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Leopardi

Leopardi, massimo poeta lirico italiano, critica sia l'Illuminismo che il Romanticismo, sostenendo che la ragione non può eliminare l'infelicità umana e che la civiltà altera i desideri naturali. Il suo pessimismo si articola in diverse forme, evidenziando l'infelicità come un dato intrinseco alla condizione umana e la Natura come indifferente al patire umano. Nelle 'Operette morali', Leopardi esplora temi di infelicità, piacere e noia, proponendo una nuova etica basata sulla consapevolezza della verità e sull'immaginazione.

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Leopardi

Leopardi, massimo poeta lirico italiano, critica sia l'Illuminismo che il Romanticismo, sostenendo che la ragione non può eliminare l'infelicità umana e che la civiltà altera i desideri naturali. Il suo pessimismo si articola in diverse forme, evidenziando l'infelicità come un dato intrinseco alla condizione umana e la Natura come indifferente al patire umano. Nelle 'Operette morali', Leopardi esplora temi di infelicità, piacere e noia, proponendo una nuova etica basata sulla consapevolezza della verità e sull'immaginazione.

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LEOPARDI

Le critiche all’illuminismo e al Romanticismo


Leopardi è il massimo poeta lirico della nostra letteratura, viene considerato anacronistico,
o come avrebbe detto Nietzsche “inattuale”: in contrasto con i valori dominanti del suo
secolo. La sua “inattualità” rispetto al suo tempo lo rende nostro contemporaneo. Egli
elabora un pensiero divergente sia rispetto alla prospettiva dell’Illuminismo sia rispetto alla
cultura romantica e cattolico-liberale. Per quanto riguarda la critica illuministica:
• Attua una differenza tra scienza e scientismo: leopardi non ri uta la scienza in sé,
ma quella mistica del progresso che trasforma le verità scienti che in un sistema di
certezze assolute. Quindi la ragione dota gli uomini di strumenti via via più
perfezionati ma non può eliminare l’infelicità che è connaturata alla condizione
umana.
• Attua una differenza tra natura, ragione e civiltà: come Rousseau, Leopard critica
l’eccesso di civiltà che è pericoloso: la ragione priva l’uomo moderno alla capacità
di “sentire”, esentandolo da quella condizione di spontaneità; infatti lui è un
esponente (come anche Foscolo e Manzoni). In questo senso alla Natura
originaria si sostituisce una seconda natura, arti ciosa e prodotta dalla
civilizzazione, che altera e deforma i desideri dell’uomo. Di qui una forma di
disagio che porta l’uomo ad accusare la Natura di essere imperfetta; in realtà, non
è la Natura a essere imperfetta ma l’uomo ad aver sviluppato una serie di bisogni
cui la Natura non è in grado di rispondere.

“La ragione è un lume; la natura vuol essere illuminata dalla ragione, non incendiata”.

Anche con la cultura romantica entrerà in aperto contrasto in particolar modo con quella
italiana. Egli si interroga, infatti, sull’io lirico e sul senso dell’esistenza segnata
dall’impossibile conseguimento della felicità, e lo fa attraverso la poesia soggettiva e
universale. Egli aspira alla creazione di un modello di pensiero che faccia funzionare
insieme ragione e immaginazione. Il risultato è una “poesia sentimentale loso a” che trae
alimento dalle sensazioni e dai sentimenti e si allarga alla meditazione e alla ri essione
sull’io e sul genere umano nel suo complesso. La sua è una poesia- loso ca, una poesia
pensante con un pensiero poetante (de nito così fa alcuni critici, ossia un pensiero che,
mentre viene concepito, si fa immediatamente poesia. Leopardi la de nirà “ultra loso a”.

