Orazio
Orazio
VITA
Anche Orazio era visto come un classico già in vita per le sue composizioni e per il ruolo che svolge di
recupero dei tratti della poesia arcaica greca soprattutto Alceo.
I modelli di Orazio erano i modelli greci molto più antichi di lui. Nel carme che cito prima prende spunto da
Alceo un poeta greco vissuto nel VI secolo a.c. che in una poesia aveva scritto versi simili a lui. La
somiglianza con i versi di Orazio si nota poi Orazio introduce elementi del suo tempo tipo in questo carme il
monte della Sabina. Orazio se ne vantava di ciò. Nei suoi carmina affermava di essere stato il poeta che
aveva portato a roma quegli autori antichi tipo Alceo, Archiloco, Saffo e il modo di fare poesia della Grecia
antica.
Le notizie sulla vita del poeta si ricavano dalle sue stesse opere, oppure da una Vita risalente molto
probabilmente al De Poetis di Svetonio.
Quinto Orazio Flacco nasce nel 65 a.C. a Venosa, cittadina che oggi si trova in Basilicata in un terriorio che
porta l’antico nome di Daunia. Suo padre ha un ruolo fondamentale nella sua vita. Il padre è un liberto cioè
un ex schiavo che ha ottenuto la libertà. Quando Orazio è piccolo il papà si trasferisce a Roma e ottiene
l’incarico di esattore delle aste pubbliche, incarico non molto onorifico ma redditizio. Con la tranquillità
economica che gli dà quel lavoro, il padre decide che suo figlio doveva avere la stessa istruzione dei giovani
aristocratici. Orazio studia e passa sotto le severe attenzioni del grammatico Orbirio. Lui stesso in una delle
sue lettere in versi lo definisce “manesco”. Poi Orazio termina i suoi studi con un periodo ad Atene, la città
del sapere per eccellenza all’epoca. Orazio sarà sempre grato al padre per le possibilità che gli aveva offerto.
Lui stesso lo afferma in alcuni commoventi versi della sesta satira. Ad Atene capita ad Orazio una cosa
molto importante che rischia di costargli la vita. Per parlare di ciò dobbiamo però osservare la situazione
politica di Roma. Da poco tempo Giulio Cesare è stato assassinato, pugnalato da alcuni senatori alle
cosidette Idii di Marzo nel 44 a.c. le idii è un modo latino per indicare alcuni giorni del mese più o meno a
metà quindi Cesare è stato ucciso il 15 Marzo del 44 a.C. ci troviamo all’interno del lungo tempo delle
guerre civili che insanguinano Roma e le sue province. Era terminata da poco la guerra civile tra Cesare e
Pompeo e subito inizia una nuova guerra civile scatenata dalla morte di Cesare. Tra le città toccate da Bruto
nel suo tour di reclutamento in Grecia c’è Atene. Orazio sente Bruto parlare e si accende di amore per la
libertà. Come tanti altri giovani nobili romani che vivevano in grecia, anche lui si arruola nell’esercito di
Bruto con il grado di tribuno militare combatte nella battaglia di Filippi nel 42 a.C. I cesaricidi non vincono
la battaglia ma vincono le truppe del generale Marco Antonio e del giovane ottaviano, il futuro Augusto. Per
gli eserciti che speravano nel ritorno della repubblica, la disfatta è totale. I due generali Bruto e Cassio si
suicidano per non cadere in mano al nemico. I sopravvissuti alla battaglia tra cui Orazio e i giovani di altre
famiglie si disperdono nelle città della Grecia. Anni dopo Orazio scrive un carme su questa battaglia
riprendendo una frase di Archiloco. Il tema della poesia era lo scudo gettato a terra durante lo scontro per
fuggire e salvarsi la vita. Per fortuna nel 41 a.c i triumviri proclamano un’amnistia generale verso chiunque
avesse combattuto nell’esercito dei cesaricidi. I triumviri erano le tre persone più potenti che controllavano
Roma e i suoi domini, grazie ad un patto pubblico chiamato “secondo triumvirato”. Il primo era stato fatto
fra Cesare, Pompeo e Crasso e non era finito molto bene. I tre del secondo erano Marco Antonio, uno dei più
importanti generali di Cesare, Ottaviano, nipote ed erede di cesare e un altro generale cesariano Lepido.
Lepido poi verrà messo da parte dagli altri due che si spartiranno il controllo delle regioni romane. Nel 41
Orazio può tornare in Italia grazie all’amnistia ma non ha più soldi probabilmente perché i terreni del padre
erano stati confiscati. Orazio allora per campare si mette a fare lo scriba del questore. Nel frattempo
comincia a scrivere poesie, che riscuotono successo e iniziano a circolare. Arrivano sotto l’occhio e vengono
apprezzati dai poeti Virgilio e Vario che nel 38 a.C. presentano Orazio a Mecenate, grande amico di
Ottaviano e suo consigliere personale riguardo i fatti culturali e artistici. Mecenate dopo averlo tenuto un po'
in spospeso decide di accoglierlo all’interno del suo circolo. Nel 33 a.C. Mecenate gli regala una villa in
campagna, stessa casa dove forse era ambientato il carmine dell’inizio dedicato al giovane Tagliarco.
Mecenate gli regala la villa sia perché erano diventati amici ma soprattutto per le belle parole che aveva
speso nelle sue poesie per Ottaviano. La vicinanza di Ottaviano che aveva anche acquisito il titolo di
Augusto, consente a Orazio anche di essere scelto per comporre un testo importante. Nel 17 a.C. vengono
indetti i ludi seculares, delle celebrazioni festive sacrali che cadevano una volta ogni 100 anni. Secolari
appunto. In questa occasione vengono celebrati con grande sfarzo in onore di Roma e del dominio di
Ottaviano Augusto che aveva posto fine alle guerre civili. La poesia del secolo o Carmen Seculare rimane tra
gli esempi più celebri di poesia di celebrazione. Una celebrazione sacrale e politica allo stesso tempo. Orazio
si ispira in questo caso a Pindaro. Affida alla poesia un tono solenne. il Carmen seculares fu cantato da un
coro di 27 ragazzi e 27 ragazze. Nel 1919 su decisione del sindaco di Roma, Puccini compose la musica per
quest’inno che celebra la eterna di Roma. Essendo stata abusata dal fascismo si è macchiato da esso E non
viene più eseguito perché veniva cantato da loro.
