AUGUSTE COMTE
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Nasce a Montpellier nel 1798 e muore nel 1857 e fin da ragazzo è affascinato dalla
matematica. Sara influenzato da Saint-Simon, filosofo che anticipa alcuni degli
elementi del positivismo, esaltando il ruolo che la scienza e l’industria stavano
assumendo. Saint-Simon esalta il ruolo degli industriali, esalta il progresso
tecnologico, ritiene che queste figure debbano, in qualche modo, dominare il mondo
del futuro. Comte si allinea a questo pensiero.
Il positivismo è una corrente che avrà un grandissimo successo dopo la metà
dell'Ottocento, nella prima metà, invece, viene messa in ombra dall'idealismo, che è
ancora la corrente filosofica di maggior successo.
Per quanto riguarda le opere, la più importante sicuramente è Corso di filosofia
positiva (1830), una grande opera in sei volumi, in cui Comte condensa tutti gli
aspetti principali del suo pensiero.
Nell'ultima parte della sua vita conferma le sue idee positiviste, in maniera
esasperata. Tanto che si inizia a parlare di una sorta di religiosità positivista, la sua
fede nella scienza è diventata adesso una fede vera e propria.
L'elemento più interessante della filosofia di Comte è una legge che lui ritiene aver
scoperto e che ritiene essere la legge che segna lo sviluppo delle varie scienze nel
corso della storia, e non solo delle varie scienze, perché si potrebbe definire quasi una
legge storica, una legge di sviluppo dell'umanità, di sviluppo delle società.
Viene chiamata: la legge dei tre stadi. Comte afferma che ogni forma di conoscenza
umana, ogni disciplina, passi nella sua storia necessariamente attraverso tre tappe, tre
fasi disviluppo.
1. Il primo stadio è il cosiddetto stadio teologico (o fittizio), in cui gli uomini
tentano di spiegare i fenomeni che hanno attorno facendo ricorso ad agenti
soprannaturali personificati.
2. Il secondo stadio è lo stadio metafisico (o astratto), in cui i fenomeni non
vengono più spiegati facendo ricorso alle divinità, ma a forze astratte, sempre
soprannaturali, ma non più personificate. I fenomeni accadono perché ci sono
delle relazioni ancora incomprensibili, dentro le cose, ci sono delle forze
lontane, astratte, metafisiche, che fanno accadere le cose.
3. Il terzo stadio è lo stadio scientifico (o positivo), in cui la scienza finalmente
diventa matura, in cui gli studiosi rinunciano a cercare di spiegare l'origine e il
fine ultimo delle cose. Quello non compete più alla scienza. Gli scienziati si
occupano soprattutto di delineare i meccanismi per cui le cose avvengono.
Cioè trovare le leggi vere e proprie, matematiche, che regolano gli
avvenimenti, cheregolano i fenomeni. cioè non più dire che ci sono le leggi, ma
trovarle, quantificarle, esporle e sintetizzarle.
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Questo è quello che fa la scienza moderna. Non si affida più a un piano metafisico, si
affida a un piano scientifico vero e proprio, che passa attraverso il metodo scientifico,
cioè il metodo galileiano.
Abbiamo detto che questa legge non è solo una legge delle scienze, ma vale anche
per l'uomo, per le società, per gli stati.
Infatti, egli ritiene che lo stadio teologico, il primo livello, corrisponde a un certo tipo
di atteggiamento, un certo tipo di modo di porsi in relazione con il mondo, che è
quello segnato dall'immaginazione. A questo pensiero e atteggiamento corrisponde
anche un particolare tipo di Stato, ovvero la monarchia teologica e militare che
dominava nel Medioevo. Questa fase trova, nel campo dell’uomo, nell'infanzia, il suo
corrispettivo. Il secondo stadio che è lo stadio metafisico invece non usa più
l’immaginazione ma la ragione speculativa. Lo Stato che meglio si confà a questo
atteggiamento non è più la monarchia medievale, ma è lo Stato che, secondo Comte,
si impone dalla riforma del 500 fino alla Rivoluzione francese, fino al 700, lo Stato
moderno. Per quanto riguarda le fasi della vita, lo stadio metafisico si intravede nella
giovinezza. Nel terzo stadio, infine, si usa la ragione scientifica. Dal punto divista
politico la società che meglio rappresenta questo tipo di atteggiamento è la società
industriale, che sta emergendo ora. Una società guidata dalla scienza e dalla tecnica.
Una società in cui a dominare non saranno più i sovrani o il popolo, ma gli scienziati.
Per quanto riguarda la fase della vita, questo terzo stadio corrisponde alla fase della
maturità.
