Barbera
Barbera
di Marzia Barbera
*
Il saggio è la versione ampliata dell’introduzione al Convegno internazionale Impresa,
lavoro e non lavoro nell’economia digitale, svoltosi presso l’Università di Brescia il 12-
13.10.2017, i cui atti sono in corso di pubblicazione.
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1
Arrighetti, Ninni, 2014.
2
Bauman, 2002.
3
Calvino, 1988.
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Marzia Barbera 405
zione ha creato negli ultimi anni, tanto da far pensare che vi sia una connessione
invisibile tra le riflessioni di Calvino e il futuro tecnologico da lui immaginato: la
letteratura che scopre il velo delle pre-interpretazioni, per parlare di ciò che accade.
Pensiamo al lavoro agile, inteso come «smart work», come modalità intelligen-
te di lavorare che si basa su un elevato grado di autonomia e di auto-organiz-
zazione, e al lavoro on demand, offerto sulle piattaforme digitali. Questi tipi di la-
voro, nella descrizione che ne fanno gli studiosi dell’organizzazione, sono associati
alla flessibilità e alla capacità di reagire al cambiamento, sia di tempo che di luogo
di lavoro (vale a dire, alla leggerezza e rapidità); a realtà virtualmente generate e
percepite simultaneamente da più soggetti (vale a dire, alla visibilità e molteplici-
tà); alla misurazione precisa dei risultati (vale a dire, all’esattezza).
Dunque, sembrerebbe che i valori che Calvino pensava si dovessero trasmettere
al nuovo millennio si siano incarnati nella «seconda età della macchina»4 e nel tipo
di lavoro che ha generato, un tipo di lavoro destinato a moltiplicarsi, per via del
carattere esponenziale del processo di digitalizzazione dell’economia.
Tuttavia, quelle stesse proprietà del lavoro agile e del lavoro on demand – leg-
gerezza, rapidità, visibilità, molteplicità, esattezza – guardate da un altro punto di
vista, sembrerebbero far rivivere, in forme inedite ed amplificate, vecchie forme di
sfruttamento: la possibilità di un controllo continuo a distanza del lavoro e dunque
della persona; l’intensificarsi dello sforzo lavorativo dovuto al rispetto delle sca-
denze e alla velocitò di esecuzione e un alto tasso di esposizione a incidenti; la
perdita di distinzione tra vita personale e lavoro, con una conseguente appropria-
zione della soggettività del lavoratore, della sua sfera affettiva, mentale e spirituale
5
. In breve, con la crescita esponenziale del lavoro digitale, problemi già sperimen-
tati in passato sono destinati anch’essi a crescere in modo esponenziale in dimen-
sione e intensità. E questo mentre, accanto a queste nuove forme di lavoro, come
ricordavo all’inizio, ne permangono altre, impoverite e a rischio di sparizione.
Il fatto è che «qualunque varietà di sviluppo, o divenire, è un groviglio di con-
tinuità e discontinuità» e questo vale sia per i macro che per i micro-fenomeni, tan-
to che ogni verdetto di discontinuità o continuità si rivela «una regola essenzial-
mente contestata», «una questione di convenzione, continuamente soggetta a messe
in forse e revisioni»6. È per questo che l’abbandono dell’antico presupposto di
un’opposizione netta fra continuità e discontinuità è l’altro passo necessario da
compiere nella percezione del mondo, dopo «la fine delle certezze» descritta da
Ilya Prigogine in relazione alle leggi scientifiche7. Quel che vale per le leggi natu-
4
Il testo, ormai canonico, che meglio la descrive, è quello di Brynjolfsson, McAfee,
2014. Degli stessi autori si v. anche McAfee, Brynjolfsson, 2017.
5
Leoni, 2014, 292 ss.
6
Bauman, Mazzeo, 2017, 33-34.
