Gabriele D’Annunzio-> “vivere inimitabile”
Pescara 1863 Gardone Riviera(Brescia) 1938-> Villa Cargnacco("Il
vittoriale degli italiani”)
dove campeggia la scritta “memento audere semper” “ricorda di osare sempre”
acronimo MAS, del motoscafo armato silurante con il quale fece un'incursione
nella notte 10-11 febbraio 1918, contro una nave austriaca ancorata nella baia di Buccari
(Croazia).
Nasce a Pescara da una agiata famiglia borghese.
● 74-81-> frequenta gli studi classici presso il prestigioso collegio Cicognini di Prato,
dove si mostra un allievo eccezionalmente dotato, ambizioso e anche poco incline
alle regole(non le sopportava). Manifesta giovanissimo un precoce talento letterario,
infatti a soli 16 anni(79) pubblica la sua prima raccolta “Primo vere” su modello
carducciano.
● 81-91-> il cosiddetto periodo romano-> da Pescara si trasferisce a Roma, per
iscriversi alla facoltà di lettere. In realtà lui qui conduce una vita da raffinato gaudente
e si dedica all’attività giornalistica (cronista mondano che lavora per la rivista:
Tribuna, Cronaca bizantina). Proprio durante un’intervista (82) ha modo di conoscere
Eleonora Duse, con la quale avrà una relazione travagliata e tempestosa.
Lei donna di teatro all’apice del successo, di 5 anni + grande. 6 anni + tardi si
rincontreranno, lui andrà ad assistere ad una rappresentazione teatrale a cui lei partecipava,
ci sarà anche un carteggio tra i 2 e avranno modo di incontrarsi di nuovo e iniziare questo
rapporto a Venezia nel 1994. La relazione inizierà ad essere stabile dal 1895, fino al 1904.
La relazione si spegnerà perché lui nel 1900 aveva pubblicato il romanzo “Il fuoco” , che non
è altro che la trasposizione letteraria del suo rapporto con la Duse; in questo romanzo c’è
già la presenza di un’altra donna in quanto la Duse era una donna ormai prossima alla
vecchiaia. I 2 si rincontreranno nel 22 a Milano, ma sarà un incontro casuale; da quel
momento la Duse decise di non volerlo vedere mai più. Lei bruciò tutte le lettere ricevute da
D’Annunzio, infatti abbiamo solo quelle di D’Annunzio. La Duse negli ultimi anni non aveva +
grande successo, allora quando si ammala era andata a fare una tournée in America, infatti
muore in una città della Transilvania e D’Annunzio chiese a Mussolini di far riportare la
salma della sua amata in Italia, tant’è che lei oggi riposo ad Asolo, in provincia di Treviso.
D’Annunzio ebbe a dire: “è morta colei che io non meritavo”. Lei lo perdona in quanto
innamorata; c’è una lettera conservata da D’Annunzio in cui afferma di perdonarlo.
Per una sistemazione economica si sposa nell’83 con Maria Hardouin, duchessa di
Gallese, unica moglie, che gli darà 3 figli. Sempre in questo periodo compone anche
la seconda raccolta di liriche “Canto novo”. Nell’89 pubblica il primo grande romanzo
“Il piacere” in cui il protagonista è Andrea Sperelli. Conduce una vita da raffinato
gaudente, manifesta una prodigalità smisurata, contrae debiti e subisce anche
pignoramenti; ebbe a dire “sono un animale di lusso, il superfluo mi è necessario
come il respiro”
● 91-93-> periodo napoletano-> caratterizzato, artisticamente, da 2 fasi:
1) la fase della bontà->caratterizzata da un senso di stanchezza, malinconia, languore e
costituita nel versante in prosa da 2 romanzi: “Giovanni episcolo” e “L’innocente”(92);
nel versante poetico compone il “Poema paradisiaco”(93).
2) la fase della scoperta dell’opera del filosofo tedesco Nice-> coincide con la
pubblicazione di un articolo, intitolato “La bestia elettiva” in cui comunica ai lettori
l’incontro con l’opera del filosofo Nice. Questa fase vede l’elaborazione di 3 romanzi:
“Il trionfo della morte”, “Le vergini delle rocce”, “Il fuoco”.
● 95->si reca in Grecia e l’impressione dei luoghi suggestivi dell’antica Ellade
riemergeranno nel I libro delle “Laudi” e in alcuni drammi teatrali.
● 97-> entra in politica e viene eletto come deputato alla destra, sulla base di un
programma “Il discorso della siepe”, incentrato sulla difesa della proprietà privata e
sulla critica al governo di quel periodo , che aveva visto nel 96 la disastrosa sconfitta
di Adua. Quest’anno segna anche l’inizio dell’attività drammaturgica, infatti l’intento di
D’Annunzio era quello di restaurare il teatro, elevarlo, renderlo + tragico, anche
perché quello di ispirazione verista era in crisi. Infatti inizia a comporre i primi drammi
che ebbero esiti diversificati; protagonista fu la sua donna Eleonora Duse.
● 99-> l’allora Luigi Pelloux aveva emanato un disegno di leggi chiamate liberticide in
quanto andavano a sopprimere la libertà di stampa, associazione e sciopero. Lui si
era posto contro queste leggi, andando di pari passo con l’ostruzionismo di sinistra e
in quell’occasione passò dalla destra alla sinistra e infatti ebbe a dire “come uomo di
intelletto vado verso la vita”.
● 98-10-> periodo fiorentino->si trasferisce a Settignano, nei pressi di Firenze, nella
villa chiamata “La Capponcina” (chiamata così perché villa dei capponi). Qui vive da
raffinato uomo del rinascimento, nel lusso più sfrenato(si parla di un numero
elevatissimo di domestici, amava i cani); era la dimora proprio dell’eroe esteta,
diventa la dimora dei suoi amori. Alla Capponcina concepirà il disegno delle “Laudi
del cielo, della terra, del mare e degli eroi”
● 10-15-> periodo dell’esilio in Francia-> per sfuggire ad una situazione economica
disastrosa e ai numerosi creditori che lo incalzavano, si trasferisce in Francia,
dapprima a Parigi e poi ad Arcachon(presso Bordeaux). Lo scoppio della grande
guerra accende in Italia il confronto tra interventisti e neutralisti. Egli si schiera tra gli
interventisti e coglie l’occasione per rientrare in Italia pronunciando a Genova un
discorso intitolato “Orazione per la Sagra dei mille”; ossia un discorso in occasione
del 55 anniversario dell’impresa dei 1000, con questo discorso accentua gli animi già
accesi degli interventisti. Durante la grande guerra abbiamo D’Annunzio
poeta-soldato, e colui che compie diverse imprese, sempre nella prospettiva dell’eroe
esteta e superuomo, sempre circondato da un alone di acceso narcisismo e sempre
pronto ad accogliere situazioni favorevoli alla propria auto-esaltazione e
auto-celebrazione.
Da ricordare la beffa di Buccari, il volo su Vienna-> agosto del 18, un volo durante il quale
lancia dei manifestini tricolori, con un invito provocatorio a porre fine alla belligeranza.
● 16-> in seguito ad un atterraggio(sull’acqua) di fortuna, di ritorno da un volo, rimase
ferito alla testa e perse quasi completamente la vista all’occhio destro; per questo
motivo fu costretto all’ immobilità e si trasferisce a Venezia. La vena creativa, poetica
però non si esaurisce e quindi, bendato, scriveva il flusso di pensieri, di ricordi e di
sensazioni su delle striscioline di carta. Tutti questi ricordi furono poi raccolti e
pubblicati nel 21 sotto il titolo “Il notturno”.
● 19-20-> è protagonista dell’impresa di Fiume, infatti per la mancata annessione di
Fiume all’Italia, si pose a capo dei regionali e occupa la città di Fiume. Questo durò
fino al 12 novembre del 20 con il trattato di Rapallo, che dichiarava la città di fiume
libera. A Natale del 20 le truppe italiane entrano a Fiume e lui è costretto ad
arrendersi.
RAPPORTO CON MUSSOLINI -> Mussolini aveva capito che D’Annunzio era un uomo da
tenere a bada, tant’è che ebbe a dire: “D’Annunzio è come un dente guasto: o lo si estirpa o
lo si ricopre d’oro”-> lui voleva ricoprirlo d’oro, lo asseconda, non voleva avere problemi con
lui perché aveva capito che era un folle esagitato.
● 21-38-> si trasferisce a Gardone Riviera, nella Villa Cargnacco, contraendo anche lì
dei debiti. Questa è la residenza nella quale convive con la sua ultima amante, molto
più giovane di lui (30 anni circa), Luisa Baccara. Questa villa era stata addobbata
con un fasto decadente, quella che venne chiamata “il vittoriale degli italiani” in
quanto conservava i cimeli della grande guerra. Gli ultimi anni furono caratterizzati da
una decadenza fisica e da un’impotenza creativa, e si spegne improvvisamente il 1
marzo 1938.
Produzione
ROMANZI
D’Annunzio lo pensiamo poeta, narratore, drammaturgo, giornalista e politico.