L’INFELICITÀ
I temi principali sono: l’infelicità, l’uomo tra l’in nito e il nulla, il ri uto dell’antropocentrismo.
Egli ri ette sul desiderio di felicità dell’uomo e sulle ragioni della sua infelicità, questo
pensiero si sviluppa in vari momenti, anche contraddittoriamente, in fondo, infatti, la
contraddizione è intrinseca alla Natura stessa che alimenta nell’uomo l’aspirazione al
piacere ma poi gli nega la possibilità di raggiungerlo.
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• Pessimismo individuale: Durante i suoi primi anni Leopardi sostiene la tesi della
superiorità degli antichi sui moderni che vivevano in uno stato di spontaneità,
vivendo in armonia con la Natura. Secondo questa teoria, la Natura aveva donato
benignamente ai primi uomini le illusioni per allietare la loro pene. Esse, infatti,
nascondevano sotto il velo della speranza la reale condizione di nitezza, mortalità
e sofferenza degli uomini. Illusioni quali la gioia, l’amore, l’amicizia spronavano gli
uomini a compiere grandi azioni. Stando a ciò “lo stato originario dell’umanità non
era uno stato di felicità obiettiva, ma piuttosto di infelicità velata” (Timpanaro). Per
questo Leopardi chiamerà la Natura “madre”.
• Pessimismo storico: Successivamente egli si avvicina al sensismo, attestando
che l’infelicità umana dipenda dal distacco dell’uomo moderno dalla Natura.
Attraverso il progresso scienti co l’uomo allontanandosi dalla natura cerca di
appropriarsi di ciò che non gli appartiene: i bisogni umani si ampliano rendendo
l’individuo perennemente insoddisfatto e quindi infelice. La scienza, inoltre, con la
sua razionalità ha distrutto le illusioni rivelando l’inconsistenza dei sogni.
• Nel 1822 c’è il ri uto di ogni dogmatismo e di ogni pretesa umana di conoscere in
termini assoluti la verità. L’infelicità non era dunque la conseguenza di un distacco
dalla Natura ma era insita nella Natura stessa che è indifferente.
• Leopardi ora si accosta al materialismo: la materia si aggrega e interagisce
secondo leggi immutabili. Qui si saldano anche le teorie del sensismo (dati raccolti
con i sensi). Si lega a queste ri essioni la teoria del piacere: l’uomo desidera la
felicità e identi ca quest’ultima con il piacere, ma un piacere in nito in durata ed
estensione. La Natura ha dotato l’essere umano di sensi limitati che non
consentono all’uomo di soddisfare il suo desiderio illimitato determinandogli
infelicità. Di fronte al tale scoperta egli deve accettare la dura verità rigettando ogni
illusione.
• Pessimismo cosmico: La Natura, infatti, è un’entità regolata dal principio di
conservazione generale dell’ordine cosmico: per salvaguardare l’equilibrio
dell’insieme bisogna sacri care il bene dell’individuo. Leopardi la de nisce
“matrigna” e non “madre”, poiché la Natura è la principale responsabile dell’umana
infelicità.

In questo periodo si stavano diffondendo le varie ideologie politiche miranti alla “felicità
delle masse”. Leopardi sarà molto severo con queste ideologie ma in particolar modo con
il cattolicesimo liberale, una sintesi tra idee cattoliche, risorgimentali e ducia nel
progresso. Egli muoverà una critica contro chi diceva di garantire alla felicità delle masse:
come si può permettere la felicità alle masse, se essa è preclusa ai singoli? // “rido della
felicità delle masse, perché il mio piccolo cervello non concepisce una massa felice,
composta da individui non felici” (Tozzetti).
➢ L’ultimo pensiero leopardiano si fonda su una loso a “dolorosa ma vera”: essa
presenta l’infelicità come un dato immutabile che accomuna tutti destinati a perire
come tutta la materia vivente. L’uomo è una nullità di fronte all’immensità
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dell’universo. Ma non deve mostrare un atteggiamento arrendevole: la sofferenza è
per lui un formidabile strumento conoscitivo. La volontà di resistere alla Natura, di
affrontare no in fondo la “fatica del vivere”, diventa così il senso di una nuova
alleanza con i propri simili basata sul comune patire.

Conversione dall’erudizione al bello: l’unica cosa che rende l’uomo ricco non è
l’erudizione e la conoscenza ma l’immaginazione del bello.

Conversione dal bello al vero: tuttavia, il bello non esiste perché è un’illusione e quindi
dobbiamo accettare il vero che è brutto.

LE OPERETTE MORALI
Le Operette morali vengono composte nell’arco di tempo in cui Leopardi mette a punto la
teoria del piacere e de nisce la sua visione materialistica e meccanicistica della Natura. In
quest’opera troviamo vari personaggi che dialogano tra loro, staccati dal loro contesto
storico-culturale; su alcuni l’autore proietta direttamente sé stesso.