7 Prigogine, 1997. La concezione classica della scienza associava conoscenza, comple-
tezza e certezza: date condizioni iniziali appropriate, si poteva esattamente predire il futuro e
“retrodire” il passato. Ilya Prigogine è stato uno dei pionieri della complessità, il primo a
formulare una nuova scienza che abbandonava le certezze della fisica newtoniana per af-
frontare lo studio del mondo reale in tutta la sua complessità: una nuova scienza che si fonda
su concetti come quelli di strutture dissipative, di instabilità dei sistemi dinamici, di sensibi-
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rali vale anche per le traiettorie sociali. Forse, anzi, in questo caso bisogna anche
andare più in là, accettare l’idea che, quando meno per quello che riguarda le di-
namiche sociali, il futuro non sia prevedibile.
Il futuro, ha scritto Nassim Taleb, professore di Scienza dell’incertezza, opera-
tore di borsa e filosofo, è dominato dal «Cigno nero», ovvero da eventi imprevedi-
bili che hanno la caratteristica di essere rari, di impatto enorme e di prevedibilità
retrospettiva ma non prospettiva. La logica del Cigno nero «rende ciò che non si sa
molto più importante di ciò che si sa», osserva Taleb8. Eventi come l’assassinio di
di Sarajevo, l’ascesa di Hitler, la fine rapidissima del blocco sovietico e la caduta
del muro di Berlino, il crollo del mercato del 1987 e la sua ancora più imprevista
ripresa, l’attacco dell’11 settembre alle Torri gemelle, lo tsunami che ha colpito il
Pacifico nel 2004, la crisi finanziaria del 2008, sono stati tutti eventi di scarsa pre-
vedibilità e impatto enorme. Allo stesso modo, il successo di un’idea nuova che con-
sente di affermarsi in un settore economico, sia esso quello della ristorazione o
dell’editoria o dell’informatica, è inversamente proporzionale alla sua prevedibilità.
Eppure la nostra «arroganza epistemica» ci spinge a sopravvalutare quello che
conosciamo e a sottovalutate l’incertezza. Sappiamo molto ma tendiamo a pensare
di sapere più di quanto sappiamo e inoltre le nostre idee, una volta prodotte, ten-
dono a cambiare con difficoltà. Per contro, sottovalutiamo cronicamente la possibi-
lità che il futuro si allontani dal percorso inizialmente previsto. Taleb non mette in
dubbio la nostra conoscenza, ciò che sappiamo, ma solo la sicurezza di sé, ciò che
crediamo di sapere. È la nostra arroganza che ci porta ad affermare, quando gli
eventi politici, economici, sociali, si svolgono in modo diverso dal previsto, di
«aver avuto quasi ragione»: il modello era giusto, funzionava, ma poi un evento
estremamente improbabile, che avviene ogni mille anni – il caso, insomma – ha
determinato il fallimento di quella previsione9. Eppure il Cigno nero si ripresenta
costantemente.
Per tornare all’oggetto di questo scritto, le tecnologie che hanno avuto il mag-
gior impatto sul mondo contemporaneo – il computer, Internet e il laser – non sono
state né previste né apprezzate nella loro importanza al momento della scoperta.
Una delle ragioni di questa imprevedibilità è il carattere esponenziale del processo
di digitalizzazione. Non c’è mai stata un’invenzione nella storia umana che è mi-
gliorata a tale velocità per un così lungo periodo10.
Ciò dovrebbe indurci a frenare la nostra «arroganza epistemica» e a pensarla
come Popper, e cioè che il futuro non è mai come te lo saresti aspettato.
La ragione per cui Popper sferra il suo attacco alle filosofie profetiche della sto-
ria e alla loro aspirazione a scoprire le leggi universali del mutamento sociale e a
lità alle condizioni iniziali, di distribuzioni di probabilità. Per Prigogine tra un mondo de-
terministico governato da leggi ferree della fisica classica e un mondo assurdo in preda
all’arbitrio del caso, è possibile cercare «una stretta via», in cui le leggi della fisica assumo-
no un senso nuovo, esprimendo ormai solo delle probabilità, delle possibilità.
