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diritto del lavoro e nuove tecnologie

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Impresa, lavoro e non lavoro nell’economia digitale,

fra differenziazione e universalismo delle tutele*

di Marzia Barbera

Ricevuto il 15.4.1018 ‒ Accettato il 22.5.2018

Riassunto. Il paper affronta il tema dell’impatto della rivoluzione digitale sull’impresa e


sul lavoro. I cambiamenti indotti dall’innovazione tecnologica sono contraddittori, sia in
termini di costruzione o distruzione di occupazione che in termini di precarizzazione e par-
cellizzazione del lavoro o di crescente autonomia e partecipazione dei lavoratori all’orga-
nizzazione del lavoro. Partendo dall’indagine dei nuovi rischi e dell’inedita differenziazione
verticale all’interno del lavoro subordinato e autonomo prodotti dall’innovazione tecnologi-
ca, il paper analizza i modi attraverso cui il diritto del lavoro può affrontare queste sfide re-
golative, coniugando modelli differenziati e universalistici di tutela.

Parole chiave: Digitalizzazione; Impresa; Lavoro; Differenziazione; Universalismo; Tecni-


che di regolazione.

Abstract. Enterprise, employment and unemployment in the digital economy: between


differentiation and universalism of legal protection. The paper addresses the issues of the
impact of digital revolution on work and enterprise. The changes brought about by the tech-
nological innovations are contradictory, both in terms of construction or destruction of em-
ployment and in terms of casualisation of work or growing autonomy and participation of
workers in the work organisation. As subordinate and autonomous work is moving towards
new risks and an unprecedented vertical differentiation, the paper analyses how labour law
can cope with these new regulatory challenges by combining distinctive and universalistic
forms of protection.

Keywords: Digitalisation; Enterprise; Work; Differentiation; Universalism; Regulatory


techniques.

*
Il saggio è la versione ampliata dell’introduzione al Convegno internazionale Impresa,
lavoro e non lavoro nell’economia digitale, svoltosi presso l’Università di Brescia il 12-
13.10.2017, i cui atti sono in corso di pubblicazione.

Giornale di diritto del lavoro e di relazioni industriali n. 158, 2018, 2


(ISSN 1720-4321, ISSNe 1972-5507)
DOI: 10.3280/GDL2018-158007

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1. Il futuro non è mai come te lo saresti aspettato. 2. Produzione e distruzione di occupazio-


ne. 3. I nodi della regolazione: operare nella transizione. 4. La prospettiva rimediale. Oltre la
fattispecie. 5. L’impostazione right-based. Oltre la subordinazione. 6. “Produzione collabo-
rativa” o mercato?

1. Nelle trasformazioni prodotte dall’innovazione digitale vecchio e nuovo


convivono in modo contraddittorio e ancora poco leggibile. Per un verso, il model-
lo gestionale della fabbrica digitale trasmigra anche nell’industria manifatturiera,
ma la trasformazione opera attraverso cambiamenti strutturali e strategici poco vi-
sibili. Un libro sui cambiamenti nell’industria italiana prodottisi a partire dalla fine
degli anni ‘90 li descrive come una «trasformazione silenziosa»1, in cui una varietà
di percorsi organizzativi e tecnologici si consolida in un marcato dualismo fra im-
prese più pro-attive e impegnate nel cambiamento e imprese meno capaci di inve-
stire in ricerca, conoscenza e innovazione. Per l’altro verso, si accentua il social
divide fra lavori altamente qualificati e lavori a basso contenuto professionale o
poco remunerativi in una logica di puro mercato. Ciò produce un’inedita differen-
ziazione verticale all’interno sia del lavoro subordinato che di quello autonomo.
I linguaggi fin qui adoperati per descrivere lo stato delle cose si rivelano così
insufficienti.
Un modo per uscire da questa difficoltà è andare alla ricerca di linguaggi diver-
si dal linguaggio giuridico. Una volta, in un’intervista, Zygmut Bauman disse che,
se fosse stato costretto a trasferirsi su un’isola deserta con un solo libro, ne avrebbe
scelto uno di Musil o di Calvino. Bauman considerava la letteratura lo strumento
più sensibile e più adatto a indagare la realtà, perché il romanzo rifugge dallo scon-
tato, e riteneva che lo stesso valesse per la buona sociologia, che rifugge da model-
li precostituiti e si lascia attraversare dall’ambiguo, da nuovi quesiti e possibilità2.
Italo Calvino, in particolare, affascinava Bauman perché egli riteneva che Le città
invisibili fosse uno dei migliori testi di sociologia mai stati scritti, in cui ogni città
immaginaria dava forma a un diverso modello sociologico di comunità.
Mi sono identificata in queste considerazioni di Bauman quando, trovandomi a
confrontarmi con la rivoluzione digitale e i suoi effetti sul lavoro, mi sono all’im-
provviso tornate in mente Le lezioni americane di Calvino3, in cui lo scrittore ave-
va esplorato i valori e le qualità che la letteratura avrebbe potuto trasmettere al
nuovo millennio, all’era post-industriale della tecnologia. A suo parere, questi era-
no: la leggerezza, la rapidità, l’esattezza, la visibilità, la molteplicità, la coerenza
(l’unica qualità, e forse non è un caso, che non ebbe il tempo di descrivere, perché
la preparazione delle lezioni fu interrotta dalla sua morte; sappiamo solo che si sa-
rebbe ispirato allo scrivano Bartleby di Herman Melville).
Queste qualità, sostiene Calvino, dovrebbero informare non solo la letteratura
ma ogni spazio dell’esistenza. Esse vengono immediatamente in mente quando si
parla di alcune forme di organizzazione produttiva e di lavoro che la digitalizza-