Sullo sfondo troviamo il rapporto tra poesia e loso a, l’una cerca il bello e l’altra il vero. I
nuclei tematici sono i seguenti:
• La meditazione sull’infelicità: se la felicità non è conseguibile, che almeno ci si
privi dell’infelicità anche se ciò comporta inevitabilmente la rinuncia alla vita. Del
resto, neanche la lunghezza della vita è una garanzia di possibile appagamento,
perché vivere non è un bene per sé stesso.
• Il piacere e la noia: nell’intensità delle sensazioni o nel gusto per il rischio e la
s da stanno apparentemente gli unici antidoti alla noia, ma è solo un’illusione; il
piacere, infatti, sta sempre nel passato o nel futuro, mai nel presente. (vd. Dialogo
di Tasso)
• La Natura: essa è indifferente nei confronti del patire umano e quindi si demolisce
l’antropocentrismo.
• L’infondatezza dei miti tradizionali e moderni: civiltà, perfettibilità della specie,
progresso, subiscono un processo di demisti cazione come anche la saggezza, il
sapere, la gloria e la letteratura.
• La morte e il suicidio.

L’opera è scritta in prosa e tra la una sottile ironia aprendo lo spazio al riso che esercita
una duplice funzione:

1) Dissacratoria, perché rivela gli inganni e le illusioni.

2) Consolatoria, perché allevia l’animo e lo risarcisce della dolorosa verità sulla


condizione umana.

Lo scopo delle Operette morali, che diffondono un valore etico laico, è:


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• Affermare un nuovo tipo di conoscenza, fondata sul connubio tra immaginazione e
ragione.
• Dimostrare la vacuità dei falsi miti su cui è costruita l’illusione della felicità.
• Proporre un’etica nuova che si fondi sulla consapevolezza del vero e sul coraggio di
accettarne le conseguenze, mitigandole con la poesia.

Leopardi inventa un nuovo tipo di prosa loso co-letteraria. Riprende il genere dialogico
di:
• Luciano
• Platone: coniugando la speculazione loso ca ed estro poetico.
• Galilei: la cui prosa è apprezzata da Calvino
• Cicerone
• Senofonte
• Voltaire: il conte philosophique.

DIALOGO TRA MODA E MORTE


Moda e Morte discutono sulla sorte degli esseri umani. Queste essendo glie della
Caducità mirano a “rinnovare continuamente il mondo”: la Morte estingue le persone, la
Moda imprime un moto alle abitudini e ai gusti degli uomini. Tra queste due vi è
un’alleanza, infatti la Moda che annulla di continuo tutte le usanze, non ha mai lasciato
smettere in nessun luogo la pratica di morire. Inoltre, la Moda agevola e favorisce
l’operato della Morte: ha mandato in disuso le fatiche e gli esercizi che giovano al
benessere corporale, e ha introdotto le abitudini che abbattono il corpo in mille modi e
scorciano la vita. Addirittura, alcuni uomini antepongono la vita alla Morte, c’è sempre
chi la chiama e le rivolge gli ochhi come alla sua maggiore speranza. La Moda è
affrontata anche da Parini come la “vezzosissima dea” e da Baudelaire.

DIALOGO DI TASSO: PIACERE, NOIA E SOGNO


Il dialogo si apre con una domanda: è più dolce vedere la donna amata o pensarci?
Tasso non lo sa perché, quando è presente, ella pare una donna, quando è lontana
pare dea. Il genio sostiene a questo punto che il sogno è meglio della realtà, e che
perciò un piacere vero è meno grati cante di uno sognato. E quindi che cos’è il
piacere? Nessuno lo sa perché nessuno ne ha mai fatto esperienza, il piacere è un
“subbietto speculativo”, è un sentimento che l’uomo concepisce con il pensiero e
non prova, è un CONCETTO; si aspetta sempre un piacere, si aspetta di godere, un
godere maggiore e più vero. Qualora si creda di godere ecco che si godrà, ma è solo
un’illusione. Non diremo mai con piena sincerità “io godo” ma sempre “io godrò” o, in
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minor modo, “io ho goduto”. Di modo che il piacere è sempre passato o futuro, e non
presente.
Allora perché viviamo? Tasso non lo sa, sa solo che lasciando da parte i dolori la noia
lo uccide. Che cos’è la noia? Sappiamo che cos’è perché ne facciamo continuamente
esperienza: essa riempie tutti i vani, tutti gli intervalli della vita umana tra piaceri e
dispiaceri (infatti, i Peripatetici non credevano nel vuoto). La noia è il desiderio puro di
felicità, ma un buon desiderio non è mai soddisfatto, il piacere mai si trova, cosicché la
vita umana è composta e intessuta parte di dolore e parte di noia (Schopenhauer: la
vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra noia e dolore,
passando attraverso l’intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia).
Allora Tasso chiede quali siano i rimedi contro la noia e il genio risponde: il sonno,
l’oppio e il dolore. Quest’ultimo è il più importante perché l’uomo mentre patisce, non si
annoia mai.

