SENECA
Seneca fu l’esponente più illustre con Cicerone della prosa filosofica romana. È anche l’unico di cui ci sono
pervenuti testi non frammentari: le sue tragedie erano diffuse già nel Medioevo e furono tradotte nelle
lingue moderne dal XVI secolo.
Lucio Anneo Seneca nacque a Cordova forse il 4 a.C. la Spagna era una provincia di antica romanizzazione,
la sua conquista risale alle guerre puniche. È importante che lui sia spagnolo perché la Spagna era una
provincia fuori dall’Italia e aveva una civilizzazione a livello tale da poter lasciare esprimere gli intellettuali
Famiglia equestre. Il padre Seneca il vecchio era un ex retore e ci teneva all’educazione del figlio. Per
questo motivo studia a Roma la retorica e la filosofia intraprendendo la via della vita contemplativa. I suoi
insegnanti furono Papirio Fabiano, ex retore, stoico pitagorico della scuola dei Sesti, scuola con interessi
naturalistici che praticava esercizi di privatizzazione per imparare il distacco dal mondo. Per non dispiacere
il padre intraprese il cursus honorum e rivestì la questura. Ottenne talmente tanto successo con la carriera
politica da provocare l’invidia di Caligola che lo condannò a morte.
Solo una donna potente a corte riuscì a convincere Caligola che Seneca fosse un malato gravemente e che
sarebbe morto in breve tempo. L’imperatore successivo Claudio nel 41 d.c., istigato dalla moglie Messalina
accusò Seneca di adulterio con la sorella di Caligola Giulia e lo condannò all’esilio in Corsica per otto anni.
Questa era probabilmente una calunnia messa in atto da Messalina che odiava Giulia. Nel 49 venne
richiamato a Roma da Agrippina minore, madre di Nerone, moglie di Claudio e sorella di Caligola. Agrippina
era la donna più invidiata proprio perché madre, moglie e sorella di imperatori. Lo richiama per fare da
precettore al figlio Nerone. Insieme ad Afranio Burro si dedica alla formazione di Nerone accompagnandolo
anche nei primi anni del suo regno.
Questi anni definiti quinquennium Neronis sono caratterizzati da un’armonia tra l’imperatore ed il senato.
Nel 59 Nerone fece uccidere la madre Agrippina considerata come una presenza troppo ingombrante.
Seneca chiese a Nerone il permesso di abbandonare l’attività pubblica e ritirarsi a vita privata. Burro morì
nel 62 forse avvelenato da Nerone e da qui inizia la fase torbida e violenta del principato. Nel 65 venne
scoperta la congiura contro l’imperatore capeggiata da Gaio Calpurnio Pisone e Seneca venne considerato
tra i complici e costretto a togliersi la vita. Tacito nel quindicesimo libro degli Annales la morte di Seneca. La
descrizione della morte di Seneca si inserisce all’interno degli Exitus Illustrium Virorum, ovvero morte degli
uomini illustri, quasi un vero e proprio genere letterario in cui le morti degl’uomini famosi vengono inserite
in un quadro che tende ad eliminare i dati reali. La stessa morte di Seneca assume punti in comune con
quella di Socrate descritta da Platone, dove prima di morire il filosofo parla con i suoi amici consolandoli,
allontana la moglie, beve la cicuta e offre una libagione alla divinità.
I DIALOGHI
I dialoghi comprendono 3 scritti consolatori (consolationes) e 7 trattati riguardanti questioni etiche stoiche.
Lo stoicismo si era diffuso a Roma fin dal II secolo a.c. poiché si adattava alla mentalità romana per quanto
riguarda l’importanza della pratica della virtù, del rispetto della religione, della vita nella società. Tutti
questi elementi fanno parte del mos majorum ovvero della tradizione romana. In età imperiale il saggio
storico divenne una sorta di maestro e consigliere personale.
I dialoghi hanno un carattere filosofico.