Qual è il problema che gli si pone davanti? Il problema è che certe scienze sono già
arrivate allo stadio positivo. Però non tutte le scienze, o meglio, non tutte le forme di
conoscenza sono già mature. Alcune sono ancora nello stadio metafisico, alcune
addirittura sono ancora nello stadio teologico. E questo per Comte è un problema,
perché quando le forme di conoscenza diventano positive, cioè diventano scienze
vere e proprie, le si può dominare. Con esse si può plasmare il mondo, ma quando
sono ancora arretrate, allora si naviga nel buio
Manca una scienza della società che possa guidare l'uomo verso il bene, verso il
giusto, verso l'efficienza. C’è anarchia intellettuale, non si riesce ad arrivare a un
sistema politico che funzioni, perché manca una fisica sociale, cioè manca una
scienza della società e della politica strutturata. Se noi riuscissimo a creare una
disciplina di questo tipo, se riuscissimo a creare una politica che abbia delle leggi,
come la fisica ha la legge di gravitazione universale che ci dice come si muovono i
pianeti, se noi avessimo una legge del genere che ci dice, ad esempio, come si
sviluppa l'economia, come mai arrivano le crisi economiche, come si può andare in
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contro alle esigenze delle varie classi sociali, eccetera; se noi avessimo leggi di
questo tipo da applicare nella società, matematiche, fisse, rigide, efficaci, allora non
avremmo più crisi politiche, non avremmo più crisi economiche, non avremmo più
problemi.
Potremmo rendere gli stati efficienti come sono efficienti le fabbriche. Questa è
l'utopia, il sogno di Comte: riuscire a creare una disciplina della politica solida tanto
quanto la fisica, l'astronomia, la chimica.
Vedere come reagiscono le comunità umane e avere le leggi di reazione. Se noi
avessimo le leggi di questo tipo potremmo anche fare delle previsioni.
Quindi qual è il compito della filosofia? Il suo primo risultato, afferma Comte,
dev'essere quello di «precisare la conoscenza delle regole generali valide per
procedere sicuramente alla ricerca del vero», e quindi quello di delineare il metodo
logico per la conduzione corretta del pensiero. Ma essa deve pure promuovere la
«riforma generale del nostro sistema di educazione», ancora legato alla cultura
teologica, metafisica e letteraria. È bensì vero che sono stati già effettuati nella
pratica pedagogica alcuni tentativi di «educazione positiva», adeguata allo spirito
della nostra epoca, e aderente alle esigenze della civiltà moderna. Ma essi risultano
insufficienti, perché manca, appunto, l'unità sistematica delle scienze. Infatti, anche
negli insegnamenti piú moderni si conserva «la specializzazione esclusiva e
l'isolamento troppo accentuato delle singole scienze», mentre un'educazione generale
positiva «esige un insieme di conoscenze positive su tutte le grandi classi di fenomeni
naturali»: conoscenze: conoscenze fondamentali, dunque, coordinate in una visione
totale. È necessario allora che la filosofia fondi un progetto educativo in cui le diverse
scienze «siano dapprima riportate al loro spirito genuino, ossia ai loro metodi
fondamentali e ai loro risultati piú importanti», e «proposte alle intelligenze come i
diversi rami sbocciati da un unico tronco». Una filosofia poi che configurasse l'unità
delle scienze, svolgerebbe anche la funzione di «contribuire ai progressi particolari
delle diverse scienze».
Dunque, il compito della filosofia è quello di vedere quali scienze hanno compiuto il
percorso, se sono passate dallo stadio teologico, metafisico a quello positivo, e capire
perché la fisica sociale, la sociologia, non è ancora arrivata allo stadio positivo.
E in questo modo cercare di aiutare la sociologia a fare l'ultimo passo, quello che le
serve per diventare una scienza positiva.
Una volta che noi avremo anche la sociologia come scienza positiva, allora avremo
anche una disciplina in grado di governare il mondo.
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Con il trionfo della filosofia positiva la crisi rivoluzionaria che tormenta i popoli
civili sarà debellata, avranno fine le divergenze, sarà ricostituita l’armonia spirituale
degli uomini e dalla comunione dei principi deriveranno le istituzioni convenienti.
Il pensiero di Comte presenta limiti evidenti nella sua impostazione filosofica
generale. Abbiamo detto che nella sua analisi della storia, Comte identifica le «forme
del pensiero» come elementi caratterizzanti dei vari stadi della civiltà. A partire da
questi modi di pensare, derivano visioni del mondo e specifici sistemi di
organizzazione socio-politica. Comte afferma esplicitamente che «le idee governano
il mondo» e attribuisce la crisi del suo tempo al passaggio dalla mentalità teologico-
metafisica a quella positiva, sostenendo che la crisi sociale e politica è, di fatto, una
crisi delle idee.