DIALOGO DELLA NATURA E DI UN ISLANDESE: L’INFELICITÀ E IL


PIACERE
I temi centrali di questo brano sono il ruolo della Natura e l’infelicità umana.
Il protagonista è un islandese che applicando il precetto epicureo del “vivi nascosto”,
cerca di fuggire dagli affanni. Egli fugge il dolore, viaggiando per ogni luogo e, una
volta giunto al Capo di Buona Speranza incontra la Natura; una donna pietri cata dal
“volto mezzo tra bello e terribile, di occhi e di capelli nerissimi”. Egli comincia a
spiegare alla Natura il motivo del suo fuggire e il tentativo di “vivere una vita oscura e
tranquilla // di tener[si] lontano dai patimenti” ovviamente non nell’ozio perché “dal
vivere quieto al vivere ozioso” ossia per cercare sollievo dall’infelicità l’uomo deve
tenersi occupato (il viver quieto non si identi ca con l’ozio). Tuttavia, l’islandese
scoprirà che, anche se si vive senza piacere non si può vivere senza patimento: “tanto
ci è destinato e necessario il patire, quanto il non godere”. Non si può vivere senza
dolore e senza paure tant’è che anche il losofo antico (Seneca) “non trova contro il
timore, altro rimedio più valevole della considerazione che ogni cosa è da temere”.
Quindi l’uomo è “infuso [di] tanta e sì ferma insaziabile avidità del piacere // che l’uso di
esso piacere sia quasi di tutte le cose umane la più nociva … e la più contraria alla
durabilità della stessa vita”; questa è la teoria del piacere secondo cui senza
l’aspirazione al piacere la nostra vita è incompleta, ma l’esercizio dei piaceri reca
danno e accorcia l’esistenza. Così l’islandese conclude che la Natura è “nemica
scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere sue // sei carne ce della
tua propria famiglia”. E a questo punto la Natura risponde: “Immaginavi tu forse che il
mondo fosse fatto per causa vostra?”, la Natura infatti non è nemica dell’uomo, bensì
totalmente indifferente alla sorte di lui: “ed ho intenzione a tutt’altro, che alla felicità
degli uomini o all’infelicità”.
Allora il protagonista (che si identi ca con l’io del poeta) fa una metafora affermando
che “siccome tu non hai fatto questa villa per uso mio, così in tua facoltà non
invitarmici”. Ma la Natura ribatte che soffrire è necessario per l’andare dell’universo,
l’infelicità è essenziale, ontologica e immodi cabile; ma “a chi piace o a chi giova
codesta vita infelicissima dell’universo?”, è impossibile comprenderlo o spiegarlo.
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Infatti, prima che la Natura potesse rispondere, l’islandese viene sbranato da due leoni
e le sue parole fanno la stessa ne: mangiate dal tempo, polverizzate e mummi cate.

LO ZIBALDONE
Lo Zibaldone si rivela come una ricchissima raccolta di materiali di vario genere:
ragionamenti loso ci e morali, discussioni letterarie ecc. Leopardi pose una data in
calce a queste annotazioni cosicché noi siamo in grado di risalirne al periodo
cronologico, e dunque sappiamo che vanno dal gennaio del 1820 no a tutto il 1832. Il
titolo “Zibaldone” signi cherebbe “prontuario”, “memoriale” ma anche “raccolta caotica
di scritti” e “miscuglio” per il carattere misto dell’opera. Egli raggruppa i suoi appunti
intorno a una serie di parole chiave. Il suo pensiero è continuo e spesso
contraddittorio; è un pensiero zigzagante, fulmineo. Quest’opera contiene per lo più
annotazioni di carattere linguistico, loso co e riferimenti alle scienze, così Leopardi dà
corpo alla natura asistematica della loso a leopardiana. Infatti, per la natura
asistematica con cui i pensieri vengono posti all’interno dell’opera, l’autore stila un vero
e proprio Indice del mio Zibaldone di pensieri.
Il compito a cui il lettore è chiamato è quello di dialogare con il pensiero dell’autore,
Leopardi stesso sembra talvolta chiamarlo in causa attraverso l’uso di domande non
retoriche.
Lo Zibaldone può essere considerato un diario abitualmente caratterizzato da
immediatezza, provvisorietà e analisi. Lo potremmo considerare un diario loso co o di
lavoro in cui si depositano spunti di natura varia, tutti compresi in una sfera
intellettuale.
Attua una differenza tra in nito e nito, apportata già in precedenza da Hegel secondo
cui ogni cosa esiste grazie al suo contrario (io, non-io) e ogni cosa si arricchisce grazie
al suo contrario, tant’è che il momento di spaccato tra in nito e nito per Leopardi è
sublime, il contrasto tra nito e inde nito è “ef cacissimo e sublimissimo”: se non ho il
nito io non immagino l’in nito e quindi il nito mi è necessario per spronare la mia
immaginazione.
Per Leopardi inoltre il presente è la sola immagine del vero e tutto il vero “è brutto” di
conseguenza anche il presente è brutto. Un oggetto infatti se non desta alcuna
rimembranza è inutile, non è poetico. La rimembranza è essenziale e principale nel
sentimento poetico perché non può esser poetico il presente (il presente è brutto) in
quanto poetico è solamente ciò che consiste nel lontano, nell’ inde nito, nel vago.