1
Arrighetti, Ninni, 2014.
2
Bauman, 2002.
3
Calvino, 1988.

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Marzia Barbera 405

zione ha creato negli ultimi anni, tanto da far pensare che vi sia una connessione
invisibile tra le riflessioni di Calvino e il futuro tecnologico da lui immaginato: la
letteratura che scopre il velo delle pre-interpretazioni, per parlare di ciò che accade.
Pensiamo al lavoro agile, inteso come «smart work», come modalità intelligen-
te di lavorare che si basa su un elevato grado di autonomia e di auto-organiz-
zazione, e al lavoro on demand, offerto sulle piattaforme digitali. Questi tipi di la-
voro, nella descrizione che ne fanno gli studiosi dell’organizzazione, sono associati
alla flessibilità e alla capacità di reagire al cambiamento, sia di tempo che di luogo
di lavoro (vale a dire, alla leggerezza e rapidità); a realtà virtualmente generate e
percepite simultaneamente da più soggetti (vale a dire, alla visibilità e molteplici-
tà); alla misurazione precisa dei risultati (vale a dire, all’esattezza).
Dunque, sembrerebbe che i valori che Calvino pensava si dovessero trasmettere
al nuovo millennio si siano incarnati nella «seconda età della macchina»4 e nel tipo
di lavoro che ha generato, un tipo di lavoro destinato a moltiplicarsi, per via del
carattere esponenziale del processo di digitalizzazione dell’economia.
Tuttavia, quelle stesse proprietà del lavoro agile e del lavoro on demand – leg-
gerezza, rapidità, visibilità, molteplicità, esattezza – guardate da un altro punto di
vista, sembrerebbero far rivivere, in forme inedite ed amplificate, vecchie forme di
sfruttamento: la possibilità di un controllo continuo a distanza del lavoro e dunque
della persona; l’intensificarsi dello sforzo lavorativo dovuto al rispetto delle sca-
denze e alla velocitò di esecuzione e un alto tasso di esposizione a incidenti; la
perdita di distinzione tra vita personale e lavoro, con una conseguente appropria-
zione della soggettività del lavoratore, della sua sfera affettiva, mentale e spirituale
5
. In breve, con la crescita esponenziale del lavoro digitale, problemi già sperimen-
tati in passato sono destinati anch’essi a crescere in modo esponenziale in dimen-
sione e intensità. E questo mentre, accanto a queste nuove forme di lavoro, come
ricordavo all’inizio, ne permangono altre, impoverite e a rischio di sparizione.
Il fatto è che «qualunque varietà di sviluppo, o divenire, è un groviglio di con-
tinuità e discontinuità» e questo vale sia per i macro che per i micro-fenomeni, tan-
to che ogni verdetto di discontinuità o continuità si rivela «una regola essenzial-
mente contestata», «una questione di convenzione, continuamente soggetta a messe
in forse e revisioni»6. È per questo che l’abbandono dell’antico presupposto di
un’opposizione netta fra continuità e discontinuità è l’altro passo necessario da
compiere nella percezione del mondo, dopo «la fine delle certezze» descritta da
Ilya Prigogine in relazione alle leggi scientifiche7. Quel che vale per le leggi natu-

4
Il testo, ormai canonico, che meglio la descrive, è quello di Brynjolfsson, McAfee,
2014. Degli stessi autori si v. anche McAfee, Brynjolfsson, 2017.
5
Leoni, 2014, 292 ss.
6
Bauman, Mazzeo, 2017, 33-34.
7 Prigogine, 1997. La concezione classica della scienza associava conoscenza, comple-

tezza e certezza: date condizioni iniziali appropriate, si poteva esattamente predire il futuro e
“retrodire” il passato. Ilya Prigogine è stato uno dei pionieri della complessità, il primo a
formulare una nuova scienza che abbandonava le certezze della fisica newtoniana per af-
frontare lo studio del mondo reale in tutta la sua complessità: una nuova scienza che si fonda
su concetti come quelli di strutture dissipative, di instabilità dei sistemi dinamici, di sensibi-

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rali vale anche per le traiettorie sociali. Forse, anzi, in questo caso bisogna anche
andare più in là, accettare l’idea che, quando meno per quello che riguarda le di-
namiche sociali, il futuro non sia prevedibile.
Il futuro, ha scritto Nassim Taleb, professore di Scienza dell’incertezza, opera-
tore di borsa e filosofo, è dominato dal «Cigno nero», ovvero da eventi imprevedi-
bili che hanno la caratteristica di essere rari, di impatto enorme e di prevedibilità
retrospettiva ma non prospettiva. La logica del Cigno nero «rende ciò che non si sa
molto più importante di ciò che si sa», osserva Taleb8. Eventi come l’assassinio di
di Sarajevo, l’ascesa di Hitler, la fine rapidissima del blocco sovietico e la caduta
del muro di Berlino, il crollo del mercato del 1987 e la sua ancora più imprevista
ripresa, l’attacco dell’11 settembre alle Torri gemelle, lo tsunami che ha colpito il
Pacifico nel 2004, la crisi finanziaria del 2008, sono stati tutti eventi di scarsa pre-
vedibilità e impatto enorme. Allo stesso modo, il successo di un’idea nuova che con-
sente di affermarsi in un settore economico, sia esso quello della ristorazione o
dell’editoria o dell’informatica, è inversamente proporzionale alla sua prevedibilità.
Eppure la nostra «arroganza epistemica» ci spinge a sopravvalutare quello che
conosciamo e a sottovalutate l’incertezza. Sappiamo molto ma tendiamo a pensare
di sapere più di quanto sappiamo e inoltre le nostre idee, una volta prodotte, ten-
dono a cambiare con difficoltà. Per contro, sottovalutiamo cronicamente la possibi-
lità che il futuro si allontani dal percorso inizialmente previsto. Taleb non mette in
dubbio la nostra conoscenza, ciò che sappiamo, ma solo la sicurezza di sé, ciò che
crediamo di sapere. È la nostra arroganza che ci porta ad affermare, quando gli
eventi politici, economici, sociali, si svolgono in modo diverso dal previsto, di
«aver avuto quasi ragione»: il modello era giusto, funzionava, ma poi un evento
estremamente improbabile, che avviene ogni mille anni – il caso, insomma – ha
determinato il fallimento di quella previsione9. Eppure il Cigno nero si ripresenta
costantemente.
Per tornare all’oggetto di questo scritto, le tecnologie che hanno avuto il mag-
gior impatto sul mondo contemporaneo – il computer, Internet e il laser – non sono
state né previste né apprezzate nella loro importanza al momento della scoperta.
Una delle ragioni di questa imprevedibilità è il carattere esponenziale del processo
di digitalizzazione. Non c’è mai stata un’invenzione nella storia umana che è mi-
gliorata a tale velocità per un così lungo periodo10.
Ciò dovrebbe indurci a frenare la nostra «arroganza epistemica» e a pensarla
come Popper, e cioè che il futuro non è mai come te lo saresti aspettato.
La ragione per cui Popper sferra il suo attacco alle filosofie profetiche della sto-
ria e alla loro aspirazione a scoprire le leggi universali del mutamento sociale e a

lità alle condizioni iniziali, di distribuzioni di probabilità. Per Prigogine tra un mondo de-
terministico governato da leggi ferree della fisica classica e un mondo assurdo in preda
all’arbitrio del caso, è possibile cercare «una stretta via», in cui le leggi della fisica assumo-
no un senso nuovo, esprimendo ormai solo delle probabilità, delle possibilità.
8
Taleb, 2014, 13.
9
Ibidem, 167.
10
Cfr. Brynjolfsson, McAfee, 2014.

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Marzia Barbera 407

prevedere tale mutamento11 è che, per prevedere gli eventi storici, è necessario
prevedere l’innovazione tecnologica che è, fondamentalmente, imprevedibile. Per
prevedere il computer al tempo delle macchine al vapore, bisognava avere cono-
scenze tecnologiche che sono state sviluppate solo successivamente, ma quelle co-
noscenze avrebbero consentito di inventare il computer anche allora.
Ciò non significa che i modelli, le costruzioni, le mappe mentali, le ideologie
siano inutili o fondamentalmente sbagliati. Semmai, significa che dovremmo com-
battere la nostra tendenza naturale a cercare solo conferme e, viceversa, dovremmo
impiegare di più la tecnica della falsificazione. E cioè, una volta formulata una
congettura (in questo caso una congettura su uno sviluppo sociale e tecnico), do-
vremmo iniziare a cercare di dimostrare che è falsa, perché i casi che non fornisco-
no una conferma alle nostre convinzioni sono molto più utili per stabilire la verità,
o quanto meno una verità provvisoria e contingente, e per prendere le opportune
precauzioni nel caso in cui ciò che pensavamo non dovesse verificarsi si verifichi.
Il rifiutarsi di assumere una verità come definitiva ci mette al riparo anche da
quel Kulturpessimismus12 che nasce dall’idea del carattere distruttivo della moder-
nità, dall’idea della modernità come catastrofe permanente, che irradia spesso dalle
analisi della digital economy. Ma al tempo stesso, ci mette anche al riparo dall’idea
fuorviante che l’innovazione tecnologica sia un processo continuo e uniforme nel
tempo e che tale processo sia necessariamente accrescitivo e progressivo. Insom-
ma, ci mette al riparo sia da narrazioni interamente distopiche che da narrazioni
interamente utopiche della rivoluzione digitale.

