedenza da Hegel secondo
cui ogni cosa esiste grazie al suo contrario (io, non-io) e ogni cosa si arricchisce grazie
al suo contrario, tant’è che il momento di spaccato tra in nito e nito per Leopardi è
sublime, il contrasto tra nito e inde nito è “ef cacissimo e sublimissimo”: se non ho il
nito io non immagino l’in nito e quindi il nito mi è necessario per spronare la mia
immaginazione.
Per Leopardi inoltre il presente è la sola immagine del vero e tutto il vero “è brutto” di
conseguenza anche il presente è brutto. Un oggetto infatti se non desta alcuna
rimembranza è inutile, non è poetico. La rimembranza è essenziale e principale nel
sentimento poetico perché non può esser poetico il presente (il presente è brutto) in
quanto poetico è solamente ciò che consiste nel lontano, nell’ inde nito, nel vago.
I CANTI
LE CANZONI CIVILI: vennero composte tra il 1818-1821 e si basano sulla crisi civile e
culturale italiana cercando di vedere nella tradizione letteraria un mezzo per difendere i
valori etico-civili della patria. Tuttavia l’esito fallimentare dei primi moti rivoluzionari
spinsero Leopardi a denunciare la corruzione moderna e a ri ettere sul contrasto tra la
grandezza delle illusioni e l’aridità del vero.
LE CANZONI DEL SUICIDIO: sono anche dette “ loso che” (Bruto minore e Saffo).
Nei due casi il suicidio è presentato come gesto estremo di protesta contro
l’indifferenza degli dei, del Fato e della Natura, che negano allo individuo la felicità. Qui
si assiste alla caduta delle illusioni e alla constatazione dell’ infelicità come condizione
ineluttabile.
GLI IDILLI: ricoprono una sfera più intima e personale con un linguaggio più semplice
e colloquiale. Il protagonista indiscusso è l’ io poetante. Ricopre una funzione
importante il paesaggio naturale (tant’è che si chiamano idilli) che suscita precise
sensazione da cui scaturiscono altrettante emozioni: ed è così che da paesaggio
esteriore si passa a quello interiore. Le percezioni sensoriali e affettive attivano il
canale immaginativo e suscitano in lui l’idea di in nito e il ricordo. Al cospetto della
Natura il soggetto lirico prende piena coscienza di sé, così avviene una sintesi tra
esperienza psicologica e meditazione loso ca.
GLI ULTIMI CANTI: furono composti a Napoli e tra questi spicca la Ginestra. Essi
hanno un intento pedagogico rivolto ai contemporanei, spronati a ricercare nuovi
ragioni di socialità e solidarietà.
IL PASSERO SOLITARIO
La solitudine dell’io è paragonata a quella di un passero solitario: il poeta rimpiange
non tanto l’amarezza dell’isolamento quanto l’irreversibilità del tempo, affrontata
anche nell’ultimo canto a Saffo in cui si afferma che “i giorni più felici della nostra vita
spariscono per primi”. Entrambi, sia il passero che il poeta, mirano “pensosi” il tutto e
così “trapassano” gli anni ossia non vivono il passaggio del “più bel ore”, la
giovinezza, non godendosi il presente. Tuttavia questa è una loro scelta, sono loro che
sfuggono dal mondo “indugiando ad altro tempo” ed è così che “la beata gioventù
viene meno” . Nell’ultima strofa viene messa a confronto la naturalezza del
comportamento del volatile e l’ innaturalezza di quell’io, infatti il passero non ne
proverà amarezza o rammarico, mentre la condizione umana è più tragica perché vi è
la consapevolezza per il tempo sprecato: “ahi pentirommi, e spesso, ma sconsolato,
volgerommi indietro”.
È spesso presente il tema della caduta degli astri: “cadendo si dilegua” // “della
cadente luna” (ultimo canto a Saffo). Con tale metafora visiva Leopardi traduce la
caduta delle illusioni e delle speranze giovanili.
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L’ INFINITO
Tutta la poesia è giocata sul paradosso di rendere il concetto dell’ in nito attraverso la
negazione del nito. L’in nito è il prodotto delle risorse creative individuali, in quanto
l’in nito secondo Leopardi non esiste sicamente (visione materialistica della realtà).
L’in nito si rivela fonte inesauribile di piacere. Dalla percezione sensoriale del limite, a
partire da quella da “questa siepe”, si attiva un processo immaginativo che crea luoghi
astratti capaci di suscitare sensazioni al tempo stesso precise e indeterminate. Il
silenzio in nito immaginato al verso 10 è paragonato allo stormire del vento e dunque
l’in nito è una sensazione sica. “S’ annega il pensiero mio” (vv 14), il pensiero
intellettuale annega nelle sensazioni.