1. FASE DEL PANISMO E DEL VITALISMO GIOVANILE-> coincide con l’esordio
artistico di D’Annunzio. La prima testimonianza di tale fase sono le raccolte “Primo
vere” e “Canto novo”: che si ispirano al magistero, all’insegnamento (di Carducci)
anche se vi è una maggiore sensualità. Poi abbiamo le raccolte di novelle “Terra
vergine”, “Il libro delle vergini”, “San Pantaleone”: raccolte di novelle che confluiranno
tutte in una silloge intitolata “Novelle della Pescara” nel 1902-> modello fu Verga, ma
anche i naturalisti francesi, però con una modifica: l’Abruzzo paesano viene letto non
in chiave realistica o comunque di rappresentazione sociale, ma viene letto in chiave
decadente; dunque domina la violenza, l'esplodere delle passioni + vive, la
superstizione, la ferocia sanguinaria, la sessualità sfrenata.
2. FASE DELL’ESTETISMO-> rappresentata dal romanzo “Il piacere”, che ha come
protagonista Andrea Sperelli, un giovane appartenente alla nobiltà romana, che vive
2 storie d’amore: Elena Muti-> amore passionale e sensuale, che rimanda ad Elena
di Troia, e Maria Ferres->il cui nome rimanda alla Maria del presepe, che
rappresenta amore puro, casto; sono donne diametralmente opposte. All’inizio
Andrea Sperelli vive un amore intenso e passionale con Elena Muti, ma questa storia
poi finisce per volontà di lei, e lui quindi cerca di trovare una compensazione a
questo amore finito in Maria Ferres, l’esatto opposto di Elena, che non ama l’amore
sensuale e violento (proprio di Elena Muti). Mentre Andrea ha un rapporto d’amore
con Maria Ferres, la chiama involontariamente con il nome di Elena e quindi anche
lei lo abbandona. Andrea Sperelli quindi, da una parte si configura come un essere
superiore in quanto esteta, dotato di una squisita sensibilità artistica, amava le belle
donne, amava circondarsi di oggetti preziosi, tant’è che viene definito da D’Annunzio
“l’ideale tipo dipendente del giovin signore del 19 secolo”; dall’altra parte è un essere
debole in quanto soggiogato dalla sensualità e le sue aspirazioni ad una vita +
elevata sono velleitarie (prive di fondamento, quasi irrealizzabili).
3. FASE DELLA “BONTÀ”-> provvisoria, in cui scompaiono queste immagini
voluttuose, di sensualità sfrenata, e si avverte quasi il desiderio di tranquillità, di
pace, di pentimento, c’è quasi una sorta di disgusto per quella sensualità sfrenata del
romanzo precedente. Qui troviamo il “poema paradisiaco” e i romanzi “Giovanni
Episcopo” e “L’innocente”-> hanno come modello la letteratura russa, in particolare
Dostoevskij e Tolstoj, in particolare tenne presenti i cosiddetti “Racconti confessione”;
infatti entrambi i romanzi sono le confessioni di un delitto. D’Annunzio nella
narrazione abbandona la 3 persona, a vantaggio della 1 persona.
-Nel primo romanzo(Giovanni Episcopo) il protagonista è Giovanni Episcopo, un modesto
impiegato, un uomo introverso e chiuso che è completamente succube di un suo collega di
lavoro, un tale Giulio Wanzer. Giovanni è sposato con Ginevra, con la quale ha anche un
figlio: Ciro. La situazione famigliare non era delle migliori, infatti non regnava la tranquillità, e
la situazione si aggrava maggiormente quando il suo collega Giulio entra prepotentemente
dentro casa. Episcopo accetta la presenza di quest’uomo, fino al momento in cui Giulio
comincia ad essere violento sia nei confronti di Ginevra che di Ciro; così una sera prende un
coltello dalla cucina e lo uccide. L’opera si apre proprio con la confessione di aver ucciso il
suo collega. La fase della bontà sta nel carattere arrendevole, sottomesso di Giovanni
Episcopo, che però poi esplode.
-Nel secondo romanzo(L’innocente) il protagonista è Tullio Hermil, un ex diplomatico, che è
un impenitente traditore(non se ne pente mai); tradisce continuamente la povera Giuliana.
Giuliana, stufa, si fece anche lei un amante, un tale Filippo Arborio, ma è una relazione
puramente occasionale, scoperta però dal marito. Egli tenta a questo punto, avendo capito
di aver sbagliato, di ricostruire il rapporto con la moglie, però un giorno Giuliana scopre di
essere incinta di Filippo Arborio. Nasce il piccolo Raimondo, però entrambi(Tullio e
Giuliana)decidono di sopprimere il piccolo Raimondo, in quanto lo vedono come un ostacolo
alla loro felicità; allora, la notte di Natale, mentre tutti si recando per la messa della
mezzanotte, lui prende il piccolo e lo espone al freddo della notte. Il romanzo si conclude
con la celebrazione del funerale, al quale partecipa anche Tullio Hermil, artefice del delitto.
Qui la bontà si ritrova nel tentativo di ricostruire quotidianamente l’armonia familiare.
4. FASE INIZIALE DEL SUPERUOMO-> in questa fase troviamo il romanzo “Il trionfo
della morte”, in cui il protagonista è il giovane esteta, di Guardiagrele(provincia di
Chieti), Giorgio Aurispa, il quale, grazie all’eredità lasciatagli dallo zio Demetrio
(morto suicida), si trasferisce a Roma, dove vive una relazione con Ippolita Sanzio
(donna sposata), basata sulla sensualità + perversa. Egli è un giovane che si
immerge nella lettura delle opere di Nice e anela a diventare il superuomo; a volte è
anche preso dal desiderio di suicidarsi, sull’esempio dello zio, però è sempre
dissuaso dal farlo. Si trasferiscono a San Vito Chietino e Giorgio Aurispa si rende
conto che ad ostacolare il suo desiderio di diventare superuomo è proprio la
sensualità sfrenata di Ippolita Sanzio, che lo priva quasi delle sue energie vitali.
Allora decide di eliminarla: la porta in prossimità di un promontorio, la fa ubriacare, e
cerca di compiere un omicidio-suicidio, cioè vorrebbe eliminarla ma portarla con sé;
lei si rende conto dell’intento omicida di Giorgio ma non riesce a fermarlo e quindi la
porta con sé.
5. FASE DEL SUPERUOMO-> in questa fase troviamo il romanzo “Le vergini delle
rocce”,considerato il manifesto politico del superuomo, il cui protagonista è Claudio
Cantelno, un giovane esteta di nobili origini, il quale desidera non limitarsi al mero
culto dell’arte, ma vuole creare il “futuro re di Roma” che possa liberare l’umanità da
quella che era la corruzione borghese. A questo punto decide di recarsi in una
indefinita città dell’ex regno delle 2 Sicilie, una tale Rebursa, e qui incontra un
vecchio amico, appartenente alla famiglia Capece-Montaga(ha 3 figlie), una famiglia
nobile ma ormai decaduta, tarata dalla male patria, dalla follia, e con lui si reca nella
sua dimora(dell’amico). Qui incontra le sue 3 figlie: Violante-> rappresenta la
sessualità sfrenata; Massimilla-> rappresenta la purezza e sta per diventare suora;
Anatolia-> rappresenta il culto dei valori della famiglia, tutta dedita ad assistere sia la
madre demente che il fratello affetto da disturbi psichici. Il romanzo non ha una vera
e propria conclusione perché Claudio Cantelmo non sceglie, quindi ancora una volta
abbiamo la figura del superuomo che non approda alla vittoria, anzi Anatolia, verso
cui lui manifesta interesse, non può sposarsi e dunque richiede di rivolgere i suoi
interessi a Violante ma lì poi il romanzo si chiude.
“Il fuoco”(1900) è il manifesto letterario del superuomo, è la trasposizione letteraria della
relazione che D'Annunzio ebbe con la Duse e infatti il protagonista Stelio Éffrena è il
superuomo artista, tutto proteso a realizzare una grande opera teatrale che riesca a fondere
musica danza e poesia sull'esempio del grande compositore e direttore d'orchestra tedesco
Richard Wagner, morto a Venezia, infatti il romanzo è ambientato a Venezia. Wagner
comparirà all'interno del romanzo. Accanto a Stelio Effrena c'è la donna con la quale ha
un'intesa e voluttuosa passione d'amore che incarna la figura della Duse nel personaggio di
Foscarina Perdita. È un'attrice che è ormai giunta al declino della propria carriera artistica,
avanti con gli anni e un giorno consapevole del rischio che sta correndo presenta a Stelio
Effrena quella che diventerà la sua donna, una giovane e bella cantante, Donatella Arvale.