Il nostro poeta non aveva atteggiamenti di puro servilismo, anzi quando Augusto gli chiede di diventare il
suo segretario personale, Orazio rifiuta. Orazio e Mecenate diventano molto amici. Muoiono lo stesso anno a
due mesi di distanza e vengono sepolti uno accanto all’altro sul colle Esquilino.
OPERE
Orazio non ha scritto poco. I generi letterari che ha toccato sono abbastanza disparati. Ha scritto poesie
liriche, i carmina, cioè componimenti non molto lunghi, da leggere in diverse occasioni anche private e
domestiche ha scritto anche poesie dal tono pubblico, politico, come il carmen seculare, ha scritto delle
satire, cioè componimenti sempre in versi ma più lunghi, dal tono narrativo anche con spunti autobiografici,
e infine, delle epistole in esametri dedicate ad altri poeti, amici.
EPODI
Epodi o giambi, sono una raccolta di 17 componimenti pubblicata nel 30 a.c. e dedicata a mecenate.
Gli epodi sono stati composti parallelamente alle satire. L’intera raccolta fu pubblicata nel 30 a.c. ovvero
nello stesso anno del libro II delle satire.
I temi sono vari:
ci sono testi di argomento politico, come il filone dell’invettiva negli epodi 4,6,10. Tra questi solo il
decimo è diretto contro una persona determinata, Mevio, cui viene augurato di morire in un
naufragio. Una variante dell’invettiva si ha nell’epodo 3 che è una gioiosa maledizione contro
l’aglio che ha effetti più devastanti dei veleni di Medea. Qui viene ripreso il tema dell’attacco e
viene applicato in un ambito letterario. Ai modi dell’invettiva si possono rincondurre anche gli
epodi 8 e 12 dedicati ad una vecchia libidinosa che, preda dei sensi seduce il poeta e cerca di farlo
suo. La descrive in maniera impetuosa, insistendo sui particolari più osceni e disgustosi per indicare
proprio la decadenza della vecchiaia. In un certo senso troviamo dei tratti simili al senex libidinosus
di Plauto, un uomo avanti con gli anni che prova attrazione nei confronti di una fanciulla più
giovane. Questa decadenza era sia a livello estatico ma soprattutto a livello morale. Per le donne era
inconcepibile una mancanza di moderazione sessuale. Se l’uomo aveva il diritto di concupire tutte le
domande che gli passassero a tiro, alle donne non era concessa una certa libertà di comportamento,
soprattutto a quelle di una certa età. La morale introdotta da Augusto era severa. Che i costumi per
un certo senso si fossero allentati, ce lo dicono molte fonti, però non del tutto. Probabilmente questa
era una donna in là negli anni, che si comportava contrariamente a quello che il codice aveva
previsto e quindi Orazio ci va giù pesante.
Non mancano descrizioni di donne belle. Al di là del fatto che i criteri estetici sulla base del quale
noi valutiamo la bellezza cambiano col tempo e società di riferimento. Ci sono descrizioni di quelle
che erano considerate belle fanciulle, come una in Svetonio, che ti fa inorridire.
Altri epodi dall’argomento politico solo 1 e 9 che descrivono i preparativi per la battaglia di Azio
nel 31 a.c.. Nel primo, dedicato a Mecenate, il poeta assicura lealtà sia a lui che a Ottaviano, nel
secondo deride gli avversari del principe e si prepara a brindare per la vittoria.
ci sono alcuni dall’argomento più leggero, prese in giro tra amici, motivi simposiaci e gnomici,
scenette di vita vissuta, elogio della campagna (come nell’epodo 12 in cui utilizza la tecnica
dell’imprevisto rovesciando la situazione negli ultimi versi e attribuendo l’elogio ad un usuraio
incapace di rinunciare ai suoi impegni cittadini), scongiura nei confronti di una vecchia che si
spaccia per maga. (come negli epodi 5 e17). La magia è un elemento molto presente nel mondo
antico. La presenza di fattucchiere e avvelenatrici di professione è attestata. Sono noti gli esempi di
incantesimi d’amore.
Anche il tema erotico è presente e in particolare nell’epodo 14 nel quale Orazio, rifacendosi ad
Anacreonte afferma di non poter continuare a scrivere perché completamente rapito dall'amore.
Infine gli epodi 7 e 16 fanno parte del filone della poesia civile e trattano il tema della confusione in
seguito alla battaglia di Filippi.
Lo stile di questi componimenti è stato definito da alcuni studiosi perfino espressionistico, nel senso che,
rispetto ai carmina dell’Orazio più maturo, qui si nota una tendenza all’esagerazione di vario tipo, grottesca,
ironica, macabra, secondo la tradizione della poesia greca.
Si sente l’influenza archilochea, ipponattea anche metricamente. Orazio adotta i metri giambici e l’epòdo, un
sistema metrico usato da Archiloco in cui ad un primo verso più lungo se ne aggiunge uno più breve.
Archiloco era il capostipite, il simbolo di una poesia aggressiva. Anche se a Orazio tutto questo patrimonio
arriva probabilmente mediato dall’esperienza della poesia ellenistica. Infatti leggendo gli epodi quello che ci
colpisce di più non è tanto l’aggressività, che c’era, quanto la varietà degli argomenti trattati. Tale carattere
variegato si era accentuato nella poesia ellenistica in particolare con Callimaco.