2. Questo approccio è particolarmente utile quando si affronta la questione del


carattere distruttivo o costruttivo di occupazione dell’economia digitale. Se formu-
liamo l’ipotesi che la quarta rivoluzione tecnologica produrrà necessariamente, sul
versante dell’occupazione, la sostituzione del lavoro umano con quello automatiz-
zato e, dunque, una progressiva contrazione del livello complessivo degli occupati
(con una distruzione netta di posti di lavoro, e non soltanto nella fascia bassa del
mercato del lavoro), la rapida obsolescenza delle conoscenze professionali e co-
munque la necessità di una riqualificazione del lavoro che non riesce a tenere il
passo dei processi labour-saving, tagliamo fuori necessariamente dall’analisi gli
elementi che smentiscono la nostra congettura. In primo luogo, tagliamo fuori quel
che il passato ha da insegnarci. Il passato, come si è appena detto, è lungi
dall’essere un fattore predittivo perfetto del futuro, ma l’analisi delle similitudini e
delle differenze fra passato e presente può consentirci di considerare i fenomeni
odierni come parte di una serie molto più ampia di fenomeni correlati.
In passato, ci dice la storia, la tecnologia ha sempre finito per creare più posti di
lavoro di quanto non ne distrugga.

11 Se forze irresistibili ci trascinano verso il futuro, allora anche il mutamento può essere

previsto perché è governato da una legge che non cambia. È questa «l’idea consolatoria»
che, secondo Popper, regge la tradizione storicista (Popper, 2013).
12
Su cui, criticamente, Bronzini, 2017, 52.

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Questo è dovuto al modo in cui l’automazione funziona nella pratica, spiega


David Autor, economista del MIT13. L’automazione di un compito particolare, fa sì
che esso possa essere svolto in modo più rapido o economico e aumenta la doman-
da di lavoratori per gli altri compiti che non sono stati automatizzati. Ci sono molti
esempi storici di questo meccanismo14, a partire da quello che accadde in Inghilter-
ra durante la prima rivoluzione industriale. Lo stesso sta accadendo oggi con la ri-
voluzione digitale: negli Stati Uniti, in settori, ad esempio, come quelli del graphic
design o delle c.d. professioni paralegali, l’introduzione dei computer ha permesso
ai lavoratori di abbandonare i compiti più ripetitivi e di velocizzarne altri, per con-
centrarsi su compiti che richiedono abilità e conoscenze più sofisticate.
Se poi guardiamo all’economia delle piattaforme, la sharing economy crea ric-
chezza in molti modi: sfrutta risorse inutilizzate consentendone un uso produttivo e
migliora l’efficienza allocativa; abbassa i costi transattivi connessi alla ricerca di
beni e servizi e di migliori condizioni di contratto; mitiga i problemi di asimmetrie
informative; aumenta il surplus dei consumatori favorendo l’accesso ai beni15. E
anche la forte concentrazione dei mercati, per cui «the winner takes it all» (si pensi
a Google che ha il dominio totale del mercato dei siti internet), è controbilanciata
da un’altra caratteristica del web e cioè la formazione di “proto Google” che aspet-
tano di emergere, o di “Google inversi”, cioè soggetti dotati di una specializzazione
tecnica che permette loro di affermarsi in mercati locali e stabili.
Storici e studiosi della gig economy, dunque, spingono ad essere ottimisti. Tut-
tavia, stavolta, le cose potrebbero andare diversamente. Il nostro ambiente è più
complesso e imprevedibile rispetto al passato. La compensazione non può essere
assunta “ex ante” (come è implicitamente fatto da molti studi teorici), poiché
l’esito finale in termini di occupazione dipende da parametri cruciali come la per-
centuale di innovazione di prodotto, le aspettative, l’elasticità della domanda, e co-
sì via. È per questa ragione che molti economisti preferiscono oggi fare studi e
previsioni relativi a specifici settori16. Le ricerche più recenti confermano che la
distruzione o la creazione di nuova occupazione avviene in modo polarizzato, col-
pendo i lavori più routinari, anche di tipo cognitivo, e favorendo le occupazioni che
implicano abilità professionali nuove e flessibili, anche di tipo manuale.

13
Autor, 2015.
14
Con l’introduzione delle macchine e dei motori a vapore nel settore tessile, un numero
sempre maggiore di compiti del processo di tessitura venne automatizzato. I luddisti previ-
dero allora che ciò avrebbe distrutto il loro lavoro e i loro mezzi di sussistenza, ma quello
che accadde fu che l’automazione spinse ad adibire i lavoratori a compiti che le macchine
non avrebbero potuto svolgere, come ad esempio la gestione di una macchina e, successi-
vamente, la gestione simultanea di più macchine. In sostanza, la tecnologia cambiò gra-
dualmente il lavoro del tessitore e gli skills richiesti per svolgerlo, più che sostituirli comple-
tamente. Ciò portò a una crescita esplosiva della produzione, a una caduta dei prezzi e a un
conseguente aumento della domanda, il che, a sua volta, determinò un aumento del numero
di lavoratori tessili, fino a quadruplicarli nel giro di qualche decennio.
15
Smorto, 2015, 274.
16
Cfr. Piva, Vivarelli, 2018.

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Marzia Barbera 409

In ogni caso, prestare attenzione ai soli dati che confermano le previsioni più
ottimistiche non ci consentirà di far fronte alle conseguenze impreviste di una diffi-
cile transizione. Già oggi, del resto, alcuni dei costi della rivoluzione digitale sono
diventati evidenti, in termini, anzitutto di un’accresciuta diseguaglianza e instabili-
tà dei percorsi di vita. È poi accertato che i processi di distruzione e creazione di
lavoro non saranno sincronici e che, almeno nel primo periodo, la soppressione di
vecchi posti di lavoro non sarà compensata dalla creazione di nuovi.
Si tratta, dunque, di affrontare tipici problemi di regolazione, che riguardano,
cioè, la funzione delle regole che il diritto del lavoro pone all’ordine del mercato e
alla stessa evoluzione della tecnica. In una fase di accresciuta incertezza, il diritto
del lavoro deve porsi anzitutto la questione di come tornare a giocare, in forme
nuove, la sua storica funzione di tutela dall’insicurezza e dal rischio17.
Occorre capire anzitutto cos’altro vale la pena di sapere su questi processi, ol-
tre a quello che già sappiamo, e poi concentrarsi sulle conseguenze che eventi ne-
gativi possono avere su chi lavora nell’economia digitale. Ci sono forme di causali-
tà gestibile, non puramente accidentali, e rischi prevedibili. Il ravvicinamento della
nostra materia alla ricerca sociologica ed economica è sicuramente un passo in
avanti nella direzione di una maggior comprensione dei processi in atto. Ma poi
resta sempre in piedi il problema regolativo: come governare la trasformazione in
atto? Come distribuire i nuovi rischi connessi alla transizione?
Nell’affrontare questi dilemmi regolativi, sarebbe necessario assumere come
dato di partenza la differenziazione verticale senza precedenti del lavoro erogato in
forma subordinata e autonoma, tale da mettere in crisi la fattispecie giuridica unita-
ria che finora ha racchiuso tutte le forme di lavoro eterodiretto e da spingere verso
modelli differenziati di tutela. Non sempre la differenziazione rappresenta la rispo-
sta regolativa adatta ad affrontare le nuove sfide regolative poste dalla digitalizza-
zione. Poiché le diseguaglianze tagliano in modo verticale i lavori e gli status pro-
fessionali, l’universalismo delle tutele, o quantomeno di alcune tutele fondamenta-
li, rappresenta l’altro corno del dilemma regolativo.