Foscarina si rende conto di rappresentare un ostacolo per il conseguimento del progetto di
Stelio e quindi decide di lasciarlo. Obiettivo che però non conseguirà. Anche qui non c'è il
superuomo vincente, ancora non realizza il proprio progetto. I nomi sono nomina loquentes,
Effrena= ex frenis, libero da impedimenti, Stelio= stelle, volontà di affermarsi in campo
artistico come stella del teatro, Foscarina= rimando al buio, all'oscurità, colei che funge da
ostacolo, Perdita= chiuderà il rapporto con Stelio. È ambientato a Venezia nel 1883, c'è
un'atmosfera di decadenza e Stelio un giorno incontra su una nave proprio il grande
compositore, ormai avanti negli anni, anche malato e improvvisamente le sue condizioni
peggiorano e muore. Il romanzo si chiude con il corteo del feretro che viene portato a spalla
anche da Stelio Effrena. D'Annunzio trasse spunto da questo per affermare di avere
realmente a spalla il feretro di Wagner, ma sarebbe stato appena 20enne, probabilmente è
un falso che lui afferma per il suo "vivere inimitabile". Infine nel 1910 "forse che si forse che
no”, il titolo riprende il motto scritto sul soffitto del palazzo ducale di Mantova da cui prende
inizio la vicenda. Si apre con la parola "forse".
“Forse che si forse che no”(1910) ultimo romanzo di questa fase; va da Mantova ma è
ambientato a Volterra. Paolo Tarsis è il superuomo aviatore, che ha una relazione
passionale con Isabella Inghirami(vedova). Isabella ha 2 sorelle: Vanina e Lunella e 1 fratello
adolescente: Aldo . Vanina è innamorata di Paolo, ma lui è tutto preso dalla relazione con la
sorella. Isabella, donna un po’ perversa, ha una relazione incestuosa con il fratello Aldo.
Vanina sa di questa relazione e dice lo dice a Paolo. Paolo chiaramente ha una
manifestazione di gelosia nei confronti di Isabella, la tratta malamente al punto che Vanina si
toglie la vita e Isabella entra in crisi-> inizia a dare segni di instabilità, che sfocerà poi nella
follia, per la quale verrà poi rinchiusa in un istituto. Paolo Tarsis cerca di trovare una forma di
riscatto nelle competizioni aeree (è aviatore); durante una di queste gare, l’amico Giulio
Cambiaso, perde la vita; Anche Paolo è assalito dal desiderio del suicidio e durante un
viaggio che compie, sta per precipitare con l’aereo, quando improvvisamente è riassalito dal
desiderio della vita e riesce ad atterrare, con un audace manovra, sulle coste della
Sardegna. Qui c’è l’esaltazione della macchina; l’anno prima del romanzo(1909) era stato
pubblicato da Filippo Tommaso Marinetti il primo manifesto dei futuristi, in cui si inneggiava
alla macchina, alla velocità. Questo indusse dunque D’Annunzio a comporre il romanzo.
In tutti i romanzi è presente la femme fatale, la nemica, una donna lussuosa e perversa,
colei che ha la meglio sul maschio debole e sottomesso, colei che priva l’uomo di tutte le
sue energie vitali colei che porta l’uomo alla follia, alla perdizione, alla distruzione.
IL SUPEROMISMO E IL TEATRO
D’Annunzio approda al teatro intorno al 97, per 2 motivi:
1. La relazione con la Duse, famosa attrice di teatro
2. Riteneva il teatro un potente mezzo di diffusione dell’ideale superomistico
-Progetto-> D'Annunzio intendeva realizzare un teatro di poesia, cioè in grado di
trasfigurare e sublimare la realtà presente, riportando alla luce l’antico spirito tragico del
passato. Voleva fare ciò portando sulla scena personaggi eccezionali, che vivevano passioni
e conflitti fuori dal comune, mediante una complessa trama simbolica. Nelle opere teatrali
non fa altro che svolgere drammaticamente i motivi propri dei romanzi; alcune opere
prendono spunto dalla storia, altre dal mito classico, altre ancora fanno riferimento anche al
suo presente, altre trattano temi politici. Anche nelle opere teatrali l’ideale superomistico,
volto all’erotismo, all’azione, si trova sempre in contrasto con forze negative, rappresentate o
dalla nemica, che va a privare il personaggio della sua forza vitale, o rappresentate dalla
squallida realtà borghese.
-Titoli-> “La nave”, “La Francesca da Rimini”, “La Gioconda”, “La città morta”. Queste opere
sono molto enfatiche, macchinose, ridondanti, celebrali, dunque di difficile comprensione.
Però un’opera teatrale si distacca completamente dal resto della produzione teatrale di
D’Annunzio: “La figlia di Iorio”(1904), quella che lui definì “tragedia pastorale”. Tale opera è
ambientata in un Abruzzo mitico, arcaico, legato a superstizioni, a credenze popolari, quindi
si nota ancora una volta quell’attaccamento per il barbarico e per il primitivo del D’Annunzio
novellino. Trama-> Mentre sono in corso i preparativi per il matrimonio del pastore Aligi,
figlio di Lazaro di Roio, con Vienda (sposa), irrompe nella casa Mila, figlia del mago Iorio,
ritenuta da tutti come una poco di buono, una meretrice nonché maga. Irrompe perché
inseguita da mietitori ubriachi che ne erano invaghiti e che la vogliono conquistare. Aligi,
nonostante è sposato con Vienda, rimane profondamente colpito dalla bellezza di Mila, e
decide di abbandonare tutto e tutti e si trasferisce in montagna con Mila; il loro era un amore
puro, infatti Aligi voleva recarsi a Roma per chiedere l’annullamento del matrimonio con
Vienda. La famiglia cerca di convincere Aligi di tornare sui suoi passi e quindi di tornare a
casa. Un giorno sale sulla montagna proprio il padre di Aligi, Lazaro, il quale, colpito dalla
bellezza della giovane Mila, la vuole fare sua. Aligi, resosi conto di ciò, decide di affrontare il
padre e lo uccide con una scure (ascia). Secondo il costume del tempo al patricida doveva
essere tagliata la mano, doveva essere chiuso dentro un sacco e gettato in un fiume. Mentre
si sta preparando tutto (per ammazzarlo) si presenta Mila, la quale dice che la colpa non è di
Aligi, in quanto ha agito sotto l’effetto di un sortilegio da lei preparato; quindi il responsabile
di tutto ciò non è Aligi ma lei stessa, che si dichiara colpevole. Secondo il costume del tempo
le maghe erano condannate al rogo, ad essere bruciate vive; infatti la vicenda si chiude con
Mila che, sul rogo, dice: “La fiamma è bella, la fiamma è bella”.
LA LIRICA
Il culmine della produzione poetica dannunziana è rappresenta dalle Laudi. Il progetto
prevedeva 7 libri ( i titoli sono corrispondenti ai nomi delle stelle della costellazione delle
Pleiadi) ma ne portò a termine solo 5, degli ultimi due abbiamo i titoli: Maia, Elettra, Alcyone,
Merope, Asterope, Taigete, Celeno. I primi 3 composti tra 1903 e 1904, Merope (1912)
contiene canti scritti in occasione dell’impresa coloniale in Libia, Asterope invece contiene
componimenti ispirati alla prima guerra mondiale.
- MAIA-> il cui sottotitolo è ”Laus vitae”, si presenta come un ampio poema di circa 8000
versi liberi. Non è altro che la trasfigurazione mitica di un viaggio reale compiuto in Grecia da
D’Annunzio nel 95. Il protagonista è un viaggiatore instancabile, aperto alle variegate
esperienze, tutto proteso a superare tutti quei limiti e divieti pur di raggiungere la sua meta, è
un eroe ”Ulisside”. Il viaggio si configura come una immersione in un passato mitico,
all’insegna della forza, della bellezza, alla ricerca di un vivere sublime e divino. Dopo questa
iniziazione il protagonista ritorna in quelle che lui chiama le “città terribili”, le metropoli del
suo presente, emblema della modernità, orrende ma ricche di una pienezza vitale. Il passato
mitico va quindi a trasfigurare in presente, riscattandolo dal suo squallore. Il viaggio che lui
compie e il ritorno nelle città terribili dimostra che il poeta ha scoperto una segreta bellezza
nel mondo moderno e non c’è una contrapposizione con questo mondo, anzi lui decide di
cantare di questo mondo dei suoi fasti e delle sue bellezze. Come la macchina, il
capitalismo, le imprese industriali e finanziarie. Dietro a questa celebrazione si cela la paura
dell‘intellettuale umanista dinanzi al mondo industriale, mondo che tendeva a emarginarlo.
Allora D’Annunzio rispetto agli altri intellettuali del tempo è più originale, anziché chiudersi in
una contemplazione vittimistica della sua impotenza, decide di celebrare una realtà che
tende ad isolarlo. Da tutto ciò esce un’opera alteramente retorica e ridondante, lontana dal
D’Annunzio decadente, ampolloso.
- ELETTRA-> presenta la stessa struttura ideologica di Maia: da una parte abbiamo un polo
positivo rappresentato da un passato e un futuro di gloria e bellezza e dall’altra un polo
negativo rappresentato dal presente. A tal proposito quando parla del Polo negativo cita le
cosiddette “città del silenzio” (Assisi, Perugia e Arezzo), ovvero città del suo presente
offuscate dalla decadenza e dall’abbandono ed esse conservano il ricordo di un passato
glorioso e su questo modello dovrà essere costruito il futuro.