8
Taleb, 2014, 13.
9
Ibidem, 167.
10
Cfr. Brynjolfsson, McAfee, 2014.
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prevedere tale mutamento11 è che, per prevedere gli eventi storici, è necessario
prevedere l’innovazione tecnologica che è, fondamentalmente, imprevedibile. Per
prevedere il computer al tempo delle macchine al vapore, bisognava avere cono-
scenze tecnologiche che sono state sviluppate solo successivamente, ma quelle co-
noscenze avrebbero consentito di inventare il computer anche allora.
Ciò non significa che i modelli, le costruzioni, le mappe mentali, le ideologie
siano inutili o fondamentalmente sbagliati. Semmai, significa che dovremmo com-
battere la nostra tendenza naturale a cercare solo conferme e, viceversa, dovremmo
impiegare di più la tecnica della falsificazione. E cioè, una volta formulata una
congettura (in questo caso una congettura su uno sviluppo sociale e tecnico), do-
vremmo iniziare a cercare di dimostrare che è falsa, perché i casi che non fornisco-
no una conferma alle nostre convinzioni sono molto più utili per stabilire la verità,
o quanto meno una verità provvisoria e contingente, e per prendere le opportune
precauzioni nel caso in cui ciò che pensavamo non dovesse verificarsi si verifichi.
Il rifiutarsi di assumere una verità come definitiva ci mette al riparo anche da
quel Kulturpessimismus12 che nasce dall’idea del carattere distruttivo della moder-
nità, dall’idea della modernità come catastrofe permanente, che irradia spesso dalle
analisi della digital economy. Ma al tempo stesso, ci mette anche al riparo dall’idea
fuorviante che l’innovazione tecnologica sia un processo continuo e uniforme nel
tempo e che tale processo sia necessariamente accrescitivo e progressivo. Insom-
ma, ci mette al riparo sia da narrazioni interamente distopiche che da narrazioni
interamente utopiche della rivoluzione digitale.
11 Se forze irresistibili ci trascinano verso il futuro, allora anche il mutamento può essere
previsto perché è governato da una legge che non cambia. È questa «l’idea consolatoria»
che, secondo Popper, regge la tradizione storicista (Popper, 2013).
12
Su cui, criticamente, Bronzini, 2017, 52.
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13
Autor, 2015.
14
Con l’introduzione delle macchine e dei motori a vapore nel settore tessile, un numero
sempre maggiore di compiti del processo di tessitura venne automatizzato. I luddisti previ-
dero allora che ciò avrebbe distrutto il loro lavoro e i loro mezzi di sussistenza, ma quello
che accadde fu che l’automazione spinse ad adibire i lavoratori a compiti che le macchine
non avrebbero potuto svolgere, come ad esempio la gestione di una macchina e, successi-
vamente, la gestione simultanea di più macchine. In sostanza, la tecnologia cambiò gra-
dualmente il lavoro del tessitore e gli skills richiesti per svolgerlo, più che sostituirli comple-
tamente. Ciò portò a una crescita esplosiva della produzione, a una caduta dei prezzi e a un
conseguente aumento della domanda, il che, a sua volta, determinò un aumento del numero
di lavoratori tessili, fino a quadruplicarli nel giro di qualche decennio.
15
Smorto, 2015, 274.
16
Cfr. Piva, Vivarelli, 2018.
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In ogni caso, prestare attenzione ai soli dati che confermano le previsioni più
ottimistiche non ci consentirà di far fronte alle conseguenze impreviste di una diffi-
cile transizione. Già oggi, del resto, alcuni dei costi della rivoluzione digitale sono
diventati evidenti, in termini, anzitutto di un’accresciuta diseguaglianza e instabili-
tà dei percorsi di vita. È poi accertato che i processi di distruzione e creazione di
lavoro non saranno sincronici e che, almeno nel primo periodo, la soppressione di
vecchi posti di lavoro non sarà compensata dalla creazione di nuovi.