3. La questione delle tecniche di regolazione con le quali fronteggiare la transi-


zione ha due versanti: uno riguarda le politiche del mercato del lavoro del welfare,
l’altro la regolazione del rapporto di lavoro.
Rispetto al primo, la difficoltà di prevedere quali saranno gli effetti della rivo-
luzione digitale sull’occupazione e il carattere mutevole, volatile e iper-flessibile
dei lavori della gig economy, rendono preferibili interventi capaci di contenere gli
effetti di distruzione dei posti di lavoro, senza darli per inevitabili, e di favorire la
creazione di nuovi posti di lavoro, anche autonomo18, nonché la transizione a nuovi
skills, a nuove qualifiche e a nuove occupazioni.

17
Cfr., nello stesso senso, Deakin, Markou, 2018; Loi, 2017.
18
Su lavoro autonomo come potenziale destinatario-fruitore dei vantaggi esponenziali
forniti dall’economia digitale v. Perulli, 2017, 201.

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Molte delle tradizionali politiche di flexicurity e le diverse versioni di workfare,


si sono rivelate, a questo riguardo, inefficaci, quando non punitive. Bisognerebbe,
dunque, spostare il focus dal concetto di «posto di lavoro» e dall’approccio di indi-
vidualizzazione del rischio, centrali nella prospettiva della flexicurity, all’idea di
«statuto professionale», che includa tutte le possibili forme di attività (la cui ascen-
denza è rintracciabile nel Rapporto Supjot).
Va poi ripensata l’idea – cui si ispirano alcune delle tesi oggi più discusse sul
ruolo degli attori pubblici nel governo dell’innovazione – di una divisione di com-
piti fra sistema pubblico e sistema privato nell’accumulazione e diffusione di nuo-
va conoscenza tecnologica, tale per cui al sistema pubblico spetterebbe il compito
di fornire le condizioni per creazione di conoscenza e di forza lavoro qualificata,
lasciando poi libere le imprese di perseguire i propri obiettivi produttivi 19.
Il carattere “reticolare” dell’economia digitale, il suo dipendere da un comples-
so “eco-sistema” di istituzioni economiche, sociali, educative, culturali20, fanno
pensare piuttosto a reti allargate e diffuse di condivisione della conoscenza21, con
una forte base territoriale e sociale, ma anche con una proiezione in bacini di lavo-
ro globale, e fanno anche pensare a politiche pubbliche formative non dipendenti
esclusivamente dalla domanda di skills proveniente dalle imprese.
L’esempio della Germania, in cui gli investimenti in tecnologia delle imprese si
sposano con un sistema di ricerca pubblica e privata che favorisce la diffusione
tecnologica e un’offerta formativa delle scuole professionali che crea migliaia di
tecnici specializzati, ha ispirato sia l’idea dei «competence center» prevista dal
Piano Industria 4.0.22, sia l’obiettivo governativo di far crescere ad almeno cento
mila il numero degli studenti che si iscriveranno agli Istituti Tecnici Superiori nei
prossimi anni. Ma la concezione di fondo e l’orizzonte temporale di quell’esempio
non vanno assunti acriticamente. Per capire e governare le nuove tecnologie e la
loro imprevedibilità non servono solo ingegneri e periti elettronici, ma anche filo-
sofi, sociologi, letterati, come si è detto all’inizio, e orizzonti temporali di medio e
lungo termine23. Le stesse competenze chiave richieste dalle nuove tecnologie sono

19
Così, in senso critico, Vecchi, 2017, 72, in riferimento, in particolare, alle tesi dello
«stato imprenditore» (Mazzucato, 2014).
20
Moretti, 2013.
21 Cfr. Casano, 2017, 120, cui si rinvia anche per l’analisi del concetto di «mercati tran-

sizionali».
22 In particolare, i «competence center», che dovranno nascere dall’accordo fra Universi-

tà, enti di ricerca e imprese, si richiamano al modello della Fraunhofer, un’organizzazione


che raccoglie sessanta istituti pubblici e privati di ricerca applicata, finanziati prevalente-
mente da imprese.
23
Le competenze da potenziare previste dal Piano nazionale Industria 4.0, attraverso at-
tività di formazione che dovranno essere pattuite dai contratti collettivi aziendali o territoria-
li, si riferiscono a questi settori: big data e analisi dei dati, cloud and fog computing, cyber
security, sistemi cyber-fisici, prototipazione rapida, sistemi di visualizzazione e realtà au-
mentata, robotica avanzata e collaborativa, interfaccia uomo macchina, manifattura additiva,
internet delle cose e delle macchine e integrazione digitale dei processi aziendali. Tutte que-

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competenze trasversali, che non solo costituiscono un curriculum “implicito” ri-


chiesto per svolgere qualsiasi professione ma sono ormai una delle condizioni di
base per una cittadinanza attiva.
Nel progettare politiche pubbliche, occorrerebbe guardare anche a strumenti
apparentemente lontani dalle politiche per l’impiego tipiche, come quelli messi a
disposizione dal Diritto dei consumatori24. Nella misura in cui il consumatore di-
venta l’utilizzatore ultimo di prestazioni semilavorate di beni e servizi, attraverso
l’imposizione di standard di qualità elevati e di clausole di tutela e non discrimina-
zione dei contraenti deboli, è possibile favorire un effetto già prodottosi in passato,
come si è visto, e cioè la creazione di una domanda di nuovi posti di lavoro di ge-
stione, assistenza e controllo di qualità dei servizi, posti non automatizzati ma affi-
dati a lavoratori e lavoratrici in carne e ossa.
Si tratterebbe, in sostanza, di favorire i fenomeni di compensazione ma anche,
in qualche caso, di governare un rallentamento, se non un’inversione, dei ritmi
dell’automazione, quantomeno per mansioni di tipo “relazionale”. A sostenere che
bisogna coltivare anche questa prospettiva non è qualche “neo-luddista” ma un
pioniere dell’innovazione tecnologica e della realtà virtuale come Jaron Lanier25,
che parla di forme di «resistenza diffusa» al potere economico della tecnologia di-
gitale.
La «dipendenza dalla tecnica» di cui parlava Gaetano Vardaro, intravedendovi
una frattura, di natura anche esistenziale, che attraversava verticalmente il lavoro
umano26, non comporta un approccio deterministico all’innovazione tecnologica27.
Di qui l’importanza delle varie forme di «resistenza sociale» agli effetti distruttivi
della tecnica, che non sono mai «futili», come suggeriscono Deakin e Markou, in
una lettura non convenzionale del luddismo proposta in un altro saggio di questo
fascicolo28, perché portano a nuove aggregazioni e a nuove forme di organizzazio-
ne sociale.
Quanto alle politiche di welfare, questo è l’ambito principale in cui le caratteri-
stiche dell’occupazione e della disoccupazione tecnologica hanno riacceso il con-
fronto sulla necessità di garantire forme universalistiche di protezione sociale. Al
momento, la modalità di cui più si discute è quella di un reddito di base garantito.
Nel dibattito corrente, il reddito di base dovrebbe solo assolvere non solo a una
funzione di protezione, tutelando dal rischio della disoccupazione, e a una funzione
distributiva, tutelando il diritto a una «libertà attiva e operosa» costituzionalmente
fondata e svincolata dalla prestazione di lavoro29, ma anche ad una funzione com-