L’importanza del soggetto è mercata dagli aggettivi e pronomi di prima persona: “io”,
“mi”, “mio” (soggettivismo). La lirica si divide in due tempi:
1. 1-8, in cui il ricordo dell’esperienza affettiva fa scattare l’immaginazione di un in nito
spaziale
2. 8-15, abbiamo un in nito temporale.
La poesia si apre con l’avverbio “Sempre” che evoca un’idea di in nita, ma grazie al
passato remoto “fu” si introduce un’immagine di temporalità determinata, de nita e
chiusa per sempre.
Curioso è il sistema di opposizioni tra il manifestarsi di “questo” mondo materiale e i
ri essi di “quello” scon nato: l’idea di in nito sarà accompagnata dal deittico “quello”
mentre quella di nito dal dimostrativo “questo”. Tuttavia nella parte nale della poesia
l’aggettivo “questo” sarà riferito anche l’idea di in nito (questa immensità, questo
mare )perché ormai il soggetto è interamente assorbito nella dimensione dell’in nito,
tanto da sentire il naufragio della mente come un’esperienza reale e prossima a se.
Su 15 versi, 10 sono gli enjambements che dilatano il discorso oltre il margine del
verso. L’uso delle cesure, che creano un sistema di pause, evidenziano parole chiave
fondamentali per l’interpretazione del testo (fu, ngo, spaura ecc).
Vi è l’utilizzo della sinalefe: “si spaurA. E come” andando a simboleggiare un nito (dal
punto di interpunzione) che ricerca l’in nito, riuscendo a unire ciò che è separato
( nito-in nito)(sinalefe-punto).
Quando si riferisce al nito utilizza parole brevi (suono, morte ecc), mentre quando si
riferisce all’ in nito utilizza termini lunghi (interminabili, sovrumani ecc).
Il verso 14 termine con una pausa forte che sembra chiudere sintatticamente quel
discorso che poi si riapre con la congiunzione “E”.
A SILVIA
A Silvia è una canzone a schema libero in cui Leopardi tratta il tema della caduta
de nitiva delle illusioni e delle speranze, di cui Silvia è proiezione e personi cazione.
L’io scopre la caduta delle illusioni e l’approdo tragico alla consapevolezza del nulla
(“l’appar del vero”).
La prima strofa è una sorta di proemio in cui il poeta invoca la sua Musa, una giovane
donna richiamata da una dimensione lontana nello spazio e nel tempo. Quella ragazza
“lieta e pensosa” i cui occhi sono “ridenti e fuggitivi” (aggettivi in contrapposizione). Il
riso degli occhi è una tipica immagine stilnovista a e dantesca.
La prima strofa si chiude con l’ imperfetto “salivi” che si contrappone al passato remoto
“cadesti” dell’ultima strofa.
I verbi sono tutti all’ imperfetto nella prima stanza, tempo della rimembranza ma anche
dell’illusione.
Il carico di emozioni e di sentimenti che così grande che il limite della parola umana
non riesce a esprimere, facendo ricorrere il topos dell’ ineffabilità: “Lingua mortal non
dice”. È la Natura stessa che ha decretato la ne delle speranze, quella Natura
indifferente. Nella sesta stanza la scomparsa di Silvia coincide con la scomparsa delle
illusioni, e se “dolce” è la lode amorosa per la fanciulla, “dolce” era la speranza dell’io.
Morendo, silvia ha segnato anche la ne delle illusioni di una Natura benigna in grado
di offrire una vita felice si suoi gli.
Troviamo una serie di parole connesse alla dimensione del vago e dell’ inde nito e
un’altra che restituisce l’acquisizione dolorosa del “vero”.
Silvia nell’ultima strofa cade in una fredda morte (illuminista), riposta in una “tomba
ignuda” perché non evoca la corrispondenza di amorosi sensi.
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A SE STESSO
Qui dimora la condanna senza appello della Natura che decreta la caduta dell’
“inganno estremo”, l’ultima illusione: l’ amore. Non solo egli non ha più la speranza,
non ha neppure il desiderio.
I tre verbi “poserai”, “posa” e “t’acqueta” scandiscono i tempi su cui è incardinato il
canto, sottolineandone il tema principale.
La vita non è altro che “amaro e noia” e il fato non donò a noi che la morte in quanto la
nostra vita è inutile e fragile.