Tuttavia, questa prospettiva rivela il suo limite quando Comte interpreta i tumultuosi
eventi storici del suo tempo - come la rivoluzione parigina del 1830, le rivolte dei
Canuti a Lione nel 1831 e i fermenti che porteranno agli eventi del 1848 - come frutto
di un'anarchia intellettuale, senza considerare che tale anarchia potrebbe essere
l’effetto dei conflitti sociali generati dalla crescente industrializzazione e
dall’accumulo di capitale. La fiducia di Comte nella capacità di un sistema generale
delle conoscenze di stabilire una società organizzata e stabile appare, quindi, ingenua.
Comte collega il completamento della «rivoluzione positiva» alla necessità di una
«politica positiva», che sappia armonizzare due elementi apparentemente
inconciliabili: l’ordine e il progresso. Egli afferma:
«L'ordine e il progresso, che l'antichità considerava assolutamente inconciliabili,
rappresentano sempre, secondo la natura della civiltà moderna, due condizioni
egualmente importanti, la cui intima e indissolubile combinazione caratterizza ormai
sia la fondamentale difficoltà sia la principale risorsa di ogni vero sistema politico.
Nessun ordine reale può essere stabilito, né soprattutto durare, se non è pienamente
compatibile con il progresso; nessun grande progresso potrebbe effettivamente
compiersi, se non tendesse infine all'evidente consolidamento dell'ordine... Anche la
politica positiva sarà soprattutto caratterizzata, nella pratica, dalla sua attitudine
talmente spontanea a soddisfare a questa duplice indicazione, che l'ordine e il
progresso vi appariranno direttamente i due aspetti necessariamente inseparabili
d'uno stesso principio...» (Corso di filosofia positiva)
La prospettiva di Comte può essere definita, con termini moderni, riformistica. Egli
critica il fatto che, nel suo tempo, gli stati si concentrino esclusivamente sulla
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conservazione dell’ordine, lasciando il progresso nelle mani di «dottrine
sostanzialmente anarchiche». Riconosce inoltre che:
«Il passaggio da un sistema sociale ad un altro non può mai essere diretto e continuo;
esso presuppone sempre, almeno per qualche generazione, una specie d’interregno
più o meno anarchico, il cui carattere e la cui durata dipendono dall’intensità e
dall’estensione del rinnovamento da operare... Questo preliminare rovesciamento è
non soltanto inevitabile, per la sola forza degli antecedenti che lo motivano, ma anche
assolutamente indispensabile...» (Corso di filosofia positiva)
Secondo Comte, però, la riorganizzazione sociale non è determinata dagli eventi
storici, bensì dalle idee. I fermenti rivoluzionari sono, a suo avviso, il risultato di una
politica non fondata sulla sociologia. Solo lo studio scientifico del comportamento
sociale può individuare le leggi che regolano tale comportamento, permettendo una
«previsione scientifica» degli sviluppi futuri. Ciò fornirà le basi per una teoria e una
prassi politica capaci di garantire l’ordine e promuovere il progresso in modo stabile
ed efficace.
Comte esclude la psicologia dal novero delle scienze, poiché ritiene che l’identità tra
osservante e osservato impedisca il raggiungimento di una vera scientificità. Secondo
lui, la sociologia è l’ultima scienza a diventare positiva, poiché integra i risultati delle
discipline che la precedono e rappresenta il massimo grado di complessità. Afferma:
«La filosofia naturale dev'esser considerata come il preambolo necessario della
filosofia sociale, e quest'ultima il solo scopo essenziale di tutta la filosofia positiva,
considerata ormai come costituente, per sua natura, un sistema veramente
indivisibile...» (Corso di filosofia positiva)
Quindi la sociologia deve essere intesa come una «scienza fisica», in grado di
studiare i fenomeni sociali con lo stesso rigore con cui la fisica studia quelli naturali.
La sociologia, o «fisica sociale», ha il compito di eliminare interpretazioni teologiche
e metafisiche della società, concentrandosi invece sull’analisi dei fenomeni nella loro
dimensione statica e dinamica. La statica sociale studia le leggi che regolano la
convivenza e danno ordine alla società, mentre la dinamica sociale individua le leggi
del cambiamento e del progresso.
«Senza ammirare né maledire i fatti politici, e scorgendo in essi, come in ogni altra
scienza, nient'altro che semplici soggetti di osservazione, la fisica sociale considera
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dunque ciascun fenomeno sotto il duplice punto di vista elementare della sua armonia
con i fenomeni coesistenti, e il suo concatenamento con lo stato precedente e quello
successivo dello sviluppo umano... Conducendo infine, come ogni altra scienza reale,
con la precisione che è possibile all'eccessiva complicazione dei suoi fenomeni,
all'esatta previsione sistematica degli avvenimenti che devono risultare sia da una
situazione data, sia da un insieme dato di antecedenti...» (Corso di filosofia positiva).
Secondo Comte, la sociologia offre strumenti per prevedere le trasformazioni sociali
e indicare i mezzi più efficaci per affrontare eventi rivoluzionari o patologie sociali.