SATIRE
Quintiliano, maestro di retorica dirà Quidem tota nostra est, La satira come propria romana. Non esiste nella
letteratura greca. Però si nutre anche di ispirazione di generi letterari greci. L’etimologia è incerta. Il nome
satira potrebbe ricondurre alla figura del satiro, potrebbe riferirsi a dei piatti i cosiddetti satura Lans, Che
erano antipasti con varie prelibatezze tra cui qualcosa col peperoncino e questo spiega gusto acido della
satira. Il fatto che il genere satirico non avesse corrispondente nella letteratura greca indusse Orazio ad una
riflessione critica ed un’elaborazione concettuale che gli permisero di precisare ed illustrare le caratteristiche
contenutistiche e formali di questo genere tipicamente romano. A tale scopo il poeta dedicò tre
componimenti dove Orazio presenta Lucilio come iniziatore del genere della satira nella letteratura latina ma
cerca di nobilitare la satira ricollegandola alla commedia greca e precisamente alla fase più antica di essa
detta arcaica.
La commedia infatti si divideva in tre fasi:
antica detta arcaica il cui maggiore rappresentante era Aristofane.
Media Che influenza i commediografi latini come Plauto ma che noi non conosciamo.
Nuova conosciuta grazie a menar andrò.
La commedia antica era caratterizzata dall’attacco personale (in gr onomastì komodèin), presente anche nella
satira luciliana. Orazio rileva la differenza formale tra i due generi costituita dall’impiego di metri diversi.
Egli infatti eredita da Lucilio l’uso dell’esametro che invece non rientra fra i metri della commedia. Un altro
tratto distintivo della satira, che si fonda con il moralismo tipico della commedia, viene indicato da Orazio
nello spirito ovvero nella capacità di affrontare temi moralmente impegnativi in modo arguto e divertente.
Quindi oltre a questa influenza della commedia antica si aggiunge l’influenza di un’altra forma letteraria, la
diatriba. Orazio riconosce la superiorità dei generi sublimi e afferma addirittura di non poter aspirare al titolo
di poeta. Orazio afferma di scrivere dei sermoni propriora. L’accostamento della satira al sermo rinvia ancora
una volta alla commedia, che attinge i suoi argomenti dalla vita quotidiana e usa uno stile colloquiale, ma
anche a Lucilio, che aveva chiamato i suoi componimenti sermones. La satira dunque rinuncia ai toni alti
delle grandi composizioni e sceglie un tono linguistico più vicina al parlato. Orazio sceglie uno stile vicino al
sermo quotidiano ma non rinuncia del tutto i principi di raffinatezza, di Labor lime, tipici della poesia
alessandrina.
Il pubblico viene identificato con una cerchia ristretta di intenditori, la sua produzione riservata a pochi
intimi.
Si nota come ‘Le Epistole’ siano state costruite con una funzione artistica, e le riflessioni che vi si
contengono vanno al di fuori dal carattere personale e privato di una lettera inviata ad un amico, anche se
non è da escludere che Orazio le abbia mano a mano inviate a ciascuno dei destinatari sotto forma di
omaggio letterario. Da un certo punto di vista sono simili alle ‘Satire’, riprendono il carattere della
conversazione e dei sermones , come li chiamava Orazio. Ma la differenza con le ‘Satire’ è notevole, le
‘Epistole’ infatti mancano di aggressività, mostrano un andamento molto meno polemico, con le sfumature
dell’intima tristezza del poeta e la morale non si pone più a confronto con una società corrotta e non volge
più lo sguardo verso una dimensione collettiva, ma riserva un posto speciale all’individualità del poeta stesso
e al suo ruolo nella società, lo stesso ruolo che dall’ attività nelle ‘Satire’ si ritira in campagna, conscio delle
proprie debolezze (debolezze non dovute al fatto che una qualunque ricerca morale possa giudicarsi debole,
ma perché smorzata dalla facilità di cedere ai vizi e dalla più alta difficoltà nel resistergli, e quindi da una
scelta che gli individui compiono).
Sono divise in due libri. Il primo composto da dieci satire, è stato pubblicato tra il 35 e il 30 a.c., mentre il
secondo, composto da otto satire, è stato pubblicato nel 30 a.c. Le satire sono scritte in esametri, gli stessi
versi che si usavano anche per la poesia epica. L’impostazione soggettiva consente all’autore di esprimere
direttamente le proprie opinioni e i propri giudizi. Ma non si traduce in Orazio in una semplice autobiografia,
si presenta piuttosto come la disponibilità a rivelare aspetti significativi dell’io interiore per sviluppare da
essi considerazioni di portata più ampia e generale. L’attenzione viene spostata dall’individui ai
comportamenti di conseguenza anche l’attacco personale perde molta importanza dal momento che ci si
occupa non tanto dei viziosi quanto dei vizi. La varietà di argomenti è espressa in satire narrative e
discorsive. La prima prende le mosse da un fatto o un aneddoto che viene raccontato in modo diffuso e
brillante e allo scopo di intrattenere. La seconda svolge una serie di argomentazioni e di riflessioni. Presenta
notevoli affinità con la diatriba che in origine era il discorso di propaganda che i filosofi cinici e stoici
tenevano nelle piazze pubbliche per convertire gli uditori alle loro idee, poi diventato genere letterario. Gli
argomenti sono diversi: scenette di vita cittadina, come la famosa satira dello scocciatore in cui Orazio viene
inseguito per mezza giornata nei suoi spostamenti da un arrivista che vuole essere presentato a mecenate,
oppure scene divertenti sulla vita romana. Il primo libro contiene dieci satire, quattro narrative e sei
discorsive. (guarda libro).
1. Tratta dell’incontentabilità umana dovuta spesso all’avidità di denaro e proclama la necessità del
giusto mezzo in fatto di ricchezze.
2. Svolge spunti di etica sessuale.
3. Esorta alla comprensione e all’indulgenza nei confronti dei difetti degli amici. Si dice che in fondo
siamo tutti pieni di difetti, i migliori sono quelli che ne hanno un po' meno degli altri. Dunque visto
che abbiamo sempre qualcosa da farci perdonare cerchiamo di essere tranquilli nel giudicare gli altri
e di perdonarli a nostra volta.
4. Presenta un interessante sezione autobiografica sulla formazione ricevuta dal poeta nella sua
fanciullezza per mezzo di un padre che egli rievoca con gratitudine e affetto.