- ALCYONE-> è una sorta di diario ideale di una vacanza estiva trascorsa tra Marina di Pisa
e la Versilia (1903). Rappresenta una pausa lirica, domina il panismo dannunziano (funzione
panica, fondersi dell’uomo con la natura). D’Annunzio provvide a dare un ordine a questi
componimenti tramite una parabola di stagione partendo dalla fine della primavera per
arrivare alla fine dell’estate. La natura ha la possibilità di esprimere la propria essenza
attraverso le parole del poeta che si fa interprete di un linguaggio misterioso non verbale.
Qui per la prima volta viene abbandonata quella ridondanza di Maia e Elettra e la parola si fa
musica di canto, prevale la musicalità (”pioggia nel pineto”, ”i pastori”).
Le avanguardie storiche->Futurismo
Sono movimenti artistici-letterari che nascono ai primi del 900; da qui l'aggettivo storiche ->
per distinguerle da quelle che nasceranno poi successivamente(le neo-avanguardie). Questi
movimenti rifiutano la tradizione culturale passata, cioè loro portano avanti una polemica
anti-passatista. Loro polemizzano nei confronti dell’intero sistema della comunicazione
culturale e, in particolare, vanno a contestare quelli che sono i canali della diffusione della
cultura, attuando quella che i futuristi chiameranno la “rivoluzione tipografica”, ma
contestano anche i valori su cui la comunicazione culturale si fonda. L'obiettivo che si
prefiggono è quello di rinnovare ogni forma d’arte; oltre a questo intento, queste
avanguardie, sentono anche l’esigenza di un impegno a livello ideologico e politico,
riconoscono di avere un ruolo importante. Pertanto, per questa volontà di rottura, in loro c'è
proprio la necessità di costituirsi in gruppi, per dare una maggiore forza d’urto e per dare alla
loro azione una maggiore efficacia. Sentono inoltre l’esigenza di redigere dei manifesti per
chiarire le ragioni delle loro scelte che potevano apparire incomprensibili in quanto loro non
rispettavano quelli che erano i canoni estetici tradizionali, utilizzando un linguaggio ardito,
delle forme espressive del tutto nuove, inusuali(incomprensibili). A queste tendenze viene
dato il termine “avanguardia”, un termine mutato dal mondo militare-> le avanguardie sono
unità di soldati che precede l’esercito, quella che si espone al nemico; per analogia gli artisti
di tali movimenti avvertono di essere in prima linea dal punto di vista culturale, sfidando e
rifiutando le norme esistenti (sfidano il passato).
Le avanguardie furono un fenomeno a livello europeo, ma la prima fu quella del Futurismo,
che vide la prima elaborazione poetica nel “Manifesto del Futurismo” redatto da Filippo
Tommaso Marinetti e pubblicato sulla rivista francese “Le figaro” il 20 febbraio 1909.
Filippo Tommaso Marinetti
1876 Alessandria d’Egitto 1944:Bellagio(Como)
Frequenta gli ambienti parigini, infatti le prime opere le scrive in francese; poi giunge in Italia,
dove vive anni particolari-> sarà fortemente condizionato nelle scelte politiche anche da
questo intenso vitalismo e dinamismo che pervade il suo manifesto, tant’è che lui fu
interventista(già prima di essere un interventista lui sostenne la guerra libica).
Rapporti con Mussolini-> Nel 1929 Mussolini lo nomina accademico d’Italia (istituzione
culturale propria del fascismo). Il paradosso sta nel fatto che Marinetti nel manifesto afferma
che “ bisogna distruggere le biblioteche e le accademie”. Ciò significa che c’è un equivoco
nel trasferire l’esperienza artistica in un programma politico; lui si avvicina a Mussolini però
viene travisato. L’acme del futurismo è proprio la fase eroica della grande guerra, allo
scoppio, nel 14 e l’anno successivo con l’ingresso dell’Italia. Alcuni ritengono che il futurismo
si concluda con la morte di Marinetti, perché fu lui il motore del movimento. Oggi noi diciamo
che Marinetti è stato proprio un intellettuale di regime-> era partito con le sue idee e la sua
esperienza artistica che aveva poi portato a questo grosso equivoco. A livello letterario il
futurismo sarà una meteora, anche se ci saranno diversi rimandi nelle future letterature, non
ultimo Ungaretti che scrive senza l’utilizzo della punteggiatura.
Futurismo
Dal punto di vista delle idee il futurismo proclama
● la rottura completa con il passato
● la distruzione di biblioteche e accademie
Per questo Marinetti al passato va a contrapporre la moderna civiltà della macchina.
Contrappone l’ebbrezza e la bellezza della velocità->“Un automobile ruggente, che sembra
correre sulla mitraglia, è più bello (macchina considerata al maschile) della Vittoria di
Samotracia". Marinetti redasse altri manifesti, nel quale è molto chiaro: adempie all’obiettivo
di spiegare; in particolare redasse “il manifesto tecnico della letteratura futurista”, nel quale
egli espone i caratteri formali della nuova poetica futurista, ovvero i criteri ai quali ci si
doveva attenere per comporre un’opera:
● Distruzione della sintassi tradizionale-> “disponendo i sostantivi a caso”
● Uso del verbo all’infinito-> “per dare il senso della continuità della vita”
● Abolire aggettivo, avverbio e punteggiatura
● Creazione, per ogni sostantivo, del suo doppio-> mediante l’analogia-> lui dice “il
sostantivo deve essere seguito senza congiunzione del sostantivo a cui è legato per
analogia”. I doppi che lui usa sono: uomo-torpediniera (nave da guerra dotata di
siluro), donna-golfo(riferito all uomo che si immette nel golfo), porta-rubinetto(perché
si aprono tutti e due), piazza-imbuto(perché raccolgono entrambe e immettono in
qualcosa)
● Uso della tecnica delle “parole in libertà (cosiddetto paroliberismo)-> cioè quello che
è il naturale flusso del periodo che viene completamente sovvertito. Il paroliberismo
riflette l’irrazionalità, riflette, secondo Marinetti, quel continuo movimento dei processi
psichici ed è per lui l’atto di totale adesione all'essenza dinamica della realtà; per lui è
la manifestazione dell’essenza della realtà.
Zang tumb tumb
Un esempio lampante di paroliberismo ci è dato dal poemetto intitolato “Zang tumb tumb”
(onomatopea)-> titolo che compare sulla copertina gialla, ma in realtà, sul frontespizio,
riporta “Zang tumb tuuum”. L’opera di Marinetti si ispira all’assedio di Adrianopoli da parte
dei bulgari. La guerra per Marinetti diventa qui un fatto spettacolare, quella guerra che nel
manifesto del futurismo aveva definito “la sola igiene del mondo”. Già il titolo rimanda al
rumore assordante della guerra.
Qui abbiamo caratteri di diversa grandezza, assenza di punteggiatura ed ecco perché noi lo
chiamiamo proprio l’emblema del paroliberismo, assenza di aggettivi, le parole sono scritte
una dopo l’altra, abbiamo anche l’uso degli spazi bianchi, non ci sono articoli, poi
campeggiano i suoi i onomatopeici per riprodurre o suoni delle guerra.
L’estratto è stato definito proprio un’esperienza sensoriale completa-> più che l’intelletto
mette in moto la fantasia, l’immaginazione. La guerra qui viene vista come un fatto
meramente spettacolare.
Crepuscolarismo
Il termine “Crepuscolare” venne usato per la prima volta da un critico letterario, Giuseppe
Antonio Borgese, il quale, su una rivista torinese, “La stampa”, il 10 settembre 1910, recensì
3 raccolte poetiche, pubblicate nello stesso anno da Fausto Maria Martini, Marino Moretti,
Carlo Chiaves. Il critico definiva questa poesia “crepuscolare” perché giunta al tramonto di
una luminosa stagione lirica, i cui protagonisti furono Pascoli e D’Annunzio. Borgese, dopo
aver rilevato gli elementi comuni di queste poesie, quali la modestia delle tematiche, il tono
prosaico e dimesso dello stile e della lingua, afferma che questi poeti, autori delle poesie da
lui commentate, rappresentano l’estremo momento, rappresentano il crepuscolo della poesia
moderna italiana-> che sembra spegnersi in un mite e lentissimo tramonto. La definizione
ebbe fortuna, infatti il termine crepuscolo venne usato per indicare un gruppo di poeti che,
fioriti nel primo quindicennio del 900, crearono una poesia nuova-> caratterizzata da uno
stato d’animo umbratile (solitario e schivo) ed estenuato, da una tematica modesta e da uno
stile volutamente trasandato e prosastico. La poetica crepuscolare esprime la crisi della
civiltà romantica e positivistica, crisi che determina l’abbandono di temi patriottici, civili e
morali, ma anche la fine del poeta-vate, del poeta-eroe. Il poeta crepuscolare non ha invece
né ideali da proporre né miti da celebrare perché non ha fiducia in nulla, l’ha persa in tutto; di
conseguenza rinuncia all’impegno politico, sociale e civile. Anzi il poeta crepuscolare si
vergogna di essere un poeta-> Guido Gozzano dirà “Io mi vergogno, sì mi vergogno di
essere un poeta”, riecheggia anche il romano Sergio Corazzini che dirà “Perché tu mi dici:
poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”. La lirica
“desolazione del povero poeta sentimentale” di Corazzini si può definire il manifesto del
movimento crepuscolare. I poeti crepuscolari utilizzano solo versi liberi.