Il titolo dialoghi era già noto a Quintiliano quindi la raccolta probabilmente era diffusa anche in antichità
con questo titolo. I dialoghi di Seneca non sono discussioni tra due personaggi come in Platone bensì
l’autore parla in prima persona e ha come interlocutore colui a cui dedica l’opera. Il titolo costituisce un
richiamo alle opere di Platone, considerate come testi esemplari della scrittura filosofica. In questi trattati si
avverte l’influsso della diatriba, sia nei temi (problemi etici del quotidiano) sia nell’impostazione (tendenza
a rivolgersi direttamente al destinatario, vivacità e abbondanza di esempi).
I dialoghi di impianto consolatorio, che si rivolgono ai destinatari per consolarli per la perdita di una
persona cara sviluppando temi topici come la fugacità del tempo, la precarietà della vita, l’ineluttabilità
della morte, sono tre:
Consolatio ad Marciam (discorso consolatorio rivolto a Marcia) indirizzato alla figlia dello storico
Cremuzio Cordo, per consolarla della morte del figlio Metilio. Seneca le scrive per consolarla
secondo la consuetudine della Consolatio dal carattere filosofico. Seneca riprende gli argomenti
topici usati dai filosofi per consolare chi ha subito un lutto dimostrando che la morte non è male ma
un passaggio a una vita migliore.
La Consolatio ad Helviam matrem (discorso consolatorio rivolto alla madre Elvia) indirizzato alla
madre per farle accettare l’idea della relegatio in Corsica. Vengono esaltati il cosmopolitismo
perché il saggio ha come patria il mondo intero dato che ha con sé la virtù che è l’unico vero bene
dell’uomo, e l’ozium dedicato allo studio e alla filosofia, a cui esso si può dedicare poiché non è
distratto dalla vita cittadina.
La Consolatio ad Polibium (consolazione a Polivio), indirizzata ad un potente liberto di Claudio di un
suo fratello. In realtà lo scopo è quello di adulare l’imperatore per ottenere la remissione della
pena. Claudio mette a comando dello stato e dell’amministrazione dello stato i liberti. Nel finto
tentativo di consolazione vengono espressi i soliti concetti filosofici di morte come non un male e
che è insensato compiangere chi non è più in vita perché non essendoci più non può soffrire.
I temi degli altri dialoghi, tutti in un solo libro tranne il De Ira che è in tre libri, sono:
De Ira in cui viene trattata l’origine, la descrizione, e i rimedi contro le passioni, in particolare l’ira,
assimilabile alla follia nelle sue manifestazioni violente. Per Seneca l’ira non è accettabile perché è
solo un impulso che offusca la ragione.
De Brevitate vite dedicato all’amico Paolino. Il filoso sostiene che gli uomini hanno torto quando si
lamentano della brevità del tempo assegnato dalla natura alla loro esistenza poiché se sai farne
buon uso la vita è lunga. L’uomini però si abbandono alle occupazioni frivole e il saggio è l’unico che
conosce il giusto utilizzo del tempo. Seneca dice che spreca il suo tempo chiunque si dedichi ad
altro che non sia la ricerca della verità e della saggezza.
De vita beata. L’opera è divisa in due parti. La felicità viene identificata con la vita secondo virtù.
Seneca respinge le accuse di incoerenza mosse ai filosofi di non vivere secondo i precetti che
professavano (qua ci sono evidenti implicazioni personali) secondo cui era necessario vivere con un
tenore di vita semplice e austero. Egli sostiene che ancora non ha raggiunto gli obbiettivi che si è
proposto e che il filosofo pur non cercando le ricchezze preferisce possederle perché sono
occasioni per esercitare le virtù. Per Seneca il problema non è avere ricchezze ma non essere
posseduto da queste. Dice di avere ricchezze ma di esserne svincolato.
De tranquillitate animi, dedicate all’amico Anneo Sereno. Seneca sostiene che la tranquillità
dell’animo che in greco è eutimìa, si ottiene con l’impegno nella vita attiva per il bene comune, con
l’accettazione delle avversità e della morte, coltivando l’amicizia con i buoni.
De Otio. Seneca sostiene la superiorità dell’otium rispetto al negotium, ovvero la superiorità della
vita contemplativa rispetto alla vita attiva, ritenendo impossibile per un filosofo agire
coerentemente con i propri principi nella vita pubblica.