5. E 9. Sono narrati in prima persona e presentano i fatti come autobiografici. La cinque e la relazione
poetica di un viaggio da Roma a Brindisi, l’iter Brundisinum, compiuto da Orazio nell’anno 37 a.C.
in compagnia di alcuni amici tra cui mecenate Virgilio. Emulando Lucilio, l’iter siculum , il poeta
narra una serie di episodi di di cui è stato protagonista e spettatore. La nonna descrive un seccatore
da cui il poeta cerca disperatamente di liberarsi. A differenza della quinta e si sviluppa secondo uno
schema dialogico che conferisce maggiore autonomia e vivezza alla figura del poeta, che
contrappone il proprio ideale di vita equilibrato e tollerante al rozzo e aggressivo arrivismo del suo
interlocutore.
6. Descrive l’amicizia con mecenate. L’Amicizia che mecenate concede Orazio, nonostante le sue
umili origini, grazie alle qualità acquisite con un’ottima educazione, permette al poeta di ampliare il
discorso verso i temi più vasti come la superiorità del merito sulla nobiltà di nascita, la follia di
ambizione, la serena accettazione della propria condizione di vita.
7. Narra lo scontro in tribunale tra due personaggi che fu magnum spectaculum
8. Descrive per bocca del Dio Priàpo una scena di stregoneria
Delle otto satire che compongono il secondo libro l’unica che ha carattere di monologo ed è incentrata sul
personaggio del poeta e la [Link] lettere soggettivo e trae spunto da un evento fondamentale della storia
privata di Orazio ovvero il dono da parte di mecenate di una villa in Sabina. Questo fatto introduce il tema
del contrasto tra la vita affannosa e vuota della città e la serenità dell’esistenza in campagna che rappresenta
il luogo ideale di una saggezza imperniata sull’autárkeia. Tutti gli altri componimenti sono in forma di
dialogo ma solo nella prima satira il poeta mantiene un posto centrale mentre nelle altre si rifugia sullo
sfondo. Nella seconda satira il poeta cede la parola al contadino Ofello che pronuncia l’elogio della frugalità.
Nella terza Orazio subisce la predica di Damasippo che tratta in termini storici dei vizi delle follie umane.
Nella satira quinta il poeta satirico scompare del tutto. Vi troviamo Ulisse che nell’oltretomba chiede
consiglio l’indovino Tiresia su come recuperare le sue sostanze dilapidate dai proci. Tiresia gli propone il
mestiere di cacciatore di eredità.
Le satire oraziane hanno come riferimento i concetti morali del poeta. Nelle epistole Orazio afferma la sua
adesione all’epicureismo ma, tuttavia, le idee ispiratrici delle satire non sono esclusive di tale dottrina, sono
concetti generali, condivisi da quasi tutte le correnti filosofiche. Si tratta dei principi designato dagli antichi
con i termini greci di metriòtes e autàrkeia.
La metriòtes è il senso della misura e sanciva che la virtù consiste nel giusto mezzo, nell’equilibrio
tra estremi opposti. Si esprime nel detto est modus in rebus (ci dev’essere una misura in ogni cosa)
L’autàrkeia è l’autosufficienza, la limitazione dei desideri per evitare i condizionamenti esterni che
impediscono di raggiungere la piena libertà interiore.
L’avanzare dell’età si fa sentire per il poeta latino e la ricerca della saggezza si fa più necessaria che mai, il
‘bastare a sé stessi’, l’ autàrkeia, la metriòtes, diventano concetti inalienabili e per Orazio sono gli
ingredienti per la formula della felicità umana. Orazio non si presenta però come un saggio che assume
l’atteggiamento di maestro ma come un individuo che è alla ricerca della verità innanzitutto per sé stesso.
Ma se le ‘Satire’ erano agguerrite, coerenti, le ‘Epistole’ si mostrano incerte, come scritto appunto nella
prima a Mecenate. E si trovano epistole come la 16, di impronta stoica e centrata sul tema della libertà
interiore e sul vero ideale del vir bonus, in contrasto con le epistole 17 e 18, che presentano
‘didascalicamente’ consigli sulla maniera di vivere accanto ai potenti e di assicurarsene il favore. Inoltre è
dominante il tema della strenua inertia, dell’insoddisfazione di sé.
Sono presenti anche elementi autobiografici come il ricordo del padre, i rapporti con Mecenate.
Il II libro rivela la crisi della figura del poeta satirico che si rifugia nello sfondo come ascoltatore o relatore
di opinioni altrui. In questo modo viene accentuata l’autoironia.
Il livello linguistico e stilistico non è elevato, sono presenti termini e forme della lingua familiare,
espressioni colloquiali. Vengono evitati i vocaboli greci e vengono rifiutate le grossolanità del sermo
vulgaris. Viene così creato uno stile medio, lontano dall’altezza artefatta dei generi sublimi e dalla
naturalezza della lingua parlata. Si crea uno stile ispirato ad una conversazione fine ed elegante. In realtà
questo stile è frutto di un’arte in cui vice il principio della brevitas che tende ad eliminare tutto ciò che è
superfluo.
ODI
Le odi sono la raccolta poetica della maturità. In italiano le chiamiamo odi ma ode vuol dire sempre poesia.
Il nome latino è carmina. La sua produzione lirica rappresenta un momento fondamentale dell’esperienza
poetica di Orazio. Noi oggi quando pensiamo alla poesia lirica pensiamo a qualcosa che viene dall’io del
poeta. Mentre in antico voleva dire la poesia accompagnata dalla lira.
Si tratta di 103 carmina divisi tra un primo gruppo di tre libri, pubblicati tutti insieme nel 23 a.c. e un quarto
libro pubblicato 10 anni dopo, nel 13 a.c.
Le odi non sono la libera effusione di una soggettività poetica, si pongono all’interno di una tradizione
letteraria di ascendenza greca.