Si tratta, dunque, di affrontare tipici problemi di regolazione, che riguardano,
cioè, la funzione delle regole che il diritto del lavoro pone all’ordine del mercato e
alla stessa evoluzione della tecnica. In una fase di accresciuta incertezza, il diritto
del lavoro deve porsi anzitutto la questione di come tornare a giocare, in forme
nuove, la sua storica funzione di tutela dall’insicurezza e dal rischio17.
Occorre capire anzitutto cos’altro vale la pena di sapere su questi processi, ol-
tre a quello che già sappiamo, e poi concentrarsi sulle conseguenze che eventi ne-
gativi possono avere su chi lavora nell’economia digitale. Ci sono forme di causali-
tà gestibile, non puramente accidentali, e rischi prevedibili. Il ravvicinamento della
nostra materia alla ricerca sociologica ed economica è sicuramente un passo in
avanti nella direzione di una maggior comprensione dei processi in atto. Ma poi
resta sempre in piedi il problema regolativo: come governare la trasformazione in
atto? Come distribuire i nuovi rischi connessi alla transizione?
Nell’affrontare questi dilemmi regolativi, sarebbe necessario assumere come
dato di partenza la differenziazione verticale senza precedenti del lavoro erogato in
forma subordinata e autonoma, tale da mettere in crisi la fattispecie giuridica unita-
ria che finora ha racchiuso tutte le forme di lavoro eterodiretto e da spingere verso
modelli differenziati di tutela. Non sempre la differenziazione rappresenta la rispo-
sta regolativa adatta ad affrontare le nuove sfide regolative poste dalla digitalizza-
zione. Poiché le diseguaglianze tagliano in modo verticale i lavori e gli status pro-
fessionali, l’universalismo delle tutele, o quantomeno di alcune tutele fondamenta-
li, rappresenta l’altro corno del dilemma regolativo.
17
Cfr., nello stesso senso, Deakin, Markou, 2018; Loi, 2017.
18
Su lavoro autonomo come potenziale destinatario-fruitore dei vantaggi esponenziali
forniti dall’economia digitale v. Perulli, 2017, 201.
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19
Così, in senso critico, Vecchi, 2017, 72, in riferimento, in particolare, alle tesi dello
«stato imprenditore» (Mazzucato, 2014).
20
Moretti, 2013.
21 Cfr. Casano, 2017, 120, cui si rinvia anche per l’analisi del concetto di «mercati tran-
sizionali».
22 In particolare, i «competence center», che dovranno nascere dall’accordo fra Universi-
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ste tecnologie sono a loro volta applicate in ambiti divisi in tre categorie: vendita e marke-
ting, informatica, tecniche e tecnologie di produzione.
24
Cruz Villalón, 2018; Smorto 2018; Tullini, 2016.
25
Lanier, 2013.
26
Vardaro, 1989, 304.
27
Così anche Perulli 2017, 216.
28
Deakin, Markou, 2018.
29
Si v. Allegri 2015; Ravelli, 2018, cui si rinvia anche per ulteriori richiami alla ricchis-
sima letteratura sul tema.
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30
Sperimentazioni di reddito di base sono state promosse nella città di Oakland su ini-
ziativa di un gruppo di aziende tecnologiche che comprende Google, Facebook ed E-Bay;
l’acceleratore di imprese Y-Combinator ha promosso una ricerca sugli effetti del reddito di
base sganciato dalla prestazione lavorativa; Google è uno dei promotori di un esperimento di
reddito di base in Kenya, che coinvolge seimila persone per la durata di un decennio. A fa-
vore del reddito di base si sono pronunciati anche Elon Musk di Tesla, Jeff Besoz di Ama-
zon e Kaus Schwab, direttore del Forum di Davos.