-Contenuti-> Di tutti gli aspetti della vita quotidiana i crepuscolari prediligono quelli + tristi e
modesti: strade deserte, piccole stazioni abbandonate, luoghi frequentati da signorine brutte
ma semplici e schive. Oltre ad avere un carattere lirico-descrittivo la poesia crepuscolare è
anche lirico-rievocativa-> rievoca gli anni dell’infanzia, del piccolo mondo della borghesia
dell’800 con i suoi aspetti decrepiti ma, come dice Gozzano, “adorni di cose buone di
pessimo gusto” (gioco ossimorico), che sono ricordate con struggente nostalgia, con
tristezza ma anche con una punta di ironia dovuta alla coscienza dei limiti morali e sociali di
quel mondo ormai scomparso. Ai temi modesti, semplici, corrisponde anche una forma
discorsiva, usuale, prosastica ma sempre controllatissima. Certo non è una poesia di grande
importanza, di grande spessore, forte come una poesia di Pascoli o di D’Annunzio, però ha
avuto un ruolo importante, in primis perché è la testimone della crisi del secolo, ma è anche
il segno di una poesia nuova che è in completa rottura con la tradizione ed aperta a quegli
sperimentalismi proprio del 900.
Tra gli autori ricordiamo Fausto Maria Martini, Marino Moretti, Carlo Chiaves, Guido
Gozzano e Sergio Corazzini.
Sergio Corazzini
Roma:1886 Roma:1907
Ebbe una vita priva di grandi eventi, minata proprio dalla malattia, infatti gli ultimi anni li
trascorse in diversi sanatori, perché affetto di tubercolosi. Pur non avendo completato gli
studi liceali per ragioni di natura economica, fu un autodidatta-> oltre agli autori italiani lesse
soprattutto autori francesi e fiamminghi; in particolare lui fu in contatto con il poeta francese
Francis Jammes.
Nelle sue liriche è presente la componente autobiografica-> malattia, solitudine, sofferenza,
ma anche il rimando a dio, una religiosità di fondo, in quanto, stremato fisicamente, trova
l’unica consolazione nella fede. Egli iniziò a scrivere a 16 anni-> raccolta intitolata “Piccolo
libro inutile”, dalla quale è tratta quella che noi definiamo il manifesto della poetica
crepuscolare, “Desolazione del povero poeta sentimentale”.
Desolazione del povero poeta sentimentale-> In questa lirica viene definito il ruolo del
poeta, in senso marcatamente anti-dannunziano. Tutti quei toni altisonanti incontrati con
D’Annunzio sono assenti.
Per Corazzini il poeta non è un esteta né un vate, ma un piccolo fanciullo, e qui egli spiega
cos’è la poesia per lui: ripiegamenti interiore, sincerità dei sentimenti. Nella parte finale c’è il
preannuncio della morte. Si rivolge a un tu indefinito. C’è un gioco anaforico. Il Silenzio,
scritto con la maiuscola, è inteso come una divinità, è il lume a cui ricorrono i poeti
crepuscolari. “Io non ho altro che le lacrime da offrire al Silenzio”, silenzio che può intendersi
sia come Dio, ma anche come il vuoto esistenziale, il nulla. Quando afferma “Oggi io penso
a morire” trapela la stanchezza del poeta dinanzi a alla realtà delle cose. Questi poeti hanno
un senso stanco e sfiduciato dell’esistenza, tanto che non hanno nulla da proporre. Lui è
stanco di vivere. Il poeta si descrive inerte e rassegnato come un povero specchio
malinconico. Ci sono anche reminiscenze leopardiane “lieta e pensosa”. Molti riferimenti
religiosi, dice “io entro in comunicazione con il silenzio tutti i giorni” cioè con Dio, ”come se
fosse la comunione con il corpo di cristo”. I rumori sono i dolori. E grazie ai dolori lui ha
cercato e trovato Dio. C’è una prefigurazione della morte, questo andamento prosastico
lascia facilmente individuare il tema, lui si immagina in una situazione di
autocommiserazione. Si immagina come una vittima (preda) perseguitata, secondo il
modello di Gesù Cristo, (prefigurazione sul modello del Gesù evangelico). Nella strofa
VII,”sfogliarsi” sta per svanire, cadere come foglie. Vivere è per lui un lento morire, (io non
so far altro che morire). Al superomismo dannunziano lui contrappone la desolazione, il
silenzio, la malinconia. “Io so che per essere detto: poeta, conviene viver ben altra vita!”
riferimento al vivere inimitabile di D’Annunzio.
Aron Hector Schmitz-> Italo Svevo
Trieste:1861 Motta di Livenza (Treviso):1928
Nel 28, anno della morte, lui aveva steso un’opera intitolata “Profilo autobiografico” in cui
parla in terza persona di Italo Svevo, utile per ricostruire la sua vita. È un “letterato
anomalo”-> Aron Hector Schmitz volle assumere, scrivendo, lo pseudonimo di Italo Svevo
per sottolineare la volontà di conciliare la cultura italiana e quella tedesca-> il padre Franz
era un tedesco commerciante di vetrami e la madre Allegra Moravia era italiana; entrambe di
origine ebraica.
Nasce a Trieste-> a quei tempi apparteneva all’impero austro-ungarico, fino all’anno 18,
anno in cui verrà annessa al regno d’Italia(trattato di Rapallo). Trieste è una città
mitteleuropea (centro Europa)-> città legata alle tradizioni culturali dell’impero asburgico
ormai al tramonto, città mercantile, città cosmopolita-> in quanto crogiuolo di diverse etnie e
culture-> quali italiana, tedesca, slovena, israelita.
-1874-> il padre lo invia, insieme ai fratelli, in Germania per approfondire la conoscenza del
tedesco, che lui reputava importante per il futuro professionale del figlio in quanto voleva che
il figlio diventasse mercante come lui. In Germania lui si avvicina anche alla lettura e allo
studio di altre letterature.
-1878-> rientra a Trieste e, per seguire sempre la volontà paterna, si iscrive ad un istituto
tecnico commerciale, che lui chiaramente frequenta, ma manifesta già altri interessi,
specialmente quelli letterari: inizia a comporre testi drammaturghi e collabora con un
giornale triestino “L’indipendente”.
-1880-> a causa di un investimento sbagliato, l’industria di vetrami del padre fallisce. A
questo punto Svevo è costretto a trovare un lavoro per contribuire al sostentamento della
famiglia. Trova impiego presso la filiale triestina della banca Union di Vienna; da questo
momento lui inizia a condurre quella vita che lui stesso definirà, nel suo primo romanzo,
“Una vita”, monotona e grigia dell’impiegato.
-1887-> conosce il pittore triestino Umberto Veruda, che troverà il suo riflesso nel
personaggio di Stefano Balli del secondo romanzo “Senilità”. Nel frattempo lui legge gli
scrittori italiani: da Boccaccio a Verga, ma anche i naturalisti francesi e si interessa anche
alle teorie evoluzionistiche di Darwin-> fu un lettore onnivoro.
-1892-> pubblica a sue spese il suo primo romanzo “ Una vita”, che passa completamente
inosservato, come se non avesse pubblicato nulla.
-1895-> muore la madre, a cui lui era molto legato; in quell’occasione lui conosce una
cugina, Livia Veneziani, che sposerà nel 96, da cui poi nel 97 nascerà una figlia. I veneziani
erano facoltosi, erano proprietari di una fabbrica di vernici antiruggine per navi.
-1898-> pubblica, sempre a sue spese, il secondo romanzo “Senilità”, e anch’esso passa
completamente inosservato.
-1899-> trova impiego presso la fabbrica del suocero e comincia a viaggiare per ragioni
d’affari.
[Nel ”Profilo autobiografico”, a proposito della scrittura, ebbe a dire: “io a quest’ora e
definitivamente ho eliminato dalla mia vita quella ridicola e dannosa cosa che si chiama
letteratura”.]
-1905-> per studiare la lingua inglese, conosce il 23enne James Joyce, che faceva lezione a
Trieste presso la Berlitz School. Joyce le fa leggere le sue poesie ma soprattutto i “racconti
di gente di Dublino" e Svevo le fa leggere i suoi romanzi.
-1910-> incontro, in maniera indiretta, con la psicoanalisi di Freud: lo conosce indirettamente
in quanto il cognato Bruno Veneziani era in terapia a Vienna da Freud e permise a Svevo di
entrare a contatto con le teorie psicoanalitiche.
-1914->con lo scoppio della prima guerra mondiale, la famiglia Svevo si divide: la figlia va a
Firenze, i suoceri in Inghilterra e la fabbrica viene chiusa dalle autorità austriache.
-1918-> al termine del conflitto, inizia a scrivere l’ultimo romanzo “La coscienza di Zeno”, che
pubblicherà poi nel 23. Romanzo che sembra destinato a passare inosservato come gli altri.
Svevo decide così di mandarne una copia all'amico Joyce, copia che poi Joyce sottoporrà
all’attenzione di 2 critici francesi Valery Larbaud e Benjamin Cremieux, i quali, resosi conto
dello spessore di tale romanzo, nel 26, dedicarono un intero numero della rivista “Le navire
d’argent” a Svevo e al suo romanzo.
