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Il Libro

Il libro 'The Book' di Lovecraft è un frammento incompleto che evoca un'atmosfera magica e ultraterrena. Il protagonista racconta di un misterioso libro trovato in un luogo antico, contenente formule sacrileghe che aprono porte verso dimensioni sconosciute. Dopo aver letto il libro, la sua percezione della realtà cambia, portandolo a esperienze inquietanti e a una nuova comprensione del tempo e dello spazio.

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Il libro 'The Book' di Lovecraft è un frammento incompleto che evoca un'atmosfera magica e ultraterrena. Il protagonista racconta di un misterioso libro trovato in un luogo antico, contenente formule sacrileghe che aprono porte verso dimensioni sconosciute. Dopo aver letto il libro, la sua percezione della realtà cambia, portandolo a esperienze inquietanti e a una nuova comprensione del tempo e dello spazio.

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Il libro

The Book, come Azathoth e The Descendant pubblicati nei precedenti


volumi di questa edizione, è un frammento di cui sopravvive il manoscritto
originale di Lovecraft, e che la presente traduzione riproduce. Prometten-
te nell'esordio, rimane inconcluso ma non privo di un'atmosfera magica e
assolutamente ultraterrena, come nelle cose più stravaganti del nostro au-
tore.

I miei ricordi sono molto confusi. Dubito persino dove comincino, per-
ché a volte ho la sensazione che alle mie spalle si snodi una teoria d'anni
mostruosa, mentre, in altre occasioni, mi sembra che il presente sia un
punto isolato in una grigia e informe infinità. Non sono neppure sicuro del
modo in cui sto comunicando questo messaggio. Sono cosciente del fatto
che sto parlando, ma ho la vaga impressione che per sopportare il carico
delle mie parole e farle giungere dove voglio, sia necessaria una strana e
forse tremenda mediazione. Anche la mia identità è incerta in modo sor-
prendente. A quanto pare ho sofferto uno shock violento, forse la mostruo-
sa conseguenza di uno dei miei cicli d'esperienze incredibili e straordina-
rie.
Esperienze che, naturalmente, hanno tutte origine in quel libro divorato
dai parassiti. Ricordo quando lo trovai, in un posto fiocamente illuminato
presso il fiume nero e oleoso dove sempre turbina la nebbia. Era un luogo
molto antico, e gli scaffali pieni di volumi incartapecoriti che arrivavano
fino al soffitto si succedevano all'infinito in una teoria di alcove e stanze
interne senza finestre. Inoltre, sul pavimento e in certi rozzi contenitori c'e-
rano informi mucchi di libri: proprio in uno di quei mucchi trovai il mio.
Non ne ho mai conosciuto il titolo, perché mancavano le prime pagine, ma
cadendo si aprì verso la fine e mi permise di dare un'occhiata a qualcosa
che fece vacillare i miei sensi.
Era una formula, o meglio un elenco di cose da dire e da fare, che rico-
nobbi come sacrilega e proibita; qualcosa di cui avevo già letto in passato
nelle pagine furtive e colme d'orrore - misto a fascinazione - di alcuni dei
misteriosi e antichi esploratori dei segreti meglio custoditi dell'universo,
nei cui tomi sgretolati amavo sprofondarmi. Era una chiave, una guida ver-
so determinate porte e determinate transizioni di cui gli occultisti hanno
sognato e sussurrato fin dagli albori della specie, e che avrebbero permesso
di giungere all'affrancamento dalle tre dimensioni della vita e della materia
che noi conosciamo, scoprendo la realtà oltre di esse. Da secoli nessun
uomo ricordava più il segreto essenziale di quel processo né sapeva dove
trovare il libro, che era molto antico. Non era stampato, ma ricopiato a
mano da un monaco semi-impazzito che aveva trascritto le sinistre formule
in latino in un corsivo di spaventosa antichità.
Ricordo il ghigno del vecchio e il suo risolino: e quando portai via il li-
bro fece un segno misterioso. Aveva rifiutato di farselo pagare, e solo mol-
to tempo dopo capii il perché. Mentre mi affrettavo a casa attraverso le
stradine tortuose e soffocate dalla nebbia del porto, ebbi la spaventosa im-
pressione di essere cautamente seguito da qualcuno che aveva il passo
morbido e vellutato. Le case vacillanti e vecchie di secoli su entrambi i lati
della strada parevano animate da una nuova e tremenda malvagità, come se
un canale fino a quel momento chiuso si fosse aperto all'improvviso, con-