TEORIA DEL SUONO


Il suono è piacevole per l’idea vaga e inde nita che desta, è piacevole qualunque
suono che largamente e vastamente si diffonda massime se non si vede l’oggetto da
cui parte. Ugualmente l’oggetto non lo devo vedere in maniera netta in questo senso,
per Leopardi è più bello il cielo nuvoloso che sgombro.
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TEORIA DEL PIACERE
“L’anima umana desidera essenzialmente, e mira unicamente al piacere, ossia alla
felicità”. Piacere e felicità per Leopardi coincidono a differenza di altri loso quali
Nietzsche e Aristotele; secondo Aristotele il piacere è comune sia agli uomini sia alle
bestie e quindi non può essere il ne ultimo e chi sceglie una vita dedita al piacere vive
schiavo delle passioni.
La causa del piacere per Leopardi è materiale e dunque limitata, il desiderio del
piacere, invece, è illimitato, in nito: “questo desiderio è questa tendenza non ha limiti”,
termina solo con la morte del soggetto che trascorre tutta la sua esistenza in una
ricerca scatenata di un piacere incolmabile, infatti esso è “ingenito o congenito
coll’esistenza” e dunque “l’uomo non esisterebbe se non provasse questo desiderio”. Il
piacere è dunque illimitato, ma i piaceri essendo materiali sono limitati: “ogni piacere è
circoscritto, ma non il piacere”, e da qui deriva un senso di eterna insoddisfazione.
Come dirà Freud, il piacere dei sensi orientato solo su se stesso è in nito e quindi
conduce a un’insoddisfazione continua che porta a uccidere il soggetto tanto che
Freud parlerà di Tanathos (pulsione di morte).
Ne deriva che il piacere è “cosa vanissima” perché non soddisferà mai pienamente
l’uomo, e dunque “tutti i piacere debbono esser misti di dispiacere” in quanto “l’anima
cerca avidamente quello che non può trovare”; a differenza del dolore e della noia che
portano l’uno a far ri ettere l’altro a cercare e dunque hanno uno scopo, sono utili,
appagano (Schopenhauer).
L’in nità è un concetto tipicamente romantico e Leopardi la riconosce nel piacere che
l’uomo esprime con l’immaginazione. Troviamo l'appagamento al piacere in nito solo
nell’immaginazione dunque creandoci delle illusioni (Foscolo). Infatti l’immaginazione
per Leopardi è sublime e dato che il piacere è il ne ultimo dell’uomo “la facoltà
immaginativa fa una delle sue principali occupazioni della immaginazione del piacere”;
infatti, “il piacere in nito che non si può trovare nella realtà, si trova così nella
immaginazione, dalla quale derivano le illusioni”. Ma mentre Foscolo si consola nelle
illusioni che sono il punto di arrivo del suo pensiero, per Leopardi le illusioni sono
nocive, recano angoscia perché irraggiungibili, da qui nasce il pessimismo
leopardiano.
Infatti gli antichi e i fanciulli perché ignoranti sono più felici, rinchiusi nelle loro illusioni,
frutto dell’immaginazione, “primo fonte della felicità umana” (Pascoli),
l’immaginazione è sublime, la conoscenza è dolore; infatti Leopardi afferma che tutto
ciò che è vero è quindi che ha limiti ed è de nito è brutto perché “circoscrive
l’immaginazione” e tale è la prima tappa del suo pensiero: la conversione dal bello al
vero. Anche Erodoto riconosceva la conoscenza come il grande male dell’umanità e
infatti per bocca di un capitano barbaro affermerà: “la peggiore delle pene umane è
proprio questa, comprendere molte cose e non avere alcun potere”, rimarcando il
concetto che chi vive nell’ ignoranza è felice. Tutti i beni, infatti, come dice anche la
teoria del suono e della visione, paiono “bellissimi e sommi da lontano” rafforzando
ancor di più il concetto che “l’ignoto sia più bello del noto”.
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NATURA E RAGIONE
Il primo passo rinvia a una fase iniziale del pensiero leopardiano, in cui la Natura è
esente da tutte le colpe, addossate tutte alla ragione: “la ragione è nemica della natura:
la natura è grande, la ragione è piccola”. Inoltre, la ragione è nemica delle illusioni
senza le quali l’uomo non può esser grande; dunque, la ragione è la causa della crisi
dell’uomo moderno.
Nel secondo passo Leopardi ci mostra la sofferenza e l’infelicità anche laddove
normalmente si vedono gioia e vitalità. Ci presenta la Natura come un sistema regolato
da leggi meccaniche, a cui nessun elemento vivente, neanche i vegetali, può sottrarsi.
Così con uno sguardo impietoso egli scorge sofferenza dappertutto: “in tutto il giardino
tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta”, “lo spettacolo di tanta copia
di vita all’entrare in questo giardino ci rallegra l’anima, e di qui è che questo ci pare
essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice”.