Ogni tipo letterario si inserisce in una proiezione tempo limitata. Orazio quando scrive, scrive secondo la sua
bravura ma anche secondo ciò che lui conosce della tradizione letteraria, i modelli letterari sono sempre stati
fondamentali nel mondo antico. Nel componimento che apre la raccolta, Orazio, rivolgendosi a Mecenate,
afferma che la sua scelta di vita consiste nell’essere lyricus vates e pone la sua decisione sotto gli auspici
della musa Polìmnia, protettrice della poesia, della pantomima e della danza associata al canto sacro e eroico,
(Polimnia, colei che ha molti inni, cioè la Mimica, senza alcun oggetto; Polimnia o Polinnia è una figura
della mitologia greca, una delle nove Muse, figlie di Zeus e Mnemosine, raffigurata come una giovane donna
dall’aspetto devoto, avvolta da velo e mantello, con il capo cinto da una corona di perle. A Polimnia sono
attribuite le invenzioni della lira e della agricoltura), che non si stanca di toccare la lira di Lesbo (Lesbo è una
delle città natali del culto delle muse).
In questo modo Orazio indica la sua intenzione di coltivare la possa lirica e di pendere come punto di
riferimento la produzione scritta nel dialetto dell’isola di Lesbo facente capo al poeta Alceo.
Un altro poeta greco a cui Orazio guarda è Pindaro ma lo vede più come un ideale ammirato ma
irraggiungibile.
In un’ode del IV libro, Orazio, dopo aver dichiarato che chi tenta di emulare i voli della poesia pindarica è
destinato a precipitare come Icaro, afferma, attraverso una fitta simbologia presente in alcuni versi, posizioni
letterarie ben meditate. Vengono contrapposte due concezioni della poesia: uno frutto di geniale ispirazione e
quindi di dote naturale, e uno frutto del labor limae. Orazio, riconoscendo i propri limiti, si dedica al secondo
tipo di poesia, che rispecchia i principi del labor limae proclamati dagli alessandrini e dai neóteroi.
Quindi Orazio mostra di considerare la sublimità di Pindaro come un’aspirazione mentre persiste
l’alessandrinismo che aveva caratterizzato anche le satire. Al contrario di queste però il poeta abbandona la
tattica rinunciatoria e afferma il valore della propria opera.
Orazio afferma che anche se il primo posto spetta a Orazio, la musica dei maggiori lirici greci non è
dimenticata. Quindi non contesta la superiorità dell’epos ma rivendica per la lirica un posto adeguato al suo
già ben riconosciuto.
Orazio si definisce vates: questo vocabolo arcaico ha una connotazione sacrale e vuol dire poeta ispirato e
protetto dalla divinità sia in ambito quotidiano sia proprio nell’ispirazione poetica. La poetica delle odi
risulta dalla sovrapposizione del concetto della poesia come frutto di una tecnica perfetta e del poeta come
artigiano supremo, dall’altra dà l’idea della poesia come prodotto di geniale ispirazione e del poeta come
vate.
Quindi ricapitolando c’è il tema della poesia all’interno delle odi. Del valore della poesia, che è un’attività
che richiede una grande applicazione perché le parole vanno scelte con grande cura. C’è il concetto del labor
lime per levigare il testo, scegliere la parola migliore e disporla nel modo migliore. Che è un concetto
dell’età ellenistica. C’è la concezione dall’importanza del poeta che è vates, una sorta di sacerdote delle
muse. Orazio arriva a elaborare l’idea che la poesia è un monumento perenne. “Ho costruito un monumento
più duraturo del bronzo, le mie poesie verranno lette anche quando non ci sarò più”.
I modelli a cui Orazio si ispira per la metrica sono Alceo e Saffo.
Un esempio di questa ripresa di Alceo e Saffo è l’uso di strofe alcaiche o saffiche. Nei testi di Orazio sono
presenti elementi della poesia arcaica ma anche della poesia di età ellenistica. I testi ellenistici erano parte
integrante della formazione di Orazio e dei suoi contemporanei.
La compresenza di poesia arcaica e ellenistica gli permette di dare vita a quell’equilibrio e a quell’armonia
che verranno poi definiti classici.
Orazio crede infatti che il ritorno all’antico rappresenti la via di rinnovamento e si distacca dallo
sperimentalismo troppo audace dei neoteroi.
Orazio, Virginio era gente che si era formata leggendo la poesia ellenistica. Il gusto che ne era derivato era
fortemente influenzato dall’età ellenistica. Questa compresenza di poesia arcaica e ellenistica gli permette di
imporsi con grande equilibro superando (?)
Mantenendo una caratteristica del genere lirico nella letteratura greca, Orazio conferisce ai suoi
componimento un’impostazione allocutiva: i carmi infatti non sono dei monologhi interiori ma sono rivolti
ad un destinatario che può essere un personaggio reale o fittizio. Tale impianto si inserisce in schemi
tradizionali: la celebrazione della divinità si inserisce nella forma dell’inno, la situazione del banchetto
comporta i moduli del componimento simposiaco, l’imminenza del viaggio di un amico indirizza verso lo
schema propemptikon (augurio di buon viaggio). Le odi non sono un montaggio di materiali precedenti ma
questi sono rielaborati con grande libertà e sensibilità personale.
Spesso troviamo all’inizio di un componimento una citazione che viene poi sviluppata liberamente. Nell’ode
in cui Orazio celebra la vittoria di Ottaviano su Cleopatra egli scrive “ora si deve bere”. Questo attacco
ricorda un frammento di Alceo in cui l’autore invita a bere poiché è morto il tiranno Mirsilo. Lo spirito è
diverso perché Orazio comunque riconosce la grandezza della regina sconfitta.
I temi toccati da Orazio sono l’amore sotto varie forme, l’amicizia, il senso della vita, la morte, la natura, la
bellezza, la tranquillità e l’angoscia, un alberello che fa ombra e fa un po' di fresco in una giornata di piena
estate, una fonte dalla quale si può bere acqua limpida come un cristallo, una serata fra gli amici, i graffi
sulle braccia lasciati da un amante particolarmente passionale.
Un filone presente è quello religioso, che era parte integrante della tradizione del genere lirico e che si
adattava bene alla tipologia del vates. Orazio nonostante le sue posizioni filosofiche, tratta della religione
nelle forme e nei modi consacrati dall’uso poetico.
Sono dunque presenti inni, preghiere, talvolta riferiti a oggetti insoliti come la fonte Bandusia, la propria lira,
un’anafora di vino vecchio.