Tuttavia, la concezione comtiana è stata criticata per il suo determinismo, che riduce
al minimo lo spazio per l’imprevedibile nella storia. La sociologia, nella visione di
Comte, non progetta l’evoluzione dell’umanità, ma si limita a seguire un cammino
inevitabile verso il progresso.
Pur presentandosi come una scienza neutrale, Comte attribuisce alla sociologia il
ruolo di guida per un’attività politica razionalizzata, che spinga la società verso
traguardi più avanzati. La sua fiducia nell’obiettività dei fatti rende la sociologia uno
strumento utile, sebbene limitato al sostegno del progresso predefinito.
Comte inserisce la sociologia come ultima nella sua classificazione gerarchica delle
scienze, secondo l’ordine in cui ciascuna è diventata positiva. Questa successione si
basa sulla semplicità e generalità dei fenomeni studiati:
1. Matematica, «sola necessaria fonte della positività razionale»;
2. Scienze dei corpi inorganici:
a. Astronomia,
b. Fisica,
c. Chimica;
3. Scienze dei corpi organici:
a. Biologia,
b. Sociologia.
Comte esclude la psicologia dal novero delle scienze, poiché ritiene che l’identità tra
osservante e osservato impedisca il raggiungimento di una vera scientificità. Secondo
lui, la sociologia è l’ultima scienza a diventare positiva, poiché integra i risultati delle
discipline che la precedono e rappresenta il massimo grado di complessità.
«La filosofia naturale dev'esser considerata come il preambolo necessario della
filosofia sociale, e quest'ultima il solo scopo essenziale di tutta la filosofia positiva,
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considerata ormai come costituente, per sua natura, un sistema veramente
indivisibile...» (Corso di filosofia positiva).
Nella fase finale della sua speculazione, individua il compimento dello stadio
positivo quando l’umanità avrà raggiunto l’unità non solo sul piano politico, ma
anche su quello morale e religioso. Egli chiarisce, nel Sistema di politica positiva, che
l’obiettivo non è creare una nuova dottrina religiosa, ma trasformare lo spirito
religioso degli uomini in uno spirito «positivo», adeguato ai tempi moderni. La fede
non deve più rivolgersi a Dio, entità della fase teologica, ma all’Umanità, una realtà
«positiva» che egli definisce «il Grande Essere».
L’Umanità, secondo Comte, è «l’insieme degli esseri passati, futuri e presenti», e
rappresenta il genere umano nel suo sviluppo storico, governato da una legge
necessaria di progresso. Questa non è solo una realtà fisico-biologica, ma soprattutto
culturale, espressa come «tradizione della civiltà». Comte attribuisce all’Umanità
caratteristiche divine, descrivendola come «saggia e provvidente» per istinto, con una
legge di sviluppo basata sulla razionalità. All’interno dell’ordine naturale, l’Umanità
rappresenta il culmine dell’evoluzione, dove la natura è passata dai corpi inorganici ai
corpi organici, per giungere infine all’uomo. La legge del progresso, quindi, non è
esclusiva della comunità umana, ma permea anche la realtà naturale, collegando
provvidenzialmente le generazioni degli uomini con il mondo naturale. Questo rende
il mondo naturale parte integrante del concetto di Grande Essere, costituendone la
base «fisica».
Nell’epoca positiva, Comte ritiene che l’unità del Grande Essere debba essere
promossa attraverso una morale dominata dall’altruismo. Inoltre, il Grande Essere
deve diventare l’oggetto della religiosità individuale, manifestandosi come
gratitudine, venerazione della fatalità (la legge che governa l’Umanità) e amore verso
tutto ciò che lo costituisce.
È interessante osservare, come sottolinea il testo, quanto «idealismo» sia presente in
questa ultima fase del pensiero di Comte. Egli, come Hegel, considera la legge dello
sviluppo del reale un principio infinito, razionale e metafisico, sebbene lo interpreti in
chiave positivistica. Comte si rifà anche a Platone immaginando uno Stato ideale
governato in maniera assolutistica dai filosofi – in questo caso, dai «positivisti», unici
«interpreti» delle leggi oggettive della storia e della società. Tuttavia, il suo pensiero
«positivistico» appare contraddittorio, soprattutto laddove, nella Filosofia della
Matematica, introduce una nuova Trinità – in opposizione e insieme in analogia a
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quella cristiana – costituita dal Grande Essere (Umanità), dal Grande Feticcio (la
Terra) e dal Grande Mezzo (lo Spazio).
Questa speculazione finale di Comte ha sollevato critiche, tra cui quella dello storico
della filosofia Nicola Abbagnano, che osserva: «Queste ultime speculazioni di Comte
dimostrano soltanto una sconcertante assenza, nel suo autore, del senso del ridicolo».