I CANTI
LE CANZONI CIVILI: vennero composte tra il 1818-1821 e si basano sulla crisi civile e
culturale italiana cercando di vedere nella tradizione letteraria un mezzo per difendere i
valori etico-civili della patria. Tuttavia l’esito fallimentare dei primi moti rivoluzionari
spinsero Leopardi a denunciare la corruzione moderna e a ri ettere sul contrasto tra la
grandezza delle illusioni e l’aridità del vero.

LE CANZONI DEL SUICIDIO: sono anche dette “ loso che” (Bruto minore e Saffo).
Nei due casi il suicidio è presentato come gesto estremo di protesta contro
l’indifferenza degli dei, del Fato e della Natura, che negano allo individuo la felicità. Qui
si assiste alla caduta delle illusioni e alla constatazione dell’ infelicità come condizione
ineluttabile.

GLI IDILLI: ricoprono una sfera più intima e personale con un linguaggio più semplice
e colloquiale. Il protagonista indiscusso è l’ io poetante. Ricopre una funzione
importante il paesaggio naturale (tant’è che si chiamano idilli) che suscita precise
sensazione da cui scaturiscono altrettante emozioni: ed è così che da paesaggio
esteriore si passa a quello interiore. Le percezioni sensoriali e affettive attivano il
canale immaginativo e suscitano in lui l’idea di in nito e il ricordo. Al cospetto della
Natura il soggetto lirico prende piena coscienza di sé, così avviene una sintesi tra
esperienza psicologica e meditazione loso ca.

I CANTI PISANO-RECANESI: si hanno come punti fermi la scelta del materialismo,


l’acquisizione certa dell’ infelicità e l’indifferenza della Natura. La caduta delle illusioni e
l’accertamento loso co della verità hanno ormai negato qualsiasi prospettiva idilliaca.

IL CICLO DI ASPASIA: composto a Firenze tra il 1830-33. Aspasia era la cortigiana di


Pericle, amante delle arti e della letteratura. Dietro questa identità ttizia di vela una
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nobildonna orentina che aveva ri utato Leopardi. Esse così si presentano come la
ricostruzione di un’esperienza amorosa e passionale: dal momento della scoperta alla
progressiva caduta dell’illusione amorosa. L’amore appare come la più grande delle
illusioni: la più consolatoria perché ti induce a sperare no alla ne ma anche la più
funesta perché è la più dif cile da dominare. La natura dell’amore lo apparenta alla
morte (Amore e Morte) poiché entrambe sono esperienze totali, che tolgono valore a
tutto il resto. Anche l’amore, dunque, al pari del dolore si rivela un’esperienza
conoscitiva. Sono caratterizzate da una sintassi ardua, dai periodi ampi e complessi.

GLI ULTIMI CANTI: furono composti a Napoli e tra questi spicca la Ginestra. Essi
hanno un intento pedagogico rivolto ai contemporanei, spronati a ricercare nuovi
ragioni di socialità e solidarietà.