Nel Carmen seculare viene ripresa la funzione originaria dell’inno: esso ebbe una destinazione ufficiale. In
esso le lodi ad Apollo e a Diana si mescolano a temi civili: la celebrazione di Roma e della figura di
Augusto.
Un filone delle odi è quello della poesia civile da cui Orazio prende spunto da Alceo. Mentre Alceo però
partecipava con passione selvaggia alle vicende politiche Orazio è spettatore della vita pubblica di Roma. Il
ruolo di vates gli permette di rivolgersi ai romani da una posizione di superiorità: autorizzato da
un’investitura divina e gli uomini nei suoi concittadini e quindi nasce la lirica civile articolata in momenti
diversi. Questo tipo di poesia era favorito da mecenate ed Augusto che vedevano un supporto per la loro
azione politica. Nonostante l’esaltazione dell’imperatore possa apparire come una vera e propria propaganda
in versi, indebitamente schietta e la gratitudine che Orazio nutre verso il principe per aver pacificato la
civitas e avere così reso possibile l’ozio letterario. La celebrazione della pace ritrovata e del principato al
quale lui aderisce sinceramente. Lui ci crede che Augusto ha riportato la pace. Ci crede nella missione di
Roma. La necessità del principato per avere la pace. Meno sincera è la visione a certe politiche di Augusto
come quella del ripristino dei valori tradizionali della famiglia. Anche perché non si sposò mai e neanche
virgilio. Nessuno dei due non è d’accordo con questa politica che vedeva la famiglia al centro della società
con una serie di benefici che venivano dati a chi formava questa famiglia.
È un classico perché ha il senso della misura.
Nelle odi si intrecciano diverse questioni tematiche. Abbiamo il tema erotico, in cui compaiono più fanciulle
(Cloe, Lidia), vengono tratteggiata in maniera particolare perché Orazio che ha una natura riflessiva tende a
non farsi coinvolgere dalla questione. Per cui sono dei bozzetti. Lo rappresenta sempre in modo piacevole
l’aspetto amoroso, senza eccessi, perché fa parte della natura di Orazio. I Carmina tendono a collegarsi non
unica vicenda ma si presentano come episodi in sé conclusi. L’arte oraziano ci offre una serie di schizzi
legati momenti circoscritti e autonomi in cui le figure femminili vivono e si realizzano nel breve attimo
fissato dal Car me. A differenza di Catullo che accentua i toni e i sentimenti Orazio evita il coinvolgimento
affettivo e tende al distacco di una lieve ironia.
C’è il filone simposiaco, a volte con degli spunti erotici o gnomici, sono presenti infatti delle riflessioni
perchè il banchetto era anche il momento in cui si rifletteva.
La vena gnomica Costituisce il vero centro delle odi oraziane. I Carmi gnomici ruotano intorno a un solo
nucleo tematico ovvero la coscienza dell’incertezza del futuro e della brevità della vita. È un’idea sentita con
profonda sincerità e inquietudine del poeta che la sviluppa in diverse direzioni sia in senso positivo che
negativo. In senso positivo lo svolgimento porta al riconoscimento di un’alternanza nelle vicende umane e
all’invito a sostenere con virile sopportazione le avversità della vita. In senso negativo conduce alla
constatazione dell’ineluttabilità della morte e della necessità di usufruire pienamente del breve tempo della
vita. E anche il motivo del carpe Diem ovvero quello di cercare la felicità non in un futuro mai in un
presente.
Ritroviamo nelle odi infatti i principi ispiratori delle satire: l’autàrkeia e la metriòtes o aurea mediocritas.
Orazio non ha una filosofia vera e propria. Non è in filosofo, ha avuto una buona preparazione filosofica,
segue corsi delle lezioni degli epicurei. quando si legge Orazio lui fa riferimento agli epicurei ma all’interno
ci sono insegnamenti del pensiero stoico che Orazio attinge a diverse scuole filosofiche. Ci sono diverse
riflessioni che nascono dal sentimento della precarietà della vita. Noi non sappiamo come sarà domani,
quanto ci sarà dato di vivere. Questa precarietà fa parte del pensiero ricorrente e forse più profondo di
Orazio. Nel momento in cui siamo precari possiamo fare anche dei progetti ma non è detto che siamo in
grado di concluderli.
C’è anche il tema politico che descrive utilizzando un linguaggio enfatico e politico.
Anche il tipo di versi che Orazio sceglie di usare è variegato. Ci sono diverse forme metriche che Orazio
riprende dalla tradizione greca. L’invito di godere con moderazione è uno dei temi più presenti e riforma in
varie forme e riguardo vari argomenti.
EPISTOLE
Le epistole sono l’ultima raccolta di Orazio. Con le epistole assistiamo al ritorno di un tono discorsivo e non
lirico. Dal punto di vista metrico ilo ritorno all’esametro mentre abbiamo visto nelle odi una metrica
piuttosto varia. Sia il tono discorsivo sia il ritorno all’esametro ci fanno venire in mente le satire. Le epistole
hanno quindi molto in comune con le satire solo che sono satire sottoforma di lettere. Ci sono delle formule
che sono tipiche delle lettere latine, c’è un destinatario preciso a cui “spedisce” le epistole. Il fatto che ci sia
un destinatario preciso fa sì che Orazio conferisca ai testi un orientamento più rigido di quello delle satire,
rivolte dall’autore a sé stesso o a una cerchia di amici. Sono lettere in versi. In queste epistole assistiamo ad
una raffinata ricerca morale. Mentre nelle satire era ancora presente un po' di aggressività, nelle epistole
abbiamo un Orazio ormai in età avanzata, che osserva le cose in maniera più pacata, un po' disincantata,
anche amara in certe riflessioni. Sono quindi meno aggressive delle satire e degli epodi. E ciò che affiora è
una riflessione sulla vita, sulla saggezza. Sempre in bilico tra la ricerca della serenità e della pace e
quell’insoddisfazione profonda delle odi. Il fulcro della riflessione oraziana è lo stesso delle satire: la fiducia
nella divina sapienza, a cui Orazio aspira per realizzare il proprio miglioramento interiore.