-1925-> in italia il poeta Eugenio Montale, su sollecitazione del critico triestino Roberto
Bazlen, leggerà il suo romanzo e le dedicherà un articolo saggio intitolato “omaggio a Italo
Svevo”, pubblicato sulla rivista “L’esame”. Esplode il caso Svevo e finalmente ha il successo
che merita-> inizia ad avere fama e successo dopo i 60 anni. Inizia anche a comporre un
quarto romanzo, di cui abbiamo solo due titoli approssimativi “il vecchione”o “le confessioni
di un vegliardo”, che doveva avere come protagonista Zeno da vecchio.
-1828-> di ritorno da Bormio ebbe un incidente stradale e morì a Motta di Livenza.
-Pensiero-> Nella formazione intellettuale di Svevo confluiscono diverse scuole di pensiero:
● il positivismo e la lezione di Darwin-> alla teoria di Darwin si legano 2 scritti
intitolati “L’uomo e la teoria darwiniana” e “La corruzione dell’anima”. Di tale teoria
non condivide la considerazione che la scienza sia la base oggettiva del sapere,
capace di spiegare ogni aspetto della realtà; così come non condivide la fiducia nell’
inarrestabile progresso dell’uomo. Ne accoglie invece 2 aspetti: l’interesse per il
rapporto dell’uomo con l’ambiente e la propensione a condurre un’indagine
scientifica, ovvero l’indagine materialistica e razionalistica della realtà.
● il marxismo-> l’interesse per il marxismo è documentato da un apologo (breve
racconto con intento morale) intitolato “La tribù” e pubblicato sulla rivista “Critica
sociale” che era diretta da Filippo Turati. Svevo non accetta il marxismo come
soluzione sociale alternativa al capitalismo; le teorie marxiste lo interessano come
analisi dei rapporti tra le classi, come indagine critica sui meccanismi economici e
sociali che regolano la civiltà occidentale.
● il pensiero di Schopenhauer-> Svevo non accoglie la sua soluzione filosofica
(schopenhauer era il filosofo della volontà di vivere, che arriva alla soluzione della
“voluntas”), ma impara a cogliere i continui auto-inganni, a descrivere e a smontare
gli alibi psicologici dei suoi personaggi.
● il pensiero Nice-> Svevo non studia , non legge Nice come il teorico dell’oltreuomo;
lui lo studia in quanto critico spietato dei valori borghesi, lo legge in quanto teorico di
quella che è la pluralità dell’io, della complessa e contraddittoria realtà dell’animo
umano
● le teorie di Freud-> Di Freud ebbe a dire: “grand’uomo questo Freud, più adatto ai
romanzieri che agli ammalati”-> Svevo le riconoscere l’essere l’uomo dell’analisi
dell’io, è per lui il modello di uno studio scientifico dell’inconscio che va a svelare le
mille facce, le tortuosità dell’animo umano. Svevo afferma ciò in quanto non crede
nel valore terapeutico della psicoanalisi, la ritiene un suggestivo strumento letterario
d’indagine psicologica.
(Svevo di tutti questi autori non accoglie le loro ideologie, ma sono per lui strumenti di analisi
e di conoscenza della realtà.)
-L’inetto-> Il protagonista dei romanzi sveviani è l’inetto, il disadattato alla vita, abulico,
perennemente insoddisfatto, sognatore, ma velleitario e irresoluto. Che non sa approfittare
delle situazione che gli si presentano. L’inetto si aspetta molto dalla vita ma è capace di fare
del male soltanto a se stesso e agli altri, perché continuamente intrappolato nei suoi
tentennamenti. È alla ricerca costante di una pienezza sia vitale che sentimentale però
sempre oscillante fra stati d’animo diversi. L’inetto Sveviano non è il vinto verghiano, perché
è vittima di una società ingiusta e spietata, l’inetto è vittima di se stesso, di queste sue
tortuosità a livello psicologico. L’inetto non è né un eroe né una vittima, è l‘antieroe, una
persona qualunque che non è in grado di vivere, ma anzi si lascia vivere. All’interno dei 3
romanzi sveviani l’inetto subisce un processo evolutivo.
I ROMANZI
● Una vita (92)
Protagonista è Alfonso Nitti, un giovane dalle velleità artistiche che dalla campagna si
trasferisce, dopo la morte del padre, a Trieste per cercare un impiego, che trova presso una
banca diretta dal signor Maller. Conduce quindi una vita monotona e grigia e cerca di trovare
sollievo frequentando la biblioteca della città. Un giorno viene invitato a casa del signor
Maller e qui conosce la figlia Annetta. Lei condivide con Alfonso interessi letterari tant’è che i
due decidono di comporre un romanzo a 4 mani. Questa vicinanza consente la nascita di un
amore fra i due ma lui, pur non amandola completamente, riesce a conquistarla e sedurla.
All’interno di casa Maller lui conosce anche il suo antagonista, Macario, è un giovane
avvocato brillante, sicuro di sé, cugino di Annetta. È diametralmente opposto a lui, forte e
sicuro di sé, l’adatto a vivere, il lottatore. Alfonso ha la possibilità di dare una svolta alla
propria vita, perché Annetta gli chiede di sposarla, ma lui adduce una motivazione
pretestuosa (la malattia della madre) e quindi torna al suo paese. Quando torna al paese la
madre si ammala realmente e muore->la beffa del destino. Torna così a Trieste, ma le cose
sono cambiate: Annetta si è fidanzata con Macario e, per quanto riguarda il lavoro, egli era
stato declassato. A questo punto anche con il signor Maller lui si lascia sfuggire delle frasi
che appaiono ricattatorie, lui chiude un ultimo incontro chiarificatore ad Annetta, ma lei non
si presenta e manda il fratello Federico, e tra i due scoppia anche una lite. Secondo la
consuetudine del tempo i due devono battersi in duello, però Alfonso consapevole della
propria inferiorità non si presenta al duello e la sera precedente l’incontro si suiciderà con le
esalazioni di gas della stufa nella sua camera a Trieste.
-Riflessioni: il romanzo è narrato in terza persona, raccontato da un narratore esterno e il
punto di vista prevalente coincide con quello di Alfonso Nitti. Il vero titolo era “Un inetto”, su
consiglio dell’editore cambiò il titolo a “una vita”, riprendendo il titolo di un romanzo di Guy
de Maupassant, intitolato “Une vie”, anche se non c’è nessun legame con la trama. Il titolo
ha un valore antifrastico: evidenzia non solo la fine del protagonista, perché effettivamente
muore, ma anche una condizione esistenziale, la sua è una non vita. Il romanzo è proprio la
denuncia di un disagio esistenziale cioè la malattia della inettitudine. Nonostante l’opera
presenti, per alcuni tratti, una impalcatura naturalistica (il romanzo è uno spaccato della
squallida esistenza di un impiegato triestino, attraverso una minuziosa descrizione di
ambienti e personaggi) quest’ultima viene superata e viene puntata l’attenzione sul
personaggio di Alfonso che vive la sua estraneità rispetto al reale. L‘inettitudine non è tanto
una incapacità quanto piuttosto una precisa volontà di rifiutare le leggi sociali e la logica
della competizione. Alfonso Nitti è un antieroe, è una persona qualunque del ceto medio,
che viene scrutata nelle sue segrete debolezze. Il narratore sottolinea le sue inquietudini e
frustrazioni, le velleità di impiegato che impiegato non vuole essere, le velleità di un giovane
ambizioso che è incapace di capire ciò che vuole ma soprattutto incapace di mettere in
pratica i suoi propositi. Il narratore mette in risalto il contrasto tra l’idea che Alfonso ha di sé
e il suo effettivo comportamento: Alfonso non si conosce affatto, e questo è il nodo cruciale
di questa personalità opaca e controversa. La causa del suicidio non è la crudeltà o
l’ingiustizia degli altri, ma è il suo non conoscersi. Alfonso si suicida pensando di fare un
gesto che lo nobiliti agli occhi degli altri, in realtà egli fugge dinanzi ad una situazione che
non è più in grado di controllare. Se si fosse conosciuto non sarebbe arrivato a questo. Il
suicidio è un atto distruttivo ma che non implica la condanna di quel mondo borghese di cui
egli aveva desiderato, pur senza successo, di far parte. Il suicidio è un atto che accusa se
stesso e la sua incapacità di amare e di vivere, non è una denuncia del mondo borghese, è
l’accusa della capacità di capire e comprendere la sua inquietudine. Non essere
consapevole della propria inquietudine è la causa del fallimento di Alfonso e del suicido che
lo va a suggellare. All’interno del romanzo è presente l’antagonista, per dirla con
Schopenhauer: Alfonso Nitti e tutti gli inetti sarebbero i contemplatori, mentre gli antagonisti,
come Macario, sono i lottatori. L’antagonista è l’adatto alla vita, è l’uomo sicuro di sé, è
l’uomo disinvolto, in tutti i romanzi sarà presente la figura dell’antagonista, è uno schema
che Svevo riprende. Macario, coerentemente con il suo ruolo, è colui che, alla fine del
romanzo, sottrae all’inetto Alfonso la donna, donna oggetto dei suoi desideri.