ste tecnologie sono a loro volta applicate in ambiti divisi in tre categorie: vendita e marke-
ting, informatica, tecniche e tecnologie di produzione.
24
Cruz Villalón, 2018; Smorto 2018; Tullini, 2016.
25
Lanier, 2013.
26
Vardaro, 1989, 304.
27
Così anche Perulli 2017, 216.
28
Deakin, Markou, 2018.
29
Si v. Allegri 2015; Ravelli, 2018, cui si rinvia anche per ulteriori richiami alla ricchis-
sima letteratura sul tema.

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412

mutativa, compensando, sotto forma di «dividendo sociale», l’apporto degli esclusi


alla creazione collettiva di ricchezza che si realizza nell’economia digitale
(un sistema in cui gli individui producono e condividono ogni giorno informazioni
per le quali non sono retribuiti); una ricchezza che non ritorna che in minima parte
alla collettività attraverso la tassazione dei profitti delle imprese.
La compagine dei sostenitori del reddito di base, in realtà, è composita. Ne
fanno parte sociologi, economisti e giuristi preoccupati dagli eccessi e dai luoghi
comuni fallaci del neo liberismo, neo-marxisti e post-operaisti teorici di una società
post-lavorativa, élites finanziarie ed economiche, progettisti di realtà virtuali, mul-
tinazionali della Silicon Valley30. L’eterogeneità di questa aggregazione può risul-
tare sconcertante ed è stata interpretata da alcuni come una forma di «camuffamen-
to»: apparentemente antagonisti, stato e mercato, in realtà, lavorerebbero insieme
ad obiettivi simili, esentando le imprese dall’obbligo di contribuire alla ricchezza
collettiva attraverso il lassismo fiscale e scaricando sulla collettività il compito di
prendersi carico dei «perdenti» della rivoluzione tecnologica, senza curarsi di fre-
nare le logiche spontanee del liberismo che sono la causa iniziale della disoccupa-
zione e della diseguaglianza crescenti31.
Anche se non sono da escludere forme di opportunismo, personalmente sono
propensa a leggere le prese di posizione delle imprese della Silicon Valley a favore
del reddito di base come una conferma del ruolo di attore politico che le imprese
tendono ad assumere nella fase post-fordista, in quanto espressione non solo di una
particolare visione del mercato, che ingloba gli interessi dei datori di lavoro e dei
lavoratori in un unico interesse, ma anche di una particolare visione della società,
del cui benessere l’impresa si presenta, al tempo stesso, come garante e responsabi-
le 32. E quanto al ruolo dell’attore pubblico, mi pare si sia in presenza della presa
d’atto che gli scopi con i quali il Welfare State era nato, e cioè quello di sottrarre le
persone al rischio di cadere in povertà, oggi sono raggiungibili solo attraverso mi-
sure di tipo universalistico, variando semmai il grado condizionalità che le deve
accompagnare, e dunque la loro appartenenza alla famiglia dell’universalismo puro
o dell’universalismo selettivo.
Oggi, dopo l’introduzione nel sistema italiano, con la l. 33/2017, del Reddito di
inclusione (REI) – una forma ancora iniziale e sperimentale di reddito minimo,
considerati i criteri di accesso molto selettivi e l’importo esiguo – nessuno dei Pae-

30
Sperimentazioni di reddito di base sono state promosse nella città di Oakland su ini-
ziativa di un gruppo di aziende tecnologiche che comprende Google, Facebook ed E-Bay;
l’acceleratore di imprese Y-Combinator ha promosso una ricerca sugli effetti del reddito di
base sganciato dalla prestazione lavorativa; Google è uno dei promotori di un esperimento di
reddito di base in Kenya, che coinvolge seimila persone per la durata di un decennio. A fa-
vore del reddito di base si sono pronunciati anche Elon Musk di Tesla, Jeff Besoz di Ama-
zon e Kaus Schwab, direttore del Forum di Davos.
31
Un’interpretazione di questo tipo ricorre in alcuni degli interventi contenuti in Basic
Income Network Italia, 2017, che ospita per altro contributi utili alla comprensione del tema
del reddito di base in connessione all’innovazione tecnologica.
32
Barbera, 2014, in cui si discute anche delle forme di mistificazioni insite in questo
ruolo.

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Marzia Barbera 413

si membri della UE risulta più privo di una qualche misura universale di sostegno
al reddito33. A questo punto, la discussione non riguarda tanto la necessità di queste
misure (difficilmente contestabile), ma il rapporto che esse hanno con le misure di
welfare diretto e indiretto esistenti (quali assorbire e quali mantenere?) 34 e il loro
rapporto con la condizione, anche esistenziale, di lavoro e di non lavoro.
A questo proposito, il reddito di base viene visto non solo come uno strumento
di protezione delle persone dalle conseguenze negative della digitalizzazione, ma
anche come un modo di sottrarsi agli indecent jobs e di favorire un processo di in-
vestimento nella creazione di lavori di alta qualificazione. Quel si ipotizza, in que-
sto secondo caso, è una forma di condizionalità legata ad un potenziamento degli
skills35. In questa ultima versione, il reddito di base diventa anche una condizione
di esercizio della scelta volontaria di rinunciare al contratto di lavoro per sfruttare
al massimo il proprio capitale sociale36.
Per venire al secondo versante della regolazione, quello riguardante il rapporto
di lavoro, la difficoltà di ricondurre ad unità il fenomeno del lavoro digitale spiega
perché, fino ad oggi, il legislatore non sia intervenuto e perché si può notare un vi-
vace disaccordo dottrinale sul piano del suo inquadramento e della sua disciplina
giuridica.
Vi è chi sostiene che non vi sia niente di nuovo sotto il sole, nel senso che
«l’economia digitale rivitalizza gli interrogativi originari del diritto del lavoro, ri-
portandolo ai suoi albori»37. In una prospettiva diversa si colloca chi ritiene che,
come già è accaduto in passato, quando si interviene in ambiti fino a quel momento
poco regolamentati, «le soluzioni adottate possono in realtà convertirsi in blocchi
all’innovazione ed in camicie di Nesso alla trasformazione o in apparati normativi
privi di efficacia o ignorati da processi sociali in corso». Per questa ragione si pen-
sa che si debba far tesoro della grande discussione degli anni ‘80 sulla “giuridifica-
zione” ed evitare nuove “colonizzazioni” del sociale, limitandosi «a misure che raf-
forzano i progetti di vita individuali e consentono – in prospettiva –
l’autoregolazione del settore»38. Quest’ultimo approccio non solo sembra andare
oltre le ansie regolative che tradizionalmente affliggono il quantum della materia
giuslavorista, ma sembra andare oltre anche il se, vale a dire andare anche oltre la
questione della qualificazione dei nuovi rapporti di lavoro.