31
Un’interpretazione di questo tipo ricorre in alcuni degli interventi contenuti in Basic
Income Network Italia, 2017, che ospita per altro contributi utili alla comprensione del tema
del reddito di base in connessione all’innovazione tecnologica.
32
Barbera, 2014, in cui si discute anche delle forme di mistificazioni insite in questo
ruolo.
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Marzia Barbera 413
si membri della UE risulta più privo di una qualche misura universale di sostegno
al reddito33. A questo punto, la discussione non riguarda tanto la necessità di queste
misure (difficilmente contestabile), ma il rapporto che esse hanno con le misure di
welfare diretto e indiretto esistenti (quali assorbire e quali mantenere?) 34 e il loro
rapporto con la condizione, anche esistenziale, di lavoro e di non lavoro.
A questo proposito, il reddito di base viene visto non solo come uno strumento
di protezione delle persone dalle conseguenze negative della digitalizzazione, ma
anche come un modo di sottrarsi agli indecent jobs e di favorire un processo di in-
vestimento nella creazione di lavori di alta qualificazione. Quel si ipotizza, in que-
sto secondo caso, è una forma di condizionalità legata ad un potenziamento degli
skills35. In questa ultima versione, il reddito di base diventa anche una condizione
di esercizio della scelta volontaria di rinunciare al contratto di lavoro per sfruttare
al massimo il proprio capitale sociale36.
Per venire al secondo versante della regolazione, quello riguardante il rapporto
di lavoro, la difficoltà di ricondurre ad unità il fenomeno del lavoro digitale spiega
perché, fino ad oggi, il legislatore non sia intervenuto e perché si può notare un vi-
vace disaccordo dottrinale sul piano del suo inquadramento e della sua disciplina
giuridica.
Vi è chi sostiene che non vi sia niente di nuovo sotto il sole, nel senso che
«l’economia digitale rivitalizza gli interrogativi originari del diritto del lavoro, ri-
portandolo ai suoi albori»37. In una prospettiva diversa si colloca chi ritiene che,
come già è accaduto in passato, quando si interviene in ambiti fino a quel momento
poco regolamentati, «le soluzioni adottate possono in realtà convertirsi in blocchi
all’innovazione ed in camicie di Nesso alla trasformazione o in apparati normativi
privi di efficacia o ignorati da processi sociali in corso». Per questa ragione si pen-
sa che si debba far tesoro della grande discussione degli anni ‘80 sulla “giuridifica-
zione” ed evitare nuove “colonizzazioni” del sociale, limitandosi «a misure che raf-
forzano i progetti di vita individuali e consentono – in prospettiva –
l’autoregolazione del settore»38. Quest’ultimo approccio non solo sembra andare
oltre le ansie regolative che tradizionalmente affliggono il quantum della materia
giuslavorista, ma sembra andare oltre anche il se, vale a dire andare anche oltre la
questione della qualificazione dei nuovi rapporti di lavoro.
4. Si tratta di dilemmi regolativi che non riguardano solo il diritto del lavoro. Il
dibattito sulle regole della sharing economy ha rilanciato il tema della self-
regulation nella disciplina dei mercati e dell’innovazione sociale e tecnologica in
33
Buslacchi, 2013.
34
Al riguardo, si ritiene preferibile non arrivare a un superamento totale delle forme di
sicurezza contributiva, soprattutto in funzione di lotta al lavoro povero (Giubboni, 2014).
35
Granaglia, Bolzoni, 2016; Monticelli, 2018.
36 Bronzini, 2011.
37
Voza, 2017, 6.
38
Bronzini, 2017b, 30-31. Nello stesso senso Perulli, 2015.