● Senilità (98)
Montale ebbe a definire questo romanzo un “quadrilatero perfetto”, ai vertici del quadrilatero
due inetti tra cui Emilio Brentani e sua sorella Amalia, negli altri due vertici della figura
sorgono due antagonisti Stefano Balli e Angiolina Zarri, si ha il corrispettivo femminile sia
dell’inetto che del protagonista. Protagonista Emilio Brentani, che Svevo definisce “fratello
carnale“ di Alfonso Nitti, è un giovane trentacinquenne impiegato in una compagnia di
assicurazioni, conosciuto per aver già composto un romanzo che gli ha dato un minimo di
fama. Emilio vive con la sorella Amalia , definita nella presentazione “non ingombrante né
fisicamente né moralmente, che lo accudisce come una madre dimentica di se stessa”.
Emilio Brentani conosce lo scultore Stefano Balli: l’uomo sicuro di sé che cerca di
compensare l’insuccesso del lavoro con la conquista delle donne, Emilio è colpito dalla
personalità di Stefano, vuole anche lui vuole una relazione con una donna, proprio come
Stefano. Un giorno conosce Angiolina, donna del popolo, dalla dubbia moralità, e decide di
avere un'avventura con lei, una storia che sarebbe dovuta essere breve, dirà a proposito di
Angiolina: “tu mi piaci molto ma nella mia vita non potrai essere giammai più importante di
un giocattolo”, in realtà lui se ne innamora e comincia a essere geloso una volta scoperti i
numerosi amanti che Angiolina ha, i continui tradimenti della donna rafforzano la gelosia in
lui, legandolo ancora di più a lei. Quando Emilio avrà un rapporto con lei, su iniziativa della
ragazza, lui ne rimane profondamente deluso perché ha posseduto non la donna ideale che
ama, ma la donna reale che disprezza. La gelosia si amplifica quando Emilio scopre che
Angiolina è diventata l’amante di Stefano Balli il quale aveva conosciuto la bella donna dopo
averla chiamata come modella di una sua scultura. A complicare la vicenda arriva Amalia
che si innamora segretamente del bel Stefano, il fratello scoprirà questo amore segreto dato
che una notta sente la sorella che fa il nome dell’amato durante il sonno, così decide di fare
allontanare l’amico dalla sua abitazione. Amalia è disperata da tale allontanamento e cerca
di trovare conforto facendo uso di etere (una sostanza, a scopi anestetici, usata come droga
inalata) che la porterà a contrarre la polmonite, la assisteranno il fratello e l’amico Balli.
Quando Amalia è ormai morente, un ennesimo tradimento di Angiolina porta Brentani ad
abbandonare il capezzale della sorella morente per avere un ultimo incontro chiarificatore
con Angiolina. Questo incontro sfocia in una cruenta lite e i due si lasciano. La sorella
muore, rimasto solo e allentati i rapporti con Stefano Balli, riprende la sua vita monotona.
Angiolina fugge con il cassiere di una banca scomparendo dal romanzo. Nel suo profondo
egoismo Emilio Brentani riesce a trovare serenità costruendosi una figura ideale, una sua
proiezione mentale che è la sintesi degli aspetti delle due donne. Sarà bella e giovane come
Angiolina ma avrà le stesse qualità morali e la dedizione della sorella Amalia.
-Riflessioni: Per la composizione di questo secondo romanzo egli trasse ispirazione da
alcune vicende biografiche, in primis la relazione con una giovane sarta triestina, Giuseppina
Zergol, che nel romanzo è rappresentata dalla figura di Angiolina Zarri. L’amicizia con il
pittore triestino Umberto Veruda, che nel romanzo è Stefano Balli. La figura di Svevo è in
Emilio Brentani. Il titolo ha un valore altamente simbolico, il protagonista è un giovane 35
enne e quindi allude più ad una condizione psicologica che fisica. È vecchio dentro, non
fisicamente. Questa condizione psicologica consiste nella mancanza di coraggio e decisione
nelle scelte, nella incapacità di osare, e in un eccesso di prudenza e cautela, che impedisce
al personaggio di abbandonarsi alla felicità e alla gioia istintiva dei sensi. Dal punto di vista
strutturale, rispetto al primo romanzo, lo scarto è notevole: non ci sono scene di ambiente di
matrice verista/ naturalista, la rappresentazione sociale viene mostrata attraverso le
sensazioni e le vicende interiori dei protagonisti. La rappresentazione sociale viene filtrata
attraverso le loro reazioni psicologiche. In questo romanzo l’analisi psicologica ha la priorità
sull‘intreccio e sul rapporto fra individuo e ambiente. La struttura del romanzo si fonda sui
rapporti privati e intersoggettivi tra questi 4 personaggi. Questi sono rapporti simmetrici e
speculari, dal valore altamente emblematico. Da una parte abbiamo gli sconfitti e frustrati
dalla vita, che subiscono la vita, dall’altra quelli che amano la vita. All’inetto Emilio Brentani
si oppone Stefano Balli, forte, spregiudicato con le donne, però dalla psicologia elementare.
Alla umbratile e mite Amalia, timorosa e timida, radicata esclusivamente nei rapporti
familiari, si oppone la bella Angiolina, disponibile alla vita e all’amore, donna di facili costumi
e di dubbia reputazione. Il punto di partenza di Emilio Brentani è identico ad Alfonso Nitti,
perché come il protagonista del primo romanzo è un mediocre impiegato che vive un
conflitto tutto interiore, tra le sue pulsioni e le sue repressioni. Anche lui è frustrato nella sua
vana ambizione di gloria, anche se rispetto ad Alfonso Nitti, lui gode nella città di Trieste di
una certa fama per aver composto un romanzo. Anche lui ha delle velleità artistiche, ma in
parte colmate. Anche lui come Nitti è incapace di donarsi interamente all’esperienza
amorosa. Rassegnato a soli 35 anni ad una definitiva senilità. A differenza di Alfonso Nitti,
Emilio Brentani accetta le consuetudini borghesi, egli non vuole mettere in discussione la
sua vita tranquilla, ma grigia e conformistica. Lui è legato alla famiglia, alla carriera, vuole
affermarsi come scrittore, ma comunque rimane un inetto, è incapace di osare. La differenza
più evidente con Alfonso Nitti è che lui non si uccide, in questo romanzo non si ha la rovina
dell’antieroe, ma la sua sopravvivenza di mediocre. Essendo incapace a vivere Emilio
Brentani non rinuncia alla vita, ma si distacca dalla realtà e si rifugia nel sogno. Per poter
avere una vita serena e trovare pace egli porta affetto esclusivamente a se stesso e alla sua
vegetativa esistenza. Anche la sua è una sconfitta, lui non sopravvive da persona, ma da
mediocre. Lui vive confortato dal sogno. Lontano dalla realtà. Sicuramente con Brentani c’è
una evoluzione dell’inetto, ma è una sconfitta anche la sua. Emilio Brentani è portatore di
una falsa coscienza: per tutto il romanzo continuamente mente a se stesso, si costruisce
maschere a autoinganni e la sua prospettiva è deformante e il suo punto di vista è
inattendibile. A correggere e a smentire la prospettiva di Brentani è proprio la voce del
narratore. Questo romanzo, come “una vita” è scritto in terza persona, ma qui campeggiano
due prospettive, da una parte quella di Emilio che continuamente mente a se stesso
dall’altra quella del narratore, che ha una lucidità infinitamente superiore a Brentani e che
spesso lo giudica crudelmente. A volte il narratore non ha neanche bisogno di intervenire
con la sua voce a correggere la prospettiva del protagonista, tanto è evidente il contrasto tra
le mistificazioni del protagonista e la realtà oggettiva. Il lettore lo comprende subito. Come in
Alfonso Nitti, Brentani non si conosce, non si rende conto di essere inetto. L’evoluzione si
avrà con Zeno Cosini.
● La coscienza di Zeno (23)
Composto tra il 19 e il 22 e pubblicato nel 23, genesi molto lunga. Il romanzo presenta una
struttura fortemente innovativa. È costituito da ben 8 capitoli, di cui i primi 2 “prefazione” e
”preambolo” costituiscono la cornice introduttiva, l’ultimo, intitolato “psico-analisi”, costituisce
la cornice finale. All’interno abbiamo 5 capitoli, chiamati anche ”blocchi tematici”, che
costituiscono l’autobiografia che Zeno Cosini ha scritto su invito del suo psicanalista, il dottor
S.: 3 “il fumo”, 4 ”la morte di mio padre”, 5 ”la storia del mio matrimonio”, 6 ”la moglie e
l’amante”, 7 ”storia di una associazione commerciale”. Il romanzo è scritto in prima persona.
-Titolo-> racchiude le due tematiche chiave del romanzo: la parola “coscienza” ha due
significati, allude sia alla consapevolezza dei propri comportamenti e delle loro motivazioni,
ma potrebbe anche alludere in senso antifrastico, cioè cattiva coscienza, infatti in tutto il
romanzo il personaggio attua una serie di tentativi di auto-giustificazione del proprio
comportamento, come se lui avvertisse il divario tra le sue esigenze interiori e il
conformismo della società.