4. Si tratta di dilemmi regolativi che non riguardano solo il diritto del lavoro. Il
dibattito sulle regole della sharing economy ha rilanciato il tema della self-
regulation nella disciplina dei mercati e dell’innovazione sociale e tecnologica in

33
Buslacchi, 2013.
34
Al riguardo, si ritiene preferibile non arrivare a un superamento totale delle forme di
sicurezza contributiva, soprattutto in funzione di lotta al lavoro povero (Giubboni, 2014).
35
Granaglia, Bolzoni, 2016; Monticelli, 2018.
36 Bronzini, 2011.
37
Voza, 2017, 6.
38
Bronzini, 2017b, 30-31. Nello stesso senso Perulli, 2015.

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tutti i settori del diritto39. Il sottrarre l’offerta di beni e servizi da parte di soggetti
privati alle regole di settore pone, ad esempio, anche un chiaro problema di tutela
degli utenti. Mentre gli operatori professionali che offrono servizi di trasporto o
abitativi sono tenuti a rispettare standard di sicurezza a tutela dei consumatori, lo
stesso non avviene nell’offerta di servizi peer to peer (l’auto utilizzata per i servizi
di ride-sharing è stata revisionata? La casa presa in affitto rispetta le normative an-
ti-incendio? L’autista non professionista è stato sottoposto a controlli analoghi a
quelli cui si sottopone un tassista o assicura anche il trasporto dei disabili?).
Che le domande che ci poniamo come giuslavoristi siano analoghe a quelle che
si pongono gli studiosi della responsabilità civile o della disciplina consumeristica
è dimostrato anche dalla presenza di alternative simili nei diversi ambiti del dibatti-
to sulla regolazione. In particolare, è da segnalare l’emergere, nella contrapposi-
zione fra teorici della self-regulation o della regolazione hard stabilita ex ante dal
legislatore o da autorità amministrative, di una terza via che potremmo definire
della regolazione rimediale, o di una regolazione flessibile per principi a crescita
graduale, affidata prevalentemente alla giurisprudenza. Si parla di interventi ex
post in chiave riparatoria, attraverso tutele di stampo privatistico (responsabilità
civile, regole assicurative, tutele in tema di contraente debole, clausole in tema di
recesso abusivo) o pubblicistico (salario minimo, diritti sindacali, tutele antinfortu-
nistiche, prestazioni previdenziali, tutela della privacy).
Come ha osservato Tiziano Treu in un suo recente studio, «quella dei rimedi è
una prospettiva metodologica generale, non specifica di un settore del diritto»40. Si
tratta di un approccio di matrice anglosassone che riguarda, da una parte, il pro-
blema dell’effettività dei diritti, perché, senza rimedi effettivi, i diritti si rivelano
illusori, dall’altra, una particolare modalità di determinazione dei diritti e dei dove-
ri delle parti in rapporti di natura controversa. Tale modalità poggia non tanto su
operazioni di qualificazione, sulla delimitazione delle categorie giuridiche o sulla
creazione di nuove (cioè, sulla fattispecie), quanto sulla individuazione dei rimedi
più appropriati (cioè, sugli effetti). Quando questo approccio è applicato alle diver-
se forme di lavoro della sharing economy che sfuggono alle categorie tradizionali,
esso si traduce nella richiesta di un’applicazione selettiva delle normative protetti-
ve tipiche del lavoro subordinato, superando il tradizionale approccio del “tutto o
niente” comune nella nostra esperienza.
Tale approccio categoriale, secondo Treu, non soltanto sconterebbe la crescente
minor significatività dei tradizionali indici qualificatori ma non sarebbe neppure in
grado di rispondere ai caratteri ibridi di questi lavori e ai bisogni dei prestatori di
lavoro41. Se si è assaliti da una sottile sensazione di déjà-vu è perché, come ci ri-
corda Treu stesso, questo dibattito non è del tutto nuovo nell’esperienza italiana.
La necessità di rispondere ad esigenze simili è stata avvertita, in particolare, da
quella giurisprudenza e quella dottrina che hanno adottato il metodo tipologico
nell’individuazione della fattispecie lavoro subordinato. Tuttavia, queste operazio-

39
Smorto, 2015.
40 Treu, 2017, 367.
41 Ibidem, 382-384.

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Marzia Barbera 415

ni hanno trovato un limite insuperabile nella concezione unitaria della categoria del
lavoro subordinato e della relativa disciplina e, applicando il metodo tipologico alla
sola individuazione della fattispecie, mantenendone però rigidi gli effetti, si arriva
agli stessi risultati del metodo sussuntivo, cioè all’automatica imputazione al rap-
porto di tutto lo statuto protettivo del lavoratore42.
Oggi, il tramonto della logica della fattispecie avrebbe come corollario una ri-
valutazione del ruolo del giudice, perché il vuoto della fattispecie andrebbe coperto
dall’interpretazione: i giudici dovrebbero decidere se inquadrare i rapporti di lavo-
ro dell’economia digitale nelle categorie tradizionali (lavoro autonomo, lavoro su-
bordinato), con l’applicazione dell’intera disciplina relativa, oppure se tener conto del
carattere ibrido di tali lavori, «per ricercare soluzioni che rispondano meglio ai carat-
teri diversificati delle prestazioni e ai bisogni di tutela delle persone coinvolte»43.
Nel far ciò, essi non sarebbero più guidati dalla rassicurante cornice della fatti-
specie unitaria, ma si troverebbero a confrontarsi con la diversità dei casi reali con
la (sola) guida di principi generali44. Mentre le operazioni tradizionali di qualifica-
zione dei giudici presuppongono un qualche criterio selettivo generale, quali
l’etero-direzione, il test control, la dipendenza economica, la disparità di potere
contrattuale fra le parti, etc., secondo questo approccio, i giudici si troverebbero ad
applicare principi generali in assenza di tali criteri e a «compiere operazioni diver-
se dalla tecnica della sussunzione».
In questo Treu sembrerebbe pensarla come Zagrebelsky45. I principi sono nor-
me «prive di fattispecie»: non vi è una fattispecie astratta nella quale possano esse-
re sussunte diverse fattispecie concrete e, dunque, essi non possono essere applicati
con la tecnica della sussunzione. Inoltre, i principi sarebbero norme prive di un
preciso campo di applicazione (o, forse, sarebbero privi di un qualsivoglia campo
di applicazione). Essi si presterebbero, dunque, ad essere la struttura portante di
«una dissociazione delle tutele dalla fattispecie», più o meno marcata a seconda
delle modalità di svolgimento del lavoro.
Ma è veramente cosi? Prendiamo l’art. 36 della Costituzione ed il principio di
retribuzione sufficiente che potrebbe giustificare l’imposizione di un salario mini-
mo per i lavoratori della gig economy: la Costituzione parla di «lavoratore». Una
volta che si sia escluso, come si è viceversa ritenuto fino ad ora, che si parli solo di
lavoratore subordinato e che la funzione protettiva del principio debba rileggersi,
come già si è sostenuto in riferimento all’art. 35, «secondo la sensibilità sociale at-

42
Ibidem, 389, richiamando Nogler.
43
Ibidem, 383.
44 Secondo Treu, i giudici sarebbero legittimati a giocare questa funzione perché, se la

selezione degli interessi da tutelare resta compito delle fonti previste nell’ordinamento (la
legge), il campo di azione dei rimedi riguarda non questa selezione, bensì le conseguenze
derivanti dalla violazione degli interessi giuridicamente tutelati (ibidem, 395, richiamando
Di Majo). In realtà, sul piano dell’interpretazione, in assenza di una fattispecie legale tipica,
la distinzione fra i due piani tende a sfumare.
45
Zagrebelsky, 1992, su cui v., criticamente, Guastini, 1996.