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tutti i settori del diritto39. Il sottrarre l’offerta di beni e servizi da parte di soggetti
privati alle regole di settore pone, ad esempio, anche un chiaro problema di tutela
degli utenti. Mentre gli operatori professionali che offrono servizi di trasporto o
abitativi sono tenuti a rispettare standard di sicurezza a tutela dei consumatori, lo
stesso non avviene nell’offerta di servizi peer to peer (l’auto utilizzata per i servizi
di ride-sharing è stata revisionata? La casa presa in affitto rispetta le normative an-
ti-incendio? L’autista non professionista è stato sottoposto a controlli analoghi a
quelli cui si sottopone un tassista o assicura anche il trasporto dei disabili?).
Che le domande che ci poniamo come giuslavoristi siano analoghe a quelle che
si pongono gli studiosi della responsabilità civile o della disciplina consumeristica
è dimostrato anche dalla presenza di alternative simili nei diversi ambiti del dibatti-
to sulla regolazione. In particolare, è da segnalare l’emergere, nella contrapposi-
zione fra teorici della self-regulation o della regolazione hard stabilita ex ante dal
legislatore o da autorità amministrative, di una terza via che potremmo definire
della regolazione rimediale, o di una regolazione flessibile per principi a crescita
graduale, affidata prevalentemente alla giurisprudenza. Si parla di interventi ex
post in chiave riparatoria, attraverso tutele di stampo privatistico (responsabilità
civile, regole assicurative, tutele in tema di contraente debole, clausole in tema di
recesso abusivo) o pubblicistico (salario minimo, diritti sindacali, tutele antinfortu-
nistiche, prestazioni previdenziali, tutela della privacy).
Come ha osservato Tiziano Treu in un suo recente studio, «quella dei rimedi è
una prospettiva metodologica generale, non specifica di un settore del diritto»40. Si
tratta di un approccio di matrice anglosassone che riguarda, da una parte, il pro-
blema dell’effettività dei diritti, perché, senza rimedi effettivi, i diritti si rivelano
illusori, dall’altra, una particolare modalità di determinazione dei diritti e dei dove-
ri delle parti in rapporti di natura controversa. Tale modalità poggia non tanto su
operazioni di qualificazione, sulla delimitazione delle categorie giuridiche o sulla
creazione di nuove (cioè, sulla fattispecie), quanto sulla individuazione dei rimedi
più appropriati (cioè, sugli effetti). Quando questo approccio è applicato alle diver-
se forme di lavoro della sharing economy che sfuggono alle categorie tradizionali,
esso si traduce nella richiesta di un’applicazione selettiva delle normative protetti-
ve tipiche del lavoro subordinato, superando il tradizionale approccio del “tutto o
niente” comune nella nostra esperienza.
Tale approccio categoriale, secondo Treu, non soltanto sconterebbe la crescente
minor significatività dei tradizionali indici qualificatori ma non sarebbe neppure in
grado di rispondere ai caratteri ibridi di questi lavori e ai bisogni dei prestatori di
lavoro41. Se si è assaliti da una sottile sensazione di déjà-vu è perché, come ci ri-
corda Treu stesso, questo dibattito non è del tutto nuovo nell’esperienza italiana.
La necessità di rispondere ad esigenze simili è stata avvertita, in particolare, da
quella giurisprudenza e quella dottrina che hanno adottato il metodo tipologico
nell’individuazione della fattispecie lavoro subordinato. Tuttavia, queste operazio-
39
Smorto, 2015.
40 Treu, 2017, 367.
41 Ibidem, 382-384.
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Marzia Barbera 415
ni hanno trovato un limite insuperabile nella concezione unitaria della categoria del
lavoro subordinato e della relativa disciplina e, applicando il metodo tipologico alla
sola individuazione della fattispecie, mantenendone però rigidi gli effetti, si arriva
agli stessi risultati del metodo sussuntivo, cioè all’automatica imputazione al rap-
porto di tutto lo statuto protettivo del lavoratore42.
