Nonostante l’apparente astrattezza, nella seconda fase del suo pensiero Heidegger si
concentra su temi come linguaggio, arte, nichilismo, fine della modernità, etc.
Nel momento in cui il filosofo ha affermato che la ricerca condotta fino a quel momento della
sua vita era stata fallimentare ha deciso di abbandonare la stesura di “essere e tempo” e di
dedicarsi ad altro. Occorre trovare altre forme di linguaggio per parlare dell’essere: questa
consapevolezza prende il nome di svolta.
Abbandona l'analitica esistenziale e ne intraprende altre, per poi arrivare a dire che tutte
sono inefficaci perché non è possibile uscire dal punto di vista umano. Parlare dell’essere
distaccandosi dal punto di vista dell’uomo non è possibile: le opere successive, oltre ad
essere più criptiche, prendono quasi tutte la forma di sentieri interrotti, ovvero di percorsi che
ad un certo punto finiscono nel nulla.
Il problema dell’essere sembra molto circoscritto ma in realtà va ad impattare temi più ampi
e importanti e centrali nel ‘900. Heidegger si è prestato molto bene alle indagini riguardanti
tutti i vari campi d’azione dell’essere umano.
ESSERE E TEMPO PT.2
La sua riflessione porta alla formazione del cosiddetto pensiero debole, definito tale perché
limitato sempre e comunque dalla soggettività umana.
Il secondo Heidegger cerca altri modi per indagare il rapporto tra uomo ed essere. L’esserci
è essenzialmente temporalità, che rappresenta l’orizzonte entro il quale l’uomo si muove.
Senza temporalità è impossibile per l’uomo apprendere la realtà: ogni dato è
spazio-temporalizzato. La concezione dell’essere che sta cercando non può fare a meno di
questo elemento. Il fatto che il tempo sia così tanto legato all’essere va contro la metafisica
medievale. Ne parla in “che cos’è metafisica". Già i greci distinguevano eternità e tempo.
L’ente eterno è immutabile e stabile, quello temporale è mutabile e corruttibile. Se l’essere
coincide con il tempo allora la metafisica ha annullato la differenza ontologica, ovvero la
differenza tra ente ed essere. Se l’essere coincide con il tempo, l’uomo continua ad avere un
ruolo privilegiato nell’interpretazione dell’essere. Si avvicina di più all’essere rispetto agli altri
enti che sono solo presenti. L’esserci risulta quindi privo di fondamento. Se la metafisica
occidentale ha frainteso tutto, anche il ruolo dei fondamenti è stato compreso nel modo
giusto. Fino a questo momento c’è stato un fraintendimento. Se l’essere non è un ente
allora c’è stato un fraintendimento. L’essere non è un ente, quindi è un Ni-ente. Dato che
l’ente è, l’essere si dà (es gibt sein, “c’è”). L’essere non è l’ente, perché è il fondamento
dell’essere, questo vuol dire che l’essere non ha fondamento. Arriva a comprendere come
l’essere sia trascendente rispetto all’ente. Grazie alla trascendenza l’ente diventa visibile.
Non potremmo conoscere un ente (quindi fare affermazioni) se non fosse pensabile.
L’essere è come il palcoscenico illuminato su cui si presentano gli enti. Senza luce non si
potrebbe vedere niente.
ESSERE E VERITÀ
Riflettendo su questo tema parla di essere e verità: l’essere è ciò che si da, la verità è la sua
conoscibilità. Tutti gli enti sono veri in qualche misura perché sono conoscibili. La tradizione
medievale classica lo spiegava dicendo che sono stati creati da una mente divina
intelligente. La verità viene da lui definita in primo luogo apparire dell’essere, in secondo
luogo correttezza nella sua descrizione (?).
Distingue due significati di verità che hanno un loro corrispettivo in greco e latino
- (aletheia, alpha privativo+velo, senza velo): questo è il primo significato di verità che
Heidegger associa all’essere. Corrisponde al palcoscenico e la luce, le condizioni che
svelano l’essere
- (orthotes): è il secondo significato, riguarda gli enti
Il secondo non ha senso senza il primo. In latino sarebbero veritas e adeguatio.