-Nome Zeno-> di matrice greca “Xenos” che significa straniero, diverso, a sottolineare il suo
essere diverso dagli altri, ma anche l’estraneità rispetto alla realtà. Il cognome Cosini, è il
plurale maschile diminutivo di “cose”, a sottolineare l’essere un uomo mediocre e privo di
qualità, un borghese qualunque. È come se lui avvertisse il divario tra le sue esigenze
interiori e il conformismo della società.
CAPITOLI:
1. Prefazione: parla il Dottor S, la cui iniziale sta a sottintendere il nome di Sigmund
Freud. Il Dottor S informa il lettore che il racconto non è altro che l’autobiografia di un
suo paziente scritta a scopo terapeutico. Il paziente non è altro che un vecchio che
ha deciso di abbandonare la cura con grande disappunto dell’analista. Il Dottor S
decide dunque di pubblicare tali memorie per vendetta, definendole “un cumulo di
verità e di bugie”
Riflessioni-> Si intuisce dalla prefazione che i rapporti tra i due sono conflittuali, tesi, e non
si capisce bene a chi dei due prestare fiducia. Il paziente, a detta dell’analista, non è
attendibile, ma lo stesso si potrebbe dire del dottore: egli pecca di avidità quando chiede al
paziente di dividere con lui i lauti onorari che provengano dalla pubblicazione.
2. Preambolo: a parlare è il vecchio Zeno, il quale manifesta i propri dubbi sulla validità
della ricostruzione del proprio passato. Egli mette in dubbio il metodo del Dottor S,
tanto che compra egli stesso un manuale di psicoanalisi per analizzarlo
autonomamente. Zeno non crede nel valore terapeutico della psicoanalisi, ma
accetta di scrivere la sua autobiografia.
3. Il fumo: Zeno narra il suo vizio del fumo e i mille inutili tentativi di smettere di fumare.
(U. S. ultima sigaretta)
4. La morte di mio padre: ripercorre l’agonia che precede la morte del padre per
edema cerebrale. La morte viene definita nel romanzo “grande catastrofe”. Con il
padre Zeno ha un rapporto conflittuale, poiché egli è l’esatto contrario dell’inettitudine
del figlio. Prima di spirare, si alza dal letto e dà uno schiaffo a Zeno, le cui
motivazioni rimangono per lui un mistero.
5. La storia del mio matrimonio: in questo capitolo vengono narrate le disavventure di
Zeno che cerca di corteggiare le figlie di un abile uomo d’affari, con il quale entra in
contatto; un tale Giovanni Malfenti, che aveva ben 4 figlie: Ada, Alberta, Augusta e
Anna(piccolina): tutte con la A, per lui è un segno del destino in quanto si chiamava
Zeno. A lui piace la primogenita Ada, la bella di casa (che poi diventerà brutta) alla
quale però non interessa Zeno, ma è interessata ad un altro uomo d’affari, che
frequenta la casa Malfenti, Guido Speier. Ada quindi è innamorata di Guido Speier
che poi sposerà, Alberta anche lo rifiuta e la sua scelta, che scelta non è, ricade su
Augusta, che lui non ama, ma si rivelerà la donna ideale di Zeno Cosini.
6. La moglie e l’amante: sposatosi con Augusta Zeno conosce una giovane aspirante
cantante, una tale Carla Greco. Con lei si riattivano un po’ quei rituali che aveva con
il fumo: ad ogni incontro lui afferma che sarà l’ultimo, questo per non avere sensi di
colpa. Ovviamente Carla Gerco non si accontenta di questi pochi incontri e la
relazione si interrompe per volere della donna.
7. Storia di un'associazione commerciale: ultimo capitolo dell'autobiografia: in questo
capitolo viene narrato l’impegno di Zeno nel mondo del lavoro. Zeno decide di
collaborare con l’attività di quello che è diventato suo cognato, Guido Speier, però gli
affari non vanno bene, tant’è che Guido Speier arriverà a suicidarsi. Zeno riesce
però, grazie ai suoi investimenti in borsa , a recuperare le perdite che l’attività del
cognato aveva avuto.
8. Psico-analisi: in questo capitolo, al racconto del passato per blocchi tematici, si
sostituisce la forma del diario, che va dal 3 maggio 1915 al 24 marzo 1916. Qui Zeno
si dichiara in procinto di interrompere la cura, perché il suo analista gli ha
diagnosticato il complesso edipico. Dopo 6 mesi di cura egli ha respinto la diagnosi
del medico, ha deciso quindi di interrompere la cura perché dice di essere guarito in
quanto durante la guerra lui ha imparato l’arte del comperare, e ciò gli ha salvato la
vita. Nella parte finale dice “la malattia non esiste, è simile alla vita, ma a differenza
di quest’ultima è sempre mortale”. Sempre nella parte finale dice “ la vita attuale è
inquinata alle radici”, ossia che la malattia è la condizione esistenziale dell’umanità,
non c’è chi è sano. La malattia per Svevo è la conseguenza dello sviluppo abnorme
dell’uomo, il quale, senza rispettare la selezione naturale, ha prodotto degli ordigni, il
cui proliferare ha determinato una situazione catastrofica; infatti il romanzo si chiude
in maniera apocalittica, catastrofica. Un ordigno creato dall’uomo provocherà
un'esplosione che porterà la terra ad uno stato di nebuloso e alla fine della malattia.
Non esiste la salute perché tutti siamo malati, è una condizione esistenziale
dell’umanità. Quindi che Zeno sia malato e normale.
-Riflessioni sul romanzo-> con la coscienza di Zeno si ha proprio un sovvertimento delle
strutture narrative tradizionali, quelle per cui si aveva un inizio, uno svolgimento e una fine:
● Il romanzo è in prima persona.
● Non esiste nel romanzo una voce narrante esterna che vada a giudicare il
protagonista. C’è l’analisi di Zeno ad opera di Zeno stesso: sulla scena c’è l’io a tu
per tu con l’io.
● La narrazione non avviene attraverso la successione cronologica ma avviene per
successione tematica; di conseguenza il tempo non è oggettivo e lineare(quello dato
dalla successione cronologica degli eventi), ma abbiamo il tempo della coscienza, un
tempo che non è legato a degli eventi esterni ma è tutto interiore ->quello che Svevo
chiamerà un “tempo misto”, chiamato così perché le esperienze del passato sono
irreversibili e la memoria, nel tentativo di rievocare, le altera, le falsifica.
● Il protagonista, nel rievocare la sua autobiografia, usa il monologo interiore: la
costruzione logica di un discorso ordinato, selezionando anche gli argomenti da
esporre. Ciò si differenzia del flusso di coscienza tipico di Joyce, una tecnica che
consiste nel cogliere gli aspetti nel loro farsi immediato, casuale e disordinato
● L’inetto-> Zeno Cosini-> fratello carnale sia di Alfonso Nitti che di Emilio Brentani, ciò
significa che anche lui è un inetto: mutevole, contraddittorio, incapace di vivere, che
mente a se stesso. Zeno Cosini è un inetto “vincente”: egli arriva a conoscersi, ad
avere coscienza della propria inettitudine; mentre Alfonso Nitti ed Emilio Brentani
tentano inutilmente di combattere la loro natura, Zeno rinuncia fin da subito alla lotta
con se stesso, quindi approda alla consapevolezza della propria inettitudine e al fatto
che questa malattia è ineluttabile perché radicata nell’esistenza, nella vita. Allora,
mentre Alfonso Nitti rifiuta la vita, mentre Emilio Brentani si rifugia nel sogno, Zeno
Cosini sa di essere malato e si accetta come tale. A spingerlo a questa accettazione
è la consapevolezza che la salute non esiste, che nessuno è sano e che la malattia
consiste nella vita. Zeno, conoscendosi e accettandosi come inetto, è in grado di
sorridere della sua malattia, della sua nevrosi, ed è capace di analizzarla con ironico
distacco. L’ironia è frutto della coscienza di sé. Zeno si rende conto che è impossibile
dare un senso ai comportamenti umani, perché qualunque sforzo di darci la salute è
vano. L’ironia pertanto, nel romanzo, svolge due funzioni: da una parte va a svelare
le finzioni e gli alibi della cattiva coscienza, va quasi a schernire, a irridere, quelle che
sono le false certezze dell’uomo; dall’altra parte ha la funzione di trovare una via
d’uscita nella tragicità dell’esistenza, pone un freno alla tragicità dell’esistenza, e
quindi permette a Zeno di orientarsi in mezzo alla mancanza di ogni certezza.
● Zeno narratore-> spesso si dice che sia un narratore inattendibile. In primis
l’inattendibilità ci viene data anche nella prefazione dal dottor S, quando ha messo
insieme un cumulo di verità e di bugie, quindi il ruolo importante ce l’ha il lettore, in
quanto è invitato a dubitare, ad essere indifferente al suo racconto. Quando Zeno
parla di sé ci dà sempre una immagine complessa, sempre molto problematica. In
Svevo, con la coscienza di Zeno, il narratore non è più un principio oggettivante,
galante di verità, ma tende ad essere sempre soggettivo e relativistico.