De providentia. L’esistenza della provvidenza non è smentita dai mali che capitano ai buoni: le
sventure sono strumenti attraverso cui gli Dei sottopongono i buoni per aiutarli a perfezionarsi
moralmente.
De costantia sapientis. Riguarda l’imperturbabilità del saggio che non può subire nessun danno
perché l’unico bene consiste per lui nella virtù che nessuno gli può togliere.
I TRATTATI
I trattati sono tre e due sono legati all’impegno politico di Seneca e alla sua esperienza di consigliere del
Principe, mentre le naturales questiones sono un trattato di scienze naturali in sette libri, composto tra il 62
ed il 65 e dedicato a Lucilio. Similmente ai dialoghi, nei trattati l’autore parla in prima persona con
destinatario con cui immagina di dialogare.
De clementia, è dedicato al giovane Nerone che viene elogiato da Seneca perché, pur disponendo
di un potere illimitato, egli dà prova di clemenza, ovvero della moderazione che chi ha il potere ha
per quanto riguarda l’infliggere delle pene. La clemenza distingue il re buono dal tiranno e
permette al re di istaurare un rapporto di fedeltà con i sudditi. Seneca traccia un programma
politico ispirato alla moderazione, equità e clemenza: il principato deve essere detenuto da un
buon sovrano che deve essere formato dalla filosofia. Tutto ciò va d’accordo con la filosofia politica
storica che indicava la monarchia come la migliore forma di governo a condizione che il re fosse
saggio. Su Nerone Seneca proietta un modello ideale che egli vorrebbe plasmare. Questo
programma politico però ha un carattere utopistico la cui realizzazione è affidata alla spontanea
volontà del sovrano e dipende se quest’ultimo si identifica con la figura del saggio storico.
De beneficis. Seneca dà precetti riguardo il modo e l’origine dei benefici, il legame tra benefattore e
beneficato, e la gratitudine per l’aiuto ricevuto.
Naturales quaestiones, trattato di scienze naturali diviso in sette libri e dedicato. L’opera affronta
argomenti di meteorologia, e il suo scopo è quello di liberare gli uomini dalla paura che nasce
dall’ignoranza dei fenomeni naturali e insegnare loro l’importanza dello studio delle scienze. Le
fondamenta di questo studio sono lo stoicismo poiché la ricerca scientifica era considerata il mezzo
attraverso cui l’uomo poteva conoscere la ratio che regolava l’universo.
Quando parla delle folgori descrive il pensiero dei romani secondo cui il fulmine era originato dallo
scontro tra le nubi. Questo si differenziava dagli etruschi che ritenevano che lo scontro tra le nubi
avveniva apposta per far nascere le folgori.
LE EPISTOLE A LUCILIO
L’opera principale successiva al ritiro di Seneca dalla vita pubblica è l’epistolario a Lucilio, dedicato ad
esplorare la coscienza individuale alla luce della filosofia.
Destinatario: Lucilio, giovane cavaliere dalla promettente carriera, sensibile alla letteratura e alla
filosofia;
Modello: epistole filosofiche indirizzate da Epicuro agli amici- discepoli;
Obiettivi: la lettera è un mezzo che consente di stabilire un’intimità quotidiana col discepolo e di
agganciare gli insegnamenti a circostanze concrete. Seneca si presenta come un uomo che,
ritiratosi a vita privata, si dedica allo studio e fa da guida all’amico più giovane per aiutarlo a
raggiungere quella sapienza che egli stesso ammette di non aver ancora trovato. In realtà egli
scrive soprattutto ai posteri. “Questo è il motivo per cui mi sono ritirato e per cui ho chiuso le porte
di casa: per poter essere utile a un maggior numero di persone” (Ep. 8, 1).
Concepito in vista della pubblicazione, l’epistolario senecano vuole essere uno strumento atto a beneficare
i posteri, oltre che a guidare Lucilio nei suoi progressi filosofici.
Questo epistolario “letterario” non rinuncia ai temi della quotidianità, bensì Seneca li riporta trasformandoli
in spunti di riflessione morale.
