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Seconda Diade

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L’elogio di Epicuro, che ha rivelato agli uomini la verità sulla natura, mettendo in fuga i timori degli animi,

ed in particolare il timore degli dèi e dal timore della morte, apre il libro III.

Sede della sensibilità e dell’intelligenza è l’animus («spirito», potremmo dire); ad esso è sottoposta l’anima,
diffusa per tutto il corpo, mediante la quale vengono percepite le sensazioni fisiche. Entrambi hanno
consistenza materiale – ma gli atomi che le compongono hanno una diversa qualità – e sono mortali),
sicché risultano vane le paure degli uomini di un castigo dopo la morte: non esistono i grandi “peccatori”
del miti, puniti nell’inferno pagano.

Di conseguenza, la morte non è da temere, perché, quando ci coglie, noi non siamo più non bisogna
temere la morte, che colpisce tutti (re, generali e lo stesso Epicuro), né avere disgusto per la vita, per
quell’insoddisfazione che spinge a fuggire da se stessi. Piuttosto, bisogna sforzarsi di comprendere la
natura delle cose, per capire le ragioni del proprio disagio esistenziale.

LA GNEOSOLOGIA

Il proemio del libro IV ripropone, praticamente alla lettera, i versi del libro I in cui il poeta proclama
l’originalità e gli obiettivi programmatici della propria opera, sicché alcuni ritengono che possa averli
inseriti qui il primo editore del poema, o un tardo copista, per ovviare alla mancanza di un proemio
d’autore, ma è stato obiettato che l’usus scribendi lucreziano è caratterizzato dalla ripetizione di intere
sezioni di versi, oltre al fatto che i due passi presentano alcune pur lievi variazioni. Viene esposta la
gnoseologia (teoria della conoscenza) epicurea, a partire dai simulacra, sottilissimi intrecci di atomi che si
distaccano dalla superficie dei corpi mantenendone i contorni e impressionano così i nostri sensi.

I “SIMULACRA”

Con grande ricchezza di immagini vengono esaminati gli effetti prodotti dall’azione dei “simulacri” sulle
facoltà sensitive (vista, udito, gusto e olfatto) e i problemi connessi alla percezione, come la natura dell’eco,
dell’ombra delle visioni, l’apparente deformazione di oggetti visti in lontananza o attraverso l’acqua;
quando due immagini si sovrappongono (ad esempio, uomo e cavallo), noi percepiamo un inesistente
essere composito (nel caso, un centauro). Le percezioni non sono di per sé ingannevoli (anzi, sono l’unica
fonte di conoscenza), ma spetta alla ratio il controllo e la corretta valutazione dei dati sensoriali.

CONDANNA LLE PASSIONI AMOROSE

. Lucrezio non condanna l’amore in sé, in quanto istinto naturale e fisico, bensì le passioni amorose che
generano nell’uomo dipendenza e tormenti per l’ansia di unirsi all’altro: con tono caricaturale ironizza su
quanti, intrappolati nelle reti d’amore, adorano la donna di cui sono innamorati, considerandola come
unica al mondo e loro unica ragione di vita. La libido, il sesso, come la fame e la sete, è infatti piacere
naturale e necessario, la cupido, Venus, la passione, è invece condannata in quanto illusoria, instabile,
insaziabile.

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