Le epistole del primo libro si collocano infatti in un momento in cui il poeta decide di cambiare vita: mentre
il passato è stato il tempo dei versi e degli altri divertimenti, il presente è il momento della presa di coscienza
e della riflessione critica di sé stesso e l’aspirazione alla sapientia, intesa come strumento da applicare ai
concreti problemi dell’esistenza. Poco importa la coerenza filosofica, l’autore non esita a ricorrere a precetti
di scuole differenti qualora gli sembrino efficaci per affrontare le difficoltà della vita. E’ indiscutibile
l’epicureismo di fondo. “Tu vedi me come un animale di Epicuro come un maiale bello grasso” Usa
quest’immagine per far capire di essersi avvicinato all’epicureismo. È presente una ripresa di teorie tipiche di
quella dottrina come il làthe biòsas (vivi nascosto) Accentua la rinuncia alla vita sociale e all’ottimismo etico
con la fuga da Roma e il ritiro alla campagna Sabina. È una caratteristica di tutta la sua opera e accentuata in
quest’ultimo periodo.
Importante è il carattere didascalico. Ci sono due libri di epistole.
Il primo libro rappresenta questa crisi dell’ideale della saggezza, messo in crisi dalla noia,
dall’angoscia della vita. La coscienza della fugacità del tempo combinandosi con l’idea di un passato
non sufficientemente sfruttato introduce nel primo libro delle epistole una nota di inquietudine e di
impazienza che si riverbera sulla figura dell’autore. Talora egli si atteggia persona matura ed esperta
ben inserita in un ambiente di socratico, talora vorrebbe essere lontano da [Link] mobilità
psicologica è il sintomo di una tensione che investe l’intera morale delle [Link] rapporti sociali
prevale infatti il criterio della metriótes, Che spinge l’autore a teorizzare l’opportunità di sfruttare le
circostanze e di coltivare l’amicizia dei potenti. Nella sfera individuale predomina invece il principio
dell’autàrkeia, dell’autosufficienza. Tali tendenze divergenti producono momenti di attrito.
nel secondo libro abbiamo tre epistole in cui lui spiega determiniate cose dal carattere didascalico:
una ad Augusto sulla letteratura latina, la seconda a Floro sull’abbandono della letteratura per la
filosofia, e la terza L’Ars Poetica, una lettera in versi ai Pisoni sulla poetica, sulla teoria della
letteratura in generale e sul teatro. Nel secondo libro diviene prevalente la tematica letteraria dove
l’autore difende la sua opera dall’onda delle polemiche che avevano accompagnato la pubblicazione
dei primi tre libri delle odi. Nella prima Orazio tratta la questione della superiorità dei poeti antichi o
dei moderni. Nonostante l’opinione diffusa e nostro autore ritiene che gli arcaici non costituiscono se
non uno stadio primitivo E del processo di miglioramento originatesi nella letteratura latina per
influsso greco. Orazio proclama l’eccellenza della poesia contemporanea. A tale tema se mentre c’è
un altro, quello della rinascita del teatro romano a cui Augusto teneva molto perché avrebbe potuto
coinvolgere un pubblico maggiore. Orazio su questo punto esprime le sue riserve mostrandosi più
favorevole ai generi poetici finalizzati alla lettura.
Analizzandoli per bene
Le epistole sono chiamate anche sermones, titolo in comune alle satire, che tende a sottolineare il carattere
discorsivo di conversazioni con il destinatario e con il lettore. Scritte dal 20 al 13 a.c. Quindi poco prima
della sua morte dato che è morto nell’8 a.c. Nelle epistole Orazio riprende la riflessione morale delle satire
trascrivendola in forma epistolare ma con una diversa intonazione. Esprime insoddisfazione di se, rammarico
per gli scarsi risultati conseguiti e si lamenta per la strenua inerzia, in cui cade in questi ultimi anni di vita,
riflettendo sulla vecchiaia.
La critica letteraria è caratteristica soprattutto delle epistole del secondo libro. Ad esempio nella epistola ad
Augusto Orazio critica i drammaturghi di età arcaica, sottolinea l’importanza del labor limae, dubita che il
teatro possa conoscere una rinascita per i gusti volgari del pubblico che preferisce mimi e acrobati. Mentre
nelle epistole ai Pisoni o Ars Poetica ripercorre la storia del teatro latino fornendo indicazioni di poetica,
raccom
L’ars poetica è una sorta di trattato in versi ed è detta anche epistula ad Pisones. Questa esercitò un enorme
influsso nelle età successive. Rivolgendosi a Lucio Calpurnio Pisone E ai suoi figli, Orazio vi espone in
modo sistematico precetti di poetica. Seguendo una fonte di scuola peripatetica egli tratta prima della poesia,
distinguendo tra i contenuti e l’elaborazione formale, poi del p perfetto poeta. La centralità della tragedia
deriva dalla tradizione Aristotelica per cui l’arte è mimeis ovvero imitazione. Quindi generi teatrali che
imitano direttamente la realtà sia nel settore più importante della poesia. Tale concezione si accordava con
l’interesse che il principe nutriva per il teatro e che Orazio sembrava qui assecondare da un punto di vista
retorico. Si aggiunge l’esigenza di perfezione formale secondo l’estetica Callimachea.
LO STILE DI ORAZIO
Per quanto riguarda lo stile di Orazio possiamo dire due cose. La prima sopratutto riferita a satire e epistole
(sermones) dobbiamo dire che li c’è un tono colloquiale. Quindi un livello linguistico che non è alto, elevato.
Lui le chiamava anche musa pedestris nel senso che in questi componimenti voleva essere semplice schietto
sincero immediato. Utilizza spesso vocaboli della lingua familiare. Abbiamo cavallus al posto di equs perché
nella lingua parlata c’erano questi termini. Oppure bellus al posto di pulcher. Quelli che poi porteranno al
volgare, questa lingua parlata sarà importante per la formazione del volgare secoli dopo. Sceglie i vocaboli
tipici della lingua familiare piuttosto che quello della lingua letteraria. Il così detto sermo vulgaris. Cerca
comunque di evitare i grecismi o i vocaboli greci. Per quanto riguarda la sintassi prevale la paratassi quindi
utilizza uno stile medio e la brevitas. Si tratta quindi uno stile intenso, proprio perché inciso ed essenziale.