L’esposizione filosofica procede all’insegna della spontaneità e, nonostante Seneca sia Stoico, ci sono
frequenti riferimenti a Epicuro, un “eretico” agli occhi degli stoici. Egli professava il late biosas, che non
andava d’accordo con gli ideali romani. Le lettere di Seneca infatti non hanno un programma bene preciso
per la trattazione degli argomenti filosofici sia all’interno delle lettere sia per la disposizione dei libri nella
raccolta che non ha un ordine definito. Il filo conduttore che si può delineare è il progresso del destinatario
sulla strada della conoscenza filosofica. Dall’esportazione alla filosofia dei primi libri, si passa a metodi
d’insegnamento più evoluti che per i principianti. Il filosofo esorta Lucilio a lasciare la vita politica e
dedicarsi allo studio.
I TEMI DELL’EPISTOLARIO
Seneca qua si presenta come uomo che ha fatto la scelta di dedicarsi allo studio e allontanarsi dalla vita
politica, troppo tardi, e ora cerca di recuperare il tempo perduto. Ha capito che solo nella sapientia
risiedono la vera gioia e si può realizzare solo contrastando le passioni ovvero gli impulsi.
Le lettere a Lucilio sono percorse da alcuni temi ricorrenti:
la libertà del saggio dai condizionamenti esterni, realizzata da Seneca attraverso il secessus,
l’allontanamento dalla vita pubblica;
la pratica della ricerca filosofica e morale nell’otium;
la filosofia come via verso la sapientia, strumento di lotta contro desideri e impulsi irrazionali,
affrancamento dalla bramosia di ricchezze e potere;
la solidarietà e il rispetto per tutti gli uomini, schiavi compresi, dotati di ragione, riflesso del logos
universale;
la fugacità del tempo. Seneca si sta preparando a morire e il compito del filosofo è quello di
liberarsi della paura di morire. Chi ha realizzato la virtù, morirà senza timori.
Aderisce allo stoicismo ma critica gli ideali che non condivide. A volte cita Epicuro e lo elogia per il
disimpegno, l’amicizia e la preparazione alla morte. Rivendica la propria autonomia.
TRAGEDIA
La produzione tragica di Seneca comprende nove cothurnatae, ossia tragedie di argomento mitologico
greco, e una praetexta, tragedia di argomento romano, forse spuria, l’Octavia.
Modelli delle cothurnatae sono le tragedie greche del periodo classico, per lo più quelle di Sofocle ed
Euripide; sul piano dei temi si insiste sul conflitto tra passione e ragione, sulla ricerca della libertà interiore,
sull’analisi psicologica ed etica della tirannide.
L’Octavia porta in scena il ripudio e la condanna a morte di Ottavia, moglie di Nerone, nel 62.
L’Octavia è considerata di un imitatore di Seneca perché si allude alla morte di Nerone avvenuta tre anni
dopo quella di Seneca.
Incerta è la cronologia delle tragedie. L’ipotesi è che siano state scritte nel periodo in cui era precettore di
Nerone. In quasi tutte le tragedie è presente la figura del tiranno e descritte in modo negativo.
Le tragedie erano quindi o “teatro di opposizione”, o “teatro di esortazione”.
Seneca affermava lui stesso che voleva evitare ogni discussione con il potere quindi le tragedie furono
composte molto probabilmente per mettere in evidenza agli occhi del principe gli effetti del potere
dispotico.
Le tragedie solitamente venivano lette nelle recitationes in case private, per elité. Sulla base delle
caratteristiche tecniche delle tragedie di Seneca si deve presumere che non fossero state scritte per il
teatro bensì per essere lette davanti ad un pubblico ristretto.
Al centro troviamo la rappresentazione dello scatenarsi rovinoso delle passioni che non sono dominate
dalla ragione.
L’animo è contrastato tra la ragione, di cui si fanno portavoce personaggi secondari che cercano di
dissuadere i protagonisti dal furor che travolge l’anima.
C’è una lotta tra furor e ragione anche se lo spazio dato al furor è preponderante.
L’accentuazione degli elementi più cupi nelle tragedie di Seneca è funzionale, è un mezzo per raggiungere
l’ammaestramento morale.