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tuale»46, e dunque andando oltre il campo della subordinazione, a quale altra cate-
goria di lavoratori si riferisce il principio? Il criterio indicato da Treu, secondo il
quale il giudice deve guardare «ai caratteri diversificati delle prestazioni e ai biso-
gni di tutela delle persone coinvolte» è un criterio a maglie larghe, che presuppone
la totale individualizzazione della fattispecie.
Da questo punto di vista, lo slittamento terminologico da lavoratore a persona
non è casuale: l’atomizzazione del lavoro si trasforma in atomizzazione delle regole.
Siamo, dunque, ben al di là delle letture più flessibili del principio di indisponi-
bilità del tipo suggerita da alcuni autori47, che presuppongono scelte di policy legi-
slative in ordine all’obbligo di tutelare in modo eguale rapporti di lavoro equiva-
lenti.
È innegabile che i lavori dell’economia digitale mettano a dura prova i tradi-
zionali approcci classificatori48; del resto, la risalente controversia sulla natura su-
bordinata o autonoma del lavoro dei pony express fa dubitare delle reali capacità
adattive della nozione di lavoratore subordinato consolidatasi nel tempo. Come
molti ricorderanno, la vicenda si concluse inopinatamente in Cassazione nel secon-
do senso, sulla base di un criterio assai discutibile – quello della formale libertà di
questi lavoratori di rifiutare la chiamata – che potrebbe benissimo essere applicato
anche a molti dei lavoratori della gig economy.
Ritengo però che proprio l’obsolescenza delle vecchie categorie legali confermi
come il legislatore non possa eludere la necessità di costruirne di nuove, anche a
maglie larghe, e non possa rinunciare a esprimere precise scelte regolative, anche
differenziate, non soltanto perché, in alcuni casi l’utilizzo esclusivo di rimedi ex
post potrebbe risultare insoddisfacente49, ma perché dalle scelte regolative dipen-
dono anche precise scelte allocative.
Supponiamo che i diritti sociali fondamentali di cui il giudice dovrebbe garanti-
re l’applicazione siano diritti che richiedono prestazioni da parte dello stato (ad es.,
diritti di natura previdenziale): come superare l’obiezione che tali diritti non sono
direttamente giustiziabili poiché richiedono l’allocazione di risorse pubbliche che
non sono nella disponibilità dei giudici e che presuppongono specifiche opzioni

46
Così Perulli, 2015, 21, in riferimento all’applicabilità del principio al lavoro autono-
mo in generale.
47 Secondo Nogler, 2015, 25, il principio dovrebbe essere inteso come vincolo, imposto

dall’art. 3 Cost. al legislatore, di non tutelare in modo diverso rapporti di lavoro che, in base
ai criteri dettati dallo stesso legislatore, sono equivalenti. Questa lettura del principio si con-
trappone a quella che sostiene la concezione del lavoro «oggettivamente subordinato» (cfr.,
per una ricostruzione critica delle posizioni giurisprudenziali e dottrinali sul punto, Balle-
strero, 2016, 773 ss.).
48
Il dibattito sulla questione della qualificazione dei rapporti di lavoro dell’economia
digitale è molto ricco e articolato e non esprime posizioni univoche. Ad esso è dedicato an-
che una larga parte del convegno tenutosi Brescia, già citato (in particolare i papers di Loi,
Aloisi, Gramano, Birgillito, Centamore-Ratti, Auriemma, Cavallini).
49
Smorto, 2018.

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Marzia Barbera 417

politiche?50 Qual è la soglia di accesso a questi diritti? Si tratta di scelte regolative


che non possono essere affidate ai giudici.
Ancora: i principi acquistano senso solo “reagendo” con i casi concreti e ri-
chiedono operazioni di bilanciamento in cui il giudice valuta non i principi in
astratto ma il possibile impatto della loro applicazione al caso concreto. Ciò signi-
fica che, nella prospettiva rimediale, i giudici sono chiamati a decidere caso per
caso quale sia l’equilibrio di diritti e obblighi che regge il rapporto di lavoro; il che,
da una parte politicizza il ruolo del giudice, dall’altra spoliticizza il conflitto di in-
teressi insito nei rapporti di lavoro51.

5. L’approccio rimediale si pone a pieno titolo nel processo di traslazione dei


diritti legati al lavoro dal campo di quella che fu la cittadinanza industriale al cam-
po della tutela dei diritti umani della persona. Per un verso, i diritti vengono agiti
anche dove una organizzazione materiale in senso stretto non vi è più. Per altro
verso, come per altre teorie right-based proposte oggi nel dibattito giuslavoristico,
la disparità di potere fra le parti del rapporto di lavoro perde il rango di “base fon-
dazionale” del diritto del lavoro e diventa solo “ostacolo da rimuovere”.
Il campo in cui l’influsso di questo modello si è avvertito con particolare evi-
denza è quello del diritto antidiscriminatorio, innervato dall’influsso di concetti e
valori derivanti dal sistema di protezione dei diritti umani, in primo luogo il valore
della dignità. Se ciò non è stato percepito con chiarezza è perché si tratta di un
campo ritenuto, fino a tempi recenti, di secondaria importanza, un affluente secon-
dario del grande fiume della norma inderogabile. L’impressione coltivata fino ad
oggi da molti, infatti, è che le tutele antidiscriminatorie, nate storicamente sotto
l’egida del diritto del lavoro, ne conservino un’indelebile impronta, sia riguardo
alla ratio che alle modalità di bilanciamento di interessi confliggenti, anche per la
ragione che le parti contrapposte sarebbero, di fatto, coincidenti.
In realtà, il diritto antidiscriminatorio va ormai oltre i confini tradizionali del di-
ritto del lavoro, va oltre il contratto e guarda alla relazione. Perché protegge anche
chi non è ancora lavoratore subordinato, ma cerca un’occupazione o si sta forman-
do. E perché protegge anche chi subordinato non è: i lavoratori e le lavoratrici au-
tonome, quanto meno per quanto riguarda le condizioni di accesso al lavoro, la ma-
ternità e la procreazione, la fornitura di attrezzature o l’ampliamento di un’impresa,
l’avvio o l’ampliamento di ogni altra forma di attività autonoma.
Il concetto stesso di «soggetto vulnerabile» – che acquista rilievo crescente nel
diritto antidiscriminatorio – non coincide con quello di lavoratore subordinato. Il

50
Va osservato che qui non stiamo parlando dell’applicazione di principi relazionali
come il principio di non discriminazione, che ammettono interventi dei giudici in funzione
redistributiva nella misura in cui la discrezionalità del giudice è limitata dal fatto di nascere
da giudizi di giustizia relativi e non assoluti.
51
Si riproporrebbero così alcuni dei problemi creati dalla supplenza giurisprudenziale in
tema di salario minimo, i cui limiti sono stati analizzati proprio da Treu in un fondamentale
contributo in tema di art. 36 (Treu, 1979).