L’esserci coglie l’essere quando si rivela. La verità viene definita anche come l’ accadere
dell’essere. L’essere si dà, quindi io posso conoscere gli enti. La verità è la condizione di
possibilità della conoscenza e coincide con l’accadere, la definisce come “radura”, laddove
gli enti sono un bosco e l’essere che si rivela è come quando la luce irrompe in uno spazio
libero tra gli alberi. La parola tedesca è lichtung (licht=light=rischiaramento). La verità non è
un prodotto della mia mente, è qualcosa che accade, un evento.
ESSERE E ARTE
Nell’opera “origine dell’opera d’arte” parla dell’arte figurativa e dell’architettura, mentre in altri
saggi parla di altre forme d’arte. Cerca di capire cosa fa sì che un disegno o un edificio sia
classificato come opera d’arte. Fa riferimento ad un’opera di Van Gogh, “le scarpe del
contadino”, e ad un tempio greco. Trova che il primo sia particolarmente significativo dell’atto
di prendere un oggetto di uso comune e trasformarlo in un simbolo. L’oggetto rappresentato
viene arricchito di un valore e di un senso eterni. Il significato di quest’opera è la vita del
contadino. Attraverso l’opera deve esprimere un valore che trascende l’opera stessa e che
sia riconoscibile in futuro. In questo senso l’opera d’arte è manifestazione della verità.
Il tempio è nato come luogo sacro per cercare un contatto con la divinità.
La parola sacro etimologicamente risale ad un significato che ha a che fare con la
separazione di uno spazio dal resto è della sua consegna al divino: un oggetto è reso sacro
quando è separato dal resto. Questo spazio rimane consegnato all’eternità come un’opera
d’arte. Attraverso la visita al tempio ci mettiamo in contatto con il valore di quell'opera d’arte
che trascende il momento in cui è stata edificata. In tutto ciò l’artista rimane un puro tramite
tra l’essere che si rivela e l’uomo che lo coglie. L’artista rivela l’essere ma niente di più. Non
è lui che inventa l’eternità dei valori che stanno dietro all’opera, si limita a rappresentarla.
L’artista non è più protagonista,è solo un collegamento tra l’uomo e l’essere. Quando si crea
si istituisce un passaggio. Lo spazio naturale viene trasformato dall’uomo e fin dai tempi dei
greci l’uomo ha modificato quella che lui chiama la terra, ovvero la realtà che ci è data,
attribuendo ad essa nuovi significati prettamente umani umanizzandoli e trasformandola in
modo. Il mondo è la realtà addomesticata dall’uomo e investita dei significati che questo può
darle. Con le arti non figurative si ottengono comunque risultati simili. Heidegger fa l’esempio
della poesia,linguaggio più diretto di quello filosofico e più capace di cogliere, almeno per
immagini, il significato dell’essere. La poesia pone in un’opera la verità è non si limita a farla
apparire. La parola poesia viene messa in collegamento con la parola poiesis, che fa
riferimento alla creazione di qualcosa. Il poeta, nel momento in cui dice qualcosa, è capace
di creare un collegamento con l’essere e metterlo in luce attraverso un linguaggio che va per
immagini e sensazioni, non per argomentazioni. Il far prevalere il valore della poesia sulla
filosofia rappresenta la sconfitta della filosofia. Heidegger la accetta. In tedesco poesia si
dice in due modi: … e poesia (fa riferimento al fare).
Ne parla nel “la questione della tecnica” e nell’ “epoca dell’immagine del mondo”. Il trionfo
della tecnica caratterizza il 900 e sembrerebbe aver preso il posto della filosofia, di
qualunque altra riflessione ed espressione umana. La produzione ha sostituito la
contemplazione del mondo e l'accecamento della natura così com’è. Più l’uomo produce più
si allontana dall’essere perché tende a modificare la realtà partendo dal presupposto che un
cambiamento sia meglio di un non cambiamento.
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