ULTIMO CANTO A SAFFO


Le sorti e il suicidio di Saffo sono l’occasione per elevare un canto contro la Natura e il
Fato, in cui vi è una proiezione dell’io leopardiano nell’io di Saffo.
La poetessa si lamenta dell’ “empia Sorte” la quale non le ha concesso neanche una
parte dei quell’ “in nita beltà” di cui la Natura gode, e così “ormai nessun tenero
spettacolo procura consolazione alla disperazione”.
Sia Leopardi che Saffo sono poeti che af dano al canto la loro protesta contro il
destino. “I destinati (prestabiliti) eventi move arcano consiglio (volontà). Arcano è tutto
fuorché il nostro dolor”; tramontata dunque l’illusione di un mondo classico felice e in
armonia con la Natura. La quarta strofa si apre con il verbo “Morremo” perché la morte
è l’unica capace di correggere il “crudo fallo” del Fato: un’anima nobile ammantata da
un corpo brutto, con la ne di tal corpo l’errore del destino viene dunque corretto.

IL PASSERO SOLITARIO
La solitudine dell’io è paragonata a quella di un passero solitario: il poeta rimpiange
non tanto l’amarezza dell’isolamento quanto l’irreversibilità del tempo, affrontata
anche nell’ultimo canto a Saffo in cui si afferma che “i giorni più felici della nostra vita
spariscono per primi”. Entrambi, sia il passero che il poeta, mirano “pensosi” il tutto e
così “trapassano” gli anni ossia non vivono il passaggio del “più bel ore”, la
giovinezza, non godendosi il presente. Tuttavia questa è una loro scelta, sono loro che
sfuggono dal mondo “indugiando ad altro tempo” ed è così che “la beata gioventù
viene meno” . Nell’ultima strofa viene messa a confronto la naturalezza del
comportamento del volatile e l’ innaturalezza di quell’io, infatti il passero non ne
proverà amarezza o rammarico, mentre la condizione umana è più tragica perché vi è
la consapevolezza per il tempo sprecato: “ahi pentirommi, e spesso, ma sconsolato,
volgerommi indietro”.
È spesso presente il tema della caduta degli astri: “cadendo si dilegua” // “della
cadente luna” (ultimo canto a Saffo). Con tale metafora visiva Leopardi traduce la
caduta delle illusioni e delle speranze giovanili.
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L’ INFINITO
Tutta la poesia è giocata sul paradosso di rendere il concetto dell’ in nito attraverso la
negazione del nito. L’in nito è il prodotto delle risorse creative individuali, in quanto
l’in nito secondo Leopardi non esiste sicamente (visione materialistica della realtà).
L’in nito si rivela fonte inesauribile di piacere. Dalla percezione sensoriale del limite, a
partire da quella da “questa siepe”, si attiva un processo immaginativo che crea luoghi
astratti capaci di suscitare sensazioni al tempo stesso precise e indeterminate. Il
silenzio in nito immaginato al verso 10 è paragonato allo stormire del vento e dunque
l’in nito è una sensazione sica. “S’ annega il pensiero mio” (vv 14), il pensiero
intellettuale annega nelle sensazioni.
L’importanza del soggetto è mercata dagli aggettivi e pronomi di prima persona: “io”,
“mi”, “mio” (soggettivismo). La lirica si divide in due tempi:
1. 1-8, in cui il ricordo dell’esperienza affettiva fa scattare l’immaginazione di un in nito
spaziale
2. 8-15, abbiamo un in nito temporale.
La poesia si apre con l’avverbio “Sempre” che evoca un’idea di in nita, ma grazie al
passato remoto “fu” si introduce un’immagine di temporalità determinata, de nita e
chiusa per sempre.
Curioso è il sistema di opposizioni tra il manifestarsi di “questo” mondo materiale e i
ri essi di “quello” scon nato: l’idea di in nito sarà accompagnata dal deittico “quello”
mentre quella di nito dal dimostrativo “questo”. Tuttavia nella parte nale della poesia
l’aggettivo “questo” sarà riferito anche l’idea di in nito (questa immensità, questo
mare )perché ormai il soggetto è interamente assorbito nella dimensione dell’in nito,
tanto da sentire il naufragio della mente come un’esperienza reale e prossima a se.
Su 15 versi, 10 sono gli enjambements che dilatano il discorso oltre il margine del
verso. L’uso delle cesure, che creano un sistema di pause, evidenziano parole chiave
fondamentali per l’interpretazione del testo (fu, ngo, spaura ecc).
Vi è l’utilizzo della sinalefe: “si spaurA. E come” andando a simboleggiare un nito (dal
punto di interpunzione) che ricerca l’in nito, riuscendo a unire ciò che è separato
( nito-in nito)(sinalefe-punto).
Quando si riferisce al nito utilizza parole brevi (suono, morte ecc), mentre quando si
riferisce all’ in nito utilizza termini lunghi (interminabili, sovrumani ecc).
Il verso 14 termine con una pausa forte che sembra chiudere sintatticamente quel
discorso che poi si riapre con la congiunzione “E”.