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lavoratore autonomo è anch’egli un soggetto vulnerabile rispetto alla discrimina-


zione, così come può esserlo il fruitore beni e di servizi, e non è un caso che pro-
prio al diritto antidiscriminatorio guardino gli autori che cercano risposte non con-
venzionali, che vadano oltre «il dilemma qualificatorio», ai bisogni di tutela
espressi dai lavoratori della gig economy 52.
Questi processi sono molto più evidenti in paesi come la Gran Bretagna, dove
la discussione sul superamento della dicotomia lavoro autonomo/lavoro
subordinato non si è svolto, come da noi, intorno a nozioni relative a come il
lavoro è diretto o organizzato, o intorno a categorie “ponte” come quello del lavoro
dipendente, ma a partire da un approccio che destruttura le categorie classiche e ne
costruisce di nuove, mettendo al centro del sistema i valori della dignità,
l’ottimizzazione delle capabilities e la stabilità; il che, a sua volta, porta a mettere
al centro del diritto del lavoro non il lavoro subordinato ma il «lavoro personale»53.
Si tratta di un approccio eccentrico rispetto al punto di vista tradizionale della
cultura giuslavoristica italiana. Non perché anche nel dibattito italiano non si sia
manifestata la tendenza ad andare oltre la dicotomia lavoro autonomo/lavoro
subordinato, per far emergere nuove nozione unitarie, ma perché questo dibattito è
rimasto spesso interno all’idea novecentesca di lavoro e all’obiettivo di ristabilire
un equilibrio fra parti contraenti dotate in origine di un ben diverso potere
contrattuale54.
La logica della proposta ricostruttiva che sta alla base della nozione di «lavoro
personale» è diversa. Il terreno di analisi non è più quello della ricerca del criterio
ultimo di differenziazione, ma quello della riformulazione della ratio stessa del
diritto del lavoro, e questa viene individuata non tanto nel riequilibrio della
disparità di potere contrattuale (e sociale) fra le parti, quanto nel rafforzamento
della sicurezza economica ed esistenziale del lavoratore. La dimensione del potere
non sparisce, ma le strutture di potere non riguardano il lavoratore in quanto tale,
cioè in quanto membro di una classe sociale su cui gravano ostacoli di ordine
economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana, ma la
persona umana tout court. Con il che, il principio personalistico che da sempre
domina la materia assume, in collegamento con il valore della dignità, un
significato nuovo, più vicino al significato universalistico di persona proprio del
sistema di protezione dei diritti umani, di cui il principio di non discriminazione
costituisce uno dei capisaldi centrali.
C’è da aspettarsi, se l’approccio right based si affermerà, che il dibattito su
nuovi criteri di qualificazione, che siano in grado di essere il fulcro di una
regolazione più inclusiva dei rapporti di lavoro, si sposti dai criteri oggettivi fin qui
più discussi – in primo luogo quello della dipendenza economica – a criteri di tipo
soggettivo, come la vulnerabilità e l’esposizione al rischio.

52
Centamore, Ratti, 2017.
53 Cfr. Freedland, Kountouris, 2011.
54 Cfr. Ferrari, 2013.

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Marzia Barbera 419

6. Vi una stretta correlazione fra la ridefinizione dei confini della materia e la


ridefinizione delle posizioni delle parti all’interno del rapporto di lavoro a seguito
della digitalizzazione dell’economia. Anche in questo ambito – il contratto di lavo-
ro – si hanno letture diverse, quasi dicotomiche, di uno stesso fenomeno.
Quando si parla di impresa digitale, si tratta pur sempre di un’organizzazione
del lavoro di tipo capitalistico, di capitalismo cognitivo? Siamo di fronte alla «con-
tinua attività di estrazione di plusvalore dal “lavoro vivo”», ora di tipo cognitivo? 55
Oppure siamo di fronte a una nuova «economia collaborativa», in cui le imprese
finiscono per trascendere l’obiettivo tradizionale e unilaterale di massimizzazione
del profitto, per trasformarlo in pratiche di collaborazione e partecipazione dal bas-
so che mutano il modo stesso di produrre?56
Ora, non vi è dubbio che le diverse forme di «produzione collaborativa» gene-
rate dall’innovazione tecnologica, in cui ciascuno dei soggetti coinvolti partecipa
in modo creativo alla progettazione e all’esecuzione del lavoro – gli esempi più
conosciuti riguardano l’open software (Linux), l’open hardware (Arduino) ed in
generale l’economia dell’informazione (Wikipedia) – abbiano trovate applicazione
anche fuori dai loro confini originari. Non solo nei settori dell’economia digitale
ma anche in quelli manifatturieri tradizionali, la crescente rilevanza del fattore co-
noscenza ha contribuito a mettere in crisi il modello fordista e post-fordista di or-
ganizzazione del lavoro e l’idea stessa di una distinzione netta tra progettazione ed
esecuzione. Tuttavia la digitalizzazione, se ha mutato il carattere della prestazione
di lavoro e l’organizzazione tecnica del lavoro, non ha cambiato il modo di produ-
zione. Si tratta pur sempre di organizzazione del lavoro di tipo capitalistico, di una
«produzione di conoscenza a mezzo di conoscenza invece che di produzione di
merci a mezzo di merci»57.
Se poi con l’espressione «produzione collaborativa» si vuole trasmettere l’idea
di una attenuazione della valenza scambistica del contratto di lavoro e di una sua
torsione in senso associativo58, ebbene questa descrizione non appartiene al piano
di realtà, dove la contrapposizione degli interessi non cessa di essere presente, per-
ché, in mancanza di forme istituzionalizzate di partecipazione alla gestione
dell’impresa, essa «è connaturata all’economia, sia prima che dopo la sua digitaliz-
zazione»59. È per questa ragione che occorre tracciare una distinzione netta tra pro-
duzione collaborativa e mercati del lavoro on line e dare una precisa qualificazione
delle transazioni che si svolgono al loro interno, in modo da individuare i soggetti
su cui ricade il rischio di impresa e coloro che ne sono estranei60. In ogni caso, sia
nel lavoro on line, che nella stessa industria e a maggior ragione nei servizi e
nell’agricoltura, continuerà ad esservi, per un tempo allo stato indefinibile, anche
tanto lavoro non creativo, parcellizzato e di routine. Il che ci riporta alla considera-

55
Moulier-Boutang, 2011.
56
Spunti in questo senso in Caruso, 2018.
57
Felice, Mattoscio, 2005, 25.
58
Caruso, 2018, 105.
59
Cruz Villalón, 2018.
60 Smorto 2014, 34.

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zione da cui si è partiti, e cioè all’accresciuta polarizzazione del mondo del lavoro
e alla conseguente difficoltà di configurare un diritto del lavoro che vada bene tan-
to per il lavoro più evoluto quanto per quello più tradizionale.

Riferimenti bibliografici

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