Lui vuole essere essenziale. È un punto di riferimento nella storia della letteratura perché è lineare,
essenziale, privo di ricercatezze formali eccessive. Poi però c’è quella altra caratteristica della callida
iunctura , ovvero il tentativo di collegare bene il sostantivo al suo aggettivo in maniera semplice, misurata,
intrecciando le parole, rispondendo in modo lineare senza creare salti spezzature, sempre in maniera
misurata. Ovviamente nelle odi non c’è solo il linguaggio medio di cui abbiamo parlato relativamente alle
satire e epistole, ci sono anche altri registri linguistici, quindi lui variando, mescolando insieme questi
registri linguistici diversi (sermo quotidiano e registri linguistici più elevati) crea qualcosa di nuovo e
straordinario che è la poesia classica. La poesia classica nasce quando il poeta è in grado di mettere insieme
elementi del linguaggio semplice comune insieme con alcuni selezionati elementi di un lessico più raffinato.
In genere Orazio rifugge da neologismi, arcaismi, diminutivi, la sintassi è semplice, l’uso delle figure
retoriche è misurato. Ci sono degli ossimori, chiasmi, iperbati. Un lessico intermedio. Lo stile è diverso tra
Odi e Satire, perché nelle odi abbiamo uno stile che quasi in alcuni punti richiama lo stile elevato dell’epos
ma presenta ancora Il linguaggio della vita quotidiana delle satire e epistole.
CARPE DIEM
Undicesimo Carme del primo libro. Carpe Diem e l’ode più famosa di Orazio. È conosciuta per la famosa
frase carpe Diem. Il messaggio di Orazio è stato però frainteso. Cogli l’attimo non è per Orazio darti alla
pazza gioia. Per Orazio nel momento in cui siamo consapevoli che non abbiamo nessuna garanzia su cosa
accadrà, dobbiamo assaporare ogni momento della nostra vita.
Il messaggio è dunque diverso. E’ un colloquio tra il poeta e un ragazzo il cui nome fa pensare a una persona
ingenua, giovane, priva di esperienza. Questa esortazione sembra svolgersi nei pressi di una scogliera.
Carpe ha un significato particolare e vuol dire strappa. Strappa inteso come quello che c’è da prendere di
positivo. Lui non intende nel senso edonistico, il suo è più profondo “Vivere una vita nella sua intensità“.
Esordisce con un ’imperativo negativo “tu non chiedi“.
L’imperativo negativo può essere fatto con noli / nolite più infinito o con ne e il congiuntivo perfetto.
Il verbo Quaero vuol dire chiedere per sapere.
Scire nefas si rifà all’ambito sacrale perché fas e nefas sono ciò che è possibile e non possibile nell’ambito
[Link] a chiedere ciò che sarà nella nostra vita rientra nella sfera sacra. Non è lecito sapere quale fine
gli dei abbiano dato a me e quale fine abbiano dato a te.
quem ripetuto in anafora e aggettivo interrogativo che introduce l’interrogativa ed è collegato a finem.
Di diderint: concetto dei che danno.
Leuconae: mente bianca
Temptaris: temptaveris , congiuntivo perfetto. Altro imperativo negativo.
Nec: Orazio si prende una licenza. Avrebbe dovuto esserci neque.
Fa riferimento agli oroscopi di Babilonia e quindi alla grande esperienza dei babilonesi in questo settore.
Quanto è meglio affrontare tutto ciò che sarà sia che Giove ci abbia concesso più inverni (più anni) o
l’ultimo che ora spossa il mar Tirreno sulle opposte scogliere.
Dopo tutta la premessa arriva alla proposta.
Sii saggia ( usa il congiuntivo esortativo quindi non è un ordine è un invito) filtra i vini (il vino andava
filtrato all’epoca) e in uno spazio breve ( alcuni hanno interpretato anche con l’ablativo assoluto) ritaglia una
lunga speranza.
Mentre stiamo parlando sarà fuggito il tempo invidioso. Dum + indicativo conferisce contemporaneità
all’azione della reggente. Cogli il giorno, credendo il meno possibile nel domani.
L’interlocutore è una donna. Il tono è colloquiale e leggero. Orazio non usa un lessico pesante rifugge la
pesantezza. Lui segue la filosofia di vita. È sempre molto benevolo. Anche qui lui mette a disposizione della
persona giovane la sua esperienza, ma lo fa con garbo, non è pesante, non si mette su un piano di superiorità.
Usa carpe proprio per indicare che devi strappare. Carpe vuol dire strappare proprio quando coglie una
margherita e strappi qualcosa che c’è e che fai tuo. Quel giorno non te lo renderà nessuno quindi devi usarlo.
Nefas è quasi impossibile sapere se domani ci sarai. Va al di là della ragione umana comprendere se domani
ci sarai. Taglia qualcosa all’interno della vita umana che è breve.
E’ vero che Orazio dice a Leuconae “cogli la giornata” cioè goditi la giornata, ma le dice anche sii saggia,
allunga il vino. Goditi la giornata si, però non dimenticarti che dopo ne verrà un’altra. L’inverno che sta
arrivando potrebbe essere l’ultimo ma potrebbero essercene tanti altri. Il senso della saggezza oraziana è il
giusto mezzo, la mediocritas intesa non negativamente ma come ciò che sta in mezzo agli estremi opposti.
Nella prima satira Orazio scrive anche est modus in rebus, c’è un modo, una via giusta nelle cose. Il
problema è solo trovarla. Uno dei problemi che gli studiosi si sono posti è che se Orazio scriveva tutto ciò
perché aveva uno stile di vita moderato oppure perché era una persona molto ansiosa e piena di dubbi.
Ci sono indizi che sostengono entrambi i punti di vista.
Il tema della morte e quello del tempo sono molto presenti.