Oggi, il tramonto della logica della fattispecie avrebbe come corollario una ri-
valutazione del ruolo del giudice, perché il vuoto della fattispecie andrebbe coperto
dall’interpretazione: i giudici dovrebbero decidere se inquadrare i rapporti di lavo-
ro dell’economia digitale nelle categorie tradizionali (lavoro autonomo, lavoro su-
bordinato), con l’applicazione dell’intera disciplina relativa, oppure se tener conto del
carattere ibrido di tali lavori, «per ricercare soluzioni che rispondano meglio ai carat-
teri diversificati delle prestazioni e ai bisogni di tutela delle persone coinvolte»43.
Nel far ciò, essi non sarebbero più guidati dalla rassicurante cornice della fatti-
specie unitaria, ma si troverebbero a confrontarsi con la diversità dei casi reali con
la (sola) guida di principi generali44. Mentre le operazioni tradizionali di qualifica-
zione dei giudici presuppongono un qualche criterio selettivo generale, quali
l’etero-direzione, il test control, la dipendenza economica, la disparità di potere
contrattuale fra le parti, etc., secondo questo approccio, i giudici si troverebbero ad
applicare principi generali in assenza di tali criteri e a «compiere operazioni diver-
se dalla tecnica della sussunzione».
In questo Treu sembrerebbe pensarla come Zagrebelsky45. I principi sono nor-
me «prive di fattispecie»: non vi è una fattispecie astratta nella quale possano esse-
re sussunte diverse fattispecie concrete e, dunque, essi non possono essere applicati
con la tecnica della sussunzione. Inoltre, i principi sarebbero norme prive di un
preciso campo di applicazione (o, forse, sarebbero privi di un qualsivoglia campo
di applicazione). Essi si presterebbero, dunque, ad essere la struttura portante di
«una dissociazione delle tutele dalla fattispecie», più o meno marcata a seconda
delle modalità di svolgimento del lavoro.
Ma è veramente cosi? Prendiamo l’art. 36 della Costituzione ed il principio di
retribuzione sufficiente che potrebbe giustificare l’imposizione di un salario mini-
mo per i lavoratori della gig economy: la Costituzione parla di «lavoratore». Una
volta che si sia escluso, come si è viceversa ritenuto fino ad ora, che si parli solo di
lavoratore subordinato e che la funzione protettiva del principio debba rileggersi,
come già si è sostenuto in riferimento all’art. 35, «secondo la sensibilità sociale at-
42
Ibidem, 389, richiamando Nogler.
43
Ibidem, 383.
44 Secondo Treu, i giudici sarebbero legittimati a giocare questa funzione perché, se la
selezione degli interessi da tutelare resta compito delle fonti previste nell’ordinamento (la
legge), il campo di azione dei rimedi riguarda non questa selezione, bensì le conseguenze
derivanti dalla violazione degli interessi giuridicamente tutelati (ibidem, 395, richiamando
Di Majo). In realtà, sul piano dell’interpretazione, in assenza di una fattispecie legale tipica,
la distinzione fra i due piani tende a sfumare.
45
Zagrebelsky, 1992, su cui v., criticamente, Guastini, 1996.
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tuale»46, e dunque andando oltre il campo della subordinazione, a quale altra cate-
goria di lavoratori si riferisce il principio? Il criterio indicato da Treu, secondo il
quale il giudice deve guardare «ai caratteri diversificati delle prestazioni e ai biso-
gni di tutela delle persone coinvolte» è un criterio a maglie larghe, che presuppone
la totale individualizzazione della fattispecie.
Da questo punto di vista, lo slittamento terminologico da lavoratore a persona
non è casuale: l’atomizzazione del lavoro si trasforma in atomizzazione delle regole.
Siamo, dunque, ben al di là delle letture più flessibili del principio di indisponi-
bilità del tipo suggerita da alcuni autori47, che presuppongono scelte di policy legi-
slative in ordine all’obbligo di tutelare in modo eguale rapporti di lavoro equiva-
lenti.