sentendo la comprensione del male. Avevo l'impressione che le pareti delle
case e, più in alto, gli abbaini di mattoni sgretolati, intonaco e legno am-
muffiti - e le finestre a piccoli rettangoli che ghignavano come occhi furti-
vi - non potessero fare a meno di avanzare verso di me e schiacciarmi...
Eppure, prima di chiudere il libro e portarmelo via, avevo letto solo un
frammento della sacrilega formulazione.
Ricordo che alla fine lessi il volume da cima a fondo, pallidissimo e
chiuso a chiave nella mansarda che da tanto tempo avevo dedicato alle ri-
cerche misteriose. La grande casa era silenziosa, perché mi ero ritirato do-
po la mezzanotte. Penso di aver avuto famiglia, a quell'epoca, ma i partico-
lari sono incerti; so che c'erano molti servi. Non posso dire che anno fosse,
perché da allora in poi ho conosciuto molte epoche e molte dimensioni, e
la mia nozione del tempo si è dissolta e ha dovuto essere riformulata. Leg-
gevo a lume di candela (ricordo l'incessante sgocciolìo della cera) e ogni
tanto si sentivano battere le ore in qualche campanile lontano. Seguivo con
molta attenzione il suono delle campane, come se temessi di sentire all'im-
provviso una nota più lontana e sinistra.
Poi cominciai a sentire qualcosa che grattava e picchiava alla finestra
della mansarda, che s'apriva alta sui tetti della città. Avvenne mentre into-
navo ad alta voce il nono verso della prima strofa, e con un brivido capii di
cosa si trattava: colui che oltrepassa una soglia ottiene la compagnia di u-
n'ombra e non potrà mai più essere solo. Avevo compiuto l'evocazione, e il
libro non era l'unica cosa che mi avrebbe risposto. Quella notte oltrepassai
la soglia di un vortice temporale distorto, e anche la mia vista cambiò;
quando nella mansarda spuntò il mattino vidi alle pareti, negli scaffali e
nelle alcove ciò che non avevo mai visto prima.
Da allora in poi non potei più vedere il mondo come lo conoscevo. Me-
scolato alla scena del presente c'era sempre un po' di passato e un po' di fu-
turo, e gli oggetti un tempo familiari sembravano estranei nella nuova pro-
spettiva di una vista più ampia. Mi muovevo in un fantastico sogno di for-
me sconosciute o semi-conosciute; e ogni volta che superavo una nuova
soglia era meno facile riconoscere gli oggetti della sfera ristretta alla quale
ero stato per tanto tempo incatenato. Ciò che vedevo intorno a me non l'ha
mai veduto nessuno; mi feci ancora più altero e silenzioso, perché non
pensassero che fossi pazzo. I cani mi temevano, perché fiutavano l'ombra
estranea che non lasciava mai il mio fianco; leggevo ancora molto, in libri
occulti o dimenticati e in pergamene cui la mia nuova vista consentiva
l'accesso; oltrepassavo sempre nuove soglie dello spazio, dell'essere e della
vita, verso il centro del cosmo ignoto.
Ricordo la notte in cui preparai sul pavimento i cinque cerchi concentrici
di fuoco e rimasi in quello centrale, cantando la mostruosa litania rivelata
da un messaggero della terra dei tartari. Le pareti si dissolsero e un vento
nero mi trascinò in abissi grigi, senza fondo, mentre a diversi chilometri
sotto di me apparivano le guglie simili ad aghi di montagne sconosciute.
Dopo un po' ci fu il buio completo e poi la luce di migliaia di stelle dispo-
ste in costellazioni straordinarie, estranee. Alla fine sotto di me apparve
una pianura immersa in una luce verde, e su di essa vidi le torri contorte di
una città costruita come nessuno mai ha visto, letto e neppure sognato.
Mentre mi avvicinavo alla città, fluttuando, vidi un grande edificio squa-
drato, di pietra, in mezzo a uno spazio aperto; un'orribile paura s'impadronì
di me. Urlai e cercai di lottare, e dopo aver perso i sensi per un certo inter-
vallo mi ritrovai nella mansarda, steso in mezzo ai cinque cerchi fosfore-
scenti tracciati sul pavimento. Nel viaggio di quella notte non avvennero
cose più strane di altri viaggi in altre notti, ma il terrore fu maggiore per-
ché sapevo di essere più vicino agli abissi e ai mondi esterni di quanto fos-
si mai stato prima. In seguito fui più cauto coi miei incantesimi, perché
non volevo essere strappato al mio corpo e dalla terra, ed essere scagliato
in abissi sconosciuti da cui non avrei più potuto fare ritorno.

(The Book, fine 1933?)

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