L’interesse per la parola è a discapito dell’azione e quindi articolazione organica della trama.
Le vicende diventano il teatro per sviluppare la vicenda e dare rilevanza all’ammaestramento morale.
Il tono è magniloquente, ridondante e ripetitivo. Nonostante gli eccessi barocchi lo scavo negli abissi
dell’animo umano è profondo.
Il pensiero viene concentrato in frasi più strette: le sententiae.
Vi sono battute di effetto.
APOCOLOCHINTOSIS
E’ una satira menipea. La satira menipea era così chiamata per l’iniziatore del genere, Menipo di Gadara, ed
è caratterizzata da la mescolanza tra poesia e prosa.
E’ stata scritta in occasione della morte di Claudio e dà sfogo al suo odio per colui che lo ha costretto
all’esilio.
Il nome significa trasformazione in Dio di una zucca e vorrebbe dire divinizzazione di quello zuccone di
Claudio.
L’autore promette all’inizio che riferirà gli avvenimenti che seguirono la morte dell’imperatore.
Mentre sulla terra tutti esultano Claudio si reca in cielo e si presenta a Giove.
Non viene riconosciuto perché parla in modo incomprensibile, la divinità quindi affida ad Ercole il compito
di capire chi sia.
Il Dio spaventato per il suo aspetto mostruoso si prepara alla sua tredicesima fatica. Gli dei in un concilio
discutono la proposta di divinizzare Claudio. Augusto fa una requisitoria contro il nipote, accusandolo di
aver assassinato membri della sua famiglia.
Claudio viene trascinato agli inferi, assiste al suo funerale e vede Roma in festa.
E’ condannato a giocare eternamente ai dadi con un bussolotto forato.
T9: E’ DAVVERO BREVE IL TEMPO DELLA VITA?
Stesse cose del De brevitate vitae più
“le ricchezze, nelle mani di un cattivo padrone, in un attimo vengono dilapidate, si affidate ad un buon
amministratore, crescono con l’impiego. Così la durata della nostra vita per chi sa programmarla bene ha
una grande estensione”.
“non danno tregua e incalzano da ogni parte i vizi e non permettono di rialzarsi né di osservare veramente
la realtà, ma tengono schiacciati giù e conficcati nella brama”.
T10: SOLO IL TEMPO CI APPARTIENE
Seneca esorta l’amico a diventare padrone di sé stesso, cioè a liberarsi di ogni condizionamento esteriore, e
a considerare il suo tempo un bene prezioso.
Il tempo scorre velocemente ma la perdita più vergognosa è quella che avviene per la nostra negligenza.
Nessuno dà valore al giorno, nessuno si rende conto di morire ogni giorno. Vediamo la morte davanti a noi
quando in realtà tutto il tempo che abbiamo alle spalle è posseduto dalla morte.
Usa il tempo in maniera corretta e dipenderai meno dal domani se ti impadronirai saldamente dell’oggi.
T25: UNO SGUARDO NUOVO SULLA SCHIAVITU’
Seneca sostiene l’uguaglianza tra uomini liberi schiavi in una società che delegava tutto il lavoro alla
manodopera schiavile.
Si ritiene una forma di schiavitù in ogni individuo giuridicamente libero ma dipendente dalle passioni e si
suggerisce di comportarsi nei confronti dei sottoposti come vorremmo essere trattati dai superiori.
Essendo gli schiavi uomini come tutti, essendo tutti in balia della sorte, accusa i padroni che li trattano male.
Trattando male gli schiavi, questi si rivoltano contro il padrone e diventano suoi nemici. Non c’è da stupirsi
se alcuni di loro, una volta liberati, la facciano scontare al padrone.
A sostegno dell’uguaglianza tra uomo libero e schiavo Seneca da una spiegazione sulla base genetica e
esistenziale, poiché la schiavitù è semplicemente una condizione dovuta dalla sorte. La libertà appartiene
solo a colui che sa obbedire alla ragione, sottomettendo le passioni.
Il filoso afferma che lo status sociale di appartenenza non è una condizione immutabile, in quanto dipende
dal caso.