È innegabile che i lavori dell’economia digitale mettano a dura prova i tradi-
zionali approcci classificatori48; del resto, la risalente controversia sulla natura su-
bordinata o autonoma del lavoro dei pony express fa dubitare delle reali capacità
adattive della nozione di lavoratore subordinato consolidatasi nel tempo. Come
molti ricorderanno, la vicenda si concluse inopinatamente in Cassazione nel secon-
do senso, sulla base di un criterio assai discutibile – quello della formale libertà di
questi lavoratori di rifiutare la chiamata – che potrebbe benissimo essere applicato
anche a molti dei lavoratori della gig economy.
Ritengo però che proprio l’obsolescenza delle vecchie categorie legali confermi
come il legislatore non possa eludere la necessità di costruirne di nuove, anche a
maglie larghe, e non possa rinunciare a esprimere precise scelte regolative, anche
differenziate, non soltanto perché, in alcuni casi l’utilizzo esclusivo di rimedi ex
post potrebbe risultare insoddisfacente49, ma perché dalle scelte regolative dipen-
dono anche precise scelte allocative.
Supponiamo che i diritti sociali fondamentali di cui il giudice dovrebbe garanti-
re l’applicazione siano diritti che richiedono prestazioni da parte dello stato (ad es.,
diritti di natura previdenziale): come superare l’obiezione che tali diritti non sono
direttamente giustiziabili poiché richiedono l’allocazione di risorse pubbliche che
non sono nella disponibilità dei giudici e che presuppongono specifiche opzioni
46
Così Perulli, 2015, 21, in riferimento all’applicabilità del principio al lavoro autono-
mo in generale.
47 Secondo Nogler, 2015, 25, il principio dovrebbe essere inteso come vincolo, imposto
dall’art. 3 Cost. al legislatore, di non tutelare in modo diverso rapporti di lavoro che, in base
ai criteri dettati dallo stesso legislatore, sono equivalenti. Questa lettura del principio si con-
trappone a quella che sostiene la concezione del lavoro «oggettivamente subordinato» (cfr.,
per una ricostruzione critica delle posizioni giurisprudenziali e dottrinali sul punto, Balle-
strero, 2016, 773 ss.).
48
Il dibattito sulla questione della qualificazione dei rapporti di lavoro dell’economia
digitale è molto ricco e articolato e non esprime posizioni univoche. Ad esso è dedicato an-
che una larga parte del convegno tenutosi Brescia, già citato (in particolare i papers di Loi,
Aloisi, Gramano, Birgillito, Centamore-Ratti, Auriemma, Cavallini).
49
Smorto, 2018.
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Marzia Barbera 417
50
Va osservato che qui non stiamo parlando dell’applicazione di principi relazionali
come il principio di non discriminazione, che ammettono interventi dei giudici in funzione
redistributiva nella misura in cui la discrezionalità del giudice è limitata dal fatto di nascere
da giudizi di giustizia relativi e non assoluti.
51
Si riproporrebbero così alcuni dei problemi creati dalla supplenza giurisprudenziale in
tema di salario minimo, i cui limiti sono stati analizzati proprio da Treu in un fondamentale
contributo in tema di art. 36 (Treu, 1979).
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418
52
Centamore, Ratti, 2017.
53 Cfr. Freedland, Kountouris, 2011.
54 Cfr. Ferrari, 2013.
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55
Moulier-Boutang, 2011.
56
Spunti in questo senso in Caruso, 2018.
57
Felice, Mattoscio, 2005, 25.
58
Caruso, 2018, 105.
59
Cruz Villalón, 2018.
60 Smorto 2014, 34.
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zione da cui si è partiti, e cioè all’accresciuta polarizzazione del mondo del lavoro
e alla conseguente difficoltà di configurare un diritto del lavoro che vada bene tan-
to per il lavoro più evoluto quanto per quello più tradizionale.
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