LA SERA SEL DÌ DI FESTA


La ne di un giorno di festa segna la disillusione di un io giovane e pieno di speranze,
divenendo metafora del nulla eterno a cui ogni cosa è destinata. Vi è infatti un
oscillazione tra presente e passato: che cosa resta delle promesse di felicità con cui la
Natira ci accompagna nei nostri primi anni? Lo scorrere in nito del tempo vani ca tanto
le grandi imprese quanto il dolore e li felicità individuali: “Tutto al mondo passa”
Il testato si divide in sequenze tematiche:
1. L’avvio è dato dallo spettacolo di una notte placida che si contrappone al tormento
interiore.
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2. Su questo spunto si innesta l’evocazione dell’immagine femminile messa a confronto
con la sofferenza amorosa dell’io
3. Il contrasto fra il sonno della donna nella quiete della notte e l’effusione dolorosa
dell’io chiamato in causa la Natura, che nega al presta qualsiasi forma di piacere:
“Nego … anche la speme” (Ultimo canto a Saffo), essa quindi oltre ad essere
matrigna, è de nita “onnipossente” aggettivo di solito riferito a Dio.
4. L’indifferenza della Natura viene assimilata a quella della donna
5. Un evento acustico (“il solitario canto / dell’artigian”) riporta l’io al presente; quel
suono lontano, nel momento stesso in cui viene percepito, sollecita il ricordo di altri
canti ascoltati nell’infanzia (teoria del suono e rimembranza)
6. Si ri ette dunque sulla fuga del tempo e il silenzio della notte si fa presagio del
silenzio della storia (“Tutto è pace e silenzio”)
7. Si conclude con il ricordo della fanciullezza spesa in inutili speranze.
La fanciulla si “trastulla”, l’anziano invece “sollazza”, trastullare signi ca divertirsi con
poco e infatti è tipico della fanciullezza, il sollazzo genera conforto perché nella
vecchiaia tutto è noia e dolore.

A SILVIA
A Silvia è una canzone a schema libero in cui Leopardi tratta il tema della caduta
de nitiva delle illusioni e delle speranze, di cui Silvia è proiezione e personi cazione.
L’io scopre la caduta delle illusioni e l’approdo tragico alla consapevolezza del nulla
(“l’appar del vero”).
La prima strofa è una sorta di proemio in cui il poeta invoca la sua Musa, una giovane
donna richiamata da una dimensione lontana nello spazio e nel tempo. Quella ragazza
“lieta e pensosa” i cui occhi sono “ridenti e fuggitivi” (aggettivi in contrapposizione). Il
riso degli occhi è una tipica immagine stilnovista a e dantesca.
La prima strofa si chiude con l’ imperfetto “salivi” che si contrappone al passato remoto
“cadesti” dell’ultima strofa.
I verbi sono tutti all’ imperfetto nella prima stanza, tempo della rimembranza ma anche
dell’illusione.
Il carico di emozioni e di sentimenti che così grande che il limite della parola umana
non riesce a esprimere, facendo ricorrere il topos dell’ ineffabilità: “Lingua mortal non
dice”. È la Natura stessa che ha decretato la ne delle speranze, quella Natura
indifferente. Nella sesta stanza la scomparsa di Silvia coincide con la scomparsa delle
illusioni, e se “dolce” è la lode amorosa per la fanciulla, “dolce” era la speranza dell’io.
Morendo, silvia ha segnato anche la ne delle illusioni di una Natura benigna in grado
di offrire una vita felice si suoi gli.
Troviamo una serie di parole connesse alla dimensione del vago e dell’ inde nito e
un’altra che restituisce l’acquisizione dolorosa del “vero”.
Silvia nell’ultima strofa cade in una fredda morte (illuminista), riposta in una “tomba
ignuda” perché non evoca la corrispondenza di amorosi sensi.
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A SE STESSO
Qui dimora la condanna senza appello della Natura che decreta la caduta dell’
“inganno estremo”, l’ultima illusione: l’ amore. Non solo egli non ha più la speranza,
non ha neppure il desiderio.
I tre verbi “poserai”, “posa” e “t’acqueta” scandiscono i tempi su cui è incardinato il
canto, sottolineandone il tema principale.
La vita non è altro che “amaro e noia” e il fato non donò a noi che la morte in quanto la
nostra vita è inutile e fragile.

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